Per Chi Ama La Chitarra Elettrica (E Robben Ford). Jeff McErlain – Now

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Jeff McErlain – Now  – 13J Records

La prima cosa che colpisce guardando la copertina di questo album (manco a dirlo di non facile reperibilità) è la scritta “featuring Robben Ford”.  Ma non è la solita partecipazione pro forma, il chitarrista californiano appare in questo Now in ogni singolo brano del CD come seconda solista, e ha anche curato la produzione del disco (fatto rarissimo se non unico). Nel disco, oltre a Jeff McErlain e Ford, appare anche la sezione ritmica formata da Anton Nesbitt al basso e da Terence Clark alla batteria, aiutati in alcuni brani da Mike Hayes all’organo Hammond e Kendra Chantelle, voce solista nei due brani non strumentali. Il tutto è stato registrato in quel di Nashville al Sound Emporium, lo studio di Ford, con l’ausilio dell’ingegnere del suono Casey Wasner, abituale collaboratore di Robben, anche nell’ultimo Purple House.

Jeff McErlain è un musicista ed “istruttore di chitarra”, in giro per il mondo in fiere e festival (è venuto anche a Umbria Jazz), autore pure di alcuni corsi in video che trovate in rete: viene da Brooklyn, New York, e si dichiara influenzato da Jeff Beck, Eric Clapton, Allan Holdsworth, Eddie Van Halen e  Michael Schenker, ma anche da Miles Davis e John Coltrane, e ovviamente dal blues di Howlin’ Wolf e Little Walter, scoperti tramite la frequentazione con Ford. Ha già pubblicato un album nel 2009 I’m Tired, quindi questo Now è quindi il suo secondo CD: lo stile è un classico blues-rock con forti influenze fusion e la parte virtuosistica naturalmente non manca, anzi. Otto brani in tutto, alcuni firmati da McErlain, altri da Robben Ford (un paio già apparsi in passato nei dischi dei due in altre versioni,) più una cover del classico Albatross dei Fleetwood Mac di Peter Green https://www.youtube.com/watch?v=hk0rXwcodFs : It Don’t Mean A Thing si apre subito sugli interscambi scoppiettanti delle soliste di McErlain e Ford, che in quanto a tecnica non sono secondi a nessuno, c’è molto blues, ma anche lo stile virtuosistico di stampo jazz-rock di uno come Allan Holdsworth viene subito in mente in questo strumentale dal ritmo vorticoso.

Marta è più riflessiva e ricercata, una ballata raffinata dove le chitarre vengono accarezzate con voluttà, mentre It’s Your Groove, come da titolo, è decisamente più funky e risente della influenza del Miles Davis di metà anni ’70 che fu mentore del Robben Ford più jazzato di quell’epoca. 1968 è un blues, comunque sempre influenzato dalla black music e dal R&B, con le due soliste a rincorrersi di continuo, lasciando alla felpata e sognante Albatros un maggiore ricorso alla melodia, che era uno dei punti di forza di questo grande strumentale scritto da Peter Green. negli anni d’oro dei primi Fleetwood Mac. Better Things, cantata dalla brava Kendra Chantelle, è un vigoroso tuffo nel rock-blues più grintoso e sferzante, con le chitarre che si scatenano nella parte finale; Habit è lo slow blues che non può mancare in un disco come questo, sempre cantato con passione dalla Chantelle e con le due soliste che continuano a rincorrersi https://www.youtube.com/watch?v=EgrhKklA-G4 , dedicato agli amanti del Robben Ford più tecnico (per quanto anche McErlain non scherza). In chiusura Balnakiel un altro eccellente pezzo strumentale molto bluesato, dove si apprezza la bravura di Jeff che sfoggia la sua tecnica sopraffina, senza dimenticarsi di fare comunque appello ad un feeling impeccabile che sarà sicuramente apprezzato dagli appassionati della chitarra elettrica (e di Robben Ford nello specifico).

Bruno Conti

Un’Altra Delizia In Arrivo Dalla Louisiana! New Orleans Jazz Orchestra – Songs: The Music Of Allen Toussaint

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New Orleans Jazz Orchestra – Songs – The Music Of Allen Toussaint – Storyville Records

La musica di New Orleans non cessa mai  di essere viva e vitale, magari fa più fatica ad essere di attualità al di fuori dei confini della Louisiana. Fats Domino ed Allen Toussaint non ci sono più, Dr. John è piuttosto malandato, band come i Radiators e i Galactic di Stanton Moore si lasciano e si riprendono di continuo, dei Neville Brothers non si hanno più notizie, comunque periodicamente escono dischi che segnalano ancora la voglia di farsi sentire con dei prodotti spesso eccellenti, come il recente disco di Johnny Sansone https://discoclub.myblog.it/2019/03/18/un-bellissimo-disco-di-uno-dei-segreti-meglio-custoditi-di-new-orleans-veramente-un-peccato-che-si-trovi-con-molta-difficolta-johnny-sansone-hopeland/  o quello di George Benson per citarne un paio https://discoclub.myblog.it/2019/05/04/il-classico-disco-che-non-ti-aspetti-veramente-una-bella-sorpresa-george-benson-walking-to-new-orleans/ , o anche di non nativi locali come Mitch Woods https://discoclub.myblog.it/2019/05/31/anche-senza-amici-un-travolgente-disco-dal-vivo-in-puro-new-orleans-style-mitch-woods-a-tip-of-the-hat-to-fats/ .

Il New Orleans Jazz And Heritage Festival, più noto come Jazz Fest, si tiene regolarmente tutti gli anni a cavallo tra aprile e maggio, con frotte di musicisti di tutti i generi che ne animano i palchi e i locali più piccoli. Tra le iniziative interessanti,destinate a preservare la musica della Crescent City, è uscito anche questo Songs – The Music Of Allen Toussaint, che vuole appunto preservare la musica di uno dei cittadini più illustri ed influenti di NOLA, attraverso questo tributo realizzato dalla New Orleans Jazz Orchestra, una ampia formazione musicale che da diversi anni, quasi 17, periodicamente realizza degli album a proprio nome (questo è il quarto, registrato in studio, nel maggio del 2018), che, anche se poco conosciuti fuori dai confini della Louisiana, sono dei piccoli gioiellini destinati agli appassionati della buona musica, quella delle radici della musica americana, che partendo dal jazz della ragione sociale, tocca anche il R&B, il soul e le altre forme sonore della città della Crescent City.

Il nome più conosciuto tra i partecipanti a questo album è sicuramente quello di Dee Dee Bridgewater, che però canta solo in un paio di brani, poi gli altri sono tutti luminari locali, guidati per l’occasione da Adonis Rose, il batterista che in questo CD ha raccolto il testimone della leadership lasciata vacante dallo scomparso Toussaint nel 2016 e che ha realizzato un disco dove vengono ripresi sei brani di Allen, un paio di pezzi scritti per l’occasione e uno che era spesso eseguito da Toussaint, come la celeberrima Tequila dei Champs. L’orchestra è composta da 18 elementi, più diversi musicisti aggiunti, quindi il suono è corposo e quasi lussureggiante, estremamente godibile, ma anche complesso e raffinato: tutte le canzoni, visto l’organico impiegato, hanno sonorità da big band, pure le cosiddette “hits”, come l’iniziale Southern Nights, cantata con grande verve dal trombonista Michael Watson, che poi rilascia anche un ottimo assolo al suo strumento, doppiato dal sassofonista Ricardo Pascal, e ottimo anche l’arrangiamento in puro stile swingante.  It’s Raining era uno dei cavalli di battaglia di Irma Thomas, ma, è quasi inutile dirlo, Dee Dee Bridgewater fa un ottimo lavoro nel catturare lo spirito dell’originale, che diventa comunque più solenne e jazzata, grazie anche all’eccellente lavoro del pianista storico dell’orchestra Victor Atkins e al sax di Ed Petersen.

 WorkingIn The Coal Mine va più di groove e l’attitudine funky della canzone è più evidente, anche in questa rilettura divertita. Altro brano molto legato a Irma Thomas era sicuramente Ruler Of My Heart, qui cantata da Nayo Jones che nella “ miliardata” di musicisti impiegati nel disco non è neppure indicata nelle note, ma la canta veramente bene, per poi lasciare spazio al puro jazz made in Crescent City della parte strumentale. La divertente Java era stato negli anni ’60 il maggior successo a livello commerciale di Toussaint, nella versione di Al Hirt, e qui viene ripreso dalla tromba di Ashlin Parker, mentre Gert Town, scritta e cantata dal percussionista Gerald French, ha lo spirito Mardi Gras della città stampato nel sound, prima di passare alla bellissima With You In Mind, che in origine era cantata da Aaron Neville e qui viene proposta come un duetto tra la Bridgewater e Phillip Manuel, splendida ballata. Leon Brown ha scritto e canta Zimple Street, un pezzo che miscela con gran classe soul e swing, prima di lasciare spazio al puro divertissement danzereccio della conclusiva Tequila. Molto bello, da cercare ed ascoltare con attenzione.

Bruno Conti

L’Avventura “Post-Blasters” Cominciò Così. Phil Alvin – Un”Sung Stories”

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Phil Alvin – Un”Sung Stories” – Big Beat/Ace CD

Nel 1985 i Blasters, grande rock’n’roll band californiana tra le più influenti della decade, pubblicarono il loro ultimo disco, lo splendido Hard Line, all’indomani del quale i fratelli Phil e Dave Alvin presero strade separate. All’epoca si pensò che dei due quello che sarebbe andato incontro ad una luminosa carriera solista fosse Phil, frontman e voce solista della band, dimenticando che le canzoni venivano scritte da Dave: il risultato è che oggi Dave è giustamente considerato uno dei migliori musicisti americani in circolazione, e con una discografia di tutto rispetto, mentre Phil ha avuto diversi problemi ad affermarsi al di fuori del suo gruppo originario. Nel 1986 fu però proprio Phil ad esordire per primo (Dave avrebbe risposto l’anno dopo con Romeo’s Escape), con l’album Un”Sung Stories” (scritto proprio così), un lavoro di buon livello che però non mancò di spiazzare gli ascoltatori, in quanto era il classico caso di artista che non dava al pubblico ciò che il pubblico stesso voleva. Tutti infatti si aspettavano da Phil un vero rock’n’roll record, sulla falsariga di quelli pubblicati con i Blasters, ma il nostro invece rispose con un lavoro più complesso ed articolato, nel quale rivisitava brani (spesso oscuri) degli anni venti e trenta, esibendosi o in perfetta solitudine, da vero bluesman, o a capo di una big band.

 

Un disco tra blues e jazz quindi, con dieci pezzi che poi erano tutte cover di vecchi brani di gente come Cab Calloway, Bing Crosby, Hi Henry Brown, William Bunch ed Alec Johnson: l’unico brano “recente” era una rivisitazione di Daddy Rollin’ Stone di Otis Blackwell. Alvin, nei brani con la big band, scelse poi di farsi accompagnare da gruppi all’apparenza lontanissimi dal mondo Blasters, cioè la Dirty Dozen Brass Band in un pezzo ed in altri tre addirittura da quel pazzo scatenato di Sun Ra e la sua Arkestra, dando quindi a quelle canzoni un deciso sapore jazz. Com’era prevedibile il disco non ebbe un grande successo, e la Slash non lo pubblicò neppure in CD (all’epoca agli albori): oggi la Big Beat mette fine a questa mancanza di più di trent’anni e rende finalmente disponibile Un”Sung Stories” anche come supporto digitale (finora esisteva solo una rara e costosa edizione giapponese), con una rimasterizzazione degna di nota e nuove esaurienti liner notes, anche se senza bonus tracks. Ed è un piacere riscoprire (o scoprire, se come il sottoscritto non possedete il vinile originale) questo lavoro, che vede un Phil Alvin in ottima forma divertirsi con un tipo di musica che in America a quel tempo non era popolare per nulla. L’unico brano con la Dirty Dozen è posto in apertura: Someone Stole Gabriel’s Horn è jazzata e swingatissima, un muro del suono che si adatta benissimo ed in maniera credibile alla vocalità di Phil, con un pregevole assolo di sax ad opera di Lee Allen.

Poi ci sono i tre pezzi con Sun Ra (il cui pianoforte è deciso protagonista) e la sua Arkestra di 14 elementi, a partire dallo splendido medley di brani di Calloway The Ballad Of Smokey Joe (che comprende Minnie The Moocher, Kicking The Gong Around e The Ghost Of Smokey Joe): Alvin canta benissimo ed il gruppo lo accompagna con classe sopraffina, una goduria in poche parole. Le altre due canzoni con Herman Blount (vero nome di Sun Ra) e compagni sono The Old Man Of The Mountain (di nuovo Calloway), vibrante ed ancora ricca di swing, ed una lenta e drammatica rilettura di Brother Can You Spare A Dime?, noto brano risalente al periodo della Grande Depressione. C’è poi l’Alvin solitario, proprio come un bluesman degli anni trenta (ma la chitarra con cui si accompagna è elettrica), che suona tre blues cristallini (Next Week Sometime, in cui anche per come canta mi ricorda David Bromberg, Titanic Blues e Gangster’s Blues) e la folkeggiante e bellissima Collins Cave (per la quale Woody Guthrie si è sicuramente ispirato per scrivere la sua Pretty Boy Floyd, anche se si parla di un Floyd diverso), con in aggiunta il violino di Richard Greene.

Completano il quadro il coinvolgente gospel Death In The Morning, con David Carroll (che negli anni novanta si unirà ai riformati Blasters) alla batteria e soprattutto con l’eccellente contributo vocale dei Jubilee Train Singers, e la già citata Daddy Rollin’ Stone, sempre con Carroll, il piano dell’ex Blasters Gene Taylor e le chitarre di Mike Roach e Gary Masi, un pezzo cadenzato e ficcante, unico caso in cui Phil si avvicina parecchio al suono della sua vecchia band. Il seguito della carriera di Phil sarà piuttosto avaro di soddisfazioni, con l’aggiunta nel nuovo millennio di gravi problemi di salute che verranno fortunatamente superati: un solo altro disco da solista (County Fair 2000 del 1994, altro album che andrebbe rispolverato), varie reunion coi Blasters sia con che senza Dave Alvin, e due splendidi album recenti condivisi a metà con il più talentuoso fratello. Un”Sung Stories” non sarà un capolavoro ma vale sicuramente l’acquisto: nel 1986 la riscoperta delle radici e dei brani dell’anteguerra era di là da venire, e quindi possiamo anche dire che Phil Alvin era avanti coi tempi.

Marco Verdi

Il Tassello Mancante (In CD) Di Una Splendida Carriera. David Bromberg – Long Way From Here

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David Bromberg – Long Way From Here – Wounded Bird/Concord CD

Negli anni dal 1971 ad oggi quasi tutti i dischi pubblicati da David Bromberg, uno dei più brillanti musicisti e musicologi americani di sempre, sono poi stati ristampati in CD, anche se non dovete aspettarvi di trovarli nel negozio sotto casa. Vi era però un’eccezione, e cioè l’album Long Way From Here, uscito originariamente nel 1986, mancanza alla quale la Wounded Bird ha finalmente riparato un paio di mesi fa, con una riedizione senza bonus tracks ma con una rimasterizzazione perfetta. Long Way From Here è sempre stato un episodio particolare nella discografia del musicista nato a Philadelphia, in quanto pubblicato in origine dalla Fantasy per concludere il contratto con David, ed utilizzando materiale inedito registrato tra il 1976 ed il 1979, e senza l’autorizzazione dell’artista stesso. Un lavoro quindi molto poco considerato da Bromberg, ma in generale anche dai suoi estimatori, che però si rivela essere in realtà un disco coi fiocchi, non di certo inferiore agli album pubblicati all’epoca di queste incisioni (Reckless Abandon, Bandit In A Bathing Suit e My Own House). La Fantasy non aveva voluto danneggiare l’artista (al contrario di quanto fatto ad esempio dalla Columbia nel 1973 con Bob Dylan, allorquando aveva pubblicato la raccolta di scarti Dylan come rappresaglia a seguito del passaggio di Bob alla Asylum), ma bensì omaggiarlo con un’ultima testimonianza della sua arte.

Long Way From Here è in gran parte un album dal vivo, in quanto ben sette brani su dieci sono stati registrati tra Denver e San Francisco, ma si tratta comunque di canzoni che David non aveva mai messo su dischi precedenti (mentre i restanti tre pezzi sono inediti di studio): il disco funziona comunque alla grande, non suonando per nulla frammentario ma quasi come se fosse il prodotto di un’unica session. Ad accompagnare David c’è la sua band dell’epoca, che comprende vere e proprie eccellenze come Dick Fegy alla chitarra, George Kindler al violino, Hugh McDonald e Lance Dickerson rispettivamente al basso e batteria, oltre ad una splendida sezione fiati protagonista in gran parte dei brani, e che vede tra i vari componenti Peter Ecklund, John Firmin e Curtis Linberg. L’album parte con la trascinante The Viper, un movimentato pezzo scritto da Charles McPherson e suonato in puro stile jazz-swing, con i fiati sugli scudi, ritmo alto e deliziosi assoli di David all’acustica e Fegy all’elettrica (ma anche ogni altro strumento presente ha una parte solista): irresistibile. Loaded And Laid, di David McKenzie, è una country song dal deciso sapore vintage, alla quale i fiati donano un mood jazzato, con David che canta con la sua caratteristica voce modulata ed il gruppo che lo segue con classe sopraffina; Kitchen Girl è uno strumentale che vede all’opera solo Bromberg e Kindler entrambi al violino e Fegy al banjo, un bluegrass tradizionale che si muove a metà tra America ed Irlanda, un’altra notevole prova di bravura.

Long Afternoons è una delicata ballata di Paul Siebel, profonda e distesa, cantata dal nostro con voce confidenziale ed accompagnata in punta di dita dalla band, mentre Jelly Jaw Joe, primo brano firmato da David, è uno degli highlights del disco, una saltellante folk song in cui il leader più che cantare parla (e qui essere di madrelingua aiuterebbe), ma con una parte strumentale splendida che si trascina senza annoiare per quasi dieci minuti, in puro stile old-time music. Nashville Again, ancora di Siebel, è una limpida e toccante country ballad, ovviamente suonata benissimo, Suffer To Sing The Blues (seconda canzone originale) è come suggerisce il titolo un blues annerito e con i fiati ancora in prima fila, un pezzo decisamente godibile e dallo sviluppo disteso, con David che dice la sua anche alla chitarra elettrica in un coinvolgente botta e risposta con la tromba di Ecklund. Davvero squisita anche When I Was A Cowboy, country song dal bel ritornello corale (c’è anche la moglie di Bromberg, Nancy) ed ottimi assoli di chitarra elettrica, sia normale che slide; il disco si chiude con il noto standard folk-blues Make Me A Pallet On The Floor, riletto in maniera splendida e con un uso sensazionale dei fiati (sentire per credere), e con la gentile Trying To Get Home, una gentile ballata acustica che è anche l’ultimo dei tre pezzi scritti dal nostro.

Scommetto che scavando a fondo tra gli archivi di David Bromberg almeno un altro album del livello di Long Way From Here può sicuramente saltare fuori, ma al momento accontentiamoci di questo (ed è certamente un bel accontentarsi).

Marco Verdi

Visto L’Argomento Forse Si Poteva Fare Meglio. One Note At A Time Soundtrack – Keeping The Music Alive Keeping New Orleans Alive

one note at a time soundtrack

One Note At A Time Soundtrack – Keeping The Music Alive Keeping New Orleans Alive – Louisiana Red Hot Records         

Questa è la colonna sonora di un documentario che fotografa la situazione di New Orleans e della sua musica e dei suoi protagonisti a una dozzina di  anni di distanza dall’uragano Katrina: girato da Renee Edwards, che esordisce alla regia con questo film che ha vinto molti premi negli Stati Uniti e in giro per il mondo. Completato nel 2016, il documentario è stato di recente nelle sale ed è stato trasmesso da alcune televisioni,e probabilmente, si spera, verrà pubblicato in futuro su DVD o Blu-ray, per ora è uscita solo la colonna sonora (che non è affatto facile da reperire) intesa proprio nel senso letterale del termine, in quanto nel CD ci sono anche molti brevi frammenti di interviste, dialoghi con i musicisti, e anche alcuni intermezzi creati ad hoc per lo score da Ray Russell, che ha supervisionato la scelta dei pezzi, alcuni realizzati da leggende della musica della Louisiana come Dr. John, rappresentanti della famiglia Neville, Brass band varie e anche parecchi  artisti della nuova scena di New Orleans, quelli che faticosamente stanno cercando di rilanciarne la musica.

Il tutto per chi ascolta il CD, per quanto interessante, è a tratti frammentario e spezzettato, probabilmente il film, che non ho visto, dovrebbe essere più intrigante ed avvincente: comunque nella colonna sonora ci sono momenti che potrebbero consigliarne l’acquisto, se siete fans della musica della Crescent City. Alcuni sono proprio piccoli accenni, altri sono anche fin troppo lunghi, come il remix della Let Me Do My Thing eseguito dalla Hot 8 Brass Band, che su un groove funky tipico del sound di NOLA, tra fiati e giri di basso insinuanti, poi però si trascina per quasi nove minuti tra rappate insulse e ripetute ad libitum e altre scelte sonore non felicissime, ok che è il “nuovo” sound della città, più al passo con i tempi, ma sinceramente preferivo quello vecchio. Come in una versione live di Papa Was A Rolling Stone dei Temptations, eseguita da Damion Neville & The Charmaine Neville Band; meno riuscita, nonostante il nome, è la Higher di Felice Guilmont, bella voce femminile, ma per un soul fin troppo sintetico e “moderno”, per i miei gusti personali. Decisamente meglio una ballata acustica come Slip Away, cantata da Chip Wilson e Jesse Moore, oppure un altro tuffo nel super funky, questa volta fiatistico, di Ray Nagin (Give My Projects Back) suonato dalla To Be Continued Brass Band, ed anche il suono più tradizionale e divertente di I Wish I Could ShimmyLike My Sister Kate, registrato dal vivo dalla New Orleans Ragtime Orchestra.

Niente male anche la dolce Please Don’t Take Me Home,un  pezzo tipico da cantautore, cantato da Bud Tower con il supporto di alcuni musicisti locali tra cui spiccano David Torkanowsky e Shane Teriot, oppure la jazz fusion quasi anni ’70 di una Tehran con influenze orientali ,eseguita dal Cliff Hines Quintet guidato dal chitarrista omonimo che sfrutta anche la presenza di un paio di voci femminili intriganti. I due brani dal vivo in sequenza  di Dr. John, Roscoe’s Song e Down The Road, inutile dire che sono tra le cose più interessanti, nonostante la voce sempre più “vissuta” del dottore, le mani volano sul pianoforte sempre con classe immensa; e non manca neppure il tributo al suono Dixieland di Louis Armstrong con una piacevole Down By The Riverside suonata e cantata da Barry Martin, per non parlare di uno strano vecchio R&R come Carnival Time di tale Alvin L. Johnson,  o del jazz classico proposto da Delfeayo Marsalis e la Uptown Jazz Orchestra alle prese con Blue Monk. Gran finale corale con Dr. John, Cyril Neville e altri musicisti meno noti che intonano brevemente la classica This Little Light of Mine. Alla fin fine questa fotografia della New Orleans attuale non è poi così male, scremata da tutti gli intermezzi è quasi bella.

Bruno Conti

Uno Dei “Virtuosi” Della Chitarra Elettrica Nuovamente in Azione. Robben Ford – Purple House

robben ford purple house

Robben Ford – Purple House – EarMUSIC      

Avevamo lasciato Robben Ford alle prese con l’avventura europea di Lost In Paris Blues Band, un  buon disco collaborativo del 2016, realizzato con il bluesman francese Paul Personne e l’americano Ron Thal, oltre a John Jorgenson e Beverly Jo Scott https://discoclub.myblog.it/2017/01/06/quasi-una-super-session-lost-in-paris-blues-band-paul-personne-robben-ford-ron-thal-john-jorgenson-beverly-jo-scott/ .  Nel frattempo ha realizzato anche Supremo, il nuovo disco dei Jing Chi, il power trio che condivide con Jimmy Haslip e Vinnie Colaiuta . Nel 2018 si ripresenta con il suo nuovo disco solista, Purple House, sempre per la earMUSIC, la sua attuale etichetta, con musicisti e compagni d’avventura completamente diversi da quelli che avevano partecipato a Into The Sun,  con nomi di pregio come ospiti, da Warren Haynes a Keb’ Mo’, passando per Robert Randolph, Sonny Landreth e Tyler Bryant degli Shakedown https://discoclub.myblog.it/2015/03/17/la-classe-acqua-2-robben-ford-into-the-sun/ .

Questa volta la produzione è affidata a Casey Wasner, specialista di dischi blues, ingegnere del suono e produttore per i recenti dischi di Keb’ Mo’, da solo e con Taj Mahal, Walter Trout e anche dell’album degli Jing Chi. Wasner, suona anche la chitarra, le tastiere e  la batteria all’occorrenza, e dovrebbe far parte della prossima touring band di Ford con Ryan Madora al basso e Derrek Phillips alla batteria, che presumo  suonino anche nell’album. Quello che è certo è che gli ospiti, meno altisonanti del disco del 2015,ma comunque validi, sono Shemekia Copeland, che duetta nel brano Break In The Chain con Robben, Travis McCready, voce solista nel pezzo Somebody’s Fool, e Drew Smithers seconda chitarra solista in Willing To Wait, entrambi della band di Natchez, Mississippi Bishop Gunn. Ma torniamo a questo Purple House, per il quale, come dice lo stesso Ford nella presentazione, si è voluto porre l’enfasi sulla produzione, privilegiando ulteriormente il suono, da sempre uno dei pallini del chitarrista californiano, e anche un diverso approccio sonoro rispetto alle sue produzioni abituali, per esempio con i Blue Line, dove lo stile era decisamente rivolto al blues e al R&B.

Tangle With Ya, ha un suono tra il funky e il fusion-rock di altre avventure passate, molto ben definito, con gli strumenti decisamente ben delineati, soprattutto il basso, ma anche con l’uso di fiati e voci femminili di supporto, che danno un aura R&B al tutto, mentre l’assolo del nostro come al solito è un prodigio di tecnica e feeling; ancora molto funky moderno per la successiva e sempre fiatistica What I’ Haven’t Done, che ricorda il sound di una sua vecchia formazione, gli LA Express,, mentre gli assoli continuano ad essere sempre fluidi e brillanti. Empty Handed è una sorta di ballata elettroacustica, quasi da cantautore, intima e raffinata, con una bella melodia e un cantato molto partecipe di Ford, che lavora al solito di fino con le chitarre, mentre Bound For Glory è un pezzo rock più leggero, quasi radiofonico, nobilitato come di consueto da un assolo di gran classe.

Break In The Chain, è un gagliardo blues-rock cantato a due voci con Shemekia Copeland, che si conferma una delle cantanti più interessanti attualmente in circolazione https://discoclub.myblog.it/2018/09/04/alle-radici-della-musica-americana-con-classe-e-forza-interpretativa-shemekia-copeland-americas-child/ , mentre il nostro impiega una timbrica della sua solista decisamente più robusta rispetto al passato, anche se ci sono i soliti passaggi elettroacustici di grande tecnica. Wild Honey è un’altra bella ballata mid-tempo da cantautore di ottima fattura, malinconica e quasi di stampo west-coastiano, con il lavoro della solista molto misurato; Cotton Candy torna al funky-rock con un rotondo giro di basso e i fiati che guidano le danze, prima di lasciare spazio alla funambolica solista del leader. Finale con i due brani insieme ai membri dei Bishop Gunn, Somebody’s Fool, un potente e tirato rock-blues, cantato dall’ottimo McCready https://www.youtube.com/watch?v=SWA9sArssmU  e Willing To Wait una blues ballad dove Ford si misura in gusto e classe con la seconda solista di Drew Smithers https://www.youtube.com/watch?v=h0aB6-ustjY . Al solito un buon album per Robben Ford, anche se forse non  particolarmente memorabile.

Bruno Conti

Almeno Per I Primi Dieci Anni, Una Grandissima Band! Chicago – VI Decades Live (This Is What We Do)

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Chicago – VI Decades Live (This Is What We Do) – Rhino/Warner 4CD/DVD Box Set

I Chicago, uno dei più longevi gruppi americani (hanno esordito nel 1969 e ci sono ancora adesso), nell’immaginario collettivo sono una band di grande successo commerciale, fautrice di un soft-rock dalle grandi potenzialità radiofoniche ma con scarso interesse artistico. Se questa affermazione può essere condivisibile per il periodo dalla fine degli anni settanta in poi, bisogna però essere onesti ed ammettere che nella prima decade i nostri erano un grande gruppo, un combo decisamente originale e creativo autodefinitosi “rock’n’roll band coi fiati”, anche se il loro suono conteneva elementi jazz, funky, rhythm’n’blues e persino prog, e dal vivo erano una vera potenza. A rimettere le cose a posto arriva questo bellissimo cofanetto VI Decades Live (This Is What We Do), quattro CD più un DVD di performance inedite, che per quattro quinti è incentrato sul primo periodo e dunque decisamente interessante, ed in vari momenti addirittura entusiasmante. L’unica cosa che non capisco è il titolo, una chiara forzatura: ok che è presente almeno una canzone per ogni decade dagli anni sessanta ad oggi, ma se dobbiamo contare gli anni di carriera dall’esordio Chicago Transit Authority (il primo nome della band, poi accorciato per minacce di querela da parte dell’azienda municipale di trasporti della metropoli dell’Illinois), non sono ancora neppure cinquanta.

I Chicago sono dunque un gruppo che, ad una formazione tipicamente rock, ha sempre affiancato e dato largo spazio alla sezione fiati, creando un suono che all’epoca era veramente originale, e ha alimentato la sua fama grazie ad infuocate performances dal vivo: tra i membri fondatori, gli unici ancora nel gruppo sono il tastierista e cantante (ma le voci soliste sono più di una) Robert Lamm ed i fiati di James Pankow, Lee Loughnane e Walter Parazaider, benché tra i componenti storici è d’uopo ricordare almeno il bassista Peter Cetera, il batterista Danny Seraphine e soprattutto lo straordinario chitarrista Terry Kath, scomparso prematuramente nel 1978 in maniera assurda (una sorta di gara di roulette russa o un incidente, non si è mai capito). VI Decades Live comprende parecchi successi dei nostri (manca la comunque non indispensabile Hard To Say I’m Sorry), ma anche diverse canzoni mai apparse prima in live ufficiali del gruppo. I primi due CD contengono il concerto completo del 1970 all’Isola di Wight, uno show strepitoso con i CTA (acronimo del loro nome completo) davvero in stato di grazia, a partire dalla potente Introduction (che nonostante il titolo è una canzone vera e propria), tra rock, funky e jazz, con cambi di ritmo repentini, fiati subito protagonisti e strepitoso finale in crescendo, per poi proseguire con South California Purples, dieci minuti di grandissima musica tra southern, errebi e certe atmosfere free che non mancavano mai, con Kath già sublime alla chitarra.

Ottime anche la fluida e distesa Beginnings, che fa intravedere quel gusto pop che si manifesterà in misura maggiore negli anni a venire, ed il rock-soul annerito di In The Country, suonato in maniera davvero divina (ma anche Does Anybody Really Know What Time It Is, non fosse altro che per la magnifica intro strumentale). Ma il vero sballo è nel secondo CD, ovvero la parte finale del concerto: solo quattro brani, ma quasi cinquanta minuti di musica totali, con due straordinarie It Better End Soon e la mini-suite Ballet For A Girl In Buchannon, che solo loro arrivano a circa mezz’ora, un’esplosione di suoni, ritmo e melodie in libertà dalla forza prorompente (specialmente la seconda delle due, una vera goduria); seguono la nota 25 Or 6 To 4, con il suo famoso riff, ed una stupenda ed infuocata cover di I’m A Man dello Spencer Davis Group. Il terzo dischetto propone otto pezzi suonati tra il 1969 ed il 1977 in varie location, tra i quali due brani da sedici minuti ciascuno: una debordante Liberation (registrata a Parigi), con fiati scatenati ed il resto della band che si produce in assoli a profusione, una jam fantastica con intermezzi anche blues e psichedelici (ed un accenno anche alla Marsigliese), con Kath semplicemente formidabile, ed una straordinaria A Hit By Varèse, altro tour de force, un mezzo capolavoro di musica in libertà tra rock e jazz, suonata alla grandissima e che sarebbe stata degna anche di stare nel repertorio di un gigante come Miles Davis.

Da segnalare pure un’altra 25 Or 6 To 4, perfino meglio di quella a Wight, il jazz-rock caldo e vibrante di Goodbye e la celebre If You Leave Me Now, conosciutissima soft ballad che anticipa la fase più commerciale del gruppo (ed è anche il loro brano di maggior successo). Il quarto CD va dal 1978 fino al 2014, ed è praticamente un’altra band, più patinata e “da classifica”, ma non mancano i momenti di interesse come lo splendido medley (nonostante un synth nel finale) tra la loro Get Away, la solita I’m A Man ed i classici In The Midnight Hour di Wilson Pickett e Knock On Wood di Eddie Floyd, una vigorosa e personale rilettura di In The Mood di Glenn Miller, una Don’t Get Around Much Anymore (Duke Ellington) rifatta in chiave moderna, una versione elettroacustica di Look Away, altro loro grande successo, o ancora la ritmata e funkeggiante Hot Streets, title track di uno dei pochi album del gruppo non “numerati”. Il DVD presenta invece un concerto del 1977 ad Essen, in Germania, messo in onda all’epoca per la famosa serie Rockpalast (e come bonus una What’s This World Comin’ To del 1973), una serata più volte “bootleggata”, anche in versione video, e presentata per la prima volta ufficialmente. Un ottimo concerto, con il gruppo che si presenta in gran forma (e con sgargianti vestiti  tipici dell’epoca), nel quale, accanto a classici del calibro di Ballet For A Girl In Buchannon, A Hit By Varèse e If You Leave Me Now, troviamo pezzi meno esplorati come Anyway You Want, Skin Tight e Scrapbook, ed un finale di fuoco con le immancabili 25 Or 6 To 4, I’m A Man ed un’energica Got To Get You Into My Life dei Beatles.

Che dire ancora? Questo è il classico cofanetto da non perdere, sia che siate dei neofiti (perché c’è il meglio degli anni d’oro dei Chicago, e solo il quarto CD è di livello inferiore), sia per i fans, dato che il materiale è inedito al 100%. E, soprattutto, perché c’è tantissima grande musica.

Marco Verdi

Musica Jazz Per Tutti, Suonata In Maniera Divina! Brad Mehldau Trio – Seymour Reads The Constitution!

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Brad Mehldau Trio – Seymour Reads The Constitution! – Nonesuch/Warner CD

Credo ci siano pochi dubbi sul fatto che Brad Mehldau sia il miglior pianista jazz contemporaneo in attività, almeno per quanto riguarda la sua generazione, anche perché dei suoi principali ispiratori, Bill Evans e Keith Jarrett, il primo non è più tra noi da quasi quarant’anni, mentre il secondo si è praticamente ritirato. Mehldau, originario della Florida ma trapiantato a New York, è un vero virtuoso dello strumento, uno di quelli per il quale la parola “genio” non è assolutamente fuori posto, ma ha anche la capacità di fare musica fruibile, unendo una tecnica incredibile (figlia dei suoi studi classici, e che gli permette di suonare una melodia con la mano destra ed un’altra completamente differente con la sinistra) ad uno spiccato senso melodico. Chi vi scrive non è né un appassionato di jazz né tantomeno un esperto, ma un semplice ascoltatore che ogni tanto si concede qualcosa di questo genere, a patto che non sia eccessivamente cerebrale e difficile: Seymour Reads The Constitution! (gran bel titolo), il suo nuovo lavoro, uscito a poca distanza dal classicheggiante After Bach (in cui si esibiva da solo), fa sicuramente parte di questa categoria, un disco di jazz scintillante, suonato alla grande ma nello stesso tempo alla portata di tutti.

Mehldau, nonostante abbia iniziato negli anni novanta, vanta già una copiosa discografia, e si è esibito in tutte le configurazioni possibili dal “one man show” al quintetto ma, come spesso accade per i pianisti jazz (compresi Evans e Jarrett), il meglio lo dà come leader di un trio. Ed è proprio al Brad Mehldau Trio che è intitolato questo nuovo album, che a mio parere è ancora meglio del già ottimo Blues And Ballads del 2016, inciso anche quello con la medesima formazione, che vede Larry Grenadier al basso e Jeff Ballard alla batteria, due musicisti eccellenti che non si limitano ad accompagnare il nostro ma collaborano con lui agli arrangiamenti e riempiono a meraviglia le pause e gli spazi, creando una miscela sonora di altissimo livello. Seymour Reads The Constitution! è composto da otto canzoni, tutte discretamente lunghe (spesso superano gli otto minuti), e si divide tra composizioni originali, standard jazz e rivisitazioni di brani pop-rock contemporanei. Tre i brani scritti da Mehldau, a partire da Spiral, un pezzo disteso e decisamente melodico, nel quale abbiamo un assaggio della straordinaria bravura del nostro, e la sezione ritmica che accompagna con discrezione, anche se c’è un gran lavoro di batteria: nel corso del brano Brad improvvisa, accelera e rallenta a suo piacimento, ma senza mai perdere il contatto con il tema principale.

La title track è più lenta e soffusa, un andamento quasi da canzone after hours, con Mehldau che ricama con grande classe: il perfetto brano da ascoltare alla sera con magari un bel bicchiere di cognac (Van Morrison lo associo al whisky di malto, Mehldau al cognac), mentre Ten Tune con i suoi dieci minuti è la più lunga del lavoro, ed anche melodicamente la più complessa e “free”, ma non per questo meno godibile. Anche gli standard sono tre, e partono con la nota Almost Like Being In Love (l’hanno fatta, tra gli altri, Gene Kelly, Frank Sinatra e Nat King Cole), che vede le dita del nostro scorrere come un fiume in piena, tecnica e feeling a braccetto, ed i due compagni che lo seguono con grande vigore; De-Dah (Elmo Hope) è decisamente raffinata e “calda”, con Brad che a turno lascia il centro della scena ai suoi due collaboratori facendo quasi il sideman, specie a favore di Grenadier che qui si supera, ma poi si riprende i riflettori e stende tutti con una performance sublime, mentre Beatrice, di Sam Rivers, è un gustoso e rilassato swing, perfetto per le eccezionali doti pianistiche del leader. E poi ci sono i due pezzi di provenienza rock: Friends, title track di un album poco noto dei Beach Boys (1968), rilettura molto pulita e con la melodia in primo piano (e poi è una goduria ascoltare il piano suonato con questa limpidezza), e Great Day di Paul McCartney, altro pezzo non molto conosciuto (era su Flaming Pie), che Brad fa suo con leggerezza e coadiuvato in maniera eccellente da Grenadier e Ballard, rispettando il motivo originale con grande rigore ma aggiungendo il suo tocco inimitabile, regalandoci una delle migliori prestazioni del disco.

Grande album quindi, per nulla ostico, anzi direi che il suo ascolto è un piacere assoluto per le orecchie di chiunque sia sprovvisto delle proverbiali fette di salame sulle medesime.

Marco Verdi

Non So Se Fanno Scandalo, Ma Buona (E Strana) Musica Sicuramente Sì. Claudettes – Dance Scandal At The Gymnasium

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The Claudettes – Dance Scandal At The Gymnasium! – Yellow Dog Records

Devo dire che questi mi mancavano:anche se hanno già nel loro carnet tre album di studio (compreso questo Dance Scandal At The Gymnasium), e un mini Live solo per il download digitale, mi erano sfuggiti finora. D’altronde non si può sempre ascoltare tutto, manca veramente il tempo, ma questi Claudettes mi avevano incuriosito: definiti in vari modi, forse “Brother Ray Meets The Ramones…Chopin Meets The Minutemen” mi sembra il più fantasioso, i quattro in effetti  fondono tocchi di blues, pop anni ’60, punk e psychobilly alla Cramps, ma anche jazz e molto altro, visto che la nuova cantante della formazione Berit Ulseth ha studiato alla New School For Jazz di New York, e il pianista e tastierista, nonché cantante (lo fanno un po’ tutti nella band) e leader indiscusso, Johhny Iguana, ha un passato con Junior Wells, Carey Bell, Otis Rush e Koko Taylor, è apparso anche con i Chicago Blues-A Living History e nel recente Muddy Waters 100, con diversi luminari delle 12 battute, ma pure in una punk-rock band come oh my god, e per registrare questo nuovo album sono andati a Valdosta in Georgia, con la produzione di Mark Neill che era alla consolle per Brothers dei Black Keys.

Completano la formazione il bassista/chitarrista (e cantante) Zach Verdoom e il batterista Matthew Torre, mentre tutte le canzoni le firma un certo Brian Berkowitz, che è poi il vero nome di Johnny Iguana, dai tempi della sua giovinezza in quel di Philadelphia. I dischi non si trovano facilmente, forse perché escono per la piccola Yellow Dog Records, ma meriterebbero di essere conosciuti. Nel nuovo Dance Scandal At The Gymnasium ci sono 12 canzoni che toccano i generi più disparati: da Don’t Stay With Me dove si apprezza la voce leggera e piacevole di Berit Ulseth, che segue le folate delle tastiere di Iguana e l’accompagnamento variegato dei suoi pards, in questo strano incrocio tra rock, R&B deviato e virtuosismo strumentale; che viene replicato pure nella successiva November, che potrebbe passare per alternative rock misto a retrogusti pop anni ’60, strano ma intrigante. Give It All Up For Good è una ritmata ulteriore variazione sui temi musicali sghembi dell’album, con Johnny che lavora di fino al piano, il tutto con tempi musicali veramente inconsueti https://www.youtube.com/watch?v=TFDi3SACOzY . Naked On The Internet va  quasi di boogie-rockabilly-punk con le voci di Iguana e Ulseth che gorgheggiano in coppia mentre il piano imperversa. Pull Closer To Me è una ballata esile e gentile con la voce deliziosa di Berit (e dei suoi soci) a rinverdire vecchi fantasmi di un pop raffinato anni sessanta, mentre nella title track Iguana si lancia in florilegi pianistici quasi classicheggianti prima di trascinare tutto il resto del gruppo in una follia musicale a tempo di strano ed intricato R&R.

Bill Played Saxophone mescola doo-wop, retro pop, rock alla Joe Jackson, in melodie complesse ed affascinanti dove anche le armonie vocali quasi alla Beach Boys sono formidabili https://www.youtube.com/watch?v=0Ki2bdZeN7sInfluential Farmers nuovamente presa a 100 all’ora, ma con improvvisi rallentamenti ed altrettanto repentine ripartenze è ancora più difficile da etichettare, direi sentire per credere e, forse, cercare di capire la musica dei Claudettes https://www.youtube.com/watch?v=WHAg_n0–jQDeath And Traffic fin dal titolo è “strana” come illustra poi la musica, sempre lontana dalle ovvietà ma che richiede un ascolto attento anche per apprezzare questa sorta di pop intellettuale https://www.youtube.com/watch?v=SIfG8AG3bwI ; Johnny Iguana e Berit Ulseth poi ci danno (quasi) tregua nelle derive ancora pop-rock di una lussuriosa Total Misfits, veramente notevole.Taco Night Material suona come avrebbero potuto essere i Commander  Cody  se avessero avuto una voce femminile in formazione e Frank Zappa come autore delle musiche, giuro, parola di giovane marmotta https://www.youtube.com/watch?v=mhMdX5iwY6s . E Utterly Absurd potrebbe infine essere un altro modo per definire la musica della band: insomma se volete fare un esperimento in un mondo parallelo dove il pop è fuori da ogni schema provate questo Dance Scandal At The Gymnasium, potrebbe sorprendervi  assai piacevolmente.

Bruno Conti

Beato Tra Le Donne! Duke Robillard – And His Dames Of Rhythm

duke robillard and his dames of rhythm

Duke Robillard – And His Dames Of Rhythm – M.C. Records/Ird

Il chitarrista del Rhode Island si è sempre più o meno equamente diviso, a livello discografico, tra le sue due grandi passioni musicali, il blues e il jazz e lo swing (preferibilmente “oscuro” e anni ’20 e ’30). Il sottoscritto ha sempre ammesso pubblicamente la sua preferenza per il Duke Robillard bluesman, ma altrettanto onestamente devo ammettere che i suoi album “jazz” sono sempre molto gradevoli all’ascolto e suonati in grande souplesse. Se di solito il blues batte il jazz di misura, almeno per me, diciamo un 1-0, questa volta in compagnia di una serie di voci femminili His Dames Of Rhythm, oltre alla sua band abituale e una sezione fiati completa che rimanda ai suoi giorni con i Roomful Of Blues, per l’occasione jazz e blues impattano sull’1-1 ed è solo l’ascoltatore a godere. Robillard ancora una volta evidenzia la sua conoscenza mostruosa del repertorio jazz e swing della prima parte del secolo scorso, ed ha saputo utilizzare in modo perfetto le sei voci femminili che si alternano a duettare con lui.

Il disco nasce dall’idea di ricreare in questo CD il sound delle vecchie canzoni del repertorio Tin Pan Alley degli anni ’20 e ’30, più che il jazz tout court: la voce pimpante e cristallina di Sunny Crownover, molto old style, apre le danze in una cover di un vecchio brano di Bing Crosby From Monday On, dove  i due, con aria divertita, ricreano quell’atmosfera senza tempo del primo swing, tra fiati “impazziti” e sezione ritmica in spolvero, mentre il clarinetto di Novick e la chitarra di Robillard cesellano piccoli interventi di gran gusto. La brava Sunny poi torna per un’altra divertente My Heart Belongs To Daddy, sexy e zuccherosa il giusto, con qualche tocco tra il latino e il tango, un vecchio pezzo di un musical di Cole Porter che molti ricordano in versioni successive di Ella Fitzgerald e anche di Marylin Monroe (mi sono documentato), con il piano di Bears e la chitarra acustica arch-top di Robillard impeccabili, mentre la Crownover canta divinamente;  la seconda voce ad appalesarsi è quella di Maria Muldaur, che questo repertorio lo frequenta da decenni, il timbro è più vissuto rispetto agli anni d’oro, ma la classe è sempre presente in questa Got The South In My Soul, altro brano degli anni ‘30 delle Boswell Sisters, con improvvisi cambi di tempo, ma anche la voce deliziosa della Muldaur a guidare i musicisti. Poi tocca a Kelley Hunt, voce più grintosa (già presente anche nell’ultimo disco di Robillard, Blues Full Circle dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/11/04/anche-potrebbe-il-disco-blues-del-mese-duke-robillard-and-his-all-star-combo-blues-full-circle/ ) e cantante di grande spessore, che il sottoscritto apprezza in modo particolare, la sua rilettura di Please Don’t Talk About Me (altro pezzo degli anni ’30, che vanta decine di versioni, da Billie Holiday e Sinatra, passando per Willie Nelson) ne evidenzia ancora una volta la voce espressiva e ricca di calore, ed è uno dei tanti highlights di questo bel disco, grazie anche all’intermezzo strumentale veramente superbo nella parte centrale del brano.

E non si può non apprezzare anche la presenza di una adorabile Madeleine Peyroux, che per l’occasione sfodera un timbro un filo più “robusto” del solito, ma sempre molto sexy ed ammiccante, tra Bessie Smith e la Holiday, nel vecchio standard di Fats Waller Squeeze Me, dove Robillard con la sua chitarra sostituisce il piano di Waller, mentre Novick è sempre incisivo al clarinetto. Come conferma in Blues In My Heart, dove la voce solista è quella di Catherine Russell, cantante ed attrice nera, meno nota delle colleghe, ma sempre molto efficace, nella canzone si gode anche del lavoro dei fiati, con in evidenza il sax di Kellso. In Walking Stick di Irving Berlin, cantata dal solo Robillard, si apprezza anche un violino (Joe Lepage) che divide gli spazi solisti con Duke. In Lotus Blossom di Billy Strayhorn, ma pure nel repertorio di Duke Ellington, si apprezza di nuovo la voce vellutata della Hunt e la tromba con sordina, presumo di Doug Woolverton, presente anche altrove nel disco. What’s The Reason I’m Not Pleasin’ You, con le conclusive Ready For The River e Call Of The Freaks, sono gli altri brani dove Robillard fa da solo senza ospiti, mentre l’altra voce impiegata è quella dell’attrice di Downtown Abbey Elizabeth McGovern, alle prese con My Myself And I, altro pezzo del repertorio di Billie Holiday, prestazione onesta ma nulla più. Molto meglio Madeleine Peyroux nella dolcissima Easy Living, sempre di “Lady Soul”, e la Muldaur in un altro pezzo delle Boswell Sisters Was That The Human Thing To Do, con il solito clarinetto malandrino di Novick e il violino ad interagire con la solista di Robillard. Manca ancora un brano, cantato da Kelley Hunt, l’unica utilizzata in tre canzoni, sempre splendida nella struggente If I Could Be With You (One Hour Tonight), un altro standard degli anni ’20 di cui si ricorda una versione di Louis Armstrong, che avrebbe certo approvato la parte strumentale tra swing e dixieland. Ancora una volta quindi il “Duca” centra il colpo: “vecchio stile”, ma solita classe.

Bruno Conti