Saranno Anche Fuori Di Testa, Ma Quando Suonano Sono Serissimi! The Texas Gentlemen – Floor It!!!!

texas gentlemen floor it

The Texas Gentlemen – Floor It!!!! – New West CD

Tornano a distanza di tre anni dal loro debutto TX Jelly i Texas Gentlemen https://discoclub.myblog.it/2017/11/27/un-bellesempio-di-follia-musicale-con-metodo-the-texas-gentlemen-tx-jelly/ , un quintetto di pazzi scatenati proveniente, mi sembra ovvio, dal Lone Star State, e composto dai due leader, il cantante e chitarrista Nik Lee ed il cantante e pianista Daniel Creamer, dall’altro chitarrista Ryan Ake e dalla sezione ritmica formata da Scott Edgar Lee Jr. al basso e Paul Grass alla batteria. Nonostante abbia parlato di esordio i cinque non sono certo di primo pelo, dal momento che stiamo parlando di un gruppo di sessionmen che si sono messi insieme quasi per gioco (hanno suonato anche con una leggenda vivente come Kris Kristofferson), ma da quando hanno iniziato ad incidere per conto proprio hanno dimostrato di fare sul serio. TX Jelly era un disco completamente fuori dagli schemi, in cui i nostri affrontavano qualsiasi genere musicale venisse loro in mente, dal rock al country al pop al blues al funky al folk e chi più ne ha più ne metta, il tutto proposto con un’attitudine scanzonata e divertita ed indubbiamente coinvolgente.

Musica creativa e non scontata quindi, e questo loro secondo album Floor It!!!! prosegue nello stesso modo, con una serie di canzoni in cui affiorano diversi stili anche all’interno dello stesso brano, e dove si nota rispetto al lavoro precedente una maggiore inclinazione verso la pop song di qualità, con uso anche di archi e fiati seppur senza esagerare. A volte essere troppo eclettici può essere considerato un difetto, ma quando come nel caso appunto dei Texas Gentlemen ci sono la bravura nello scrivere e nel suonare, la creatività e l’abbondanza di idee è certamente un vantaggio. I TG si divertono, e riversano questo loro divertimento sull’ascoltatore. Floor It!!!! dura più di un’ora e presenta una serie di brani medio-lunghi, ma grazie proprio al fatto che uno non sa mai cosa aspettarsi dalla canzone seguente il disco riesce a non annoiare. La breve Veal Cutlass, poco più di un minuto, è puro dixieland anni trenta, un pezzo un po’ spiazzante che confluisce nel vibrante strumentale Bare Maximum, un misto di rock’n’roll e funky che si pone nel mezzo tra Little Feat e Frank Zappa, con i fiati a rinforzare un suono già bello tosto; Ain’t Nothin’ New è una ballata ariosa e sognante, guidata dal piano e con un motivo lineare e godibile (e qui il paragone è coi Phish), bella e creativa.

Anche Train To Avesta è un’ottima slow song pianistica tra roots e pop, come se i Jayhawks si fossero fatti produrre da Jeff Lynne; l’intro pianistico di Easy St. rimanda all’Elton John d’annata, ma il resto è puro pop alla McCartney con un leggero sapore vaudeville, fresco e decisamente gradevole: finora di Texas c’è davvero poco, ma non è che mi lamenti. Sir Paul resta a livello di influenza anche in Hard Rd., altro riuscito pezzo di puro pop guidato dal piano e con una orchestrazione alle spalle, a differenza dello strumentale Dark At The End Of The Tunnel, che nonostante si lasci ascoltare senza grandi problemi sembra più una backing track alla quale i nostri si sono dimenticati di aggiungere le parole che una canzone fatta e finita, anche se non mancano cambi di ritmo e di tema musicale. Meglio la cadenzata ballad Sing Me To Sleep, sempre col piano in evidenza ed un gradevole refrain, anche se sembra mixata in maniera un po’ rozza.

Last Call è pop-rock con orchestra, un genere molto poco texano ma proposto con un elevato gusto per la melodia ed un buon ritornello corale, mentre She Won’t è un delicato brano elettroacustico che mescola folk e pop in modo disinvolto. Il CD si chiude con i due pezzi più lunghi (inframezzati da Skyway Streetcar, solare ballata dal sapore californiano guidata ottimamente da piano e chitarre), ovvero i sette minuti di Charlie’s House, delicato slow al quale gli strumenti elettrici, i fiati e gli archi conferiscono potenza (e con un bel finale in crescendo), e gli otto della title track, che parte in maniera coinvolgente in stile rock-boogie sudista (ma con somiglianze anche con Marc Bolan & T-Rex) e poi aggiunge di tutto dal pop al gospel con una parte finale tra i Beatles ed una leggera psichedelia. Già TX Jelly era un album pieno di idee e di soluzioni accattivanti, ma con Floor It!!!! i Texas Gentlemen sono riusciti a proporre qualcosa di completamente diverso, e con la massima nonchalance.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un Boss In Tono Minore, Più Folksinger Che Rocker. Bruce Springsteen – Stockholm 2005

bruce springsteen stockholm 2005

*NDB Causa problemi tecnici di connessione, ovviamente non dipendenti dalla mia volontà, ma generalizzati nella zona di Milano, da cui opero con il Blog, per un paio di giorni non è stato possibile inserire aggiornamenti con nuovi Post. In extremis, visto il titolo, aggiorno con questo nuovo articolo scritto da Marco, sulla serie dei concerti ufficiali del Boss. Poi da domani, sperando che il problema sia risolto in modo definitivo, provvederò a recuperare i Post mancanti. Per il momento buona lettura, e scusate il titardo.

Bruce Springsteen – Stockholm 2005 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Sono pronto a scommettere che se doveste chiedere a cento fans di Bruce Springsteen quale tournée tra quelle intreprese dal loro idolo sia la preferita, nessuno sceglierà i due tour acustici rispettivamente del 1995-1997 e del 2005: questo non perché in quelle due serie di spettacoli in solitaria il Boss abbia deluso, ma non si può ignorare che la fama di più grande intrattenitore dal vivo al mondo il nostro se la sia fatta come rocker a capo della E Street Band. Io stesso, che ho visto Bruce una decina di volte, pur avendone la possibilità non ho mai preso i biglietti per i due tour di cui sopra, in quanto a mio parere anche per un fuoriclasse come lui è dura mantenere desta l’attenzione per due ore e mezza da solo sul palco. Questo cappello serve per introdurre la penultima uscita della serie live tratta dagli archivi del Boss, che documenta appunto una serata presa dalla tournée del 2005 seguita alla pubblicazione dell’album Devils And Dust, e per l’esattezza uno show del 25 giugno all’Hovet, un impianto polisportivo che sorge a Stoccolma (comincio a pensare che tra i curatori di questa serie ci sia qualche scandinavo, dato che è la quinta uscita a riguardare un concerto tenuto nella penisola nordica, tre in Svezia e due in Finlandia).

Bruce come ho già detto in altre occasioni si presenta da solo (c’è però una tastiera “off-stage”, suonata da Alan Fitzgerald), ma a differenza del tour di The Ghost Of Tom Joad in cui si limitava a strimpellare la chitarra acustica ed a soffiare nell’armonica, qui si cimenta con chitarre sia acustiche che elettriche, ovviamente ancora armonica, ukulele, piano ed organo a pompa. Il pubblico svedese è caldo e partecipe, ed il Boss si presenta in buona forma anche se, come ho già accennato, lo Springsteen rocker è tutt’altra cosa rispetto alla versione folksinger: la classe però è la stessa e lo show è comunque godibile anche se qualche momento meno riuscito c’è, soprattutto a causa della decisione del nostro di stravolgere l’arrangiamento di alcuni pezzi con risultati alterni. I brani di Devils And Dust la fanno prevedibilmente da padroni, con ben otto selezioni (ed un cenno speciale lo meritano Long Time Comin’, Black Cowboys, Jesus Was An Only Son e Matamoros Banks), mentre stranamente da Tom Joad viene suonata solo la peraltro bellissima Across The River e da Nebraska (che poi è l’unico album di studio di Bruce veramente acustico) una Reason To Believe solo per armonica e voce filtrata, uno stravolgimento che reputo poco riuscito e difficilmente digeribile.

Ci sono altri arrangiamenti particolari, come l’opening track Downbound Train molto rallentata per voce ed organo, una The River pianistica (non male) ed una Point Blank in cui il Boss si accompagna al piano elettrico togliendole un pizzico di pathos; per contro, la My Hometown eseguita anch’essa al piano (acustico) è forse addirittura meglio di quella “lavorata” di Born In The U.S.A. Non mancano le rarità in scaletta, sia rispetto alle setlist abituali di questo tour (la discreta Empty Sky e la sempre stupenda Lucky Town) che in assoluto, come la b-side Part Man, Part Monkey e la pochissimo eseguita Walk Like A Man (tratta da Tunnel Of Love). E poi, visto che siamo pur sempre parlando di un concerto di Springsteen, ci sono anche diversi “magic moments” come la pianistica e toccante The Promise, un’intensa The Rising, convincente anche in questa veste spoglia, e la folkeggiante This Hard Land. La parte finale dello show inizia benissimo, con una coinvolgente Ramrod arrangiata quasi cajun, un’ottima Bobby Jean molto folk ed una pimpante ed energica Blinded By The Light, ma poi a mio parere si sgonfia negli ultimi due brani (cosa inaudita per un live del Boss, che è abituato a dare il meglio proprio nei bis), cioè una The Promised Land rallentatissima ed irriconoscibile (e francamente noiosa) ed una rilettura per voce ed organo di Dream Baby Dream dei Suicide, ripetitiva e troppo lunga.

Gli estimatori dello Springsteen elettrico (cioè tutti) si potranno ampiamente rifare con la prossima uscita, che documenterà una delle serate considerate migliori del famoso Reunion Tour del 1999 con la E Street Band.

Marco Verdi

Anche Agli Extraterrestri Piace Il Rock & Roll! Jack The Radio – Creatures

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Jack The Radio – Creatures – Pretty Money CD

Non so quanti, soprattutto dalle nostre parti, si ricordino dei Jack The Radio, rock band proveniente da Raleigh (North Carolina), dal momento che il loro ultimo CD risale ormai ad un lustro fa. Eppure il quartetto guidato dal chitarrista-cantante-songwriter George Hage (con Danny Johnson alla chitarra solista, steel e tastiere, Dan Grinder al basso e Kevin Rader alla batteria) dal 2011 al 2015 si era fatto notare con quattro album di puro roots-rock made in USA, una miscela stimolante di rock’n’roll, country e folk che aveva loro permesso di farsi un nome se non altro a livello locale; poi, dopo Badlands del 2015, il silenzio (interrotto solo da un paio di singoli in streaming), un lungo periodo di cinque anni in cui i nostri hanno comunque continuato ad esibirsi dal vivo, oltre a mettere in commercio una loro personale marca di birra! Ora però i JTR tornano più pimpanti che mai con il loro nuovo lavoro Creatures, un vero progetto multimediale dato che in abbinamento esce anche un’antologia di fumetti che si rifanno alle storie di extraterrestri sci-fi degli anni cinquanta-sessanta, con i vari racconti ispirati dai titoli delle canzoni.

Ma a noi ciò che interessa di più è la parte musicale, e devo dire che Creatures è davvero un bel dischetto di rock’n’roll chitarristico, diretto e senza fronzoli, che rivela influenze che vanno dai Rolling Stones a John Mellencamp e nel quale anche le ballate sono eseguite con grinta ed un approccio elettrico. In più, data la provenienza di Hage e compagni, l’elemento sudista è molto presente nei vari brani, sia come suono che come stile di scrittura. Dopo una durissima introduzione di soli 42 secondi in stile quasi heavy metal si parte sul serio con Don’t Count Me Out, altra rock song ma più vicina al suono Americana, con la sezione ritmica che picchia sicura e le chitarre in tiro: il motivo centrale è fluido e coinvolgente ed il pezzo presenta i primi connotati southern. Trouble è una ballatona ariosa ma sempre di stampo elettrico, con la steel a stemperare la tensione e la doppia voce di Jeanne Jolly, mentre la partner femminile per i due brani seguenti è Tamisha Waden: il primo, Creatures, è una bella rock song dal ritmo cadenzato sullo stile di Gimme Shelter degli Stones (con la Waden a fare le veci di Lisa Fisher), a differenza di We’re Alright che è un rock-blues sanguigno e tosto, sempre con le chitarre che riffano che è un piacere.

Niente male anche Let’s Be Real, altra rock ballad distesa e piacevole ma senza tentazioni zuccherine (anzi, il tasso elettrico è sempre alto); Paint The Sky è di nuovo uno slow ma di qualità superiore, una canzone davvero bella e ricca di pathos che ricorda le ballate sudiste dei seventies, peccato duri solo tre minuti. Swimming With The Sharks è un godibile folk-rock elettrificato dalla melodia tersa, Getting Good è l’ennesimo lentaccio di ottima fattura stavolta sfiorato dal country e con l’aiuto vocale della brava Lydia Loveless https://discoclub.myblog.it/2016/08/21/lydia-loveless-real-country-punk-bene/ , mentre Hurricane è un notevole midtempo con dietro una slide malandrina, che mischia in egual misura southern music e Tom Petty. La tostissima Elevator arrota le chitarre allo spasimo ma forse è un gradino più in basso rispetto alle altre (sembrano gli ultimi Lynyrd Skynyrd quando fanno i metallari), meglio la ritmata Socks e soprattutto il puro rock’n’roll di In The Trees, tra le più coinvolgenti del CD.

L’ottima ballata d’atmosfera Secret Cities, un pezzo crepuscolare che risente dell’influenza di Springsteen, chiude in maniera intima un dischetto che ogni amante del rock’n’roll con implicazioni sudiste dovrebbe ascoltare, con l’unico fattore negativo al solito rappresentato dalla scarsa reperibilità.

Marco Verdi

Il Ritorno, Inatteso, Di Uno Dei Gruppi Di Culto Per Antonomasia Degli Anni Ottanta, Ora Anche In CD. X – Alphabetland

x alphabetland

X – Alphabetland – Fat Possum Download/CD da fine luglio/inizio agosto

Durante la lunga e maledetta quarantena alla quale buona parte del mondo è stata costretta negli ultimi mesi, diversi musicisti hanno pensato di alleviare le pene di chi era costretto a casa anticipando via streaming e download uscite discografiche che si spera saranno seguite anche dal supporto “fisico” (come per esempio Phish, Cowboy Junkies e Joe Ely) o pubblicando a sorpresa nuovi singoli, sempre in formato digitale (Bob Dylan e Rolling Stones). Tra le varie anticipazioni (le versioni in CD e vinile escono tra fine luglio e agosto, anche se su Bandcamp sono già ordinabili) questo nuovo Alphabetland degli X è da considerarsi un piccolo evento, in quanto la punk-rock band di Los Angeles non pubblicava un nuovo album di studio da ben 27 anni, che diventano 35 se andiamo a cercare l’ultimo disco con la formazione originale (Ain’t Love Grand): infatti in questo Alphabetland troviamo proprio i quattro membri che fondarono il gruppo nel lontano 1977, e cioè i cantanti ed ex coniugi John Doe (anche bassista) ed Exene Cervenka, il chitarrista Billy Zoom ed il drummer DJ Bonebrake.

I quattro in realtà avevano ricominciato ad esibirsi insieme dal vivo con tour sporadici e spettacoli “one-off” già dal 2004, ma un album nuovo non sembrava nei programmi nemmeno quando lo scorso anno era uscito il singolo Delta 88 Nightmare, che tra parentesi è l’unico pezzo tra quelli presenti su Alphabetland a risalire ai tardi anni settanta, in quanto gli altri dieci sono stati scritti tutti negli ultimi 18 mesi. Prodotto da Rob Schnapf (Elliott Smith, Beck), Alphabetland ci fa ritrovare un gruppo che non è mai stato popolarissimo ma che negli anni ottanta era arrivato ad un buon livello di culto, oltre a godere della stima di molti colleghi (Dave Alvin aveva perfino fatto parte della band, anche se per un solo disco). I quattro sono in ottima forma, e ci consegnano un lavoro che fonde in maniera esplosiva punk e rock’n’roll, con brani suonati a mille all’ora, le chitarre sempre in tiro e la sezione ritmica che non molla un secondo: per chi non li conoscesse (o se li fosse dimenticati), la loro musica si potrebbe paragonare a quella dei Ramones, anche se forse la band dei Queens era più monotematica per ciò che riguarda il songwriting.

Un album fresco, corroborante ma anche di piacevole ascolto, benché la durata di 27 miseri minuti sia forse fin troppo esigua, in pratica un minuto di musica per ogni anno che li separava dal loro ultimo album di inediti, Hey Zeus. Il lavoro inizia con la title track (canta Exene), che dà subito il via al ritmo sostenuto e con la chitarra che riffa alla grande, ma il brano non è affatto ostico ed anzi si rivela godibile, con tanto di ritornello a due voci e coretti nel bridge. Free vede Doe alla voce solista, ed è di nuovo una scarica elettrica con le chitarre che fendono l’aria, ma il motivo di fondo mantiene il marchio di rock’n’roll song suonata con foga da punk band. Water & Wine è puro punk’n’roll, divertente, trascinante e con un assolo di chitarra breve ma godurioso (e spunta anche un sax), Strange Life, cantata a due voci, è coinvolgente sin dalle prime note e presenta un riff accattivante, così come I Gotta Fever che nei suoi due minuti e mezzo scarsi non fa prigionieri, mostrando che la grinta è ancora quella di un tempo.

La già citata Delta 88 Nightmare è una corsa forsennata ai 200 all’ora che si ferma ben al di sotto dei due minuti, Star Chambered, pur mantenendo un ritmo acceso, ha una struttura più lineare ed un motivo ben definito, mentre Angel On The Road ha una delle melodie più articolate del lavoro, e sembra uscita dal periodo classico della band. L’album si chiude con Cyrano DeBerger’s Back, che è il pezzo più diverso essendo un funk-rock cadenzato ed orecchiabile, la forsennata Goodbye Year, Goodbye e la bizzarra All The Time In The World, uno strano talkin’ con sullo sfondo un piano suonato in modalità jazz-lounge e licks di chitarra da parte dell’ospite Robby Krieger, che conferma il legame degli X con i Doors dato che Ray Manzarek aveva prodotto i loro primi quattro album.

Un ritorno quindi inatteso e di buon livello questo degli X: Alphabetland è un lavoro che nonostante la scarsa durata ci procura una salutare scarica di adrenalina, molto utile in questi tempi cupi.

Marco Verdi

Siete Pronti Per “The Dark Side Of McBroom”? McBroom Sisters – Black Floyd

mcbroom sisters black floyd

McBroom Sisters – Black Floyd – RecPlay CD

(Piccola premessa ironica, ma non troppo: il titolo di mia invenzione celato nell’intestazione del post odierno poteva essere una valida alternativa per questo CD, dato che con i casini che ci sono in America chiamare un disco Black Floyd forse non è stata una grande idea). Se il nome Durga McBroom risveglia qualcosa nei cassetti della vostra memoria avete ragione: stiamo infatti parlando di una cantante di colore diventata popolare come corista dei Pink Floyd guidati da David Gilmour, avendo collaborato con la storica band inglese negli album A Momentary Lapse Of Reason e The Division Bell e relativi tour a seguire (e anche nel “postumo” The Endless River). Ma il curriculum di Durga non si ferma ai Floyd, dato che sia lei che sua sorella Lorelei (anch’ella dietro a Gilmour e soci ma solo dal 1987 al 1989), insieme o separate, hanno negli anni collaborato con Mick Jagger, Lou Reed, Billy Idol, Steve Hackett e Rod Stewart qui potete trovare molte delle loro collaborazioni http://www.mcbroomsisters.com/media , anche se il loro contributo più famoso rimane appunto quello dato alle ultime opere dell’ex gruppo di Roger Waters. Le due sorelle questo lo sanno perfettamente, a tal punto che hanno deciso di intitolare il loro debutto come duo (a nome McBroom Sisters) proprio Black Floyd, un disco di tredici brani diviso a metà tra originali e cover della band britannica.

Il lavoro nonostante sia autogestito è inciso e prodotto in maniera decisamente professionale dalle due sorelle insieme al tastierista Dave Kerzner, e vede al suo interno alcuni nomi che i fans dei Floyd conoscono bene come Jon Carin e Guy Pratt, ma soprattutto è la presenza di Nick Mason alla batteria in alcuni pezzi a dare un senso di legittimità al tutto (sempre che ce ne fosse stato bisogno). Dopo un attento ascolto devo però fare una considerazione, e cioè che la parte più sorprendente è quella dei sei brani nuovi (tutti scritti dalle sorelle da sole, con i già citati Carin e Pratt e, nel caso di Forgotten How To Smile, addirittura con lo scomparso ex leader dei Motorhead Lemmy Kilmister), tutti caratterizzati da un gradevole gusto pop-rock che non farà gridare al capolavoro ma neppure rimpiangere i soldi spesi per accaparrarsi il CD (* NDB Al solito purtroppo non sarà facile da trovare visto che verrà venduto alla modica cifra di 20 o 25 dollari + spedizione , da agosto, solo sul sito personale delle sorelle, oppure sul Bandcamp di Kerzner, dove potete ascoltare anche i brani https://sonicelements.bandcamp.com/album/black-floyd  ) . Il pericolo più grande infatti in questo tipo di album “ibridi” è che ci sia un grande dislivello tra le cover dei brani famosi ed i pezzi originali con relativi cali di tensione quando l’artista in questione affronta il materiale suo: anzi, se vogliamo dirla tutta, i brani dei Floyd (che poi è la ragione principale dell’interesse per questo lavoro) non riescono mai neppure ad avvicinare le versioni note (e ci mancherebbe), ed in più di un caso si verifica un chiaro effetto karaoke.

Il disco nel complesso risulta dunque piacevole e ben fatto, grazie anche alle voci delle due protagoniste ed alla solidità della band che le accompagna, con una particolare menzione per le chitarre di Billy Sherwood, Fernado Perdomo e Randy McStine e del sassofono di Mike Kidson, oltre che per i già citati Mason, Kerzner, Carin e Pratt, e tra gli ospiti troviamo anche Louise Goffin, la figlia di Carole King. I pezzi originali iniziano con Gods And Lovers, una fluida ballata pop-rock orecchiabile e strumentata con gusto, che mi ricorda in parte certe cose di Joan Armatrading; Money Don’t Make The Man è invece un sofisticato funk-rock con fiat,i decisamente godibile e cantato in maniera raffinata: il suono è forse leggermente addomesticato, ma gli strumenti sono veri e non programmati e comunque il tasso zuccherino è ampiamente sotto controllo. Non male neanche Love Of A Lifetime, altra pimpante e piacevole canzone tra pop e gospel suonata con buon approccio elettroacustico basato su piano e chitarra, mentre A Girl Like That è un’ottima soul ballad, calda al punto giusto ed eseguita con grande classe sia dal punto di vista vocale che strumentale. Chiudono il lotto dei brani originali la già citata Forgotten How To Smile, intensa ballata rock dalla melodia impeccabile ed accompagnamento ricco di pathos (non il pezzo che uno si aspetterebbe dalla penna di Lemmy) e la lunga Cocoon, toccante slow pianistico che si sviluppa disteso e suggestivo per nove minuti, cantato al solito in maniera impeccabile ed impreziosito da un malinconico violino (ed il finale chitarristico è la ciliegina sulla torta).

E veniamo ai brani dei Pink Floyd, che come ho già detto in molti casi perdono il raffronto con le versioni conosciute: prendete ad esempio Wish You Were Here, canzone tra le più belle dei Floyd (e non solo) che viene riproposta quasi pari pari all’originale se non fosse per la voce di Durga e Lorelei e per l’assolo di chitarra che è elettrico anziché acustico, con il risultato di lasciare parecchi dubbi sull’opportunità di affrontare un pezzo così famoso e non magari uno meno scontato. What Do You Want From Me? e Poles Apart, entrambe tratte da The Division Bell, non sono mai state due grandi canzoni e anche se le Sisters le affrontano con grinta la prima e con profondità la seconda io resto della mia idea, mentre è ottimo il risultato con Have A Cigar, che i Floyd avevano affidato alla voce di Roy Harper in quanto Waters temeva di non arrivare a prendere le note più alte: le due sorelle ci arrivano eccome e se la cavano brillantemente, aiutate dalla buona prestazione della backing band. Goodbye Blue Sky viene ripresa in maniera delicata e senza la tensione latente di The Wall, solo due voci ed una chitarra acustica; restano The Great Gig In The Sky, in cui l’effetto cover band è palese (e quindi se devo scegliere vado a risentirmi l’originale), e la straordinaria On The Turning Away, per il sottoscritto il miglior brano del “periodo Gilmour”, una ballata maestosa dal crescendo emozionante e gran finale chitarristico, anche se a mio parere la versione live di Delicate Sound Of Thunder è imbattibile. Black Floyd è quindi un album piacevole e riuscito, anche se paradossalmente i momenti più interessanti sono quelli non strettamente legati al famoso gruppo a cui fa riferimento.

Marco Verdi

Dal Canada Una Ventata Di Freschezza Per La Nostra Calda Estate. Frazey Ford – U Kin B The Sun

frazy ford u kin b the sun

Frazey Ford – U Kin B The Sun – Arts & Crafts/Caroline International

E’ un vero piacere recensire personaggi come la bella e giunonica Frazey Ford, perchè conferma la teoria secondo cui chi sa cercare tra la spazzatura del pop attuale che ti viene propinata dai mass-media e dalle major stesse, trova ancora musica ben suonata e prodotta, con l’intento di raggiungere il grande pubblico, ma attraverso un intelligente rivisitazione in chiave moderna dei classici del passato. Nel caso della Ford, dopo il positivo esordio nel trio folk rock delle Be Good Tanyas, insieme alle colleghe ed amiche Trish Klein e Samantha Parton (oltre alla brava Jolie Holland che se ne andò dopo breve tempo per la carriera solistica), deve essere capitato qualcosa di simile alla celeberrima scena del raggio di luce che colpisce in fronte John Belushi e Dan Aykroyd nella chiesa del reverendo James Brown, giacchè l’amore per la soul music sbocciò in lei violento e inarrestabile, se non in modo così evidente nel bell’esordio da solista Obadiah, datato 2010 https://discoclub.myblog.it/2010/08/18/e-se-prima-eravamo-in-tre-frazey-ford-obadiah/ , di fatto nel successivo Indian Ocean, registrato nel 2014 presso i Royal Recording Studios di Memphis con la prestigiosa Hi Rhythm Section di Al Green.

Avendo alle spalle un apparato sonoro di tale qualità, Frazey ha saputo evidenziare nelle undici tracce di quel album le enormi potenzialità della sua calda e sensuale voce, dotata di un particolarissimo vibrato, realizzando quindi un vero gioiello di moderno rhythm & blues, che vi invito a ricercare se già non lo possedete https://www.youtube.com/watch?v=0GwAE1UatCg . Dopo una pausa di cinque anni in cui si è concessa anche qualche piccola esperienza in campo recitativo, la Ford è rientrata in studio la scorsa estate a Vancouver, dove risiede, per registrare nuove canzoni con l’apporto dei fidati Darren Parris e Leon Power, bassista e batterista, e del produttore John Raham, a cui si sono uniti il tastierista Paul Cook, il chitarrista Craig McCaul e la corista Caroline Ballhorn. Già dalle prime note di Azad, che apre il disco, si nota un deciso cambiamento sonoro: non più una robusta sezione fiati sullo sfondo a pennellare atmosfere di classico r&b, ma un moderno groove percussivo che richiama il funk alla Isaac Hayes o Curtis Mayfield. La stentorea voce di Frazey si eleva a note alte e drammatiche, raccontando nel testo la vicenda del padre, obiettore di coscienza fuggito in Canada per sottrarsi ai pedinamenti degli agenti dell’FBI.

U And Me vuol essere un compromesso tra la nuova strada intrapresa e le origini folk della Ford, una ballata suadente e romantica che stacca parecchio dal brano precedente. Prezioso il lavoro di Paul Cook all’hammond, che esegue deliziosi contrappunti dietro gli svolazzi vocali della protagonista. Money Can’t Buy e Let’s Start Again, ipnotica e ripetitiva la prima, lenta e passionale la seconda, ci mostrano quanto l’anima di Frazey sia vicina a quella di illustri colleghe del passato come Ann Peebles o Roberta Flack da cui ha ereditato eleganza e forza espressiva, presenti anche nella successiva Holdin’ It Down, scelta come primo singolo. Far muovere il corpo proponendo argomenti seri, inerenti agli attuali contrasti sociali presenti in America e non solo, questo appare l’intento delle canzoni della vocalist canadese, come emerge nel notevole trittico che segue: Purple And Brown è quasi trascendente nella sua purezza, un brano che rimanda ai gioielli luminosi che sapeva regalarci l’indimenticabile Laura Nyro.

The Kids Are Having None Of It è la denuncia di una situazione sociale malata, dove la forbice tra chi ha troppo e chi invece poco o niente si allarga sempre più. Frazey canta con voce cupa e dolente, sopra un tappeto percussivo che si ripete come un mantra e le chitarre, acustica ed elettrica, che ricamano sulla melodia. E’ invece il piano lo strumento dominante in Motherfucker, splendida ballad che ondeggia tra jazz e blues, un accorato lamento che prende spunto da conflitti generazionali irrisolti. Golden ci rimanda alle atmosfere del penultimo album, in puro stile Al Green degli anni settanta, e la tentazione di unirci al ritmo con il classico battimani si fa irresistibile. Everywhere è un’oasi di pace, carezzevole e distensiva come un refolo di aria fresca nella calura, prima di giungere alla conclusiva title track, l’ultimo episodio vincente di un lavoro decisamente positivo. U Kin B The Sun (scritto alla maniera di Prince) è imbevuta di piacevole psichedelia, un vortice emotivo in cui la voce di Frazey risponde a quella della brava Caroline Ballhorn in un crescendo avvolgente e sensuale https://www.youtube.com/watch?v=J49hrKbBjHM , mentre l’intera band è libera di esprimersi al meglio.

Sempre più matura e consapevole del suo progetto musicale, Frazey Ford è destinata a un luminoso futuro, forse distante dalle vette delle classifiche di vendita, ma vicina al gusto di chi ascolta musica di qualità.

Marco Frosi

Un Doppio CD Molto Bello In Ricordo Di Un Autentico Outsider. David Blue – These 23 Days In September/Stories/Nice Baby And The Angel/Cupid’s Arrow

david blue These 23 Days In September Stories Nice Baby And The Angel Cupid's Arrow (2CD

David Blue – These 23 Days In September/Stories/Nice Baby And The Angel/Cupid’s Arrow – Morello/Cherry Red 2CD

Anche negli anni sessanta e settanta, cioè quando la buona musica vendeva ed andava in classifica, c’era una lunga schiera di artisti di talento che per vari motivi, tra i quali anche una buona dose di sfortuna, non riuscì ad assaporare il successo neppure per un weekend. Uno di questi “beautiful losers” è stato senza dubbio David Blue, cantautore di stampo classico e titolare di sette pregevoli album nella decade tra il 1966 ed il 1976, che ebbe il suo unico momento di gloria (forse più finanziaria che in termini di popolarità) quando gli Eagles incisero la sua Outlaw Man pubblicandola poi sull’album Desperado del 1973. Nato Stuart David Cohen a Providence, Rhode Island, da padre ebreo e madre cattolica, il nostro si spostò giovanissimo a New York dove iniziò a far parte della scena folk del Greenwich Village, diventando amico tra gli altri di Eric Andersen (che gli suggerì di cambiare il cognome da Cohen a Blue per il colore dei suoi occhi, dato che c’era già un David Cohen che bazzicava l’ambiente – e che poi diventerà membro di Country Joe & The Fish) e soprattutto di Bob Dylan, che lo stimava a tal punto da chiamarlo molti anni più tardi, nel 1975, a far parte della prima versione della Rolling Thunder Revue (nel film Renaldo & Clara David compare in una sola scena, mentre gioca a flipper in un bar) ed a partecipare nello stesso anno alla sessione fotografica per la copertina dei Basement Tapes (e pare che Blue ebbe il privilegio di essere presente mentre Dylan componeva Blowin’ In The Wind, che è un po’ come assistere a Leonardo che dipinge la Gioconda).

La prima testimonianza su disco del nostro avvenne su un album della Elektra del 1965 intitolato Singer Songwriter Project, una sorta di sampler di giovani talenti in cui David divideva lo spazio con Richard Farina ed i semi-sconosciuti Patrick Sky e Bruce Murdoch, ma l’esordio vero e proprio ci fu l’anno seguente con l’omonimo David Blue, sempre per la Elektra, un lavoro dal riscontro commerciale fallimentare che convinse l’etichetta a lasciare a piedi l’artista. Oggi la benemerita Cherry Red pubblica questo interessante doppio CD in cui vengono raccolti quattro album della carriera di Blue (senza bonus tracks), in ordine cronologico ma non consecutivi: nei due dischetti troviamo infatti il secondo disco These 23 Days In September (1968), il quarto Stories (1972), il quinto Nice Baby And The Angel (1973) ed il settimo ed ultimo Cupid’s Arrow (1976), lasciando quindi fuori il già citato David Blue oltre a Me e Com’n Back For More (che varrebbe comunque la pena di cercare).

Questa ristampa giunge quindi particolarmente gradita, in quanto pone sotto i riflettori un musicista artisticamente sfortunatissimo (come vedremo tra poco, anche nella vita) ed oggi totalmente dimenticato, ma che era in possesso di un indubbio talento e della capacità di scrivere ottime canzoni, oltre ad avere un approccio raffinato ed elegante nell’eseguirle. These 23 Days In September è un album che vede un David ancora un po’ acerbo e derivativo ma già sulla buona strada per diventare un artista completo: il disco è puro folk, con la voce stentorea del nostro e la sua chitarra al centro di tutto e pochi altri strumenti di contorno, tra cui la seconda chitarra del produttore Gabriel Mekler ed il pianoforte di Bob Rafkin. Il disco (uscito all’epoca per la Reprise) inizia con la drammatica ed emozionante title track che contrasta con la solare Ambitious Anna, dai sapori quasi caraibici, mentre altri pezzi degni di nota sono il valzerone folk The Grand Hotel, la struggente ballata pianistica The Sailor’s Lament ed il vibrante folk-rock The Fifth One.

Nel 1972 David entra a far parte del roster della neonata Asylum di David Geffen e pubblica Stories, il lavoro di un songwriter decisamente più maturo che viene prodotto dallo stesso Blue insieme a Rafkin ed a Henry Lewy, e che vede all’interno musicisti del calibro di Ry Cooder, Russ Kunkel, Joe Barbata, Chris Etheridge e Rita Coolidge, con gli archi arrangiati da Jack Nitzsche. L’album parte con l’intimista Looking For A Friend e si snoda attraverso altre sette canzoni, tra le quali meritano un cenno Sister Rose, bella ed intensa, la splendida House Of Changing Faces, ispirata alla dipendenza dall’eroina dell’autore e con la slide tagliente di Cooder in evidenza, strumento protagonista anche della conclusiva The Blues (All Night Long). Menzione a parte per Marianne, ballata dai sapori messicani dedicata dal nostro a Marianne Ihlen, proprio la musa ispiratrice di Leonard Cohen che ebbe una fugace relazione anche con David (evidentemente aveva un debole per i Cohen).

Con Nice Baby And The Angel Blue pubblica il suo lavoro più ambizioso fino a quel momento, facendoselo produrre da Graham Nash e chiamando a suonare nomi illustri come Dave Mason, Glenn Frey e David Lindley, oltre al ritorno di Etheridge al basso e Barbata alla batteria (ed il disco con le sue 25.000 copie sarà il più venduto in assoluto da David). Questo è anche l’album di Outlaw Man, una rock ballad elettrica che non solo è la più popolare tra quelle scritte da Blue (grazie, come abbiamo visto, agli Eagles), ma è anche una delle migliori, con un eccellente Mason alla solista. Decisamente belle anche Lady O’Lady, deliziosa folk song in purezza, la countreggiante True To You, la profonda On Sunday, Any Sunday, la roccata e coinvolgente Darlin’ Jenny (inconfondibile la slide di Lindley), la fulgida ed emozionante Dancing Girl, una delle più belle ballate del nostro, la coheniana (nel senso di Leonard) Troubadour Song ed il quasi rock’n’roll di Train To Anaheim, altro pezzo che avrei visto bene rifatto dalle Aquile.

E veniamo a Cupid’s Arrow, ultimo disco in assoluto di David, caratterizzato dalla produzione di stampo rock a cura di Barry Goldberg, che suona anche piano ed organo insieme ad un parterre di stelle che comprende Jesse Ed Davis ed ancora Lindley alle chitarre, Donald “Duck” Dunn al basso e Levon Helm alla batteria, oltre al cantante inglese Jackie Lomax ai cori. Spicca la stupenda title track, commosso omaggio del nostro a Phil Ochs, ma sono sopra la media anche la squisita country song The Ballad Of Jennifer Lee, le roccate e trascinanti Tom’s Song e I Feel Bad, la malinconica Cordelia, ancora sfiorata dal country, e l’elettrica e dylaniana Primeval Tune, decisamente bella. Da quel momento David smise con la musica e si dedicò alla carriera cinematografica (va detto, senza consegnare ai posteri nessuna interpretazione da ricordare), fino a quando un mattino di dicembre del 1982 un infarto lo stroncò mentre faceva jogging a New York (e siccome la morte sa essere ironica in maniera macabra, il fatto successe a Washington Square Park, proprio dove era iniziata la sua carriera musicale), portandolo via a soli 41 anni; come ulteriore beffa il suo corpo rimase non identificato per ben tre giorni dal momento che Blue non aveva addosso alcun documento, ennesima prova del fatto che ormai nessuno si ricordava più di lui.

Ragione in più per fare vostra questa ottima ristampa: farete giustizia, anche se tardiva, ad un cantautore che avrebbe meritato ben altro destino.

Marco Verdi

Da Gruppo Leader Del Rock Psichedelico A Paladini Del Suono “Americana”. Grateful Dead – Workingman’s Dead 50th Anniversary

grateful dead workingman's dead 50th anniversary

Grateful Dead – Workingman’s Dead 50th Anniversary – Rhino/Warner 3CD Deluxe – Lp Picture Disc

Riprendono le celebrazioni dei cinquantesimi anniversari per quanto riguarda gli album dei Grateful Dead, dopo che lo scorso novembre il mitico Live/Dead è stato “saltato” (evidentemente i nostri hanno cambiato idea decidendo di premiare solo i dischi in studio, modificando il progetto originale che prevedeva anche i live. La cosa comunque ha senso dato che ad esempio per Europe ’72 non potrebbero proporre nulla di inedito visto che nel 2011 era uscito un megabox con i concerti completi). Il 1970 fu un anno fondamentale per i Dead, che abbandonarono il suono psichedelico che li aveva eletti come uno dei gruppi cardine della Bay Area e della Summer Of Love, reinventandosi come band che rispolverava le sonorità delle radici proponendo una miscela vincente di rock, country, folk e blues, un sound che oggi definiremmo Americana ma che allora era visto come una novità assoluta. La cosa all’epoca stupì un po’ i fans del gruppo (ma i Dead avevano già dentro di loro questo suono, basta pensare agli esordi folk e bluegrass di Jerry Garcia), benché di sicuro contribuì ad aumentare la base dei loro estimatori: infatti i due album pubblicati a pochi mesi di distanza uno dall’altro, Workingman’s Dead e American Beauty, furono all’epoca anche i più venduti fino a quel momento.

Il motivo del successo non riguardava solo il cambio di suono, ma soprattutto il fatto che ci trovavamo di fronte a due grandissimi dischi, anzi a posteriori i loro capolavori assoluti, con dentro talmente tanti futuri classici da sembrare quasi dei Greatest Hits, brani che costituiranno l’ossatura dei loro concerti da quel momento in poi. Oggi mi occupo nello specifico di Workingman’s Dead in occasione della ristampa deluxe uscita ai primi di luglio (American Beauty verrà festeggiato in autunno, al momento non si sa ancora con quali contenuti), che invece dei soliti doppi CD usciti finora nell’ambito di questa campagna di ristampe è proposto in versione tripla, sia in edizione “normale” in digipak, che in una speciale confezione “slipcase” che però la fa costare dieci euro in più senza aggiungere nulla a livello musicale (esiste anche una versione in vinile picture disc con solo l’album originale, chiaramente per collezionisti incalliti). Il primo dischetto presenta Workingman’s Dead rimasterizzato ex novo, un album ancora oggi straordinariamente attuale, con una serie di canzoni che sono tutte diventate dei classici ed un suono elettroacustico largamente influenzato dal country e dal folk, con il sestetto (oltre a Garcia, Bob Weir, Mickey Hart, Bill Kreutzmann, Phil Lesh e Ron “Pigpen” McKernan) in stato di grazia sia dal punto di vista strumentale che vocale.

Gli otto brani presenti non hanno bisogno di presentazioni: c’è quella che per me è la migliore canzone di sempre dei Dead, ovvero la strepitosa Uncle John’s Band, ma anche tre grandissimi pezzi come High Time, Casey Jones e la countreggiante Dire Wolf, in cui Garcia si cimenta alla pedal steel (sua passione di quegli anni), mentre i restanti quattro brani, New Speedway Boogie, Black Peter, Cumberland Blues e Easy Wind, sono comunque largamente superiori alla media. (NDM: stranamente Weir non compare come autore in nessuno dei pezzi, che sono tutti accreditati al binomio Garcia/Hunter tranne Easy Wind che è del solo Hunter). Il secondo e terzo CD riportano un concerto completo ed inedito che i nostri tennero il 21 febbraio 1971 al Capitol Theatre di Port Chester, NY (sarebbe stato più logico un live del ’70, ma pare che il materiale di quell’anno scarseggi): non che io mi lamenti del “solito” disco dal vivo, ma sinceramente avrei preferito almeno un CD di outtakes e versioni alternate, dato che non solo esistono ma sono state messe a disposizione nelle ultime settimane sotto il nome The Angel’s Share, sia pure esclusivamente come streaming.

Il concerto è comunque strepitoso (nonché inciso benissimo), cosa che non mi sorprende dal momento che gli show del biennio 1971-72 sono unanimamente considerati i migliori di sempre per quanto riguarda i Dead. Il sestetto è davvero in stato di grazia, preciso e concentrato in ogni passaggio e molto presente anche dal punto di vista vocale (cosa non sempre scontata), con Garcia che è veramente un’iradiddio alla chitarra e ci regala una prestazione da urlo. Lo spettacolo è nettamente diverso da quelli della stagione psichedelica, con molti più brani in scaletta e durate ridotte anche se sempre “importanti”, oltre ad un suono decisamente più “roots”. Anche il repertorio è cambiato, con l’introduzione di una serie di cover di ispirazione country (Me And Bobby McGee, Me And My Uncle), rock’n’roll (Johnny B. Goode, Beat It On Down The Line, entrambe parecchio trascinanti), errebi (una Good Lovin’ di 17 minuti, la più lunga della serata) e blues (due strepitose Next Time You See Me di Junior Parker e I’m A King Bee di Slim Harpo, entrambe cantate da Pigpen e con Jerry formidabile alla sei corde).

E poi ovviamente ci sono i brani dei Dead, quattro dei quali da Workingman’s Dead (Easy Wind, Cumberland Blues, Casey Jones e Uncle John’s Band) e “solo” tre da American Beauty (ma forse i migliori: Sugar Magnolia, Truckin’ e la splendida Ripple, altro pezzo da Top Five di sempre dei Dead); inoltre non mancano altri classici che ormai è quasi normale per noi ascoltare su un live del gruppo, ma che all’epoca erano alle prime apparizioni, titoli come Playing In The Band, Loser, Bird Song, Wharf Rat, Bertha. E poi la sequenza finale formata da Truckin’, Casey Jones, Good Lovin’ e Uncle John’s Band vale da sola il prezzo richiesto. Fra pochi mesi vedremo cosa ci riserverà la ristampa di American Beauty: dato che un concerto del 1971 lo abbiamo già avuto qui, continuo a sperare in qualche outtake e rarità di studio.

Marco Verdi

Una Trasferta Californiana Per Il Più Inglese Dei Cantautori. Paul Weller – On Sunset

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Paul Weller – On Sunset – Polydor/Universal CD

Paul Weller si può ormai considerare tranquillamente una vera e propria istituzione britannica, dal momento che ogni suo album solista uscito a partire dal suo debutto omonimo del 1992 è entrato dritto nella Top Ten UK, nella maggior parte dei casi oscillando tra la prima e la seconda posizione. Tutto ciò è dovuto sicuramente allla reputazione conquistata dal musicista inglese quando era a capo dei Jam prima e degli Style Council dopo, abbinata ad una indubbia capacità nel songwriting, anche se l’elemento determinante per farne un artista così popolare in terra d’Albione (e viceversa così poco considerato in America) sono i testi intrisi fino nel profondo di cultura, usi e costumi del Regno Unito, oltre al fatto di essere stato una delle figure centrali della rinscita del movimento Mod (da cui il suo soprannome, “The Modfather”). Pur con tutte le differenze del caso, vedo dei paralleli con il gruppo più British degli anni sessanta, ovvero i Kinks, anche perché sia Ray Davies che lo stesso Weller hanno sempre guardato musicalmente all’America.

Nel caso di Paul, i suoi generi di riferimento sono il soul ed il rhythm’n’blues, che mescolati con il suo indiscutibile gusto pop hanno forgiato il suono che è ormai il suo marchio di fabbrica e che gli ha permesso di creare album ormai considerati dei piccoli classici nel suo paese d’origine, come Stanley Road, Wild Wood, Illumination e 22 Dreams (anche se personalmente il Weller che preferisco lo trovo nel bellissimo disco di cover del 2004 Studio 150 e soprattutto nello splendido box quadruplo dedicato al meglio dei suoi concerti alla BBC).Il nuovo lavoro del cantante del Surrey, On Sunset, arriva a due anni da True Meanings, un lavoro che ci presentava un lato più intimo ed introspettivo dell’artista, mentre qui ritroviamo il Weller autore pop che ben conosciamo. On Sunset è fin dal titolo un omaggio del nostro alla California (fatto corroborato dalle foto interne al booklet del CD, che ritraggono Weller a bordo di una decappottabile sulle strade di Los Angeles), ed anche il suono è decisamente più arioso e strumentato che sul disco precedente, con una serie di brani di soul-pop raffinato che come al solito si rivelano un ascolto piacevole.

I suoni sono moderni ma tenuti abbastanza a bada, la produzione è decisamente professionale (ad opera dello stesso Weller con Jan Stan Kybert) e la band di supporto conta diversi elementi di valore come il chitarrista Steve Cradock (presenza fissa nei dischi di Paul), l’ex Style Council Mick Talbot all’organo, la sezione ritmica formata da Andy Crofts al basso e Ben Gordelier alla batteria ed una lunga serie di altri musicisti e voci di supporto, oltre all’uso qua e là dei fiati ed una piccola sezione d’archi. Paul apre il CD con Mirror Ball, una pop ballad sognante ed eterea dai suoni moderni ed un’atmosfera di fondo che sembra trarre ispirazione dalle vecchie pellicole hollywoodiane, un brano che scorre abbastanza facilmente pur non lasciando più di tanto il segno nonostante gli oltre sette minuti di durata. Decisamente meglio Baptiste, un pezzo più diretto dal buon sapore soul con un tappeto strumentale ricco ed un motivo piacevole guidato dall’organo e dalle chitarre; Old Father Tyme è un errebi ritmato dal sound pieno e rotondo, un cocktail riuscito e sufficientemente coinvolgente (non sono contro i suoni moderni quando sono usati con intelligenza), mentre Village è una pop song dalla melodia deliziosa ed un mood di fondo solare e californiano: puro Weller doc.

More è un po’ troppo levigata e da cocktail party per i miei gusti, molto meglio la title track, che inizia con il rumore delle onde ed un riff di chitarra acustica per poi proseguire con una buona linea melodica ed ancora un retrogusto soul, un brano semplice ma ben costruito. Con Equanimity torniamo di botto in Inghilterra per una squisita e saltellante pop song in pieno stile sixties con elementi vaudeville, e restiamo in UK anche con la seguente Walkin’, altra canzone orecchiabile guidata dal piano e da un solido motivo di matrice pop-errebi; la fin troppo radiofonica e commerciale Earth Beat (in duetto con la giovane popstar Col3trane) e la limpida ballata Rockets, tra le più belle del disco e con una splendida orchestrazione, chiudono il CD “normale”, dato che esiste anche un’edizione deluxe con cinque brani in più, cioè un mix orchestrale di On Sunset, una versione strumentale di Baptiste e tre inediti dalla qualità altalenante (l’elettronica ed orripilante 4th Dimension, il trascinante pop-rock Ploughman, con il suo organo molto anni sessanta, e la discreta slow ballad acustica I’ll Think Of Something).

On Sunset è dunque un altro piacevole tassello nella carriera di Paul Weller, un disco che contribuirà a consolidare la sua enorme reputazione in patria e continuerà a renderlo invisibile oltreoceano nonostante l’ispirazione californiana.

Marco Verdi

Il Piano Non Sarà Davvero Perfetto, Ma E’ Comunque Interessante. The Lowest Pair – The Perfect Plan

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The Lowest Pair – The Perfect Plan – Delicata/Thirty Tigers CD

Confesso che non avevo mai sentito parlare dei Lowest Pair, duo di banjoisti/chitarristi/cantanti formato da Palmer T. Lee, di Minneapolis, e da Kendl Winter, originaria di Olympia nello stato di Washington. I due hanno iniziato ognuno per conto proprio una carriera come folksinger all’inizio del millennio, conoscendosi per caso nel 2013 ad un festival musicale in Mississippi: avendo constatato di condividere gli stessi gusti e le stesse visioni hanno dunque deciso di formare un duo, e da quel momento hanno pubblicato ben cinque album (inutile dire senza il benché minimo riscontro di vendite, anche se le critiche sono state ovunque positive). The Perfect Plan è quindi il lavoro di due musicisti che hanno già una bella gavetta alle spalle, e che hanno maturato una certa esperienza per quanto riguarda il lavoro in coppia: la loro musica è abbastanza particolare, in quanto parte dall’influenza delle vecchie folk songs appalachiane per ciò riguarda il suono di base, ma poi i due hanno una scrittura moderna ed attuale e quindi riescono a creare un bel contrasto tra le due diverse anime, quella del musicista e quella del songwriter.

In The Perfect Plan il suono è principalmente acustico, con le chitarre ed i banjo dei due leader come protagonisti, ma dietro di loro c’è comunque una band che si occupa di dare più spessore alle canzoni: il disco è prodotto da Mike Mogis dei Bright Eyes (che suona anche steel guitar e mellotron) ed è strumentato da un ristretto gruppo di sessionmen assolutamente sconosciuti ma che non fanno di certo mancare il loro valido supporto. Un delicato arpeggio di due chitarre acustiche introduce How far Would I Go, poi entra la voce della Winter (un timbro particolare, quasi adolescenziale) doppiata nel ritornello da Lee (che invece possiede una voce da cantautore tipico), per una folk ballad pura. Too Late Babe ha più brio, un pezzo a metà tra folk d’altri tempi e bluegrass ma con uno script moderno ed il ritmo scandito, oltre che dalla batteria, da un pimpante banjo; Wild Animals scava ancor più nel profondo per quanto riguarda i suoni tradizionali, ma il brano è assolutamente moderno sia per quanto riguarda la struttura melodica che per quella ritmica (e Palmer nel controcanto mi ricorda Michael Stipe), un contrasto stimolante e creativo tra le due anime del suo, quella antica e quella contemporanea.

Shot Down The Sky è una tenue ed intensa ballata dai toni crepuscolari con una languida steel sullo sfondo e la voce di Kendl che qui ricorda Lucinda Williams con trent’anni di meno: bella l’apertura melodica a due voci nel ritornello https://www.youtube.com/watch?v=JZUfhHjFewk . Castaway è scarna nei suoni e decisamente folk (domina sempre il banjo), Morning Light è più varia nei suoni anche se mantiene l’andatura lenta, con l’elemento suggestivo dato dalle due voci all’unisono e dal costante crescendo strumentale (spunta anche una chitarra elettrica), mentre We Are Bleeding è un coinvolgente bluegrass che contrappone nuovamente un accompagnamento da folk song anni trenta ad una scrittura quasi rock. La tersa e cristallina Enemy Of Ease, autentica e piacevole country song elettroacustica con Palmer alla voce solista, precede le conclusive Take What You Can Get, altra ballata di stampo country dal motivo toccante e bel lavoro di steel, e la title track, che vede l’album chiudersi nello stesso tono soave con cui si era aperto.

Marco Verdi