E Questa Sarebbe Una Edizione Deluxe? Neil Young – After The Gold Rush 50

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Neil Young – After The Gold Rush 50 – Reprise/Warner CD

Il 2020 appena trascorso ha visto un Neil Young molto attivo dal punto di vista discografico: a parte il secondo volume degli Archivi che è stato l’apice delle varie pubblicazioni abbiamo avuto il leggendario unreleased album Homegrown (che però poi è stato inserito anche nel cofanettone degli Archives, creando così un poco gradito doppione), l’EP registrato in lockdown The Times ed il doppio Greendale Live con i Crazy Horse. Per quest’anno ci sono già in calendario diverse cose, tra cui altri due live (Way Down In The Rust Bucket ancora con il Cavallo Pazzo e l’acustico Young Shakespeare) e l’inizio di una serie di Bootleg Series sempre dal vivo, anche se al momento non sono state annunciate date di pubblicazione (ma proprio ieri mentre scrivevo queste righe il buon Neil ha confermato che il doppio Way Down In The Rust Bucket uscirà il 26 febbraio).

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lo scorso dicembre però il cantautore canadese, avendo forse deciso che non aveva inondato abbastanza il mercato, ha fatto uscire una versione deluxe per i 50 anni del suo famoso album del 1970, After The Gold Rush, cosa insolita per lui dal momento che né l’esordio Neil Young né il seguente Everybody Knows This Is Nowhere avevano beneficiato dello stesso trattamento. C’è un problema però, grosso come una casa, e cioè che chiamare deluxe una ristampa (ok, in digipak) aggiungendo appena la miseria di due bonus tracks, delle quali solo una inedita, necessita di una buona dose di fantasia per non dire faccia di tolla. E chiaro comunque che è sempre un piacere immenso riascoltare un disco epocale, che molti considerano il migliore di Young (io posso essere d’accordo, anche se sullo stesso piano ci metto Harvest e forse Rust Never Sleeps), un album inciso assieme ai suoi consueti collaboratori dell’epoca, cioè i Crazy Horse al completo (Danny Whitten, Billy Talbot e Ralph Molina), Nils Lofgren, l’amico Stephen Stills, Jack Nitzsche e Greg Reeves, oltre a Bill Peterson che suona il flicorno in un paio di pezzi e prodotto insieme al fido David Briggs.

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After The Gold Rush è principalmente un disco di ballate, e la magnifica trilogia all’inizio è uno splendido esempio in tal senso: Tell Me Why https://www.youtube.com/watch?v=sSWxU-mirqg , la title track (uno dei più bei lenti pianistici di sempre) https://www.youtube.com/watch?v=d6Zf4D1tHdw  e Only Love Can Break Your Heart, tre classici assoluti del songbook del Bisonte e del cantautorato in generale https://www.youtube.com/watch?v=364qY0Oz-xs . Ma anche le meno note Birds e I Believe In You sono due ballad fantastiche, completate dalla malinconica e riuscita cover di Oh Lonesome Me di Don Gibson. Detto di due piacevoli bozzetti di poco più di un minuto ciascuno (Till The Morning Comes e Cripple Creek Ferry), l’album non dimentica comunque il Neil Young rocker, con la tesa Don’t Let It Bring You Down https://www.youtube.com/watch?v=eVy1h2FcRiM  e soprattutto le mitiche Southern Man (dal famoso e controverso testo, al quale i Lynyrd Skynyrd risponderanno con Sweet Home Alabama) https://www.youtube.com/watch?v=-KTpIQROSAw  e When You Dance I Can Really Love.

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Le due bonus tracks riguardano due versioni della stessa canzone, vale a dire l’outtake Wonderin’, un gustoso e cadenzato honky-tonk: la prima era già uscita sul volume uno degli Archivi, mentre la seconda (più rifinita, dal tempo più veloce ed in definitiva migliore) è inedita https://www.youtube.com/watch?v=2hE5w-2sz-w . Tutto qui? Ebbene sì, ma se avete dei soldi da buttare via a marzo uscirà una versione a cofanetto con l’album in LP a 180 grammi ed un 45 giri con le due takes di Wonderin’, il tutto alla “modica” cifra di 90-100 euro! Attendiamo dunque pubblicazioni più stimolanti da parte di Neil Young, anche se è abbastanza evidente che se per qualche strana ragione non possedete After The Gold Rush, questa è l’occasione giusta per riparare alla mancanza.

Marco Verdi

Recuperi Di Fine Anno 2: Una Delle Più Belle Sorprese Del 2020. Jess Williamson – Sorceress

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Jess Williamson – Sorceress – Mexican Summer CD

Il 2020 è stato un anno molto positivo per quanto riguarda il rock al femminile, dal momento che abbiamo potuto godere di lavori splendidi come i nuovi album di Margo Price, Mary Chapin Carpenter ed Emma Swift, oltre a Lucinda Williams che nonostante non sia tra le mie preferite ci ha dato con Good Souls Better Angels uno dei suoi dischi migliori. Tra le “release” più positive dell’anno appena trascorso per quanto riguarda il gentil sesso merita anche di essere inserito Sorceress, ultimo lavoro della cantautrice texana Jess Williamson, album del quale non ci siamo occupati al momento dell’uscita, direi colpevolmente visto il livello eccelso della proposta. Devo confessare che, pur avendo alle spalle già tra dischi, non avevo mai sentito parlare della Williamson, e sono rimasto incuriosito leggendo diverse recensioni entusiastiche di Sorceress, entusiasmo che mi sento di condividere appieno. Jess è una cantautrice classica, cresciuta ascoltando i dischi di folk e country del padre, e negli anni ha maturato uno stile che fonde mirabilmente i due generi appena citati con uno squisito gusto pop di stampo californiano, cosa che è forse dovuta al fatto di essersi trasferita da anni a Los Angeles.

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Il suo penultimo album Cosmic Wink (2018) aveva già avuto critiche molto positive, ma Sorceress pone Jess su un livello decisamente superiore: stiamo infatti parlando di un disco davvero splendido, in cui lo stile classico della Williamson (che non è una cantautrice voce-chitarra-sonno, ma ha dalla sua verve e creatività) si sposa alla perfezione con la produzione moderna ma con sonorità “vere” nelle mani di Shane Renfro, Al Carson e Dan Duszynski, che non sono alla consolle tutti e tre contemporaneamente ma si dividono le varie canzoni occupandosi anche in gran parte delle parti strumentali. Un album maturo quindi, che riesce a coniugare in modo impeccabile una scrittura profonda ed intensa con linee melodiche immediate e fruibili, il tutto condito dalla voce di Jess, bellissima e sensuale. L’iniziale Smoke è una moderna folk song che parte per voce e chitarra e dopo un minuto circa si aggiunge una sezione ritmica pressante, una steel ed una chitarra baritono, per un crescendo sonoro costante e coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=vINgxOeiCoQ . As The Birds Are è una deliziosa ballata d’atmosfera sognante ed eterea, dotata di un bel motivo superbamente cantato ed un alveo musicale avvolgente, con i synth usati nel modo giusto; splendida Wind On Tin, pop-rock cadenzato ed orecchiabile, una canzone solare dal sapore californiano che ci fa entrare definitivamente nel disco https://www.youtube.com/watch?v=X9RXQcbzniA , mentre la title track è un’altra bellissima folk song nobilitata da un’esecuzione da brividi, perfetta nella sua essenzialità https://www.youtube.com/watch?v=-cwnCcMwBeg .

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Infinite Scroll sembra un brano anni 70, con un arrangiamento d’archi tipico del periodo ed una melodia di qualità che rivela l’influenza dei Fleetwood Mac https://www.youtube.com/watch?v=C8oFdsv-ZR8 ; Love’s Not Hard To Find è uno slow pianistico di grande effetto sia per la strumentazione piena e rotonda sia per la voce espressiva di Jess, veramente brava. Splendida e suggestiva anche How Ya Lonesome, ballatona che tra chitarre acustiche, pianoforte, un mood crepuscolare ed un motivo di base affascinante risulta tra le più riuscite (sembra quasi una versione femminile di Chris Isaakhttps://www.youtube.com/watch?v=S-nH1a6YUNM ; Rosaries At The Border è di nuovo un pezzo limpido e folkeggiante, stavolta con l’aggiunta di una leggera spolverata di psichedelia californiana, a differenza di Ponies In Town che è un incantevole bozzetto per voce, chitarra e poco altro. Chiusura con Harm None, soave ballata dallo sviluppo fluido e disteso con una steel che miagola sullo sfondo ed un maestoso crescendo finale con tanto di coro, e con Gulf Of Mexico, ennesima melodia magnifica esaltata da un arrangiamento che definire toccante è dir poco: un mezzo capolavoro, forse il brano migliore di un CD che, ascolto dopo ascolto, si conferma come uno dei più belli degli ultimi dodici mesi.

Marco Verdi

Recuperi Di Fine Anno 1: Un Brillante E Riuscito Esercizio Di Puro Swing D’Altri Tempi. Loudon Wainwright III – I’d Rather Lead A Band

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Loudon Wainwright III With Vince Giordano & The Nighthawks – I’d Rather Lead A Band – Search Party/Thirty Tigers CD

Loudon Wainwright III è sempre stato un cantautore di culto: attivo dal 1970, ha ormai consolidato una certa popolarità (soprattutto in America), ma il successo lo ha assaporato solo di sfuggita nel 1972 con il singolo Dead Skunk, unico suo disco tra LP e 45 giri ad entrare nella Top 20 https://www.youtube.com/watch?v=nssSIKOrSNk . Come tutti gli artisti di culto che non devono per forza portare risultati in termini di vendite, Loudon si sente giustamente libero di fare quello che vuole (a maggior ragione ora che ha 74 anni), e quest’anno ha deciso di unire le forze con Vince Giordano & The Nighthawks, una band di New York specializzata nel recupero di sonorità swing-jazz tipiche degli anni 20 e 30, e ha pubblicato I’d Rather Lead A Band, un album sorprendente e tra i più riusciti della lunga carriera del nostro. Loudon e Giordano avevano già collaborato all’inizio del millennio comparendo in una scena del film The Aviator di Martin Scorsese, ed in seguito anche nella serie HBO Boardwalk Empire, ma un disco intero insieme non lo avevano mai fatto.

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Che Giordano e i suoi siano un combo di musicisti formidabili non lo si scopre certo oggi (sono in sedici: tre sassofoni compreso il leader, tre trombe, due tromboni, cinque tra oboe e clarinetti, una chitarra, piano e batteria, più David Mansfield come violinista aggiunto), ma la vera sorpresa è proprio Wainwright, che alle prese con uno stile che in passato non aveva mai esplorato se la cava con grande bravura e classe, come se non avesse mai fatto altro in vita sua. I’d Rather Lead A Band è quindi un godibilissimo e divertente album che va a riprendere 14 brani antichi, la maggioranza dei quali risalenti a 80-90 anni fa: non c’è nulla comunque che vada oltre gli anni 50, ed in un caso, A Perfect Day, abbiamo anche un pezzo del 1910! Canzoni note e meno note, scritte da mostri sacri del calibro di Irving Berlin, Hoagy Carmichael, Johnny Mercer, Jimmy Van Heusen, Frank Loesser ed il duo Rodgers & Hart, ed interpretate negli anni da vere e proprie leggende come Frank Sinatra, Bing Crosby, Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Louis Armstrong, Fred Astaire, Cab Calloway, Tony Bennett, Fats Waller e la Count Basie Orchestra, ma anche da artisti contemporanei come John Fogerty (You Rascal You nell’omonimo John Fogerty del 1975), George Harrison (Between The Devil And The Deep Blue Sea nel postumo Brainwashed) e Paul McCartney (More I Cannot Wish You in Kisses On The Bottom del 2012).

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Che il disco sia un’operazione seria e fatta con tutti i crismi lo si capisce fin dall’iniziale How I Love You, uno swing ritmato e solare in cui la voce perfettamente in parte di Loudon entra dopo una lunga intro strumentale e prende subito possesso del brano, mentre i Falchi della Notte stendono un bellissimo tappeto di fiati. A Ship Without A Sail è una limpida jazz ballad eseguita con eleganza, così come Ain’t Misbehavin’ che vede il nostro prendere sempre più confidenza con il genere “revue” https://www.youtube.com/watch?v=2c9OQZHWbn8  e con i Nighthawks che suonano in punta di dita, con fiati e pianoforte protagonisti. Il CD è godibile dalla prima all’ultima canzone e non ha momenti di stanca, proponendo brani a tutto swing come I’m Going To Give It To Mary With Love, So The Bluebirds And The Blackbirds Got Together, l’irresistibile title track https://www.youtube.com/watch?v=cSpNfzoAfRI , la già citata Between The Devil And The Deep Blue Sea, resa in maniera perfetta https://www.youtube.com/watch?v=lzpnnlzpdd0 , e la coinvolgente You Rascal You https://www.youtube.com/watch?v=jXT1YUgfwa0 , ed alternandoli con momenti all’insegna della raffinatezza, piccole gemme d’altri tempi rilette in esecuzioni da manuale: The Little Things In Life, I Thought About You, My Blue Heaven e Heart And Soul https://www.youtube.com/watch?v=LBiDoHPqEIk .

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Photo Credit Ross Halfin

I’d Rather Lead A Band è quindi un disco da gustare tutto d’un fiato, ed è senza dubbio tra i più divertenti dell’anno appena trascorso.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Uno Show Più Breve Del Solito, Ma Non Per Questo Meno Appassionante. Bruce Springsteen & The E Street Band – Greensboro 2008

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Greensboro, North Carolina April 28, 2008 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

(Piccola premessa: il “breve” del titolo riferito alla durata del concerto di cui mi occupo oggi è in relazione allo standard abituale del Boss, dato che comunque siamo di fronte ad uno show di due ore e mezza, timing inarrivabile per il 90% degli acts mondiali…e che è stato deciso di rappresentare su tre CD quando ci stava comodamente su due).

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Tra le miriadi di fans di Bruce Springsteen ce ne sono molti che io definisco scherzosamente “talebani”, soprattutto quando sostengono che le mitiche esibizioni dal vivo del loro idolo che hanno più valore sono quelle di inizio carriera e comunque fino al tour di The River (e fin qui posso essere abbastanza d’accordo), mentre il Boss post reunion con la E Street Band, quindi dal 1999 in avanti, è una rockstar di mezza età (ed oggi della terza età) senza più la fame di quando era giovane e con la tendenza ad autocelebrarsi in spettacoli troppo magniloquenti. Su questa seconda parte dissento, in quanto Springsteen oggi è ancora una formidabile macchina da spettacolo, e non ci trovo nulla di scandaloso nell’affermare che uno show degli anni duemila può coinvolgermi e divertirmi esattamente come uno del 1978, e siccome io ai concerti ci vado per essere intrattenuto a dovere sinceramente (ed egoisticamente, lo ammetto) mi interessa poco se chi è sul palco non sa cosa farà tra un mese o vive a mollo nei dollari come Zio Paperone.

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Ad esempio, il triplo CD di cui vi parlo oggi, terzultima uscita degli archivi dal vivo di Bruce, è riferito ad una tappa del Magic Tour del 2008 a Greensboro, North Carolina, una serata che non ha implicazioni leggendarie né riveste particolare importanza storica come altri episodi della serie, ma è comunque una goduria dalla prima all’ultima canzone. Lo show fa parte della tournée seguita alla pubblicazione di Magic, non il miglior disco del nostro ma comunque un album diretto e godibile, il classico CD da ascoltare in macchina (e certamente molto meglio dei futuri Working On A Dream e High Hopes), un lavoro che vedeva al suo interno per l’ultima volta Danny Federici, morto di melanoma all’indomani delle sedute di registrazione. Ed è proprio all’ex organista del gruppo che è dedicato l’inizio dello show, con una toccante versione della ballata Blood Brothers, che negli anni Bruce ha eseguito pochissime volte (era uno dei quattro inediti inclusi nel Greatest Hits del 1995), seguita da altre due rarità, una Roulette tagliente come una lama https://www.youtube.com/watch?v=ng_U0enAUeg  ed una bellissima Don’t Look Back (outtake di Darkness On The Edge Of Town) che è puro E Street sound https://www.youtube.com/watch?v=kC3pDMD5c1U .

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Magic è rappresentato da ben sette selezioni, non tutte allo stesso livello: se da una parte abbiamo la travolgente Radio Nowhere, vero e proprio inno da stadio, e le epiche Last To Die https://www.youtube.com/watch?v=O0SJQDdMIMM  e Long Walk Home (i due vertici dell’album del 2007), dall’altra sia Gypsy Biker che Devil’s Arcade sono due brani piuttosto nella media https://www.youtube.com/watch?v=OjEkx2TPKSU , mentre gradevole risulta Livin’ In The Future anche se ricorda parecchio Tenth Avenue Freeze-Out, e niente male Magic riletta in veste folk acustica. Chiaramente non mancano i classici che in un concerto del Boss ci sono quasi sempre (Out In The Street, The Promised Land, Darkness On The Edge Of Town, Badlands), ma anche le sempre acclamatissime Because The Night e Trapped (cover di Jimmy Cliff che ormai è un evergreen del Boss a tutti gli effetti) https://www.youtube.com/watch?v=lU48IdY0Xe0 , nonché un richiamo agli esordi con una splendida e vigorosa It’s Hard To Be A Saint In The City.

06/25/2008 - Bruce Springsteen - Bruce Springsteen in Concert at San Siro Stadium in Milan - June 25, 2008 - San Siro Stadium - Milan, Italy - Keywords: "The Boss", Bruce Springsteen and the E Street Band Steel Mill Miami Horns Southside Johnny Gary U.S. Bonds USA for Africa Artists United Against Apartheid The Sessions Band - False - ** WORLDWIDE SYNDICATION RIGHTS EXCLUDING UK & ITALY - NO PUBLICATION IN UK OR ITALY ** - Photo Credit: Solarpix / PR Photos - Contact (1-866-551-7827)

Photo Credit: Solarpix / PR Photos – Contact (1-866-551-7827)

Tre pezzi provengono dall’allora recente The Rising, e cioè l’epica title track, la coinvolgente Waitin’ On A Sunny Day (non ancora il singalong degli ultimi anni) e la lunga e trascinante Mary’s Place, una sorta di Rosalita degli anni 2000 https://www.youtube.com/watch?v=9vUAosIeVA4 . Nei bis come al solito i nostri sparano le ultime cartucce alla grande con la sempre eccelsa Backstreets seguita dalla “crowd-pleaser” Bobby Jean e dall’immancabile Born To Run, mentre il gran finale è riservato al rock’n’roll di Ramrod ed alla potente ed Irish-oriented American Land, che riesce a far saltare tutto il pubblico anche dopo due ore e mezza. Nella prossima uscita torneremo agli albori della leggenda del Bruce Springsteen performer, con una serata londinese del 1975…per la gioia dei “talebani” di cui sopra.

Marco Verdi

Meno Male Che I Dischi Belli Li Sa Ancora Fare! Sturgill Simpson – Cuttin’ Grass Vol. 1

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Sturgill Simpson – Cuttin’ Grass Vol. 1 – High Top Mountain/Thirty Tigers CD

Dire che Sturgill Simpson, dopo gli esordi con i Sunday Valley (con i quali comunque non ha mai pubblicato alcunché), ha avuto una carriera qualitativamente altalenante è usare un eufemismo. Infatti dopo i primi due ottimi album di puro Outlaw Country il musicista del Kentucky ha spiazzato un po’ tutti nel 2016 con A Sailor’s Guide To Earth, nel quale deviava decisamente verso un pop-errebi dal suono fine anni sessanta, un lavoro più sulla falsariga di Anderson East e Nathaniel Rateliff senza però essere a quei livelli. Non un brutto disco, ma una digressione inattesa che poteva far venire qualche dubbio su chi fosse il vero Simpson; le incertezze sono poi cresciute a dismisura nel 2019, quando Sturgill ha pubblicato il pessimo Sound & Fury, un album orripilante a base di hard rock, grunge, dance e rock elettronico che lo aveva ancora più allontanato dai fans della prima ora senza peraltro fargliene acquisire di nuovi https://discoclub.myblog.it/2019/11/08/probabilmente-uno-dei-dischi-piu-brutti-dellanno-sturgill-simpson-sound-fury/ .

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Quest’anno il nostro ha prodotto l’eccellente terzo album di Margo Price, That’s How Rumors Get Started https://discoclub.myblog.it/2020/07/11/nuovi-e-splendidi-album-al-femminile-parte-1-margo-price-thats-how-rumors-get-started/ , e poche settimane fa ha dato alle stampe un po’ a sorpresa un album di puro bluegrass, inciso nei piccoli Butcher Shoppe Studios di Nashville insieme ad un manipolo di accompagnatori noti (Stuart Duncan al violino, Mark Howard e Tim O’Brien alle chitarre, la cantautrice Sierra Hull alla voce e mandolino) e meno noti (Mike Bub al basso, Scott Vestal al banjo e Miles Miller alle percussioni). Cuttin’ Grass Vol. 1 è un disco assolutamente sorprendente, che ci rivela l’ennesimo lato musicale di Sturgill: non si tratta infatti di un album di country music moderna con elementi bluegrass, bensì un lavoro di puro bluegrass al 100%, suonato e cantato come si faceva in mezzo alle montagne circa 60-70 anni fa. E, cosa più importante, il disco risulta bello e credibile, suonato benissimo e cantato in maniera ottima dal leader che dimostra quindi di non avere abbandonato la retta via.

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Non ci sono canzoni nuove in Cuttin’ Grass Vol. 1 (mentre scrivo queste righe è già uscito il secondo volume, ma solo in streaming, per il fisico bisognerà aspettare l’aprile 2021), né brani appartenenti alla tradizione: Simpson infatti ha scelto venti canzoni dai suoi dischi passati (ma niente da Sound & Fury), aggiungendo perfino qualche cosa dei Sunday Valley, e le ha riarrangiate in stile bluegrass facendole sembrare composizioni scritte apposta per questo progetto e dimostrando anche di avere una voce decisamente duttile ed un’attitudine da vero tradizionalista. Nel CD trovano spazio ballate cristalline come All Around You https://www.youtube.com/watch?v=kXGugEWmnSg , Breakers Roar (ariosa e splendida), le nostalgiche I Don’t Mind https://www.youtube.com/watch?v=xYcmf9cRp7A  e I Wonder, il valzer d’altri tempi Old King Coal, la western-oriented Voices e la malinconica Water In A Well.

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Ma soprattutto ci sono brani dal ritmo coinvolgente (sia con che senza le percussioni) e gran dispendio di assoli di chitarre, violino, mandolino e banjo, come All The Pretty Colors, Just Let Go, Life Ain’t Fair And The World Is Mean (deliziosa) https://www.youtube.com/watch?v=HQ2i54in27Q , A Little Light, puro esempio di mountain music con elementi gospel, la super-tradizionale Long White Line (unica non scritta da Sturgill ma da Buford Abner, uno dei padri del bluegrass), che sembra quasi fondersi con la scintillante Living The Dream, Sometimes Wine, che conta su strepitose performance strumentali https://www.youtube.com/watch?v=_oTovhnxDg4 , o pezzi ritmicamente forsennati come Railroad Of Sin e The Storm. Senza tralasciare Time After All e Turtles All The Way Down che hanno due tra le melodie più dirette ed orecchiabili del CD.

Con Cuttin’ Grass Vol. 1 Sturgill Simpson ha dunque dimostrato di essere ancora in grado di dire la sua, anche se questo saltare di palo in frasca non mi lascia del tutto tranquillo per il futuro.

Marco Verdi

Quando Non E’ Impegnato A Molestare Le Donne, Si Ricorda Di Essere Anche Un Grande Songwriter. Ryan Adams – Wednesdays: In CD Dal 19 Marzo

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Ryan Adams – Wednesdays – PAX AM Download – CD 19-03-2021

C’è stato un momento, compreso tra gli ultimi due album dei Whiskeytown ed i primi tre della sua carriera solista, in cui Ryan Adams sembrava destinato a diventare il musicista migliore della sua generazione. Il suo debutto senza la sua prima band, Heartbreaker (2000), era un grande disco, ma Gold dell’anno successivo era senza mezzi termini un capolavoro, un album geniale e creativo di cantautorato rock senza sbavature, il classico disco che se non raggiunge le cinque stellette ci va molto vicino. Anche Demolition del 2002 era ottimo, ma poi Adams ha cominciato a produrre fin troppo materiale badando più alla quantità che alla qualità, alternando bei dischi (Cold Roses, Jacksonville City Nights, Easy Tiger e Ashes & Fire, lavoro targato 2011 che forse è il suo ultimo grande album) ad altri decisamente meno riusciti quando non velleitari (Rock’n’Roll, i due EP Love Is Hell poi riuniti insieme, il pessimo Orion e l’omonimo Ryan Adams del 2014), oltre ad operare scelte abbastanza discutibili come 1989, cover album pubblicato nel 2015 che ricalcava canzone per canzone il disco di Taylor Swift uscito l’anno prima con lo stesso titolo, o come quando nel 2006 ha fatto uscire ben undici album sotto diversi pseudonimi, tutte porcherie tra hardcore e hip-hop.

LOS ANGELES, CA - FEBRUARY 10: (EXCLUSIVE COVERAGE) Mandy Moore and Ryan Adams attend The 2012 MusiCares Person Of The Year Gala Honoring Paul McCartney at Los Angeles Convention Center on February 10, 2012 in Los Angeles, California. (Photo by Kevin Mazur/WireImage)

LOS ANGELES, CA – FEBRUARY 10: (EXCLUSIVE COVERAGE) Mandy Moore and Ryan Adams attend The 2012 MusiCares Person Of The Year Gala Honoring Paul McCartney at Los Angeles Convention Center on February 10, 2012 in Los Angeles, California. (Photo by Kevin Mazur/WireImage)

Quando si parla di Adams bisogna poi separare l’artista dalla persona, visto che il nostro non è certo tra i più simpatici in circolazione, essendo soggetto a comportamenti talvolta irascibili (anche nei confronti dei fans) e talvolta tipici di una rockstar viziata, anche se il peggio Ryan lo ha dato negli ultimi anni dal momento che è stato accusato di molestie sessuali dall’ex moglie Mandy Moore, dalla cantautrice Phoebe Bridgers e da altre cinque donne, fatti che hanno poi avuto un’implicita conferma dalle vaghe ed imbarazzate scuse pubbliche dello stesso Adams. Questa controversia ha rischiato anche di mandargli a pallino la carriera, dal momento che il suo progetto di pubblicare ben tre album nel 2019 è stato sospeso ed il primo CD della trilogia, Big Colors, cancellato all’ultimo momento. Lo scorso 11 dicembre però Ryan a sorpresa ha messo a disposizione sulle principali piattaforme Wednesdays, un nuovo album che doveva essere il secondo dei tre programmati due anni fa (con dentro un paio di brani in origine su Big Colors), una mossa che avrà un seguito il prossimo 19 marzo quando uscirà la versione “fisica”.

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Ebbene, mettendo da parte per un attimo le considerazioni sul personaggio Ryan Adams, la sua controparte artistica in Wednesdays ha davvero dato il meglio, consegnandoci un disco di cantautorato coi fiocchi che lo pone senza molti dubbi come il suo lavoro migliore da Ashes & Fire ad oggi. Prodotto da Ryan insieme a Don Was (che suona anche il basso) e Beatriz Artola, Wednesdays è un disco di ballate intime, profonde e meditate, in cui non troverete il lato rock di Adams ma bensì quello più intenso e melodico, ed una serie di canzoni di limpida bellezza che forse hanno come unica controindicazione il fatto di non essere consigliabili a chi soffre di depressione. Gli strumenti sono quasi tutti nelle mani del nostro con poche ma importanti eccezioni: infatti, oltre al già citato Was, troviamo Benmont Tench al piano (e si sente), Jason Isbell alla chitarra ed Emmylou Harris alle armonie vocali in un paio di brani. La prima volta che ho ascoltato l’iniziale I’m Sorry And I Love You ho pensato di avere scaricato per sbaglio un inedito di Neil Young, dal momento che sia il timbro di voce che lo stile ricordano nettamente le ballate pianistiche del grande canadese (ed anche qualcosa di John Lennon): bella canzone, classica nel suono e con una leggera spolverata d’archi (o forse è un synth, usato però nel modo corretto) https://www.youtube.com/watch?v=vTwRrP9Ovq4 . Who Is Going To Love Me Now, If Not You è un piccolo bozzetto per voce e chitarra, un brano intimista ed interiore con una slide in lontananza che si fa sentire ogni tanto, ed anche When You Cross Over prosegue con lo stesso mood introverso ed il medesimo impianto sonoro scarno, con l’aggiunta del pianoforte, della seconda voce di Emmylou e, circa a metà, della sezione ritmica che contribuisce ad aumentare il pathos https://www.youtube.com/watch?v=NjcnSTn6zqA .

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Walk In The Dark è ancora un lento molto intenso, a confermare che siamo di fronte ad un lavoro serio e profondo e non alla fanfaronata di un artista che molto spesso si è fatto prendere la mano https://www.youtube.com/watch?v=pmC3Fo02fM0 ; Poison & Pain è pura folk music, una slow song suonata in punta di dita (e qui mi viene in mente Paul Simon, quello classico di Hearts And Bones), così come la title track che ha uno sviluppo molto simile https://www.youtube.com/watch?v=COYioAybALw . Birmingham è splendida: intanto è full band dall’inizio (c’è anche l’organo), ed è servita da una melodia straordinaria e da un suono che più classico non si può, un brano che ci fa ritrovare il Ryan Adams dal pedigree immacolato di inizio carriera https://www.youtube.com/watch?v=3RPZs25D3Gk . Con So, Anyways tornano le atmosfere intime e rarefatte, e spunta anche un’armonica ad impreziosire un pezzo dal motivo delizioso, Mamma, sempre acustica, è un po’ meno immediata ma è eseguita in maniera toccante, mentre Lost In Time è di nuovo un folk tune cristallino, nobilitato da una steel che fende l’aria qua e là. Chiude l’album la bellissima Dreaming You Backwards, voce, piano, batteria e feeling in dosi massicce (ed uno dei pochi interventi di chitarra elettrica), che la pongono tra le più riuscite del lavoro https://www.youtube.com/watch?v=hcoRDsy77-M .

In definitiva, se Ryan Adams come personaggio mi stava sulle balle anche prima delle accuse di molestie, devo ammettere che il musicista che è in lui ha dimostrato con questo Wednesdays di essere ancora a pieno titolo tra noi.

Marco Verdi

Dopo 50 Anni E’ Ancora Un Disco Attualissimo! The Kinks – Lola Versus Powerman And The Moneygoround, Part One

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The Kinks – Lola Versus Powerman And The Moneygoround, Part One – ABKCO/BMG CD – Deluxe 2CD – Super Deluxe 3CD/2x45rpm Box Set

Continuano le riedizioni potenziate per i cinquantesimi anniversari degli album dei Kinks, una serie cominciata stranamente da The Village Green Preservation Society e continuata lo scorso anno con Arthur https://discoclub.myblog.it/2019/11/16/cofanetti-autunno-inverno-7-unaltra-bella-ristampa-per-un-piccolo-classico-the-kinks-arthur-or-the-decline-and-fall-of-the-british-empire-50th-anniversary/ : ora è la volta di uno dei lavori più famosi del gruppo dei fratelli Ray e Dave Davies, ovvero Lola Versus Powerman And The Moneygoround, Part One, meglio conosciuto come Lola Versus Powerman o più semplicemente Lola, presentato in diverse versioni delle quali la più lussuosa è l’immancabile cofanetto con tre CD, il solito bel libro ed un paio di 45 giri con le copertine rispettivamente delle edizioni italiana e portoghese di Lola e Apeman (e per la gioia degli acquirenti, per il terzo anno su tre il formato del box è diverso, una cosa che finora era prerogativa dei R.E.M.).

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Lola è come dicevo poc’anzi un album molto popolare presso i fans del gruppo britannico, in gran parte grazie all’omonimo singolo che narra la storia, scandalosa per l’epoca, di un ragazzo che conosce un travestito in un club di Soho (ma il brano venne censurato non per le tematiche scabrose ma bensì per un riferimento alla Coca-Cola, al punto che Davies nella “single version” da passare nelle radio dovette ricantare la parte iniziale sostituendo “Cherry Cola”), canzone che ha dalla sua una melodia tra le più dirette di Ray ed un ritornello che è ormai entrato nell’immaginario collettivo  . L’album è il solito concept che in questo caso se la prende, adottando la consueta feroce ironia, con il music business, le case discografiche e tutto ciò che vi ruota intorno come manager, produttori e giornalisti, mentre la musica è un melting pot di generi che vanno dal rock al country alla ballata fino alla musica anni trenta, ed oltre alla title track ha nella deliziosa e solare Apeman un altro classico assoluto della band https://www.youtube.com/watch?v=RRDSv4ed8_I . Il primo CD del box contiene il disco originale in stereo più qualche bonus track: oltre alle canzoni già citate possiamo dunque riassaporare la trascinante The Contenders, che si apre come una country song e si trasforma subito in un grintoso rock’n’roll elettrico, la splendida ballata pianistica Strangers https://www.youtube.com/watch?v=8ioKKnhaByw , con echi di The Band, il moderno vaudeville Denmark Street, l’ottima rock ballad Get Back In Line https://www.youtube.com/watch?v=qUaWuZD_Og8 , la riffata Top Of The Pops.

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E ancora: il puro vintage pop The Moneygoround https://www.youtube.com/watch?v=TyjHiWQjjw4 , la bellissima This Time Tomorrow, senza dubbio una grande canzone, la grintosa e chitarristica Rats, scritta e cantata da Dave, ed il country-rock Got To Be Free. Le sei bonus tracks erano già presenti nella versione doppia dell’album uscita nel 2014, e a parte quattro mix in mono di altrettanti brani ci sono due versioni alternate di Apeman e The Moneygoround, quest’ultima con una nuova traccia vocale di Ray incisa nel 1972. E veniamo agli altri due CD: evito di citare i missaggi alternativi sia mono che stereo dal momento che sono inediti per modo di dire e servono solo ad allungare il brodo, e parto da una interessante serie di medley intitolati Ray’s Kitchen Sink, in cui sono state create versioni esclusive di alcuni pezzi mettendo insieme demo, takes alternate, strumentali e live, il tutto con i commenti dei due fratelli Davies registrati apposta per questo box nella cucina di Ray, con tanto di testi del dialogo riportati nel libro (e meno male, visto che Dave parla che sembra avere un piccione intero in bocca); le canzoni interessate da questa operazione sono Lola, Got To Be Free, The Contenders, This Tine Tomorrow, Get Back In Line, Rats, Powerman, A Long Way From Home e Strangers.

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Poi abbiamo una notevole take alternata della stupenda This Time Tomorrow forse addirittura superiore all’originale https://www.youtube.com/watch?v=a7c7mJH8RwY , la rockeggiante outtake The Good Life, una bellissima Apeman dal vivo in versione cajun tratta dall’unplugged del 1994 To The Bone e, sempre dal vivo, Get Back In Line registrata alla vigilia di Natale del 1977 https://www.youtube.com/watch?v=Qyad2GRfpGg , una strepitosa Lola del 2010 di Ray Davies con la Danish National Chamber Orchestra & Choir e A Long Way From Home di Ray & Band all’Austin City Limits del 2006 https://www.youtube.com/watch?v=eVeogLcfmwE . Per finire, due pezzi rari dal film TV della BBC The Long Distance Piano Player (l’inedita Marathon ed una diversa Got To Be Free, entrambe con Fiachra Trench al pianoforte), altrettanti dalla colonna sonora del film Percy del 1971 (Moments e The Way Love Used To Be), un work in progress di Apeman ed il pop-rock Anytime, altra outtake di buon livello che sarebbe dovuta uscire come singolo ma poi rimase in un cassetto. Il fatto che il titolo completo di questo album recitasse alla fine “Part One” non significa che esista una seconda parte: i Kinks nel 1971 cambieranno registro e pubblicheranno lo splendido Muswell Hillbillies, altro capolavoro e forse il mio album preferito in assoluto del gruppo londinese: già attendo il cofanetto.

Marco Verdi

A Parte Il Costo Alto E Le Molte Ripetizioni, Due Cofanetti Eccellenti. Cat Stevens – Mona Bone Jakon/Tea For The Tillerman Super Deluxe Editions

cat stevens mona bone jakon box

Cat Stevens – Mona Bone Jakon – Island/Universal Deluxe 2CD – Super Deluxe 4CD/BluRay/LP/12” EP Box Set

Cat Stevens – Tea For The Tillerman – Island/Universal Deluxe 2CD – Super Deluxe 5CD/BluRay/LP/12” EP Box Set

Durante l’appena concluso 2020 ci siamo occupati spesso di Yusuf, cantautore inglese che tutto il mondo conosce come Cat Stevens: in agosto ho recensito il box dedicato a Back To Earth, suo ultimo album del 1978 prima di dedicarsi anima e corpo alla religione islamica https://discoclub.myblog.it/2020/08/08/e-finalmente-uscito-il-cofanetto-piu-rimandato-della-storia-cat-stevens-back-to-earth-super-deluxe-edition/ , poi a settembre Bruno ha parlato di Tea For The Tillerman 2, versione reincisa ex novo del suo capolavoro del 1970 https://discoclub.myblog.it/2020/10/19/anche-questo-disco-compie-50-anni-facciamolo-di-nuovo-cat-stevensyusuf-tea-for-the-tillerman2/ , aggiungendo poi una esauriente retrospettiva sull’artista in due puntate https://discoclub.myblog.it/2020/10/26/da-cat-stevens-a-yusuf-e-ritorno-parte-i/ . Evidentemente però Cat/Yusuf ha deciso di battere ogni record di pubblicazioni in un anno, in quanto ha appena immesso sul mercato due monumentali (e parecchio costosi, circa 140/150 euro l’uno) cofanetti che celebrano i cinquanta anni dei suoi due album usciti nel 1970, Mona Bone Jakon e appunto Tea For The Tillerman, con la stessa veste del box di Back To Earth (lasciando quindi presumere che l’operazione continuerà nei prossimi anni con il resto della sua discografia “classica”, saltando quindi i primi due album usciti per la Deram)  https://www.youtube.com/watch?v=TaYrqG0tpPM&feature=emb_logo.

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Detto che entrambi i cofanetti sono davvero eleganti e contengono uno splendido libro pieno di foto inedite e con molto materiale da leggere, mi soffermerò soltanto sui contenuti inediti dal momento che i due album originali sono stati già esaminati con dovizia di particolari da Bruno pochi mesi fa. Una cosa devo però dirla, e cioè che purtroppo tutti e due i box sono pieni di ripetizioni che servono solo a far lievitare il prezzo: nell’ordine abbiamo i primi due CD di ciascun cofanetto con il disco originale una volta rimasterizzato e l’altra remixato per l’occasione (con una fedeltà sonora devo dire spettacolare), poi lo stesso album è presente anche in vinile (nella versione remix) e nella parte audio del Blu-Ray in diverse configurazioni sonore, mentre le canzoni contenute nei due EP da dodici pollici sono presenti anche nella parte live dei CD. In più, il box di Tea For The Tillerman ha un CD in più che però non è altro che la nuova versione uscita a settembre, che tutti i fan del “Gatto” avevano già comprato ed ora è quindi praticamente inutile. Ma veniamo ai contenuti.

Cat Stevens Wearing Leather Jacket (Photo by © Shepard Sherbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)

Cat Stevens Wearing Leather Jacket (Photo by © Shepard Sherbell/CORBIS/Corbis via Getty Images)

Il terzo CD del box di Mona Bone Jakon presenta nove demo acustici (e inediti), canzoni già molto belle in questa veste anche perché non è che le versioni finali fossero così tanto strumentate, con una menzione particolare per Maybe You’re Right, I Think I See The Light, Trouble e Katmandu https://www.youtube.com/watch?v=-QGaMRxwP3E . C’è anche un inedito assoluto: I Want Some Sun, una folk song allegra e solare che forse non è tra le canzoni migliore mai scritte dal nostro ma ci regala ottimi intrecci chitarristici tra Cat e Alun Davies ed un tamburello a scandire il ritmo, al punto che non sembra neanche un demo https://www.youtube.com/watch?v=MsaU6qBzZXQ . Il quarto CD presenta una selezione di brani dal vivo dell’epoca, anche qui inediti, alcuni con Stevens da solo con Davies ed altri con la band alle spalle. Ci sono pezzi presi da trasmissioni televisive come BBC Live In Concert https://www.youtube.com/watch?v=-oDCddzjju0 , Beat Club in Germania https://www.youtube.com/watch?v=upDra9zWqgg  e Pop Deux in Francia, e veri e propri concerti come i sei brani suonati al Plumpton Jazz & Blues Festival (che si ripetono nell’EP in vinile), che purtroppo sono l’unico caso dei due box di registrazione tipo bootleg, e pure di bassa qualità, al punto che mi chiedo se non ci fosse un altro show inciso meglio https://www.youtube.com/watch?v=sNn2q_E54GU .

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I brani sono tutti abbastanza simili all’arrangiamento originale ma sempre piacevoli, e non mancano diverse ripetizioni: abbiamo infatti ben quattro Lady D’Arbanville, tre Maybe You’re Right, due Katmandu e così via. Infine troviamo anche due pezzi in anteprima da Tea For The Tillerman (i futuri classici Where Do The Children Play e Father And Son) ed anche Changes IV da Teaser And The Firecat, anche se tutte e tre purtroppo provengono dal concerto di Plumpton.

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Passiamo al cofanetto di Tea For The Tillerman (a proposito, ascoltando uno in fila all’altro la versione originale del 1970 e quella rifatta del 2020 si notano ancora di più le differenze qualitative a favore della prima), che ha nel CD dedicato ai demo e takes alternate molte più canzoni rispetto a quello di Mona Bone Jakon, anche se gli inediti sono solo quattro: i demo di Don’t Be Shy e If You Want To Sing Out, Sing Out https://www.youtube.com/watch?v=43926A8jOM8 , due belle canzoni finite all’epoca nella colonna sonora del film Harold & Maude (e presenti anche nelle versioni originali) e soprattutto due brani mai sentiti prima, l’ottima ed orecchiabile folk song Can This Be Love?, eseguita con forza e pathos, e It’s So Good che invece è piuttosto nella media. Completano il tutto alcuni brani già apparsi nell’edizione doppia dell’album uscita nel 2008 e nello splendido box del 2001 dedicato alla carriera di Cat https://www.youtube.com/watch?v=WdF-Z9aRJHI : i demo di Wild World e Miles From Nowhere, pezzi rimasti fuori dall’album originale come The Joke, I’ve Got A Thing About Seeing My Grandson Grow Old e Love Lives In The Sky (che rispunterà nel 1975 con il titolo di Land O’ Freelove And Goodbye, forse l’unica bella canzone dell’album Numbers), la take alternata di But I Might Die Tonight usata nel film Deep End ed il grazioso duetto con Elton John in Honey Man https://www.youtube.com/watch?v=OgrNdWHC6xE .

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Il quinto CD contiene una lunga serie di brani dal vivo registrati tra il 1970 e 1971, e rispetto al box precedente questi provengono solo dal disco che viene celebrato (l’annuncio ufficiale del cofanetto riportava in scaletta anche Changes IV, Moonshadow e Peace Train, ma in realtà non ci sono): sono presenti quindi tutte le canzoni di Tea For The Tillerman con l’eccezione di But I Might Die Tonight e, purtroppo, Sad Lisa (che è una delle mie preferite in assoluto del Gatto), mentre di Wild World ne compaiono ben cinque versioni. Tutti i brani sono inediti tranne due dei sette registrati al Troubadour di Los Angeles https://www.youtube.com/watch?v=C4tW42ZylO4  (che compaiono anche nell’EP a 12 pollici) che aprono il CD https://www.youtube.com/watch?v=Eo5xguHjo4M ; si prosegue poi con sei pezzi i KCET Studios sempre a L.A https://www.youtube.com/watch?v=Iz_x9WrSdOM ., tre alla BBC https://www.youtube.com/watch?v=xBjlKMGdjjA , due al Beat Club tedesco https://www.youtube.com/watch?v=8KZF9Yeu9GU , uno in Francia ed una fluida ed applauditissima Father And Son al Fillmore East https://www.youtube.com/watch?v=csiP8e-bc58 .

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Sono già in fremente attesa per il box dedicato a Teaser And The Firecat (album che forse preferisco leggermente anche a Tea For The Tillerman), che presumibilmente uscirà nel 2021, ma sono proprio curioso di sapere cosa si inventerà Cat Stevens nei prossimi anni per rendere interessanti dischi come Numbers o Izitso. Quindi, concludendo, lasciamo a Cat Stevens la paternità nel 2020 dell’Year Of The Cat, anche perché nel 2021 il vero detentore del titolo, Al Stewart, pubblicherà l’album omonimo sotto forma di cofanetto, per l’uscita nel 45° Anniversario del disco.

Marco Verdi

Ma Non Lo Avevo Già Recensito Un Anno Fa? The Who – WHO/Live At Kingston

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The Who – WHO/Live At Kingston – Polydor/Universal 2CD

Uno degli eventi musicali del 2019 è stato senza dubbio il ritorno degli Who con un nuovo album di inediti: WHO era un buon disco, non un capolavoro ma un CD che vedeva Roger Daltrey e Pete Townshend in forma più che accettabile sia dal punto di vista strettamente musicale che, nel caso di Townshend, del songwriting (e questa era la cosa sulla quale avevo più dubbi). In pratica, il loro album migliore da Who Are You del 1978 https://discoclub.myblog.it/2019/12/15/indovinate-un-po-chi-e-tornato-a-fare-dischi-the-who-who/ : detto così potrebbe sembrare un’esagerazione, ma poi se andiamo a vedere nelle ultime quattro decadi la storica band britannica aveva pubblicato solo i discontinui Face Dances e It’s Hard nei primi anni ottanta e Endless Wire nel 2006, discreto ma nulla più. A distanza di un anno WHO viene ripubblicato con una bonus track, una versione alternata di Beads On One String più aderente al demo originale di Townshend, ma soprattutto con un CD aggiuntivo intitolato Live At Kingston (che è Kingston-upon-Thames, non la capitale della Giamaica), registrazione di un mini-concerto acustico che i nostri hanno tenuto in un piccolo teatro della cittadina inglese il 14 febbraio di quest’anno, cioè a 50 anni esatti dal mitico show di Live At Leeds e pochi giorni prima che il mondo, Cina esclusa, sprofondasse in un’apocalisse pandemico-economica.

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Personalmente detesto questa pratica sempre più comune di costringere i fans a ricomprare a poco tempo di distanza dall’uscita originale gli stessi dischi arricchendoli di contenuti inediti, ma devo ammettere che dopo aver ascoltato Live At Kingston posso affermare che ci troviamo di fronte ad un mini-album (che comunque dura 37 minuti) davvero bello e riuscito, un concerto godibile, grintoso ed energico da parte di un gruppo (anzi, ormai sono un duo) in forma eccellente, al punto che dopo pochi minuti non vi accorgerete neppure che la spina è staccata: diciamo solo che avrebbero potuto metterlo in commercio da solo e non con un album che tutti i fan della band avevano già comprato. Roger e Pete, entrambi alla chitarra acustica, sono accompagnati da Simon Townshend, fratello di Pete ed anche lui alla sei corde, Phil Spalding al basso, Jody Linscott alle percussioni e Billy Nicholls alle armonie vocali. Dopo un’introduzione parlata molto ironica e divertente, i nostri mettono subito in chiaro il loro stato di forma con Substitute, eseguita in maniera potente e con un uso molto pronunciato del basso, che insieme alle percussioni, alle tre chitarre ed alla voce stentorea di Daltrey riesce a creare un muro del suono di notevole impatto https://www.youtube.com/watch?v=oKB3Ri50lKA .

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Squeeze Box è sempre stata una delle migliori canzoni degli Who tra quelle uscite negli anni settanta e la veste acustica le si addice particolarmente, melodia contagiosa ed accompagnamento strumentale decisamente trascinante, mentre Tattoo non è famosissima (era su Sell Out, ed i nostri non la suonavano dal 2008), ma è comunque un brano notevole, con gli stacchi chitarristici tipici di Pete e quell’approccio tra rock e teatralità che avrà la sua massima espressione in Tommy. The Kids Are Alright è sempre una grande canzone comunque la si faccia, con i suoi cori molto anni sessanta ed il ritmo travolgente https://youtu.be/wQfvHtDNGc8 , e precede due tra i brani più riusciti dell’ultimo album, cioè la deliziosa Break The News, che qui assume tonalità country-rock, e la ballata She Rocked My World, dal mood spagnoleggiante https://www.youtube.com/watch?v=cn9XVEVwbu0 . Finale con la classica Won’t Get Fooled Again, un brano che non ha certo bisogno di presentazioni e che fa la sua bella figura anche in questa rilettura stripped-down e leggermente rallentata, con solo Roger e Pete sul palco https://www.youtube.com/watch?v=UqJni3pC2hg  (già che c’erano potevano pubblicare il concerto completo, dal momento che hanno lasciato fuori pezzi come Behind Blue Eyes e Pinball Wizard). Quindi un dischetto ottimo e coinvolgente, diverso dai soliti live degli Who: peccato che per averlo dovrete ricomprare un album che possedete già. In poche parole: quattro stelle a Live At Kingston, due all’operazione commerciale.

Marco Verdi

Il Lungo Addio: Un Doppio Sguardo Nel Passato Della Grande Band Scozzese. Runrig – One Legend-Two Concerts

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Runrig – One Legend-Two Concerts: Live At Rockpalast 1996 & 2001 – MIG/WDR 4CD/2DVD Box Set

Il lungo addio alle scene dei Runrig, storica folk-rock band scozzese (una vera istituzione in patria), dovrebbe essersi definitivamente chiuso con il live celebrativo The Last Dance uscito nel 2019 https://discoclub.myblog.it/2019/10/14/e-con-questo-bellissimo-live-siamo-davvero-giunti-forse-al-gran-finale-runrig-the-last-dance-farewell-concert/ , ed è perciò con grande piacere che accogliamo questo One Legend-Two Concerts, ennesimo episodio della fortunata serie Live At Rockpalast che documenta concerti del passato in terra di Germania trasmessi all’epoca in televisione. Come suggerisce il titolo, questa volta i tipi della Rockpalast hanno fatto le cose in grande, pubblicando ben due concerti completi dei Runrig sia in versione audio che video, per un totale di quattro CD e due DVD in un pratico box in confezione clamshell. Il cofanetto ci presenta quindi il gruppo delle Ebridi in due momenti diversi della carriera, a Dusseldorf il 3 febbraio 1996 ed a Colonia il 15 dicembre 2001, due serate che vedono il gruppo in momenti molto diversi nonostante ci siano solo cinque anni tra uno show e l’altro https://www.youtube.com/watch?v=lAN01onpzQU .

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Lo spettacolo del 1996 infatti è uno degli ultimi con il leader e cantante storico Donnie Munro, che da lì a poco abbandonerà la band per entrare in politica, mentre quello del 2001 vede alla voce solista Bruce Guthro, che ha guidato il gruppo fino allo scorso anno: c’è anche un cambio di tastierista (Brian Hurren al posto di Peter Wishart), mentre il chitarrista Malcolm Jones, il percussionista Calum MacDonald e la sezione ritmica formata da Rory MacDonald e Iain Bayne sono al loro posto in entrambe le serate. Lo stile però rimane lo stesso (con una leggera preferenza da parte mia per il secondo show), brani folk-rock elettrici e trascinanti, veri e propri inni per i fans del gruppo, alternati a ballate profonde e suggestive, con una qualità compositiva di alto livello che ci fa perdonare un’occasionale magniloquenza nei toni: la grandezza del gruppo si vede anche dal fatto che, a distanza di appunto soli cinque anni, le due scalette hanno brani al 90% diversi, con sole tre ripetizioni (Skye, Flower Of The West e Loch Lomond). Per la verità l’inizio del primo concerto non è dei migliori, in quanto l’uno-due tra Day In A Boat e Nothing Like The Sun sembra più musica new age che rock, ma le cose migliorano subito con la roccata City Of Lights, forse un po’ ruffiana ma trascinante al punto giusto e dotata di una di quelle melodie che hanno fatto la fortuna del gruppo.

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Altri highlights di uno show che vi farà comunque trascorrere due ore piacevoli (ripeto, a parte qualche tentazione radiofonica i Runrig erano una grande band) sono la deliziosa Rocket To The Moon, dal refrain irresistibile, l’intensa Road And The River, ballata dai toni solenni, il medley The Mighty Atlantic/Mara Theme https://www.youtube.com/watch?v=4YjxnvMLfwg , con splendido assolo chitarristico finale  , la classica The Greatest Flame, uno slow pianistico coi fiocchi, la saltellante ed Irish-oriented Healer In Your Heart, dal motivo corale che lascia il segno, l’evocativa ed orecchiabile Only The Brave ed uno strepitoso finale, tre canzoni per 25 minuti di musica, con la potente Alba, la lunga e fluida Flower Of The West e la popolare Loch Lomond (il loro primo successo) in una notevole versione di quasi nove minuti, un pezzo che anche il pubblico tedesco mostra di conoscere a memoria https://www.youtube.com/watch?v=mV5D3hdYcNo .

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Il secondo concerto come ho già detto presenta una setlist molto diversa, ma la sostanza non cambia: grandi canzoni alternate ad altre più normali, ma con l’innata capacità dei nostri di trascinare il pubblico, e Guthro che ha una voce più diretta di Munro ed uno stile meno declamatorio. Tra i brani più coinvolgenti ci sono l’arioso folk-rock Saints Of The Soil https://www.youtube.com/watch?v=KjEGNCCn0eE , le suggestive ballate Book Of Golden Stories e One Thing, il gaelic rock di A Dh’Innse Na Firinn, la pulsante Protect And Survive, altra melodia vincente, la strepitosa Every River, una delle loro ballate più emozionanti, le travolgenti gighe rock Pride Of The Summer (con un verso improvvisato in tedesco) e An Sabhal Aig Neill, il singalong di The Stomping Ground e gli straordinari nove minuti di Maymorning, con Guthro che gioca ad improvvisare Jingle Bells https://www.youtube.com/watch?v=4TzNLxz_Er8 . Finale con il solito inno Loch Lomond e, visto che siamo a dieci giorni da Natale, un breve accenno a Silent Night  .

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Nella discografia dei Runrig gli album dal vivo non mancano di certo, ma questo One Legend-Two Concerts è indubbiamente difficile da bypassare.

Marco Verdi