Recuperi Di Fine Anno 1: Un Brillante E Riuscito Esercizio Di Puro Swing D’Altri Tempi. Loudon Wainwright III – I’d Rather Lead A Band

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Loudon Wainwright III With Vince Giordano & The Nighthawks – I’d Rather Lead A Band – Search Party/Thirty Tigers CD

Loudon Wainwright III è sempre stato un cantautore di culto: attivo dal 1970, ha ormai consolidato una certa popolarità (soprattutto in America), ma il successo lo ha assaporato solo di sfuggita nel 1972 con il singolo Dead Skunk, unico suo disco tra LP e 45 giri ad entrare nella Top 20 https://www.youtube.com/watch?v=nssSIKOrSNk . Come tutti gli artisti di culto che non devono per forza portare risultati in termini di vendite, Loudon si sente giustamente libero di fare quello che vuole (a maggior ragione ora che ha 74 anni), e quest’anno ha deciso di unire le forze con Vince Giordano & The Nighthawks, una band di New York specializzata nel recupero di sonorità swing-jazz tipiche degli anni 20 e 30, e ha pubblicato I’d Rather Lead A Band, un album sorprendente e tra i più riusciti della lunga carriera del nostro. Loudon e Giordano avevano già collaborato all’inizio del millennio comparendo in una scena del film The Aviator di Martin Scorsese, ed in seguito anche nella serie HBO Boardwalk Empire, ma un disco intero insieme non lo avevano mai fatto.

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Che Giordano e i suoi siano un combo di musicisti formidabili non lo si scopre certo oggi (sono in sedici: tre sassofoni compreso il leader, tre trombe, due tromboni, cinque tra oboe e clarinetti, una chitarra, piano e batteria, più David Mansfield come violinista aggiunto), ma la vera sorpresa è proprio Wainwright, che alle prese con uno stile che in passato non aveva mai esplorato se la cava con grande bravura e classe, come se non avesse mai fatto altro in vita sua. I’d Rather Lead A Band è quindi un godibilissimo e divertente album che va a riprendere 14 brani antichi, la maggioranza dei quali risalenti a 80-90 anni fa: non c’è nulla comunque che vada oltre gli anni 50, ed in un caso, A Perfect Day, abbiamo anche un pezzo del 1910! Canzoni note e meno note, scritte da mostri sacri del calibro di Irving Berlin, Hoagy Carmichael, Johnny Mercer, Jimmy Van Heusen, Frank Loesser ed il duo Rodgers & Hart, ed interpretate negli anni da vere e proprie leggende come Frank Sinatra, Bing Crosby, Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Louis Armstrong, Fred Astaire, Cab Calloway, Tony Bennett, Fats Waller e la Count Basie Orchestra, ma anche da artisti contemporanei come John Fogerty (You Rascal You nell’omonimo John Fogerty del 1975), George Harrison (Between The Devil And The Deep Blue Sea nel postumo Brainwashed) e Paul McCartney (More I Cannot Wish You in Kisses On The Bottom del 2012).

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Che il disco sia un’operazione seria e fatta con tutti i crismi lo si capisce fin dall’iniziale How I Love You, uno swing ritmato e solare in cui la voce perfettamente in parte di Loudon entra dopo una lunga intro strumentale e prende subito possesso del brano, mentre i Falchi della Notte stendono un bellissimo tappeto di fiati. A Ship Without A Sail è una limpida jazz ballad eseguita con eleganza, così come Ain’t Misbehavin’ che vede il nostro prendere sempre più confidenza con il genere “revue” https://www.youtube.com/watch?v=2c9OQZHWbn8  e con i Nighthawks che suonano in punta di dita, con fiati e pianoforte protagonisti. Il CD è godibile dalla prima all’ultima canzone e non ha momenti di stanca, proponendo brani a tutto swing come I’m Going To Give It To Mary With Love, So The Bluebirds And The Blackbirds Got Together, l’irresistibile title track https://www.youtube.com/watch?v=cSpNfzoAfRI , la già citata Between The Devil And The Deep Blue Sea, resa in maniera perfetta https://www.youtube.com/watch?v=lzpnnlzpdd0 , e la coinvolgente You Rascal You https://www.youtube.com/watch?v=jXT1YUgfwa0 , ed alternandoli con momenti all’insegna della raffinatezza, piccole gemme d’altri tempi rilette in esecuzioni da manuale: The Little Things In Life, I Thought About You, My Blue Heaven e Heart And Soul https://www.youtube.com/watch?v=LBiDoHPqEIk .

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Photo Credit Ross Halfin

I’d Rather Lead A Band è quindi un disco da gustare tutto d’un fiato, ed è senza dubbio tra i più divertenti dell’anno appena trascorso.

Marco Verdi

Più Di 40 Anni Dopo Quello A L.A. Un Bel Fine Settimana A Londra. George Benson – Weekend in London

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George Benson – Weekend In London – Mascot/Provogue

42 anni fa usciva Weekend In L.A, un disco dal vivo di jazz, R&B e funky, registrato l’anno prima al Roxy Theatre di Los Angeles, album che vendette più di un milione di copie ed arrivò fino al 5° posto delle classifiche americane, grazie anche alla canzone trainante, una cover trascinante di On Broadway, dove George Benson, perché di lui stiamo parlando, andava alla grande anche di scat, senza dimenticarsi di accarezzare la sua chitarra elettrica, di cui era uno dei grandi virtuosi, sin da quando uscirono i primi album a metà anni ‘60, per Prestige, Columbia, Verve, A&M e poi dal 1971 per la CTI, dischi nei quali il suo stile si spostò man mano dal jazz iniziale ad uno stile che incorporava anche R&B, light funky e smooth jazz, fino ad arrivare nel 1976, dopo il passaggio alla Warner Bros, al successo clamoroso di Breezin’ e anche di In Flight. Poi negli anni successivi a Weekend In L.A. la sua musica si è sempre più commercializzata, perdendo parte dello spirito iniziale e aggiungendo anche molti elementi pop, arrivando pure a sfiorare la disco.

george-benson-Photo-DavidWolffPatrick-Redferns@1400x1050David Wolff – Patrick / Redferns

Ammetto che me lo ero perso per strada moltissimi anni fa, ma poi all’improvviso lo scorso anno, dopo il passaggio alla Mascot/Provogue (e sotto l’egida del produttore Kevin Shirley, famoso soprattutto per il suo lavoro con Joe Bonamassa), pubblica un album molto bello Walking To New Orleans, un omaggio alla musica di Chuck Berry e Fats Domino, suonato e cantato con grande passione e con risultati eccellenti https://discoclub.myblog.it/2019/05/04/il-classico-disco-che-non-ti-aspetti-veramente-una-bella-sorpresa-george-benson-walking-to-new-orleans/  Prima di quel disco Benson intraprende (non nell’era Covid, in rete si legge che Benson avrebbe suonato a Londra nel 2017) un tour mondiale che lo porta anche a Soho, al celebre Ronnie Scott’s Jazz Club (un piccolo locale con 250 posti, che però ha fatto la storia della musica), circa 45 anni dopo la sua ultima apparizione nel locale, creando una sorta di continuità con il vecchio Weekend in L.A., visto che anche il Roxy a Hollywood è una venue che contiene 500 persone scarse, e quindi era quasi inevitabile che il nuovo CD in uscita (al solito lo ascolto prima e quindi ho poche notizie) si chiamasse Weekend In London. Il suono purtroppo, almeno per me, torna a virare verso quello dei vecchi album, senza sbracare troppo, ma con molte concessioni verso le abitudini sonore del passato, con parecchio spazio per i vecchi successi (ma niente On Broadway che avrei ascoltato volentieri, ma magari l’ha suonata e non è stata inserita nel disco).

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Si parte con Give Me The Night, dove l’artista di Pittsburgh può indulgere nei suoi classici ritmi levigati e ballabili, nobilitati da qualche accenno di scat e dal lavoro fluido della sua fedele Ibanez, perché questo signore a 78 anni suonati è ancora sia un ottimo cantante che un virtuoso della chitarra, aiutato da un gruppo numeroso dove gentili signorine lo aiutano, anche troppo, nelle armonie vocali, le ritmiche sono rotonde, fiati, tastiere a go-go e archi (presumo sintetici) molto presenti per un suono che Shirley cerca di contenere da derive troppo zuccherose, non sempre riuscendoci, ma tutto scorre in modo comunque piacevole e suonato molto bene https://www.youtube.com/watch?v=Eqmw8rM1LWg . Turn Your Love Around, Love X Love, You Eyes, ogni tanto ci sono dei soprassalti di qualità, come per I Hear You Knocking di Dave Bartholomew via Dave Edmunds, dove il suono si anima https://www.youtube.com/watch?v=1TAqaZEEgxs , o nella cover eccellente di The Ghetto di Donny Hathaway in cui si suona della ottima soul music https://www.youtube.com/watch?v=lGYdMvsnIuw , decisamente più “leccate” Nothing’s Gonna Change My Love For You e Feel Like Makin’ Love di Roberta Flack, anche se in entrambe ci sono assoli degni di nota.

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Meglio la cover di Don’t Let Me Be Lonely Tonight di James Taylor, raffinata e notturna, con il solito lavoro di fino della chitarra di George https://www.youtube.com/watch?v=qOOoEJ1m_qM , come pure Moody’s Mood, ispirata dal celebre jazzista James Moody, che sembra quasi un brano di Nat King Cole. Love Ballad e Never Give Up On A Good Thing illustrano il lato più disimpegnato e danzereccio di Benson, mentre la cover dello strumentale di Affirmation di José Feliciano rappresenta, in modalità fusion, la sua grande perizia alla chitarra, mentre Cruise Control dal suo disco GRP del 1998 Standing Together, mette in mostra di nuovo il suo inconfondibile scat voce-chitarra e la bravura della band. In complesso, come detto, un po’ leggerino, ma piacevole, ovviamente per chi ama il genere.

Bruno Conti

L’Angolo Del Jazz. Parte Terza: Bill Frisell – Valentine

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Bill Frisell – Valentine – Blue Note CD

Bill Frisell, sopraffino chitarrista di orientamento jazz, durante la sua lunga carriera ha suonato di tutto. Dal suo esordio datato 1983 ad oggi ha pubblicato una miriade di lavori tra opere da solista e collaborazioni, spesso andando oltre il jazz e trascendendo i vari generi musicali, sperimentando via via con blues, country, folk e rock e realizzando dischi bellissimi come Nashville (forse il mio preferito), Gone Just Like A Train, Good Dog Happy Man, Blues Dream, The Willies, East/West, Big Sur (altro lavoro splendido), fino al recente Harmony, senza dimenticare il notevole Songs We Know, in duo con il pianista Fred Hersh, ed i due eccellenti album incisi come chitarrista del Ginger Baker Trio. Frisell è un chitarrista capace di coniugare tecnica e feeling, ed in grado di donare profondità con il suo tocco magico a tutti i brani a cui partecipa, cosa che lo ha portato negli anni ad essere rischiestissimo anche sui lavori altrui.*NDB Mi aggiungo io, ricordando un brano che secondo me contiene uno degli assoli più belli, lirici e lancinanti di Frisell, quello nella cover di Going Going Gone di Bob Dylan contenuta nel doppio CD Rubaiayt, che festeggiava i 40 anni della etichetta Elektra, cantata da Robin Holcomb, la trovate come brano n.25, a circa 1 ora e 33 minuti di questo link https://www.youtube.com/watch?v=h1sPaQVV684).

Valentine è il nuovo CD di Bill, ed è a mio parere uno dei suoi più riusciti, un lavoro che rappresenta una sorta di riepilogo di tutti gli stili provati in carriera: l’album è prodotto come d’abitudine da Lee Townsend (e mixato da Tucker Martine, noto per la sua collaborazione con i Decemberists) e vede il nostro esibirsi in trio assieme all’ottima sezione ritmica formata da Thomas Morgan al basso e Rudy Royston alla batteria, due musicisti con i quali Frisell ha un’intesa a prova di bomba in quanto lo accompagnano da anni on stage, ma che qui incidono con lui per la prima volta in studio. Valentine è un disco quasi perfetto nel suo genere, un album che si divide tra brani autografi vecchi e nuovi (la maggioranza) e qualche cover di estrazione molto eterogenea, il tutto con il comune denominatore della creatività di Bill e dei suoi compagni, che per tutti i 65 minuti del CD lasciano volare liberi i loro strumenti nell’aria. Apre il lavoro Baba Drame, un pezzo del cantautore del Mali Boubacar Traoré, brano attendista con Frisell che ricama di fino all’elettrica: c’è del rock ma non è un pezzo rock, ha la struttura tipica del trio jazz ma il jazz è solo sfiorato, e le percussioni aggiungono un sapore etnico.

Hour Glass è ipnotica, quasi psichedelica, e lascia il passo alla godibile title track, questo sì puro jazz, un brano che coniuga swing ed improvvisazione con una classe sopraffina (un applauso va anche ai due accompagnatori di Bill), mentre la notevole Levees mette insieme jazz ed influenze blues desertiche, un pezzo che piacerebbe molto ai Calexico. La rilassata e sinuosa Winter Always Turns To Spring Frisell l’aveva già incisa per l’album Ghost Town, ma qui mi sembra più ispirata; Keep Your Eyes Open è una deliziosa e quasi solare ballata accarezzata dal country e con un leggero mood anni 60: splendida. Altri episodi degni di nota sono lo standard A Flower Is A Lovesome Thing (composto da Billy Strayhorn), uno slow profondo e con un gran lavoro di basso, la western song Wagon Wheels (ma negli anni diventata anche un classico jazz), elegantissima e suonata in punta di dita, una rilettura pulsante ed assolutamente creativa di What The World Needs Now Is Love di Burt Bacharach, tra le più riuscite del CD, e l’acustica e leggiadra Where Do We Go?, in cui i nostri flirtano ancora col country; chiusura con una toccante versione della popolarissima folk song We Shall Overcome, quasi irriconoscibile ma densa di lirismo. Valentine quindi non è un disco di puro jazz, come non lo è di folk, blues, country, rock o fusion, ma è solo ed esclusivamente grande musica.

Marco Verdi

L’Angolo Del Jazz. Parte Seconda: Ella Fitzgerald – The Lost Berlin Tapes

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Ella Fitzgerald – The Lost Berlin Tapes – Verve/Universal CD

Mack The Knife: Ella In Berlin, live album uscito nel 1960, è stato uno dei dischi di maggiore successo della grandissima Ella Fitzgerald, semplicemente una delle massime cantanti di tutti i tempi, al punto da convincerla a tornare nella metropoli tedesca sia nel 1961 (anno in cui venne costruito il famigerato muro) che nel 1962. Se il concerto del ’61 verrà pubblicato con trent’anni di ritardo (Ella Returns To Berlin), di quello del ’62 non si saprà più nulla, al punto da far pensare che quella registrazione fosse andata persa per sempre. Fortunatamente non è stato così, ed oggi finalmente possiamo godere di quella performance grazie a The Lost Berlin Tapes, un CD che documenta il concerto del 25 marzo del 1962 allo Sportpalast, nato grazie all’iniziativa di Gregg Field, batterista jazz dal fantastico pedigree (Frank Sinatra, la Count Basie Orchestra e la stessa Fitzgerald) ed affermato produttore ed organizzatore di concerti (c’è lui dietro lo show Ella At 100, che si è tenuto nel 2017 al mitico Apollo Theatre di New York per celebrare il secolo dalla nascita della grande cantante ed è stato pubblicato su CD qualche mese fa).

Una volta messe le mani sui nastri originali della serata, Field ha svolto un lavoro certosino insieme al produttore Ken Druker, remixando completamente il tutto ed affidando poi il lavoro finito alle sapienti mani del mitico Greg Calbi per il mastering: il risultato è un album dal vivo con un sound davvero spettacolare, come se fosse stato registrato da poche settimane e non quasi 60 anni fa. Ma il suono da solo non basterebbe se non ci fosse anche la qualità della performance, e The Lost Berlin Tapes è forse addirittura superiore al disco pubblicato nel 1960: Ella, qui al massimo della sua potenza vocale ed interpretativa (all’epoca del concerto non aveva neanche 45 anni), ammalia il pubblico con una prestazione davvero strepitosa tirando fuori il meglio dalla sua fantastica ugola, presentandosi con alle spalle un terzetto formidabile composto da Paul Smith, pianista superbo (già presente nel live del ’60), e dai “nuovi” Wilfred Middlebrooks al basso e Stan Levey alla batteria (NDM: rispetto a Mack The Knife manca il chitarrista, ma il livello del concerto non ne risente). Grande band quindi, ma la differenza la fa Ella, una che davvero avrebbe potuto cantare qualsiasi cosa con la massima naturalezza, con una voce che è un vero e proprio strumento aggiunto.

Ascoltiamo quindi (con una resa sonora, ripeto, spettacolare) classici senza tempo come Cheek To Cheek (sentite come canta e come la segue il trio, già l’inizio è da cinque stelle), la raffinatissima My Kind Of Boy, una superlativa versione della celeberrima Cry Me A River e via via titoli come I Won’t Dance (che classe), Angel Eyes, Taking A Chance On Love, C’Est Magnifique, Good Morning Heartache, tutti interpretati in modo magnifico e suonati dal trio con grande eleganza e robuste dosi di swing (ed il pubblico, decisamente caldo, applaude sempre più convinto man mano che la serata prosegue). C’è anche una divertita ripresa di Hallelujah, I Love Her So di Ray Charles (che Ella vira al femminile cantando quindi “I love him so”), eseguita addirittura due volte di fila e con un accenno a Hit The Road, Jack, ed una breve ma intensissima rilettura del classico di George Gershwin Summertime, semplicemente sublime. Dopo una soffusa Mr. Paganini, in cui Ella gigioneggia piacevolmente, il concerto si chiude con l’immancabile Mack The Knife e con una fluida Wee Baby Blues, cantata tanto per cambiare senza sbavature e con una eccellente prova di Smith al piano.

The Lost Berlin Tapes è un live album strepitoso, grande musica che va aldilà del genere jazz e che ci fa riassaporare nuovamente il talento cristallino di Ella Fitzgerald: non per niente la chiamavano “The First Lady Of Song”.

Marco Verdi

L’Angolo Del Jazz. Parte Prima: Thelonious Monk – Palo Alto

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Thelonious Monk – Palo Alto – Impulse/Universal CD

Oggi inauguriamo una mini-rubrica di tre post che hanno in comune la trattazione di altrettanti album a sfondo jazz usciti di recente, due inerenti a concerti inediti del passato ed un disco in studio nuovo di zecca. Entro due mesi saremo chiamati ad esprimere le nostre preferenze musicali per questo strano 2020, e se esistesse una categoria “miglior album dal vivo che documenta un concerto storico del passato che si credeva perduto”, il CD di cui mi accingo a parlare potrebbe aspirare tranquillamente al primo posto (ma anche il prossimo di cui scriverò non scherza). Nel 1968 Thelonious Monk, uno dei più grandi ed influenti pianisti jazz di sempre, era ad un punto morto della carriera: ai ferri corti con la Columbia per la quale incideva all’epoca, Monk era pieno di debiti (pare anche con la stessa etichetta discografica) e doveva pure dei soldi alla temibile IRS per tasse arretrate non pagate. Da un’altra parte dell’America Danny Scher, studente alla Palo Alto High School in California e grande appassionato di jazz dall’età di dieci anni, avendo saputo che Monk aveva avuto un ingaggio di due settimane per esibirsi a San Francisco, decise di cogliere la palla al balzo e provare a realizzare il suo sogno: portare il grande musicista a suonare nella scuola da lui frequentata per un concerto benefico.

Erano altri tempi, e Scher (al quale non faceva difetto la tenacia) riuscì a mettersi in contatto con il manager di Monk, il quale convinse il suo assistito a prendere parte allo show anche per un ingaggio ridotto rispetto al solito, sfruttando sicuramente il bisogno di soldi da parte dell’artista. Un altro potenziale problema erano le grandi tensioni politiche e razziali presenti all’epoca in America, che avevano portato ai recenti omicidi di Martin Luther King e Robert Kennedy: la Palo Alto High School era un istituto antico ed esclusivo frequentato in maggioranza da studenti bianchi , e chiamare ad esibirsi un artista di colore non sembrava un’idea brillante dal punto di vista della sicurezza, ma per fortuna tutto si svolse nella più assoluta tranquillità. Così il pomeriggio del 27 ottobre del 1968 si scrisse una pagina di leggenda del jazz, con Monk che si esibì davanti ad un’aula magna gremitissima a capo di un formidabile quartetto che vedeva oltre a lui Charlie Rouse al sax tenore, Larry Gales al basso e Ben Riley alla batteria, un trio di musicisti che è stato anche quello con il quale Monk ha collaborato più a lungo in carriera. Nonostante qualche scetticismo sul suo stato di forma, Monk fornì una prestazione leggendaria, uno show incredibile di soli 47 minuti ma di un’intensità clamorosa, uno di quei rari momenti nei quali l’ispirazione sembra quasi potersi toccare con mano.

L’altro miracolo è il fatto che il concerto fosse stato registrato (pare dal custode della scuola, appassionato di tecnologia) e che sia sopravvissuto fino ad oggi, in più con una qualità di incisione da paura, che ritroviamo oggi in questo CD curato dallo stesso Scher ed intitolato appunto Palo Alto: in certi momenti vi sembrerà di avere il quartetto nel vostro salotto. Spesso Monk è stato accusato di essere troppo cerebrale e poco immediato, difficile non solo di carattere (pare che fosse uno che parlava pochissimo) ma anche per il suo improvvisare melodie complesse e dissonanti, ma qui a Palo Alto sembra quasi voler compiacere il pubblico offrendo una performance assolutamente godibile dalla prima all’ultima nota. Sei brani in tutto, che partono con Ruby, My Dear, una soffusa jazz ballad che inizialmente vede il nostro fare da sideman per Rouse, mentre la sezione ritmica accarezza in sottofondo: la sala è subito inondata da sonorità calde ed il pubblico ascolta in rigoroso silenzio. Al quarto minuto Monk si prende il centro della scena con una serie di fraseggi sublimi, fino a quando il sax riprende in mano il pezzo e lo porta fino allo scadere. Lo show entra subito nel vivo con i 13 fantastici minuti di Well, You Needn’t, un brano pimpante e ritmicamente ricco, durante il quale gli interventi strumentali si susseguono senza soluzione di continuità: il sax parte ancora da protagonista, basso e batteria non perdono un colpo (verso la fine c’è anche un lungo assolo di Gales con l’utilizzo dell’archetto) e Monk fa viaggiare le dita sulla tastiera alla sua maniera.

L’intesa del quartetto è superlativa ed il brano si ascolta tutto d’un fiato nonostante la lunghezza. Don’t Blame Me è uno standard degli anni 30 reso popolare nel 1948 da Nat King Cole, un lento raffinatissimo che vede il nostro esibirsi in totale solitudine, una performance formidabile che potrebbe scoraggiare chiunque volesse imparare a suonare il piano. E veniamo al momento centrale dello spettacolo, cioè una eccezionale ripresa del classico Blue Monk, una delle signature songs del nostro, 14 minuti strepitosi e fruibili al tempo stesso, in cui i quattro improvvisano alla grande senza però mai perdere il filo della melodia: da applausi la prestazione di Rouse, grande protagonista della serata quasi alla pari del suo leader. Da qui in poi il concerto è in discesa: ascoltiamo ancora una vibrante Epistrophy, il cui il piedino del sottoscritto si muove autonomamente, ed una soave I Love You Sweetheart Of All My Dreams, appena due minuti ancora per piano solo, suonato in punta di dita. Un concerto assolutamente imperdibile quindi, anche se siete tra quelli che comprano un disco di jazz all’anno.

Marco Verdi

Un Altro Grande Disco Di Una Delle Più Belle Voci Irlandesi! Mary Coughlan – Life Stories

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Mary Coughlan – Life Stories – Hail Mary Records/Nova

L’ultimo disco di studio di Mary Coughlan, l’ottimo Scars On The Calendar, registrato in coppia con Erik Visser, era uscito nel 2015 https://discoclub.myblog.it/2016/03/29/due-grandi-voci-femminili-la-seconda-dallirlanda-la-billie-holiday-bianca-mary-coughlan-werik-visser-scars-on-the-calendar/ , ma nel 2018 la grande cantante irlandese ha pubblicato anche un CD dal vivo Live And Kicking, realizzato con la sua touring band nel maggio dell’anno precedente https://discoclub.myblog.it/2018/04/02/dopo-mary-black-unaltra-voce-irlandese-strepitosa-mary-coughlan-live-kicking/ . Per l’occasione torna a lavorare dopo molti anni con il produttore, nonché chitarrista e polistrumentista Pete Glenister: per chi non la conoscesse (spero in pochi, tra gli amanti delle buona musica), la Coughlan è una delle più popolari cantanti della Emerald Isle, benché non raggiunga forse la fama di Mary Black e Christy Moore, dalla vita travagliata e perigliosa, che vi ho raccontato in altre occasioni (e la sua, anche nella copertina dell’album, è una faccia che parla), costellata da tutte le disgrazie che possono capitare ad una donna, e anche qualcuna di più, ma che ha sempre saputo rialzarsi, e negli ultimi anni sembra avere trovato una serenità e una stabilità che le consentono di proporre la sua musica in modo più continuo.

Parte della critica irlandese ed inglese l’ha definita una sorte di controparte femminile di Tom Waits, forse più per il suo approccio intenso alle canzoni che per lo stile vocale vicino invece all’idea di una Billie Holiday bianca, per la sua vita drammatica, viscerale e spesso disperata. Il timbro vocale si è fatto ancora più “vissuto”, ma rimane sempre una delle cantanti più espressive in circolazione, sempre partecipe nel suo approccio: lo stile al solito miscela jazz non convenzionale, blues, canzone d’autore, un pizzico di swing, e predilige l’uso della ballata, elevata ad arte, come dimostra subito l’iniziale Family Life, un brano di Paul Buchanan dei Blue Nile, con il suo pianista Johnny Taylor che imposta un raffinato tema musicale, entrano gli archi sintetici, ma quasi umani, suonati da Glenister e poi entra la voce, molto vicina al microfono, che sembra sussurrare calda e suadente, ma interpreta mondi interi di sentimenti con una classe unica. Molto bella anche la successiva Two Breaking Into One, una canzone di tradimenti, dove Glenister suona tutti gli strumenti, con la voce che sale ad accarezzare l’ascoltatore in un valzer quasi stridente ed inconsueto di grande intensità e con dei bei crescendi strumentali, High Heel Boots, impreziosita da una piccola ma vivace sezione fiati, va alla grande di swing seguendo lo schioccare di dita, mentre i backing vocals di Holly Palmer sottolineano la vocalità potente e quasi divertita di Mary, e anche Forward Bound, con una ritmica tambureggiante, sempre interpretata dall’ottimo Glenister, è di nuovo allegra e brillante, con coretti old style di Frances Kapelle e Violet M. Williams.

Ma poi le cose si fanno di nuovo “serie” in una sublime Elbow Deep, una ballata notturna di Karrie O’Sullivan, dove il piano di Brian Connor e il contrabbasso di Dave Redmond, seguono le splendide divagazioni vocali di una ispirata Mary Coughlan, che cambia di nuovo registro nella elettrica ed elettrizzante I Dare You To Love Me, scritta da Pete Glenister che arrangia per la cantante irlandese un suono più moderno e contemporaneo, ma sempre ricco di fascino e di tocchi jazzy. In Do It Again la nostra amica di concede qualche gigioneria, ma con quella voce come si fa a dirle di no, e poi stiamo parlando di un pezzo di Gershwin; nella propria canzone Why Do All the Bad Guys Taste So Good rievoca i tempi in cui era più “cattiva” e birichina, sempre con le due ragazze delle armonie vocali che le danno man forte in un pezzo dal suono contemporaneo e pungente, poi si fa sconsolata e affranta in Safe And Sound, accompagnata solo dal piano di Taylor e dalle chitarre di Glenister, per una interpretazione intensa e profonda. Troviamo di seguito una splendida ed emozionante versione del brano No Jerico della folksinger Susan McKeown, dove Mary esplora le sue più recondite corde per regalarci una interpretazione da brividi, con un sontuoso arrangiamento di Glenister, a chiudere invece la leggera e disincantata Twelve Steps Forward and Ten Steps Back dove si respirano profumi delle canzoni anni ‘40, aggiornate alle sonorità più moderne, piacevole ma non essenziale.

Nel complesso un ennesimo disco che conferma lo status di grande interprete di Mary Coughlan.

Bruno Conti

Tra Jazz E Blues Acustico, Un Trio Molto Raffinato. Steve Howell Dan Sumner & Jason Weinheimer – Long Ago

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Steve Howell Dan Sumner & Jason Weinheimer – Long Ago – Out Of The Past Music

Il disco si chiama Long Ago, l’etichetta che lo pubblica è la Out Of The Past Music, la stessa che ha pubblicato di recente il disco di Katy Hobgood Ray con il marito Ray https://discoclub.myblog.it/2020/03/02/un-riuscito-omaggio-alla-propria-terra-da-parte-di-una-nuova-coppia-musicale-katy-hobgood-ray-wdave-ray-i-dream-of-water/ : quindi pare chiaro che non si parla di musica legata alla stretta contemporaneità. Steve Howell, il chitarrista e cantante di questo CD, ne ha già pubblicati una decina, spesso in coppia con il bassista Jason Weinheimer, e con l’altro chitarrista Dan Sumner ha pubblicato anche il precedente History Rhymes, e in quello prima ancora era presente la Hobgood Ray. Il disco è stato concepito ed inciso in una serie di studi di registrazione all’intersezione tra Arkansas, Texas e Louisiana, Ark-La-Tex e lo stile impiegato è un misto tra blues acustico e jazz, visto che entrambi i chitarristi usano chitarre acustiche archtop e flattop, nel caso di Howell suonate in fingerpicking.

Il repertorio viene appunto da blues e standard jazz, con il buon Steve in possesso di una voce suadente e piacevole, che mi ha ricordato vagamente il Clapton di Unplugged, ma anche quella dei crooner più delicati ed il risultato è un disco intimo e raffinato indicato a chi ama la musica tradizionale, magari di nicchia. Diciamo che la vivacità non è uno dei tratti principali dell’album, non succede molto nelle canzoni per intenderci, Howell e Sumner accarezzano le chitarre con grande tecnica, feeling e voluttà e l’insieme, oltre che saltare fuori dal passato è in fondo senza tempo, volutamente demodé. Dalla rilettura di Singin’ The Blues, un oscuro brano ripescato dagli anni ‘20, ma ripreso anche da Geoff Muldaur e Martha Wainwright, si passa ad Angel Eyes, una canzone anni ‘40 dal repertorio di Ella Fitzgerald e Frank Sinatra, ma in queste versioni ovviamente non ci sono orchestre swinganti, bensì esecuzioni per sottrazione, molto discrete. Please Send Me Someone To Love, il pezzo di Percy Mayfield lo conoscono quasi tutti, e le note immortali della canzone non sarebbero fuori posto in qualche fumoso localino dove passare la serata in compagnia, anche di buona musica, con Howell che la porge con classe e discrezione sia nella parte cantata che in quella strumentale, Do Nothing ‘Til You Hear From Me era di Duke Ellington e le due chitarre si intrecciano con grande nonchalanche tra tecnica e feeling, mentre Steve porge su un vassoio il suo contributo vocale.

Insomma ci siamo intesi su cosa aspettarci: non mancano brani più intricati come Song For My Father di Horace Silver, per quanto sempre eseguito con moderata sobrietà e sussurrato da Howell, che poi si lascia trasportare dalla bossa nova di Dindi qui in chiave strumentale, per poi tornare alle 12 battute classiche di Nothin’ But The Blues, anche questa dell’Ellington anni ‘30, seguita da una Z’s, che, se mi perdonate la battuta irriverente, un poco riflette anche l’effetto che potrebbe avere su qualche ascoltatore, anche se è uno dei brani più mossi del CD. Che prevede pure la presenza di Bei mir bist do schön, un pezzo yddish sempre anni ‘30, felpato e divertente, con intricati intarsi sonori, conosciuto nella versione cantata in inglese dalle Andrew Sisters; I’ll Remember April era in un film di Abbott e Costello, che per noi italiani sarebbero “Gianni E Pinotto” ed è stata cantata anche da Judy Garland, per quanto questo malinconico ed intricato pezzo qui appare in versione strumentale, a sottolineare la bravura di Howell e Sumner, che chiudono con una composizione di Johnny Mercer come la brillante I Thought About You. In definitiva se vi sentite di spirito “jazzy” e rilassato questo CD potrebbe fare per voi, non iniziati astenersi.

Bruno Conti

Questa Volta Un Diverso Modo Di Vedere Il Blues, Ma Sempre Affascinante! Fabrizio Poggi – For You

fabrizio poggi for you

Fabrizio Poggi – For You — Appaloosa Records/Ird

Lo avevamo lasciato tre anni fa, con l’album registrato in coppia con Guy Davis Sonny & Brownie’s last train, poi entrato nella cinquina della categoria Best Traditional Blues Album ai Grammy Awards del 2018, vinto dai Rolling Stones https://discoclub.myblog.it/2017/11/28/se-amate-il-blues-quasi-una-coppia-di-fatto-guy-davis-fabrizio-poggi-sonny-brownies-last-train/ . Quello era il capitolo 22 della lunga carriera di Fabrizio Poggi, contrassegnata soprattutto dal Blues: spesso e volentieri con i suoi Chicken Mambo, ma anche con innumerevoli collaborazioni con i musicisti più disparati, la più recente, prima del disco con Davis era stata quella con le Texas Blues Voices, ma in passato anche tuffi nella canzone popolare con i Turututela, con Francesco Garolfi nel semididattico The Breath Of Soul, storie e leggende relative all’armonica a bocca, un album come Il Soffio Della Libertò: il blues e i diritti civili, in questi tempi tornato quanto mai di attualità.

Insomma una produzione sterminata in quasi 30 anni di attività discografica; i suoi dischi sono stati molto apprezzati in giro per il mondo, e soprattutto negli States, dove ha raccolto vari riconoscimenti nelle manifestazioni dedicate al blues. Per l’occasione Fabrizio Poggi tenta una strada musicale leggermente diversa dal solito: mantenendo la stella polare sulle 12 battute, il musicista di Voghera inserisce, insieme all’ingegnere del suono, arrangiatore e bassista Stefano Spina, che produce l’album, un approccio dove confluiscono anche elementi e sfumature jazz e rock, per altro presenti, magari in misura minore anche in passato, oltre agli immancabili tocchi gospel soul. Insomma forse un disco meno immediato e carnale, ma più raffinato e ricercato anche nei suoni, diverso ma sempre riconducibile al suo stile. Dieci brani, tra cui la title track For You di Eric Bibb, nei quali la strumentazione prevede l’uso del contrabbasso, suonato dal musicista jazz pavese Tito Mangialajo, una piccola sezione fiati con Tullio Ricci al sax e Luca Calabrese al sax, Stefano Intelisano al piano in For You, e Pee Wee Durante all’organo, Enrico Polverari alle chitarre, e in un paio di brani Arsene Duevi, voce, oltre ad un consistente coro gospel.

Il disco è stato concepito e realizzato prima dell’arrivo della pandemia, ed esce curiosamente (o no) a pochi giorni dal 1° luglio, data del 62° compleanno di Fabrizio, senza dimenticare i temi sociali ed umanitari da sempre cari a Poggi, che nelle note del libretto ci dice che “Questo è un disco “per”: per te, per noi, per tutti. Perché uniti ce la faremo” Si diceva dieci canzoni, tra originali, tradizionali arrangiati e altro: dall’iniziale Keep On Walkin, una ballata notturna e jazzy, scandita dal contrabbasso, con il sax che interagisce con l’armonica, una elettrica minacciosa sullo sfondo, suonata da Giampiero Spina, mentre Poggi declama in modo quasi piano il testo carico di significati gospel, con If These Wings che confluisce nel precedente senza soluzione di continuità e la stessa strumentazione, con la tromba al posto del sax. La breve Chariot, cita il classico gospel Swing Low Sweet Chariot, solo voce, armonica e contrabbasso, mentre Don’t Get Worried è un blues classico elettrico e tirato, con la chitarra solista veemente e quasi acida che si fa sentire, e anche il lento minaccioso I’m Goin’ There si riallaccia agli stilemi abituali del blues, quello più rigoroso, magari con richiami arcani, con l’immancabile crescendo e il call and response tra voce, armonica e chitarra.

For You è una bellissima e deliziosa ballata pianistica con sezione archi e armonica, cantata con il “coeur in man” come si dice in Lombardia, che anche in questo caso confluisce nella successiva My Name Is Earth, un fluente gospel dove si inseriscono via via, coro maestoso, sezione ritmica, chitarra, armonica, organo, in un crescendo di grande fascino. Just Love è il classico blues che ti aspetteresti da Fabrizio, magari con una strumentazione più ricca, ma tipica del suo repertorio, Sweet Jesus, con quello che sembra un ukulele, è un altro gospel, caldo, sereno ed avvolgente, con i piccoli soffi dell’armonica a tipicizzarlo, lasciando la chiusura a It’s Not Too Late, altra gospel song che parte arcana su un coro a bocca chiusa e la voce di Arsene , poi introduce, armonica, organo, sezione ritmica, archi e un approccio corale e solenne. Diverso dal solito ma un ennesimo bel disco di Fabrizio Poggi.

Bruno Conti

 

 

Per Fare Un Bel Disco, Bastano Un Grande Pianista E Un Grande Cantautore! Paul Kelly & Paul Grabowsky – Please Leave Your Light On

paul kelly paul grabowsky please leave your light on

Paul Kelly & Paul Grabowsky – Please Leave Your Light On Cooking Vinyl – CD – LP

Gli ammiratori di lunga data di Paul Kelly (come il sottoscritto), incominciano a preoccuparsi della iperattività di questo grande artista australiano. Infatti negli ultimi cinque anni questo signore ha pubblicato Death’s Dateless Nights in coppia con Charlie Owen, e Seven Sonnets & A Song (16), Life Is Fine (17), Nature (18), seguìto dallo straordinario Live At Sidney Opera House (19), e ora arriva questo ultimo lavoro in coppia con il connazionale, “famoso” pianista jazz Paul Grabowsky: una iperattività dicevamo all’inizio, che si è già riscontrata anche negli ultimi anni di carriera di Leonard Cohen, e di Archie Roach, (altro importante artista australiano, a sua volta nostro abituale cliente sul blog), personaggi che in passato erano soliti prendersi tempi più lunghi fra un lavoro e l’altro (per quanto riguarda Kelly dai 3 ai 5 anni).

Please Leave Your Light On è un album di belle canzoni (solo piano e voce), che Kelly interpreta con l’accompagnamento al piano di Grabowsky, un disco che rimanda ad una deliberata evocazione dei più che nostalgici duetti fra Tony Bennett e Bill Evans, oppure quelli ancor più famosi tra Nelson Riddle (in questo caso orchestra)  e il grande Frank Sinatra, andando a pescare dall’immenso “songbook” di Kelly, che non è comunque certo un crooner, ad eccezione dell’unica scelta di Grabowsky, una Every Time We Say Goodbye di Cole Porter ( di cui vi consiglio di ascoltare la meravigliosa versione di Ella Fitzgerald).

Le versioni in chiave “jazz” partono con True To You, un brano mai inciso da Kelly, rimasto fuori dal magnifico The Merry Soul Sessions(14), a cui fanno seguito, quasi sempre rigorosamente piano e voce, una ballata avvolgente come Petrichor (da Life Is Fine (17), per poi entrare nell’anima e nella mente con la carezzevole bellezza di When A Woman Loves A Man (la trovate su Spring And Fall (12), e reinventare una Sonnet 138 dall’album dedicato alla memoria di William Shakespeare (Seven Sonnets & A Song (16), dove ancora una volta emerge la bravura di Paul Grabowsky. Da un album folk-rock come Spring And Fall (12), viene rivoltata come un calzino anche la suadente Time And Tide, per poi riproporre da Ways And Means (04) la recitativa Young Lovers (perfetta da suonare in un Jazz Club di Harlem), come pure la seguente già citata Every Time We Say Goodbye, un classico senza tempo di Cole Porter, dove i due Paul gareggiano in bravura, per poi recuperare da un album dimenticato come Stolen Apples (07), una magnifica e sofferta ballata come Please Leave Your Light On.

Più ci si avvia alla fine del viaggio, più il quoziente emotivo sale, che si manifesta nella delicata versione in punta di note di You Can Put Your Shoes Under My Bed, meritoriamente recuperata dall’album dal vivo con Neil Finn Goin’ Your Way (13), bissata da una struggente Winter Coat che viene ripescata da uno dei primi lavori di Kelly con i suoi Messengers Comedy (89), riproporre una versione intrigante di God’s Gradeur dall’album Nature (18), e andare a chiudere al meglio e commuovere con il brano finale If I Could Start Today Again (la trovate solo nella raccolta Songs From The South (97), dove le magnifiche note del pianoforte di Grabowsky, accompagnano l’armonica e il cantato di Kelly. Per chi scrive, ed è ovviamente un parere molto personale, ci sono pochi cantanti (di qualsiasi generazione) che possono portare a termine un lavoro del genere, una collaborazione con Paul Grabowsky che arriva ben tre decenni dopo il loro primo incontro, e in questi tempi estremamente impegnativi, è bello vedere che il miglior pianista jazz e il miglior (?) cantautore australiano, si sono uniti per dare alle stampe questo splendido set di gemme selezionate e adattate per pianoforte acustico e voce.

Please Leave Your Light On certamente non è un disco di facile ascolto, sicuramente un CD per orecchie e palati fini, ma per gli amanti del genere, credetemi, il risultato è sublime. Da ascoltare con luci soffuse e in dolce compagnia.

Tino Montanari

*NDT: Per dovere di informazione, a conferma di quanto scritto ad inizio recensione, nel frattempo il 10 giugno è uscito, solo per streaming, su Spotify oppure lo trovate anche qui https://www.nme.com/en_au/news/music/paul-kelly-releases-surprise-new-album-forty-days-2685021 e download, anche un album di Paul Kelly Forty Days, registrato a casa e poi condiviso, sotto forma di video, nelle varie piattaforme, proprio durante la quarantena (da cui il titolo, anche in italiano ‘quaranta giorni’ ), composto di brani pescati anche dal repertorio di musicisti scomparsi negli ultimi mesi (John Prine e Bill Withers), oltre che da poemi, qualche classico e dei brani dello stesso Kelly, nel qual caso, se volete, to be continued…!

Sempre Raffinata E Di Gran Classe! Norah Jones – Pick Me Up Off The Floor

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Norah Jones – Pick Me Up Off The Floor – Blue Note/Virgin/EMI CD Deluxe

Sono passati ormai 18 anni dal clamoroso successo del disco di esordio Come Away With Me e Norah Jones con questo Pick Me Up Off The Floor arriva ora al suo ottavo album da solista (senza contare il mini Begin Again, di cui tra un attimo). L’artista newyorchese (ma come è noto il padre è Ravi Shankar), a marzo ha compiuto 41 anni (sempre dire l’età delle signore), e quindi questo album potrebbe essere quello della maturità raggiunta, visto che la consacrazione l’ha ormai conquistata da anni, anche se nella sua discografia, tra molti alti e poche “delusioni”, ha comunque intrapreso anche parecchi percorsi alternativi, deviazioni dal suo stile abituale che comunque denotano una certa irrequietezza artistica, e che l’hanno portata a diverse collaborazioni: il disco con Billy Joe Armstrong dei Green Day, la band country collaterale dei Little Willies, quella country alternative delle Puss’N’Boots che hanno pubblicato un secondo disco Sister, uscito a metà febbraio agli albori della pandemia, e quindi passato abbastanza sotto silenzio, oltre ad avere avuto decine, forse centinaia di partecipazioni a dischi altrui.

Stabilito che lo stile musicale di Norah non è facilmente etichettabile, si è parlato di jazz-folk-pop, che potrebbe essere corretto, io azzarderei anche un genere che era molto in uso negli anni ‘70, soft rock, oppure, forse ancora più calzante, cantautrice con piano, così la mettiamo proprio sul didascalico spinto. Si diceva di Begin Again, un mini CD con 7 brani, estrapolati da una serie di brani che la Jones aveva iniziato ad incidere dal 2016, subito dopo il termine del tour di Day Breaks https://discoclub.myblog.it/2017/11/14/per-la-serie-e-io-pago-norah-jones-day-breaks-deluxe-edition/ , in quello che doveva essere un periodo di pausa e riposo, aveva deciso periodicamente di entrare in studio di registrazione per incidere dei nuovi pezzi, da pubblicare solo in formato digitale, frutto anche di collaborazioni (con Mavis Staples, Rodrigo Amarante, Thomas Bartlett, Tarriona Tank Ball e altri) ed alla fine raccolte in Begin Again: nelle stesse sessions però Norah aveva inciso vari altri brani, ulteriori canzoni sotto forma di demo, di cui riascoltando sul telefonino i mix non definitivi mentre passeggiava col cane, si era accorta delle potenzialità e deciso di portarle a compimento in sette diversi studi di registrazione, per arrivare a questo Pick Me Up Off The Floor, che alla fine si rivela uno dei suoi dischi migliori, al solito molto eclettico nei risultati.

Prodotto dalla stessa Jones, a parte i due brani con Jeff Tweedy, nel disco suonano moltissimi musicisti, anche se una delle figure centrali può essere individuata nel bravissimo batterista Brian Blade, presente in sei brani su undici (del CD esiste anche una versione Deluxe con 13 canzoni, sempre singola e pure “costosa,” considerando solo le due tracce extra, però bella, come vedete sopra, ma sono i soliti misteri della discografia). L’album si apre con How I Weep, una sorta di poesia, la prima scritta dalla nostra amica per l’occasione, How I weep for the loss/And it creeps down my chin/For the heart and the hair/ For the skin and the air/That swirls itself around the bare/How I Weep”, meditabonda e malinconica, su uno sfondo di viola, violino ed archi, che accompagnano il piano, e sul quale piange per alcune perdite. In Flame Twin troviamo Pete Remm a chitarra elettrica, organo e synth, oltre a Blade e John Patitucci al basso, un brano bluesato e raffinato che ricorda certe colleghe anni ‘70 come Carole King e Laura Nyro, mentre Hurts To Be Alone vira su territori soul jazz, a tempo di valzer, con Norah anche a piano elettrico e organo, doppiato da Remm, Christopher Thomas che affianca Blade al contrabbasso elettrico, e le voci suadenti di Ruby Amanfu e Sam Ashworth, per un brano felpato e sinuoso.

Heartbroken, Day After replica la stessa formazione per una canzone dall’afflato notturno, al quale comunque la pedal steel di Dan Lead contrappone al cantato quasi birichino della Jones un piccolo tratto da ballata country, una delle canzoni migliori del CD, molto bella anche la più mossa e brillante Say No More, con l’aggiunta del sax tenore di Lee Michaels e la tromba di Dave Guy, che accentuano nuovamente lo spirito jazzy, evidenziato anche dall’ottimo lavoro del piano. This Life, registrata in trio con Blade e Jesse Murphy al contrabbasso elettrico, già presente nel brano precedente, mi ha ricordato a tratti certi brani inquietanti tipici di Rickie Lee Jones, mitigato dalle angeliche armonie vocali.

To Live è una canzone gospel-soul, tra New Orleans e Mavis Staples, con fiati sommessi e di nuovo eccellenti intrecci vocali, I’m Alive è uno dei due brani con la famiglia Tweedy, Spencer alla batteria, e Jeff all’elettrica e al basso, che pur rimanendo nell’ambito della musica della nostra amica, aggiunge quel tipico tocco melodico del leader dei Wilco, nelle sue ballate migliori. Where You Watching, con il testo dell’amica poetessa Emily Fiskio, è una nuovamente inquietante e misteriosa nenia attraversata dal violino incombente di Mazz Swift, dai florilegi del pianoforte e da un cantato quasi piano e dolente.

Stumble On My Way è una di quelle ballatone soffuse e malinconiche delle quali la musicista di Brooklyn è maestra , di nuovo con la weeping pedal steel di Lead ad impreziosirla. A chiudere la versione standard l’altro brano con e di Jeff Tweedy, Heaven Above, un duetto soffuso, quasi flebile con la Jones a piano e celesta e il musicista di Chicago alla chitarra acustica. Le bonus sono Street Strangers, un altro brano in linea con le atmosfere solenni e ricercate dell’album e la deliziosa Trying To Keep It Together, una strana scelta come singolo estratto dall’album, un pezzo solo voce e piano che illustra il lato più delicato e riposto del suo repertorio https://www.youtube.com/watch?v=IcjVoPRbKKY .

Bruno Conti