Almeno Per I Primi Dieci Anni, Una Grandissima Band! Chicago – VI Decades Live (This Is What We Do)

chicago vi decades frontchicago vi decades box

Chicago – VI Decades Live (This Is What We Do) – Rhino/Warner 4CD/DVD Box Set

I Chicago, uno dei più longevi gruppi americani (hanno esordito nel 1969 e ci sono ancora adesso), nell’immaginario collettivo sono una band di grande successo commerciale, fautrice di un soft-rock dalle grandi potenzialità radiofoniche ma con scarso interesse artistico. Se questa affermazione può essere condivisibile per il periodo dalla fine degli anni settanta in poi, bisogna però essere onesti ed ammettere che nella prima decade i nostri erano un grande gruppo, un combo decisamente originale e creativo autodefinitosi “rock’n’roll band coi fiati”, anche se il loro suono conteneva elementi jazz, funky, rhythm’n’blues e persino prog, e dal vivo erano una vera potenza. A rimettere le cose a posto arriva questo bellissimo cofanetto VI Decades Live (This Is What We Do), quattro CD più un DVD di performance inedite, che per quattro quinti è incentrato sul primo periodo e dunque decisamente interessante, ed in vari momenti addirittura entusiasmante. L’unica cosa che non capisco è il titolo, una chiara forzatura: ok che è presente almeno una canzone per ogni decade dagli anni sessanta ad oggi, ma se dobbiamo contare gli anni di carriera dall’esordio Chicago Transit Authority (il primo nome della band, poi accorciato per minacce di querela da parte dell’azienda municipale di trasporti della metropoli dell’Illinois), non sono ancora neppure cinquanta.

I Chicago sono dunque un gruppo che, ad una formazione tipicamente rock, ha sempre affiancato e dato largo spazio alla sezione fiati, creando un suono che all’epoca era veramente originale, e ha alimentato la sua fama grazie ad infuocate performances dal vivo: tra i membri fondatori, gli unici ancora nel gruppo sono il tastierista e cantante (ma le voci soliste sono più di una) Robert Lamm ed i fiati di James Pankow, Lee Loughnane e Walter Parazaider, benché tra i componenti storici è d’uopo ricordare almeno il bassista Peter Cetera, il batterista Danny Seraphine e soprattutto lo straordinario chitarrista Terry Kath, scomparso prematuramente nel 1978 in maniera assurda (una sorta di gara di roulette russa o un incidente, non si è mai capito). VI Decades Live comprende parecchi successi dei nostri (manca la comunque non indispensabile Hard To Say I’m Sorry), ma anche diverse canzoni mai apparse prima in live ufficiali del gruppo. I primi due CD contengono il concerto completo del 1970 all’Isola di Wight, uno show strepitoso con i CTA (acronimo del loro nome completo) davvero in stato di grazia, a partire dalla potente Introduction (che nonostante il titolo è una canzone vera e propria), tra rock, funky e jazz, con cambi di ritmo repentini, fiati subito protagonisti e strepitoso finale in crescendo, per poi proseguire con South California Purples, dieci minuti di grandissima musica tra southern, errebi e certe atmosfere free che non mancavano mai, con Kath già sublime alla chitarra.

Ottime anche la fluida e distesa Beginnings, che fa intravedere quel gusto pop che si manifesterà in misura maggiore negli anni a venire, ed il rock-soul annerito di In The Country, suonato in maniera davvero divina (ma anche Does Anybody Really Know What Time It Is, non fosse altro che per la magnifica intro strumentale). Ma il vero sballo è nel secondo CD, ovvero la parte finale del concerto: solo quattro brani, ma quasi cinquanta minuti di musica totali, con due straordinarie It Better End Soon e la mini-suite Ballet For A Girl In Buchannon, che solo loro arrivano a circa mezz’ora, un’esplosione di suoni, ritmo e melodie in libertà dalla forza prorompente (specialmente la seconda delle due, una vera goduria); seguono la nota 25 Or 6 To 4, con il suo famoso riff, ed una stupenda ed infuocata cover di I’m A Man dello Spencer Davis Group. Il terzo dischetto propone otto pezzi suonati tra il 1969 ed il 1977 in varie location, tra i quali due brani da sedici minuti ciascuno: una debordante Liberation (registrata a Parigi), con fiati scatenati ed il resto della band che si produce in assoli a profusione, una jam fantastica con intermezzi anche blues e psichedelici (ed un accenno anche alla Marsigliese), con Kath semplicemente formidabile, ed una straordinaria A Hit By Varèse, altro tour de force, un mezzo capolavoro di musica in libertà tra rock e jazz, suonata alla grandissima e che sarebbe stata degna anche di stare nel repertorio di un gigante come Miles Davis.

Da segnalare pure un’altra 25 Or 6 To 4, perfino meglio di quella a Wight, il jazz-rock caldo e vibrante di Goodbye e la celebre If You Leave Me Now, conosciutissima soft ballad che anticipa la fase più commerciale del gruppo (ed è anche il loro brano di maggior successo). Il quarto CD va dal 1978 fino al 2014, ed è praticamente un’altra band, più patinata e “da classifica”, ma non mancano i momenti di interesse come lo splendido medley (nonostante un synth nel finale) tra la loro Get Away, la solita I’m A Man ed i classici In The Midnight Hour di Wilson Pickett e Knock On Wood di Eddie Floyd, una vigorosa e personale rilettura di In The Mood di Glenn Miller, una Don’t Get Around Much Anymore (Duke Ellington) rifatta in chiave moderna, una versione elettroacustica di Look Away, altro loro grande successo, o ancora la ritmata e funkeggiante Hot Streets, title track di uno dei pochi album del gruppo non “numerati”. Il DVD presenta invece un concerto del 1977 ad Essen, in Germania, messo in onda all’epoca per la famosa serie Rockpalast (e come bonus una What’s This World Comin’ To del 1973), una serata più volte “bootleggata”, anche in versione video, e presentata per la prima volta ufficialmente. Un ottimo concerto, con il gruppo che si presenta in gran forma (e con sgargianti vestiti  tipici dell’epoca), nel quale, accanto a classici del calibro di Ballet For A Girl In Buchannon, A Hit By Varèse e If You Leave Me Now, troviamo pezzi meno esplorati come Anyway You Want, Skin Tight e Scrapbook, ed un finale di fuoco con le immancabili 25 Or 6 To 4, I’m A Man ed un’energica Got To Get You Into My Life dei Beatles.

Che dire ancora? Questo è il classico cofanetto da non perdere, sia che siate dei neofiti (perché c’è il meglio degli anni d’oro dei Chicago, e solo il quarto CD è di livello inferiore), sia per i fans, dato che il materiale è inedito al 100%. E, soprattutto, perché c’è tantissima grande musica.

Marco Verdi

Musica Jazz Per Tutti, Suonata In Maniera Divina! Brad Mehldau Trio – Seymour Reads The Constitution!

brad mehldau seymour

Brad Mehldau Trio – Seymour Reads The Constitution! – Nonesuch/Warner CD

Credo ci siano pochi dubbi sul fatto che Brad Mehldau sia il miglior pianista jazz contemporaneo in attività, almeno per quanto riguarda la sua generazione, anche perché dei suoi principali ispiratori, Bill Evans e Keith Jarrett, il primo non è più tra noi da quasi quarant’anni, mentre il secondo si è praticamente ritirato. Mehldau, originario della Florida ma trapiantato a New York, è un vero virtuoso dello strumento, uno di quelli per il quale la parola “genio” non è assolutamente fuori posto, ma ha anche la capacità di fare musica fruibile, unendo una tecnica incredibile (figlia dei suoi studi classici, e che gli permette di suonare una melodia con la mano destra ed un’altra completamente differente con la sinistra) ad uno spiccato senso melodico. Chi vi scrive non è né un appassionato di jazz né tantomeno un esperto, ma un semplice ascoltatore che ogni tanto si concede qualcosa di questo genere, a patto che non sia eccessivamente cerebrale e difficile: Seymour Reads The Constitution! (gran bel titolo), il suo nuovo lavoro, uscito a poca distanza dal classicheggiante After Bach (in cui si esibiva da solo), fa sicuramente parte di questa categoria, un disco di jazz scintillante, suonato alla grande ma nello stesso tempo alla portata di tutti.

Mehldau, nonostante abbia iniziato negli anni novanta, vanta già una copiosa discografia, e si è esibito in tutte le configurazioni possibili dal “one man show” al quintetto ma, come spesso accade per i pianisti jazz (compresi Evans e Jarrett), il meglio lo dà come leader di un trio. Ed è proprio al Brad Mehldau Trio che è intitolato questo nuovo album, che a mio parere è ancora meglio del già ottimo Blues And Ballads del 2016, inciso anche quello con la medesima formazione, che vede Larry Grenadier al basso e Jeff Ballard alla batteria, due musicisti eccellenti che non si limitano ad accompagnare il nostro ma collaborano con lui agli arrangiamenti e riempiono a meraviglia le pause e gli spazi, creando una miscela sonora di altissimo livello. Seymour Reads The Constitution! è composto da otto canzoni, tutte discretamente lunghe (spesso superano gli otto minuti), e si divide tra composizioni originali, standard jazz e rivisitazioni di brani pop-rock contemporanei. Tre i brani scritti da Mehldau, a partire da Spiral, un pezzo disteso e decisamente melodico, nel quale abbiamo un assaggio della straordinaria bravura del nostro, e la sezione ritmica che accompagna con discrezione, anche se c’è un gran lavoro di batteria: nel corso del brano Brad improvvisa, accelera e rallenta a suo piacimento, ma senza mai perdere il contatto con il tema principale.

La title track è più lenta e soffusa, un andamento quasi da canzone after hours, con Mehldau che ricama con grande classe: il perfetto brano da ascoltare alla sera con magari un bel bicchiere di cognac (Van Morrison lo associo al whisky di malto, Mehldau al cognac), mentre Ten Tune con i suoi dieci minuti è la più lunga del lavoro, ed anche melodicamente la più complessa e “free”, ma non per questo meno godibile. Anche gli standard sono tre, e partono con la nota Almost Like Being In Love (l’hanno fatta, tra gli altri, Gene Kelly, Frank Sinatra e Nat King Cole), che vede le dita del nostro scorrere come un fiume in piena, tecnica e feeling a braccetto, ed i due compagni che lo seguono con grande vigore; De-Dah (Elmo Hope) è decisamente raffinata e “calda”, con Brad che a turno lascia il centro della scena ai suoi due collaboratori facendo quasi il sideman, specie a favore di Grenadier che qui si supera, ma poi si riprende i riflettori e stende tutti con una performance sublime, mentre Beatrice, di Sam Rivers, è un gustoso e rilassato swing, perfetto per le eccezionali doti pianistiche del leader. E poi ci sono i due pezzi di provenienza rock: Friends, title track di un album poco noto dei Beach Boys (1968), rilettura molto pulita e con la melodia in primo piano (e poi è una goduria ascoltare il piano suonato con questa limpidezza), e Great Day di Paul McCartney, altro pezzo non molto conosciuto (era su Flaming Pie), che Brad fa suo con leggerezza e coadiuvato in maniera eccellente da Grenadier e Ballard, rispettando il motivo originale con grande rigore ma aggiungendo il suo tocco inimitabile, regalandoci una delle migliori prestazioni del disco.

Grande album quindi, per nulla ostico, anzi direi che il suo ascolto è un piacere assoluto per le orecchie di chiunque sia sprovvisto delle proverbiali fette di salame sulle medesime.

Marco Verdi

Non So Se Fanno Scandalo, Ma Buona (E Strana) Musica Sicuramente Sì. Claudettes – Dance Scandal At The Gymnasium

claudettes dance scandal at the gymnasium

The Claudettes – Dance Scandal At The Gymnasium! – Yellow Dog Records

Devo dire che questi mi mancavano:anche se hanno già nel loro carnet tre album di studio (compreso questo Dance Scandal At The Gymnasium), e un mini Live solo per il download digitale, mi erano sfuggiti finora. D’altronde non si può sempre ascoltare tutto, manca veramente il tempo, ma questi Claudettes mi avevano incuriosito: definiti in vari modi, forse “Brother Ray Meets The Ramones…Chopin Meets The Minutemen” mi sembra il più fantasioso, i quattro in effetti  fondono tocchi di blues, pop anni ’60, punk e psychobilly alla Cramps, ma anche jazz e molto altro, visto che la nuova cantante della formazione Berit Ulseth ha studiato alla New School For Jazz di New York, e il pianista e tastierista, nonché cantante (lo fanno un po’ tutti nella band) e leader indiscusso, Johhny Iguana, ha un passato con Junior Wells, Carey Bell, Otis Rush e Koko Taylor, è apparso anche con i Chicago Blues-A Living History e nel recente Muddy Waters 100, con diversi luminari delle 12 battute, ma pure in una punk-rock band come oh my god, e per registrare questo nuovo album sono andati a Valdosta in Georgia, con la produzione di Mark Neill che era alla consolle per Brothers dei Black Keys.

Completano la formazione il bassista/chitarrista (e cantante) Zach Verdoom e il batterista Matthew Torre, mentre tutte le canzoni le firma un certo Brian Berkowitz, che è poi il vero nome di Johnny Iguana, dai tempi della sua giovinezza in quel di Philadelphia. I dischi non si trovano facilmente, forse perché escono per la piccola Yellow Dog Records, ma meriterebbero di essere conosciuti. Nel nuovo Dance Scandal At The Gymnasium ci sono 12 canzoni che toccano i generi più disparati: da Don’t Stay With Me dove si apprezza la voce leggera e piacevole di Berit Ulseth, che segue le folate delle tastiere di Iguana e l’accompagnamento variegato dei suoi pards, in questo strano incrocio tra rock, R&B deviato e virtuosismo strumentale; che viene replicato pure nella successiva November, che potrebbe passare per alternative rock misto a retrogusti pop anni ’60, strano ma intrigante. Give It All Up For Good è una ritmata ulteriore variazione sui temi musicali sghembi dell’album, con Johnny che lavora di fino al piano, il tutto con tempi musicali veramente inconsueti https://www.youtube.com/watch?v=TFDi3SACOzY . Naked On The Internet va  quasi di boogie-rockabilly-punk con le voci di Iguana e Ulseth che gorgheggiano in coppia mentre il piano imperversa. Pull Closer To Me è una ballata esile e gentile con la voce deliziosa di Berit (e dei suoi soci) a rinverdire vecchi fantasmi di un pop raffinato anni sessanta, mentre nella title track Iguana si lancia in florilegi pianistici quasi classicheggianti prima di trascinare tutto il resto del gruppo in una follia musicale a tempo di strano ed intricato R&R.

Bill Played Saxophone mescola doo-wop, retro pop, rock alla Joe Jackson, in melodie complesse ed affascinanti dove anche le armonie vocali quasi alla Beach Boys sono formidabili https://www.youtube.com/watch?v=0Ki2bdZeN7sInfluential Farmers nuovamente presa a 100 all’ora, ma con improvvisi rallentamenti ed altrettanto repentine ripartenze è ancora più difficile da etichettare, direi sentire per credere e, forse, cercare di capire la musica dei Claudettes https://www.youtube.com/watch?v=WHAg_n0–jQDeath And Traffic fin dal titolo è “strana” come illustra poi la musica, sempre lontana dalle ovvietà ma che richiede un ascolto attento anche per apprezzare questa sorta di pop intellettuale https://www.youtube.com/watch?v=SIfG8AG3bwI ; Johnny Iguana e Berit Ulseth poi ci danno (quasi) tregua nelle derive ancora pop-rock di una lussuriosa Total Misfits, veramente notevole.Taco Night Material suona come avrebbero potuto essere i Commander  Cody  se avessero avuto una voce femminile in formazione e Frank Zappa come autore delle musiche, giuro, parola di giovane marmotta https://www.youtube.com/watch?v=mhMdX5iwY6s . E Utterly Absurd potrebbe infine essere un altro modo per definire la musica della band: insomma se volete fare un esperimento in un mondo parallelo dove il pop è fuori da ogni schema provate questo Dance Scandal At The Gymnasium, potrebbe sorprendervi  assai piacevolmente.

Bruno Conti

Beato Tra Le Donne! Duke Robillard – And His Dames Of Rhythm

duke robillard and his dames of rhythm

Duke Robillard – And His Dames Of Rhythm – M.C. Records/Ird

Il chitarrista del Rhode Island si è sempre più o meno equamente diviso, a livello discografico, tra le sue due grandi passioni musicali, il blues e il jazz e lo swing (preferibilmente “oscuro” e anni ’20 e ’30). Il sottoscritto ha sempre ammesso pubblicamente la sua preferenza per il Duke Robillard bluesman, ma altrettanto onestamente devo ammettere che i suoi album “jazz” sono sempre molto gradevoli all’ascolto e suonati in grande souplesse. Se di solito il blues batte il jazz di misura, almeno per me, diciamo un 1-0, questa volta in compagnia di una serie di voci femminili His Dames Of Rhythm, oltre alla sua band abituale e una sezione fiati completa che rimanda ai suoi giorni con i Roomful Of Blues, per l’occasione jazz e blues impattano sull’1-1 ed è solo l’ascoltatore a godere. Robillard ancora una volta evidenzia la sua conoscenza mostruosa del repertorio jazz e swing della prima parte del secolo scorso, ed ha saputo utilizzare in modo perfetto le sei voci femminili che si alternano a duettare con lui.

Il disco nasce dall’idea di ricreare in questo CD il sound delle vecchie canzoni del repertorio Tin Pan Alley degli anni ’20 e ’30, più che il jazz tout court: la voce pimpante e cristallina di Sunny Crownover, molto old style, apre le danze in una cover di un vecchio brano di Bing Crosby From Monday On, dove  i due, con aria divertita, ricreano quell’atmosfera senza tempo del primo swing, tra fiati “impazziti” e sezione ritmica in spolvero, mentre il clarinetto di Novick e la chitarra di Robillard cesellano piccoli interventi di gran gusto. La brava Sunny poi torna per un’altra divertente My Heart Belongs To Daddy, sexy e zuccherosa il giusto, con qualche tocco tra il latino e il tango, un vecchio pezzo di un musical di Cole Porter che molti ricordano in versioni successive di Ella Fitzgerald e anche di Marylin Monroe (mi sono documentato), con il piano di Bears e la chitarra acustica arch-top di Robillard impeccabili, mentre la Crownover canta divinamente;  la seconda voce ad appalesarsi è quella di Maria Muldaur, che questo repertorio lo frequenta da decenni, il timbro è più vissuto rispetto agli anni d’oro, ma la classe è sempre presente in questa Got The South In My Soul, altro brano degli anni ‘30 delle Boswell Sisters, con improvvisi cambi di tempo, ma anche la voce deliziosa della Muldaur a guidare i musicisti. Poi tocca a Kelley Hunt, voce più grintosa (già presente anche nell’ultimo disco di Robillard, Blues Full Circle dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/11/04/anche-potrebbe-il-disco-blues-del-mese-duke-robillard-and-his-all-star-combo-blues-full-circle/ ) e cantante di grande spessore, che il sottoscritto apprezza in modo particolare, la sua rilettura di Please Don’t Talk About Me (altro pezzo degli anni ’30, che vanta decine di versioni, da Billie Holiday e Sinatra, passando per Willie Nelson) ne evidenzia ancora una volta la voce espressiva e ricca di calore, ed è uno dei tanti highlights di questo bel disco, grazie anche all’intermezzo strumentale veramente superbo nella parte centrale del brano.

E non si può non apprezzare anche la presenza di una adorabile Madeleine Peyroux, che per l’occasione sfodera un timbro un filo più “robusto” del solito, ma sempre molto sexy ed ammiccante, tra Bessie Smith e la Holiday, nel vecchio standard di Fats Waller Squeeze Me, dove Robillard con la sua chitarra sostituisce il piano di Waller, mentre Novick è sempre incisivo al clarinetto. Come conferma in Blues In My Heart, dove la voce solista è quella di Catherine Russell, cantante ed attrice nera, meno nota delle colleghe, ma sempre molto efficace, nella canzone si gode anche del lavoro dei fiati, con in evidenza il sax di Kellso. In Walking Stick di Irving Berlin, cantata dal solo Robillard, si apprezza anche un violino (Joe Lepage) che divide gli spazi solisti con Duke. In Lotus Blossom di Billy Strayhorn, ma pure nel repertorio di Duke Ellington, si apprezza di nuovo la voce vellutata della Hunt e la tromba con sordina, presumo di Doug Woolverton, presente anche altrove nel disco. What’s The Reason I’m Not Pleasin’ You, con le conclusive Ready For The River e Call Of The Freaks, sono gli altri brani dove Robillard fa da solo senza ospiti, mentre l’altra voce impiegata è quella dell’attrice di Downtown Abbey Elizabeth McGovern, alle prese con My Myself And I, altro pezzo del repertorio di Billie Holiday, prestazione onesta ma nulla più. Molto meglio Madeleine Peyroux nella dolcissima Easy Living, sempre di “Lady Soul”, e la Muldaur in un altro pezzo delle Boswell Sisters Was That The Human Thing To Do, con il solito clarinetto malandrino di Novick e il violino ad interagire con la solista di Robillard. Manca ancora un brano, cantato da Kelley Hunt, l’unica utilizzata in tre canzoni, sempre splendida nella struggente If I Could Be With You (One Hour Tonight), un altro standard degli anni ’20 di cui si ricorda una versione di Louis Armstrong, che avrebbe certo approvato la parte strumentale tra swing e dixieland. Ancora una volta quindi il “Duca” centra il colpo: “vecchio stile”, ma solita classe.

Bruno Conti

Venghino Venghino, Siori, Il Divertimento E’ Assicurato! Big Bad Voodoo Daddy – Louie Louie Louie

big bad voodoo daddy louie louie louie

Big Bad Voodoo Daddy – Louie Louie Louie – Savoy Jazz

Agli inizi degli anni ’90, anzi nel 1989 per la precisione, a voler dare credito a chi indica i Royal Crown Revue da San Francisco come coloro che per primi svilupparono questo stile, (ri)parte, anzi ritorna, lo swing, ora chiamato neo-swing, una costola tardiva del jump blues, del rockabilly, del big band sound, che tra gli anni ’30 e gli anni ’50 fu tra i precursori del R&R. Subito dopo, sempre nella stessa annata arrivano anche i Big Bad Voodoo Daddy e i Cherry Poppin’ Daddies (nomi corti no?). Il grande successo del genere esplode però con la Brian Setzer Orchestra e anche con la colonna sonora del film Swingers, uscito nel 1996, dove c’erano sia i BBVD come pure i meno noti Jazz Jury, ma anche alcuni degli ispiratori di questo revival. Comunque lo stile diventava sempre più popolare: arrivano gli Squirrel Nut Zippers di Jimbo Mathus, i Mighty Mighty Bosttones e gli Hepcat, mentre ska, punk e altri elementi venivano gettati nel calderone, i Big Bad partecipano addirittura al Super Bowl nel 1999, però quando arriva l’Electro-swing per me siamo al capolinea. Negli anni 2000 progressivamente i BBVD si “specializzano”, tornano ancora più intensamente alle radici delle primarie influenze, pubblicando alcuni dei loro album migliori, anche tematici: a parte due titoli natalizi e un CD+DVD dal vivo, il disco del 2009 How Big Can You Get?, dedicato alla musica di Can Calloway e ora questo Louie, Louie, Louie, che non è uno scioglilingua ma è dedicato a tre grandi Louis della musica, Armstrong, Jordan e Prima, ognuno omaggiato attraverso la rilettura dei loro brani https://www.youtube.com/watch?v=A83OZ6aKr70 .

I due leader della band sono sempre Scotty Morris, voce solista e chitarrista, e il bravissimo pianista Joshua Levy: ma pure la sezione fiati non scherza, con il trombettista Glen “The Kid” Marhevka, Karl Hunter, sax e clarinetto e Andy Rowley, pure lui al sax; aggiungiamo una sezione ritmica coi fiocchi, così li citiamo tutti, perché sono veramente bravi, Dirk Shumaker, contrabbasso e Kurt Sodergren, batteria. Insomma, se siete alle ricerca di “nuove svolte musicali”, passate pure oltre, se invece quello che cercate è buona musica, magari già sentita ed immutabile, ma suonata con brio e passione, questo dischetto potrebbe essere una piacevole sorpresa, nell’ambito del revival di quella musica che sta tra jazz e swing e che sta avendo nuove iniezioni di entusiasmo da musicisti non più giovanissimi: penso al recente Duke Robillard, ma anche al nuovo Versatile di Van Morrison. Si parte alla grande con la voce campionata del grande Satchmo che ci introduce alle delizie di una splendida e swingante Dinah, cantata in modo quasi leggiadro da Morris, che gigioneggia come richiede il genere prima di lasciare il proscenio alla tromba di Marhevka e ai sax di Hunter e Rowley, brillantissimi. Oh, Marie di Louis Prima (nato e morto a New Orleans, e la musica di quei luoghi era presente, non a caso, a vagonate nel suo sound) è addirittura travolgente, Morris tenta anche un improbabile italiano, tra le peggiori pronunce mai sentite da chi scrive, ma il pezzo è divertente come pochi, adattamento di una vecchia canzone napoletana fatto da Prima e la band tira veramente di brutto (il 45 giri dell‘epoca aveva sull’altro lato Buona Sera). 

Is You Is, Or Is You Ain’t My Baby di Louis Jordan è felpata e raffinata come un cappotto di lusso, mentre in Jack You’re Dead, sempre di Jordan, si va alla grande di jump’n’jive, con sax, tromba e piano che sottolineano le linee vocali do Scotty & Co. Whistle Stop, di nuovo di Prima, è nel lato novelty song, con il suo fischiettare disincantato e coinvolgente, con il gruppo che non molla l’osso pure nella vorticosa Choo Choo Ch’Boogie di Jordan, con le mani di Levy che volano sulla tastiera. Poi il gruppo si fa più rigoroso in una sentita rilettura di uno dei principali cavalli di battaglia del grande Louis Armstrong, Basin Street Blues, marziale ed elegante al tempo stesso; Jump, Jive An’ Wail di nuovo di Louis Prima è tutta compresa nel suo titolo, irresistibile, mentre Knock Me A Kiss di Jordan è meno nota, più “ruffiana”, suonata quasi in souplesse dai BBVD, che poi tornano al New Orleans sound del “più” grande dei Louis, jazz delle origini magnificamente eseguito in Struttin’ With Some Barbecue. Five Months, Two Weeks, Two Day è di nuovo travolgente, con le marce superiori innestate, tipica del repertorio di Prima, e che dire dell’autoironica Ain’t Nobody Here But Us Chickens? Ancora divertimento allo stato puro e questi suonano, minchia (scusate) se suonano. Conclude un altro dei brani più celebri del repertorio di Armstrong, ovvero When The Saints Go Marching In, una “canzoncina” finale tanto per gradire, con il classico call and response del miglior Dixieland. Venghino venghino, siori, il divertimento è assicurato!

Bruno Conti

Una Stella Che Brilla Con “Grazia” Nel Panorama Jazz, Soul & Gospel. Lizz Wright – Grace

lizz wright grace

Lizz Wright – Grace – Concord/Universal Records

Nel corso degli anni in questo blog abbiamo parlato e recensito bravissime cantanti donne: penso a Dana Fuchs, Grace Potter, Beth Hart, Susan Marshall, Ashley Cleveland (rock), Mary Black, Maura O’Connell, Pura Fè, Buffy Sainte-Marie (folk), Bettye Lavette, Candi Staton, Ruthie Foster, Kelly Hunt (soul), Rory Block (blues), Barb Jungr (jazz), senza dimenticare la compianta Eva Cassidy e tantissime altre che meriterebbero di essere citate, ma stranamente (e forse colpevolmente) non ci siamo mai occupati di Lizz Wright, eccellente vocalist di colore che spazia fra jazz, soul, rock e gospel. Originaria della Georgia, Lizz (guarda caso, ma forse no, figlia di un Pastore) si è rivelata nel 2003 grazie ad uno dei tanti tributi a Billie Holiday, incantando gli addetti ai lavori con una voce che non si dimentica tanto facilmente. Il suo primo album da solista Salt,proprio di quel anno, fu subito un successo, bissato poi con Dreaming Wide Awake (05), dove rileggeva in chiave “jazzy” anche classici rock come Old Man e Get Together, per poi arrivare ad un disco di gospel e soul strepitoso come The Orchard (08), con i componenti dei Calexico coinvolti. Arrivata ad un certo successo, la Wright proseguiva la sua carriera con un disco ambizioso Fellowship (10), che rileggeva pagine di Jimi Hendrix, Eric Clapton, Gladys Knight, con la presenza di ospiti del valore tra cui Angelique Kidjo e Me’Shell Ndegèocello, sino ad arrivare all’ultimo lavoro in studio Freedom & Surrender (15), dove spiccava una notevole versione di Right Where You Are (del duo rap Jack & Jack) in duetto con il cantante jazz Gregory Porter.

Per questo nuovo lavoro Grace, Lizz Wright alza ulteriormente l’asticella affidando la produzione all’ottimo Joe Henry, di cui consiglio sempre di ascoltare Shuffletown (90), disco che al sottoscritto piace parecchio; per l’occasione Joe negli studi United Recording di Hollywood porta i suoi soliti musicisti di fiducia, a partire da Jay Bellerose alla batteria e percussioni, David Piltch al basso, Marvin Sewell alle chitarra elettrice e acustica, Marc Ribot chitarra e voce, Patrick Warren alle tastiere, Kenny Banks al piano, e con il supporto vocale di Angela e Ted Jenifer, Cathy Rollins, Artia Lockett, Valorie Mack, tutti impegnati ad accompagnare la bellissima voce della WrightGrace parte con il blues acustico Barley, che evoca immagini di territori densi di piantagioni di cotone, a cui fanno seguito il classico di Cortez Franklin Seems I’m Never Tired Lovin’ You (splendida la versione di Nina Simone che trovate su Nina Simone And Piano), interpretata da Lizz al meglio e che non sfigura con l’originale; viene riproposto anche uno dei più celebri cavalli di battaglia di Sister Rosetta Tharpe Singing In My Soul, in una chiave veramente “soulful”, e viene rivoltata come un calzino Southern Nights diel grande Allen Toussaint, trasformata in una sofisticata ballata quasi da “piano bar”di lusso.

Con What Would I Do Without You,  la Wright rende omaggio pure a Ray Charles con una rilettura sublime da ascoltare a tarda notte, mentre la title track Grace, scritta dalla cantautrice canadese Rose Cousins e da Mark Erelli, è cantata da Lizz in maniera sofferta e commovente, che poi prosegue sullo stesso standard qualitativo con le note raffinate di Stars Fell On Alabama (dove si apprezza  la bravura di Marc Ribot), eccellente anche il Bob Dylan di Shot Of Love, con una Every Grain Of Sand interpretata in una versione “spirituale” da premio Nobel. La personalità di Lizz emerge ancora nella parte finale del disco, con una bella versione di una ballata di K.D. Lang Wash Me Clean (la trovate su Ingènue), trasformata in una sorta lamento ansioso sulle note di un organo e con un brillante lavoro di chitarra, e le note finali di un brano autobiografico All The Way Here, scritto con la cantautrice Maia Sharp, e cantato in uno stile quasi sussurrato Il filo comune che lega le dieci canzoni di Grace è sicuramente rappresentato dall’estrema eleganza della voce della Wright, ma anche dalla bravura di Joe Henry nel trovare il modo e il tempo giusto di assecondarla, ed è inutile cercare di nasconderlo, ci sono voci diverse dalle altre, non solo per essere uniche e incompatibili, ma soprattutto per la loro capacità di arrivare direttamente al cuore e all’orecchio, e sicuramente Lizz Wright è una icona perfetta della cantante jazz, gospel e soul raccolta in una unica figura (per certi versi vicina allo stile di Cassandra Wilson), una sicura protagonista della musica di qualità, capace di elevare una qualsiasi canzone ad un livello superiore, e quindi di far parte a pieno titolo della pattuglia di voci femminili citate all’inizio. Deliziosamente ammaliante!

Tino Montanari

Da New Orleans Con Ritmo “Galattico”, Per Allen Toussaint. Stanton Moore – With You In Mind

stanto moore with you in mind

Stanton Moore – With You In Mind: The Songs Of Allen Toussaint – Mascot/Provogue

Stanton Moore, chi è costui? Direi che il quesito manzoniano ci è sempre utile, e quindi rispondiamo. Trattasi di batterista, nello specifico dei Galactic, noto combo di New Orleans, specializzato in jazz, funky, rock, blues, anche heavy metal (con i Corrosion Of Confomity): parliamo ovviamente solo di lui, Stanton, bianco, 45 anni quando uscirà questo With You In MInd il 21  luglio, eclettico pare di capire, ma per l’occasione impegnato in un disco (già il settimo nella sua carriera solista, più una decina con i Galactic, e svariate altre collaborazioni e progetti alternativi) il cui sottotitolo The Songs Of Allen Toussaint, aiuta a capire a cosa ci troviamo di fronte. L’album, in origine, doveva essere una prova in trio, con James Singleton al basso e il “grande” David “Tork” Torkanowsky alle tastiere, tre luminari della musica della Crescent City, in quello che avrebbe dovuto essere un album strumentale di jazz. Ma poi mentre stavano per entrare in studio di registrazione li ha raggiunti la notizia della morte improvvisa in Spagna di Allen Toussaint, e quindi hanno deciso di intraprendere la strada di un tributo al grande musicista di NOLA, coinvolgendo anche un nutrito gruppo di altri musicisti, compresi pure diversi cantanti. E il risultato è ottimo. D’altronde non poteva essere diversamente, il materiale di base, ossia le canzoni di Toussaint, di per sé è già stupendo, se poi nel disco suonano e cantano, in ordine sparso, Nicholas Payton e Donald Harrison Jr., Trombone Shorty, Cyril Neville, Wendell Pierce, Maceo Parker, una cantante poco nota ma bravissima di New Orleans (che lo stesso Moore confessa di non avere conosciuto, prima della registrazione di questo album) Jolynda Kiki Chapman, il risultato è un eccitante “gumbo” di suoni che non esiteremmo a catalogare nella categoria “altri suoni”, anche se il funky/soul e il jazz classico sono i principali elementi.

Ad aprire le danze è Here Come The Girls un vecchio funky del 1970, inciso in origine da Ernie K. Doe, qui cantato da Neville e Trombone Shorty, in una orgia danzereccia di fiati sincopati ma anche solisti, voci femminili di supporto e ritmi scatenati (*NDB quelle dei video qui sopra non sono ovviamente le versioni dal disco di Stanton Moore, ma in rete non c’è; per cui “accontentatevi”). Life è un altro dei brani più noti di “Tousan” (come era affettuosamente chiamato il nostro), cantata di nuovo da Cyril, e con il ritmo mutato in un intricato 7/8, con il sassofonista Skerik e Payton a dividersi il proscenio nella jazzata parte centrale, poi è il turno delle coriste, mentre Stanton Moore imperversa con la sua maestria percussiva; in Java uno dei primi cavalli di battaglia di Toussaint, uno strumentale del 1958 si gusta la classe del trio Harrison, Payton e Trombone Shorty, in un brano che mischia gli stili e si trovava in un disco intitolato The Wild Sounds Of New Orleans, inutile dire che i solisti e tutta la band sono meravigliosi. All These Things è cantata da Kiki Chapman, una ballata notturna di struggente bellezza, cantata con grande pathos e voce spiegata da questa cantante che mi era ignota prima d’ora, ma è veramente bravissima, nell’originale cantava Art Neville, ma che voce anche lei ragazzi e Torkanowsky illumina la canzone con il suo pianoforte, che anche nei brani precedenti è comunque spesso al proscenio; per Night People arriva uno dei “concorrenti” principali nel funky americano, quel Maceo Parker che per anni ha suonato con James Brown, ma di certo non si tira indietro anche se c’è da soffiare nel suo sax sui ritmi tipici del funk made in New Orleans, con Neville di nuovo voce solista e  il gruppo di musicisti ancora a tutto groove.

E anche The Beat, fin dal titolo, è tutto un programma, ancora Cyril alla voce solista, che doveva cantare un solo brano, ma poi è rimasto coinvolto, alla grande, in quattro brani, nello specifico si tratta di un poemetto inedito di Allen Toussaint, su cui Neville declama i versi, mentre il liquido piano elettrico di Tork si muove sullo sfondo; Riverboat vira di nuovo verso notturni lidi jazzistici, uno strumentale raffinato che gira attorno agli assolo di Nicholas Payton e Donald Harrison jr., mentre Moore, Singleton e Moore lavorano di fino ai rispettivi strumenti. Everything I Do Gonh Be Funky (From Now On), di nuovo un titolo, un programma, era cantata in origine da uno dei preferiti di Toussaint, quel Lee Dorsey che non sempre viene ricordato tra i grandi del soul e del R&B (ma lo è), per l’occasione i musicisti, che si sono molto divertiti a registrare il disco, hanno cambiato il tempo del pezzo in un più complesso 5/4, assolo ancora di Maceo Parker; With You In My Mind è un’altra splendida ballata dove si apprezzano ancora il tocco vellutato del piano di David Torkanowsky e del basso di Singleton. A chiudere Southern Nights, un brano che fu un insospettato n°1 nelle classifiche per Glen Campbell, qui con Payton alla tromba e Tork all’organo e l’attore Wendell Pierce a recitarne i versi, strana ma “magica”, come tutto il disco. Esce oggi.

Bruno Conti

Aggiorniamo Purtroppo Il Bollettino Delle Scomparse: Domenica 19 Febbraio Se Ne E’ Andato Anche Larry Coryell, L’Inventore Della Jazz Fusion?

larry coryell now

Purtroppo la lista dei musicisti scomparsi deve essere aggiornata con un’altra morte illustre: quella di Larry Coryell, avvenuta domenica 19 febbraio a New York in una camera d’albergo, dopo un concerto all’Iridium di NY; il decesso viene attribuito a cause naturali ed avvenuto durante il sonno. Però il chitarrista texano aveva avuto in passato molti problemi con le droghe, tanto che all’inizio del 1980 dovette essere sostituito nel Guitar Trio da lui fondato l’anno prima con John McLaughlin e Paco De Lucia, da Al Di Meola, poi autori del famoso Live Friday Night In San Francisco l’anno successivo.

Ma il progetto iniziale veniva dalla mente di Coryell, che già alla fine degli anni ’60 viene accreditato della nascita della jazz fusion. anche se l’attribuzione è controversa in virtù del fatto che sia Bitches Brew, l’album della cosiddetta svolta elettrica di Miles Davis, quanto Spaces, l’album di Larry Coryell, vennero entrambi pubblicati nel 1970, pur essendo stati registrati durante il 1969, e in tutti e due i dischi suonavano Billy Cobham alla batteria, John McLaughlin alla chitarra e Chick Corea alle tastiere, la differenza era data dalla presenza in Spaces di Miroslav Vitous al basso, da lì a poco nei Weather Report. Quindi venne prima l’uovo e la gallina? Magari in modo diverso ci arrivarono entrambi, anche se ovviamente Davis rimane un gigante del jazz mentre Coryell fu “solo” un eccellente chitarrista, benché tra i migliori di sempre e vero virtuoso dello strumento!

larry coryell spaces lplarry coryell spaces cd

Larry, scomparso all’età di 73 anni, lascia due figli, entrambi chitarristi come lui, Julian e Murali Coryell, il primo in ambito jazz, il secondo blues e rock. La prima moglie Julie Nathanson, a lungo musa di Larry, il cui primo album solista si intitolava Lady Coryell, fu una attrice e scrittrice che apparve spesso anche sulle copertine dei dischi del marito (saltuariamente anche come cantante) e fu autrice di un libro di interviste dedicato ai musicisti jazz-rock, tra cui John Abercrombie e Jaco Pastorius. Tra gli amori successivi di Larry Coryell, dopo il divorzio da Julie nel 1986, anche Emily Remler, altra chitarrista jazz con cui registrò l’album Together e che scomparve nel 1990 in Australia per una overdose da eroina (!!). Larry Coryell nella sua carriera ha registrato moltissimi album, tra cui in ambito jazz-rock vale la pena ricordare lo scoppiettante Introducing The Eleventh House With Larry Coryell, dove alla batteria c’era Alphonse Mouzon, alla tromba Randy Brecker e alle tastiere Mike Mandel, anche questo inciso nel 1972 ma pubblicato solo nel 1974, e più o meno contemporaneo degli album della Mahavishnu Orchestra di McLaughlin e dei Return To Forever di Corea, Di Meola e Stanley Clarke.

larry coryell eleventh house

Per quanto i primi in assoluto in questo ambito musicale furono probabilmente quelli del Tony Williams Lifetime, sempre con McLaughlin alla chitarra, oltre a Williams alla batteria e Larry Young all’organo. Tornando a Coryell, il chitarrista americano, tra i tanti, ha registrato anche alcuni album in coppia con il belga Phillip Catherine, ma nei suoi dischi, nel corso degli anni, hanno suonato gli Oregon, Billy Cobham, Steve Khan, Stephane Grappelly, Chet Baker, Ron Carter, Hubert Laws, in anni recenti ed in versione acustica John Abercrombie e Badi Assad, ed in quella elettrica Victor Bailey e Lenny White. Ad inizio carriera ha suonato pure nel gruppo di Gary Burton, dove poi sarebbe arrivato Pat Metheny.

Forse l’ultima apparizione è stata nel 2016 nel disco del contrabbassista e cellista Dylan Taylor, intitolato One In Mind, e comunque nella notte in cui è scomparso aveva appena tenuto, come detto, due concerti nel corso del weekend all’Iridium Jazz Club di New York. Tra gli album che ci piace ricordare anche l’eccellente Coryell, il suo secondo album da solista, proprio di recente pubblicato per la prima volta in CD dalla Real Gone Music.

Quindi porgiamo con questo breve ricordo l’ultimo saluto ad un altro dei grandi musicisti la cui scomparsa ha funestato questo breve scorcio del mese di febbraio, e che Riposi In Pace anche lui.

Bruno Conti

Due Grandi Voci Femminili. La Seconda Viene Dall’Irlanda: Torna La “Billie Holiday Bianca”! Mary Coughlan (W/Erik Visser) – Scars On The Calendar

mary coughlan scars on the calendar

Mary Coughlan with Erik Visser – Scars On The Calendar – Hail Mary Records

Mi sono accorto che in oltre sei anni di Blog e quasi 2.500 articoli postati non avevo mai parlato di Mary Coughlan (se non citarla come punto di raffronto in alcuni Post dedicati ad altri artisti); devo dire, a mia parziale discolpa, che la grande cantante irlandese non pubblicava un disco nuovo da The House Of Ill Repute del 2008 https://www.youtube.com/watch?v=meZWok6E5mc  e che nel frattempo era uscita solo una antologia doppia The Whole Affair: The Very Best Of Mary Coughlan Celebrating 25 Years, che raccoglie il meglio della produzione di questa splendida cantante nel primo CD e nel secondo riporta anche materiale dal vivo tratto dai vari Live pubblicati nel corso degli anni (ristampati solo a livello digitale nel 2013), con alcuni inediti e rarità: Indicato sia se avete già tutto, ma soprattutto se non conoscete nulla della rossa irlandese. Mi decido a parlare di questo nuovo Scars On The Calendar, anche se in effetti il CDè già uscito dall’estate del 2015, visto che non mi sembra di avere visto nessuna recensione sui siti italiani e perché la Coughlan è sempre stata una delle mie cantanti preferite in assoluto, in passato recensita alcune volte per il Buscadero., e quindi ne approfitto anche per tracciare una doverosa cronistoria di questa signora, dal passato drammatico e burrascoso ai giorni nostri.

mary coughlan the whole affair

Mi decido a parlare di questo nuovo Scars On The Calendar, anche se in effetti il CDè già uscito dall’estate del 2015, visto che non mi sembra di avere visto nessuna recensione sui siti italiani e perché la Coughlan è sempre stata una delle mie cantanti preferite in assoluto, in passato recensita alcune volte per il Buscadero., e quindi ne approfitto anche per tracciare una doverosa cronistoria di questa signora, dal passato drammatico e burrascoso ai giorni nostri. La storia di Mary Coughlan, che conoscevo già a grande linee, per certi versi è ancora più tragica, come lei stessa ha raccontato a cuore aperto in una intervista al Belfast Telegraph dello scorso anno, che doveva essere destinata a promuovere il suo nuovo album, questo Scars On The Calendar, ma poi ha riguardato tutta la sua turbolenta e drammatica vita privata http://www.belfasttelegraph.co.uk/life/features/singer-mary-coughlan-on-the-lessons-she-has-learned-31346689.html.

A grandi linee: Mary nasce a Galway nel 1956, e come ricorda lei stessa, già prima della Prima Comunione (scusate il bisticcio) viene abusata sessualmente da un componente della sua famiglia e la cosa continuò regolarmente fino agli 11 anni, anche a scuola e in convento https://www.youtube.com/watch?v=GHWsLYtxzz0 Da allora cercò di scappare più volte di casa, a 15 anni faceva già un uso pesante di alcol e droghe, allontanandosi definitivamente dalla sua famiglia quando aveva solo 17 anni, andando a vivere a Londra, a 19 anni era già sposata con il primo marito e a 24 aveva tre già figli, quando si divise dal suo consorte che le lasciò solo il cognome (era nata Mary Doherty) e la custodia dei tre bambini.

Nel 1984 torna in Irlanda a Galway dove viene notata dal chitarrista e produttore olandese Erik Visser (una delle poche costanti positive della sua vita) che l’aiuta a registrare il suo primo album Tired And Emotional, uno splendido disco, uscito nel 1985 e poi bissato con l’altrettanto bello  Under The Influence, entrambi pubblicati dalla Mystery Records e distribuiti dalla Wea irlandese. Dischi che in Irlanda furono anche dei successi a livello commerciale oltre che critico. Lo stesso anno debuttò anche come attrice in High Spirits – Fantasmi Da legare, un film di Neil Jordan. Ma se pensate che le cose cominciassero ad andare bene vi sbagliate: la Coughlan, anche grazie ad un manager truffaldino, perse la macchina, la casa e il contratto con la Wea. Riprese a bere e in quel periodo, al ritmo di quattro bottiglie di vodka al giorno, oltre ad altre sostanze varie, fu ricoverata in ospedale 32 volte in due anni per avvelenamento da alcol e droghe. Nel frattempo trova un nuovo compagno, con cui rimarrà 16 anni, dal quale avrà altri due figli e che si prenderà dei suoi altri figli mentre lei non era in grado di farlo. Nel 1990 pubblica un nuovo album grazie al contratto con la East West, Uncertain Pleasures, con un nuovo produttore che era stato il direttore musicale di TT D’Arby, disco che conteneva cover di brani degli Stones, di Presley e brani nuovi di Mark Nevin e Bob Geldof, il tutto cantato sempre nel suo inconfondibile stile che mescola canzone d’autore, jazz, pop ultra raffinato, folk irlandese, con quella voce vissuta, leggermente rauca, malinconica ed espressiva, veramente una sorta di Billie Holiday bianca https://www.youtube.com/watch?v=zE6Q96TGyuI . E anche i dischi successivi, Sentimental Killer, l’ultimo per una major, prodotto di nuovo da Visser, con le uillean pipes di Davy Spillane e la fisarmonica di Allan Murray in bella evidenza, e Love For Sale, per la Demon, etichetta di proprietà di Costello, con in primo piano il sax di Richie Buckley, spesso con Van Morrison e altri artisti irlandesi.

Nel 1995 esce il suo primo disco vivo, Live In Galway, inutile dire sempre con Visser, e con la nostra amica che si cimenta anche con standard del jazz e della canzone americana, poi esce un altro bellissimo disco come After The Fall, il primo ad essere pubblicato anche per il mercato americano, dove a fianco di molto materiale originale, canta anche pezzi di Marc Almond e Henry Purcell. Nel 2000 esce una delle vette della sua carriera, il doppio dal vivo Mary Coughlan Sings Billie Holiday e a seguire l’ottimo Long Honeymoon, titolo di un brano di Costello, grande ammiratore e Red Blues, che non sono prodotti da Visser, ma sono belli lo stesso. Altro disco dal vivo, Live At The Basement, che esce nel 2003, il primo di una serie, per la proprio etichetta Hail Mary. Nel frattempo Mary si è lasciata anche con il secondo marito e si accompagna con un nuovo amore australiano. Non beve più da 17 anni, vive in una casa in Irlanda con una delle figlie e una nipote e potrebbe, forse, persino, a dispetto di tutto quello che le è successo, essere felice, ma prima di tutto è ancora viva e quando l’ispirazione la coglie pubblica un disco nuovo, come questo Scars On The Calendar, tutti brani nuovi scritti per l’occasione.

Dodici canzoni dove Mary Coughlan è accompagnata solo dalla chitarra acustica, e a tratti piano e organo, suonati dall’immancabile Erik Visser (alla nona produzione con lei), con qualche tocco di contrabbasso qui è là, e la sua voce inconfondibile e sempre affascinante, Forse non sarà un capolavoro assoluto, ma è pur sempre l’occasione per ascoltare una delle cantanti più interessanti dell’intero panorama mondiale. Ora malinconica, quasi triste e laconica come nella “sanguinosa” Blood. dove le emozioni scorrono anche nelle cicatrici sul calendario, tra cimiteri, fantasmi ed un immaginario scarno e buio, o nell’agile fingerpicking della dolce Chance Encounter, dove emerge il suo lato di folksinger, e ancora, nella jazzata e “classica” This Is Not A Song, dove il contrabbasso segue le linee della chitarra acustica semplice e lineare dell’ottimo Visser, sempre pronta comunque a mostrare la sua anima ferita ma mai sconfitta, per esempio in Chance Encounter la Coughlan dice che ascoltando attentamente la si può sentire piangere. Just In Time, quasi a tempo di valzer, con acustica, organo e basso che offrono una base perfetta per le sue evoluzioni vocali da crooner al femminile, è un altro ottimo esempio della sua classe cristallina.

Anche Too Soon, solo chitarra acustica e contrabbasso, un suono vicino al folk-jazz di un Bert Jansch, testimonia di una voce ancora giovanile a dispetto di tutto quello che è successo negli anni, con un tuffo in una adolescenza felice, quasi parallela a quella vera. Eoghanin è una splendida ed evocativa ballata sulla falsariga di quelle delle colleghe irlandesi, con cui collaborò in passato per la serie A Woman’s Heart. Mentre la jazzata e notturna In Another World è un altro esempio del canone musicale tipico di Mary Coughlan, come pure la scure ed intense What Can We Do? A Girll’s Got To Eat, sempre con il contrabbasso che scandisce implacabile il suo ritmo. I Miss You, pur mantenendo inalterata questa strumentazione spartana è più complessa e ricercata nelle sue melodie, Ed in Good To Go, dove la voce è immersa in un mare di eco ed effetti sonori, delle tastiere minacciose avvolgono l’incedere arcano della chitarra acustica. Il raggio di sole finale di una quasi ottimistica e mossa Would You Do It All Again? conclude questa ennesima fatica della cantante di Galway, uno dei secreti meglio custoditi della musica irlandese https://www.youtube.com/watch?v=8B_1JpK7OHw . Fosse per me, se non li avessi già tutti, vi consiglierei un tuffo nell’opera omnia della Coughlan, ma, qualsiasi album, con delle punte di preferenza, se siete dei novizi, per l’antologia The Whole Affair o qualche Live, va bene per iniziare, anche questo Scars On The Calendar.

Bruno Conti

Ma Sbagliare Un Disco Ogni Tanto No? Willie Nelson – Summertime

willie nelson summertime

Willie Nelson – Summertime: Willie Nelson Sings Gershwin – Sony Legacy CD

A pochi mesi di distanza dall’eccellente disco in duo con Merle Haggard (Django & Jimmie) http://discoclub.myblog.it/2015/07/07/due-vispi-giovanotti-willie-nelson-merle-haggard-django-and-jimmie/  torna il grande Willie Nelson, 83 anni fra poco più di un mese e nessuna voglia di rallentare il ritmo (e la qualità) delle pubblicazioni. Nella sua ormai quasi sessantennale carriera, Willie ha inciso diversi album composti da evergreen della musica americana: proprio un suo LP di standard (Stardust, 1978) fu un enorme successo, ed ancora oggi è uno dei suoi lavori più venduti, e da allora periodicamente il nostro ne ha pubblicati altri, tutti molto belli anche se con risultati commerciali inferiori (qualche titolo sparso: Somewhere Over The Rainbow, What A Wonderful World, Moonlight Becomes You, American Classic); inoltre, Nelson ha anche al suo attivo più di un disco interamente dedicato ai brani di un singolo artista (Lefty Frizell, Kris Kristofferson, Cindy Walker) e quindi, fondendo assieme le due cose, non è una sorpresa la decisione del barbuto texano di pubblicare un intero album di classici di George Gershwin, uno dei più grandi compositori del secolo scorso, che insieme al fratello Ira ha scritto un’incredibile serie di canzoni che sono poi diventate degli standard assoluti, quasi alla stregua di brani tradizionali, un songbook inarrivabile che è stato (ed è ancora) un punto di riferimento per molti artisti, ponendo le basi per la nascita della musica moderna: uno insomma per cui la parola “genio” non è assolutamente fuori luogo.

Summertime (sul titolo forse Willie poteva spremersi un po’ di più) è composto da undici pezzi, e vede il nostro accompagnato non da un’orchestra (ci poteva stare, ma è meglio così) ma da una super band, che vede, oltre ai fidi Mickey Raphael all’armonica e a Bobbie Nelson (sua sorella) al piano, lo straordinario pianista Matt Rollings (già con Lyle Lovett e Mark Knopfler, ed anche il produttore del CD insieme allo specialista Buddy Cannon), il chitarrista Dean Parks (presente su almeno, sparo, 1.200 album di gente che conta), il batterista Jay Bellerose (idem come per Parks, è anche il drummer preferito di T-Bone Burnett e Joe Henry), il leggendario steel guitarist Paul Franklin, oltre ai due bassisti David Piltch e Kevin Smith. Il disco è, manco a dirlo, bellissimo (come direbbe il Mollicone nazionale): innanzitutto ha un suono stellare (e qui la coppia Cannon-Rollings dice la sua) e poi è suonato in modo strepitoso dalla band presente in studio, con una miscela di sonorità jazzate (la base di partenza dello stile di Gershwin) e texane (Willie) che rende Summertime l’ennesima perla di una collana che sembra non avere fine. E, last but not least, c’è la voce del leader, che più passano gli anni e più fa venire la pelle d’oca: secondo me la sua ugola in America andrebbe dichiarata patrimonio nazionale, e non esagero.

But Not For Me apre il CD alla grande, uno slow caldo e jazzato che ricorda non poco lo stile dell’ultimo disco di Bob Dylan dedicato a Sinatra, con la voce di Willie ben centrale ed il gruppo che lo segue con sicurezza. Anche Somebody Loves Me è un esercizio di classe, con tempo swingato ed il piano di Rollings assoluto protagonista: grandissima musica; Someone To Watch Over Me è ancora lenta e raffinata, ma, grazie ad un feeling formato famiglia, non è solo un mero esempio di stile (e Willie fa sembrare canzoni che hanno più della sua età come se le avesse scritte lui il giorno prima). Let’s Call The Whole Things Off vede la presenza in duetto di Cyndy Lauper (che dopo il disco blues sta per pubblicarne a maggio uno country, Detour), e la strana coppia funziona, malgrado un testo non proprio da dolce stil novo ed un’atmosfera un po’ da cabaret (ma la band suona davvero alla grande) https://www.youtube.com/watch?v=tJq1NCCvICU .

It Ain’t Necessarily So è finora quella con il suono più texano, sembra davvero una (bella) western ballad tipica di Willie, mentre I Got Rhythm, che conoscono anche i sassi, viene proposta in una strepitosa versione western swing, una cover da manuale che dimostra come Nelson possa veramente far sua qualunque canzone. Love Is Here To Stay è ancora leggermente jazzata, con la batteria spazzolata e la steel che si insinua tra i solchi; splendida anche They All Laughed, ancora con il piano sugli scudi e l’ormai abituale mood country-jazz, e Willie che appare perfettamente rilassato ed a suo agio.

Anche Sheryl Crow di recente è rimasta folgorata sulla via del country, e qui presta la sua ugola a Embraceable You, altra ballad raffinatissima https://www.youtube.com/watch?v=8wwlW8h0wD8 : Sheryl è brava, ma in quanto a carisma Willie vince a mani basse; chiudono il disco, in tutto trentasei minuti praticamente perfetti, la fluida They Can’t Take That Away From Me, di nuovo con parti strumentali di grande godimento, e la superclassica Summertime, forse il brano più noto dei fratelli Gershwin, un pezzo che ha avuto decine di interpretazioni (alcune imperdibili, ad opera di gente del calibro di Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Sam Cooke e Janis Joplin), ed anche Willie centra il bersaglio con una rilettura che mette il piano (splendido) in evidenza e con lui che tira fuori la solita voce da brividi.

Grandi canzoni, due produttori straordinari, una grande band e Willie Nelson con la sua chitarra: devo aggiungere altro?

Marco Verdi