Anticipazioni Della Settimana (Ferr)Agostana, Prossime Uscite Di Settembre: Parte II. Paul Simon, Yes, Bob Seger, Kathy Mattea, Mike Farris

paul simon in the blue light 7-9

Eccoci alla seconda parte delle uscite di settembre, quelle di venerdì 7.

Il nuovo album di Paul Simon In The Blue Light sarà un disco autocelebrativo, nel senso che Simon ricanterà 10 sue vecchie canzoni in versioni con arrangiamenti nuovi di zecca, sempre aiutato in ambito di studio dal suo vecchio produttore Roy Halee, che collabora con lui sin dagli anni ’60. La scelta dei brani, effettuata dallo stesso Paul, è caduta su una serie di pezzi ripescati con cura dallo stesso artista tra le sue composizioni preferite, tra le meno note del suo songbook, estratte da There Goes Rhymin’ Simon (1973), Still Crazy After All These Years (1975), One-Trick Pony (1980), Hearts and Bones (1983), The Rhythm of The Saints (1990), You’re The One (2000) e So Beautiful Or So What (2011).

Tra i musicisti che hanno partecipato alle registrazioni dell’album, oltre al vecchio amico Steve Gadd, ci sono alcune scelte interessanti provenienti dalla scena jazz, tra cui Wynton Marsalis alla tromba, Bill Frisell alla chitarra, sempre alla batteria Jack DeJohnette e il quintetto cameristico yMusic. Questo disco sarà la prima parte di una coppia di dischi, diciamo “commemorativa”, per festeggiare quello che dovrebbe il suo ultimo tour, e sarà seguito da un altro album, intitolato Alternate Tunings, che conterrà versioni alternative e rarità pescate dall’archivio di Simon.

Nell’attesa ecco la tracklist completa di In The Blue Light, con il sesto brano del CD in particolare che è una delle mie canzoni preferite in assoluto di Paul Simon (e so che anche molti altri amano moltissimo Hearts And Bones, il disco splendido, ma meno celebrato di altri, da cui è tratto il brano). Etichetta Sony Legacy. 

1. One Man’s Ceiling Is Another Man’s Floor
2. Love
3. Can’t Run But
4. How The Heart Approaches What It Yearns
5. Pigs, Sheep And Wolves
6. René And Georgette Magritte With Their Dog After The War
7. The Teacher
8. Darling Lorraine
9. Some Folks’ Lives Roll Easy
10. Questions For The Angels

yes live at the apollo 7-9

Sempre il 7 settembre è in uscita, per la Eagle/Universal, un disco per celebrare i 50 anni di carriera degli Yes. Anche se, in modo un po’ surretizio, è presentato come Yes Featuring Jon Anderson, Trevor Rabin and Rick Wakeman, non propriamente la formazione più celebre e più rappresentativa della band inglese, che nel 2017 è stata “indotta” nella Rock And Roll Hall Of Fame, e quindi per festeggiare l’evento è tornata on the road con una serie di concerti culminata con questo Live At The Apollo, che non è quello celeberrimo di New York bensì una sala concerti di Manchester. Mancano Steve Howe e Chris Squire (scomparso nel 2015), ma anche tra i batteristi Alan White o Bill Bruford: Howe e White suonano al momento, con Geoff Downes, in un’altra formazione parallela degli Yes, dove ci sono anche Billy Sherwood e il cantante Jon Davison, mentre a completare la line-up di questo disco dal vivo ci sono Lee Pomeroy e Lou Molino III, basso e batteria, che francamente non conosco. Diciamo una situazione incasinata, anche se creata con l’accordo dei due tronconi del gruppo che possono utilizzare entrambi il nome Yes grazie ad un clausola stipulata da Squire, quando era ancora in vita, con Jon Anderson.

Il disco, come al solito, esce in varie versioni, 2 CD, DVD o Blu-ray, e se la formazione della band non è forse quella più rappresentativa, molto delle canzoni sicuramente lo sono, e la dimensione Live sicuramente giova alla riuscita.

Ecco tutti i brani di Live At The Apollo: pochi, perché molti sono lunghissimi e anche sotto forma di medley.

1. Intro / Cinema / Perpetual Change
2. Hold On
3. I’ve Seen All Good People : (i) Your Move (ii) All Good People
4. Lift Me Up
5. And You & I (i) Cord Of Life (ii) Eclipse (iii) The Preacher, The Teacher (iv) Apocalypse
6. Rhythm Of Love
7. Heart Of The Sunrise
8. Changes
9. Long Distance Runaround / The Fish (Schindleria Praematurus)
10. Awaken
11. Make It Easy / Owner Of A Lonely Heart
12. Roundabout

bob seger heavy music 7-9

Dopo l’album di fine anno scorso di Bob Seger, si è creato di nuovo interesse per la sua musica e quindi si va a ripescare anche nei primordi della sua carriera, quando era un giovane rocker dell’area di Detroit, alla guida di un gruppo The Last Heard, che ha lasciato solo una manciata di 45 giri registrati tra il 1966 e il 1967 per la Cameo Records e che vengono raccolti ora in Heavy Music, una sorta di compilation che verrà pubblicata dalla ABKCO, non una piccola etichetta,  visto che fa parte del gruppo Universal ed è quella che abitualmente pubblica in USA il materiale anni ’60 degli Stones.

Partiamo di un disco per completisti ovviamente, ma sembra interessante, sentire per credere qui sopra, tra psych e garage, puro Nugget sound. Ecco la lista dei contenuti.

1. Heavy Music (Part 1)
2. East Side Story (Vocal)
3. Chain Smokin’
4. Persecution Smith
5. Vagrant Winter
6. Very Few
7. Florida Time
8. Sock It To Me Santa
9. Heavy Music (Part 2)
10. East Side Sound (Instrumental)

kathy mattea pretty bird 7-9

Kathy Mattea è una delle voci più interessanti del country americano (quello di qualità), vincitrice di due Grammy ed autrice di molti album, sin dall’esordio nel 1984 con il suo debutto omonimo, sempre con uno stile che incorporava folk e bluegrass nel suo songbook (e un pizzico di rock). Proprio la voce, che è uno dei suoi tratti distintivi, ha subito, a causa di una malattia, dei cambiamenti negli ultimi anni, e quindi la cantante si era presentata titubante alle registrazioni per il nuovo album Pretty Bird (anche questo finanziato con il crowdfunding della Kickstarter Campaign), il primo dal 2012 in cui fu pubblicato l’ultimo CD Calling Me Home. La nuova prova uscirà, sempre il 7 settembre, per la Captain Potato, con la distribuzione Thirty Tigers, ed è stato prodotto dallo specialista Tim O’Brien, anche eccellente chitarrista, violinista e mandolinista (ma suona tutti gli strumenti a corda e ha pure una copiosa carriera solista in proprio). E la Mattea con una serie di lezioni vocali ha ripristinato un timbro vocale diverso, ma sempre ricco ed affascinante, che ricorda quasi la Joni Mitchell,degli anni ’80, mi sembra molto bello il disco a giudicare da questa piccola anteprima che evidenzia anche elementi gospel.

mike farris silver and stone 7-9

Gospel, soul e rock, che sono diventati il nuovo credo di Mike Farris da qualche anno a questa parte, nella sua seconda parte di carriera, dopo essere stato per molti anni il selvaggio cantante degli Screamin’ Cheetah Wheelies. Dopo alcuni album dove il gospel era la fonte principale del sound, e in cui comunque influivano elementi rock e blues, con questo Silver & Stone Farris ritorna maggiormente ad un sound rock classico, grazie anche alla presenza di alcuni musicisti di pregio, dal batterista di Memphis, Gene Chrisman, al mago dell’organo Hammond B3  Reese Wynans (Double Trouble) ai chitarristi Doug Lancio (Patty Griffin, John Hiatt) e Joe Bonamassa.

Ecco un breve assaggio che testimonia della bontà dei contenuti di questo album e della bellissima voce di Farris, il CD è in uscita per la Compass Records, sempre il 7 p.v. Se per caso vi erano sfuggiti, cercate anche quelli vecchi, ne vale assolutamente la pena https://discoclub.myblog.it/2014/09/29/ex-peccatore-convertito-al-grande-gospel-soul-mike-farris-shine-for-all-the-people/ .

Ed ecco anche la lista completa dei brani del disco.

1. Tennessee Girl
2. Are You Lonely For Me Baby?
3. Can I Get a Witness?
4. Golden Wings
5. Let Me Love You Baby
6. Hope She’ll Be Happier
7. Snap Your Fingers
8. Breathless
9. Miss Somebody
10. When Mavis Sings
11. Movin’ Me
12. I’ll Come Running Back To You

Bruno Conti

The Queen Of Soul Aretha Franklin Ci Ha Lasciato Oggi! 1942 – 2018, Aveva 76 Anni Quella Che E’ Stata Forse La Più Grande Cantante Dell’Era Moderna.

aretha franklin 1967

Aretha Louise Franklin nata a Memphis, Tennessee il 25 marzo 1942, e morta a Detroit, Michigan, oggi 16 agosto 2018, quindi la sua esistenza iniziata e finita in due delle città americane più importanti per la storia della musica moderna:dai bagliori del R&R e del R&B, cresciuta a pane e gospel da babbo C.L. Franklin, un predicatore Battista itinerante, nativo della zona del Mississippi,  poi protagonista della grande epopea soul degli anni ’60, una delle voci più pure, limpide, potenti, espressive e mirabolanti che abbia mai graziato questo pianeta. Il suo periodo musicale fu fulgido è stato quello coperto dalle registrazioni per l’etichetta Atlantic, negli anni che vanno dal 1967 al 1979, durante i quali la sua voce inarrivabile ci ha regalato una serie di canzoni formidabili che sono state raccolte e preservate per i posteri nello splendido cofanetto che vedete qui sotto e di cui recupero le parole (firmate dall’amico Marco Verdi) e anche le immagini dei video di alcune sue canzoni e concerti (il resto è aria fritta), per tracciare la storia degli anni migliori di questa formidabile cantante (e pianista) attraverso la cosa più importante che ci ha lasciato: la sua musica.

aretha franklin new york

La Regina del Soul, una delle più grandi cantanti i tutti i tempi (lo hanno detto in tanti e noi non possiamo che ribadirlo) è stata una vera icona della Black America, ora Riposa In Pace.

Bruno Conti

aretha franklin atlantic

Aretha Franklin – The Atlantic Albums Collection – Rhino 19CD Box Set

Quando nel 1967 Otis Redding, forse il più grande cantante soul vivente dell’epoca (io preferisco Sam Cooke, ma se n’era già andato da tre anni, e poi comunque ci sarebbe anche un certo Ray Charles che però va oltre la definizione di soul), morì tragicamente in un incidente aereo, passò idealmente il testimone ad Aretha Franklin, che aveva esordito proprio quell’anno per la Atlantic con gli album I Never Loved A Man The Way I Love You e Aretha Arrives, dopo una prima parte di carriera (sette anni circa) alla Columbia, dove era riuscita solo ad ottenere qualche successo minore.

Il problema era che gli executives della Columbia non avevano capito le potenzialità di Aretha, e cercarono di farne una cantante pop da classifica (con grande disappunto del suo scopritore John Hammond, forse il più grande talent scout della storia), mentre all’Atlantic c’era quel genio di Ahmet Ertegun, che mandò subito la Franklin ad incidere ai leggendari Fame Studios a Muscle Shoals, Alabama: da quel momento Aretha mise in fila una serie eccezionale di album e singoli che le valsero il meritato soprannome di Queen Of Soul, album che trovano posto in questo bellissimo cofanetto targato Rhino, che ha il solo difetto di non avere all’interno alcun libretto, ma il grande pregio di avere un costo assolutamente abbordabile.

I suoi più grandi successi, Respect (scritta proprio da Otis), Chain Of Fools e Think fanno proprio parte del primo periodo alla Atlantic, ma tutti i dischi incisi dal 1967 al 1976 presenti in questo box sono meritevoli di stare in qualsiasi collezione che si rispetti (con qualche piccola eccezione negli anni più recenti, dove cominceranno ad intravedersi quelle tentazioni easy listening che poi saranno la prassi negli anni ottanta e novanta con la Arista). Avrete poi notato che dal titolo del box manca la parola “Complete”, dato che cinque album del contratto Atlantic (With Everything I Feel In Me, You, Sweet Passion, Almighty Fire e La Diva) sono di proprietà della stessa Aretha (ma sono tra i meno interessanti). Questo comunque l’elenco completo dei dischi presenti nel cofanetto, alcuni (ma non tutti) con qualche bonus track che sono perlopiù delle single versions:

    1. I Never Loved A Man The Way I Love You
    2. Aretha Arrives
    3. Aretha Now
    4. Lady Soul
    5. Aretha In Paris
    6. Soul ’69
    7. This Girl’s In Love With You
    8. Spirit In The Dark
    9. Live At Fillmore West [Deluxe]
    10. Young, Gifted And Black
    11. Amazing Grace: The Complete Recordings
    12. Let Me In Your Life
    13. Hey Now Hey (The Other Side Of The Sky)
    14. Sparkle
    15. Rare & Unreleased Recordings From The Golden Reign Of The Queen Of Soul
    16. Oh Me Oh My: Aretha Live In Philly, 1972

aretha franklin atlantic box open

Come già accennato, sono i dischi dal 1967 fino almeno al 1972/73 che rendono questo box imperdibile, una serie di  album che non hanno grandissime differenze stilistiche l’uno dall’altro, un po’ come nel recente box MGM di Roy Orbison, con la differenza che qui il livello medio è nettamente più alto (Roy aveva sparato le cartucce migliori alla Monument).

Basta leggere il nome dei produttori che si avvicendano in questi album per avere un’idea: Arif Mardin, Tom Dowd e Jerry Wexler sono tre autentiche leggende della musica del Sud (in seguito ci sarà anche Quincy Jones), ed il tipico, classico, caldo suono dei Muscle Shoals Studios nasce proprio in questi lavori; e poi non ho ancora parlato di chi su questi dischi ci suona, un vero e proprio parterre de rois, un elenco che solo a leggerlo c’è da leccarsi i baffi: Jimmy Johnson, Chips Moman, Joe South, Spooner Oldham, King Curtis (grandissimo virtuoso del sax), Bobby Womack, David Newman (a lungo con Ray Charles), Joe Zawinul (futuro Weather Report), Barry Beckett, il grande Eddie Hinton, Jim Dickinson, Mike Utley (futuro sideman di Jimmy Buffett), Dr. John e Billy Preston. E, come ciliegina sulla torta, Eric Clapton alla solista nel brano Good To Me As I Am To You (da Lady Soul) e addirittura Duane Allman in tutti i brani di This Girl’s In Love With You (che, sarà un caso, ma è uno degli LP migliori) e in un pezzo tratto da Spirit In The Dark.

E poi, naturalmente, ci sono le canzoni, una serie incredibile di classici della musica mondiale (oltre alle tre hits citate più sopra), reinterpretate in maniera magnifica da Aretha, davvero con l’anima, da Do Right Woman, Do Right Man (Dan Penn) a A Change Is Gonna Come (Sam Cooke), da Satisfaction (devo dire di chi è?) ad una splendida Night Life (Willie Nelson), passando per (You Make Me Feel Like) A Natural Woman (Goffin-King), Gentle On My Mind (John Hartford), Son Of A Preacher Man (che fu scritta per Aretha, la quale però la rifiutò facendo la fortuna di Dusty Springfield, e poi incidendola in un secondo tempo), The Dark End Of The Street (ancora Penn, forse la sua signature song), Let It Be (devo dire di chi è? Part 2), The Weight (The Band, of course, qui trasformata in un eccezionale canto gospel), Border Song (Elton John, ancora gospel deluxe) e molte altre.

Ma vi sbagliate se pensate che la nostra fosse solo un’interprete (all’inizio lo pensavo anch’io), in quanto troverete molti brani a sua firma, e devo dire che l’esito è indubbiamente egregio, pur non raggiungendo il livello dei pezzi citati sopra (e ci mancherebbe).

Completano il box tre album live dell’epoca in versione espansa (tra cui il bellissimo Amazing Grace, registrato a Los Angeles nel 1972 ed interamente a tema gospel), Sparkle, una colonna sonora con brani composti da Curtis Mayfield, e due album che la Rhino realizzò nel 2007, il live a Philadelphia del 1972 Oh Me, Oh My e l’eccellente doppio Rare & Unreleased Recordings, tutto basato su demo ed outtakes di studio del periodo, con sontuose versioni di The Letter (Box Tops), Pledging My Love (Johnny Ace), My Way (il classico di Frank Sinatra, scritto come saprete da Paul Anka), At Last (Etta James) e Suzanne (Leonard Cohen).

Se siete dei neofiti (ma anche se non lo siete), un cofanetto indispensabile, per avere un’idea (e che idea) di cosa vuol dire veramente fare della musica soul, gospel e rhythm’n’blues, non quel pop plastificato di oggi che spacciano per errebi.

Marco Verdi

Anticipazioni Della Settimana (Ferr)Agostana, Prossime Uscite Di Settembre: Parte I. Little Steven, Nick Mason, Amos Lee, Anna Calvi, Madeleine Peyroux, Tributo A Roger Miller

Chi legge il Blog con regolarità avrà notato che la rubrica delle Anticipazioni discografiche da qualche tempo ormai appare solo saltuariamente, quando ci sono delle uscite particolarmente sfiziose, sia a livello di cofanetti, come di ristampe di album importanti o dischi di artisti che ci piacciono in modo particolare. Questo sia per motivi di tempo nello scrivere i Post, sia per dare maggiore spazio alle recensioni singole di dischi o box, che negli ultimi tempi si sono comunque incrementate notevolmente di numero. Solo per questo periodo ferragostano, da oggi e per qualche giorno (poi in futuro vedremo), verrà nuovamente dedicata una serie di Post alle uscite più interessanti di settembre, selezionate tra tutte quelle previste nel periodo in ordine cronologico, aggiungendo anche quelle del 31 agosto, da cui partiamo oggi: iniziamo con il Live di Little Steven che, per essere onesti, negli Stati Uniti è già stato pubblicato il 10 agosto, ma visto che in Europa uscirà solo a fine mese lo inseriamo nella lista d’ufficio. Ovviamente di molti di questi CD leggerete poi le recensioni complete di volta in volta al momento dell’uscita.

little steven soulfire live 31-8

CD1: Live]
1. Mike Stoller Intro
2. Soulfire
3. I’m Coming Back
4. Blues Is My Business Intro
5. Blues Is My Business
6. Love On The Wrong Side Of Town
7. Until The Good Is Gone
8. Angel Eyes
9. Some Things Just Don’t Change
10. Saint Valentine’s Day Intro
11. Saint Valentine’s Day
12. Standing In The Line Of Fire Intro
13. Standing In The Line Of Fire
14. I Saw The Light
15. Salvation
16. The City Weeps Tonight Intro
17. The City Weeps Tonight

[CD2: Live]
1. Down And Out In New York City
2. Princess Of Little Italy Intro
3. Princess Of Little Italy
4. Solidarity
5. Leonard Peltier
6. I Am A Patriot
7. Groovin’ Is Easy
8. Ride The Night Away Intro
9. Ride The Night Away
10. Bitter Fruit
11. Forever
12. Checkpoint Charlie Intro
13. Checkpoint Charlie
14. I Don’t Want To Go Home
15. Out Of The Darkness Intro
16. Out Of The Darkness

[CD3: Bonus Tracks]
1. Even The Losers
2. Can’t Be So Bad (featuring Jerry Miller)
3. You Shook Me All Night Long
4. Working Class Hero
5. We Gotta Get Out Of This Place
6. Can I Get A Witness (featuring Richie Sambora)
7. It’s Not My Cross To Bear Intro
8. It’s Not My Cross To Bear
9. Freeze Frame (featuring Peter Wolf)
10. The Time Of Your Life
11. Tenth Avenue Freeze-Out (featuring Bruce Springsteen)
12. I Don’t Want To Go Home (featuring Bruce Springsteen)
13. Merry Christmas (I Don’t Want To Fight Tonight)

Presente sulle piattaforme digitali per il download e su Spotify, già dal 27 di aprile, ora questo doppio dal vivo di Little Steven And The Disciples Of Soul, Soulfire Live, dal nome del suo ottimo disco dello scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/05/26/per-una-volta-il-boss-e-lui-little-steven-soulfire/ , viene distribuito dalla Universal anche a livello fisico come triplo CD, con un intero dischetto ricco di bonus tracks veramente interessanti e con la partecipazione di ospiti che vanno da Jerry Miller dei Moby Grape Richie Sambora dei Bon Jovi, passando per Peter Wolf e naturalmente Bruce Springsteen, presente in due canzoni.

Il concerto sarebbe già fantastico di suo ma queste presenze ne elevano ulteriormente il livello qualitativo. Introdotto da Mike Stoller, Steve Van Zandt introduce a sua volta, con le sue inimitabili, dotte e divertenti presentazioni molti dei brani presenti nell’album, in quello che risulta un vero gioioso e trascinante tuffo nella storia del R&R, del soul, del R&B, del pop più gustoso, con la produzione dello stesso Little Steven, il mixaggio di Bob Clearmountain e il mastering di Bob Ludwig, il meglio di quello che c’è in circolazione per avere il suono più limpido e naturale. Qui sotto trovate anche la lista di tutti i musicisti strepitosi che suonano in questo Soulfire Live.

nick mason unattended luggage 31-8

Ecco una “ristampa” Interessante per gli amanti dei Pink Floyd, anche se il termine è riduttivo: si tratta di un triplo CD pubblicato dalla Harvest/Rhino che contiene i tre album solisti di Nick Mason, ovvero Nick Mason‘s Fictitious Sports, Profiles, e White Of The Eye ed uscira più o meno in contemporanea con la prosecuzione del tour della nuova band del batterista, Nick Mason‘s Saucerful Of Secrets https://www.youtube.com/watch?v=ZkaORKQVM7o .

I tre album all’epoca erano usciti rispettivamente nel 1981, 1985 e 1987, i primi due non hanno circolato molto in CD, mentre il terzo appare addirittura per la prima volta su CD. In Nick Mason‘s Fictitious Sports come ospiti troviamo, tra gli altri, Robert Wyatt, Mike Mantler Carla Bley, in Profiles attribuito a Mason e Fenn (il chitarrista del 10cc), che è un album prevalentemente strumentale, comunque come vocalist ci sono Maggie Reilly, David Gilmour e il tastierista degli UFO,  Danny Peyronel. White Of The Eye era la colonna sonora di un oscuro film inglese del 1987, sempre con Nick Fenn.

Non ci sono bonus ma l’interesse risiede nella rarità del terzo album.

[CD1: Nick Mason‘s Fictitious Sports]
1. Can’t Get My Motor To Start
2. I Was Wrong
3. Siam
4. Hot River
5. Boo To You Too
6. Do Ya?
7. Wervin’
8. I’m A Mineralist

[CD2: Profiles]
1. Malta
2. Lie For A Lie
3. Rhoda
4. Profiles, Pts.1 & 2
5. Israel
6. And The Address
7. Mumbo Jumbo
8. Zip Code
9. Black Ice
10. At The End Of The Day
11. Profiles, Pt.3

[CD3: White Of The Eye]
1. Goldwaters
2. Remember Mike?
3. Where Are You Joany?
4. Dry Junk
5. Present
6. Thrift Store
7. Prelude And Ritual
8. Globe
9. Discovery And Recoil
10. Anne Mason
11. Mendoza
12. A World Of Appearances
13. Sacrifice Dance
14. White Of The Eye

amos lee my new moon 31-8

Torna abbastanza a sorpresa anche il cantautore americano Amos Lee con un nuovo disco, My New Moon, e una nuova etichetta, la Dualtone, dopo il buon Spirit del 2016. Non vi so dire molto sul disco, se non che viene annunciato come un album personale ed intenso, queste comunque sono le tracce incluse nel CD. E dai due video rilasciati finora sembra valido come al solito.

1. No More Darkness, No More Light
2. Louisville
3. Little Light
4. All You Got Is A Song
5. I Get Weak
6. Crooked
7. Hang On, Hang On
8. Don’t Give A Damn Anymore
9. Whiskey On Ice
10. Don’t Fade Away

anna calvi hunter 31-8

La cantautrice britannica Anna Calvi era da ben cinque anni che non pubblicava un nuovo album: dal 2013 quando uscì One Breath, che all’amico Tino Montanari era piaciuto parecchio https://discoclub.myblog.it/2013/10/14/il-difficile-secondo-disco-anna-calvi-one-breath-5728820/ . Ora per il nuovo CD Hunter, sempre su etichetta Domino, la Calvi si è affidata alla produzione di Nick Launay (Nick Cave, Grinderman), ed il disco è stato registrato ai famosi Konk Studios di Londra (quelli dei Kinks). Tra gli abituali collaboratori della cantautrice inglese Mally Harpaz e Alex Thomas, oltre a Adrian Utley (Portishead) e Martyn Casey (The Bad Seeds). Qui sotto i titoli delle canzoni e un breve assaggio dell’album.

1. As A Man
2. Hunter
3. Don’t Beat The Girl Out Of My Boy
4. Indies Or Paradise
5. Swimming Pool
6. Alpha
7. Chain
8. Wish
9. Away
10. Eden

madeleine peyroux anthem 31-8

Sempre abbastanza a sorpresa, e direi molto di più sulla mia lunghezza sonora di ascolto, esce il nuovo album di Madeleine Peyroux: si intitola Anthem, è l’ottavo album di studio per la cantautrice nativa di Athens, Georgia, ma che poi ha vissuto tra New York, la California e Parigi. Sono passati 22 anni dallo splendido esordio Dreamland, a cui fece seguito una lunga pausa di riflessione. La nostra amica lo presenta come il suo progetto più ambizioso, ma si sa che le cartelle stampa spesso non sono obiettive: comunque il disco, come di consueto, è prodotto dall’ottimo Larry Klein (bassista, ex marito di Joni Mitchell e garanzia di qualità) esce su etichetta Decca/Verve del gruppo Universal, vede tra i collaboratori a livello di autori (ma che suonano anche nell’album come musicisti) Patrick Warren, Brian MacLeod David Baerwald, di cui ricordo sempre con grande piacere il bellissimo Boomtown del 1986 pubblicato come David + David https://www.youtube.com/watch?v=97wvwuHUMCw e poi il lavoro fondamentale nel disco di Shery Crow Tuesday Night Music Club.

Tornando al disco della Peyroux ci sono anche due “cover”: la prima, disponibile solo nella versione digitale e nel doppio vinile limitato colorato è un adattamento di un poema di Paul Eluard La Libertè, mentre Anthem, che è la title track è il famoso brano di Leonard Cohen. Sempre delicata, deliziosa e preziosa, un vero nettare per i padiglioni auricolari, la Peyroux sarà in concerto il 10 novembre al Teatro dell’Arte di Milano (vicino alla Triennale) il 10 novembre p.v. 

Ecco la lista completa delle canzoni.

1. ON MY OWN
2. DOWN ON ME
3. PARTY TYME
4. ANTHEM
5. ALL MY HEROES
6. ON A SUNDAY AFTERNOON
7. THE BRAND NEW DEAL
8. LULLABY
9. HONEY PARTY
10. THE GHOSTS OF TOMORROW
11. WE MIGHT AS WELL DANCE
12. LIBERTE
13. LAST NIGHT WHEN WE WERE YOUNG*

*Bonus Track on all Digital Versions + Colored Vinyl

king of the road a tributo to roger miller 31-8

E infine, last but not least, un tributo a Roger Miller, uno dei cantanti country più popolari negli Stati Uniti, meno conosciuto da noi, se non per la sua canzone più celebre King Of The Road, un brano che hanno cantato in tantissimi, oltre agli artisti country, Rufus Wainwright & Teddy Thompson, Giant Sand, Boney M (!?!), Proclaimers, R.e.m. Jerry Lee Lewis e decine di altri. Ma nel suo repertorio c’erano moltissimi altri brani di buon valore, che per l’occasione vengono ripescati per questo doppio King Of The Road A Tribute To Roger Miller, doppio CD che verrà pubblicato dalla BMG sempre il 31 agosto e dove partecipano tantissimi musicisti di quelli che amiamo (qualcuno un po’ meno), provenienti da tutti i generi musicali, come testimonia la notevole lista completa dei brani e dei partecipanti. Ovviamente quel Banter ricorrente non è un artista ma una serie di brevi discorsi posti tra una canzone e l’altra di questo tributo.

Disc One
Greatest Songwriter (Banter)
Chug-a-Lug – Asleep at the Wheel ft. Huey Lewis
Dang Me – Brad Paisley
Leavin’s Not the Only Way to Go – The Stellas ft. Lennon and Maisy
Kansas City Star – Kacey Musgraves
World So Full of Love – Rodney Crowell
Old Friends (Banter)
Old Friends – Willie Nelson, Kris Kristofferson, Merle Haggard
Lock Stock and Teardrops – Mandy Barnett
You Oughta Be Here With Me – Alison Krauss ft. The Cox Family
The Crossing – Ronnie Dunn, The Blind Boys of Alabama
In the Summertime – The Earls of Leicester ft. Shawn Camp
Fiddle (Banter)
England Swings – Lyle Lovett
You Can’t Rollerskate in a Buffalo Herd – Various Artists
Half a Mind – Loretta Lynn
Invitation to the Blues – Shooter Jennings, Jessi Colter
It Only Hurts Me When I Cry (Live) – Dwight Yoakam

Disc Two
Mouth Noises (Banter)
Oo De Lally – Eric Church
Engine, Engine #9 – Emerson Hart ft. Jon Randall
When Two Worlds Collide – Flatt Lonesome
Reincarnation – Cake
You Can’t Do Me This Way and Get By With It – Dean Miller ft. The McCrary Sisters
Chicken S#$! (Banter)
Nothing Can Stop Me – Toad the Wet Sprocket
Husbands and Wives – Jamey Johnson ft. Emmylou Harris
I’ll Pickup My Heart and Go Home  – Lily Meola
I Believe in the Sunshine – Daphne and the Mystery Machines
Guv’ment – John Goodman
Old Songwriters Never Die (Banter)
Hey, Would You Hold It Down? – Ringo Starr
The Last Word in Lonesome Is Me – Dolly Parton ft. Alison Krauss
I’d Come Back to Me – Radney Foster ft. Tawnya Reynolds
One Dying and a Burying – The Dead South
Do Wacka Do – Robert Earl Keen, Jr.
King of the Road – Various Artists

Nei prossimi giorni si continua con le altre uscite.

Bruno Conti

Al Quarto Album Di Buon Country-Rock Made In Nashville Si Può Proprio Dire Che Sono Una Certezza. Wild Feathers – Greetings From The Neon Frontier

wild frontiers greetings from the neon frontiers

Wild Feathers – Greetings From The Neon Frontier – Reprise Records  

Quarto album per la band di Nashville, Tennessee, dopo il Live At The Ryman del 2016  https://discoclub.myblog.it/2017/02/16/dal-vivo-sono-veramente-bravi-wild-feathers-live-at-the-ryman/ ,  sono tornati in studio con il loro storico produttore Jay Joyce per registrare questo Greetings From The Neon Frontier, che presumo prenda il titolo proprio dai Neon Cross Studios di Joyce, ubicati nella capitale del Tennessee, dove è stato realizzato il disco. I Wild Frontiers sono catalogati come una delle ormai quasi rare (ma non scomparse) band che vengono definite country-rock, non Americana, roots, alternative, southern, proprio il caro vecchio country rock che poi comunque contiene un poco di tutti i generi appena ricordati. Il primo album omonimo del 2013 non dico che mi aveva folgorato, ma mi aveva colpito più che favorevolmente https://discoclub.myblog.it/2013/09/15/ho-visto-il-futuro-del-rock-n-roll-e-il-suo-nome-e-the-wild/ , il secondo Lonely Is A Lifetime un filo inferiore e più “lavorato”, restava un buon album, e il disco dal vivo aveva confermato tutte le vibrazioni positive della loro musica.

La formazione è un quartetto classico che ruota intorno alle voci e alle chitarre di Taylor Burns e Ricky Young, al bassista e vocalist Joel King, che sono gli autori della quasi totalità del materiale, ed al batterista Ben Dumas, entrato in formazione dal secondo album, Brett Moore degli ottimi Apache Relay alla pedal steel e chitarra aggiunta è un elemento importante nel sound del gruppo, e Rachel Moore, moglie di Brett e fotografa, appare al violino in un brano. Quittin’ Time parte subito forte, chitarre spianate ed energiche, con la pedal steel e l’organo suonato da Joyce ad aumentare un sound vibrante e poderoso, con intrecci vocali splendidi che rimandano ai migliori Jayhawks e alle bande southern, Wildfire ricorda le atmosfere sonore dei primi Eagles, quelli di Desperado e On The Border per intenderci, sempre con l’evocativa steel di Moore a sottolineare i bellissimi impasti vocali che ci riportano al miglior country-rock degli anni che furono https://www.youtube.com/watch?v=sKw5XlDpIj4 , derivativo? Forse, ma chi se ne frega, finché è fatto così bene e con passione sincera; Stand By You è decisamente più rock’n’roll, ci sono elementi alla Tom Petty e le chitarre sono sempre vibranti ed onnipresenti, mentre la cadenzata No Man’s Land, dell’accoppiata King/Young, ha ancora il classico suono del miglior country-rock, con i suoi 5 oltre minuti è la canzone più lunga dell’album e le chitarre nella parte centrale e finale si lasciano andare in piena libertà, ben supportate dall’organo.

La delicata e deliziosa Two Broken Hearts, scritta in solitaria dal solo Taylor Burns, ha uno spirito country-folk accentuato dall’interscambio tra la pedal steel e il violino della coppia Moore, veramente una piccola gemma https://www.youtube.com/watch?v=LktTWx6LsDw ; Golden Days torna subito ad un suono decisamente più roccato a tutte chitarre, sempre con la produzione cristallina di Joyce che evidenzia con precisione l’uso degli strumenti  e con le voci che si alternano alla guida del pezzo, a conferma che questa volta le buone canzoni ci sono. Anche quando il tempo rallenta come in Big Sky, l’unico brano a non portare la firma della band, si respira comunque un’aria anni ’70 veramente rinfrescante, tra CSN&Y e Matthews Southern Comfort, sound elettroacustico, le solite armonie vocali splendide e crescendo strumentali da sballo https://www.youtube.com/watch?v=L_shcc6EneQ , e pure Hold On To Love, anche se è un po’ più leggerina e zuccherosa, si regge comunque sul lavoro vocale sempre di gran qualità della band, che nel finale di brano schiaccia nuovamente il pedale dell’acceleratore sul ritmo e sulla elettricità del brano ,con le chitarre che si fanno nuovamente sentire, anche in modalità slide. Every Morning I Quit Drinkin’ è uno strano valzerone country di Ricky Young, molto sixties ma anche alquanto irrisolto e non memorabile,  forse l’unico brano scarso del disco, mentre Daybreaker (Into The Great Unknown) è di nuovo un galoppante e gagliardo brano di stampo rock classico americano con chitarre a volontà, al limite con qualche reminiscenza dei migliori U2. Ancora una volta un bel disco, questa volta senza cadute di tono.

Bruno Conti

Il Primo Disco Ufficiale Di Studio: Ma Anche Il Precedente Non Era Per Niente Male. Magpie Salute – Heavy Water I

magpie salute heavy water I

Magpie Salute – Heavy Water I – Mascot Provogue EU/Eagle Rock USA

Questo a tutti gli effetti sarebbe il secondo disco ufficiale dei Magpie Salute, ma coloro che devono a tutti i costi complicare le cose lo hanno presentato come il primo vero album ufficiale di studio della band (registrato a Nashville nei Dark Horse Studios), perché il primo omonimo era altresì composto prevalentemente da cover, a parte la traccia iniziale, e con un paio di pezzi ripescati dal repertorio dei Black Crowes: e oltre a tutto era quasi totalmente registrato dal vivo in studio. A questa stregua non dovremmo contare, per fare un esempio, molti dei primi dischi di Beatles o Stones, perché rientravano in queste caratteristiche, pochi brani originali e molte cover, oppure tanti dischi classici del rock registrati in parte dal vivo e in parte in studio, bah! Comunque al di là di queste quisquilie quello che conta è se il disco sia bello oppure no? E lo è, come pure il precedente, peraltro. La “Gazza” ha assestato la propria formazione ad un sestetto classico, dopo la scomparsa del tastierista Eddie Harsch, avvenuta durante la registrazione del primo CD. A fianco di Rich Robinson, voce e chitarra, Marc Ford, chitarra e voce, ed il cantante John Hogg, che firmano complessivamente tutte le dodici canzoni, troviamo il nuovo tastierista Matt Slocum, comunque già presente nel primo album, e la sezione ritmica con Sven Pipien al basso, anche lui proveniente dai Crowes, e Joe Magistro alla batteria, più gli ospiti Byron House al contrabbasso e Dan Wistrom alla pedal steel, e quindi niente voci femminili di supporto questa volta.

Si diceva che i pezzi in totale sono dodici, niente brani lunghi per l’occasione, solo due superano i cinque minuti, ma nel complesso il lavoro continuo delle chitarre e delle tastiere è sempre presente, forse meno jam e più sostanza, anche se al sottoscritto il primo disco eponimo era piaciuto parecchio https://discoclub.myblog.it/2017/06/06/quasi-black-crowes-the-magpie-salute-the-magpie-salute/ , ma Heavy Water I (che fa presupporre un secondo capitolo già annunciato per il 2019) è un emblematico album di rock che mette in evidenza tutte le classiche influenze dei Magpie Salute, che erano poi pure quelle dei Black Crowes ( e Chris Robinson ha anche messo in piedi una band, As The Crow Flies, solo per suonare il repertorio del suo vecchio gruppo), quindi rock anni ’70 alla Faces, Stones, Humble Pie, ma anche Led Zeppelin, Free, un po’ di psichedelia, qualche tocco country e molto southern, anche piccoli rimandi ai Beatles, nell’insieme, come direbbero quelli che parlano bene, un disco derivativo, con i piedi ben piantati nel passato, e proprio per questo ci piace parecchio, essendo suonato e cantato con passione e classe dai degni prosecutori di questi suoni classici e senza tempo. Mary The Gipsy, con finto applauso iniziale, è il classico pezzo heavy rock a tutto riff, tipico della famiglia Robinson, firmato infatti dal solo Rich, chitarre che impazzano a destra e a manca e ritmi gagliardi https://www.youtube.com/watch?v=AsZE6WVQl00 , che poi si stemperano nella eccellente High Water, la title track, quasi sei minuti aperti da un delizioso intreccio di chitarre acustiche, per una idilliaca ballata elettroacustica co-firmata da Hogg, che la canta quasi in souplesse, mentre elettrica e slide, come pure le tastiere allargano lo spettro sonoro di un brano che rimanda comunque alle sonorità dei Crowes, molto bello e raffinato anche l’arrangiamento vocale.

Send Me An Omen è di nuovo virata decisamente british rock, con elementi Free, Faces, Zeppelin, grazie alla voce ricca e potente di Hogg e alle chitarre arrotate di Robinson e Ford, senza perdere comunque il gusto per la melodia. For The Wind, l’altro brano che supera, di poco, i cinque minuti, mescola i Led Zeppelin bucolici del terzo album, con chitarre acustiche e tastiere in evidenza nella parte iniziale, poi si fa decisamente più varia, con ripartenze più dure e psichedeliche alternate a momenti più quieti di stampo folk-rock, molto bello anche il lavoro delle due soliste nella parte centrale; Sister Moon è il primo brano che porta la firma di Marc Ford (sempre con Hogg), con tracce dei Beatles dell’ultimo periodo, ma anche dei cantautori classici anni ’70, un pizzico di Nash e uno di Paul Simon, belle melodie, quindi lidi sonori diversi rispetto al precedente album, mentre Color Blind abbraccia anche tematiche razziali nella storia (autobiografica) di un giovane, metà svedese e metà africano, in una Londra indifferente, ovviamente parliamo di Hogg, che canta questo brano con quel pizzico di malinconia e rassegnazione che potrebbe rimandare, almeno come costruzione sonora, non certo nella voce, agli Stones dei brani meno tendenti al riff’n’roll, Un po’ di sana slide guitar e un piano insinuante ci introducono a Take It All,  un blues-rock abbastanza muscolare e tirato, con elementi southern e la grinta poderosa della voce di Hogg https://www.youtube.com/watch?v=ZNbMxuUlAfg .

Walk On Water, di nuovo scritta da Ford come la precedente, con il tema dell’acqua che ritorna, è un’altra bella ballata mid-tempo dal tempo danzante, con intrecci di chitarre acustiche ed elettriche, e anche le voci che lavorano coralmente, con qualche vago rimando al Tom Petty dei dischi solisti anche grazie al jingle-jangle delle chitarre. Hand In Hand profuma di nuovo di British folk-rock, quello un po’ indolente, a tempo di ragtime, del compianto Ronnie Lane o del primo Albert Lee, del periodo Heads, Hands & Feet, tra chitarre acustiche e piano accarezzati; You Found Me è uno dei tre brani scritti in solitaria de Rich Robinson, una deliziosa country song, con tanto di pedal steel, suonata da Dan Winstrom, e anche Can You See porta la firma del solo Rich, una tersa rock-song di nuovo con elementi sudisti, nell’intreccio incisivo delle chitarre acustiche che poi si aprono per lasciare spazio a delle grintose chitarre elettriche che regalano nerbo ad un altro brano che evidenzia la più ampia ricerca sonora delle “Gazze”, impiegata in questo album. Che si chiude sulle cadenze scandite delle bluesata Open Up, dove il piano insinuante di Slocum spalleggia con grinta le chitarre sempre con leggeri spunti psych, in un’altra traccia dove il sound d’assieme è spesso più importante del lavoro dei singoli. Non un capolavoro, ma un disco decisamente solido e convincente, destinato agli amanti di un rock classico ma variegato.

Bruno Conti

 

Dopo Il Tributo Ai Padri Fondatori Del Blues Ora Tocca Alle “Eroine” Del Genere. Rory Block – A Woman’s Soul: A Tribute To Bessie Smith

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Rory Block – A Woman’s Soul: Tribute To Bessie Smith – Stony Plain  

Circa un anno fa l’avevamo lasciata alle prese con Keepin’ Outta Trouble: A Tribute To Bukka White, che era il sesto capitolo della serie dedicata ai “Padri Fondatori Del Blues ”https://discoclub.myblog.it/2017/01/10/una-delle-signore-del-blues-bianco-rory-block-keepin-outta-trouble-a-tribute-to-bukka-white/ ,  ed ora la ritroviamo lanciata in una nuova avventura, questa volta  nel primo disco della nuova serie “Power Women Of The Blues”, A Woman’s Soul dedicato a Bessie Smith, The Empress Of Blues, una delle figure più importanti della musica americana degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, quando, come ricorda la stessa Rory Block, non era facile per una donna dedicarsi solo alla musica, girando con il suo spettacolo per gli Stati Uniti, prima con enorme successo e poi a fatica nel pieno del periodo della Grande Depressione, con in più “l’aggravante”  di essere una donna di colore. Ma La Smith era una tipa tosta, e nella sua vita ha lasciato un segno indelebile nella storia del Blues, influenzando intere generazioni di cantanti, che ancora oggi interpretano le sue canzoni e ne riconoscono l’influenza: da Billie Holiday e Ella Fitzgerald, passando per Mahalia Jackson, sino ad arrivare a Janis Joplin e Norah Jones, ma anche Beth Hart ed altre hanno reso omaggio alla sua musica.

Rory Block, come di consueto negli ultimi album, preferisce farlo in solitaria, adattando la musica di Bessie che prevedeva l’uso di un gruppo, se non di una piccola orchestra: la nostra amica negli Aurora Studios di Chatham, New York, ha inciso prima tutte le parti vocali, la chitarra e il basso, poi ha aggiunto delle piccole percussioni, anche inconsuete e a tratti complesse, ed ha inciso dieci brani della Smith che vogliono perpetrarne l’influenza sulle generazioni attuali, come avevano fatto cantanti come la scomparsa Jo Ann Kelly, Maria Muldaur e Bonnie Raitt. Il risultato come di consueto è di notevole fattura, anche se personalmente avrei preferito magari un approccio per una volta più ricco e composito, benché difficilmente questa musica si possa definire noiosa, richiede comunque una attenzione e una predisposizione d’animo adatta all’ascolto, forse destinata soprattutto agli stretti praticanti del genere, ma potrebbe essere anche propedeutica alla scoperta della musica della Smith. Detto questo, il disco è comunque suonato e cantato con grande passione e perizia, la Block è chitarrista della tecnica finissima e vocalist duttile e di notevole espressività, come mette subito in luce la brillante Do Your Duty dove Rory dà un saggio anche della sua bravura con il bottleneck, per un brano sapido e gustoso, uno dei tanti dove i doppi sensi e la salacità delle canzoni originali rivive in modo vivido, come pure nella successiva Kitchen Man, dove la Block cerca di ricreare una vocalità quasi da gattina innamorata, molto sexy ed ammiccante, mentre bisogna ammettere che il lavoro brillante delle percussioni è veramente delizioso, in Jazzbo Brown From Memphis Town il lavoro chitarristico sfiora la bravura di un Ry Cooder e il blues scorre con grande fluidità.

Con Gimme A Pigfoot And A Bottle Of Beer ci offre un’altra testimonianza della sua versatilità, sia strumentale che vocale, con arditi cambi di tonalità, per poi tuffarci in uno dei brani più noti, Need A Little Sugar In My Bowl, altro contenitore di doppi sensi molto espliciti, che poi Nina Simone ha riadattato e reso più romantica dell’originale. I’m Down In The Dumps non fa parte delle canzoni ‘naughty, bawdy, and blue’, quelle più ribalde, viceversa mette in evidenza l’anima più intensa e romantica della musica di Bessie Smith, come pure e ancor di più la delicata Weeeping Willow Blues, dove Rory Block ci mette molto del suo con eccellenti risultati. Black Mountain è più intricata ed oscura, quasi minacciosa, mentre On Revival Day con la sua andatura ondeggiante potrebbe quasi suggerire gli Zeppelin più bucolici del terzo album, e la moltiplicazione gospel delle voci, tutte sovraincise da Rory è quasi geniale. Posta in chiusura Empty Bed Blues rivela il lato più vulnerabile ed intimo di questa musica che non sente lo scorrere del tempo e rimane sempre ricca di fascino, anche nella interpretazione di gran classe della Block.

Bruno Conti

Le Loro Prime Registrazioni Dal Vivo, Di Nuovo Disponibili. Allman Brothers Band – Fillmore East, February 1970

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Allman Brothers Band – Fillmore East, February 1970 – Allman Brothers Band Recording Company

Il sottotitolo del CD recita “Bear’s Sonic Journals”, in quanto le registrazioni provengono dagli archivi della Owsley Stanley Foundation, dove vengono conservati soprattutto tutti i concerti che Owsley Stanley registrava per i Grateful Dead, in qualità di loro tecnico del suono ufficiale, ma anche di diversi altri gruppi che all’epoca avevano diviso i palchi con la band di Jerry Garcia. Sia per chi conosce il livello sonoro quasi “prodigioso” di molte di queste registrazioni d’epoca, sia in particolare per i fans degli Allman Brothers, questo Fillmore East, February 1970, non dico che rivesta la stessa importanza dei famosi concerti del marzo del 1971 ma è comunque un documento importante per tracciare lo sviluppo della band dei fratelli Allman, di Dickey Betts e di tutti i loro compagni di avventura, in quanto il sestetto sudista già in queste prime trasferte newyorchesi, sia pure nel “tempo limitato” come opening act di Love Grateful Dead, e benché l’album del momento Idlewild South non avesse venduto molto, comincia a farsi una grossa reputazione per i propri concerti e inizia ad inserire in repertorio alcuni brani che poi sarebbero divenuti futuri cavalli di battaglia assoluti delle esibizioni live, come ad esempio In Memory Of Elizabeth Reed, lo strumentale di Dickey Betts, che fa la sua prima apparizione discografica con questa registrazione.

Per i lettori più attenti ricordo che questo disco era già brevemente apparso negli anni ’90, con un altra copertina (che vedete più in basso), ma lo stesso contenuto, venduto direttamente dal merchandising degli ABB, e comunque non più disponibile da moltissimo tempo. Nella nuova versione il suono, già molto buono di per sé, è stato ulteriormente restaurato e masterizzato, nei limiti del possibile, dagli stessi tecnici che si occupano abitualmente dello smisurato archivio dei Dead. Si diceva di In Memory Of Elizabeth Reed che apre il CD, che contiene brani estrapolati da tre diverse esibizioni al Fillmore East dell’11,13 e 14 febbraio 1970. si tratta di una versione più “concisa”, solo 9 minuti e 22 secondi, tra le prime esecuzioni della canzone, e forse quella che si considera la prima in assoluto come data di registrazione: ebbene l’interplay tra le due soliste di Duane Allman Dickey Betts è già rodato da circa un anno di prove, concerti e lavori di studio, le due chitarre lavorano di fino, spesso all’unisono, con fare sinuoso e raffinato, supportate dall’organo di Gregg e dalla ritmica spettacolare, in questo splendido brano strumentale che rimane una delle vette supreme della loro arte, anche in questa versione più breve ma già perfettamente formata, dove l’arte dell’improvvisazione regna suprema.

allman brothers fillmore east february 1970 prima copertina

Anche il resto del concerto è molto buono, più “bluesato” e appena meno southern si potrebbe dire, con la voce di Gregg Allman che è più grezza e ruvida, anche aspra atratti, rispetto al timbro più rotondo che acquisirà già dai mesi successivi, ma forse è solo una mia impressione. Comunque nel complesso le versioni, che risultano magari più ruvide, meno rifinite, sono in ogni caso interessanti perché rapresentano la traiettoria dello sviluppo del loro sound, e lasciano intravedere che band spettacolare diventeranno, (ma già erano) gli Allman Brothers: il repertorio ha punti di contatto e differenze con il Live At Ludlow Garage registrato solo due mesi dopo in aprile. Hoochie Coochie Man è fiera e gagliarda, con Berry Oakley alla voce solista, per un blues dal repertorio di Muddy Waters solido e potente, mentre Statesboro Blues con il classico riff alla slide di Duane Allman è cantata comunque con impeto da Gregg, sia pure con questa voce che sembra più sforzata e meno ispirata, ma rimane un bel sentire. Trouble No More va di swingante groove e le chitarre si inseguono gagliarde e pungenti in questa composizione di McKinley Morganfield a.k.a. Muddy Waters.

I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town è un vecchio blues degli anni ’30, un bellissimo slow di William Weldon, ma la rilettura degli Allman, come dicono loro stessi nella breve presentazione, si rifà alla versione di Ray Charles, con tanto “soul” questa volta nella voce di Gregg, brano dalle atmosfere ricche ed avvolgenti e di grande fascino, prima di travolgerci nuovamente con il classico riff ascendente di Whipping Post, dove però la voce mi sembra nuovamente troppo gutturale e sforzata, per il resto nulla da dire sugli affascinanti intrecci tra chitarre e organo sempre poderosi ed incalzanti, anche se ovviamente la versione da 23 minuti presente sul At Fillmore East originale rimane inarrivabile, e una delle due chitarre si sente un po’ in lontananza nello spettro sonoro. Per concludere la esibizione rimane una lunga, 30:46, ma non lunghissima, rilettura di Mountain Jam, lontana da quella lunghissima di 44 minuti presente nel concerto al Ludlow Garage e con diversi punti di contatto con quella riportata su Eat A Peach, meno spazio ai lunghi assoli di batteria, peraltro presenti e più spazio alle interminabili ma godibilissime jam tra chitarre e organo, che prendono lo spunto dalla First There Is A Mountain di Donovan e ci spediscono nella stratosfera della migliore musica rock: all’inizio Gregg annuncia modestamente “a little jam”, poi in effetti ognuno si prende tutti i giusti spazi a partire dalle due splendide soliste di Allman e Betts. Semplicemente grande musica.

Bruno Conti

Dopo Quasi 40 Anni Ancora In Gran Forma. The Blues Band – The Rooster Crowed

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The Blues Band – The Rooster Crowed – Repertoire Records (UK)

Nella storia del cosiddetto British Blues ci sono state diverse “ondate”:  la prima fu quella che includeva John Mayall’s Bluesbreakers, Fleetwood Mac, Savoy Brown, i primi Ten Years After e Free, i Taste in e così via, secondo altri prima ce ne furono altre due, quella con Rolling Stones, Animals, Yardbirds, e prima ancora Chris Barber, Alexis Korner, Cyril Davies. Quindi quella che arrivò sul finire degli anni ’70, con la Blues Band, la De Luxe Blues Band di Danny Adler, ma prima c’era stato il pub-rock devastante, con il blues come primaria fonte di ispirazione, dei Dr. Feelgood. Comunque in quasi tutti questi gruppi militavano musicisti che erano stati veterani della scena musicale inglese: nella Blues Band, Paul Jones prima era stato il cantante dei Manfred Mann, Dave Kelly veniva dalla John Dummer Blues Band, e con la sorella Jo-Ann era stato una delle colonne del blues britannico, Tom McGuinnes, anche lui nei Manfred Mann, ma prima ancora nei Roosters, proprio con Paul Jones, Eric Clapton e Brian Jones.  

Quindi probabilmente in questo The Rooster Crowed, oltre alle connotazioni storico-biblico-religiose del “gallo cantò” , quando Pietro rinnegò Gesù tre volte sulla Via Crucis, c’è altro, per esempio leggendo i titoli delle canzoni c’è una The Rooster Crowed In Memphis che ci riporta più a visioni blues o R&B: in ogni caso la Blues Band approda al loro probabile 21° album complessivo, mentre si avvicina il 40° anno di attività, tra pause e riprese, dal 1979 dell’esordio Official Blues Band Bootleg Album, che come per molti altri gruppi  forse rimane il migliore. La formazione, a parte Rob Townshend  che ha sostituito Hughie Flint alla batteria nel lontano 1982, è sempre la solita, con Gary Fletcher al basso, che completa la sezione ritmica: nella band cantano tutti, a parte Townshend, alternandosi come voce solista, e anche come autori; solo due le cover, più due brani tradizionali arrangiati da Dave Kelly. Che apre le danze proprio con New Skin Game Blues, dove si apprezza il suo lavoro alla slide e una voce ancora forte e sicura, in uno stile tra blues e rock, con in evidenza pure l’armonica ficcante di Paul Jones, l’altra chitarra di McGuinnes e il piano incisivo dell’ospite Paddy Milner a dargli man forte, per un classico Chicago Blues; Peace-Don’t You Worry, un brano a firma Paul Jones, è uno dei migliori dell’album, la voce è ancora tra le più brillanti in circolazione nel Regno Unito, notevole l’interscambio chitarristico tra Kelly e McGuinness, il groove ritmico è gagliardo, piacevoli gli inserti gospel e il piglio quasi marziale della canzone.

Tom McGuinness è  quello che ha le maggiori influenze americane, come dimostra in una pimpante The Rooster Crowed In Memphis, con qualche spunto swamp aggiunto alle 12 battute classiche, con la slide sia acustica che elettrica di Kelly a duettare con l’armonica; Too Much Competition cantata da Jones ha anche gli elementi R&B e soul da sempre presenti nella sua musica, con Gary Fletcher che nella propria I Am The Doctor suona anche la slide (oltre al basso), che è lo strumento più in evidenza in tutto l’album. Voce non memorabile, ma belle atmosfere, anche per l’uso di un wah-wah guizzante, che poi ritorna nella cover del brano di Muddy Waters, una quasi hendrixiana e tiratissima Still A Fool, cantata alla grande da Kelly, forse il brano migliore di tutto il CD. un “lentone” di quelli tosti. Piacevole l’honky-tonk leggero di Say You Will di Fletcher e il R&R ondeggiante della scattante Hot Dog di Paul Kelly, con il blues acustico della cover di Weeping Willow di Blind Boy Fuller ad ampliare lo spettro sonoro dell’album, che poi vira di nuovo verso il blues elettrico dalle atmosfere sospese di Brother Blues, e il gospel-soul della festosa Get Right Church, un traditional cantato da Kelly, che poi lascia la conclusione dell’album all’amico Paul Jones  con il potente slow blues di Even Better dove spicca anche l’organo di Milner, a fianco delle due soliste. Una (Blues) Band ancora in gran forma.

Bruno Conti          

Tra Prog Anni ’70 E West Coast Sound, Con Un’Ottica Moderna: Una Coppia Interessante. Field Music – Dark Matter Dreams

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Field Division – Dark Matter Dreams – Bella Union

Una nuova band dal mare magnum del rock Americano, o per meglio dire diciamo un duo: vengono dalla Iowa,  sono una coppia formata da Evelyn Taylor, voce e tastiere e da Nicholas Frampton, anche lui cantante e polistrumentista, impegnato a tutti i tipi di chitarre, mandolino, dulcimer, tastiere, synth, percussioni e basso. Hanno alle spalle un unico EP dalla distribuzione difficoltosa, pubblicato nel 2014, poi  anche questo primo album Dark Matter Dreams ha avuto una lunga gestazione, registrato in giro per gli Stati Uniti, semplicemente perché i due componenti dei Field Division non amano la vita stanziale, ma sono dei girovaghi, dei nomadi, sempre alla ricerca di nuovi territori e sensazioni da esplorare. La parte principale del disco è stata comunque registrata al Redwood Studio di Denton, Texas: se vi dice qualcosa non vi sbagliate, è il luogo dove di solito registrano i Midlake , ed in effetti il produttore nonché batterista di questo disco è Mackenzie Smith, componente del gruppo texano, di cui nell’album troviamo anche il tastierista Evan Jacobs e il chitarrista Joey  McClellan. Genere musicale? Considerate le premesse e le collaborazioni, potremmo situarlo tra alternative rock e dream pop, ma soprattutto come influenze principali il suono della West Coast e del prog degli anni ’70, quelli più morbidi, qualcosa di War On Drugs, Fleet Foxes e Jonathan Wilson, vista la presenza di una voce femminile, abbastanza eterea e sottile, anche qualche parentela con le First Aid Kit,  tutte impressioni e rimandi del tutto personali.

Disco che ha momenti stimolanti e compositi, altri più confusi e forse ripetitivi, ma nel complesso si ascolta con piacere: l’apertura è riservata ad uno dei brani più solari e mossi del CD, River In Reverse, una galoppata tra chitarre acustiche ed elettriche 6 e 12 corde, un ritmo incalzante, begli intrecci vocali tra la voce sottile ma intrigante della Taylor e quella più piana di Frampton, frementi inserti di chitarra elettrica e le tastiere che lavorano di raccordo, improvvise oasi di tranquillità avvolte dall’uso degli archi e poi ripartenze vibranti; Big Sur Golden Hour, fin dal titolo è più malinconica e riflessiva, ci porta nelle sonorità della West Coast più genuina https://www.youtube.com/watch?v=0khi8C3ee8s , i soliti intrecci vocali sognanti su cascate di chitarre acustiche arpeggiate e tastiere accennate che poi si fanno più solenni e che potrebbero anche ricordare i Genesis dei primi album. Farthest Moon, sempre cantata da Evelyn, con l’appoggio di Nicholas, è ancora vivace e fremente, con strati di strumenti che si aprono sulle improvvisazioni vibranti delle chitarre elettriche di Frampton (nomen omen?); Lately è nuovamente più malinconica e contenuta, un brano quasi da cantautore, cantato deliziosamente da Frampton che sfoggia un timbro vocale interessante e coinvolgente, mentre la favolistica ed utopistica Innisfree (Let Be The Peace Now), seguito di un brano dell’EP del 2014, sembra quasi un brano di una Stevie Nicks più onirica e surreale, con elementi più pop-rock rispetto al resto dell’album e nuovamente strati di tastiere, voci e chitarre a dare volume al suono.

Siddartha e poi più avanti nel CD la title-track, sono due brevi bravi strumentali, interessanti ma forse irrisolti e ripetitivi, Stay ci riporta al prog e alla psichedelia gentile dei migliori brani, con le solite aperture strumentali che vivacizzano la struttura morbida del pezzo, con la lunga Lay Cursed, bucolica e trepidante che alterna momenti brillanti ad altri più risaputi e non convincenti appieno, anche se non mancano soluzioni interessanti, da perfezionare. It’s Gonna Be Allright è una risposta sorridente e gentile alle difficoltà che hanno accompagnato la genesi di questo album, una folk song morbida e sognante, ancora affidata alla garbata vocalità di Evelyn Taylor, prima di congedarsi  con quella sorta di ninna nanna acustica e futuribile che è la lunga This Is How Your Love Destroys Me scritta quasi in un flusso unico di coscienza, come dice la Taylor, e che poi si anima nuovamente in un crescendo finale di ottima fattura https://www.youtube.com/watch?v=SWX-YZGTrpI . Non imprescindibile ma interessante.

Bruno Conti

Non “Solo” Una Ristampa, Un Piccolo Tesoro Ritrovato E Potenziato. Roy Buchanan – Live At Town Hall

roy buchanan live at town hall

Roy Buchanan – Live At Town Hall – 2 CD Real Gone Music

Come chi legge questo blog avrà sicuramente notato, leggendo i vari Post dedicati ad alcuni album, più o meno ufficiali, pubblicati negli ultimi anni, https://discoclub.myblog.it/2016/01/02/dal-vivo-raro-formidabile-roy-buchanan-lonely-nights-my-fathers-place-1977/ e https://discoclub.myblog.it/2017/04/02/sempre-piu-raro-formidabile-e-sconosciuto-anche-a-quasi-30-anni-dalla-morte-roy-buchanan-telemaster-live-in-75/, il sottoscritto considera Roy Buchanan uno dei più grandi chitarristi che abbiano mai graziato l’orbe terracqueo e i suoi palchi e studi di registrazione, sin dalla nascita del R&R (infatti le sue prime registrazioni risalgono addirittura al 1957), meritandosi gli appellativi, entrambi meritati per diversi ragioni, di “Master Of The Telecaster” e di essere “il più grande chitarrista sconosciuto del mondo”. Se volete approfondire andate a rileggervi le varie recensioni che gli ho dedicato e quindi entriamo direttamente nei contenuti di questo splendido Live A Town Hall, non prima comunque di una breve premessa. La carriera solista di Buchanan, dopo una lunghissima carriera di sideman, tracciata, almeno negli anni iniziali in https://discoclub.myblog.it/2016/08/24/completare-la-storia-roy-buchanan-the-genius-of-the-guitar-his-early-recordings/ e da varie frequentazioni, anche con Jimi Hendrix, che condurranno ad inizio anni ’70 ad un contratto con la Polydor ed a essere tra i papabili ad entrare negli Stones a sostituire Mick Taylor: i primi quattro album di studio, soprattutto il secondo e il terzo, entrambi pubblicati nel 1973, cementano la sua reputazione e molti colleghi lo citano come un influenza, Jeff Beck, Gary Moore, Danny Gatton, Arlen Roth, Jerry Garcia e svariati altri, ed è proprio con l’album che doveva concludere il suo contratto con la Polydor, Live Stock, che Roy Buchanan realizza il suo miglior disco e anche quello di maggior successo.

Registrato nel novembre del 1974 alla Town Hall e pubblicato l’anno dopo, il disco avrebbe dovuto essere un doppio dal vivo, ma l’etichetta preferì pubblicare un singolo album, comunque formidabile, con soli sei brani tratti da quella serata, più uno registrato all’Amazingrace Coffeehouse, di  Evanston (IL), invece dei due set completi che contavano su ben 21 brani. A distanza di oltre 40 anni da quell’evento la Real Gone Music ha affidato la produzione di questa ristampa a Bill Levenson, uno dei maggiori specialisti nel lavoro di recupero e rimasterizzazione di album classici (tra gli artisti che hanno usufruito del suo lavoro Cream, Eric Clapton, Allman Brothers, B.B. King, giusto per citarne alcuni) che ha fatto un lavoro splendido nel restaurare le due differenti esibizioni di quel fatidico 27 novembre del 1974 a New York. Nella ottima band che accompagna Buchanan, oltre a Malcolm Lukens alle tastiere, John Harrison al basso e Ronnie “Byrd” Foster alla batteria, spicca un giovane Billy Price ala voce solista, di cui di recente vi ho magnificato l’ultimo album in studiohttps://discoclub.myblog.it/2018/07/24/cantanti-cosi-non-ne-fanno-piu-billy-price-reckoning/ .

Il primo CD si apre con un poderoso R&R firmato dallo stesso Roy, una scintillante Done Your Daddy Dirty, un brano strumentale dove Buchanan comincia a scaldare la sua Telecaster a furia di riff e brevi assoli, con quello stile unico e impossibile da imitare con la chitarra che inizia a seguire quelle sue traiettorie sonore ai limiti dell’umano, segue Reelin’& Rockin, swingata e brillante, cantata in modo brillante da Price, un altro strumentale delizioso come la sinuosa Hot Cha, tra rock e soul, e poi ancora la sua versione eccellente di Further On Up The Road, un classico di Clapton, ma sentite come la fa il nostro amico. A questo punto del  concerto arriva uno dei suoi cavalli di battaglia assoluti Roy’s Bluz, che come i tre precedenti era nel Live Stock originale, nella stessa sequenza, un blues lento eccezionale, preceduto da un breve cantato di Buchanan, che, diciamolo, era un cantante francamente scarso, ma sentite come suona la sua solista, quasi posseduto da un’altra entità, con scale musicali impossibili, sonorità lancinanti, miagolii, strepiti e fragori chitarristici che fanno rizzare i peli sulla nuca (degli altri colleghi) e un crescendo sonoro fenomenale, otto minuti di pura magia, sentire per credere. E anche la successiva Can I Change My Mind, per usare un eufemismo, non è niente male, un glorioso R&B cantato splendidamente da Price, prima di arrivare alla sua versione di Hey Joe di Jimi Hendrix, che non era nell’album originale, una rilettura colossale, Buchanan è stato uno dei pochissimi, forse l’unico che poteva suonare i brani di Jimi. (quasi) meglio dell’originale, anche perché era arrivato alle stesse soluzione sonore, in particolare l’uso forsennato del wah-wah, quasi contemporaneamente al mancino di Seattle, che peraltro ammirava e rispettava.

Un attimo per riprenderci con la leggera Too Many Drivers e poi si riprende alla grande con un’altra rilettura quasi criminale e illegale nella sua bellezza, Down By The River di Neil Young, un fiume di note in un crescendo inarrestabile e dolcissimo che probabilmente, forse, supera pure  l’originale del canadese, anche per il cantato veramente ispirato di Price, altri nove minuti memorabili. E che dire di I’m A Ram, presente nel Live Stock originale, altro blues-rock lancinante dal repertorio di Al Green, la suadente In the Beginning, un altro strumentale, quasi alla Santo & Johnny, quasi, e per concludere il primo dischetto un altro lentone veramente splendido e raffinato come Driftin’ & Driftin’, sempre costruito intorno ai crescendo strumentali quasi preternaturali della sua chitarra. Il secondo concerto si apre con un altro blues di quelli folgoranti come I’m Evil, altro brano dove la sua Telecaster viene strapazzata e portata ancora una volta ai limiti delle capacità tecniche del 99% dei chitarristi viventi e vissuti. Poi troviamo altre differenti, ma sempre ottime,  versioni di Too Many Drivers, Done Your Daddy Dirty, Roy’s Bluz, ancora più indemoniata del precedente set, Furthre On Up The Road, Hey Joe, Can I Change My Mind, In The Beginning e per concludere in gloria il tutto, in omaggio a B.B. King, una sontuosa All Over Again (I’ve Got A Mind to Give Up Living), un altro lunghissimo  slow blues di nuovo cantato con passione da Billy Price e con Roy Buchanan che inchioda un’altra performance da sballo alla solista, fluida, ricca di inventiva, dal timbro unico, e con una tecnica e un misto di  feeling e finezza veramente sopraffini, per quello che è stato, devo ribadirlo, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock, conosciuti e sconosciuti, qui ai suoi vertici assoluti. Mi tocca, ma ci sta: ristampa imperdibile!

Bruno Conti