Un Bel Regalo Di Natale Per Gli Amici Di Reginald! Elton John – Jewel Box

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Elton John – Jewel Box – 8CD Box set Universal/EMI

Di Reginald Dwight, in arte Elton John, anzi Sir Elton John, non esistono molti cofanetti, anzi a memoria ne ricordo solo uno, …To Be Continued, mentre di antologie, a parte le innumerevoli raccolte di successi, ricordo solo la doppia Rare Masters, entrambe uscite negli anni ‘90: quindi questo Jewel Box è una gradita sorpresa per i fans dell’occhialuto cantante, a parte per il prezzo, che dovrebbe essere di circa un centone di euro, benché la confezione sia lussuosa, con un bellissimo librone rilegato inserito nella confezione. Se ne parlava da tempo, ma alla fine l’uscita è stata fissata per il 13 novembre, per inserirsi nell’appetito periodo natalizio, dove le pubblicazione, soprattutto di box, si moltiplicano: negli 8 CD ci sono 148 brani, di cui 60 completamente inediti e altri comunque rari, mai usciti su compact.

Approfondiamo velocemente (anche se per ascoltare il tutto ci ho messo una decina di ore) per vedere se i contenuti valgono la spesa, anche per il fan non accanito. I primi due CD Deep Cuts, presentano una selezione di brani scelti dallo stesso Elton tra la sua sterminata produzione, 31 canzone pescate tra quelle non famosissime, più con un criterio che premia la qualità, scelte tra gli album e non inserite in ordine cronologico, ce ne sono tre estratte dall’album con Leon Russell, altre, molto belle, prese da Tumbleweed Connection, Captain Fantastic, Blue Moves, Goodbye Yellow Brickroad, il disco Duets, da cui proviene The Power con Little Richard e altri album storici, ma Too Low For Zero;, Stones Throw From Hurtin? con un falsetto irritante (anche se l’assolo di Davey Johnstone…) e altre tre o quattro, grazie ma anche no.

Dal terzo CD parte una serie definita Rarities 1965-1971, e qui c’è trippa per gatti: Come Back Baby con i Bluesology, del 1965, è la prima canzone scritta da Elton e la prima incisa in assoluto, Mr. Frantic sempre da quel periodo è del discreto pop/R&B d’epoca, Scarecrow del 1967, il primo brano in assoluto composto con Bernie Taupin, è un demo solo piano e tamburino, seguito da una lunga serie di demo per voce e pianoforte (sedici in tutto), registrati nel 1968, embrionali ma interessanti, qualità sonora buona e già con lo stile del nostro quasi formato, ad occhio, anzi orecchio, nessuno immancabile, alcuni quasi.

Più godibili invece le canzoni incise con una band, sia in forma di demo che versioni compiute, 25 o 26 in tutto (le ho contate), inframmezzate ad altre solo voce e piano: alcune sono le prime versioni alternate di futuri capolavori, come My Father’s Gun, Burn Down The Mission, Madman Across The Water, altre chicche assolute del 67-68 Nina, dedicata alla Simone, da sempre una delle preferite di Elton John, che suona l’organo, la ritmata Thank You For All Your Loving, la complessa Watching The Planes Go By, il piacevole pop di When The First Tear Shows, con uso di fiati, Tartan Coloured Lady, sullo stile di Empty Sky. Nel CD dedicato al 1968 piacevole Hourglass, 71-75 New Oxford Street dall’incedere rock, Turn To me più pop, insomma tutti brani gradevoli, ma forse nulla di indimenticabile,anche se la stoffa si vede, come dimostra il demo di Skyline Pigeon, ma il nostro è ancora acerbo. Dal terzo dischetto di rarities 1968-1971, oltre ai classici citati, Sing Me No Sad Songs, con qualche citazione di future hits.

Mentre decisamente più interessanti sono i due CD di B-Sides: in ordine cronologico, il primo dal 1976 al 1984 contiene il duetto con Kiki Dee Snow Queen, una bella ballata romantica, le due collaborazioni con la cantante francese France Gall, cantate in francese, un altro brano in francese, la bella ballata Conquer The Sun, cito alla rinfusa, perché le canzoni sono veramente tante, lo strumentale Tactics del 1980, la quasi funky Fools In fashion del 1981, e la ritmata Hey Papa Legba, lato B di Blue Eyes del 1982, con la danzerecca Take Me Down To the Ocean dallo stesso 12”, mentre molto bella in chiusura A Simple Man.

Nel CD 1984-2005 lo strumentale per synth Highlander, salterei il materiale anni ‘80, e anche sui primi anni ‘90 stenderei un velo pietoso, appena discreta I Know Why I’m Love dalla raccolta Love Songs del 1997, meglio il rock Big Man In A Little Suit del 1998, molto bella The North Star del 2001, una rara b-side da Songs From The West Coast, quando la qualità della sua musica riprende a salire, e buona anche Did Anybody Sleep With Joan Of Arc dello stesso anno, come pure la bellissima country song con pedal steel So Sad The Renegade del 2004 e sempre dai lati B di Peachtree Road l’ottimo filotto di canzoni A Little Peace, Keep It A Mystery, How’s Tomorrow, Peter’s Song e Things Only Get Better With Love, che alzano drasticamente la qualità delle rarità.

L’ultimo CD ...And This Is Me è una scusa per Elton John per scegliere altre celebri canzoni dal suo songbook, citate peraltro nel sua biografia Me, in uscita sempre in questo periodo (ah il marketing!): Empty Sky, Lady Samantha, Border Song, My Father’s Gun, Philadelphia Freedom, Son For Guy, fino ad arrivare al duetto con Taron Engerton I’m Gonna Love Me Again, dalla colonna sonora di Rocketman. Libro molto bello rilegato, come detto, con la presentazione dello stesso Elton dei brani da Deep Cuts, per cui alla fine della storia diciamo consigliato, ma con riserva, soprattutto per fan appassionati, magari proprio a Natale, come regalo e finanze permettendo, ci si potrà fare un pensierino.

Bruno Conti

Replay: Un Grandissimo Disco…Che Per Ora Non “Esiste”! Phish – Sigma Oasis. “Ora Anche In Formato Fisico”

phish sigma oasis

*NDB L’album è stato pubblicato in questi giorni anche come doppio vinile e, ma solo sul sito della band  https://drygoods.phish.com/product/PHCD247/sigma-oasis-cd-dry-goods-exclusive?cp=null anche come CD. Per cui vi riproponiamo la recensione, uscita il 13 aprile.

Phish – Sigma Oasis – JEMP/ATO Records Download

Lo scorso 2 aprile i Phish, band del Vermont che ormai possiamo definire storica esistendo dal 1983, ha deciso di fare una sorpresa ai suoi fans pubblicando senza alcun battage pubblicitario un nuovo album, intitolato Sigma Oasis. Probabilmente la cosa era già nei piani del quartetto (Trey Anastasio, Mike Gordon, Page McConnell e Jon Fishman), ma l’emergenza coronavirus li ha spinti a bruciare le tappe in modo da dare al loro pubblico della nuova musica per questo lungo periodo di quarantena: purtroppo al momento l’album è disponibile soltanto come download (a pagamento) sulle principali piattaforme, e non è ancora stata resa nota una data di pubblicazione di un eventuale supporto fisico. Sarebbe un vero peccato se non potessimo avere a breve anche il CD tra le mani (parlo ovviamente di chi come il sottoscritto predilige ancora la fruizione vecchio stile, “da divano”), perché già dal primo ascolto Sigma Oasis si rivela non solo superiore al precedente e già ottimo Big Boat https://discoclub.myblog.it/2016/10/18/allora-sanno-grandi-dischi-phish-big-boat/ , e neanche semplicemente l’episodio migliore dalla reunion del gruppo avvenuta nel 2009, ma addirittura al livello dei loro lavori più belli come Rift, Hoist o Billy Breathes.

Registrato in presa diretta nel loro studio The Barn, e anche Sputnik Sound (Nashville TN), Brighter Shade Studios (Atlanta GA) e Flux Studios (New York NY), con la co-produzione di Vance Powell (già collaboratore di Chris Stapleton, Sturgill Simpson, Jack White e Buddy Guy), Sigma Oasis è formato da nove brani che i fans americani della band conoscono già in quanto presenti nelle setilist dei concerti del gruppo da diversi anni (in un caso, Steam, addirittura dal 2011, mentre altri due pezzi, Mercury e Shade, erano stati anche insisi per Big Boat ma poi lasciati in un cassetto), ma che per la maggior parte degli ascoltatori sono inediti. Ebbene, sarà perché i nostri conoscono già queste canzoni a menadito, sarà per la bontà assoluta delle composizioni (tutte a firma di Anastasio con il suo consueto paroliere Tom Marshall, e se non sbaglio è la prima volta in un disco dei Phish), ma Sigma Oasis è un album straordinario, un lavoro in cui il mix di rock, funky, ballate, progressive e tendenza alla jam di Anastasio e soci è a livelli eccellenti, in più con una serie di canzoni di prima categoria (non me ne voglia Gordon, ma Trey è sempre stato il compositore migliore del quartetto): un vero disco rock, con brani spesso lunghi e fluenti in cui i nostri suonano come se fossero nel bel mezzo di un concerto, al massimo della loro ispirazione e creatività.

L’album si apre proprio con la title track, una rock ballad fluida dal suono pieno e potente, con reminiscenze dei Grateful Dead (specie nell’insistito riff di chitarra), un ritornello disteso e godibile ed un’ottima coda strumentale: il disco (scusate se ogni tanto lo chiamo così) si mette fin da subito sui binari giusti. Leaves inizia come uno slow pianistico, poi entra una chitarra acustica e la voce di McConnell che duetta con quella di Anastasio e la melodia si sviluppa sontuosa ed in continuo crescendo, con un bellissimo gioco di voci che si rincorrono ed anche l’aggiunta di un background orchestrale, il tutto condito dalla splendida chitarra di Trey e dalle nitide note del pianoforte di Page: sette minuti fantastici. Everything’s Right di minuti ne dura più di dodici, ed è un gustoso midtempo rock dal ritmo cadenzato con un refrain corale ed un tappeto sonoro leggermente funky: Phish sound al 100%, un brano epico che dal vivo può toccare anche minutaggi maggiori, dato che dal sesto minuto diventa una straordinaria jam con McConnell che si alterna superbamente a piano ed organo e Trey che suona in modalità wah-wah.

Ancora più funky è Mercury, canzone godibile dal ritornello ripetitivo che però entra in testa subito ed ancora elementi “deaddiani” (periodo Shakedown Street), per altri sette minuti e mezzo di musica ad alti livelli; Shade è un toccante lento pianistico sul genere di classici passati del gruppo come Wading In The Velvet Sea, ancora con un emozionante intervento orchestrale ed Anastasio che canta molto bene una melodia non facile, rilasciando nel finale un assolo decisamente lirico, mentre Evening Song, che con i suoi tre minuti e venti è la più breve del lotto, è una rock song rilassata e dal motivo diretto ed accattivante, di nuovo con piano e chitarra in evidenza ed un ritornello corale molto bello. Con i quasi otto minuti di Steam ci rituffiamo in una miscela robusta ma assai fruibile di rock e funky, un suono che ormai è il marchio di fabbrica dei quattro, con Page e Trey strepitosi ai rispettivi strumenti: si sente che i brani di questo album sono già nel loro repertorio da tempo, in quanto si percepisce la sensazione di una coesione e compattezza del suono perfino maggiori del solito.

A Life Beyond The Dream conferma che i Phish sono un gruppo capace di sfornare anche ballate coi fiocchi, e forse questa è la migliore di tutte: sei minuti e mezzo splendidi, con un motivo intenso e profondo ed un accompagnamento molto anni settanta, con organo ed un coro femminile a dare un tocco southern soul ed un finale maestoso tra rock e gospel. Il CD (ehm…volevo dire lo streaming) si chiude alla grande con gli undici minuti della potente Thread, un pezzo creativo e pieno di idee, cambi di ritmo e melodia a go-go ed ennesima prestazione strumentale di valore assoluto, un brano che denota l’influenza che Frank Zappa ha avuto sui nostri. Sigma Oasis è quindi un lavoro eccellente, tra i migliori dei Phish se non addirittura il migliore: spero vivamente che prima o poi esca anche in CD, così avrò meno remore ad inserirlo nella mia Top Ten annuale.

Marco Verdi

Un Altro Live Delle Aquile, Ma Almeno Questo E’ Completo! Eagles – Live From The Forum MMXVIII

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Eagles – Live From The Forum MMXVIII – Rhino/Warner 2CD – 2CD/DVD – 2CD/BluRay – 4LP

Quando nel gennaio del 2016 è mancato prematuramente Glenn Frey, membro fondatore e co-leader degli Eagles insieme a Don Henley, ho immediatamente pensato che la storia dello storico gruppo californiano fosse finita per sempre. Inizialmente questo era stato anche il pensiero dei suoi ex compagni (Henley, Timothy B. Schmit e Joe Walsh), ma poi evidentemente il profumo della pecunia è stato talmente forte da far loro cambiare presto idea; siccome però la loro attività principale ormai era circoscritta ai tour e di dischi nuovi non se ne parlava neanche, era sorto il problema di sostituire l’amico scomparso, ed i tre hanno optato per due nomi anziché uno. La decisione di andare avanti è già moralmente discutibile di suo (ma se i Queen trovano legittimo proseguire con un ex vincitore di talent show al posto di Freddie Mercury allora vale tutto), ma la scelta di rimpiazzare Frey con ben due musicisti è oltremodo bizzarra: il primo è Vince Gill, notissimo countryman titolare di una lunga carriera di tutto rispetto, ma che non ha nulla da spartire con il passato delle Aquile (se non il fatto di esserne sicuramente stato ispirato), mentre l’altro è il figlio di Glenn, Deacon Frey, che ha dovuto in fretta e furia “inventarsi” musicista per rispondere alla chiamata di Henley e soci, che con questa mossa pensavano di legittimare l’operazione.

Personalmente giudico abbastanza triste il fatto che Frey Jr. debba girare l’America riproponendo le canzoni del padre e non possa tentare di costruirsi una carriera sua, dato che ormai ha 27 anni, un’età comunque giovane ma non proprio da pischello. Dopo due anni di concerti ora i nostri hanno dato alle stampe la prima pubblicazione ufficiale con la nuova formazione a cinque, un album dal vivo intitolato Live From The Forum MMXVIII, registrato nel corso di tre serate di settembre del 2018 al The Forum di Inglewood, Los Angeles (disponibile in varie configurazioni audio e video, e con le immagini girate con la tecnologia 4K): a monte di tutto avere un nuovo disco degli Eagles, seppur live, è un piccolo evento dato che stiamo parlando di una delle band più popolari del pianeta, e siccome alla maggior parte degli ascoltatori non importa poi molto dei discorsi fatti prima sul buon gusto di continuare o meno senza Frey, prevedo vendite cospicue soprattutto nell’imminente periodo natalizio.

E poi non dimentichiamo che l’unico live della loro storia che forniva l’esperienza di un concerto completo era il Live From Melbourne del 2005, tra l’altro uscito solo in video. I nostri sul palco sono sempre stati impeccabili e continuano ad esserlo: Henley ha ancora una gran voce, Schmit armonizza sempre alla grande con il suo timbro angelico, Walsh non sarà un genio ma è un ottimo chitarrista ed un vero animale da palcoscenico, Gill è un professionista serissimo ed anche il giovane Frey mostra di cavarsela egregiamente; in più il suono è davvero spettacolare, ed i vari brani sono eseguiti con una precisione svizzera grazie anche all’aiuto di una notevole backing band alle spalle formata da due tastieristi, un batterista, un chitarrista (l’ottimo Steuart Smith), una sezione archi di cinque elementi ed altrettanti fiati. E poi, dulcis in fundo, ci sono le canzoni, veri e propri classici il cui ascolto è in grado di mettere d’accordo tutti, titoli famosissimi come Take It Easy, One Of These Nights, Take It To The Limit, Tequila Sunrise, I Can’t Tell You Why, New Kid In Town, Peaceful Easy Feeling, Love Will Keep Us Alive, Lyin’ Eyes, Already Gone, Heartache Tonight, Life In The Fast Lane, fino alla conclusione del concerto con le mitiche Hotel California, ancora oggi uno dei più bei pezzi in circolazione, e la ballata pianistica Desperado, che normalmente rappresenta la fine dello show ma qui c’è ancora tempo per una potente e coinvolgente resa di The Long Run: alla fine quasi non vi accorgerete che i brani di Frey sono cantati da altri due musicisti.

In scaletta però troviamo anche qualche canzone meno suonata, come l’iniziale cover di Seven Bridges Road (Steve Young), con i cinque che armonizzano alla grande, la roccata In The City che è il miglior contributo di sempre alle Aquile da parte di Walsh, la splendida versione di Ol’ 55 di Tom Waits, il pimpante country-rock di How Long (unico pezzo tratto dall’altalenante comeback album del 2007 Long Road Out Of Eden), e purtroppo anche la pessima Those Shoes. Infine c’è anche spazio per qualche brano dei vari repertori solisti, e se The Boys Of Summer di Henley è sempre molto piacevole (ma perché non suonano mai The End Of The Innocence?), Walsh passa dalle trascinanti Walk Away e Life’s Been Good al rock potente ma nulla più di Rocky Mountain Way per finire con la bruttarella Funk # 49, mentre pure Gill ha un momento tutto per sé con Don’t Let Our Love Start Slippin’ Away, uno dei suoi successi più noti.

Quindi, indipendentemente dal fatto che gli Eagles con Glenn Frey erano un’altra cosa, questo Live From The Forum MMXVIII si ascolta con grande piacere e può stare dignitosamente nella discografia del gruppo californiano, anche se gira e rigira sono sempre le stesse canzoni.

Marco Verdi

Ecco Uno Che Sa Fare Solo Dischi Bellissimi! Chris Stapleton – Starting Over

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Chris Stapleton – Starting Over – Mercury/Universal

Chris Stapleton ha esordito come solista abbastanza tardi (Traveller, del 2015, è stato pubblicato quando il singer-songwriter del Kentucky aveva già 37 anni), ma in pochissimo tempo ha fatto vedere di non avere molto terreno da recuperare. Con un passato da autore per conto terzi ed una militanza in un paio di band con le quali non ha mai inciso alcunché, Stapleton infatti non ci ha messo molto per affermarsi come uno dei musicisti migliori oggi in America: Traveller era un lavoro splendido e ha avuto anche un notevole successo https://discoclub.myblog.it/2015/07/25/good-news-from-dave-cobb-productions-chris-stapleton-traveller-christian-lopez-band-onward/ , ed anche il doppio From A Room del 2017 (pubblicato però in due diverse tranche) era di livello notevole seppur leggermente inferiore all’esordio. C’era quindi parecchia attesa per il terzo album di Chris (in quanto io considero i due From A Room come una cosa unica), e sappiamo quanto possa essere problematico il terzo lavoro per un artista che ha debuttato col botto https://discoclub.myblog.it/2017/12/16/peccato-solo-che-forse-non-ci-sara-un-terzo-volume-chris-stapleton-from-a-room-volume-2/ .

Ebbene, non solo Starting Over conferma la crescita esponenziale del nostro come autore e performer, ma a mio parere è perfino superiore a Traveller, e si candida fin dal primo ascolto ad uno dei posti di vertice per la classifica dei migliori del 2020. Starting Over (che si presenta con una copertina ultra-minimalista, per non dire inesistente) propone la consueta miscela di rock, country e southern music tipica del nostro, ma con una qualità compositiva di primissimo livello ed un feeling interpretativo notevole, grazie soprattutto ad una voce tra le più belle ed espressive del panorama musicale odierno ed una tecnica chitarristica da non sottovalutare. Prodotto al solito dall’amico Dave Cobb e con gli abituali compagni di ventura (la moglie Morgane Stapleton alla seconda voce, Cobb stesso alle chitarre acustiche, J.T. Cure al basso e Derek Mixon alla batteria), Starting Over ha anche degli ospiti che impreziosiscono alcuni brani , come Paul Franklin, leggendario steel guitarist di Nashville, e gli Heartbreakers Benmont Tench e Mike Campbell, non una presenza casuale in quanto Stapleton è presente sul nuovissimo album d’esordio dei Dirty Knobs, il gruppo guidato proprio da Campbell (appena recensito su questi schermi).

In poche parole, forse il miglior disco uscito negli ultimi mesi insieme a quello di Bruce Springsteen, in un periodo solitamente dedicato alle antologie e ristampe proiettate alle vendite natalizie. Il CD parte benissimo con la title track, una spedita ballata di stampo acustico servita da una melodia di prim’ordine e con la prima di tante prestazioni vocali degne di nota: il refrain, poi, è splendido. Devil Always Made Me Think Twice è una robusta rock’n’roll song di chiaro stampo sudista: Chris ha la voce perfetta per questo tipo di musica, ma è il brano in sé ad essere trascinante, ed io ci vedo chiara e lampante l’influenza di John Fogerty sia nelle sonorità swamp che nella linea melodica e modo di cantare. Il piano di Tench introduce Cold, una ballata elettroacustica eseguita con grande forza e pathos (ma sentite che voce), con un leggero accompagnamento d’archi che le dona un tocco suggestivo in più e crea un crescendo da brividi.

When I’m With You è un lento alla Waylon Jennings, una canzone bella, limpida e ricca di anima con gli strumenti dosati alla perfezione, a differenza di Arkansas che è una travolgente rock song elettrica di grande potenza, con Campbell co-autore e chitarra solista che si produce in un mirabolante assolo dei suoi, mentre Joy Of My Life, prima cover del disco, è un delicato pezzo che Fogerty aveva dedicato a sua moglie nel 1997: Stapleton fa lo stesso con Morgane ed il risultato è eccellente, con l’aggiunta di elementi southern che l’originale non aveva. Il sud è ancora presente nell’intensa Hillbilly Blood, notevole ballata tra rock e musica d’autore che ricorda molto da vicino il Gregg Allman più roots, timbro vocale compreso, al contrario di Maggie’s Song, bellissima country ballad dal motivo molto classico (vedo l’ombra di The Band, zona The Weight) e con l’organo di Benmont ad impreziosire ulteriormente un gioiello già luccicante di suo.

Lo slow elettrico di matrice rock-blues Whiskey Sunrise, suonato ancora con indubbia forza e con un paio di pregevoli assoli da parte del leader, precede le altre due cover del CD, entrambe prese dal songbook del grande Guy Clark: se Worry B Gone è un coinvolgente rockin’ country texano al 100% contraddistinto da una performance collettiva da applausi, Old Friends è uno dei pezzi più noti e belli dello scomparso cantautore di Monahans, e la resa di Chris è semplicemente da pelle d’oca. Watch You Burn è il secondo brano scritto e suonato con Campbell, una rock song asciutta e diretta, sempre con quell’afflato southern che è insito nella voce del nostro, canzone che precede You Should Probably Leave, strepitoso e cadenzato pezzo dal sapore decisamente errebi (uno dei più godibili del lotto), e l’intensa Nashville, TN, country ballad “cosmica” alla Gram Parsons che chiude degnamente un album davvero splendido. A parte un paio di dubbi avevo praticamente già deciso i dieci dischi più belli di quest’anno, ma dopo aver ascoltato Starting Over mi vedo costretto a ritoccare la lista. E nei primissimi posti.

Marco Verdi

In Svezia Fanno Anche Dell’Ottimo Blues-Rock. Patrik Jansson Band – IV

patrik jansson band IV

Patrik Jansson Band – IV – Sneaky Foot Records

Non conosco perfettamente la situazione locale svedese per quanto riguarda le band di impianto blues, anzi direi che personalmente conosco solo i Blues Pills di Elin Larsson (che peraltro hanno un musicista americano nella line-up) e in ambito hard’n’heavy (categoria chitarristi “esagerati”) c’è il celebre Yngwie Malmsteen: volendo in ambito rock potremmo ricordare i Cardigans, i più raffinati Mando Diao, Soundtrack Of Our Lives, Basko Believes, i Plastic Pals, collaboratori di Ed Abbiati, l’espatriato a New Orleans Anders Oborne, nel passato il grande Bo Hansson, qui finisce la mia cultura sulla musica rock svedese, se lasciamo perdere Roxette e Abba. Anzi no, mi pare nel 2014, avevo recensito un album di T-Bear And The Dukes, una onesta e solida band di blues-rock che non so se sia ancora in attività, ma aveva sicuramente qualche affinità con Jansson. https://discoclub.myblog.it/2014/05/03/anche-il-blues-svedese-mancava-allappello-t-bear-and-the-dukes-ice-machine/ .

E arriviamo a Patrik Jansson e alla sua band, che come dice il titolo sono arrivati al quarto album, e devo dire non sono malaccio: influenze citate, ma non sempre necessariamente estrinsecate, che partono dal rock classico, inglobano una passione per il blues texano di SRV e Johnny Winter, ma anche Buddy Guy, i vari King del blues, e in ambito più contemporaneo Joe Bonamassa, Gary Moore, Walter Trout, Jeff Healey, Robben Ford. Sono così bravi come parrebbe dai nomi citati? Probabilmente, anzi certamente, no, ma suonano con costrutto ed intelligenza, in formazione c’è anche un tastierista Lars Eriksson, molto bravo e una robusta sezione ritmica con Thomas Andersson e Martin Forsstedt, a basso e batteria. Il gruppo vorrebbe provare a farsi conoscere anche sull mercato americano, quello dove impera la buona musica, e quindi l’apertura molto groovy con la raffinata She Ain’t Gonna Come Back Any More è un buon biglietto da visita, organo molto alla Brian Auger anni ‘60, la bella voce del leader che poi imbastisce un solo di matrice southern alla Toy Caldwell e la ritmica molto agile che interagisce ottimamente con i due solisti.

A Love Like Yours va più di funky-rock-blues sempre con l’organo vintage di Eriksson in bella evidenza a duettare con la chitarra jazzy alla Robben Ford di Jansson, che canta anche con grande souplesse, mentre Love Will Find A Way è una bella ballatona blues con Eriksson che passa al piano e ci regala un bel assolo ricco di tecnica, mentre anche Patrik lavora di fino. Brani mai molto lunghi, tra i 4 e i 5 minuti, estremamente godibili, come l’ottimo blues bianco di Same Thing All Over Again, dai retrogusti jazz, o il notevole boogie-swing dello strumentale She Said What? di eccellente fattura, che mi ha ricordato i vecchi Sea Level o i primissimi Ten Years After, ma non manca il classico Chicago shuffle della vibrante Play Me The Blues, di nuovo con il dualismo ricercato tra il piano di Eriksson e la chitarra di Jansson.

Sound che si fa più aggressivo nelle volute rock della vibrante Someone Who Treats You Right, con una serie di pregevoli assoli della solista di Patrik, veramente un ottimo musicista. Chiude Only The Lonely, un brano che mi ha ricordato, con i dovuti distinguo, ma però ci siamo, i mai dimenticati Blind Faith, anche grazie all’organo di Eriksson sulle orme inarrivabili del grande Stevie Winwood, comunque un gran bella canzone e un ottimo gruppo di cui vi consiglio di appuntarvi il nome per cercare Il CD, anche se la reperibilità al solito non è massima: Patrik Jansson Band, ne vale la pena.

Bruno Conti

Il Disco Rock’n’Roll Dell’Anno? The Dirty Knobs – Wreckless Abandon

dirty knobs wreckless abandon

The Dirty Knobs – Wreckless Abandon – BMG Rights Management CD

Dopo l’inattesa e dolorosa scomparsa di Tom Petty avvenuta nel 2017 gli Heartbreakers si sono giocoforza dedicati all’attività di sessionmen di lusso, ed uno dei più attivi in tal senso è stato Mike Campbell, grandissimo chitarrista e vera colonna portante del suono degli Spezzacuori insieme al piano di Benmont Tench: prima è entrato a far parte, un po’ a sorpresa devo dire, dei Fleetwood Mac insieme a Neil Finn dopo il licenziamento di Lindsey Buckingham (ed il fatto che per la seconda volta l’ex marito di Stevie Nicks sia stato rimpiazzato da DUE musicisti – la prima fu nel 1987 – la dice lunga sulla sua bravura), e poi ha potuto dedicarsi a tempo pieno alla sua band “dopolavoristica” The Dirty Knobs, da lui formata nel 2001 ma che fino ad oggi si era limitata a qualche esibizione dal vivo.

In effetti mi ero sempre chiesto, anche durante i periodi di massimo splendore di Petty e della sua band, come mai un musicista del talento di Campbell non avesse pensato ad un album da solista, dal momento che oltre alla grande abilità chitarristica Mike è anche un valido songwriter (oltre a molti brani insieme a Petty ha infatti collaborato alla scrittura con fior di colleghi, come la stessa Nicks, Don HenleyThe Boys Of SummerJohn Prine, Roy Orbison, perfino Bob DylanJammin’ Me – e Roger McGuinn), poi nel 1999 l’ho sentito cantare in I Don’t Wanna Fight nell’album di Petty Echo, unico caso in tutta la discografia degli Heartbreakers, e ho capito perché. Nel 2016 però Campbell aveva dato prova di essere notevolmente migliorato alla voce nell’affrontare Victim Of Circumstance, il suo contributo al secondo album dei Mudcrutch, ma nonostante tutto mi sono stupito quando ho visto che nel primo album dei Dirty Knobs da poco uscito, intitolato Wreckless Abandon, il lead singer oltre che chitarra solista era proprio lui. Questa però è solo la prima sorpresa, in quanto ascoltando il CD mi sono reso conto di avere a che fare con un bellissimo album di puro rock’n’roll come oggi purtroppo non si fa quasi più, musica diretta, potente, chitarristica fino al midollo ma con una qualità compositiva notevole (le canzoni sono tutte di Campbell).

I “Pomelli Sporchi” sono un classico quartetto due chitarre-basso-batteria (oltre a Mike, Jason Sinay, Lance Morrison e Matt Laug), e la loro musica è un misto di rock, blues e boogie con le sei corde sempre in evidenza, ma come ho detto poc’anzi ci sono anche le canzoni e, sorprendentemente, la voce. La produzione, diretta ed asciutta, è nelle sapienti mani di George Drakoulias (che ricordo alla consolle per i primi due album dei Black Crowes, i migliori lavori dei JayhawksHollywood Town Hall e Tomorrow The Green Grass – nonché in The Last DJ di Petty), e come ospiti abbiamo Tench in un brano, Augie Meyers in un altro e soprattutto Chris Stapleton alla voce in due pezzi, che rende quindi il favore a Mike che è apparso di recente nel suo nuovo Starting Over; piccola curiosità: anche l’immagine di copertina ha origini illustri, essendo opera del noto designer tedesco di beatlesiana memoria (nonché bassista) Klaus Voormann, autore della mitica cover di Revolver.

Un indizio del livello del disco lo dà l’iniziale title track, rock’n’roll song chitarristica potente e coinvolgente, anzi direi irresistibile: la voce di Campbell è notevolmente migliorata (la sua chitarra non si discuteva neanche prima) ed è paragonabile a quella di Graham Parker, e la canzone stessa sarebbe potuta benissimo stare su un album di Petty & Heartbreakers. Pistol Packin’ Mama (brano nuovo, non il classico di Bing Crosby) è uno strepitoso country-rock elettrico, con Stapleton che duetta alla grande con Mike e Meyers che ricama da par suo con il farfisa per un cocktail decisamente trascinante; Sugar, dura e cadenzata, porta il disco verso sonorità rock-blues, un pezzo meno sfavillante dal punto di vista compositivo ma suonato sempre con grinta e perizia tecnica che vanno di pari passo. Molto buona anche Southern Boy, un boogie spedito come un treno dalle goduriose parti strumentali tra chitarre normali e slide, mentre I Still Love You è una rock ballad intensa e potente a dimostrazione che Mike se la cava benissimo anche con brani più lenti (ma le chitarre arrotano anche qua, basti sentire l’assolo finale). Irish Girl calma un po’ le acque, le chitarre sono acustiche e spunta anche un’armonica, per un pezzo dallo script superbo (a metà tra Dylan e Petty, manco a dirlo) e suonato alla grande, con Stapleton ancora presente ma solo alle armonie vocali: canzone splendida.

Fuck That Guy vede invece Chris coinvolto come co-autore in un godibile e divertente rock’n’roll suonato in punta di dita, dal ritmo insinuante ed una slide malandrina sullo sfondo, mentre Don’t Knock The Boogie è appunto un boogie-blues alla John Lee Hooker ma suonato con la forza degli ZZ Top, che procede attendista fino alla strepitosa coda chitarristica finale (lo avrei visto bene su Mojo, ed anche il modo di cantare di Mike qui ricorda quello del suo ex principale). Anche la solida Don’t Wait ha cromosomi blues, ma stavolta vedo più influenze british alla Cream, con un bel riff circolare e drumming possente, a differenza di Anna Lee che è una deliziosa ballata acustica, quasi bucolica. Chiusura con Aw Honey, altro ruspante e travolgente rock’n’roll impreziosito dal piano di Tench, la gagliarda Loaded Gun, una fucilata elettrica in pieno petto, ed una ripresa strumentale di un minuto a base di slide acustica di Don’t Knock The Boogie.

Gran bel CD questo Wreckless Abandon, un lavoro sorprendente che dimostra che i Dirty Knobs sono molto di più di una “side band”: l’album è dedicato a Petty (che Mike definisce “il mio co-capitano”), e sono sicuro che da lassù il buon Tom apprezzerà senza remore. Senza dubbio tra i dischi dell’anno.

Marco Verdi

La Conferma Di Una Delle Più Intriganti Band Americane A Guida Femminile. Native Harrow – Closeness

native harrow closeness

Native Harrow – Closeness – Loose Records

Una delle più piacevoli sorprese dello scorso anno in ambito folk-rock e dintorni (e non solo, anche in generale) era stato l’album Happier Now dei Native Harrow, il primo con una distribuzione adeguata, dopo due dischi diciamo più autarchici, distribuiti in proprio https://discoclub.myblog.it/2019/07/18/un-duo-decisamente-interessante-lei-una-voce-affascinante-native-harrow-happier-now/ . Parliamo di gruppo, ma in effetti sono un duo, basato a New York, e che ruota soprattutto intorno alla bellissima voce di Devin Tuel, una autrice che rimanda a quella felice stagione dei cantanti folk fine anni ‘60, primi anni ‘70, che esploravano nuove strade sonore dove il folk si arricchiva di morbide derive rock e di arrangiamenti più complessi ed avventurosi.

La nostra amica aggiunge anche elementi attuali di certo alternative rock ed indie, quello più raffinato e ricercato: la Tuel si occupa di chitarre, elettriche ed acustiche, oltre che di “giocare” con la propria voce, che grazie alle possibilità delle tecniche di registrazioni viene spesso moltiplicata, frequentemente con risultati affascinanti, mentre il suo pard, coautore e co-produttore Stephen Harris, suona quasi tutto il resto, tastiere, basso elettrico ed acustico, oltre a molte altre chitarre, quasi a cascata, affidando l’uso della batteria ad Alex Hall, membro aggiunto, e ingegnere del suono, già presente nel precedente CD, e che suona anche vibrafono, percussioni ed altre tastiere, quindi il suono alla fine risulta molto ricco e spesso avvolgente.

Registrato come Happier Now in quel di Chicago tra fine 2019 e i primi giorni del 2020, quindi poco prima dell’avvento della pandemia, e permettendo alla band anche un piccolo tour prima dello stop alla musica live, Closeness si apre con la mossa e grintosa Shake, dove sulle ali di una chitarra elettrica fuzzy e mille altri strumenti si apprezza subito la vocalità calda e radiosa della Tuel che scalda il cuore dell’ascoltatore. The Dying Of Ages è molto anni ‘70, soffice e sinuosa, ma con una orecchiabilità che non è delitto di lesa maestà, bensì un pregio della musica dei Native Harrow, che cercano di non impegolarsi in un sound volutamente oscuro e troppo “moderno”, spesso senza costrutto, come ribadisce il folk più classico della dolce Smoke Burns, più intima e solenne, sempre con quella voce deliziosa e senza tempo in azione, c’è spazio anche per brani più ritmati ed immediati come Same Every Time, dove il suono di un Moog Synthesizer vintage e qualche breve citazione in francese aggiungono un fascino d’antan, mais oui. Carry On è del tutto degna delle migliori cose di Carole King e Laura Nyro, con retrogusti soul, piano e un organo filante, che fanno da apripista ad un bellissimo assolo della elettrica, il tutto che rimanda nuovamente ai gloriosi primi anni’70, con la voce celestiale di Devin in multitracking https://www.youtube.com/watch?v=d48A0HZXqbU .

If I Could addirittura vira verso un funky-folk ispirato dal sound di Bill Withers, con un approccio più bianco, ma sempre con la moltiplicazione dei ritmi e delle voci. In un album come questo non può mancare un chiaro accenno ad atmosfere jazzy, risolte nella notturna Turn Turn, dove vibrafono e organo rimandano anche allo stile felpato di Melody Gardot o di Rickie Lee Jones, bellissimo comunque; Even Peace, con il suo baroque pop potrebbe appartenere a qualche disco perduto di Judy Collins, o a una woman band, sempre la Tuel, che con le sue voci sovraincise ricorda i Mamas And Papas dei brani meno noti https://www.youtube.com/watch?v=cx_sNWHxBoI , e anche la squisita ballata pianistica Feeling Blue, ci rammenta le cantautrici che popolavano in quegli anni la West Coast (qualcuno ricorda la compianta Judee Sill, Wendy Waldman o la prima Carly Simon?), mentre per la conclusiva orchestrale Sun Queen, non possiamo non citare l’inglese Sandy Denny, oppure la “regina” assoluta Joni Mitchell, che aveva un timbro vocale diverso, ma in qualcuna delle sue diverse fasi ha sicuramente influenzato Devin Tuel, che aiutata dai suoi Native Harrow ci ha regalato un altro album di grande spessore e anche estrema piacevolezza.

Bruno Conti

Magari E’ Un Casinista, Ma Se Parliamo Di Musica Ha Pochi Eguali! Neil Young – Archives Vol. II: 1972-1976

neil young archives vol. 2

Neil Young – Archives Vol II: 1972-1976 – Reprise/Warner 10 CD Box Set

E finalmente è arrivato il momento: ho infatti tra le mani da pochi giorni il pluri-rimandato secondo box degli archivi di Neil Young a ben undici anni dal primo volume (che a sua volta aveva subito numerosi rinvii), una pubblicazione che ormai era diventata talmente aleatoria da attirare su di sé le ironie degli addetti ai lavori. In realtà le polemiche sono continuate anche a causa delle modalità di commercializzazione, inizialmente prevista solo sul sito dell’artista in quantità limitata a tremila copie e ad un costo molto alto (circa 250 dollari più spese di spedizione). In pratica il 16 ottobre scorso, giorno scelto per la messa in vendita online, il box ha continuato ad apparire e sparire dal sito, fino al momento in cui è stato dichiarato esaurito per la “gioia” delle migliaia di fans rimasti con un palmo di naso (ritengo quasi miracoloso il fatto che io sia riuscito ad accaparrarmene una copia, ma praticamente ho passato la serata su internet dalle 18 a mezzanotte, interrompendomi solo per la cena…).

Dopo aver dato la colpa alla Reprise, Neil ha incasinato ancora di più le cose, prima lasciando intendere che non ci sarebbero state ristampe, poi annunciando che nel 2021 sarebbe uscita una versione “povera” solo con i CD ma senza libro (che comunque costerà 150 dollari, quindi povera un par di ciufoli) e che l’edizione diciamo “super deluxe” non sarebbe stata ristampata per rispetto ai tremila che sono riusciti a prenderla, mentre pochi giorni dopo il nostro ha fatto una giravolta degna di un democristiano della Prima Repubblica annunciando una seconda uscita anche del box “a parallelepipedo”, sempre a 250 testoni e con l’unica differenza che la scritta “II” sarà in rosso anziché in nero (entrambe le versioni sono previste per il 5 marzo 2021). A parte ogni giudizio di carattere morale, il cofanetto è comunque una goduria: dieci CD (non ci sono questa volta edizioni in DVD o Blu-Ray) che vanno dal 1972 al 1976, ricoprendo quindi un lasso di tempo molto più breve rispetto al primo volume, cosa comprensibile dato che stiamo parlando di un periodo tra i più fertili artisticamente per Young. Il libro è uno spettacolo (ancora meglio del primo), 252 pagine ricche di foto mai viste, cronologia delle sessions del periodo interessato e crediti brano per brano, ma ancora più imperdibile ovviamente è la parte musicale, con ben 131 canzoni di cui circa la metà inedite tra versioni dal vivo, alternate e brani mai sentiti prima, ed un titolo diverso per ogni singolo CD.

Come nel primo volume ci sono parecchi pezzi nella loro versione originale che danno al progetto una valenza semi-antologica, ma purtroppo Neil ha confermato l’antipatica scelta di inserire nel box anche album già usciti in precedenza, con il risultato che uno si trova a possedere due dischi uguali: in questo caso abbiamo due live (Tuscaloosa https://discoclub.myblog.it/2019/06/18/ecco-il-disco-dal-vivo-che-aspettavamo-da-46-anni-neil-young-stray-gators-tuscaloosa/  e Roxy: Tonight’s The Night Live https://discoclub.myblog.it/2018/04/26/nessun-paradosso-solo-grande-musica-neil-young-roxy-tonights-the-night-live/ , che però ha come bonus track un’ottima rilettura di The Losing End, uno dei pezzi meno conosciuti di Everybody Knows This Is Nowhere) ed il mitico Homegrown, che a questo punto mi chiedo perché Neil abbia pubblicato non più tardi di cinque mesi fa https://discoclub.myblog.it/2020/06/20/non-avrei-mai-pensato-che-un-giorno-lo-avrei-recensito-neil-young-homegrown/ . E poi capisco che non si possano inserire tutti gli inediti (ci vorrebbero venti volumi), ma forse un paio di dischetti in più sì. Polemiche a parte, ecco una disamina disco per disco, nella quale mi limiterò agli inediti: non troverete citati i CD n. 2, 4 e 7, che sono le tre ripetizioni citate poc’anzi, e per le quali vi rimando alle mie recensioni originali.

CD1: Everybody’s Alone (1972-1973). Il primo dischetto inizia dove finiva il precedente box, e cioè da dopo le sessions di Harvest. A parte Yonder Stands The Sinner tratta da Time Fades Away ed una rarissima Last Trip To Tulsa dal vivo proveniente da una b-side, tutto il resto è inedito, tra pezzi in studio con Neil da solo o con gli Stray Gators (nell’abortito seguito di Harvest) e dal vivo durante il tour da cui è stato tratto Time Fades Away. Tra le canzoni inedite abbiamo la delicata ballata Letter From ‘Nam (che negli anni 80 ritroveremo sull’album Life con il titolo di Long Walk Home), Come Along And Say You Will, bella country song in stile Harvest, l’elettroacustica e leggermente blues Goodbye Christians On The Shore e Sweet Joni, registrata dal vivo a Bakersfield e dedicata ovviamente alla Mitchell, in una performance molto intima al pianoforte. Le versioni alternate vedono un abbozzo dell’intensa Monday Morning, che si evolverà in Last Dance, e finalmente le due takes di studio di The Bridge (pianistica e struggente, davvero splendida) ed una Time Fades Away elettrica e decisamente trascinante, quasi country-punk. Gli altri pezzi dal vivo sono la classica The Loner, con il piano di Jack Nitzsche in evidenza, ed una L.A. diversa da quella apparsa sul live del 1973, Per finire una delle chicche del box, cioè una bella prima versione acustica di Human Highway insieme a CSN, per quello che sarebbe dovuto essere il seguito di Deja Vu (ci riproveranno come vedremo nel 1976 con lo stesso risultato).

CD3: Tonight’s The Night (1973). Le sessions con i Santa Monica Flyers per il famoso album del titolo, che uscirà però due anni dopo. L’album originale è presente con nove pezzi su dodici, anche perché gli altri tre erano uno dal vivo nel 1970, uno era una outtake di Harvest ed il terzo sarebbe stato inciso insieme al materiale di On The Beach. Gli inediti qui sono solo tre: una interessante jam improvvisata dai toni blues basata su Speakin’ Out, la bella Everybody’s Alone, canzone elettrica e vibrante dalla melodia solare che contrasta con il mood del resto delle sessions (ed infatti rimarrà fuori dal disco), e soprattutto una fantastica rock’n’roll version di Raised On Robbery di Joni Mitchell, proprio con la bionda cantautrice canadese alla voce solista e Neil che si limita alle armonie ed a suonare l’elettrica. Uno dei brani di punta del box.

CD5: Walk On (1973-1974). Le sessions di On The Beach, che è presente con sette brani, mentre Borrowed Tune finirà su Tonight’s The Night e Winterlong su Decade (ma che bella che è). Questo è il CD più avaro di inediti, solo tre per un totale complessivo di appena sei minuti: le prime versioni acustiche del traditional Greensleeves e di Traces (ripresa poi dal vivo da CSN&Y, è anche sul box CSN&Y 1974), ed una rilettura elettrica con i Crazy Horse della bellissima Bad Fog Of Loneliness, qui nella sua prima versione ufficiale in studio.

CD6: The Old Homestead (1974). Questo invece è il dischetto più lungo e più ricco di inediti: le uniche canzoni già note sono la title track, che finirà nel 1980 su Hawks & Doves, e Deep Forbidden Lake che andrà su Decade. Il resto si divide tra pezzi acustici ed elettrici, con alcune chicche strepitose come brani mai sentiti prima ed altri suonati solo dal vivo, tra cui ben tre versioni dell’honky-tonk Love/Art Blues, una acustica e due con la band alle spalle (l’ultima è la migliore). Poi c’è la take originale di Through My Sails, solo Neil voce e chitarra e senza le sovraincisioni di CSN, le prime versioni di Pardon My Heart, Vacancy (che verrà rifatta per Homegrown) e Give Me Strength, oltre ad inediti assoluti come Homefires, LA Girls And Ocean Boys e Frozen Man, tutte acustiche, la deliziosa country ballad Daughters, con Levon Helm alla batteria e Nicolette Larson alla seconda voce, la prima take di Changing Highways coi Crazy Horse (verrà reincisa addirittura nel 1996 per Broken Arrow) e Bad News Comes To Town che invece sarà ripresa dal vivo nel 1988 con i Bluenotes. Come ciliegina finale ci sono due imperdibili brani dal vivo a Chicago con CSN, ovvero la fluida Push It Over The End ed una On The Beach semplicemente grandiosa, entrambe ben al di sopra dei sette minuti ciascuna.

CD8: Dume (1975). Ed ecco le sessions con i Crazy Horse per Zuma, che infatti viene incluso nella sua interezza (a parte Through My Sails che come abbiamo visto è dell’anno prima). Ci sono comunque otto inediti, a partire dalle prime versioni di brani che poi finiranno su Rust Never Sleeps ma già bellissimi (Ride My Llama, una Powderfinger più lenta ed una strepitosa Pocahontas elettrica). Poi troviamo un rifacimento sempre elettrico di Kansas, che era stata provata in veste acustica per Homegrown, le rare Hawaii e No One Seems To Know, la splendida Too Far Gone (che non vedrà la luce fino al 1989 quando verrà reincisa per Freedom) e, come inedito assoluto, Born To Run (il Boss non c’entra), brano rock potente ma non particolarmente originale.

CD9: Look Out For My Love (1975-1976). Dopo i primi tre pezzi, comunque già editi (Like A Hurricane, Lotta Love e Look Out For My Love), il fulcro del CD sono le sessions per il poco fortunato Long May You Run della Stills/Young Band, che come non tutti forse sanno sarebbe dovuto essere il nuovo album di CSN&Y, ma a causa dei dissapori con Crosby e Nash Young cancellerà le parti vocali dei due. Ebbene, la sorpresa di questo dischetto sono proprio i tre brani finali, Ocean Girl, Midnight On The Bay ed un’altra Human Highway, nei quali sono state “ripristinate” le voci di David e Graham diventando a tutti gli effetti tre canzoni inedite del quartetto (che quindi assumono subito un altro fascino). Dalle stesse sessions abbiamo una versione alternata di Let It Shine e due ottime takes mai sentite di Traces (ancora) e di Separate Ways, che era già stata registrata per Homegrown. Completano il quadro tre unreleased songs dal vivo con Neil da solo sul palco: Mellow My Mind, Midnight On The Bay e la rara Stringman, canzone che non vedrà la luce fino al 1993 quando Young deciderà di includerla nella setlist del suo Unplugged.

CD10: Odeon Budokan (1976). Il cofanetto si conclude con un live album strepitoso, dieci canzoni equamente divise tra performance acustiche ed elettriche (coi Crazy Horse) registrate nel marzo 1976. La metà acustica vede Neil esibirsi all’Hammersmith Odeon di Londra, e comprende classici del calibro di The Old Laughing Lady, After The Gold Rush e Old Man, oltre alla poc’anzi citata Stringman ed alla bellissima Too Far Gone. La parte elettrica, proveniente dal mitico Nippon Budokan di Tokyo, propone superbe riletture di Don’t Cry No Tears, Cowgirl In The Sand (più corta del solito ma sempre splendida), Lotta Love, Drive Back e Cortez The Killer.

In conclusione, a parte le continue contraddizioni tipiche del personaggio Neil Young, questo Archives Vol. II: 1972-1976 conferma, se ce ne fosse stato bisogno, che come musicista è uno dei più grandi di tutti i tempi. Ed ora speriamo solo di non dover attendere il terzo volume per altri undici anni.

Marco Verdi

Dai Sobborghi Di Brooklyn Alle Rive Del Mississippi, Un’Altra Grande Voce. Bette Smith – The Good The Bad And The Bette

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Bette Smith – The Good The Bad The Bette – Ruf Records

Pettinatura Afro, corporatura prorompente, a Milano affettuosamente si dice “una bella paciarotta”, solo una piccola differenza grafica con l’altra Smith, la più famosa Bessie, anche se il genere non è proprio lo stesso, ma è passato un secolo, e non è un modo di dire: la nostra Bette Smith viene dai sobborghi di Brooklyn, NY, ha esordito tre anni fa con un disco Jetlagger, pubblicato dalla Big Legal Mess/Fat Possum Records, prodotto da Jimbo Mathus degli Squirrel Nut Zippers, che l’ha portata nel Mississippi, dove l’aspettavano Matt Patton, basso e Bronson Tew, batteria, che sono la sezione ritmica dei Drive-By Truckers, insieme ad altri musicisti, per registrare un album di funk/soul, R&B, rock, per sintetizzare diciamo blues contemporaneo, materiale in gran parte originale, ma con un paio di cover, un Isaac Hayes e I Found Love della coppia Maria McKee/Steve Van Zandt ai tempi dei Lone Justice, se vi capita cercatelo, perché ne vale le pena.

Ma stiamo parlando ora di questo The Good The Bad The Bette, chiara citazione Leone/Morricone, anzi ci siamo spinti ancora più in là, visto che la prima canzone del CD si chiama Fistful Of Dollars, ma le analogie con lo “spaghetti western” finiscono li: per la nuova missione lungo il Mississippi Patton e Tew sono sempre in pista, anzi sono loro i nuovi produttori, Jimbo Mathus era casualmente da quelle parti a dare una mano e suona organo e chitarra, l’etichetta è nuova, la tedesca Ruf Records, che se parliamo di blues e dintorni non si fa mancare nulla e quindi il risultato è di nuovo più che soddisfacente.

Adesso parliamo però di Bette Smith, cresciuta a pane e gospel, visto che il babbo era il direttore del coro di bambini della chiesa locale, ma lei era pure una grande appassionata di rock’n’roll, e nei lunghi anni di pratica di entrambe le passioni, a furia di cantare, deve avere consumato una parte della sua voce, visto che ora è roca e vissuta (si scherza), anche se questo non le impedisce di darci dentro alla grande nel nuovo album: organo, chitarra e fiati impazzano nella incalzante Fistful Of Dollars dove si apprezza la vocalità prorompente di Bette, a seguire arriva Whistle Stop una ballata delicata e malinconica dedicata alla madre scomparsa, dove la voce si fa più roca ed accorata, ben sostenuta da un arrangiamento complesso e curato.

Mentre in I’m A Sinner, voce riverberata e atmosfere tra psych e garage rock anni ‘60 Jimbo Mathus scatena la sua chitarra, e anche I Felt It Too non scherza quanto a grinta, un altro pezzo corale dove i musicisti si scatenano e la Smith lascia andare divertita la sua voce, con Mathus alle prese con un assolo distorto e selvaggio, doppiato da un sax in overdrive suonato da Henry Westmoreland  degli Squirrel Nut Zippers. Visto che era disponibile nei dintorni perché non utilizzare la chitarra di Luther Dickinson, e allora vai con il southern carnale di Sign And Wonders, sempre funzionale alla vocalità esuberante, ma mai sopra le righe, di Bette Smith, e non manca neppure una ode al suo amato cane, ripreso pure in un video legato all’album, nel funky, rock and soul della potente (I Wanna Be Your) Human.

Con Song For A Friend che ci riporta all’amato soul cantato con un timbro vocale quasi fanciullesco e buffo a tratti, diciamo piacevole ma non memorabile. In Pine Belt Blues la band torna a roccare e rollare, con una pattuglia di voci aggiunte che stimolano la brava Bette a darci dentro con più impeto, mentre in Everybody Needs Love, i pard Patton e Tew invitano il loro capo Patterson Hood a duettare con la Smith in un brano che come struttura sonora e melodia, anche se con un suono decisamente più grintoso, ha parecchie analogie nel ritornello con All You Need Is Love, se i Beatles avessero voluto farne un brano soul.

Per chiudere un’altra ballatona emozionale come Don’t Skip Out On Me, una storia di redenzione dove la nostra amica ha modo di mettere in mostra le sue indubbie doti vocali ancora una volta facendo ricorso ai ricordi dell’amato gospel della gioventù, e con uno splendido assolo di tromba, sempre di Westmoreland, che è la ciliegina sulla torta del brano, per un album complessivamente molto interessante e vario.

Bruno Conti

Un Inatteso E Gradito Ritorno Della “Strana Coppia”. Leo Kottke & Mike Gordon – Noon

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Leo Kottke & Mike Gordon – Noon – ATO CD

Sinceramente ero convinto che Leo Kottke, grandissimo chitarrista acustico titolare di una lunga carriera iniziata a fine anni 60, avesse appeso definitivamente il suo strumento al chiodo, dal momento che il suo ultimo album Sixty Six Steps (il secondo in duo con Mike Gordon, bassista dei Phish, dopo Clone) risaliva ormai al 2005. Ho accolto quindi con molto piacere la notizia che Kottke stava per pubblicare della nuova musica e sempre insieme a Gordon: Noon, terzo disco in collaborazione con il musicista del Vermont, ci mostra che nonostante l’età, 75 anni, ed i tre lustri lontano dai riflettori il nostro non ha perso lo smalto ed è ancora in grado di dare del tu al suo strumento. Kottke è sempre stato giustamente considerato l’erede del geniale John Fahey, e probabilmente è il miglior chitarrista acustico della sua generazione (in possibile coabitazione con Bert Jansch), e Noon, pur non essendo al livello dei suoi lavori più celebrati, è un dischetto suonato benissimo che si lascia ascoltare con grande piacere.

Leo non ha perso la voglia di suonare, e le sue dita scorrono ancora che è una meraviglia nonostante negli anni 80 abbia dovuto adottare un approccio più classico e “tranquillo” a cause di una grave forma di tendinite: da parte sua Gordon lo accompagna con la solita puntualità che gli conosciamo coi Phish, ma si tiene quasi in disparte come se volesse riconoscere a Kottke la leadership del progetto (ed infatti Mike scrive e canta solo tre canzoni, mentre Leo ne compone il doppio e due sono cover). Prodotto da Jarod Slomoff, Noon ci regala quindi 40 minuti circa in cui i nostri suonano per il piacere di farlo, tra folk e musica d’autore con elementi blues e jazz qua e là: non ci sono solo i due leader in session, ma troviamo anche il compagno di Gordon nei Phish Jon Fishman alla batteria in cinque pezzi, Zoe Keating e Brett Lanier rispettivamente al violoncello e steel guitar in un brano a testa e lo stesso Slomoff ai cori. Il CD inizia con Flat Top, una folk tune strumentale dalla purezza cristallina, con i due amici che suonano con estrema fluidità, brano che confluisce subito nella prima cover: Eight Miles High è proprio il classico dei Byrds, ed è reinventata da capo a piedi trasformandosi da rock song psichedelica a canzone di stampo cantautorale in cui chitarra e basso si rincorrono percorrendo scale ascendenti e discendenti, e la voce arrochita di Kottke che intona la nota melodia (che è l’unico punto in comune con l’originale).

I Am Random, di Gordon, è un limpido brano cadenzato dal taglio melodico moderno vicino a certe cose dei Phish, ma con la chitarra di Leo che si adatta senza problemi (si sente il tono informale della session: al secondo minuto i due e Fishman sembrano incartarsi su loro stessi, poi ci ridono su e ricominciano a suonare come un attimo prima). Noon To Noon è una ballata di stampo folk-jazz (e qui sento tracce di Jansch), Kottke suona che sembrano in tre ed il basso non funge solo da mero accompagnamento, From The Cradle To The Grave è uno slow terso e delicato cantato a più voci, dalla struttura cantautorale e motivo gradevole, mentre How Many People Are You è un pezzo dalla ritmica spezzettata e leggermente swingato, con un pizzico di follia come da prassi con Gordon: forse non una grande canzone, ma è riscattata dalla prestazione chitarristica di Leo.

Con lo strumentale Ants siamo ancora in territori folk, una canzone purissima nella quale le dita di Leo lavorano di fino fornendo una delle migliori performance del CD, mentre Sheets è addirittura splendida, una ballata toccante e profonda che ci conferma (ma non ce n’era bisogno) che Kottke non è solo un grande chitarrista ma un artista completo. Alphabet Street di Prince è la cover che non ti aspetti, un brano che non ho mai amato ma che in questo arrangiamento tra country e blues guadagna diversi punti; il dischetto termina con la folkeggiante Peel, il più “normale” tra i pezzi scritti da Gordon, con un ottimo gioco di voci, e con la guizzante e melodicamente deliziosa The Only One, che oltre ad un titolo di canzone potrebbe essere anche un azzeccato soprannome per Leo Kottke, dal momento che ancora oggi suona la chitarra acustica come nessun altro.

Marco Verdi