Non Solo Per Appassionati. Wynton Marsalis Septet – United We Swing:Best Of Jazz At The Lincoln Center Galas

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Wynton Marsalis Septet – United We Swing: Best Of The Jazz At Lincoln Center Galas – Blue Engine CD

Questo blog non si è mai occupato molto di jazz, genere musicale nobilissimo anche se non dico elitario, ma sicuramente rivolto ad un pubblico di estimatori (io stesso ne sono un fruitore occasionale, e non mi ritengo certo un esperto in materia). Il CD di cui mi accingo a parlare secondo me è una storia leggermente diversa, primo perché tratta di un tipo di jazz assolutamente piacevole e fruibile, e poi perché presenta una serie di ospiti di altissimo profilo che nobilitano le varie performance. Wynton Marsalis, compositore e trombettista, è uno dei più stimati artisti jazz contemporanei: fratello del grande sassofonista Branford Marsalis ed appartenente ad una vera e propria famiglia di musicisti, da anni Wynton è anche il direttore musicale di Jazz At Lincoln Center, una sala da concerto situata nei pressi del Columbus Circle a New York (forse il luogo preferito della Grande Mela per chi scrive, nel quale la zona dello shopping si fonde con l’inizio di Central Park). United We Swing è una selezione di brani dal vivo suonati dal 2003 al 2007 in quella venue (ma anche all’Apollo Theatre) dal Wynton Marsalis Septet, un combo formidabile che ha come punti di forza, oltre alla tromba del leader, il sassofono di Wess Anderson, il clarinetto di Victor Goines, il trombone di Ronald Westray (rimpiazzato poi da Wycliffe Gordon), lo splendido piano di Richard Johnson e la sezione ritmica formata da Reginald Veal e Herlin Riley, tutti musicisti di grande bravura ed indubbia classe, in grado con la loro tecnica di accompagnare chiunque, oltre che di agire come band a sé stante.

E poi ci sono gli ospiti, che rendono questo United We Swing un album da avere anche se il jazz non è il vostro genere preferito (non dimentichiamo che Wynton aveva già inciso due live interi con Willie Nelson ed uno con Eric Clapton, ed è quindi abituato alle contaminazioni con il rock). Inizio, dopo un breve intro strumentale, con i Blind Boys Of Alabama che ci deliziano con il gospel-blues tradizionale The Last Time, grandi voci e gruppo che segue con discrezione, quasi in punta di piedi. Trovare Bob Dylan sui dischi di qualcun altro è ormai una rarità, ma non solo il Premio Nobel c’è (la serata in questione è del 2004), ma è anche in gran forma sia come cantante che come armonicista, e la sua It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry brilla particolarmente in questo arrangiamento jazz-blues, con il clarinetto che duetta alla grande con la sua armonica; parlando di grandissimi ecco Ray Charles in una delle sue ultime esibizioni: I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town è uno slow blues di gran classe, cantato in maniera eccelsa e con la band che asseconda The Genius in maniera perfetta (splendida la tromba del leader). E’ la volta a seguire proprio di Eric Clapton con una godibilissima I’m Not Rough (di Louis Armstrong), suonata in puro stile dixieland e nobilitata dalla chitarra (acustica) di Manolenta, un pezzo tra i più immediati e piacevoli; la soffusa e raffinatissima Creole Love Call è perfetta per i gorgheggi di Audra McDonald, mentre Willie Nelson non sbaglia un colpo, e ci delizia con una strepitosa Milk Cow Blues, gran voce e band in palla (con il sax protagonista), per uno slow blues di grande effetto.

Non sono un fan di John Mayer, ma devo dire che la sua I’m Gonna Find Another You ha un senso, ed il gruppo lo segue senza fronzoli, in maniera classica, dando al brano un sapore d’altri tempi, mentre Lyle Lovett è un fuoriclasse, e con gli arrangiamenti jazzati ci è sempre andato a nozze, e così è anche qui con una swingatissima My Baby Don’t Tolerate. Natalie Merchant è un’altra cantante che fa rima con “classe”, la sua The Worst Thing è molto sofisticata, forse anche troppo, anche se il gruppo suona come al solito da Dio, mentre John Legend, un altro sopravvalutato, fa il bravo e ci regala una Please Baby Don’t vivace e pimpante. James Taylor non cambierebbe stile neanche con una band heavy metal alle spalle, e così la sua Mean Old Man suona come un rassicurante ed elegante dejà vu (e l’accompagnamento è superlativo, con il sax sopra tutti); una delle maggiori sorprese del CD è certamente Lenny Kravitz, che rifà la sua Are You Gonna Go My Way rallentandola e dandole un sapore blues che in origine non aveva, migliorandola alquanto grazie anche al formidabile apporto di Wynton e compagni, con uno spettacolare cambio di ritmo a metà canzone. Jimmy Buffett è uno che ha nelle corde questo tipo di sonorità, ed in Fool’s Paradise (del bluesman Johnny Fuller) si trascina dietro anche Mac McAnally alla chitarra e Robert Greenidge alle steel drums, portando così un tocco di Caraibi a New York. Molto brava anche Carrie Smith con Empty Bed Blues, appunto un blues diretto e cantato alla grande, con una versione ridotta del gruppo a soli tre elementi (e con Marsalis al pianoforte). Il CD termina con la coppia Susan Tedeschi e Derek Trucks che impreziosisce con voce e chitarra (rispettivamente) la già notevole I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free (un classico di Nina Simone), dando una performance di altissimo livello, e con la fluida e bluesata What Have You Done, con solo il settetto senza partecipazioni esterne e Wynton che si cimenta anche alla voce solista.

Grande band, grandi ospiti e grande musica, non solo per “jazzofili”.

Marco Verdi

Le Nuove “Preghiere” Rock Di “Sorella” Ashley. Ashley Cleveland – One More Song

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Ashley Cleveland – One More Song – 204 Records – CD/Download

Chi legge questo blog ricorderà certamente che ci siamo occupati di questa signora in occasione del suo ultimo album in studio Beauty In The Curve https://discoclub.myblog.it/2014/08/11/ce-si-vede-gospel-rock-ashley-cleveland-beauty-the-curve/ , e ora, a quasi quattro anni di distanza, Ashley Cleveland torna con il suo decimo lavoro One More Song, finanziato da una campagna di crowdfunding attraverso la piattaforma Kickstarter: ed ecco il risultato, sotto forma di una dozzina di nuove canzoni, confezionate nella consueta riconoscibile forma che abbiamo definito“Gospel Rock”. Prodotto come al solito dal marito, il musicista Kenny Greenberg (valido chitarrista e sessionmen), che ha portato negli studi di registrazione diversi validi musicisti che si alternano nei brani che compongono il CD: i bassisti Steve Mackey e Michael Rhodes, Danny Rader alla chitarra acustica e mandolino, Chad Cromwell e Nick Buda alla batteria, Eric Darken alle percussioni, Reese Wynans all’organo, e con il sostegno di una importante sezione fiati composta dai bravi Jim Hoke al sassofono, Steve Hermon alle trombe e John Hinchey al trombone, che accompagnano la Cleveland voce e chitarra acustica, senza dimenticare i puntuali interventi delle coriste Angela Primm, Gayle Mayes-Stuart e Tania Hancheroff.

Chi la segue conosce la sua musica, sa perfettamente che nonostante i testi siano “religiosi”, gli arrangiamenti e i suoni sono decisamente rock, a partire dall’iniziale Way Out Of No Way, una sorta di autobiografia sonora,  un brano dai toni blues che rimanda ai suoi percorsi giovanili; per poi rispolverare in un nuovo arrangiamento un traditional di pubblico dominio come la bella Down By The Riverside (dove spicca nel finale la sezione fiati), a cui fa seguito ancora una più rilassata e poetica Crooked Heart, e una canzone dedicata alla figlia minore Lily Grown Wild, un potente rock chitarristico con il marito Kenny Greenberg sugli scudi, che sembra quasi un pezzo degli Stones come ha ricordato in una recente intervista. Si prosegue con le “preghiere” con il medley composto dalla breve Take Me To The Water, accompagnata solo da una chitarra acustico e da un organo da chiesa, e da Cool Down By The Banks Of Jordan, un torrido gospel-blues con la potente voce di Ashley (entrambi i pezzi sono sempre brani tradizionali ri-arrangiati dalla Cleveland), che poi recupera un brano di Jim Lauderdale Halfway Down (cantata in passato anche dalla star del country Patty Loveless), che in questo caso viene rifatta in una versione bluesy molto grintosa, per poi passare ad una acustica e dolcissima To Be Good, uno sguardo profondo nella proprio sfera personale.

La “novena” si avvia al termine con il tambureggiante rock di Ezekiel 2, che Ashley ha composto insieme al chitarrista Phil Keaggy, non senza raccontare una storia vera, con la meravigliosa ballata One More Song, un ricordo dolce e personale di sua madre, recuperare da Beauty In The Curve un altro brano tradizionale come Walk In Jerusalem, dove emerge ancora una volta la bravura del marito Kenny, e infine concludere con un ulteriore gospel proveniente dal lontano passato, parliamo del 1928, Born To Preach The Gospel, riletto in forma moderna sempre con la meravigliosa voce della Cleveland in grande spolvero.

Bisogna ricordare che questa non più giovanissima signora è stata forse la prima donna nominata durante i famosi Grammy Awards nella categoria Rock Gospel, nel 1996 ed anche l’unica donna a vincere il premio tre volte, il tutto come conferma e certifica anche questo ultimo lavoro One More Song, dove ogni canzone come sempre funziona per proprio merito e nulla suona forzato, con testi intimamente personali, dove la fede è sempre presente in primo piano ma in mono naturale e non forzato. Ashley Cleveland per il sottoscritto  è una di quelle rare artiste con un proprio curriculum musicale impareggiabile, che ha attraversato disparati generi che vanno dal blues al rock, dallo stile  Americana al gospel-rock, esibendosi con cantanti del valore di John Hiatt, Steve Winwood, Joe Cocker, Emmylou Harris, Etta James, James McMurtry, come autrice nell’ultimo Mary Gauthier (*NDB. Dobbiamo recensirlo assolutamente) e moltissimi altri, a ulteriore dimostrazione che queste canzoni meriterebbero di essere ascoltate per conoscere finalmente una grande artista come “sorella” Ashley Cleveland, anche se i suoi dischi, da qualche anno a questa parte distribuiti in proprio, rimangono di difficile reperibilità per chi non abita negli States, e quindi piuttosto costosi. Però vale la pena di fare lo sforzo.

Tino Montanari

E Dopo Le Piogge…L’Arcobaleno E “L’Estate”! Ritchie Blackmore’s Rainbow – Memories In Rock II

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Ritchie Blackmore’s Rainbow – Memories In Rock II – Minstrel Hall 2CD/DVD – 3LP

Il titolo del post si riferisce allo strano clima meteorologico di questa prima parte di Aprile, che assomiglia di più a Novembre, e che al momento di scrivere queste righe sta finalmente dando spazio alla primavera, anzi quasi l’estate. Da una ventina d’anni Ritchie Blackmore, a prescindere dai gusti e dai generi, uno dei più grandi chitarristi rock di tutti i tempi, ed il cui percorso artistico sarà per sempre legato all’età d’oro dei Deep Purple, gira il mondo e pubblica dischi con una band di folk-rock rinascimentale denominata Blackmore’s Night (dal cognome suo e della moglie, Candice Night, cantante solista della band), e di riprendere a fare del rock sembrava non volesse sentirne proprio parlare. Questo almeno fino al 2016, quando, non si sa a seguito di che tipo di offerta economica, Blackmore programmò cinque serate tra Inghilterra e Germania, ritirando fuori ancora una volta il moniker dei Rainbow, ovvero il gruppo che fondò nel 1975 dopo avere lasciato i Purple e che portò fino al 1983, anche se con continui cambi di formazione, per poi riformarlo brevemente nel 1995 con musicisti totalmente nuovi. I nuovi Rainbow hanno già pubblicato ben due live tratti dalle serate del 2016, Memories In Rock, con i concerti tedeschi, e Live In Birmingham, ma Ritchie ci deve aver preso gusto, in quanto ha ripetuto l’esperienza lo scorso anno con altri tre show (a Londra, Glasgow e Birmingham), dai quali ha tratto questo nuovo album dal vivo, Memories In Rock II, un CD doppio al quale è allegato un DVD con interviste ai membri della band (quindi niente immagini dal palco, se non come brevi intermezzi).

La critica più frequente che è stata rivolta a Blackmore, ed alla quale mi sento di associarmi almeno in parte, è stata quella di aver assemblato un gruppo di giovani musicisti sconosciuti, che nulla hanno da spartire con il passato del nostro, e con un vocalist, Ronnie Romero, di buone doti ma che sembra un clone di Ronnie James Dio (per la cronaca gli altri componenti del gruppo sono Bob Nouveau, basso, Jens Johanssen, tastiere, David Keith, batteria, e le voci di supporto della moglie di Ritchie, Candice, e di Lady Lynn), creando quindi un chiaro effetto cover band: le voci iniziali davano per coinvolto nel progetto anche Joe Lynn Turner, cantante dell’Arcobaleno negli anni ottanta, ma conoscendo Blackmore (ed il suo caratterino) è più probabile che per la grande rentrée volesse le luci della ribalta tutte per lui. Ed il doppio CD, che riflette idealmente un concerto completo, è in ogni caso di piacevole ascolto (chiaramente se vi piace il genere classic rock), dato che comunque Blackmore è ancora un chitarrista formidabile, e nel corso della sua carriera ha composto più di una canzone memorabile. Ho parlato di carriera non a caso: questo Memories In Rock II è intitolato ai Rainbow probabilmente per una questione di maggiori vendite, ma in realtà presenta canzoni da tutti i momenti della vita artistica del nostro, e quindi più di uno anche risalente al periodo Viola Profondo (o Viola Scuro, che è forse la traduzione più esatta di Deep Purple).

Ovviamente ci sono tutte le hits dei Rainbow da tutte le varie configurazioni (tranne quella del 1995), a partire ovviamente dal periodo con Dio (tra cui due superlative Man On The Silver Mountain e Catch The Rainbow e la sempre trascinante Long Live Rock’n’Roll, ed è un piacere constatare che Ritchie non ha perso il manico), i due pezzi più noti dell’unico disco con Graham Bonnet (l’orecchiabile All Night Long ed il superclassico Since You’ve Been Gone, la loro canzone più nota), ed anche qualcosa originariamente cantato da Turner (l’uno-due iniziale con Spotlight Kid e la popolare I Surrender, oltre ad una monumentale Difficult To Cure di un quarto d’ora, nella quale Blackmore ha spazio per le sue digressioni di stampo classicheggiante). E poi ci sono i Purple, compreso un paio di brani dal periodo con David Coverdale (Mistreated, che voce Romero quando non imita Dio, e la sontuosa ballad Soldier Of Fortune, qui in versione acustica); ma ovviamente la configurazione “Mark II” dello storico gruppo è il piatto forte, con highlights come la “zeppeliniana” Perfect Strangers, l’orecchiabile Black Night (dilatata a 10 minuti), il prevedibile finale di Smoke On The Water e soprattutto la formidabile Child In Time, un brano straordinario che i Purple non suonano da anni perché Ian Gillan non ci arriva più con la voce (anche se Romero affronta i famosi screamings della canzone in maniera un po’ sguaiata, la classe di Ian se la sogna). C’è perfino un brano dei Blackmore’s Night, Carry On Jon, un toccante strumentale per chitarra acustica, ma che poi diventa una bellissima jam, con l’organo di Johanssen (che è comunque molto bravo) protagonista. Alla fine c’è anche una nuova canzone di studio, la prima a nome Rainbow in più di vent’anni: Waiting For A Sign è un buon pezzo, cadenzato, sfiorato dal blues e con un refrain immediato, un brano che può stare benissimo all’interno del repertorio del gruppo.

Questo Memories In Rock II è dunque un’ottima proposta per chi aveva nostalgia del Ritchie Blackmore rocker, anche se, come ho già detto, va preso più come una panoramica live sulla sua carriera che come un vero e proprio disco dei Rainbow.

Marco Verdi

Dal Nostro Inviato: Anche Dal Vivo Il Ragazzo E’ “Bravino”! Roger Waters A Milano.

Roger Waters

Roger Waters – Forum Di Assago 18.04.2018

In realtà non è che devo arrivare io bello bello a dirvi che Roger Waters, leader storico dei Pink Floyd (75 anni da compiere a Settembre), dal vivo vale la pena di essere visto, anche perché per il sottoscritto quella di ieri sera a Milano era la quarta volta. Ho però constatato con piacere che il nostro è ancora in forma smagliante nonostante gli anni, cosa non scontata visto che il tour di The Wall di qualche anno fa sembrava essere il suo canto del cigno on stage. Ed invece Roger, a seguito del suo bellissimo album dello scorso anno Is This The Life We Really Want  https://discoclub.myblog.it/2017/06/03/e-questo-il-roger-waters-che-veramente-vogliamo-si-direbbe-di-si-roger-waters-is-this-the-life-we-really-want/ ha messo su di nuovo un imponente giro di concerti che lo ha già visto in giro per il mondo nel 2017: quella di ieri al Forum di Assago è stata la seconda ed ultima data milanese del suo Us + Them Tour, ed è stato come al solito uno spettacolo eccelso di più di due ore, nel quale il nostro, che è carismatico come pochi altri, ha entusiasmato senza troppi problemi un pubblico decisamente caldo e preparato, anche se con una scaletta forse un po’ scontata, senza troppi rischi, composta all’80% da pezzi dei Floyd.

Si sa che nei concerti di Waters anche l’impatto visivo ha la sua importanza, ed anche ieri non è stata un’eccezione, con immagini bellissime ma anche drammatiche ed inquietanti proiettate sull’enorme schermo dietro il palco, ma, specie nel primo set, stavolta più di altre, la musica ha avuto il sopravvento sulla parte video (ma la “ricostruzione” all’inizio del secondo tempo, tramite schermi speciali e ciminiere gonfiabili, della mitica centrale termoelettrica di Battersea in mezzo alla platea – e con tanto di maiale volante – valeva da sola il prezzo del biglietto). Inoltre, Roger si è circondato come al solito di musicisti formidabili, che hanno dato alle canzoni proposte un suono decisamente compatto, forte ed in alcuni casi anche più rock che in origine: oltre alle due vecchie conoscenze Jon Carin alle tastiere e steel guitar e Ian Ritchie al sax, abbiamo Gus Seyffert al basso e chitarra, Joey Waronker alla batteria, Bo Koster al piano, synth e hammond, le due bravissime vocalist Jess Wolfe e Holly Laessig (cioè le leader dei Lucius) e, last but not least, due splendidi chitarristi che si sono divisi equamente le parti ritmiche e soliste, cioè Dave Kilminster ed il ben noto Jonathan Wilson (presente anche lui nell’ultimo disco di Roger), che oltre ad essere un musicista coi fiocchi per conto suo si è dimostrato anche una validissima spalla, al punto da sobbarcarsi anche quasi tutte le parti vocali che in origine erano di David Gilmour (tranne in Time, dove però ha fatto le veci di Richard Wright, e Wish You Were Here).

Particolare personale curioso: è la seconda volta che vedo Wilson dal vivo, e nessuna delle due volte per mia scelta (la prima è stata quando aveva aperto il concerto di Tom Petty a Lucca). La serata comincia alle 21.15 circa con Breathe, un avvio rilassato in cui i nostri suonano in maniera pulita (e per una volta l’acustica del Forum è buona), con Wilson voce solista e Roger che per ora fa il sideman al basso; si entra poi subito nel vivo con una versione molto rock e “cattiva” di One Of These Days, che provvede già a riscaldare il pubblico a dovere, con un’ottima prestazione di Kilminster alla slide. Ancora un po’ di The Dark Side Of The Moon con una fluida Time, nella quale Roger esordisce finalmente alla voce prendendosi la parte di Gilmour (la scaletta sarà studiata in maniera di dare al nostro diverse pause alle corde vocali, dato che non è mai stato Pavarotti ed in più gli anni cominciano a farsi sentire) e con una liquida The Great Gig In The Sky, dove le due Lucius fanno di tutto per non far rimpiangere Clare Torry. La dura Welcome To The Machine viene fuori decisamente più roccata, ed il pubblico mostra di apprezzare; e poi la volta di tre brani in fila dall’ultimo album di Roger, la splendida e toccante Dejà Vu, uno dei pezzi migliori di Waters da quando ha lasciato i Floyd, la più normale The Last Refugee e la dura (nel testo) e solida Picture That. Wish You Were Here non ha bisogno di presentazioni, è una delle più belle ballad di sempre, e la band la suona in maniera cristallina, con prevedibile singalong da parte del pubblico (buona anche l’interpretazione vocale di Roger, che non la cantava in origine). Il primo set si chiude con un trascinante medley tratto da The Wall, composto da The Happiest Days Of Our Lives e dalla seconda e terza parte di Another Brick In The Wall, con la partecipazione sul palco di una serie di ragazzini di una scuola milanese in tuta arancione da carcerato.

Dopo venti minuti di pausa, si apre il secondo set con quelle che mi sono sembrate le due performance più convincenti della serata, cioè due stratosferiche Dogs e Pigs (Three Different Ones), entrambe tratte da Animals (e con la seconda accoppiata ad immagini dell’attuale presidente degli Stati Uniti, che Waters non ama particolarmente), suonate davvero alla grandissima, non oso dire meglio dei Pink Floyd ma non siamo molto distanti, con una jam session strepitosa nella parte centrale e conclusiva di Pigs. Finale a tutto Dark Side, con una Money forse un po’ col freno a mano tirato e con la maestosa Us And Them (entrambe cantate da Wilson), e con la coinvolgente chiusura in crescendo di Brain Damage ed Eclipse: in mezzo, il quarto ed ultimo pezzo preso dal disco del 2017, la vibrante Smell The Roses, forse il brano più floydiano dell’album. Due i bis: la sempre splendida e toccante Mother, con le due coriste bravissime nella parte di Gilmour, e la sontuosa Comfortably Numb, con Wilson e Kilminster che si dividono i due assoli di chitarra. Bellissima serata quindi: se vogliamo tornare sul discorso della scaletta, forse si sarebbe potuto osare di più, un po’ meno The Dark Side Of The Moon e qualche episodio in più dagli album solisti del passato (penso a Every Stranger’s Eyes, The Tide Is Turning e Perfect Sense), e magari una o due canzoni da The Final Cut, che in passato il nostro era solito mettere. Ma è il classico pelo nell’uovo (se proprio vogliamo anche Shine On You Crazy Diamond mi è mancata un po’), il concerto è stato comunque eccellente e poi Roger Waters è uno dei “totem” della nostra musica, con o senza i Pink Floyd.

Marco Verdi

Parole Parole Parole, Sono Solo Parole, Ma Anche Buona Musica! Various Artists – Johnny Cash: Forever Words

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VV.AA. – Johnny Cash: Forever Words – Legacy/Sony CD

C’è una nuova tendenza nell’ambito dei tributi musicali, e cioè quella di mettere in musica poesie e scritti inediti di grandi del passato (e presente): a memoria ricordo i due episodi di Mermaid Avenue, a cura di Wilco e Billy Bragg e riguardanti canzoni senza musica di Woody Guthrie (e Woody è stato omaggiato in maniera analoga da Jay Farrar e Jim James ed altri artisti nell’album New Multitudes), oltre a The Lost Notebook, nel quale vari artisti si cimentavano con inediti di Hank Williams, e Lost On The River, stessa cosa ma inerente poesie e canzoni mai musicate da Bob Dylan e scritte nel periodo dei Basement Tapes. Uno che durante la sua vita aveva scritto molto, e non necessariamente solo canzoni, è di sicuro Johnny Cash, ed ora alcune sue poesie sono state raccolte dal figlio John Carter Cash e pubblicate in un libro con il titolo di Forever Words: oggi mi occupo del CD uscito a completamento dell’operazione (da qui il sottotitolo “The Music” in copertina), nel quale una bella serie di artisti ha omaggiato il grande Cash scrivendo la musica da abbinare ad alcune di queste poesie. E’ un tributo non canonico, nel senso che è difficile ritrovare lo spirito dell’Uomo In Nero in queste canzoni: ognuno infatti ha portato il proprio stile all’interno dei brani, ed il contributo di Johnny è rimasto a livello puramente testuale.

Nonostante questo, a parte un episodio sottotono ed uno di cui avrei fatto volentieri a meno, il disco è bello e ben fatto, e gli artisti coinvolti (molti dei quali di gran nome) hanno dato il meglio di loro stessi, con diverse performance di livello eccelso. L’album, prodotto da John Carter e Steve Berkowitz, inizia subito con due colossi, Willie Nelson e Kris Kristofferson: Forever non è musicata, ma viene recitata da Kris con il suo vocione da pelle d’oca, mentre Willie ricama sullo sfondo con la sua inconfondibile chitarra la melodia di I Still Miss Someone, peccato solo che il tutto duri pochissimo. Molto intensa To June This Morning, che vede duettare Ruston Kelly e Kacey Musgraves, un brano folk delicato, due voci, una chitarra ed un banjo; il popolarissimo Brad Paisley ci propone Gold All Over The Ground, uno slow un po’ sui generis, non male ma che somiglia a tanti altri brani che escono mensilmente da Nashville, anche se le parti di chitarra sono di ottimo livello (Paisley è un chitarrista coi fiocchi). You Never Knew My Mind vede alla voce Chris Cornell, probabilmente nella sua ultima incisione prima della tragica scomparsa (la sua presenza non è più di tanto strana, se ricordate Cash aveva inciso Rusty Cage dei Soundgarden): voce sofferta ma piena di feeling, un brano di stampo elettroacustico di sicuro impatto, con accompagnamento in crescendo: emozionante e sorprendente. Brava come sempre Alison Krauss con i suoi Union Station, The Captain’s Daughter è una deliziosa ballata acustica, pura e cristallina come la voce di Alison.

Era da tempo che non sentivo T-Bone Burnett come solo artist, e la sua Jellico Coal Man è l’unica ad avvicinarsi anche musicalmente allo stile di Cash, specie per l’uso della chitarra elettrica (anche se la voce di T-Bone è del tutto diversa), niente male davvero. Rosanne Cash non può fallire l’omaggio al padre, ed infatti usa tutta la classe e bravura di cui è dotata per regalarci una stupenda The Walking Wounded, scintillante ballata nel suo tipico stile, grande canzone; John Mellencamp è un grandissimo, e la sua Them Double Blues è decisamente irresistibile, un vivace folk-rock che sa di tradizione, puro e splendido, tra le sue cose più belle degli ultimi anni. Molto brava e raffinata anche Jewel (con Colin Linden alla chitarra), Body On Body è una squisita ballata dominata da piano e chitarre, molto classica e con un motivo decisamente bello, anzi tra i più intensi del CD. Elvis Costello a mio parere negli ultimi anni ha un po’ perso il tocco, ed anche la sua I’ll Still Love You, con tanto di orchestrina alle spalle, è un po’ pesantuccia e non molto riuscita (e poi il suo modo di cantare con il vibrato mi ha un po’ stufato). Carlene Carter è un’altra di famiglia, ha una gran voce e June’s Sundown (il tramonto di June, ovvero sua madre) è uno slow drammatico e denso di pathos:

Dailey & Vincent sono un gruppo bluegrass molto valido, con tanto di sezione ritmica, e la loro He Bore It All è semplicemente travolgente, con un ottimo uso delle voci, mentre il trio femminile delle I’m With Her si immerge completamente in suoni tradizionali con la notevole Chinky Pin Hill, tre voci, violino, chitarra e banjo, puro folk. Sinceramente non so cosa c’entri il trio formato da Robert Glasper, Ro James ed Anu Sun, Goin’ Goin’ Gone è una canzonaccia tra hip-hop e nu soul, un roba brutta brutta che non doveva finire sul disco, e John Carter avrebbe dovuto buttare il trio fuori dallo studio a calci invece di permettergli di incidere. Meno male che ci sono i Jayhawks con la languida What Would I Dreamer Do, una country song distesa e tersa, che ci fa dimenticare in parte lo scivolone precedente. Chiude il CD il bravissimo Jamey Johnson con Spirit Rider, una ballatona fiera dal passo lento e dominata dal vocione del nostro. Un bel disco quindi, nel quale l’amore ed il rispetto per il grande Johnny Cash viene fuori in maniera netta, pur mancando il suo imprimatur musicale.

Marco Verdi

Lucida Follia E Grande Musica! Franz Zappa & The Mothers – The Roxy Performances

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Frank Zappa & The Mothers – The Roxy Performances – Zappa Records/Universal 7CD Box Set

Riuscire a districarsi nella discografia di Frank Zappa era già complicato quando il geniale musicista italo-americano era ancora tra noi, ma dopo la sua morte (avvenuta nel 1993) è diventato praticamente impossibile, tra ristampe, pubblicazioni di concerti inediti e materiale d’archivio. Negli ultimi anni poi la sua famiglia, che detiene i diritti delle sue opere, ha messo sul mercato una lunga serie di proposte (alcune per la verità in vendita solo online), e molte di esse riguardano dischi dal vivo: il punto più alto fino a pochi mesi fa secondo chi scrive è stato lo splendido Halloween ’77, uscito sul finire dello scorso anno (mi riferisco al triplo CD, non alla chiavetta USB con costume zappiano allegato) https://discoclub.myblog.it/2017/10/01/e-questo-occhio-al-formato-e-alla-confezione-frank-zappa-halloween-77-costume-boxset-e-altre-amenita-famigliari/ . Ma ora la Zappa Records pubblica uno dei vari Santi Graal per i fans di Frank, e cioè la versione completa dei famosi concerti del nostro (con gli inseparabili Mothers Of Invention) tenuti nel Dicembre del 1973 al Roxy Theatre di Hollywood, riuniti in un pratico boxettino di 7 CD intitolato The Roxy Performances, che oltre a più di otto ore di musica offre anche un bel libretto con saggi di Joe Travers (giornalista e scrittore da sempre “zappiano”), della poetessa Jen Jewel Brown e del rocker Dave Alvin, entrambi presenti all’epoca a quei concerti.

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Una piccola parte di questo materiale era già uscito all’epoca sull’album Roxy & Elsewhere, ed in seguito su un paio di volumi della serie You Can’t Do That On Stage Anymore (e più di recente sul CD Roxy By Proxy), ma questa è la prima volta che vengono presentati al completo tutti e quattro i concerti del 9 e 10 Dicembre (all’epoca ogni giorno c’era uno show pomeridiano ed uno serale), più rehersals, soundcheck ed altre chicche. Zappa non è mai stato un musicista convenzionale, la sua visione a 360 gradi era avanti di almeno vent’anni, al pari dei suoi testi ironici e corrosivi, ed il palco era il suo ambiente ideale: in questi CD la scaletta non cambia molto tra una serata e l’altra, ma c’è da dire che i concerti di Zappa raramente si assomigliavano tra loro. I suoi detrattori lo hanno sempre presentato come poco più di un cabarettista, ma Frank aveva un quoziente intellettivo superiore alla media, ed una cultura musicale (e non) smisurata, che lo portava a circondarsi di musicisti formidabili (e pure lui, non dimentichiamolo, era un chitarrista della Madonna): in questo box suona gente del calibro di George Duke (voce e tastiere), Tom Fowler (basso), Bruce Fowler (trombone), Napoleon Murphy Brock (voce, sax e flauto) ed il grande Chester Thompson alla batteria. E Zappa era un intrattenitore consumato, il primo a divertirsi on stage era lui, ma nello stesso tempo era in grado di offrire uno spettacolo all’insegna della grande musica, mescolando con disinvoltura rock, blues, jazz, funky e free music, e riuscendo a coinvolgere il pubblico in mille modi diversi.

Il primo CD inizia con il concerto pomeridiano del 9, uno show godibilissimo e per nulla ostico, a partire dall’iniziale Cosmik Debris, undici minuti tra blues e jazz (con qualche stranezza), con Frank che gigioneggia alla grande. Altri highlights del primo spettacolo sono la tonica Pygmy Twylyte, brano rock deciso ed elettrico con tendenza alla jam, la solida e funkeggiante Penguin In Bondage, un vibrante medley tra Uncle Meat e RDNZL, molto libero e suonato alla grande, e la nota ed irresistibile Montana, con le liriche fuori di testa che parlano di uno che vuole aprire una fabbrica di filo interdentale. Il secondo CD, a parte l’iniziale e strepitosa jam elettrica Dickie’s Such An Asshole che chiude il concerto del pomeriggio, è dedicato allo show della prima sera, uno spettacolo in parte diverso dagli altri tre, con punte come la raffinata Inca Roads (cantata da Duke), musica seria ma testo idiota, la complessa ma godibilissima Don’t You Ever Wash That Thing, piena di stop & go e cambi di ritmo, o la splendida Big Swifty (i Phish devono molto a questo tipo di suono, sentire per credere). I CD numero 3, 4 e 5 si occupano dei due concerti del 10 (a parte i primi tre brani del terzo dischetto, che presenta i tre pezzi conclusivi della serata del 9, con una monumentale Be-Bop Tango di diciotto minuti): lo show pomeridiano ha come momento topico una straordinaria Dupree’s Paradise di ventuno minuti oltre ad una liquidissima Cosmik Debris ed una scintillante Pygmy Twylyte (caspita se suonano), mentre l’ultimo concerto offre un mix di canzoni dei precedenti tre, forse nella loro versione più convincente, con RDNZL, una frenetica Echidna’s Arf (Of You) e la solita folle Be-Bop Tango su tutte.

Il sesto CD presenta quattro brani tratti dalle prove, in cui i nostri cazzeggiano ancora di più che durante il concerto, un brano inedito (That Arrogant Dick Nixon, titolo eloquente), e nove pezzi tratti dalle sessions ai Bolic Studios che avrebbero dovuto essere parte di un film che non uscì mai (ed è stato pubblicato in forma diversa dal concetto originale solo in anni recenti), ed anche qui sono più delle prove che vere canzoni, anche se spicca fra tutte Nanook Rubs It, folle e gradevole al tempo stesso. Infine, il settimo CD è il soundcheck dell’8 Dicembre, che doveva fornire anche le immagini al fantomatico film, ed è contraddistinto da una colossale Pwgmy Twylte di ben 35 minuti (divisa in due parti), nella quale i nostri fanno il bello e cattivo tempo, e due ottime Don’t You Ever Wash That Thing (in medley con la ficcante Orgy, Orgy, parodia di Louie Louie) e Penguin In Bondage, con grande assolo chitarristico di Frank.

Se anche non siete dei fans accaniti di Frank Zappa, ma volete farvi una discografia selezionata del baffuto musicista, questo box dovrebbe stare nella vostra lista, anche per il costo tutto sommato non esagerato (meno di sessanta euro).

Marco Verdi

Atmosfere Rarefatte Di Gran Classe! Adam James Sorensen – Dust Cloud Refrain

adam james sorensen dust cloud refrain

Adam James Sorensen – Dust Cloud Refrain – CRS CD

Adam James Sorensen, nonostante il cognome di origine nordeuropea, è americano, per la precisione di Chicago. Ma non fa blues, bensì una sorta di folk cantautorale di ottimo livello: le sue influenze vanno da Neil Young a James Taylor, ma Adam ha uno stile proprio, fatto di atmosfere lente, rarefatte, meditate. Le sue canzoni forse non saranno immediate, non troverete il ritornello da cantare dopo un solo ascolto, ma vanno assaporate a poco a poco, lentamente e con attenzione, ma nel farlo non potrete fare a meno di restarne colpiti. Sorensen, che ha esordito nel 2012 con Midwest, è un cantautore raro, che riesce ad emozionare con pochi strumenti: infatti nelle sue canzoni non troviamo mai suoni ridondanti, ci sono quasi sempre una chitarra, un pianoforte e poco altro, ed anche le pause ed i silenzi entrano a far parte del suono, rendendo l’insieme per nulla ostico. Dust Cloud Refrain è il suo nuovo lavoro, ed il sound dei nove pezzi contenuti riflette alla perfezione la splendida immagine di copertina, un paesaggio innevato e con il cielo che non promette nulla di buono.

Sorensen è un autore di sicura abilità, ha una buona voce, e si fa aiutare da pochi ma bravi sessionmen, tra cui spiccano sicuramente il polistrumentista olandese Jan Van Bijnen, ottimo tra le altre cose al pianoforte, il bassista Byron Isaacs (che ha suonato anche con Levon Helm, oltre a essere uno dei fondatori degli Ollabelle e a giugno pubblicherà il suo album di esordio), il violoncellista Christopher Hoffman e l’eccellente violinista Jeb Bows: il tutto prodotto con mano sicura da Jamie Mefford, uno dei collaboratori più stretti di Nathaniel Rateliff. Il CD inizia in maniera affascinante con l’intensa Steam Train, costruita intorno ad una chitarra acustica e un bellissimo pianoforte, con una ritmica soffusa ma spedita (che simula l’andatura del treno a vapore del titolo) ed un’armonica decisamente younghiana. Jane Dudley è ancora più lenta e spoglia, ma forse ha un’intensità perfino maggiore: chitarra arpeggiata, pianoforte ed uno splendido violino, oltre alla voce profonda del nostro; Boiling Over mantiene l’atmosfera malinconica https://www.youtube.com/watch?v=urgvPWlmVgo , ma il ritmo è più accentuato e c’è una bella steel a dare un tocco di cosmic country alla Gram Parsons, mentre la title track ha di nuovo il passo lento, anche se non c’è la minima noia in queste canzoni, grazie soprattutto al feeling del nostro e della sua abilità nello scrivere brani semplici ma profondi.

Boxcar ha elementi blues, ma un blues desertico, anzi direi lunare, con una slide minacciosa nell’ombra, la limpida Angel, pur mantenendo il mood notturno del disco, lascia filtrare un raggio di sole, come se fosse arrivata l’alba, ma Coming Back fa ripiombare tutto nel buio, solo voce, una chitarra appena sfiorata, un rintocco di piano ogni tanto ed un accenno di percussione: eppure il brano è tra i più intensi. L’album volge al termine, giusto il tempo per la fluida e distesa Mao Kong, decisamente interiore, e per Seasons, puro folk cantautorale di limpida bellezza, con una bella seconda voce femminile ed il pianoforte che fa ancora la differenza. Adam James Sorensen sarà anche un illustre sconosciuto, ma se gli darete fiducia le sue atmosfere non mancheranno di scaldarvi il cuore.

Marco Verdi

30 Anni Di “Combat-Folk” Riletti In Forma Acustica. Levellers – We The Collective

levellers we the collective

Levellers – We The Collective – On The Fiddle Recordings – Deluxe Edition

A distanza di sei anni dall’ultimo lavoro in studio Static On The Airwaves (12) https://discoclub.myblog.it/2012/07/10/onde-radio-dall-inghilterra-levellers-static-on-the-airwaves/ , e in occasione del trentennale della loro carriera, tornano i Levellers (una delle band folk rock più famose degli ultimi anni) con un album acustico, recuperando e reinterpretando soprattutto i singoli di successo (esclusi tre nuovi brani), tratti principalmente dai lavori iniziali, da A Weapon Called The World (90), dal loro miglior album Levelling The Land (91) diventato anche disco di platino, da Zeitgest (95), Mouth To Mouth (97), e dal più recente Truth & Lies (05), il tutto realizzato con l’inserimento di una bella sezione d’archi e arruolando il leggendario produttore John Leckie (Radiohead e Stone Roses), per contribuire a sviluppare con la sua esperienza questi nuovi intriganti arrangiamenti acustici. Questo album We The Collective, è stato registrato presso i leggendari Abbey Road Studios di Londra, con l’attuale line-up del gruppo composta da Mark Chadwick voce, chitarra, banjo e armonica, Matt Savage alle tastiere, Jeremy “Jaz” Cunningham basso, chitarra e bouzouki, Simon Friend voce, banjo e mandolino, Jonathan “Jan” Seving al violino e tin whistle, e Charlie Heather batteria e percussioni, con il determinante contributo della citata sezione d’archi che vede al cello Hannah Miller, Anisa Arslanagic alla viola, Mike Simmonds al violino, Ollie Austin alle percussione, e l’aggiunta della brava vocalist Laura Kidd, riuscendo così a creare insieme qualcosa di veramente speciale.

E a dimostrazione di tutto ciò il disco si apre con i suoni quasi operistici di una superba Exodus (da Zeitgeist), per poi passare ad un inno generazionale come Liberty Song, che in questa occasione viene riletta in una versione totalmente differente dall’originale, o come la dolce England My Home che nella parte finale viene valorizzata da archi “strazianti”. Si prosegue con i soliti violini che accompagnano una veloce e potente Subvert, a cui fanno seguito la melodia accattivante di Hope Street, con in sottofondo una armonica “malandrina”, le note medioevali di una sofferta Elation (si trovava su Mouth To Mouth), con il controcanto della vocalist Laura Kidd, e l’arrangiamento incredibilmente rilassante di Dance Before The Storm (rispetto all’originale più mosso che era sul premiato Levelling The Land). Con The Shame e Drug Bust McGee arriva il momento dei primi brani nuovi del lavoro, due belle ballate acustiche, la prima in scarna versione “unplugged”, la seconda con un sottofondo di violini e voci femminili, mentre la bellissima One Way (il brano di apertura del citato Levelling The Land), riesce ad essere quasi martellante come la versione originale, merito di una sorta di “cacofonia” dei numerosi strumenti acustici.

Il bonus CD è composto da una riscrittura stratosferica del classico Fifteen Years , che ricorda molto bene le atmosfere dei pub irlandesi (quelli dove spesso viene voglia di ballare sui tavoli), una versione più dolce della tosta Outside Inside, per poi arrivare al terzo nuovo brano dell’album, una All The Unknown che sembra uscita dai solchi dei migliori dischi dei Pogues, e andare infine a chiudere un lavoro eccellente con una dolcissima ballata acustica Said And Done, recuperata dal poco considerato Truth & Lies. I Levellers hanno deciso (giustamente, a mio parere) di approcciarsi in modo diverso e innovativo al loro trentennale di carriera, con un lavoro, questo We The Collective, che aggiunge una ulteriore “tacca” di merito al loro catalogo, a dimostrazione che la band guidata del leader Mark Chadwick (come altre, formazioni di altro tipo, vedi Metallica, Scorpions, Pearl Jam, e anche i meno noti Disturbed per citarne alcune), spesso sembrano dare il meglio della loro bravura e del loro talento in queste registrazioni “unplugged”, senza tralasciare, come nel loro caso specifico, un urlo di rabbia mai sceso ad alcun compromesso. Indispensabile per tutti i “fans” e intrigante per li vuole conoscere.

Tino Montanari

Come Il Diavolo E L’Acquasanta! Parte Seconda – Restoration: Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin

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VV.AA. – Restoration: Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin – MCA/Universal CD

Eccomi a parlare, come promesso, di Restoration, tributo alla musica di Elton John curato dal suo paroliere Bernie Taupin, che si contrappone al già recensito Revamp, progetto di cui invece si è occupato in prima persona Elton stesso. Se Revamp ha più difetti che pregi (e non è una sorpresa visti i personaggi coinvolti), Restoration si propone come il disco “bello” tra i due, in quanto vi partecipano artisti più in linea con i temi trattati abitualmente in questo blog. E’ risaputo della passione che Taupin ha avuto fin da ragazzo per l’America, i suoi luoghi, i suoi miti e la sua musica, al punto che il miglior disco della carriera di Elton, Tumbleweed Connection, era contraddistinto da testi che poco avevano a che fare con le terre britanniche (e pure la musica). E per Restoration sono stati invitati artisti appartenenti esclusivamente al genere country-rock, il preferito da Bernie, con un risultato di buon livello per almeno l’80/90% del disco: pur non essendo un album da avere a tutti i costi, Restoration si rivela quindi un lavoro ben fatto, che non sfigurerà affatto in qualsiasi collezione che si rispetti.

L’inizio a dire il vero non è il massimo: Rocket Man data in mano ai Little Big Town non ne esce bene, troppo molle e sdolcinato il loro country (se così vogliamo chiamarlo), e forse stava meglio su Revamp. Ecco anche qui Mona Lisas And Mad Hatters, unico brano ad apparire su entrambi i tributi, affidata a Maren Morris, che è bravina e la esegue con misura e senza strafare, direi molto piacevole. Don Henley e Vince Gill sono una bella coppia (e Gill ormai fa parte stabile della touring band degli Eagles) e, anche se Sacrifice non è tra le mie preferite di Elton, i due la rivisitano in modo pulito, fluido e con più chitarre che in origine, in puro Eagles-style: molto bella. Anche i Brothers Osborne sono bravi, e ci regalano una scintillante Take Me To The Pilot in perfetto mood southern country, come la farebbe Zac Brown, mentre la bella (e brava) Miranda Lambert opta per la poco nota My Father’s Gun, e ne dà un’interpretazione lenta e toccante, di gran classe, facendola diventare una limpida ballata country-rock; l’ottimo Chris Stapleton non cambia più di tanto l’arrangiamento di I Want Love, che però è una grande canzone già di suo, e poi Chris canta da Dio.

Lee Ann Womack offre una versione stripped-down di Honky Cat, tra soul, gospel e cajun, intrigante, Roy Rogers potevano darla a…Roy Rogers! Invece la fa Kacey Musgraves, che è un’altra brava e la rilegge molto bene, anzi direi versione deliziosa. Il duo inedito Rhonda Vincent e Dolly Parton riprende la solare Please facendola diventare un bluegrass cristallino, davvero ben fatto, mentre Miley Cyrus spunta anche in questo tributo (è l’unica ad essere presente in tutti e due) con The Bitch Is Back, cantata con sufficiente grinta ma un filo troppo “lavorata”, ma comunque non brutta. Dierks Bentley non è uno da prendere a scatola chiusa, e la sua Sad Songs (Say So Much), che è uno dei maggiori successi di Elton, è musicalmente ben eseguita, un country-rock cadenzato e coinvolgente, ma cantata in maniera piatta e con poco mordente, mentre un duo come Rosanne Cash ed Emmylou Harris non poteva sbagliare, e difatti la loro This Train Don’t Stop Here Anymore, una delle più belle ballate di Elton del nuovo millennio, è tra le migliori del disco, classe pura. Chiude una leggenda, Willie Nelson (come poteva mancare?), con una Border Song da brividi, cantata con un pathos incredibile e suonata magistralmente, e che il vecchio Willie fa diventare completamente sua.

Capisco che per un senso di completezza la vostra coscienza potrebbe suggerirvi di accaparrarvi entrambi i tributi, ma se vorrete farvi un favore direi che Restoration basta ed avanza.

Marco Verdi

Come Il Diavolo E L’Acquasanta! Parte Prima: Revamp – Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin

elton john revamp

VV.AA – Revamp: Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin – Island/Universal CD

Non è la prima volta che viene dedicato un tributo alle canzoni di Elton John: il più famoso di essi è stato sicuramente il doppio Two Rooms, uscito nel 1991, che vedeva partecipare superstar più o meno valide, tra le quali ricordo Eric Clapton, Sting, Beach Boys, The Who, Sinead O’Connor, Tina Turner, Phil Collins e Jon Bon Jovi. Oggi però, in occasione dell’ultima tournée del cantante e pianista inglese (che si protrarrà per diversi anni), vengono pubblicati ben due tributi, intitolati rispettivamente Revamp e Restoration, dove artisti famosi si cimentano con i brani del nostro. La particolarità dei due dischi è che sono stati curati separatamente da Elton (Revamp) e dal suo storico paroliere Bernie Taupin (Restoration), coinvolgendo musicisti a loro scelta e con due direzioni musicali completamente differenti. Così Elton, che è sempre stata l’anima pop del duo, ha optato per musicisti contemporanei e “alla moda”, tra cui più di una scelta scellerata come vedremo, mentre Taupin, che ha sempre avuto una grande passione per l’America, ha supervisionato un omaggio di matrice country-rock, certamente più vicino ai nostri gusti. Oggi vi parlo di Revamp, il tributo di Elton, mentre Restoration occuperà la seconda parte in un post separato. Come ho appena accennato, Revamp è un disco al quale probabilmente non mi sarei dedicato se non facesse parte di un’operazione a due facce (operazione comunque dedicata ad un grande artista), in quanto la maggior parte dei personaggi coinvolti difficilmente troveranno posto anche in futuro nella mia collezione di dischi.

Ma Elton, si sa, forse anche per sentirsi giovane, ha sempre prediletto collaborare con artisti contemporanei fin dagli anni ottanta e novanta (nei settanta non ne aveva bisogno, era lui ad essere “cool”), e devo ammettere che qualche performance contenuta in questo disco si salva, ed alcune sono addirittura sorprendenti, forse non al punto di consigliarvi l’acquisto, per questo vedete voi. L’inizio fa veramente vomitare: Bennie & The Jets è accreditata ad Elton John con Pink ed il rapper Logic, peccato che la voce di Elton sia quella originale del 1973 ed orribilmente campionata, sonorità finte e zero feeling (e poi il rap che c’entra?). I Coldplay rifanno We All Fall In Love Sometimes, cover rispettosa anche se il pathos dell’originale se lo sognano, Alessia Cara ha una discreta voce, e la versione lenta, tra soul e gospel, di I Guess That’s Why They Call It The Blues non è neanche male, l’idolo delle ragazzine Ed Sheeran non entusiasma più di tanto con la mitica Candle In The Wind, ma è già un successo che non la massacri https://www.youtube.com/watch?v=5SZl0HCKDvY , mentre Florence And The Machine alle prese con la splendida Tiny Dancer fanno inaspettatamente le cose come si deve: strumentazione scarna, leggera orchestrazione e buona voce (e poi la bellezza della canzone fa il resto). Il fatto che i Mumford & Sons facciano parte di questa compilation e non dell’altra è abbastanza triste, e fa capire la china discendente presa dalla band americana, che per fortuna si ricorda ancora come si fa buona musica, e quindi la loro cover di Someone Saved My Life Tonight è ok, anche se nulla per cui strapparsi i capelli (ed anche qui il brano è talmente bello che già da solo fa il 50% del lavoro).

Mary J. Blige è una “sofisticatona”, ha una bella voce ma la sua Sorry Seems To Be The Hardest Word in veste errebi moderno e commerciale non mi piace per niente, ed è un mezzo delitto in quanto stiamo parlando di una delle ballate più belle di Elton; ancora peggio però fa Q-Tip, star (?) dell’hip-hop, con Demi Lovato, con una rilettura terrificante di Don’t Go Breaking My Heart, che già nella versione originale di Elton con Kiki Dee non è che fosse un capolavoro. Per contro i Killers, band di rock alternativo di Las Vegas, offre una buona prestazione con Mona Lisas And Mad Hatters, un brano non tra i più noti di Reginald ma bellissimo, ed il gruppo non deve far altro che riprenderlo, senza stravolgerlo più di tanto https://www.youtube.com/watch?v=x8mGSvhhHEY . Sam Smith non mi piace, ma ha una bella voce, e la sua Daniel, lenta e malinconica, è ben fatta e toccante al punto giusto https://www.youtube.com/watch?v=NXpuFetBcoE , ed anche Miley Cyrus sorprendentemente rilascia una Don’t Let The Sun Go Down On Me di buon livello, tra l’altro con i suoni giusti ed una voce mica da ridere. Brava. Ma il premio della migliore del disco se lo merita secondo me Lady Gaga (non credevo che un giorno le mie dita avrebbero potuto scrivere una frase simile): la sua Your Song, ancorché un tantino calligrafica, è molto piacevole, decisamente rispettosa e suonata in maniera seria. Chiudono i Queens Of The Stone Age, discreti, con una versione power ballad della splendida Goodbye Yellow Brick Road. Un disco a fasi alterne, con però la predominanza di performance di livello medio-basso, e che si riscatta solo nel finale. Con Restoration, pur non essendo un album imperdibile, sarà una storia diversa.

Marco Verdi