Ma Milano E’ In Texas? Half Blood – Run To Nowhere

half blood run to nowhere

Half Blood – Run To Nowhere – Heavy Road CD

Se qualcuno mi avesse fatto ascoltare questo CD senza fornirmi informazioni sulla band che lo aveva realizzato, avrei pensato di trovarmi di fronte ad una nuova formazione di country-rock di qualche posto del Sud degli Stati Uniti (Texas, Oklahoma o Georgia che fosse), ma una volta consultato il booklet accluso, pur scritto interamente in inglese, risulta chiaro che abbiamo a che fare con un gruppo della nostra penisola, e più precisamente di Milano. Gli Half Blood sono nati nel 2013 a seguito dell’iniziativa di Alexander De Cunto, cantante la cui passione per la musica è nata in seguito all’ascolto di band hard rock degli anni ottanta (in particolar modo Bon Jovi, Guns’n’Roses, Skid Row e Cinderella) e solo in un secondo momento all’avvicinamento alla musica country; l’idea era di formare un gruppo che unisse queste due influenze (Half Blood, mezzosangue, sta proprio ad indicare le due diverse anime) in un solo progetto, e per farlo ha coinvolto il chitarrista Alessio Brognoli, il bassista Christian Sciaresa ed il batterista Simone Marini. I quattro hanno quindi cominciato a scrivere canzoni insieme e soprattutto a macinare chilometri ed a costruirsi un buon seguito a livello locale a suon di concerti, specialmente in serate a tema country. Run To Nowhere è il loro primo disco, e dopo averlo ascoltato devo dire di essere rimasto favorevolmente impressionato, in quanto mi sono trovato di fronte ad un eccellente lavoro di country-rock elettrico con implicazioni sudiste, una miscela stimolante e godibile di ottima musica e con un suono americano al 100%, tra l’altro molto professionale dal punto di vista della produzione.

Ci sono echi dello Steve Earle di dischi come Copperhead Road e The Hard Way, ma anche qualcosa dei Lynyrd Skynyrd nei momenti più “robusti”. Non sento molto il suono dell’hard rock di cui parlavo prima, ma forse lo posso ritrovare nella grinta con la quale i ragazzi porgono le canzoni: De Cunto è un cantante espressivo e con una voce forte e limpida, Brognoli un chitarrista bravissimo, con una tecnica ed un feeling notevoli, e la sezione ritmica pesta di brutto, un po’ come sui dischi degli anni ottanta di John Mellencamp. Run To Nowhere è quindi un album che consiglio di sicuro a tutti gli amanti del vero rockin’ country dominato dal suono delle chitarre, anche perché all’interno dei nostri confini di musica come questa se ne produce davvero poca. Ma non c’è solo grinta in queste canzoni, in quanto i ragazzi sanno anche scrivere melodie dirette e che entrano in circolo immediatamente, come nell’orecchiabile title track che apre il CD, un brano dallo sviluppo fluido dominato dalla chitarra e da un ficcante violino, con la sezione ritmica che può contare sulla batteria “alla Kenny Aronoff” di Marini: un ottimo inizio. Molto rock anche What Turns Me On (scritta dalla country singer americana Erica “Sunshine” Lee), che mi ricorda suoni sudisti alla Skynyrd, con una bella slide che arrota per tutta la durata del brano e la solita ritmica schiacciasassi; Me And My Gang è uno di quei rock’n’roll irresistibili tutti ritmo e chitarre che piacciono a noi che amiamo la vera musica, un pezzo degno di essere suonato in qualunque bar texano, mentre Beautiful è più elettroacustica ma sempre con la batteria che picchia duro, puro southern rock che fa venire in mente immense praterie sferzate dal vento, e presenta un bellissimo assolo centrale di Brognoli.

Beer! Cheers! One More Song! è ancora rock’n’roll all’ennesima potenza, uno di quei pezzi che dal vivo fanno saltare per aria la sala, con un altro splendido intervento della slide, Something To Dance To (ancora della Sunshine Lee, evidentemente i quattro sono suoi fans) è una magnifica e cadenzata rock ballad, limpida, forte e dal motivo vincente, in poche parole una delle migliori del CD. Poor Cody O’Brian’s Guitar Story inizia come una slow ballad e ha una parte cantata molto breve, poi il ritmo aumenta vertiginosamente assumendo quasi toni tra country e punk, e la chitarra diventa protagonista assoluta con una performance strepitosa; We Are Country è una dichiarazione d’intenti fin dal titolo, ed infatti il brano è il più countreggiante finora (ma sempre con approccio dal rock band), ritmo saltellante e mood davvero coinvolgente. In With My Friends spunta un banjo, ed il pezzo è una sorta di bluegrass elettrico ancora una volta godibilissimo e con la solita impeccabile chitarra, Tonight Goodbye, tenue ed acustica, è l’unica oasi del disco (e con la seconda voce femminile di Chiara Fratus); il CD si chiude con la dura Love Mud, ennesimo potente rock chitarristico, ottimo veicolo per la sei corde di Brignolo anche se forse un gradino sotto alle precedenti dal punto di vista compositivo.

Segnatevi il nome Half Blood, milanesi col cuore in Texas (e dintorni) e se cercate il CD lo potete richiedere direttamente a loro qui https://www.facebook.com/powercountry/photos/a.643734065721847/1901301753298399/?type=3&theater

Marco Verdi

Torna Uno Dei Migliori Texani Di Nuova Generazione. Cory Morrow – Whiskey And Pride

cory morrow whiskey and pride

Cory Morrow – Whiskey And Pride – Write On CD

Atteso nuovo lavoro per Cory Morrow, uno dei più validi esponenti di Texas country del nuovo millennio: nativo di Houston ed in giro dalla fine degli anni novanta, Morrow si è affermato a livello nazionale con l’album Outside The Lines (2002), cementando la sua reputazione con esibizioni dal vivo infuocate, perfette per il suo rockin’ country elettrico e chitarristico. Nella presente decade Cory ha diradato di molto la sua produzione, avendo dovuto pensare anche alla famiglia (lui e sua moglie hanno cresciuto quattro figli): appena due dischi, uno nel 2010 (Brand New Me) e l’altro nel 2015 (The Good Fight), nei quali però aveva dimostrato di non avere perso la voglia di fare ottima musica. Whiskey And Pride è il titolo del suo nuovo full length, e posso dire senza paura di essere smentito che ci troviamo di fronte ad una proposta superiore ai due lavori precedenti, a che a poco a poco il nostro si sta avvicinando al livello dei primi anni duemila.

La sua musica non è mai cambiata, un country-rock molto energico e con chitarre, basso e batteria che assumono il ruolo di protagonisti a discapito di violini e steel (che pure non mancano), ed in Whiskey And Pride trovano posto tredici nuove composizioni che mantengono alta la bandiera del Texas. La produzione è nelle mani del grande Lloyd Maines, una vera garanzia, il miglior produttore texano in circolazione, mentre tra i sessionmen coinvolti spiccano i nomi del bassista Glen Fukunaga (per anni con Joe Ely), del batterista Pat Manske e del chitarrista John Carroll, il cui apporto in fase di riff e assoli è determinante per la riuscita del disco. Morrow non si perde in preamboli, ma attacca subito in maniera tosta con Restless, un rockin’ country potente ed elettrico, con la sezione ritmica che picchia duro e la chitarra solista che rilascia un paio di assoli niente male. La mossa One Foot vede Cory alle prese con un brano dalle atmosfere quasi sudiste: le chitarre sono acustiche ma l’approccio è rock, ed il nostro fornisce una performance vocale grintosa; la title track è una spedita e limpida ballata di puro stampo texano, arsa dal sole e sferzata dal vento, mentre Top Of My Heart è una country song tersa e solare, dallo stile diretto e piacevole.

Con Your Smile abbiamo il primo brano lento del CD, un pezzo elettroacustico toccante, con un bel pianoforte alle spalle del leader, ma con la saltellante Revival il ritmo si riprende il centro della scena, un brano cadenzato e con la solita ottima chitarra; Always And Forever è una slow ballad decisamente bella ed emotivamente intensa, con chitarre, piano e violino che forniscono il tappeto sonoro perfetto per l’interpretazione ricca di pathos di Morrow, Blue Collar è invece puro country, sempre con lo sfondo delle praterie texane come ideale immagine a supporto. Come On Funny Feelin’ è più sul versante rock che country, e la chitarra di Carroll arrota che è un piacere, Daisy Diane è nuovamente lenta e struggente, ma Nashville è lontana nonostante io Cory lo preferisca quando fa il texano duro e puro. Il CD si chiude con la vibrante Let’s Take This Outside, pura musica per spazi aperti, con l’intensa Breath, altra ballata dallo script solidissimo, e con Hill Country Rain, trascinante finale a tutto rock’n’roll.

Dopo aver (giustamente) pensato alla sua famiglia, Cory Morrow è tornato ad occuparsi a tempo pieno della sua carriera, e noi non possiamo che esserne lieti.

Marco Verdi

Un Gradito Ripescaggio Dal Recente Passato Di Un’Ottima Band. Hackensaw Boys – The Old Sound Of Music Sessions

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Hackensaw Boys – The Old Sound Of Music Sessions – Valley Entertainment CD

Questo non è il nuovo album degli Hackensaw Boys (anche se a tre anni di distanza da Charismo sarebbe stato lecito pensarlo), ma la ristampa di due introvabili EP, The Old Sound Of Music Vol 1 & 2, incisi nel 2009 ma pubblicati nel 2011 dal gruppo originario della Virginia. Per chi non li conoscesse, gli Hackensaw Boys sono una string band che fa parte dello stesso filone dei vari Old Crow Medicine Show, Avett Brothers e Trampled By Turtles, un combo che propone nuove canzoni con uno stile da old-time band: musica country, folk e bluegrass suonata con una gran dose di forza ed inventiva ed un innato senso del ritmo. In una ventina d’anni hanno inciso sette album in studio e tre EP, due dei quali sono appunto riuniti in questo The Sound Of Music Sessions, che è da trattare un po’ come se fosse un lavoro nuovo in quanto i due dischetti del 2011 sono da tempo fuori catalogo e non erano facili da reperire all’epoca dell’uscita.

E la musica contenuta in questa ristampa e davvero piacevole e riuscita, dodici canzoni in cui i nostri passano con grande disinvoltura da un genere all’altro, ma sempre rimanendo ben ancorati alla tradizione, e con la particolarità che su sei elementi (Ferd Moyse, Justin Neuhardt, Jesse Fiske, Shawn Galbraith, Ward Harrison e Robert Bullington) ben quattro scrivono le canzoni e le cantano da solisti, garantendo una maggiore varietà di stili. C’è da dire che i sei nomi che ho appena citato facevano parte del gruppo in quel periodo, ma oggi solo Moyse è rimasto alla guida, trattando la band più come un collettivo dal quale si può liberamente entrare ed uscire che come una formazione stabile. Over The Road è un bluegrass suonato a velocità forsennata, ci sono anche basso e batteria, con una melodia corale di stampo tradizionale (ma il brano è originale, come tutti gli altri), subito seguito dalla cristallina Spring Fruit, una ballata tutta giocata sull’intreccio degli strumenti a corda ed un motivo anche qua cantato a più voci, e con Can’t Catch Me, in cui il leader è Moyse (che ha un timbro molto simile a quello di Levon Helm), un pezzo inizialmente dal passo lento e cadenzato ma che all’improvviso si trasforma in un altro bluegrass limpido e travolgente.

Ritmo altissimo anche in End Times, che se fosse suonata da strumenti elettrici sarebbe sicuramente un grintoso rock’n’roll; Silver Lining è una spedita country song dallo script più moderno ma sempre coinvolgente al massimo, mentre Restaurant Girl è più malinconica, e sostenuta da un bell’interscambio tra violino e banjo, una melodia profonda ed un ottimo assolo di mandolino. Con Going Home rientriamo in zona rockin’ country, ennesima bluegrass song suonata con un’attitudine quasi punk, impossibile tenere il piede fermo, Knoxville Blues è una limpida e gentile country ballad, che dimostra che i nostri non sono bravi solo a pigiare il piede sull’acceleratore. Do You Care? è ancora rock’n’roll acustico travestito da brano country, tempo cadenzato e botta e risposta voce-coro, mentre con la vertiginosa Chains On riprende il viaggio sul treno in corsa; il dischetto si chiude con la soffusa On Our Own (il ritmo è sempre alto, ma la batteria è spazzolata) e con Noon Or Midnight, che si stacca dal resto essendo un country-rock decisamente più moderno ed in cui spunta anche una chitarra elettrica.

Una gradevole occhiata nello specchietto retrovisore per gli Hackensaw Boys, nell’attesa di poter ascoltare un disco totalmente nuovo.

Marco Verdi

Un Disco Bellissimo E “Misterioso”! Stryker Brothers – Burn Band

stryker brothers burn band

Stryker Brothers – Burn Band – Scriptorium Rex/Thirty Tigers CD

Questo CD nasce sotto un alone di assoluto mistero: nessuna foto, né informazioni sui musicisti coinvolti, né tantomeno cenni sugli autori delle canzoni, ma solo una storia piuttosto lacunosa che parla di un ritrovamento di un nastro inciso negli anni settanta da due fratelli, Coal e Flynt Stryker, miracolosamente uscito intatto dal rogo che rase al suolo una prigione texana nella quale i due erano rinchiusi. Il ritrovamento è attribuito a tale Mary Lambau, il cui ranch sorge nel luogo in cui c’era prima la prigione, e si dice sia avvenuto per caso quando la padrona di casa stava radunando le sue cose per portarle via, in quanto era stata costretta a vendere la sua proprietà a causa della crisi economica; in un secondo momento Mary avrebbe dato i nastri a Lloyd Maines, che conosceva personalmente, per vedere se riusciva a ricavarne qualcosa di pubblicabile. Una storia affascinante, corroborata anche da brevi testimonianze fornite da personaggi famosi, perlopiù musicisti, (le trovate su YouTube qui https://www.youtube.com/channel/UCanL2W2zhYlEn2cXDxtpxQw ) a Mary stessa, tra i quali Todd Snider, Shooter Jennings, lo stesso Lloyd Maines, Bruce Robison, Cody Canada, Radney Foster e l’ex astronauta Charles Duke, il decimo uomo ad aver camminato sulla Luna e grande appassionato di musica country.

Una trentina d’anni fa la storia dei fratelli misteriosi avrebbe retto, ma si sa che nell’era di internet ogni segreto dura al massimo lo spazio di qualche giorno, e quindi è emerso presto che i due fratelli Stryker sono in realtà Robert Earl Keen (la cui voce comunque è inconfondibile) e Randy Rogers, cioè una mezza leggenda ed un suo validissimo discepolo, che hanno unito le forze per perpetrare questa burla. Uno scherzo solo per quanto riguarda la storia però, dato che dal punto di vista musicale i due hanno fatto le cose maledettamente sul serio, e Burn Band si rivela un grande disco di purissimo country-rock texano, suonato e cantato alla grande, e con i due in stato di grazia anche per quanto riguarda la scrittura dei pezzi. Alcuni brani sono duetti, mentre altri vengono affrontati separatamente dai due artisti, ma l’affiatamento e tale da sembrare solo l’ultimo episodio di una collaborazione che va avanti da anni; purtroppo non ci sono cenni ai vari sessionmen (se no addio mistero), ma sono abbastanza sicuro che il già citato Maines è il produttore di queste sessions, ed anche la splendida steel che si ascolta spesso nel disco credo proprio sia la sua.

Tredici brani e non uno da buttare: l’inizio è strepitoso con l’irresistibile Charlie Duke Took Country Music To The Moon, una pimpante country song alla Johnny Cash con tanto di boom-chicka-boom, ritornello diretto e chitarre ruspanti. Wrong Time è una fulgida campfire ballad, una languida steel in sottofondo ed una melodia toccante resa ancora migliore dal timbro di voce arrochito dei due; Rocking Chair è un country-rock decisamente potente e con più di un elemento southern, una splendida slide ed un’atmosfera coinvolgente, in poche parole una grande canzone, mentre Quiet Town è uno slow disteso e rilassato, ancora con una magnifica steel guitar ed un mood d’altri tempi. La bellissima Balmorhea, puro Keen, ha un arrangiamento basato sulle chitarre acustiche e con interventi di fisarmonica che la spostano verso il confine col Messico, a differenza di Throwing Shade che è un guizzante country tune ricco di swing, texano al 100% e godibilissimo. Con Blue Today Baby abbiamo un’altra ballata cristallina davvero splendida, con un motivo che migliora man mano che la canzone procede, ed il consueto accompagnamento perfetto a base di steel, chitarre e violino: una delle più belle del CD.

Non c’è un attimo di tregua, in quanto Robert e Randy ci assalgono piacevolmente con la tonica Ain’t Gonna Rain No More, un country-blues dal ritmo sostenuto e decisamente trascinante, altro prezioso tassello di un mosaico musicale splendente; Ft. Worth Was A Fabulous Waste Of Time è puro country, una cowboy ballad tersa, solare ed immediata https://www.youtube.com/watch?v=ioMsvggHulk , What Have You Got To Win è lenta, tenue e suonata con estrema finezza, mentre con The Bottle siamo in pieno honky-tonk mood, altro pezzo dall’incedere rilassato e malinconico, ma con il solito pathos ben presente. Il CD termina con l’elettrica Sinner Man, nuovamente tra country e southern e le chitarre in primo piano, e con la ripresa dell’avvincente  Charlie Duke Took Country Music To The Moon, che chiude degnamente il cerchio. Visto che il segreto sull’identità degli Stryker Brothers ormai non è più tale, non so se Burn Band avrà un seguito, ma visto il risultato finale se ciò non dovesse accadere sarebbe un vero peccato.

Marco Verdi

Torna Lo Springsteen Della Domenica: Giovane, Affamato E Già Grandissimo! Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy 1975

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Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy, West Hollywood, CA October 18, 1975 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Le scorse feste natalizie hanno rallentato le spedizioni e gli arrivi dei nuovi volumi degli archivi live di Bruce Springsteen (io non scarico, ordino ancora il caro vecchio CD), al punto che mi sono ritrovato in arretrato di quattro pubblicazioni, che recupererò tra oggi e le prossime settimane. La prima di esse è anche quella con la data di performance più “antica” di tutta la serie finora, e cioè il concerto del 18 Ottobre 1975 al Roxy di Los Angeles: era già uscito un live del ’75, ma si riferiva allo show di Capodanno a Philadelphia, e quindi successivo. All’epoca di questi sei concerti al Roxy (in quattro serate, quello di cui mi accingo a parlare è il primo dei due spettacoli della terza sera) Springsteen era considerato non più il futuro del rock’n’roll ma già il presente, avendo stupito l’America pochi mesi prima con la pubblicazione di Born To Run, ed essendo a pochi giorni dalla celeberrima simultanea apparizione sulle copertine di Time e Newsweek.

Gli show del Roxy sono sempre stati tra i più amati dai fans del Boss, e dopo l’ascolto di questo doppio CD (14 brani, poco meno di due ore) mi è facile capire il perché, in quanto ci troviamo di fronte ad una di quelle prestazioni che hanno creato la leggenda del nostro come live performer, una festa musicale fatta di grande rock’n’roll e di struggenti ballate, con la E Street Band che girava già a mille (erano solo in sei più Bruce, sia Patti Scialfa che Nils Lofgren sarebbero arrivati molto dopo). La serata è subito magica, con una versione intima di Thunder Road, solo Bruce alla voce e armonica e Roy Bittan al piano: è anche l’unica canzone già nota del concerto, essendo quella che apriva il famoso cofanetto quintuplo Live 1975/85; la band al completo entra per una spumeggiante ancorché sintetica (quattro minuti) Tenth Avenue Freeze-Out, per poi intrattenere il pubblico già caldo con due rimandi ai suoi esordi, una fulgida Spirit In The Night dal primo album e soprattutto, dal secondo, una splendida The E Street Shuffle di ben 14 minuti e dal mood quasi southern soul, specialmente grazie all’organo di Danny Federici ed alla slide di Little Steven, e con un finale in cui viene accennato il tema di Havin’ A Party di Sam Cooke.

Scintillante è la parola giusta per definire la cover di When You Walk In The Room (scritta da Jackie DeShannon e portata al successo dai Searchers), complice una chitarra jingle-jangle che la fa sembrare suonata dai Byrds: davvero bellissima. Dopo una fluida e coinvolgente She’s The One, brano chiaramente influenzato da Bo Diddley, il primo CD si chiude con Born To Run, che seppur con pochi mese sulle spalle è già un classico (e fa un certo effetto non trovarlo tra i bis), e con la sempre toccante 4th Of July, Asbury Park (Sandy), contraddistinta come di consueto dalla splendida fisarmonica di “Phantom Dan” Federici. Il secondo dischetto presenta le performance che rendono il concerto imperdibile: le straordinarie e potenti Backstreets e Jungleland, entrambe con uno strepitoso Bittan, già basterebbero, ma in mezzo c’è l’highlight della serata, e cioè una monumentale Kitty’s Back di ben 17 minuti, in assoluto la più bella versione da me mai sentita di questo classico minore del Boss, elettrica, pulsante, trascinante e magnifica. Finale con la poderosa Rosalita, 12 minuti, e con altre due cover che chiudono lo show: una rarissima Goin’ Back (di Carole King e Gerry Goffin), mai più suonata da Bruce dopo questi show al Roxy, e lo scatenato rock’n’roll Carol (dedicato al suo autore Chuck Berry dato che era il suo compleanno), altri sette minuti irresistibili.

Ancora un live imperdibile dunque per Bruce Springsteen: nella prossima puntata andrò avanti di qualche anno, non molti per la verità, e mi occuperò di due show che potrei definire “nucleari”.

Marco Verdi

Una (Bella) Via Di Mezzo Tra Country E Soul. Adam Hood – Somewhere In Between

adam hood somewhere in between

Adam Hood – Somewhere In Between – Southern Songs CD

Adam Hood è un musicista nativo dell’Alabama attivo dai primi anni del secolo, ed è uno che se l’è sempre presa comoda, uscendo con un nuovo disco solo quando si sentiva veramente pronto: solo quattro album (ed un paio di EP) dal 2002 al 2014. Da buon uomo del sud, Adam è uno che bada al sodo, non incide tanto per farlo, magari ci mette un po’ di più del normale ma non vuole lasciare nulla al caso: Welcome To The Big World aveva ottenuto critiche lusinghiere (ed anche al sottoscritto era piaciuto da subito), ma con Somewhere In Between, il suo nuovissimo lavoro, Hood sale ulteriormente di livello. La sua musica è classificata come country, ma il termine nel suo caso è quanto mai riduttivo, in quanto nel suo sound troviamo decise tracce di southern soul, sia per l’accompagnamento classico basato sul suono caldo di chitarre ed organo, sia per la sua voce ricca di sfumature. D’altronde venendo dall’Alabama ed amando la vera musica non si può fare a meno di venire influenzati dal suono di quella terra.

Prodotto da Oran Thornton, Somewhere In Between contiene undici scintillanti esempi di puro country-soul, musica americana in maniera totale, canzoni che evidenziano l’ottima capacità di scrittura del nostro, suonate con estrema finezza da un gruppo di sessionmen coi fiocchi, tra i quali spicca il noto chitarrista Pat McLaughlin, già titolare di una carriera in proprio come musicista e songwriter e collaboratore, tra i tanti, di Rosanne Cash, John Prine, Cowboy Jack Clement e Neil Diamond. Le canzoni sono arrangiate con semplicità, due o tre chitarre al massimo, la sezione ritmica sempre presente, e l’organo a tessere sullo sfondo: il resto lo fa Adam con la sua bravura interpretativa. L’album inizia splendidamente con Heart Of A Queen, una fulgida e rilassata ballata giusto a metà tra il country classico ed il suono bucolico di The Band (sicuramente il gruppo di Robbie Robertson è una delle influenze principali del nostro), con una melodia dal pathos notevole e la bella voce del leader in primo piano. She Don’t Love Me è più ritmata ed elettrica, ma il timbro vocale di Hood ha sempre un approccio molto soulful, e qui si alterna con il tono più nasale dell’ospite Brent Cobb, altra bella canzone che il contrasto tra le due ugole migliora ulteriormente; la limpida Alabama Moon è tutta giocata su un gustoso intreccio di chitarre elettriche ed acustiche, un organo caldo ed un deciso sapore country got soul anni settanta (qualcuno ha detto Johnny Rivers?).

Molto bella anche Downturn, altra ballata dal passo lento, un country crepuscolare da ascoltare al tramonto, mentre con The Weekend il disco si sposta su territori decisamente rock-soul, un pezzo cadenzato ed annerito che il nostro conduce in porto con grande sicurezza, ed il suono è sudista al 100%; Bayou Girl è country come si farebbe in Louisiana, chitarra e dobro sugli scudi ed atmosfera decisamente laidback, in contrapposizione con la solare ed ariosa Easy Way, puro country-rock, che sarebbe già godibile di suo ma la voce soulful di Hood porta su un livello superiore. Locomotive è una pimpante rock’n’roll song, orecchiabile e diretta, che mostra la disarmante facilità di Adam nel proporre canzoni semplici ma di impatto immediato; Keeping Me Here aumenta il mood elettrico, l’attacco è quasi alla Tom Petty, ed il brano è ottimo da sentire sulle highways americane: tra i più riusciti del lotto. Il CD volge al termine, ma c’è ancora tempo per la tenue ed evocativa Real Small Town, senza dubbio la più country di tutte, e per la folkeggiante Confederate Rose, chiusura intima con accompagnamento della band decisamente sul versante rock.

Probabilmente Adam Hood non assaporerà mai il successo di pubblico, ma questo non gli impedirà di certo di continuare a fare musica con il cuore e con l’anima.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 5. Good Old Boys – Live: Drink Up And Go Home

good old boys

Good Old Boys – Live: Drink Up And Go Home – RockBeat 2CD

E’ ben noto che Jerry Garcia non amasse starsene con le mani in mano, e anche quando era in pausa dai Grateful Dead riusciva a trovare il tempo per suonare ed incidere con altri musicisti, fossero essi Merl Saunders, Howard Wales, i New Riders Of The Purple Sage, gli Old And In The Way o più semplicemente quando era a capo della Jerry Garcia Band, sia acustica che elettrica. Un episodio meno conosciuto della carriera del chitarrista californiano è però quello dei Good Old Boys, un gruppo estemporaneo a carattere bluegrass guidato da David Nelson, leader dei già citati New Riders Of The Purple Sage, e dal fenomenale mandolinista Frank Wakefield, ai quali Jerry produsse l’unico album, Pistol Packin’ Mama, inciso nel ranch del drummer dei Dead Mickey Hart e pubblicato nel 1976. Prima di quel disco però i Good Old Boys fecero qualche serata in piccoli locali, non una vera e propria tournée ma pochi concerti in posti selezionati, dove alla chitarra di Nelson ed al mandolino di Wakefield, si univano il violinista Brantley Kearns, già con David Bromberg ed in seguito con Dwight Yoakam e Marty Stuart, il bassista Pat Campbell e lo stesso Garcia al banjo (e tutti quanti cantavano anche, come nella vera tradizione della mountain music).

Ora esce per la RockBeat un documento che non esiterei a definire eccezionale, cioè un live registrato dai nostri nel 1975 al Margarita’s Cantina di Santa Cruz in California da John Cutler utilizzando un registratore a due piste appartenente a Owsley Stanley (il mitico sound engineer meglio noto come “Bear”): Live: Drink Up And Go Home è un doppio CD inciso in maniera decisamente buona e godibile dalla prima all’ultima canzone, un documento ripeto notevole perché ha il merito di farci ascoltare una band durata pochissimo. Il repertorio è composto quasi unicamente da cover, siano essi brani tradizionali o appartenenti ai songbook di leggende del bluegrass (e non solo) come Bill Monroe, Roy Acuff, Kitty Wells, i McCoury Brothers, la Carter Family, Flatt & Scruggs, Jimmie Rodgers, Charlie Poole e gli Everly Brothers. Musica gioiosa, fatta per il piacere di suonare, spontanea, con qualche imperfezione tecnica ma vera, reale, non costruita. Prendete l’iniziale Ashes Of Love, si percepisce la voglia di suonare del quintetto e di dare il meglio, non importa se qualcuno a volte stona, sbaglia un’entrata o perde una battuta: il pubblico lo capisce e si lascia coinvolgere senza problemi. Deep Elem Blues la facevano anche i Dead (ma qui non canta Garcia), un bluegrass che più tradizionale non si può, con assoli continui tra i quali spiccano banjo e mandolino; Dim Lights, Thick Smoke (And Loud Loud Music) è un classico del country che hanno fatto in cento, ed i nostri la propongono in maniera rilassata e fluida, facendo risaltare la nota melodia.

Non sto a citare tutti i 24 pezzi della raccolta, mi limito a segnalarne alcuni lasciando a voi il piacere di scoprire il resto: la lenta I’ll Never Make You Blue, con un fantasmagorico Wakefield, la deliziosa She’s No Angel, una monumentale Wildwood Flower (sentite come suonano), l’irresistibile Long Gone, con Jerry che strimpella il banjo come se non ci fosse domani, una saltellante versione del superclassico T For Texas, i bluegrass-gospel Jerusalem Moan ed il gran finale con la famosa Orange Blossom Special, quasi sei minuti tiratissimi all’insegna del ritmo e con il mandolino di Wakefield suonato in maniera incredibile. Lo stesso Wakefield porta in dote due brani scritti da lui, Jesus Loves His Mandolin Player e New Camptown Races, due strumentali in cui il suo strumento è letteralmente in trance agonistica. Anche Garcia ha i suoi momenti: canta da solista nella splendida All The Good Times (una hit per Flatt & Scruggs) e nella pura e limpida Drink Up And Go Home, e si scatena al banjo nello strumentale di Roy Acuff Fireball Mail, una forza della natura. In uno degli ultimi post ho bacchettato la RockBeat, rea di aver fatto la “furba” con il live Late At Night di Mike Bloomfield, ma per questa doppia testimonianza dei Good Old Boys non posso che farle i complimenti.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 4. Mike Bloomfield – Late At Night: McCabe’s January 1, 1977

mike bloomfield late at night mccabe's 1977

Mike Bloomfield – Late At Night: McCabe’s January 1, 1977 – RockBeat CD

A parte lo splendido cofanetto retrospettivo del 2014 From His Head To His Heart To His Hands, negli ultimi anni sono usciti numerosi concerti postumi del grande Mike Bloomfield, quasi tutti di ottima qualità anche se molti di essi dalla legalità dubbia, l’ultimo dei quali è questo Late At Night: McCabe’s January 1, 1977, pubblicato circa tre mesi fa. Se il nome del luogo vi suona familiare, è perché nel 2017 era uscito Live At McCabe’s Guitar Shop, January 1, 1977, che prendeva in esame un concerto pomeridiano che il grande chitarrista di Chicago aveva tenuto nel famoso negozio di strumenti musicali di Santa Monica (un sobborgo di Los Angeles), mentre quello di cui mi accingo a parlare documenta lo show serale (una volta era pratica comune per gli artisti suonare due spettacoli al giorno). C’è da dire che i due set non sono sovrapponibili, in quanto Bloomfield aveva suonato due scalette completamente diverse, e lo show pomeridiano era perlopiù elettrico, mentre questo Late At Night ha una prima parte acustica.

mike bloomfield i'm with you always

C’è però una magagna, e neanche tanto piccola: i musicofili più attenti, o i fans di Mike, avranno già sentito puzza di bruciato, e ciò è dovuto al fatto che questo spettacolo serale era già uscito ufficialmente alcuni anni fa con il titolo di I’m With You Always, stesse canzoni ma poste in ordine diverso, e la RockBeat (etichetta che spesso si muove ai confini della legalità, un po’ come la label preferita da Bruno, la Cleopatra) non ha fatto altro che ripubblicarlo cambiando il titolo, ma guardandosi bene da specificarlo nelle note del CD (*NDB Edizioni in CD della Demon o della americana Benchmark, ancora disponibile, per chi vuole l’originale). Per me non è un problema, dato che non possiedo I’m With You Always, ma per chi ce l’ha questo Late At Night è un acquisto perfettamente inutile, anche se sul retro di copertina viene annunciato in pompa magna che i nastri sono stati restaurati digitalmente (ho qualche dubbio, anche se il suono è comunque ottimo). Dal punto di vista artistico, il CD è comunque di quelli da non perdere (se non avete già I’m With You Always, ripeto), in quanto siamo di fronte ad uno dei migliori chitarristi di sempre, uno che suonava davvero con l’anima, e lo ha sempre fatto in tutte le sue configurazioni (The Paul Butterfield Blues Band, The Electric Flag, nelle collaborazioni con Al Kooper, Barry Goldberg ed altri, da solista e come sessionman), fino alla tragica scomparsa per overdose nel 1981 a soli 38 anni.

E tutto ciò viene confermato da questo breve concerto (tre quarti d’ora circa), nel quale Mike dimostra di non essere solo un grande della chitarra elettrica, ma anche abilissimo con l’acustica: la prima parte infatti vede Bloomfield da solo sul palco che fa vedere la sua maestria anche con la spina staccata, sette brani di stampo più folk che blues, con il pubblico che ascolta rapito ed in religioso silenzio. Basta sentire il brano d’apertura per rendersene conto: Hymn Tune (tradizionale come tutte le canzoni di questa parte “unplugged”, tranne una) è uno strumentale dal delizioso sapore folk, in cui Mike si mette sullo stesso piano di grandissimi della chitarra acustica come John Fahey e Leo Kottke, pura poesia musicale. La famosa Frankie And Johnny, un brano che hanno fatto in mille, è resa in maniera vivace anche se in “splendid isolation”, e Mike mostra di non essere male neanche come cantante (ma sentite le sue dita), I’m With You Always è un altro splendido pezzo tra folk e blues, sembra Mississippi John Hurt, mentre Some Of These Days ha il sentore di una canzone presa da un vecchio padellone degli anni trenta, con il nostro che sembra avere sei mani.

La parte acustica si chiude con l’antica Stagger Lee, rilettura pura, cristallina e dal feeling formidabile, il country-blues Darktown Strutter’s Ball e la divertente I’m Glad I’m Jewish, un brano autoironico scritto da Mike e accolto con risate e applausi. Nella seconda parte dello show Bloomfield viene raggiunto dal grande Mark Naftalin al pianoforte, da Buell Neidlinger (Frank Zappa, Gil Evans e Tony Bennett) al basso e Buddy Helm (Tim Buckley) alla batteria: quattro pezzi in totale, che iniziano con un medley tra Jockey Blues e Old Folks Boogie, solo Mike e Mark, chitarra elettrica in tiro e Naftalin che spolvera la tastiera del piano con classe sopraffina. La sezione rimica si unisce ai due a partire dalla nota Eyesight To The Blind (di Sonny Boy Williamson ma resa popolare dagli Who che l’avevano inclusa in Tommy), versione strepitosa, grandissimo blues con chitarra e piano ancora protagonisti indiscussi, una goduria. Il finale è appannaggio della gradevole Don’t You Lie To Me, blues di gran classe e dal mood quasi jazzato, con i quattro che suonano in scioltezza, e di una solida resa di A-Flat Boogaloo, puro Chicago blues elettrico ancora con un sontuoso Naftalin.

Nonostante la “furbata” della RockBeat di cui vi dicevo prima, Late At Night è un live imperdibile: ma controllate comunque di non possederlo già con un altro titolo.

Marco Verdi

Correva L’Anno 1968 – Bonus Track. Pearls Before Swine – Balaklava

pearls before swine balaklava

Pearls Before Swine – Balaklava – Drag City CD

Pensavo che le recensioni riguardanti i dischi che nel 2018 hanno compiuto 50 anni si fossero esaurite con la disamina da parte di Bruno della versione ampliata di Cheap Thrills di Janis Joplin, ma, complice un momento in cui le novità discografiche latitano alquanto, ho voluto cogliere l’opportunità di parlare di un album che, pur non avendo l’importanza né del White Album né di Electric Ladyland (ma neppure di In Search Of The Lost Chord o The Village Green Preservation Society), rimane uno dei dischi più di culto dell’epoca nonché il capolavoro del gruppo che lo ha realizzato: sto parlando di Balaklava, secondo full-length dei Pearls Before Swine, band originaria della Florida e guidata da Tom Rapp, vulcanico e geniale musicista scomparso quasi esattamente un anno fa (l’11 febbraio 2018). I PBS oggi purtroppo sono un gruppo abbastanza dimenticato, ma tra gli anni sessanta e settanta erano fautori di un suono abbastanza unico in America, una sorta di fusione tra folk e psichedelia che non aveva molti termini di paragone: se proprio vogliamo, in certi momenti mi sembra di sentire il Tim Buckley meno sperimentale, mentre artisti contemporanei come Father John Misty e Fleet Foxes devono sicuramente qualcosa a questo tipo di sound.

 

I PBS erano una band i cui componenti venivano cambiati spesso e volentieri da Rapp, che era chiaramente il deus ex machina (e negli anni settanta Tom manterrà attivo il monicker nonostante i suoi lavori saranno sempre di più opere soliste): il loro esordio risale al 1967 con l’apprezzato One Nation Underground, ma è con Balaklava dell’anno seguente che i nostri pubblicano la loro opera unanimemente riconosciuta come la migliore. L’album prende il titolo dalla città della Crimea che fu teatro della famosa battaglia del 1854 tra impero russo da una parte e le forze alleate di Francia, Regno Unito ed impero ottomano dall’altra, ed è un lavoro dai testi profondamente anti-bellici, una sorta di pacifismo alternativo a quello della Summer Of Love della West Coast, mentre dal punto di vista musicale troviamo una serie di canzoni di stampo folk e sfiorate in più punti dalla psichedelia, una miscela intrigante che oggi viene riproposta con il suono opportunamente rimasterizzato per questa bella edizione che ricalca anche nella confezione il disco originale (e One Nation Underground aveva beneficiato dello stesso trattamento, quindi aspettiamoci la stessa cosa quest’anno per These Things Too, terzo album del gruppo), con la bella copertina che riproduce Il Trionfo Della Morte del visionario pittore olandese Pieter Bruegel: l’unico punto a sfavore di questa ristampa è la totale mancanza di bonus tracks, che ci stavano eccome dato che Balaklava durava appena mezz’ora.

In questo album la formazione dei PBS, oltre a Rapp che canta e suona la chitarra, comprende Jim Bohannon al piano, organo e marimba, Wayne Harley al banjo e Lane Lederer al basso, mentre un ridotto gruppo di ospiti (tra cui Warren Smith ed il noto jazzista Joe Farrell) riveste il suono con interventi di batteria, flauto, archi e corno inglese, mentre la produzione è nelle mani di Richard Alderson, già responsabile del suono dal vivo di Nina Simone, Thelonious Monk e Bob Dylan (compreso il mitico tour del 1966 con The Band). Dopo una breve introduzione parlata volta a ricreare un vecchio annuncio radiofonico, il disco si apre in maniera suggestiva con Translucent Carriages, un brano acustico in cui la voce limpida e decisamente da folksinger di Rapp viene doppiata dal suo stesso sussurro sullo sfondo, un’atmosfera bucolica e sognante di sicuro impatto. Il mood campestre prosegue con Images Of April, in cui si sente distintamente un cinguettio di uccelli, mentre un flauto accompagna la voce sospesa di Tom, e comincia a filtrare un certo sentore psichedelico; There Was A Man è semplicemente splendida, altro brano guidato da voce e chitarra e servito da una melodia straordinaria, in assoluto la migliore dell’album: nella gentilezza con la quale Rapp porge la canzone vedo qualcosa di Tim Hardin, altro grande songwriter oggi purtroppo dimenticato.

I Saw The World è tenue ed onirica, ma la strumentazione è più presente e circonda in maniera limpida la voce del leader, con il piano a dominare ed una leggera orchestrazione sul finale, Guardian Angels è un delizioso bozzetto per voce e quartetto d’archi, con un suono low-fi creato volutamente per farlo sembrare un brano uscito da un 78 giri degli anni venti, mentre Suzanne è proprio quella di Leonard Cohen (ed unica cover del disco), un pezzo perfetto per l’approccio di Tom e compagni, versione pulita, cristallina e leggermente più elettrica di quella del poeta canadese. Il CD, trenta minuti di pura bellezza, si chiude con la pacata Lepers And Roses, con una squisita base strumentale per piano, basso, flauto ed organo (e qui la somiglianza con Buckley è più marcata) e con la tesa ed inquietante Ring Thing, in assoluto il brano più psichedelico della raccolta. Un plauso alla Drag City per aver ritirato fuori dalla naftalina un gruppo come i Pearls Before Swine: Balaklava, oltre ad essere un piccolo grande disco, risulta attuale ed innovativo ancora oggi.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 3. Heart – Live In Atlantic City

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Heart – Live In Atlantic City – EarMusic/Edel CD/BluRay

Le Heart, noto duo formato da Ann e Nancy Wilson, non si sono mai tirate indietro quando si è trattato di immettere sul mercato degli album dal vivo. Solo negli ultimi cinque anni ci sono state ben quattro uscite registrate on stage (Fanatic Live, il natalizio Home For The Holidays, Live At The Royal Albert Hall con l’orchestra https://discoclub.myblog.it/2016/12/24/un-po-di-sano-classic-rock-al-femminile-heart-live-at-the-royal-albert-hall/  ed il Live At Soundstage), ed ora la label tedesca Edel va ad infittire il gruppo con questo Live In Atlantic City, pubblicato nel doppio formato CD/BluRay e registrato nel marzo del 2006 nell’ambito della trasmissione a sfondo rock Decades Live (la stessa da cui è stato tratto il disco dallo stesso titolo dei Lynyrd Skynyrd uscito lo scorso anno). Mercato inflazionato o no, le Wilson Sisters dal vivo sono sempre un bel sentire, dato che stiamo parlando forse del miglior gruppo rock al femminile in circolazione (in realtà un duo, la backing band è sempre stata molto variabile): Nancy è una valida chitarrista ritmica e ha sempre avuto un’eccellente presenza scenica, mentre Ann, a discapito di un fisico non esattamente da pin-up, ha mantenuto negli anni una potenza vocale formidabile, una sorta di versione femminile di Robert Plant, non a caso il cantante che l’ha influenzata di più.

Live In Atlantic City riassume in quattordici canzoni una performance molto solida del gruppo (completato dal chitarrista Craig Bartok, dalla tastierista Debbie Shair e dalla sezione ritmica formata da Mike Inez e Ben Smith), con l’aggiunta di diversi ospiti la cui presenza, va detto, è sempre in secondo piano rispetto a quella delle due sorelle Wilson, che restano indubbiamente le mattatrici della serata. I primi tre pezzi vedono salire sul palco Dave Navarro, chitarrista di Jane’s Addiction e Red Hot Chili Peppers: l’inizio è appannaggio di Bébé Le Strange, versione potente e decisamente zeppeliniana, con sezione ritmica granitica, chitarre in gran spolvero ed Ann che “addenta” da subito la canzone con la sua solita grinta. Straight On è un bell’esempio di funky-rock godibile dalla prima all’ultima nota, con un refrain diretto e vincente ed Ann che tira fuori una voce della Madonna, mentre Crazy On You è una delle signature songs del duo, un pezzo rock tirato ed elettrico, grande riff d’apertura e ritornello epico. All’epoca di questo show l’ultimo album delle due sorelle era Jupiters Darling, dal quale viene tratta Lost Angel, elettroacustica e folkeggiante (ma sempre alla maniera dei Led Zeppelin); a proposito di Zeppelin, nel CD troviamo due notevoli cover dello storico gruppo di Page e Plant, e cioè una devastante Rock’n’Roll in cui Ann e Nancy sono raggiunte da Gretchen Wilson e, ancora con Navarro, una altrettanto roboante interpretazione di Misty Mountain Hop, che non sfigura di fronte all’originale.

Gretchen (che porta dunque a tre il numero di Wilson sul palco) è presente anche nella rilettura di Even It Up, possente rock’n’roll con ritmo e chitarre come si non ci fosse domani, mentre Dog And Butterfly, una bellissima ballata acustica, viene cantata a due voci insieme a Rufus Wainwright. Non ho mai amato gli Alice In Chains, e sinceramente non capisco la loro “intrusione” (insieme all’ex Guns’n’Roses Duff McKagan) dato che non interagiscono con le Heart ma si limitano ad eseguire due brani del proprio repertorio (Would? e Rooster); per fortuna subito dopo abbiamo una strepitosa versione lenta ed acustica di Alone, forse la ballata più bella di sempre delle Heart, nella quale Ann duetta con Carrie Underwood regalandoci una prestazione vocale da pelle d’oca. Finale senza ospiti con tre classici assoluti del songbook delle due Wilson: la mossa Magic Man, ancora influenzata dal Dirigibile, una fluida e scintillante Dreamboat Annie, molto folk e con assolo di flauto da parte di Ann, e chiusura con la potentissima e sanguigna Barracuda. Non sono contrario di principio al proliferare di album dal vivo delle Heart: finché la qualità è quella di Live In Atlantic City possono pubblicarne anche uno ogni tre mesi, io non mi stanco di sicuro.

Marco Verdi