Un’Autocelebrazione Di Grande Classe. Rodney Crowell – Acoustic Classics

rodney crowell acoustic classics

Rodney Crowell – Acoustic Classics – RC1 CD

Rodney Crowell è dagli anni settanta uno dei songwriters più apprezzati sia dal pubblico che dalla critica, ma anche dai colleghi, che negli anni hanno “approfittato” più volte delle sue canzoni, e non sto parlando solo di gente che bazzica in territori country (due nomi su tutti: Bob Seger e Van Morrison). Ma Crowell ha anche una bella e prolifica carriera in proprio, e negli anni ottanta ha potuto assaporare perfino un certo successo ma senza mai scendere a compromessi con la qualità. Se negli ultimi anni le sue proposte non sono certo state campioni di vendite, il livello si è comunque mantenuto decisamente alto: Tarpaper Sky è stato per il sottoscritto uno dei migliori album del 2014, ed anche Close Ties dello scorso anno era un signor disco (in mezzo, due ottimi lavori di classico country-rock anni settanta con Emmylou Harris, Old Yellow Moon e The Traveling Kind). Ora Rodney decide di autocelebrarsi, ma alla sua maniera, e cioè staccando la spina: Acoustic Classics riprende infatti dieci brani del passato del nostro (più uno nuovo) dandone una rilettura decisamente fresca, creativa ed accattivante, e proseguendo il discorso sonoro intrapreso con Close Ties che era già in gran parte acustico https://discoclub.myblog.it/2017/04/22/un-disco-piu-da-cantautore-classico-ma-sempre-grande-musica-rodney-crowell-close-ties/ .

Ma Rodney non ha fatto come Richard Thompson che si è presentato da solo per i suoi tre dischi di rivisitazioni “unplugged”, bensì ha deciso di farsi accompagnare da una piccola band di quattro elementi (ai quali ha aggiunto tre voci femminili ai cori), formata da Jedd Hughes, Joe Robinson, Eamon McLoughlin e Rory Hoffman, i quali si sono cimentati con una bella serie di strumenti a corda (chitarre, violino, mandolino e cello), aggiungendo anche qua e là una fisarmonica ed una leggera percussione. Un suono quindi molto ricco, al quale hanno dato un contributo anche le tante voci, al punto che quasi non ci si accorge dell’assenza di una vera sezione ritmica. E poi naturalmente ci sono le canzoni del nostro, undici acquarelli di pura country music d’autore, alcune delle quali più note di altre, e che non sempre sono state rese note da Rodney medesimo. Earthbound introduce alla perfezione il mood del disco, una rilettura decisamente vitale e con intrecci di prim’ordine tra chitarre e mandolino, mentre Leaving Louisiana In The Broad Daylight, un successo per gli Oak Ridge Boys (ma l’ha fatta anche Emmylou) assume un delizioso sapore cajun grazie alla fisa di Hoffman ed è, manco a dirlo, splendida. Ma le canzoni sono tutte belle, e ne ha anche lasciate fuori tante (mancano ad esempio ‘Til I Gain Control Again, Stars On The Water, An American Dream), e questa veste spoglia e pura le valorizza oltremodo.

Anything But Tame (dalla country opera Kin, un disco che avevo quasi dimenticato) vede Crowell quasi in perfetta solitudine, ma il brano rimane bello, intenso e ricco di feeling, la toccante Making Memories Of Us era stata incisa sia da Tracy Byrd che da Keith Urban, ma Rodney è obiettivamente su un altro pianeta, mentre la vibrante Lovin’ All Night riesce ad essere trascinante anche senza basso e batteria. I due pezzi più famosi presenti nel CD sono senza dubbio Shame On The Moon (resa popolare da Bob Seger), riscritta nel testo ma con intatto il sapore honky-tonk che aveva in origine, e I Ain’t Livin’ Long Like This, che non ha bisogno di presentazioni, in quanto è uno dei classici assoluti del grande Waylon Jennings: rilettura strepitosa e trascinante, con un arrangiamento che si potrebbe definire “acoustic rock’n’roll”, ed il nostro che ci ricorda di essere anche un ottimo chitarrista. Ci sono poi ben tre pezzi da Diamonds & Dirt, il suo disco più famoso: la scintillante I Couldn’t Leave You If I Tried, puro country con violino, mandolini e quant’altro, il delizioso western swing di She’s Crazy For Leavin’ e la ballata After All This Time, intensa e struggente. Come già accennato, c’è anche un brano nuovo di zecca, una profonda folk song eseguita da solo ed intitolata Tennessee Wedding, scritta per il matrimonio della figlia più giovane.

Se la classe non è acqua, allora Rodney Crowell è un deserto. Texano, naturalmente.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Altra Storica Testimonianza Da Un Tour Leggendario! Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy, July 7, 1978

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Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy, July 7, 1978 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Se la tournée del 1975 aveva creato grande interesse dei media e del pubblico nei confronti della figura di Bruce Springsteen, quella lunghissima ed estenuante del 1978 fece entrare il nostro nel mito, insieme alla sua E Street Band, come performer dal vivo. Bruce aveva da poco pubblicato Darkness On The Edge Of Town, un album eccezionale (per molti il suo migliore) che risentiva delle tensioni accumulate in quegli anni a seguito dei problemi legali con Mike Appel che avevano rischiato di stroncargli la carriera. Ed il lungo tour era la logica conseguenza di quel disco sofferto, con performance interminabili ed infuocate, vere e proprie celebrazioni rock come non si erano mai viste fino a quel momento, ed alcune serate vennero tramandate ai posteri come leggendarie. La serie degli archivi live del Boss, che da qualche tempo viene aggiornata mensilmente, ha già all’attivo tre serate del 1978, il mitizzato show all’Agora Ballroom di Cleveland, quello altrettanto noto di Passaic, ed il meno famoso concerto di Houston di fine tour: l’altro spettacolo che tra i fans del Boss era sicuramente nella Top Ten assoluta era quello del 7 Luglio al mitico Roxy Theatre di West Hollywood, ed oggi possiamo gustarcelo in tutto il suo splendore, inciso alla grande e finalmente al completo.

Ho detto al completo in quanto otto pezzi di questa serata erano già usciti ufficialmente sul discusso box Live 1975-85, ma ora trovano posto nel loro contesto originale, ed è tutta un’altra cosa, anche se, istigati dal famoso  “All you bootleggers out there in Radioland, roll your tapes!”, lanciato proprio in occasione di questo broadcast radiofonico, di registrazioni, anche ottime, di questa data ne esistono a iosa. Un concerto magnifico quindi, potente  ed arso dal sacro fuoco che Bruce produceva in ogni serata, con la band che gira che è una meraviglia (all’epoca erano in sette incluso il leader: Roy Bittan, Little Steven, Garry Tallent, Danny Federici, Clarence Clemons e Max Weinberg) e quello che ancora più stupisce è la prova vocale del Boss, che nelle tre ore abbondanti di show non ha mai un cedimento o una sbavatura, quasi come se fosse stato inciso in studio, ed in varie sessioni. Dopo una breve introduzione parlata lo show inizia subito in maniera irresistibile con una strepitosa versione di Rave On di Buddy Holly, che dimostra che il gruppo è già bello caldo, a cui fanno seguito una potente Badlands, che fa saltare per aria il teatro, ed una fulgida Spirit In The Night, con il nostro che ha già la folla in pugno ed inizia a gigioneggiare alla sua maniera. Oltre alla citata Badlands, ci sono altre sei canzoni prese dall’allora recente Darkness On The Edge Of Town: se Candy’s Room non mi ha mai fatto impazzire, le altre sono magnifiche, dalla title track, un concentrato di potenza ed intensità, alle trascinanti The Promised Land e Prove It All Night (quest’ultima con la strepitosa introduzione strumentale dell’epoca), senza dimenticare una devastante Adam Raised A Cain, in cui le chitarre quasi urlano, ed una Racing In The Street mai così bella (e con uno straordinario Bittan).

Ma gli highlights non sono certo finiti qui, in quanto il Boss ci delizia con una frizzante For You, che non ricordavo così bella, una magica Thunder Road messa a chiusura della prima parte, un’anteprima di The River con una emozionante Point Blank, già tesa e drammatica, ed un doppio omaggio ai suoi esordi con Growin’ Up e It’s Hard To Be A Saint In The City (con grande assolo chitarristico finale) una in fila all’altra. E come ciliegina una monumentale Backstreets di dodici minuti, considerata una delle più belle mai eseguite (e che è stata incredibilmente dimenticata nella tracklist stampata sul retro del CD). Detto di due omaggi a grandi del rock’n’roll come Bo Diddley (Mona, che si fonde con She’s The One) ed Elvis Presley (una sorprendente Heartbreak Hotel), il concerto volge al termine con le immancabili Rosalita e Born To Run, oltre che con un altro brano inedito che finirà su The River, e cioè una struggente Independence Day per piano solo, un momento di straordinario pathos che Bruce dedica a suo padre. Gran finale con la travolgente Because The Night, che all’epoca Patti Smith aveva appena pubblicato, ed una conclusione pirotecnica a tutto errebi (Raise Your Hand) e rock’n’roll (Twist And Shout, dopo una lunga attesa), un uno-due che non fa prigionieri.

Il tutto succedeva quarant’anni fa, ma ad ascolto ultimato vi sembrerà di esserci appena stati di persona.

Marco Verdi

Del Sano Country-Rock, Fatto Come Si Deve! Jason Boland & The Stagglers – Hard Times Are Relatives

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Jason Boland & The Stragglers – Hard Times Are Relative – Proud Souls/Thirty Tigers CD

Jason Boland, countryman dell’Oklahoma e tra i più autorevoli esponenti del cosiddetto movimento Red Dirt, è ormai sulla scena da un ventennio, periodo nel quale non ha mai cambiato di una virgola il proprio suono: un country-rock robusto e di spiccata propensione elettrica, con le chitarre sempre in primo piano ed una serie di dischi perfetti da suonare durante i lunghi viaggi in macchina. Hard Times Are Relative è il suo nono album di studio, tre anni dopo Squelch, e devo dire che siamo di fronte ad uno dei suoi lavori più positivi e riusciti. Con Jason, che si occupa delle chitarre oltre che delle parti vocali e del songwriting, troviamo gli inseparabili Stragglers (Grant Tracy al basso, Brad Rice alla batteria e Nick Worley al violino e mandolino), ma anche alcuni ospiti che arricchiscono la proposta sonora, come Bukka Allen (figlio di Terry) alla fisarmonica, Cody Angel, bravissimo alla steel, e David Percefull al piano, organo e chitarre aggiunte. Rockin’ country come piace a noi, belle canzoni eseguite in maniera trascinante, tante chitarre e feeling a profusione: questo è Hard Times Are Relative, dieci canzoni da godere tutte d’un fiato, con in più una ghost track finale decisamente sorprendente.

Il disco inizia ottimamente con I Don’t Deserve You, un gustosissimo honky-tonk elettrico e dal gran ritmo, steel guizzante e refrain delizioso (che ricorda vagamente quello di When Will I Be Loved degli Everly Brothers), il tutto dominato dal vocione di Jason. La title track è un lento senza cedimenti a sonorità zuccherine, e proprio per questo ancora più intenso: voce centrale, chitarre, dobro, banjo ed un languido violino, tutti al posto giusto (e verso la fine il ritmo aumenta pure). Decisamente bella e trascinante Right Where I Began, un rockin’ country chitarristico dal tempo veloce e feeling a mille: il Texas non è lontano dall’Oklahoma, e qui l’influenza del Lone Star State si sente tutta; Searching For You prosegue sulla stessa falsariga, ma se possibile il brano è ancora più coinvolgente, sembra di stare in un disco del miglior Dale Watson: ritmo e swing, impossibile tenere fermo il piede. Do You Remember When è una ballatona che più classica non si può, nello stile del grande George Jones (che, non dimentichiamo, era texano pure lui), mentre Dee Dee Od’d è uno dei pezzi più roccati del CD (notevole la chitarra), ancora con un refrain di ottimo livello, e non sto a dirvi del ritmo perché lo sapete già https://www.youtube.com/watch?v=PoKBPa3XBUU .

Going, Going, Gone non è quella di Dylan, ma una nuova canzone scritta insieme a Stoney LaRue (altro “red-dirter”), ed è un lentaccio di ampio respiro, solido e sufficientemente evocativo, con strumentazione rock (chitarre, organo e slide) appena stemperata dal violino; Tattoo Of A Bruise è un velocissimo brano a metà tra rockabilly e western swing, dalla ritmica al solito forsennata. Il disco, un vero piacere per le orecchie, termina con Predestined, fluida e toccante country ballad, dotata di uno dei motivi migliori dell’album, e con l’ambiziosa Grandfather’s Theme, un pezzo tra rock e country melodicamente complesso e dal tono quasi crepuscolare, caratterizzato da continui cambi di tempo ed un lungo ed intenso finale strumentale. Abbiamo detto della bonus track, che non è una canzone qualsiasi: si tratta infatti di una cover della splendida Bulbs, una delle canzoni più belle e meno conosciute di Van Morrison (era uno degli highlights del bellissimo Veedon Fleece, per chi scrive quanto di più simile ad Astral Weeks abbia mai pubblicato il grande irlandese), un brano strepitoso che qui viene reinventato e proposto come un vivace country tune elettroacustico, una rilettura che dà la misura del livello raggiunto da Jason Boland, e sigilla al meglio un disco tra i più godibili in ambito country-rock di quelli usciti ultimamente.

Marco Verdi

Per Chi Avesse Voglia Di Un Po’ Di Sano Rock’n’Roll! Willie Nile – Children Of Paradise

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Willie Nile – Children Of Paradise – River House CD

Willie Nile, al secolo Robert Noonan, da quando ha ripreso ad incidere con una certa costanza, non ha più mollato il colpo, tra dischi bellissimi (Streets Of New York, American Ride) e “solo” belli (House Of A Thousand Guitars, The Innocent Ones). Lo scorso anno Willie ci aveva deliziato con l’ottimo Positively Bob, in cui rileggeva alla sua maniera alcuni classici del suo idolo Bob Dylan https://discoclub.myblog.it/2017/06/30/e-dopo-bob-sinatra-ecco-a-voi-willie-dylan-comunque-un-grande-disco-willie-nile-positively-bob/ , ma il suo ultimo lavoro composto da brani originali era World War Willie del 2016, un buon album, molto spostato sul versante rock, che bilanciava il sorprendente If I Was A River di due anni prima, formato esclusivamente da ballate pianistiche. Ora Willie torna tra noi con un disco nuovo di zecca, Children Of Paradise, che si può tranquillamente inserire tra i suoi lavori più riusciti. Nile non cambia di una virgola il proprio suono, un rock’n’roll molto diretto e chitarristico, con occasionali intermezzi in cui sono le ballate a farla da padrone, ma in questo lavoro si nota subito una freschezza compositiva maggiore che in World War Willie, con addirittura un paio di canzoni che potrebbero entrare di diritto in qualsiasi “best of” del rocker di Buffalo. Willie ha fatto un gran lavoro anche per quanto riguarda i testi, che sono influenzati dalla difficile situazione politica ed economica degli Stati Uniti, con un pizzico di ecologia che non guasta mai, ed in alcuni casi i brani si esprimono anche in modo crudo e diretto.

Come la musica d’altronde, che vede il nostro accompagnato dagli abituali compagni di viaggio (Steuart Smith, chitarrista che è da anni nella live band degli Eagles al posto di Don Felder, Johnny Pisano al basso, Matt Hogan alle chitarre ritmiche, Jon Weber alla batteria ed Andy Burton all’organo, mentre Willie come di consueto si alterna a chitarre e pianoforte), con l’aggiunta dell’amico James Maddock ai cori. Per la verità il brano iniziale, Seeds Of A Revolution, non è nuovissimo, in quanto faceva parte dell’ormai introvabile EP del 1992 Hard Times In America, ma siccome il testo è ancora attuale Willie ha pensato bene di riproporlo: uno scintillante folk-rock di sapore byrdsiano, che rispetto alla versione originale ha un suono decisamente più solido e vigoroso, puro Nile al 100%. La saltellante All Dressed Up And No Place To Go è un altro tipo di canzone che nei dischi di Willie non manca mai, una classica rock song con un call & response voce-coro, una sorta di trascinante filastrocca rock’n’roll dal testo profondamente ironico; Don’t è un pezzo molto elettrico ed aggressivo (anche nelle liriche), il cui ritmo decisamente sostenuto e le sventagliate chitarristiche fanno pensare ai Ramones https://www.youtube.com/watch?v=41ECsxenuwE . Earth Blues prosegue all’insegna del rock, un brano duro e roccioso ma che manca di quell’immediatezza compositiva che viceversa trovavamo nei pezzi precedenti, anche se il gruppo arrota che è una meraviglia.

La title track è l’altra canzone non nuova del CD, in quanto era presente nell’ottimo Places I Have Never Been del 1991 (l’ultimo disco inciso da Willie per una major), ma qui ha un suono molto più diretto che in origine ed un refrain davvero immediato: la quintessenza del vero rock’n’roll. Ancora meglio Gettin’ Ugly Out There, un folk-rock elettroacustico dalla melodia contagiosa ed accompagnamento strumentale perfetto, per chi scrive tra le cose più belle proposte da Willie, almeno ultimamente: dopo un solo ascolto non riesco a smettere di canticchiare il ritornello https://www.youtube.com/watch?v=D_z2X26k_vw ; la roboante I Defy mostra che tra i gruppi preferiti dal nostro ci sono anche i Clash, mentre Have I Ever Told You è una ballata soffusa e tutta giocata su una tenue melodia, un’oasi gradita a questo punto del CD https://www.youtube.com/watch?v=OmWm1eewuow . Secret Weapon riporta l’album su territori elettrici, una rock ballad vigorosa ed ancora con un motivo diretto e fruibile, il marchio di fabbrica di Willie; Lookin’ For Someone è un brano scritto con lo scomparso Andrew Dorff, una delicato folk tune elettrificata, guidata da mandolino e chitarra elettrica, oltre che da un limpido pianoforte, altro brano da antologia. Finale per Rock’n’Roll Sister, un travolgente pezzo ad alto ritmo che mantiene ciò che promette nel titolo, e la toccante All God’s Children, una ballatona pianistica che non poteva mancare: bella e struggente, perfetta per chiudere con una nota malinconica l’ennesimo ottimo rock’n’roll album da parte di Willie Nile, un altro di quelli che non tradiscono mai.

Marco Verdi

Almeno Per Ora, Il Disco Country-Rock Dell’Anno! Cody Jinks – Lifers

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Cody Jinks – Lifers – Rounder/Concord CD

Dopo aver riscosso un ottimo successo di critica e pubblico con l’ultimo album I’m Not The Devil, il texano Cody Jinks ha trascorso il 2017 a ripubblicare i suoi lavori precedenti https://discoclub.myblog.it/2018/05/02/anche-se-materiale-di-qualche-anno-fa-un-bellesempio-di-moderno-country-rock-cody-jinks-adobe-sessions/ , in un caso anche intervenendo sul suono ed aggiungendo brani (Less Wise). Ora Cody pubblica un disco nuovo di zecca, e se I’m Not The Devil vi era piaciuto, penso proprio che Lifers vi entusiasmerà. Ci troviamo di fronte infatti ad uno strepitoso album di grandissimo country-rock elettrico, suonato in maniera splendida e prodotto ancora meglio (da Joshua Thompson e Arthur Penhallow), con in più una serie di canzoni di prima qualità. Jinks appartiene di diritto alla schiera dei nuovi Outlaws, una corrente che si rifà a certa country music texana degli anni settanta che aveva in Waylon Jennings, Willie Nelson e Billy Joe Shaver gli esponenti di punta, ed oggi viene tenuta in vita da gente come Chris Stapleton, Jamey Johnson e Whitey Morgan. Con Lifers però Cody riesce a fare ancora meglio dei nomi appena citati (con l’unico dubbio per quanto riguarda Stapleton, che è di un livello superiore proprio come musicista e songwriter), grazie alla sua ottima vena di autore e cantante, ma anche per merito di un solidissimo gruppo di musicisti, che ha nella chitarra solista di Chris Claridy, nella sezione ritmica potentissima formata dal già citato Thompson al basso e da David Colvin alla batteria e nella splendida steel guitar di Austin Trip i suoi punti di forza.

L’inizio è sfolgorante con Holy Water, una rock song potente e decisamente elettrica, con una sezione ritmica formato macigno e la steel che prova a stemperare il tutto: voce forte, melodia orecchiabile e suono scintillante, un avvio da sballo. Una chitarra acustica suonata con forza ed un piano elettrico introducono Must Be The Whiskey, country-rock vigoroso e pieno di ritmo, un sound davvero magnifico tra chitarre elettriche, steel ed il nostro che canta con una presenza notevole https://www.youtube.com/watch?v=jpeB8p4b8Sg . Somewhere Between I Love You And I’m Leavin’ è una slow ballad cantata e suonata nel modo giusto, senza il minimo cedimento a mollezze varie, e proprio il suono ed il feeling fanno la differenza con le decine di ballate sfornate mensilmente a Nashville (per dire, il batterista picchia come un fabbro anche qui); la robusta title track è un rockin’ country deciso, ancora dal ritmo trascinante (il basso pulsa che è una meraviglia) ed un ritornello vincente, Big Last Name è un travolgente rock’n’roll texano al 100%, roba che neanche il miglior Dale Watson, con chitarre e piano sugli scudi ed un ritmo irresistibile. Desert Wind (scritta come la precedente insieme a Paul Cauthen) è una pura western song, anche questa splendida con il suo chitarrone twang, il ritmo cadenzato e l’atmosfera da film, Colorado è una ballatona che avrebbe potuto scrivere John Denver (non solo per il titolo) se fosse stato texano e meno legato a sonorità mainstream: bellissima e toccante.

L’energica e tonante Can’t Quit Enough è Waylon sotto steroidi, chitarre su chitarre, piano e steel che reclamano spazio ed un finale strumentale strepitoso, mentre con l’evocativa 7th Floor abbiamo una maestosa ed emozionante western tune dai toni southern, suonata e cantata in maniera esemplare (grandi l’assolo di chitarra ed il crescendo strumentale finale), un brano magnifico senza se e senza ma; il CD termina con la fluida ballad Stranger, dall’atmosfera crepuscolare, e con Head Case, suggestivo brano che inizia come una folk song d’altri tempi (voce, chitarra e violoncello), ma che con l’ingresso della band si tramuta nell’ennesimo country-rock di squisita fattura.    Spero che l’appropinquarsi delle vacanze estive non vi faccia ignorare questo disco: sarebbe musicalmente delittuoso.

Marco Verdi

La “Cura Ray Davies” Ha Fatto Loro Molto Bene! The Jayhawks – Back Roads And Abandoned Motels

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The Jayhawks – Back Roads And Abandoned Motels – Sony Legacy CD

C’è stato un momento all’inizio degli anni novanta, coinciso con la pubblicazione del capolavoro Hollywood Town Hall (per chi scrive uno dei dieci dischi più belli della decade) e del bellissimo Tomorrow The Green Grass, in cui i Jayhawks erano probabilmente la miglior band di roots-rock e Americana in circolazione. In seguito all’uscita dal gruppo da parte di Mark Olson per contrasti con l’altro leader Gary Louris (che non conosco personalmente ma non mi dà l’idea di essere quella gran simpatia), il gruppo si è spostato poco per volta verso territori più pop con due album, Sound Of Lies e Smile, che non erano neanche lontani parenti dei loro predecessori, né dal punto di vista del suono né da quello delle canzoni. Nel nuovo millennio i nostri hanno poi pubblicato il discreto Rainy Day Music, che si riavvicinava parzialmente alle atmosfere degli esordi, e soprattutto (dopo otto anni di assenza in cui i vari membri si erano dedicati ad altri progetti) l’ottimo Mockingbird Time, nel quale miracolosamente Olson faceva ritorno all’ovile, anche se la pace tra i due leader era più fragile di quella in Medio Oriente, ed infatti Paging Mr. Proust del 2016 vedeva di nuovo Louris da solo al comando https://discoclub.myblog.it/2016/04/26/anche-senza-marc-olson-sempre-quasi-paging-mr-proust/  (ed il disco ne risentiva, in quanto era inferiore al precedente, ma a mio parere anche a Rainy Day Music).

Recensendo di recente il secondo volume della saga Americana di Ray Davies (registrato come il primo episodio proprio con i Jayhawks come backing band https://discoclub.myblog.it/2018/07/07/un-secondo-capitolo-degno-del-primo-ray-davies-our-country-americana-act-ii/ ), avevo auspicato che la vicinanza dell’ex Kinks fosse stata di stimolo e di ispirazione per il quintetto originario di Minneapolis, ma pure con tutto l’ottimismo possibile non avrei mai pensato ad un risultato finale del livello di Back Roads And Abandoned Motels. C’è da dire che Louris e compagni (Marc Pearlman, Tim O’Reagan, Karen Grotberg e John Jackson) non hanno dovuto faticare molto per trovare le canzoni, in quanto hanno deciso di rivolgersi a brani scritti da Louris stesso insieme a musicisti più o meno noti, e già incisi nel recente passato da altri gruppi o solisti, come d’altronde il (bel) titolo del CD lascia intuire (una curiosità: la splendida foto di copertina deriva da uno scatto del noto regista Wim Wenders. Ho detto” noto” e non “grande”, che è l’aggettivo che viene più sovente associato al suo nome, in quanto ho sempre considerato il cineasta tedesco decisamente sopravvalutato, ed autore di pellicole snob, elitarie e di difficile assimilazione. Il vero erede di Antonioni, e non è un complimento. Fine dell’angolo del cinema). In Back Road And Abandoned Motels trovano posto quindi brani originariamente incisi da (e scritti con) Dixie Chicks, Natalie Maines solista, Jakob Dylan, Carrie Rodriguez, Ari Hest e Scott Thomas, oltre ad un pezzo creato in collaborazione con Emerson Hart ed uno con i Wild Feathers, entrambi però mai incisi; proprio alla fine del disco poi le uniche due canzoni nuove di zecca, nate questa volta dalla penna del solo Louris.

Ma ciò che colpisce maggiormente in questo disco è la bellezza della musica, la perfezione del suono e la perizia delle armonie vocali (da sempre un fiore all’occhiello della band), un cocktail irresistibile che dà vita al miglior disco dei Jayhawks da moltissimi anni a questa parte, superiore forse anche a Mockingbird Time, e di sicuro il loro miglior lavoro tra quelli senza Olson: quindi la risposta finale è sì, la vicinanza di Ray Davies ha fatto benissimo ai nostri. Come Cryin’ To Me, che vede per la prima volta la Grotberg voce solista su un album dei Jayhawks (mentre con Davies aveva già duettato) è una rock song cadenzata e deliziosa, dalla melodia fluida, un bell’uso del piano elettrico da parte della stessa Karen, un refrain decisamente immediato ed una sezione fiati ad impreziosire il suono, che ha anche elementi riconducibili a Tom Petty. Everybody Knows è persino meglio, un brano folk-rock splendido, dal motivo terso ed immediatamente fruibile, che rimanda ai primi dischi del gruppo, anzi mi spingo a dire che anche in Hollywood Town Hall avrebbe fatto la sua porca figura: una meraviglia. Gonna Be A Darkness, scritta con Dylan Jr., è una ballata davvero intensa, guidata da piano e mandolino, dotata di una lunga introduzione strumentale ed affidata alla voce di O’Reagan, altro pezzo di livello notevole.

Bitter End è un altro bellissimo slow di chiaro stampo roots, che conferma che questo disco ci fa ritrovare i Jayhawks che amiamo di più, ed in “forma Champions”: particolarmente squisite le armonie vocali in questo brano. Con Backwards Women i nostri ci regalano un country-rock dal ritmo spedito e dall’impasto vocale eccellente, oltre ad un uso ottimo del pianoforte ed il consueto refrain di prim’ordine. La tenue Long Time Ago è un lentaccio elettroacustico dal sapore bucolico e con un retrogusto pop, che conferma che Louris e soci sono anche dei beatlesiani https://www.youtube.com/watch?v=fImUho4Ahec ; Need You Tonight, ancora con O’Reagan alla voce solista, doppiato dalla Grotberg, è un folk di stampo cantautorale con Gram Parsons come influenza principale (ottimo al solito il piano), mentre El Dorado, cantata ancora da Karen, è suonata in maniera impeccabile ma le manca qualcosina per essere al livello delle precedenti, ed il suono è più pop e meno roots. La delicata Bird Never Flies, contraddistinta da un bellissimo fingerpicking, è una folk song in purezza che precede i due brani nuovi: la liquida ballata pianistica Carry You To Safety, bella e dal suono molto classico, e l’emozionante Leaving Detroit, davvero raffinata e con i soliti cori da brivido. Back Roads And Abandoned Motels è uno dei migliori dischi di quest’anno, e devo dire che prima di ascoltarlo non ci avrei scommesso più di tanto.

Marco Verdi

Non Male, Molto Raffinato, Anche Se Di Country Se Ne Vede Poco! Ashley Monroe – Sparrow

ashley monroe sparrow

Quarto album di studio (più un vinile a tiratura limitata pubblicato per la Third Man Records, l’etichetta di Jack White) per la bionda Ashley Monroe, country singer del Tennessee ed anche apprezzata autrice per conto terzi, oltre che componente insieme ad Angaleena Presley e Miranda Lambert delle Pistol Annies, un trio che vanta tra i suoi principali estimatori un certo Neil Young. Dopo due album prodotti da Vince Gill, Ashley ha deciso di cambiare, approdando anche lei nell’universo di Dave Cobb, uno che da qualche anno a questa parte sta davvero lavorando come un matto. E Cobb non sbaglia neppure stavolta, portando in session un numero limitato di musicisti (tra cui i fidati Chris Powell alla batteria e Mike Webb alle tastiere) e soprattutto facendo sì che il suono non prenda pericolose derive radiofoniche, cosa che a Nashville non è mai scontata. Proprio nel suono però ci sono le maggiori novità, in quanto la Monroe, un po’ come ha fatto di recente Kacey Musgraves https://discoclub.myblog.it/2018/05/22/dal-country-al-pop-senza-passare-dal-via-kacey-musgraves-golden-hour/ , ha optato per sonorità non necessariamente solo country, dando spesso ai brani (tutti scritti da lei, anche se in collaborazione con altri) un gradevole sapore pop anni sessanta-settanta, con un uso molto particolare in diversi pezzi di un quartetto d’archi.

E Sparrow è un disco molto piacevole, non solo per queste soluzioni sonore o per il fatto di avere Cobb in cabina di regia: gran parte del merito va infatti ad Ashley stessa, che si conferma una songwriter capace ed una cantante espressiva e dalla voce cristallina, voce che viene intelligentemente messa in primo piano dal produttore. Orphan, che apre il disco, è un brano pianistico dal passo lento e leggermente orchestrato, con una melodia profonda e toccante, ed un notevole crescendo nel ritornello, una bella canzone davvero. Hard On A Heart cambia completamente registro, il tempo è sostenuto ed il motivo quasi western, ma la melodia è protagonista anche qui, con la voce sempre in primo piano: il contrasto con la ritmica trascinante ed il quartetto d’archi sullo sfondo crea un effetto quasi discoteca anni settanta, comunque intrigante; la sinuosa Hands On You ha un sapore d’altri tempi, quasi fosse una versione femminile di Chris Isaak, mentre Mother’s Daughter è una country ballad limpida e tersa, strumentata in maniera perfetta (voce, chitarra, sezione ritmica e piano elettrico), con il ricordo dei brani classici di Dolly Parton https://www.youtube.com/watch?v=Hnn1hYbxYoo .

Gli archi introducono l’emozionante Rita, altro scintillante slow che non è lontano dalle ballate dei primi Bee Gees, solo più country, la cadenzata Wild Love è ancora decisamente originale, tra western e pop, con l’uso dei violini che rammenta addirittura gli ELO, This Heaven (scritta con Anderson East) è una ballata semplice ma intensa, strumentata con classe e dallo sviluppo fluido, oltre ad essere cantata al solito molto bene https://www.youtube.com/watch?v=BilmSxKghgQ . I’m Trying To è un altro pezzo decisamente melodico, evocativo e profondo, con piano e chitarre in evidenza, She Wakes Me Up è puro pop anni sessanta ma attualizzato con i suoni di oggi, deliziosa ed orecchiabile, mentre Paying Attention è una canzone orchestrata e di ampio respiro, pur senza essere ridondante. Il CD si chiude con Daddy I Told You (scritta insieme alla Presley), brano diretto e godibile ancora guidato dal piano, e con la tenue e gentile Keys To The Kingdom, caratterizzata da un motivo semplice ma immediato.

Un buon disco comunque, raffinato sia nei suoni che nel songwriting, non solo per amanti del country.

Marco Verdi

Non Proprio Come I Suoi Primi Dischi, Ma E’ Sempre Un Bel Sentire! Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Mercury Years

southside johnny the mercury years

Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Mercury Years – Caroline International/Universal 3CD

Nella seconda metà degli anni settanta Southside Johnny, al secolo John Lyon, era considerato uno dei maggiori esponenti del cosiddetto “Jersey Sound”, un paio di gradini sotto Bruce Springsteen (che è sempre stato obiettivamente irraggiungibile per chiunque): lui ed i suoi Asbury Jukes, un gruppo formidabile che fondeva alla grande rock, soul e rhythm’n’blues di ispirazione Stax, avevano pubblicato per la Epic quattro splendidi album, tre in studio ed un raro promo live, sotto l’egida di Steven Van Zandt, all’epoca non ancora Little Steven, che li aveva prodotti ed aveva scritto la maggior parte delle canzoni (ed anche il Boss aveva dato una non trascurabile mano come autore). Quattro album che rivelavano influenze importanti come Sam Cooke, Gary U.S. Bonds, Marvin Gaye, The Temptations, The Marvelettes e chi più ne ha più ne metta, il tutto suonato con una grinta ed un feeling da vera rock’n’roll band e cantato da Johnny con una bellissima voce nera. (NDM: per chi non avesse questi album, è imperdibile il doppio CD uscito lo scorso anno The Fever: The Remastered Epic Recordings, che comprende anche per la prima volta sul supporto digitale il già citato promo live Jukes Live At The Bottom Line). Nel 1979 però Johnny era stato lasciato a piedi dalla Epic, e riuscì a negoziare un nuovo contratto con la Mercury, grazie al quale pubblicò due dischi in studio ed un live, stavolta su larga scala, tre album che però ebbero un successo molto scarso e che lasciarono di nuovo il nostro senza una casa discografica, all’alba di una decade (gli ottanta) che si rivelerà molto difficile per lui.

Oggi quel breve periodo in casa Mercury esce in un elegante boxettino rigido, intitolato senza troppa fantasia The Mercury Years, con dentro i tre album in questione, uno per ogni CD (e con una sola bonus track, peraltro non indispensabile) ed un libretto con foto, note e crediti. I due dischi di studio, The Jukes e Love Is A Sacrifice, non raggiungono i livelli dei primi tre album della band, anche per la scelta di affrancarsi dall’ombra di Van Zandt e Springsteen che infatti non vengono coinvolti in alcun modo, ed il bastone del comando per quanto riguarda il songwriting passa al chitarrista dei Jukes, Billy Rush, che se la cava comunque egregiamente pur essendo qua e là un po’ derivativo (gli altri membri del gruppo sono Allan Berger al basso, Kevin Kavanaugh alle tastiere, Steve Becker alla batteria, Joel Gramolini alla chitarra ritmica, più una sezione fiati di cinque elementi, i cui più noti sono Ed Manion al sax baritono e Richie “La Bamba” Rosenberg al trombone). I due dischi sono comunque più che buoni, e confermano i Jukes come una signora band di errebi, blue-eyed soul e rock’n’roll, con diverse canzoni che non avrebbero sfigurato nel periodo con la Epic, bilanciate da qualche brano più nella media; diverso è il discorso per il live Reach Up And Touch The Sky, che è la vera ragione per accaparrarsi questo box (ovviamente se già non ne possedete il contenuto): si tratta infatti di un disco dal vivo caldo, passionale, vibrante e sanguigno, uno dei grandi live album di quel periodo, dove energia, grinta e feeling vanno a braccetto magnificamente.

Ma andiamo con ordine, esaminando in breve i tre dischetti del box. The Jukes ha un inizio ottimo, con la potente ed energica All I Want Is Everything, un gustoso rock’n’roll with horns, seguita dalla splendida e luccicante I’m So Anxious, springsteeniana fino al midollo, con un bel riff di fiati ed un breve ma ficcante assolo chitarristico, e dalla deliziosa soul ballad Paris, calda, emozionante e contraddistinta da una melodia di sicuro impatto. Altri brani degni di nota sono la cadenzata Security, tra funky e swamp, con un suono grasso e sudaticcio che fa molto New Orleans, la fluida ed orecchiabile Living In The Real World, molto Van Zandt, la ritmata e trascinante I Remember Last Night, dove sembra di sentire il Willy DeVille di quegli anni, la sontuosa ballatona elettrica What In Vain, dal pathos notevole, per chiudere con la coinvolgente Vertigo, dal suono molto E Street Band (con fiati). Mentre la roccata Your Reply e l’errebi gradevole ma un filo troppo sofisticato e “pulitino” The Time, alla Rod Stewart del periodo per intenderci, sono da considerarsi dei riempitivi, seppur di lusso. Love Is A Sacrifice, che vede una ancora sconosciuta Patti Scialfa ai cori, è un gradino sotto il predecessore: un disco più rock e con un uso inferiore dei fiati, è scritto interamente da Rush (mentre in The Jukes interveniva anche altra gente, Johnny compreso), che purtroppo non è né Van Zandt né il Boss (e ci mancherebbe). Le belle canzoni comunque non mancano, come la tonica e vibrante Why, rock song che sembra una outtake di The River, la scintillante Love When It’s Strong, puro romanticismo da bassifondi, quasi fossimo di fronte ad un Tom Waits sotto steroidi, Murder, potente mix tra rock e soul (con piano e chitarre protagonisti), la squisita ballata Keep Our Love Simple, dal sapore sixties (ed ancora somiglianze con DeVille) e la roboante Why Is Love Such A Sacrifice, la più errebi del disco. Anche qui abbiamo episodi di livello inferiore, come Goodbye Love, grintosa ma nulla più, Restless Heart, un rockettino piuttosto innocuo, e On The Beach, pop song gradevole ma con la consistenza di un bicchiere d’acqua (presente anche come superflua bonus track in versione mono).

E veniamo al live Reach Up And Touch The Sky, che come ho già detto ci presenta il miglior Southside Johnny, nel suo ambiente naturale: il palcoscenico. Ci sono solo cinque estratti dai due album Mercury, tra cui le strepitose I’m So Anxious e All I Want Is Everything ed una Vertigo più torrida che mai; quattro pezzi vedono Springsteen come autore: Talk To Me, dal ritmo forsennato (con Manion che fa le veci di Clarence Clemons), la toccante Heart Of Stone, ma soprattutto una irresistibile Trapped Again, errebi-rock di gran lusso e tra i momenti migliori del CD, ed una lunga ed intensa The Fever, in cui i Jukes sembrano gli E Streeters. Solo uno dei brani è scritto da Little Steven, ma è la straordinaria I Don’t Want To Go Home, che è la signature song del repertorio dei nostri. Il resto sono cover, e se Take It Easy degli Eagles, appena accennata, è una specie di scherzo, decisamente seria è la rilettura del classico Stagger Lee, una imperdibile versione di otto minuti piena di ritmo ed altamente coinvolgente, con la band che è un treno ed i fiati sono in stato di grazia. Il gran finale è all’insegna di Sam Cooke, prima con un bel medley che mette insieme Only Sixteen, (What A) Wonderful World, You Send Me e A Change Is Gonna Come, poi con una emozionante Bring It On Home To Me, per finire con una gioiosa Having A Party divisa in due dalla scatenata Back In The U.S.A. (Chuck Berry), puro rock’n’roll.

Insieme al doppio antologico dello scorso anno, questo triplo offre una panoramica completa su uno dei gruppi migliori di quel periodo: una grande band e non certo, come qualcuno in passato ha affermato, uno Springsteen di serie B.

Marco Verdi

Uno Dei Dischi Cardine Della Psichedelia Californiana Degli Anni Sessanta. Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary

grateful dead anthem of the sun 50th anniversary

Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary – Rhino/Warner 2CD

Prosegue la ristampa della discografia ufficiale dei Grateful Dead in occasione dei cinquantenari dall’uscita degli album originali: dopo la ripubblicazione deluxe del loro esordio omonimo avvenuta lo scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/01/29/ci-mancavano-solo-le-ristampe-dei-cinquantesimi-grateful-dead-50th-anniversary-deluxe-edition/ , un’operazione che ha attirato diverse critiche in quanto dovrebbe terminare nel 2039 con la riedizione di Built To Last (il loro ultimo disco in studio), con il rischio concreto che molti fans della prima ora non possano completare l’opera per motivi anagrafici (ammesso e non concesso che tra 21 anni esisteranno ancora i CD). Anthem Of The Sun, uscito appunto nel 1968, è considerato da molti il primo vero album in cui i Dead introducono il loro suono, in quanto nel debutto di The Grateful Dead, pur essendo presenti diversi futuri classici delle loro esibizioni dal vivo, il gruppo di San Francisco aveva deciso di includere canzoni piuttosto brevi (con l’eccezione di Viola Lee Blues) e con arrangiamenti rock che non avevano ancora del tutto le caratteristiche del suono che li renderà famosi.

Per contro, Anthem Of The Sun è esattamente l’opposto, in quanto presenta soltanto cinque brani, di cui uno solo di breve durata: non solo, ma di tutta la discografia dei Dead è quello in assoluto che si avvicina di più al suono dei loro concerti, grazie soprattutto all’idea, decisamente innovativa per l’epoca, di mischiare incisioni in studio con spezzoni di vari live show, creando una sorta di ibrido. In seguito diventerà la prassi per molti artisti “aggiustare” i dischi dal vivo con incisioni in studio (e quasi mai dichiarandolo), ma il caso di Anthem Of The Sun, cioè un disco in studio viceversa aggiustato con frammenti live, è tuttora abbastanza unico. I cinque brani presenti in questo disco diventeranno tutti dei veri classici del gruppo, e sono ancora oggi considerati uno dei punti più alti della musica psichedelica dell’epoca, con una band in stato di grazia, guidata da un Jerry Garcia ai vertici della sua creatività: in questo album i Dead sono tra l’altro in una formazione a sette elementi che non durerà a lungo, con Tom Constanten che si aggiunge allo zoccolo duro formato da Garcia, Bob Weir, Ron “Pigpen” McKernan (il sui organo è un altro elemento indispensabile nell’economia del suono), Phil Lesh e la doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann. Questa ristampa deluxe, che esce con la copertina a cui è stato donato uno splendido effetto lenticolare in 3D, presenta nel primo CD l’album originale in due diversi missaggi, quello del 1968 ed il remix del 1971: le differenze sono minime, anche se il secondo sembra meno confuso ed “impastato”, oltre a prolungare la durata di alcuni brani.

I cinque pezzi del disco sono, come ho già detto, tutti molto noti tra i fans dei Dead, a partire dalla straordinaria That’s It For The Other One, una mini-suite in quattro movimenti che lascia ampio spazio alle scorribande dei nostri, con Garcia e Weir che si alternano alle parti vocali soliste: pura psichedelia, con tanto di finale rumoristico ad opera di Constanten. La lenta e sinuosa New Potato Caboose (di Lesh), che vede addirittura spuntare un clavicembalo, ha soluzioni melodiche e strumentali che la avvicinano al pop, anche se la parte centrale dà spazio ad una grande performance di Jerry, mentre Born Cross-Eyed mantiene le atmosfere lisergiche nonostante duri poco più di due minuti. Il disco termina con la rockeggiante Alligator, ancora di Lesh, che è un fluido brano tutto giocato su cambi di ritmo ed improvvisazioni varie, e con Caution (Do Not Stop On Tracks), un rock-blues allucinato che è anche il momento in cui Pigpen si prende il centro della scena (ma Garcia si fa largo a suon di assoli).

Il secondo CD propone un concerto, ovviamente inedito, registrato al Winterland di San Francisco nell’autunno del 1967 (anche la ristampa dello scorso anno prendeva in esame uno show dell’anno precedente). Un concerto bello, potente e lisergico quanto basta, con Garcia ovviamente sugli scudi ma anche il resto della band (ancora senza Constanten) che lo segue con sicurezza, con McKernan in testa. La serata inizia con una vibrante versione dell’apocalittica Morning Dew, molto bella, e prosegue tra momenti di pura psichedelia (New Potato Caboose, con Jerry strepitoso), cover di classici del blues (It Hurts Me Too di Elmore James) e brani dove emergono sia il lato roots della band (Cold Rain And Snow) che quello rock’n’roll (Beat It On Down The Line). Le due canzoni restanti sono anche gli highlights del concerto: una scintillante rilettura di Turn On Your Lovelight di Bobby “Blue” Bland, che diventerà un must dei loro show, ed una spettacolare That’s It For The Other One di 15 minuti, che chiude la serata in deciso crescendo.

Quindi all’anno prossimo, con la ristampa di uno dei lavori dei Dead che preferisco (Aoxomoxoa) e, se la campagna di riedizioni prevede anche i dischi dal vivo, di Live/Dead, uno degli album registrati on stage più importanti di sempre.

Marco Verdi

La Vera Musica Di Confine! Los Texmaniacs – Cruzando Borders

los texmaniacs cruzando borders

Los Texmaniacs – Cruzando Borders – Smithsonian Folkways CD

Sono anni che, a causa delle scomparse di Doug Sahm prima e di Freddy Fender poi, i Texas Tornados, il miglior gruppo tex-mex e conjunto dell’ultimo trentennio, non esistono più come band. Lo scettro non è però rimasto vacante, in quanto i Texmaniacs sono a tutti gli effetti i candidati più autorevoli a prendere il loro posto. Fondati da Max Baca nel 1997, i Texmaniacs hanno tenuto alto in questi vent’anni il vessillo della musica tex-mex, conjunto e nortena, con una serie di album in cui, accanto a pezzi originali, venivano recuperati brani appartenenti alla tradizione messicana e suonati alla maniera “tejana” (Baca è comunque americano, essendo originario del New Mexico). Il riferimento principale è sempre stato il grande Flaco Jimenez, con il quale Baca ha collaborato più volte, andando in tour anche come supporto dei Texas Tornados. Rispetto all’ex gruppo di Flaco, Meyers, Sahm e Fender i Texmaniacs sono meno rock, il loro approccio è più acustico e tradizionale, ma il risultato è comunque altamente godibile e coinvolgente.

Cruzando Borders è il loro nuovo lavoro, ed è un disco importante in quanto Baca e soci (Josh Baca, nipote di Max e splendido fisarmonicista, Lorenzo Martinez, batteria, Noel Hernandez, basso e altri strumenti a corda, mentre Max è un campione del bajo sexto) riprendono alla loro maniera una serie di canzoni tradizionali, dalla love song al brano di protesta, dalle canzoni che parlano di tragedie a quelle più festose: un’operazione non solo musicale, ma anche culturale, anche perché il CD (edito dalla mitica Folkways) presenta un libretto di ben quaranta pagine con il background di tutte le canzoni. E Cruzando Borders è un album che si gusta dalla prima all’ultima canzone, in primis per la bravura di Josh, fisarmonicista formidabile e vero erede di Flaco, al quale però gli altri tre forniscono un contorno più che adeguato. Innanzitutto troviamo due splendide cover, che danno ancora più lustro al disco, come la meravigliosa Deportee (Plane Wreck At Los Gatos) di Woody Guthrie, una delle più belle canzoni americane di tutti i tempi, che i nostri hanno avuto l’idea geniale di affidare alla voce del grande Lyle Lovett: versione da brividi a tempo di valzer, con la fisa a ricamare sullo sfondo e la voce di Lyle perfettamente in parte; la seconda è un altro classico, cioè Across The Borderline (famoso brano scritto da Ry Cooder con John Hiatt e Jim Dickinson), altra grandissima canzone che qui viene rifatta in maniera tenue e toccante.

Il terzo pezzo cantato in inglese è anche l’ultima cover contemporanea, la malinconica e struggente I Am A Mexican, di e con Rick Trevino. Il resto del disco si divide in brani cantati in spagnolo o strumentali, con la strepitosa fisa di Baca Jr. sempre in bella evidenza, canzoni come la trascinante Mexico Americano, pura fiesta, La Pajarera, quasi un valzer lento, o la solare El Bracero Fracasado, nel quale Josh sembra davvero Flaco. Altri highlights (ma sono tutte godibilissime) sono il bellissimo strumentale El Porron, per solo accordion e bajo sexto, lo scintillante valzerone tex-mex En Avion Hasta Acapulco, tra le più dirette, la vivace Soy De San Luis, una polka di presa immediata, La Chicharronera, un altro strumentale che è un pretesto per le evoluzioni di Josh, il coinvolgente corrido Valentin De La Sierra, in cui sembra di sentire i Los Lobos di La Pistola Y El Corazon, per finire con la saltellante Labios De Coral.

Se vi piace il genere, Cruzando Borders non vi deluderà: un disco piacevole, suonato benissimo e che coniuga mirabilmente intrattenimento e cultura.

Marco Verdi