Una (Bella) Via Di Mezzo Tra Country E Soul. Adam Hood – Somewhere In Between

adam hood somewhere in between

Adam Hood – Somewhere In Between – Southern Songs CD

Adam Hood è un musicista nativo dell’Alabama attivo dai primi anni del secolo, ed è uno che se l’è sempre presa comoda, uscendo con un nuovo disco solo quando si sentiva veramente pronto: solo quattro album (ed un paio di EP) dal 2002 al 2014. Da buon uomo del sud, Adam è uno che bada al sodo, non incide tanto per farlo, magari ci mette un po’ di più del normale ma non vuole lasciare nulla al caso: Welcome To The Big World aveva ottenuto critiche lusinghiere (ed anche al sottoscritto era piaciuto da subito), ma con Somewhere In Between, il suo nuovissimo lavoro, Hood sale ulteriormente di livello. La sua musica è classificata come country, ma il termine nel suo caso è quanto mai riduttivo, in quanto nel suo sound troviamo decise tracce di southern soul, sia per l’accompagnamento classico basato sul suono caldo di chitarre ed organo, sia per la sua voce ricca di sfumature. D’altronde venendo dall’Alabama ed amando la vera musica non si può fare a meno di venire influenzati dal suono di quella terra.

Prodotto da Oran Thornton, Somewhere In Between contiene undici scintillanti esempi di puro country-soul, musica americana in maniera totale, canzoni che evidenziano l’ottima capacità di scrittura del nostro, suonate con estrema finezza da un gruppo di sessionmen coi fiocchi, tra i quali spicca il noto chitarrista Pat McLaughlin, già titolare di una carriera in proprio come musicista e songwriter e collaboratore, tra i tanti, di Rosanne Cash, John Prine, Cowboy Jack Clement e Neil Diamond. Le canzoni sono arrangiate con semplicità, due o tre chitarre al massimo, la sezione ritmica sempre presente, e l’organo a tessere sullo sfondo: il resto lo fa Adam con la sua bravura interpretativa. L’album inizia splendidamente con Heart Of A Queen, una fulgida e rilassata ballata giusto a metà tra il country classico ed il suono bucolico di The Band (sicuramente il gruppo di Robbie Robertson è una delle influenze principali del nostro), con una melodia dal pathos notevole e la bella voce del leader in primo piano. She Don’t Love Me è più ritmata ed elettrica, ma il timbro vocale di Hood ha sempre un approccio molto soulful, e qui si alterna con il tono più nasale dell’ospite Brent Cobb, altra bella canzone che il contrasto tra le due ugole migliora ulteriormente; la limpida Alabama Moon è tutta giocata su un gustoso intreccio di chitarre elettriche ed acustiche, un organo caldo ed un deciso sapore country got soul anni settanta (qualcuno ha detto Johnny Rivers?).

Molto bella anche Downturn, altra ballata dal passo lento, un country crepuscolare da ascoltare al tramonto, mentre con The Weekend il disco si sposta su territori decisamente rock-soul, un pezzo cadenzato ed annerito che il nostro conduce in porto con grande sicurezza, ed il suono è sudista al 100%; Bayou Girl è country come si farebbe in Louisiana, chitarra e dobro sugli scudi ed atmosfera decisamente laidback, in contrapposizione con la solare ed ariosa Easy Way, puro country-rock, che sarebbe già godibile di suo ma la voce soulful di Hood porta su un livello superiore. Locomotive è una pimpante rock’n’roll song, orecchiabile e diretta, che mostra la disarmante facilità di Adam nel proporre canzoni semplici ma di impatto immediato; Keeping Me Here aumenta il mood elettrico, l’attacco è quasi alla Tom Petty, ed il brano è ottimo da sentire sulle highways americane: tra i più riusciti del lotto. Il CD volge al termine, ma c’è ancora tempo per la tenue ed evocativa Real Small Town, senza dubbio la più country di tutte, e per la folkeggiante Confederate Rose, chiusura intima con accompagnamento della band decisamente sul versante rock.

Probabilmente Adam Hood non assaporerà mai il successo di pubblico, ma questo non gli impedirà di certo di continuare a fare musica con il cuore e con l’anima.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 5. Good Old Boys – Live: Drink Up And Go Home

good old boys

Good Old Boys – Live: Drink Up And Go Home – RockBeat 2CD

E’ ben noto che Jerry Garcia non amasse starsene con le mani in mano, e anche quando era in pausa dai Grateful Dead riusciva a trovare il tempo per suonare ed incidere con altri musicisti, fossero essi Merl Saunders, Howard Wales, i New Riders Of The Purple Sage, gli Old And In The Way o più semplicemente quando era a capo della Jerry Garcia Band, sia acustica che elettrica. Un episodio meno conosciuto della carriera del chitarrista californiano è però quello dei Good Old Boys, un gruppo estemporaneo a carattere bluegrass guidato da David Nelson, leader dei già citati New Riders Of The Purple Sage, e dal fenomenale mandolinista Frank Wakefield, ai quali Jerry produsse l’unico album, Pistol Packin’ Mama, inciso nel ranch del drummer dei Dead Mickey Hart e pubblicato nel 1976. Prima di quel disco però i Good Old Boys fecero qualche serata in piccoli locali, non una vera e propria tournée ma pochi concerti in posti selezionati, dove alla chitarra di Nelson ed al mandolino di Wakefield, si univano il violinista Brantley Kearns, già con David Bromberg ed in seguito con Dwight Yoakam e Marty Stuart, il bassista Pat Campbell e lo stesso Garcia al banjo (e tutti quanti cantavano anche, come nella vera tradizione della mountain music).

Ora esce per la RockBeat un documento che non esiterei a definire eccezionale, cioè un live registrato dai nostri nel 1975 al Margarita’s Cantina di Santa Cruz in California da John Cutler utilizzando un registratore a due piste appartenente a Owsley Stanley (il mitico sound engineer meglio noto come “Bear”): Live: Drink Up And Go Home è un doppio CD inciso in maniera decisamente buona e godibile dalla prima all’ultima canzone, un documento ripeto notevole perché ha il merito di farci ascoltare una band durata pochissimo. Il repertorio è composto quasi unicamente da cover, siano essi brani tradizionali o appartenenti ai songbook di leggende del bluegrass (e non solo) come Bill Monroe, Roy Acuff, Kitty Wells, i McCoury Brothers, la Carter Family, Flatt & Scruggs, Jimmie Rodgers, Charlie Poole e gli Everly Brothers. Musica gioiosa, fatta per il piacere di suonare, spontanea, con qualche imperfezione tecnica ma vera, reale, non costruita. Prendete l’iniziale Ashes Of Love, si percepisce la voglia di suonare del quintetto e di dare il meglio, non importa se qualcuno a volte stona, sbaglia un’entrata o perde una battuta: il pubblico lo capisce e si lascia coinvolgere senza problemi. Deep Elem Blues la facevano anche i Dead (ma qui non canta Garcia), un bluegrass che più tradizionale non si può, con assoli continui tra i quali spiccano banjo e mandolino; Dim Lights, Thick Smoke (And Loud Loud Music) è un classico del country che hanno fatto in cento, ed i nostri la propongono in maniera rilassata e fluida, facendo risaltare la nota melodia.

Non sto a citare tutti i 24 pezzi della raccolta, mi limito a segnalarne alcuni lasciando a voi il piacere di scoprire il resto: la lenta I’ll Never Make You Blue, con un fantasmagorico Wakefield, la deliziosa She’s No Angel, una monumentale Wildwood Flower (sentite come suonano), l’irresistibile Long Gone, con Jerry che strimpella il banjo come se non ci fosse domani, una saltellante versione del superclassico T For Texas, i bluegrass-gospel Jerusalem Moan ed il gran finale con la famosa Orange Blossom Special, quasi sei minuti tiratissimi all’insegna del ritmo e con il mandolino di Wakefield suonato in maniera incredibile. Lo stesso Wakefield porta in dote due brani scritti da lui, Jesus Loves His Mandolin Player e New Camptown Races, due strumentali in cui il suo strumento è letteralmente in trance agonistica. Anche Garcia ha i suoi momenti: canta da solista nella splendida All The Good Times (una hit per Flatt & Scruggs) e nella pura e limpida Drink Up And Go Home, e si scatena al banjo nello strumentale di Roy Acuff Fireball Mail, una forza della natura. In uno degli ultimi post ho bacchettato la RockBeat, rea di aver fatto la “furba” con il live Late At Night di Mike Bloomfield, ma per questa doppia testimonianza dei Good Old Boys non posso che farle i complimenti.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 4. Mike Bloomfield – Late At Night: McCabe’s January 1, 1977

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Mike Bloomfield – Late At Night: McCabe’s January 1, 1977 – RockBeat CD

A parte lo splendido cofanetto retrospettivo del 2014 From His Head To His Heart To His Hands, negli ultimi anni sono usciti numerosi concerti postumi del grande Mike Bloomfield, quasi tutti di ottima qualità anche se molti di essi dalla legalità dubbia, l’ultimo dei quali è questo Late At Night: McCabe’s January 1, 1977, pubblicato circa tre mesi fa. Se il nome del luogo vi suona familiare, è perché nel 2017 era uscito Live At McCabe’s Guitar Shop, January 1, 1977, che prendeva in esame un concerto pomeridiano che il grande chitarrista di Chicago aveva tenuto nel famoso negozio di strumenti musicali di Santa Monica (un sobborgo di Los Angeles), mentre quello di cui mi accingo a parlare documenta lo show serale (una volta era pratica comune per gli artisti suonare due spettacoli al giorno). C’è da dire che i due set non sono sovrapponibili, in quanto Bloomfield aveva suonato due scalette completamente diverse, e lo show pomeridiano era perlopiù elettrico, mentre questo Late At Night ha una prima parte acustica.

mike bloomfield i'm with you always

C’è però una magagna, e neanche tanto piccola: i musicofili più attenti, o i fans di Mike, avranno già sentito puzza di bruciato, e ciò è dovuto al fatto che questo spettacolo serale era già uscito ufficialmente alcuni anni fa con il titolo di I’m With You Always, stesse canzoni ma poste in ordine diverso, e la RockBeat (etichetta che spesso si muove ai confini della legalità, un po’ come la label preferita da Bruno, la Cleopatra) non ha fatto altro che ripubblicarlo cambiando il titolo, ma guardandosi bene da specificarlo nelle note del CD (*NDB Edizioni in CD della Demon o della americana Benchmark, ancora disponibile, per chi vuole l’originale). Per me non è un problema, dato che non possiedo I’m With You Always, ma per chi ce l’ha questo Late At Night è un acquisto perfettamente inutile, anche se sul retro di copertina viene annunciato in pompa magna che i nastri sono stati restaurati digitalmente (ho qualche dubbio, anche se il suono è comunque ottimo). Dal punto di vista artistico, il CD è comunque di quelli da non perdere (se non avete già I’m With You Always, ripeto), in quanto siamo di fronte ad uno dei migliori chitarristi di sempre, uno che suonava davvero con l’anima, e lo ha sempre fatto in tutte le sue configurazioni (The Paul Butterfield Blues Band, The Electric Flag, nelle collaborazioni con Al Kooper, Barry Goldberg ed altri, da solista e come sessionman), fino alla tragica scomparsa per overdose nel 1981 a soli 38 anni.

E tutto ciò viene confermato da questo breve concerto (tre quarti d’ora circa), nel quale Mike dimostra di non essere solo un grande della chitarra elettrica, ma anche abilissimo con l’acustica: la prima parte infatti vede Bloomfield da solo sul palco che fa vedere la sua maestria anche con la spina staccata, sette brani di stampo più folk che blues, con il pubblico che ascolta rapito ed in religioso silenzio. Basta sentire il brano d’apertura per rendersene conto: Hymn Tune (tradizionale come tutte le canzoni di questa parte “unplugged”, tranne una) è uno strumentale dal delizioso sapore folk, in cui Mike si mette sullo stesso piano di grandissimi della chitarra acustica come John Fahey e Leo Kottke, pura poesia musicale. La famosa Frankie And Johnny, un brano che hanno fatto in mille, è resa in maniera vivace anche se in “splendid isolation”, e Mike mostra di non essere male neanche come cantante (ma sentite le sue dita), I’m With You Always è un altro splendido pezzo tra folk e blues, sembra Mississippi John Hurt, mentre Some Of These Days ha il sentore di una canzone presa da un vecchio padellone degli anni trenta, con il nostro che sembra avere sei mani.

La parte acustica si chiude con l’antica Stagger Lee, rilettura pura, cristallina e dal feeling formidabile, il country-blues Darktown Strutter’s Ball e la divertente I’m Glad I’m Jewish, un brano autoironico scritto da Mike e accolto con risate e applausi. Nella seconda parte dello show Bloomfield viene raggiunto dal grande Mark Naftalin al pianoforte, da Buell Neidlinger (Frank Zappa, Gil Evans e Tony Bennett) al basso e Buddy Helm (Tim Buckley) alla batteria: quattro pezzi in totale, che iniziano con un medley tra Jockey Blues e Old Folks Boogie, solo Mike e Mark, chitarra elettrica in tiro e Naftalin che spolvera la tastiera del piano con classe sopraffina. La sezione rimica si unisce ai due a partire dalla nota Eyesight To The Blind (di Sonny Boy Williamson ma resa popolare dagli Who che l’avevano inclusa in Tommy), versione strepitosa, grandissimo blues con chitarra e piano ancora protagonisti indiscussi, una goduria. Il finale è appannaggio della gradevole Don’t You Lie To Me, blues di gran classe e dal mood quasi jazzato, con i quattro che suonano in scioltezza, e di una solida resa di A-Flat Boogaloo, puro Chicago blues elettrico ancora con un sontuoso Naftalin.

Nonostante la “furbata” della RockBeat di cui vi dicevo prima, Late At Night è un live imperdibile: ma controllate comunque di non possederlo già con un altro titolo.

Marco Verdi

Correva L’Anno 1968 – Bonus Track. Pearls Before Swine – Balaklava

pearls before swine balaklava

Pearls Before Swine – Balaklava – Drag City CD

Pensavo che le recensioni riguardanti i dischi che nel 2018 hanno compiuto 50 anni si fossero esaurite con la disamina da parte di Bruno della versione ampliata di Cheap Thrills di Janis Joplin, ma, complice un momento in cui le novità discografiche latitano alquanto, ho voluto cogliere l’opportunità di parlare di un album che, pur non avendo l’importanza né del White Album né di Electric Ladyland (ma neppure di In Search Of The Lost Chord o The Village Green Preservation Society), rimane uno dei dischi più di culto dell’epoca nonché il capolavoro del gruppo che lo ha realizzato: sto parlando di Balaklava, secondo full-length dei Pearls Before Swine, band originaria della Florida e guidata da Tom Rapp, vulcanico e geniale musicista scomparso quasi esattamente un anno fa (l’11 febbraio 2018). I PBS oggi purtroppo sono un gruppo abbastanza dimenticato, ma tra gli anni sessanta e settanta erano fautori di un suono abbastanza unico in America, una sorta di fusione tra folk e psichedelia che non aveva molti termini di paragone: se proprio vogliamo, in certi momenti mi sembra di sentire il Tim Buckley meno sperimentale, mentre artisti contemporanei come Father John Misty e Fleet Foxes devono sicuramente qualcosa a questo tipo di sound.

 

I PBS erano una band i cui componenti venivano cambiati spesso e volentieri da Rapp, che era chiaramente il deus ex machina (e negli anni settanta Tom manterrà attivo il monicker nonostante i suoi lavori saranno sempre di più opere soliste): il loro esordio risale al 1967 con l’apprezzato One Nation Underground, ma è con Balaklava dell’anno seguente che i nostri pubblicano la loro opera unanimemente riconosciuta come la migliore. L’album prende il titolo dalla città della Crimea che fu teatro della famosa battaglia del 1854 tra impero russo da una parte e le forze alleate di Francia, Regno Unito ed impero ottomano dall’altra, ed è un lavoro dai testi profondamente anti-bellici, una sorta di pacifismo alternativo a quello della Summer Of Love della West Coast, mentre dal punto di vista musicale troviamo una serie di canzoni di stampo folk e sfiorate in più punti dalla psichedelia, una miscela intrigante che oggi viene riproposta con il suono opportunamente rimasterizzato per questa bella edizione che ricalca anche nella confezione il disco originale (e One Nation Underground aveva beneficiato dello stesso trattamento, quindi aspettiamoci la stessa cosa quest’anno per These Things Too, terzo album del gruppo), con la bella copertina che riproduce Il Trionfo Della Morte del visionario pittore olandese Pieter Bruegel: l’unico punto a sfavore di questa ristampa è la totale mancanza di bonus tracks, che ci stavano eccome dato che Balaklava durava appena mezz’ora.

In questo album la formazione dei PBS, oltre a Rapp che canta e suona la chitarra, comprende Jim Bohannon al piano, organo e marimba, Wayne Harley al banjo e Lane Lederer al basso, mentre un ridotto gruppo di ospiti (tra cui Warren Smith ed il noto jazzista Joe Farrell) riveste il suono con interventi di batteria, flauto, archi e corno inglese, mentre la produzione è nelle mani di Richard Alderson, già responsabile del suono dal vivo di Nina Simone, Thelonious Monk e Bob Dylan (compreso il mitico tour del 1966 con The Band). Dopo una breve introduzione parlata volta a ricreare un vecchio annuncio radiofonico, il disco si apre in maniera suggestiva con Translucent Carriages, un brano acustico in cui la voce limpida e decisamente da folksinger di Rapp viene doppiata dal suo stesso sussurro sullo sfondo, un’atmosfera bucolica e sognante di sicuro impatto. Il mood campestre prosegue con Images Of April, in cui si sente distintamente un cinguettio di uccelli, mentre un flauto accompagna la voce sospesa di Tom, e comincia a filtrare un certo sentore psichedelico; There Was A Man è semplicemente splendida, altro brano guidato da voce e chitarra e servito da una melodia straordinaria, in assoluto la migliore dell’album: nella gentilezza con la quale Rapp porge la canzone vedo qualcosa di Tim Hardin, altro grande songwriter oggi purtroppo dimenticato.

I Saw The World è tenue ed onirica, ma la strumentazione è più presente e circonda in maniera limpida la voce del leader, con il piano a dominare ed una leggera orchestrazione sul finale, Guardian Angels è un delizioso bozzetto per voce e quartetto d’archi, con un suono low-fi creato volutamente per farlo sembrare un brano uscito da un 78 giri degli anni venti, mentre Suzanne è proprio quella di Leonard Cohen (ed unica cover del disco), un pezzo perfetto per l’approccio di Tom e compagni, versione pulita, cristallina e leggermente più elettrica di quella del poeta canadese. Il CD, trenta minuti di pura bellezza, si chiude con la pacata Lepers And Roses, con una squisita base strumentale per piano, basso, flauto ed organo (e qui la somiglianza con Buckley è più marcata) e con la tesa ed inquietante Ring Thing, in assoluto il brano più psichedelico della raccolta. Un plauso alla Drag City per aver ritirato fuori dalla naftalina un gruppo come i Pearls Before Swine: Balaklava, oltre ad essere un piccolo grande disco, risulta attuale ed innovativo ancora oggi.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 3. Heart – Live In Atlantic City

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Heart – Live In Atlantic City – EarMusic/Edel CD/BluRay

Le Heart, noto duo formato da Ann e Nancy Wilson, non si sono mai tirate indietro quando si è trattato di immettere sul mercato degli album dal vivo. Solo negli ultimi cinque anni ci sono state ben quattro uscite registrate on stage (Fanatic Live, il natalizio Home For The Holidays, Live At The Royal Albert Hall con l’orchestra https://discoclub.myblog.it/2016/12/24/un-po-di-sano-classic-rock-al-femminile-heart-live-at-the-royal-albert-hall/  ed il Live At Soundstage), ed ora la label tedesca Edel va ad infittire il gruppo con questo Live In Atlantic City, pubblicato nel doppio formato CD/BluRay e registrato nel marzo del 2006 nell’ambito della trasmissione a sfondo rock Decades Live (la stessa da cui è stato tratto il disco dallo stesso titolo dei Lynyrd Skynyrd uscito lo scorso anno). Mercato inflazionato o no, le Wilson Sisters dal vivo sono sempre un bel sentire, dato che stiamo parlando forse del miglior gruppo rock al femminile in circolazione (in realtà un duo, la backing band è sempre stata molto variabile): Nancy è una valida chitarrista ritmica e ha sempre avuto un’eccellente presenza scenica, mentre Ann, a discapito di un fisico non esattamente da pin-up, ha mantenuto negli anni una potenza vocale formidabile, una sorta di versione femminile di Robert Plant, non a caso il cantante che l’ha influenzata di più.

Live In Atlantic City riassume in quattordici canzoni una performance molto solida del gruppo (completato dal chitarrista Craig Bartok, dalla tastierista Debbie Shair e dalla sezione ritmica formata da Mike Inez e Ben Smith), con l’aggiunta di diversi ospiti la cui presenza, va detto, è sempre in secondo piano rispetto a quella delle due sorelle Wilson, che restano indubbiamente le mattatrici della serata. I primi tre pezzi vedono salire sul palco Dave Navarro, chitarrista di Jane’s Addiction e Red Hot Chili Peppers: l’inizio è appannaggio di Bébé Le Strange, versione potente e decisamente zeppeliniana, con sezione ritmica granitica, chitarre in gran spolvero ed Ann che “addenta” da subito la canzone con la sua solita grinta. Straight On è un bell’esempio di funky-rock godibile dalla prima all’ultima nota, con un refrain diretto e vincente ed Ann che tira fuori una voce della Madonna, mentre Crazy On You è una delle signature songs del duo, un pezzo rock tirato ed elettrico, grande riff d’apertura e ritornello epico. All’epoca di questo show l’ultimo album delle due sorelle era Jupiters Darling, dal quale viene tratta Lost Angel, elettroacustica e folkeggiante (ma sempre alla maniera dei Led Zeppelin); a proposito di Zeppelin, nel CD troviamo due notevoli cover dello storico gruppo di Page e Plant, e cioè una devastante Rock’n’Roll in cui Ann e Nancy sono raggiunte da Gretchen Wilson e, ancora con Navarro, una altrettanto roboante interpretazione di Misty Mountain Hop, che non sfigura di fronte all’originale.

Gretchen (che porta dunque a tre il numero di Wilson sul palco) è presente anche nella rilettura di Even It Up, possente rock’n’roll con ritmo e chitarre come si non ci fosse domani, mentre Dog And Butterfly, una bellissima ballata acustica, viene cantata a due voci insieme a Rufus Wainwright. Non ho mai amato gli Alice In Chains, e sinceramente non capisco la loro “intrusione” (insieme all’ex Guns’n’Roses Duff McKagan) dato che non interagiscono con le Heart ma si limitano ad eseguire due brani del proprio repertorio (Would? e Rooster); per fortuna subito dopo abbiamo una strepitosa versione lenta ed acustica di Alone, forse la ballata più bella di sempre delle Heart, nella quale Ann duetta con Carrie Underwood regalandoci una prestazione vocale da pelle d’oca. Finale senza ospiti con tre classici assoluti del songbook delle due Wilson: la mossa Magic Man, ancora influenzata dal Dirigibile, una fluida e scintillante Dreamboat Annie, molto folk e con assolo di flauto da parte di Ann, e chiusura con la potentissima e sanguigna Barracuda. Non sono contrario di principio al proliferare di album dal vivo delle Heart: finché la qualità è quella di Live In Atlantic City possono pubblicarne anche uno ogni tre mesi, io non mi stanco di sicuro.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 2. Linda Ronstadt – Live In Hollywood

linda ronstadt live in hollywood

Linda Ronstadt – Live In Hollywood – Rhino/Warner CD

Sembra quasi impossibile che un’artista dalla lunga e luminosa carriera (purtroppo interrotta da diversi anni a causa del morbo di Parkinson) come Linda Ronstadt non avesse mai pubblicato un disco dal vivo, pratica quasi obbligatoria per ogni musicista di successo negli anni settanta. E di successo Linda ne ha avuto per davvero, in quanto stiamo parlando probabilmente della cantante donna più popolare in America almeno nella seconda parte dei seventies, con diversi album e singoli andati al numero uno (e quello era ancora il periodo in cui i dischi si vendevano ed in classifica ci andavi solo se eri bravo). Questa mancanza è stata oggi in parte riparata dalla sempre benemerita Rhino con l’uscita di questo Live In Hollywood, testimonianza audio di un concerto televisivo tenuto dalla Ronstadt nell’aprile del 1980 ai Television Center Studios, ed andato in onda all’epoca per il canale via cavo HBO.

Una performance coi fiocchi, i cui nastri si pensava che fossero stati persi da anni, fino a quando il produttore e tecnico del suono John Boylan si è imbattuto quasi per caso nel classico scatolone il cui contenuto non rifletteva quanto c’era scritto all’esterno; Boylan aveva cercato per diverso tempo le bobine originali di questo show, specie dopo aver assistito ad una versione di esso uscita in un bootleg DVD di pessima qualità, ed è riuscito nel suo intento proprio quando aveva cominciato a perdere le speranze. Il risultato finale dimostra però che i suoi sforzi sono valsi a qualcosa, in quanto siamo di fronte ad una performance coi fiocchi da parte di un’artista al massimo del suo potenziale, la cui importanza si capisce ancora di più se si leggono i nomi della band stellare che l’accompagna: Danny “Kootch” Kortchmar alla chitarra, Dan Dugmore alla steel, Billy Payne (dei Little Feat) alle tastiere, Bob Glaub al basso, Russell Kunkel alla batteria, l’ex compagno di Linda negli Stone Poneys Kenny Edwards a banjo e chitarra, oltre al noto produttore Peter Asher alle percussioni e lo stesso Asher con Wendy Waldman alle voci, un gruppo di veri e propri habitué nei dischi dei musicisti che all’epoca contavano, specie in California.

Il concerto originale era durato un’ora e venti, ma per questo CD Boylan ha selezionato con l’aiuto della Ronstadt stessa le dodici performance a loro giudizio migliori (più una bonus track che però altro non è che la presentazione dei musicisti da parte di Linda), per quasi cinquanta minuti di ottimo country-pop-rock made in California, cantato e suonato alla grande, e con la ciliegina di un suono reso eccellente dalle moderne tecnologie. Si inizia con una splendida versione, puro rock californiano, di I Can’t Let Go (di Chip Taylor, come saprete la Ronstadt è sempre stata essenzialmente un’interprete), chitarre in primo piano e prestazione grintosa: Linda è in forma vocale top ed i membri della band si dimostrano subito degni della loro fama. La rilettura da parte della cantante di Tucson del classico di Buddy Holly It’s So Easy è uno dei grandi brani degli anni settanta, e quella sera Linda ne offre una versione più trascinante che mai, mentre tutti sappiamo che Willin’ dei Little Feat è un capolavoro assoluto, e la cantante la riprende con classe e maestria, guidata sapientemente dal piano liquido di Payne (che credo conoscesse la canzone piuttosto bene): interpretazione strepitosa di un brano monumentale.

La sbarazzina e solare Just One Look, un successo di Doris Troy, è un’altra grande hit di Linda, e mantiene il suo sapore anni sessanta, Blue Bayou di Roy Orbison (cantante che all’epoca non era ancora stato riscoperto), con ultimo verso cantato un spagnolo, non è esplosiva come quella di Roy, ma resta comunque una bella resa, mentre Faithless Love è una deliziosa country ballad scritta da J.D. Souther. A quell’epoca Linda aveva appena pubblicato un nuovo album, Mad Love, dal quale sono tratte la sinuosa Hurt So Bad (di Little Anthony & The Imperials), puro soft rock californiano di classe, e la roccata e coinvolgente How Do I Make You, scritta da Billy Steinberg, songwriter poco noto al grande pubblico ma responsabile, tra le altre, di vere e proprie hit come Alone delle Heart, Like A Virgin di Madonna, Eternal Flame delle Bangles e True Colors di Cyndi Lauper. Poor Poor Pitiful Me è una delle grandi canzoni di Warren Zevon, e Linda la riprende in modo vivace e ruspante, ma l’highlight del CD è una notevole versione della classica You’re No Good (Dee Dee Warwick), con una strepitosa jam finale guidata da Kortchmar che porta la durata del pezzo a sei minuti. Finale a tutto rock’n’roll con Back In The U.S.A. di Chuck Berry e con l’evergreen degli Eagles Desperado, versione lenta per sola voce e piano, cantata al solito splendidamente.

Ci sono voluti cinquant’anni per avere un disco dal vivo di Linda Ronstadt, e Live In Hollywood ha il merito di farci tornare idealmente nel bel mezzo di un periodo in cui la California, musicalmente parlando, era al centro dal mondo.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 1. Elliott Murphy – Elliott Murphy Is Alive!

elliott murphy is alive

Elliott Murphy – Elliott Murphy Is Alive! – Murphyland CD

Sesto album dal vivo per Elliott Murphy, singer-songwriter nato a New York e trapiantato da diversi anni a Parigi. Dopo aver goduto di una certa popolarità negli anni settanta, grazie a dischi bellissimi come Aquashow, Night Lights e Just A Story From America (che lo avevano fatto rientrare di diritto nella categoria dei “nuovi Dylan”), Murphy ha continuato a fare la sua musica con regolarità anche nelle decadi seguenti, fregandosene delle mode e del fatto che i suoi lavori non andassero aldilà di un apprezzabile status di culto, ed arrivando ad avere una discografia di qualità e quantità con oltre trenta album di studio il cui ultimo, Prodigal Son (2017), è uno dei suoi più riusciti del corrente millennio https://discoclub.myblog.it/2017/07/01/35-album-e-non-sentirli-un-inossidabile-storyteller-cittadino-del-mondo-elliott-murphy-prodigal-son/ . Elliott è uno che in carriera ha guadagnato abbastanza per fare una vita più che dignitosa, ma probabilmente non si può permettere lunghe tournée con band elettriche a seguito, e quindi spesso si esibisce in duo con l’ormai inseparabile chitarrista francese Olivier Durand, e a volte in quartetto ma sempre senza batteria, come nei due album Alive In Paris e Just A Story From New York.

Elliott Murphy Is Alive! è il nuovissimo disco registrato on stage, ma non si riferisce ad un concerto recente, bensì ad una serata belga del 7 Maggio 2008 (il tour è lo stesso di Alive In Paris), e vede il nostro alla chitarra acustica e armonica e Durand che lo doppia come al solito in maniera egregia, suonando spesso e volentieri l’elettrica: i due nel 1999 avevano già dato alle stampe l’ottimo April, un live di stampo decisamente folk, mentre qui, pur essendo i due ancora completamente soli, l’approccio è nettamente più rock, ed in diversi momenti sembra di sentire una band al completo. Il CD comprende undici canzoni, quasi tutte discretamente lunghe, ma la noia non affiora neppure per un momento: Elliott canta con voce forte e ben centrata, e gli intrecci chitarristici tra lui e Durand fanno letteralmente decollare i brani, specie durante gli assoli di Olivier. Spesso gli spettacoli dal vivo acustici vanno bene per qualche canzone, poi iniziano a mostrare la corda, ma non è il caso di Elliott Murphy Is Alive!, e questo grazie alla bravura ed all’intesa dei due personaggi sul palco, oltre naturalmente alla bellezza delle canzoni. Sugli undici pezzi totali, ben sei provengono da Notes From The Underground (che all’epoca era il nuovo album di Murphy), a partire da Crepescule, una folk song cantautorale decisamente bella e con ottimi ricami di Durand, per proseguire con la toccante e delicata Ophelia e con la sanguigna Razzmatazz, dall’arrangiamento che è una via di mezzo tra un flamenco sotto steroidi ed un western psichedelico (sentite l’assolo del collega di Elliott): magnifica.

Scandinavian Skies è fluida, distesa ed evocativa (scritta, dice Murphy, dopo un viaggio in macchina da Stoccolma ad Oslo), The Valley Below ha una profonda ed intensa melodia di stampo folk, mentre Frankenstein’s Daughter è coinvolgente e cadenzata, ed è eseguita con il contributo del pubblico che si occupa di tenere il tempo. Le altre cinque canzoni provengono da diversi momenti della carriera del songwriter newyorkese, a cominciare dall’energica Sonny, suonata con forza e decisione dai due, al punto che sembra di essere investiti da una cascata di note cristalline, e cantata da Elliott con grinta e passione (e Durand rilascia un assolo elettrico strepitoso): quasi otto minuti che passano in un baleno. Anche la tesa Green River è una vera rock song, e l’assenza della band è coperta dalla performance magistrale del duo, e poi la canzone è bella di suo, e ha un ritornello immediato, mentre la trascinante Canaries In The Mind è puro rock’n’roll, e non importa che manchino basso e batteria, il ritmo lo tiene il pubblico. Il finale è appannaggio della classica Diamonds By The Yard, di gran lunga il brano più noto tra quelli inclusi (versione che nel suo arrangiamento essenziale fa fuoriuscire tutta la straordinaria bellezza della canzone) e da una cover di L.A. Woman dei Doors, che suonare elettroacustica poteva sembrare un azzardo, ma Elliott e Olivier la fanno loro con una prestazione assolutamente debordante.

Elliott Murphy è un grande, ma non ci voleva di certo questo disco dal vivo (pur decisamente riuscito) per ricordarcelo.

Marco Verdi

Il Tassello Mancante (In CD) Di Una Splendida Carriera. David Bromberg – Long Way From Here

david bromberg long way from here

David Bromberg – Long Way From Here – Wounded Bird/Concord CD

Negli anni dal 1971 ad oggi quasi tutti i dischi pubblicati da David Bromberg, uno dei più brillanti musicisti e musicologi americani di sempre, sono poi stati ristampati in CD, anche se non dovete aspettarvi di trovarli nel negozio sotto casa. Vi era però un’eccezione, e cioè l’album Long Way From Here, uscito originariamente nel 1986, mancanza alla quale la Wounded Bird ha finalmente riparato un paio di mesi fa, con una riedizione senza bonus tracks ma con una rimasterizzazione perfetta. Long Way From Here è sempre stato un episodio particolare nella discografia del musicista nato a Philadelphia, in quanto pubblicato in origine dalla Fantasy per concludere il contratto con David, ed utilizzando materiale inedito registrato tra il 1976 ed il 1979, e senza l’autorizzazione dell’artista stesso. Un lavoro quindi molto poco considerato da Bromberg, ma in generale anche dai suoi estimatori, che però si rivela essere in realtà un disco coi fiocchi, non di certo inferiore agli album pubblicati all’epoca di queste incisioni (Reckless Abandon, Bandit In A Bathing Suit e My Own House). La Fantasy non aveva voluto danneggiare l’artista (al contrario di quanto fatto ad esempio dalla Columbia nel 1973 con Bob Dylan, allorquando aveva pubblicato la raccolta di scarti Dylan come rappresaglia a seguito del passaggio di Bob alla Asylum), ma bensì omaggiarlo con un’ultima testimonianza della sua arte.

Long Way From Here è in gran parte un album dal vivo, in quanto ben sette brani su dieci sono stati registrati tra Denver e San Francisco, ma si tratta comunque di canzoni che David non aveva mai messo su dischi precedenti (mentre i restanti tre pezzi sono inediti di studio): il disco funziona comunque alla grande, non suonando per nulla frammentario ma quasi come se fosse il prodotto di un’unica session. Ad accompagnare David c’è la sua band dell’epoca, che comprende vere e proprie eccellenze come Dick Fegy alla chitarra, George Kindler al violino, Hugh McDonald e Lance Dickerson rispettivamente al basso e batteria, oltre ad una splendida sezione fiati protagonista in gran parte dei brani, e che vede tra i vari componenti Peter Ecklund, John Firmin e Curtis Linberg. L’album parte con la trascinante The Viper, un movimentato pezzo scritto da Charles McPherson e suonato in puro stile jazz-swing, con i fiati sugli scudi, ritmo alto e deliziosi assoli di David all’acustica e Fegy all’elettrica (ma anche ogni altro strumento presente ha una parte solista): irresistibile. Loaded And Laid, di David McKenzie, è una country song dal deciso sapore vintage, alla quale i fiati donano un mood jazzato, con David che canta con la sua caratteristica voce modulata ed il gruppo che lo segue con classe sopraffina; Kitchen Girl è uno strumentale che vede all’opera solo Bromberg e Kindler entrambi al violino e Fegy al banjo, un bluegrass tradizionale che si muove a metà tra America ed Irlanda, un’altra notevole prova di bravura.

Long Afternoons è una delicata ballata di Paul Siebel, profonda e distesa, cantata dal nostro con voce confidenziale ed accompagnata in punta di dita dalla band, mentre Jelly Jaw Joe, primo brano firmato da David, è uno degli highlights del disco, una saltellante folk song in cui il leader più che cantare parla (e qui essere di madrelingua aiuterebbe), ma con una parte strumentale splendida che si trascina senza annoiare per quasi dieci minuti, in puro stile old-time music. Nashville Again, ancora di Siebel, è una limpida e toccante country ballad, ovviamente suonata benissimo, Suffer To Sing The Blues (seconda canzone originale) è come suggerisce il titolo un blues annerito e con i fiati ancora in prima fila, un pezzo decisamente godibile e dallo sviluppo disteso, con David che dice la sua anche alla chitarra elettrica in un coinvolgente botta e risposta con la tromba di Ecklund. Davvero squisita anche When I Was A Cowboy, country song dal bel ritornello corale (c’è anche la moglie di Bromberg, Nancy) ed ottimi assoli di chitarra elettrica, sia normale che slide; il disco si chiude con il noto standard folk-blues Make Me A Pallet On The Floor, riletto in maniera splendida e con un uso sensazionale dei fiati (sentire per credere), e con la gentile Trying To Get Home, una gentile ballata acustica che è anche l’ultimo dei tre pezzi scritti dal nostro.

Scommetto che scavando a fondo tra gli archivi di David Bromberg almeno un altro album del livello di Long Way From Here può sicuramente saltare fuori, ma al momento accontentiamoci di questo (ed è certamente un bel accontentarsi).

Marco Verdi

Lo Avevo Quasi Dato Per Disperso! Kevin Welch – Dust Devil

kevin welch dust devil

Kevin Welch – Dust Devil – Dead Reckoning CD

L’ultima volta che Kevin Welch aveva pubblicato un disco (A Patch Of Blue Sky, 2010), il sottoscritto non collaborava ancora a questo blog. Eppure c’era stato un momento all’inizio degli anni novanta che il musicista californiano sembrava una delle “next big things” del cantautorato americano: l’omonimo esordio Kevin Welch (1990) era già molto bello, anche se ancora decisamente country, ma il seguente Western Beat era stato per chi scrive uno dei dischi più belli del 1992, uno splendido album di puro rockin’ country a stelle e strisce, in cui Joe Ely incontrava idealmente John Prine. Life Down Here On Earth (1995) era ancora un lavoro di grande livello, ma i due seguenti, Beneath My Wheels (1999) e Millionaire (2001), pur validi, erano qualche gradino sotto; la scorsa decade Kevin l’ha poi dedicata alla collaborazione con Kieran Kane (e Fats Kaplin), due album di studio ed uno dal vivo, ed è tornato appunto nel 2010 con il già citato A Patch Of Blue Sky, un passo avanti rispetto a Millionaire.

Otto anni di silenzio assoluto, ed ora finalmente Welch ritorna tra noi con Dust Devil (uscito lo scorso Ottobre, ma piuttosto difficile da trovare), un album di puro cantautorato in cui non solo il nostro dimostra di non aver perso il tocco, ma addirittura ci consegna il suo disco migliore da Life Down Here On Earth in avanti. Persona gentile e modesta (ve lo posso confermare dato che ho avuto la fortuna di viaggiarci a fianco durante un volo Milano-Atlanta proprio nel 2010, io per lavoro e lui tornava a casa da una breve tournée italiana: cortese, disponibilissimo, zero atteggiamenti da star, perfino onorato e stupito del fatto che lo avessi riconosciuto), Kevin è uno che non ha mai voluto fare il salto quando avrebbe anche potuto, ma ha scelto di fare la sua musica con i suoi amici, nel modo più rilassato possibile, senza pressioni. E, come dicevo, in Dust Devil, di ottima musica ce n’è a iosa: otto brani originali e due cover, Welch ispiratissimo ed una backing band davvero da leccarsi i baffi, che comprende il già citato Fats Kaplin al mandolino, steel, violino e banjo, Glenn Worf al basso, Harry Stinson alla batteria, il grande Matt Rollings al piano ed organo ed il chitarrista Kenny Vaughan, leader dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart, oltre ai backing vocals di Eliza Gilkyson e dei figli di Kevin, Dustin e Savannah Welch (quest’ultima di professione attrice e ragazza bellissima, cercate le sue foto su Google e ne converrete con me).

La cadenzata Blue Lonesome apre bene il CD, un brano suadente e caratterizzato da un insistente riff di mandolino ed un ritmo crescente, con gli strumenti che a poco a poco si inseriscono fino a dare al pezzo un suono pieno e corposo (c’è anche un sax), il tutto per sei minuti di durata. Just Because It Was A Dream è una bellissima e toccante ballata dal sapore anni sessanta, leggermente country e cantata con grande intensità da Kevin, The Girl In The Seashell è una struggente slow song pianistica dalla melodia deliziosa, suonata in punta di dita e con un languido violino che sa d’Irlanda, mentre High Heeled Shoes è la cover di un vecchissimo brano del Kingston Trio, ripreso con uno squisito arrangiamento dixieland, con tanto di clarinetto e batteria spazzolata: grande classe. Splendida Brother John, una rock song elettrica dal ritmo quasi marziale, un motivo evocativo ed emozionante ed un tappeto strumentale dominato da chitarre (ottimo l’assolo di Vaughan) e fiati; Dandelion Girl è una ballatona che Kevin canta con il consueto approccio pacato, mentre intorno a lui il gruppo cuce un vestito sonoro perfetto, con la batteria in levare e la solita bella chitarra. Anche True Morning è tenue e limpida, una country ballad dal motivo molto diretto, cantato sempre con voce espressiva ed un delizioso sapore d’altri tempi, mentre Sweet Allis Chalmers è la rilettura di un pezzo dei Country Gazette, musicalmente spoglia ma dall’indubbio pathos, con il piano di Rollings che guida la melodia. Siamo quasi alla fine, il tempo per l’avvolgente A Flower, intenso talkin’ di stampo western, e per la folkeggiante title track (con un bell’intervento di corno francese, molto The Band), che chiude positivamente un disco pieno di belle canzoni.

Kevin Welch è finalmente tornato tra noi, e Dust Devil merita ampiamente lo sforzo per accaparrarselo.

Marco Verdi

Un Buon Tributo, Nonostante I Pochi Grandi Nomi Presenti. VV.AA. – Imagine: John Lennon 75th Birthday Concert

john lennon 75th birthday concert

VV.AA. – Imagine: John Lennon 75th Birthday Concert – Blackbird 2CD – 2CD/DVD

Il 5 Dicembre del 2015 si è tenuto al Madison Square Garden di New York, non nell’arena principale ma nel più raccolto “The Theatre”, un concerto in cui un gruppo eterogeneo di artisti ha festeggiato quello che sarebbe stato il settantacinquesimo compleanno di John Lennon (che in realtà era nato il 9 Ottobre), anche se va detto che solo tre giorni dopo sarebbe caduto un anniversario ben più triste, cioè il trentacinquesimo anno dal suo assurdo assassinio per mano di Mark David Chapman. Con più di tre anni di ritardo la Blackbird (già responsabile dei recenti tributi live a Kris Kristofferson e Charlie Daniels) pubblica Imagine: John Lennon 75th Birthday Concert, resoconto completo di quella serata, venti canzoni equamente divise su due CD (è c’è anche una versione con il DVD accluso). Ed il concerto è bello, in molti tratti emozionante, grazie soprattutto ad alcuni ospiti di vaglia e ad una house band strepitosa (che comprende Lee Sklar al basso, Kenny Aronoff alla batteria, Greg Phillinganes alle tastiere, Sid McGinnis, ex chitarrista della band di Paul Shaffer al David Letterman Show, e Michey Raphael all’armonica), anche se rimane viva la sensazione che, data la statura del personaggio celebrato, si sarebbe potuto fare di più.

Infatti, a parte le assenze di entrambi i figli di John, Sean e Julian (ma dal punto di vista musicale non abbiamo perso molto), non mi spiego perché non siano stati presenti alcuni artisti che sarebbe stato logico vedere: penso naturalmente a Paul e Ringo, ma anche ad Elton John che, proprio al Garden, duettò con Lennon in una delle rarissime apparizioni live dell’ex Beatle negli anni settanta. Quelli che ci sono fanno comunque di tutto per omaggiare al meglio il grande artista di Liverpool, scegliendo diversi classici dal suo ampio songbook (Beatles compresi) e proponendo pure qualche brano non scontato, anche se nessuno ha avuto il “coraggio” di rifare la magnifica A Day In The Life, forse il brano più bello mai scritto da John (Neil Young, per esempio, l’ha suonata diverse volte negli ultimi anni, ed anche lo stesso McCartney). L’inizio della serata è rockeggiante, con uno Steven Tyler dal look più luciferino che mai alle prese con la mitica Come Together (già incisa in passato con gli Aerosmith), esecuzione potente e Steven meno sguaiato del solito. Brandon Flowers, leader dei Killers, è uno che sa cantare, e lo dimostra prima con una scintillante versione della splendida Instant Karma, e poi in trio con Chris Stapleton e Sheryl Crow con una fluida e suadente Don’t Let Me Down, grinta e classe unite insieme.

Pat Monahan non è certo un fuoriclasse, ma Jealous Guy è talmente bella che gli basta cantarla senza strafare, e poi il finale in crescendo soul-gospel è decisamente intrigante, mentre la Crow, stavolta da sola, rocca da par suo con una godibilissima A Hard Day’s Night. Il primo ospite d’onore è il grande John Fogerty (che somiglia sempre più a Mal dei Primitives) con la deliziosa In My Life, un brano che l’ex Creedence introduce come il suo preferito anche se l’esecuzione è stranamente di basso profilo, con John che sembra quasi intimidito; per contro, il soul singer Aloe Blacc stupisce ed emoziona con una fulgida Watching The Wheels, accompagnato solo dal pianoforte e cantata con una voce mica male. Non conoscevo il cantante colombiano Juanes, ma la sua Woman è riuscita e piacevole nonostante un arrangiamento molto pop (ma era così anche l’originale), mentre la Texas band Spoon affronta con grinta e buona sicurezza Hey Bulldog, non certo uno dei brani più noti dei Fab Four. Il primo CD si chiude in maniera strepitosa con la strana coppia formata da Kris Kristofferson e Tom Morello che rifanno Working Class Hero: canzone perfetta per Kris, che si conferma un interprete carismatico con una performance da brividi, tra le migliori della serata (ma anche Tom fa la sua figura). Il secondo dischetto inizia con un altro trio formato dalla Crow, Blacc e Peter Frampton (la cui zazzera degli anni settanta è ormai un ricordo), alle prese con un’intensa e coinvolgente rilettura del classico stagionale Happy Christmas (War Is Over), perfettamente in tema dato che il concerto si teneva a Dicembre.

Torna anche Fogerty e questa volta non delude, rilasciando una interpretazione grintosa e piena di anima della nota Give Peace A Chance, mentre ho tremato quando ho visto che Mother, forse la canzone più drammatica di tutto il songbook lennoniano, era stata affidata al gruppo hip-hop The Roots: l’introduzione in puro stile rap non faceva presagire bene, ma fortunatamente dopo appena un minuto è iniziata la canzone vera e propria ed i nostri se la sono cavata più che dignitosamente. Eric Church non manca quasi mai in questi tributi, e la sua Mind Games ne esce abbastanza bene (più per la bellezza del brano stesso che per la bravura di Eric); Aloe Blacc torna per la terza volta con una Steel And Glass ricca di pathos (e ripeto, che voce), mentre Frampton affronta con classe la deliziosa Norwegian Wood in veste acustica. E’ la volta di due Outlaws originali, Willie Nelson ed ancora Kristofferson, insieme ad uno di nuova generazione, Chris Stapleton, con una You’ve Got To Hide Your Love Away davvero intensa, altro magic moment dello show (Chris è la voce solista, mentre Willie e Kris si limitano ai controcanti); Power To The People non è mai stato tra i miei pezzi preferiti di Lennon, e Tom Morello la tira un po’ troppo per le lunghe, anche se come chitarrista bisogna lasciarlo stare. Willie Nelson aveva rifatto Yesterday in maniera straordinaria nel bellissimo The Art Of McCartney, e in quella serata non poteva che toccargli Imagine, eseguita anch’essa con un feeling da pelle d’oca, rilettura tutta giocata su piano, armonica, Trigger, sezione ritmica e la voce incredibile del texano, in grado davvero di far sua qualsiasi melodia. Gran finale con la prevedibile All You Need Is Love, tutti insieme sul palco (sale anche Yoko Ono) per una versione corale decisamente toccante.

Un buon tributo quindi, anche se, ripeto, uno come John Lennon avrebbe come minimo meritato la presenza dei suoi ex compagni di gioventù.

Marco Verdi