Cofanetti Autunno-Inverno 17. Un’Infornata Completa Di “Topi Caldi”! Frank Zappa – The Hot Rats Sessions

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Frank Zappa – The Hot Rats Sessions – Zappa Records/Universal 6CD Box Set

Non so se Hot Rats sia da considerare l’album più importante di Frank Zappa, almeno per quanto riguarda il suo primo periodo: di certo sembrano pensarla così gli eredi del grande musicista scomparso nel 1993, dato che pochi giorni prima dello scorso Natale hanno pubbicato questo sestuplo box intitolato The Hot Rats Sessions, contenente tutto ciò che l’artista di Baltimore aveva inciso per lo storico disco del 1969, prima volta in assoluto per un lavoro di studio del baffuto Frank (e in anni recenti non erano stati celebrati i cinquantesimi anniversari di album comunque importanti come Freak Out!, Absolutely Free, We’re Only In It For The Money e Uncle Meat). The Hot Rats Sessions è un cofanetto assolutamente splendido, con una bella confezione formato 33 giri, un esauriente maxi-booklet e perfino un gioco da tavolo denominato Zappa Land (non sono previste edizioni “povere” del box): per la prima volta vengono raccolte in ordine cronologico tutte le sedute di registrazione di Hot Rats, secondo album solista di Frank dopo Lumpy Gravy (gli altri erano accreditati alle Mothers Of Invention) e sicuramente uno dei più riusciti dal punto di vista musicale.

Definito dal suo autore un “film per orecchie”, il disco era quasi totalmente strumentale, con brani talvolta brevi ed altre volte dilatati fino a diventare vere e proprie jam, una miscela di rock, jazz, pop e musica “avant-garde” che è incredibilmente attuale ancora oggi, e per i tempi forse era addirittura troppo avanti. Frank si era circondato come sempre di musicisti straordinari come il tastierista (e sassofonista) delle Mothers Ian Underwood, i violinisti Sugar Cane Harris e Jean-Luc Ponty, i batteristi John Guerin, Paul Humphrey e Ron Selico, i bassisti Max Bennett e Shuggie Otis e Captain Beefheart come unico protagonista vocale del disco (nel brano Willie The Pimp), oltre naturalmente alla formidabile chitarra del leader. Il box, quasi completamente inedito, contiene dunque tutto ciò che è stato inciso nei TTG Studios e Sunset Sound Studios di Hollywood tra la fine di Luglio ed il mese di Agosto del 1969, tra basic tracks ed overdubs aggiunti in seguito (Hot Rats fu uno dei primi album incisi su sedici piste della storia), ed anche le false partenze: possiamo così finalmente constatare che non furono messe a punto solo le sei canzoni che finiranno sul disco originale, ma tutta una serie di brani che Frank riprenderà in seguito o che resteranno nei cassetti fino ad oggi. Ma vediamo il contenuto del box nel dettaglio.

CD1. Si parte con due improvvisazioni per piano solo di Underwood, molto Keith Jarrett, con la seconda che contiene una porzione del brano Aybe Sea che finirà su Burnt Weeny Sandwich. Seguono ben sette takes della celebre Peaches En Regalia divise per sezioni, una sola delle quali full band mentre le altre sono in trio, nel tipico formato jazz piano-basso-batteria (quattro takes e due jam splendide, in cui il gruppo cerca la melodia definitiva), con Underwood strepitoso e, in una versione, l’aggiunta di Harris al violino e Zappa alla chitarra per una fantastica improvvisazione blues di dieci minuti e mezzo, una traccia che da sola vale gran parte del prezzo richiesto per il box. Finale con due strumentali di sette minuti l’uno tra jazz, rock e pop intitolati Arabesque (il secondo dei quali in formato ridotto finirà l’anno successivo su Weasels Ripped My Flesh col nome di Toads Of The Short Forest), ed una guizzante Dame Margret’s Son To Be A Bride (che in futuro diventerà Lemme Take You To The Beach), con un organo che fa molto Santana.

CD2. Si inizia con quattro takes della liquida e gradevolissima It Must Be A Camel (ottima la quarta), seguita da due brevi Natasha (working title di Little Umbrellas), e poi la versione uncut di undici minuti di uno tra i più leggendari inediti zappiani, cioè Bognor Regis, brano che Frank negli anni a seguire riprenderà in mano più volte senza mai pubblicare ufficialmente, una lunga jam con grandiosa prestazione di Harris al violino. Chiusura con quattro takes della potente Willie The Pimp (splendida la seconda, un quarto d’ora, in cui il nostro conferma di essere un chitarrista eccezionale) tutte senza la voce del Capitano Cuordibue, aggiunta in seguito. CD3. Nessuno dei brani su questo dischetto finirà poi su Hot Rats: si parte con ben sei takes della raffinatissima Transition (che andrà su Chunga’s Revenge col titolo di Twenty Small Cigars), un jazz pianistico afterhours suonato come al solito in maniera magistrale. Poi abbiamo la versione completa, quasi 13 minuti, di Lil’ Clanton Shuffle (un coinvolgente boogie con tutti i musicisti in gran spolvero che in forma ridotta finirà nel 1998 sul postumo The Lost Episodes), per finire con i 10 minuti della bluesata Directly From My Heart To You (ripresa l’anno seguente su Weasels Ripped My Flesh) e soprattutto la monumentale Another Waltz, 28 minuti di jam elettrica e spettacolare guidata ancora dalla magnifica chitarra del nostro.

CD4. Qui si inizia con un remake della pimpante Dame Margret’s Son To Be A Bride seguito dalle uniche due takes di Son Of Mr. Green Genes, solida rock song che altro non è che la versione strumentale di Mr. Green Genes da Uncle Meat, e da ben 32 minuti di improvvisazione pura intitolata Big Legs (poi in forma accorciata come The Gumbo Variations su Hot Rats), altro highlight assoluto del box. E qui finiscono le basic tracks: il resto del CD offre gli overdubs di chitarra, piano e percussioni che verranno poi applicati a It Must Be A Camel e Arabesque, nonché la versione completa di sovraincisioni di Transition. CD5. Qui troviamo la versione ufficiale di Hot Rats, presentata con il remix del 1987 (quindi con un paio di brani più lunghi), un paio di spot promozionali molto ironici, le single versions in mono di Peaches En Regalia e Little Umbrellas ed un missaggio inedito del 1972 di Lil’ Clanton Shuffle. CD6. L’ultimo dischetto parte con una rarità assoluta, cioè una primissima versione di Little Umbrellas registrata a Cucamonga addirittura nei primi anni sessanta. Poi vari mix alternati (ovviamente inediti) del 1969 della stessa Little Umbrellas nonché di It Must Be A Camel, Son Of Mr. Green Genes, Willie The Pimp e Dame Margret’s Son To Be A Bride, altri spot, la traccia vocale isolata di Captain Beefheart, un missaggio non utilizzato di Bognor Regis ed altre cosucce.

Un vero tour de force sonoro quindi, che ha però il merito di farci vivere un album importantissimo in tutte le sue sfaccettature, e che dimostra ancora una volta che Frank Zappa era musicalmente parlando già avanti anni luce rispetto agli altri.

Marco Verdi

Quando Il Canada Confina Con Il Texas. Parte 2: Matt Patershuk – If Wishes Were Horses

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Matt Patershuk – If Wishes Were Horses – Black Hen CD

Matt Patershuk è uno dei segreti meglio custoditi nel panorama del cantautorato canadese. Originario di La Glace, un piccolo villaggio della regione di Alberta, Patershuk non è un songwriter tipicamente made in Canada, ma affonda le sue radici musicali nel country-rock del sud degli Stati Uniti, avendo come fonti di ispirazione maggiore gente come Kris Kristofferson, Willie Nelson e Waylon Jennings, ma anche John Prine anche se non è esattamente un uomo del sud. Non conosco i primi tre lavori di Matt, ma se devo giudicare da questo nuovo If Wishes Were Horses siamo di fronte ad un artista completo, capace, in possesso di un’ottima penna e con il suono giusto. Canzoni tra country, rock, folk e Americana, suonate con buon piglio e cantate con voce profonda: prodotto dall’esperto Steve Dawson (Kelly Joe Phelps, The Deep Dark Woods) e suonato da un manipolo di validi strumentisti tra i quali spicca il leggendario armonicista di Nashville Charlie McCoy, If Wishes Were Horses può essere quindi l’album giusto per far conoscere Patershuk anche al di fuori del Canada, dato che il suo stile ha tutto per essere apprezzato anche all’interno dei confini statunitensi.

Si inizia con la godibile The Blues Don’t Bother Me, country-rock elettrico e corposo, con chitarre ed organo in evidenza ed un suono che ci porta idealmente in qualche stato del sud degli USA, magari in Alabama. Ernest Tubb Had Fuzzy Slippers (bel titolo) è una squisita ed evocativa country tune che parte con il solo accompagnamento delle chitarre, poi entra il resto della band ed il brano diventa quasi irresistibile pur mantenendo un ritmo lento (splendido l’assolo di steel); Horse 1 è un bellissimo strumentale western alla Morricone (ma sento anche qualcosa dei Calexico), un pezzo che si ripresenterà altre tre volte nel corso del CD in diverse vesti sonore. Sugaree è proprio quella dei Grateful Dead, e Matt fa del suo meglio per far risaltare la splendida melodia di Jerry Garcia, rivestendola con pochi strumenti e dandole un delizioso sapore country-blues; Circus inizia quasi cameristica per voce, violino e violoncello, ma in breve il pezzo si trasforma in una sontuosa rock ballad dallo script diretto e lucidissimo, uno dei brani più riusciti del CD, mentre Alberta Waltz è come da titolo un toccante valzer lento che vedrei bene rifatto da Willie Nelson.

Velvet Bulldozer è un limaccioso funk-rock che rimanda al periodo d’oro dei Little Feat, con tanto di slide ad accompagnare la voce corposa del leader ed uno strepitoso assolo di armonica da parte di McCoy, un brano che ci fa vedere la disinvoltura del nostro alle prese con qualsiasi genere musicale. Let’s Give This Bottle A Black Eye è un delizioso honky-tonk che più texano non si può (sembra Dale Watson), Bear Chase è una sorta di folk elettrificato dal ritmo sostenuto e motivo dal sapore tradizionale, mentre con Walkin’ siamo in pieno territorio country, una languida ballata dal suono classico al 100%. Il CD si chiude con Last Dance, slow ballad eseguita con trasporto, e con la vivace e guizzante Red Hot Poker, ritmo e feeling che vanno a braccetto.

Disco piacevole e decisamente riuscito: ora speriamo che Matt Patershuk non resti un privilegio per (pochi) ascoltatori canadesi.

Marco Verdi

Quando Il Canada Confina Con Il Texas. Parte 1: Del Barber – Easy Keeper

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Del Barber – Easy Keeper – Acronym/Universal Canada CD

Del Barber è un nome quasi sconosciuto dalle nostre parti, ma anche negli Stati Uniti non è famosissimo, mentre in Canada, sua terra d’origine, è decisamente più popolare. Infatti Barber nel corso della sua carriera decennale (ha esordito nel 2009 con Where The City Ends) ha avuto diversi premi e riconoscimenti nell’ambito della musica roots cantautorale; nato a Winnipeg, Barber non si ispira alla pur prestigiosa scuola dei cantautori canadesi, ma affonda le sue radici musicali nel suono Americana, con nomi del calibro di Townes Van Zandt, Steve Earle, John Prine e Merle Haggard nel suo bagaglio di influenze, e nel corso degli anni si è costruito un’ottima reputazione che viene confermata anche in questo nuovo Easy Keeper, album numero sei della sua discografia inciso come gli altri in maniera indipendente ma stavolta distribuito dalla filiale canadese della Universal (anche se questo non ne migliora la reperibilità, Canada a parte). Del è un cantautore roots di stampo classico, ed il suo suono è un mix di folk, country ed un pizzico di rock dato dalla chitarra elettrica di Grant Siemens (che è anche il co-produttore del CD insieme a Barber stesso), mentre il resto del gruppo è formato dalla steel di Bill Western, il piano e l’organo di Geoff Hilhorst, la sezione ritmica di Bernie Thiessen e Ivan Burke, oltre alle voci femminili di Haley Carr e Andrina Turenne.

Nomi che vi diranno poco o niente, ma stiamo parlando di gente che gira con il nostro da diversi anni ed è quindi ormai un tutt’uno con le sue canzoni: Easy Keeper è perciò un bel dischetto di pura roots music a stelle e strisce ma fatta da musicisti canadesi, undici brani dal suono classico, pulito e mai ridondante, tutto costruito intorno alla voce del leader. L’opening track Dancing In The Living Room è una ballata classica e di buon livello, tra country e musica cantautorale, un suono elettroacustico ed un motivo piacevole che ricorda un po’ lo stile di Kevin Welch. Patient Man è più strumentata ma sempre dal mood tenue e pacato, con un bel background sonoro fatto di chitarre, organo ed una sezione ritmica discreta; Everyday Life è una folk song pura e cristallina dalla melodia toccante e suggestivi rintocchi elettrici sullo sfondo, nobilitata ulteriormente dal controcanto femminile: molto bella.

Con Louise siamo invece in territori country, ritmo spedito, refrain vincente ed ottimo uso della steel, brano seguito a ruota da Leads You Home, altra ballatona elettroacustica intensa ed eseguita con strumentazione parca; Lucky Prairie Stars è il pezzo più elettrico finora, un country-rock cadenzato e godibile con entrambi i piedi più in Texas che in Canada, mentre Juanita è uno slow che ha l’andatura del valzer lento, ed anche qui siamo più vicini al confine col Messico che dalle parti di Manitoba (la regione dove sorge Winnipeg). Ronnie And Rose è un folk-grass purissimo ancora dal ritmo sostenuto e con un motivo trascinante, uno dei brani più immediati con in più una fisarmonica a colorare il sound, Blood On The Sand è ancora lenta e decisamente profonda, grazie anche ad un bell’uso del pianoforte; il CD termina con No Easy Way Out, che ci porta inaspettatamente dentro atmosfere country-got-soul tipiche del sud, e con l’acustica e deliziosa title track, una chiusura da perfetto storyteller per un disco piacevole e ben fatto da parte di un cantautore dal sangue canadese ma con il cuore in America.

Marco Verdi

Anno Nuovo, Andazzo Vecchio: Ci Ha Lasciato Neil Peart.

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Brutto periodo per i batteristi rock, dato che a poca distanza dal grande Ginger Baker https://discoclub.myblog.it/2019/10/06/se-ne-e-andato-anche-ginger-baker-aveva-80-anni-del-magico-trio-dei-cream-ora-rimane-solo-eric-clapton/ si è spento lo scorso 7 Gennaio per un tumore al cervello (ma la famiglia lo ha annunciato solo il 10) Neil Ellwood Peart, considerato quasi unanimemente tra i migliori esponenti di sempre dello strumento, insieme proprio a Baker, Keith Moon, John Bonham, Carl Palmer, Michael Shrieve e pochi altri. Canadese dell’Ontario, Peart ha legato indissolubilmente il suo nome a quello dei Rush, band alla quale il nostro si unì all’indomani del loro album d’esordio del 1974 per rimpiazzare il drummer originale John Rutsey, e della quale divenne una colonna portante fino allo scioglimento avvenuto nel 2018 pare proprio per i problemi di salute di Neil, già sopravvenuti nel 2015, dopo l’ultimo tour “40″ del gruppo.

Insieme al bassista e cantante Geddy Lee ed al chitarrista Alex Lifeson (ma nel suono del gruppo le tastiere hanno sempre avuto un ruolo molto importante) Peart portò i Rush ad essere, specie negli anni settanta, tra le band rock più popolari al mondo, e delle vere superstar nel natio Canada, con album notevoli e di grande successo come 2112, A Farewell To Kings, Hemispheres, Permanent Waves e Moving Pictures e con una miscela originale di rock, prog, hard rock e pop che funzionava alla grande anche dal vivo, mentre negli anni ottanta-novanta il successo continuerà ma con dischi di stampo più commerciale con elementi anche new wave, synth-pop ed AOR, mentre un parziale ritorno alle atmosfere classiche avverrà nel nuovo millennio, soprattutto con l’ottimo Clockwork Angels del 2012 che è anche il loro canto del cigno per quanto riguarda la discografia in studio.

Peart, oltre ad essere da sempre il paroliere dei Rush, è stato un batterista magnifico, influenzato sia dal trio Baker-Moon-Bonham che da percussionisti di formazione jazz e fusion come Buddy Rich, Billy Cobham e Gene Krupa, ed era in possesso di una tecnica straordinaria che gli consentiva di suonare ritmi decisamente complessi separando talvolta ciò che facevano le mani da quello che facevano i piedi, ed arrivando ad adoperare drum kits con oltre 40 componenti: leggendari sono i suoi assoli durante i concerti, una pratica abituale tra i gruppi rock specie nei seventies che normalmente serviva per far rifiatare i membri della band ma nel suo caso rappresentavano uno spettacolo a parte.

Ma sono sicuro che Neil non ha mai smesso di picchiare sui tamburi, e che sta già intrattenendo gli angeli con qualche assolo dei suoi.

Marco Verdi

I Dischi Belli Sono Un’Altra Cosa, Ma Anche Le Porcherie! Old Dominion – Old Dominion

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Old Dominion – Old Dominion – RCA/Sony CD

Gli Old Dominion sono una giovane band di cinque elementi con origini che vanno da Nashville alla Virginia, e che hanno conosciuto un successo immediato con i loro primi due album pubblicati nel 2015 e 2017, lavori che hanno rispettivamente occupato la terza e la prima posizione delle classifiche country (entrando anche nella Top Ten della hit parade generalista). Il quintetto (Matthew Ramsey, voce e chitarra, Brad Tursi, chitarra, Trevor Rosen, chitarra e tastiere, Geoff Sprung, basso e Whit Sellers, batteria) non ha però raggiunto la popolarità per merito del talento, ma grazie ad un tipo di musica che purtroppo a Nashville detta legge, cioè pop radiofonico che con il country ha veramente poco da spartire, un genere che vede tra i suoi massimi esponenti (si fa per dire) due pupazzi ammaestrati come Jason Aldean e Keith Urban. Sapendo ciò, mi sono avvicinato all’omonimo terzo album degli Old Dominion (che in America è subito balzato in vetta) con una certa circospezione e con ben poche speranze, anche perché tra gli strumenti suonati nel disco comparivano anche i tanto temuti sintetizzatori e drum programming anche per il fatto che il produttore è Shane McAnally, uno dei più in voga a Nashville, ma non sempre garanzia di qualità.

Una volta ultimato l’ascolto devo dire però che il giudizio non è del tutto negativo, in quanto alcuni brani sono orecchiabili e ben costruiti pur non essendo dei capolavori ed avendo poco a che fare col country, e gli arrangiamenti non sono sempre disastrosi come pensavo. La qualità è certamente altalenante, ed Old Dominion non fa comunque parte dei dischi che mi sento di consigliare, ma sinceramente io paventavo una porcheria assoluta. Make It Sweet è il primo singolo, ed è una country song corale e decisamente orecchiabile che ha anche un buon ritmo, un brano piacevole nel quale si sentono anche le chitarre (cosa non scontata). Smooth Sailing è una ballatona elettrica che vede anche l’organo alle spalle dei nostri, un brano che scorre senza grossi problemi; lo slow One Man Band è leggermente più lavorato nei suoni e sembra più un errebi-pop che country, ma devo ammettere che non mi dispiace, mentre Never Be Sorry non è il massimo, un pezzo chiaramente pop ma dai suoni un po’ finti ed un’atmosfera artefatta.

La pianistica My Heart Is A Bar è una ballata dignitosa, Midnight Mess Around è una godibile soul song all’acqua di rose dal ritmo cadenzato, di country ce n’è ben poco ma il brano si lascia ascoltare, al contrario di Do It With Me che è un lento piuttosto insulso. Il CD continua così, con alti e bassi che conducono fino alla fine senza sussulti particolari e con qualche caduta di tono: Hear You Now è pop-rock terso e piacevole, la mossa I’ll Roll ci ricorda che questo in teoria è un disco country, mentre meno interessanti sono American Style, troppo leggerina, Paint The Grass Green, che ha un ritornello non brutto ma un arrangiamento troppo perfettino, e Some People Do, una ballata piuttosto qualunque. Ribadisco: gli Old Dominion sono una band che probabilmente non entrerà mai nella mia collezione di dischi, ma questo loro terzo album non è neppure la schifezza che temevo.

Marco Verdi

Dalle Tragedie Personali Possono Nascere Anche Bei Dischi. Kevin Daniel – Things I Don’t See

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Kevin Daniel – Things I Don’t See – Kevin Daniel CD

Album di debutto da parte di un musicista originario della Carolina del Nord, ma spostatosi prima a Washington e poi definitivamente a New York, e che ha cominciato ad incidere professionalmente dopo la tragica scomparsa avvenuta nel 2013 dei suoi genitori in un incidente aereo, un fatto che gli ha cambiato la vita e che lo ha ispirato a cominciare a scrivere canzoni su canzoni (fino a quel momento aveva suonato soltanto in band informali tra amici e compagni di università). Il suo esordio è stato un EP, Fly, uscito nel 2014, al quale ne ha fatto seguito un altro intitolato Myself Through You nel 2017, ma solo ora si è deciso a compiere il passo decisivo ed a pubblicare il suo primo album. E Things I Don’t See è un lavoro sorprendente (e totalmente autogestito) in cui troviamo una serie di canzoni che sembrano uscite dalla penna di un autore esperto con anni di carriera alle spalle, una miscela stimolante e riuscita di rock, country e soul, il tutto con l’impronta tipica di un musicista del Sud (ed il North Carolina, nonostante il nome, non è certo a nord).

Undici brani piacevoli, diretti, ben scritti ed ottimamente eseguiti da un manipolo di sessionmen poco conosciuti, tra cui segnalerei il chitarrista Anthony Krizan (forse il più noto essendo un ex Spin Doctors), il batterista Lee Falco, il bassista Muddy Shews, l’ottimo steel guitarist Dan Lead ed i produttori Ben Rice e Kenny Siegel. L’iniziale City That Saves è un intrigante brano dall’incedere cadenzato, con un ritornello coinvolgente ed una strumentazione calda che comprende anche tromba e trombone a dare un sapore Dixie. La spedita Feelin’ Good è puro country & western, ancora con i fiati a dare più spessore ed un motivo immediato e gradevole; Used To Be, introdotta dalla bella slide di Krizan, è un solido brano southern soul, ispirato al suono classico dei gruppi degli anni settanta e con un organo che dona ancora più calore: un pezzo eccellente. La title track è quella più influenzata dalla perdita dei genitori, ed è una rock ballad profonda ed intensa, di nuovo con tutti e due i piedi ben piantati al sud ed un notevole crescendo melodico ed emotivo.

Pour Me A Drink è un altro slow stavolta sfiorato dal country con un bel pianoforte, ancora la slide ed un ottimo refrain corale, mentre Jupiter è ancora sul versante country, ma l’atmosfera è anni sessanta e tornano anche i fiati a colorare il sound. 22 è diversa, in quanto vede il nostro e la sua chitarra accompagnati da un quartetto d’archi, una soluzione inattesa ma non disprezzabile, anche se Xanax, Cocaine & Whiskey, una deliziosa country ballad in puro stile valzer texano (una via di mezzo tra Waylon e Willie), riporta subito il disco su territori più familiari. L’album termina con Name Of Fame, godibile bluegrass suonato full band pur mantenendo l’impianto acustico, la folkeggiante Time To Rise e la mossa All I Need, country-rock dal ritmo sostenuto punteggiato dall’ottima steel di Lead. Proprio un bel dischetto questo Things I Don’t See, peccato solo che sia nato in conseguenza di un evento tragico.

Marco Verdi

Il “Lungo Addio”: Un Bel Modo Per Ricordare Un Amico Scomparso. Montgomery Gentry – Outskirts

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Montgomery Gentry – Outskirts – Average Joe’s Entertainment CD

Nonostante Eddie Montgomery continui ad esibirsi dal vivo con il nome di Montgomery Gentry, pensavo che la storia discografica del popolarissimo duo country si fosse esaurita l’8 Settembre 2017, data in cui Troy Gentry ha perso la vita in un tragico incidente d’elicottero. I due avevano però fatto in tempo a registrare un nuovo album, Here’s Yo You, ed un’antologia di vecchi successi re-incisi per l’occasione intitolata 20 Years Of Hits. Ma i cassetti non erano stati ancora svuotati del tutto, e così Montgomery nel Giugno di quest’anno ha pubblicato Outskirts, un EP di sette brani inediti uscito però solo in digitale. Il buon successo dell’operazione ha in seguito convinto il nostro a far uscire Outskirts anche in CD, con l’aggiunta di due brani dall’ultima antologia ed altri due non presenti su precedenti album del duo https://discoclub.myblog.it/2015/08/12/ripassi-le-vacanze-3-montgomery-gentry-folks-like-us/ .

Il risultato è un CD che non sembra affatto un’operazione commemorativa e neppure una mossa commerciale atta a sfruttare il momento di commozione dovuto alla scomparsa di Gentry (anche se in fondo lo è), ma un disco fatto e finito di robusto rockin’ country, con canzoni di buona fattura che non sembrano per nulla delle outtakes. Musica tosta, chitarristica, cantata e suonata benissimo ed adatta sia alle classifiche di settore che agli appassionati di vero country: i due non usano (o dovrei dire usavano) diavolerie come sintetizzatori, drum programming e boiate varie, e pur avendo tutti i requisiti per i passaggi radiofonici le loro canzoni suonano autentiche dalla prima all’ultima nota. Non ho remore a definire la title track Outskirts una grande canzone, un rockin’ country potente e chitarristico dalla melodia epica ma nel contempo orecchiabile, il tutto coronato da una solida prestazione vocale. Nel disco troviamo due canzoni scritte da Darrell Scott, la ballatona elettrica River Take Me, dal sapore western sul genere del compianto Chris LeDoux, e You’ll Never Leave Harlan Alive, altro brano di puro country sferzato dal vento, evocativo e con un breve ma incisivo assolo chitarristico centrale, mentre What Am I Gonna Do With The Rest Of My Life, proprio il brano di Merle Haggard, è uno slow intenso dalla strumentazione classica e con una resa vocale perfetta.

Never Been Nothing Else è un country-rock ritmato e molto godibile, perfetto per accontentare anche i palati più esigenti, King Of The World prosegue sulla stessa linea risultando ancora più coinvolgente e vede addirittura la presenza dell’axeman Steve Vai, che si cala benissimo nei panni richiesti dal brano dimenticandosi delle atmosfere hard rock alle quali è abituato; l’EP originale termina con Joe Six-Pack, forse il pezzo dall’arrangiamento più ruffiano e commerciale ma comunque non disprezzabile. Il CD viene completato da due vecchi successi rifatti (Didn’t I e Roll With Me), già apparsi lo scorso anno su 20 Years Of Hits, l’errebi Shakey Ground in collaborazione con Ronnie Milsap uscito qualche mese fa sull’album di duetti del countryman non vedente, e soprattutto una rilettura bella e vigorosa del classico di Waylon Jennings Good Ol’ Boys, da un tributo di sette anni fa dedicato al grande Outlaw texano. Un dischetto quindi piacevole nonché inatteso, ulteriore tributo da parte di Eddie Montgomery al partner artistico di una vita.

Marco Verdi

Una Pagina Meno Conosciuta Ma Non Per Questo Minore. Joan Baez – Come From The Shadows

joan baez come from the shadows

Joan Baez – Come From The Shadows – Music On CD/Universal CD

Ci sono ristampe super deluxe (e super costose) di dischi importanti o addirittura fondamentali che si prendono giustamente le prime pagine delle riviste specializzate, ed altre che passano praticamente sotto silenzio pur trattando di album di ottimo livello. La Music On CD è una sussidiaria della Universal che si occupa di ristampare dischi del passato non molto famosi ma comunque di alto spessore artistico, senza prestare troppa attenzione alla veste grafica ed alla rimasterizzazione (e di bonus tracks manco a parlarne), il tutto però ad un costo decisamente contenuto. Uno degli ultimi prodotti dell’etichetta è Come From The Shadows, album del 1972 di Joan Baez che non è certo tra i più famosi degli anni settanta per quanto riguarda la grande folksinger. Infatti i lavori più noti di Joan pubblicati in quella decade sono i popolari Blessed Are e Diamonds And Rust, ma anche dischi meno venduti come One Day At A Time, Gulf Winds e Gracias A La Vida, LP cantato in lingua spagnola.

Ma Come From The Shadows non è di certo inferiore a quelli citati poc’anzi, e sinceramente non so perché oggi sia uno dei lavori più dimenticati di Joan dato che, dopo un attento ascolto di questa apprezzata ristampa in CD, lo considero uno dei suoi migliori per quanto riguarda i seventies. Un disco piacevole e ben fatto tra folk, country e pop, prodotto dal grande Norbert Putnam (musicista e produttore dal pedigree lunghissimo, tra l’altro ex bassista di Elvis), dominato dalla straordinaria voce di Joan che all’epoca era al massimo del suo splendore e suonato da un manipolo di “Nashville Cats” di gran nome tra i quali David Briggs, Charlie McCoy, Kenneth Buttrey Grady Martin. Le dodici canzoni del disco si dividono tra brani a sfondo politico e non, e soprattutto vedono ben sei composizioni autografe di Joan, cosa non comunissima visto che la cantante di origini messicane non è mai stata un’autrice prolifica (oltre ad avere sempre avuto una scarsa autostima come songwriter, e pare che fu proprio Bob Dylan nei sixties ad incoraggiarla a comporre di più). Il pezzo più famoso del disco è senza dubbio l’iniziale Prison Trilogy (Billy Rose), un racconto scritto da Joan sottto forma di deliziosa country song dalla melodia cristallina e cantata magnificamente.

Tra i brani scritti dalla Baez la più bella (oltre appunto a Prison Trilogy) è To Bobby, sincero e toccante omaggio a Dylan, in tono affettuoso e molto meno caustico (e deluso) di quello che verrà utilizzato in Diamonds And Rust. Gli altri pezzi autografi sono Love Song To A Stranger, limpida e struggente ballata dal motivo splendido che contraddice il credo che Joan non fosse una brava autrice, la rilassata e godibile Myths, l’intensa e pura All The Weary Mothers Of The Earth, che richiama le atmosfere folk dei suoi primi dischi (canzone davvero bellissima), e l’evocativa Song Of Bangladesh, cantata in maniera celestiale. Le cover iniziano con una maestosa resa di Rainbow Road (scritta da Donnie Fritts e Dan Penn), versione pianistica dall’orchestrazione suggestiva e ricca di pathos, per proseguire con lo squisito country-folk In The Quiet Morning, brano scritto dalla sorella di Joan Mimi Farina e dedicato a Janis Joplin, il puro country della bella A Stranger In My Place (Kenny Rogers), la discreta Tumbleweed (di Douglas Van Arsdale), nobilitata dalla solita prestazione vocale eccellente della Baez, ed una strepitosa e drammatica rilettura di The Partisan, canto della resistenza francese reso popolare pochi anni prima da Leonard Cohen. L’unico brano che non mi convince del tutto è una versione un po’ troppo pop e leccata del classico di John Lennon Imagine.

Ma è un peccato veniale: Come From The Shadows è un ottimo album che merita di essere riscoperto nonostante la consueta abbuffata discografica natalizia.

Marco Verdi

L’Ideale Completamento Dell’Ultimo Bootleg Series…Per Pochi Eletti! Bob Dylan – 50th Anniversary Collection: 1969

bob dylan 50th anniversary collection 1969

bob dylan 50th anniversary collection 1969 back

Bob Dylan – 50th Anniversary Collection: 1969 – Sony 2CD

Nel Dicembre del 2012 la Sony mise in vendita senza alcun battage pubblicitario, e solo in pochi selezionati negozi inglesi, The 50th Anniversary Collection, un quadruplo CD intestato a Bob Dylan che comprendeva tutte le sessions inedite del grande cantautore avvenute nel 1962, una mossa più legale che commerciale atta ad estendere il copyright di quelle incisioni che in Europa scade dopo appunto 50 anni. La collezione era disponibile in sole 100 copie che quindi andarono esaurite molto presto con disappunto della maggioranza dei fans dylaniani (e chiaramente le versioni pirata proliferarono), e la Sony ripetè l’operazione nel 2013 (per il 1963, ancora 100 copie stavolta in sei LP) e per il 2014 (riguardante il 1964, con un box di nove vinili) aggiungendo anche le registrazioni live del periodo presenti nei suoi archivi. Il biennio 1965-66 venne sistemato stavolta su scala un po’ più larga con la versione “Big Blue” del dodicesimo episodio delle Bootleg Series, The Cutting Edge (ed i concerti dal vivo del 1965 vennero regalati dalla Sony sotto forma di files audio a tutti gli acquirenti del costoso cofanetto) e con il box uscito nel 2016 inerente alla tournée del 1966. Niente nel 2017 (ma le sessions di John Wesley Harding non erano mai circolate neppure a livello di bootleg, e comunque sono state sistemate lo scorso Novembre con il Bootleg Series numero 15, Travelin’ Thruhttps://discoclub.myblog.it/2019/11/06/cofanetti-autunno-inverno-6-cerano-una-volta-un-menestrello-ed-un-uomo-vestito-di-nerobob-dylan-feat-johnny-cash-travelin-thru-bootleg-series-vol-15/ e nel 2018 (anche perché i Basement Tapes completi erano già usciti nel 2014), ma nel Dicembre appena passato la Sony ha colpito ancora, vendendo un doppio CD risalente al 1969 solo sul sito badlands.co.uk (e pare solo in 50 copie!), con il risultato di esaurire la proposta in un minuto circa.

Si sapeva che Travelin’ Thru, incentrato in gran parte sulle sessions di Dylan con Johnny Cash, non conteneva tutto il materiale inciso nel ’69 (così come non era completo il decimo Bootleg Series Another Self Portait, che si occupava del periodo 1969-71), ma sinceramente non avrei pensato che la casa discografica di Bob avrebbe agito in questo modo poco più di un mese dopo l’uscita del triplo cofanetto. 50th Anniversary Collection: 1969 contiene quindi tutto ciò che giaceva ancora negli archivi della Columbia riguardo all’anno in questione e, giusto per mettermi al sicuro da rabbia ed invidia di dylaniani che, a ragione, non vogliono spendere cifre folli per accaparrarsene una copia su Ebay, devo ammettere che questo doppio CD pur essendo decisamente interessante non aggiunge granché al materiale di Travelin’ Thru, essendo incentrato in gran parte su versioni inferiori dei brani pubblicati a Novembre (alcune takes durano meno di un minuto), a parte un unico inedito assoluto che vedremo tra poco. Il primo CD si apre con 16 brani tratti dalle sessions di Nashville Skyline, a cominciare da cinque takes consecutive di To Be Alone With You, tutte con il piano in evidenza e con Bob che prova anche soluzioni ritmiche diverse; dopo un paio di versioni di One More Night (la prima di appena 31 secondi, la seconda molto simile a quella pubblicata) abbiamo ben sei takes della splendida Lay, Lady, Lay, cinque delle quali con l’organo di Bob Wilson a sostituire la steel di Pete Drake, che compare nell’ultima versione (e poi anche in quella finita sul disco originale). In mezzo, una brevissima Peggy Day e due Tell Me That It Isn’t True, la prima delle quali dal tempo molto più veloce di quella conosciuta.

Le sessions con Cash (e la sua band, compreso Carl Perkins alla solista) iniziano con quattro diverse One Too Many Mornings (la prima è un rehearsal di quasi otto minuti, non imperdibile), seguito da ben sei I Still Miss Someone (due prove più quattro takes, l’ultima delle quali molto bella) e da un brave accenno al medley Don’t Think Twice, It’s All Right/Understand Your Man. Il secondo dischetto parte con le ultime sessions inedite con l’Uomo In Nero: a parte un’altra One Too Many Mornings e due ulteriori I Still Miss Someone troviamo quasi solo brani di Cash (Big River, I Walk The Line, Ring Of Fire e tre takes di I Guess Things Happen That Way), un frammento di Waiting For A Train di Jimmie Rodgers e due coinvolgenti riletture di Matchbox di Perkins, la seconda delle quali non inferiore a quella pubblicata su Travelin’ Thru. I restanti pezzi, che riguardano le prime sessions di Self Portrait, iniziano con la vera chicca del doppio album, cioè Running, una canzone originale di Dylan mai pubblicata prima ufficialmente, un saltellante brano a metà tra country e blues che forse non è niente di innovativo ma su Self Portrait ci poteva stare eccome. Chiusura con una take alternativa di Take A Message To Mary, due riprese non esaltanti dell’evergreen Blue Moon ed un’altra Ring Of Fire (senza Cash), con la melodia completamente riarrangiata alla maniera del nostro.

Quindi con questo vero e proprio oggetto per collezionisti il 1969 di Bob Dylan dovrebbe essere a posto, ma mi aspetto che quest’anno la Sony ripeta l’operazione per il 1970, che riserva ancora diversi inediti tra Self Portrait e New Morning, ma soprattutto le sessions complete con George Harrison.

Marco Verdi

Forse L’Ultimo “Testamento” Di Una Voce Storica Del Rock: Dall’Hard&Heavy Coi Nazareth Al Folk Rock. Dan McCafferty – Last Testament

dan mccafferty last testament

Dan McCafferty – Last Testament – Ear Music – CD – 2 LP

Come da consuetudine inizio le recensioni del nuovo anno recuperando un CD uscito a Ottobre del 2019 passato, per chi scrive, colpevolmente sottotraccia (salvo qualche rara eccezione): mi riferisco a questo Last Testament del co-fondatore e voce originale della ottima formazione scozzese hard-rock dei Nazareth. Dopo due album ad inizio di carriera, l’omonimo Dan McCafferty (75) e Into The Ring (87), passati forse giustamente inosservati (anche se erano inserite molte “covers”, tra le quali Cinnamon Girl di Neil Young, Boots Of Spanish Leather di Bob Dylan, Out Of Time dei Rolling Stones) e dopo oltre 45 anni di carriera con loro, ha abbandonato la band alla fine del 2013 per seri motivi di salute (una rara malattia polmonare), esce a sorpresa con questo piccolo gioiellino, che potrebbe essere il suo “epitaffio” musicale.

Ad accompagnarlo nella stesura del testamento, Dan McCafferty (che ha scritto tutti i testi dei brani), si è affidato al “notaio”, oltre che compositore, tastierista, fisarmonicista ceco Karel Marik, autore di tutte le musiche e ovviamente produttore del lavoro, trovando come vecchi “testimoni” musicisti di valore quali Jan Herman al basso, Jan Karpisek alla batteria, Vojtech Bures alle chitarre, e il bravissimo Cameron Barnes alle Pipes e Whistle, senza dimenticare come vocalist turniste del luogo un trio composto da Jamie Adamson, Katie Forrest, Kristyna Peterkova, il tutto registrato e mixato nel Substation Studio di Rosyth, ovviamente della incantevole Scozia. Il “contratto” prende il via con il folk tipicamente scozzese di una You And Me, accompagnata dalla fisarmonica di Marik e le cornamuse di Barnes, per poi commuovere subito il recensore con una bella ballata malinconica come Why, cantata con cuore e anima da Dan, mentre la seguente Looking Back dopo un inizio acustico, si sviluppa in un crescendo folk-rock importante e spavaldo, per poi ritornare subito con Tell Me alla tipica ballata rock anni ’70, in perfetto stile Nazareth.

La parte centrale del testamento vede emergere la vena più hard del disco, a partire da una I Can’t Find The One For Me, dove accanto al suono duro delle chitarre si sovrappongono le cornamuse e la fisarmonica, con la fisa di Karel di nuovo sugli scudi in una ballata dolce come Look At The Song In Me Eyes, per poi tornare ai sapori scozzesi con la cornamusa che impazza nell’accompagnare Dan in una grintosa Home Is Where The Heart Is, ed alle chitarre distorte e ritmo indiavolato di My Baby. Si continua con una ballata pianistica impressionante come Refugee, con il violoncello di Marina Saches che nella parte finale sottolinea le voci del coro, per poi cambiare ritmo con i suoni mitteleuropei e tzigani di una melodrammatica Mafia, e andare a recuperare dall’album Rampant (74) dei Nazareth, una pietra preziosa come Sunshine, rifatta in una versione voce e piano da spezzare il cuore, seguita da una folk-ballad arieggiante come Nobody’s Home, eseguita in duetto con la brava Kristyna Peterkova. Ci si avvia alla parte finale del contratto con una intrigante Right To Fail, cantata e suonata in uno stile che richiama il periodo da “belle époque” in quel di Parigi, il maniacale ritmo della torrida e quasi psichedelica Bring It On Back, e andare infine a chiudere la stesura del suo testamento musicale, con una versione acustica del brano iniziale You And Me, accompagnato solo dal pianoforte del bravissimo Karel Marik.

Dopo una vita in giro “on the road” come vocalist dei Nazareth, Dan McCafferty ora a 73 anni si rimette in gioco con questo Last Testament , che potrebbe anche essere il suo ultimo disco (per i citati motivi di saluti), un lavoro chiaramente personale con un set di canzoni dal suono più folk, con la presenza dominante della fisarmonica in tutto il percorso del lavoro (era dai tempi di Archie Brown & The Young Bucks con Dirt And Romance (95) che non sentivo un “sound” del genere), suonato come Dio comanda e cantato ancora oggi da una voce notevole. In conclusione, non è certo un capolavoro, ma non abbiate fretta, concedetevi il tempo di ascoltarlo, in quanto Last Testament sarà anche uno di quei dischi reputati minori, ma che poi si fa fatica a togliere dal lettore CD.

Tino Montanari