Finalmente Un Record Store Day Con Diverse Uscite Interessanti: Bob Dylan, Elton John, R.E.M. E Grateful Dead.

record store day 2019

Bob Dylan – Blood On The Tracks Test Pressing – Columbia/Sony LP

Elton John (With Ray Cooper) – Live From Moscow 1979 – Virgin EMI/Universal 2LP

Bingo Hand Job – Live At The Borderline 1991 – Concord/Universal 2LP

Grateful Dead – The Warfield, San Francisco, CA 10/09/80 & 10/10/80 – Rhino/Warner 2LP – 2CD

Non sono mai stato un grande fan del Record Store Day, un’iniziativa nata qualche anno fa con uno scopo meritorio (salvaguardare i negozi di dischi indipendenti, una specie purtroppo in via di estinzione), ma trasformatasi in breve tempo nell’ennesima operazione commerciale volta a spillare soldi dalle tasche degli acquirenti di musica “fisica”. Tanto per cominciare non ho mai capito perché il 90% delle pubblicazioni siano disponibili solo in vinile, dato che l’iniziativa è in onore dei negozi e non dei supporti a 33 o 45 giri, ma la cosa ha cominciato ad avere secondo me poco senso quando si sono cominciate a proporre costose versioni esclusive e limitate tra album, singoli e cofanetti, ma pubblicando sempre meno materiale inedito. Le poche volte che il sottoscritto ha acquistato dischi usciti nel RSD (che si svolge due volte l’anno, ad Aprile e durante il Black Friday a Novembre) è stato appunto quando si è trattato di materiale non disponibile in altre vesti (di artisti che mi interessano, è ovvio, se esce qualcosa di inedito di Madonna o Bronski Beat lo lascio volentieri nei negozi), ovvero i due volumi dal vivo Kiss My Amps di Tom Petty, splendidi, e l’EP American Beauty di Bruce Springsteen, abbastanza deludente. Quest’anno però il RSD ha riservato parecchie sorprese, con almeno quattro pubblicazioni che potrei definire imperdibili se non fosse per il fatto che mentre leggete queste righe potrebbero anche già essere esaurite, e che mi sono quindi accaparrato senza quasi neanche accorgermene (sarà il fatto che la data scelta di uscita era il 13 Aprile, giorno del mio compleanno?). Ecco quindi una disamina dei miei acquisti, che vi consiglio caldamente a meno che non vi chiedano cifre fuori dal mondo.

bob dylan blood on the tracks rsd

Bob Dylan: il cofanetto sestuplo More Blood, More Tracks è stata forse la ristampa del 2018, un box meraviglioso che finalmente faceva piena luce sulle sessions complete di quel capolavoro assoluto che è Blood On The Tracks, che a parte la trilogia elettrica del 1965/66 può essere a buon titolo riconosciuto come il miglior lavoro di Dylan. Evidentemente però lo scorso anno la Columbia si era tenuta l’asso nella manica da calare proprio in occasione del RSD, e cioè la riproduzione perfetta (veste grafica spartana compresa) del famoso Test Pressing che era stato stampato in poche copie per fini non commerciali ma mandato alle radio a scopo promozionale prima della pubblicazione ufficiale dell’album, una versione che riproduceva pari pari la tracklist del disco ma con dei missaggi non definitivi (e che oggi sul mercato dei collezionisti ha raggiunto valutazioni esorbitanti). Sto parlando ovviamente delle sessions di New York, quando ancora la Columbia non sapeva che Dylan, su pressioni del fratello David, si sarebbe recato a Minneapolis a registrare ex novo cinque brani dell’album, ritardando così la pubblicazione di Blood On The Tracks.

Oggi il Test Pressing in questione è a disposizione dei fortunati che sono riusciti a procurarselo, ed è una vera chicca in quanto i vari missaggi sono inediti, e non erano stati inclusi neppure in More Blood, More Tracks (e le takes che sono state usate sono diverse da quelle della versione singola del box). Certo, bisogna conoscere a memoria le sessions per distinguere le differenze, ma per esempio è abbastanza evidente una traccia di organo inedita sia in You’re A Big Girl Now (nella quale si sente anche di più la steel rispetto alla take inclusa in Biograph nel 1985) che in Idiot Wind, ed in Meet Me In The Morning c’è un riff di slide in risposta alle frasi di Dylan che non avevo mai sentito. Ed è comunque sempre un piacere immenso ascoltare un capolavoro assoluto, anche in una versione alternata.

elton john live from moscow

Elton John: nel 1979 il tour del cantante e pianista inglese, all’epoca all’apice della popolarità, sbarcò anche nell’allora Unione Sovietica, un fatto più unico che raro per una rockstar in quel periodo. La parte centrale furono le serate alla Rossiya Hall di Mosca, tra le quali quella del 28 Maggio venne trasmessa dalla BBC, ma mai pubblicata ufficialmente fino ad oggi (i bootleg dell’evento però negli anni hanno proliferato). Ora esce finalmente questo Live From Moscow 1979, un doppio LP in vinile trasparente che riprende pari pari il broadcast radiofonico (che non era il concerto completo): la particolarità di questo tour è il fatto che Elton si presentasse sul palco senza band, eseguendo il primo set in totale solitudine, dividendosi tra piano a coda ed elettrico, ed il secondo con l’ausilio del famoso percussionista Ray Cooper, ricreando così le atmosfere dello strepitoso live album 17-11-70, in cui c’era però anche un bassista. E Live In Moscow 1979 è un disco bellissimo nonostante l’assenza di un gruppo rock, in quanto ci presenta un artista in grande forma vocale e che riesce a riempire gli spazi vuoti con una performance pianistica da applausi a scena aperta.

Ovviamente ci sono le hits dell’epoca (Daniel, Rocket Man, Don’t Let The Sun Go Down On Me, Candle In The Wind, la grandissima Goodbye Yellow Brick Road, Bennie And The Jets, Sorry Seems To Be The Hardest Word, anche se manca a sorpresa Your Song), oltre ad una Take Me To The Pilot servita da una performance pianistica strepitosa. C’è anche spazio per brani meno noti come la peraltro splendida Skyline Pigeon, una delle ballate più toccanti di Elton (è sempre stata la mia preferita tra quelle del vecchio Reginald), l’intensa Tonight e la bellissima Better Off Dead, suonata con molta forza grazie anche all’aiuto di Cooper. Ed il percussionista è un elemento imprescindibile nella seconda parte, quando vengono eseguite canzoni che avrebbero reso di meno con il solo pianoforte, come la maestosa Funeral For A Friend e due scatenati medley, il primo tra Saturday Night’s Alright For Fighting e Pinball Wizard ed il secondo tra Crocodile Rock e Get Back dei Beatles (con accenno finale a Back In The U.S.S.R.). Ma l’highlight assoluto è, ancora nella prima parte, una fantastica rilettura del classico di Marvin Gaye I Heard Through The Grapevine della durata di dodici minuti, in cui Elton delizia il pubblico con magnifiche improvvisazioni pianistiche.

bingo hand job live at the borderline

Bingo Hand Job: altro concerto mitico e “bootlegatissimo”, da parte di un gruppo misterioso che in realtà non sono altro che i R.E.M., con l’aggiunta come ospiti in alcune canzoni di Billy Bragg, Robyn Hitchcock e Peter Holsapple. Il doppio LP in questione si riferisce ad uno showcase del 15 marzo 1991 (il secondo di due, il primo si era svolto la sera prima) avvenuto al Borderline, un locale di Londra nel quartiere di Soho, appena tre giorni dopo l’uscita di Out Of Time, album al quale non seguì una vera e propria tournée ma solo spettacoli isolati e quasi a sorpresa come questi due accreditati appunto ai BHJ. Il concerto è completamente acustico (in quel periodo iniziava ad imperare la moda degli show unplugged) e molto bello, con il quartetto di Athens (Bill Berry era ancora nel gruppo) che offre riletture intime ed intense di classici del suo repertorio uniti a qualche sorpresa: la strumentazione è parca, chitarra acustica, mandolino, basso, percussioni, ogni tanto la fisarmonica, e la voce inconfondibile di Michael Stipe che si staglia sicura. I tre ospiti citati prima suonano e cantano soprattutto i cori, mantenendosi abbastanza nelle retrovie (c’è stato qualche duetto con Bragg, ma qui non è stato incluso…infatti lo show non è completo), ed i R.E.M./BHJ si divertono a presentare scherzosamente i vari brani, smentendo in parte la fama di gruppo troppo serioso.

Ci sono ovviamente molti classici dell’epoca, come World Leader Pretend, che apre la serata con una versione molto intensa, la splendida The One I Love, Perfect Circle, la nuova ma già applauditissima Losing My Religion (perfetta per essere suonata acustica) e la sempre deliziosa Fall On Me. Out Of Time è ben rappresentato: oltre a Losing My Religion abbiamo la vibrante Radio Song, l’intrigante Low, Endgame, Belong, la gentile Half The World Away ed una trascinante Get Up, l’unica con una vera e propria batteria alle spalle. Non mancano i brani rari (l’enigmatica Disturbance At The Heron House, la drammatica Fretless, presa dalla colonna sonora del film di Wim Wenders Until The End Of The World, e la profonda Swan Swan H) ed anche qualche cover: un interessante medley tra Jackson di Johnny Cash e Dallas di Jimmie Dale Gilmore, la bellissima Love Is All Around dei Troggs, da sempre nel repertorio live dei nostri, ed un finale particolare con una versione a cappella dell’evergreen Moon River. Ed il disco poteva essere ancora più bello, in quanto sono state lasciate fuori canzoni come Hello In There di John Prine e A Hard Rain’s A-Gonna Fall e You Ain’t Goin’ Nowhere di Bob Dylan.

grateful dead live at the warfield

Grateful Dead: a proposito di show unplugged, il gruppo guidato da Jerry Garcia era avanti anche in questo, dato che già nel 1980 proponevano durante i loro spettacoli una parte completamente acustica, che occupava la prima ora di concerto. Nel 1981 uscì Reckoning, uno splendido doppio album che riepilogava il meglio di quei momenti a spina staccata, con canzoni prese da varie serate al Warfield di San Francisco ed al Radio City Music Hall di New York, in assoluto uno dei migliori album dei Dead. Ora per il RSD esce questo altro doppio (anche in CD!) che prende in esame le parti acustiche complete degli show del 9 e 10 Ottobre al Warfield, inedite al 99% (la sola Jack-A-Roe del 10 appariva su Reckoning). E l’album è quasi bello come quello del 1981, con i nostri in forma strepitosa che ci regalano circa cento minuti di musica purissima suonata alla grande, tra cover, brani tradizionali e pezzi del loro repertorio. Un modo di suonare che darà a Garcia l’ispirazione per formare in seguito la Jerry Garcia Acoustic Band, anche se qui il suono è anche più completo grazie alla doppia batteria, al piano di Brent Mydland ed alla seconda chitarra di Bob Weir.

Due scalette di dieci e nove brani rispettivamente e solo quattro ripetizioni in entrambe le serate, con canzoni che Jerry riprenderà anche con la JGAB (I’ve Been All Around This World e Oh Baby, It Ain’t No Lie) e strepitose versioni di classici “deaddiani”, con punte di eccellenza nella splendida Dire Wolf, una Cassidy con un lungo e spettacolare assolo di Garcia, la lenta ed intensa Bird Song (una per sera, meglio quella del 10), una stratosferica To Lay Me Down, tra i brani più belli e meno suonati dei nostri, oltre alla favolosa Ripple, che chiude entrambi i CD (o LP). Ci sono poi vere e proprie gemme come due cristalline Dark Hollow, la già citata Jack-A-Roe, irresistibile, due lucide riletture del traditional On The Road Again, con il piano di Mydland a dare il tocco in più, ed una Monkey And The Engineer di Jesse Fuller tra folk e country, decisamente coinvolgente. Perfino un brano non proprio di primissima scelta come lo strumentale Heaven Help The Fool di Weir qui sembra un pezzo da novanta.

Direi che è tutto: avrei voluto prendermi anche Rated PG, una collezione di Peter Gabriel con brani usati solo in colonne sonore (con diverse canzoni mai uscite prima commercialmente), ma siccome è stato pubblicato come picture disc, che notoriamente non ha un gran suono, attendo fiducioso un’eventuale ristampa su scala più larga.

Marco Verdi

Un Classico Power Trio “Nero” Di Grande Potenza. Dennis Jones Band – WE3 Live

dennis jones band we3 live

Dennis Jones Band – WE3 Live – Blue Rock Records

Questo signore nasce a Baltimore nel Maryland nel 1958, quindi I 60 anni li ha passati anche lui: ha vissuto anche in Europa per un periodo e dalla metà degli anni ’80 la sua residenza è a Los Angeles in California. Un curriculum forgiato soprattutto attraverso la permanenza, come secondo chitarrista, nella Zac Harmon Band, poi dagli anni 2000 ha creato un proprio trio la Dennis Jones Band, classico power trio, o meglio forse non classico, visto che sono tre musicisti di colore, comunque suono potente ispirato da Jimi Hendrix era Band Of Gypsys e Srevie Ray Vaughan, oltre che dai grandi nomi del blues, soprattutto quelli dello stile urbano, elettrico. Cinque dischi in studio, e ora questo WE3 Live, registrato alla Brewer Creek Brewery di Wilbaux, Montana, non esattamente una delle mecche della musica live. Comunque il risultato è eccellente, 13 brani originali di Jones e una cover di Born Under A Bad Sign, di un altro Jones, Booker T, e di William Bell, un classico per Albert King (che la registrò anche con Stevie Ray Vaughan), ma anche per i Cream.

Il problema usuale e principale di questi album, per chi non vive negli USA (ma anche lì non devono essere proprio facili da trovare) è purtroppo la reperibilità, ma ormai lo sappiamo, Jones ha anticipato di parecchio questa tendenza sempre più imperante nel mercato indipendente, dandosi alla auto distribuzione sin dagli inizi della carriera solista. Il pubblico presente al concerto non sembra molto numeroso, ma appare entusiasta e soddisfatto da quanto ascolta: Dennis Jones ha anche una bella voce, grintosa e con sfumature ricche di soul, i suoi due soci, Sam Correa al basso e Raymond Johnson alla batteria, formano una sezione ritmica di tutto rispetto; il disco è inciso molto bene, con un suono nitido e ben delineato, e poi c’è il solismo dirompente della  Stratocaster del nostro amico, che mescola impeto ed eccellente tecnica, come è subito evidente fin dalla iniziale Blue Over You, dove le mani di Jones volano sul manico della sua chitarra in modo fluente ed incalzante. In When I Die, un bello shuffle, il timbro vocale ricorda quello di un altro grande “colored” del rock-blues come Phil Lynott dei Thin Lizzy, la chitarra è molto SRV, mentre la lunga Passion For The Blues cita nel testo coloro che lo hanno influenzato negli anni, Robert Johnson, Muddy Waters, Etta James, Johnny Winter, Stevie Ray Vaughan, in una sorta di passaggio di consegne ideale, con la chitarra sempre in grande evidenza, visto che Jones è sì un virtuoso dello strumento, ma non della categoria “esagerati” https://www.youtube.com/watch?v=VtKoUdb2LZI .

Stray Bullet, come l’iniziale Blue Over You è una canzone che verte sulle delusioni d’amore, uno degli argomenti tipici nel blues (e non solo), c’è qualche rimando al Jimi più vicino al R&B, e quindi anche a Robert Cray, nel sound sognante della solista, con la vorticosa Hot Sauce che va a tempo di boogie e cita il riff di Third Stone From the Sun nell’assolo. Don’t Worry About Me è un altro “bluesaccio” ruvido, temprato nel funky e nell’errebì, seguito da Super Deluxe altro shuffle che è un veicolo per il fluido solismo del chitarrista, sempre sulla lunghezza d’onda del grande Jimi; Enjoy The Ride è di nuovo più funky e sensuale, mentre You Don’t Know A Thing About Love ha più di un retrogusto latineggiante, sempre misto a quel soul’n’blues raffinato tipico di molti pezzi di Jones, ma poi esplode nel solito assolo energico. Kill The Pain, nel gioco continuo di citazioni all’interno dei brani, parte con Black Velvet di Alannah Myles e poi ritorna di continuo al suono dell’immancabile Hendrix, fonte continua di ispirazione, Big Black Cat, sempre con la chitarra in overdive, un ritmo intricato e qualche citazione jazzy è un altro ottimo esempio della classe e della tecnica del nostro amico, che ritorna al funky-blues per Devil’s Nightmare, prima di regalarci un altro ottimo shuffle blues nella travolgente I’m Good. In chiusura la citata Born Under A Bad Sign che più che alla versione dei Cream rende omaggio, anche con wah-wah innestato, all’Hendrix febbrile e sfrenato di Voodoo Chile, grande brano comunque e molto bravo questo Dennis Jones.

Bruno Conti

Tra Soul E Country, Una Bravissima Nuova Cantante E’ In Città! Yola – Walk Through Fire

yola walk trough fire

Yola – Walk Through Fire – Easy Eye Sound CD

Album di debutto per una nuova, bravissima cantante, originaria di Bristol, in Inghilterra, ma con il cuore musicale ben piantato in America. Yola (nome d’arte di Yolanda Quartey), ex lead vocalist del gruppo Phantom Limb, ha esordito come solista nel 2016 con l’EP Orphan Offering, ed in seguito è stata notata da Dan Auerbach, leader dei Black Keys, musicista geniale e produttore tra i più richiesti del momento (Dr. John, Ray LaMontagne, Grace Potter, The Pretenders), che l’ha voluta con sé nei suoi studi Easy Eye Sound di Nashville. Insieme i due hanno scritto una bella serie di canzoni, collaborando alla stesura anche con grandi nomi come il pianista Bobby Wood (già con Elvis), l’abituale collaboratore di John Prine Pat McLaughlin, oltre al leggendario Dan Penn. Il risultato di questa collaborazione è Walk Through Fire, un disco splendido che ci fa conoscere una cantante dalla voce formidabile e con una notevole forza interpretativa, un piccolo gioiello di country-got-soul che è pane per i denti di Auerbach, perfettamente a suo agio con questo tipo di sonorità tra pop, errebi, soul e country molto fine anni sessanta/inizio settanta, come già dimostrato nel suo bellissimo album solista Waiting On A Song e nel sorprendente Goin’ Platinum di Robert Finley.

Ma Walk Through Fire non è solo produzione, in quanto ci sono soprattutto Yola con le sue canzoni e la sua grande voce, un talento che qualcuno ha già paragonato ad un incrocio tra Aretha Franklin e Glen Campbell, mentre altri, parlando del rapporto tra l’artista ed il suono del disco, ha scomodato addirittura il mitico Dusty In Memphis di Dusty Springfield. Io sono abbastanza d’accordo con entrambi i paragoni, ed aggiungerei una rimembranza della giovane Mavis Staples nei pezzi più gospel. Nomi importanti quindi, ma Yola è una cantante con il suo stile e la sua personalità, ed in questo lavoro, grazie anche all’eccellente lavoro di Auerbach, il suo talento viene fuori alla grande. Come ciliegina, abbiamo diversi sessionmen di gran nome: oltre ai già citati McLaughlin e Wood (ed allo stesso Auerbach), troviamo il noto Nashville Cat Charlie McCoy all’armonica, il grande mandolinista Ronnie McCoury, lo steel guitarist Russ Pahl (grande protagonista del disco), la sezione ritmica di Dave Roe (Johnny Cash) e Gene Chrisman (Aretha ed Elvis, tra i tanti), per finire con le armonie vocali di Vince Gill. Faraway Look apre il CD nel modo migliore, con una deliziosa soul ballad che ci fa ammirare da subito la splendida ugola di Yola, ed un arrangiamento in puro stile pop orchestrale, non ridondante ma anzi perfetto per il crescendo melodico del ritornello.

Shady Grove è una squisita pop song d’altri tempi, di stampo bucolico e con una strumentazione cucita alla perfezione intorno alla voce formidabile di Yola, in cui spiccano pianoforte e violino. Ride Out In The Country è splendida, una ballata country-soul di ampio respiro, con una bellissima linea melodica, ottimi interventi di chitarra elettrica ed un organo caldo alle spalle. Un piano elettrico ed una languida steel introducono l’intensa It Ain’t Easier, country ballad di notevole livello, impreziosita dalla solita prestazione vocale impeccabile della ragazza, che aggiunge l’elemento soul; la title track è ancora più country, ed è una delle più belle, un brano cadenzato in cui Yola sembra proprio la Staples, con un coro che aggiunge un sapore gospel: la canzone poi è strepitosa di suo, e si sente che è quella in cui ha collaborato Penn. Che dire di Rock Me Gently? Un’altra deliziosa pop song che mi ricorda i primi Bee Gees  (i migliori), ed anche l’arrangiamento sta da quelle parti, con però steel e banjo che riportano tutto a Nashville; mi piace molto anche Love All Night (Work All Day), altra country tune mossa e scorrevole, con il consueto motivo che colpisce al primo ascolto ed un accompagnamento ricco in cui spiccano chitarra elettrica, piano ed ancora la magnifica steel di Pahl.

La breve e lenta Deep Blue Dream è puro soul, Lonely The Night invece è una grandiosa pop song dal chiaro sapore sixties, arrangiata con la solita finezza (la mano di Auerbach è evidente), mentre Still Gone è un errebi solare e decisamente godibile. Il CD termina con Keep Me Here, brano soul intenso e romantico, e con la scintillante Love Is Light, altro brano pop di lusso e contraddistinto da un gusto melodico non comune, ennesimo gioiellino di un album bello e sorprendente. Dan Auerbach si sta costruendo passo dopo passo una reputazione da produttore di livello eccelso, ma con una cantante come Yola il suo lavoro è stato certamente più facile.

Marco Verdi

Un’Altra Chicca Dal Passato Riscoperta Di Recente, Verrà Pubblicata Il 7 Giugno. Fleetwood Mac – Before The Beginning: 1968-1970

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Fleetwood Mac – Before The Beginning: 1968-1970 Rare Live And Demo Sessions – 3 CD Sony CMG UK – 07-06-2019

Per una volta titolo e sottotitolo dicono tutto: si tratta di materiale riscoperto di recente negli archivi della casa discografica, in nastri che non riportavano etichette od altre informazioni, e poi con l’aiuto di esperti e l’approvazione della stessa band preparato per essere pubblicato a livello ufficiale proprio dalla Sony, che ha ereditato il vecchio catalogo CBS/Blue Horizon. In effetti non è la prima volta che escono eccellenti album, anche multipli, che documentano l’era dei primi Fleetwood Mac, quelli di Peter Green del periodo blues, per intenderci: penso al bellissimo cofanetto triplo relativo agli strepitosi concerti del febbraio 1970 al Boston Tea Party (uscito in varie edizioni), oppure del doppio CD The Vaudeville Years con materiale di studio inedito: potete leggere tutto quello che c’è da sapere di entrambi in questo post di qualche anno fa https://discoclub.myblog.it/2013/08/10/torna-uno-dei-dischi-storici-del-rock-anni-70-fleetwood-mac/ . Però questa volta collabora alla pubblicazione anche una major: i demo in studio, pochi, e quelli dei due concerti del 1968 e del 1970 non sembrano quelli dei dischi appena citati, ma non essendo riportate date più precise si può solo supporre. Comunque all’interno della confezione ci sarà un libretto con le informazioni salienti e per gli appassionati della band inglese e di Peter Green, come il sottoscritto. c’è da godere come dei ricci, come ha detto un mio amico quando è uscita la notizia.

In ogni caso al solito ecco la lista completa dei contenuti del triplo CD:

[CD1]
1. Madison Blues (Version 1) (Live) (Remastered) 1968 recording
2. Something Inside of Me (Live) (Remastered) 1968 recording
3. The Woman That I Love (Live) (Remastered) 1968 recording
4. Worried Dream (Live) (Remastered) 1968 recording
5. Dust My Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
6. Got To Move (Live) (Remastered) 1968 recording
7. Trying So Hard To Forget (Live) (Remastered) 1968 recording
8. Instrumental (Live) (Remastered) 1968 recording
9. Have You Ever Loved A Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
10. Lazy Poker Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
11. Stop Messing Around (Live) (Remastered) 1968 recording
12. I Loved Another Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
13. I Believe My Time Ain’t Long (Version 1) (Live) (Remastered) 1968 recording
14. Sun Is Shining (Live) (Remastered) 1968 recording 

[CD2]
1. Long Tall Sally (Live) (Remastered) 1968 recording
2. Willie and the Hand Jive (Live) (Remastered) 1968 recording
3. I Need Your Love So Bad (Live) (Remastered) 1968 recording
4. I Believe My Time Ain’t Long (Version 2) (Live) (Remastered) 1968 recording
5. Shake Your Money Maker (Live) (Remastered) 1968 recording
6. Before the Beginning (Live) (Remastered) 1970 recording
7. Only You (Live) (Remastered) 1970 recording
8. Madison Blues (Version 2) (Live) (Remastered) 1970 recording
9. Can’t Stop Lovin’ (Live) (Remastered) 1970 recording
10. The Green Manalishi (With The Two Prong Crown) (Live) (Remastered) 1970 recording
11. Albatross (Live) (Remastered) 1970 recording
12. World In Harmony (Version 1) (Live) (Remastered) 1970 recording
13. Sandy Mary (Live) (Remastered) 1970 recording
14. Only You (Live) (Remastered) 1970 recording
15. World In Harmony (Version 2) (Live) (Remastered) 1970 recording

[CD3]
1. I Can’t Hold Out (Live) (Remastered) 1970 recording
2. Oh Well (Part 1) (Live) (Remastered) 1970 recording
3. Rattlesnake Shake (Live) (Remastered) 1970 recording
4. Underway (Live) (Remastered) 1970 recording
5. Coming Your Way (Live) (Remastered) 1970 recording
6. Homework (Live) (Remastered) 1970 recording
7. My Baby’s Sweet (Live) (Remastered) 1970 recording
8. My Baby’s Gone (Live) (Remastered) 1970 recording
9. You Need Love (Demo) (Remastered)
10. Talk With (Demo) (Remastered)
11. If It Ain’t Me (GK Edit) (Demo) (Remastered)
12. Mean Old World (Demo) (Remastered)

L’unica cosa non interessante sembra essere il prezzo, per il momento a titolo indicativo decisamente sopra i 30 euro (a differenza del box di Rory Gallagher), almeno nei vari paesi europei, mentre negli USA costa decisamente meno, sui 20 dollari, ma si spera in un calo dei prezzi anche nel Vecchio Continente.

Alla prossima.

Bruno Conti

Uno Splendido Viaggio Nella Golden Age Del Folk-Rock Britannico. VV. AA. – Strangers In The Room

strangers in the room

VV.AA. – Strangers In The Room: A Journey Through The British Folk Rock Scene 1967-73 – Grapefruit/Cherry Red 3CD Box Set

 La Gran Bretagna della seconda metà degli anni sessanta era percorsa da numerosi fermenti musicali (e non). Mentre i quattro gruppi inglesi principali (Beatles, Rolling Stones, Who e Kinks) in quegli anni pubblicavano loro album migliori, nella terra di Albione nascevano diverse correnti di grande importanza, come il British Blues, con i Bluesbreakers di John Mayall, i Cream, i Fleetwood Mac di Peter Green ed il Jeff Beck Group (ma anche i Taste di Rory Gallagher), la psichedelia (che ebbe nei Pink Floyd la band di punta), l’hard rock con i Led Zeppelin, i Free e gli Humble Pie, e naturalmente il folk-rock, che non rassomigliava a quello americano dei Byrds ma prendeva spunto dalle antiche ballate inglesi e scozzesi per arrivare ad un sound elettrico che poteva anche sconfinare nella stessa psichedelia e nel prog.

In passato abbiamo avuto diverse compilation che si occupavano di questo genere fondamentale, basti pensare ai vari volumi della serie Electric Muse o al box triplo della Island uscito nel 2009, ma spesso ci si occupava dei gruppi e solisti più celebri, e con le loro canzoni più note: questo nuovo e bellissimo box triplo intitolato Strangers In The Room (ad opera della Grapefruit, la stessa del recente cofanetto dei Flamin’ Groovies) percorre una strada diversa, dando cioè spazio ad artisti considerati di seconda o terza fascia, ed in alcuni casi praticamente sconosciuti (io stesso devo ammettere che molti di essi non li avevo mai sentiti nominare) e limitandosi solo a trattare il periodo d’oro del genere in questione, cioè gli anni che vanno dal 1967 al 1973. Certo, non mancano i capostipiti del genere (Fairport Convention, Pentangle, Steeleye Span, tanto per citare i tre più famosi), ma anche loro non con i brani più noti: la maggior parte del box però si occupa di musicisti che hanno avuto scarsa fortuna, scegliendo di pubblicare vere è proprie rarità, tra le quali molti singoli mai apparsi prima su CD e persino quattro canzoni inedite, il tutto corredato da un bellissimo libretto di 40 pagine con dettagliati commenti ad ognuno dei 60 brani inclusi; qualche assenza c’è (a memoria mi vengono in mente Lindisfarne, Amazing Blondel e Martin Carthy, ma non avrebbero sfigurato neanche Cat Stevens e John Martyn). Ma ecco una (non tanto) veloce disamina del contenuto dei tre CD, e vi giuro che ho fatto fatica a limitarmi ai pezzi che sto per citare.

CD1: si comincia con Michael Chapman (tornato in auge negli ultimi anni con due bellissimi album) con Stranger In The Room, una solida e potente ballata elettroacustica, molto suggestiva e decisamente più rock che folk, e la chitarra elettrica di Mick Ronson grande protagonista. Dopo la drammatica The Blacksmith degli Steeleye Span (una delle poche scelte “scontate”), dominata dalla vocalità di Maddy Prior, abbiamo il primo inedito, cioè una versione alternata della pimpante e frenetica Dangerous Dave degli Spirogyra. I restanti 17 pezzi sono appannaggio di gruppi o solisti i cui nomi non sono certo tra i più noti, ma ci sono chicche che rendono l’ascolto piacevole al massimo, come l’enigmatica ma deliziosa Murdoch ad opera dei Trees, la rockeggiante ed orecchiabilissima Shoeshine Boy degli Humblebums (che vedono alla voce un giovane Gerry Rafferty), Martha di Harvey Andrews, dalla splendida linea melodica (e con Cozy Powell alla batteria), la tonica Hanging Tree, tra folk, rock e psichedelia dei dimenticatissimi Oo Bang Jiggly Jang (il cui leader Peter Bramall entrerà in seguito nei pub-rockers The Motors come Bram Tchaikovsky ), o la fluida e “fairportiana” Amongst Anemones eseguita dai Jade, un trio che durò il tempo di un solo album.

Meritano un cenno anche la pianistica e bellissima The Sailor da parte di Robin Scott (che rispunterà anni dopo come leader del gruppo M con i ritmi disco-elettronici di Pop Musik), l’eterea e sublime Here Comes The Rain dei Trader Horne, un duo la cui voce femminile era Judy Dyble, prima cantante dei Fairport, la diretta ed immediata My Delicate Skin di Dave Cartwright, un singolo che avrebbe meritato maggior fortuna, la toccante Almost Liverpool 8 di Mike Hart (tra le migliori del primo CD), la tersa e bucolica Don’t Know Why You Bother Child di Gary Farr e la corale e coinvolgente We Can Sing Together di Alan Hull.

CD2: i tre gruppi più conosciuti del dischetto sono i Matthews Southern Comfort con una cristallina rilettura di Woodstock di Joni Mitchell, dallo stile decisamente pastorale, gli Strawbs (senza Sandy Denny) con la vibrante e maestosa The Man Who Called Himself Jesus, ed i Fairport Convention con la prima versione di Sir Patrick Spens, registrata con la stessa Denny ai tempi di Liege & Lief e pubblicata solo in una delle successive ristampe. Ci sono anche cinque nomi non proprio sconosciuti, ma indubbiamente di culto: The Woods Band, gruppo formato da Gay e Terry Woods dopo il loro allontanamento dagli Steeleye Span (As I Roved Out, un brano tradizionale arrangiato alla perfezione e con un intermezzo strumentale strepitoso), Bill Fay, tornato ad incidere dopo una vita in tempi recenti, con un demo del 1969 della stupenda Be Not So Fearful, Bridget St. John alle prese con l’allegra filastrocca folk There’s A Place I Know, la Third Ear Band con Fleance, dal suono più tradizionale che mai, e i Dando Shaft con Riverboat, pura, cristallina e cantata splendidamente.

E poi ci sono gli acts meno noti, tra cui gli Unicorn (prodotti da David Gilmour) con l’armoniosa I Loved Her So Long, chiaramente influenzata da Crosby, Stills & Nash, la beatlesiana Sarah In The Isle Of Wight di Al Jones (solo a me ricorda Lucy In The Sky With Diamonds?) https://www.youtube.com/watch?v=QXcjC2SSC8I , l’epica nonché oscura Pucka-Ri degli Urban Clearway, i Daylight con la limpida e corale Lady Of St. Clare (45 giri che fu anche la loro unica incisione!), la sinuosa ed emozionante Love Has Gone della bravissima Mary-Anne Paterson, una delle gemme del cofanetto (sentite che voce, da brividi), il demo della gentile What I Am dei Fresh Maggots, secondo inedito del box, ed una rilettura molto “roots” e sicuramente interessante del classico di Bob Dylan Like A Rolling Stone da parte dei Canticle.

CD3: il dischetto con la maggior parte di artisti famosi, a partire dai Pentangle con la nota The Cuckoo (tratta dal mitico Basket Of Light), per seguire con Ralph McTell e la sua ottima prova cantautorale Father Forgive Them, la strepitosa Just As The Tide Was A-Flowing, frutto della collaborazione di Shirley Collins con la Albion Country Band (una delle più belle canzoni del triplo), l’intensa Oh Did I Love A Dream della Incredible String Band, che ha il sapore di un canto marinaresco, e la squisita All In A Dream di Steve Tilston, lucida ballata guidata da piano e chitarra. C’è anche una giovanissima Joan Armatrading con la piacevole City Girl, un inatteso Gerry Rafferty solista con una versione inedita di Who Cares, diversa dallo stile pop che il nostro avrà in seguito, e chiude la già citata Sandy Denny (come poteva mancare?) con la sua signature song Who Knows Where The Time Goes in una rara versione voce e chitarra incisa prima di entrare nei Fairport.

Tra i pezzi rimanenti segnalerei la delicata Queen Of The Moonlight World di Andy Roberts, dallo splendido arpeggio di chitarra e con una melodia ariosa, il rarissimo singolo di Mr. Fox Little Woman, bellissima folk song dal sapore più irlandese che inglese, Mike Cooper con la solare ed ottimistica Your Lovely Ways, la misteriosa Jude, che incise questa intensa Beverley Market Meeting insieme a qualche altro demo e poi sparì, la quasi west-coastiana Carry Me dei Prelude, Furniture, grande rock song ad opera degli irlandesi Horslips (con uno strepitoso assolo chitarristico), ed il quarto ed ultimo inedito, cioè l’orientaleggiante Waxing Of The Moon dei Lifeblud https://www.youtube.com/watch?v=4D6MP_AnIm4 .

Un cofanetto quindi difficile da ignorare se siete appassionati del genere folk-rock (ma anche della buona musica in generale), anche perché non costa una cifra esagerata.

Marco Verdi

Sempre Raffinato E Ricercato, Nuovo Album Per Il “Ry Cooder” Svizzero. Hank Shizzoe – Steady As We Go

hank shizzoe steady as we go

Hank Shizzoe – Steady As We Go – Blue Rose Records

Hank Shizzoe, come è forse noto ai più, è un chitarrista e cantante svizzero di 52 anni, con una discografia cospicua (15 o 16 album, a seconda delle fonti, lui o la casa discografica, comunque parecchi dall’esordio del 1994 Low Budget): spesso nelle sue recensioni si fa riferimento a JJ Cale e Ry Cooder come musicisti che, se forse non sono stati fonti di ispirazione, sicuramente condividono un certo tipo di fare musica, ispirata dal blues, e dalla grande tradizione della musica americana in generale, con uno stile laidback, molto raffinato e ricercato. Shizzoe è un virtuoso delle chitarre, soprattutto suonate in stile slide con il bottleneck, ma è proficiente anche a lap steel, pedal steel, chitarre con accordatura tradizionale, e se la cava, per così dire, anche a banjo e bouzouki. E pure la voce non è male, abbastanza piana e senza sussulti, però in grado di evocare sensazioni ora dolci ed avvolgenti, ora più briose e mosse, come la sua musica d’altronde: il nostro Hank è un tipo eclettico, nel suo repertorio ha cantato e suonato di tutto, da Celentano a Hank Williams, l’amato JJ Cale, ma anche i Creedence, Marylin Monroe (!), Traveling Wilburys e classici del blues assortiti.

Anche per l’occasione di Steady As We Go Shizzoe ha spaziato un po’ ovunque: dai blues di Mississippi John Hurt, Washboard Sam, Lonnie Johnson, a brani di Tammy Wynette e Bob Nolan, passando per cover di Randy Newman e Tom Petty, di cui interpreta con passione ed amore California, e per completare il tutto anche tre pezzi originali. Nelle sue parole il nostro amico definisce questo album il proprio disco migliore di sempre, quello che voleva fare da decenni (ma come ho scritto altre volte i musicisti lo dicono sempre, e sarebbe strano il contrario): da quello che ho ascoltato potrebbe averci preso. Il CD ha un suono molto caldo ed intimo, sia per il fatto di essere stato registrato in presa diretta con i quattro musicisti insieme in studio a Berna, e soprattutto per l’eccellente lavoro di mastering fatto in California da Stephen Marcussen, uno dei maestri in questo tipo di lavoro che ha lavorato in passato con Johnny Cash per American Recordings, Rolling Stones, Tom Petty per Wildflowers, Ry Cooder, Willie Nelson. Careless Love è uno standard che è stato inciso decine di volte anche da nomi molti celebri, ma la versione di Shizzoe è ritagliata sull’arrangiamento di Lonnie Johnson, un blues raffinato che ricorda il miglior Ry Cooder anni ‘70/’80 (ma anche dell’ultimissimo periodo), cantato con voce felpata, con la chitarra accarezzata e il clarinetto di Tinu Heineger ad impreziosirla https://www.youtube.com/watch?v=O6Vjae_aqZw ; anche I Been Treated Wrong di Washboard Sam viaggia sempre su traiettorie blues, con la slide decisamente più guizzante, la ritmica più pressante, ma comunque sempre in modalità fine e ricercata.

 

On Top Of Old Smokey, che era anche nel repertorio di Hank Williams, qui riceve un trattamento sobrio e delicato, alla Willie Nelson per intenderci, anche nel cantato quasi forbito, una ballata tra country e l’american songbook classico, con in evidenza il piano di Hendrix Ackle e  la pedal steel suadente di Shizzoe, mentre Make Me A Pallet On Your Floor di Mississippi John Hurt rimanda ancora al Cooder più errebì e vivace https://www.youtube.com/watch?v=c67yN0RgKsA , con Days Of Heaven che è un gioiellino poco noto di Randy Newman che si trovava nel box con inediti del 1998, suonata e cantata con gran classe da Hank. La title track Steady As We Go, uno dei brani firmati da Shizzoe, si inserisce in questo filone di raffinata eleganza sonora, con il trombone di Michael Flury ad impreziosire le evoluzioni dei vari strumenti a corda suonati dal nostro amico, che nella successiva Cool Water, il brano di impronta country scritto da Bob Nolan, lo adorna di qualche tocco etnico con l’uso di percussioni e del shakuhachi che comunque non distolgono dalla bellezza quasi austera di questa ballata. Stand By Your Man è proprio il pezzo di Tammy Wynette, sempre in un arrangiamento morbido e soave che stempera il country dell’originale per un approccio ancora una volta di grande eleganza. Splendido addirittura Havre De Grace, un altro pezzo di Shizzoe cantato con grande trasporto e con un arrangiamento che testimonia di una classe quasi inattesa (ma non del tutto) di questo signore. Che poi si supera addirittura in una versione elettroacustica  ed incantevole della classica California di Tom Petty. Semplicemente un disco molto bello ed inatteso, non saprei che altro dire.

Bruno Conti

Una Ristampa Interessante, Ma Di Certo Non Per Tutti! Terry Allen – Pedal Steal/Four Corners

terry allen pedal steal

Terry Allen – Pedal Steal/Four Corners – Paradise Of Bachelors 3CD/LP

Se siete abituali frequentatori di questo blog non devo dirvi io chi è Terry Allen: texano, cantautore e musicista geniale e spesso dissacrante, ma anche artista a 360 gradi, pittore, scultore e chi più ne ha più ne metta. Una figura non da poco quindi, talmente originale e bonariamente “fuori di testa” da attirare l’attenzione di David Byrne, un altro non proprio normale, che nel 1986 lo volle come collaboratore nel suo celebre progetto True Stories. Musicalmente Allen negli ultimi anni ha parecchio diradato i suoi contributi: Bottom Of The World, il suo album più recente, è del 2013, e seguiva il precedente Salivation dopo ben 14 anni; ma Terry non è mai stato molto prolifico come musicista in proprio, anche se in passato ci ha regalato almeno un capolavoro assoluto come Lubbock (On Everything) https://discoclub.myblog.it/2016/10/27/due-notevoli-ristampenel-segno-del-texas-steve-earle-guitar-townterry-allen-lubbock-on-everything/  ed altri grandi dischi come Juarez, Human Remains e lo stesso Salivation.

Nel 1985 Allen ricevette dalla Margaret Jenkins Dance Company di San Francisco l’incarico di comporre una colonna sonora per un balletto (!), e la risposta fu Pedal Steal, una suite della durata di poco più di mezz’ora idealmente basata sulla figura di Wayne Gailey, suonatore di steel guitar semisconosciuto ma molto considerato da Allen. Pedal Steal venne messo in commercio all’epoca insieme a Rollback, un album di canzoni più canoniche, e riedito in CD solo nel 2006 (senza Rollback). Oggi la Paradise Of Bachelors ristampa una versione rimasterizzata (devo dire in maniera eccelsa) di Pedal Steal, e lo fa in grande stile, in una confezione identica a quella di un doppio LP “gatefold” con il CD dell’opera, il vinile contenente lo stesso album, e soprattutto altri due CD che contengono altri quattro lavori di Allen, quattro drammi radiofonici andati in onda tra il 1986 ed il 1993 ma mai pubblicati prima né in vinile né in CD, ed anch’essi della durata di 30 minuti circa ciascuno, con l’aggiunta finale di un bel booklet formato maxi con tutti i testi e foto rare di dipinti e sculture che rivelano l’arte visionaria di Allen.

I titoli delle quattro “radio plays” sono Torso Hell (1986, all’epoca circolato brevemente in musicassetta, ma sfido chiunque a dimostrare di possederne una copia), Bleeder (1990), Reunion (Return To Juarez) (1992) e Dugout (1993), qui rinominate per brevità Four Corners, come si fossero quattro elementi della stessa suite (ma gli argomenti trattati sono diversissimi tra loro). Aspettate però a fregarvi le mani compiaciuti, in quanto qui il Terry Allen cantautore è molto poco presente, in quanto sia Pedal Steal che le quattro parti di Four Corners sono in realtà dei lunghi racconti (anche abbastanza “strani”) con la maggioranza di parti narrate, in gran parte da Terry stesso e dalla moglie Jo Harvey Allen, e di musica ce n’è davvero poca. Delle cinque opere, Pedal Steal è forse quella con più equilibrio tra narrazione e musica, ma siamo sempre su un rapporto di 75/25, anche se il gruppo che accompagna Allen (chiamato per l’occasione The Panhandle Mystery Band) presenta nomi di tutto rispetto come Lloyd Maines (che tra le varie chitarre suona anche la pedal steel, lo strumento ovviamente principale), Richard Bowden al violino e mandolino, Bobby Keys e Don Caldwell ai sassofoni e Butch Hancock come special guest.

Come ho già detto Pedal Steal è composto da un’unica traccia, una narrazione con tanto di pause, rumori ambientali e diavolerie varie, qualche parte strumentale di collegamento ma anche frammenti di canzoni, ed i pochi brani completi sono comunque interrotti dalla parte narrata, per poi riprendere. Le parti musicali sono sublimi (ma, ripeto, troppo brevi, spesso finiscono quando ci si comincia a prendere gusto), come l’introduzione in cui spicca la steel di Maines, o Billy The Boy, uno strepitoso brano dal sapore messicano, o ancora la scintillante Fort Sumner, bellissima country song per chitarre acustiche, elettriche e marimba, o ancora Lonely Road, un pezzo dal sapore western diretto e vibrante. C’è anche un lungo assolo quasi distorto di steel, alla Jimi Hendrix, e due brani non di Allen, cioè un breve accenno all’evergreen Sentimental Journey per solo sax ed il traditional Give Me The Flowers, splendidamente eseguito da Hancock, voce e chitarra.

Un’opera dunque affascinante, ma capisco che l’ascolto possa non essere facile, soprattutto se siete abituati al Terry Allen “semplice” songwriter. Torso Hell è ancora più straniante: nato da un’idea per un film horror mai realizzato (si parla della vita post-guerra di un reduce dal Vietnam senza braccia e gambe, ma miracolosamente vivo, ed il tutto è raccontato in maniera anche piuttosto cruda), è narrato al 90% e le poche parti strumentali sono prodotte da synth e tastiere, più degli effetti che musica vera e propria. Nelle altre tre mini-suite ci sono strumenti più “convenzionali” (tutti suonati da Allen, Maines e Bowden), ma anche qui le parti parlate la fanno da padrone e di musica vera ce n’è poca, per non parlare di canzoni: solo brevi accenni al traditional Auld Lang Syne, al classico gospel Rock Of Ages ed alla cover del brano di Carl Perkins Dixie Fried in Bleeder, qualche intermezzo strumentale tra Messico e musica “desertica” (alla Ry Cooder) in Reunion, e praticamente nulla in Dugout.

In conclusione, una ristampa che non manca di interesse, ma che può risultare decisamente  complessa e poco digeribile per l’ascoltatore “casuale”, e che mi sento di consigliare tuttalpiù ai die-hard fans di Terry Allen.

Marco Verdi

Un “Virtuoso” Elettrico Ed Eclettico, Questa Volta Senza Esagerazioni. Gary Hoey – Neon Highway Blues

gary hoey neon highway blues

Gary Hoey – Neon Highway Blues – Mascot/Provogue

Dopo una carriera trentennale e una ventina di album nel suo carnet, nel 2016 anche Gary Hoey era approdato alla Mascot/Provogue, che negli ultimi anni sta diventando la casa di gran parte dei migliori chitarristi (e non solo) in ambito blues-rock. Dopo meno di tre anni arriva ora questo Neon Highway Blues che fin dal titolo vuole essere un omaggio alle 12 battute, come ricorda lo stesso Hoey, che cita tra le sue influenze tutti i grandi King del blues, Albert, B.B. e Freddie, e poi aggiunge scherzando anche Burger King, ah ah (battuta che neppure io mi sarei permesso di sottoporre ai lettori). Il chitarrista di Lowell, Massachusetts, anche se il suo stile è sempre stato decisamente più hard’n’heavy, evidentemente nel proprio cuore ha sempre riservato uno spazio pure per il blues, accanto alle derive più “esagerate” e virtuosistiche della sua musica. Diciamo che per l’occasione, autoproducendosi nel suo studio casalingo nel New Hampshire, ha cercato di temperare gli eccessi, riuscendoci in gran parte.

La politica della sua etichetta, la Mascot/Provogue, prevede spesso la partecipazione di alcuni ospiti interscambiabili tra loro nei vari album di ciascuno; per l’occasione nell’iniziale super funky  Under The Rug, a fianco di Gary troviamo Eric Gales, per un brano molto scandito e tirato che ha vaghe parentele con il Jeff Beck meno canonico, con i due che si scambiano sciabolate chitarristiche a volume sostenuto, ma con buoni risultati, anche se Hoey come cantante non è certo memorabile. Josh Smith, ex bambino prodigio della chitarra e protetto di Jimmy Thackery, dà una mano in Mercy Of Love, un blues lento intenso e carico di feeling , di quelli lancinanti, duri e puri, con le soliste che si sfidano in grande stile, e anche in Don’t Come Crying, altro slow di quelli giusti, Hoey si fa aiutare, questa volta dal figlio Ian, ancora una volta con eccellenti risultati https://www.youtube.com/watch?v=HZAAgedTJ0s . L’ultimo ospite è Vance Lopez, che duetta con Gary in un pimpante shuffle come Damned If I Do; per il resto il nostro amico fa tutto da solo, come nella vivace Your Kind Of Love, dove va di slide alla grande, o anche nella swingante I Still Believe In Love, dove il Texas blues di Stevie Ray Vaughan viene omaggiato con la giusta intensità e classe.

Non mancano i brani strumentali, una caratteristica costante nei suoi album: Almost Heaven, in bilico tra acustico ed elettrico ricorda certi pezzi del collega Eric Johnson, e anche, come tipo di sound, il lato più romantico e ricercato delle ballate di Gary Moore, con tutto il virtuosismo del musicista di Boston in bella evidenza. I Felt Alive è un’altra ballata, però dal suono decisamente più duro, con qualche aggancio agli Zeppelin e al loro seguace Joe Bonamassa, però non entusiasma più di tanto, meglio l’altro strumentale, la sognante, maestosa e raffinata Waiting On The Sun https://www.youtube.com/watch?v=IxXA8osxk-A . Viceversa Living The Highlife, più dura e molto riffata, è classico hard-rock seventies style di buona fattura. Il blues torna nell’ultimo brano dell’abum, la title track Neon Highway Blues, un’altra raffinata blues ballad dove si apprezza la sempre notevole tecnica di questo signore. Per chi ama i chitarristi elettrici ed eclettici, questa volta mi pare Gary Hoey abbia centrato il bersaglio.

Bruno Conti

Tre Annate Diverse, Ma Lo Stesso Godimento! Jerry Garcia Band – Electric On The Eel

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Jerry Garcia Band – Electric On The Eel – ATO 6CD Box Set (+ Bonus CD “Acoustic On The Eel”)

Sospesa momentaneamente la serie Garcia Live, ecco un nuovo album dal vivo che vede protagonista la Jerry Garcia Band, e questa volta sono state fatte le cose in grande. Electric On The Eel è infatti un box sestuplo che presenta ben tre concerti completi del gruppo capitanato dal leader dei Grateful Dead, registrati rispettivamente nelle estati del 1987, 1989 e 1991 nella medesima location, cioè al French’s Camp presso il fiume Eel vicino a Piercy, una suggestiva località californiana in mezzo ai boschi non lontana da dove sorge la Hog Farm, cioè la più grande comune hippie d’America: anzi, questi concerti erano stati organizzati proprio per raccogliere fondi da destinare a quella comunità, per iniziativa di Bill Graham e di quel vecchio fricchettone di Wavy Gravy. In quel periodo Garcia, dopo i gravi problemi di salute della metà degli anni ottanta, era tornato più in forma che mai e dal vivo era una garanzia, sia che si esibisse coi Dead che con il suo gruppo, ed in questi tre show ci troviamo di fronte ad un crescendo continuo: ottimo quello del 1987, eccellente quello del 1989, splendido quello del 1991.

La band è la stessa in tutte e tre le date: Melvin Seals alle tastiere, vero alter ego di Jerry (tranne quando si sposta al synth), John Kahn al basso, David Kemper alla batteria ed i contributi vocali di Gloria Jones e Jacklyn LaBranch; la struttura è quella tipica degli spettacoli di Garcia solista, cioè una piccola selezione di brani originali ed una grande maggioranza di cover. La differenza sostanziale con i Dead, ma anche con la JGB degli anni settanta, è che questi concerti sono più basati sulle canzoni e meno sulle jam, con il risutato di avere più brani del solito e con durate più limitate (anche se stiamo comunque parlando di pezzi che vanno in media dai cinque ai dieci minuti). E, oltre alla bravura straordinaria di Jerry che è ormai assodata (ma non sottovaluterei l’apporto della band, che fornisce un suono compatto e solido), ci sono anche diverse sorprese in scaletta, soprattutto nella serata del 1991; ovviamente non mancano le ripetizioni (alcuni brani in due serate, alcuni in tutte e tre), anche se va detto che Garcia era uno di quelli che non suonava mai lo stesso pezzo due volte allo stesso modo.

CD 1-2, 29/08/87: che Garcia sia in forma lo capiamo sin dalle prime note della guizzante How Sweet It Is (To Be Loved By You) (Marvin Gaye), in cui il nostro ci fa sentire da subito il suono sublime della sua chitarra (ma Seals non è da meno all’organo), ed anche dal punto di vista vocale è in buona forma, cosa non scontata. Solo tre brani vengono dal repertorio di Jerry, la pimpante Run For The Roses, la sempre trascinante Deal e la rara Gomorrah; tre anche gli omaggi all’amico Bob Dylan, con una splendida Forever Young, cantata forse con qualche sbavatura ma con un paio di assoli celestiali, una solida I Shall Be Released ed una lunga e liquida Tangled Up In Blue posta in chiusura di serata. Altri highlights sono una bellissima And It Stoned Me, uno dei capolavori di Van Morrison, una breve ma ficcante Evangeline (Los Lobos), l’omaggio al reggae con The Harder They Come di Jimmy Cliff, grande canzone nonostante io non ami il genere, ed il momento rock’n’roll con una torrida Let It Rock di Chuck Berry, in cui Jerry fa quello che vuole con il suo strumento.

CD 3-4, 10/07/89: qui Jerry e la band sono anche più in forma di due anni prima, e lo dimostrano subito con una vibrante I’ll Take A Melody (Allen Toussaint), dieci minuti suonati con classe (peccato il synth nel finale); qui i brani scritti da Garcia sono quattro, le “ripetizioni” di Run For The Roses e Deal, la nota They Love Each Other e Mission In The Rain, in una delle versioni più fluide mai sentite. C’è ancora I Shall Be Released di Dylan, ma è una rilettura magnifica, forse la migliore di sempre per quanto riguarda Garcia, e risulta gradevolissima anche Stop That Train di Peter Tosh (Jerry riusciva a farmi piacere anche il reggae). Detto di una rara I Hope It Won’t Be This Way Always, un oscuro brano degli Angelic Gospel Singers, gli altri pezzi da novanta del concerto sono la sempre bellissima Waiting For A Miracle di Bruce Cockburn, una vigorosa ripresa di Think (Jimmy McCracklin, non il classico di Aretha Franklin dallo stesso titolo), che vede il nostro perfettamente a suo agio anche con il blues, e soprattutto una monumentale Don’t Let Go (Jesse Stone) di 14 minuti, con una performance chitarristica incredibile da parte di Mr. Captain Trips.

CD 5-6, 10/08/91: il concerto più breve dei tre, ma anche quello con la setlist più rivoluzionata e con diverse sorprese, oltre ad essere in assoluto quello che vede i nostri in forma migliore, cosa che si capisce immediatamente con la scintillante The Way You Do The Things You Do (The Temptations) in apertura, e con la sempre grandissima And It Stoned Me subito dopo: raramente Jerry ha cantato così bene. Dicevo delle rarità in scaletta, a partire con l’altro omaggio a Berry con una spettacolare You Never Can Tell (conosciuta anche come C’Est La Vie), rock’n’roll allo stato puro contraddistinto dalle magiche evoluzioni chitarristiche del leader ed il gruppo che è un treno lanciato. Ma la maggior parte delle sorprese sono nella seconda parte (e c’è in tutto lo show un solo pezzo di Jerry, la solita Deal), a cominciare da un doppio omaggio a Eric Clapton con una potente Lay Down Sally e la meno nota See What Love Can Do (scritta da Jerry Lynn Williams, era su Behind The Sun), per poi proseguire con la splendida Twilight dal repertorio di The Band ed un gran finale con Lazy Bones di Hoagy Carmichael, dal sapore antico e con Jerry che canta in maniera quasi confidenziale, e con il grande classico soul Everybody Needs Somebody To Love, in versione leggermente rallentata ma con Garcia che suona in maniera divina. Con le prime copie di Electric On The Eel (da accaparrarsi in pre-ordine, cosa che ho fatto) veniva dato in omaggio un ulteriore CD, ora purtroppo esaurito, intitolato Acoustic On The Eel, che prendeva in esame uno show unplugged registrato nell’agosto del 1987 dalla versione acustica della JGB, con una formazione che conservava solo Jerry alla chitarra e Kahn al basso, ed aggiungeva il vecchio amico David Nelson alla seconda chitarra e Sandy Rothman al banjo, dobro e mandolino. Ed il CD è, manco a dirlo, davvero stupendo, con cristalline versioni tra folk, country e bluegrass di classici della tradizione come I’ve Been All Around This World, Little Sadie e I’m Troubled, vecchi blues rivisti alla maniera folk come Deep Elem Blues, Oh Babe It Ain’t No Lie (Elizabeth Cotton) e Spike Driver Blues (Mississippi John Hurt), oltre ad un paio di classici dei Dead del calibro di Friend Of The Devil e Ripple.

Ma se non ce l’avete fatta a fare vostro anche il dischetto acustico, direi che Electric On The Eel può bastare a regalarvi quasi sei ore di puro godimento musicale.

Marco Verdi

Sceneggiatore E Autore Per Cinema E TV, Ma Anche Ottimo Musicista. John Fusco And The X-Road Riders

john fusco and the x-road riders

John Fusco And The X-Road Riders – John Fusco And The X-Road Riders – Checkerboard Lounge Records

Il nome di John Fusco come musicista sicuramente dice poco ai più, ed in effetti questo album con gli X-Road Riders è il suo esordio. Ma se scaviamo più in profondità scopriamo che questo signore è colui che ha scritto il soggetto originale di Crossroads (in Italia Mississippi Adventure), l’ottimo film del 1986 di Walter Hill, che proponeva una versione romanzata del famoso patto siglato al crocevia tra Robert Johnson e il Diavolo, con la colonna sonora di Ry Cooder e Steve Vai nella parte di quel “diavolo” di un chitarrista che duella con Ralph Macchio. Fusco ha comunque scritto anche i soggetti di Young Guns I e iI, Hidalgo, Spirit, l’imminente Highwaymen di Kevin Costner, la serie televisiva Marco Polo per la Netflix, quindi non è il primo pirla che passa per strada, e comunque ha anche questa “passionaccia” per la musica, il blues(rock) nello specifico e per il suo esordio discografico si fa aiutare da Cody Dickinson dei North Mississippi Allstars, che nel CD suona chitarra, dobro, piano, basso e batteria, lasciando le tastiere a Fusco, che si rivela essere anche un notevole cantante, in possesso di una voce profonda, vissuta e risonante, ben sostenuta dalle gagliarde armonie vocali di Risse Norman, una vocalist di colore dal timbro intriso di soul e gospel, come dimostrano tutti insieme nella potente Rolling Thunder che apre l’album e dove la slide tangenziale di Dickinson è protagonista assoluta del sound.

Drink Takes The Man è anche meglio, con l’organo di Fusco e la chitarra di Cody a duettare, mentre John, con l’aiuto sempre della Norman, imbastisce un blues-rock quasi alla Allman Brothers, sapido e gustoso, sempre con le chitarre di Dickinson in grande spolvero. L’album è stato registrato ai Checkerboard Lounge Studios di Southaven, Mississippi, ed esce per l’etichetta dello stesso nome, al solito con reperibilità diciamo difficoltosa, ma vale la pena di sbattersi, perché il disco merita: in Poutine c’è anche una piccola sezione fiati guidata dalla tromba di Joshua Clinger, e il suono si fa più rotondo, con elementi soul sudisti, sempre caratterizzati dalla voce allmaniana di Fusco, dal suo organo scintillante, dalle chitarre di Dickinson e dalla calda vocalità della Risse. Hello Highway, con l’armonica dell’ospite Mark Lavoie in evidenza, più che un brano di Dylan (con cui ha comunque qualche grado di parentela) sembra un brano della Band, quando cantava Rick Danko, con il tocco geniale di un piano elettrico a rendere più intensa la resa sonora di questa bellissima canzone. E non è da meno anche A Stone’s Throw un’altra bella ballata gospel-rock che miscela il sound della Band e quello degli Allman, con la lirica solista di Dickinson a punteggiare splendidamente tutto il brano, mentre Fusco e la Norman si sostengono a vicenda con forza.

Non ci sono brani deboli in questo album, anche I Got Soul, quasi una dichiarazione di intenti, di nuovo con l’armonica di Lavoie e il sax solista di Bradley Jewett, ha ancora questo impeto del miglior blues sudista, con Fusco che rilascia un ottimo assolo di organo, senza dimenticare di lavorare di fino anche al pianoforte. Can’t Have Your Cake, sembra la sorella minore di Midnight Rider di Gregg Allman, un’altra southern ballad di grande fascino, cantata con impeto dal nostro amico, mentre la chitarra è sempre un valore aggiunto anche in questo brano https://www.youtube.com/watch?v=HAOlJvEL_lE ; Boogie On The Bayou, è un altro blues di quelli gagliardi, con piano elettrico, chitarra, ed organo a supportare con trasporto la voce vellutata e vibrante di Fusco. Anche Once I Pay This Truck Off non molla la presa sull’ascoltatore, questa volta sotto la forma di una ballata elettroacustica insinuante, sempre calda ed appassionata, grazie all’immancabile lavoro di grande finezza offerto da Cody Dickinson https://www.youtube.com/watch?v=roz27n9cTlU , che per il brano finale chiama a raccolta anche la solista del fratello Luther per una versione di grande forza emotiva del super classico di Robert Johnson Crossroad Blues, con la band che rocca e rolla di brutto sul famoso riff della versione dei Cream, e la slide che imperversa nel brano, grande anche la Norman, anche se forse avrei evitato il freestyle rap di Al Kapone che comunque non inficia troppo una grande versione https://www.youtube.com/watch?v=RgAWx9IhzU8 , all’interno di un album di notevole spessore complessivo.

Bruno Conti