Un “Gioiello” Di Concerto! Ruthie Foster Big Band – Live At The Paramount

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Ruthie Foster Big Band – Live At The Paramount – Blue Corn Music CD

Sebbene sia in circolazione dal lontano 1997, allora con un esordio autogestito Full Circle, questa signora (abituale cliente del blog) https://discoclub.myblog.it/2014/09/18/promesse-mantenute-sempre-piu-brava-ruthie-foster-promise-of-brand-new-day/ , dopo il notevole Live At Antone’s (11), è solo alla seconda performance discografica dal vivo, che conferma il carisma di questa brava cantante afro-americana, che nel vecchio Texas è considerata una autentica “star”. Live At The Paramount è stato registrato nello storico ultracentenario teatro di Austin, dove il 26 Gennaio dello scorso anno la Foster si è portata sul palco una Big Band, formata da una nutrita sezione fiati da 10 elementi e da 3 coriste, diretta da John Miller, con in più con l’apporto dei suoi abituali musicisti di riferimento alle chitarre, tastiere, batteria e basso, e con le belle orchestrazioni e la produzione del noto John Beasley (Miles Davis e Steely Dan fra i tanti).

La serata si apre con l’introduzione fatta dalla giovane figlia di Ruthie, che poi apre con il gospel Brand New Day (lo trovate su Promise Of A Brand New Day (14) cantata in coppia con Me’shell Ndegeoncello), in una versione inizialmente a “cappella” che poi si apre alla sezione fiati e al coro, seguita dal classico Memphis Soul di una Might Not Be Right (sempre dal medesimo album), scritta assieme alla leggenda Stax William Bell, per poi sorprendere il pubblico in sala reinventando la famosa Ring Of Fire del grande Johnny Cash (da Let It Burn (12), in un fuoco lento che sfiora il blues e che ricorda anche le calde atmosfere “smooth” della nigeriana Sade o di Roberta Flack.

Dopo applausi convinti dalla platea si riparte con l’energica Stone Love (era il brano iniziale di The Truth According To Ruthie Foster(08), che inizia con un piano “jazz”, poi entra la sezione fiati e la canzone si trasforma in un burrascoso suono Motown, segue l’omaggio a Delaney & Bonnie Bramlett con una The Ghetto, sempre dal saccheggiato Promise Of A Brand New Day, una lenta ballata solo chitarra e voce (e che voce) che ammalia il pubblico in sala, per poi continuare il viaggio rispolverando da un album poco considerato come Stages (04), il tradizionale Death Came A Knockin’ (Travelin’ Shoes) con un canto leggermente “gospel” dove il tratto distintivo sono le coriste in sottofondo, mentre il mid-tempo di Singin’ The Blues (indovinate dove lo trovate), si evidenzia ancora una volta il bel canto di Ruthie.

Arrivati a questo punto del concerto, è giusto riconoscere che la presenza della “Big Band” non ha allontanato la Foster dai brani di classico stampo blues/jazz, e la dimostrazione viene da una Runaway Soul che culmina con un superbo duetto tra Ruthie e il sassofonista Joey Calaruso, seguita da una bella Woke Up This Morning, che inizia in modo sommesso, poi la band entra nella canzone con cambiamenti di tono e ritmo, per un arrangiamento da gospel “moderno”, mentre Joy Comes Back (17) dall’ultimo album in studio, in questa versione “Big Easy” ci fa respirare l’aria antica delle strade di New Orleans. La coda finale del concerto riserva dei classici senza tempo, a partire da una Phenomenal Woman, uscita dai solchi di The Phenomenal Ruthie Foster (06), una struggente ballata modellata sulla poesia di Maya Angelou e con questa interpretazione di Ruthie certamente lo spirito della mitica Aretha aleggia in sala, riservando infine le ultime due tracce a due “covers” intriganti come una raffinata rivisitazione di Fly Me To The Moon, dove sembra di sentire una “Sinatra” in gonnella, e andare a chiudere un concerto magnifico con Mack The Knife, canzone simbolo del dramma teatrale L’Opera Da Tre Soldi di Brecht e Weill (da cercare assolutamente la versione di Ella Fitzgerald), dove la Big Band che accompagna la Foster in questo concerto, evoca nell’ascoltatore una musicalità che rimanda all’arrangiatore, direttore d’orchestra e compositore Nelson Riddle (tra i suoi numerosi clienti troviamo Frank Sinatra, Ella Fitzgerald e Nat King Cole). Sipario, ovazione e applausi rivolti a tutti i componenti saliti sul palco del Paramount Theater.

Da anni Ruthie Foster è ormai un nome consolidato nel panorama musicale, un’artista che da tempo questo blog (il sottoscritto e l’amico Bruno in particolare) segue con affetto e attenzione, proponendosi con un suo “songwriting” specifico che pesca dalla tradizione afro-americana, coniugando le tradizioni gospel e blues con influssi rhythm and blues, alzando di volta in volta sempre la famosa asticella. Ebbene stavolta Ruthie “Cecelia” Foster ci ha voluto sorprendere e spiazzare incidendo questo sublime Live At The Paramount, facendosi accompagnare da una seducente Big Band (non tutti sono a conoscenza del fatto che Ruthie ha iniziato come cantante di una grande band sulla nave della Marina Pride), dimostrando che ormai è degna di entrare nell’Olimpo delle grandi.

NDT: E’ superfluo aggiungere che, per chi scrive, sin d’ora si candida a miglior Live dell’anno!

Tino Montanari

Cofanetti Autunno-Inverno 21. L’Uomo Che Inventò Il Soul. Parte Seconda: Gli Anni D’Oro. Sam Cooke – The RCA Albums Collection

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Sam Cooke – The RCA Albums Collection – Music On CD/Sony 8CD Box Set

Dopo essermi occupato del periodo alla Keen Records, eccomi di nuovo qui a parlare del grande Sam Cooke, dato che quasi in contemporanea con l’uscita del box dedicato ai suoi primi passi, la Music On CD ha ristampato un cofanetto uscito originariamente nel 2011, The RCA Albums Collection, che andava a coprire gli anni durante i quali il nostro è diventato “Mr. Soul”. All’inizio del 1960 Cooke iniziò a guardarsi intorno, dato che le capacità finanziarie e di marketing della Keen erano piuttosto limitate, e dopo aver avuto contatti sia con la Atlantic che con la Capitol conobbe il famoso duo di produttori, songwriters e manager Hugo Peretti e Luigi Creatore, che gli fecero firmare un vantaggioso contratto con la RCA Victor…ed il resto è storia! Questo box, che contiene otto album usciti dal 1960 al 1963 (più un live postumo) rimasterizzati a dovere e con un esauriente libretto, ha però due gravi difetti, ai quali l’odierna ristampa avrebbe potuto rimediare ma non ha fatto lasciando tutto come nel 2011: il primo è l’assenza di bonus tracks o di un dischetto aggiuntivo in cui raccogliere tutti i singoli del periodo (è noto che in quell’epoca le discografie dei 45 giri per molti artisti erano indipendenti da quelle degli LP), e sto parlando di canzoni fondamentali come Cupid, Having A Party, Bring It On Home To Me, Feel It, Frankie And Johnny, Shake.

Ma il vero problema del cofanetto è la mancanza di due album importantissimi del nostro, Ain’t That Good News ed il famoso Live At The Copa, un errore a mio giudizio imperdonabile in quanto i due dischi in questione erano usciti quando Sam era ancora in vita, e la loro assenza rende il cofanetto monco (la ragione legale c’è, dato che i due lavori sono di proprietà della ABKCO, fondata dal famigerato manager Allen Klein con il quale Cooke si associò nel 1963, ma io ne facevo una questione di completezza…e poi non è impossibile trovare accordi con la ABKCO, basti vedere il caso di alcune compilation multilabels dei Rolling Stones). Ecco comunque una disamina di ciò che nel cofanetto c’è, e sto parlando comunque di grandissima musica. Cooke’s Tour (1960). Nonostante il titolo questo non è un live, ma un disco registrato in studio che simula un ideale giro del mondo con canzoni che hanno attinenza con varie nazioni (la Francia con Under Paris Skies, il Giappone con The Japanese Farewell Song, l’Inghilterra con London By Night, e c’è perfino una bizzarra traduzione di Arrivederci Roma, che oggi definiremmo trash). Un disco pop, con arrangiamenti orchestrali di Glen Ossner a volte un po’ ridondanti (Far Away Places, Under Paris Skies, Bali Ha’I, The House I Live In), ma la voce di Cooke fa la differenza e poi non mancano le zampate come una deliziosa South Of The Border, la solare The Coffee Song e buone riletture di classici come Jamaica Farewell e Galway Bay. Diciamo che il sodalizio con la RCA avrebbe potuto iniziare meglio.

Hits Of The 50’s (1960). Sam prosegue con gli album di sole cover (per il momento i brani autografi li riservava ai singoli), e qui si occupa di successi della decade precedente: niente rock’n’roll però, bensì qualche pop song e brani tratti da musical o film. Certo che se hai un cantante come Cooke e canzoni come The Great Pretender, Unchained Melody, The Wayward Wind e Venus è difficile non centrare il bersaglio, ma il nostro brilla anche in raffinate interpretazioni di Hey There, Too Young, The Song From Moulin Rouge e Cry, con l’orchestra usata con più misura che su Cooke’s Tour. Swing Low (1961). Splendido album in stile soul-gospel, con eccellenti versioni di Swing Low, Sweet Chariot, I’m Just A Country Boy, Pray, Grandfather’s Clock (un soul-swing strepitoso) e l’allegra e contagiosa Long, Long Ago. Troviamo anche tre originali di Sam: l’hit single Chain Gang, uno dei suoi brani più popolari, e le squisite If I Had You e You Belong To Me. My Kind Of Blues (1961). Altro grande disco, dodici classici blues e non solo di autori del calibro di Duke Ellington, Ivory Joe Hunter, Jimmy Cox, George Gershwin, il duo Rodgers-Hart, Irving Berlin. Cooke è in forma smagliante e regala una prestazione vocale formidabile riuscendo a far suoi pezzi come Don’t Get Around Much Anymore, Little Girl Blue, Nobody Knows You When You’re Down And Out, But Not For Me, I’m Just A Lucky So And So, Since I Met You Baby, Trouble In Mind e You’re Always On My Mind, con arrangiamenti d’alta classe tra soul, jazz e swing.

Twistin’ The Night Away (1962). L’album con più brani scritti da Sam (7 su 12) ed altro lavoro splendido, con gli arrangiamenti di René Hall, collaboratore del nostro già nel periodo Keen. Cooke scopre il twist e lo sviscera ampiamente in canzoni coinvolgenti dai titoli inequivocabili come Twistin’ In The Kitchen With Dinah, The Twist, Twistin’ In The Old Town Tonight, Camptown Twist ed ovviamente la title track, uno dei suoi pezzi più noti e trascinanti. Ma nel disco troviamo anche tanto soul di gran lusso: Soothe Me, altro classico assodato del nostro, la gioiosa e corale Sugar Dumpling, la cadenzata Movin’ And A-Groovin’ (scritta con Lou Rawls) e la nota Somebody Have Mercy. Uno degli album più diretti e divertenti di Sam. Mr. Soul (1963). Ormai il nostro ha stabilito uno standard elevatissimo per quanto riguarda la qualità dei suoi album, ed anche questo non è certo inferiore, a partire dalla favolosa ballata pianistica I Wish You Love posta in apertura. Mr. Soul è di nuovo un disco di cover (ad eccezione dell’intenso e toccante slow Nothing Can Change This Love), con riletture da manuale di evergreen dello stampo di All The Way, Cry Me A River, Driftin’ Blues, For Sentimental Reasons, una bellissima ripresa del blues di Big Joe Turner Chains Of Love con un grande Ernie Freeman al piano, ed una fluida ripresa di Send Me Some Lovin’ di Little Richard.

Night Beat (1963). E venne il capolavoro. Registrato in varie sessions notturne con un ristretto combo di musicisti (tra cui Clifton White e Barney Kessel alle chitarre, Hal Blaine alla batteria, Ray Johnson al piano ed un giovane Billy Preston all’organo), Night Beat vede Cooke al massimo della sua ispirazione e forza espressiva, per dodici brani sensazionali tra soul (poco), tanto blues afterhours ed un tocco di jazz. Difficile non citare anche solo un brano, dale tre canzoni originali (Mean Old World, Laughin’ And Clownin’, You Gotta Move) a rivisitazioni superlative di Nobody Knows The Trouble I’ve Seen, Lost And Lookin’ (da brividi lungo la schiena), Please Don’t Drive Me Away, I Lost Everything, Trouble Blues e Fool’s Paradise, fino ad una incredibile versione del classico di Willie Dixon Little Red Rooster, con un grande Preston, ed una irresistibile e contagiosa ripresa di Shake, Rattle And Roll, un modo splendido di chiudere un disco per il quale cinque stelle sono il minimo. One Night Stand! Live At The Harlem Square Club (1985). Portentoso live album registrato nel 1963 all’Harlem Square Club di Miami e pubblicato postumo a metà anni ottanta. Un disco assolutamente imperdibile che documenta una performance infuocata del nostro a capo di una band di sette elementi (due chitarre, basso, batteria, pianoforte e due sassofoni): a parte l’introduttiva Soul Twist e for Sentimental Reasons (unita in medley a It’s All Right) tutti i brani sono scritti da Cooke, per una sorta di sontuoso greatest hits che presenta versioni spettacolari e coinvolgenti di Feel It, Cupid, Chain Gang, Somebody Have Mercy e Nothing Can Change This Love, oltre a due scatenate Twistin’ The Night Away e Having A Party che non fanno prigionieri. Ho volutamente lasciato per ultima la straordinaria Bring It On Home To Me, una delle più belle soul ballad mai scritte proposta in una versione da pelle d’oca.

Altro box imperdibile quindi, soprattutto se di Sam Cooke avete poco o nulla (e tra l’altro costa ancora meno di quello del periodo Keen), nonostante le due pesanti mancanze di cui parlavo prima, che ho però intenzione di “recuperare” con un breve post d’appendice, se non altro per rendere piena giustizia ad uno dei più grandi cantanti di sempre.

Marco Verdi

Dopo Una Serie Di Ottimi Album Tra Jazz E Blues Van The Man Torna All’Amato Celtic Soul, E Colpisce Ancora! Van Morrison – Three Chords & The Truth

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Van Morrison – Three Chords & The Truth – Exile/Caroline/Universal

Sono 55, dicasi cinquantacinque anni, che questo signore pubblica musica, e quasi mai, o molto raramente, non ha centrato l’obiettivo di regalarci appunto dell’ottima musica: ogni volta è difficile, ma non impossibile, esprimere l’ammirazione che suscita questo formidabile artista, uno dei più longevi e prolifici (il CD di cui stiamo per occuparci è il 41° album di studio della sua discografia, senza contare Live, antologie, cofanetti e ristampe varie), nonché, e diciamolo, tra i più costanti a livelli qualifativi che,se in alcune occasioni sfiora la creazione di capolavori assoluti (ognuno scelga i propri preferiti), spesso e volentieri, come per i quattro dischi che hanno preceduto Three Chords & The Truth, abitano nelle eccellenze della musica rock, e soul, e blues, e jazz, ogni tanto anche country e folk, per sfociare in quello stile che, in mancanza di migliori definizioni, chiameremo Van Morrison style, e che ingloba tutte le sfumature sonore che abbiamo appena ricordato per creare un canone personale. Ogni tanto però escono dei dischi, come questo nuovo ( e qualche anno fa lo splendido https://discoclub.myblog.it/2016/10/02/male-esordiente-irlandese-van-morrison-keep-me-singing/ ) che rinverdiscono il suo approccio più da balladeer, autore di canzoni tout court, da praticante del celtic soul, genere che in pratica ha inventato lui e che periodicamente rivisita con classe sopraffina, questo nuovo è anche superiore al disco del 2016, addirittura uno dei più belli di sempre del musicista di Belfast.

Senza comunque tralasciare di inserire gli altri elementi che lo stesso Van Morrison ama, in quanto a sua volta amante della musica di chi lo ha preceduto e che spesso “cita” nel proprio eloquio musicale, mutandoli a proprio piacimento grazie alla sua immensa cultura musicale e a quella voce incredibile che, nonostante lo scorrere inesorabile del tempo, non mostra il minimo segno di cedimento, rimanendo una delle più belle ed espressive in assoluto in circolazione. Con un titolo ispirato da un famoso detto di Harlan Howard che era riferito alla musica country, ma che il nostro amico amplia a tutta la buona musica, a cui spesso bastano appunto “tre accordi e la verità” per rendere le canzoni un bene inestimabile da fruire in profondità. Mi rendo conto che ancora una volta sto facendo il panegirico del rosso irlandese, ma quando ci vuole ci vuole, e anche per l’occasione mi “scappava” di dirlo, per cui passiamo ai particolari: copertina sobria, dopo quella con il pupazzo, a mio parere orribile, di The Prophet Speaks, che comunque non inficiava la qualità dei contenuti (nonostante fosse il quarto album in 18 mesi), accantonata la collaborazione con l’organista e trombettista Joey DeFrancesco, e per l’occasione spariscono anche i fiati, tra i protagonisti assoluti di quella serie di dischi,.Van impiega nel disco due chitarristi, all’acustica il rientrante Jay Berliner, utilizzato sia  nella versione originale di Astral Weeks come pure nella ripresa dal vivo alla Hollywood Bowl , di una decina di anni fa, e all’elettrica Dave Keary, anche al bouzouki, inoltre ci sono diversi bassisti che si alternano nelle diverse canzoni, Jeremy Brown, Pete Hurley e il grande David Hayes, sullo sgabello del batterista troviamo Bobby Ruggiero, presente nel disco dei duetti, e Colin Griffin, mentre alle tastiere, piano e organo, operano svariati musicisti, John Allair, Richard Dunn e Paul Moran all’organo, strumento che caratterizza molto il sound del disco, al piano Stuart McIlroy, oltre a Teena Lyle, impegnata anche saltuariamente a vibrafono e percussioni.

Una bella pattuglia di musicisti ai quali si aggiunge, come ospite, il leggendario Bill Medley (che i più giovani, si fa per dire, ricordano per I’ve Had The Time Of My Life, il duetto con Jennifer Warnes, presente nella colonna sonora di Dirty Dancing, ma prima era stato uno dei Righteous Brothers, quelli di You’ve Lost That Lovin’ Feelings e Unchained Melody) che duetta con Morrison in Fame Will Eat The Soul, una delle 14 canzoni che compongono Three Chords & The Truth, tutte scritte da Van, con l’aiuto di Don Black in If We Wait For Mountains, mentre la conclusiva Days Gone By re-immagina la melodia di Auld Lang Syne, inserita in una canzone composta dallo stesso Van The Man. In totale circa 70 minuti di ottima musica, con alcune punte di eccellenza, che ora andiamo a vedere: March Winds In February apre splendidamente, un brano degno delle cose migliori del Morrison anni ’70, organo scivolante, elettrica ed acustica che si rispondono fra loro, un ritmo ondeggiante della batteria e un giro di basso incisivo, sui quali Van improvvisa una delle sue classiche interpretazioni vocali, calde ed avvolgenti, come ai tempi d’oro https://www.youtube.com/watch?v=l-lQJ_8_JaE . Ottima anche la citata Fame Will Eat The Soul, un potente errebì, sempre con un marcato giro di basso a caratterizzarlo, Van e Medley si aizzano l’un altro in un call and response che ricorda quello di Summertime In England , con il vecchio Bill che con la sua voce baritonale ancora in grande spolvero non scherza un c. e quasi sovrasta Morrison, per la gioia dell’ascoltatore, altra grandissima canzone, con la band pimpante ed elegante a seguire le mosse dei due vecchi leoni; Dark Night Of The Soul (con l’anima ricorrente nel titolo) è una splendida ballata di quelle che solo l’irlandese sa realizzare, atmosfera serena e spirituale, quasi ipnotica, come quella delle canzoni più belle di Common OneHymns To The Silence, con piano e organo e le chitarre arrangiate splendidamente, con finale in crescendo, per creare ancora una volta una melodia senza tempo.

Dopo tre canzoni così è quasi fisiologico che la tensione si allenti leggermente, ma comunque la jazzata e brillante In Search Of Grace, condotta da un organo “borbottante” e dall’acustica arpeggiata di Berliner, è sempre estremamente godibile, mentre la spiritata Nobody In Charge ricorda per certi versi le atmosfere swinganti di Moondance (l’album), con tanto di doppio assolo di sax vecchio stile di Van Morrison. You Don’t Understand è una delle canzoni più lunghe, oltre i sei minuti; dall’impianto jazz-blues, notturna e complessa, con organo e contrabbasso a contraddistinguerla, come pure un lavoro di fino della batteria, e il nostro che la canta con grande pathos e precisione nell’emissione vocale impeccabile del cantante irlandese, che si conferma interprete di categoria superiore, e c’è pure quella che mi sembra una citazione ripetuta del giro armonico di Ballad Of A Thin Man di Bob Dylan. Read Between The Lines, con organo e il vibrafono della Lyle in bella evidenza, ha un tocco latino e disimpegnato, quasi allegro, comunque molto coinvolgente e piacevole, con Does Love Conquer All? che ci fa rituffare di nuovo nelle classiche atmosfere Celtic Soul tipiche del nostro, non un brano forse memorabile per i suoi standard ma cionondimeno sempre soave e squisito, anche nella incantevole parte strumentale.Altro discorso per Early Days, un vorticoso e travolgente tuffo nell’era del R&R tanto amata dall’irlandese, tra boogie e rockabilly come se gli anni ’50 non fossero mai passati; grazie a piano boogie woogie e sax che spalleggiano alla grande Morrison. If We Wait For Mountains, con il testo scritto dal celebre (in Inghilterra) librettista di musical e colonne sonore Don Black, con i suoi meno di tre minuti è una romantica e tenera ballatona a tempo di valzer, piacevole e di nuovo senza tempo.

Up On Broadway, di nuovo oltre i sei minuti, è un’altra ballata splendida estratta dal songbook migliore di Morrison, con un breve intervento delizioso dell’elettrica di Keary e poi dell’organo, mentre Van canta in tono quasi discorsivo e incanta l’ascoltatore per la facilità del suo cantato, che quasi ti avvolge in una nuvola di grande piacere e serenità. La title track Three Chords & The Truth è un altro brillante esempio di R&B “according to Van Morrison”, con chitarre, organo, piano e percussioni a dettare le linea melodica, mentre il nostro la canta in assoluta souplesse con la sua voce meravigliosa; in Bags Under My Eyes, una delicata canzone tra folk e country, con steel guitar e armonica, il nostro amico riflette sul passare del tempo e sulle fatiche del dover comunque continuare ad andare in giro in tournée per far tornare i conti “Well the road just lets me down/ Got to get off this merry-go-round … but I’m still out here on the go..when am I gonna get wise?”, visto che come ha detto in alcune sue considerazioni gli anni passano ma bisogna comunque guadagnarsi la pagnotta, anche se credo che comunque Morrison ami ancora molto esibirsi in pubblico ed è quasi compulsivo nel pubblicare un notevole quantitativo di materiale nuovo, che continua a sfornare senza sforzo apparente, con eccellenti risultati, come ribadisce anche la splendida Days Gone By che conclude in gloria questo album, un’altra tipica composizione del canone morrisoniano che partendo dalla melodia di Auld Lang Syne la reinventa completamente in un’altra lunga canzone, tra le più belle della sua produzione recente, con un pizzico di malinconia ma anche quella gioia tipica delle canzoni più ottimiste dell’irlandese: eccellente ancora una volta il lavoro della band, dal basso “danzante”, alla chitarra arpeggiata di Berliner, all’organo, insomma un’altra piccola meraviglia, cantata splendidamente una volta di più..

Lunga vita al grande Van.

Bruno Conti

Dal Passato Di Una Delle Più Grandi Cantautrici Di Sempre Una “Perla Sconosciuta”. Carole King – Live At Montreux 1973

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Carole King – Live At Montreux 1973 – Eagle Vision/Universal

Nella situazione attuale del mercato discografico, diciamo non particolarmente floridissima, con le vendite che si rivelano sempre più declinanti, molti artisti, non solo le ultime leve, ma a maggior ragione anche i “grandi vecchi” della musica, per poter sopravvivere si affidano sempre di più ai concerti dal vivo, che sono diventati la maggiore risorsa di introiti a livello economico: ovviamente facendo i dovuti distinguo tra le cosiddette superstar e quelli chi si arrabattano per guadagnarsi la pagnotta, ma la dimensione live è sicuramente quella che ne garantisce la sopravvivenza. C’è anche tutto quel gruppo di artisti e band di culto che comunque hanno sempre avuto un fedele seguito di fan e da molti anni hanno quindi rivolto verso l’attività concertistica i maggiori sforzi. Carole King a ben vedere forse non rientra in nessuna di queste categorie:i dischi (o video) dal vivo relativi al periodo più fervido della propria carriera si possono contare sulle dita di una mano, anzi di un dito, visto che l’unico album dal vivo di quell’epoca pubblicato dalla King è il bellissimo The Carnegie Hall Concert:June 18, 1971, peraltro uscito solo nel 1996.

Ma poi la situazione è cambiata, anche per le circostanze appena enunciate: nel 1994 è uscito In Concert,  e nel 2005 il Living Room Tour (che poi si è protratto fino al 2008), nel 2010 c’è stato il Live At The Troubadour , insieme a James Taylor, relativo ad una data registrata nel famoso locale a californiano nel 2007, solo in DVD nel 2015 è uscito pure il Musicares a lei dedicato (ok è un tributo, ma la King era sul palco per parecchie canzoni), e infine nel 2017 (ma registrato l’anno precedente) il celebrativo e splendido Tapestry: Live In Hyde Park https://discoclub.myblog.it/2017/10/15/uno-dei-dischi-piu-belli-della-storia-della-musica-rock-anche-in-versione-dal-vivo-carole-king-tapestry-live-at-hyde-park/ . E in tutto questo periodo Carole King aveva pubblicato solo un disco natalizio nel 2011, il discreto A Holiday Carole, e nel 2001 l’ultimo album di materiale originale Love Makes The World. Ora nella benemerita serie Live At Montreux (che se la batte con i concerti del Rockpalast come la migliore e più longeva serie di archivio di concerti dal vivo), esce un volume, in CD+DVD, relativo alla serata tenuta al famoso “Jazz” Festival svizzero il 15 luglio del 1973. Nelle note della confezione viene riportato che si tratta della primissima esibizione della King fuori dagli Stati Uniti, ma in effetti la King si era già esibita per la BBC nel 1971 https://www.youtube.com/watch?v=f_uSaKWiEaU , anche se a livello discografico non era stato pubblicato nulla.

Il concerto è comunque bellissimo: accompagnata da una band eccellente, con una sezione fiati di ben 6 elementi, tra cui spicca Tom Scott al sax, dalla fedelissima Bobbye Hall alle percussioni, Charles Larkey al basso (che all’epoca era suo marito, il secondo dopo Gerry Goffin), Harvey Mason alla batteria, Clarence McDonald al piano e David T. Walker alla chitarra, la King sciorina il meglio del suo album capolavoro Tapestry, ma anche brani tratti da Writer, nonché dal disco del momento Fantasy (ma non curiosamente dai due precedenti). Lo stile per l’occasione oscilla tra uno smooth jazz che si stava imponendo all’epoca grazie allo stesso Tom Scott (e le sue future collaborazioni con la “rivale” Joni Mitchell),  a George Benson, ai Traffic di Low Spark, senza mai dimenticare comunque le sue splendide ballate pianistiche e quel pop raffinato californiano che è sempre stato nella sua cifra stilistica. Ecco quindi scorrere capolavori come la splendida I Feel The Earth Move, solo Carole, i suoi riccioli rossicci, e le efelidi, oltre al suo piano, dove dimostra subito una grande abilità, la voce leggermente roca, a tratti fragile, ma unica, della cantautrice, a cui segue Smackwater Jack, altro brano di Tapestry. Esecuzioni brevi e stringate, 18 canzoni in poco più di 63 minuti, ma tanta classe. Bellissima anche la dolce Home Again, la prima ballata, sempre dal disco del 1971, da cui arriva anche Beautiful, mentre Up On The Roof era su Writer (ma fu anche un successo  per i Drifters, estratto del periodo Brill Building come Goffin/King).

A questo punto della esibizione, dopo una deliziosa It’s Too Late, Carole porta sul palco la band di 11 elementi (quasi tutti “neri”) per eseguire la Fantasy Suite, https://www.youtube.com/watch?v=ApacgMtdFLI  praticamente gran parte delle canzoni dell’album, in cui spiccano le funky You’ve Been Around Too Long e Believe In Humanity, le soffuse e sofferte Being At War With Each Other e That’s How Things Go Down  (brano sull’abbandono di una donna incinta), che mettono anche in luce similarità stilistiche con la grande Laura Nyro, grazie agli spunti jazzy. Haywood, pezzo raffinatissimo che sfocia di nuovo nella black music, racconta una storia di dipendenza dalla droga, e il sound anche grazie alla presenza di Tom Scott, anticipa almeno di sei mesi  la svolta della Mitchell con Court And Spark, mentre Corazòn strizza l’occhio alla musica latina, con gran profusione di fiati e percussioni. Nella parte dei bis non mancano i suoi brani più celebri: You’ve Got A Friend, per la gioia del pubblico presente ed una intensa (You Make Me Feel Like A) Natural Woman, entrambe di nuovo solo per voce e piano. Un ottimo documento per una delle più grandi cantautrici della storia. Nei prossimi giorni sul Blog anche un lungo articolo retrospettivo in due parti dedicato alla sua carriera.

Bruno Conti

Sempre Uno Dei “Maestri” Del Blues E Del Soul, In Tutte Le Sue Coniugazioni. Delbert McClinton And Self-Made Men + Dana – Tall, Dark And Handsome

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Delbert McClinton And Self-Made Men + Dana – Tall, Dark And Handsome – Hot Shot Records/Thirty Tigers

E al blues e al soul, potremmo aggiungere Americana music, roots rock, country e tutti gli stili che ci girano intorno e vi vengono in mente. Perché il texano Delbert McClinton (come orgogliosamente dichiara lo sticker sulla copertina del CD, che ricorda le sue tre vittorie ai Grammy) nel corso degli anni ha frequentato tutti questi generi, quasi sempre sapientemente miscelati in una serie di album che toccavano tutte queste diverse anime musicali del nostro amico, che non a caso ha vinto un Grammy nel 1992 in ambito rock, in coppia con Bonnie Raitt, un’altra che conosce bene la materia, e due nella categoria Contemporary Blues, nel 2002 e 2006, totalizzando sette nominations complessive. Il musicista di Lubbock è salito per la prima volta su un palco nel 1957 e da allora ha sempre cantato dal vivo,  soprattutto negli States, senza peraltro mai raggiungere la grande fama, visto che il suo album di maggior successo, The Jealous Kind del 1980, è arrivato solo al n° 34 delle classifiche di vendita di Billboard. Ma ancora oggi a quasi 79 anni, li compirà a novembre, è considerato uno dei migliori stilisti e vocalist in circolazione, molto considerato da appassionati, critica e colleghi.

All’inizio di carriera, nel 1972 e 1973, faceva coppia, come Delbert & Glen, con Glen Clark, con cui ha realizzato una eccellente reunion negli anni 2000 , che è stata la sua ultima fatica con la New West https://discoclub.myblog.it/2013/07/07/sembra-quasi-un-disco-di-delbert-mcclinton-delbert-and-glen/, prima di dovere anche lui diventare “indipendente”, fondando una propria etichetta, la Hot Shot Records distribuita da Thirty Tigers, con cui ha pubblicato prima Prick Of The Litter nel 2017, e ora questo Tall, Dark And Handsome, sempre accompagnato dalla sua nuova formazione i Self-Made Men, ai quali si è aggiunta per l’occasione la sassofonista Dana Robbins. il disco è co-prodotto con McCClinton dai suoi abituali collaboratori Kevin McKendree, che è anche il tastierista della band, e Bob Britt, il chitarrista (nonché marito di Etta, che nel 2015 ha dedicato un delizioso disco a McClinton https://discoclub.myblog.it/2015/01/09/amica-delbert-mcclinton-etta-britt-etta-does-delbert/ ). Entrambi i musicisti sono anche i co-autori della gran parte delle canzoni, mentre il disco è stato registrato alla Rock House di Franklin, Tennessee, stato in cui il nostro amico vive ormai da moltissimo tempo. A completare la formazione, oltre alla Robbins, Mike Joyce al basso, Jack Bruno alla batteria e Quentin Ware alla tromba, più diversi altri musicisti e vecchi collaboratori che appaiono solo in alcuni brani.

In fondo, per riepilogare, potremmo definire il suo stile “roadhouse music”, un posto dove ti ristori l’animo lungo la strada e ascolti della buona musica: forse questo nuovo album non è il migliore della sua carriera ( per quanto siamo almeno ai livelli più che rispettabili del precedente), ma è comunque un disco solido, tutto incentrato, come è abitudine del nostro, su nuove canzoni scritte per l’occasione. L’iniziale Mr. Smith è uno shuffle jazz blues per big band, oppure sempre per abbreviare Texas swing ( e si capisce perché i Blues Brothers lo amavano), con fiati impazziti, vocalist di supporto (Vicki Hampton, Wendy Moten, Robert Bailey) molto impegnati, come pure McKendree al piano e la Robbins e Jim Hoke al sax, lui canta alla grande come sempre; la breve If I Hock My Guitar sta giusto a metà strada tra il R&R di Chuck Berry, con la chitarra di Britt in bella evidenza, e un errebì carnale che va molto di groove. No Chicken On The Bone è un divertente western swing con uso violino (Stuart Duncan), sempre con la voce granulosa e sporca (ma è sempre stata così, non è l’effetto dell’età) di McClinton titillata dalle sue coriste.

Altro cambio di atmosfera per Let’s Get Down Like We Used To, l’unico brano firmato insieme a Al Anderson degli NRBQ Pat McLaughlin, un pigro e carnale funky-blues con assolo di clarinetto di Hoke, e McKendree sempre elegante al piano elettrico, Gone To Mexico è una delle tre canzoni scritta in solitaria da Delbert, era già apparsa su un disco del 2010 di uno dei figli, Clay McClinton (con quattro dischi nel suo carnet) ed un’altra figlia, Delaney, è una delle coriste impiegate in questo album, brano molto ritmato e percussivo, dagli accenti latini e qualche tocco di salsa, con trombe, fiati e la fisarmonica dell’eclettico Jim Hoke in azione. Lulu è molto jazzy, mi ricorda, anche vocalmente, il Tom Waits anni ’70, raffinata e notturna, sulle ali di piano, chitarra e contrabbasso, mentre Loud Mouth è un blues chitarristico, con il figlio di McKendree, Yates, alla solista, una atmosfera che rimanda molto anche allo stile del Randy Newman più mosso, con le mani di McKendree che volano sul pianoforte https://www.youtube.com/watch?v=duL9um3cbvI , e anche la quasi omonima Down In the Mouth, un altro dei brani firmati in solitaria da McClinton, è un altro Texas blues shuffle di grande appeal https://www.youtube.com/watch?v=45bZwxicVTMRuby And Jules, tra piano jazz e R&B anni ’50 è un’altra delizia per i nostri padiglioni auricolari, sempre con quella voce sublime a sottolinearla, con Any Other Way che è l’unica ballata del disco, struggente e laconica, qualche profumo di New Orleans e nuovamente di Randy Newman, suonata sempre divinamente dai magnifici musicisti di questo disco e con assolo di sax d’ordinanza.

A Fool Like Me, rocca, rolla e swinga di brutto con tutta la band che lo segue come un sol uomo, manco fossero i Little Feat degli anni d’oro;: mentre almeno a livello di testo, come dice lo stesso Delbert, Can’t Get Up,  fa parte dei brani “non ho più l’età per fare queste cose”, ma invece ce l’ha eccome e lo fa benissimo, con McKendree che per l’occasione sfodera un organo Hammond vintage e malandrino per spalleggiarlo. Temporarily Insane è una strana canzone, molto waitsiana dell’ultimo periodo, mezza parlata e senza una melodia definita a sostenerla, non c’entra molto con il resto del CD, ma ha un suo fascino malato. Chiude la brevissima A Poem, altro brano strano che, come direbbe Tonino Di Pietro non ci azzecca molto con con il resto dell’album, un minuto dissonante e frammentario che non inficia comunque l’ottima qualità del resto del disco.

Bruno Conti

 

Una “Strana” Coppia, Ma Ben Assortita. Robben Ford & Bill Evans – The Sun Room

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Robben Ford & Bill Evans – The Sun Room – earMUSIC              

Nuovo album per Robben Ford, a meno di un anno dal precedente Purple House https://discoclub.myblog.it/2018/11/10/uno-dei-virtuosi-della-chitarra-elettrica-nuovamente-in-azione-robben-ford-purple-house/ , e a circa tre anni dal collaborativo Lost In Paris Blues Band, con Paul Personne… Questa volta si tratta di un disco in duo con Bill Evans (non il grande pianista jazz, scomparso nel 1980, ma l’omonimo sassofonista jazz/fusion). Curiosamente il disco è già uscito per il mercato giapponese la scorsa primavera, a nome di Evans e Ford, quindi con i cognomi invertiti nella copertina, in quanto il CD era stato pubblicato in Giappone per celebrare i 30 anni del locale Blue Note di Tokyo, in una tournée attribuita al Bill Evans Super Group with special guest Robben Ford.. Non avendo molte altre notizie, avendo ascoltato il disco in netto anticipo sull’uscita, in alcuni paesi europei prevista per il 26 luglio, per una volta mi sono affidato anche a quanto riportato nelle info per la stampa e in particolare a quanto dichiarato da Bill Evans, perché mi sembra pertinente ed inquadra bene anche la tipologia del disco: “Ogni tanto musicisti che la pensano allo stesso modo si uniscono per creare qualcosa che trascende i confini musicali ma che può comunque raggiungere un pubblico più ampio. Secondo me, la musica che abbiamo scritto per The Sun Room è senza tempo. Amo blues, jazz, soul, funk e questo album ha tutto ciò, suonato a livelli altissimi. Non potevo essere più felice. L’atmosfera era grandiosa durante le registrazioni ed era una gioia esserne parte. Ottimo lavoro ragazzi. Rifacciamolo!”

Prima di rifarlo per ora sentiamo cosa contiene il CD: intanto la band è completata dal batterista Keith Carlock, già con gli Steely Dan e dal bassista James Genus, uno che ha suonato con Lee Konitz, Michael Brecker, Branford Marsalis e Chick Corea. Anche se nella versione europea il nome di Robben Ford è più in evidenza, musicalmente mi sembra più vicino alle tematiche sonore di Evans, comunque la classe ed il tocco inconfondibile del chitarrista sono spesso ala ribalta, pur se il sassofono, di solito tenore, ma anche con qualche presenza di quello soprano,  è lo strumento principale. Dalla fusion piacevole ma leggerina, molto anni ’70, dell’iniziale Star Time, che sembra un brano degli L.A. Jazz Express, il vecchio gruppo di Tom Scott in cui militava anche Robben Ford, e che accompagnarono Joni Mitchell nel bellissimo Live Miles Of Aisles, al blues che non manca in una gagliarda Catch And Ride, dove il sax, più intenso, e la chitarra, si dividono gli spazi democraticamente, sempre con Evans comunque più impegnato di Ford, che peraltro il suo “assolino” non manca di regalarcelo, con una timbrica più jazzata, rispetto ai suoi dischi solisti. Big Mama è un funky più leggerino, non dico alla Average White Band, ma quasi, un filo più complesso e ricercato, con spazio per gli ottimi Carlock e Genus, e un altro solo di grande tecnica da parte di Robben.

Gold On My Shoulder è una bella ballata, l’unica cantata da Ford, tipica del suo songbook, anche se la presenza del sax la rende diversa dall’ultima produzione del musicista californiano. La raffinata Pixies, con i due solisti impiegati anche all’unisono, ha un bel arrangiamento da brano jazz classico, con una melodia molto piacevole e una lunga parte improvvisativa, Something In The Rose, più intima e riflessiva, si anima poi nell’assolo di Ford, mentre Insomnia è un altro piacevole brano cantato, non da Robben, forse da Evans, di cui ignoravo eventuali velleità canore, che qui suona il sax soprano. La notturna ed inquietante Strange Days lavora su atmosfere sospese che improvvisamente si animano in fiammate inattese ed è un brano tipicamente jazz, con la conclusiva Bottle Opener, la più lunga, con i suoi oltre otto minuti, che su un agile drumming di Carlock inserisce anche vaghi elementi tra rock e jazz nell’interscambio improvvisativo tra il sax di Evans e la chitarra di Ford, che ricorda certe cose degli Steely Dan di Aja.

Bruno Conti

Per Chi Ama La Chitarra Elettrica (E Robben Ford). Jeff McErlain – Now

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Jeff McErlain – Now  – 13J Records

La prima cosa che colpisce guardando la copertina di questo album (manco a dirlo di non facile reperibilità) è la scritta “featuring Robben Ford”.  Ma non è la solita partecipazione pro forma, il chitarrista californiano appare in questo Now in ogni singolo brano del CD come seconda solista, e ha anche curato la produzione del disco (fatto rarissimo se non unico). Nel disco, oltre a Jeff McErlain e Ford, appare anche la sezione ritmica formata da Anton Nesbitt al basso e da Terence Clark alla batteria, aiutati in alcuni brani da Mike Hayes all’organo Hammond e Kendra Chantelle, voce solista nei due brani non strumentali. Il tutto è stato registrato in quel di Nashville al Sound Emporium, lo studio di Ford, con l’ausilio dell’ingegnere del suono Casey Wasner, abituale collaboratore di Robben, anche nell’ultimo Purple House.

Jeff McErlain è un musicista ed “istruttore di chitarra”, in giro per il mondo in fiere e festival (è venuto anche a Umbria Jazz), autore pure di alcuni corsi in video che trovate in rete: viene da Brooklyn, New York, e si dichiara influenzato da Jeff Beck, Eric Clapton, Allan Holdsworth, Eddie Van Halen e  Michael Schenker, ma anche da Miles Davis e John Coltrane, e ovviamente dal blues di Howlin’ Wolf e Little Walter, scoperti tramite la frequentazione con Ford. Ha già pubblicato un album nel 2009 I’m Tired, quindi questo Now è quindi il suo secondo CD: lo stile è un classico blues-rock con forti influenze fusion e la parte virtuosistica naturalmente non manca, anzi. Otto brani in tutto, alcuni firmati da McErlain, altri da Robben Ford (un paio già apparsi in passato nei dischi dei due in altre versioni,) più una cover del classico Albatross dei Fleetwood Mac di Peter Green https://www.youtube.com/watch?v=hk0rXwcodFs : It Don’t Mean A Thing si apre subito sugli interscambi scoppiettanti delle soliste di McErlain e Ford, che in quanto a tecnica non sono secondi a nessuno, c’è molto blues, ma anche lo stile virtuosistico di stampo jazz-rock di uno come Allan Holdsworth viene subito in mente in questo strumentale dal ritmo vorticoso.

Marta è più riflessiva e ricercata, una ballata raffinata dove le chitarre vengono accarezzate con voluttà, mentre It’s Your Groove, come da titolo, è decisamente più funky e risente della influenza del Miles Davis di metà anni ’70 che fu mentore del Robben Ford più jazzato di quell’epoca. 1968 è un blues, comunque sempre influenzato dalla black music e dal R&B, con le due soliste a rincorrersi di continuo, lasciando alla felpata e sognante Albatros un maggiore ricorso alla melodia, che era uno dei punti di forza di questo grande strumentale scritto da Peter Green. negli anni d’oro dei primi Fleetwood Mac. Better Things, cantata dalla brava Kendra Chantelle, è un vigoroso tuffo nel rock-blues più grintoso e sferzante, con le chitarre che si scatenano nella parte finale; Habit è lo slow blues che non può mancare in un disco come questo, sempre cantato con passione dalla Chantelle e con le due soliste che continuano a rincorrersi https://www.youtube.com/watch?v=EgrhKklA-G4 , dedicato agli amanti del Robben Ford più tecnico (per quanto anche McErlain non scherza). In chiusura Balnakiel un altro eccellente pezzo strumentale molto bluesato, dove si apprezza la bravura di Jeff che sfoggia la sua tecnica sopraffina, senza dimenticarsi di fare comunque appello ad un feeling impeccabile che sarà sicuramente apprezzato dagli appassionati della chitarra elettrica (e di Robben Ford nello specifico).

Bruno Conti

Un’Altra Delizia In Arrivo Dalla Louisiana! New Orleans Jazz Orchestra – Songs: The Music Of Allen Toussaint

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New Orleans Jazz Orchestra – Songs – The Music Of Allen Toussaint – Storyville Records

La musica di New Orleans non cessa mai  di essere viva e vitale, magari fa più fatica ad essere di attualità al di fuori dei confini della Louisiana. Fats Domino ed Allen Toussaint non ci sono più, Dr. John è piuttosto malandato, band come i Radiators e i Galactic di Stanton Moore si lasciano e si riprendono di continuo, dei Neville Brothers non si hanno più notizie, comunque periodicamente escono dischi che segnalano ancora la voglia di farsi sentire con dei prodotti spesso eccellenti, come il recente disco di Johnny Sansone https://discoclub.myblog.it/2019/03/18/un-bellissimo-disco-di-uno-dei-segreti-meglio-custoditi-di-new-orleans-veramente-un-peccato-che-si-trovi-con-molta-difficolta-johnny-sansone-hopeland/  o quello di George Benson per citarne un paio https://discoclub.myblog.it/2019/05/04/il-classico-disco-che-non-ti-aspetti-veramente-una-bella-sorpresa-george-benson-walking-to-new-orleans/ , o anche di non nativi locali come Mitch Woods https://discoclub.myblog.it/2019/05/31/anche-senza-amici-un-travolgente-disco-dal-vivo-in-puro-new-orleans-style-mitch-woods-a-tip-of-the-hat-to-fats/ .

Il New Orleans Jazz And Heritage Festival, più noto come Jazz Fest, si tiene regolarmente tutti gli anni a cavallo tra aprile e maggio, con frotte di musicisti di tutti i generi che ne animano i palchi e i locali più piccoli. Tra le iniziative interessanti,destinate a preservare la musica della Crescent City, è uscito anche questo Songs – The Music Of Allen Toussaint, che vuole appunto preservare la musica di uno dei cittadini più illustri ed influenti di NOLA, attraverso questo tributo realizzato dalla New Orleans Jazz Orchestra, una ampia formazione musicale che da diversi anni, quasi 17, periodicamente realizza degli album a proprio nome (questo è il quarto, registrato in studio, nel maggio del 2018), che, anche se poco conosciuti fuori dai confini della Louisiana, sono dei piccoli gioiellini destinati agli appassionati della buona musica, quella delle radici della musica americana, che partendo dal jazz della ragione sociale, tocca anche il R&B, il soul e le altre forme sonore della città della Crescent City.

Il nome più conosciuto tra i partecipanti a questo album è sicuramente quello di Dee Dee Bridgewater, che però canta solo in un paio di brani, poi gli altri sono tutti luminari locali, guidati per l’occasione da Adonis Rose, il batterista che in questo CD ha raccolto il testimone della leadership lasciata vacante dallo scomparso Toussaint nel 2016 e che ha realizzato un disco dove vengono ripresi sei brani di Allen, un paio di pezzi scritti per l’occasione e uno che era spesso eseguito da Toussaint, come la celeberrima Tequila dei Champs. L’orchestra è composta da 18 elementi, più diversi musicisti aggiunti, quindi il suono è corposo e quasi lussureggiante, estremamente godibile, ma anche complesso e raffinato: tutte le canzoni, visto l’organico impiegato, hanno sonorità da big band, pure le cosiddette “hits”, come l’iniziale Southern Nights, cantata con grande verve dal trombonista Michael Watson, che poi rilascia anche un ottimo assolo al suo strumento, doppiato dal sassofonista Ricardo Pascal, e ottimo anche l’arrangiamento in puro stile swingante.  It’s Raining era uno dei cavalli di battaglia di Irma Thomas, ma, è quasi inutile dirlo, Dee Dee Bridgewater fa un ottimo lavoro nel catturare lo spirito dell’originale, che diventa comunque più solenne e jazzata, grazie anche all’eccellente lavoro del pianista storico dell’orchestra Victor Atkins e al sax di Ed Petersen.

 WorkingIn The Coal Mine va più di groove e l’attitudine funky della canzone è più evidente, anche in questa rilettura divertita. Altro brano molto legato a Irma Thomas era sicuramente Ruler Of My Heart, qui cantata da Nayo Jones che nella “ miliardata” di musicisti impiegati nel disco non è neppure indicata nelle note, ma la canta veramente bene, per poi lasciare spazio al puro jazz made in Crescent City della parte strumentale. La divertente Java era stato negli anni ’60 il maggior successo a livello commerciale di Toussaint, nella versione di Al Hirt, e qui viene ripreso dalla tromba di Ashlin Parker, mentre Gert Town, scritta e cantata dal percussionista Gerald French, ha lo spirito Mardi Gras della città stampato nel sound, prima di passare alla bellissima With You In Mind, che in origine era cantata da Aaron Neville e qui viene proposta come un duetto tra la Bridgewater e Phillip Manuel, splendida ballata. Leon Brown ha scritto e canta Zimple Street, un pezzo che miscela con gran classe soul e swing, prima di lasciare spazio al puro divertissement danzereccio della conclusiva Tequila. Molto bello, da cercare ed ascoltare con attenzione.

Bruno Conti

L’Avventura “Post-Blasters” Cominciò Così. Phil Alvin – Un”Sung Stories”

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Phil Alvin – Un”Sung Stories” – Big Beat/Ace CD

Nel 1985 i Blasters, grande rock’n’roll band californiana tra le più influenti della decade, pubblicarono il loro ultimo disco, lo splendido Hard Line, all’indomani del quale i fratelli Phil e Dave Alvin presero strade separate. All’epoca si pensò che dei due quello che sarebbe andato incontro ad una luminosa carriera solista fosse Phil, frontman e voce solista della band, dimenticando che le canzoni venivano scritte da Dave: il risultato è che oggi Dave è giustamente considerato uno dei migliori musicisti americani in circolazione, e con una discografia di tutto rispetto, mentre Phil ha avuto diversi problemi ad affermarsi al di fuori del suo gruppo originario. Nel 1986 fu però proprio Phil ad esordire per primo (Dave avrebbe risposto l’anno dopo con Romeo’s Escape), con l’album Un”Sung Stories” (scritto proprio così), un lavoro di buon livello che però non mancò di spiazzare gli ascoltatori, in quanto era il classico caso di artista che non dava al pubblico ciò che il pubblico stesso voleva. Tutti infatti si aspettavano da Phil un vero rock’n’roll record, sulla falsariga di quelli pubblicati con i Blasters, ma il nostro invece rispose con un lavoro più complesso ed articolato, nel quale rivisitava brani (spesso oscuri) degli anni venti e trenta, esibendosi o in perfetta solitudine, da vero bluesman, o a capo di una big band.

 

Un disco tra blues e jazz quindi, con dieci pezzi che poi erano tutte cover di vecchi brani di gente come Cab Calloway, Bing Crosby, Hi Henry Brown, William Bunch ed Alec Johnson: l’unico brano “recente” era una rivisitazione di Daddy Rollin’ Stone di Otis Blackwell. Alvin, nei brani con la big band, scelse poi di farsi accompagnare da gruppi all’apparenza lontanissimi dal mondo Blasters, cioè la Dirty Dozen Brass Band in un pezzo ed in altri tre addirittura da quel pazzo scatenato di Sun Ra e la sua Arkestra, dando quindi a quelle canzoni un deciso sapore jazz. Com’era prevedibile il disco non ebbe un grande successo, e la Slash non lo pubblicò neppure in CD (all’epoca agli albori): oggi la Big Beat mette fine a questa mancanza di più di trent’anni e rende finalmente disponibile Un”Sung Stories” anche come supporto digitale (finora esisteva solo una rara e costosa edizione giapponese), con una rimasterizzazione degna di nota e nuove esaurienti liner notes, anche se senza bonus tracks. Ed è un piacere riscoprire (o scoprire, se come il sottoscritto non possedete il vinile originale) questo lavoro, che vede un Phil Alvin in ottima forma divertirsi con un tipo di musica che in America a quel tempo non era popolare per nulla. L’unico brano con la Dirty Dozen è posto in apertura: Someone Stole Gabriel’s Horn è jazzata e swingatissima, un muro del suono che si adatta benissimo ed in maniera credibile alla vocalità di Phil, con un pregevole assolo di sax ad opera di Lee Allen.

Poi ci sono i tre pezzi con Sun Ra (il cui pianoforte è deciso protagonista) e la sua Arkestra di 14 elementi, a partire dallo splendido medley di brani di Calloway The Ballad Of Smokey Joe (che comprende Minnie The Moocher, Kicking The Gong Around e The Ghost Of Smokey Joe): Alvin canta benissimo ed il gruppo lo accompagna con classe sopraffina, una goduria in poche parole. Le altre due canzoni con Herman Blount (vero nome di Sun Ra) e compagni sono The Old Man Of The Mountain (di nuovo Calloway), vibrante ed ancora ricca di swing, ed una lenta e drammatica rilettura di Brother Can You Spare A Dime?, noto brano risalente al periodo della Grande Depressione. C’è poi l’Alvin solitario, proprio come un bluesman degli anni trenta (ma la chitarra con cui si accompagna è elettrica), che suona tre blues cristallini (Next Week Sometime, in cui anche per come canta mi ricorda David Bromberg, Titanic Blues e Gangster’s Blues) e la folkeggiante e bellissima Collins Cave (per la quale Woody Guthrie si è sicuramente ispirato per scrivere la sua Pretty Boy Floyd, anche se si parla di un Floyd diverso), con in aggiunta il violino di Richard Greene.

Completano il quadro il coinvolgente gospel Death In The Morning, con David Carroll (che negli anni novanta si unirà ai riformati Blasters) alla batteria e soprattutto con l’eccellente contributo vocale dei Jubilee Train Singers, e la già citata Daddy Rollin’ Stone, sempre con Carroll, il piano dell’ex Blasters Gene Taylor e le chitarre di Mike Roach e Gary Masi, un pezzo cadenzato e ficcante, unico caso in cui Phil si avvicina parecchio al suono della sua vecchia band. Il seguito della carriera di Phil sarà piuttosto avaro di soddisfazioni, con l’aggiunta nel nuovo millennio di gravi problemi di salute che verranno fortunatamente superati: un solo altro disco da solista (County Fair 2000 del 1994, altro album che andrebbe rispolverato), varie reunion coi Blasters sia con che senza Dave Alvin, e due splendidi album recenti condivisi a metà con il più talentuoso fratello. Un”Sung Stories” non sarà un capolavoro ma vale sicuramente l’acquisto: nel 1986 la riscoperta delle radici e dei brani dell’anteguerra era di là da venire, e quindi possiamo anche dire che Phil Alvin era avanti coi tempi.

Marco Verdi

Il Tassello Mancante (In CD) Di Una Splendida Carriera. David Bromberg – Long Way From Here

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David Bromberg – Long Way From Here – Wounded Bird/Concord CD

Negli anni dal 1971 ad oggi quasi tutti i dischi pubblicati da David Bromberg, uno dei più brillanti musicisti e musicologi americani di sempre, sono poi stati ristampati in CD, anche se non dovete aspettarvi di trovarli nel negozio sotto casa. Vi era però un’eccezione, e cioè l’album Long Way From Here, uscito originariamente nel 1986, mancanza alla quale la Wounded Bird ha finalmente riparato un paio di mesi fa, con una riedizione senza bonus tracks ma con una rimasterizzazione perfetta. Long Way From Here è sempre stato un episodio particolare nella discografia del musicista nato a Philadelphia, in quanto pubblicato in origine dalla Fantasy per concludere il contratto con David, ed utilizzando materiale inedito registrato tra il 1976 ed il 1979, e senza l’autorizzazione dell’artista stesso. Un lavoro quindi molto poco considerato da Bromberg, ma in generale anche dai suoi estimatori, che però si rivela essere in realtà un disco coi fiocchi, non di certo inferiore agli album pubblicati all’epoca di queste incisioni (Reckless Abandon, Bandit In A Bathing Suit e My Own House). La Fantasy non aveva voluto danneggiare l’artista (al contrario di quanto fatto ad esempio dalla Columbia nel 1973 con Bob Dylan, allorquando aveva pubblicato la raccolta di scarti Dylan come rappresaglia a seguito del passaggio di Bob alla Asylum), ma bensì omaggiarlo con un’ultima testimonianza della sua arte.

Long Way From Here è in gran parte un album dal vivo, in quanto ben sette brani su dieci sono stati registrati tra Denver e San Francisco, ma si tratta comunque di canzoni che David non aveva mai messo su dischi precedenti (mentre i restanti tre pezzi sono inediti di studio): il disco funziona comunque alla grande, non suonando per nulla frammentario ma quasi come se fosse il prodotto di un’unica session. Ad accompagnare David c’è la sua band dell’epoca, che comprende vere e proprie eccellenze come Dick Fegy alla chitarra, George Kindler al violino, Hugh McDonald e Lance Dickerson rispettivamente al basso e batteria, oltre ad una splendida sezione fiati protagonista in gran parte dei brani, e che vede tra i vari componenti Peter Ecklund, John Firmin e Curtis Linberg. L’album parte con la trascinante The Viper, un movimentato pezzo scritto da Charles McPherson e suonato in puro stile jazz-swing, con i fiati sugli scudi, ritmo alto e deliziosi assoli di David all’acustica e Fegy all’elettrica (ma anche ogni altro strumento presente ha una parte solista): irresistibile. Loaded And Laid, di David McKenzie, è una country song dal deciso sapore vintage, alla quale i fiati donano un mood jazzato, con David che canta con la sua caratteristica voce modulata ed il gruppo che lo segue con classe sopraffina; Kitchen Girl è uno strumentale che vede all’opera solo Bromberg e Kindler entrambi al violino e Fegy al banjo, un bluegrass tradizionale che si muove a metà tra America ed Irlanda, un’altra notevole prova di bravura.

Long Afternoons è una delicata ballata di Paul Siebel, profonda e distesa, cantata dal nostro con voce confidenziale ed accompagnata in punta di dita dalla band, mentre Jelly Jaw Joe, primo brano firmato da David, è uno degli highlights del disco, una saltellante folk song in cui il leader più che cantare parla (e qui essere di madrelingua aiuterebbe), ma con una parte strumentale splendida che si trascina senza annoiare per quasi dieci minuti, in puro stile old-time music. Nashville Again, ancora di Siebel, è una limpida e toccante country ballad, ovviamente suonata benissimo, Suffer To Sing The Blues (seconda canzone originale) è come suggerisce il titolo un blues annerito e con i fiati ancora in prima fila, un pezzo decisamente godibile e dallo sviluppo disteso, con David che dice la sua anche alla chitarra elettrica in un coinvolgente botta e risposta con la tromba di Ecklund. Davvero squisita anche When I Was A Cowboy, country song dal bel ritornello corale (c’è anche la moglie di Bromberg, Nancy) ed ottimi assoli di chitarra elettrica, sia normale che slide; il disco si chiude con il noto standard folk-blues Make Me A Pallet On The Floor, riletto in maniera splendida e con un uso sensazionale dei fiati (sentire per credere), e con la gentile Trying To Get Home, una gentile ballata acustica che è anche l’ultimo dei tre pezzi scritti dal nostro.

Scommetto che scavando a fondo tra gli archivi di David Bromberg almeno un altro album del livello di Long Way From Here può sicuramente saltare fuori, ma al momento accontentiamoci di questo (ed è certamente un bel accontentarsi).

Marco Verdi