Correva L’Anno 1968 6. La Ristampa (Speriamo) Definitiva Di Un Piccolo Capolavoro. Small Faces – Ogdens’ Nut Gone Flake 50th Anniversary

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Small Faces – Ogdens’ Nut Gone Flake 50th Anniversary – Sanctuary/Bmg 3CD/DVD – 3LP Box Set

Gli Small Faces sono sempre stati considerati un gruppo “di nicchia” o per intenditori, e quando si citano i gruppi inglesi fondamentali degli anni sessanta raramente viene fatto il loro nome, ma nella loro breve vita (quattro album) hanno prodotto sicuramente parecchia grande musica, sia per quanto riguarda gli esordi beat-pop-errebi bianco con la Decca, sia con i due album per la Immediate, più vicini al rock con derive psichedeliche in voga nella seconda metà della decade. E poi, solo per il fatto che dalle loro ceneri siano nate altre due grandi band (il leader Steve Marriott formerà infatti gli Humble Pie insieme al futuro million seller Peter Frampton, mentre gli altri tre, Ronnie Lane, Ian McLagan e Kenney Jones, si uniranno con Rod Stewart e Ronnie Wood, perderanno lo “Small” nel moniker e daranno vita ad una delle band rock più influenti dei seventies, chiedere per informazioni ai Black Crowes), è giusto trattarli con il dovuto rispetto. Il quartetto ha avuto in anni recenti una sorta di ritorno di attenzione da parte del mondo discografico, con ben due box (The Decca Years, riferito al primo periodo, ed il bellissimo Here Come The Nice, che prendeva in esame il triennio con la Immediate), ed oggi mi trovo ad esaminare un altro cofanetto dedicato al gruppo, cioè l’edizione super deluxe di Ogdens’ Nut Gone Flake, il loro ultimo album (a parte la doppia reunion senza Lane degli anni settanta), ed anche il più bello e famoso, merito anche della iconica copertina che parodiava una nota marca di tabacco.

Questo album, va detto, è uno dei dischi più ristampati degli ultimi anni, e se già possedete la riedizione del 2012 potete anche soprassedere, dato che il nuovo box non offre nulla di nuovo dal punto di vista della parte audio (anche le bonus tracks sono le stesse), mentre aggiunge un interessantissimo DVD (assente però nella versione in vinile). Se però, come il sottoscritto, possedete solo l’album originale ed attendevate la ristampa “definitiva” (che è quindi puntualmente arrivata), direi che l’acquisto di questo manufatto è quasi d’obbligo, considerata la splendida confezione a libro (nel quale sono riportate esaurienti note sui brani, la storia del disco e diverse foto rare) e la spettacolare rimasterizzazione approntata ex novo (ormai è tardi, ma le prime copie del cofanetto erano autografate dal batterista Kenney Jones, unico membro ancora in vita del gruppo pur non essendo più in attività da tempo). Copertina dell’album a parte, Ogdens’ Nut Gone Flake era e rimane un grande album, un fulgido esempio di rock dei tardi anni sessanta, con copiose iniezioni di psichedelia: una musica molto diversa da quella dei primi anni del quartetto, ma non certo meno incisiva, e che risulta bella e stimolante ancora oggi, a partire dallo strumentale che dà il titolo al disco, una canzone tra rock e psichedelia decisamente potente e creativa, quasi una sorta di jam in studio.

Il suono potente continua anche con la maestosa Afterglow, un grande pezzo rock dove tutto gira al massimo, dalla voce tonante di Marriott, all’impasto di chitarre ed organo, fino alla sezione ritmica formato macigno (Jones era un batterista formidabile), un brano degno degli Who. La scorrevole Long Ago’s And Worlds Apart, con organo a tappeto e voce sospesa, è scritta e cantata da McLagan, la saltellante Rene è una deliziosa pop song con una melodia corale quasi da musical, ed è contraddistinta da un limpido pianoforte e da una coda strumentale decisamente psichedelica, mentre Song Of A Baker, spettacolare rock song elettrica e vigorosa, è la prima di due canzoni con Lane alla voce solista, ed è caratterizzata da una grande chitarra (e la rimasterizzazione ha fatto miracoli). Lazy Sunday era il singolo portante dell’album, ed è un orecchiabile pezzo dal sapore pop, un’altra delizia, suonata sempre alla grande, Happiness Stan (che dava il via originariamente al lato B dell’LP, una sorta di concept che raccontava la storia un po’ magica del personaggio il cui nome dava il titolo al brano) è un’accattivante canzone che parte come un pezzo folk, poi si elettrifica e, dopo un intermezzo narrato, confluisce nella potente e grintosa Rollin’ Over. The Hungry Intruder è sognante e melodica, e sta giusto a metà tra folk e psichedelia, mentre The Journey (il secondo brano cantato da Lane) è un’altra complessa rock song, piena di idee.

L’album termina con la suggestiva Mad John, una rock ballad elettroacustica dall’ottimo pathos, e con la corale ed immediata HappyDaysToyTown, ancora puro pop smaccatamente “british”. Il box ci presenta sui primi due CD le versioni rispettivamente mono e stereo del disco originale (preferisco la seconda, ma io non faccio testo in quanto non sono mai stato un estimatore delle sonorità mono), mentre il terzo dischetto offre diciotto bonus tracks, nessuna delle quali inedita (e penso che qualcosina in più si poteva fare, non è stato inserito neppure il 45 giri dell’epoca che comprendeva The Universal e Donkey Rides, A Penny A Glass). A parte alcuni mix alternativi (molti dei quali per il mercato americano), single versions e backing tracks strumentali (interessante quella di Happiness Stan), le cose maggiormente degne di nota sono takes alternate della title track (due diverse), Rene, Mad John, una prima versione di Rollin’ Over intitolata Bun In The Oven, lo strumentale The Fly (che in realtà è la base di The Hungry Intruder), l’ottima cover di Every Little Bit Hurts di Brenda Holloway, usata all’epoca come B-side, e la backing track di (If You Think You’re) Groovy, che i nostri incisero con la cantante P.P. Arnold alla voce. Il DVD come dicevo è interessante in quanto propone uno show televisivo della BBC (Colour Me Pop) in cui Marriott e compagni proposero per l’unica volta i brani di Ogdens’ Nut Gone Flake dal vivo (solo sette pezzi, più il video promozionale di Lazy Sunday), dato che da lì a pochissimo le loro strade si sarebbero separate.

Gli Small Faces erano una grande band, ed Ogdens’ Nut Gone Flake il loro momento più alto: ristampa quindi indispensabile (oppure inutile, se possedete già quella del 2012).

Marco Verdi

Correva L’Anno 1968 5. Una Splendida Appendice Ad Una Fortunata Serie Di Cofanetti. VV.AA. – Stax ’68: A Memphis Story

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VV.AA. – Stax ’68: A Memphis Story – Craft/Concord 5CD Box Set

A pochi mesi di distanza dal bellissimo Rarities: The Best Of The Rest, quarto e probabilmente ultimo episodio della serie di cofanetti Stax Singles https://discoclub.myblog.it/2018/02/04/torna-a-sorpresa-una-delle-piu-belle-serie-dedicate-alla-black-music-stax-singles-rarities-and-the-best-of-the-rest/ , la Concord (proprietaria del marchio della storica etichetta discografica) pubblica quasi a sorpresa un volume “spin-off”: Stax ’68: A Memphis Story, che raccoglie in cinque CD tutti i singoli, lati A e B, usciti nell’anno solare del titolo, quindi mezzo secolo fa. Il 1968 fu un anno importantissimo per la Stax, label nata a Memphis nel 1957 ed in pochi anni diventata leader nella diffusione della musica soul ed errebi ad opera di artisti perlopiù di colore (in concorrenza con la Motown di Detroit): infatti in quel periodo l’America era percorsa dai tumulti e dalle manifestazioni per l’affermazione dei diritti civili e dell’uguaglianza tra neri e bianchi (il cui culmine si ebbe proprio nel 1968 con l’assassinio di Martin Luther King), e Memphis era una delle città nelle quali la lotta era più sentita.

In tutto questo la Stax era vista un po’ come una sorta di “rifugio sicuro”, ed altre volte come una specie di zona franca che non veniva toccata dagli episodi di violenza che a quell’epoca non mancavano: questo perché gli studi dell’etichetta erano già da anni un esempio di integrazione razziale, dato che bianchi e neri vi lavoravano fianco a fianco in perfetta armonia, sia che facessero parte dello staff che del roster di artisti che vi andavano ad incidere. Infatti già da qualche tempo la musica che veniva pubblicata sotto il marchio Stax non era più solo soul, rhythm’n’blues e funky, ma si cominciava ad intravedere anche qualche “intrusione” del rock e perfino di country e psichedelia, e diversi artisti sotto contratto avevano la pelle bianca. Tutto ciò è testimoniato dunque in questo splendido cofanetto quintuplo (pubblicato in un formato simile alla dimensione di un 45 giri, con un bel libro rilegato ricco di informazioni e note ed i CD inseriti separatamente sul fondo), che raggruppa tutti i singoli pubblicati da Gennaio a Dicembre del 1968 all’interno dei quali, oltre alla maggioranza di canzoni a tema amoroso, si cominciavano a far largo brani che parlavano di libertà ed uguaglianza, come nel caso degli Staple Singers: non ci sono inediti, ma parecchie rarità questo sì.

Ma andiamo con ordine, esaminando gli episodi salienti dei cinque dischetti, dato che una recensione brano per brano delle 134 canzoni totali richiederebbe una rubrica settimanale. Il box parte con il botto, ovvero con la mitica (Sittin’ On) The Dock Of The Bay di Otis Redding, canzone uscita postuma a causa della tragica scomparsa a fine 1967 di quello che era l’artista di punta del catalogo Stax (la B-side è la vivace Sweet Lorene): Otis è presente anche più avanti nel primo CD, in duetto con Carla Thomas, con Lovey Dovey e New Year’s Resolution. Altri highlights del dischetto sono Sam & Dave con le energiche I Thank You e Wrap It Up, il blue-eyed soul dei misconosciuti Memphis Nomads (le gradevolissime Don’t Pass Your Judgement e I Wanna Be Your Lover & Your Honey), la deliziosa I Got A Sure Thing di Ollie & The Nightingales, la grande voce di Johnnie Taylor che giganteggia in Next Time e nel blues afterhours Sundown. Eddie Floyd era un grandissimo, e lo dimostra con le strepitose Big Bird e Holding On With Both Hands, potenti e ricche di feeling, ma non sono da meno né William Bell con le toccanti Every Man Oughta Have A Woman e Tribute To A King (nonostante qualche sviolinata di troppo) né Rufus Thomas con il luccicante errebi di The Memphis Train. Il secondo CD inizia con la vibrante Soul Power, un titolo che è tutto un programma, ad opera di Derek Martin, e prosegue con lo splendido white soul di Bring Your Love Back To Me e Here I Am di Linda Lyndell (che voce) e con la sempre impeccabile Carla Thomas (le coinvolgenti A Dime A Dozen e I Want You Back, cantate entrambe splendidamente).

Il CD alterna nomi noti come Isaac Hayes (con le peraltro non eccelse Precious Precious e Going To Chicago Blues, in cui sembra essersi appena svegliato dopo una serata di bagordi) ed il grande bluesman Albert King (alle prese con (I Love) Lucy e You’re Gonna Need Me) ad altri meno conosciuti come i Kangaroo’s (belle sia la corale Groovy Day che il quasi rock’n’roll di Every Man Needs A Woman), i Mad Lads con la romantica Whatever Hurts You e la mossa No Time Is Better Than Now, per concludere con la classe dell’Eddie Henderson Quintet (Georgy Girl e A Million Or More Times, due raffinati strumentali jazz) e con la stupenda ed emozionante Send Peace And Harmony Home di Shirley Walton, una delle più belle canzoni del box. Il terzo dischetto parte con i grandi Booker T. & The MG’s (la deliziosa e solare Soul-Limbo, dal sapore caraibico) ed ancora Eddie Floyd con le calde soul ballads I’ve Never Found A Girl e I’m Just The Kind Of Fool. Qui troviamo anche l’unico singolo targato Stax da parte di Delaney & Bonnie, contenente le ottime It’s Been A Long Time Coming e We’ve Just Been Feeling Bad, due pezzi tra rock ed errebi cantati e suonati in maniera perfetta, e c’è anche il loro amico Bobby Whitlock con la saltellante pop song Raspberry Rug ed il ficcante soul con fiati di And I Love You.

Per il resto abbiamo tanta gente meno famosa, tra cui si distinguono ancora la brava Linda Lyndell con le strepitose What A Man e I Don’t Know (Linda si conferma una vocalist eccezionale), due splendidi duetti tra Judy Clay ed il più noto William Bell (Private Number e Love-Eye-Tis), l’energica Broadway Freeze di Harvey Scales & The Seven Sounds, un brano funkeggiante alla James Brown, Lindell Hill con l’intensa Remone, il garage rock psichedelico degli Aardvarks (Subconcious Train Of Thought), ancora Judy Clay e la sua straordinaria voce in Bed Of Roses e Remove These Clouds, per finire in crescendo con i grandi Staple Singers alle prese con la trascinante Long Walk To D.C., un gospel elettrico dal ritmo decisamente sostenuto. Nel quarto CD troviamo la fulgida Who’s Making Love di Johnnie Taylor, uno dei più grandi successi della label, il solito Eddie Floyd con una scintillante cover, molto più ritmata dell’originale, di Bring It On Home To Me di Sam Cooke, Jeanne & The Darlings con la squisita It’s Unbelievable, i poco noti Southwest F.O.B. con la vibrante Smell Of Incense, una rock song con organo alla Doors (e con la beatlesiana ed orecchiabile Green Skies), ancora Booker T. & The MG’s con una splendida rivisitazione del tema western Hang’em High, ed il divertente country-pop Sally’s Got A Good Thing dei Village Sound.

Il quinto ed ultimo dischetto si apre con la bella Mighty Cold Winter di Dino & Doc, e poi ci fa incontrare di nuovo sia William Bell (da solo con la soulful e romantica I Forgot To Be Your Lover ed in duo ancora con Judy Clay per la sontuosa My Baby Specializes), sia Albert King e la sua inimitabile chitarra che arrota da par suo in Night Stomp, sia ancora gli Staple Singers, sempre impeccabili in The Ghetto e Got To Be Some Changes Made. Da citare infine The Goodies con il pop-rock West Coast di Didn’t Love Was So Good (lato B di Condition Red ma nettamente migliore), la bravissima Mable John, una voce degna di Aretha Franklin, con Running Out e Shouldn’t I Love Him, il rocker Billy Lee Riley con l vigorose Family Portrait e Going Back To Memphis, e le deliziose country ballads Who’s Making Love (la stessa di Johnnie Taylor, ma in un arrangiamento molto diverso) e Long Black Train, cantate da Daaron Lee.

Stax ’68 è quindi l’ennesimo cofanetto di quest’annata al quale è difficile dire di no, e questo vale anche se avete già le precedenti raccolte di singoli della leggendaria etichetta di Memphis.

Marco Verdi

Correva L’Anno 1968 4. Tra Pop, Prog E Psichedelia, Ancora Oggi Un Gran Disco! Moody Blues – In Search Of The Lost Chord 50th Anniversary

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Moody Blues – In Search Of The Lost Chord 50th Anniversary – Universal 3CD/2DVD Box Set

Proseguono le celebrazioni per i cinquant’anni degli album del periodo d’oro dei Moody Blues, una delle migliori band britanniche della seconda metà degli anni sessanta: nel 2017 era toccato a Days Of Future Passed, il loro secondo album uscito nel 1967 (che molti considerano il primo, dato che il gruppo che aveva esordito nel 1965 con The Magnificent Moodies, e fautore di una musica tra rock, beat ed errebi bianco, era molto diverso nello stile da ciò che sarebbe diventato in seguito), festeggiato con una ristampa in due CD più un DVD che a dire il vero non offriva grosse novità https://discoclub.myblog.it/2018/04/28/una-celebrazione-elegante-e-di-classe-moody-blues-days-of-future-passed-live/ , e poi con un bellissimo live album registrato oggi dalla formazione attuale della band, che rivisitava il disco canzone per canzone in maniera sontuosa. Quest’anno è la volta di In Search Of The Lost Chord compiere mezzo secolo, ed i nostri hanno fatto le cose decisamente più in grande, mettendo a punto un bel cofanetto di tre CD e due DVD, anche se bisogna dire che il materiale più interessante è riservato alla parte video, essendo quella audio basata in gran parte sulla precedente ristampa del 2006 e quindi priva di veri e propri inediti (a parte qualche missaggio alternativo, come vedremo a breve).

In Search Of The Lost Chord è sicuramente il disco più famoso del quintetto di Birmingham (Justin Hayward, John Lodge, Ray Thomas, Mike Pinder e Graeme Edge) e per molti è anche il più bello: probabilmente è vero, anche se il sottoscritto tende a mettere sullo stesso piano anche Days Of Future Passed, On The Threshold Of A Dream e A Question Of Balance. In questo lavoro il sound del gruppo, già emerso sul disco precedente, raggiunge i suoi massimi livelli, una miscela estremamente melodica di pop, prog ed un leggero tocco psichedelico, un suono contraddistinto dall’uso insistito del mellotron, doppiato spesso dal flauto, con splendide armonie vocali ed una strumentazione stratificata nella quale troviamo tappeti di chitarre, tastiere di ogni tipo (pianoforte, organo, clavicembalo e naturalmente il già citato mellotron) ed anche tablas e sitar, ma con davanti a tutto un particolare gusto per le melodie orecchiabili, sognanti ed immediate. Prodotto come al solito da Tony Clarke, collaboratore dei Moodies fino alla fine degli anni settanta, In Search Of The Lost Chord vede solo la band in studio (mentre nell’album dell’anno prima un sostanziale contributo era stato dato dalla London Festival Orchestra) e dal punto di vista dei testi si può considerare una sorta di concept “allargato”, con brani che trattano i temi della coscienza, dell’immaginazione, dei sentimenti, della filosofia, della religione ed anche dell’esplorazione spaziale.

I brani più noti dell’album sono Ride My See-Saw (che apre il disco dopo l’introduzione parlata di Departure), una fulgida e corale pop song che ancora oggi occupa un posto d’onore nelle setlist dei concerti dei nostri, essendo diventato uno dei loro classici assoluti, e la lunga Legend Of A Mind, dedicata alla controversa figura della scrittore Timothy Leary (all’epoca favorevole all’uso delle sostanze psichedeliche per “aprire” la mente umana), un grande brano pieno di sfaccettature che è un perfetto viatico per la creatività della band. Qualcuno potrebbe asserire che questo sound è datato, ma io dico che la musica quando è bella è sempre attuale, ed è quindi un piacere ancora oggi ascoltare l’orecchiabile Dr. Livingstone, I Presume, tra folk, prog e rock, la splendida House Of Four Doors, deliziosa pop song divisa in due parti e caratterizzata da un motivo immediato, eccellenti armonie vocali e geniali cambi di ritmo e melodia, e la tenue e limpida Voices In The Sky, scelta all’epoca come secondo singolo. Completano un album che non ha perso un grammo della sua bellezza la squisita e leggermente psichedelica The Best Way To Travel, la sognante Visions Of Paradise, dominata dal flauto ed in cui compare anche il sitar, l’elettroacustica The Actor, dal crescendo ricco di pathos e deliziosi intrecci strumentali, e la conclusiva Om, una sorta di mantra pop ispirato dalle filosofie orientali in voga in quel periodo. Il cofanetto appena uscito (che comprende un bel libretto con foto, testi dei brani, note, un dettagliato saggio e lo spartito di Ride My See-Saw) offre sul primo CD l’album con il missaggio stereo originale, mentre sul secondo uno preparato ex novo per questo box (solito materiale per audiofili quindi).

Come bonus, sul primo CD troviamo A Simple Game, una bella canzone uscita solo come lato B, e quattro single mix in mono, unici “inediti” della parte audio, mentre sul secondo ancora A Simple Game, ma in una versione alternata cantata da Hayward (nell’originale la voce solista era di Pinder). Il terzo dischetto inizia con cinque pezzi registrati per la BBC, quattro da Lost Chord (Dr. Livingstone, I Presume, Voices In The Sky, The Best Way To Travel e Ride My See-Saw) e la stupenda Tuesday Afternoon, una delle più belle canzoni dei Moodies: tutti i brani sono eseguiti in maniera molto più diretta che in studio, specie Ride My See-Saw, decisamente più rock. Poi abbiamo cinque mix alternativi, tra cui Visions Of Paradise solo strumentale e The Best Way To Travel con più voci, e tre outtakes di quelle sessions, già però apparse su precedenti ristampe: l’intensa King And Queen, che nel disco originale ci sarebbe stata benissimo, l’orecchiabile e gradevolissima Gimme A Little Somethin’, ancora con le superbe armonie vocali del gruppo, e la fluida What Am I Doing Here?

Detto che il primo DVD, solo audio, ripropone di nuovo Lost Chord in un 5.1 Surround Mix, la vera chicca è contenuta nel dischetto video, che oltre a sette brani dell’album, dal vivo nel programma BBC Colour Me Pop, già editi, propone un mini-concerto mai visto prima e registrato alla tv francese. E lo show, dieci canzoni, è strepitoso, con i nostri amici, in forma smagliante e con un approccio molto rock, che ci regalano bellissime versioni del loro repertorio, con un solo pezzo dal nuovo album (Legend Of A Mind), tre da Days Of Future Passed (Fly Me High, Peak Hour e la leggendaria Nights In White Satin, ripresa anche alla fine), l’allora inedita A Beautiful Dream, una cover molto energica del classico di Nina Simone (e degli Animals) Don’t Let Me Be Misunderstood, e addirittura due brani tratti da The Magnificent Moodies, cioè la pop song I’ve Got A Dream (della famosa coppia di songwriters Greenwich/Barry) ed una cover del classico blues di Sonny Boy Williamson Bye Bye Bird. Come ciliegina, in fondo al DVD troviamo altre due versioni live inedite sempre alla tv francese (ma nell’ambito di un altro programma) di Dr. Livingstone e Ride My See-Saw.

In conclusione, se avete già la ristampa Deram del 2006 potete anche bypassare questo cofanetto, ma c’è da dire che il contenuto del secondo DVD può rappresentare un succoso incentivo all’acquisto.

Marco Verdi

Un Altro Ottimo Disco Per Questo “Fuorilegge” degli Anni Duemila. Whitey Morgan & The 78’s – Hard Times And White Lines

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Whitey Morgan & The 78’s – Hard Times And White Lines – Whitey Morgan/Thirty Tigers CD

Negli ultimi anni si è notata una rinascita di un filone all’interno del genere country che può essere equiparato al movimento degli Outlaws negli anni settanta, e che ha certamente le sue punte di diamante in Chris Stapleton e Jamey Johnson, con esponenti che rispondono ai nomi di Shooter Jennings (uno che un Outlaw originale ce l’aveva in casa), Cody Jinks, Sturgill Simpson (che però con l’ultimo disco ha deciso di esplorare altre strade) e Whitey Morgan. Proprio di quest’ultimo ci andiamo ad occupare oggi: country-rocker del pelo duro e con una grinta notevole, Morgan è uno dei migliori esponenti del genere venuti fuori nell’ultimo decennio, con già tre album di ottimo country elettrico (più uno acustico e cantautorale, Grandpa’s Guitar), un suono strettamente imparentato con il rock e con la musica del Sud. Ad ascoltarlo sembra un texano doc, ma in realtà viene dal profondo nord, esattamente da Flint, in Michigan (località nella quale ha registrato anche un eccellente live album, Born, Raised And Live From Flint, uscito nel 2014), una zona degli States che non è certo rinomata per la musica country. Hard Times And White Lines segue a tre anni di distanza il validissimo Sonic Ranch https://discoclub.myblog.it/2016/02/10/le-due-facce-moderno-outlaw-whitey-morgan/ , e si mantiene sullo stesso livello elevato, una musica grintosa, elettrica, forte e molto più rock che country, ricca di ritmo e feeling.

Morgan è accompagnato come sempre dai fidi 78’s (Joey Spina alle chitarre, Brett Robinson, bravissimo, alla steel, Alex Lyon al basso e Tony DiCello alla batteria), ed in questo disco è aiutato anche da altri sessionmen, tra i quali spiccano i nomi del bravo Jesse Dayton, già valido songwriter e chitarrista a proprio nome, del pianista ed organista Jim “Moose” Brown (di recente con Willie Nelson e Bob Seger), e soprattutto del noto polistrumentista Larry Campbell, qui impiegato alla steel e violino. Il suono di questo Hard Times And White Lines (ispirato dalle truckin’ songs, le canzoni per camionisti che occupano quasi un genere a parte nell’ambito del country made in U.S.A.) è davvero spettacolare, forte, nitido e potente, e le canzoni fanno il resto. Il disco si apre con Honky Tonk Hell, una possente ballata, lenta e cadenzata, che dà la misura dell’approccio musicale del nostro: un brano dalla struttura melodica chiaramente country ma suonata con piglio da vero rocker, ed un’intensità che si tocca quasi con mano, con chitarre elettriche e steel che vanno a braccetto. Con Bourbon And The Blues sembra quasi di sentire una outtake di Waylon degli anni settanta, una canzone in cui tutto, dalla melodia alla voce al ritmo, ricorda lo stile del grande texano: ottima ancora la steel ed anche il piano elettrico che aggiunge un sapore southern, e con la ciliegina di una splendida coda strumentale.

Ancora ritmo elevato con la goduriosa Around Here, un country-rock diretto e grintoso che conferma l’eccellente stato di forma del nostro anche dal punto di vista del songwriting, mentre Hard To Get High è una ballatona di stampo western, che non si muove da sonorità vigorose di chiaro stampo texano. La lenta ed evocativa Fiddler’s Inn fa venire in mente cowboys accampati al crepuscolo, con cavallo, falò, chitarra e whisky come unica compagnia (splendida anche qua la steel), ma Tired Of The Rain è ancora più intima e malinconica, con un feeling enorme, mentre con Wild And Reckless Whitey riprende in mano il pallino del puro country con una cristallina honky-tonk ballad alla George Jones. Nel CD trovano posto anche tre cover di varia estrazione, a partire dalla deliziosa What Am I Supposed To Do del poco conosciuto cantautore Don Duprie, una country song ariosa e solare dal motivo davvero bello ed immediato (anche quando non mostra i muscoli Morgan si conferma un musicista coi fiocchi), e seguita da una gustosa versione tra honky-tonk e rock di Carryin’ On di Dale Watson, uno che già di suo ha i cromosomi del countryman di razza. Ma la rilettura in un certo senso più inattesa è quella, decisamente robusta e bluesata, di Just Got Paid degli ZZ Top, che mantiene la tensione elettrica dell’originale aggiungendo un pizzico di country (ma neanche troppo), con strepitosi interventi chitarristici nel finale.

Gran bel disco, tra i migliori esempi di country elettrico usciti quest’anno.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 11 & 12. Riprende Una Delle Migliori Serie Di Ristampe, E Non Più Solo Per La Bellezza Dei Manufatti! Paul McCartney – Wings Wild Life & Red Rose Speedway

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Wings – Wild Life – Capitol/Universal 2CD – 2LP – Deluxe 3CD/DVD Box Set

Paul McCartney & Wings – Red Rose Speedway – Capitol/Universal 2CD – 2LP with bonus tracks – 2LP with original double album – Deluxe 3CD/2DVD/BluRay Box Set

Paul McCartney & Wings – 1971-1973 Super Deluxe 7CD/3DVD/BluRay Box Set

Dopo una pausa più lunga del consueto, dovuta anche alla firma del contratto con la Capitol ed all’uscita del nuovo album Egypt Station, riprende la serie di ristampe d’archivio di Paul McCartney, una delle più celebrate per la bellezza delle sue edizioni Super Deluxe, manufatti curatissimi in ogni dettaglio e con dentro vere e proprie sciccherie per i fans (anche se va detto che non li regalano di certo). La critica più spesso rivolta a queste riedizioni è che all’impeccabilità della confezione si contrapponeva una scarsa quantità di bonus musicali, un appunto veritiero per molte delle ristampe già uscite fino ad oggi (tranne qualche eccezione, come ad esempio Ram), con la debacle finale di Flowers In The Dirt, che oltre a costare una cifra ben superiore ai cento euro, aveva diverse canzoni disponibili solo come download, una decisione che ha scatenato una specie di rivolta tra i fans di Paul. Ora, sarà che le critiche hanno colpito nel segno, sarà per un eterno duello con l’amico-rivale John Lennon (del quale è uscita una sontuosa edizione deluxe dell’album Imagine), ma le due nuove ristampe della serie, relative ai primi lavori dei Wings, Wild Life (1971) e Red Rose Speedway (1973), sono di gran lunga le migliori fino a questo momento.

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Infatti, oltre alle solite edizioni “basiche” di due CD (o due LP), i cofanetti offrono tre CD ed un DVD per quanto riguarda Wild Life, e ben tre CD, due DVD ed un BluRay per Red Rose Speedway: come se non bastasse, era in vendita solo sul sito di Paul (nel senso che al momento è esaurito, ma non è esclusa una seconda stampa, anche se il sottoscritto è riuscito ad accaparrarselo) un megabox intitolato Paul McCartney & Wings: 1971-1973, che comprendeva i due cofanettoni ed aggiungeva un altro libro fotografico con accluso CD dal vivo inedito dal titolo di Wings Over Europe, che documentava per la prima volta in via ufficiale il tour del 1972/73, che Paul ed il suo gruppo tennero in piccoli club ed università, concerti molto poco pubblicizzati ed in alcuni casi addirittura a sorpresa. L’ironia della sorte è che le migliori ristampe degli archivi di Macca si riferiscono a due album che non sono certo considerati dei capolavori, soprattutto Wild Life, che fu anche un incubo per la casa discografica per vari motivi: il poco appeal radiofonico dei brani, pubblicati senza curare troppo la produzione, la mancanza di un pezzo da pubblicare su singolo, e soprattutto il “nascondersi” di Paul dietro il nome della nuova band (che comprendeva anche la moglie Linda, il chitarrista dei primi Moody Blues Denny Laine ed il batterista Denny Seiwell), con l’aggravante della copertina del disco, nella quale l’ex Beatle era semplicemente uno dei quattro, e riconoscibile solo dopo un’occhiata più attenta.

Risentito oggi, Wild Life non è probabilmente il peggior lavoro di McCartney come si diceva all’epoca (secondo me “l’onore” spetta a Press To Play del 1986), ma non è certo un capolavoro, e mostra una preoccupante incertezza compositiva del nostro, dato che almeno due-tre brani potevano andare bene al massimo come lato B. Questa ristampa, che nel cofanetto si presenta al solito in maniera splendida (libro rilegato, foto inedite, note, testi, polaroid che sembrano vere e la riproduzione esatta di un quaderno di appunti di Linda), cerca di migliorare le cose anche dal punto di vista della musica, ed in parte ci riesce. Certo, brani come l’opening track Mumbo, potente rock song dal buon tiro ma caratterizzata dai vocalizzi incomprensibili di Paul (praticamente uno strumentale), o Bip Bop, che fa parte delle canzoncine “stupide” del nostro (pur essendo orecchiabile), restano nel campo delle bizzarrie; Love Is Strange, una delle rare cover di Macca (è infatti una hit minore del duo Mickey & Sylvia, ed è scritta con Bo Diddley), era inizialmente programmata come singolo portante, ma poi l’uscita è stata cancellata forse non a torto: il brano è anche gradevole, ha un mood quasi caraibico, ma è suonata come se fosse più un’improvvisazione in studio che una canzone fatta e finita. I Am Your Singer, in cui Paul duetta con Linda, è un riempitivo di poco conto, ma Wild Life è una rock ballad fluida ed intensa, suonata stavolta molto bene, ed era un potenziale classico minore (ma non è mai più stata ripresa negli anni a seguire).

Completano il disco originale la discreta Some People Never Know, una ballata elettroacustica dalla melodia limpida e tipica di Paul, la tenue Tomorrow, pop pianistico che è anche il pezzo con più agganci al passato del nostro (leggi Beatles), e l’intensa e drammatica Dear Friend, ancora eseguita al piano e leggermente orchestrata. Il secondo dischetto del box presenta gli stessi brani in versione “rough mix” (e con Love Is Strange solo strumentale), un’aggiunta tutto sommato non indispensabile dato che già i pezzi finiti sul disco non è che fossero curatissimi dal punto di vista tecnico. Il terzo CD contiene una manciata di home recordings di Paul e Linda inerenti a brani del disco e non (c’è anche una breve Good Rockin’ Tonight), registrazioni molto informali ed inoltre con una qualità sonora decisamente amatoriale (e ci sono anche le figlie della coppia che ridacchiano in sottofondo, specie durante Bip Bop). Ci sono fortunatamente anche brani incisi in studio, ed i più interessanti sono la soffusa When The Wind Is Blowing, uno slow con una melodia discreta ma privo di testo, il rock-blues sempre strumentale The Great Cock And Seagull Race, un brano dalle ottime potenzialità e guidato alla grande da piano e chitarra (doveva essere pubblicato, fu passato anche in radio ma poi non se ne fece niente), la versione “edit” di Love Is Strange che doveva uscire come singolo (ma come abbiamo visto non fu mai messa in commercio) e la “strana” e piuttosto caotica African Yeah Yeah. Infine, il singolo “politico” Give Ireland Back To The Irish, a causa del quale Paul venne criticato aspramente, sia per una presunta mancanza di spontaneità e per la banalità del testo (ma musicalmente il brano non era malaccio).

Red Rose Speedway fu invece visto all’epoca come un ritorno di Paul alla forma migliore, un giudizio forse anche influenzato dalle pesanti critiche riservate a Wild Life (ma anche Ram non fu inizialmente apprezzato, mentre oggi è giustamente considerato come uno dei più begli album “minori” di McCartney), dato che il disco è sì un deciso passo avanti, ma non ancora ai livelli abituali per l’ex Scarafaggio, livelli che verranno raggiunti comunque da lì a poco con lo splendido Band On The Run. Di sicuro gli executives della casa discografica dovevano essersi fatti sentire, dato che il disco stavolta è accreditato a Paul McCartney & Wings, il faccione di Paul è ben visibile in copertina, ma soprattutto il primo singolo estratto è ancora oggi una delle ballate più note di Paul: My Love, un pezzo che forse ha un arrangiamento un tantino melenso ma è dotato di una melodia indimenticabile e di sicuro impatto per le classifiche del 1973. Il disco in origine doveva essere un doppio, ma poi, forse su pressioni dell’etichetta, fu ridotto ad un più rassicurante LP singolo: oggi il box offre sia la versione originale (sul primo CD) che quella doppia (sul secondo), ed anche in vinile esce in due configurazioni diverse, entrambe doppie (una con il disco del 1973 più una selezione di bonus tracks presenti sul terzo CD, l’altra con il doppio album che sarebbe dovuto uscire: siete abbastanza confusi?). La versione ampliata presenta diciotto canzoni, contro le nove del disco dell’epoca; dei nove brani aggiunti, sei usciranno di lì a poco come lati B di vari singoli: la deliziosa e bucolica Country Dreamer, rara escursione di Paul appunto nel country, il reggae leggerino di Seaside Woman, cantato da Linda (il che non migliora la canzone), I Lie Around, gradevole e cadenzata rock song che non avrebbe sfigurato sull’LP originale, la vibrante e chitarristica The Mess, eseguita dal vivo (è giusto ricordare che qui i Wings sono in cinque, dato che si è aggiunto il chitarrista Henry McCullough, ex Grease Band), l’acustica e delicata Mama’s Little Girl ed il folk-rock di I Would Only Smile, scritta e cantata da Laine.

Tre brani sono inediti assoluti: Night Out, un rock’n’roll strumentale decisamente elettrico e grintoso, ma più una jam di due minuti che una vera canzone, l’eccellente rock-blues Best Friend, ancora dal vivo e che avrebbe meritato maggior fortuna, e la lenta Tragedy, tutto sommato non indispensabile. E poi ci sono i brani finiti sul disco del 1973: oltre alla già citata My Love i pezzi salienti sono la discreta Get On The Right Thing, dal ritornello accattivante, la solida rock ballad When The Night, il bel medley di undici minuti che comprende quattro mini-canzoni ed il delizioso country-pop di One More Kiss. Mentre le altre sono dignitose pop songs, ma che non troveremo mai su un Best Of di Paul (con una nota di biasimo particolare per l’ambizioso strumentale Loup (1st Indian On The Moon), dalle tentazioni prog ma senza né capo né coda). Il terzo dischetto inizia con due singoli del periodo (la filastrocca Mary Had A Little Lamb, scritta come risposta alle critiche per Give Ireland Back To The Irish, ed il trascinante rock’n’roll Hi Hi Hi, ancora oggi nei concerti di Paul) ed il loro lati B (la guizzante Little Woman Love ed il gradevole reggae C Moon). Detto della presenza della famosissima Live And Let Die, troviamo poi cinque missaggi differenti di brani ascoltati in precedenza, la stessa Live And Let Die in una diversa take (e senza orchestra), l’ottima versione di studio di The Mess, ed altri tre inediti assoluti: la pianistica 1882, proposta in ben tre letture (home recording, studio e live) e niente affatto male, la scanzonata e divertente Thank You Darling e la potente Jazz Street, uno strumentale che di jazz non ha nulla ma servirà come base di partenza per la futura 1985.

Per quanto riguarda entrambi i box, non ho ancora avuto tempo di vedere la parte video, ma se in Wild Life i contenuti si limitano a qualche rehearsal, un breve documentario di Paul e Linda in Scozia ed un filmato che mostra immagini dal party indetto per lanciare l’album, il primo DVD di Red Rose Speedway presenta vari videoclip di singoli dell’epoca, una Live And Let Die dal vivo a Liverpool ed uno special televisivo, mentre il secondo dischetto il raro The Bruce McMouse Show, uno strano cartone animato inframezzato da performance dal vivo dei Wings (ed il BluRay ha il medesimo contenuto). Ed eccoci all’interessantissimo dischetto live Wings Over Europe, come dicevo prima esclusivo del box 1971-1973, un documento di indubbio valore in quanto si occupa di un tour fino a questo momento mai preso in considerazione dalla discografia di Paul. Registrato in varie località del vecchio continente (ma la Gran Bretagna, così come l’Italia, erano state escluse), il CD ci fa vedere che i Wings erano già un’ottima live band (ad eccezione di Linda, che è sempre stata un elemento prettamente ornamentale), e ci presenta versioni di ottimo livello di highlights da Wild Life (Mumbo, Bip Bop, entrambe migliori che in studio, e la title track), Ram (gli scatenati rock’n’roll Smile Away e Eat At Home) ed un solo pezzo dal primo solo album di Paul, che però è la straordinaria Maybe I’m Amazed. Ci sono anche Big Barn Bed e My Love in anteprima da Red Rose Speedway, e purtroppo anche un doppio spazio per Linda con I Am Your Singer e Seaside Woman.

Non mancano versioni molto vitali dei singoli dell’epoca, soprattutto Give Ireland Back To The Irish e la coinvolgente Hi Hi Hi (mentre Mary Had A Little Lamb resta un brano minore), alcuni inediti già trovati nei due box recensiti poc’anzi (The Mess, 1882, Best Friend), una strepitosa cover di Blue Moon Of Kentucky, tra le migliori del CD, e la potente Soily, una vibrante rock song che vedrà la luce su un altro live del gruppo, Wings Over America, ma di cui ancora manca una versione in studio. E i Beatles? A quell’epoca purtroppo vigeva una sorta di embargo verso le canzoni dei Fab Four da parte di Macca (ed anche di John, che però non faceva tour), e la cosa più vicina a quel fantastico periodo è una tirata Long Tall Sally di Little Richard posta in chiusura, che il nostro aveva inciso anche con gli ex compagni di Liverpool. Una doppia (tripla, con il live) ristampa che ci offre quindi tantissimo materiale, forse non tutto di primissima qualità (soprattutto nel box di Wild Life), ma che ci fa sperare in un nuovo trend più “generoso” da parte di Paul per quel che riguarda le riedizioni future (con una speranza di chi scrive di vedere a breve una rivalutazione di Back To The Egg, da sempre uno dei miei preferiti).

Marco Verdi

P.S. Dal suo “amico” John e dal sottoscritto con tanti auguri di Buon Natale.

Bruno Conti

L’Eccezione Che Conferma La Regola: Non Tutte Le Orchestre Vengono Per Nuocere! Buddy Holly With The Royal Philarmonic Orchestra – True Love Ways

buddy holly true love ways

Buddy Holly With The Royal Philarmonic Orchestra – True Love Ways – Decca/Universal CD

Sono sempre stato parecchio critico verso le operazioni di “lifting musicale”, in particolare quando vengono prese le tracce vocali di un artista scomparso alle quali viene aggiunto un accompagnamento strumentale inciso ex novo. Qualche eccezione la faccio anch’io, tipo quando si vuole in un certo modo omaggiare il proprio passato (come i Beatles con Free As A Bird e Real Love, costruite intorno a due nastri casalinghi di John Lennon) o quando un gruppo di canzoni viene lasciato in eredità (come nel caso dell’album postumo di Pops Staples Don’t Lose This uscito nel 2015 e formato da canzoni che il grande musicista aveva consegnato prima di morire alla figlia Mavis, con la raccomandazione di pubblicarle); già nel caso dei Queen, sia per l’album Made In Heaven che per i tre brani “inediti” usciti sulla compilation Queen Forever, siamo giusto a metà tra il tributo all’amico Freddie Mercury e la furba operazione commerciale. L’ultima moda in fatto di restauro musicale è prendere le registrazioni originali di grandi del passato, meglio se stelle del rock’n’roll, ed appiccicargli addosso nuove registrazioni a cura della Royal Philarmonic Orchestra: ha inaugurato il nuovo “trend”, tanto per cambiare, Elvis Presley con il terribile If I Can Dream, del quale mi sono sincerato di far sapere il mio pensiero su questo blog https://discoclub.myblog.it/2015/11/05/questanno-natale-bella-seduta-spiritica-elvis-presley-with-the-royal-philarmonic-orchestra-if-i-can-dream/ .

Eppure incredibilmente quel lavoro ha avuto anche successo, dato che sono poi usciti due seguiti (uno dei quali dedicato alle canzoni di Natale), e la moda si è estesa anche ad altri, come Roy Orbison, con ben due volumi a lui accreditati, secondo me sbagliando ancora di più in quanto la voce di Roy, già potente ed “operistica” di suo, il meglio lo ha sempre dato con arrangiamenti piuttosto sobri, e non seppellita da orchestrazioni ridondanti. Come se non bastasse, si è cominciato a pubblicare dei CD usando incisioni di artisti in quel momento ancora in vita (Aretha Franklin) o più o meno in attività (i Beach Boys), ma i risultati dal punto di vista artistico non sono migliorati granché, ed un certo sapore kitsch è sempre venuto prepotentemente a galla. Inizialmente non ero dunque propenso a considerare neanche questo True Love Ways, nuovo episodio della serie e dedicato stavolta al grande Buddy Holly, ma mi ci sono avvicinato dopo aver letto più di un commento positivo, e considerando anche il fatto che l’immagine del rocker texano scomparso tragicamente nel 1959 negli anni è stata gestita sempre in maniera molto rispettosa. E, dopo averlo ascoltato, posso infatti confermare che True Love Ways è un capitolo a parte, in quanto il lavoro di restauro è stato fatto con grande gusto e misura, e l’orchestra è sempre un passo indietro rispetto alla voce di Buddy e all’accompagnamento dei Crickets (Joe B. Mauldin e Jerry Allison).

Alle registrazioni originali sono state aggiunte anche nuove chitarre (John Parricelli e Kenny Vaughan), è stata rinforzata la sezione ritmica (con l’ausilio di Don Richardson e Steve Pierce al basso e Neal Wilkinson alla batteria) e si sono uniti anche interventi di pianoforte e sassofono. Ma il tutto è stato fatto con il massimo rispetto (dietro il progetto c’è l’ex moglie di Buddy, Maria Elena Holly) e cercando di non rovinare le sonorità originali, rendendo il risultato finale estremamente gradevole. La voce gentile di Holly viene anche valorizzata da questo restyling, al punto che in alcuni momenti sembra di ascoltare un disco inciso da poco, ed i brani contenuti nel CD brillano di una luce nuova: non è il caso di recensire le canzoni, i titoli fanno parte della storia della musica, pezzi che rispondono ai nomi di It Doesn’t Matter Anymore, Everyday, Raining In My Heart, la stessa True Love Ways, Words Of Love, Rave On, la stupenda Peggy Sue. Anche i pezzi più rock’n’roll, come That’ll Be The Day, Oh Boy e Maybe Baby, non perdono un’oncia della loro antica bellezza (e l’orchestra, ripeto, lavora di fino). D’altronde Holly era un grandissimo, e Dio solo sa cosa avrebbe potuto regalarci in seguito se solo non fosse salito su quel maledetto aereo: sono pronto a giurare (tanto non c’è la controprova) che negli anni sessanta avrebbe potuto essere tranquillamente un numero uno, dato che Elvis diventerà la parodia di sé stesso in film assurdi, Orbison calerà disco dopo disco fino a scomparire dai radar per tutti gli anni settanta, Jerry Lee Lewis avrà la carriera stroncata a causa del matrimonio con la cugina minorenne, e pure Chuck Berry a poco a poco si perderà. Se questa compilation servirà a far conoscere l’arte di Buddy Holly a generazioni più giovani (dato che, pur essendo una leggenda, per certi versi la sua figura è sempre stata un po’ di nicchia), l’operazione oltre che riuscita dal punto di vista artistico si potrà definire anche meritoria.

Un disco fatto bene non basta comunque a far cambiare idea al sottoscritto circa questo genere di iniziative, e sarò sempre pronto a “bastonare” futuri album non al livello di questo True Love Ways.

Marco Verdi

Non E’ Texano, Ma Non Ditelo A Nessuno! Frank Foster – ‘Til I’m Gone

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Frank Foster – ‘Til I’m Gone – Lone Chief CD

Frank Foster, country-rocker nato in Louisiana 36 anni fa, è l’esempio vivente che si può fare dell’ottimo country indipendente e non compromesso con il suono pop di Nashville, ritagliandosi a poco a poco una discreta fetta di mercato. Il nostro infatti ha esordito nel 2011 con Rowdy Reputation, creandosi un seguito non indifferente a forza di un disco all’anno, il tutto incidendo e distribuendo i propri lavori senza il supporto di una major (ed ogni album ha venduto qualcosa in più del precedente). In più, Foster fa del vero country, elettrico, grintoso, chitarristico e coinvolgente, per nulla commerciale, ed anche nelle ballate non scende mai sotto il livello di guardia: Good Country Music, il suo penultimo album uscito all’incirca un anno fa, aveva nel titolo l’essenza della sua proposta, una musica di livello egregio, suonata e cantata come ogni vero countryman dovrebbe fare https://discoclub.myblog.it/2017/02/28/buona-musica-countryil-titolo-fa-fede-frank-foster-good-country-music/ .

Til I’m Gone è il titolo del nuovo disco di Frank, che non cambia di una virgola il contenuto: country-rock diretto e sanguigno, dieci canzoni ben scritte da Foster stesso e suonate da un gruppo di gente tosta quanto sconosciuta, con i due chitarristi Rob O’Block e Topher Petersen a guidare le danze, ben coadiuvati dalla sezione ritmica di Caleb Hooper (basso) e Jeremy Warren (batteria), dalle tastiere di James Farrell e dall’ottima steel di Kyle Everson. La title track apre il CD, ma è anche il brano meno interessante: la voce è country, l’accompagnamento decisamente elettrico e chitarristico, ma il ritmo non è particolarmente elevato ed il tutto sembra sempre sul punto di accelerare ma la cosa non avviene, dando una sensazione di staticità. Something ‘Bout Being Free si apre con un jingle-jangle byrdsiano, subito seguito da una chitarra ruspante ed una ritmica stavolta sì sostenuta, un rock’n’roll davvero godibile che ci fa dimenticare l’inizio incerto (e non sono estranei elementi sudisti); divertente e piacevole anche #3 Sticker, altro rockin’ country vigoroso e trascinante, con un sound chitarristico di quelli che piacciono a noi, e che dal vivo sono in grado di far saltare tutta la sala.

Pure Homebody Ramblin’ Man Blues è elettrica e cadenzata, ma la steel la rende più country, anche se lo spirito rock’n’roll non rimane certo nelle retrovie, mentre Playin’ For Drinks è puro honky-tonk, suonato e cantato a regola d’arte, un suono texano al 100% (anche se, come detto, Frank non proviene dal Lone Star State) e con la steel più in palla che mai. About The Beer ha una ritmica spezzettata, quasi funky, un organo caldo che le dona un sapore sudista ed un refrain diretto, Beer Drinkin’ Buddies è una ballatona ancora di stampo texano, lenta, vibrante e senza il minimo accenno di mollezze, anzi anche qui la strumentazione è decisamente elettrica, mentre This Evenin’, sempre con le chitarre in primo piano, è più attendista ma ha uno sviluppo fluido e disteso. Il disco si chiude con lo slow acustico Age, invero molto breve, e con la country-rock song d’atmosfera In The Wind, altro pezzo con il Sud nel sangue ed una bella slide a commentare i passaggi vocali del leader.

Con ‘Til I’m Gone Frank Foster si conferma un countryman di ottimo livello, ed il fatto di pubblicare un disco all’anno non gli sta pesando affatto in termini di qualità.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 10. La Lunga Carriera Di Un Professore Del Songwriting. Neil Diamond – 50th Anniversary Collector’s Edition

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Neil Diamond – 50th Anniversary Collector’s Edition – Capitol/Universal 6CD Box Set

Non stiamo sicuramente parlando del mio preferito tra i musicisti (ed è probabile che non entri neanche nella mia Top 20) ma, come ho già scritto in una precedente recensione, se esistesse una facoltà universitaria che insegnasse l’arte del songwriting uno dei primi nomi a venirmi in mente per il ruolo di docente sarebbe quello di Neil Diamond. Stiamo parlando infatti di un autore che ha avuto una carriera davvero intensa e ricca di soddisfazioni, con all’attivo una serie impressionante di canzoni che sono entrate a fare parte del Great American Songbook, diventando quindi dei veri e propri standard. Originario di Brooklyn, Diamond ha sempre abbinato ad un grande successo di pubblico un rapporto controverso con la critica, che lo ha spesso accusato (in molti casi, bisogna dirlo, a ragione) di aver privilegiato il lato commerciale della sua musica, rivestendo i suoi brani di sonorità eccessivamente orchestrate e ridondanti, oltre a non perdonargli certi atteggiamenti da superstar ed un tono spesso declamatorio nelle interpretazioni. Ma Neil rimane un grande songwriter, oltretutto dotato di una voce splendida e di una presenza carismatica come poche: d’altronde scrivere capolavori pop come Solitary Man, Girl, You’ll Be A Woman Soon, I’m A Believer, Kentucky Woman, Glory Road e Sweet Caroline non è che capita a tanti.

Ma la lista dei successi del nostro non si ferma certo qui, dato che non ho citato evergreen come I Am, I Said, Cherry Cherry, America, Cracklin’ Rosie, Shilo, Red, Red Wine, Holly Holy, Song Sung Blue, Longfellow Serenade, Love On The Rocks, Hello Again, September Morn…e mi fermo qui. Tutti brani che ritroviamo in questo 50th Anniversary Collector’s Edition, splendido box di sei CD che è la versione espansa dell’antologia tripla uscita lo scorso anno (quindi gli anni sono ormai 51), che dovrebbe mettere la parola fine ai festeggiamenti del Diamond songwriter e performer, dato che purtroppo l’ultimo tour celebrativo è stato interrotto a causa del morbo di Parkinson che ha colpito il nostro https://discoclub.myblog.it/2018/09/07/che-vi-piaccia-o-no-stiamo-parlando-di-uno-dei-grandi-neil-diamond-hot-august-night-iii/ . Il cofanetto non è il primo dedicato a Neil, ma è indubbiamente il più completo: 115 canzoni di cui 15 inedite, una bellissima confezione formato libro con splendide foto ed un’interessante intervista nuova di zecca a Diamond stesso, che ripercorre disco per disco la sua carriera. Il cofanetto, che conta anche su una rimasterizzazione degna di nota, si occupa al 98% delle registrazioni di studio, dato che era già uscito nel 2003 un altro notevole box tutto dal vivo, Stages. Nel corso dei sei dischetti ripercorriamo dunque tutte queste cinque decadi di musica, entrando nel dettaglio con canzoni note e meno note: i brani citati poc’anzi ci sono ovviamente tutti (il primo dischetto è da cinque stelle), ma via via si trovano anche diverse perle dimenticate, oltre agli inediti che vedremo fra poco.

Per esempio l’album del 1976, Beautiful Noise, prodotto da Robbie Robertson e giustamente considerato tra i migliori di Diamond, è rappresentato quasi nella sua interezza, ben nove brani su undici, tra cui la splendida title track, le grintose Jungletime e Street Life, il caldo rock-soul di Surviving The Life, la cadenzata Stargazer, dall’antico sapore dixieland, e la deliziosa Dry Your Eyes, scritta a quattro mani con Robertson (e che Neil cantò anche durante il mitico concerto The Last Waltz). Altri pezzi degni di nota sono il potente gospel di Walk On Water, la vibrante Rosemary’s Wine, la splendida e struggente The Gift Of Song, la coinvolgente  Desirée, la ritmata I’m Alive, trascinante anche se con qualche synth di troppo, il duetto con Waylon Jennings One Good Love e la strepitosa country song Blue Highway, con la chitarra di Chet Atkins. E poi abbiamo l’ultimo periodo, quello dei due album prodotti da Rick Rubin in maniera spoglia ed essenziale, che hanno rilanciato la carriera di Diamond, arrivata nel nuovo millennio ad un punto morto (nello stesso modo con cui il barbuto produttore aveva rivitalizzato Johnny Cash): brani di grandissimo spessore come Delirious Love, We, Hell Yeah, Captain Of A Shipwreck, Pretty Amazing Grace ed Another Day (That Time Forgot), nella quale Neil duetta con Natalie Maines; non manca neppure un’ampia selezione, 7 canzoni, dall’ultimo album con pezzi originali, il più che valido Melody Road, con la title track e The Art Of Love come brani di punta. Ovviamente non manca il Diamond degli arrangiamenti magniloquenti, zuccherosi e sopra le righe, ma le canzoni scelte non inficiano il piacere dell’ascolto del cofanetto, anche se pezzi come Done Too Soon, Morningside, Be, Play Me, l’orripilante Headed For The Future (piena di suoni finti e drum machines), il mieloso duetto con Barbra Streisand You Don’t Bring Me Flowers e la già citata September Morn non saranno mai tra le mie preferite.

Ci sono tre inediti sparsi nei primi cinque CD (i due brevi demo originali di I Am, I Said e America, ed una versione dal vivo a Dublino della bellissima Baby Can I Hold You di Tracy Chapman, una delle rare cover proposte da Neil), ma la parte del leone la fanno gli altri dodici, che occupano interamente il sesto dischetto: non sono demo o versioni alternate di pezzi già noti, ma vere e proprie canzoni mai sentite, che in alcuni casi Diamond ha rinfrescato e completato con l’aggiunta di parti strumentali suonate apposta per questo box, quasi come se volesse darci un intero disco nuovo. L’apertura è affidata a Sunflower, che è anche l’unica già nota in quanto negli anni settanta è stata una hit per Glen Campbell, ed è una scintillante country song, vibrante e dalla melodia immediata (e che voce); C’Est La Vie, scritta insieme a Gilbert Becaud come September Morn, è una delicata ballata, strumentata con gusto e misura, che avrebbe potuto sicuramente diventare un successo, Girls Go Fishin’ è un gustoso bozzetto tra country ed old time music, un brano che non capisco come possa essere stato lasciato fuori dalla discografia ufficiale di Neil. La cadenzata Maybe, seppur gradevole, risulta già sentita (ma la classe non è acqua), ma Caribbean Cruise è un pezzo terso e solare, con tanto di steel drums, e potrebbe benissimo essere di Jimmy Buffett. You Are è una ballatona tipica del nostro, guidata da piano e chitarra e cantata con il consueto pathos, Easy (To Be In Love) è una outtake di Melody Road ma non sembra affatto uno scarto, mentre Before I Had A Dime è un’altra strepitosa country ballad, dal motivo splendido, e non credo di esagerare se dico che è al livello delle migliori composizioni di Diamond. Molto bella anche The Ballad Of Saving Silverman, dal mood coinvolgente, mentre It Don’t Seem Likely è un brano dall’accompagnamento vigoroso e con un sapore soul; il CD si chiude con la fluida Long Nights, Hold On, altro lento decisamente interessante (che risente un po’ di una produzione anni ottanta), e con Moonlight Rider, forse l’unica un po’ sopra le righe in tutto il dischetto.

Quindi un altro cofanetto di grande spessore in questa intensa (e dispendiosa) fine 2018, un regalo perfetto sia per il fan che per il neofita.

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 9. Un Box Lussuoso (E Costoso) Ma Fondamentalmente Inutile. A Meno Che… Eagles – Legacy

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Eagles – Legacy – Warner 12CD/DVD/BluRay – 15LP Box Set

…a meno che del gruppo abbiate poco o niente, nel qual caso il cofanetto in questione diventa imperdibile, in quanto elegante, ben fatto e tutto sommato dal costo equo (se dividete il totale per il numero dei dischetti, a meno che non vogliate la versione in vinile, che però omette la parte video), ma soprattutto per il fatto che la musica in esso contenuta è di livello eccelso. Ma andiamo con ordine: penso che non servano tante parole per spiegare chi sono gli Eagles, band simbolo del rock californiano degli anni settanta ed uno dei gruppi cardine della decade, nonché tra i più popolari al mondo (Italia compresa): basti pensare che, nel lungo periodo di separazione tra il 1980 ed il 1994 la loro fama non è calata di un millimetro, nonostante nel frattempo le carriere soliste dei vari membri non fossero mai veramente decollate. Ma, come ho già avuto modo di dire in passato, il gruppo guidato da Don Henley e Glenn Frey (scomparso nel nefasto 2016, primo e finora unico membro presente e passato ad averci lasciato) ha sempre avuto il braccino parecchio corto nella gestione degli archivi, regalando negli anni ai fans davvero poco a livello di materiale inedito (in studio praticamente nulla, qualcosa in più dal vivo ma quasi sempre con concerti monchi), ed anche con questo cofanetto celebrativo, intitolato Legacy, pare abbiano badato più alla confezione che al contenuto.

Eagles Legacy

Il box è, come già accennato, davvero bello, con inseriti all’interno, tre libretti a copertina dura, uno comprendente tutti gli album di studio, uno i live (compreso un DVD ed un BluRay) ed il terzo le note disco per disco e parecchie foto, ma niente testi o nomi di chi suona cosa nei vari dischi (e qualcuno online ha criticato anche la scelta di ignorare le vesti grafiche originali dei vari album). Il tutto senza l’ombra di mezza bonus track: l’unica chicca, se così vogliamo chiamarla, è un CD di dieci pezzi che contiene lati A e B di singoli, esclusivo per questo box, ma anche lì vedremo con poche sorprese. Ma analizziamo nel dettaglio il contenuto del cofanetto, che è comunque strepitoso, specie per i neofiti o per i super fan.

CD1: Eagles (1972) Suona strano che il disco d’esordio della band californiana sia stato registrato a Londra (con la produzione del grande Glyn Johns). Ma Eagles è un debutto coi fiocchi per il gruppo di Henley e Frey (completato da Bernie Leadon e Randy Meisner), e sono già presenti classici come lo splendido country-rock Take It Easy (scritta da Jackson Browne insieme a Frey), la potente ed intrigante rock song Witchy Woman e la deliziosa e countreggiante Peaceful, Easy Feeling. Tra i restanti brani si segnalano la trascinante Chug All Night, il rockin’ country Nightingale, ancora di Browne, e lo squisito honky-tonk Train Leaves Here This Morning di Leadon, responsabile anche del bluegrass elettrico Earlybird.  CD2: Desperado (1973) L’album migliore del primo periodo delle Aquile, un disco quasi perfetto in cui spiccano la splendida title track, tra le più belle canzoni dei seventies, la soft ballad di classe Tequila Sunrise e la sontuosa Doolin-Dalton, così bella che viene ripresa due volte. Ma non sono da meno Twenty-One, altro scintillante bluegrass di Leadon, l’irresistibile rock’n’roll di Out Of Control e la fulgida Saturday Night, con le perfette armonie vocali tipiche del gruppo.

CD3: On The Border (1974) Gli Eagles ringraziano Johns ed iniziano una lunga collaborazione con Bill Szymczyk, che dura fino ai giorni nostri. On The Border è un album di transizione, privo di vere hits, ma solido e di buon livello, a partire dal pimpante rock’n’roll d’apertura Already Gone, per proseguire con la bella cover di Tom Waits Ol’ 55 e con la 100% californiana The Best Of My Love. Brani minori ma comunque validi sono la squisita Midnight Flyer, ancora tra rock e bluegrass, la raffinata ballad My Man e la potente ed elettrica James Dean. In due brani fa la sua comparsa alla solista Don Felder, che da lì a breve entrerà a far parte stabile del gruppo. CD4: One Of These Nights (1975) La solita formula iniziava a mostrare la corda, e quindi i nostri aumentano le sonorità rock, pop ed anche errebi (come nel caso della famosa title track) entrando in disaccordo con Leadon che se ne andrà di lì a poco, non prima di aver lasciato in eredità l’ambizioso strumentale tra rock e musica western Journey Of The Sorcerer (per la verità tirato un po’ per le lunghe). Ci sono comunque un paio di omaggi al suono country-rock degli esordi con la tersa Lyin’ Eyes e la deliziosa e malinconica Hollywood Waltz. Ma il capolavoro del disco, e della carriera di Meisner, è la straordinaria ballata Take It To The Limit, tra le più belle in assoluto dei nostri. L’album è anche l’unico delle aquile a contenere un brano cantato da Felder, Visions, e dopo averlo ascoltato non è difficile capire perché non abbiano insistito.

CD5: Hotel California (1976) Il capolavoro degli Eagles, un disco quasi senza sbavature che deve gran parte della sua fama all’epica title track, una canzone magnifica dall’agghiacciante testo sul tema dell’autodistruzione e con uno dei più begli assoli di chitarra di sempre. Ma l’album contiene diverse altre perle, dal pop-rock quasi perfetto di New Kid In Town, alle roccate e coinvolgenti Life In The Fast Lane e Victim Of Love, fino alla buona slow ballad Wasted Time. Sul finale il disco cala leggermente, con il congedo di Meisner (che lascerà dopo l’uscita del disco) Try And Love Again, e l’esordio del nuovo chitarrista Joe Walsh (ex James Gang e subentrato al posto di Leadon), che con Pretty Maids All In A Row dimostra che le ballate non sono il suo pane. Ma c’è ancora tempo per un colpo di coda con la straordinaria The Last Resort, altra sontuosa ballad dalla melodia memorabile e con un crescendo emozionante. CD6: The Long Run (1979) Timothy B. Schmit, ex Poco, sostituisce Meisner giusto in tempo per partecipare a quello che per molti anni sarà l’ultimo album del gruppo, distrutto dai conflitti interni. The Long Run è un lavoro discontinuo, con tre pezzi ottimi (il gustoso errebi della title track, il rock’n’roll trascinante di Heartache Tonight, scritto con Bob Seger, e la malinconica The Sad Café), due buoni (la sofisticata I Can’t Tell You Why, perfetta per la voce angelica di Schmit, e la roccata In The City, con Walsh stavolta nel suo ambiente naturale) ed altri non proprio eccelsi, soprattutto le brutte The Disco Strangler e Those Shoes e la pessima Teenage Jail, forse la peggiore canzone in assoluto dei nostri. The Greeks Don’t Want No Freaks, che vede la presenza ai cori di Jimmy Buffett, è divertente nonostante sia un po’ stupidotta.

CD7/8: Long Road Out Of Eden (2007) un nuovo disco 28 anni dopo The Long Run, quasi un miracolo (anche se i nostri sono di nuovo insieme dal 1994 come live band), e la formazione è la stessa meno Felder, che ha “abbandonato” all’inizio del nuovo secolo per dissidi con Henley e Frey. Long Road Out Of Eden è formato da due CD, ed è il classico caso di un buon doppio album che avrebbe potuto essere un eccellente singolo, tenendo solo i brani migliori. Che sono concentrati in gran parte nel primo dischetto: la suggestiva apertura corale a cappella di No More Walks In The Wood, l’irresistibile country-rock How Long (scritta da J.D. Souther e suonata più volte dal vivo negli anni settanta dalle Aquile, ma mai incisa fino a quel momento), le belle Busy Being Fabulous, What Do I Do With My Heart e Waiting In The Weeds, la raffinata No More Cloudy Days e la delicata You Are Not Alone. Non male anche Guilty Of The Crime di Walsh, mentre gli highlights del secondo CD sono la grintosa Somebody e l’epica title track (10 minuti di durata), una signora canzone che però non è, come ha detto qualcuno, la nuova Hotel CaliforniaCD9: Eagles Live (1980) il primo disco dal vivo della band esce praticamente postumo, e contiene brani tratti dal tour del 1980 ma anche del 1976 (quindi ancora con Meisner in qualche brano). Ed è comunque un live splendido, con i nostri che forniscono scintillanti riletture delle pagine più belle del loro songbook (ma pare che i pezzi siano stati pesantemente ritoccati in studio), con l’aggiunta di due episodi del repertorio solista di Walsh (All Night Long e la trascinante Life’s Been Good, la signature song del biondo chitarrista) e della bellissima cover corale di Seven Bridges Road di Steve Young.

CD10: Hell Freezes Over (1994) la tanto attesa reunion avviene per un concerto negli studi della MTV a Burbank, al quale seguirà un tour di clamoroso successo. Il titolo si riferisce ad una frase di Henley dei primi anni ottanta, quando asserì che gli Eagles avrebbero suonato ancora assieme “quando l’inferno ghiaccerà”. I cinque (c’è anche Felder) sono in forma eccellente, e ci regalano versioni splendide di Take It Easy, Tequila Sunrise, I Can’t Tell You Why, The Last Resort e Desperado, e soprattutto una sontuosa Hotel California suonata interamente unplugged. Peccato scelgano di inserire anche le mediocri Pretty Maids All In A Row e New York Minute (di Henley solista quest’ultima). Ma la ciliegina sono quattro pezzi nuovi di zecca registrati in studio, tutti molto belli: il rock’n’roll quasi alla ZZ Top Get Over It, la romantica Love Will Keep Us Alive, scritta da Jim Capaldi e Paul Carrack ed affidata alla limpida voce di Schmit, la country ballad vecchio stile The Girl From Yesterday e l’intensa Learn To Be Still, slow song di Henley sulla falsariga di The End Of The InnocenceCD11: The Millenium Concert (2000) Uscito originariamente all’interno del cofanetto celebrativo Selected Works 1972-1999, in questo album si comincia a vedere il braccino corto dei nostri. Registrato il 31 Dicembre 1999 a Los Angeles, il CD (che è anche l’ultima apparizione su disco di Felder all’interno del gruppo) propone solo una parte del concerto, la miseria di dodici canzoni. Il suono e la performance sono impeccabili, e, a parte Hotel California e Peaceful, Easy Feeling, le Aquile propongono una scaletta “diversa”, con le raramente suonate Victim Of Love, Please Come Home For Christmas, Ol’ 55, The Best Of My Love ed una Take It To The Limit eseguita per la prima volta dal 1976 (la canta Frey). Però, porca pupazza, con solo 12 canzoni a disposizione, dovevamo per forza sorbirci le non eccezionali (eufemismo) Those Shoes, Dirty Laundy, All She Wants To Do Is Dance, Funky New Year e Funk # 49?

CD12: Singles And B-Sides (2018) Il CD “esclusivo” presenta, su dieci pezzi totali, sei versioni “single edit” di brani contenuti nei dischi precedenti; l’unica vera rarità, mai uscita prima in CD, è Get You In The Mood, un discreto rock-blues che era sul lato B di Take It Easy. Poi abbiamo le due facciate del singolo natalizio del 1978, Please Come Home For Christmas, decisamente bella (è un classico di Charles Brown), e Funky New Year, decisamente trascurabile. Chiude il dischetto la splendida Hole In The World, toccante canzone scritta all’indomani della tragedia dell’11 Settembre 2001, e caratterizzata dalle inimitabili armonie vocali del gruppo. DVD: Hell Freezes Over (1994) Trasposizione video del concerto già uscito in CD, con l’aggiunta di The Heart Of The Matter di Henley e Help Me Through The Night di Walsh e, come bonus audio, Seven Bridges Road, che però è un remaster della versione di Eagles Live (?!?). E, particolare non trascurabile, le quattro canzoni nuove che sul CD erano in studio qua sono dal vivo. BluRay: Farewell I Tour: Live From Melbourne (2005) Finalmente un concerto completo delle Aquile, e stavolta pure lungo, ma anche uno dei live in video più belli in circolazione, con i quattro in forma strepitosa, compreso Walsh (che nelle interviste degli extra sembra invece suonato come una campana). Inutile dire che i classici ci sono tutti, e sono suonati e cantati in maniera perfetta. Non mancano comunque le chicche, come alcuni ottimi episodi delle carriere soliste: The Boys Of Summer di Henley, You Belong To The City di Frey, Walk Away e Life’s Been Good di Walsh. Ci sono anche due brani all’epoca nuovi, No More Cloudy Days, che andrà su Long Road Out Of Eden, e One Day At A Time, che Walsh pubblicherà sul suo album solista Analog Man. Come ciliegina, la prima versione live ufficiale dell’emozionante Hole In The World, con armonie vocali da brivido.

A parte tutti i giudizi già espressi sull’avarizia discografica degli Eagles, Legacy è un cofanetto con dentro tantissima grande musica: diciamo che se conoscete qualcuno che a Natale vi vuol fare un bel regalo, questa potrebbe essere un’ottima opzione.

Marco Verdi

Un Weekend Con Il Boss 2: Un’Autobiografia Tutta Da Ascoltare…Forse Anche Troppo! Bruce Springsteen – On Broadway

bruce springsteen - springsteen on broadway

Bruce Springsteen – On Broadway – Columbia/Sony 2CD – 4LP (dal 25 -01-2019)

L’uscita di un disco dal vivo accreditato a Bruce Springsteen è di per sé un piccolo evento, dato che il grande rocker del New Jersey nella sua carriera non ha pubblicato moltissimi album “ufficiali” registrati on stage (il famoso cofanetto del 1986, il non eccelso MTV Plugged, il Live In New York City della reunion con la E Street Band ed il Live In Dublin con la Seeger Sessions Band, ai quali sono da aggiungere, solo in formato video, il Live In Barcelona del 2003 ed il Live In Hyde Park del 2010, più quelli compresi nei vari box set celebrativi dei suoi album del periodo storico). Diverso è il discorso se, come il sottoscritto, non vi lasciate scappare neppure una delle uscite mensili dai suoi archivi live (proprio ieri mi sono occupato dell’ultima proposta, Leeds 2013), in questo caso l’uscita di questo Springsteen On Broadway potrebbe avere una portata notevolmente attenuata. Eppure il doppio CD (o quadruplo LP) è di indubbia importanza, in quanto documenta la serie di spettacoli che il nostro ha tenuto dall’Ottobre del 2017 fino a ieri, 15 Dicembre 2018, al Walter Kerr Theatre di New York per cinque volte alla settimana, uno show che doveva inizialmente durare un periodo limitato ma che a grande richiesta è stato prolungato sino a raggiungere le 236 rappresentazioni.

In queste serate, il Boss si presentava da solo sul palco con chitarra, pianoforte ed armonica, senza la minima scenografia, e raccontava in due ore abbondanti la propria vita accompagnando i monologhi con una serie di canzoni scelte ad hoc, come se fossero capitoli di un libro (ed infatti lo show era una sorta di rappresentazione teatrale della sua autobiografia Born To Run). Si partiva dall’infanzia a Freehold per poi trattare dei rapporti altalenanti con i familiari (soprattutto con il padre), della scoperta della passione per la musica, il lungo viaggio verso la California a bordo di un furgone, le prime esperienze con band giovanili, fino all’incontro con i vari membri della E Street Band. Poi i primi dischi, la ricerca del successo, la popolarità, la sua vita sentimentale, fino al suo rapporto in generale con l’America, terra di sogni ma anche di contraddizioni e precarietà. Tutto bello e tutto interessante, in vari momenti anche divertente (come quando il nostro scherza sulla sua fama di paladino della working class, dicendo che non ha mai visto una fabbrica dall’interno e che con questo spettacolo per la prima volta in vita sua lavora cinque giorni alla settimana, o nell’intro a Born To Run, nella quale asserisce con autoironia di avere corso talmente tanto da essere finito a vivere a dieci minuti da dov’era nato), ma il problema è che se si decide di pubblicare una versione audio dello spettacolo, bisognerebbe tenere conto che non tutti i fans del Boss sono americani, o comunque di madrelingua inglese, e quindi non è proprio il massimo ascoltare un CD dove per la maggior parte del tempo bisogna tenere le orecchie dritte per capire quello che dice il protagonista.

Sì, perché le parti narrate occupano la maggior parte dello show, precedendo ogni brano (tranne due), e spesso le introduzioni durano di più dei brani stessi, rompendo il ritmo ed appesantendo non poco l’ascolto (il caso limite è The Promised Land, undici minuti di introduzione e quattro di canzone). Meno male che le tracce parlate sono state separate da quelle cantate, così usando il tasto “skip” del telecomando (oppure programmando i due dischetti) si può ascoltare solo la musica, ma allora non si faceva prima a far uscire il doppio CD solo con le canzoni (singolo non sarebbe bastato comunque) ed aggiungendo un DVD/BluRay con lo show completo, magari con l’opzione dei sottotitoli? Certo che si poteva, ma in questo modo non avremmo dovuto ricomprare la stessa cosa tra qualche mese, quando il DVD uscirà da solo a parte (perché secondo me succederà, Springsteen non è nuovo a queste finezze, anche se essendo un prodotto per Netflix non è detto).

Inutile dire che le parti cantate sono impeccabili, dato che Bruce è comunque un performer coi fiocchi ed i brani li conosciamo, ma non si può parlare di un concerto acustico (come quelli dei tour di The Ghost Of Tom Joad e Devils And Dust) bensì di un monologo teatrale dove ogni tanto il protagonista canta e suona. Ci sono canzoni perfette per questa dimensione intima, non fosse altro perché erano più o meno acustiche anche in origine, come la rara (nel senso che nei concerti normali non la suona praticamente mai) My Father’s House, la toccante The Wish, eseguita al pianoforte, la splendida e drammatica The Ghost Of Tom Joad.

O anche diversi pezzi che benché spogliati della loro veste elettrica hanno una loro logica, come l’iniziale Growin’ Up, suonata con forza, la sempre commovente Thunder Road, una Born In The U.S.A. bluesata e già presentata in passato con questo arrangiamento, la già citata The Promised Land che si trasforma in una limpida folk song, la bella Long Time Coming, già in origine un folk elettrificato, o ancora My Hometown, che forse è preferibile in questa intensa rilettura pianistica piuttosto che nella versione di studio, un filo troppo prodotta. Ma Bruce non è un folksinger, bensì un rocker che ogni tanto si esibisce da solo, ed alcune canzoni non dico che non si applichino alla dimensione acustica, ma ogni tanto l’adattamento può risultare un po’ forzato, anche se il nostro se la cava comunque con la classe ed il mestiere: brani come Tenth Avenue Freeze-Out (che contiene un commosso ricordo di Clarence Clemons), The Rising o il trittico finale formato da Dancing In The Dark, Land Of Hope And Dreams e Born To Run sono canzoni legate a doppio filo al suono della E Street Band, e risentite così perdono un po’ in forza comunicativa. Ci sono anche due pezzi eseguiti insieme alla moglie Patti Scialfa, la bellissima Tougher Than The Rest e la pimpante Brilliant Disguise, e coincidono con uno dei momenti migliori dello show.

Springsteen On Broadway è quindi un’operazione dotata di una indiscussa valenza artistica, e risulta anche godibile se vi limitate all’ascolto delle canzoni, ma se avete voglia di un vero live del Boss forse fareste meglio a procurarvi, parlando di titoli usciti di recente,il Leeds 2013.

Marco Verdi