Se Elvis Era Il Re Del Rock’n’Roll, Chuck Era…Il Rock’n’Roll! Un Sentito Omaggio Da Uno Stone In Libera Uscita. Ronnie Wood & His Wild Five – Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry

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Ronnie Wood & His Wild Five – Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry – BMG CD

In questo mese di Novembre sono usciti ben due tributi al grande Chuck Berry, uno dei pionieri assoluti del rock’n’roll, nonostante non ricorrano particolari anniversari riguardanti il musicista di St. Louis scomparso nel 2017: dell’ottimo album del bluesman Mike Zito intitolato Rock’n’Roll (con una marea di ospiti) se ne occuperà prossimamente Bruno, mentre io oggi vi parlo di questo Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry, che documenta appunto un concerto tenutosi circa un anno fa, il 13 Novembre 2018, al Tivoli Theatre di Wimborne (una cittadina nel sud dell’Inghilterra) ad opera di Ronnie Wood e dei suoi Wild Five. Dei membri attuali dei Rolling Stones Wood è sicuramente quello che negli anni è stato più attivo da solista, con più di dieci album tra studio e live (anche se un paio pubblicati prima di prendere il posto di Mick Taylor all’interno della storica band britannica), con una qualità media anche più alta di quella di Mick Jagger, cosa bizzarra se consideriamo che gli Stones molto raramente hanno consentito all’ex Faces di collaborare con loro alla stesura delle canzoni (a memoria credo non si arrivi a cinque brani, con Black Limousine come episodio più famoso).

Per questo album però Ronnie ha voluto fare qualcosa di diverso, omaggiando uno dei suoi eroi musicali di sempre, un lavoro che dovrebbe rappresentare il primo disco di una trilogia di tributi a grandi del passato che hanno avuto per il nostro un’importanza particolare (al momento non è dato sapere chi siano gli altri due artisti interessati, anche perché i relativi concerti si terranno a detta di Wood negli anni a venire: io punterei due euro sul fatto che uno possa essere Bo Diddley). Mad Lad è un album davvero piacevole e riuscito, con il nostro che assume il ruolo di band leader con buona autorevolezza, accompagnato da un gruppo, I Wild Five appunto, formato da elementi validissimi (lo strepitoso pianista Ben Waters, la sezione ritmica di Dion Egtved e Dexter Hercules, i sax di Antti Snellman e Tom Waters, ed i cori femminili di Amy Mayes e Denise Gordon); Ronnie, poi, è un chitarrista eccellente ed un cantante discreto, con una voce tra il dylaniano e lo scartavetrato: non sarà Jagger, ma tecnicamente se la cava meglio del collega Keith Richards. E poi in questo concerto Ronnie non è da solo, in quanto in tre pezzi chiama sul palco la brava Imelda May (gliel’ha presentata Jeff Beck?), che riscalda ulteriormente l’ambiente con la sua ugola scintillante https://discoclub.myblog.it/2010/11/24/musica-tradizionale-dall-irlanda-imelda-may-mayhem/ …anche se io una telefonatina all’amico Rod Stewart l’avrei fatta.

Prima di partire con la disamina del contenuto di questo album vorrei evidenziare l’unica magagna: il CD contiene 11 canzoni per circa 40 minuti di musica mentre nel concerto intero sono stati suonati 21 brani, comprendendo però anche cover di altri autori, ma almeno si potevano inserire tutti i pezzi di Berry, dato che di spazio sul dischetto ce n’era ancora (in particolare mancano Around And Around, No Particular Place To Go, Run Rudolph Run e Bye Bye Johnny, oltre a Roll Over Beethoven e Nadine che erano state suonate all’inizio dalla band senza il leader per riscaldare l’ambiente). L’album comincia con l’unico brano scritto da Wood per l’occasione, cioè Tribute To Chuck Berry, in realtà un pretesto per introdurre la serata citando ripetutamente il celebre riff chitarristico con il quale il rocker di colore apriva molte sue canzoni. I pezzi di Chuck iniziano con Talking About You, un rock’n’roll suonato con classe e rispetto, Ronnie sicuro e la band che lo segue spedita (e Waters che fa correre da subito le dita sulla tastiera a modo suo): il brano non è tra i più noti di Berry, ma l’alternanza tra classici e canzoni meno famose sarà il tema della serata.

Ronnie passa alla slide per la gustosa Mad Lad, uno strumentale suonato in maniera formidabile, con il nostro che fa i numeri e ci porta per qualche minuto nel più profondo Mississippi; arriva la May e si prende il microfono per una sontuosa Wee Wee Hours, un raffinatissimo blues lento, suonato dai Wild Five con una maestria degna di una band dei peggiori bar di Chicago, Waters strepitoso ed Imelda che ci mette una grinta notevole. La cantante irlandese resta sul palco per unirsi alle altre due coriste in una saltellante Almost Grown, in cui Wood si diverte un mondo nel botta e risposta vocale con le tre donzelle, cantando in maniera distesa e suonando la chitarra da vero rock’n’roller, mentre Waters continua con la sua eccezionale performance personale. Back In The USA è puro rock’n’roll, spigliato, trascinante e suonato come Dio comanda (e mi immagino Ronnie ad imitare il passo dell’oca di Berry), Blue Feeling è un altro strumentale di livello eccelso, puro blues con la premiata ditta Wood & Waters che è una delizia per il palato, mentre Worried Life Blues non è scritta da Chuck bensì da Maceo Merriweather (ma Berry l’aveva incisa per il lato B del singolo Bye Bye Johnny): altro blues eseguito con classe, eleganza ed uno stile misuratissimo da parte del leader.

Finale splendido a tutto rock’n’roll con un trittico da urlo formato da Little Queenie, Rock’n’Roll Music (questa ancora con la May alla voce solista) e Johnny B Goode, chiusura travolgente per un CD divertentissimo che omaggia con gusto e classe uno di quelli che il rock’n’roll lo ha letteralmente inventato.

Marco Verdi

Se Per Sbaglio Lo Chiamate Chris Non Si Offende Di Certo! Ned LeDoux – Next In Line

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Ned LeDoux – Next In Line – Powder River/Thirty Tigers CD

Quando due anni fa ho ascoltato il disco d’esordio di Ned LeDoux, Sagebrush, dopo qualche remora iniziale ne sono stato conquistato completamente https://discoclub.myblog.it/2018/01/13/e-proprio-il-caso-di-dire-tale-padre-tale-figlio-ned-ledoux-sagebrush/ . Figlio del compianto Chris LeDoux (per chi scrive uno dei migliori countrymen in circolazione quando era in vita), Ned ha avuto la consapevolezza di essere pienamente adeguato a portare avanti l’eredità musicale del padre e, complice un buonissimo talento compositivo ed una voce che somiglia in maniera impressionante a quella del genitore, ha intelligentemente iniziato la sua carriera nel segno della continuità con lo stile di Chris, il tutto con la massima naturalezza: in poche parole, si è fatto accettare senza problemi dai fans del padre quando molti avrebbero potuto accusarlo di essere derivativo.

Ed ora Ned ci riprova a distanza di due anni con Next In Line, che al primo ascolto si rivela anche meglio del già ottimo debutto: alla produzione c’è ancora l’amico Mac McAnally (noto cantautore in proprio e da anni collaboratore di Jimmy Buffett) e, anche se non conosco i nomi di chi suona nel disco in quanto ho tra le mani un advance CD, posso affermare che ci troviamo di fronte ad un riuscitissimo album di puro rockin’ country elettrico, con ballate di stampo western sferzate dal vento e brani caratterizzati da ritmo, feeling e chitarre. La voce profonda e le canzoni di Ned fanno il resto, facendo di Next In Line un album perfetto per l’ascolto in macchina o anche in casa con una bella birra ghiacciata in mano. Basta sentire l’iniziale Old Fashioned e si è già in pieno cowboy mood: infatti il brano è un country’n’roll chitarristico e coinvolgente, dal gran ritmo e con un refrain immediato. E poi la voce, sembra di sentire Chris redivivo. Worth It è una western song elettrica e cadenzata, niente violini e steel ma solo chitarre al vento, mentre un fiddle spunta nella saltellante Dance With You Spurs On, che infatti è molto più country anche se l’approccio è sempre vigoroso, ed in più c’è la presenza di Corb Lund in duetto (e come co-autore del pezzo).

Molto bella la title track, una ballata languida ma sempre dal tempo mosso, caratterizzata da una melodia eccellente e ricca di pathos; la deliziosa A Cowboy Is All è puro country, irresistibile sia nel ritmo che nel motivo, e sembra ancora una outtake di un vecchio album di papà Chris. Where You Belong è il primo singolo, ed è un rockin’ country potente, trascinante e tutto da godere, così come Travel Alone, dal ritmo galoppante e che fa pensare a lunghe cavalcate nelle praterie del Wyoming. Path Of Broken Dreams è una salutare oasi acustica, ma il disco riprende subito a rockeggiare con Just A Little Bit Better, nella quale il nostro duetta proprio con McAnally (e Chris Stapleton partecipa alla scrittura), e con una sanguigna e travolgente cover del classico di John Fogerty Almost Saturday Night. La limpida western ballad Great Plains precede l’omaggio finale di Ned al padre, la cui voce profonda introduce (per mezzo di una registrazione inedita) la sua Homegrown Western Saturday Night, eseguita dal figlio con attitudine da vero rock’n’roll cowboy: uno dei pezzi più avvincenti del CD.

Altro ottimo lavoro per Ned LeDoux: sul vostro scaffale mettetelo pure a fianco dei dischi di Chris.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 13. L’Album Che Chiudeva (Bene) La Loro Decade Più Importante. Jethro Tull – Stormwatch 40th Anniversary

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Jethro Tull – Stormwatch 40th Anniversary – Parlophone/Warner 4CD/2DVD Box Set

Consueto appuntamento annuale con le ristampe celebrative degli album dei Jethro Tull a cura di Steven Wilson e con la fattiva collaborazione di Ian Anderson, una delle migliori serie in circolazione in termini di rapporto qualità/prezzo, con box sempre esaurienti e completi sia dal punto di vista musicale che a livello di informazioni scritte. Quest’anno è la volta di Stormwatch, disco del 1979 della band britannica ed ultimo di una ideale trilogia folk-rock iniziata nel 1977 con Songs From The Wood e proseguita nel 1978 con Heavy Horses. Stormwatch era un altro album ispirato e di ottimo livello da parte del gruppo di Blackpool, con tematiche che sarebbero attuali ancora oggi come l’inquinamento e la salvaguardia dell’ambiente, mentre musicalmente le canzoni erano quasi tutte di qualità superiore, in giusto equilibrio tra atmosfere folk e momenti più rockeggianti, ma sempre con melodie dirette e fruibili.

Il disco, oltre a chiudere più che degnamente la decade più importante della carriera dei Tull, era anche l’ultimo a presentare la line-up “classica” del gruppo in quanto, a parte Anderson e l’inseparabile chitarrista Martin Barre, sia i tastieristi David Palmer e John Evan che il batterista Barriemore Barlow lasceranno la band dopo il tour successivo alla pubblicazione dell’album, mentre il bassista John Glascock dovrà abbandonare le sessions (con Anderson stesso che si occuperà di suonare le parti di basso restanti) per un problema di insufficienza cardiaca che gli sarà purtroppo fatale nel Novembre dello stesso anno. Questa nuova ristampa, sotto intitolata Force 10 Edition, è una delle più ricche della serie, con ben quattro CD ed due DVD audio (che però ripetono gran parte del materiale incluso nei CD in differenti configurazioni sonore), con una buona quantità di brani inediti ed anche diverse rarità: ma vediamo i contenuti nel dettaglio.

CD1. L’album originale remixato da Wilson, che inizia con North Sea Oil, uno dei pezzi più immediati nonché primo singolo estratto, un folk-rock ritmato e vibrante tipico dei nostri, con i consueti ficcanti interventi di flauto ed un bell’intreccio tra chitarra acustica ed elettrica. Orion è una bellissima canzone che alterna parti mosse e rockeggianti a splendidi intermezzi acustici, con evidenti rimandi al capolavoro Aqualung, ed anche Home fa vedere che Anderson era in una fase ispirata, in quanto stiamo parlando di una toccante rock ballad con un apprezzabile e non invasivo arrangiamento orchestrale. Dark Ages è un altro notevole pezzo che alterna momenti bucolici a taglienti svisate chitarristiche per nove minuti decisamente creativi, nei quali Barre svolge un ruolo di primo piano; Warm Sporran è uno strumentale funkeggiante che ricorda più il Mike Oldfield di quel periodo che i Tull stessi, Something’s On The Move è puro rock, trascinante e con elementi quasi hard, mentre Old Ghosts è ancora folk-rock nel tipico stile della band, orecchiabile ma ricco di idee non banali. La breve e folkie Dun Ringill precede la lunga (quasi otto minuti) Flying Dutchman, che inizia come una ballata pianistica per tramutarsi prima in una deliziosa folk song e poi in un pezzo rock chitarristico e coinvolgente; chiude Elegy, bellissimo brano strumentale scritto da Palmer, puro folk pastorale orchestrato nuovamente con molto gusto.

CD2. Un dischetto di outtakes provenienti dalle stesse sessions, quindici brani di cui sette inediti assoluti ed altre rarità assortite (alcune delle quali pubblicate in antologie del passato come 20 Years Of Jethro Tull e la collezione di inediti Nightcap), come l’accattivante brano uscito solo su singolo A Stitch In Time ed il suo lato B, una potente versione dal vivo di Sweet Dream (un brano del 1969), o l’intrigante strumentale tra rock e musica medievale King Henry’s Madrigal, all’epoca uscito solo su un EP. Le outtakes dei Tull spesso non erano inferiori ai brani poi pubblicati ufficialmente, e tra gli episodi salienti segnalerei senz’altro una strepitosa prima versione di Dark Ages di dodici minuti, la take completa di Orion, altri nove minuti, l’ottima rock song Crossword che poteva benissimo finire su Stormwatch, la saltellante Kelpie, una sorta di giga rock molto piacevole, qualche strumentale di ottimo livello (A Single Man, Sweet Dream Fanfare e l’eccellente  The Lyricon Blues) e l’evocativa e folkie Broadford Bazaar.

CD 3-4. Un concerto intero, ovviamente inedito, registrato a Den Haag in Olanda il 16 Marzo 1980, con l’ex Fairport Convention (che all’epoca si erano sciolti) Dave Pegg come nuovo bassista. Uno show molto potente ed inciso benissimo, con Anderson e compagni in grande forma: si inizia con ben sette brani di Stormwatch suonati uno di fila all’altro (ma manca stranamente North Sea Oil), con ottime rese di Dark Ages, Orion e Home. Una splendida Aqualung di dieci minuti introduce la parte della serata in cui i nostri pescano dal repertorio precedente al 1979, e non mancano canzoni prese dagli altri due dischi della “trilogia folk”, cioè Jack-In-The-Green, Heavy Horses, una bellissima Hunting Girl e Songs From The Wood. Finale strepitoso con una raffica di classici sparati uno dopo l’altro: Thick As A Brick, Too Old To Rock’n’Roll, Too Young To Die, Cross-Eyed Mary, Minstrel In The Gallery e la consueta chiusura con la trascinante Locomotive Breath. Gli anni ottanta saranno problematici per i Jethro Tull così come per tanti altri gruppi e solisti della prima (o seconda) ora, a partire dal travagliato A del 1980, ma per ora godiamoci questa riedizione di Stormwatch, che come ho scritto prima è una delle più interessanti della serie.

Marco Verdi

La “Saga” Degli Orphan Brigade Sbarca In Irlanda – To The Edge Of The World

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Orphan Brigade -. To The Edge Of The World – Appaloosa/Ird

Prosegue il meritevole viaggio musicale dei bravi Orphan Brigade, iniziato con la registrazione in una casa coloniale del Kentucky, e precisamente la Octagon Hall, con l’ottimo Soundtrack To A Ghost Story, proseguita nelle strade di Osimo, tra le caverne e le catacombe della ridente cittadina marchigiana, con Heart Of The Cave https://discoclub.myblog.it/2017/10/12/dal-kentucky-ad-osimo-la-magia-continua-the-orphan-brigade-heart-of-the-cave/ , fino poi ad arrivare, in una ideale trilogia, con questo ultimo lavoro To The Edge Of The World, alle belle coste della verde contea di Antrim. Come nei dischi precedenti gli Orphan Brigade, che sono sempre Ben Glover alla chitarra acustica e voce, Neilson Hubbard alla chitarra, batteria, percussioni, tastiere, voce, nonché produttore dell’album, Joshua Britt al mandolino, chitarra acustica e voce, compongono le canzoni sul posto, avvalendosi poi anche di validi musicisti locali quali Colm McClean alla pedal steel, Conor McCreanor al basso, Barry Keer al flauto e cornamusa, Danny Mitchell al piano, Marla Gassmann al violino, Bestie Whirter all’organo, le brave coriste Lorna, Karen e Joleen McLaughlin, e come ospite John Prine, per un nucleo di brani che non sono altro che 14 brevi racconti tra musica tradizionale e nuove sonorità.

L’introduzione del disco è una breve Pipes’ suonata dalla cornamusa di Barry Kerr, seguita dalle percussioni al ritmo da Bo Diddley “style” di una grintosa Mad Man’s Window, per poi scoprire gli intriganti e stranianti ululati di una “tribale” Banshee, registrati a mezzanotte nella foresta di Glenarm, fare in seguito un salto nel cimitero della chiesa di St.Patrick per cantare una celtica Under The Chestnut Tree, mentre con la danzante Dance With Me To The Edge Of The World, eseguita sulle scogliere del castello di Kinbane, è proprio impossibile non muovere il “piedino”. Si riparte con le chitarre acustiche di una dolce Children Of Lir, per poi far salire su una barca il grande John Prine, e dirigersi verso la baia di Glenarm, per cantare in duetto con lui una splendida ballata come Captain’s Song (Sorley Boy), scivolare ancora sulle note del mandolino di Joshua Britt, nel tenue valzer Isabella, cambiare totalmente ritmo con il “country celtico” di una song irlandese come St.Patrick On Slemish Mountain, che introduce il secondo breve intermezzo musicale, una Bessie’s Hymn giocata sull’organo della McWhirter.

La parte finale del lavoro ci porta infine sulle spiagge di Cushendun, con la corale e danzante Fair Head’s Daughter, la ripresa di una breve To The Edge The World, cantata con il supporto del Children’s Choir, trasferirsi nel convento di Bonamargy nel Ballycastle per ballare sulle panche una marcia nuovamente “tribale” come Black Nun, e andare a chiudere sulle strade della foresta di Glenarm, accompagnati dalla dolce nenia di un flauto, nella spettrale e catartica Mind The Road, cantata da Ben Glover. Il gruppo americano/irlandese, con questo To The Edge Of The World continua il suo viaggio per il mondo, con un modo attualmente unico di fare musica, una sorta di concept-albums sempre alla ricerca di storie e ispirazioni, con un giusto equilibrio tra arrangiamenti tradizionali e le nuove sonorità, che è il marchio di fabbrica della band. Gli Orphan Brigade non sbagliano un colpo, e come nei lavori precedenti c’è della magia in questo disco, suonato come Dio comanda, con testi intrisi di storia e commozione che ti entrano nell’anima e questo li rende unici e affascinanti. To be continued …

*NDT: Al solito una menzione speciale per la gloriosa etichetta italiana Appaloosa che ha pubblicato il CD, con allegato un libretto arricchito dai testi in inglese e con ottime traduzioni italiane.

Tino Montanari

Cofanetti Autunno-Inverno 12. Quando Robbie Robertson Scriveva Grandi Canzoni…E Le Faceva Cantare Agli Altri! The Band – The Band 50th Anniversary

The Band The Band 50th anniversary edition

The Band – The Band 50th Anniversary – Capitol/Universal Deluxe 2CD – Super Deluxe 2CD/2LP/BluRay/45rpm Box Set

Il titolo del post odierno è volutamente riferito alla carriera solista di Robbie Robertson ed in particolare al suo recente album Sinematic, nel quale il songwriter canadese ha dimostrato di avere praticamente esaurito la sua vena artistica ed anche la poca voce che aveva https://discoclub.myblog.it/2019/10/01/non-e-un-brutto-disco-ma-nemmeno-bello-robbie-robertson-sinematic/ . Ma c’è stato un tempo, tra il 1968 ed il 1970, in cui Robbie era probabilmente il miglior autore di canzoni al mondo e non aveva bisogno di usare la sua non imperdibile voce per farle ascoltare in quanto era a capo di quel meraviglioso gruppo denominato The Band. Già noti nell’ambiente per aver suonato prima con Ronnie Hawkins e soprattutto con Bob Dylan nel famoso tour del 1966 quando ancora si chiamavano The Hawks, i nostri avevano esordito nel 1968 con il celeberrimo Music From Big Pink, un capolavoro in tutto e per tutto ed uno degli album più influenti negli anni a venire https://discoclub.myblog.it/2018/07/04/grandissimo-disco-ma-questa-edizione-super-deluxe-piu-che-essere-inutile-sfiora-la-truffa-the-band-music-from-big-pink-in-uscita-il-31-agosto/ , capace di colpire a tal punto un giovane Eric Clapton da convincerlo a mettere da parte il tanto amato rock-blues, lasciare i Cream ed iniziare la carriera solista. Dare seguito ad un capolavoro non è mai semplice, ma la Band con l’omonimo The Band del 1969 (detto anche The Brown Album per il colore della copertina) riuscì a fare addirittura meglio, mettendo a punto un lavoro che oggi è giustamente considerato come una pietra miliare del rock mondiale ed uno dei classici dischi da isola deserta.

Ai giorni nostri è quasi un’abitudine avere a che fare con album del genere cosiddetto Americana con all’interno brani che mescolano stili diversi, ma dobbiamo pensare che a fine anni sessanta un certo tipo di sonorità in pratica non esisteva, e la Band fu tra le prime e più importanti realtà a fondere con la massima naturalezza rock, country, folk, blues, errebi, soul, ragtime, bluegrass, gospel e chi più ne ha più ne metta, creando un suono “ibrido” che ancora oggi viene citato come ispirazione fondamentale da intere generazioni di musicisti. Anche i testi delle canzoni erano in aperto contrasto con quanto andava di moda allora (non dimentichiamo che eravamo nel pieno della Summer Of Love), trattando di argomenti poco “cool” come storie di frontiera, la guerra di secessione, i grandi luoghi geografici degli Stati Uniti, o anche della vita rurale di tutti i giorni nelle piccole realtà di provincia da parte di comunità con forti valori religiosi: lo stesso look del gruppo ricordava una piccola congrega di Amish dei primi del novecento. E poi ovviamente c’erano i membri del quintetto, tutti quanti musicisti di primissimo piano: Robertson oltre ad un grande autore era (è) anche un chitarrista coi fiocchi, i tre cantanti Levon Helm, Richard Manuel e Rick Danko, oltre ad essere capaci di splendide armonie erano anche validissimi polistrumentisti, mentre Garth Hudson è sempre stato una sorta di direttore musicale e leader silenzioso, abile com’era nel suonare qualsiasi cosa gli passasse davanti.

The Band (registrato a Los Angeles e co-prodotto da John Simon, quasi un sesto membro del gruppo) è quindi un album in cui si sfiora la perfezione come raramente è successo altrove, ed è anche il primo lavoro dei nostri con solo materiale originale: se Music From Big Pink aveva come brano portante un capolavoro come The Weight, qui troviamo altri due classici che non sono certo da meno, ovvero le straordinarie The Night They Drove Old Dixie Down e Up On Cripple Creek (entrambe cantate da Helm), due canzoni che la maggior parte degli artisti non scrive in un’intera carriera. Ma il disco è anche (molto) altro, come la saltellante apertura con il notevole errebi Across The Great Divide, il trascinante cajun-rock Rag Mama Rag, la ballata rurale in odore di ragtime When You Awake, la toccante soul ballad Whispering Pines, caratterizzata dalla voce vellutata di Manuel, il rock’n’roll da festa campestre Jemima Surrender. E ancora la folk song modello Grande Depressione Rockin’ Chair, il boogie alla Professor Longhair Look Out Cleveland, il rock-got-country-got soul Jawbone, la lenta e pianistica The Unfaithful Servant, un piccolo capolavoro di equilibrio tra roots e dixieland, e l’elettrica e funkeggiante King Harvest (Has Surely Come). Per il cinquantesimo anniversario di questo album fondamentale la Capitol lo ha ripubblicato con un nuovo mix di Bob Clearmountain ed il remastering a cura di Bob Ludwig, arricchendo il tutto con diverse bonus tracks interessanti.

Il cofanetto comprende due CD, due LP, un 45 giri con Rag Mama Rag e The Unfaithful Servant, un BluRay audio con le configurazioni in surround 5.1 ed in alta risoluzione del disco originale oltre al solito bel libro con un saggio del noto giornalista rock Anthony DeCurtis (niente parentela con il nostro Totò) e varie foto rare. Un’edizione molto migliore di quella dello scorso anno riferita a Music From Big Pink, che offriva ancora meno a livello di bonus della ristampa del 2000: mi sento però di affermare che è sufficiente la versione in doppio CD, dato che per un costo decisamente inferiore (è anche a prezzo speciale) avete esattamente gli stessi contenuti musicali del box. Nel primo dischetto oltre ovviamente alle dodici canzoni originali abbiamo sei bonus tracks inedite: si inizia con una prima versione di Up On Cripple Creek non molto diversa da quella pubblicata, due takes alternate di Rag Mama Rag, più lenta e countreggiante e col piano grande protagonista, e di The Unfaithful Servant, meno rifinita ma già bellissima. Seguono due interessanti mix strumentali di Look Out Cleveland ed ancora Up On Cripple Creek ed una eccellente Rockin’ Chair acustica con le voci all’unisono. Il secondo CD ripropone le sette tracce aggiunte nell’edizione del 2000, cioè l’ottima rock song Get Up Jake, una outtake che aveva tutti i requisiti per finire sull’album, due mix alternativi di Rag Mama Rag e The Night They Drove Old Dixie Down (il primo dei quali con una traccia vocale diversa), e quattro versioni differenti di Up On Cripple Creek, Whispering Pines, Jemima Surrender (questa anche più coinvolgente di quella pubblicata nel 1969) e King Harvest (Has Surely Come).

Ma la chicca del secondo CD è l’esibizione completa del quintetto durante il terzo giorno del Festival di Woodstock nell’Agosto dello stesso anno, uno show che non presentava alcun riferimento al loro secondo album che sarebbe uscito poco più di un mese dopo. Un vero must, anche perché in tutti questi anni non era mai trapelato nulla di ufficiale da questa performance, a meno che come il sottoscritto non possediate una delle 1969 copie del cofanetto di 38 CD Back To The Garden. A tal proposito, invece di ri-recensire il concerto della Band, ripropongo qui di seguito quanto scritto lo scorso Settembre nel mio post a puntate sul megabox: The Band. A mio parere la chicca assoluta del box, dato che per 50 anni non era mai uscita neppure una canzone dal set del gruppo canadese. Ed il quintetto di Robbie Robertson non delude le aspettative, producendo un concerto in cui fa uscire al meglio il suo tipico sound da rock band pastorale del profondo Sud; solo tre brani originali (l’iniziale Chest Fever, la meno nota We Can Talk ed il capolavoro The Weight), un paio di pezzi di derivazione soul (Don’t Do It e Loving You Is Sweeter Than Ever), altrettanti standard (Long Black Veil e Ain’t No More Cane, entrambe splendide) e ben quattro canzoni di Dylan (Tears Of Rage, emozionante, This Wheel’s On Fire, Don’t Ya Tell Henry e I Shall Be Released, che diventa quindi l’unico brano ripreso nei tre giorni da tre acts diversi). Gran concerto, e d’altronde i nostri, oltre ad essere di casa a Woodstock, erano nel loro miglior periodo di sempre.

Una ristampa quindi imperdibile di un album già leggendario di suo (e, come ho già scritto, potete accontentarvi del doppio CD): se dovessi stilare una Top 10 dei migliori dischi di tutti i tempi, i prescelti per tale classifica potrebbero variare nel tempo a seconda del mio stato d’animo o di altri fattori, ma credo che uno spazio per The Band lo troverei sempre.

Marco Verdi

Una Doppia Razione Di Country-Rock Come Si Deve: Parte Seconda. Cody Jinks – The Wanting

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Cody Jinks – The Wanting – Late August CD

Dopo essermi occupato di After The Fire, eccomi di nuovo a parlare del texano Cody Jinks, dal momento che, ad appena sette giorni di distanza dal disco appena citato, il nostro ne ha pubblicato un altro intitolandolo The Wanting. I due lavori sono stati incisi nelle medesime sessions e con gli stessi musicisti, ed in un certo senso sono due facce della stessa medaglia: se After The Fire era più incentrato sulle ballate, The Wanting è più rock, più elettrico, anche se non mancano i momenti più intimi. Anche la durata è diversa, dato che l’album di cui mi accingo a scrivere dura 44 minuti contro i 32 dell’altro, e ad un primo ascolto mi sembra anche più riuscito. Intendiamoci, sono entrambi bei dischi, ma io Jinks lo preferisco quando fa il texano duro e puro arrotando le chitarre ed alzando il ritmo, ed in The Wanting di momenti così ce ne sono a piene mani.

Proprio la title track apre l’album in maniera strepitosa, con un country-rock terso e limpido (scritto e cantato con Tennessee Jet, non Jed) dallo splendido ritornello che ha anche un tono epico, il tutto sostenuto da un ottimo riff di violino e da una bella steel sullo sfondo. Same Kind Of Crazy As Me è una western ballad elettrica e cadenzata dal notevole pathos, una strumentazione quasi da film ed un altro bellissimo refrain, Never Alone Always Lonely è invece una vibrante slow song dal suono sempre elettrico, con un bell’assolo chitarristico ed un’atmosfera che ricorda spazi aperti al tramonto, ed è seguita da Whiskey, country ballad solida e maschia, con le chitarre ancora in evidenza. Un ritmo pulsante e coinvolgente introduce Where Even Angels Fear To Fly, poi entrano violino e voce ed il brano si rivela essere un country-rock immediato e texano al 100%, tra i più riusciti del CD; Which One I Feed è un pezzo rock dal passo lento, ma intenso e sempre decisamente elettrico, con elementi quasi sudisti.

A Bite Of Something Sweet è viceversa puro country, con la steel che ricama da par suo dietro il vocione del nostro. The Plea è un’altra traccia che ha il sapore southern rock, complice anche una slide insinuante che percorre tutta la canzone, a differenza di It Don’t Rain In California (provate ad andare a San Francisco ad Agosto e poi mi dite se non piove), un lento dalla melodia toccante ed accompagnamento discreto in cui spiccano ancora steel e violino, brano che contrasta con la vigorosa Wounded Mind, rockin’ country che mantiene un mood da ballata ma è contraddistinto da improvvise sventagliate chitarristiche. Il disco si chiude con Ramble, pianistica e crepuscolare, e con la pimpante The Raven And The Dove, limpido e corale pezzo country & western come solo in Texas sanno fare, che reca tracce di Jerry Jeff Walker nell’orecchiabile ritornello.

Con questi due album pubblicati praticamente insieme per un po’ dovremmo essere a posto con Cody Jinks, anche se, vista la qualità, non mi dispiacerebbe ne uscisse un altro tra qualche mese.

Marco Verdi

Una Doppia Razione Di Country-Rock Come Si Deve: Parte Prima. Cody Jinks – After The Fire

cody jinks after the fire

Cody Jinks – After The Fire – Late August CD

Se fossimo ancora negli anni settanta, uno come Cody Jinks apparterrebbe senz’altro al movimento degli Outlaws. Texano, Jinks è infatti un countryman di quelli duri e puri, che non scendono a compromessi ma fanno la loro musica, infischiandosene se il risultato finale è buono per le radio oppure no: dotato di un’ottima voce e di una altrettanto valida capacità di scrittura, Cody ha il ritmo ed il rock’n’roll nel sangue, e la sua musica è sempre molto elettrica e decisa. Attivo da più di dieci anni, Jinks ha avuto una carriera che è cresciuta disco dopo disco, sia in qualità che in popolarità, ed i suoi ultimi due lavori, gli eccellenti I’m Not The Devil (2016) e Lifers (2018) https://discoclub.myblog.it/2018/07/31/almeno-per-ora-il-disco-country-rock-dellanno-cody-jinks-lifers/ , sono entrambi saliti nella Top Five della classifica country, e tutto senza modificare di una virgola il suono. Il nostro è anche un musicista incredibilmente prolifico, e lo dimostra ora pubblicando ben due album quasi in contemporanea, After The Fire e, ad una settimana di distanza, The Wanting.

Qui mi occupo del primo dei due lavori, un album di puro country-rock texano come d’abitudine, che non mancherà di soddisfare gli estimatori del musicista di Haltom City. A differenza dei dischi precedenti After The Fire ha però una netta prevalenza di ballate rispetto ai pezzi più mossi, mentre The Wanting come vedremo è più spostato sul versante rock. Niente paura però, in quanto Jinks non ha perso la bravura di scrivere belle canzoni (spesso collaborando con altri autori, tra cui Paul Cauthen, Josh Morningstar, Larry Hooper e la moglie Rebecca Jinks), né di rivestirle con un sound robusto e vigoroso: la noia è quindi bandita in queste dieci canzoni, anche grazie alla durata contenuta dell’album (32 minuti). Cody è accompagnato da una rodata band che sa il fatto suo, che comprende Chris Claridy  alla chitarra solista, Joshua Thompson al basso (e produzione del disco), David Colvin alla batteria, il bravissimo Austin Tripp alla steel, Drew Harakal al pianoforte e Billy Contreras al violino. Un drumming potente introduce la title track, un brano cadenzato ma dal passo lento, con chitarre arpeggiate ed una melodia profonda e diretta: il suono si apre a poco a poco e la ballata si rivela di ottimo livello, grazie anche alla bella steel in sottofondo.

Ain’t A Train ha un ritmo pulsante, un dobro che lavora nell’ombra ed il pezzo procede spedito verso il refrain, che è seguito da uno spettacolare cambio di tempo sottolineato da un vibrante assolo di violino: puro rockin’ country di alto livello. Yesterday Again è uno slow elettroacustico e disteso, ancora con la splendida steel di Tripp a punteggiare la melodia ed elevare il brano dalla media, Tell’em What It’s Like è puro country texano, un lento decisamente ben eseguito e con il consueto motivo avvolgente e piacevole fin dal primo ascolto: Cody in questo album è più balladeer del solito, ma la grinta non viene di certo messa da parte. Think Like You Think è ancora uno slow cadenzato di ottima fattura, country al 100% e con un uso ispirato degli strumenti (con steel e chitarra twang in evidenza); William And Wanda è toccante, suonata benissimo e cantata ancora meglio, mentre One Good Decision movimenta il disco con un godibilissimo honky-tonk elettrico dal gran ritmo, texano fino al midollo. La delicata ed acustica Dreamed With One è quasi folk, con Cody che ci mette tutto il feeling in suo possesso, ed anche Someone To You prosegue sul tema delle country ballads evocative; il CD termina con la coinvolgente Tonedeaf Boogie, un irresistibile western swing strumentale suonato come si faceva ai tempi di Bob Wills, con assoli a ripetizione dei vari strumenti, un divertissement che chiude l’album all’insegna di ritmo ed allegria.

After The Fire ci presenta quindi un Cody Jinks diverso e più meditativo, ma non per questo meno interessante.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 9. Un Album Che Col Passare Degli Anni E’ Persino Migliorato! R.E.M. – Monster 25th Anniversary

r.e.m. monster box

R.E.M. – Monster 25th Anniversary – Concord/Universal 5CD/BluRay Box Set

In campo musicale non è mai facile dare seguito ad un disco che è considerato all’unanimità il tuo capolavoro, ed è ancora più complicato se lo stesso disco arrivava dopo il tuo album più venduto di sempre. Questo è esattamente ciò che capitò ai R.E.M. nel 1994, quando si erano trovati nell’imbarazzo di dover pubblicare un nuovo lavoro che seguisse il loro masterpiece indiscusso Automatic For The People, che a sua volta era arrivato un anno dopo Out Of Time, il loro best seller assoluto. Il quartetto di Athens fece allora una scelta che a mente fredda era la più logica, ma sul momento spiazzò non poco fans e critici: pubblicare un album dal suono completamente diverso, pigiando l’acceleratore sul rock senza avere paura di distorcere le chitarre, citando palesemente il grunge così di moda in quel periodo ed il glam anni settanta come influenze principali. Il risultato fu Monster, il disco più rock mai realizzato fino a quel momento dal gruppo guidato da Michael Stipe (come sempre insieme a Peter Buck, Mike Mills e Bill Berry), un lavoro che, seppur “annacquato” dalle melodie pop e orecchiabili tipiche dei nostri, diede un bello scossone a chi si aspettava un clone di Automatic For The People https://discoclub.myblog.it/2017/12/19/25-anni-dopo-e-ancora-un-capolavoro-r-e-m-automatic-for-the-people-25th-anniversary/ . Il suono era rock al 100%, con il livello delle chitarre spesso ad un volume molto più alto della voce di Stipe, al punto che qualcuno disse che i R.E.M. erano tornati quelli di inizio carriera quando nelle loro canzoni non si capivano le parole: il disco ebbe comunque un ottimo successo, grazie anche alla decisione dei nostri di portarlo in tour (cosa che non avveniva dall’album Green, 1989).

Oggi Monster beneficia della campagna di ristampe per i 25 anni dei dischi della band georgiana, e l’operazione è quella più dettagliata e ricca tra quelle uscite finora, anche più di Automatic For The People: ben cinque dischetti audio ed un BluRay, in una pratica confezione formato CD con copertina dura tipo libro, che però creerà non pochi problemi ai collezionisti dato che è la quarta veste grafica differente finora (gli album degli anni ottanta erano tutti in formato “clamshell”, Out Of Time in stile libro/DVD size – tipo le ristampe dei Jethro Tull – ed Automatic For The People in dimensione simil-LP). Sul primo dischetto troviamo l’album originale completamente rimasterizzato, un disco che risentito oggi appare molto migliore di quanto era sembrato all’epoca (anch’io nel 1994 ero rimasto inizialmente disorientato dal suono) e che ha superato l’esame del tempo molto meglio, ad esempio, di Up del 1998. Detto dei soliti testi di difficile interpretazione e pieni di nonsense e riferimenti oscuri, il CD parte con il singolo What’s The Frequency, Kenneth?, una deliziosa pop song dalla solida veste rock, con un accattivante contrasto tra la chitarra quasi distorta di Buck e la melodia decisamente orecchiabile. Crush With Eyeliner vede Thurston Moore dei Sonic Youth alla seconda chitarra ed è una delle mie preferite: una rock song potente e cadenzata che ricorda molto Lou Reed sia per il suono tra rock’n’roll e glam sia per il modo di cantare di Stipe, con le chitarre che alternano riff taglienti all’uso del vibrato. King Of Comedy è un funk-rock con una parte di basso molto accentuata, e se consideriamo anche la chitarra in evidenza come sempre la voce di Stipe è quasi nelle retrovie; l’attendista I Don’t Sleep, I Dream è sempre rock ma più vicina alle atmosfere tipiche dei nostri.

Star 69 è testosterone puro, più un esercizio di forza rocknrollistica che una vera e propria canzone, mentre Strange Currencies è una splendida ballata elettrica ricca di pathos che non avrebbe sfigurato su Automatic For The People, forse il capolavoro del disco. Tongue è completamente diversa dal resto dell’album, essendo uno squisito blue-eyed soul dal sapore anni sessanta con Stipe che canta in falsetto ed un organo sullo sfondo, ma con la bella Bang And Blame (che ha somiglianze nella melodia con Losing My Religion) torniamo alle atmosfere rock, per un altro dei pezzi più riusciti del CD; la trascinante I Took Your Name è ancora puro rock’n’roll chitarristico, con Stipe che sembra cantare dalla stanza accanto, Let Me In è caratterizzata dal contrasto tra la traccia di chitarra decisamente aggressiva e la voce pacata di Michael, Circus Envy è distorta, cupa e “cattiva”, mentre You chiude l’album su una nota quasi ipnotica. Il secondo dischetto presenta quindici demo presi dalle sessions di Monster, ma stranamente senza alcuna canzone che poi finirà sull’album: infatti ci troviamo in presenza di vari brani strumentali che sono in realtà prove, bozzetti ed ipotesi di canzoni che poi verranno in gran parte lasciate in un cassetto, con titoli provvisori come Uptempo Ricky, AM Boo, Sputnik 1 Remix, Rocker With Vocal e Experiment 4-28 No Vocal. Gli unici brani cantati sono Revolution 4-21, che in un’altra versione e con il semplice titolo di Revolution finirà sulla colonna sonora di Batman & Robin, e la già citata Rocker With Vocal che però vede Mills al microfono. In un paio di casi le tracce verranno riprese in seguito, come per l’intrigante western tune Harlan County With Whistling che diventerà Final Straw sull’album Around The Sun e Black Sky 4-14 che attenderà addirittura 14 anni prima di finire su Accelerate con il titolo di Until The Day Is Done. Alcuni pezzi sono quasi finiti e mancherebbe solo la voce, come il gradevole pop-rock chitarristico Pete’s Hit, il rock’n’roll Uptempo Mo Distortion o la suggestiva ballata acustica Mike’s Gtr. Un dischetto forse non indispensabile ma piacevole.

Il terzo CD presenta Monster remixato ex novo dal produttore originale Scott Litt: normalmente considero questi “nuovi” remix un pretesto per allungare il brodo e far salire il prezzo del prodotto finale, ma in questo caso l’operazione ha senso, dato che Litt non era mai stato soddisfatto del suono originale del 1994 in quanto in aperto disaccordo con le idee del gruppo. Ora ha finalmente avuto la possibilità di rimetterci le mani sopra e di confezionare un album più coerente con il suo pensiero, ed in alcuni casi le differenze si sentono eccome. La voce di Stipe è adesso ben al centro e più pulita (Strange Currencies è esemplare in questo senso), Let Me In ha una parte di organo in meno, You non ha la batteria all’inizio e What’s The Frequency, Kenneth? ha una parte di chitarra diversa, così come in King Of Comedy. Ma le differenze più marcate si notano nella già citata Strange Currencies e Crush With Eyeliner, per le quali Litt ha addirittura utilizzato delle tracce vocali alternate. Non saltate quindi a piè pari questo terzo CD, vale la pena ascoltarlo per avere una visione di Monster abbastanza diversa. I restanti due supporti audio contengono un concerto completo, ovviamente inedito, registrato a Chicago il 3 Giugno del 1995 durante il tour promozionale seguito alla pubblicazione di Monster, una serie di concerti che causò diversi problemi ai membri del gruppo ed in particolare a Berry che soffrì di un aneurisma cerebrale in Svizzera, che lo costringerà a lasciare i compagni due anni dopo.

Dati i presupposti creati da Monster, il concerto è molto rock, con il nuovo album rappresentato da ben nove pezzi tra i quali spiccano What’s The Frequency, Kenneth?, Crush With Eyeliner, Strange Currencies (accolta con un boato dal pubblico) e Tongue. Automatic For The People è presente solo con tre brani, e per fortuna due sono le splendide Man On The Moon e Everybody Hurts (la terza è Monty Got A Raw Deal, ma avrei preferito Drive). Chiaramente non mancano i classici del gruppo, Losing My Religion in testa, ma pure Country Feedback, Orange Crush, So. Central Rain (I’m Sorry), e c’è anche Revolution in anticipo di due anni sulla pubblicazione (non un grande brano comunque), oltre a due inediti assoluti, Undertow e Departure, che nel 1996 finiranno su New Adventures In Hi-Fi. Finale con altre due canzoni molto note, Pop Song 89 e la frenetica It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine). Il BluRay contiene Monster in due configurazioni audio alternative (surround ed alta risoluzione), sei video tratti dall’album e la riproposizione del film-concerto Road Movie, uscito all’epoca solo in VHS e DVD.

A livello di ristampe dei R.E.M. questa riedizione di Monster è quindi quella che offre più materiale interessante, e sono fin da ora in curiosa attesa per il 2021, quando ricorreranno i 25 anni di New Adventures In Hi-Fi, che personalmente giudico il miglior lavoro della band di Athens da Automatic For The People in poi.

Marco Verdi

Le “Capre” Del Donegal Sono Tornate. Goats Don’t Shave – Out The Line

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Goats Don’t Shave – Out The Line – Pat Gallagher Music

Chi ci segue regolarmente sul Blog avrà notato che regolarmente, ad ogni uscita dei Goats Don’t Shave, il sottoscritto (con immenso piacere) è chiamato dall’amico Bruno a recensire i loro lavori: una ottima band irlandese che a partire dai primi anni ’90 è stata sicuramente una stella di prima grandezza nel panorama folk del periodo, alfieri di un suono intrigante che recupera in parte elementi popolari, e li mescola con robuste dosi di sanguigno rock (in tal caso recuperate i primi due bellissimi album The Rusty Razor (92) e Out In The Open (94). A distanza di tre anni dal loro ultimo lavoro in studio Turf Man Blues (16) https://discoclub.myblog.it/2016/04/28/cartoline-dal-donegal-goats-dont-shave-turf-man-blues/ , Pat Gallagher e le sue “capre” tornano con Out The Line (il CD non è recentissimo, uscito la scorsa primavera, ma ne sono venuto in possesso solo ora), registrato nei Gweedore GMC Studios, situati appunto nella verde contea del Donegal, con l’attuale “line-up” composta oltre che dal leader indiscusso Pat alla chitarra e voce, dal fratello Michael Gallagher alla batteria, Gerry Coyle al basso, Declan Quinn al mandolino e whistle, Seàn Doherty alla chitarra acustica, Charlie Logue alle tastiere, Jason Phibin al violino, con il contributo come corista della figlia Sarah Gallagher.

L’inizio di Out The Line è affidato alla corale Faraway Boys, con la sezione ritmica come al solito in gran spolvero, mentre la seguente The Drowning Man è una folk-ballad pulita, lineare, che fa da preludio alla più tirata e corposa Half Hanged Mcnaghten, che riporta alla mente certe cose dei mai dimenticati Pogues, mentre Don’t Give Your Love To Anyone è abbastanza anonima e purtroppo non aggiunge nulla di nuovo. Si prosegue con una song delicata e carica di emozioni come Just A Girl, con il cantato di Gallagher che duetta con il violino di Jason Phibin, seguita da We Got It Made grande ballata alla Hothouse Flowers, con tanto di influenze “soul” e il controcanto di Sarah, per poi recuperare dal singolo dello scorso anno una ballata “folk” dal titolo natalizio Christmas Day, e una Brother cantata alla Christie Moore, con una bella melodia intessuta dal violino di Phibin e la voce delicata di Sarah di supporto. La parte finale sposta l’obiettivo su un folk-rock indiavolato come Trouble In The Promised Land, con alla ribalta Mark Crossan e il suo Whistle, mentre Two Friends è una bella, acustica e nostalgica “love-song”, e infine andare a chiudere con il brano musicalmente più completo del lavoro, I Know Better Now, con un pregnante sound chitarristico, con la fisarmonica di Declan e il violino di Jason in evidenza.

Oggi come ieri la “leadership” dei Goats Don’t Shave è saldamente nelle mani di Pat Gallagher, che è cantante e autore di tutti i brani presentati sin dalla nascita del gruppo, brani che ancora oggi hanno punti di contatto con gruppi simili di riferimento come i Saw Doctors, Men They Couldn’t Hang per le ballate, e per i brani più tirati e corposi i Levellers e i Pogues dello “sdentato” Shane MacGowan. Per chi scrive Out The Line è di nuovo una prova decisamente positiva, che ci consegna una band che vive ancora un buon momento creativo, che ha ancora buone cartucce da sparare e diverse cose da dire, con canzoni che hanno un senso e una logica, che fanno pensare oltre che rilassare. In definitiva li conosce sa già cosa fare (o lo ha già fatto), per tutti gli altri è l’occasione migliore per entrare in contatto con una delle più interessanti band di musica “folk-rock” celtica ancora oggi in circolazione. Intramontabili!

*NDT: Come al solito purtroppo il CD è di difficile reperibilità, però se siete interessati scrivete al vecchio Pat sul suo sito, e sarà felice (dopo pagamento) di inviarvelo autografato. Alla prossima!

Tino Montanari

Dopo Cinque Anni Di “Assenza” Sono Più In Forma Di Prima! Micky & The Motorcars – Long Time Comin’

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Micky & The Motorcars – Long Time Comin’ – Thirty Tigers CD

Tornano a ben cinque anni di distanza dal loro ultimo lavoro Hearts From Above (quattro se contiamo il bellissimo live del 2015 Across The Pond https://discoclub.myblog.it/2015/10/12/dei-migliori-live-minori-dellanno-micky-the-motorcars-across-the-pond-live-from-germany/ ) i bravi Micky & The Motorcars, quintetto guidato da Micky e Gary Braun, fratelli originari dell’Idaho ma da anni trapiantati ad Austin, Texas. I due Braun Brothers sono soltanto la metà di altri due fratelli, Cody e Willy Braun, che a loro volta sono i leader dei noti Reckless Kelly (ed il loro padre è il countryman di culto Muzzie Braun). Una famiglia dalle profonde radici musicali quindi, e con tutti i componenti dotati di un notevole talento: attivi dal 2003, Micky e le sue Autovetture hanno infatti proposto da subito un country-rock elettrico e coinvolgente, dove ritmo e chitarre la fanno da padroni e le melodie orecchiabili vanno di pari passo con l’accompagnamento robusto. Più country dei Reckless Kelly, Micky e Gary (entrambi chitarristi, mentre Micky è anche la voce solista) non hanno mai fatto un disco sottotono, ed il mio dubbio era che dopo cinque anni di silenzio avessero un po’ perso lo smalto.

Niente di più lontano dalla verità: Long Time Comin’ è un altro lavoro solido, piacevole e coinvolgente allo stesso tempo, con una serie di canzoni fatte apposta per piacere al primo ascolto; oltre ai due leader troviamo ancora i fidi Joe Fladger al basso e Bobby Paugh alla batteria, mentre il posto della chitarra solista di Pablo Trujillo è stato preso da Josh Owen, che suona anche la steel. L’avvio del CD è al fulmicotone con la splendida Road To You, una country song tersa e solare dalla melodia vincente, che ricorda non poco il primo Steve Earle, che aveva lo stesso tipo di approccio rock: too rock to be country, too country to be rock, si diceva (così come Joe Ely negli anni settanta). La cadenzata Rodeo Girl potrebbe essere il genere di brano che avrebbe fatto Tom Petty se fosse nato in Texas: diretta, robusta e con le chitarre in primo piano; Alone Again Tonight è Americana al 100%, vibrante e decisamente bella, ancora con le chitarre a dominare affiancate da un organo hammond; Lions Of Kandahar ha un intro duro, al limite della psichedelia, poi Micky inizia a cantare e riporta tutto su territori più familiari, ma il pezzo resta decisamente rock e potente, con un bel crescendo strumentale https://www.youtube.com/watch?v=gotK5DVs9po .

All Looks The Same è più lenta ma mantiene comunque una certa tensione elettrica, e spunta anche un’armonica leggiadra, Thank My Mother’s God ha un ritmo sostenuto nonostante una strumentazione in parte acustica, ed è il brano più country finora, mentre Break My Heart è nuovamente puro rockin’ country, con l’ennesimo connubio vincente tra melodia e ritmo, ed è tra le più piacevoli, in contrasto con la lenta Run To You, una ballatona romantica alla maniera texana (cioè senza eccedere in smancerie). L’album termina con la tonica Stranger Tonight, country-rock song vigorosa e col solito refrain che “acchiappa”, la bella Hold This Town Together, ballatona in odore di Eagles con ottima prestazione di Owen alla slide https://www.youtube.com/watch?v=9PIeQscl_54 , e con la bucolica e deliziosa title track, scritta insieme a Bruce Robison https://www.youtube.com/watch?v=qtQu3T78h04 . Non solo Micky & The Motorcars non si sono persi per strada, ma Long Time Comin’ è probabilmente il loro album più riuscito.

Marco Verdi