L’Angolo Del Jazz. Parte Prima: Thelonious Monk – Palo Alto

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Thelonious Monk – Palo Alto – Impulse/Universal CD

Oggi inauguriamo una mini-rubrica di tre post che hanno in comune la trattazione di altrettanti album a sfondo jazz usciti di recente, due inerenti a concerti inediti del passato ed un disco in studio nuovo di zecca. Entro due mesi saremo chiamati ad esprimere le nostre preferenze musicali per questo strano 2020, e se esistesse una categoria “miglior album dal vivo che documenta un concerto storico del passato che si credeva perduto”, il CD di cui mi accingo a parlare potrebbe aspirare tranquillamente al primo posto (ma anche il prossimo di cui scriverò non scherza). Nel 1968 Thelonious Monk, uno dei più grandi ed influenti pianisti jazz di sempre, era ad un punto morto della carriera: ai ferri corti con la Columbia per la quale incideva all’epoca, Monk era pieno di debiti (pare anche con la stessa etichetta discografica) e doveva pure dei soldi alla temibile IRS per tasse arretrate non pagate. Da un’altra parte dell’America Danny Scher, studente alla Palo Alto High School in California e grande appassionato di jazz dall’età di dieci anni, avendo saputo che Monk aveva avuto un ingaggio di due settimane per esibirsi a San Francisco, decise di cogliere la palla al balzo e provare a realizzare il suo sogno: portare il grande musicista a suonare nella scuola da lui frequentata per un concerto benefico.

Erano altri tempi, e Scher (al quale non faceva difetto la tenacia) riuscì a mettersi in contatto con il manager di Monk, il quale convinse il suo assistito a prendere parte allo show anche per un ingaggio ridotto rispetto al solito, sfruttando sicuramente il bisogno di soldi da parte dell’artista. Un altro potenziale problema erano le grandi tensioni politiche e razziali presenti all’epoca in America, che avevano portato ai recenti omicidi di Martin Luther King e Robert Kennedy: la Palo Alto High School era un istituto antico ed esclusivo frequentato in maggioranza da studenti bianchi , e chiamare ad esibirsi un artista di colore non sembrava un’idea brillante dal punto di vista della sicurezza, ma per fortuna tutto si svolse nella più assoluta tranquillità. Così il pomeriggio del 27 ottobre del 1968 si scrisse una pagina di leggenda del jazz, con Monk che si esibì davanti ad un’aula magna gremitissima a capo di un formidabile quartetto che vedeva oltre a lui Charlie Rouse al sax tenore, Larry Gales al basso e Ben Riley alla batteria, un trio di musicisti che è stato anche quello con il quale Monk ha collaborato più a lungo in carriera. Nonostante qualche scetticismo sul suo stato di forma, Monk fornì una prestazione leggendaria, uno show incredibile di soli 47 minuti ma di un’intensità clamorosa, uno di quei rari momenti nei quali l’ispirazione sembra quasi potersi toccare con mano.

L’altro miracolo è il fatto che il concerto fosse stato registrato (pare dal custode della scuola, appassionato di tecnologia) e che sia sopravvissuto fino ad oggi, in più con una qualità di incisione da paura, che ritroviamo oggi in questo CD curato dallo stesso Scher ed intitolato appunto Palo Alto: in certi momenti vi sembrerà di avere il quartetto nel vostro salotto. Spesso Monk è stato accusato di essere troppo cerebrale e poco immediato, difficile non solo di carattere (pare che fosse uno che parlava pochissimo) ma anche per il suo improvvisare melodie complesse e dissonanti, ma qui a Palo Alto sembra quasi voler compiacere il pubblico offrendo una performance assolutamente godibile dalla prima all’ultima nota. Sei brani in tutto, che partono con Ruby, My Dear, una soffusa jazz ballad che inizialmente vede il nostro fare da sideman per Rouse, mentre la sezione ritmica accarezza in sottofondo: la sala è subito inondata da sonorità calde ed il pubblico ascolta in rigoroso silenzio. Al quarto minuto Monk si prende il centro della scena con una serie di fraseggi sublimi, fino a quando il sax riprende in mano il pezzo e lo porta fino allo scadere. Lo show entra subito nel vivo con i 13 fantastici minuti di Well, You Needn’t, un brano pimpante e ritmicamente ricco, durante il quale gli interventi strumentali si susseguono senza soluzione di continuità: il sax parte ancora da protagonista, basso e batteria non perdono un colpo (verso la fine c’è anche un lungo assolo di Gales con l’utilizzo dell’archetto) e Monk fa viaggiare le dita sulla tastiera alla sua maniera.

L’intesa del quartetto è superlativa ed il brano si ascolta tutto d’un fiato nonostante la lunghezza. Don’t Blame Me è uno standard degli anni 30 reso popolare nel 1948 da Nat King Cole, un lento raffinatissimo che vede il nostro esibirsi in totale solitudine, una performance formidabile che potrebbe scoraggiare chiunque volesse imparare a suonare il piano. E veniamo al momento centrale dello spettacolo, cioè una eccezionale ripresa del classico Blue Monk, una delle signature songs del nostro, 14 minuti strepitosi e fruibili al tempo stesso, in cui i quattro improvvisano alla grande senza però mai perdere il filo della melodia: da applausi la prestazione di Rouse, grande protagonista della serata quasi alla pari del suo leader. Da qui in poi il concerto è in discesa: ascoltiamo ancora una vibrante Epistrophy, il cui il piedino del sottoscritto si muove autonomamente, ed una soave I Love You Sweetheart Of All My Dreams, appena due minuti ancora per piano solo, suonato in punta di dita. Un concerto assolutamente imperdibile quindi, anche se siete tra quelli che comprano un disco di jazz all’anno.

Marco Verdi

Un Altro Grande Disco Di Una Delle Più Belle Voci Irlandesi! Mary Coughlan – Life Stories

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Mary Coughlan – Life Stories – Hail Mary Records/Nova

L’ultimo disco di studio di Mary Coughlan, l’ottimo Scars On The Calendar, registrato in coppia con Erik Visser, era uscito nel 2015 https://discoclub.myblog.it/2016/03/29/due-grandi-voci-femminili-la-seconda-dallirlanda-la-billie-holiday-bianca-mary-coughlan-werik-visser-scars-on-the-calendar/ , ma nel 2018 la grande cantante irlandese ha pubblicato anche un CD dal vivo Live And Kicking, realizzato con la sua touring band nel maggio dell’anno precedente https://discoclub.myblog.it/2018/04/02/dopo-mary-black-unaltra-voce-irlandese-strepitosa-mary-coughlan-live-kicking/ . Per l’occasione torna a lavorare dopo molti anni con il produttore, nonché chitarrista e polistrumentista Pete Glenister: per chi non la conoscesse (spero in pochi, tra gli amanti delle buona musica), la Coughlan è una delle più popolari cantanti della Emerald Isle, benché non raggiunga forse la fama di Mary Black e Christy Moore, dalla vita travagliata e perigliosa, che vi ho raccontato in altre occasioni (e la sua, anche nella copertina dell’album, è una faccia che parla), costellata da tutte le disgrazie che possono capitare ad una donna, e anche qualcuna di più, ma che ha sempre saputo rialzarsi, e negli ultimi anni sembra avere trovato una serenità e una stabilità che le consentono di proporre la sua musica in modo più continuo.

Parte della critica irlandese ed inglese l’ha definita una sorte di controparte femminile di Tom Waits, forse più per il suo approccio intenso alle canzoni che per lo stile vocale vicino invece all’idea di una Billie Holiday bianca, per la sua vita drammatica, viscerale e spesso disperata. Il timbro vocale si è fatto ancora più “vissuto”, ma rimane sempre una delle cantanti più espressive in circolazione, sempre partecipe nel suo approccio: lo stile al solito miscela jazz non convenzionale, blues, canzone d’autore, un pizzico di swing, e predilige l’uso della ballata, elevata ad arte, come dimostra subito l’iniziale Family Life, un brano di Paul Buchanan dei Blue Nile, con il suo pianista Johnny Taylor che imposta un raffinato tema musicale, entrano gli archi sintetici, ma quasi umani, suonati da Glenister e poi entra la voce, molto vicina al microfono, che sembra sussurrare calda e suadente, ma interpreta mondi interi di sentimenti con una classe unica. Molto bella anche la successiva Two Breaking Into One, una canzone di tradimenti, dove Glenister suona tutti gli strumenti, con la voce che sale ad accarezzare l’ascoltatore in un valzer quasi stridente ed inconsueto di grande intensità e con dei bei crescendi strumentali, High Heel Boots, impreziosita da una piccola ma vivace sezione fiati, va alla grande di swing seguendo lo schioccare di dita, mentre i backing vocals di Holly Palmer sottolineano la vocalità potente e quasi divertita di Mary, e anche Forward Bound, con una ritmica tambureggiante, sempre interpretata dall’ottimo Glenister, è di nuovo allegra e brillante, con coretti old style di Frances Kapelle e Violet M. Williams.

Ma poi le cose si fanno di nuovo “serie” in una sublime Elbow Deep, una ballata notturna di Karrie O’Sullivan, dove il piano di Brian Connor e il contrabbasso di Dave Redmond, seguono le splendide divagazioni vocali di una ispirata Mary Coughlan, che cambia di nuovo registro nella elettrica ed elettrizzante I Dare You To Love Me, scritta da Pete Glenister che arrangia per la cantante irlandese un suono più moderno e contemporaneo, ma sempre ricco di fascino e di tocchi jazzy. In Do It Again la nostra amica di concede qualche gigioneria, ma con quella voce come si fa a dirle di no, e poi stiamo parlando di un pezzo di Gershwin; nella propria canzone Why Do All the Bad Guys Taste So Good rievoca i tempi in cui era più “cattiva” e birichina, sempre con le due ragazze delle armonie vocali che le danno man forte in un pezzo dal suono contemporaneo e pungente, poi si fa sconsolata e affranta in Safe And Sound, accompagnata solo dal piano di Taylor e dalle chitarre di Glenister, per una interpretazione intensa e profonda. Troviamo di seguito una splendida ed emozionante versione del brano No Jerico della folksinger Susan McKeown, dove Mary esplora le sue più recondite corde per regalarci una interpretazione da brividi, con un sontuoso arrangiamento di Glenister, a chiudere invece la leggera e disincantata Twelve Steps Forward and Ten Steps Back dove si respirano profumi delle canzoni anni ‘40, aggiornate alle sonorità più moderne, piacevole ma non essenziale.

Nel complesso un ennesimo disco che conferma lo status di grande interprete di Mary Coughlan.

Bruno Conti

Tra Jazz E Blues Acustico, Un Trio Molto Raffinato. Steve Howell Dan Sumner & Jason Weinheimer – Long Ago

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Steve Howell Dan Sumner & Jason Weinheimer – Long Ago – Out Of The Past Music

Il disco si chiama Long Ago, l’etichetta che lo pubblica è la Out Of The Past Music, la stessa che ha pubblicato di recente il disco di Katy Hobgood Ray con il marito Ray https://discoclub.myblog.it/2020/03/02/un-riuscito-omaggio-alla-propria-terra-da-parte-di-una-nuova-coppia-musicale-katy-hobgood-ray-wdave-ray-i-dream-of-water/ : quindi pare chiaro che non si parla di musica legata alla stretta contemporaneità. Steve Howell, il chitarrista e cantante di questo CD, ne ha già pubblicati una decina, spesso in coppia con il bassista Jason Weinheimer, e con l’altro chitarrista Dan Sumner ha pubblicato anche il precedente History Rhymes, e in quello prima ancora era presente la Hobgood Ray. Il disco è stato concepito ed inciso in una serie di studi di registrazione all’intersezione tra Arkansas, Texas e Louisiana, Ark-La-Tex e lo stile impiegato è un misto tra blues acustico e jazz, visto che entrambi i chitarristi usano chitarre acustiche archtop e flattop, nel caso di Howell suonate in fingerpicking.

Il repertorio viene appunto da blues e standard jazz, con il buon Steve in possesso di una voce suadente e piacevole, che mi ha ricordato vagamente il Clapton di Unplugged, ma anche quella dei crooner più delicati ed il risultato è un disco intimo e raffinato indicato a chi ama la musica tradizionale, magari di nicchia. Diciamo che la vivacità non è uno dei tratti principali dell’album, non succede molto nelle canzoni per intenderci, Howell e Sumner accarezzano le chitarre con grande tecnica, feeling e voluttà e l’insieme, oltre che saltare fuori dal passato è in fondo senza tempo, volutamente demodé. Dalla rilettura di Singin’ The Blues, un oscuro brano ripescato dagli anni ‘20, ma ripreso anche da Geoff Muldaur e Martha Wainwright, si passa ad Angel Eyes, una canzone anni ‘40 dal repertorio di Ella Fitzgerald e Frank Sinatra, ma in queste versioni ovviamente non ci sono orchestre swinganti, bensì esecuzioni per sottrazione, molto discrete. Please Send Me Someone To Love, il pezzo di Percy Mayfield lo conoscono quasi tutti, e le note immortali della canzone non sarebbero fuori posto in qualche fumoso localino dove passare la serata in compagnia, anche di buona musica, con Howell che la porge con classe e discrezione sia nella parte cantata che in quella strumentale, Do Nothing ‘Til You Hear From Me era di Duke Ellington e le due chitarre si intrecciano con grande nonchalanche tra tecnica e feeling, mentre Steve porge su un vassoio il suo contributo vocale.

Insomma ci siamo intesi su cosa aspettarci: non mancano brani più intricati come Song For My Father di Horace Silver, per quanto sempre eseguito con moderata sobrietà e sussurrato da Howell, che poi si lascia trasportare dalla bossa nova di Dindi qui in chiave strumentale, per poi tornare alle 12 battute classiche di Nothin’ But The Blues, anche questa dell’Ellington anni ‘30, seguita da una Z’s, che, se mi perdonate la battuta irriverente, un poco riflette anche l’effetto che potrebbe avere su qualche ascoltatore, anche se è uno dei brani più mossi del CD. Che prevede pure la presenza di Bei mir bist do schön, un pezzo yddish sempre anni ‘30, felpato e divertente, con intricati intarsi sonori, conosciuto nella versione cantata in inglese dalle Andrew Sisters; I’ll Remember April era in un film di Abbott e Costello, che per noi italiani sarebbero “Gianni E Pinotto” ed è stata cantata anche da Judy Garland, per quanto questo malinconico ed intricato pezzo qui appare in versione strumentale, a sottolineare la bravura di Howell e Sumner, che chiudono con una composizione di Johnny Mercer come la brillante I Thought About You. In definitiva se vi sentite di spirito “jazzy” e rilassato questo CD potrebbe fare per voi, non iniziati astenersi.

Bruno Conti

Questa Volta Un Diverso Modo Di Vedere Il Blues, Ma Sempre Affascinante! Fabrizio Poggi – For You

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Fabrizio Poggi – For You — Appaloosa Records/Ird

Lo avevamo lasciato tre anni fa, con l’album registrato in coppia con Guy Davis Sonny & Brownie’s last train, poi entrato nella cinquina della categoria Best Traditional Blues Album ai Grammy Awards del 2018, vinto dai Rolling Stones https://discoclub.myblog.it/2017/11/28/se-amate-il-blues-quasi-una-coppia-di-fatto-guy-davis-fabrizio-poggi-sonny-brownies-last-train/ . Quello era il capitolo 22 della lunga carriera di Fabrizio Poggi, contrassegnata soprattutto dal Blues: spesso e volentieri con i suoi Chicken Mambo, ma anche con innumerevoli collaborazioni con i musicisti più disparati, la più recente, prima del disco con Davis era stata quella con le Texas Blues Voices, ma in passato anche tuffi nella canzone popolare con i Turututela, con Francesco Garolfi nel semididattico The Breath Of Soul, storie e leggende relative all’armonica a bocca, un album come Il Soffio Della Libertò: il blues e i diritti civili, in questi tempi tornato quanto mai di attualità.

Insomma una produzione sterminata in quasi 30 anni di attività discografica; i suoi dischi sono stati molto apprezzati in giro per il mondo, e soprattutto negli States, dove ha raccolto vari riconoscimenti nelle manifestazioni dedicate al blues. Per l’occasione Fabrizio Poggi tenta una strada musicale leggermente diversa dal solito: mantenendo la stella polare sulle 12 battute, il musicista di Voghera inserisce, insieme all’ingegnere del suono, arrangiatore e bassista Stefano Spina, che produce l’album, un approccio dove confluiscono anche elementi e sfumature jazz e rock, per altro presenti, magari in misura minore anche in passato, oltre agli immancabili tocchi gospel soul. Insomma forse un disco meno immediato e carnale, ma più raffinato e ricercato anche nei suoni, diverso ma sempre riconducibile al suo stile. Dieci brani, tra cui la title track For You di Eric Bibb, nei quali la strumentazione prevede l’uso del contrabbasso, suonato dal musicista jazz pavese Tito Mangialajo, una piccola sezione fiati con Tullio Ricci al sax e Luca Calabrese al sax, Stefano Intelisano al piano in For You, e Pee Wee Durante all’organo, Enrico Polverari alle chitarre, e in un paio di brani Arsene Duevi, voce, oltre ad un consistente coro gospel.

Il disco è stato concepito e realizzato prima dell’arrivo della pandemia, ed esce curiosamente (o no) a pochi giorni dal 1° luglio, data del 62° compleanno di Fabrizio, senza dimenticare i temi sociali ed umanitari da sempre cari a Poggi, che nelle note del libretto ci dice che “Questo è un disco “per”: per te, per noi, per tutti. Perché uniti ce la faremo” Si diceva dieci canzoni, tra originali, tradizionali arrangiati e altro: dall’iniziale Keep On Walkin, una ballata notturna e jazzy, scandita dal contrabbasso, con il sax che interagisce con l’armonica, una elettrica minacciosa sullo sfondo, suonata da Giampiero Spina, mentre Poggi declama in modo quasi piano il testo carico di significati gospel, con If These Wings che confluisce nel precedente senza soluzione di continuità e la stessa strumentazione, con la tromba al posto del sax. La breve Chariot, cita il classico gospel Swing Low Sweet Chariot, solo voce, armonica e contrabbasso, mentre Don’t Get Worried è un blues classico elettrico e tirato, con la chitarra solista veemente e quasi acida che si fa sentire, e anche il lento minaccioso I’m Goin’ There si riallaccia agli stilemi abituali del blues, quello più rigoroso, magari con richiami arcani, con l’immancabile crescendo e il call and response tra voce, armonica e chitarra.

For You è una bellissima e deliziosa ballata pianistica con sezione archi e armonica, cantata con il “coeur in man” come si dice in Lombardia, che anche in questo caso confluisce nella successiva My Name Is Earth, un fluente gospel dove si inseriscono via via, coro maestoso, sezione ritmica, chitarra, armonica, organo, in un crescendo di grande fascino. Just Love è il classico blues che ti aspetteresti da Fabrizio, magari con una strumentazione più ricca, ma tipica del suo repertorio, Sweet Jesus, con quello che sembra un ukulele, è un altro gospel, caldo, sereno ed avvolgente, con i piccoli soffi dell’armonica a tipicizzarlo, lasciando la chiusura a It’s Not Too Late, altra gospel song che parte arcana su un coro a bocca chiusa e la voce di Arsene , poi introduce, armonica, organo, sezione ritmica, archi e un approccio corale e solenne. Diverso dal solito ma un ennesimo bel disco di Fabrizio Poggi.

Bruno Conti

 

 

Per Fare Un Bel Disco, Bastano Un Grande Pianista E Un Grande Cantautore! Paul Kelly & Paul Grabowsky – Please Leave Your Light On

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Paul Kelly & Paul Grabowsky – Please Leave Your Light On Cooking Vinyl – CD – LP

Gli ammiratori di lunga data di Paul Kelly (come il sottoscritto), incominciano a preoccuparsi della iperattività di questo grande artista australiano. Infatti negli ultimi cinque anni questo signore ha pubblicato Death’s Dateless Nights in coppia con Charlie Owen, e Seven Sonnets & A Song (16), Life Is Fine (17), Nature (18), seguìto dallo straordinario Live At Sidney Opera House (19), e ora arriva questo ultimo lavoro in coppia con il connazionale, “famoso” pianista jazz Paul Grabowsky: una iperattività dicevamo all’inizio, che si è già riscontrata anche negli ultimi anni di carriera di Leonard Cohen, e di Archie Roach, (altro importante artista australiano, a sua volta nostro abituale cliente sul blog), personaggi che in passato erano soliti prendersi tempi più lunghi fra un lavoro e l’altro (per quanto riguarda Kelly dai 3 ai 5 anni).

Please Leave Your Light On è un album di belle canzoni (solo piano e voce), che Kelly interpreta con l’accompagnamento al piano di Grabowsky, un disco che rimanda ad una deliberata evocazione dei più che nostalgici duetti fra Tony Bennett e Bill Evans, oppure quelli ancor più famosi tra Nelson Riddle (in questo caso orchestra)  e il grande Frank Sinatra, andando a pescare dall’immenso “songbook” di Kelly, che non è comunque certo un crooner, ad eccezione dell’unica scelta di Grabowsky, una Every Time We Say Goodbye di Cole Porter ( di cui vi consiglio di ascoltare la meravigliosa versione di Ella Fitzgerald).

Le versioni in chiave “jazz” partono con True To You, un brano mai inciso da Kelly, rimasto fuori dal magnifico The Merry Soul Sessions(14), a cui fanno seguito, quasi sempre rigorosamente piano e voce, una ballata avvolgente come Petrichor (da Life Is Fine (17), per poi entrare nell’anima e nella mente con la carezzevole bellezza di When A Woman Loves A Man (la trovate su Spring And Fall (12), e reinventare una Sonnet 138 dall’album dedicato alla memoria di William Shakespeare (Seven Sonnets & A Song (16), dove ancora una volta emerge la bravura di Paul Grabowsky. Da un album folk-rock come Spring And Fall (12), viene rivoltata come un calzino anche la suadente Time And Tide, per poi riproporre da Ways And Means (04) la recitativa Young Lovers (perfetta da suonare in un Jazz Club di Harlem), come pure la seguente già citata Every Time We Say Goodbye, un classico senza tempo di Cole Porter, dove i due Paul gareggiano in bravura, per poi recuperare da un album dimenticato come Stolen Apples (07), una magnifica e sofferta ballata come Please Leave Your Light On.

Più ci si avvia alla fine del viaggio, più il quoziente emotivo sale, che si manifesta nella delicata versione in punta di note di You Can Put Your Shoes Under My Bed, meritoriamente recuperata dall’album dal vivo con Neil Finn Goin’ Your Way (13), bissata da una struggente Winter Coat che viene ripescata da uno dei primi lavori di Kelly con i suoi Messengers Comedy (89), riproporre una versione intrigante di God’s Gradeur dall’album Nature (18), e andare a chiudere al meglio e commuovere con il brano finale If I Could Start Today Again (la trovate solo nella raccolta Songs From The South (97), dove le magnifiche note del pianoforte di Grabowsky, accompagnano l’armonica e il cantato di Kelly. Per chi scrive, ed è ovviamente un parere molto personale, ci sono pochi cantanti (di qualsiasi generazione) che possono portare a termine un lavoro del genere, una collaborazione con Paul Grabowsky che arriva ben tre decenni dopo il loro primo incontro, e in questi tempi estremamente impegnativi, è bello vedere che il miglior pianista jazz e il miglior (?) cantautore australiano, si sono uniti per dare alle stampe questo splendido set di gemme selezionate e adattate per pianoforte acustico e voce.

Please Leave Your Light On certamente non è un disco di facile ascolto, sicuramente un CD per orecchie e palati fini, ma per gli amanti del genere, credetemi, il risultato è sublime. Da ascoltare con luci soffuse e in dolce compagnia.

Tino Montanari

*NDT: Per dovere di informazione, a conferma di quanto scritto ad inizio recensione, nel frattempo il 10 giugno è uscito, solo per streaming, su Spotify oppure lo trovate anche qui https://www.nme.com/en_au/news/music/paul-kelly-releases-surprise-new-album-forty-days-2685021 e download, anche un album di Paul Kelly Forty Days, registrato a casa e poi condiviso, sotto forma di video, nelle varie piattaforme, proprio durante la quarantena (da cui il titolo, anche in italiano ‘quaranta giorni’ ), composto di brani pescati anche dal repertorio di musicisti scomparsi negli ultimi mesi (John Prine e Bill Withers), oltre che da poemi, qualche classico e dei brani dello stesso Kelly, nel qual caso, se volete, to be continued…!

Sempre Raffinata E Di Gran Classe! Norah Jones – Pick Me Up Off The Floor

norah jones pick me up off the floor

Norah Jones – Pick Me Up Off The Floor – Blue Note/Virgin/EMI CD Deluxe

Sono passati ormai 18 anni dal clamoroso successo del disco di esordio Come Away With Me e Norah Jones con questo Pick Me Up Off The Floor arriva ora al suo ottavo album da solista (senza contare il mini Begin Again, di cui tra un attimo). L’artista newyorchese (ma come è noto il padre è Ravi Shankar), a marzo ha compiuto 41 anni (sempre dire l’età delle signore), e quindi questo album potrebbe essere quello della maturità raggiunta, visto che la consacrazione l’ha ormai conquistata da anni, anche se nella sua discografia, tra molti alti e poche “delusioni”, ha comunque intrapreso anche parecchi percorsi alternativi, deviazioni dal suo stile abituale che comunque denotano una certa irrequietezza artistica, e che l’hanno portata a diverse collaborazioni: il disco con Billy Joe Armstrong dei Green Day, la band country collaterale dei Little Willies, quella country alternative delle Puss’N’Boots che hanno pubblicato un secondo disco Sister, uscito a metà febbraio agli albori della pandemia, e quindi passato abbastanza sotto silenzio, oltre ad avere avuto decine, forse centinaia di partecipazioni a dischi altrui.

Stabilito che lo stile musicale di Norah non è facilmente etichettabile, si è parlato di jazz-folk-pop, che potrebbe essere corretto, io azzarderei anche un genere che era molto in uso negli anni ‘70, soft rock, oppure, forse ancora più calzante, cantautrice con piano, così la mettiamo proprio sul didascalico spinto. Si diceva di Begin Again, un mini CD con 7 brani, estrapolati da una serie di brani che la Jones aveva iniziato ad incidere dal 2016, subito dopo il termine del tour di Day Breaks https://discoclub.myblog.it/2017/11/14/per-la-serie-e-io-pago-norah-jones-day-breaks-deluxe-edition/ , in quello che doveva essere un periodo di pausa e riposo, aveva deciso periodicamente di entrare in studio di registrazione per incidere dei nuovi pezzi, da pubblicare solo in formato digitale, frutto anche di collaborazioni (con Mavis Staples, Rodrigo Amarante, Thomas Bartlett, Tarriona Tank Ball e altri) ed alla fine raccolte in Begin Again: nelle stesse sessions però Norah aveva inciso vari altri brani, ulteriori canzoni sotto forma di demo, di cui riascoltando sul telefonino i mix non definitivi mentre passeggiava col cane, si era accorta delle potenzialità e deciso di portarle a compimento in sette diversi studi di registrazione, per arrivare a questo Pick Me Up Off The Floor, che alla fine si rivela uno dei suoi dischi migliori, al solito molto eclettico nei risultati.

Prodotto dalla stessa Jones, a parte i due brani con Jeff Tweedy, nel disco suonano moltissimi musicisti, anche se una delle figure centrali può essere individuata nel bravissimo batterista Brian Blade, presente in sei brani su undici (del CD esiste anche una versione Deluxe con 13 canzoni, sempre singola e pure “costosa,” considerando solo le due tracce extra, però bella, come vedete sopra, ma sono i soliti misteri della discografia). L’album si apre con How I Weep, una sorta di poesia, la prima scritta dalla nostra amica per l’occasione, How I weep for the loss/And it creeps down my chin/For the heart and the hair/ For the skin and the air/That swirls itself around the bare/How I Weep”, meditabonda e malinconica, su uno sfondo di viola, violino ed archi, che accompagnano il piano, e sul quale piange per alcune perdite. In Flame Twin troviamo Pete Remm a chitarra elettrica, organo e synth, oltre a Blade e John Patitucci al basso, un brano bluesato e raffinato che ricorda certe colleghe anni ‘70 come Carole King e Laura Nyro, mentre Hurts To Be Alone vira su territori soul jazz, a tempo di valzer, con Norah anche a piano elettrico e organo, doppiato da Remm, Christopher Thomas che affianca Blade al contrabbasso elettrico, e le voci suadenti di Ruby Amanfu e Sam Ashworth, per un brano felpato e sinuoso.

Heartbroken, Day After replica la stessa formazione per una canzone dall’afflato notturno, al quale comunque la pedal steel di Dan Lead contrappone al cantato quasi birichino della Jones un piccolo tratto da ballata country, una delle canzoni migliori del CD, molto bella anche la più mossa e brillante Say No More, con l’aggiunta del sax tenore di Lee Michaels e la tromba di Dave Guy, che accentuano nuovamente lo spirito jazzy, evidenziato anche dall’ottimo lavoro del piano. This Life, registrata in trio con Blade e Jesse Murphy al contrabbasso elettrico, già presente nel brano precedente, mi ha ricordato a tratti certi brani inquietanti tipici di Rickie Lee Jones, mitigato dalle angeliche armonie vocali.

To Live è una canzone gospel-soul, tra New Orleans e Mavis Staples, con fiati sommessi e di nuovo eccellenti intrecci vocali, I’m Alive è uno dei due brani con la famiglia Tweedy, Spencer alla batteria, e Jeff all’elettrica e al basso, che pur rimanendo nell’ambito della musica della nostra amica, aggiunge quel tipico tocco melodico del leader dei Wilco, nelle sue ballate migliori. Where You Watching, con il testo dell’amica poetessa Emily Fiskio, è una nuovamente inquietante e misteriosa nenia attraversata dal violino incombente di Mazz Swift, dai florilegi del pianoforte e da un cantato quasi piano e dolente.

Stumble On My Way è una di quelle ballatone soffuse e malinconiche delle quali la musicista di Brooklyn è maestra , di nuovo con la weeping pedal steel di Lead ad impreziosirla. A chiudere la versione standard l’altro brano con e di Jeff Tweedy, Heaven Above, un duetto soffuso, quasi flebile con la Jones a piano e celesta e il musicista di Chicago alla chitarra acustica. Le bonus sono Street Strangers, un altro brano in linea con le atmosfere solenni e ricercate dell’album e la deliziosa Trying To Keep It Together, una strana scelta come singolo estratto dall’album, un pezzo solo voce e piano che illustra il lato più delicato e riposto del suo repertorio https://www.youtube.com/watch?v=IcjVoPRbKKY .

Bruno Conti

Un “Gioiello” Di Concerto! Ruthie Foster Big Band – Live At The Paramount

ruthie foster big band live at the paramount

Ruthie Foster Big Band – Live At The Paramount – Blue Corn Music CD

Sebbene sia in circolazione dal lontano 1997, allora con un esordio autogestito Full Circle, questa signora (abituale cliente del blog) https://discoclub.myblog.it/2014/09/18/promesse-mantenute-sempre-piu-brava-ruthie-foster-promise-of-brand-new-day/ , dopo il notevole Live At Antone’s (11), è solo alla seconda performance discografica dal vivo, che conferma il carisma di questa brava cantante afro-americana, che nel vecchio Texas è considerata una autentica “star”. Live At The Paramount è stato registrato nello storico ultracentenario teatro di Austin, dove il 26 Gennaio dello scorso anno la Foster si è portata sul palco una Big Band, formata da una nutrita sezione fiati da 10 elementi e da 3 coriste, diretta da John Miller, con in più con l’apporto dei suoi abituali musicisti di riferimento alle chitarre, tastiere, batteria e basso, e con le belle orchestrazioni e la produzione del noto John Beasley (Miles Davis e Steely Dan fra i tanti).

La serata si apre con l’introduzione fatta dalla giovane figlia di Ruthie, che poi apre con il gospel Brand New Day (lo trovate su Promise Of A Brand New Day (14) cantata in coppia con Me’shell Ndegeoncello), in una versione inizialmente a “cappella” che poi si apre alla sezione fiati e al coro, seguita dal classico Memphis Soul di una Might Not Be Right (sempre dal medesimo album), scritta assieme alla leggenda Stax William Bell, per poi sorprendere il pubblico in sala reinventando la famosa Ring Of Fire del grande Johnny Cash (da Let It Burn (12), in un fuoco lento che sfiora il blues e che ricorda anche le calde atmosfere “smooth” della nigeriana Sade o di Roberta Flack.

Dopo applausi convinti dalla platea si riparte con l’energica Stone Love (era il brano iniziale di The Truth According To Ruthie Foster(08), che inizia con un piano “jazz”, poi entra la sezione fiati e la canzone si trasforma in un burrascoso suono Motown, segue l’omaggio a Delaney & Bonnie Bramlett con una The Ghetto, sempre dal saccheggiato Promise Of A Brand New Day, una lenta ballata solo chitarra e voce (e che voce) che ammalia il pubblico in sala, per poi continuare il viaggio rispolverando da un album poco considerato come Stages (04), il tradizionale Death Came A Knockin’ (Travelin’ Shoes) con un canto leggermente “gospel” dove il tratto distintivo sono le coriste in sottofondo, mentre il mid-tempo di Singin’ The Blues (indovinate dove lo trovate), si evidenzia ancora una volta il bel canto di Ruthie.

Arrivati a questo punto del concerto, è giusto riconoscere che la presenza della “Big Band” non ha allontanato la Foster dai brani di classico stampo blues/jazz, e la dimostrazione viene da una Runaway Soul che culmina con un superbo duetto tra Ruthie e il sassofonista Joey Calaruso, seguita da una bella Woke Up This Morning, che inizia in modo sommesso, poi la band entra nella canzone con cambiamenti di tono e ritmo, per un arrangiamento da gospel “moderno”, mentre Joy Comes Back (17) dall’ultimo album in studio, in questa versione “Big Easy” ci fa respirare l’aria antica delle strade di New Orleans. La coda finale del concerto riserva dei classici senza tempo, a partire da una Phenomenal Woman, uscita dai solchi di The Phenomenal Ruthie Foster (06), una struggente ballata modellata sulla poesia di Maya Angelou e con questa interpretazione di Ruthie certamente lo spirito della mitica Aretha aleggia in sala, riservando infine le ultime due tracce a due “covers” intriganti come una raffinata rivisitazione di Fly Me To The Moon, dove sembra di sentire una “Sinatra” in gonnella, e andare a chiudere un concerto magnifico con Mack The Knife, canzone simbolo del dramma teatrale L’Opera Da Tre Soldi di Brecht e Weill (da cercare assolutamente la versione di Ella Fitzgerald), dove la Big Band che accompagna la Foster in questo concerto, evoca nell’ascoltatore una musicalità che rimanda all’arrangiatore, direttore d’orchestra e compositore Nelson Riddle (tra i suoi numerosi clienti troviamo Frank Sinatra, Ella Fitzgerald e Nat King Cole). Sipario, ovazione e applausi rivolti a tutti i componenti saliti sul palco del Paramount Theater.

Da anni Ruthie Foster è ormai un nome consolidato nel panorama musicale, un’artista che da tempo questo blog (il sottoscritto e l’amico Bruno in particolare) segue con affetto e attenzione, proponendosi con un suo “songwriting” specifico che pesca dalla tradizione afro-americana, coniugando le tradizioni gospel e blues con influssi rhythm and blues, alzando di volta in volta sempre la famosa asticella. Ebbene stavolta Ruthie “Cecelia” Foster ci ha voluto sorprendere e spiazzare incidendo questo sublime Live At The Paramount, facendosi accompagnare da una seducente Big Band (non tutti sono a conoscenza del fatto che Ruthie ha iniziato come cantante di una grande band sulla nave della Marina Pride), dimostrando che ormai è degna di entrare nell’Olimpo delle grandi.

NDT: E’ superfluo aggiungere che, per chi scrive, sin d’ora si candida a miglior Live dell’anno!

Tino Montanari

Cofanetti Autunno-Inverno 21. L’Uomo Che Inventò Il Soul. Parte Seconda: Gli Anni D’Oro. Sam Cooke – The RCA Albums Collection

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Sam Cooke – The RCA Albums Collection – Music On CD/Sony 8CD Box Set

Dopo essermi occupato del periodo alla Keen Records, eccomi di nuovo qui a parlare del grande Sam Cooke, dato che quasi in contemporanea con l’uscita del box dedicato ai suoi primi passi, la Music On CD ha ristampato un cofanetto uscito originariamente nel 2011, The RCA Albums Collection, che andava a coprire gli anni durante i quali il nostro è diventato “Mr. Soul”. All’inizio del 1960 Cooke iniziò a guardarsi intorno, dato che le capacità finanziarie e di marketing della Keen erano piuttosto limitate, e dopo aver avuto contatti sia con la Atlantic che con la Capitol conobbe il famoso duo di produttori, songwriters e manager Hugo Peretti e Luigi Creatore, che gli fecero firmare un vantaggioso contratto con la RCA Victor…ed il resto è storia! Questo box, che contiene otto album usciti dal 1960 al 1963 (più un live postumo) rimasterizzati a dovere e con un esauriente libretto, ha però due gravi difetti, ai quali l’odierna ristampa avrebbe potuto rimediare ma non ha fatto lasciando tutto come nel 2011: il primo è l’assenza di bonus tracks o di un dischetto aggiuntivo in cui raccogliere tutti i singoli del periodo (è noto che in quell’epoca le discografie dei 45 giri per molti artisti erano indipendenti da quelle degli LP), e sto parlando di canzoni fondamentali come Cupid, Having A Party, Bring It On Home To Me, Feel It, Frankie And Johnny, Shake.

Ma il vero problema del cofanetto è la mancanza di due album importantissimi del nostro, Ain’t That Good News ed il famoso Live At The Copa, un errore a mio giudizio imperdonabile in quanto i due dischi in questione erano usciti quando Sam era ancora in vita, e la loro assenza rende il cofanetto monco (la ragione legale c’è, dato che i due lavori sono di proprietà della ABKCO, fondata dal famigerato manager Allen Klein con il quale Cooke si associò nel 1963, ma io ne facevo una questione di completezza…e poi non è impossibile trovare accordi con la ABKCO, basti vedere il caso di alcune compilation multilabels dei Rolling Stones). Ecco comunque una disamina di ciò che nel cofanetto c’è, e sto parlando comunque di grandissima musica. Cooke’s Tour (1960). Nonostante il titolo questo non è un live, ma un disco registrato in studio che simula un ideale giro del mondo con canzoni che hanno attinenza con varie nazioni (la Francia con Under Paris Skies, il Giappone con The Japanese Farewell Song, l’Inghilterra con London By Night, e c’è perfino una bizzarra traduzione di Arrivederci Roma, che oggi definiremmo trash). Un disco pop, con arrangiamenti orchestrali di Glen Ossner a volte un po’ ridondanti (Far Away Places, Under Paris Skies, Bali Ha’I, The House I Live In), ma la voce di Cooke fa la differenza e poi non mancano le zampate come una deliziosa South Of The Border, la solare The Coffee Song e buone riletture di classici come Jamaica Farewell e Galway Bay. Diciamo che il sodalizio con la RCA avrebbe potuto iniziare meglio.

Hits Of The 50’s (1960). Sam prosegue con gli album di sole cover (per il momento i brani autografi li riservava ai singoli), e qui si occupa di successi della decade precedente: niente rock’n’roll però, bensì qualche pop song e brani tratti da musical o film. Certo che se hai un cantante come Cooke e canzoni come The Great Pretender, Unchained Melody, The Wayward Wind e Venus è difficile non centrare il bersaglio, ma il nostro brilla anche in raffinate interpretazioni di Hey There, Too Young, The Song From Moulin Rouge e Cry, con l’orchestra usata con più misura che su Cooke’s Tour. Swing Low (1961). Splendido album in stile soul-gospel, con eccellenti versioni di Swing Low, Sweet Chariot, I’m Just A Country Boy, Pray, Grandfather’s Clock (un soul-swing strepitoso) e l’allegra e contagiosa Long, Long Ago. Troviamo anche tre originali di Sam: l’hit single Chain Gang, uno dei suoi brani più popolari, e le squisite If I Had You e You Belong To Me. My Kind Of Blues (1961). Altro grande disco, dodici classici blues e non solo di autori del calibro di Duke Ellington, Ivory Joe Hunter, Jimmy Cox, George Gershwin, il duo Rodgers-Hart, Irving Berlin. Cooke è in forma smagliante e regala una prestazione vocale formidabile riuscendo a far suoi pezzi come Don’t Get Around Much Anymore, Little Girl Blue, Nobody Knows You When You’re Down And Out, But Not For Me, I’m Just A Lucky So And So, Since I Met You Baby, Trouble In Mind e You’re Always On My Mind, con arrangiamenti d’alta classe tra soul, jazz e swing.

Twistin’ The Night Away (1962). L’album con più brani scritti da Sam (7 su 12) ed altro lavoro splendido, con gli arrangiamenti di René Hall, collaboratore del nostro già nel periodo Keen. Cooke scopre il twist e lo sviscera ampiamente in canzoni coinvolgenti dai titoli inequivocabili come Twistin’ In The Kitchen With Dinah, The Twist, Twistin’ In The Old Town Tonight, Camptown Twist ed ovviamente la title track, uno dei suoi pezzi più noti e trascinanti. Ma nel disco troviamo anche tanto soul di gran lusso: Soothe Me, altro classico assodato del nostro, la gioiosa e corale Sugar Dumpling, la cadenzata Movin’ And A-Groovin’ (scritta con Lou Rawls) e la nota Somebody Have Mercy. Uno degli album più diretti e divertenti di Sam. Mr. Soul (1963). Ormai il nostro ha stabilito uno standard elevatissimo per quanto riguarda la qualità dei suoi album, ed anche questo non è certo inferiore, a partire dalla favolosa ballata pianistica I Wish You Love posta in apertura. Mr. Soul è di nuovo un disco di cover (ad eccezione dell’intenso e toccante slow Nothing Can Change This Love), con riletture da manuale di evergreen dello stampo di All The Way, Cry Me A River, Driftin’ Blues, For Sentimental Reasons, una bellissima ripresa del blues di Big Joe Turner Chains Of Love con un grande Ernie Freeman al piano, ed una fluida ripresa di Send Me Some Lovin’ di Little Richard.

Night Beat (1963). E venne il capolavoro. Registrato in varie sessions notturne con un ristretto combo di musicisti (tra cui Clifton White e Barney Kessel alle chitarre, Hal Blaine alla batteria, Ray Johnson al piano ed un giovane Billy Preston all’organo), Night Beat vede Cooke al massimo della sua ispirazione e forza espressiva, per dodici brani sensazionali tra soul (poco), tanto blues afterhours ed un tocco di jazz. Difficile non citare anche solo un brano, dale tre canzoni originali (Mean Old World, Laughin’ And Clownin’, You Gotta Move) a rivisitazioni superlative di Nobody Knows The Trouble I’ve Seen, Lost And Lookin’ (da brividi lungo la schiena), Please Don’t Drive Me Away, I Lost Everything, Trouble Blues e Fool’s Paradise, fino ad una incredibile versione del classico di Willie Dixon Little Red Rooster, con un grande Preston, ed una irresistibile e contagiosa ripresa di Shake, Rattle And Roll, un modo splendido di chiudere un disco per il quale cinque stelle sono il minimo. One Night Stand! Live At The Harlem Square Club (1985). Portentoso live album registrato nel 1963 all’Harlem Square Club di Miami e pubblicato postumo a metà anni ottanta. Un disco assolutamente imperdibile che documenta una performance infuocata del nostro a capo di una band di sette elementi (due chitarre, basso, batteria, pianoforte e due sassofoni): a parte l’introduttiva Soul Twist e for Sentimental Reasons (unita in medley a It’s All Right) tutti i brani sono scritti da Cooke, per una sorta di sontuoso greatest hits che presenta versioni spettacolari e coinvolgenti di Feel It, Cupid, Chain Gang, Somebody Have Mercy e Nothing Can Change This Love, oltre a due scatenate Twistin’ The Night Away e Having A Party che non fanno prigionieri. Ho volutamente lasciato per ultima la straordinaria Bring It On Home To Me, una delle più belle soul ballad mai scritte proposta in una versione da pelle d’oca.

Altro box imperdibile quindi, soprattutto se di Sam Cooke avete poco o nulla (e tra l’altro costa ancora meno di quello del periodo Keen), nonostante le due pesanti mancanze di cui parlavo prima, che ho però intenzione di “recuperare” con un breve post d’appendice, se non altro per rendere piena giustizia ad uno dei più grandi cantanti di sempre.

Marco Verdi

Dopo Una Serie Di Ottimi Album Tra Jazz E Blues Van The Man Torna All’Amato Celtic Soul, E Colpisce Ancora! Van Morrison – Three Chords & The Truth

van morrison three chords & the truth

Van Morrison – Three Chords & The Truth – Exile/Caroline/Universal

Sono 55, dicasi cinquantacinque anni, che questo signore pubblica musica, e quasi mai, o molto raramente, non ha centrato l’obiettivo di regalarci appunto dell’ottima musica: ogni volta è difficile, ma non impossibile, esprimere l’ammirazione che suscita questo formidabile artista, uno dei più longevi e prolifici (il CD di cui stiamo per occuparci è il 41° album di studio della sua discografia, senza contare Live, antologie, cofanetti e ristampe varie), nonché, e diciamolo, tra i più costanti a livelli qualifativi che,se in alcune occasioni sfiora la creazione di capolavori assoluti (ognuno scelga i propri preferiti), spesso e volentieri, come per i quattro dischi che hanno preceduto Three Chords & The Truth, abitano nelle eccellenze della musica rock, e soul, e blues, e jazz, ogni tanto anche country e folk, per sfociare in quello stile che, in mancanza di migliori definizioni, chiameremo Van Morrison style, e che ingloba tutte le sfumature sonore che abbiamo appena ricordato per creare un canone personale. Ogni tanto però escono dei dischi, come questo nuovo ( e qualche anno fa lo splendido https://discoclub.myblog.it/2016/10/02/male-esordiente-irlandese-van-morrison-keep-me-singing/ ) che rinverdiscono il suo approccio più da balladeer, autore di canzoni tout court, da praticante del celtic soul, genere che in pratica ha inventato lui e che periodicamente rivisita con classe sopraffina, questo nuovo è anche superiore al disco del 2016, addirittura uno dei più belli di sempre del musicista di Belfast.

Senza comunque tralasciare di inserire gli altri elementi che lo stesso Van Morrison ama, in quanto a sua volta amante della musica di chi lo ha preceduto e che spesso “cita” nel proprio eloquio musicale, mutandoli a proprio piacimento grazie alla sua immensa cultura musicale e a quella voce incredibile che, nonostante lo scorrere inesorabile del tempo, non mostra il minimo segno di cedimento, rimanendo una delle più belle ed espressive in assoluto in circolazione. Con un titolo ispirato da un famoso detto di Harlan Howard che era riferito alla musica country, ma che il nostro amico amplia a tutta la buona musica, a cui spesso bastano appunto “tre accordi e la verità” per rendere le canzoni un bene inestimabile da fruire in profondità. Mi rendo conto che ancora una volta sto facendo il panegirico del rosso irlandese, ma quando ci vuole ci vuole, e anche per l’occasione mi “scappava” di dirlo, per cui passiamo ai particolari: copertina sobria, dopo quella con il pupazzo, a mio parere orribile, di The Prophet Speaks, che comunque non inficiava la qualità dei contenuti (nonostante fosse il quarto album in 18 mesi), accantonata la collaborazione con l’organista e trombettista Joey DeFrancesco, e per l’occasione spariscono anche i fiati, tra i protagonisti assoluti di quella serie di dischi,.Van impiega nel disco due chitarristi, all’acustica il rientrante Jay Berliner, utilizzato sia  nella versione originale di Astral Weeks come pure nella ripresa dal vivo alla Hollywood Bowl , di una decina di anni fa, e all’elettrica Dave Keary, anche al bouzouki, inoltre ci sono diversi bassisti che si alternano nelle diverse canzoni, Jeremy Brown, Pete Hurley e il grande David Hayes, sullo sgabello del batterista troviamo Bobby Ruggiero, presente nel disco dei duetti, e Colin Griffin, mentre alle tastiere, piano e organo, operano svariati musicisti, John Allair, Richard Dunn e Paul Moran all’organo, strumento che caratterizza molto il sound del disco, al piano Stuart McIlroy, oltre a Teena Lyle, impegnata anche saltuariamente a vibrafono e percussioni.

Una bella pattuglia di musicisti ai quali si aggiunge, come ospite, il leggendario Bill Medley (che i più giovani, si fa per dire, ricordano per I’ve Had The Time Of My Life, il duetto con Jennifer Warnes, presente nella colonna sonora di Dirty Dancing, ma prima era stato uno dei Righteous Brothers, quelli di You’ve Lost That Lovin’ Feelings e Unchained Melody) che duetta con Morrison in Fame Will Eat The Soul, una delle 14 canzoni che compongono Three Chords & The Truth, tutte scritte da Van, con l’aiuto di Don Black in If We Wait For Mountains, mentre la conclusiva Days Gone By re-immagina la melodia di Auld Lang Syne, inserita in una canzone composta dallo stesso Van The Man. In totale circa 70 minuti di ottima musica, con alcune punte di eccellenza, che ora andiamo a vedere: March Winds In February apre splendidamente, un brano degno delle cose migliori del Morrison anni ’70, organo scivolante, elettrica ed acustica che si rispondono fra loro, un ritmo ondeggiante della batteria e un giro di basso incisivo, sui quali Van improvvisa una delle sue classiche interpretazioni vocali, calde ed avvolgenti, come ai tempi d’oro https://www.youtube.com/watch?v=l-lQJ_8_JaE . Ottima anche la citata Fame Will Eat The Soul, un potente errebì, sempre con un marcato giro di basso a caratterizzarlo, Van e Medley si aizzano l’un altro in un call and response che ricorda quello di Summertime In England , con il vecchio Bill che con la sua voce baritonale ancora in grande spolvero non scherza un c. e quasi sovrasta Morrison, per la gioia dell’ascoltatore, altra grandissima canzone, con la band pimpante ed elegante a seguire le mosse dei due vecchi leoni; Dark Night Of The Soul (con l’anima ricorrente nel titolo) è una splendida ballata di quelle che solo l’irlandese sa realizzare, atmosfera serena e spirituale, quasi ipnotica, come quella delle canzoni più belle di Common OneHymns To The Silence, con piano e organo e le chitarre arrangiate splendidamente, con finale in crescendo, per creare ancora una volta una melodia senza tempo.

Dopo tre canzoni così è quasi fisiologico che la tensione si allenti leggermente, ma comunque la jazzata e brillante In Search Of Grace, condotta da un organo “borbottante” e dall’acustica arpeggiata di Berliner, è sempre estremamente godibile, mentre la spiritata Nobody In Charge ricorda per certi versi le atmosfere swinganti di Moondance (l’album), con tanto di doppio assolo di sax vecchio stile di Van Morrison. You Don’t Understand è una delle canzoni più lunghe, oltre i sei minuti; dall’impianto jazz-blues, notturna e complessa, con organo e contrabbasso a contraddistinguerla, come pure un lavoro di fino della batteria, e il nostro che la canta con grande pathos e precisione nell’emissione vocale impeccabile del cantante irlandese, che si conferma interprete di categoria superiore, e c’è pure quella che mi sembra una citazione ripetuta del giro armonico di Ballad Of A Thin Man di Bob Dylan. Read Between The Lines, con organo e il vibrafono della Lyle in bella evidenza, ha un tocco latino e disimpegnato, quasi allegro, comunque molto coinvolgente e piacevole, con Does Love Conquer All? che ci fa rituffare di nuovo nelle classiche atmosfere Celtic Soul tipiche del nostro, non un brano forse memorabile per i suoi standard ma cionondimeno sempre soave e squisito, anche nella incantevole parte strumentale.Altro discorso per Early Days, un vorticoso e travolgente tuffo nell’era del R&R tanto amata dall’irlandese, tra boogie e rockabilly come se gli anni ’50 non fossero mai passati; grazie a piano boogie woogie e sax che spalleggiano alla grande Morrison. If We Wait For Mountains, con il testo scritto dal celebre (in Inghilterra) librettista di musical e colonne sonore Don Black, con i suoi meno di tre minuti è una romantica e tenera ballatona a tempo di valzer, piacevole e di nuovo senza tempo.

Up On Broadway, di nuovo oltre i sei minuti, è un’altra ballata splendida estratta dal songbook migliore di Morrison, con un breve intervento delizioso dell’elettrica di Keary e poi dell’organo, mentre Van canta in tono quasi discorsivo e incanta l’ascoltatore per la facilità del suo cantato, che quasi ti avvolge in una nuvola di grande piacere e serenità. La title track Three Chords & The Truth è un altro brillante esempio di R&B “according to Van Morrison”, con chitarre, organo, piano e percussioni a dettare le linea melodica, mentre il nostro la canta in assoluta souplesse con la sua voce meravigliosa; in Bags Under My Eyes, una delicata canzone tra folk e country, con steel guitar e armonica, il nostro amico riflette sul passare del tempo e sulle fatiche del dover comunque continuare ad andare in giro in tournée per far tornare i conti “Well the road just lets me down/ Got to get off this merry-go-round … but I’m still out here on the go..when am I gonna get wise?”, visto che come ha detto in alcune sue considerazioni gli anni passano ma bisogna comunque guadagnarsi la pagnotta, anche se credo che comunque Morrison ami ancora molto esibirsi in pubblico ed è quasi compulsivo nel pubblicare un notevole quantitativo di materiale nuovo, che continua a sfornare senza sforzo apparente, con eccellenti risultati, come ribadisce anche la splendida Days Gone By che conclude in gloria questo album, un’altra tipica composizione del canone morrisoniano che partendo dalla melodia di Auld Lang Syne la reinventa completamente in un’altra lunga canzone, tra le più belle della sua produzione recente, con un pizzico di malinconia ma anche quella gioia tipica delle canzoni più ottimiste dell’irlandese: eccellente ancora una volta il lavoro della band, dal basso “danzante”, alla chitarra arpeggiata di Berliner, all’organo, insomma un’altra piccola meraviglia, cantata splendidamente una volta di più..

Lunga vita al grande Van.

Bruno Conti

Dal Passato Di Una Delle Più Grandi Cantautrici Di Sempre Una “Perla Sconosciuta”. Carole King – Live At Montreux 1973

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Carole King – Live At Montreux 1973 – Eagle Vision/Universal

Nella situazione attuale del mercato discografico, diciamo non particolarmente floridissima, con le vendite che si rivelano sempre più declinanti, molti artisti, non solo le ultime leve, ma a maggior ragione anche i “grandi vecchi” della musica, per poter sopravvivere si affidano sempre di più ai concerti dal vivo, che sono diventati la maggiore risorsa di introiti a livello economico: ovviamente facendo i dovuti distinguo tra le cosiddette superstar e quelli chi si arrabattano per guadagnarsi la pagnotta, ma la dimensione live è sicuramente quella che ne garantisce la sopravvivenza. C’è anche tutto quel gruppo di artisti e band di culto che comunque hanno sempre avuto un fedele seguito di fan e da molti anni hanno quindi rivolto verso l’attività concertistica i maggiori sforzi. Carole King a ben vedere forse non rientra in nessuna di queste categorie:i dischi (o video) dal vivo relativi al periodo più fervido della propria carriera si possono contare sulle dita di una mano, anzi di un dito, visto che l’unico album dal vivo di quell’epoca pubblicato dalla King è il bellissimo The Carnegie Hall Concert:June 18, 1971, peraltro uscito solo nel 1996.

Ma poi la situazione è cambiata, anche per le circostanze appena enunciate: nel 1994 è uscito In Concert,  e nel 2005 il Living Room Tour (che poi si è protratto fino al 2008), nel 2010 c’è stato il Live At The Troubadour , insieme a James Taylor, relativo ad una data registrata nel famoso locale a californiano nel 2007, solo in DVD nel 2015 è uscito pure il Musicares a lei dedicato (ok è un tributo, ma la King era sul palco per parecchie canzoni), e infine nel 2017 (ma registrato l’anno precedente) il celebrativo e splendido Tapestry: Live In Hyde Park https://discoclub.myblog.it/2017/10/15/uno-dei-dischi-piu-belli-della-storia-della-musica-rock-anche-in-versione-dal-vivo-carole-king-tapestry-live-at-hyde-park/ . E in tutto questo periodo Carole King aveva pubblicato solo un disco natalizio nel 2011, il discreto A Holiday Carole, e nel 2001 l’ultimo album di materiale originale Love Makes The World. Ora nella benemerita serie Live At Montreux (che se la batte con i concerti del Rockpalast come la migliore e più longeva serie di archivio di concerti dal vivo), esce un volume, in CD+DVD, relativo alla serata tenuta al famoso “Jazz” Festival svizzero il 15 luglio del 1973. Nelle note della confezione viene riportato che si tratta della primissima esibizione della King fuori dagli Stati Uniti, ma in effetti la King si era già esibita per la BBC nel 1971 https://www.youtube.com/watch?v=f_uSaKWiEaU , anche se a livello discografico non era stato pubblicato nulla.

Il concerto è comunque bellissimo: accompagnata da una band eccellente, con una sezione fiati di ben 6 elementi, tra cui spicca Tom Scott al sax, dalla fedelissima Bobbye Hall alle percussioni, Charles Larkey al basso (che all’epoca era suo marito, il secondo dopo Gerry Goffin), Harvey Mason alla batteria, Clarence McDonald al piano e David T. Walker alla chitarra, la King sciorina il meglio del suo album capolavoro Tapestry, ma anche brani tratti da Writer, nonché dal disco del momento Fantasy (ma non curiosamente dai due precedenti). Lo stile per l’occasione oscilla tra uno smooth jazz che si stava imponendo all’epoca grazie allo stesso Tom Scott (e le sue future collaborazioni con la “rivale” Joni Mitchell),  a George Benson, ai Traffic di Low Spark, senza mai dimenticare comunque le sue splendide ballate pianistiche e quel pop raffinato californiano che è sempre stato nella sua cifra stilistica. Ecco quindi scorrere capolavori come la splendida I Feel The Earth Move, solo Carole, i suoi riccioli rossicci, e le efelidi, oltre al suo piano, dove dimostra subito una grande abilità, la voce leggermente roca, a tratti fragile, ma unica, della cantautrice, a cui segue Smackwater Jack, altro brano di Tapestry. Esecuzioni brevi e stringate, 18 canzoni in poco più di 63 minuti, ma tanta classe. Bellissima anche la dolce Home Again, la prima ballata, sempre dal disco del 1971, da cui arriva anche Beautiful, mentre Up On The Roof era su Writer (ma fu anche un successo  per i Drifters, estratto del periodo Brill Building come Goffin/King).

A questo punto della esibizione, dopo una deliziosa It’s Too Late, Carole porta sul palco la band di 11 elementi (quasi tutti “neri”) per eseguire la Fantasy Suite, https://www.youtube.com/watch?v=ApacgMtdFLI  praticamente gran parte delle canzoni dell’album, in cui spiccano le funky You’ve Been Around Too Long e Believe In Humanity, le soffuse e sofferte Being At War With Each Other e That’s How Things Go Down  (brano sull’abbandono di una donna incinta), che mettono anche in luce similarità stilistiche con la grande Laura Nyro, grazie agli spunti jazzy. Haywood, pezzo raffinatissimo che sfocia di nuovo nella black music, racconta una storia di dipendenza dalla droga, e il sound anche grazie alla presenza di Tom Scott, anticipa almeno di sei mesi  la svolta della Mitchell con Court And Spark, mentre Corazòn strizza l’occhio alla musica latina, con gran profusione di fiati e percussioni. Nella parte dei bis non mancano i suoi brani più celebri: You’ve Got A Friend, per la gioia del pubblico presente ed una intensa (You Make Me Feel Like A) Natural Woman, entrambe di nuovo solo per voce e piano. Un ottimo documento per una delle più grandi cantautrici della storia. Nei prossimi giorni sul Blog anche un lungo articolo retrospettivo in due parti dedicato alla sua carriera.

Bruno Conti