Prima O Poi Era Giusto Recuperare Anche Questo Periodo. Fleetwood Mac – 1969 To 1974

fleetwood mac 1969-1974

Fleetwood Mac – 1969 To 1974 – Reprise/Warner 8CD Box Set

Se chiedete ad un campione di fans dei Fleetwood Mac quale sia la loro versione preferita del gruppo penso che la maggior parte sceglierà quella del periodo “californiano” dal 1975 al 1987, mentre i puristi opteranno per il primi anni in cui i nostri erano una blues band al 100% britannica guidata da Peter Green, ma penso che ben pochi indicheranno i cosiddetti “anni di mezzo”, cioè la prima metà degli anni settanta (i novanta, con Rick Vito e Billy Burnette prima e Dave Mason e Bekka Bramlett poi, non li prendo neanche in considerazione). Eppure sarebbe secondo me sbagliato accantonare il quinquennio che va dal 1970 al 1974 come un lungo incidente di percorso, in quanto quegli anni hanno testimoniato la lenta metamorfosi dei nostri da gruppo ancora legato a stilemi di matrice blues ad esponente di un elegante soft rock di stampo West Coast, con una serie di dischi interessanti pur senza capolavori (ma nemmeno album brutti) ed una certa unitarietà nonostante i continui cambi di formazione.

La Warner ha avuto l’ottima idea di riunire i lavori sopracitati in un pratico cofanetto chiamato semplicemente 1969 To 1974 (fra poco farò una considerazione sul titolo), otto CD rimasterizzati ad arte e con diverse bonus tracks anche inedite, e soprattutto sull’ultimo dischetto un concerto radiofonico mai sentito prima, il tutto ad un costo molto interessante (attorno ai 40-45 euro). Dicevo del titolo, che riflette una (piacevole) bizzarria del box: infatti il primo CD incluso è il mitico Then Play On del 1969, un vero capolavoro che però è ancora legato alla prima fase del gruppo essendo l’ultimo lavoro con Green alla leadership, e che pur essendo un grandissimo album in cui la base blues dei Mac incontra la psichedelia, c’entra poco nel contesto del cofanetto (sarebbe stato sufficiente partire dal 1970); la cosa ha ancora meno senso in quanto Then Play On è uscito di nuovo più o meno in contemporanea per festeggiare i 50 anni, e qui nel box è presente con le stesse bonus tracks della ristampa “singola”, che tra l’altro ricalca per filo e per segno quella uscita nel 2013, alla recensione della quale vi rimando https://discoclub.myblog.it/2013/08/10/torna-uno-dei-dischi-storici-del-rock-anni-70-fleetwood-mac/

Scelte incomprensibili a parte (Then Play On è comunque sempre un bel sentire), il “vero” cofanetto inizia con Kiln House del 1970, con il gruppo ridotto a quartetto (Mick Fleetwood, John McVie, Danny Kirwan e Jeremy Spencer, il quale era rientrato nel gruppo dopo aver “saltato” Then Play On) ma con la partecipazione in un paio di pezzi di tale Christine Perfect, ex Chicken Shack che diventerà famosissima di lì a pochissimo come Christine McVie dopo aver sposato il bassista del gruppo (ma qui viene accreditata solo come autrice del disegno di copertina). La leadership è quindi nelle mani di Kirwan e Spencer, e l’album ha una piacevole connotazione pop-rock con alcuni brani addirittura in stile anni cinquanta, come la deliziosa This Is The Rock, tra Elvis e musica doo-wop, o lo slow “mattonella style” Blood On The Floor, il rock’n’roll ruspante di Hi Ho Silver, con Spencer ottimo alla slide, e l’omaggio a Buddy Holly (non solo nel testo) di Buddy’s Song; non male anche la countreggiante One Together e la mossa e coinvolgente Tell Me All The Things You Do, suonata alla grande. Le bonus tracks comprendono le versioni a 45 giri di Jewel Eyed Judy e Station Man e l’unico “non-album single” del periodo, formato dalla corale e californiana Dragonfly e dalla bella rock song dal sapore sudista Purple Dancer.

Il 1971 vede l’ingresso ufficiale della McVie nella lineup del gruppo ma anche l’uscita definitiva di Spencer, sostituito dall’americano Bob Welch che si dimostrerà un valido autore e chitarrista. Future Games è un buon disco, che però come tutti gli altri contenuti in questo box ha vendite deludenti: i brani migliori per il momento escono ancora dalla penna di Kirwan, come il sognante folk-rock alla David Crosby Woman Of 1000 Years, la sinuosa e fluida Sands Of Time o la solare e pianistica Sometimes, davvero gradevole. Christine scrive e canta due pezzi, Morning Rain e Show Me A Smile, che rivelano il suo stile pop-rock raffinato che negli anni arriveremo a conoscere benissimo. Interessanti le bonus tracks (a parte la single version di Sands Of Time), tutte inedite: tre riletture alternate di Sometimes, Lay It All Down e Show Me A Smile, la take completa e non sfumata di What A Shame e soprattutto Stone, una delicata folk song di Welch per sola voce e due chitarre acustiche, mai sentita prima.

Caso più unico che raro, i Mac restano nella medesima formazione anche per il seguente Bare Trees (1972), altro piacevole lavoro che si apre con il trascinante rock’n’roll di Child Of Mine di Kirwan, dal sapore westcoastiano, e che contiene piccole gemme come il soft rock alla Chicago The Ghost, la decisa Homeward Bound, che svela il lato rock della McVie (mentre il suo lato balladeer è rappresentato splendidamente da Spare Me A Little Of Your Love, un brano al livello di quelli che pubblicherà dal 1975 in poi), la bella e raffinata Sentimental Lady, una delle canzoni migliori di Welch e la deliziosa pop song Dust, ultima testimonianza di Kirwan all’interno della band. Tre le bonus tracks: oltre alla versione a 45 giri di Sentimental Lady abbiamo la rara e “petergreeniana” Trinity ed una solida Homeward Bound registrata dal vivo.

Nel 1973 esce Penguin ed i Mac sono addirittura in sei: lascia Kirwan ma subentrano il chitarrista Bob Weston e, dai Savoy Brown, il vocalist Dave Walker che rimarrà pochissimo in seno al gruppo. Penguin è un disco meno brillante dei precedenti ma non disprezzabile, che inizia però splendidamente con la squisita Remember Me, un’accattivante pop song come solo Christine McVie sa scrivere (e la bionda cantante/pianista dimostra di essere in ottima forma anche con la saltellante Dissatisfied). Altri pezzi degni di nota sono la countreggiante The Derelict, il rock etnico alla Santana Revelation (grande Welch alla sei corde), la solare e caraibica Did You Ever Love Me ed il fluido pop-rock psichedelico Night Watch, mentre la cover di (I’m A) Road Runner di Junior Walker non è il massimo. Stranamente questo è l’unico dischetto del box senza bonus tracks.

Nello stesso anno di Penguin i FM sono ancora tra noi con Mystery To Me, un disco migliore del precedente nonostante la copertina orribile. Walker se ne è già andato ed i nostri sono nuovamente in cinque, con Welch che assume il ruolo di leader con sette brani su dodici a sua firma (ma Keep On Going, che è quasi discomusic ante litteram, è cantata dalla McVie), tra le quali spiccano la sontuosa rock song d’apertura Emerald Eyes, l’elegante Hypnotized, puro pop di squisita fattura, il grintoso rock-blues con slide e wah-wah The City e la cavalcata elettrica di Miles Away. Quattro pezzi portano la firma di Christine: ottime il pop’n’roll Believe Me e la deliziosa ed orecchiabile Just Crazy Love; c’è anche una discreta cover di For Your Love, un brano di Graham Gouldman reso popolare dagli Yardbirds, canzone presente anche in una rara versione in mono come prima delle due bonus tracks, seguita dall’inedita ed energica Good Things (Come To Those Who Wait) di Welch.

E veniamo all’ultimo album di studio del periodo, ovvero Heroes Are Hard To Find del 1974 (con una copertina che oggi verrebbe censurata), con la band ridotta a quartetto a causa della partenza di Weston. Un disco nel quale la McVie conferma il suo sopraffino gusto pop con il solido ma fruibile errebi che intitola il lavoro, la magnifica ballata pianistica Come A Little Bit Closer, con bella orchestrazione e la steel guitar di Sneaky Pete Kleinow, e con le vibranti ed intense Bad Loser e Prove Your Love. Welch dal canto suo dà il meglio si sé nella robusta e pressante Angel, tra rock, jazz e tentazioni jam, la bizzarra Bermuda Triangle che fonde blues, pop e flamenco, la diretta ed immediata She’s Changing Me, californiana al 100%, ed il gustoso funkettone Born Enchanter, Trascurabile l’unica traccia bonus, la single version della title track.

Dulcis in fundo, ecco l’album dal vivo inedito: Live From The Record Plant è un concerto registrato in studio per una trasmissione radiofonica (quindi senza pubblico) dalla stessa formazione di Heroes Are Hard To Find, il 15 dicembre del 1974, ed è quindi una delle ultimissime apparizioni di Welch con i Mac a pochi mesi dall’ingresso di Lindsey Buckingham e Stevie Nicks che cambierà per sempre (in meglio) le sorti del gruppo. Il suono è splendido, e Welch lascia un ottimo ricordo con una prestazione splendida: nella setlist non mancano i pezzi migliori tratti da Kiln House in poi (Spare Me A Little Of Your Love, Sentimental Lady, Future Games, Hypnotized) ed alcune scelte dagli ultimi due lavori (Angel, Bermuda Triangle, Believe Me, Why), tutto ad un livello più alto delle controparti in studio. Ma le canzoni che valgono da sole il CD (e buona parte del cofanetto) sono tre fantastiche rivisitazioni di brani di Peter Green (The Green Manalishi, Rattlesnake Shake ed un irresistibile medley Black Magic Woman/Oh Well), in cui Welch fa di tutto per non far rimpiangere il grande chitarrista britannico e non va molto lontano dall’eguagliarne la bravura.

Se siete dei fans dei Fleetwood Mac inglesi o californiani che siano ma non conoscete la loro fase post-blues (o pre-successo planetario), questo box è da tenere assolutamente in considerazione. Anche per il prezzo, una volta tanto abbordabile.

Marco Verdi

A Furia Di Pillole Il Blues Diventa Sempre Più Rock. Blues Pills – Holy Moly

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Blues Pills – Holy Moly – Nuclear Blast

Riassunto delle puntate precedenti: li avevamo lasciati alla fine del 2017, con la pubblicazione di un CD/DVD dal vivo Lady In Gold Live In Paris https://discoclub.myblog.it/2017/12/12/pillole-sempre-piu-robuste-per-la-cura-del-rock-blues-pills-lady-in-gold-live-in-paris/  che in pratica era il resoconto dei concerti del tour del 2016 per promuovere appunto Lady In Gold, il secondo disco di studio del Blues Pills, dopo l’omonimo esordio del 2014, preceduto e seguito da una pletora di Mini CD, EP, e anche DVD, sia in studio che dal vivo, visto che la band di Erin Larsson, la carismatica leader e frontwoman del gruppo è in pista ormai dal 2011, quando Cory Berry alla batteria e Zack Anderson al basso avevano incrociato le loro strade con la Larsson che viveva In California. Poi a fine anno si trasferiscono in Svezia, a Orebro, dove li raggiunge il giovanissimo chitarrista francese Dorrian Soriaux, che con gli altri condivideva la passione per un robusto rock-blues (Cream, Led Zeppelin, Free) con venature psichedeliche (la predilezione di Soriaux per i Fleetwood Mac di Peter Green, come dargli torto e di Erin per Janis Joplin).

Nel frattempo Berry viene sostituito da André Kvarnström alla batteria, già dal 2014, e a fine 2018 Soriaux lascia amichevolmente gli altri, con Anderson che passa alla chitarra, sostituito al basso da un altro svedese Kristoffer Schander. Con la nuova formazione il quartetto è entrato in studio per il terzo album, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Andrew Scheps (Red Hot Chili Peppers, Iggy Pop, Black Sabbath, Rival Sons), tutta gente dal suono “pesante, ed in effetti il sound dei Blues Pills, disco dopo disco, si è fatto sempre più duretto. Cosa che conferma pure Holy Moly, previsto in uscita a giugno, ma poi spostato ad agosto inoltrato per le note vicende Covid: undici brani dove non si prendono prigionieri, la Larsson è sempre una figlioccia illegittima di Janis e delle sue varie discepole (Beth Hart, Dana Fuchs, Lynn Carey Mama Lion, Colleen Rennison), ma dovendo “combattere” con il suono decisamente più aggressivo dei suoi pard, la vocalità viene ancora più sbattuta in primo piano, come dimostra la riffatissima Proud Woman, con chitarre e sezione ritmica che ci danno dentro di brutto, anche se Anderson è un chitarrista meno virtuosistico di Soriaux, come dimostra la tirata Low Road, una sorta di psych heavy rock, con wah-wah a manetta e chitarre distorte, di buona fattura comunque.

Dreaming My Life Away, tra Sabbath e Zeppelin, non concede requie, anche se l’approccio 70’s hard rock non dispiace e Anderson si disbriga con un buon assolo, mentre Erin è sempre impegnatissima a domare i suoi compagni, dedicandosi ad una heavy ballad come California, dove qualche piccolo afflato melodico non manca nella vocalità pur sempre esagerata della Larsson, che ha comunque una gran voce, in grado a tratti di infiammare lascoltatore; Rhythm In The Blood è un’altra “pillola” infiammata, ma il sound mi pare pasticciato e velleitario, con Dust che tenta la strada dell’hard blues, minaccioso e sospeso, sempre violento e carico, con il suono troppo lavorato fino a coprire la voce di Erin, per amanti di certo doom rock. Kiss My Past Goodbye, il terzo singolo, rimane ancora in questo alternative rock, “moderno” ma poco ispirato, voce filtrata, drumming potente e suoni carichi, ma mi pare non troppe idee.

Wish I’d Known finalmente sembra recuperare quelle ballate sognanti in cui lo spirito degli amati Fleetwood Mac si riaffaccia, sonorità più raffinate e una bella interpretazione vocale della Larsson risollevano lo spirito del disco, e anche l’incalzante Bye Bye Birdie, pur nella sua veemenza, rimanda al sound dei Blues Pills dei dischi precedenti, con un discreto solo di Zack, che però non è chitarrista di grande tecnica. In Song For A Mourning Dove, il brano più lungo, appare anche un pianoforte, l’atmosfera della ballata si fa più rarefatta e raccolta e si apprezza maggiormente la voce della Larsson, inserita in un ambito psych strumentale in leggero crescendo, dove anche la solista di Anderson fa la sua porca figura. In chiusura del CD, a risollevare comunque il livello qualitativo complessivo di questo Holy Moly, un’altra ballata come Longest Lasting Friend, solo voce e chitarra elettrica. Disco di transizione? Ai fans della band l’ardua sentenza.

P.S. E’ disponibile anche una versione di Holy Moly doppia, con allegato l’EP di 4 brani Bliss, già uscito nel 2012, ma che non era di facile reperibilità.

Bruno Conti

Excuse Me While I Kiss The Sky! Jimi Hendrix 27-11-1942 18-09-1970

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*NDB Lo avevo scritto per il 40° dalla morte, ma rimane valido anche per il 50° Anniversario e quindi ve lo ripropongo, in versione riveduta e corretta, anche sui video proposti, alcuni non più disponibili.

Esattamente 50 anni fa oggi moriva James Marshall Hendrix, in arte Jimi Hendrix, il più grande chitarrista di tutti i tempi e uno dei cinque musicisti più importanti nella storia della musica rock. Era nato a Seattle il 27 novembre del 1942 e morì in circostanze mai del tutto chiarite a Londra il 18 settembre del 1970. Non aveva quindi ancora compiuto 28 anni, quindi anche lui nel Club dei 27,

Per ricordarlo questi sono 5 momenti salienti della sua carriera.

1) Jimi Hendrix il compositore.

Little Wing, per me, forse, la più bella canzone che sia mai stata scritta. In particolare emozionante in questa versione registrata dal vivo al Winterland di San Francisco nel 1968 . La versione è magnifica e raggiunge la sua apoteosi nella parte finale quando Jimi innesta il wah-wah e fa “parlare” la sua chitarra. Sublime!

2) Jimi Hendrix il Bluesman.

Red House, la versione registrata a Santa Clara nel 1969. Questa versione è assolutamente superlativa, quando la chitarra entra in overdrive raggiunge vette veramente spaziali, peccato per la qualità della parte vocale. Il Blues (rock) secondo Hendrix!

3) Jimi Hendrix il Chitarrista.

Voodoo Child (Slight return). Ve la presento nella versione che verrà pubblicata il 20 novembre p.v. nella nuova uscita Live In Maui 2CD+Blu-Ray :il distillato della chitarra rock, più volte imitato e mai eguagliato!

4) Jimi Hendrix l’interprete.

All Along The Watchtower. Tratta da Electric Ladyland. Perfino Bob Dylan ha adottato la versione di Hendrix nel suo repertorio. L’intreccio di chitarre acustiche ed elettriche e l’interpretazione di Jimi la rendono insuperabile.

5) Jimi Hendrix il performer.

The Star Spangled Banner. Hendrix interpreta l’inno nazionale americano al Festival di Woodstock e scrive una pagina di storia.

Queste, tra decine di brani fantastici di Jimi, sono le mie scelte per un piccolo omaggio. A proposito di omaggi: mi chiedevo proprio in questi giorni, ma possibile che la Sony music e soprattutto la Experience Hendrix Lcc (ovvero la famiglia, la sorella Janie in particolare) non ci “regalino” qualcosa per celebrare il 50° anniversario della morte di Jimi Hendrix, la risposta è poche righe sopra, e anche qui sotto.

jimi hendrix live maui front jimi hendrix live maui box

Era quasi inevitabile, poi nei prossimi giorni ne parliamo più diffusamente.

Bruno Conti

Dalla Terra Dei Canguri Il Ritorno Di Un Chitarrista Di Quelli Tosti. Rob Tognoni – Catfish Cake

rob tognoni catfish cake

Rob Tognoni – Catfish Cake – MIG Made In Germany

Rob Tognoni, 60 anni a ottobre, italo-australiano, è uno dei punti di forza della scena rock-blues down under. 35 anni di carriera, ma solo 25 a livello discografico, con un output di pubblicazioni che oscilla a seconda delle fonti, tra i venti e venticinque album, compresi parecchi pubblicati a livello autogestito, inclusi i due recenti CD Live del 2018. Tognoni, dato il suo luogo di nascita, è noto come “The Tasmanian Devil”, per la grinta e la forza delle sue esibizioni e per il suo stile impetuoso, tanto che anche se viene catalogato come artista blues, direi che sarebbe più giusto ascriverlo alla categoria Power Trio con derive hard-rock 70’s, per quanto di buona fattura, non sarà un caso che tra le sue influenze citi Cream, Hendrix, i compatrioti AC/DC, ma anche Led Zeppelin, Deep Purple, Grand Funk, e bluesmen come B.B King, Robert Johnson, il primo Peter Green, vengono aggiunti al menu solo in seguito.

Uno dei suoi mentori in patria è stato l’eccellente chitarrista Dave Hole https://discoclub.myblog.it/2018/07/17/torna-il-miglior-chitarrista-slide-australiano-dave-hole-goin-back-down/  che lo ha aiutato ad avere il primo contratto con la Provogue nel 1995, e da allora ha pubblicato dischi anche con la Blues Boulevard e la Dixie Frog, per la quale è uscito nel 2012 Energy Red, se non ricordo male l’ultimo album che ho recensito per il Blog https://discoclub.myblog.it/2012/05/16/le-ripetizioni-giovano-rob-tognoni-energy-red/ , anche se l’ultimo album di studio “importante” è stato Birra For Lira, che fa chiaro riferimento alle sue origini italiane, e ha anche piazzato un paio di recenti collaborazioni con il buon Max Meazza. Se dovessi ricordare uno dei suoi dischi migliori magari opterei per Boogie Like You Never Did, una compilation del 2012 che fin dal titolo è una sorta di dichiarazione di intenti https://discoclub.myblog.it/2012/03/07/southern-hard-rock-rob-tognoni-boogie-like-you-never-did/ : in questo Catfish Cake, torta di pesce gatto, si fa riferimento ad uno degli abitatori abituali delle paludi del Mississippi e quindi della tradizione delle 12 battute.

Che poi nel disco viene coniugata in modo decisamente ribollente, con la ritmica rocciosa tedesca di Slawen Semeniuk basso e Mirko Kirch batteria, che picchia con criterio e i riff della chitarra di Tognoni che arrivano da destra e da manca, come nell’iniziale New Set Of Rays, un boogie cadenzato che deve parecchio a Canned Heat e al loro maestro John Lee Hooker, dove si apprezza il vocione vissuto di Rob e la sua peraltro eccellente tecnica chitarristica, che viene sottolineata dal lavoro di un organo sullo sfondo, suonato dallo stesso Tognoni. Il copione è questo, poi ci sono piccole variazioni sul tema con nel funky-blues-rock della cattiva Dealin’ At the Crossroads, dove il nostro innesta il wah-wah in onore dell’amato Jimi, o nella frenetica Captain Magic dove si va di boogie alla ZZ Top o alla Thorogood, con ottimi assoli del “Diavolo” che comincia a scaldare le corde della solista.Fat Orange Man è un roccaccio sudista di quelli duri e puri, mentre Superficial è una sorta di hard ballad con uso di organo, che poi d’improvviso accelera di botto e Rob inchioda un altro assolo di buona tecnica.

No Sleep In Hell è un altro pezzo rock classico di quelli robusti, con assolo di chitarra dove il nostro si sdoppia e raddoppia alle soliste, She Waited è un’altra ballatona, solo voce e chitarra elettrica, cantata con pathos e con lirico assolo, mentre James Brown, come da titolo, è un super funky con grande lavoro di Semeniuk al basso. Makin’ Me Live è una delle tracce dove il blues è più presente, ma sempre con forti iniezioni di rock, non particolarmente originale, e non manca neppure un altro riff’n’roll, forse in omaggio agli AC/DC nella vibrante Conspiracy Deep State e anche Outback non concede requie all’ascoltatore, sarà anche tutto registrato ad Aquisgrana in Cruccolandia, ma si respira aria di sterminate highways australiane, quando si potranno percorrere di nuovo dopo il virus, a finestrini abbassati e a tutto volume, che non manca neppure nel poderoso rock sudista della conclusiva Full Recovery, dove Tognoni e soci ci danno dentro sempre alla grande. “Forse” Tognoni non è uno raffinato, ma grinta e ritmo non mancano di sicuro in questo CD.

Bruno Conti

Il “Solito” Bravo Musicista Texano. Matthew Austin Hunt

matthew austin hunt

Matthew Austin Hunt – Matthew Austin Hunt – Edgewater CD

Uno degli ultimi nomi usciti da quell’inesauribile fucina di talenti che è il Texas è quello di Matthew Austin Hunt, giovane musicista dell’area di Houston che ha appena pubblicato in maniera rigorosamente indipendente il suo album di esordio. Nipote di un musicista di Los Angeles degli anni quaranta, Matthew è cresciuto ascoltando i dischi del nonno (più che altro crooner del calibro di Perry Como, Bing Crosby e Johnny Mathis) e del padre (cose decisamente più texane, come Waylon, Willie e Jerry Jeff Walker) aggiungendo a tutto ciò le sue influenze dirette che vanno da Lyle Lovett a Jackson Browne passando per James Taylor. Il risultato di cotanto bagaglio è appunto l’omonimo Matthew Austin Hunt, un album che non è country come si potrebbe pensare ma una miscela di vari stili che comprendono anche rock, folk e musica cantautorale, il tutto riassumibile con il solito termine “Americana”.

Il country fa certamente parte del suo background, ma Hunt aggiunge spesso e volentieri generose dosi di rock coniugando molto bene un suono forte e chitarristico ad una vena compositiva degna di nota, grazie anche all’apporto di una solida band che va dritta al bersaglio, i cui membri più in vista sono il polistrumentista Derek Hames (che produce anche il disco), il chitarrista John Shelton, l’energica sezione ritmica formata da Mark Riddell al basso e Isaias Gil alla batteria e la violinista Ellen Melissa Story. Puro rock made in Texas quindi, intenso e godibile allo stesso tempo. L’iniziale American Made è un robusto rockin’ country elettrico dal ritmo sostenuto e suono potente, che parte dalla lezione di Waylon per aggiungere ulteriori dosi di rock, con le chitarre in gran spolvero e l’organo a tessere sullo sfondo: un avvio solido e coinvolgente.

Anche Open Book si apre con una bella schitarrata, ma poi il brano si rivela una ballata distesa di pregevole fattura con un motivo che si snoda fluido, anche se il tasso elettrico resta elevato; molto bella Bye London Bye, uno slow elettroacustico dalla melodia toccante ed uno sviluppo strumentale arioso e non privo di pathos, mentre Drip By Drip è una rock song rocciosa con il solito importante apporto di Shelton alla solista ed una sezione ritmica granitica: non solo muscoli però, in quanto anche il songwriting è decisamente valido. Close To Me è gentile, attendista e quasi rarefatta (e spuntano violino e mandolino) a differenza di We Can Dream che è pur sempre una ballata ma parte con un riff molto potente e sanguigno, anche se Matthew conserva quel suo modo gentile di porgere il brano.

The Day I Met You è l’ennesimo pezzo lento, ma il nostro sa scrivere e riesce a trovare la veste sonora adeguata ad ogni canzone senza pertanto risultare noioso: qui il sound è aperto, terso e vibrante, con violino e chitarra elettrica in decisa evidenza. L’incalzante rock ballad Let Me Breathe (ottimo l’uso dell’organo) e la tenue e leggiadra Shade Of Gray portano alla conclusiva My Dear Friend, intensa ed emozionante ballatona tra country e musica d’autore, tra le migliori del CD. Matthew Austin Hunt ha sicuramente grossi margini di miglioramento, ma il suo omonimo debut album rappresenta comunque una base di partenza più che buona.

Marco Verdi

Un’Altra Succulenta Uscita Di Archivio Per Gli Amanti Della Buona Musica! Commander Cody & His Lost Planet Airmen – Bear’s Sonic Journals Found in the Ozone

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Commander Cody & His Lost Planet Airmen – Bear’s Sonic Journals Found in the Ozone – 2 CD Owsley Stanley Foundation

Come i lettori più attenti avranno notato, in questi ultimi tempi c’è stata una notevole attività discografica di Commander Cody, sia CD “nuovi”, che pubblicazioni di materiale di archivio, ufficiali (come il disco dal vivo del 1971 uscito per la Sundazed nel 2015 e i due titoli della RockBeat https://discoclub.myblog.it/2017/06/13/un-comandante-perduto-ritrovato-commander-cody-and-his-lost-planet-airmen-live-from-ebbets-field-denver-colorado-august-11-1973/ ), ma anche parecchie uscite (semi)legali di materiale radiofonico da etichette di dubbia provenienza, alcuni incisi anche bene e con contenuti interessanti. Sicuramente una etichetta “seria” (ed è strano dirlo parlando di un personaggio come Owsley Stanley, più noto come Bear, che ai tempi in cui era ingegnere del suono e fornitore di sostanze illegali per i Grateful Dead probabilmente era sempre “leggermente” fatto), gestita da moglie, figli, nipoti e pronipoti, che stanno amministrando il suo archivio in modo oculato

.Dopo le uscite dedicate a Doc & Merle Watson, Allman Brothers Band https://discoclub.myblog.it/2018/08/11/le-loro-prime-registrazioni-dal-vivo-di-nuovo-disponibili-allman-brothers-band-fillmore-east-february-1970/ , Jorma Kaukonen & Jack Casady pre Hot Tuna https://discoclub.myblog.it/2019/02/14/nuovi-dischi-live-dal-passato-6-prima-di-essere-gli-hot-tuna-erano-gia-formidabili-jorma-kaukonen-jack-casady-bears-sonic-journals-before-we-were-them-live-june-2/  e il quintuplo New Riders Of The Purple Sage https://discoclub.myblog.it/2020/03/23/anche-prima-di-diventare-una-vera-band-erano-gia-belli-pronti-new-riders-of-the-purple-sage-dawn-of-the-new-riders-of-the-purple-sage/ , questa volta tocca ad un doppio CD dedicato a Commander Cody & His Lost Planet Airmen. *NDB Non è facile da trovare e costa caro, ma cercatelo perché vale la pena.

Si tratta di registrazioni effettuate tra il 27 febbraio e il 29 marzo del 1970, al Family Dog At The Great Highway (per dargli il suo nome completo) di San Francisco, California, di proprietà dell’impresario Chet Helms, grande rivale di Bill Graham con il suo Fillmore West: nei due locali si alternavano grandi serate con i Grateful Dead, che di volta in volta cambiavano i loro opening acts, e Owsley era sempre lì a registrare tutto su nastro, con una costanza ed una qualità che ancora oggi sorprendono all’ascolto. Come di consueto anche il libretto del CD (una ventina di pagine, comprese fronte e retro della copertina) sono ricchissime di notizie ed un vero piacere da leggere. Mi permetto di “rubare” pari pari l’incipit del lungo saggio scritto da Nicholas G. Meriwether, che racconta con grande dovizia di particolari la storia dei primi anni della band ed il contenuto del doppio CD (se proprio siete ricchi sono disponibili anche i download ad alta risoluzione dei sei concerti completi): “Nel 1969 il famoso critico musicale Ralph J. Gleason chiamò San Francisco “la Liverpool dell’Ovest”vedendo la risonanza tra la fonte britannica di un pop innovativo e la varia e vibrante scena che si stava sviluppando nella Bay Area. Il 1969 fu anche l’anno in cui George Frayne e gli altri membri della band arrivarono a Berkeley…”

Il gruppo si chiamava Commander Cody & His Lost Planet Airmen (ispirati da due serie televisive di culto) e veniva dalla zona di Detroit, anche se i componenti, a partire da Frayne, che era di Boise, Idaho, venivano in pratica da tutti gli States. Agli inizi George, che si era laureato in Scultura e Pittura (Belle Arti se preferite) all’Università del Michigan, aveva fatto anche l’insegnante, ma poi il richiamo della musica lo aveva travolto e tra le le prime incarnazioni degli Airmen, ancora a Detroit, ce n’era una di 34 elementi che faceva concorrenza alla visione di Andy Warhol per i Velvet Underground, con una sezione di 5 kazoo, una ragazza tutta vestita di nero, con una frusta, che stava sul palco e non faceva nulla, ed un’altra di oltre 90 chili, avvolta solo dalla bandiera americana pure, mentre sullo sfondo scorrevano filmati di estrazioni dentali. Poi le cose si sono normalizzate e quando Frayne e soci arrivano in California (precedendo di poco gli amici Asleep At The Wheel) in poco tempo acquisiscono la reputazione di favolosa (e unica) band dal vivo. George Frayne al piano, e occasionale voce solista, Billy C. Farlow, cantante ed armonicista, Bill Kirchen, chitarra e voce, Andy Stein, violino e sax, Steve Davis, pedal steel guitar, Bruce Barlow basso e Lance Dickerson batteria, completano la line-up, dove manca John Tichy, chitarra ritmica e voce, che rientrerà in formazione per la pubblicazione del primo album di studio alla fine del 1971. Genere musicale? Country, rock (and roll), western swing, rockabilly, americana, blues, zydeco, cajun, mi sa che ne ho dimenticato qualcuno: e tutto è perfettamente bilanciato.

I due CD contengono il concerto completo del 28 marzo 1970, il migliore dei sei, poi ci sono altre 26 canzoni, 41 brani in totale, estratti dalle varie serate, badando ad evitare doppioni e con moltissime canzoni mai più apparse in seguito negli album ufficiali della band, che permettono di apprezzare, con eccellente qualità sonora, i coinvolgenti e scoppiettanti set del gruppo. Si apre proprio in modo ruspante con il soundcheck in diretta di fronte al pubblico, che poi confluisce nel breve strumentale Cajun Fiddle, affidato al violino di Andy Stein e alla pedal steel di Davis, per gli amici “The West Virginia Creeper”.  seguito dal R&R scatenato Good Rockin’ Tonight, il secondo singolo di Elvis per la Sun, con Kirchen, di nuovo Stein e il Comandante che cominciano a scaldare i loro strumenti, mente Farlow mette in mostra la sua voce calda e sicura, a seguire una pimpante Jambalaya per il lato country, e poi il lato R&B, R&R e New Orleans con My Girl Josephine di Fats Domino, l’originale di Barlow What’s The Matter Now, di nuovo di impianto country, con Davis alla steel, non manca neppure il zydeco’n’roll della travolgente Bon Ton Roulet, degna dei futuri sviluppi di Zachary Richard, il rockabilly di Matchbox di Carl Perkins, con Frayne che può fare il Jerry Lee Lewis della situazione, una ballata country spezzacuori come Long Black Limousine, la vivace cover di Only Daddy That’ll Walk The Line che era stata la canzone country del 1968 da un album di Waylon Jennings, e anche Truck Drivin’ Man, loro futuro cavallo di battaglia per i truckers del mondo intero, non scherza quanto a brio, con la steel del “West Virgina Creeper” a.k.a. Steve Davis e Kirchen a scambiarsi licks, Back To Tennessee di Barlow e Frayne, tra boogie e country è un’altra divertente pillola del loro repertorio, e la rilettura melò di Sleepwalk di Santo & Johnny è l’occasione per sentire di nuovo la steel di Davis e fischiettata di Frayne.

Dai rumori di ambiente non sembra esserci molto pubblico, ma il Family Dog era un piccolo locale, che comunque si riscalda al rockabilly/western swing di Midnight Shift e con una trascinante Blue Suede Shoes, per chiudere con un altro country’n’roll di Farlow come la frenetica Lost In Ozone, title track del loro album di debutto, qui finisce il concerto della domenica 28. Senza stare a citare tutti i brani, vi segnalo nella selezione degli altri cinque concerti, il cajun blues di Sugar Bee, una perfetta Mama Tried di Merle Haggard, di nuovo rockabilly a go-go con Boppin’ The Blues, la loro unica futura Top 10, una sempre vorticosa Hot Rod Lincoln, e pure Rip It Up non scherza come ritmo, la pianistica Lawdy Miss Clawdy, la potente (I’m Gonna) Burn That Woman, un Johnny Cash d’annata come Big River, il divertente doo-wop Stranded In the Jungle, un’altra occasione per Farlow di sfoderare il suo miglior Elvis in Baby Let’s Play House, I’m Coming Home di Johnny Horton, puro country, e la loro migliore ballata, la suadente Seeds And Stems (Again), degna antesignana della loro cover di Willin’, la più bella mai sentita a parte quella dei Little Feat. E mi fermo, ma si potrebbe andare avanti per ore. Una fantastica “scoperta”! Nel frattempo sto preparando un bell’articolo (mi lodo da solo) retrospettivo sulla band che leggerete prossimamente.

Bruno Conti

Proseguono Le Buone Tradizioni Di Famiglia! The Allman Betts Band – Bless Your Heart

allman betts band bless your heart

The Allman Betts Band – Bless Your Heart – BMG CD

Uno dei migliori album di debutto del 2019 era stato indubbiamente Down To The River della Allman Betts Band https://discoclub.myblog.it/2019/07/16/questi-cognomi-mi-dicono-qualcosa-the-allman-betts-band-down-to-the-river/ , gruppo di southern rock diretto discendente fin dal nome della mitica Allman Brothers Band, e formato da Devon Allman (figlio di Gregg) e Duane Betts (rampollo di Dickey Betts), nonché con la presenza di Berry Duane Oakley che è a sua volta figlio dello sfortunato bassista degli Allman Berry Oakley e che non ha mai conosciuto il padre, morto nel famoso incidente motociclistico quando il piccolo Berry Jr. era ancora nel grembo materno. A poco più di un anno di distanza la ABB pubblica il suo secondo lavoro intitolandolo Bless Your Heart, e proseguendo il suo cammino volto a tenere alto il vessillo del gruppo dei loro padri e del southern rock in generale.

Se Down To The River colpiva per il suono potente e per la bellezza delle canzoni, questo nuovo lavoro è ancora meglio: intanto ha una durata “importante” tipica dei classici album di questo genere (71 minuti), ma quello che più importa è che vede i nostri in ottima forma sia come compositori che come musicisti, con un suono forte, vigoroso e decisamente sanguigno, sempre più rivolto verso il rock ed un po’ meno verso il blues, con le voci e le chitarre dei due leader in grande evidenza ben coadiuvate dalla spettacolare slide di Johnny Stachela (uno dei protagonisti del sound del gruppo), e completate dal basso di Oakley, dalla doppia batteria di R. Scott Bryan e John Lum e dalle tastiere di John Ginty, anch’egli molto bravo. Prodotto ancora da Matt Ross-Spang, Bless Your Heart fa dunque compiere un altro passo avanti alla ABB, dando l’impressione a chi ascolta di trovarsi di fronte al lavoro di una band ancora più coesa ed affiatata: a conferma di questo, l’album è stato inciso in presa diretta e sovraincidendo solo qualche parte vocale, per di più in un luogo magico come i Muscle Shoals Sound Studios.

L’iniziale Pale Horse Rider è una suggestiva rock ballad che parte con una melodia evocativa per sola voce e chitarra (canta Devon, che nel corso del CD si alterna con Duane alle lead vocals), ma poi entra la band in maniera decisamente potente, forse anche troppo: la canzone è comunque più che buona ed i due leader fanno cantare le chitarre che è un piacere, con la sezione ritmica che pompa di brutto. Anche Carolina Song ha un intro bello tosto, ma l’uso dell’organo e la slide le danno un sapore maggiormente sudista, così come la melodia corale che è più figlia dei Lynyrd Skynyrd che della ABB “originale”. Ancora slide in evidenza doppiata dal sax di Art Edmaiston nella ritmata e sanguigna King Crawler, dal train sonoro irresistibile, puro rock’n’roll del sud che fa muovere piedi, testa e quant’altro; Ashes Of My Lovers è il brano che non ti aspetti, un’evocativa western song cinematografica alla Ennio Morricone, con un cammeo vocale della brava Shannon McNally che le dona quel quid in più: notevole. Ed eccoci al centerpiece del disco: Savannah’s Dream è un favoloso strumentale di ben dodici minuti in cui le soliste di Devon e Duane si sfidano a duello con assoli anche di Stachela alla slide e Ginty al piano, il tutto in un tripudio di suoni caldi e creativi tra rock, jazz, blues e psichedelia: il brano più simile in assoluto agli “altri” Allman.

Anche la ruspante Airboats & Cocaine è molto bella, rock song trascinante con le chitarre in gran spolvero (ma qui il vero protagonista è Stachela); la robusta Southern Rain ha un motivo orecchiabile, una struttura soul-rock di tutto rispetto ed una ritmica insinuante, mentre Rivers Run è un country-rock terso e limpido, una signora canzone che Betts ha scritto sullo stile di certe cose di papà Dickey come Blue Sky o Seven Turns. Ottima anche Magnolia Road (il disco cresce man mano che prosegue), una vigorosa ma fruibile canzone di puro southern, splendida nei suoi interplay tra chitarre, slide e pianoforte e con in più un refrain di quelli vincenti. Should We Ever Part è forse già sentita per quanto riguarda lo script ma è suonata anche questa in modo spettacolare, e precede gli otto minuti della ballatona The Doctor’ Daughter (sottotitolo: Ambarabacicicocò…no scherzo), che stranamente ha qualcosa dei Pink Floyd classici dei seventies, oltre ad un bellissimo assolo acustico finale di Duane. Il CD si chiude con la scintillante Much Obliged, altro country-rock cadenzato ed accattivante, e con la pianistica Congratulations, rock ballad ricca di umori soul, che chiude benissimo un album da consigliare a chiunque ami il southern rock di qualità, e che conferma che la Allman Betts Band ha tutto il diritto di ereditare l’acronimo dal leggendario gruppo dei genitori. E, come prossima mossa, non mi dispiacerebbe un bel disco dal vivo.

Marco Verdi

An Englishman In New York Da Cui E’ Lecito Aspettarsi Di Più. James Maddock – No Time To Cry

james maddock no time to cry

James Maddock – No Time To Cry – Appaloosa Records/IRD

James Maddock, come molti di voi già sapranno, è nato nei sobborghi della città inglese di Leicester ma dall’inizio del duemila risiede a New York dove ha realizzato le prime esperienze musicali con la band dei Wood, prima di iniziare una brillante carriera da solista aperta dallo splendido album del 2009 Sunrise On Avenue C. Nel corso degli anni si è costruito una solida fama in tutto il circuito dei locali newyorkesi grazie a innumerevoli esibizioni live coadiuvato da ottimi musicisti, tra cui l’ex chitarrista dei Counting Crows David Immergluck e l’apprezzatissimo tastierista Brian Mitchell, già noto per i suoi trascorsi accanto a Dylan, Levon Helm, B.B.King e molti altri. Nella Big Apple Maddock ha avuto modo di conoscere e fare amicizia con parecchi illustri colleghi, come Mike Scott, con cui ha scritto alcune pregevoli canzoni, Garland Jeffreys e Willie Nile, al cui recente e bellissimo tribute album ha partecipato con una eccellente versione della ballad She’s Got My Heart https://discoclub.myblog.it/2020/09/10/anche-willie-nile-ha-il-suo-pregevole-e-meritato-tribute-album-various-artists-willie-nile-uncovered/ .

Frequenti le sue incursioni live anche nel nostro paese, avendo pubblicato gli ultimi album per l’etichetta brianzola Appaloosa che prosegue l’encomiabile consuetudine di inserire nel libretto dei CD le traduzioni in italiano dei testi. Personalmente ero presente alle sue eccellenti performances all’interno del Buscadero Day degli ultimi due anni e pure a quella molto intima ed insolita a Milano, organizzata dalla Feltrinelli di Viale Pasubio per la serie aperitivi in musica. Doveva esserci un’altra data al FolkClub di Torino, lo scorso 17 aprile, ma tutto è saltato causa lockdown e l’unico modo per rivedere suonare il buon James è stato attraverso le molteplici dirette facebook, tutte di ottimo impatto tra l’altro, in cui si è esibito in solitaria dal soggiorno di casa. Per fortuna il Covid non gli ha impedito di registrare nuova musica e di pubblicare da poco un nuovo album intitolato No Time To Cry, la cui foto di copertina lo ritrae non a caso ad occhi bassi al centro di una avenue newyorkese semideserta. Rispetto al precedente lavoro del 2018 If It Ain’t Fixed, Don’t Break It, non tra i più riusciti a mio parere, si nota subito l’assenza di quelle cadenze rock’n’roll un po’ vintage che lo caratterizzavano in gran parte, per privilegiare invece la formula della rock ballad di cui il nostro protagonista è abilissimo interprete.

Certo, calcolando che su nove episodi, due sono cover e altri due sono stati scritti a quattro mani, non pare che egli stia vivendo un periodo creativamente molto prolifico. Proprio a una cover è riservato il compito di aprire il disco e, aggiungo, nel migliore dei modi, vista la qualità del brano. Williamsburg Bridge viene dalla penna di una giovane e interessante cantautrice, Cariad Harmon, e subito, dalle prime note dell’accordion di Brian Mitchell, si entra in una soffusa e magica atmosfera in cui la voce roca e suadente di Maddock calza a pennello, quando poi entrano anche il violino di Heather Hardy e il mandolino di Immergluck il tessuto sonoro si fa perfetto (esiste anche un bel video per voce, chitarra e armonica, ripreso lo scorso gennaio al Bohemia Cafè di NYC). Il livello si mantiene altissimo anche nella successiva The A Train Takes You Home, che nella lunga introduzione strumentale cita, secondo me volutamente, Mandolin Wind di Rod Stewart e nei suoi cambi di ritmo ci ripresenta il Maddock più ispirato per i suoi richiami a Van Morrison o allo Springsteen dei primi dischi. Proseguiamo con la bella e romantica Waiting On My Girl, inframmezzata da un bel solo di pedal steel guitar di Immergluck, mentre nel finale Mitchell mette in mostra tutte le sue doti di raffinato pianista.

Se l’album fosse stato tutto su questi livelli si potrebbe parlare di eccellenza, ma purtroppo così non è, a causa di sonorità a tratti un po’ troppo cariche e zuccherose che riguardano alcuni successivi episodi. I’ve Driven These Roads è stata scritta insieme a Joy Askew (una musicista che vanta un lungo passato di collaborazioni con artisti del calibro di Laurie Anderson, Joe Jackson e Peter Gabriel), ideatrice di una lunga introduzione vocale in stile Burt Bacharach secondo me un po’ pesante e avulsa dal resto di questa malinconica canzone. L’atmosfera si fa più sanguigna nella seguente The High Chose You, composta insieme al co-produttore e chitarrista Scott Rednor, dal testo ironico sulle conseguenze per chi fa uso abituale di droghe, ma dal ritornello non entusiasmante scandito da un banale hand claps. Il piano di Brian Mitchell e il violino della Hardy ci riportano a sonorità più consone nella bella rivisitazione di quella appassionata e romantica serenata che è New York Skyline di Garland Jeffreys.

La title track fa anch’essa parte delle cose migliori, una ballad di gran classe che richiama un’altra delle buone fonti d’ispirazione di James, il mai abbastanza considerato Ian Hunter, Notevoli nel finale i ricami di chitarra elettrica da parte dello stesso Maddock, è prevedibile che diventi uno degli highlights dei suoi prossimi concerti. Ancora profusione di sentimenti nella lenta Open Up To You, che sarà senz’altro un’efficace dichiarazione d’amore per l’attuale compagna, ma onestamente non mi fa impazzire. Meglio la conclusiva ninnananna Top Of The Stairs, che, malgrado i suoi coretti pop decisamente demodè si fa apprezzare per la bella linea melodica sottolineata dal violino. In definitiva, definirei questo No Time To Cry un album di qualità altalenante, un episodio transitorio, visto anche il periodo in cui è stato realizzato, che nulla toglie alle grandi doti di autore ed interprete che sicuramente James Maddock continuerà a dimostrare in futuro. Lo attendiamo, spero prestissimo, ancora protagonista sui nostri palchi per grandi serate di emozioni dal vivo.

Marco Frosi

Torna Il “Profeta” Con Un Altro Bel Disco. Chuck Prophet – The Land That Time Forgot

chuck prophet the land that time forgot

Chuck Prophet – The Land That Time Forgot – Yep Roc CD

Bobby Fuller Died For Your Sins, uscito nel 2017, aveva ricevuto ovunque ottime critiche ed era stato giudicato come uno dei lavori più riusciti della corposa discografia di Chuck Prophet, singer-songwriter e chitarrista californiano noto per essere stato dal 1985 al 1992 l’alter ego di Dan Stuart nei magnifici Green On Red, semplicemente una delle migliori rock band di quel periodo (oggi colpevolmente dimenticati dalle case discografiche, cosa ancora più incredibile dato che ultimamente vengono ristampati anche album sconosciuti di oscure band psichedeliche degli anni 60 e 70). Prophet non ha mai assaporato il successo come solista, né ha mai inciso per una major, ma ha sempre fatto la musica che ha voluto nei tempi scelti da lui, e pur con alti e bassi fisiologici di una discografia che conta circa una quindicina di album in trent’anni https://discoclub.myblog.it/2012/03/01/l-altra-meta-del-cielo-chuck-prophet-temple-beautiful1/ , non ha mai veramente deluso arrivando in qualche episodio ad entusiasmare (come nel caso di Balinese Dancer, uno dei più bei dischi di rock “indipendente” del 1992).

Ora Chuck torna tra noi con un lavoro nuovo di zecca intitolato The Land That Time Forgot, un album davvero riuscito che conferma il suo ottimo stato di forma, dodici canzoni in cui il biondo musicista non cerca contaminazioni di sorta o suoni alla moda, ma ci regala circa tre quarti d’ora di sano e classico rock’n’roll chitarristico senza fronzoli, ben bilanciato tra ballate e pezzi più mossi e con un songwriting decisamente ispirato frutto della collaborazione a livello di testi con il poeta e scrittore Kurt Lipschutz. Prodotto dallo stesso Prophet insieme a Kenny Siegal e Matt Winegar e masterizzato dal leggendario Greg Calbi, The Land That Time Forgot può contare sul contributo di una lunga serie di sessionmen che danno al disco un suono ricco ed articolato, tra i quali segnalerei Dave Sherman al piano, organo e tastiere varie, Rob Stein alla steel guitar, Jesse Murphy al basso, Vicente Rodriguez alla batteria, James DePrato alla seconda chitarra e slide e Dave Ryle al sassofono. Il CD parte molto bene con la brillante Best Shirt On, una solare rock song chitarristica dal ritmo sostenuto, jingle-jangle byrdsiano e tracce di Tom Petty (anche per il timbro vocale di Chuck, simile a quello del compianto rocker), oltre ad un motivo davvero godibile ed immediato.

Un intreccio di chitarre introduce la lenta High As Johnny Thunders, ballatona fluida e distesa in cui il nostro parla e canta con disinvoltura e con un bell’intermezzo strumentale nel quale la sei corde del leader duetta col sax; la nervosa Marathon ha un intro potente degno degli Stones, ritmica pressante e Chuck che viene doppiato dalla voce femminile di Stephanie Finch, per un brano all’insegna del rock’n’roll in cui grinta e bravura vanno di pari passo. Nella languida Paying My Respects To The Train compare una steel in lontananza, ed il pezzo è uno slow crepuscolare guidato dal solito bel gioco di chitarre e con la complicità di un piano elettrico: canzone evocativa che mette in evidenza il songwriting maturo del nostro. Willie And Nilli è ancora un lento, ma di qualità ancora superiore: un pezzo intenso, struggente ed eseguito superbamente, dotato di una melodia che colpisce dritta al cuore; Fast Kid è invece una rock song ficcante e diretta, estremamente gradevole e con una slide malandrina, mentre Love Doesn’t Come From A Barrel Of A Gun è un midtempo elettroacustico decisamente ruspante e di nuovo con le chitarre che doppiano benissimo l’orecchiabile motivo.

Nixonland è uno degli highlights del disco, una ballata di grande spessore e potenza che inizia in maniera suggestiva con la chitarra acustica affiancata dal pianoforte, subito raggiunti dall’elettrica suonata in modalità “twang” e dalla sezione ritmica, mentre Prophet sciorina una melodia molto incisiva: ottima anche la coda strumentale. La delicata Meet Me At The Roundabout è una folk song acustica e cristallina, un momento di pace prima della gustosa Womankind, piacevole canzone guidata da chitarra e piano con echi di Jersey Sound springsteeniano e perfino un tocco di doo-wop alla Dion & The Belmonts. Chiusura con lo slow Waving Goodbye, che l’uso della steel rende vagamente country, e con Get Off The Stage, altra rock ballad pettyana dal notevole impatto emotivo.

Credo di non dire una bestialità se affermo che Chuck Prophet è uno dei musicisti più sottovalutati del panorama americano, ma lui come al solito va dritto per la sua strada e con The Land That Time Forgot ci consegna un altro prezioso tassello di una discografia di tutto rispetto.

Marco Verdi

Richard & Linda Thompson – La Coppia Regina Del Folk-Rock Britannico: Box Hard Luck Stories Parte II

richard & linda thompson hard luck stories front

Seconda Parte.

Chapter 4. Pour Down Like Silver.

Richard e Linda Thompson ormai sempre più presi dalla loro conversione religiosa, tanto da apparire abbigliati in copertina con copricapi che rendono evidente questa svolta di vita, i due però incontrano anche delle difficoltà a continuare a fare musica: il Mullah di Richard vorrebbe imporgli di non fare più musica, o comunque di abbandonare la chitarra elettrica, ma dall’altro lato Richard non vorrebbe impedire a Linda di cantare “hai una voce bellissima e devi continuare a cantare” e quindi nell’estate del 1975 entrano nei soliti studi di Londra, di nuovo con John Wood, per registrare il nuovo album, che era l’ultimo per rispettare il contratto con la Island.

Nel frattempo Sheikh Abdul Q’adir li esorta a fare musica fintanto che si tratti di un omaggio a Dio, e un ispirato Richard scrive alcune delle sue più belle canzoni di sempre (a fianco di decine di altre) tra le quali Dimming of the Day, Beat the Retreat e Night Comes In, parlano tutte del tema della divinità e Thompson le riveste di alcune musiche superbe. E non è che le altre scherzino: Streets Of Paradise cantata con forza da Richard con i ricami vocali della moglie, gli arabeschi della fisa di Kirkpatrick e un robusto groove della ritmica affidata ai vecchi amici Dave Pegg e Dave Mattacks, è un piccolo gioiello, come pure la sublime For Shame Of Doing Wrong, cantata in modo divino da Linda, in una delle sue migliori interpretazioni di sempre, di nuovo a rivaleggiare con quelle di Sandy Denny.

Notevole anche The Poor Boy Is Taken Away, altra ballata stupenda (ho quasi esaurito gli aggettivi) cantata con voce cristallina da Linda, ma sono le tre canzoni citate i punti salienti dell’album: Night Comes In nei suoi oltre otto minuti sfiora quasi la perfezione con Richard che ci regala un grande interpretazione vocale e una parte strumentale finale di grande fascino, Beat The Retreat con una dolente interpretazione di Richard è un altro brano indimenticabile e la conclusiva Dimming Of The Day per molti è forse la più bella canzone mai scritta da Thompson, cantata in modo eccezionale da Linda, mentre Richard si riserva una coda strumentale, Dargai dove rilascia tutto il suo virtuosismo alla chitarra acustica.

Nelle sei bonus tracks ci sono le inedite Wanted Men, un bel pezzo rock cantato da Richard, l’altrettanto bella Last Chance cantata da Linda, un intimo demo di Dimming The Day e tre brani dal vivo da un concerto all’Oxford Polytechnic del 27 novembre del 1975, la breve ma intricata Things You Gave Me, la scatenata It’ll Be Me di Jack Clement a tempo di rock’n’roll con assolo fumante del nostro che poi ci regala una colossale versione di oltre 13 minuti di Calvary Cross: questi brani non sono inediti, erano giù usciti in In Concert, November 1975, pubblicato dalla Island in CD nel 2007, tuttora in produzione, ma questo non inficia il giudizio su questa versione di Pour Down Like Silver, altro capolavoro.

Chapter 5. The Madness Of Love Live 1975 & 1977. Questo è l’altro CD completamente inedito, tutto dal vivo, con materiale tratto da due soli concerti: il primo riguarda il set acustico del concerto del 25 aprile 1975 alla Queen Elizabeth Hall, per promuovere l’album dell’epoca Hokey Pokey, sei brani in tutto, con Richard alla chitarra acustica e i due che si dividono la parti vocali, si apre con lo strumentale Dargai, poi in sequenza una intensa Never Again, cantata da Linda, una rara cover della splendida Dark End Of The Street, sempre Linda ma alcune parti cantate all’unisono, Beat The Retreat è affidata a Richard, come pure The Sun Never Shines On The Poor, poi un’altra sorpresa, la divertente If I Were a Woman And You Were A Man.

Il secondo concerto arriva da un broadcast per Capital Radio e venne registrato il 1° maggio del 1977 al Theatre Royal di Londra e segue una lunga pausa del duo, con Linda che nel frattempo aveva avuto il secondo figlio Teddy nel 1976 (il primo con Richard), e giravano con uno “strano” gruppo definito Muslim Band e che fu abbastanza denigrato dalla stampa per il loro Islamic-Folk-Jazz: la formazione prevedeva Abdul Latif Whiteman alle tastiere, Haj Amin Evans al basso Abdul-Jabar (non quello dei Lakers) Pickstock alle percussioni e Preston Hayman alla batteria.

Cinque brani in tutto che dimostrano che repertorio e band non erano poi così male, anzi, anche io non le avevo mai sentite, forse su un bootleg e concordo con l’estensore delle note: The Madness Of Love rimasta inedita (a parte una versione di Graham Parker in un tributo a Thompson), come in parte le altre eseguite nella serata e previste per un album mai completato, non sono mai piaciute a Richard, comunque il pubblico presente apprezza, il nostro amico è in ottima forma vocale, doppiato dalla voce di Linda e la chitarra viaggia che è un piacere, ben sostenuta dalla band, a seguire una lunga versione, oltre 12 minuti, di The Night Comes In, con il liquido piano elettrico di Whiteman a seguire le acrobatiche divagazioni della solista, mentre Linda al solito canta in modo stupendo, ottima anche la corale a due voci A Bird In Gods Garden con un testo adattato da un poema di Rumi, un autore islamico, verrà incisa in seguito con French, Frith & Kaiser, e l’accompagnamento funky-jazz-rock nella lunga coda jam strumentale è eccellente.

Molto bella anche The King Of Love, sempre cantata all’unisono e con lavoro della chitarra di Thompson all’altezza della sua fama, chiude Layla, che non è quella di Clapton, ma il soggetto è sempre la stessa principessa persiana, con la band che imbastisce un classico groove “thompsoniano” (si può dire?), per permettere a Richard, che la canta con Linda, di indulgere di nuovo nelle sue superbe improvvisazioni all’elettrica, poi uscirà proprio su First Light. Una ottima scoperta!

Chapter 6: First Light. Dopo due anni passati nella comune Sufi a Norfolk, la coppia decide di tornare a Londra, e con sorpresa Richard scopre che Linda non aveva “abbandonato” il loro appartamento di Hampstead dove la coppia torna a vivere, e poco alla volta riprende a frequentare i vecchi amici, Joe Boyd in testa, che prima convince Thompson a suonare nel CD di esordio di Julie Covington, reduce dal successo travolgente del musical di Andrew Lloyd Webber Evita, dove rivestiva la parte principale, poi alcune collaborazioni con il giro Albion Band e altre cose, ma purtroppo di questo non c’è traccia, neppure nelle bonus, forse il prossimo cofanetto. Comunque assestata la situazione bisogna andare alla ricerca di un nuovo contratto discografico, che visti i “successi” a livello commerciale dei precedenti non si rivela una cosa facile, comunque alla fine si fa avanti la Chrysalis ed iniziano i preparativi per il nuovo album: ad accompagnare la coppia sarà un terzetto di formidabili musicisti americani, Andy Newmark alla batteria, Willie Weeks al basso e Neil Larsen alle tastiere, che nelle parole di Joe Boyd erano rimasti impressionati dalla abilità del nostro ed avevano espresso il desiderio di suonare con lui.

Nell’album suonano anche i vecchi amici John Kirkpatrick e Dave Mattacks, oltre ad una pletora di voci di supporto: dieci canzoni sono pronte alla bisogna, otto nuove e due traditional arrangiati da Thompson. Il disco, pur non ai livelli dei precedenti, si lascia ascoltare comunque con piacere, specie in questa nuova edizione rimasterizzata per la prima volta appositamente per l’edizione in box e ci sono pure 6 demo acustici inediti, solo voce e chitarra, tre, anzi quattro, cantati da Linda (inclusa la title track che è l’unica già pubblicata in precedenza) e due da Richard. Per il resto, nel disco originale, che anche il sottoscritto riascolta per la prima volta da almeno una quindicina di anni, ci sono brani di buona struttura, come l’iniziale avvolgente Restless Highway, il suono è sì più vicino al mainstream, anche se la produzione di John Wood, sempre a fianco di Richard, questa volta agli Olympic Studios, cerca di contenere certe concessioni ad un sound più americano, come nella ballata mistica quasi celtic soul Sweet Surrender, cantata da Linda, in altre canzoni, come nella sciapa Don’t Let A Thief Steal Into Your Heart si vira verso un funkettino leggero che neppure la chitarra del nostro riesce a redimere più di tanto, e anche l’arrangiamento con gli archi non giova.

Il traditional strumentale The Choice Wife è decisamente meglio grazie al virtuosismo di Richard, brano che poi converge nella intensa Died For Love, cantata questa volta splendidamente da Linda, con un coro di vari ospiti (Maddy Prior, Trevor Lucas, Iain Matthews, Jiulie Covington tra i tanti) che gli conferiscono un fervore tra gospel e folk, grazie anche all’accordion di Kirkpatrick e al whistle di Dolores Keane, già allora nei De Dannan. Anche la fascinosa Strange Affair, firmata con Martin Simpson e June Tabor, mantiene questa aura folk che rimanda ai dischi solisti di Sandy Denny che Linda ricorda sempre moltissimo. Layla, che nella versione già ascoltata dal vivo o in quella acustica, aveva un suo perché, qui, cantata da Richard, ha un suono rock abbastanza dozzinale, meglio Pavanne, un’altra potenziale bella interpretazione di Linda, che, credo per la prima volta, la firma insieme a Richard, però in parte manca del fuoco di altre canzoni simili, forse troppo turgida per quanto non mi dispiaccia.

House Of Cards utilizza il mega coro usato in precedenza, ma di nuovo l’arrangiamento con gli archi è troppo carico e sommerge la melodia della canzone, e anche la la title track, cantata ancora da Linda, viene sommersa a tratti da questi arrangiamenti fuori posto e troppo pomposi, insomma luci e ombre in questo album, che neppure il successivo Sunnyvista riesce del tutto a dissipare.

Chapter 7. Sunnyvista Neppure il Dottor Richard e l’infermiera Linda ritratti in copertina, forse pressati dalla casa discografica che richiede un album di successo a livello commerciale, riescono a cavare il classico coniglio dal cilindro, e nonostante il ritorno di vecchi amici inglesi come Timi Donald e Dave Mattacks alla batteria e Dave Pegg e Pat Donaldson al basso (all’epoca anche fidanzato con Kate McGarrigle, che appare con la sorella Anna nel disco, e segna l’inizio di una lunga amicizia con i Thompsons), oltre a tastieristi assortiti come Pete Wingfield e John “Rabbit” Bundrick, l’album ha un suono a tratti troppo “contemporaneo” e rock, tra l’altro messo ancora in maggior evidenza dal nuovo mastering impiegato nel box, per cui si sente splendidamente, ma le canzoni rimangono influenzate dall’atteggiamento, come ha detto il nostro amico a posteriori rispetto ai suoi dischi di fine anni ‘70, “ troppo flaccido ed indifferente”, forse fin troppo auto flagellatore, ma si capisce il senso di quanto detto.

Alcune canzoni mi piacciono parecchio, come You’re Going To Need Somebody, con l’interplay tra Thompson e la fisa di Kirkpatrick, e le armonie di Linda più le sorelle McGarrigle che sostengono Richard alle prese con un assolo dei suoi, oppure il country-rock di Lonely Hearts, con un suono che ricorda quello della sua amica Linda Ronstadt, e anche la splendida ballata Traces Of My Love, cantata con impeto e passione da Linda, aiutata dalle armonie celestiali della McGarrigles. Per non dire di Sisters altra sontuosa interpretazione degna delle migliori di Linda, con Richard superbo alla chitarra, e le McGarrigles solenni di cui sentiamo sempre più la mancanza; però ci sono anche canzoni funky come Justice In the Streets, con il ritornello che fa Allah, Allah, va bene che non avevano gradito del tutto ma…

Neppure l’iniziale Civilization brilla per inventiva, tipico Richard, ma eseguito male, Borrowed Times è pericolosamente vicino all’AOR, Saturday Rolling Around, una via di mezzo tra country, cajun e una giga, con Kirkpatrick in evidenza alla fisa e Richard alla chitarra è peraltro piacevolissima, accoppiata replicata nella title-track, tra tango e musica mitteleuropea alla Brecht, stile melò molto apprezzato da Linda a e anche il classic rock di Why Do You Turn Your Back? nell’insieme non dispiace. Insomma, visto a posteriori l’album non mi sembra poi così brutto.

Le bonus tracks prevedono Georgie On A Spree, lato B del singolo Civilization, nuova versione di un brano già apparso su Hokey Pokey, 3 demo di canzoni inedite non utilizzate nell’album, Lucky In Life, la delicata Speechless Child, sul tema dell’autismo e Traces Of My Love, entrambe cantate da Linda, poi ci sono tre canzoni, registrate con Gerry Rafferty nel 1980, che si era offerto di finanziarli e che anticipano il nuovo album, e dovevano anche servire per trovare un nuovo contratto discografico visto che anche la Chrysalis a questo punto li ha scaricati: tre versioni fin troppo lavorate di For Shame Of Doing Wrong, The Wrong Heartbeat e Back Street Slide, tanto che Richard litiga con Rafferty per i suoi metodi di lavoro e torna dopo anni a lavorare con il vecchio amico Joe Boyd, che li mette sotto contratto con la sua Hannibal, e insieme realizzano il canto del cigno della coppia, un capolavoro assoluto, il classico disco da 5 stellette.

Chapter 8. Shoot Out The Lights. Nel 1980, però si profila il “disastro” nella loro vita personale: Linda era incinta e quindi le registrazioni erano state rinviate perché erano insorti dei problemi di respirazione (poi negli anni a seguire peggiorati in una disfonia che le impedirà a lungo di cantare dal vivo), con Joe Boyd che aveva convinto Richard a fare un breve tour acustico negli States, organizzato da Nancy Covey. I due sviluppano una relazione intima con conseguente tradimento, e Linda decide di lasciare il marito: ma ci sono degli impegni da mantenere, il nuovo album da registrare e il successivo tour per promuoverlo. Il tutto verrà fatto, in una situazione ovviamente infernale, con tensione alle stelle, anche per gli altri musicisti. A dispetto di tutto, come ricordato prima, il disco Shoot Out The Lights è veramente stupendo, con una serie di canzoni superbe, realizzate con una band veramente motivata da Boyd, che produce come forse non gli capitava dai tempi dei Fairport Convention. Ed in effetti i musicisti sono quelli: Dave Mattacks batteria, Dave Pegg basso, Simon Nicol chitarra ritmica, più alcuni ospiti come i Watersons e Clive Gregson, oltre ad una piccola sezione fiati.

Il resto lo fanno le canzoni: la galoppante e profetica Don’t Renege On Our Love doveva essere cantata da Linda, che però per i problemi legati alla gravidanza, non riusciva a raggiungere la giusta tonalità, grande assolo di chitarra di Richard che suona anche la fisa in questo brano. Ma in Walking On A Wire Linda regala una delle performance vocali più belle della sua carriera, anche ispirata dal testo che recita nell’incipit “ I hand you my ball and chain/you hand me the same old refrain”, e la melodia si eleva sublime e il lirico assolo di Richard è magnifico. A Man In Need è uno dei suoi tipici brani rock corali, con i controcanti perfetti di Linda e degli ospiti e un altro assolo tagliente e conciso, in Just The Motion Linda convoglia nella sua voce un tale rimpianto che è quasi doloroso ascoltarla, ma non si può non ammirare il risultato finale di questa meravigliosa ballata.

Shoot Out The Lights ricorda i tempi felici a NY nel 1978, quando insieme scoprivano la nascente scena musicale della Grande Mela con Talking Heads e Television, con Byrne e Verlaine entrambi grandi ammiratori di Thompson, che per l’occasione compone una delle sue canzoni più intense e ricche di pathos, con una serie di assoli acidissimi e fenomenali, mentre la scandita Back Street Slide prevede ancora una solida prestazione corale della band e la vocalità all’unisono superba dei due.

Did She Jump or Was She Pushed?, una rara collaborazione tra i due come autori, è un’altra delle canzoni a più alto tasso emozionale, riflessiva ed amarissima, comunque splendida ancora una volta, e la conclusiva Wall Of Death, cantata a due voci, è la summa di quasi dieci di musica e di vita insieme, un commiato triste ma orgoglioso.

Il disco esce a marzo 1982 e poi i due si imbarcano in un tour americano periglioso ma che in alcune serate, in mezzo a mille tensioni, rinverdisce la vecchia magia tra i due, come testimoniamo i brani apparsi nel secondo CD della edizione Deluxe dell’album, pubblicata dalla Rhino nel 2010 e qui non utilizzati, anche se nelle bonus ci sono due brani da quei concerti, una riflessiva e soffusa Pavanne cantata in solitaria da Linda ed una esuberante High School Confidential che illustra l’amore di entrambi per il vecchio R&R, con assoli spaziali di Richard. Le altre bonus sono la B-side Living In Luxury, la reggata ma non disprezzabile The Wrong Heartbeat, sempre dalle sessions per l’album e migliore di quella nelle bonus di Sunnyvista, proveniente dai brani registrati con Gerry Rafferty, di cui ritroviamo altre due canzoni, l’adorabile I’m A Dreamer, un brano di Sandy Denny e un’altra versione rifulgente di Walking On A Wire, registrata prima del “disastro”, serena ed avvolgente.

E qui ci sta, imperdibile.

Bruno Conti