Un Gradito Ritorno Da Parte Di Un Vecchio Amico. Jesse Colin Young – Dreamers

jesse colin young dreamers

Jesse Colin Young – Dreamers – BMG CD

La fama di Jesse Colin Young, cantautore originario di New York ma californiano d’adozione, sarà per sempre legata alla stupenda Get Together, inno pacifista scritto da Chet Powers e portato al successo nel 1966 dagli Youngbloods, gruppo del quale Jesse era all’epoca leader.  Pensavo che Young (nato Perry Miller) si stesse ormai godendo una meritata pensione alle Hawaii, dove si è trasferito da diversi anni per coltivare piantagioni di caffé (dopo che la sua casa californiana bruciò in un tremendo incendio nel 1995) e per curarsi dalla malattia di Lyme, un morbo di origine batterica per fortuna curabile che provoca continui eritemi della pelle, infezioni o lesioni. Il suo ultimo album, il dimenticato Celtic Mambo, risale ormai al 2006, ma Young non ha ancora voglia di appendere la chitarra al chiodo, e con questo nuovissimo Dreamers ha voluto regalarci quella che potrebbe essere  la sua ultima testimonianza, 14 canzoni tra brani nuovi e rifatti che ci mostrano un artista ancora in sorprendente forma. Jesse, quasi 78 anni portati splendidamente (nonostante i lunghi capelli ed i folti baffi neri siano ormai un ricordo), ha ancora la stessa voce di un tempo, e non ha assolutamente perso il suo tocco: forse non è mai stato un fuoriclasse all’altezza dei grandi nomi del cantautorato mondiale, ma un musicista sincero, serio e preparato questo sì, e Dreamers è con tutta probabilità il suo miglior lavoro solista dagli anni settanta in poi.

Young non è uno che si arrende facilmente, ha ancora voglia di scrivere canzoni di attualità come ai vecchi tempi, ed in questo disco c’è più di un esempio in tal senso (come They Were Dreamers, dedicato ai figli degli immigrati clandestini rimpatriati dall’amministrazione Trump, o For My Sisters, ispirato al movimento femminista MeToo). Jesse si fa accompagnare da una band di giovani musicisti diretti dal figlio Tristan Young (che suona il basso), in cui spiccano Aleif Hamdan alla chitarra solista, Jenn Hwan Wong al piano ed organo e Donnie Hogue alla batteria, con in più un ospite del calibro di Colin Linden presente in tutte le canzoni tranne tre. E se vi aspettate un tipico disco da cantautore, voce, chitarra e poco altro (che pure sarebbe stato ben accetto) dovete riformulare il vostro pensiero, in quanto Dreamers è un disco di puro pop-rock di stampo californiano dal suono elettrico e pimpante, in alcuni casi decisamente rock, ma caratterizzato comunque dalla indiscutibile classe ed esperienza del leader. Cast A Stone fa iniziare il CD in maniera grintosa e potente, direi sorprendente per uno che da anni non metteva piede in uno studio: brano rock elettrico e coinvolgente con più di un elemento folk e sapori d’Irlanda, grazie anche al violino suonato da Rhiannon Giddens (che però non canta). Shape Shifters è pure meglio, una rock song distesa e fluida, sfiorata dal blues ed impreziosita dalla slide di Linden (ed un ottimo assolo da parte di Hamdan), e Jesse che canta con la sua famosa voce vellutata ma con piglio deciso.

Walk The Talk è un pop-rock cadenzato dal sapore californiano e con ottimi intrecci chitarristici, anch’esso servito da un motivo di quelli che piacciono al primo ascolto. For Orlando è una ballata sofisticata e raffinata strumentata con gusto e che profuma ancora di California lontano un miglio, Take Me To The River è pop-rock di classe, ricorda certe cose del David Crosby meno etereo e più diretto e si ascolta con piacere, They Were Dreamers è uno slow pianistico dal motivo toccante, sempre sostenuto da una strumentazione vigorosa alle spalle. Cruising At Sunset è un pezzo ritmato e delizioso tra blues e jazz, ben suonato e con un bel piano elettrico, Lyme Life uno scintillante folk-rock in cui Jesse affronta con leggerezza l’argomento della malattia che lo affligge, ed è tra le più belle del lavoro (solo a me qui ricorda Ian Hunter?) https://www.youtube.com/watch?v=1MVnJFixl1A , mentre Here Comes The Night (Van Morrison non c’entra) vede il nostro ancora alle prese con un pop-rock diretto e vibrante. For My Sisters è una rock ballad sontuosa e melodicamente impeccabile (e Jesse canta benissimo), While Texas Is Drowning è uno splendido slow tra country ed un pizzico di soul, con la partecipazione in duetto di Rosanne Cash https://www.youtube.com/watch?v=9Q84WjqwamY , One More Time è invece una rock’n’roll song coinvolgente ed orecchiabile. Il CD si chiude con la tenue ed acustica On And On e con Look Over Yonder, trascinante rock-blues che curiosamente ha un attacco identico a quello di Proud Mary.

Sinceramente mi ero un po’ dimenticato di Jesse Colin Young, ma per fortuna lui non si è dimenticato di noi: bentornato.

Marco Verdi

Forse “Il Canto Del Cigno” Di Un Grande “Aborigeno” Australiano. Archie Roach – The Concert Collection 2012 – 2018

archie roach the concert collection

Archie Roach – The Concert Collection 2012 – 2018 – Bloodlines Records – Box 3 CD

Come promesso nella precedente recensione di Dancing With My Spirit https://discoclub.myblog.it/2019/05/11/a-volte-ritornano-ballando-sulla-storia-australiana-archie-roach-dancing-with-my-spirit/ , non ci siamo dimenticati di Archie Roach, cantautore australiano di origine aborigena (come i lettori di questo blog certo  sapranno), e quindi, grazie all’aiuto dell’amico Bruno, sono entrato in possesso di questo magnifico box The Concert Collection 2012-2018, una splendida serie di 3 CD di registrazioni dal vivo tratte dagli ultimi lavori più amati dallo stesso Roach, Into The Bloodstream (13), Let Love Rule (16), e, come detto, Dancing With My Spirit  (tutti puntualmente trattati su queste pagine virtuali dal sottoscritto).  Il primo CD combina le registrazioni dal vivo all’Arts Centre Di Melbourne nel Novembre 2012, e dello State Theatre di Sidney nel Gennaio 2013, annoverando ospiti “straordinari” come il nostro amico Paul Kelly, Emma Donovan, Dan Sultan, Jack Charles, e le immancabili sorelle Vika e Linda Bull. Il secondo disco cattura la registrazione effettuata nell’Ottobre 2016 al Melbourne Recital Centre, con la particolarità di avvalersi delle voci sublimi dei Dhungala Children’s Choir, e della Short Black Opera, mentre il terzo disco (quello più recente), è stato registrato alla Hamer Hall dell’Arts Centre di Melbourne il 6 Maggio 2018, con l’amato, premiato e osannato trio delle Tiddas, che insieme alla meravigliosa voce di Archie, crea e porta sul palco una magia armoniosa e rara. I musicisti che hanno accompagnato il buon Archie nel tour di Into The Bloodstream, erano come al solito una “line-up” di qualità che vedeva Craig Pilkington chitarre, banjo e tromba,  Jen Anderson al violino, mandolino e ukulele, Tim Neal all’hammond, Bruce Haymes alle tastiere, Steve Hadley alo basso, e Dave Folley alla batteria, con il contributo determinante di una sezione fiati con Paul Williamson al sassofono, Percy Landers e James Greening al trombone, Eamon McNeils e Phil Slater alle trombe, più una deliziosa sezione archi composta da Ceridwen Davies alla viola, Helen Mountfort al cello, e la brava Suzanne Simpson al violino, e come detto in precedenza le preziose armonie vocali delle storiche coriste Vika e Linda Bull.

Il concerto si apre con una introduzione strumentale di archi e trombe Sunrise, poi entra la calda e meravigliosa voce di Roach nella ballata che dà il titolo all’album Into The Bloodstream, per poi invitare sul palco la prima ospite Emma Donovan, e cantare in duetto una commovente Hush Now Babies, proseguendo nello stesso solco con la storia toccante di una dolorosa Old Mission Road, con la sezione fiati in evidenza, e dopo un inizio sontuoso di archi, cambiare ritmo nella galoppante “western-song”Big Black Train, seguita dal ritmo sincopato di una gioiosa Little By Little. Dopo i consueti e meritati applausi si riparte con i coretti “soul” di Dancing Shoes, cantata in coppia con Dan Sultan e irrorata da una robusta sezione fiati https://www.youtube.com/watch?v=W2qpjmtHtRI , per poi passare alla preghiera “gospel” di Heal The People, omaggiare il grande Paul Kelly con una melodiosa I’m On Your Side, ingentilita dalle voci di Vika & Linda https://www.youtube.com/watch?v=HtYtgWwQiB8 , per poi ricordare sua moglie Ruby con una straziante interpretazione di una dolcissima Mulyawongk (da pelle d’oca), e infine chiamare sul palco il suo amico Kelly per cantare insieme We Won’t Cry, dove a differenza della versione in studio, la canzone è resa più smagliante dalle trombe finali  e dalle voci delle coriste. Dopo un’altra ovazione del pubblico, il concerto si avvia alla fine con un altro “gospel” di matrice “dixie” come Wash My Soul In The River’s Flow, mentre la seguente Top Of The Hill è una sorta di romanza con l’apporto decisivo dello Skin Choir, si cambia ancora ritmo con le atmosfere di New Orleans di Song To Sing, e si va a chiudere un concerto magnifico chiamando sul palco il suo “compare” Jack Charles (un attore aborigeno australiano), per una replica spettacolare di We Won’t Cry (già cantata in coppia con Paul Kelly).  

Il secondo CD recupera una performance dal tour di Let Love Rule, mantenendo la solita “line-up” con l’aggiunta di un paio di musicisti sempre di “area australiana” ovvero Nancy Bates alla chitarra e voce, e Allara Pattison al basso, e come ospiti l’abituale Emma Donovan, Jessica Hitchcock e il coro Dhungala Children’s Choir, elementi indispensabili negli ultimi anni in tutti i concerti di Archie Roach. Come consuetudine  il vecchio Archie inizia i suoi concerti con la title track dell’ultimo album, e in questo caso si tratta di Let Love Rule, cantata meravigliosamente in coppia con Jessica Hitchcock e accompagnati dal Dunghala Children’s Choir, pezzo a cui fa seguito il suono di un mistico pianoforte che accompagna una ballata “soul” come Get Back To The Land https://www.youtube.com/watch?v=vFSuETutGvg , il moderno country australiano della solare There’s A Little Child, con in sottofondo il controcanto di Nancy Bates, e dopo un intro vocale che coinvolge il pubblico in sala, con una struggente versione per piano e voce della commovente Please Don’t GiveUp On Me. Dopo aver rimosso i fazzoletti si riprende con un’altra meravigliosa ballata cantata in duetto con la sua cantante preferita Emma Donovan, la dolce Love Sweet Love, totale cambio di  ritmo con la sbarazzina Spiritual Love, un’altra ballata di spessore come Always Be Here, e quindi le melodie notturne e tristi di It’s Not Too Late. La parte conclusiva del concerto vede ancora salire sul palco la Donovan per una baldanzosa Mighty Clarence River, dove spadroneggia il violino di Jen Anderson, e andare infine a chiudere alla grandissima con il moderno “gospel” finale di una sontuosa No More Bleeding, che per l’occasione viene accompagnata nuovamente dai cori di Dhungala Children’s Choir & Short Black Opera.

Il terzo CD è più recente e si riferisce all’ultimo tour, quello di Dancing With My Spirit, e di conseguenza a parte la polistrumentista Jen Anderson al violino, mandolino e ukulele, Bruce Haynes alle tastiere, e Craig Pilkington alle chitarre, accompagnano Archie nuovi musicisti di vaglia che rispondono al nome di Barb Waters alla chitarra slide, Archie Cuthbertson alla batteria, Ruben Shannon al basso, con il contributo determinante delle “riunite” e bravissime Tiddas (che sono Lou Bennett, Amy Saunders, Sally Dastey). La serata inizia con la delicata melodia di Dancing With My Spirit (non poteva essere altrimenti), e prosegue con il ritmo allegro di una orecchiabile My Grandmother con le tastiere in spolvero, per poi calare il primo asso della serata con la meravigliosa The River Song (un brano dedicato alla defunta moglie Ruby Turner), dove le parole, il cantato di Archie e la bravura delle Tiddas, regalano al pubblico continue emozioni, che proseguono con un’altra ballata di spessore come la dolce e suadente A Child Was Born Here. Dopo un prolungato applauso si prosegue con le armonie vocali di Morning Star, cantata in duetto con Amy Saunders https://www.youtube.com/watch?v=6WPkFT4sdJs , per poi tornare alle consuete ballate d’atmosfera quali F-Troop e Louis St. John dove imperversa il violino della brava Jen Anderson, e poi passare alle rinfrescanti note di Ever Watching e Heal The People. La parte finale del concerto vede Roach rendere omaggio alle Tiddas, che pescano dal loro repertorio una versione acustica di Come Into My Kitchen cantata sempre dalla Saunders, una corale Anthem (purtroppo non quella di Cohen), e una struggente Wild Mountain Thyme, cantata con voce rauca e baritonale da Archie, prima di andare a chiudere una ennesima serata sublime, con una danzante Dancing Shoes dal ritmo “caraibico” e  le Tiddas che coinvolgono il pubblico in sala con un coretto finale. Applausi meritati e giù il sipario!

Per chi ancora non conoscesse Archie Roach, secondo il sottoscritto, che come avrete capito lo ama visceralmente, si tratta di uno degli artisti più importanti australiani, un musicista che ha registrato dischi pluripremiati down under per quasi 30 anni, a partire dal suo album di debutto, lo storico Carchoal Lane del ’90, fino a questa ultima uscita, un cofanetto di registrazioni dal vivo, che viste le sue condizioni di salute (negli ultimi anni ha subito un ictus e perso un polmone a causa del cancro), forse potrebbe essere veramente il suo “canto del cigno” a livello musicale. Nel frattempo Archie Roach  ha continuato a scrivere canzoni che arrivano al cuore e alla mente della gente, canzoni che sono al centro della sua cultura “aborigena”, una “icona” locale che quando sale sul palco è in fondo un uomo solo, ma che attraverso la sua musica dà speranza e sostegno alla sua gente, immaginando per loro un futuro un poco più luminoso. Altamente consigliato (ma lo sapete e lo ribadisco, io sono di parte). Quindi lunga vita Archibald (speriamo)!

NDT: Giunge notizia che Roach stia attualmente scrivendo il suo “Memoir Book” che pare sarà nei negozi, con un CD di accompagnamento, entro la fine dell’anno.!

Tino Montanari

Un’Edizione Deluxe Che Non Poteva Mancare! Hootie & The Blowfish – Cracked Rear View 25th Anniversary

hootie and the blowfish cracked rear view

Hootie & The Blowfish – Cracked Rear View 25th Anniversary – Rhino/Warner 2CD – 3CD/DVD Box Set

Mi sembrava strano che Cracked Rear View, album di debutto del quartetto della Carolina del Sud Hootie & The Blowish (uscito nel 1994), non avesse ancora beneficiato di una edizione commemorativa. Stiamo infatti parlando del nono album di tutti i tempi per copie vendute, con la cifra esorbitante di 21 milioni di unità (copie fisiche, niente download all’epoca), un numero impressionante e da un certo punto di vista perfino incomprensibile anche dopo 25 anni. Intendiamoci, Cracked Rear View (titolo preso dal testo della canzone Learinng How To Love You di John Hiatt) è un ottimo disco di puro rock americano classico, basato sul suono delle chitarre e su una serie di canzoni piacevoli e dirette con elementi roots, ma non lo giudicherei certo uno dei capolavori degli anni novanta, né uno dei dischi da portarsi sulla proverbiale isola deserta. Gli Hooties erano semplicemente il gruppo giusto al posto giusto nel momento giusto: dopo una lunga gavetta che li aveva portati a pubblicare due cassette autogestite ed un EP (Kootchypop), i nostri furono notati da un talent scout della Atlantic che li fece firmare per la storica etichetta, vedendo in loro un gruppo dall’immagine fresca e rassicurante e con un suono diretto e figlio di band come i R.E.M., in decisa contrapposizione con il movimento grunge all’epoca imperante.

Il resto è storia: un bel disco dal suono rock e radiofonico allo stesso tempo, apparizioni mirate in TV ed un tour di successo, insieme ad una campagna di marketing ben fatta, hanno fatto diventare in poco tempo i quattro ragazzi delle superstar, anche se in seguito non sarebbero più riusciti a ripetere l’exploit. Oggi la Rhino ristampa Cracked Rear View in due edizioni, una doppia con un secondo CD di inediti e rarità, ed un bel box set (dalla confezione simile ad un digipak per DVD) con in aggiunta un terzo dischetto audio contenente un concerto inedito del 1995 ed un DVD con l’album originale in due diverse configurazioni sonore, cinque inediti del secondo CD ed altrettanti videoclip. Gli Hootie erano (o dovrei dire sono, dato che si sono riformati proprio quest’anno per un tour americano e, pare, un nuovo album da pubblicare in autunno) un quartetto classico, due chitarre e sezione ritmica, formato da Darius Rucker (voce solista e chitarra acustica), Marc Bryan (chitarra solista), Dean Felber (basso) e Jim Sonefeld (batteria), che in questo album di debutto vengono supportati da John Nau, organo e pianoforte, e Lili Haydn, violino in un paio di pezzi: il tutto sotto la produzione molto “rock” da parte di Don Gehman, famoso per aver dato un suono a John Mellencamp ma anche alla consolle in Lifes Rich Pageant dei R.E.M.

Il primo CD presenta quindi il disco originale rimasterizzato, che si apre in maniera scintillante con la splendida Hannah Jane, una rock song chitarristica diretta e dotata di un motivo irresistibile: si sente la mano di Gehman, l’approccio è rock, il suono potente e fluido e la bella voce di Rucker è messa in primo piano. Hold My Hand è il pezzo più noto dell’album, il singolo spacca classifiche, una rock ballad dal sound vigoroso e pieno, con una melodia corale decisamente bella e figlia dei R.E.M., con in più la ciliegina della presenza di David Crosby ai cori. Let Her Cry è uno slow chitarristico dalle sonorità ruspanti ed un motivo di grande impatto, Only Wanna Be With You è un folk-rock elettrificato vibrante e con un altro refrain di quelli che restano appiccicati in testa, mentre Running From An Angel è un pop-rock sempre con le chitarre in evidenza ed il violino che dona un tocco roots. I’m Goin’ Home è una ballata distesa e discorsiva, ancora contraddistinta da un bel ritornello e con il solito suono potente, Drowning ha un intro degno addirittura di una southern band, Time è un lucido brano di chiara influenza “remmiana” ma con una sua personalità, Look Away è meno appariscente ma dal refrain comunque degno di nota. Finale con  la rilassata Not Even The Trees (ma il suono è sempre rock), la toccante ballata pianistica Goodbye e, come ghost track, una breve versione a cappella del traditional Motherless Child.

Il secondo dischetto, 20 canzoni, parte con l’outtake inedita All That I Believe, un pop-rock gagliardo ed orecchiabile che non solo non si spiega come mai sia stato lasciato fuori dall’album, ma secondo me poteva ben figurare anche come singolo. Poi abbiamo quattro rari lati B, un brano originale (Where Were You) e tre cover (le saltellanti I Go Blind della band canadese 54-40 e Almost Home dei Reivers – molto bella questa – ed una splendida rilettura di Fine Line di Radney Foster, puro rockin’ country), oltre ad una versione decisamente “rootsy” di Hey Hey What Can I Do dei Led Zeppelin, tratta da un raro tributo del 1995 al gruppo inglese. Si prosegue con i cinque pezzi dell’EP del 1993 Kootchypop, con versioni già belle di Hold My Hand e Only Wanna Be With You (i nostri erano già pronti per il grande salto) e tre canzoni non riprese su Cracked Rear View, ma che avrebbero fatto la loro figura (The Old Man And Me, che verrà poi ripresa sul loro secondo lavoro Faiweather Johnson, If You’re Going My Way e Sorry’s Not Enough): il suono era già tosto ed elettrico al punto giusto. Ecco poi le quattro rarissime canzoni della cassetta Time del 1991 (quattro pezzi che poi finiranno in altra veste nel debut album, tra cui Let Her Cry che era già bellissima) e cinque da quella del 1990 intitolata semplicemente Hootie & The Blowfish, le note Look Away e Hold My Hand e le inedite I Don’t Understand, Little Girl e Let My People Go: il suono è meno esplosivo ma la capacità dei nostri nel songwriting c’era già.

E poi c’è il terzo CD, altri 20 pezzi (17 dei quali inediti e gli altri tre finiti su vari singoli, e comunque rari) registrati a Pittsburgh, Pennsylvania, il 3 Febbraio del 1995. Sono presenti tutte e undici le canzoni di Cracked Rear View (ed anche la traccia nascosta Motherless Child), tutte in versioni più essenziali e dirette di quelle in studio in quanto sul palco non ci sono sessionmen e quindi mancano strumenti presenti sul disco come organo, piano, violino, ecc. Ci sono anche i tre inediti di Kootchypop e pure due dei lati B presenti sul secondo dischetto (I Go Blind e Fine Line); completano il quadro altre tre cover: una solida Use Me  di Bill Withers, una irresistibile The Ballad Of John And Yoko (The Beatles, of course) ed una deliziosa, ma breve, versione del classico di Stephen Stills Love The One You’re With, che chiude il concerto. Rucker e compagni non riusciranno più a ripetere in seguito l’exploit di questo esordio (anche se il già citato Fairweather Johnson venderà la comunque rispettabile cifra di tre milioni di copie), ma direi che si possono accontentare in ogni caso di avere consegnato con Cracked Rear View il loro nome alla storia della nostra musica.

Marco Verdi

Prosegue La Serie Di Ristampe…Proiettata Molto Nel Futuro! Grateful Dead – Aoxomoxoa 50th Anniversary

grateful dead aoxomoxoa 50th

Grateful Dead – Aoxomoxoa 50th Anniversary – Rhino/Warner Deluxe 2CD

Terzo episodio delle riedizioni per i cinquantennali degli album sia in studio che dal vivo dei Grateful Dead, un’iniziativa che come ho già avuto modo di dire ha ottenuto parecchie critiche, dato che quando sarà il turno dell’ultimo album pubblicato dalla storica band californiana durante il periodo di attività, il live Without A Net, sarà il 2040 e molti fans della prima ora (ed anche della seconda) non saranno più tra noi, per non parlare della possibile sparizione del CD come supporto prima di quella data. Ma per ora direi di non pensare al futuro, e quindi eccomi ad occuparmi dell’edizione deluxe del terzo album del Morto Riconoscente, che risponde al misterioso titolo palindromo di Aoxomoxoa (titolo mai spiegato, tra l’altro), disco che tra l’altro presenta quella che è la più bella copertina in assoluto dei nostri, ed una delle massime espressioni grafiche del grande Rick Griffin. Aoxomoxoa è un lavoro che ha sempre diviso la critica e i fans: chi lo considera il capolavoro del gruppo per quanto riguarda il periodo psichedelico, chi invece lo vede come un album di transizione. A mio parere hanno un po’ di ragione entrambe le fazioni, dato che da una parte c’è ancora molta psichedelia nelle canzoni contenute nel disco, che è quindi il naturale seguito di Anthem Of The Sun, ma in alcuni brani si cominciano ad intravedere i germogli del suono roots che poi si paleserà nei due lavori seguenti, Workingman’s Dead e American Beauty.

In Aoxomoxoa i Dead sono in sette, con la seconda ed ultima apparizione di Tom Constanten all’interno del gruppo, e c’è anche la partecipazione come ospiti di John Dawson e David Nelson, che un paio di anni dopo formeranno i New Riders Of The Purple Sage proprio con Jerry Garcia. Questo doppio CD presenta nel primo dischetto l’album originale in due missaggi diversi (quello originale del 1969 ed il remix del 1971, con i brani leggermente più corti), mentre come da consuetudine in queste ristampe il secondo supporto contiene una performance inedita dal vivo. Aoxomoxoa (che è anche l’unico episodio della discografia dei Dead con tutti i brani a firma Garcia-Hunter, con l’aggiunta di Phil Lesh in St. Stephen) contiene due classici assoluti del gruppo come appunto St. Stephen, che diventerà uno dei brani più apprezzati dal vivo con versioni anche chilometriche (mentre qui è più sintetica, quattro minuti e mezzo più rock e meno psichedelici) e la vibrante China Cat Sunflower, spesso usata come apertura dei concerti (video delizioso che vedete sopra). Altri pezzi conosciuti e proposti più volte on stage sono l’elettroacustica e diretta Dupree’s Diamond Blues, a metà tra rock e musica old-time, Doin’ That Rag, vivace rock song elettrica con gran lavoro di organo da parte di Ron “Pigpen” McKernan, ed il puro psychedelic pop di Mountains On The Moon. Meno noti sono la breve Rosemary, un pezzo acustico cantato con una strana voce filtrata e la lunga ed allucinata What’s Become Of The Baby, otto minuti di delirio psichedelico per voce ed effetti sonori di difficile digestione.

Finale con la countreggiante Cosmic Charile con Garcia alla steel, brano che in un certo senso anticiperà le atmosfere di Workingman’s Dead. Il secondo CD presenta nove brani selezionati da due serate del Gennaio 1969 all’Avalon Ballroom di San Francisco, due concerti ancora molto acidi e psichedelici: Aoxomoxoa è rappresentato da due ottime rese di Dupree’s Diamond Blues e Doin’ That Rag, abbastanza simili alle versioni di studio anche come durata (rispettivamente poco meno di cinque e sei minuti). Anthem Of The Sun è presente per tre quinti: una liquidissima New Potato Caboose di 14 minuti con Jerry subito in tiro (e cantata purtroppo da Lesh che è tutto tranne che un cantante), una potente Alligator di nove minuti, con annesso assolo della doppia batteria ed un grande Garcia, brano che si fonde con la spedita e tonica Caution (Do Not Stop On Tracks). Il finale è notevole (a parte la consueta traccia Feedback che come al solito “skippo” col telecomando): dopo il breve siparietto a cappella di And We Bid You Goonight troviamo una delle ultime versioni di Clementine, che dopo il 1969 non verrà mai più suonata, ed una favolosa versione di Death Don’t Have No Mercy (Rev. Gary Davis), dieci minuti di puro “acid blues” con Pigpen e Garcia protagonisti indiscussi.

A Novembre toccherà ai 50 anni di Live/Dead, uno dei dischi dal vivo più importanti di tutti i tempi: visto anche il periodo pre-natalizio non mi dispiacerebbe un bel cofanetto.

Marco Verdi

Ecco Il Disco Dal Vivo Che Aspettavamo Da 46 Anni! Neil Young & Stray Gators – Tuscaloosa

neil young tuscaloosa

Neil Young & Stray Gators – Tuscaloosa – Reprise/Warner CD

Mentre scrivo queste righe mancano pochissimi giorni all’inizio dell’estate, e come volevasi dimostrare anche questa volta il secondo volume degli archivi di Neil Young non si è visto (se vi ricordate, lo scorso anno il musicista canadese aveva ipotizzato una pubblicazione primaverile). In compenso però il “Bisonte” non manca mai di far filtrare comunque qualcosa dalla sterminata quantità di registrazioni inedite del suo passato: questa volta è il turno di Tuscaloosa, un CD dal vivo che documenta parte di un concerto di Neil con gli Stray Gators durante la tournée di Harvest, inciso nel 1973 al Memorial Auditorium della località del titolo, in Alabama. A quell’epoca la popolarità di Young era ai massimi livelli, in quanto Harvest, uscito nel 1972, era fino a quel momento il suo album più famoso e più venduto in assoluto (e lo è ancora oggi), e quindi c’era parecchia trepidazione alla notizia che l’anno seguente l’ex Buffalo Springfield avrebbe pubblicato il suo primo live album ufficiale tratto dal tour promozionale seguente.

In quegli anni purtroppo non era ancora nota una delle caratteristiche principali del nostro, cioè la sua tendenza a non dare (quasi) mai al pubblico quello che vuole, e così il disco che era uscito, Time Fades Away, non era risultato per nulla rappresentativo del rassicurante suono country-rock di Harvest: non solo non conteneva nessun pezzo da quel disco, ma neppure da quelli precedenti. Infatti Time Fades Away era composto esclusivamente da brani inediti (cosa inaudita per l’epoca), ed in più caratterizzati da un suono duro e spigoloso, per nulla adatto ai passaggi radiofonici: nessuno allora sapeva che quell’album sarebbe stato il primo tassello della cosiddetta “trilogia del dolore”, un anno prima di On The Beach e due prima di Tonight’s The Night (Neil forse si pentì di quella mossa, ed in un certo senso la rinnegò dato che Time Fades Away vedrà solo nel 2017 la sua prima edizione in CD). Ora, dopo 46 anni, Neil rimette le cose a posto con Tuscaloosa, un live album strepitoso con un Bisonte in forma smagliante, che esegue alla perfezione una scaletta stavolta perfettamente equilibrata tra brani oscuri e pezzi famosi, ma con una performance rilassata e ricca di feeling, e non nervosa e scorbutica come nel disco del 1973.

Ad accompagnarlo sono i già citati Stray Gators, un gruppo formidabile che non ha il suono roboante dei Crazy Horse ma una maggiore duttilità e disponibilità ad adattare lo stile anche a brani più roots: Ben Keith alla steel guitar, Jack Nitzsche al piano e la sezione ritmica formata da Tim Drummond al basso e Kenny Buttrey alla batteria. Undici canzoni per 52 minuti di musica (avrei anche accettato qualcosa in più, non mi offendevo di certo), con tutti i dischi pubblicati fino ad allora da Neil gratificati da almeno una canzone, con l’eccezione di Everybody Knows This Is Nowhere. La serata si apre con un brano tratto dal primo album di Young, una versione intima e molto intensa di Here We Are In The Years, eseguita da Neil in perfetta solitudine con la chitarra acustica; After The Gold Rush è rappresentata proprio dalla title track, suonata come al solito al pianoforte: rilettura strepitosa, tra le più belle mai sentite, resa ancora più toccante dalla voce fragile del nostro che pare sul punto di spezzarsi in un paio di passaggi. Ecco salire sul palco gli Stray Gators, ed ovviamente viene dato grande spazio a Harvest (a differenza di quanto accadde su Time Fades Away), a partire da una vibrante Out On The Weekend, praticamente perfetta e forse ancora più convinta che in studio, per proseguire con due splendide versioni della title track e del super classico Heart Of Gold (e la reazione del pubblico fa venire giù il teatro).

E poi una Old Man da brividi lungo la schiena (con Keith grande protagonista alla steel) e, nel finale, una grandissima Alabama (non poteva mancare vista la location), tra le ballate rock più belle del songbook del canadese, interpretazione lirica e piena di pathos. Infine abbiamo quattro brani all’epoca inediti, due che finiranno su Time Fades Away (la frenetica ed elettrica title track, eseguita con grinta ed un approccio quasi dylaniano e di gran lunga migliore di quella uscita nel 1973, e la conclusiva Don’t Be Denied, cadenzata e chitarristica ma anche fluida e rilassata, ed anche inspiegabilmente sfumata nel finale) e due che andranno addirittura su Tonight’s The Night due anni dopo, cioè il sanguigno country-rock Lookout Joe (che in realtà anche in origine era una outtake di Harvest, e quindi con gli Stray Gators al posto dei Crazy Horse) ed una roboante New Mama, rock song elettrica e spigolosa ma coinvolgente. Tuscaloosa è uno dei migliori live album di Neil Young, tra archivi ed uscite “normali”: peccato solo che non sia doppio.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un Boss “Californiano” Ad Alti Livelli! Bruce Springsteen – Western Stars

bruce springsteen western stars

Bruce Springsteen – Western Stars – Columbia/Sony CD

Raramente, almeno negli ultimi tempi, un album è stato dissezionato, criticato, esaltato o stroncato ben prima della sua uscita come Western Stars, nuovissimo lavoro di Bruce Springsteen. C’è da dire che la maggior parte dei commenti sono stati positivi, ma non sono state comunque risparmiate dure critiche, soprattutto per la veste pop delle canzoni, un suono giudicato da alcuni troppo gonfio ed appesantito da arrangiamenti orchestrali, e più in generale per il fatto che, in pratica, Bruce in questo disco “non fa Bruce” (ma che vuol dire? Allora anche The Seeger Sessions, un capolavoro, andrebbe ridiscusso…e poi per avere il classico Springsteen basta aspettare l’anno prossimo, dato che il rocker di Freehold ha già annunciato che pubblicherà un album con la E Street Band). Tra l’altro è stato Bruce stesso in un certo senso ad annunciare il cambiamento di Western Stars, affermando in sede di presentazione che aveva voluto fare un disco ispirato alla musica pop californiana a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, citando artisti come Glen Campbell e Burt Bacharach (ed io aggiungerei anche Jimmy Webb, Harry Nilsson e John Denver, anche se nessuno dei cinque è/era originario del Golden State), un tipo di influenza che nessuno pensava che il Boss avesse ma che è indubbiamente reale visto l’esito finale dell’album.

Sì, perché Western Stars a mio parere è un disco bello, in parecchi punti molto bello, e ci fa ritrovare un Bruce di nuovo in forma smagliante come autore di canzoni e come musicista in generale dopo qualche lavoro tentennante (come il raffazzonato High Hopes ed il deludente Working On A Dream). Certo, i brani sono più tendenti al pop che al rock, ma è un pop sontuoso ed arrangiato alla grande, con la produzione di Ron Aniello che evoca praterie sconfinate ed i paesaggi a cielo aperto che sono raffigurati nelle splendide foto di copertina e del booklet interno. Una musica decisamente cinematografica, con canzoni a tema western per quanto riguarda i testi ma meno per le musiche, che restano come dicevo ancorate allo stile pop che il nostro annunciava presentando il disco; i tanto vituperati arrangiamenti orchestrali sono quindi parte integrante di questo tipo di musica, ed a mio parere non sono affatto pesanti o fuori posto, ma anzi contribuiscono ad aumentare il pathos in parecchie canzoni, canzoni che il Boss esegue in maniera convinta e convincente (è chiaro e lampante che le “sente” particolarmente), usando in alcune di esse un range vocale decisamente melodico ed abbastanza inedito.

Bruce ed Aniello si occupano della maggior parte degli strumenti (chitarre, banjo, basso ed una lunga serie di tastiere come piano, celeste, mellotron ed organo e percussioni varie tra cui vibrafono e glockenspiel), e sono coadiuvati dalla moglie del Boss, Patti Scialfa, ai backing vocals insieme ad altri coristi (tra i quali “Sister” Soozie Tyrell), dall’altro E Streeter Charlie Giordano al piano e fisarmonica, dai batteristi Gunnar Olsen e Matt Chamberlain, da ben tre steel guitarists (Greg Leisz, Marty Rifkin e Marc Muller), dal noto percussionista Lenny Castro e addirittura dal pianista delle origini della E Street Band David Sancious. Oltre naturalmente alle già citate sezioni di archi e strumenti a fiato. La prima canzone, Hitch Hikin’, ha un inizio abbastanza tipico, con Bruce che canta in maniera distesa una melodia limpida, circondato da strumenti a corda: dopo circa un minuto entra l’orchestra ma con discrezione ed anzi aumentando la tensione emotiva: il brano si sviluppa tutto sulla stessa tonalità ed è tutt’altro che monotono, ma è al contrario dotato di un crescendo degno di nota. The Wayfarer è costruita un po’ sulla stessa falsariga, ma ha più soluzioni melodiche e ad un certo punto la strumentazione si arricchisce ed entra la sezione ritmica, con gli archi e i fiati che diventano protagonisti: pop di alta classe. Tucson Train vede in un certo senso il Boss che conosciamo, il brano è più rock, ci sono anche le chitarre elettriche ed il mood è trascinante: c’è l’orchestra anche qui, ma io non vedo male questo brano anche in ottica E Street Band, potrebbe diventare un classico delle future esibizioni dal vivo. Anche la title track è una ballata tipica del nostro, con atmosfere western (titolo a parte), una bella steel sullo sfondo e quell’atmosfera da colonna sonora cinematografica che Bruce aveva in mente; Sleepy Joe’s Café è solare e contraddistinta da una ritmica pimpante, con un motivo delizioso, orecchiabile e coinvolgente (e sentori di Messico), in pratica una delle più immediate del CD.

La tenue Drive Fast (The Stuntman) iniza per voce, piano e chitarra (ed orchestra, anche se più nelle retrovie), poi entrano gli altri strumenti ma il mood resta intimo e rilassato, Chasin’ Wild Horses è una slow ballad intensa e con accompagnamento scarno ma di grande impatto, con una splendida steel, un banjo ed il solito emozionante assolo orchestrale: molto bella anche questa. Sundown è stupenda, una pop song extralusso dotata di un eccellente ed arioso arrangiamento che evoca spazi aperti e cavalcate nelle praterie, uno dei pezzi in cui l’interazione tra il Boss, il gruppo e l’orchestra funziona meglio. Splendida anche Somewhere North Of Nashville, un toccante lento dalla melodia straordinaria ed accompagnato solo da chitarra, piano e steel, un pezzo breve ma con il dna dei classici springsteeniani; Stones è una rock ballad fluida e limpida dalla strumentazione ricca e coinvolgente, altra canzone che Bruce riprenderà sicuramente dal vivo in futuro, mentre There Goes My Miracle è una pop song grandiosa nell’arrangiamento e raffinata nell’interpretazione, con un’ottima prestazione vocale: se il Boss voleva evocare certa musica dei primi anni settanta, qui ci è riuscito alla perfezione. L’album volge al termine con Hello Sunshine (il primo singolo, gira già da alcuni mesi), una ballatona tra cantautorato e pop che richiama vagamente Everybody’s Talkin’, e con Moonlight Motel, un bozzetto acustico ideale per congedarci da un disco a mio parere quasi perfetto, specialmente se rapportato alle intenzioni originali del suo autore.

D’altronde se ad ascolto ultimato ho già voglia di rimetterlo da capo vorrà pur dire qualcosa.

Marco Verdi

Tra I Tributi Della Ace Questo E’ Uno Dei Più Belli. VV.AA. – Holding Things Together

merle haggard holding things together

VV.AA – Holding Things Together: The Merle Haggard Songbook – Ace CD

La Ace è una meritoria etichetta indipendente londinese che si è specializzata in tributi ad artisti famosi, compilati però assemblando cover già edite, anche se molto spesso rare ed introvabili (ricordo i due omaggi a Bob Dylan, uno con solo cantanti di colore ed l’altro con cover inglesi degli anni sessanta, uno a Chuck Berry, uno ai primi anni dei Bee Gees, oltre a varie compilation a tema blues, rock’n’roll, doo-wop, eccetera). La due pubblicazioni più recenti targate Ace sono Hallelujah, tributo a Leonard Cohen, e questo Holding Things Together, che come recita il sottotitolo è dedicato alle canzoni del grande Merle Haggard.

Ed il disco è davvero ben fatto e godibile dalla prima all’ultima canzone: sono presenti ovviamente le canzoni storiche del songbook del grande countryman californiano, ma anche episodi meno noti, e la scelta delle cover è parecchio eterogenea, in quanto sono stati selezionati artisti di varia estrazione. C’è parecchio country chiaramente, ma anche soul, rock’n’roll, swing e blues (una diversificazione che aumenta il piacere dell’ascolto) e su 24 canzoni totali almeno la metà sono decisamente rare, come per esempio il brano di apertura, una registrazione del 1968 di Swinging Doors ad opera di Jerry Lee Lewis, uscita soltanto nel 1986 su un box della Bear Family: versione essenziale, solo piano, una sezione ritmica e la voce inconfondibile del Killer, puro honky-tonk. Okie From Muskogee, a parte il testo controverso, è una grande canzone, e la rilettura del singin’ cowboy Roy Rogers è splendida: voce profonda, arrangiamento western e la famosa melodia che svetta maestosa; il soul singer Barrence Whitfield si cimenta magnificamente anche con il country, e la sua Irma Jackson (presa dal tributo collettivo del 1994 Tulare Dust) è semplicemente deliziosa, e che voce, mentre Bettye Swann con Just Because You Can’t Be Mine si muove su territori a lei abituali, un soul-gospel intenso e di sicuro pathos, con la canzone che non perde un grammo della sua bellezza.

The Knitters, estemporaneo supergruppo degli anni ottanta con Dave Alvin e John Doe, forniscono una rilettura elettroacustica e molto rispettosa del superclassico Silver Wings, solo voce e varie chitarre, la grande Tammy Wynette rifà molto bene The Legend Of Bonnie And Clyde, con un coinvolgente arrangiamento bluegrass ed un coro maschile quasi gospel, la stupenda White Line Fever è invece presente nella nota versione dei Flying Burrito Brothers, puro country-rock in una delle sue migliori accezioni. La lenta Kern River era uno dei brani più belli e toccanti di West Of The West di Dave Alvin, esecuzione e voce da pelle d’oca, seguita dalla nota ripresa di Honky Tonk Night Time Man dei Lynyrd Skynyrd (era su Street Survivors), tra boogie e blues, e dall’altrettanto famosa Life In Prison dei Byrds, contenuta sul capolavoro Sweetheart Of The Rodeo (ma è sempre un piacere riascoltarla). Abbiamo anche lo stesso Haggard in persona con il brano che dà il titolo alla raccolta, un pezzo del 1974 finito all’epoca sulla b-side di un singolo e comunque una gran bella canzone in puro stile honky-tonk classico, mentre Brenda Lee si destreggia con la languida Everybody’s Had The Blues, gran voce ma arrangiamento un po’ troppo ridondante e nashvilliano. I Grateful Dead hanno suonato Mama Tried dal vivo un’infinità di volte, e qui è tratta del famoso live del 1971 soprannominato Skull & Roses; anche Chip Taylor è uno dei grandi, e lo dimostra con una rara Farmer’s Daughter del 1976, bella, intensa ed ottimamente eseguita.

Perfino Dean Martin si è cimentato con il songbook di Merle, e i Take A Lot Of Pride In What I Am è rifatta con gusto e swing, nel classico stile del crooner italo-americano, mentre con Dolly Parton torniamo ovviamente in territori country, con la limpida e solare Life’s Like Poetry. Wynn Stewart rifà in maniera classica la famosissima Today I Started Loving You Again, puro country, gli Everly Brothers alle prese con la mitica Sing Me Back Home (dal loro album Roots del 1968) non sbagliano il colpo e forniscono una interpretazione di gran classe e molto sentita, mentre Elvin Bishop lascia da parte per un attimo il blues e ci delizia con una splendida I Can’t Hold Myself In Line, country al 100%. Ecco Country Joe McDonald con l’incisione più recente del CD (2012), una discreta Rainbow Stew per voce e chitarra, seguita da George Thorogood che offre una rilettura guizzante ed estremamente godibile di Living With The Shades Pulled Down, tra country e rock’n’roll. Finale con il vocione di Hank Williams Jr. alle prese con una bella I’d Rather Be Gone, la International Submarine Band (il gruppo pre-Byrds di Gram Parsons) con la cristallina I Must Be Somebody Else You’ve Known, ed una deliziosa Emmylou Harris d’annata con The Bottle Let Me Down. Un ottimo tributo, che vale la pena accaparrarsi sia per la difficoltà di trovare molte delle registrazioni incluse, sia per il bel libretto che fornisce esaurienti note su tutti i pezzi, ma soprattutto per l’assoluta bellezza delle canzoni di Merle Haggard.

Marco Verdi

Come Attore E’ Bravissimo, Ma Come Cantautore…Pure! Kiefer Sutherland – Reckless & Me

kiefer sutherland reckless & me

Kiefer Sutherland – Reckless & Me – BMG CD

La storia del cinema americano è piena di attori che, prima o dopo, si sono cimentati anche come musicisti e/o cantanti: senza dover per forza risalire all’epoca di Dean Martin e Robert Mitchum, in anni recenti abbiamo avuto, tra i tanti, i casi di Kevin Costner, Kevin Bacon, Johnny Depp, Hugh Laurie, Kevin Spacey, Jeff Bridges, Tim Robbins, Dennis Quaid, per finire con Russell Crowe che pur essendo australiano fa parte comunque del mondo di Hollywood. Tra gli ultimi arrivati nel doppio ruolo c’è anche Kiefer Sutherland, eccellente attore di cinema diventato però famosissimo con la serie tv 24, in cui interpreta il ruolo dell’agente Jack Bauer. Attore poliedrico, figlio d’arte (il padre Donald è uno dei più grandi di sempre, ed è per me il migliore nelle parti da “bastardo” insieme al già citato Spacey, Gene Hackman e Gary Oldman), Kiefer ha esordito come musicista nel 2016 con Down In A Hole, un bel disco di solido rock chitarristico, nel quale il nostro si scopriva anche valido songwriter https://discoclub.myblog.it/2016/08/23/sorpresa-ecco-altro-cantattore-bravo-pure-kiefer-sutherland-down-hole/ .

Che la carriera di rocker non sia per Sutherland Jr. una sorta di divertimento da dopolavoro lo hanno dimostrato i molti concerti tenuti in questi anni, ed ora Kiefer arriva anche a fare il bis discografico con Reckless & Me, un album che si rivela fin dal primo ascolto addirittura splendido nonché sorprendente visto che stiamo comunque parlando di uno che si guadagna da vivere recitando. Reckless & Me è un lavoro di vero rock’n’roll, chitarristico e vibrante, suonato alla grande da un manipolo di sessionmen di lusso (con nomi altisonanti come Waddy Wachtel alle chitarre, Greg Leisz alla steel, Brian MacLeod alla batteria ed il grande Jim Cox al piano e organo), con un tocco country che non fa mai male. Ma quello che più stupisce è la bravura di Sutherland come autore: infatti il nostro è il responsabile di nove brani su dieci (Open Road è scritta dal produttore Jude Cole), canzoni autentiche, intense e profonde, che sembrano quasi opera di un veterano del pentagramma. Un disco di alto livello professionale ed emotivo, che fa dunque balzare il nome di Sutherland tra i principali “singing actors” in circolazione. Si parte subito forte con la già citata Open Road, splendida ed intensa rock ballad da cantautore vero, con piano e chitarre in evidenza ed un suono elettrico di sicuro impatto: Kiefer canta benissimo con una voce arrochita e vissuta (molto alla John Mellencamp), e sembra davvero una vecchia volpe non del grande schermo ma delle sette note. Something You Love è più spedita, con il piano che si muove sinuoso nell’ombra e le chitarre che rispondono a tono, ma la differenza la fa una melodia trascinante ed il ritmo sostenuto, con echi di grandi storyteller rock, da Springsteen e Seger in avanti.

Faded Pair Of Blue Jeans è limpida e solare, potrebbe essere un brano degli Eagles fine anni settanta, ed è decisamente gradevole anche questa, la title track, una rock song cadenzata e grintosa, ha evidenti somiglianze proprio con lo stile di Mellencamp, le chitarre tirano di brutto (bello l’assolo di slide) ed il pathos è alto, mentre Blame It On Your Heart è puro rock’n’roll, trascinante e con un sapore country dato dalla steel e dall’uso del pianoforte degno di un bar texano. Ancora ritmo elevatissimo con This Is How It’s Done, un divertente mix tra country e rockabilly, con un motivo che sembra quasi un talkin’ dylaniano ed un tempo alla Johnny Cash; Agave inizia con una chitarra bella aggressiva e prosegue con un’andatura spezzettata e tracce di southern: grinta e bravura a braccetto, con il nostro sempre più convinto e convincente. Rimaniamo idealmente al sud con Run To Him, un pezzo tosto, elettrico e paludoso tra Texas e Louisiana ed un coro femminile dai toni gospel, mentre Saskatchewan è una ballata che parte con la voce di Kiefer nel buio, poi entra una strumentazione limpida ed il brano si rivela terso, piacevole e disteso, con un retrogusto country che non guasta. Chiusura con la deliziosa Song For A Daughter, tra folk e cantautorato puro, in cui appare anche una fisarmonica: uno dei brani più riusciti di un album sorprendente e bellissimo, in poche parole da non perdere.

Marco Verdi

Un Sensazionale Cofanetto Per Uno Dei Tour Più Famosi (e Belli) Di Sempre. Bob Dylan – Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings

bob dylan rolling thunder revue

Bob Dylan – Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings – Columbia/Sony 14CD Box Set

In questi giorni, per l’esattezza dal 12 Giugno in poi (e solo l’11 in poche sale cinematografiche mondiali, in Italia la città scelta è Bologna) uscirà sulla piattaforma Netflix l’attesissimo documentario curato da Martin Scorsese Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story, che come suggerisce il titolo narra le vicende del famoso tour del 1975 di Bob Dylan con la Rolling Thunder Revue, con immagini di repertorio, sia inedite che riprese dal noto film Renaldo And Clara, diverse performances dal vivo e le testimonianze odierne dei protagonisti di allora, Dylan incluso (spero in una prossima pubblicazione su DVD e BluRay, dato che non ho intenzione di abbonarmi a Netflix solo per vedere un singolo evento). La storia della RTR è abbastanza nota: nel 1975 Dylan era a livelli di popolarità simili a quelli del biennio 1965-66, dopo la trionfale tournée dell’anno prima con The Band, lo splendido album Blood on The Tracks e la pubblicazione del doppio LP The Basement Tapes. Bob non aveva dato seguito a Blood On The Tracks con un tour, ma verso fine anno gli venne appunto l’idea della Rolling Thunder Revue, che si rivelò essere un magnifico carrozzone di musicisti di varia estrazione che girò l’America esibendosi sia in arene già usate per concerti rock che in posti meno canonici, a volte perfino senza alcun battage pubblicitario.

bob dylan rolling thunder revue box

Una sorta di “anti-tour” quindi, ma che vide il nostro autore di alcune tra le migliori performance della sua carriera, coadiuvato da una super band che vedeva al suo interno chitarristi come T-Bone Burnett, Mick Ronson e Steven Soles, il polistrumentista David Mansfield, la bravissima violinista Scarlet Rivera (scoperta da Dylan stesso mentre suonava per strada) e la sezione ritmica di Rob Stoner al basso e Howie Wyeth alla batteria. Come ciliegina, giravano con Bob artisti del calibro di Joan Baez (che tornava quindi on stage con Dylan dopo dieci anni), Roger McGuinn, Ramblin’ Jack Elliott, Joni Mitchell, Bob Neuwirth, Allen Ginsberg e Ronee Blakley, che avevano tutti, chi più chi meno, dei momenti da solista durante gli spettacoli (Bob aveva invitato ad unirsi al tour anche Patti Smith e Bruce Springsteen, che però declinarono cordialmente in quanto avevano tutti e due una carriera in rampa di lancio).

Il tour ebbe due fasi, intramezzate dalla pubblicazione nel Gennaio del 1976 dell’album Desire (registrato con il nucleo della RTR, senza gli ospiti ma con Emmylou Harris alla seconda voce): l’autunno del 1975 e la primavera del 1976, che vedeva una versione più canonica e meno pittoresca del gruppo, e con meno super ospiti (questa seconda incarnazione è quella immortalata nel live album Hard Rain). Il tour divenne leggendario quindi per le serate del 1975, grazie anche alla forte campagna per la liberazione del pugile Rubin “Hurricane” Carter (incarcerato per triplice omicidio, ma innocente per gran parte dell’opinione pubblica), campagna della quale Dylan fu uno dei principali promotori, e non solo per il popolare singolo Hurricane. Finora questa prima parte del tour, a parte il già citato film Renaldo And Clara (comunque fallimentare) era stata documentata soltanto dal quinto episodio delle Bootleg Series dylaniane (che ora viene ristampato per la prima volta su triplo vinile), un doppio CD bellissimo che però adesso viene reso completamente inutile da questo monumentale cofanetto intitolato Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings, un’opera di immenso valore artistico che è anche in un certo senso il compendio audio del film di Scorsese.

Il box, 14 CD più un libretto di 56 pagine, non ha la pretesa di documentare l’intera tournée (com’era successo per l’altro box dylaniano “a cubo” con i concerti del 1966), ma inserisce “solo” le cinque serate migliori e meglio registrate (solo la parte di Bob, non quella in cui si esibiscono gli ospiti), ma con l’aggiunta di ben tre dischetti di prove di studio mai sentite prima neanche nei bootleg, ed un CD di rarità assortite. Il Bootleg Series del 2002 è presente nella sua interezza, e così anche le quattro canzoni del raro EP 4 Songs From Renaldo And Clara, uscito nel 1978, ma il resto è inedito, ed è di qualità manco a dirlo eccezionale. Certo, non mancano le ripetizioni (le scalette dei concerti erano piuttosto rigide), non è stata inclusa la famosa “Night Of The Hurricane” al Madison Square Garden, ma direi che non ci possiamo lamentare ed anzi dobbiamo godere di queste performances, che scivolano via talmente bene che il box si ascolta relativamente in poco tempo. Last but not least, nei dischetti delle prove sono presenti alcuni inediti dylaniani assoluti (anche se alcuni appena accennati), che non verranno mai più ripresi da Bob in seguito. Ma vediamo in dettaglio il contenuto dei 14 CD.

CD 1: S.I.R. Rehersals, New York Ottobre 1975. Registrato in mono come i CD numero 2, 3 e 14 (mentre i concerti sono in stereo) questo dischetto comprende diverse takes incomplete, tra cui una versione improvvisata del traditional Rake And Ramblin’ Boy, una rara I Want You (nel senso che non appariva nelle scalette dei concerti, ed è un peccato perché prometteva bene), una countryeggiante She Belongs To Me cantata con un’insolita voce carezzevole e l’inedita Hollywood Angel, un discreto pezzo di matrice blues. Tra i brani completi abbiamo la gioiosa Rita May, un breve accenno al gospel What Will You Do When Jesus Comes? (altro inedito dylaniano), una struggente Spanish Is The Loving Tongue (doveva proprio piacere a Bob, in quegli anni la ficcava ovunque) ed una ripresa del classico di Peter LaFarge The Ballad Of Ira HayesCD 2. Come il primo, anche questo CD si occupa delle prove ai S.I.R. Studios della Big Apple: come chicche abbiamo due strepitose She Belongs To Me e A Hard Rain’s A-Gonna Fall entrambe in versione blues, un medley fantastico tra This Wheel’s On Fire, Hurricane e All Along The Watchtower e due rarità come Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts (eseguita una sola volta durante il tour) e It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding). Ci sono altre due canzoni inedite scritte da Bob, la discreta ballata pianistica Gwenevere e la toccante Patty’s Gone To Laredo (molto bella, peccato sia poi sparita dai radar), senza dimenticare una splendida If You See Her, Say Hello in perfetto stile DesireCD 3: Seacrest Motel Rehersals, Falmouth, MA. Uno dei dischetti più belli del box, solo otto canzoni ma suonate con una professionalità tale che sembrano tratte da un concerto, con gemme come la stupenda Tears Of Rage (con Joan Baez), il traditional Easy And Slow, deliziosa e commovente, tra gli highlights assoluti del cofanetto, e la rara (in questo tour) Ballad Of A Thin Man.

CD 4-5: Worcester 19/11/75. Bellissimo concerto, che inizia con una bella versione, piena e rotonda, di When I Paint My Masterpiece, per poi proseguire con una scattante It Ain’t Me, Babe  ed una ispiratissima The Lonesome Death Of Hattie Carroll, davvero magnifica. Detto di sei lucide e vibranti proposte dall’imminente Desire (Romance In Durango, Isis, Hurricane, Oh Sister, One More Cup Of Coffee e Sara) e di un’eccellente Tangled Up In Blue con Bob da solo sul palco, troviamo anche un delizioso intermezzo elettroacustico con Dylan e la Baez che armonizzano come ai bei tempi con Blowin’ In The Wind, Mama, You Been On My Mind (in puro stile country-rock) ed il traditional Wild Mountain Thyme, e Joan che resta sul palco anche per una bella cover del classico di Merle Travis Dark As A Dungeon ed una fluida I Shall Be Released. Gran finale con Just Like A Woman, Knockin’ On Heaven’s Door (in cui Bob duetta con McGuinn) ed una rilettura quasi bluegrass dell’evergreen di Woody Guthrie This Land Is Your Land, dove anche la Baez, McGuinn, Elliott, Neuwirth e la Mitchell cantano una strofa. CD 6-7: Cambridge 20/11/75. Scaletta pressoché identica a quella dei due dischetti precedenti, con la sola eccezione di Tangled Up In Blue sostituita da una toccante Simple Twist Of Fate, cantata con passione e sentimento. Dylan è in formissima e molti brani sono anche meglio che a Worcester, come per esempio When I Paint My Masterpiece, Romance In Durango, Blowin’ In The Wind e Hurricane.

CD 8-9: Boston 21/11/75, Afternoon Show. Qualche cambiamento in scaletta, come una trascinante A Hard Rain’s A-Gonna Fall dal ritmo sostenuto ed arrangiamento rock-blues, una strepitosa Mr. Tambourine Man acustica (una delle più belle mai sentite) e, nella parte con la Baez, Blowin’ In The Wind e Wild Mountain Thyme sostituite rispettivamente da una splendida The Times They Are A-Changin’ e dalla squisita I Dreamed I Saw St. Augustine, mentre Dark As A Dungeon cede il posto ad una rilettura di Never Let Me Go di Johnny AceCD 10-11: Boston 21/11/75, Evening Show. Una delle migliori serate di tutto il tour, con il ritorno della scaletta “istituzionale”, compresa anche la vivace It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry al posto di Hard Rain. Non mancano comunque un paio di chicche, cioè un’intensa interpretazione del brano tradizionale The Water Is Wide (con Joan) ed una rara riproposizione di I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met) per voce, chitarra e armonica. CD 12-13: Montreal 04/12/75. Altro concerto strepitoso e scaletta più ricca del solito, 23 canzoni contro le consuete 19/20: abbiamo in aggiunta una fluida Tonight I’ll Be Staying Here With You ed un uno-due acustico da favola con le stupende It’s All Over Now, Baby Blue e Love Minus Zero/No Limit. In più, la migliore It Ain’t Me, Babe di tutte ed altrettante grandissime versioni di Hattie Carroll, Hard Rain, Just Like A Woman, una Sara di rara intensità ed una Blowin’ In The Wind con il ritornello cantato in francese.

CD14: Rarities. L’ultimo dischetto contiene una serie di brani suonati una sola volta durante il tour, o performances comunque particolari, ed inizia con una vera gemma, una toccante One Too Many Mornings a due voci (Bob e Joan), e con Eric Andersen alla chitarra, registrata al Gerde’s Folk City di New York, locale storico del Village in cui si esibì anche un giovane Dylan nel 1961. Si prosegue con una strana Simple Twist Of Fate per sola voce, piano ed una batteria insistita (versione bizzarra, ho sentito di meglio) e con una bella Isis che il violino della Rivera rende più simile a quella finita poi su Desire. Ed ecco un po’ di rarità assortite, una serie di canzoni che vedono Bob esibirsi in acustico e registrate amatorialmente, con una qualità da discreto bootleg anche se le performance sono comunque di grande valore artistico ed i titoli parlano da soli: With God On Our Side, It’s Alright Ma, The Ballad Of Ira Hayes, Your Cheatin’ Heart di Hank Williams (questa registrata un po’ meglio, ma sembra più un rehearsal che un brano live), The Tracks Of My Tears di Smokey Robinson ed una bella rilettura del traditional Jesse James. Chiusura con una tostissima It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, incisa a New York durante il concerto “Night Of The Hurricane” e con Robbie Robertson alla chitarra solista. Un cofanetto imperdibile quindi, con un prezzo tutto sommato giusto per il contenuto (circa 70 Euro): alla fine dell’ascolto sarete talmente soddisfatti che 14 CD vi potranno sembrare anche pochi.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Bello Giocare In Casa! Bruce Springsteen – Meadowlands July 25, 1992

bruce springsteen live meadowlands 1992

Bruce Springsteen – Meadowlands July 25, 1992 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Nuovo episodio degli archivi live di Bruce Springsteen e secondo show tratto dal tour di Human Touch e Lucky Town dopo quello splendido di East Rutherford del 1993. La location è la medesima (la Meadowlands Arena e la Brendan Byrne Arena sono due modi di chiamare lo stesso posto, come Stadio Giuseppe Meazza e San Siro), quindi siamo a poche miglia da casa di Bruce, ma se nel precedente concerto si era alle battute finali del tour, qui siamo appena alla seconda data (che è anche la seconda di ben undici consecutive nella cittadina del New Jersey). Quella tournée divenne famosa in quanto era la prima volta che il Boss si presentava senza la E Street Band, ma con un gruppo di buoni musicisti ribattezzati in modo un po’ spregiativo The Other Band: il chitarrista e direttore musicale era Shane Fontayne, la sezione ritmica era nella mani del bassista Tommy Sims e del batterista Zach Alford, poi c’era Crystal Taliefero che faceva un po’ di tutto tra cantare, ballare, suonare la chitarra ed il sassofono ed un gruppo di ottimi backing vocalists tra i quali spiccavano Bobby King (per anni con Ry Cooder) e Carol Dennis, all’epoca seconda moglie di Bob Dylan.

La quota E Street era rappresentata da Roy Bittan, grandissimo pianista al quale evidentemente Bruce non riusciva a rinunciare e che attenuava in parte lo shock di sentire il Boss con un suono diverso e meno esplosivo. Il triplo CD in questione è decisamente buono, in alcune parti ottimo, con Bruce che canta alla grande durante tutte le tre ore abbondanti senza neanche una sbavatura, anche se in certi momenti si sente che la band è ancora in rodaggio e non ancora pienamente “dentro” alle canzoni del nostro come sarà a fine tour (ed il live del 1993 testimonia questa differenza): stiamo parlando comunque di un gruppo superiore alla maggior parte delle rock’n’roll band in circolazione, ed il concerto risulta quindi molto godibile. L’apertura dello show, con tre dei brani migliori dei due album all’epoca usciti in contemporanea (Better Days, Local Hero e Lucky Town), è più che buona, poi la serata entra nel vivo con una superba Darkness On The Edge Of Town, nella quale si capisce perché Bittan sia indispensabile, ed una travolgente Open All Night con Bruce che inizia da solo e termina con un irresistibile coda full band a tutto rock’n’roll.

Ci sono ovviamente parecchi estratti dai due album pubblicati da pochi giorni, con l’inspiegabile eccezione di Human Touch: alcune canzoni sono ottime (la struggente ballata If I Should Fall Behind, il trascinante gospel-rock Leap Of Faith), altre buone (il coinvolgente rock’n’roll All Or Nothin’ At All, la grintosa Living Proof), qualcuna normale (Roll Of The Dice, Man’s Job) e non mancano neanche un paio di passi falsi (la brutta 57 Channels (And Nothin’ On) e l’insulsa Real Man, con un synth invadente). Nella prima parte dello show ci sono solo un paio di classici (Badlands e The River), ma troviamo anche i due pezzi migliori di Tunnel Of Love (Brilliant Disguise e la spettacolare Tougher Than The Rest, entrambe cantate con la moglie Patti Scialfa) ed una rara rilettura del brano di Wilson Pickett Ninety-Nine And A Half (Won’t Do), vero e proprio showcase per il gruppo di coristi. Finale spumeggiante con vari brani tratti da Born In The USA (la title track, che forse è quella che risente di più dell’assenza degli E Streeters, Working On The Highway, una torrenziale Glory Days e Bobby Jean), le superclassiche Hungry Heart, Thunder Road (acustica) e Born To Run e la chiusura con la toccante My Beautiful Reward.

Nel prossimo volume vedremo Bruce ancora a East Rutherford, ma stavolta con un balzo in avanti di ben vent’anni.

Marco Verdi