Di Nuovo Questa Splendida Settantenne Che Non Ha Ancora Finito Di Stupire! Marianne Faithfull – Negative Capability

marianne faithfull negative capability

Marianne Faithfull – Negative Capability – Panta Rei/BMG CD

Quando tutti pensavamo che Marianne Faithfull avesse toccato uno dei vertici della sua carriera con il bellissimo Give My Love To London del 2014 https://discoclub.myblog.it/2014/10/07/tante-vite-vissute-50-anni-carriera-marianne-faithfull-give-my-love-to-london/ , non avremmo mai immaginato che la bionda chanteuse britannica, ex musa di Mick Jagger e Keith Richards, avesse nelle corde un album ancora più bello: Negative Capability, il nuovissimo lavoro della Faithfull, è infatti un disco strepitoso, uno dei migliori della sua lunga carriera, e potrebbe addirittura gareggiare per prendersi il gradino più alto del podio. Marianne ha avuto una vita intensa, e più volte è risorta dagli inferi nei quali l’avevano portata esperienze di droga e alcool che ne avevano fatta quasi una “signora maledetta” del panorama rock. Dopo il pop-rock degli anni sessanta, la Faithfull è artisticamente rinata una prima volta con il famoso Broken English del 1979, e definitivamente con lo splendido Strange Weather del 1987 (bissato tre anni dopo dal grande live album Blazing Away).

Da Vagabond Ways (1999) in poi, Marianne non ha più sbagliato un colpo, producendo lavori bellissimi e collaborando spesso con artisti di molti decenni più giovani di lei, celebrando infine i cinquanta anni di carriera nel 2016 con il CD e DVD dal vivo No Exit https://discoclub.myblog.it/2016/10/06/unaltra-splendida-quasi-settantenne-marianne-faithfull-exit/ , in cui la nostra dimostrava, nonostante gli acciacchi fisici (da tempo si muove con l’aiuto di un bastone), di avere ancora una forza interpretativa da paura. Ora, alla vigilia dei 72 anni, Marianne ci consegna quello che può essere definito senza mezze misure un mezzo capolavoro: Negative Capability è infatti un album straordinario, pieno di ballate cupe, dense e profonde, cantate con una voce che più passano gli anni e più mette i brividi, e prodotto in maniera moderna (ma con sonorità classiche) da un trio formato da Head, Rob Ellis (entrambi conosciuti per le loro collaborazioni con PJ Harvey) ed il braccio destro di Nick Cave nei Bad Seeds, Warren Ellis (nessuna parentela con Rob). Ed i due Ellis sono coinvolti anche come musicisti ed autori di alcuni brani, insieme allo stesso Cave, al cantautore Ed Harcourt ed al chitarrista Rob McVey, ex leader della indie band britannica Longview. Poche note del brano di apertura, Misunderstanding, ed abbiamo già un assaggio di cosa ci aspetta, un pezzo struggente, reso ancora più emozionante dalla viola di Ellis (Warren) e dalla voce fragile, quasi spezzata, di Marianne, una voce che non si preoccupa di dimostrare tutti gli anni che ha.

The Gypsy Faerie Queen (scritta con Cave) è un brano di un’intensità incredibile, lentissimo, guidato da piano e viola e con un’apertura melodica strepitosa nel ritornello, in cui Nick si unisce vocalmente alla Faithfull: una canzone magnifica, tra le più belle ascoltate quest’anno. As Tears Go By era stata scritta dai Rolling Stones proprio per Marianne, che nel corso degli anni l’ha ripresa più volte, ma è sempre un piacere immenso ascoltarla, anzi forse questa versione con violino, un toccante pianoforte ed una leggera percussione è quella definitiva. In My Own Particular Way è più strumentata (anche se sempre lenta), ma ha un incedere maestoso ed un motivo di quelli che se non vi emozionate avete qualche problema: splendida anche questa; Born To Live è basata su un piano cantilenante e sulla voce nuda e cruda della Faithfull, atmosfera tesa appena stemperata da un flauto (sempre l’Ellis australiano), mentre Witches Song è più cadenzata anche se mantiene una certa cupezza di fondo (inevitabile con il timbro di voce della bionda cantante di Londra), e ricorda vagamente il mood del precedente album, Give My Love To London. Nei bonus video del live No Exit c’era una rilettura del classico di Bob Dylan It’s All Over Now, Baby Blue, e qui viene pubblicata in una nuova versione di studio: versione splendida, rallentata rispetto all’originale di Bob, cantata con voce più forte del solito ed un arrangiamento elettroacustico che profuma di anni sessanta.

They Come At Night, scritta insieme a Mark Lanegan, è la più mossa finora, ma ha anche un’atmosfera vagamente minacciosa ed un arrangiamento moderno comunque perfetto per lo stile “mitteleuropeo” di Marianne (ed il testo agghiacciante va di pari passo con la musica); si torna ad un clima più tranquillo con la pianistica Don’t Go, altro brano di notevole intensità e cantato con un trasporto ed una sincerità disarmanti. Il CD si chiude con No Moon In Paris, tra le più belle del lavoro, una stupenda ballata dal tono ancora struggente ed un accompagnamento scarno ma perfetto, a base di piano, viola e due reperti quasi archeologici come harmonium e glockenspiel. Esiste anche una edizione deluxe con tre brani in più (ed una bella confezione a guisa di libro con copertina dura), il primo dei quali è la terza ed ultima cover del lavoro, cioè Loneliest Person dei Pretty Things, bella canzone e rilettura tanto per cambiare di straordinario impatto emotivo, cantata con voce meno fragile del solito ed Ellis strepitoso al violino. Chiudono definitivamente una No Moon In Paris più corta della precedente ed una versione alternata di They Come At Night, più rock di quella sentita poc’anzi ma sullo stesso egregio livello qualitativo.

Un album dunque davvero magnifico questo Negative Capability, in grado di scombussolare le classifiche dei migliori dischi dell’anno.

Marco Verdi

La Voce E La Grinta Sono Quelle Di Un Trentenne, Ma Pure Il Disco E’ Bello! Roger Daltrey – As Long As I Have You

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Roger Daltrey – As Long As I Have You – Republic/Universal CD

Roger Daltrey, storico frontman degli Who, è una delle figure più carismatiche della nostra musica, ed anche una delle ugole più potenti in circolazione. Il suo tallone d’Achille è però sempre stato il songwriting, ed è la ragione per la quale da solista non ha mai sfondato (come saprete tutti, negli Who le canzoni le scriveva Pete Townshend). Meno di dieci album in totale nella sua carriera senza il suo gruppo principale, la maggior parte dei quali concentrati negli anni settanta, anche se nessuno di essi si può definire indispensabile, ed in più anche qui Roger non toccava la penna, ma si faceva scrivere i brani da altra gente, con risultati non proprio simili a quando lo faceva Pete. Dopo anni di silenzio per quanto riguarda i dischi a suo nome, Roger aveva sorpreso non poco quando nel 2014 era uscito l’ottimo Going Back Home, un gran bel disco di energico rock’n’roll condiviso con Wilko Johnson, un lavoro nel quale i due ci davano dentro con la foga di una garage band (ed anche lì tutte le canzoni erano opera dell’ex chitarrista dei Dr. Feelgood, nessuna di Roger).

Quella sorta di bagno purificatore deve aver fatto bene al nostro, in quanto il suo nuovo album da solista, As Long As I Have You (il primo dal 1992) è senza dubbio il lavoro migliore della sua carriera, Who a parte ovviamente. Daltrey qui si avventura anche nella scrittura in un paio di pezzi, ma per nove undicesimi il disco si rivolge a classici più o meno noti in ambito rock, soul ed errebi, scelti però con molta cura, ed il riccioluto cantante inglese dimostra di avere ancora una voce della Madonna, ed una grinta che è difficile da trovare anche in musicisti con quaranta anni meno di lui. Merito della riuscita del disco va indubbiamente anche al produttore Dave Eringa, che è intervenuto con mano leggera per quanto riguarda gli arrangiamenti, ma dando comunque un suono potente ed asciutto ai vari brani; da non sottovalutare poi la scelta di chiamare proprio Pete Townshend in ben sette canzoni, dato che stiamo parlando di uno che conosce Roger come le sue tasche, anche se si è comunque scelto di non far sembrare il disco un clone di quelli degli Who. Infatti As Long As I Have You si divide tra brani rock potenti e sanguigni e ballate di sapore soul, che uno come Daltrey canta a meraviglia, grazie anche al supporto notevole delle McCrary Sisters in vari pezzi (tra gli altri musicisti degni di nota abbiamo Sean Genockey alla chitarra, che si alterna con Townshend alle parti ritmiche e soliste, Mick Talbot alle tastiere, John Hogg al basso e Jeremy Stacey alla batteria). La title track, un vecchio brano di Garnet Mimms, apre il disco in maniera decisa, un rock-boogie potente e dal ritmo acceso, con Roger che dimostra subito di avere ancora un’ugola notevole, mentre sullo sfondo basso e batteria pestano di brutto e le sorelle McCrary danno il tocco gospel.

How Far (di Stephen Stills, era nel primo Manassas) è più tranquilla, Townshend suona l’acustica (e lo stile si sente), ma nel refrain si aggiunge l’elettrica di Genockey e Daltrey canta con la solita verve; Where Is A Man To Go?, versione al maschile di una canzone portata al successo da Gail Davis prima e da Dusty Springfield poi, è una rock ballad decisamente energica, con un suono pieno e vigoroso guidato da piano e chitarra, ed un retrogusto soul, merito anche delle backing vocalist: molto bella, e poi Roger canta da Dio. Get On Out Of The Rain era invece un brano dei Parliament, ma Roger lo depura dalle sonorità funky e lo fa diventare un pezzo rock al solito potente e diretto come un macigno, con un raro assolo di Townshend (che è più un uomo da riff), e la canzone stessa così arrangiata è quella più vicina al sound degli Who; I’ve Got Your Love è splendida, forse la migliore del CD, una sontuosa ballata di Boz Scaggs che viene suonata in maniera sopraffina e cantata in modo formidabile, ancora con un caldo sapore soul, il consueto bel coro femminile ed un breve ma toccante assolo di Pete: grandissima canzone. Quasi sullo stesso livello anche Into My Arms, già stupenda nella versione originale di Nick Cave: Roger non la cambia molto, la esegue solo con piano e contrabbasso, cantandola con un’inedita voce bassa molto simile a quella del songwriter australiano, con un esito finale da pelle d’oca.

You Haven’t Done Nothing, di Stevie Wonder, viene rivoltata come un calzino e trasformata in un potentissimo rock-errebi con tanto di fiati, anche se le chitarre sono un filo troppo hard in questo contesto; con Out Of Sight, Out Of Mind (The Five Keys, Dinah Washington) restiamo in territori soul-rhythm’n’blues, ma la canzone è migliore della precedente, con un marcato sapore sixties ed un accompagnamento perfetto (e sentite come canta Roger), mentre Certified Rose, scritta proprio da Daltrey, è una calda e classica ballata pianistica ancora coi fiati in evidenza, fluida e ricca di feeling. The Love You Save (di Joe Tex) è un’altra splendida soul song in stile anni sessanta, meno potente e più raffinata di quelle che l’hanno preceduta, sul genere di Anderson East (che deve ancora mangiarne di bistecche per arrivare ai livelli di Roger); chiusura con Always Heading Home, ancora scritta dal nostro, altro toccante lento pianistico, cantato, ma sono stufo di dirlo, in maniera superlativa. Devo confessare che, visti i precedenti da solista di Roger Daltrey, inizialmente non avevo molta voglia di accaparrarmi questo As Long As I Have You, ma oggi sono contento di averlo fatto.

Marco Verdi

“Perle” Di Una Carriera Di Culto, Ri(suonate) Dal Vivo. Sophia – As We Make Our Way The Live Recordings

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Sophia – As We Make Our Way (The Live Recordings) – 3 CD Flower Shop Recordings Limited Edition

Per dovere di informazione, lo dico subito e lo ammetto, per quanto riguarda i giudizi sui Sophia (come pure per altri artisti) sono di parte, in quanto sin dai primi vagiti dei God Machine, ho amato la voce particolare di Robin Proper-Sheppard, e questo amore nel tempo non mi ha mai lasciato. Questo cofanetto cartonato (a tiratura limitata e numerata, uscito qualche mese fa in 1000 copie, e venduto solo sul loro sito o Bandcamp e ai concerti) è composto da 3 CD, in cui le prime dieci tracce sono l’insieme dei brani dell’ultimo lavoro in studio As We Make Our Way https://discoclub.myblog.it/2016/04/22/musica-malinconica-sophia-as-we-make-our-way-unknown-harbours/ , con le restanti quindici canzoni (distribuite su 2 CD) che vengono recuperate dal catalogo passato dei Sophia, con la maggior parte dei brani, se possibile, ulteriormente migliorati, tutti registrati durante l’ultimo tour della band (durato all’incirca un paio d’anni), e che ha toccato mezza Europa, a partire da piazze piccole come Gand, Bruges, Lucerna, Groningen, Utrech, Le Mans, ma anche capitali e città importanti come Stoccolma, Bruxelles, Colonia, e Roma (quest’ultimo tenuto il 9/11/2016 al Monk).

I Sophia, la sera del 24 Marzo 2017 salgono sul palco di Gand con la consueta formazione composta dall’indiscusso leader Robin Proper-Sheppard alla chitarra e voce, da Jesse Maes alle chitarre, Bert Vliegen alle tastiere, Sander Verstraete al basso, e Jeff Townsin alla batteria e percussioni, e non potevano che iniziare con le note pianistiche e ossessive di Unknown Harbours, mentre la seguente Resisting viene riproposta in una versione più cruda e lacerante, per poi passare a melodiche ballate come The Drifter, e una struggente Don’t Ask, accompagnata da una batteria “spazzolata”. Si prosegue con Blame, che a differenza della versione in studio, diventa una melodia più tenera e lievemente meno “psichedelica”, seguita dalla sempre solare California (che mi ricorda il suono dei Low), per poi amplificare il suono delle chitarre nell’alt-rock di The Hustle, e mettere i synth in primo piano di una tambureggiante  You Say It’s Alright, cantata coralmente. Il set si chiude con l’acustica e minimale Baby, Hold On, e il meraviglioso duetto tra chitarra e pianoforte della struggente e evocativa It’s Easy To Be Lonely.

Il secondo CD si apre con uno dei brani di punta del loro splendido album d’esordio Fixed Water (96), una perfetta ballata d’atmosfera come So Slow, che viene bissata dalla lentissima e struggente If Only, recuperata da The Infinite Circle (98), cambiando rotta con la seguente Oh My Love, (era il brano di apertura di People Are Like Season (04), una moderna power-pop song con un basso che pompa alla God Machine. There Are No Goodbyes dall’album omonimo del ’09, invece diventa un brano più dolce e malinconico, mentre The Desert Song N° 2 e Darkness estratte sempre da People Are Like Season, mantengono una piacevole e rumorosa elettricità (figlia degli anni ’80), andando a chiudere il secondo set con il classico The River Song, recuperato dai solchi virtuali meravigliosi di De Nachten (01), una raccolta di materiale live (dove trovate anche la stratosferica The Sea, e la cover di Jealous Guy di John Lennon non presenti nel triplo). Il terzo e ultimo CD si apre nuovamente con due brani tratti dal citato Fixed Water: prima la leggerezza di una ballata come Last Night I Had A Dream, e a seguire il pop romantico di una sempre gradevole Another Friend, per poi riproporre sempre da De Nachten altre tre perle, la pianistica e sognante Ship In The Sand, una tesa murder ballad alla Nick Cave, come pure la funerea Bad Man, e una dolce ballad tipicamente alla Sophia con crescendo I Left You. Ci si avvia alla fine con uno dei brani principali di There Are No Goodbyes (09), una versione per certi versi migliorativa e definitiva di Razorblades, con una strumentazione molto più forte, complessa e piena dell’originale, e per chiudere il cerchio, quasi come da titolo, sempre da The Infinite Circle, ci propongono la bellezza abrasiva di Bastards, che inizia in modo quasi silenzioso e poi si sviluppa nel crescendo di un canto arrabbiato, destinato a deliziare il pubblico romano, con il brano  Directionless, arrangiato su un tessuto acustico dove il piano e il controcanto sussurrato di Robin Proper-Sheppard chiudono un concerto magnifico.

Ho sempre pensato che i Sophia fossero un gruppo che trae dalla sofferenze la propria forza, anche per la loro storia personale che si trascina dalla scomparsa del chitarrista Jimmy Fernandez dai tempi dei God Machine, e che coinvolge in primis il leader Robin Proper-Sheppard: in effetti questo As We Make Our Way (The Live Recordings), è l’ennesima conferma di come un live set decisamente sopra la media, e dove trovano spazio come sempre ballate stupende che sanguinano e rapiscono il cuore dell’ascoltatore, possano confermare Proper-Sheppard  autore di vaglia, dalla voce sofferta e malinconica, nonché personaggio di grande carisma.Quindi a riconciliare vecchi e potenziali nuovi ascoltatori dei Sophia, ci pensa la musica di questo triplo CD, con canzoni di altissimo livello, drammatiche e intense, brani che forse solo questa grande band è in grado di regalare al proprio pubblico, e in conclusione potrebbe essere proprio uno dei motivi per decidersi a conoscere ed acquistare il nuovo lavoro del gruppo britannico.

NDT conclusiva: Se proprio devo trovare una pecca a questo triplo CD, è quella di non aver inserito nella scaletta dei vari concerti, un brano magnifico come The Sea, la canzone perfetta che raffigura in toto il modo dei Sophia e del suo profeta Robin Proper-Sheppard.

Tino Montanari

Una Geniale E Moderna Opera Folk! Micah P. Hinson Presents The Holy Strangers

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Micah P. Hinson – Present The Holy Strangers – Full Time Hobby CD

Prendere o lasciare, secondo molti Micah P. Hinson o lo si ama oppure lo si detesta, se volete il mio parere non dovete fare altro che andare a rileggere su questo blog la recensione di Micah P.Hinson And The Nothing, il precedente album di studio http://discoclub.myblog.it/2014/03/18/sfigato-professione-micah-p-hinson-micah-p-hinson-and-the-nothing/ . Con questo nuovo lavoro, The Holy Strangers, il “genietto”, texano di Abilene (ma nato a Memphis), racconta le traversie di una famiglia in tempo di guerra, partendo fin dalla nascita per poi sviluppare la “saga” tra amori, matrimoni, tradimenti, che si finalizzano in omicidio e suicidio, un progetto ambizioso che ha richiesto ben due anni di produzione, con la particolarità di avvalersi di una originale strumentazione e registrazione “vintage”, che ha partorito 14 brani (inclusi 5 brani strumentali, che uniscono come un fil rouge tutta la storia), con le consuete ballate scarne e come sempre fondamentalmente acustiche (e chi lo segue le conosce benissimo), con l’apporto dell’ennesima nuova “backing band” composta da Andrea Ruggerio e Ambra Chiara Michelangeli a violino e viola, Jaime Romain al cello, Nicholas Phelps alla lap-steel, John Plumlee alle percussioni elettroniche, i fratelli Pablo e Manuel Moreno Sanchez al cello e violino, quasi tutti impiegati solo in un brano o due, a parte il pianista e tastierista Kormac  e le ragazze agli archi o due, nonché con una partecipazione familiare che vede la moglie Ashley e il figlio Wiley ai cori (per la verità il figlio al “pianto”), un insieme che dà all’album uno sviluppo musicale classico e decadente. Tutti gli altri strumenti e le “manipolazioni sonore” sono dello stesso Hinson.

L’intrigante “romanzo americano” di Micah P.Hinson si apre con il lento e dolente strumentale The Temptation, subito seguito dalle bellissime note “dark” di The Great Void, per poi rispolverare con Lover’s Lane lo spirito del grande Johnny Cash, intervallato da un altro strumentale The Years Tire On, che si distingue per un crescendo orchestrale ripetuto. La narrazione riparte con una ninna nanna lenta e dolente come Oh Spaceman (appunta dedicata al figlio, che però non pare apprezzare https://www.youtube.com/watch?v=5z2f78fmMQY), il breve ma intenso orchestrale The Holy Strangers (con i meravigliosi violini delle musiciste italiane Ruggerio e Michelangeli), il lungo parlato recitativo di Micah Book One, una suggestiva parabola “biblica” che ripercorre in toto l’infanzia di Hinson, seguita dal maestoso incedere di archi e violini di The War. Con la spettrale e triste The Darling, si torna ai valzer crepuscolari dei primi lavori di Micah, ci adagiamo sulle note dei violini di The Awakening, per poi commuoverci con le poetiche parole di una meravigliosa The Last Song, un brano che non stonerebbe nel repertorio di Nick Cave. La parte finale della narrazione prosegue con un ulteriore strumentale The Memorial Day Massacre (il punto musicale forse più interessante del disco), mentre si racconta della “morte” nell’arioso folk-country di The Lady From Abilene, e dell “suicidio” nella  dolente cantilena texana di una Come By Here a dir poco commovente.

Senza ombra di dubbio questo “concept-album” The Holy Strangers è il disco più ambizioso della carriera dell’ex “sfigato” Micah P.Hinson, un grande romanzo americano che, se ipoteticamente si togliesse la musica, potrebbe forse essere stato scritto, usando una iperbole, da grandi scrittori quali sono stati William Faulkner e John Steinbeck. Per chi scrive, fin dal lontano esordio Micah P.Hinson è parso un talento di assoluta purezza, in quanto sa scrivere canzoni con un senso perfetto della melodia, ed è dotato di una voce perfettamente riconoscibile (quasi da “crooner” anni cinquanta), e, ritornando all’affermazione iniziale, chi lo ama sa già cosa aspettarsi (e di conseguenza apprezzerà anche questo nuovo lavoro), agli altri porgo l’umile consiglio di approfondire gli album precedenti senza alcun pregiudizio.   

Tino Montanari

Un Ottimo “Esordio” Per Due Promettenti Ragazze! Shelby Lynne & Allison Moorer – Not Dark Yet

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Shelby Lynne & Allison Moorer – Not Dark Yet – Silver Cross/Thirty Tigers CD – 18-08-2017

Non tutti sanno che Shelby Lynne ed Allison Moorer, oltre ad essere due belle ragazze (anzi donne, dato che vanno entrambe per la cinquantina) e due brave cantautrici, sono anche sorelle: infatti il nome completo della Lynne è Shelby Lynn Moorer http://discoclub.myblog.it/2010/05/19/un-disco-di-gran-classe-shelby-lynne-tears-lies-and-alibis/ . A parte queste considerazioni di parentela, le due musiciste hanno sempre condotto due carriere parallele, con alterne soddisfazioni e senza mai neppure rischiare di diventare delle superstars al livello, per esempio, di una Trisha Yearwood o di una Reba McEntire: troppa qualità nella loro musica, e troppo poche concessioni al pop che a Nashville spacciano per country, anche se la Lynne qualcosa negli anni, ad inizio carriera, ha concesso (ed infatti ha venduto più della sorella, che ha sempre mantenuto la barra dritta, proponendo un country di stampo cantautorale di ottimo livello http://discoclub.myblog.it/2015/04/02/pene-damor-perduto-ritorno-alle-origini-del-suono-allison-moorer-down-to-believing/ ). Un disco insieme però non lo avevano mai fatto, almeno fino ad ora: Not Dark Yet è infatti il primo album di duetti delle due sorelle, che hanno deciso per questo loro “esordio” di riporre le rispettive penne (tranne in un caso) e di omaggiare una serie di autori da loro amati, scegliendo nove brani molto eterogenei, canzoni di provenienza non solo country, ma anche rock, folk e addirittura grunge (e privilegiando titoli tutt’altro che scontati), arrangiando il tutto in maniera raffinata e con sonorità pacate, gentili e meditate, a volte quasi notturne, con le due voci al centro di tutto ed un accompagnamento sempre di pochi strumenti.

E per quanto riguarda la scelta dei musicisti sono state fatte le cose in grande: la produzione è infatti nelle mani del bravo Teddy Thompson (figlio di Richard e Linda), che ha riunito una superband formata da Doug Pettibone e Val McCallum alle chitarre (entrambi a lungo con Lucinda Williams), Don Heffington e Michael Jerome alla batteria, Taras Prodaniuk al basso e soprattutto il formidabile Benmont Tench (degli Heartbreakers di Tom Petty, ma che ve lo dico a fare?) protagonista in quasi tutti i brani con il suo splendido pianoforte, essenziale per il suono di questo disco, a volte quasi al livello delle voci delle due leader. Il resto lo fanno le canzoni e la bravura di Shelby ed Allison nell’interpretarle, a partire dall’iniziale My List, un brano della rock band di Las Vegas The Killers: non conosco l’originale, ma qui siamo di fronte ad una intensa ballata, intima e toccante, con le due voci che si alternano fino all’ingresso della band, momento in cui il suono si fa pieno e con il predominio di piano, chitarre ed organo, davvero una bellissima canzone. Every Time You Leave è un brano dei Louvin Brothers, affrontato in modo classico, voci all’unisono ed arrangiamento di puro ed incontaminato stampo country, sullo stile del trio formato da Emmylou Harris, Dolly Parton e Linda Ronstadt, ancora con uno splendido pianoforte; Not Dark Yet è una delle più grandi canzoni degli ultimi vent’anni di Bob Dylan, ed è materia dunque pericolosa: le due ragazze scelgono intelligentemente di non variare più di tanto l’arrangiamento, lasciando il mood malinconico dell’originale ma rendendo l’atmosfera meno cupa ed accelerando leggermente il ritmo.

E poi una grande canzone, se sei bravo, resta sempre una grande canzone. I’m Looking For Blue Eyes è un’altra intensa slow ballad scritta da Jessi Colter, ancora con piano, chitarra e le due voci in gran spolvero; splendida Lungs, di Townes Van Zandt, una western tune perfetta per le due sorelle, con lo spirito del grande texano presente in ogni nota, un uso geniale del piano e l’atmosfera tesa e drammatica tipica del suo autore, mentre The Color Of A Cloudy Day è il brano più recente della raccolta, essendo del duo marito e moglie Jason Isbell/Amanda Shires, ed è l’ennesima bellissima canzone del CD, anzi direi una delle più belle, con una melodia di cristallina purezza: complimenti per la scelta. Silver Wings di Merle Haggard è forse la più nota tra le cover presenti, e le Moorer Sisters la trattano coi guanti di velluto, mantenendo arrangiamento e melodia originali ma aggiungendo il loro tocco femminile, mentre Into My Arms è una sontuosa ballata di Nick Cave (apriva il bellissimo The Boatman’s Call), riproposta con grande classe e finezza, e con una dose di dolcezza e sensualità che obiettivamente al songwriter australiano mancano. Il CD, che è quindi tra le cose migliori delle due protagoniste, si chiude con una sorprendente Lithium dei Nirvana, che è il brano più elettrico della raccolta anche se siamo distanti anni luce dal suono di Cobain e soci (ed è comunque la scelta che mi convince meno), e con Is ItToo Much, unico brano nuovo scritto dalle due, un pezzo notturno e suggestivo il cui suono a base di chitarra sullo sfondo e pianoforte cupo fa venire in mente le atmosfere di Daniel Lanois: un finale che, oltre a confermare la bontà del disco, dimostra che se volessero le due sorelle potrebbero bissare con un intero album di brani autografi dello stesso livello.

Esce il 18 Agosto.

Marco Verdi

The Best Of 2016, Il Meglio Delle Riviste Internazionali: Mojo E Uncut

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Ed eccoci come di consueto alla panoramica sulle classifiche di fine anno espresse da riviste cartacee, mensili e quotidiani,  più alcuni siti scelti tra quelli che reputo, secondo un giudizio insindacabile (scherzo!) i più interessanti, ma anche qualcuna di cui non condivido praticamente nulla, prossimamente. Quest’anno mi sembra, seguendo i gusti del Blog, che la qualità delle scelte sia migliorata, ovvero meno rap, hip-hop, musica elettronica ed altre delizie del genere, ma poi rimangono alcuni irriducibili che indicano solo quei tipi di album “irricevibili”, secondo chi scrive (meno degli anni scorsi, ripeto). Partiamo con le scelte di Mojo Uncut, nel caso in cui ne abbiamo parlato sul blog, trovate anche il link del Post relativo al disco in questione, e a seguire anche i link di alcuni video degli album in classifica.

MOJO – Best LPs of 2016
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01 David Bowie – Blackstar
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02 Michael Kiwanuka – Love & Hate
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03 Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree
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04 Lambchop – Flotus
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05 Leonard Cohen – You Want It Darker
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06 Iggy Pop – Post Pop Depression
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07 Frank Ocean – Blonde
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08 Paul Simon – Stranger To Stranger
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09 PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project
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10 Heron Oblivion – Heron Oblivion
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11 Radiohead – A Moon Shaped Pool
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12 Beyonce – Lemonade
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13 Teenage Fanclub – Here
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14 Charles Bradley – Changes
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15 The Cult – Hidden City
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Uncut‘s Top 15 Albums of 2016
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01 David Bowie – Blackstar
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02 Radiohead – A Moon Shaped Pool
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03 Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree
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04 Leonard Cohen – You Want It Darker
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05 Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung
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07 Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide To Earth
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08 Anohni – Hopelessness
09 Teenage Fanclub – Here
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11 Thee Oh Sees – A Weird Exits
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12 Brian Eno – The Ship
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13 Drive-By Truckers – American Band
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14 Bon Iver – 22, A Million
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15 Wilco – Schmilco
Per oggi è tutto, alla prossima,

Un’Altra Splendida (Quasi) Settantenne! Marianne Faithfull – No Exit

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Marianne Faithfull – No Exit – EarMusic DVD – BluRay – DVD + CD – BluRay + CD

Ormai quasi tutti i musicisti per i quali vibriamo stanno celebrando, o hanno già celebrato da qualche anno, i cinquanta anni di carriera. Anche Marianne Faithfull, cantante londinese musa nei sixties di Mick Jagger e Keith Richards (con Mick ha avuto anche una lunga e burrascosa relazione), oggi sessantanovenne (ne fa settanta a Dicembre), ha tagliato il traguardo due anni orsono, e ha festeggiato l’evento con una tournée che sulla carta doveva promuovere il suo ultimo disco di studio, l’ottimo Give My Love To London (uno dei suoi migliori, ma è già da diversi anni che la bionda Marianne fa solo dischi belli), ma in pratica è diventata un pretesto per rileggere pagine più o meno note del suo percorso d’artista. Molto famosa negli anni sessanta, anche per la sua maliziosa bellezza, Marianne ha avuto un crollo di popolarità nei seventies, anche in conseguenza di uno stile di vita non proprio da monaca: è arrivata fino a conoscere l’inferno, ma ha saputo risalire e reinventarsi, più o meno dall’album Broken English del 1979, come raffinata chanteuse ed interprete sopraffina (ma continua anche oggi a scrivere diverse canzoni di suo pugno), complice anche una metamorfosi vocale, causata da sigarette e stravizi, che ha aggiunto ancora più fascino alle sue canzoni, una voce quasi “brechtiana”; d’altronde la Faithfull ha origini mitteleuropee, essendo discendente da parte di madre della nobile dinastia dei Von Sacher – Masoch (un nome che solo a sentirlo fa venire in mente giarrettiere, guepières e frustini di pelle nera).

Oggi Marianne è una signora invecchiata e con qualche problema fisico (nel BluRay di cui mi accingo a parlare cammina accompagnata da un bastone e ha chiari problemi di movimento), ma il viso reca ancora tracce di quando faceva girare la testa a mezza Londra, e quando apre bocca, sia per introdurre in maniera pacata le canzoni sia per cantarle, rivela una classe immensa ed immutata, ad un livello che recentemente ho riscontrato solamente in Joan Baez e, parlando di uomini, in Leonard Cohen. No Exit è il suo nuovo DVD dal vivo (o BluRay, filmato in una splendida definizione), registrato a Budapest (quindi non lontano da dove discende), che mette in fila in un’ora e mezza precisa sedici brani scelti tra più o meno famosi con, nella versione doppia, una selezione di dieci pezzi dallo stesso concerto (due-tre in più ci stavano, se proprio non si voleva fare un CD doppio). Marianne sopperisce la scarsa forma fisica con una capacità interpretativa formidabile, con la sua voce figlia di mille battaglie che si staglia carismatica e fragile nello stesso tempo, una voce che è uno strumento in più aggiunto a quelli presenti sul palco: la band è ridotta, solo quattro elementi, ma suonano in maniera davvero sopraffina, specialmente lo straordinario pianista Ed Harcourt (che è anche un artista in proprio avendo già pubblicato sette album), dotato di un tocco e di una liquidità scintillante (e comunque gli altri tre non sono di molto inferiori: Rob McVey, chitarrista misurato e sempre funzionale alla canzone, mai una nota fuori posto, e la superba sezione ritmica formata da Jonny Bridgewood al basso e Rob Ellis alla batteria).

Il concerto si apre con la saltellante title track del disco di due anni fa, scritta insieme a Steve Earle, un brano dalla melodia immediata anche se ripetitiva, alla quale la voce di Marianne dona profondità; Falling Back (scritta con la cantautrice Anna Calvi) ha una splendida introduzione full band, con un suggestivo riff di pianoforte, ed il brano fa venire la pelle d’oca tanto è bello, grazie anche all’interpretazione da brividi di Marianne e la formidabile performance di Harcourt. Broken English non ha bisogno di presentazioni, è uno dei classici della Faithfull, e questa versione decisamente elettrica e pulsante le rende giustizia, una rinfrescata ad un brano che ha dato una svolta alla sua carriera; Witches Song, che Marianne dice di aver composto dopo aver visto Il Sabba Delle Streghe di Goya al Prado di Madrid, è un pezzo ritmato, vivace e più solare dei precedenti, con una chitarra acustica a scandire il ritmo ed il solito bel piano liquido, mentre Price Of  Love, una cover di un brano degli Everly Brothers, ha un arrangiamento “cattivo” e dai toni rock-blues. Marathon Kiss è invece stata scritta da Daniel Lanois (che aveva prodotto per Marianne il bellissimo Vagabond Ways), e presenta le tipiche sonorità rarefatte del musicista canadese, un gran bel pezzo che la Faithfull ci propone con un feeling enorme: si sente la fragilità della voce, ma proprio per questo il tutto risulta più vero e spontaneo. L’acustica ed intensa Love More Or Less (se non vi emozionate all’ascolto di brani come questo non siete umani) precede la classica As Tears Go By, il noto brano dei Rolling Stones che all’epoca Marianne fece sua, la canzone non perde un’oncia della sua bellezza, e la voce matura e profonda della leader ne offre la versione forse definitiva: brividi lungo la schiena.

Splendida anche la mossa Come And Stay With Me , un pezzo scritto per lei nel 1965 da Jackie DeShannon, caratterizzata da una melodia pop diretta e godibile; Mother Wolf ha invece una ritmica cupa e minacciosa, ed è meno immediata delle precedenti, ma poi è la volta della celeberrima Sister Morphine, il pezzo scritto dagli Stones pensando a lei (che è anche co-autrice), un brano ancora oggi drammatico e di una potenza emotiva incredibile, punteggiata dai lancinanti riff di chitarra di McVey (nell’originale degli Stones la suonava Ry Cooder). Bella ed intensa anche Late Victorian Holocaust di Nick Cave, un autore molto amato da Marianne; Sparrows Will Sing è invece stata donata alla Faithfull da Roger Waters, e ha una melodia tipica del suo autore, con un arrangiamento forte e molto rock ed una sezione ritmica pulsante, mentre The Ballad Of Lucy Jordan, del noto autore Shel Silverstein, è una grande canzone, una delle migliori del concerto, che dà il meglio di sé in questa resa acustica ma full band ed è ulteriormente valorizzata dalla voce incredibile di Marianne: una meraviglia. Il concerto si chiude con la rara Who Will Take My Dreams Away, ancora drammatica (ma che intensità!), e con Last Song, scritta con Damon Albarn dei Blur (una sera, dice Marianne, nella quale erano tutti e due ubriachi fradici), bellissima anche questa: applausi scroscianti e sipario. Come bonus, quattro pezzi tratti dalla performance alla Roundhouse di Londra, tre dei quali in comune con la serata di Budapest (Give My Love To London, Late Victorian Holocaust e Sister Morphine) ed una intima rilettura di It’s All Over Now, Baby Blue di Bob Dylan.

Assieme al settantacinquesimo di Joan Baez ed al Live In San Diego di Eric Clapton (ma di interessanti ne devono ancora uscire), questo No Exit è uno dei dischi dal vivo dell’anno.

Marco Verdi

Rispetto Per Il Dolore Di Quest’Uomo! Nick Cave And The Bad Seeds – Skeleton Tree

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Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree – Bad Seed Ltd. CD

Nick Cave, noto cantautore australiano (ma anche scrittore, sceneggiatore, compositore di colonne sonore e financo attore) non è mai stato un allegrone, la sua musica è sempre stata cupa, oscura, spesso ostica, ed i suoi testi hanno sovente trattato di morte e violenza (non a caso uno dei suoi dischi migliori di sempre si intitolava Murder Ballads), ma quando lasciava perdere certe sonorità poco digeribili (album come Dig, Lazarus, Dig!!! o i due dischi usciti a nome Grinderman)  e si sedeva al pianoforte era sempre capace di far vibrare l’ascoltatore con le sue ballate dense di poesia e melodia. Push The Sky Away, il suo ultimo lavoro uscito tre anni orsono, era pieno di questo tipo di canzoni, ed è stato eletto quasi all’unanimità uno dei suoi album migliori di sempre (anche se io preferisco ancora il già citato Murder Ballads, ma anche The Good Son, The Boatman’s Call ed il doppio Abattoir Blues/The Lyre Of Orpheus), oltre a diventare il suo best seller all-time. Ma il destino, si sa, non guarda in faccia a nessuno, e lo scorso anno Nick ha tragicamente perso uno dei suoi quattro figli (Arthur, 15 anni) in un incidente di montagna: la morte di un figlio cambia la vita di qualsiasi persona normale, figuriamoci quella di uno come Cave, che già di suo non è che sprizzasse ottimismo.

Il risultato di tale tragedia è questo Skeleton Tree, nuovo album di otto pezzi inciso insieme ai fedeli Bad Seeds (Warren Ellis, Martyn Casey, Thomas Wydler, Jim Sclavunos e George Vjestica), un disco se possibile ancora più scuro e triste dei precedenti, con un Nick che canta spesso con voce provata dalle ultime peripezie, e testi adeguati al momento difficile che sta vivendo, risultando sicuramente l’album più personale da lui mai pubblicato. Anche i suoni sono scarni, cupi, spesso dissonanti rispetto alle melodie, con un uso pronunciato di sintetizzatori, loops e drum machines, un suono moderno ma usato con misura ed intelligenza, un po’ come aveva fatto David Bowie con l’ultimo Blackstar (guarda caso anch’esso un disco pesantemente influenzato dalla morte). La band sta quasi in secondo piano, se non ci fossero i nomi dei musicisti indicati all’interno della copertina (nera anch’essa) si potrebbe quasi pensare ad un disco solista: eppure mentre scrivo queste righe Skeleton Tree sembra destinato a superare come vendite anche Push The Sky Away, chiara conseguenza del successo di quel disco, in quanto le canzoni qua contenute sono tutto meno che immediate e radio friendly.

Jesus Alone ha un inizio poco rassicurante ed alquanto inquietante, tra synth e dissonanze, con la voce cupa del nostro che narra più che cantare: un brano ipnotico, non privo di un certo fascino, ma non di certo qualcosa che mettereste su ad una festa tra amici. Rings Of Saturn vede ancora Cave parlare, ma la base musicale è decisamente più fluida e rilassata, con un uso intelligente della modernità, ed un pianoforte che rende il tutto più fruibile, anche se la voce è sofferta come mai prima d’ora. Ancora dolore con Girl In Amber: Nick canta con il cuore in mano sopra un sottofondo scarno e notturno, doppiato nel ritornello da un coro gelido come il ghiaccio. E’ chiaro che bisogna essere psicologicamente preparati all’ascolto di questo disco, ma qui c’è musica di una spontaneità quasi sconcertante. Magneto inizia con un pianoforte nel buio (e qualche loop sparso) e la solita voce del nostro tra il disperato ed il rassegnato, con l’unico raggio di luce di una chitarra acustica arpeggiata (e, nel testo, la frase “one more time with feeling”, che è anche il titolo del film documentario appena uscito, e che narra la storia di questo CD partendo proprio dalla tragedia dello scorso anno https://www.youtube.com/watch?v=Hdl5sox2G6g ).

Anthrocene è un’altra ballata cruda e scarnificata, con volute dissonanze sia sonore che ritmiche, ma con una linea melodica chiara e precisa, mentre I Need You, nonostante l’uso massiccio del sintetizzatore, è il brano più lineare e “classico” finora, con una melodia di fondo toccante ed il solito modo sofferente di porgere il brano da parte di Cave (la canzone è quella più direttamente ispirata dal figlio scomparso, diciamo che è la Tears In Heaven di Nick): affascinante, intensa e commovente. Distant Sky è ancora lenta, cupa, amara, ma dal pathos incredibile, merito anche della seconda voce femminile di Else Torp; il CD si chiude con la title track, in assoluto il pezzo più accessibile, una splendida ballata pianistica, suonata in maniera classica e dal motivo intenso e struggente, che ci fa ritrovare il Nick Cave che amiamo di più.

Skeleton Tree non è certamente un disco per tutti, ma ha il merito di metterci davanti un uomo a nudo, con i suoi demoni ed i suoi fantasmi: un album di una sincerità disarmante.

Marco Verdi

In Memoria Di William Shakespeare, Succedeva 400 Anni Fa! Paul Kelly – Seven Sonnets & A Song

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Paul Kelly – Seven Sonnets & A Song – Cooking Vinyl Records

Dopo una trentina d’anni di carriera, avere registrato una ventina di album in studio, due album live, e diverse colonne sonore da film (i più noti Lantana e Jindabyne) Paul Kelly cantautore australiano, per chi scrive, non ha raccolto fuori dalla sua isola natia nemmeno la metà di quello che ha seminato; in compenso nel tempo ha raggiunto una maturità che gli permette di narrare eventi. anche antichi (come in questo caso) e moderni, con una forte personalità e senza scendere a compromessi. Questo mini-cd Seven Sonnets & A Song è uscito volutamente, prima in Australia, poi, in questi giorni (il 23 Aprile 2016 per la precisione), per celebrare il 400° anniversario della morte di uno dei più grandi (se non il più grande) drammaturgo e poeta di tutti i tempi, William Shakespeare, di cui il buon Paul è un grande estimatore.

rufus wainwright take all my loves

 

*NDT.: La stessa operazione per dovere di cronaca è stata fatta anche da Rufus Wainwright con Take All My Loves: 9 Shakespeare Sonnets, ma con un risultato, è un parere personale, a tratti, sinceramente imbarazzante (*NDB. Non mi sembra così orribile, ma rispetto il parere).

I sette sonetti sono stati registrati negli ultimi diciotto mesi in vari studi di registrazione, dove Paul Kelly, come al solito, si è avvalso dei membri della sua band, Peter Luscombe, Bill McDonald, Ash Nylor, Cameron Bruce, e le sue “storiche” coriste le sorelle Vika e Linda Bull, e come ospiti Lucky Oceans e Alice Keath.

Data la particolarità del lavoro, mi sembra giusto sviluppare i brani “track by track”:

Sonnet 138 – La prima traccia sorprendentemente è un interpretazione “jazzy”, con una batteria spazzolata, cantata da Paul come se si trovasse a tarda notte in un Piano Bar.

Sonnet 73 –  Contrariamente al brano precedente, qui si respira un suono “anni sessanta” che sembra uscire dai primi vinili di Donovan, impreziosito da una slide guitar.

Sonnet 18 –  Chiaramente la traccia migliore del mini CD, un pezzo affascinante che parte come un madrigale, per poi trasformarsi in un motivo dei monti Appalachi, e un cantato da “crooner”.

My True Love Hath My Heart – L’unico pezzo non “shakesperiano” scritto dal suo contemporaneo Sir Philip Sidney, con una “performance”delicata e commovente della signora Vika Bull.

Sonnet 44 and 45 – Ballata pianistica dove la bravura di Kelly come vocalist viene messa in risalto, con un’armonica finale che strappa lacrime.

Sonnet 60 – Inizio acustico, poi la canzone si apre e una melodia avvolgente disegna una “murder ballad” alla Nick Cave, valorizzata ai cori dalle sorelle Bull.

O Mistress Mine (Clown’s Song From Twelfth Night – E’ la canzone che chiude questa splendida breve raccolta, la “Canzone Del Clown” tratta dalla commedia La Dodicesima Notte, una filastrocca tenue suonata in punta di dita, cantata con cuore e sentimento da un grande artista.

Di questo signore ho già parlato più volte su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/tag/paul-kelly/ , anche se ci vorrebbe molto più spazio per raccontare la storia di questo cantautore, un vero mito down under (per esempio come è Bruce Cockburn per il Canada), che riesce di nuovo a sorprenderci con questo breve ma intenso Seven Sonnets & A Song, dove dimostra ancora una volta di essere un grande “tessitore” di canzoni, che aggiunte a tutte le altre tratte dal suo immenso “songbook”, sono la colonna sonora di una intera Nazione.!

Tino Montanari

Dispacci Dalla Scandinavia! Sivert Hoyem – Lioness & Ane Brun – When I’m Free

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Sivert Hoyem – Lioness – Hektor Grammofon Records

Ane Brun – When I’m Free – Genepool Records – Deluxe Edition

Domanda delle “cento pistole”: chi fra i numerosi lettori di questo blog conosce Sivert Hoyem e Ane Brun? Pochini presumo, anche se questi due personaggi si portano dietro un “background” di tutto rispetto. Sivert Hoyem con gli amici Frode Jacobsoen e Robert Buras è stato il frontman e leader indiscusso dei Madrugada, un gruppo che si è formato nel ’95 in Norvegia e con i primi tre album ha venduto 400.000 copie, facendo da apripista ad altri gruppi conterranei che sarebbero venuti dopo, come i Midnight Choir (di Paal Flata e Al DeLoner) e i  Kings Of Convenience. *NDB Comunque di artisti norvegesi si è già parlato nel Blog, oltre a un paio di quelli appena citati, http://discoclub.myblog.it/tag/paal-flaata/ anche Ingrid Olava http://discoclub.myblog.it/2010/05/07/la-ricerca-prosegue-dalla-norvegia-ingrid-olava-the-guest/) Nella prima parte di carriera pubblicano i notevoli Industrial Silence (99), The Nightly Disease (01), Grit (02), e proseguono con The Deep End (05), l’immancabile disco dal vivo Live At Tralfamadore (06) per chiudere una più che dignitosa carriera con l’omonimo Madrugada (07).

 

Prima dello scioglimento del gruppo,  il buon Sivert aveva dato alle stampe un lavoro solista passato pressoché inosservato, Ladies And Gentlemen Of The Opposition (04), mentre di tutt’altro spessore gli album seguenti, a partire dall’ottimo Moon Landing (09) (che nella versione Deluxe conteneva una intrigante cover in cui si cimentava con The House Of The Rising Sun,in una meravigliosa versione countrynorvegese), e ancora Long Slow Distance (11), Endless Love (14), fino ad arrivare a questo nuovo Lioness, dove nelle dieci tracce contenute nell’album si sposano il pop con l’alt-rock, il tutto con un approccio vocale nuovo.

Lioness è stato registrato a Oslo negli studi Klang, dove Hoyem ha utilizzato musicisti di area locale, tra i quali Inga Byrkjerland e Margrethe Falkenberg al cello, Oysten Frantzvag alle chitarre e basso, Morten Engebretsen al clarinetto, Borge Fjordmen alla batteria e percussioni, Andre Orvik e Bjarne Magnus Jensen al violino, e come ospite la brava (e bella) Marie Munroe, il tutto con la produzione di Christer Knutsen (chitarrista di lunga pezza e membro dei Tumbleweed).

Chi ha ascoltato almeno una volta la musica dei Madrugada, difficilmente avrà dimenticato la voce calda e maestosa di Hoyem, e la partenza di Lioness è in perfetto stile Leonard Cohen, con l’ariosa e pianistica Sleepwalking, a cui fanno seguito la solare Fool To Your Crown, la potente title-track dal timbro scuro Lioness, la minimalista e triste It Belongs To Me, e poi chiudere la prima parte con la poetica My Thieving Heart cantata in duetto con la citata Marie Munroe. Si riparte con i brani più estremi del lavoro una indie-song come V-O-I-D e una intrigante The Boss Bossa Nova (forse un omaggio postumo a David Bowie) dal ritmo nervoso, seguita da una Oh, Spider cantata in falsetto, le chitarre acustiche di una delicata e recitativa The Riviera Of Hades, e chiudere al meglio con una tenera canzone di un amore straziante, la meravigliosa Silences.

Come sempre Sivert Hoyem nelle sue canzoni fa riferimento, oltre al citato Leonard Cohen alle influenze di artisti quali Dylan, il compianto Lou Reed e il lato più oscuro di Nick Cave, e questo Lioness lo certifica ancora di più (come fu, prima con i Madrugada e poi con una solida carriera solista), come una sorta di “istituzione” del rock alternativo locale e norvegese!

ane brun when i'm free

Lo stesso dicasi per Ane Brun, che è una stella nella sua patria d’adozione (nata in Norvegia, vive a Stoccolma in Svezia) e che arriva al settimo disco in studio con questo When I’m Free (senza dimenticare due album live e due raccolte), in un arco temporale di una quindicina d’anni. Questa signora (il suo vero nome è Ane Brunvoll, è figlia del cantante di jazz e pianista Inger Johanne Brunvoll), esordisce con Spending Time With Morgan (03), a cui fa seguire A Temporary Dive (05), Duets (06) una raccolta di duetti con artisti locali e non (tra cui i Madrugada e Ron Sexsmith), e dopo due anni in tour pubblica il primo e splendido Live In Scandinavia (07).

Il terzo disco in studio arriva con Changing Of The Season (08) che arriva ai primi posti delle classifiche in Svezia e Norvegia, fatto che attira l’attenzione di Peter Gabriel e Ani DiFranco (che se la portano in tour), dandole quella visibilità che merita e che la porta ad incidere altro buoni lavori come Sketches (08), It All Starts With One (11), e una raccolta di cover e outtakes dal titolo Rarities (13).

Questo ultimo lavoro When I’m Free (con una copertina inguardabile) non ha avuto molte recnsioni fuori dalla Scandinavia (dove era uscito già a Settembre dello scorso anno), ma Mojo e Uncut gli avevano dato entrambi 4 stellette o 8 se preferite, e devo riconoscere che ad un primo e pure  ad un secondo ascolto non mi aveva particolarmente entusiasmato, ma poi sentendolo più attentamente mi sembra che pur non essendo il più bello, forse è il più completo della sua discografia. Ad aiutare la Brun in sala di registrazione si sono presentati musicisti altri di area locale, tra cui il bassista Dan Berglund, il batterista Andreas Werliin, Lars Skoglund e John Erikson, tenendo comunque ben presente che il perno dell’album, dall’inizio alla fine, rimane la voce cristallina di Ane, che spazia dal pop al soul con qualche sfumatura jazz.

L’iniziale Hanging attrae con sofisticati accordi melodici, per poi passare alle sonorità alla Moby con Black Notebook e Directions, all’inno femminista “soulful” You Lit My Fire interpretato come una novella Kate Bush, le sorprendenti percussioni mediorientali di Shape Of A Heart, per poi ritornare alla ballate Miss You More e All We Want Is Love (dove è sufficiente una chitarra arpeggiata), e ancora una meravigliosa Still Waters, che ricorda la bravissima Liz Frazer dei Cocteau Twins https://www.youtube.com/watch?v=7UT-uQuAVmA , andando poi a chiudere con il mid-tempo di Better Than This e il canto distintivo di Ane nella dolce Singing Off. Le bonus tracks della versione Deluxe  sono la sussurrata e pianistica Let In Your Love, e la tenera bellezza nordica di Hunting Hight And Low, che chiudono il cerchio di un piacevole album di “pop orchestrale”.

Tirando le somme, se volete approfondire: per Sivert Hoyem dove si pesca si pesca bene, per la signora Brun vi consiglio lo splendido Live At Stockholm Concert Hall (09), e la raccolta Songs 2003-2013.!

Tino Montanari