Lo Springsteen Della Domenica: Un Gradito Ritorno Nella Sua “Hometown”. Bruce Springsteen – Freehold 11/08/96

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Bruce Springsteen – St. Rose Of Lima School, Freehold, NJ 11/08/96 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

L’ultima uscita in ordine di tempo degli archivi live di Bruce Springsteen, che da qualche tempo offrono una novità ogni primo venerdì del mese, è un concerto molto particolare del tour acustico del 1996 a seguito dello splendido The Ghost Of Tom Joad. Non è il primo live di questa tournée ad uscire in questa serie, ce n’era già stato uno registrato a Belfast, ma nella fattispecie siamo di fronte ad una serata speciale per il Boss, che torna a Freehold, sua città natale e dove ha lasciato tantissimi amici, ed in più nella sua scuola parrocchiale, la St.Rose Of Lima School. Che non sia uno show come gli altri lo si capisce dal fatto che Bruce è particolarmente rilassato e disteso, e scherza spesso tra un brano e l’altro (presumo conosca più di una persona tra il pubblico), ma anche dal fatto che la scaletta è radicalmente diversa da quella proposta in quel tour, specie nella prima parte. In aggiunta, oltre alle consuete tastiere “off stage” di Kevin Buell, abbiamo la presenza in varie canzoni della moglie Patti Scialfa alla seconda voce, e da Soozie Tyrell al violino e voce, ed il concerto, già bello e godibile di suo nonostante la strumentazione spoglia, è ancora più interessante.

Lo show si apre subito alla grande con una delle più intense The River da me ascoltate (canzone che in quei concerti di solito non veniva eseguita), per voce, chitarra ed il malinconico violino della Tyrell, una versione magnifica alla quale la veste acustica dona ancora più drammaticità; segue una spettacolare Adam Raised A Cain, che viene letteralmente trasformata in un folk-blues d’altri tempi, e gli unici due estratti da Tom Joad presenti nella prima parte, cioè Straight Time e Highway 29. Ben quattro canzoni provengono da Nebraska, come da logica visto lo status di “one man band” del nostro, e se Used Cars ed Open All Night sono nella norma, Johnny 99 è trascinante anche senza una band alle spalle, mentre Mansion On The Hill si conferma come una delle più belle ballate di Bruce. Tra i classici, non molti per la verità, troviamo una Darkness On The Edge Of Town vibrante e suonata con grande forza (e difficile da riconoscere all’inizio), Two Hearts eseguita insieme sia a Patti che a Soozie, e la solita Born In The U.S.A. in versione blues paludoso che il nostro faceva in quel periodo; non manca qualche rarità, come la folkeggiante The Wish, dedicata alla madre (e molto bella) e l’ironica Red Headed Woman, preceduta da una esilarante introduzione “solo per adulti”, oltre alla poco nota When You’re Alone (da Tunnel Of Love).

Il secondo CD inizia con ben cinque canzoni prese da The Ghost Of Tom Joad, una dietro l’altra, e se la title track la conosciamo bene (e si conferma splendida), non sono da meno né The LineAcross The Border; dopo una toccante Growin’ Up e la sempre stupenda This Hard Land, è la volta di una My Hometown davvero intima (non poteva certo mancare) e della profonda e struggente Racing In The Street. Solitamente i concerti di quel tour si concludevano con The Promised Land, che infatti non manca, ma stasera Bruce aggiunge Freehold, un brano nuovo scritto per l’occasione, e che viene suonato per la prima ed unica volta: musicalmente un pezzo forse nella media, ma sono i continui riferimenti ai luoghi della sua giovinezza sparsi nel testo a mandare in visibilio il pubblico. Ho già detto nelle precedenti recensioni che preferisco il Bruce Springsteen rocker alla sua versione folksinger (come penso tutti), ma questo live registrato in una location così familiare è davvero speciale. Come nei vecchi film di James Bond sui titoli di coda vi annuncio il prossimo capitolo della saga. Nel prossimo volume avremo un concerto, elettrico del 2009, a New York, nel quale fu eseguito per la prima volta in assoluto The River, canzone per canzone (e, ancora una volta, niente dal tour di The Rising)

Marco Verdi

Tra Canada E Messico, Un Gran Bel Disco! Lindi Ortega – Liberty

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Lindi Ortega – Liberty – Shadowbox CD

Lindi Ortega è una brava cantautrice canadese di origine messicana, autrice da inizio millennio di una mezza dozzina di pregevoli album di musica country, ma con all’interno diverse contaminazioni, cosa che avviene anche con la sua nuova fatica, intitolata Liberty. Con questo disco la Ortega ha voluto creare un cocktail di tutte le influenze avute nella sua vita musicale, passando con disinvoltura dal country al Messico, al rock, alla musica western di stampo cinematografico, fino alla ballata, e regalandoci probabilmente il suo lavoro più maturo e riuscito. L’album, prodotto da Skylar Wilson, vede dunque Lindi spaziare con bravura in diversi generi condendo il tutto con la sua voce particolare (che in certi momenti ricorda molto quella di Dolly Parton), per un lavoro di ottimo livello, che cresce brano dopo brano, e che non annoia neppure per un attimo, anzi durante l’ascolto si è incuriositi da come potrebbe essere il pezzo seguente. I musicisti presenti sono scelti con cura, ed una menzione d’onore se la meritano il bravissimo steel guitarist Spencer Collum Jr., il chitarrista Jeremy Fetzer ed il leggendario armonicista Charlie McCoy, uno che fa parte dei cosiddetti Nashville Cats e che in carriera ha suonato praticamente con chiunque.

Through The Dust dà inizio al disco in maniera decisamente stimolante, uno strumentale in puro stile western morriconiano, breve ma di sicuro impatto (ci saranno anche la seconda e terza parte nel corso dell’album, con qualche differenza nel suono), seguita da Afraid Of The Dark, in cui entra in gioco la voce della protagonista, una ballata sognante ed eterea, con un’atmosfera quasi onirica ma molto interessante. You Ain’t Foolin’ Me ha una ritmica più accentuata ma il solito modo rilassato di porgere il brano, un arrangiamento particolare (molto più rock che country, con un tocco di pop) ed un notevole assolo finale di slide; ‘Til My Dyin’ Day è una ballata decisamente languida, di stampo quasi hawaiano ed un mood d’altri tempi, mentre Nothing’s Impossible (scritta come Afraid Of The Dark insieme a John Paul White, ex Civil Wars) rimane in territori sixties, un valzerone intenso come lo farebbe Chris Isaak, diretto e godibile. The Comeback Kid è pop-rock ancora dall’alone vintage, diretta, per nulla scontata e di sicuro effetto.

La cupa Darkness Be Gone mi ricorda certe ballate scarne del primo Leonard Cohen, specie nell’arpeggio chitarristico (e se scrivi canzoni e sei canadese non puoi prescindere dal grande Lenny). Forever Blue è un affascinante slow crepuscolare, ancora con elementi western, tra le più piacevoli. In The Clear è ancora lenta e languida, quasi angelica (e melodicamente impeccabile), Pablo una deliziosa western song dal pathos notevole, con spunti degni della migliore Jessi Colter e la classe di Emmylou Harris, Lovers In Love una cristallina ballad elettroacustica che sembra invece presa dal repertorio classico della Parton (ed anche con la voce siamo lì), altra ottima canzone, forse la più bella di tutte https://www.youtube.com/watch?v=fO87T44tAY4 . Il CD si chiude con Liberty, un mix gustoso e vincente tra western, Messico e musica surf anni cinquanta, e con una versione spoglia ma intensissima (voce, chitarra flamenco e tromba mariachi) di Gracias A La Vida, il classico di Violeta Parra reso celebre da Joan Baez, che la nostra canta in uno spagnolo impeccabile. Gran bel dischetto questo Liberty: è ora che il mondo si accorga finalmente di Lindi Ortega.

Marco Verdi

Almeno Per I Primi Dieci Anni, Una Grandissima Band! Chicago – VI Decades Live (This Is What We Do)

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Chicago – VI Decades Live (This Is What We Do) – Rhino/Warner 4CD/DVD Box Set

I Chicago, uno dei più longevi gruppi americani (hanno esordito nel 1969 e ci sono ancora adesso), nell’immaginario collettivo sono una band di grande successo commerciale, fautrice di un soft-rock dalle grandi potenzialità radiofoniche ma con scarso interesse artistico. Se questa affermazione può essere condivisibile per il periodo dalla fine degli anni settanta in poi, bisogna però essere onesti ed ammettere che nella prima decade i nostri erano un grande gruppo, un combo decisamente originale e creativo autodefinitosi “rock’n’roll band coi fiati”, anche se il loro suono conteneva elementi jazz, funky, rhythm’n’blues e persino prog, e dal vivo erano una vera potenza. A rimettere le cose a posto arriva questo bellissimo cofanetto VI Decades Live (This Is What We Do), quattro CD più un DVD di performance inedite, che per quattro quinti è incentrato sul primo periodo e dunque decisamente interessante, ed in vari momenti addirittura entusiasmante. L’unica cosa che non capisco è il titolo, una chiara forzatura: ok che è presente almeno una canzone per ogni decade dagli anni sessanta ad oggi, ma se dobbiamo contare gli anni di carriera dall’esordio Chicago Transit Authority (il primo nome della band, poi accorciato per minacce di querela da parte dell’azienda municipale di trasporti della metropoli dell’Illinois), non sono ancora neppure cinquanta.

I Chicago sono dunque un gruppo che, ad una formazione tipicamente rock, ha sempre affiancato e dato largo spazio alla sezione fiati, creando un suono che all’epoca era veramente originale, e ha alimentato la sua fama grazie ad infuocate performances dal vivo: tra i membri fondatori, gli unici ancora nel gruppo sono il tastierista e cantante (ma le voci soliste sono più di una) Robert Lamm ed i fiati di James Pankow, Lee Loughnane e Walter Parazaider, benché tra i componenti storici è d’uopo ricordare almeno il bassista Peter Cetera, il batterista Danny Seraphine e soprattutto lo straordinario chitarrista Terry Kath, scomparso prematuramente nel 1978 in maniera assurda (una sorta di gara di roulette russa o un incidente, non si è mai capito). VI Decades Live comprende parecchi successi dei nostri (manca la comunque non indispensabile Hard To Say I’m Sorry), ma anche diverse canzoni mai apparse prima in live ufficiali del gruppo. I primi due CD contengono il concerto completo del 1970 all’Isola di Wight, uno show strepitoso con i CTA (acronimo del loro nome completo) davvero in stato di grazia, a partire dalla potente Introduction (che nonostante il titolo è una canzone vera e propria), tra rock, funky e jazz, con cambi di ritmo repentini, fiati subito protagonisti e strepitoso finale in crescendo, per poi proseguire con South California Purples, dieci minuti di grandissima musica tra southern, errebi e certe atmosfere free che non mancavano mai, con Kath già sublime alla chitarra.

Ottime anche la fluida e distesa Beginnings, che fa intravedere quel gusto pop che si manifesterà in misura maggiore negli anni a venire, ed il rock-soul annerito di In The Country, suonato in maniera davvero divina (ma anche Does Anybody Really Know What Time It Is, non fosse altro che per la magnifica intro strumentale). Ma il vero sballo è nel secondo CD, ovvero la parte finale del concerto: solo quattro brani, ma quasi cinquanta minuti di musica totali, con due straordinarie It Better End Soon e la mini-suite Ballet For A Girl In Buchannon, che solo loro arrivano a circa mezz’ora, un’esplosione di suoni, ritmo e melodie in libertà dalla forza prorompente (specialmente la seconda delle due, una vera goduria); seguono la nota 25 Or 6 To 4, con il suo famoso riff, ed una stupenda ed infuocata cover di I’m A Man dello Spencer Davis Group. Il terzo dischetto propone otto pezzi suonati tra il 1969 ed il 1977 in varie location, tra i quali due brani da sedici minuti ciascuno: una debordante Liberation (registrata a Parigi), con fiati scatenati ed il resto della band che si produce in assoli a profusione, una jam fantastica con intermezzi anche blues e psichedelici (ed un accenno anche alla Marsigliese), con Kath semplicemente formidabile, ed una straordinaria A Hit By Varèse, altro tour de force, un mezzo capolavoro di musica in libertà tra rock e jazz, suonata alla grandissima e che sarebbe stata degna anche di stare nel repertorio di un gigante come Miles Davis.

Da segnalare pure un’altra 25 Or 6 To 4, perfino meglio di quella a Wight, il jazz-rock caldo e vibrante di Goodbye e la celebre If You Leave Me Now, conosciutissima soft ballad che anticipa la fase più commerciale del gruppo (ed è anche il loro brano di maggior successo). Il quarto CD va dal 1978 fino al 2014, ed è praticamente un’altra band, più patinata e “da classifica”, ma non mancano i momenti di interesse come lo splendido medley (nonostante un synth nel finale) tra la loro Get Away, la solita I’m A Man ed i classici In The Midnight Hour di Wilson Pickett e Knock On Wood di Eddie Floyd, una vigorosa e personale rilettura di In The Mood di Glenn Miller, una Don’t Get Around Much Anymore (Duke Ellington) rifatta in chiave moderna, una versione elettroacustica di Look Away, altro loro grande successo, o ancora la ritmata e funkeggiante Hot Streets, title track di uno dei pochi album del gruppo non “numerati”. Il DVD presenta invece un concerto del 1977 ad Essen, in Germania, messo in onda all’epoca per la famosa serie Rockpalast (e come bonus una What’s This World Comin’ To del 1973), una serata più volte “bootleggata”, anche in versione video, e presentata per la prima volta ufficialmente. Un ottimo concerto, con il gruppo che si presenta in gran forma (e con sgargianti vestiti  tipici dell’epoca), nel quale, accanto a classici del calibro di Ballet For A Girl In Buchannon, A Hit By Varèse e If You Leave Me Now, troviamo pezzi meno esplorati come Anyway You Want, Skin Tight e Scrapbook, ed un finale di fuoco con le immancabili 25 Or 6 To 4, I’m A Man ed un’energica Got To Get You Into My Life dei Beatles.

Che dire ancora? Questo è il classico cofanetto da non perdere, sia che siate dei neofiti (perché c’è il meglio degli anni d’oro dei Chicago, e solo il quarto CD è di livello inferiore), sia per i fans, dato che il materiale è inedito al 100%. E, soprattutto, perché c’è tantissima grande musica.

Marco Verdi

Un Altro Ottimo Lavoro Per Il “Reverendo” Josh! Father John Misty – God’s Favorite Customer

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Father John Misty – God’s Favorite Customer – Sub Pop/Warner CD

Da quando ha abbandonato nel 2014 i Fleet Foxes, Josh Tillman ha fatto di tutto per recuperare in breve tempo il terreno perduto e, dopo essersi inventato l’alter ego di Father John Misty, direi che in pochi anni è riuscito ad annullare il distacco con la sua ex band. Pure Comedy, il suo album dello scorso anno, ha infatti ben figurato in parecchie classifiche dei dischi migliori del 2017, anche se spesso in riviste musicali poco affidabili o addirittura in rotocalchi patinati. Ma, come ho avuto modo di scrivere nella mia recensione di “recupero” https://discoclub.myblog.it/2018/01/11/qualche-volta-anche-le-riviste-cool-ci-azzeccano-father-john-misty-pure-comedy/ , per una volta ci avevano visto giusto, in quanto Pure Comedy era un gran bel disco di pop-rock classico, per nulla modaiolo ma anzi influenzato sia da sonorità californiane anni settanta (grazie anche alla presenza di Jonathan Wilson come produttore) sia dal suono dei primi dischi di Elton John, oltre che naturalmente dai Fleet Foxes stessi. Ora, a distanza di poco più di un anno Josh/Father John torna a sorpresa con un nuovo lavoro, God’s Favorite Customer, in parte differente dal suo predecessore (ed al momento non so se formato da canzoni lasciate fuori da Pure Comedy o da brani totalmente nuovi). Se Pure Comedy era un disco pensato a lungo, God’s Favorite Customer è invece più diretto, sia nel suono che nel minutaggio (dura infatti la metà, dieci canzoni per 38 minuti), per certi versi più rock ed immediato, anche se resta anni luce lontano dai prodotti commerciali da classifica (e questo vuol dire che il successo non gli ha dato alla testa).

Il piano è sempre uno strumento centrale nell’economia del suono, ma ci sono più chitarre, e pure la sezione ritmica è maggiormente presente, anche se nel finale si torna parzialmente alle atmosfere di Pure Comedy, con due-tre ballatone da antologia. La produzione stavolta è nelle mani di Tillman insieme a Jonathan Rado (membro della indie band Foxygen), ma Wilson è stato ancora coinvolto come produttore aggiunto in qualche pezzo, mentre la maggioranza degli strumenti è suonata dal nostro (e da Rado), con interventi qua e là di Elijah Thomson al basso, Jon Titterington al piano e David Vandervelde alle chitarre. Si percepisce subito il cambio di atmosfera dall’iniziale Hangout At The Gallows, un pop-rock di stampo quasi beatlesiano diretto ed orecchiabile, con chitarre e piano in evidenza e la sezione ritmica presente da subito, un deciso cambiamento rispetto al mood etereo di Pure Comedy, anche se non manca un sottofondo di malinconia. La cadenzata (e, visto il titolo, autoreferenziale) Mr. Tillman potrebbe avere Jeff Lynne in cabina di regia, in quanto il gusto pop e l’utilizzo degli strumenti non è lontano da quelli del leader della ELO, con la vocalità del nostro che accompagna il brano lungo tutta la durata senza risultare verboso; Just Dumb Enough To Try sembra invece provenire dal disco precedente, un’ariosa ballata pianistica, suonata in modo classico e con una melodia deliziosa che rimanda ancora al giovane Elton John, con in aggiunta una parte strumentale centrale che sfiora la psichedelia.

Una chitarra acustica suonata con forza introduce Date Night, altro pop-rock vibrante e di impatto immediato, con un motivo un po’ sghembo ed effetti sonori mischiati ad arte per creare un cocktail stimolante, mentre Please Don’t Die è una sontuosa ballatona molto anni settanta, di nuovo costruita intorno a piano, chitarra e ad una melodia toccante, solo leggermente rarefatta nell’arrangiamento: si può parlare di “pop cosmico”? The Palace è ancora più lenta e meditata, quasi tutta basata su voce e piano (c’è anche una chitarra, ma molto timida), un pezzo decisamente interiore e quasi triste, ma dal grande pathos, che non so perché ma mi ha fatto venire in mente Laura Nyro, splendida cantautrice scomparsa da oltre vent’anni e purtroppo quasi dimenticata. Con Disappointing Diamonds Are The Rarest Of Them All (la fantasia nei titoli non gli difetta certo)) si torna ad una strumentazione più ricca, un altro pop-rock piacevole sin dal primo ascolto, con Padre John bravo anche dal punto di vista vocale, mentre la title track è una canzone tra il malinconico ed il bucolico, con il piano ancora sugli scudi, un motivo bello e profondo, tra i più riusciti del CD, ed un coro femminile modello “sirene di Ulisse”. L’album si chiude con la bellissima The Songwriter, intenso slow molto scarno nei suoni (voce, piano ed organo) ma di impatto emotivo notevole, e con We’re Only People (And There’s Not Much Anyone Can Do About That), sempre un lento ma molto più carico dal punto di vista strumentale, ancora con Elton nei pensieri ed un ottimo crescendo nel refrain.

Continua quindi il bel momento di Josh Tillman, alias Father John Misty, che sembra avere trovato una vena ed un’ispirazione per il momento inesauribili, con un disco che per certi versi potrà fare ancora meglio del suo predecessore. Esce il primo Giugno.

Marco Verdi

Musica Jazz Per Tutti, Suonata In Maniera Divina! Brad Mehldau Trio – Seymour Reads The Constitution!

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Brad Mehldau Trio – Seymour Reads The Constitution! – Nonesuch/Warner CD

Credo ci siano pochi dubbi sul fatto che Brad Mehldau sia il miglior pianista jazz contemporaneo in attività, almeno per quanto riguarda la sua generazione, anche perché dei suoi principali ispiratori, Bill Evans e Keith Jarrett, il primo non è più tra noi da quasi quarant’anni, mentre il secondo si è praticamente ritirato. Mehldau, originario della Florida ma trapiantato a New York, è un vero virtuoso dello strumento, uno di quelli per il quale la parola “genio” non è assolutamente fuori posto, ma ha anche la capacità di fare musica fruibile, unendo una tecnica incredibile (figlia dei suoi studi classici, e che gli permette di suonare una melodia con la mano destra ed un’altra completamente differente con la sinistra) ad uno spiccato senso melodico. Chi vi scrive non è né un appassionato di jazz né tantomeno un esperto, ma un semplice ascoltatore che ogni tanto si concede qualcosa di questo genere, a patto che non sia eccessivamente cerebrale e difficile: Seymour Reads The Constitution! (gran bel titolo), il suo nuovo lavoro, uscito a poca distanza dal classicheggiante After Bach (in cui si esibiva da solo), fa sicuramente parte di questa categoria, un disco di jazz scintillante, suonato alla grande ma nello stesso tempo alla portata di tutti.

Mehldau, nonostante abbia iniziato negli anni novanta, vanta già una copiosa discografia, e si è esibito in tutte le configurazioni possibili dal “one man show” al quintetto ma, come spesso accade per i pianisti jazz (compresi Evans e Jarrett), il meglio lo dà come leader di un trio. Ed è proprio al Brad Mehldau Trio che è intitolato questo nuovo album, che a mio parere è ancora meglio del già ottimo Blues And Ballads del 2016, inciso anche quello con la medesima formazione, che vede Larry Grenadier al basso e Jeff Ballard alla batteria, due musicisti eccellenti che non si limitano ad accompagnare il nostro ma collaborano con lui agli arrangiamenti e riempiono a meraviglia le pause e gli spazi, creando una miscela sonora di altissimo livello. Seymour Reads The Constitution! è composto da otto canzoni, tutte discretamente lunghe (spesso superano gli otto minuti), e si divide tra composizioni originali, standard jazz e rivisitazioni di brani pop-rock contemporanei. Tre i brani scritti da Mehldau, a partire da Spiral, un pezzo disteso e decisamente melodico, nel quale abbiamo un assaggio della straordinaria bravura del nostro, e la sezione ritmica che accompagna con discrezione, anche se c’è un gran lavoro di batteria: nel corso del brano Brad improvvisa, accelera e rallenta a suo piacimento, ma senza mai perdere il contatto con il tema principale.

La title track è più lenta e soffusa, un andamento quasi da canzone after hours, con Mehldau che ricama con grande classe: il perfetto brano da ascoltare alla sera con magari un bel bicchiere di cognac (Van Morrison lo associo al whisky di malto, Mehldau al cognac), mentre Ten Tune con i suoi dieci minuti è la più lunga del lavoro, ed anche melodicamente la più complessa e “free”, ma non per questo meno godibile. Anche gli standard sono tre, e partono con la nota Almost Like Being In Love (l’hanno fatta, tra gli altri, Gene Kelly, Frank Sinatra e Nat King Cole), che vede le dita del nostro scorrere come un fiume in piena, tecnica e feeling a braccetto, ed i due compagni che lo seguono con grande vigore; De-Dah (Elmo Hope) è decisamente raffinata e “calda”, con Brad che a turno lascia il centro della scena ai suoi due collaboratori facendo quasi il sideman, specie a favore di Grenadier che qui si supera, ma poi si riprende i riflettori e stende tutti con una performance sublime, mentre Beatrice, di Sam Rivers, è un gustoso e rilassato swing, perfetto per le eccezionali doti pianistiche del leader. E poi ci sono i due pezzi di provenienza rock: Friends, title track di un album poco noto dei Beach Boys (1968), rilettura molto pulita e con la melodia in primo piano (e poi è una goduria ascoltare il piano suonato con questa limpidezza), e Great Day di Paul McCartney, altro pezzo non molto conosciuto (era su Flaming Pie), che Brad fa suo con leggerezza e coadiuvato in maniera eccellente da Grenadier e Ballard, rispettando il motivo originale con grande rigore ma aggiungendo il suo tocco inimitabile, regalandoci una delle migliori prestazioni del disco.

Grande album quindi, per nulla ostico, anzi direi che il suo ascolto è un piacere assoluto per le orecchie di chiunque sia sprovvisto delle proverbiali fette di salame sulle medesime.

Marco Verdi

“Perle” Di Una Carriera Di Culto, Ri(suonate) Dal Vivo. Sophia – As We Make Our Way The Live Recordings

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Sophia – As We Make Our Way (The Live Recordings) – 3 CD Flower Shop Recordings Limited Edition

Per dovere di informazione, lo dico subito e lo ammetto, per quanto riguarda i giudizi sui Sophia (come pure per altri artisti) sono di parte, in quanto sin dai primi vagiti dei God Machine, ho amato la voce particolare di Robin Proper-Sheppard, e questo amore nel tempo non mi ha mai lasciato. Questo cofanetto cartonato (a tiratura limitata e numerata, uscito qualche mese fa in 1000 copie, e venduto solo sul loro sito o Bandcamp e ai concerti) è composto da 3 CD, in cui le prime dieci tracce sono l’insieme dei brani dell’ultimo lavoro in studio As We Make Our Way https://discoclub.myblog.it/2016/04/22/musica-malinconica-sophia-as-we-make-our-way-unknown-harbours/ , con le restanti quindici canzoni (distribuite su 2 CD) che vengono recuperate dal catalogo passato dei Sophia, con la maggior parte dei brani, se possibile, ulteriormente migliorati, tutti registrati durante l’ultimo tour della band (durato all’incirca un paio d’anni), e che ha toccato mezza Europa, a partire da piazze piccole come Gand, Bruges, Lucerna, Groningen, Utrech, Le Mans, ma anche capitali e città importanti come Stoccolma, Bruxelles, Colonia, e Roma (quest’ultimo tenuto il 9/11/2016 al Monk).

I Sophia, la sera del 24 Marzo 2017 salgono sul palco di Gand con la consueta formazione composta dall’indiscusso leader Robin Proper-Sheppard alla chitarra e voce, da Jesse Maes alle chitarre, Bert Vliegen alle tastiere, Sander Verstraete al basso, e Jeff Townsin alla batteria e percussioni, e non potevano che iniziare con le note pianistiche e ossessive di Unknown Harbours, mentre la seguente Resisting viene riproposta in una versione più cruda e lacerante, per poi passare a melodiche ballate come The Drifter, e una struggente Don’t Ask, accompagnata da una batteria “spazzolata”. Si prosegue con Blame, che a differenza della versione in studio, diventa una melodia più tenera e lievemente meno “psichedelica”, seguita dalla sempre solare California (che mi ricorda il suono dei Low), per poi amplificare il suono delle chitarre nell’alt-rock di The Hustle, e mettere i synth in primo piano di una tambureggiante  You Say It’s Alright, cantata coralmente. Il set si chiude con l’acustica e minimale Baby, Hold On, e il meraviglioso duetto tra chitarra e pianoforte della struggente e evocativa It’s Easy To Be Lonely.

Il secondo CD si apre con uno dei brani di punta del loro splendido album d’esordio Fixed Water (96), una perfetta ballata d’atmosfera come So Slow, che viene bissata dalla lentissima e struggente If Only, recuperata da The Infinite Circle (98), cambiando rotta con la seguente Oh My Love, (era il brano di apertura di People Are Like Season (04), una moderna power-pop song con un basso che pompa alla God Machine. There Are No Goodbyes dall’album omonimo del ’09, invece diventa un brano più dolce e malinconico, mentre The Desert Song N° 2 e Darkness estratte sempre da People Are Like Season, mantengono una piacevole e rumorosa elettricità (figlia degli anni ’80), andando a chiudere il secondo set con il classico The River Song, recuperato dai solchi virtuali meravigliosi di De Nachten (01), una raccolta di materiale live (dove trovate anche la stratosferica The Sea, e la cover di Jealous Guy di John Lennon non presenti nel triplo). Il terzo e ultimo CD si apre nuovamente con due brani tratti dal citato Fixed Water: prima la leggerezza di una ballata come Last Night I Had A Dream, e a seguire il pop romantico di una sempre gradevole Another Friend, per poi riproporre sempre da De Nachten altre tre perle, la pianistica e sognante Ship In The Sand, una tesa murder ballad alla Nick Cave, come pure la funerea Bad Man, e una dolce ballad tipicamente alla Sophia con crescendo I Left You. Ci si avvia alla fine con uno dei brani principali di There Are No Goodbyes (09), una versione per certi versi migliorativa e definitiva di Razorblades, con una strumentazione molto più forte, complessa e piena dell’originale, e per chiudere il cerchio, quasi come da titolo, sempre da The Infinite Circle, ci propongono la bellezza abrasiva di Bastards, che inizia in modo quasi silenzioso e poi si sviluppa nel crescendo di un canto arrabbiato, destinato a deliziare il pubblico romano, con il brano  Directionless, arrangiato su un tessuto acustico dove il piano e il controcanto sussurrato di Robin Proper-Sheppard chiudono un concerto magnifico.

Ho sempre pensato che i Sophia fossero un gruppo che trae dalla sofferenze la propria forza, anche per la loro storia personale che si trascina dalla scomparsa del chitarrista Jimmy Fernandez dai tempi dei God Machine, e che coinvolge in primis il leader Robin Proper-Sheppard: in effetti questo As We Make Our Way (The Live Recordings), è l’ennesima conferma di come un live set decisamente sopra la media, e dove trovano spazio come sempre ballate stupende che sanguinano e rapiscono il cuore dell’ascoltatore, possano confermare Proper-Sheppard  autore di vaglia, dalla voce sofferta e malinconica, nonché personaggio di grande carisma.Quindi a riconciliare vecchi e potenziali nuovi ascoltatori dei Sophia, ci pensa la musica di questo triplo CD, con canzoni di altissimo livello, drammatiche e intense, brani che forse solo questa grande band è in grado di regalare al proprio pubblico, e in conclusione potrebbe essere proprio uno dei motivi per decidersi a conoscere ed acquistare il nuovo lavoro del gruppo britannico.

NDT conclusiva: Se proprio devo trovare una pecca a questo triplo CD, è quella di non aver inserito nella scaletta dei vari concerti, un brano magnifico come The Sea, la canzone perfetta che raffigura in toto il modo dei Sophia e del suo profeta Robin Proper-Sheppard.

Tino Montanari

Gli Anni Di Attività Non Sono Proprio Cinquanta, Ma Festeggiamo Lo Stesso! Procol Harum – Still There’ll Be More: An Anthology 1967-2017

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Procol Harum – Still There’ll Be More: An Anthology 1967-2017 – Esoteric/Cherry Red 2CD – Box Set 5CD/3DVD

Così come in una partita di calcio su 90 minuti è già un record se di tempo reale ne vengono giocati la metà, allo stesso modo i cinquant’anni di carriera dei Procol Harum, storica band inglese formatasi nella seconda metà degli anni sessanta si ridurrebbero più o meno ad una ventina (forse anche meno) se dovessimo togliere tutto il tempo in cui sono stati inattivi o addirittura inesistenti come gruppo. Ma siccome una bella celebrazione non si nega a nessuno, tantomeno ad una formazione che ha comunque la sua importanza, ecco che dopo il loro ottimo reunion album dello scorso anno, Novum, esce questo bellissimo cofanetto di cinque CD più tre DVD, intitolato Still There’ll Be More, sicuramente l’antologia definitiva per la band guidata da Gary Brooker, che rende superfluo il precedente box del 2009 dal titolo molto simile, All This And More (esiste anche una versione doppia per chi non volesse accaparrarsi il cofanetto).

procol harum still there'll be more

I Procol Harum sono legati da sempre al loro brano più famoso, A Whiter Shade Of Pale, una ballata strepitosa costruita attorno all’Aria Sulla Quarta Corda di Bach, uno di quei pezzi che tutti hanno sentito almeno una volta nella vita (e da noi reso ancora più popolare dalla versione in italiano Senza Luce dei Dik Dik): sarebbe però sbagliato pensare ai PH come ad un gruppo che ha vissuto di rendita su una sola canzone, dal momento che negli anni ci hanno regalato tanta altra musica di alto livello, una miscela sempre elegante e raffinata di rock, pop e qualche tentazione prog, con uno spiccato senso della melodia, frutto senz’altro della formazione classica di Brooker, cantante, pianista, autore delle musiche ed unico componente sempre presente in tutte le formazioni (insieme, tranne che nell’ultimo Novum, a Keith Reid, membro “occulto” ma importante, per quanto limitato alla scrittura dei testi come paroliere, nello stesso ruolo di Bernie Taupin con Elton John). Negli anni all’interno della band si sono alternati numerosissimi musicisti, ma è d’uopo ricordarne almeno un paio storici: Robin Trower, gran chitarrista, capace di vere e proprie scorribande elettriche specie dal vivo, e soprattutto Matthew Fisher, il cui organo è sempre stato un elemento imprescindibile nell’economia sonora del gruppo, almeno nel periodo in cui ne ha fatto parte.

Tornando a bomba, Still There’ll Be More nei primi tre CD offre una panoramica più che esaustiva attraverso tutta la discografia dei nostri, senza inediti ma con un paio di rarità: la cameristica Understandably Blue, presa da una ristampa del 2009 del disco d’esordio, e la b-side Long Gone Geek, un brano potente che avrebbe meritato maggior fortuna. Non mancano naturalmente i successi del gruppo, tutti concentrati nel primo periodo: oltre alla già citata A Whiter Shade Of Pale, la malinconica e bellissima Homburg, A Salty Dog, Shine On Brightly e la magnifica Conquistador, presente però in versione live. Ne cito alcune altre tra le mie preferite, a partire dal rock-blues Cerdes, in cui Trower inizia a dare un saggio della sua bravura, e passando per la sinuosa e splendida Repent Walpurgis (* NDB Che in Italia, patria del latino, per motivi misteriosi divenne Fortuna), uno straordinario strumentale con prestazioni maiuscole di organo e chitarra, la complessa Skip Softly (My Moonbeams), con un finale al limite della psichedelia, la fluida e diretta The Milk Of Human Kindness e la roboante Whisky Train, ancora con Trower straripante. Nel periodo “di mezzo”, che arriva fino al 1977 (anno del primo scioglimento della band) spiccano la limpida Broken Barricades, tra pop e prog, la bella Luskus Delph, melodicamente perfetta, il folk-rock di A Souvenir Of London, l’accattivante Beyond The Pale, la solida rock ballad Fool’s Gold o la maestosa In Held ‘Twas In I, mini-suite quasi operistica e presa dal live del 1972 con la Edmonton Symphony Orchestra.

Sono anche rappresentate le due reunion del 1991 e del 2003, entrambe con Trower e Fisher (che avevano lasciato il gruppo all’inizio dei seventies), con brani come l’ottima Perpetual Motion e la strepitosa An Old English Dream, una delle loro migliori canzoni degli ultimi trent’anni; non mancano neppure due pezzi da Novum: Can’t Say That, tra boogie e blues, e la raffinata ballata pianistica The Only One. Il quarto e quinto CD contengono due concerti inediti, purtroppo solo parziali (meno di un’ora l’uno, in questo si poteva fare di più) ma decisamente interessanti. Il primo dei due è uno show del 1973 al mitico Hollywood Bowl, con i PH accompagnati dalla Los Angeles Symphony Orchestra (più coro), un setting molto adatto alla musica dei nostri, anche se qua e là si notano atmosfere un po’ barocche. Da segnalare una sontuosa Broken Barricades, due A Salty Dog e Conquistador da antologia (specie quest’ultima, che si presta particolarmente ad un accompagnamento orchestrale) e qualche pezzo meno noto, come la roccata e trascinante Simple Sister ed una superba Grand Hotel, che mostra l’abilità di Brooker e compagni nel rendere fruibili anche partiture più complesse. Il quinto dischetto, stavolta senza orchestra, prende in esame una serata a Bournemouth nel 1976, che inizia con il quasi rock’n’roll di The Unquiet Zone e mette in fila altre otto canzoni, con punte come due vibranti riletture di I Keep Forgetting di Chuck Jackson e I Can’t Help Myself (Sugar Pie, Honey Bunch), classico dei Four Tops, inframezzate dalla grandiosa The Blue Danube, arrangiamento rock del capolavoro di Strauss; come finale, la sempre grande A Whiter Shade Of Pale.

I tre DVD, che non ho ancora visto, contengono varie apparizioni televisive e spezzoni di concerti, curiosamente con una prevalenza di immagini della emittente tedesca Radio Bremen, altre 39 canzoni che però coprono solo il periodo “storico”, quindi fino al 1977, ignorando purtroppo gli anni più recenti. Ma non posso certo lamentarmi: Still There’ll Be More è un ottimo cofanetto, direi anzi definitivo, che celebra nel giusto modo uno dei gruppi più sottovalutati della storia, che ancora oggi molti pensano essere soltanto una “one hit wonder” band.

Marco Verdi

Dal Country Al Pop Senza Passare Dal Via! Kacey Musgraves – Golden Hour

kacey musgraves golden hour

Kacey Musgraves – Golden Hour – MCA/Universal CD

Terzo album, quarto se contiamo il CD natalizio, per la cantautrice Kacey Musgraves, gran bella ragazza ma anche brava artista, che di lavoro in lavoro mostra indubbi segni di crescita: Golden Hour dovrebbe nelle sue intenzioni essere il disco della definitiva affermazione, dopo che Pageant Material nel 2015 aveva fatto drizzare le orecchie a molti https://discoclub.myblog.it/2015/09/18/ultimi-ripassi-fine-estate-bella-brava-texana-kacey-musgraves-pageant-material/ . E con questa sua nuova fatica  Kacey spariglia le carte in tavola e cambia quasi completamente genere: infatti se prima la sua musica poteva essere definita country di qualità, con più di un rimando a sonorità vintage, con questo album la bruna cantante texana si reinventa come pop singer, ma un pop non da classifica (tranne un paio di casi), ma dai suoni raffinati, ben costruiti e spesso anche intriganti. Certo, tutti i brani presenti sul disco sono adattissimi al passaggio in radio, ma nel 90% dei casi sono in grado di soddisfare anche i palati più esigenti. Gran parte del merito va ai due produttori, Daniel Tashian (leader dei Silver Seas) e Ian Fitchuck, che hanno costruito intorno alla bella voce della Musgraves il vestito sonoro giusto, con un piccolo ma misurato (e non invasivo) aiuto dell’elettronica, hanno scelto musicisti solitamente country (tra cui Dan Dugmore e Russ Pahl) adattando il loro sound a quello del disco.

Il resto lo ha fatto Kacey, che ha scritto in collaborazione con i due produttori una serie di canzoni molto piacevoli e le ha interpretate al meglio, riuscendo secondo me a non far pesare più di tanto il cambiamento stilistico. Slow Burn è un inizio attendista (come da titolo), una ballata di ampio respiro che parte solo con voce e chitarra, poi ad uno ad uno entrano tutti gli strumenti ed il suono si fa pieno ma non ridondante: di country non c’è nulla, ma piuttosto siamo nel pop di fine anni sessanta, tipo i primi Bee Gees. Niente male Lonely Weekend, una pop song solare, quasi californiana, dal refrain orecchiabile e cori che rimandano ai Fleetwood Mac classici https://www.youtube.com/watch?v=Zr3gscRpAhA , ed anche Butterflies prosegue il discorso, un brano semplice e ben costruito, con Kacey che canta benissimo e dimostra anche una certa classe (e l’accompagnamento a base di piano, chitarre e steel è perfetto). L’eterea Oh, What A World è affrontata dalla nostra con il consueto approccio gentile, e l’arrangiamento pop le dona particolarmente, mentre Mother è bellissima, una toccante ballata pianistica che però dura poco più di un minuto; anche Love Is A Wild Thing non è da meno, un intenso slow acustico (spunta anche un banjo), che dopo la prima strofa acquista ritmo anche se sempre all’insegna della leggerezza.

Space Cowboy, ancora lenta e meditata, è un’altra ballata di gran classe, Happy & Sad è dotata di uno dei migliori ritornelli del CD, mentre Velvet Elvis è fin troppo radio friendly per i miei gusti, ma comunque non da buttare. Wonder Woman è tersa, limpida e solare, ed anche qui sulla melodia niente da dire, ma High Horse è l’unico pezzo veramente da pollice verso, un misto tra pop e dance piuttosto indigesto che andrebbe bene per Madonna o Taylor Swift, e che non rende giustizia a Kacey. Per fortuna sul finale il CD torna su lidi più vicini ai nostri gusti, con la fluida e raffinata Golden Hour https://www.youtube.com/watch?v=maONL_HfI20  e la bella Rainbow, solo voce e piano ma con una notevole carica emotiva. Forse non arrivo ad affermare che la Kacey Musgraves in versione pop mi piaccia di più di quella country, ma di certo la bella cantante con Golden Hour per il momento è rimasta più o meno dalla parte giusta della città.

Marco Verdi

Crisi Del Settimo Album Brillantemente Superata! Kim Richey – Edgeland

kim richey edgeland

Kim Richey – Edgeland – Yep Roc Records

Cinque anni sono trascorsi dal suo precedente lavoro Thorn In My Heart https://discoclub.myblog.it/2013/07/19/due-signorine-da-sposare-musicalmente-kim-richey-thorn-in-my/ , ma finalmente ora possiamo goderci il ritorno di Kim Richey, una delle cantautrici che meglio esprimono quel sound che tanto amiamo denominato Americana. La bionda Kim, nata in una cittadina dell’Ohio sessantuno primavere fa (ooops, non si dovrebbe rivelare l’età di una signora!) ha girovagato parecchio prima di prender casa a Nashville, collaborando con una vasta schiera di colleghi in qualità di vocalist (Jason Isbell, Ryan Adams, Shawn Colvin, Rodney Crowell, Gretchen Peters, di cui proprio in questi giorni sta aprendo i concerti inglesi, oltre a fare parte del progetto Orphan Brigade ed apparire anche nel nuovo album di Ben Glover) e scrivendo ottime canzoni che altri hanno fatto diventate hit in odore di Grammy, come Believe Me Baby (I Lied) cantata da Trisha Yearwood o Nobody Wins ceduta a Radney Foster. Anche per questo nuovo album, Edgeland, l’ottavo in studio, Kim si è circondata di un folto gruppo di validissimi collaboratori che suonano e partecipano alla composizione dei brani, gente del calibro di Chuck Prophet, Pat Mc Laughlin, Robin Hitchcock, Pat Sansone dei Wilco e lo stesso Brad Jones che si occupa della produzione.

Il risultato è davvero ottimo, dodici canzoni godibili dalla prima all’ultima nota, guidate dalla limpida voce della protagonista e realizzate con suoni ed arrangiamenti brillanti, mai eccessivi o inadeguati. Si parte a tutto ritmo con la solare The Red Line, intima riflessione sulla vita che scorre nell’attesa di un treno che tarda ad arrivare. Chuck Prophet e Doug Lancio conducono la danza con le chitarre, supportati dall’energico violino di Chris Carmichael. Pat Mc Laughlin (le cui lodi non smetterò mai di decantare e che non ha mai avuto i riconoscimenti che merita) offre il suo bel contributo come musicista alla splendida Chase Wild Horses (scritta con Mike Henderson), suonandoci mandolino e bouzouki. Inoltre duetta con Kim nella successiva Leaving Song, caratterizzata da un mid-tempo molto bluesy, arricchita dal banjo elettrico di Dan Cohen e dalla turgida resonator guitar di Pat Sansone. L’atmosfera si fa tesa e drammatica non appena si diffondono le prime note di Pin A Rose, scritta a quattro mani con Prophet, che racconta una triste storia di abusi domestici. Azzeccatissima ancora una volta la strumentazione in cui troviamo slide (pregevole lo stacco nel finale), bouzouki, banjo e pure un sitar elettrico a sottolineare la frase portante del ritornello. Piacevole e rigenerante come un sorso di acqua fresca scorre la folk ballad High Time, che vede la partecipazione ai cori e alla chitarra di Gareth Dunlop e reclama con malinconica consapevolezza la necessità di dare un calcio al passato superando le piccole e grandi tragedie personali. Il romantico duetto vocale con il co-autore Mando Saenz, intitolato The Get Together,  rappresenta il singolo perfetto per scalare le country charts, facendosi apprezzare per la fluida melodia ed l’apporto sullo sfondo della pedal steel di Dan Dugmore che si sovrappone al tappeto orchestrale.

Meglio, per i miei gusti, la seguente Can’t Let You Go che pare un vero tributo al compianto Tom Petty, per il suono delle chitarre e la struttura melodica. Molto gradevole anche I Tried, che avvicina la Richey al bello stile delle composizioni di illustri colleghe come Rosanne Cash e Mary Chapin Carpenter. Oltre al delicato arpeggio della chitarra acustica, le tastiere (addirittura un mellotron) si ergono protagoniste dell’intensa e crepuscolare Black Trees, uno dei vertici dell’intero album, che evoca cieli traboccanti di stelle e profonde meditazioni esistenziali. Non è da meno Your Dear John, composta insieme alla collega Jenny Queen, che esalta la sua componente malinconica grazie all’uso assai efficace di un violoncello. Anche Not for Money Or Love mantiene questo pathos, raccontando del ritorno a casa di un reduce di guerra, con le chitarre e un mandolino che danzano al ritmo di uno struggente valzerone, irrobustito adeguatamente da violino e pedal steel. Come brano di chiusura troviamo un altro duetto, questa volta insieme al già citato Chuck Prophet, un limpido acquarello acustico dai colori tenui, intitolato Whistle On Occasion, ottimo suggello per un album che mantiene alto e costante il suo tasso emotivo, impeccabilmente realizzato da tutti i musicisti che hanno dato il loro personale contributo. Se già non vi faceva parte, non vi resta che aggiungere Kim Richey all’elenco delle migliori cantautrici americane, andando a ripescare, perché no, anche i suoi validissimi sette album precedenti, ne vale la pena.

 

 

Marco Frosi

A Vent’Anni Era Già Un Fenomeno! Jerry Garcia – Before The Dead

jerry garcia before the dead

Jerry Garcia – Before The Dead – Round/JGF 4CD – 5LP

Quando, verso la fine del 2016, ho recensito su questo blog lo splendido album Folk Time, una collezione di incisioni effettuate da Jerry Garcia con gli Hart Valley Drifters, alla fine del post Bruno, con fare umoristico, ha scritto “Ora attendiamo qualche bella jam di Jerry all’asilo!”, ma senza volerlo non è andato lontanissimo dal prevedere il futuro, in quanto in questi giorni è stato pubblicato questo Before The Dead, un quadruplo CD che contiene tutto quello che Jerry ha inciso appunto prima di iniziare l’avventura con i Grateful Dead (tranne i brani degli Mother McCree Uptown Jug Champions, che erano già usciti e poi comunque non sono in linea musicalmente con il contenuto di questo box), che anche se non parte dall’asilo comincia comunque da quando il nostro aveva solo diciannove anni. Ed il disco, che può anche vantare su una qualità sonora che va dal discreto (il primo CD) all’ottimo, è decisamente imperdibile se siete dei fan di Jerry, in quanto il contenuto è quasi totalmente inedito, e mostra per la prima volta al completo le sue radici e la musica con la quale si è formato, canzoni della tradizione folk, country, bluegrass e blues, brani che già all’epoca avevano decine e decine di anni, per non dire centinaia, sul groppone. Negli anni Jerry avrebbe manifestato spesso queste influenze, solo in parte con i Dead (ma il live acustico del 1981 Reckoning ne è pieno), ed in misura maggiore con gli Old & In The Way, la Jerry Garcia Acoustic Band e soprattutto nei dischi pubblicati negli anni prima della prematura morte ed incisi insieme a David Grisman. Ma qui abbiamo gli inizi di Jerry, i suoi primi passi, ed è bellissimo notare disco dopo disco la sua evoluzione, in quanto dopo qualche timidezza agli esordi già nel secondo dischetto abbiamo un musicista formidabile che sa perfettamente il fatto suo. E poi Garcia non stava mai fermo, cambiava in continuazione i compagni di viaggio (molto di quello che c’è nel box è dal vivo), e di conseguenza in Before The Dead sono rappresentati una miriade di gruppi diversi e con i nomi più disparati (la fantasia non gli mancava di certo): ma vediamo nel dettaglio il meglio dei ben 84 brani presenti nel quadruplo.

CD 1 (1961): si parte con otto brani, registrati ad una festa di compleanno (!), a nome Bob & Jerry, dove Bob in realtà è il futuro partner di Garcia nel songwriting, Robert Hunter: due voci ed una chitarra, per otto brani della tradizione tra cui alcuni molto noti come Oh, Mary Don’t You Weep, All My Trials e Trouble In Mind, con Jerry ancora acerbo ma che già lasciava intravedere il suo talento, specie nel pickin’ chitarristico (ascoltate l’intensa Blow The Candles Out, brano di origini celtiche, e capirete). Poi ci sono due pezzi nei quali ai due si aggiunge Marshall Leicester alla chitarra e banjo (ottima la loro rilettura quasi bluegrass di Jesse James), ed altri cinque con Jerry ed un bassista sconosciuto, con due superlative Long Lonesome Road e Railroad Bill, nelle quali il futuro Captain Trips si dimostra già un chitarrista provetto.

CD 2 (1962): le prime otto canzoni sono a nome Sleepy Hollow Hog Stompers, un trio formato da Jerry con ancora Leicester e Dick Arnold al violino, con il nostro già più convinto e sicuro di sé, e deliziose versioni di Cannonball Blues (Carter Family) e dei traditionals Shady Grove e Man Of Constant Sorrow, quest’ultima cantata a cappella, oltre ad una notevole Hold That Woodpile Down, puro folk. I restanti brani altro non sono che la riproposizione di Folk Time degli Hart Valley Drifters, sedici pezzi strepitosi che però erano già usciti meno di due anni fa, e la loro inclusione in questo box rende Folk Time praticamente inutile (e per il commento vi rimando alla mia recensione del 2016) https://discoclub.myblog.it/2016/11/29/molto-piu-che-altro-disco-jerry-garcia-hart-valley-drifters-folk-time/ .

CD 3 (1963): l’inizio è appannaggio di altre otto splendide canzoni registrate dal vivo a Palo Alto con una nitidezza incredibile, stavolta a nome The Wildwood Boys (Garcia, Hunter e gli ex Hart Valley Drifters David Nelson – in seguito membro dei New Riders Of The Purple Sage – e Norm Van Maastricht): una cristallina fusione tra country, folk, bluegrass e mountain music, con una velocissima Roll In My Sweet Baby’s Arms, il gospel Standing In The Need Of Prayer, la nota Muleskinner Blues di Jimmie Rodgers (strepitosa), ed uno scintillante strumentale per chitarra, Saturday Night Shuffle, scritto da Merle Travis. Abbiamo anche la prima canzone in assoluto scritta da Jerry, uno straordinario brano per solo banjo intitolato Jerry’s Breakdown, nel quale il nostro sembra che abbia venti dita. Completano il CD sei canzoni a nome Jerry & Sara, dove Sara è Sara Garcia, prima moglie di Jerry, che aiuta il marito alla seconda chitarra e voce, con punte come una fulgida Deep Elem Blues (che Jerry riprenderà negli anni a venire, anche coi Dead) e due vibranti riletture delle note Long Black Veil e Foggy Mountain Top, con Garcia davvero magnifico sia che suoni chitarra, banjo o mandolino (ma è molto bella anche la folk ballad Will The Weaver, pura e limpida come l’acqua).

CD 4 (1963/64): il dischetto più lungo dei quattro, trenta brani, di cui ben 26 appannaggio dei Black Mountain Boys in varie configurazioni (Garcia, Hunter, Nelson, Eric Thompson, Geoff Levin ed il futuro compagno nella Jerry Garcia Acoustic Band Sandy Rothman), con una qualità sonora non perfetta ma più che accettabile, che però viene compensata dalle straordinarie performance dei nostri. Un vero e proprio combo di puro bluegrass, ispirato a gruppi come gli Stanley Brothers, una prova di bravura eccezionale, con versioni al fulmicotone di brani tradizionali, della Carter Family, dei Louvin Brothers, di Ralph Stanley e di Bill Monroe, una vera goduria per le orecchie (non mi metto ad elencare le canzoni, ci vorrebbe una recensione a parte). Stesso discorso per i quattro pezzi finali, incisi a nome Asphalt Jungle Mountain Boys, un quintetto nel quale, oltre a Jerry, militava anche un giovane Herb Pedersen, che è anche voce solista in These Men Of God.

Una pubblicazione da non perdere dunque questo Before The Dead, anche per il costo abbastanza contenuto: oltre ad essere bellissimo, ci sono le radici di uno dei musicisti più importanti del secolo scorso, ed è quindi da considerarsi anche un’operazione culturale.

Marco Verdi