IL Ritorno Della Appaloosa, Tra Ballads e “Blues And Moonbeams On The Menu” Con Luciano Federighi!

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Luciano Federighi – Blues And Moonbeams On The Menu – Appaloosa/IRD

Più o meno un anno fa se ne andava Franco Ratti, ma quasi per un destino ineluttabile la sua creatura preferita, la Appaloosa Records, rinasce attraverso il lavoro di suo cugino, Simone Veronelli, che co-produce e distribuisce questo nuovo album. Quindi l’etichetta del “cavallo selvaggio”  riprende il suo ultratrentennale percorso con un disco, questo Blues And Moonbeans On The Menu, che è opera di un artista inequivocabilmente italiano, e il cognome lo tradisce, ma gli intenti e la musica, come la voce, sono da bluesman, anzi da jazzista, anzi tutti i due.

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Se vi venisse proposto un blind test (come ho fatto con alcuni amici), sarebbe difficile non scambiare la voce di Luciano Federighi per quella di un qualche cantante americano di musica nera, un veterano di lungo corso, quale in effetti è, un “italiano per caso”, come mi piace chiamare questi musicisti appassionati dei suoni che vengono dall’altra parte dell’oceano. E in effetti, nelle sue molteplici attività di scrittore, giornalista (soprattutto con Musica Jazz, ma mi pare abbia anche scritto per il Buscadero), curatore di programmi radiofonici, collaboratore di vari Festival, tra cui il mitico Sweet Soul Music e tante altre attività, Federighi, nativo di Pisa ma viareggino a tutti gli effetti, con una laurea in letteratura angloamericana, ha anche insegnato alla università di Davis in California e ha girato in lungo e in largo gli Stati Uniti per inseguire la sua passione per il blues, il soul e il jazz e già dagli anni ’70 (perché come si intuisce dalle foto, non è un giovane di belle speranze) si esibiva, come tastierista/sassofonista ma anche cantante, con le prime formazioni blues italiane.

Il jazz ha sempre avuto una lunga tradizione sui nostri lidi, fin dai tempi del fascismo, come potrebbe ricordarvi in qualche suo dotto saggio il “collega” appassionato, ma qui lo valutiamo (si fa per dire) come cantante e anche in questa professione la militanza è lunga, con molti dischi all’attivo, soprattutto in ambito jazzistico. Questo nuovo lavoro viene presentato come un album di blues ma in effetti lo si potrebbe definire un disco di “Ballads and Blues”, come indica la prima parte del titolo, che è in comune con un famoso album di Bill Evans, ma il repertorio che si ispira al lavoro di gente come Percy Mayfield, a cui è dedicato il primo brano A Talk With The Blues, di Nat King Cole, ma anche del grande Otis Redding, che è un pallino di Luciano e di molti altri grandi cantanti e musicisti di musica nera (ho dimenticato Charles Brown?).

I brani se li scrive lui, con poche eccezioni, se li canta, con una profonda e calda voce baritonale, li suona con un trio chitarra, Tiziano Montaresi, basso, Mirco Capecchi e piano, Andrea Garibaldi. Si fa aiutare da qualche ospite, come la brava cantante Michela Lombardi, dalla voce pimpante e birichina, in un paio di medley, Summer Medley e Moon Medley (con citazione di Blue Moon nel finale), che se non insidiano quelli di Ella & Louis, sono nondimeno molto piacevoli e godibili. In alcuni brani appare l’armonica di Lou Faithlines (dovrebbe essere Henry Schiowitz sotto mentite spoglie) e, spesso, ancora Davide Dal Pozzolo che si divide tra sax alto, tenore e soprano e clarinetto e alto clarinetto, con ottimi risultati.

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Risultati che sfociano in quelli dei “classici” che spesso vengono citati, con rispetto e amore, dai musicisti che suonano nel disco: raffinati e complessi come nell’iniziale e già citata A Talk With Blues, sbarazzini come nei due medleys (con la s, plurale, come direbbe Arbore) o I’ve Seen Old Granny Walkin’ Down The Road, malinconici come nelle ballads, Is That All is Left Of A Kiss, Chelsea On A Winter Night, It’s All So Good, but This Is Better, ironici e divertiti come in The Story Of A Writer Who Never Wrote A Single Line, addirittura notturni come da titolo, in Beyond The Night e I Walk The Night, scritti in compagnia del chitarrista Montaresi, con l’argomento della notte che ricorre spesso nei brani contenuti in questo CD fin dal titolo, con i suoi “raggi di luna” che si accoppiano con il Blues. Non so se è un offesa (ma non credo) o un complimento: non sembrano nemmeno italiani, tanto sono bravi. Lo so, ci sono tantissimi musicisti italiani bravi in giro, basta saperlo. Ora potete aggiungerne un altro, caldamente consigliato, per ampliare gli orizzonti.

Bruno Conti  

Tutti Sulla Macchina Del Tempo! Otis Grand – Blues ’65

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Otis Grand – Blues ’65 – Maingate Records

Il titolo è di per sé già abbastanza esplicativo, se aggiungiamo il sottotitolo …For Listening Swingin’ & Dancing, e il motto riportato nel libretto del CD “Good Blues Feel Good”, la filosofia che sta alle radici di questo album è piuttosto chiara: musica, anche scritta oggi, ma con lo spirito di quegli anni, dal 1965 a ritroso, quindi niente rock-blues, che non era stato ancora inventato ma blues puro, meglio se nella migliore tradizione dei dischi che B.B. King incideva in quel periodo per la ABC-Paramount, rockabilly e rock’n’roll, country&western mascherato (ci sono un paio di brani firmati da Charlie Rich), ma anche pura musica da ballo, Rumba Conga Twist è uno strumentale firmato da Grand ma avrebbe potuto essere uno dei successi che eruttavano dai jukebox  in quel fatidico anno. Come molti sanno (in caso contrario ve lo sto dicendo) Otis Grand, come lascia intuire la carnagione, è un bluesman di scuola americana, ma nato a Beirut in Libano e residente a Croydon in Inghilterra, chitarrista sopraffino della vecchia scuola (accentuata in questo disco dall’utilizzo della Gibson Es-335 per evidenziare ulteriormente questo viaggio nel tempo, già peraltro effettuato nel suo precedente album, Hipster Blues, che celebrava la musica Mod & R&B sempre degli anni ’60).

Anni che evidentemente sono quelli della sua formazione musicale (è nato nel 1950, quindi non è più uno sbarbatello), quando il pop, il rock, il soul, il R&B, il country, il R&R e perfino il Blues convivevano nelle classifiche senza problemi, e c’è una bella paginetta nel libretto del CD che ci racconta cosa succedeva nel 1965. Per fare tutto ciò Otis si è recato in quel di Limoges in Francia, con qualche capatina nel Vermont, a conferma dello spirito internazionale del progetto, e con l’aiuto di un cospicuo manipolo di musicisti di nome (ma non di grande fama se non per gli appassionati) ha realizzato questo divertente dischetto: per citarne alcuni, il cantante ed armonicista è lo spesso sottovalutato Sugar Ray Norcia, vocalist dalla voce vellutata (sentite l’eccellente lavoro che fa nel brano d’apertura, la scatenata Pretend, che era cantata in origine da Nat King Cole e dove i fiati, oltre alla voce, sono i grandi protagonisti), al basso e contrabbasso Michael “Mudcat” Ward, Greg Piccolo con il suo sax tenore guida la numerosa pattuglia della sezione fiati, ossia Carl Querfurth, John Peter LoBello, Paul Malfi, Doug “Mr Low” James (già i nomi ti ispirano), Anthony Geraci al piano e organo e l’ex bambino prodigio Monster Mike Welch solista aggiunto in un paio di brani.

Ogni cosa funziona alla grande, Who Will The Next Fool Be, una delle canzoni scritte da Rich, potrebbe provenire da uno dei dischi di B.B. King di quell’annata, chitarra pimpante, una voce che ti mette allegria (e non rimpiangere quella di Bobby Blue Bland che la cantava ai tempi), piano saltellante e atmosfera vintage, ma che classe ragazzi. Proseguendo nell’ascolto di Live At The Regal (ah non è quello, mi sembrava di non avere sbagliato a infilare il dischetto nel lettore), parte uno strepitoso blues con fiati come Bad News Blues On TV, a firma dello stesso Grand che rilascia anche un assolo strepitoso con la sua Gibson d’annata, che se fossi BB King gli farei una telefonata per complimentarmi, ma purtroppo non lo sono. Già detto della coinvolgente Rumba Conga Twist dove la ficcante solista di Grand è di nuovo protagonista, ma tutto il gruppo si diverte, citerei anche un super slow come Do You Remember (When) addirittura pennellato e la divertente e nuovamente scatenata I Washed My Hands In Muddy Water, un successo appunto del 1965 di Stonewall Jackson ma che tutti ricordano (tutti?) nella versione di Elvis Presley del ’71, questa di Grand è decisamente più swingata e blues con Sugar Ray Norcia che soffia alla grande nella sua armonica.

Midnight Blues, l’altro pezzo di Charlie Rich ha un suo perché come l’eccellente escursione nel New Orleans soul rappresentata da Please Don’t Leave, cantata con passione da Brother Roy Oakley, che era il vecchio cantante della band di Grand, ora ritirato dalle scene ma sempre tosto. In molti brani, anche quelli già citati, sembra di ascoltare la vecchia Butterfield Blues Band che nasceva proprio in quel periodo, il suono di Grand è molto Bloomfield, per esempio in In Your Backyard o in Shag Shuffle dove si scambia “fendenti” con Monster Mike Welch, come facevano appunto Bloomfield e Bishop. Warning Blues è un bel duetto tra Norcia e Grand, un blues intenso e gagliardo, come si conviene e la conclusiva Baby Please (Don’t Tease) è un boogie swingato con i due chitarristi e i fiati ancora sugli scudi. Questo è un “passato” che ci piace, divertente e coinvolgente come usava in quel fatidico 1965!

Bruno Conti