Il Miglior Lavoro Di Sempre Del Nostro Amico Ormai Mezzo Italiano! Jono Manson – Silver Moon

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Jono Manson – Silver Moon – Appaloosa/Ird CD

Jono Manson ha da anni un rapporto speciale con la nostra penisola, avendo collaborato più volte con alcuni dei migliori musicisti nostrani come i Mandolin’ Brothers (è anche il produttore del loro ultimo 6), i Gang (Jono era dietro la consolle sia per Sangue E Cenere che per il bellissimo Calibro 77, e pare che concederà il tris anche per il prossimo lavoro dei fratelli Severini), Andrea Parodi e Paolo Bonfanti, oltre ad aver fatto parte del supergruppo Barnetti Bros. Band con Parodi, Massimiliano Larocca e Massimo Bubola e non mancare quasi mai nelle kermesse annuali del Buscadero Day. Ma Jono non vive in Italia, abita da anni a Santa Fe (New Mexico), e si ritrova a dover mandare avanti anche la sua carriera di musicista in proprio, ormai ferma al 2016 con l’ottimo The Slight Variations https://discoclub.myblog.it/2017/02/09/variazioni-lievi-ma-significative-sempre-ottima-musica-jono-manson-the-slight-variations/ : Manson si è preso del tempo, ha scelto le canzoni che reputava migliori ed è riuscito a fare ciò che si era prefissato, cioè il capolavoro di una vita. Sì, perché Silver Moon (questo il titolo del suo nuovo album, sempre distribuito dalla Appaloosa, altro punto di contatto con l’Italia) è un grande disco, il più bello, il più convinto di sempre per quanto riguarda il songwriter newyorkese, un lavoro dal respiro internazionale in cui la sua consueta miscela di ballate e brani rock in puro stile Americana toccano il vertice artistico massimo.

Jono questo lo sapeva, se lo sentiva, ed è per questo che per arricchire ancora di più il piatto ha chiamato attorno a lui una serie di ospiti da far tremare i polsi: non ci sono superstar (non aspettatevi Clapton o Knopfler), ma comunque non è da tutti avere contemporaneamente in un proprio album Warren Haynes, Terry Allen, James Maddock, Eliza Gilkyson, Joan Osborne, Eric “Roscoe” Ambel, oltre al nostro Bonfanti, al chitarrista degli Spin Doctors Eric Schenkman, all’altro axeman Eric McFadden fino al bravissimo tastierista Jason Crosby ed agli abituali collaboratori di Manson (Ronnie Johnson al basso, Paul Pearcy alla batteria e Jon Graboff alle chitarre e steel). Ma gli ospiti danno solo quel qualcosa in più, servirebbero a poco se non ci fossero le canzoni, ed in Silver Moon ne troviamo di bellissime, a partire da Home Again To You, scintillante pezzo che porta alla mente il primo Steve Earle, quello a metà tra country e rock: ritmo spedito, melodia accattivante e squisito accompagnamento chitarristico jingle-jangle. Only A Dream è cantata a due voci con Maddock, ed è una sontuosa rock ballad elettrica di stampo classico con il passo di quelle dei grandi della nostra musica, davvero bella, mentre la title track è una luccicante ballatona sudista, calda nei suoni ed impreziosita dagli splendidi organo e piano elettrico di Crosby e soprattutto dall’inconfondibile slide di Haynes: altra grande canzone.

Si rimane al sud con la goduriosa Loved Me Into Loving Again, saltellante e gustoso errebi con la voce di Manson doppiata dalla Osborne e l’aggiunta di una sezione fiati di quattro elementi; I Have A Heart è tosta ed elettrica, puro rock’n’roll di quelli che trascinano fin dalle prime note, con Springsteen come ispirazione principale, a differenza di I Believe che è un’intensa slow ballad dalle leggere reminiscenze dylaniane (ma vedo anche Butch Hancock) e con un motivo toccante e bellissimo. Con la cadenzata I’m A Pig siamo in territori rock-blues per un brano decisamente grintoso dominato dal piano di Crosby e dalla chitarra di Schenkman (e con un refrain corale vincente), Shooter è ancora più rock, una ballata elettrica e chitarristica di notevole impatto con Bonfanti che fa il bello e il cattivo tempo, mentre The Christian Thing è un lento strepitoso che sa un po’ di Messico ed un po’ di southern country, reso ancora più bello dalle voci di Terry Allen e della Gilkyson. Face The Music è ancora puro rock’n’roll ed è una delle più immediate ed irresistibili, Everything That’s Old (Again Is New) introduce un’atmosfera pop ed una slide degna di George Harrison, e porta alle due canzoni conclusive: la country ballad Every Once In A While, tersa e limpida, ed il blues elettrico e “texano” The Wrong Angel, di nuovo con Bonfanti alla solista. Jono Manson con questo Silver Moon è dunque riuscito perfettamente nel suo intento di regalarci il suo disco più bello di sempre (non disdegnando “a little help from his friends”), un lavoro che conferma la sua bravura nella scrittura, la sua competenza ed il suo amore per la vera musica.

Marco Verdi

Il Disco Della Consacrazione Per Uno Dei “Nuovi” Fenomeni Della Chitarra. Albert Cummings – Believe

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Albert Cummings – Believe – Mascot/Provogue – 14-02-2020

Era quasi inevitabile che anche Albert Cummings, uno dei migliori chitarristi americani, prima o poi sarebbe approdato alla Mascot/Provogue: lui stesso ha detto di essere onorato per essere finito nella stessa etichetta di Joe Bonamassa, Walter Trout ed Eric Gales (e aggiungo io, decine di altri virtuosi della chitarra). Il nostro amico viene da Williamstown, Massachusetts e ha inciso finora non molti album (otto, compresi due live), visto che la sua carriera discografica ufficiale è partita solo intorno al 2000, quando aveva superato i 30 anni da tempo. “Scoperto” da Chris Layton e Tommy Shannon, a cui si era poi unito Reese Wynans, fu il primo musicista a registrare un intero album con i Double Trouble del suo idolo Stevie Ray Vaughan, dopo la scomparsa di quest’ultimo, e di cui quest’anno ricorre il 30° Anniversario dalla morte (come passa il tempo!): il disco From The Heart, uscito nel 2003, fu registrato proprio in Texas, con la produzione di Layton e Shannon. Da allora, quasi tutti i dischi successivi, usciti per la Blind Pig Records, sono stati prodotti da Jim Gaines https://discoclub.myblog.it/2012/09/13/un-ulteriore-virtuoso-della-6-corde-albert-cummings-no-regre/ , che torna dietro alla consolle anche per questo Believe, registrato in una delle mecche assolute della musica americana, i FAME Studios a Muscle Shoals, Alabama.

Nello stile di Cummings quindi per l’occasione, insieme all’immancabile blues, troviamo anche forti elementi soul, rock e country ( già presenti in dischi passati e nell’educazione musicale di Albert che nei primi passi fu però occupata dall’utilizzo del banjo e dalla passione per il bluegrass, poi sostituita dalla scoperta di SRV): il disco, in uscita il 14 febbraio, è probabilmente il migliore in assoluto di Cummings, che comunque raramente, se non mai, ha tradito le aspettative dei fan del blues elettrico, con una serie di album notevoli, dove accanto alle indubbie doti tecniche applicate alla sua Fender Stratocaster, si apprezza anche una eccellente vena di autore di canzoni, rendendolo una sorta di “cantautore” del blues-rock. Qualche cover ci scappa sempre, pochissime per la verità, Live esclusi, un B.B. King qui, un Merle Haggard là, e un brano di Muddy Waters, in tutti i suoi album, ma per il nuovo disco ce ne sono ben quattro (anzi  cinque), l’iniziale Hold On (manca I’m Comin’, ma il brano è proprio quello di Sam & Dave, scritto da Isaac Hayes), e per parafrasare potrei azzardare un  “I’m Cummings”, ma temo il linciaggio per la battuta, e quindi mi limito a dire che è una versione molto calda, in un florilegio irresistibile di fiati e voci femminili di supporto, con Albert che si conferma anche cantante di buona caratura , oltre che chitarrista sopraffino, con un assolo ”ispirato” da quel Duane Allman la cui immagine lo guardava dalle pareti degli stessi studi in cui si trovava lui in quel momento.

Già che siamo in tema di cover,  troviamo  pure una delicata e deliziosa Crazy Love di Van Morrison, trasformata in una bellissima deep soul ballad, anche grazie alla presenza del tastierista Clayton Ivey, uno di quelli che suonava ai tempi nei dischi prodotti a Muscle Shoals e proprio in chiusura di CD, una intensa e scoppiettante Me And My Guitar di Freddie King, con un assolo fiammeggiante che è un misto di tecnica raffinata e feeling. Venendo agli altri brani, come negli album precedenti le canzoni a livello di testi toccano i temi del working man (in fondo Cummings ha sempre lavorato in una azienda di costruzioni di famiglia), delle difficoltà economiche, questioni amorose e così via, niente trattati psicologici, ma uno sguardo sul quotidiano, con una attitudine compartecipe, mentre musicalmente il tema R&B e southern soul rimane anche nella ritmata Do What Mama Says, sempre con fiati, coriste e tastiere a profusione, mentre al solito la chitarra lavora di fino anche a livello di riff, con Red Rooster  (anche in questo caso se gli aggiungete Little è  quella di Howlin’ Wolf e Stones) che è un blues di quelli duri e puri, con una solista “cattiva” il giusto che impazza alla grande; Queen Of Mean è di nuovo un torrido “soul got soul” (?!?), il suono tra Stax e Hi records che usciva dai Fame Studios, e ancora oggi dai dischi di Delbert McClinton, Marc Broussard e altri praticanti del genere.

Con Get Out Of Here, che aggiunge elementi country e sudisti, sempre cantati con voce ricca di impeto e passione da Cummings, che comunque rilascia un torrido assolo dei suoi, tagliente, ripetuto e vibrante. Tra le cover in effetti c’è anche quella di My Babe, Willie Dixon via Little Walter, sempre con quello spirito “sudista” e “nero” che caratterizza tutto l’album, come ribadisce una ottima It’s All Good dove gli elementi country e soul sono ancora presenti negli arrangiamenti lussureggianti della produzione di Gaines che sfrutta al meglio i musicisti degli storici studi dell’Alabama, e Albert lavora comunque di fino con le eleganti volute della sua solista, che poi si scatena,  di nuovo con misura e classe, nel blues carnale Going My Way che cita nel testo il titolo dell’album, una visione ottimistica e piena di speranza “You can have anything you want, all you need to do is believe.” Lasciando all’eccellente Call Me Crazy il pezzo più blues, dove Cummings dà libero sfogo alla sua solista in un tour de force di grande intensità, con il wah-wah che impazza nel finale in omaggio al suo “maestro” Stevie Ray Vaughan. Un delle migliori uscite di inizio anno!

Bruno Conti

Ottimo Power Pop, Grintoso Ma Raffinato Al Contempo. Nada Surf – Never Not Together

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Nada Surf – Never Not Together – Barsuk Records/City Slang

Diciamo che I Nada Surf, terzetto di New York City, non sono la band più prolifica sulla faccia del pianeta: in attività dall’inizio anni ’90, ma discograficamente solo dal 1996, a tutt’oggi hanno pubblicato solo “nove album”, compreso questo Never Not Together. Inseriti nel filone alternative/indie rock (che a me sembra un non genere, per fare una parafrasi del titolo dell’album), i due amici Matthew Caws, voce e chitarra e Daniel Lorca, basso,  più il batterista Ira Elliot, con loro dal 1995, e l’aiuto saltuario dell’altro chitarrista Doug Gillard e del tastierista Louie Lino, si potrebbero ascrivere idealmente al power pop, altro stile non facilmente etichettabile, ma che mi pare si possa tradurre come pop intelligente, raffinato, a tratti “poderoso”, con folate chitarristiche e riff appoggiati su melodie classiche che mischiano appunto pop e rock, e che partendo da Beatles, Beach Boys, Byrds, passando per Big Star, Nick Lowe/Dave Edmunds/Rockpile, e sull’altro lato dell’atlantico Dwight Twiley e Flamin’ Groovies, arriva fino a Matthew Sweet e Tommy Keene.

Brani come l’iniziale, soffusa So Much Love, sono dei piccoli gioiellini dove la parola orecchiabile non è una bestemmia, ma un vanto, un inno affettuoso all’amore, anche universale, attraverso un brano che fa di pochi accordi la propria forza, sarebbe perfetto se le radio trasmettessero ancora bella musica, con un capo e una coda https://www.youtube.com/watch?v=e4qEfgkhTjc ; Come Get Me è anche meglio, sembra proprio qualche pezzo perduto di Nick Lowe, o Dave Edmunds, visto che tutto il disco è stato registrato proprio ai Rockfield Studios in Galles, dove Edmunds muoveva i suoi primi passi, comunque il brano dei Nada Surf ha una chitarrina elettrica ripetuta ed insinuante che con una serie di brevi e deliziosi assoli fissa nella memoria dell’ascoltatore una sensazione di perduti ricordi e  piaceri, anche grazie alla voce sottile ma amabile di Caws https://www.youtube.com/watch?v=TqHd5hloKlA . Un pianino introduce la deliziosa e arguta Live, Learn And Forget che porta il classico pop anni ’60 fino ai frenetici ritmi degli anni 2000, con una serenità e nonchalance quasi disarmante, tra muraglie di chitarre e tastiere sempre gentili e mai troppo invadenti. Just Wait, tra acustiche arpeggiate, tastiere sognanti  e coretti quasi ingenui, è una canzone che parla quasi con affetto del rito di passaggio dall’adolescenza alla maturità, ha un fluido giro di basso che ancora il ritmo ( caratteristica presente anche negli altri brani), mentre il resto della band colora il suono https://www.youtube.com/watch?v=3G0aUzLmYQU ; Something I Should Do sta all’intersezione tra jingle-jangle e il rock chitarristico dei primi Echo & The Bunnymen, con un ritmo più incalzante, chitarre molto più presenti e vagamente “epiche”, direi indie ed alternative perché no, con qualche piccolo accenno di distorsione e il ritmo che accelera sempre di più, tra synth analogici ed umani, intermezzi parlati che nel finale declamano il motto dell’album “Empathy is good, lack of empathy is bad, holy math says we’re never not together”.

 

La lunga Looking For You parte con un coretto quasi sinistro, su cui si innesta una melodia dolce e trasognata quasi a tempo di valzer, poi il brano si irrobustisce sulle ali di archi sintetici e di due bellissimi e vibranti assoli di chitarra, il primo di Caws, il secondo del collaboratore Doug Gillard; Crowded Star con le sue chitarre elettriche arpeggiate all’inizio, ha quasi rimandi al prog britannico anni ’70, quello più gentile ed incantato dei primi Genesis, anche se la voce quasi in falsetto di Caws non ha naturalmente la forza di Peter Gabriel https://www.youtube.com/watch?v=5aXIFQH6aAw , mentre Mathilda parte su una acustica nuovamente arpeggiata e un approccio quasi alla Paul Simon, poi incanta con una serie di interessanti e intricati cambi di tempo, improvvise fiammate rock che si acquietano e riprendono forza in una continua alternanza di atmosfere sonore. Il messaggio finale, adatto ai nostri tempi, è una Ride In The Unknown che ci riporta al power pop più grintoso dei primi brani e ha anche qualche rimando al dream pop e psych-rock degli australiani Church con una chitarra quasi tangenziale https://www.youtube.com/watch?v=D5sDGuyc28c .

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica: Un Doppio Boss, “Californiano” E Pre-Natalizio, Spettacolare! Bruce Springsteen & The E Street Band – Winterland 1978, December 15 & 16

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Winterland 12/15/78 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Bruce Springsteen & The E Street Band – Winterland 12/16/78 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Nel mese di gennaio da poco trascorso è mancata la solita uscita mensile dagli archivi live di Bruce Springsteen (pare per problemi tecnici), ma la media è stata comunque rispettata in quanto appena prima di Natale sono stati pubblicati ben due live in contemporanea, e non certo due serate qualsiasi. Ormai si sa che la tournée del 1978 è stata una delle più celebrate del Boss, con almeno due concerti che sono entrati di diritto tra le migliori esibizioni di sempre in assoluto e di chiunque (Agora Ballroom a Cleveland e Capitol Theatre a Passaic, entrambe già pubblicate in questa serie), ma lo show del 15 dicembre al Winterland di San Francisco se non è allo stesso livello di leggenda poco ci manca. Uno spettacolo straordinario e più volte “bootlegato”, che vede il Boss e la sua E Street Band rivoltare come un calzino l’ex palazzetto di pattinaggio sul ghiaccio riconvertito dal mitico impresario Bill Graham a luogo per concerti, e che negli anni ha visto esibirsi al suo interno la crema della musica mondiale e la pubblicazione di famosi album dal vivo in esso registrati, totalmente o in parte (Wheels Of Fire dei Cream, Live At Winterland sia di Jimi Hendrix che di Janis Joplin, vari live dei Grateful Dead, Frampton Comes Alive, On Stage di Loggins & Messina, fino al farewell show di The Band The Last Waltz).

La serata del 16 invece è molto meno famosa se non nell’ambito degli springsteeniani più ferventi, ma conoscendo un po’ il Boss è facile immaginare che il livello della performance non sia affatto inferiore: anzi, molto spesso il nostro quando ha due concerti di fila nella stessa location dà il meglio nella seconda serata. Non so se questo sia il caso anche degli show del Winterland, ma quello che posso dire è che, dopo averli ascoltati uno dopo l’altro, non è che abbia trovato chissà quali differenze a favore della serata del 15 (anzi, se proprio devo essere sincero il secondo concerto ha un inizio perfino più coinvolgente). Il primo dei due spettacoli inizia subito in maniera roboante con la prima parte, nella quale su dieci brani ben sette provengono da Darkness On The Edge Of Town (cioè quello che all’epoca era il nuovo album del Boss), con superbe versioni di Badlands (che apre alla grande lo show), Streets Of Fire, la title track, toccanti riletture di Factory e Racing In The Street e forse la migliore Prove It All Night mai sentita, con una lunga e strepitosa introduzione strumentale tipica di quel periodo.

Troviamo poi la sempre sanguigna Spirit In The Night, un’emozionante Thunder Road (non ancora nei bis) ed una straordinaria Jungleland, che vede la solita monumentale prestazione pianistica di Roy Bittan. La seconda parte offre diverse chicche, come la gioiosa Santa Claus Is Coming To Town (che Bruce suona ancora oggi nei concerti pre-natalizi), due anteprime da The River come una The Ties That Bind leggermente diversa da come diventerà ma comunque splendida ed una drammatica ed intensissima Point Blank; non sono da meno la sempre trascinante Because The Night, l’inedita (ma già amatissima dal pubblico) The Fever, raffinata e suonata con grande classe, ed un medley in cui la Mona di Bo Diddley e la She’s The One del Boss sono collegate dalla rarissima Preacher’s Daughter, una outtake di Darkness a tutt’oggi ancora “unreleased” (non un brano imperdibile comunque). Nella parte finale, oltre alle immancabili Rosalita, Born To Run e Tenth Avenue Freeze-Out, abbiamo una Backstreets da urlo, nuovamente con “Professor” Bittan sugli scudi, ed il solito irresistibile Detroit Medley; finale tra rock’n’roll ed errebi con due impetuose versioni di Raise Your Hand di Eddie Floyd e Quarter To Three di Gary U.S. Bonds.

La serata del 16 ha una scaletta abbastanza simile alla precedente, ma vede in apertura una scatenata cover di Good Rockin’ Tonight (Elvis) e, subito dopo Badlands, l’inedita e travolgente Rendezvous; ancora due pezzi in anteprima da The River, e se Point Blank rimane in setlist The Ties That Bind è rimpiazzata da una struggente e bellissima Independence Day. Il resto è praticamente uguale, anche se dai bis rispetto alla sera prima manca Raise Your Hand (ma il Detroit Medley del 16 è forse ancora più trascinante): l’unica differenza, e non da poco, è una fluida e lucida rilettura di It’s Hard To Be A Saint In The City, decisamente trasformata rispetto alla versione originale. Appuntamento alla prossima uscita, che prenderà in esame un concerto molto interessante e con una scaletta piena di sorprese, anche se proveniente da uno dei tour meno considerati del nostro: quello di Working On A Dream.

Marco Verdi

Un Doppio Antipasto In Attesa Della Portata Principale. Blue Oyster Cult – Cult Classic/Hard Rock Live Cleveland 2014

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Blue Oyster Cult – Cult Classic – Frontiers CD

Blue Oyster Cult – Hard Rock Live Cleveland 2014 – Frontiers 2CD/DVD

Uno degli eventi musicali più attesi del 2020, almeno per quanto riguarda il filone “classic rock”, sarà il ritorno discografico dei Blue Oyster Cult, grande gruppo americano spesso poco capito dalla critica (che in passato lo aveva liquidato come band hard rock o addirittura heavy metal), ma capace di produrre specie negli anni settanta una serie di ottimi album da musica rock raffinata e testi di stampo letterario tra l’orrorifico ed il fantascientifico (ad opera soprattutto del loro produttore e mentore Sandy Pearlman), e di costruirsi una solida reputazione di live band grazie a concerti infuocati e coinvolgenti. I BOC non si sono mai ufficialmente sciolti e non hanno mai smesso di esibirsi dal vivo, ma discograficamente sono fermi al non indispensabile Curse Of The Hidden Mirror del 2001, anche se in realtà hanno smesso di incidere con regolarità nell’ormai lontano 1987 (lo splendido Imaginos), pubblicando solo tre album di studio nei successivi 32 anni. Ora si sono accasati alla Frontiers, etichetta napoletana specializzata in gruppi e solisti di genere classic rock e AOR (nel suo portfolio passato e presente troviamo Whitesnake, Def Leppard, Toto, Alan Parsons, REO Speedwagon, Journey e molti altri), per la quale i nostri pubblicheranno un album nuovo di zecca nel corso dell’anno.

 

Per festeggiare l’evento la Frontiers ha stuzzicato l’appetito dei fans immettendo sul mercato la ristampa rimasterizzata (ma senza bonus tracks) dell’ormai fuori catalogo Cult Classic del 1994, nel quale i BOC reincidevano alcuni loro brani celebri, ed il live inedito Hard Rock Live Cleveland 2014 in una confezione che comprende sia la versione audio che quella video (e non è finita qui, in quanto ai primi di marzo uscirà Agents Of Fortune Live 2016, un CD sempre inedito contenente una porzione di concerto in cui la band newyorkese rivisita il suo disco più famoso dall’inizio alla fine). Cult Classic è un ottimo lavoro, ovviamente per le canzoni contenute ma anche per il tipo di riproposizione da parte dei nostri (che qui vedono i membri storici Eric Bloom, Donald “Buck Dharma” Roeser ed Allen Lanier affiancati da una sezione ritmica nuova formata da Jon Rogers al basso e Chuck Burgi alla batteria): versioni aggiornate ma non stravolte, una rivisitazione rispettosa ed estremamente piacevole del meglio del loro repertorio (pur con qualche assenza, penso a Career Of Evil).

Non mancano chiaramente i pezzi più noti, la mitica (Don’t Fear) The Reaper su tutte, ma anche Godzilla, l’orecchiabile Burnin’ For You, la solida Cities On Flame With Rock And Roll (che nel 1972 fu il loro primo singolo) e la trascinante This Ain’t The Summer Of Love. Troviamo poi quelli che chi sa le cose e definisce “selected album tracks”, cioè brani importanti pur non essendo stati successi a 45 giri, come la strepitosa e potente E.T.I., tre rock’n’roll songs coinvolgenti come Me-262, O.D.’d On Life Itself e Harvester Of Eyes, la bella Flaming Telepaths, dal motivo vincente e roboante finale chitarristico, o l’irresistibile strumentale Buck’s Boogie. Dulcis in fundo, non poteva mancare la meravigliosa Astronomy, in assoluto la più bella canzone dei BOC, un brano epico di oltre otto minuti che qualche critico ha paragonato addirittura a Stairway To Heaven (forse esagerando, ma comunque è un pezzo della Madonna), anche se forse questa versione rivisitata ha meno pathos dell’originale.

Facciamo ora un salto in avanti di vent’anni per Hard Rock Live Cleveland 2014, registrato in realtà nel sobborgo di Northfield il 17 ottobre con una formazione che vede solo Bloom e Roeser facenti parte del nucleo originale, essendo Lanier passato a miglior vita l’anno precedente e sostituito dal chitarrista e tastierista Richie Castellano, mentre al basso e batteria troviamo rispettivamente Kasim Sulton e Jules Radino. Cleveland 2014 non si avvicina ai leggendari live degli anni settanta (On Your Feet Or On Your Knees e Some Enchanted Evening), ma vede i nostri in ottima forma ed è comunque un bel sentire: Bloom e Buck Dharma non sono mai stati dei grandissimi vocalist ma non hanno perso colpi, e Roeser rimane una macchina da guerra per quanto riguarda le scorribande chitarristiche, ben assistito da Castellano che si dimostra una valida spalla. La scaletta comprende qualche hit ma anche scelte non scontate (ed anche qualche assenza dolorosa, come Astronomy, ed anche un grande disco come Imaginos viene totalmente ignorato); nulla proviene dagli ultimi due album del gruppo datati 1998 e 2001 e poco, solo tre pezzi, dagli anni ottanta: l’orecchiabile Burnin’ For You, i nove minuti della scorrevole Shooting Shark, tra rock e AOR, e la diretta Black Blade, forse con un po’ troppi synth.

Il resto arriva tutto dai seventies, con ben otto pezzi presi dalla mitica trilogia iniziale dei BOC (Blue Oyster Cult, Tyranny And Mutation e Secret Treaties), a partire dall’uno-due iniziale a tutto rock’n’roll di O.D.’d On Life Itself e The Red And The Black, la formidabile Career Of Evil, scritta all’epoca insieme ad una giovane Patti Smith (e si sente), una Me-262 più travolgente che mai, la nota Harvester Of Eyes, il finale ad alto tasso elettrico di Hot Rails To Hell e Cities On Flame With Rock And Roll e soprattutto una imperdibile Then Came The Last Days Of May di dieci minuti, una rock ballad epica con improvvise e strepitose accelerazioni, tra le migliori canzoni in assoluto del gruppo. Da Agents Of Fortune proviene solo l’immancabile (Don’t Fear) The Reaper, sempre un piacere, mentre dal popolare Spectres i nostri suonano la dura, quasi rock-blues, Golden Age Of Leather, la lenta e gradevole I Love The Night ed una monumentale versione di Godzilla di ben dodici minuti, durante i quali ogni componente della band ha il suo momento da solista. Completano il quadro la poco nota The Vigil, discreta rock song senza troppi fronzoli, e naturalmente Buck’s Boogie, consueta cavalcata chitarristica e vero showcase per l’abilità di Roeser.

Due ottimi antipasti quindi (uno solo se come il sottoscritto possedete già Cult Classic, che merita comunque un ripasso): ci rivediamo a marzo per Agents Of Fortune Live 2016, sperando che questa abbondanza di Blue Oyster Cult non ci rovini l’appetito per il piatto forte. Personalmente non credo proprio.

Marco Verdi

Folk Elegante E Classico, Begli Intrecci Vocali, Da Sentire. The Other Favorites – Live In London

the other favorites live in london

The Other Favorites – Live In London – Last Triumph   

The Other Favorites sono un duo folk basato a Brooklyn, New York, formato da Josh Turner (che cura anche la parte tecnica delle registrazioni) e Carson McKee, autori di un paio di album autogestiti, e molto popolari su YouTube, tanto che questo Live In London, registrato il 20/8/2019 alla Bush Hall di Londra, è integralmente disponibile anche in video gratuito, appunto su YouTube. Se però siete amanti del supporto fisico il concerto è stato pubblicato pure in CD. I due sono entrambi eccellenti chitarristi e le loro armonizzazioni vocali sono godibilissime nei vari brani, che sono un giusto mix di composizioni originali e cover molto celebri o inconsuete. Turner in particolare ha portato in Tour anche uno spettacolo basato su Graceland di Paul Simon, e in passato aveva già lavorato anche sul repertorio di Simon & Garfunkel, che come si intuisce facilmente sono tra le maggiori influenze a livello stilistico degli Other Favorites: nel 2019 Turner ha anche pubblicato il suo primo album solista As Good A Place As Any. In due brani dell’album appaiono anche le brave vocalist Reina Del Cid e Toni Lindgren, entrambe provenienti dal Minnesota, che si esibiscono insieme e spesso anche con Turner e McKee, anche loro appassionate di Simon & Garfunkel.

A questo punto vi aspetterete che tra le cover del CD ci sia qualche brano di Simon, e invece troviamo una sorprendente rilettura in chiave country-bluegrass della splendida 1952 Vincent Black Lightning di Richard Thompson con Mckee che passa al banjo, per intricati interscambi strumentali con il pard,  Don’t Think Twice, It’s Alright di Dylan è abbastanza fedele all’originale, benché più suadente di quella di Bob, con Turner che è sempre la voce solista, con il suo timbro caldo e carezzevole su cui si innestano comunque le armonizzazioni dei due. The Tennesse Waltz è un classico della musica country ed è uno dei due pezzi dove appaiono la Del Cid e la Lindgren che elevano ulteriormente la qualità vocale della esibizione, con Reina che ha un timbro vocale veramente squisito, mentre The Parting Glass è un brano tradizionale irlandese cantato a cappella che alcune volte è apparso anche nel repertorio live di Ed Sheeran.

Non manca neppure una vibrante versione di Folsom Prison Blues di Johnny Cash, sempre con in evidenza la risonante voce di Joshua Turner che invece fisicamente ricorda Marcus Mumford, e per completare le cover, come ultimo brano arriva una sorta di competizione tra i quattro in una frenetica versione bluegrass di Dooley dei non dimenticati (?) Dillards. Anche il materiale originale non è affatto male: l’intricato strumentale iniziale di MKee confluisce nella delicata Angelina, mentre la mossa Solid Ground mi ha ricordato molto le prime e migliori canzoni più acustiche degli America, The Ballad of John McCrae è, ehm, una intensa ballata, inserita nella grande tradizione del country-folk, con intrecci ed interscambi vocali e strumentali tra i due veramente interessanti. Flawed Recording è più dolce e sognante, ma sempre godibile, con The Levee, l’ultimo brano originale, che è una incantevole canzone di stampo cantautorale. Nell’insieme un disco molto piacevole, se vi piacciono i Milk Carton Kids, magari meno raffinati e complessi e comunque quel tipo di folk elegante e classico questi The Other Favorites potrebbero fare per voi.

Bruno Conti

L’Ex “Desaparecido” Ci Ha Preso Gusto! Bill Fay – Countless Branches

bill fay countless branches

Bill Fay – Countless Branches – Dead Oceans CD

La storia di Bill Fay, cantautore e pianista inglese classe 1943 (nato e residente a Londra), potrebbe essere il soggetto per un film. Autore di due album dalla vena intimista per la Deram nel 1970 e 1971 (Bill Fay e Time Of The Last Persecution), Bill fu scaricato senza tanti complimenti dall’etichetta dopo il secondo lavoro, sia per i suoi toni troppo pessimistici che per le vendite pressoché nulle; questo evento gettò Fay in una profonda depressione che durò anni, e nonostante verso la fine della decade avesse ripreso a scrivere e ad incidere, il risultato di quelle sessions rimase nei cassetti ed il nostro fece “musicalmente” perdere le sue tracce per quasi trent’anni. Una storia per certi versi simile a quella di Sixto Rodriguez, ma a differenza del musicista americano che riprenderà ad esibirsi senza però pubblicare nuovo materiale, Fay ritornerà a sorpresa nel 2012 con l’ottimo Life Is People https://discoclub.myblog.it/2012/08/13/il-ritorno-di-un-genio-bill-fay-life-is-people/ . Parte del merito della riscoperta di Bill va a Jeff Tweedy, che con i suoi Wilco era uso suonare dal vivo una cover della sua Be Not So Fearful ed in seguito si era adoperato affinché venissero pubblicate le sessions inedite di Fay del periodo 1978-1981, cosa che avverrà nel 2005 con Tomorrow, Tomorrow & Tomorrow.

Ma come ho detto poc’anzi il vero ritorno di Bill è stato con Life Is People, un CD sorprendentemente pieno di belle canzoni eseguite con piglio da cantautore consumato, come se non fossero passati 41 anni dall’album precedente. Il buon successo di critica ha poi convinto Fay a proseguire, e così nel 2015 ecco Who Is The Sender?, altro valido lavoro anche se un gradino sotto a Life Is People, mentre è uscito da poche settimane Countless Branches, il terzo disco del nostro dalla sua “rinascita” artistica, che si pone invece allo stesso livello del comeback album del 2012. In Countless Branches Bill è andato a ripescare brani scritti durante gli anni ma mai incisi professionalmente, rivelandoci che i suoi cassetti erano ancora pieni di gemme che avevano solo bisogno di venire alla luce: sì, perché ci troviamo di fronte ad un lavoro di grande spessore, con canzoni intense ed emozionanti eseguite perlopiù in strumentazioni ridotte all’osso, in pratica solo la voce del nostro (delicata, quasi fragile), il suo pianoforte e poco altro: una chitarra acustica qua, un violoncello là, qualche nota di organo e solo in un caso un arrangiamento full band. Il tutto sotto la produzione sapiente, come nei due album precedenti, di Joshua Henry, e con la presenza di pochi ma validi musicisti che rispondono ai nomi di Matt Deighton e Matthew Simms (entrambi alle chitarre), Alex Eichenberger (cello), Matt Armstrong (basso) e Mikey Rowe (tastiere).

Però in questo album Bill ha voluto fare una sorpresa ai suoi estimatori, aggiungendo alla fine dei dieci brani che compongono la tracklist ben sette bonus tracks, quasi un altro disco che però è suonato con alle spalle una band elettrica (e senza riportare i dettagli sulla confezione, ma solo su un foglietto aggiuntivo all’interno). L’inizio è riservato alla lenta In Human Hands, che vede Bill in totale solitudine, un brano lento registrato in presa diretta, meditato ed eseguito con classe e misura; How Long, How Long vede l’aggiunta del cello, una chitarra acustica pizzicata con delicatezza ed un organo appena accennato, e la canzone è pura e cristallina, con una melodia tenue che ricorda alla lontana il Cat Stevens dei tempi d’oro: splendida https://www.youtube.com/watch?v=Qt3jfsAA-3w . Your Little Face è l’unico pezzo più strumentato della parte “normale” del CD, ci sono chitarra elettrica e batteria ma il mood non cambia, anzi forse l’atmosfera è ancora più struggente e drammatica, grazie anche alla voce frangibile del nostro; Salt Of The Earth (non è quella degli Stones, i brani sono tutti originali) è ancora un bozzetto per voce e piano, con le tastiere aggiunte a fornire uno sfondo sonoro discreto e la voce del leader che ha un tono quasi supplicante, mentre I Will Remain Here è il secondo pezzo che vede in scena solo Bill, che canta un motivo toccante quasi sillabando le parole.

Due chitarre ed un basso affiancano il piano del nostro in Filled With Wonder Once Again, delicata e dallo squisito sapore folk, Time’s Going Somewhere è decisamente emozionante grazie alla melodia ricca di pathos ed a un malinconico violoncello, nell’intensa Love Will Remain spunta anche una tromba e la voce di Bill si propone in maniera più commovente che mai. L’album vero e proprio si chiude con la spoglia title track (solo piano, voce e cello) e con la notevole One Life, dotata di un motivo struggente e bellissimo, da cantautore vero. Le bonus tracks “elettriche” partono con l’inedita Tiny, cantata sempre con voce tenue ma con un suono pieno e forte che aumenta il pathos; Don’t Let My Marigolds Die è una riproposizione live in studio di un brano che era su Time Of The Last Persecution, una canzone intensa seppur breve, mentre The Rooster è un raffinato e soffuso pezzo dal sound classico, con chitarra elettrica ed organo a fornire un alveo sonoro perfetto. Il CD termina definitivamente con la versione acustica, piano e basso, di Your Little Face (l’unica elettrica nella prima parte del disco) e con tre scintillanti riletture full band di Filled With Wonder Once Again, How Long, How Long e Love Will Remain, tutte splendide e molto diverse dalle loro controparti “intime”.

Altro ottimo lavoro dunque per il redivivo Bill Fay, forse il più bello insieme al suo “secondo esordio” Life Is People del 2012, ed un ringraziamento a Jeff Tweedy per aver, anche se involontariamente, riacceso l’interesse nei suoi confronti.

Marco Verdi

Blues-Rock-Americana Da Un Illustre “Sconosciuto”. Jim Roberts And The Resonants – A Month Of Sundays

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Jim Roberts & The Resonants – A Month Of Sundays – Bo$$ PoGG Music

Jim Roberts, come si intuisce dalla foto di copertina, non è proprio uno di primo pelo, in pratica ha avuto due vite, prima musicista part time fino al 1992, poi con il suo vero nome di James R. Poggensee, per mantenere la famiglia, venti anni come ufficiale di polizia, infine il ritorno (definitivo?) alla musica: residente a  Los Angeles, dove ha registrato finora tre album, compreso questo A Month Of Sundays con i Resonants, vive alcuni mesi dell’anno anche in Francia (in cui sono state registrate parti di questo disco), da cui si muove per portare la sua musica anche in giro per l’Europa. Già ma che tipo di musica direte voi? Catalogato sul suo sito come” Blues-Rock-Americana”, direi che il termine è abbastanza esplicativo del suo stile. Un altro nome “sconosciuto” da aggiungere alla infinità lista di bravi musicisti che costellano ancora, anche in tempo di crisi acuta del mercato, la scena musicale indipendente americana.

Roberts è un ottimo chitarrista slide, che inizia subito ad impiegare nel blues urbano di Skeeters, dove una coppia di fiati si aggiunge alla sezione ritmica di Rick Hollander, bassista e co-autore di Jim in metà dei brani  del CD e Mike Michael Leasure alla batteria (dove si alterna con Mike Harvey), per un solido tuffo nelle 12 battute sudiste, in cui si apprezza anche la voce calda e vissuta del leader; in What Her Evil Do Roberts impiega una Cigar Box Guitar acustica con bottleneck per un tuffo a metà strada tra Chicago e Mississippi, con il bassista Hollander anche al mandolino e l’ottimo Joey G.(Joey Gomez) che aggiunge pure  la sua armonica. Intendiamoci niente per cui stracciarsi le vesti, ma il disco si ascolta con piacere, come ribadisce il mid-tempo sapido della insinuante Belle Of the Ball, o una rotonda A Month Of Sundays, dove il pulsante groove del basso di Hollander permette alla chitarra di Roberts una raffinata serie di divagazioni strumentali sempre in modalità slide, che mi hanno ricordato gli ottimi Delta Moon, anche senza la doppia trazione bottleneck che però viene impiegata nella gagliarda Miss Detroit City 1963, dove Grant Cihlar, che ha firmato il brano con Roberts, aggiunge una seconda slide alle procedure.

Non mancano neppure una bella ballata sudista dalle melodie ariose, cantata a voce spiegata, come l’avvolgente Made A Promise, scritta nuovamente con il bassista Hollander, oppure la grintosa e “cattiva” Long Haired Mississippi Hippie, dove impazza nuovamente il bottleneck di Jim. O ancora la malinconica e atmosferica Miss Her Love dove Roberts è impegnato anche al mandolino , mentre la sua voce assume un timbro che mi ha ricordato quello di Michael Chapman, sempre con la slide che continua ad impazzare, nella storia di una vendetta amorosa raccontata in Pay The Price, con Moonshine Maiden che ci fa poi rituffare nelle atmosfere minacciose del blues del delta e si apprezza pure il funky-jazz-blues di  I’m Walkin’ On , con basso slappato e un breve assolo di sax di Pat Zicari nel finale, con la immancabile slide lavoratissima di Roberts in bella evidenza. Il breve stompin’ blues acustico di Steppin’ Out , con solo acustica slide e banjolele a duettare, chiude in modo spensierato questo piacevole album.

Bruno Conti

Il Primo Disco Da “Top Ten” Del 2020? Terry Allen & The Panhandle Mystery Band – Just Like Moby Dick

terry allen just like moby dick

Terry Allen & The Panhandle Mystery Band – Just Like Moby Dick – Paradise Of Bachelors CD

Sinceramente non pensavo che Terry Allen, grandissimo cantautore texano attivo dagli anni settanta, avesse ancora voglia di scrivere ed incidere canzoni alla sua veneranda età (quest’anno sono 77 primavere), anche perché nel nuovo millennio ha dato alle stampe solo un album di materiale nuovo, l’ottimo Bottom Of The World del 2013. E invece Allen (che si dà ancora molto da fare come pittore, scultore ed artista multimediale) non solo ha appena pubblicato quasi a sorpresa un disco nuovo di zecca, Just Like Moby Dick, ma è riuscito a darci un lavoro di qualità eccelsa, probabilmente il suo migliore almeno da Human Remains del 1996 (qualcuno lo ha giudicato il suo album più riuscito dopo il capolavoro Lubbock (On Everything) del 1979, altri addirittura il suo migliore in assoluto: io direi più prudentemente che è meglio di tutto quello che Terry ha pubblicato tra Lubbock e Human Remains e anche dopo, e stiamo parlando di uno che non ha mai sbagliato un colpo).

Just Like Moby Dick ci consegna un artista lucidissimo ed in forma strepitosa, ancora in grado di scrivere canzoni splendide e di interpretarle con un feeling straordinario che non risente per nulla dell’età avanzata: i suoi brani partono sempre dal country per toccare quasi tutti i generi della musica americana (qui forse un po’ meno che in Lubbock), tra folk, rock, blues e ballate, e non mancano i testi tra il surreale ed il sarcastico, altro marchio di fabbrica del nostro. La voce di Terry con gli anni è diventata più profonda (ricorda un po’ quella di Kris Kristofferson), ed in questo disco si fa aiutare spesso e volentieri dall’ugola squillante della brava Shannon McNally https://discoclub.myblog.it/2017/07/12/cosi-brave-ce-ne-sono-poche-in-giro-shannon-mcnally-black-irish/ , che spesso diventa la voce solista, mentre alla produzione non c’è il solito Lloyd Maines (che però suona nel disco, slide acustica e dobro) ma un altro nome-garanzia: Charlie Sexton. Oltre ai tre musicisti appena citati la Panhandle Mystery Band in questo album è completata dal figlio di Terry, Bukka Allen, al piano e soprattutto fisarmonica, Richard Bowden al violino e mandolino, Glenn Fukunaga al basso, Davis McLarty alla batteria e Brian Standefer al violoncello.

Just Like Moby Dick è quindi un disco di canzoni pure, senza le stranezze della ristampa dello scorso anno Pedal Steal + Four Corners https://discoclub.myblog.it/2019/04/12/una-ristampa-interessante-ma-di-certo-non-per-tutti-terry-allen-pedal-stealfour-corners/: solo grande musica. Houdini Didn’t Like The Spiritualists (titolo super) è una splendida ballata dal chiaro sapore texano, limpida e distesa, in cui Terry duetta alla grande con la McNally in un tripudio di chitarre acustiche, slide, fisarmonica e violino ed un ritornello delizioso: un inizio notevole. Abandonitis è più ritmata, elettrica e spigolosa, ma è smussata dalla fisa e dalla slide di Maines, e poi l’incedere del brano tra country e rock è decisamente coinvolgente; Death Of The Last Stripper, scritta da Terry con la moglie Jo Harvey Allen e con Dave Alvin, è un’altra Texas ballad pura e cristallina, di nuovo servita da una melodia di prima qualità e da un’intensità non comune, merito anche della voce carismatica del nostro. All That’s Left Is Fare-Thee-Well prosegue sullo stesso stile, una canzone di confine dal pathos incredibile eseguita a tre voci (canta anche Sexton, che è co-autore del pezzo con Terry e Joe Ely) e con intermezzi strumentali da pelle d’oca, grazie all’onnipresente fisa di Bukka e a Maines, qui al dobro.

La lenta Pirate Jenny alterna strofe intense e profonde in cui Allen quasi parla al solito squisito refrain a due voci, mentre American Childhood è uno dei punti cardine del disco, una sorta di mini-suite in tre movimenti che fa crescere ulteriormente di livello il lavoro, e che inizia con la trascinante Civil Defense, elettrica e bluesata, prosegue con l’incalzante Bad Kiss e termina con la mossa e vibrante Little Puppet Thing, altro brano dallo sviluppo strumentale splendido ed influenze quasi tzigane. La pianistica All These Blues Go Walkin’ By è semplicemente meravigliosa, una ballatona cantata (solo da Shannon) e suonata in modo sontuoso, da brividi lungo la schiena, che contrasta apertamente con la saltellante City Of The Vampires, quasi cabarettistica nell’accompagnamento ma dannatamente seria nell’insieme ed indubbiamente coinvolgente. Il CD si chiude con la languida Harmony Two, una incantevole country song d’altri tempi, direi anni cinquanta, e con Sailin’ On Through, altra irresistibile ballata tipica del nostro, nuovamente intrisa di Texas fino al midollo.

Un grande disco questo Just Like Moby Dick, un lavoro che, pur essendo uscito alla fine di Gennaio, ritroveremo a Dicembre in molte classifiche di fine anno.

Marco Verdi

Una Ristampa Per Intenditori E…Ornitologi! Bert Jansch – Avocet

bert jansch avocet 40th anniversary

Bert Jansch – Avocet – Earth CD

Continuano le ristampe del catalogo del grande Bert Jansch a cura della Earth, dopo i quattro curatissimi cofanetti che prendevano in esame la parte iniziale (fino ai primi anni settanta) e finale (gli anni novanta e duemila) della carriera del compianto chitarrista scozzese e la riedizione del Live In Australia del 2001 https://discoclub.myblog.it/2017/02/12/una-doverosa-appendice-al-cofanetto-1-bert-jansch-live-in-australia/ . Ora la piccola label londinese abbandona il criterio cronologico e va a recuperare uno degli album più particolari di Jansch, vale a dire Avocet, disco uscito nel 1978 solo in Danimarca (dove fu anche inciso) e l’anno seguente nel resto del mondo: questa ristampa è sottotitolata “40th Anniversary Edition”, e facciamo finta di non notare che essendo uscita nel Gennaio del 2020 alla Earth sono andati un po’ lunghi coi tempi…Prima ho detto che Avocet è un disco particolare, in primo luogo perché è un album totalmente strumentale, e poi perché i sei brani che lo compongono hanno tutti come titolo il nome di un uccello acquatico (e nel booklet interno all’elegante confezione in digipak queste sei specie vengono tutte diligentemente raffigurate per mano della pittrice Hannah Alice).

Bert in questo lavoro si presenta in trio, affiancato da Danny Thompson, suo ex compagno nei Pentangle, al basso e soprattutto dal bravissimo Martin Jenkins, che con il suo splendido violino (ma suona anche il flauto ed il mandocello) assume un vero e proprio ruolo da co-protagonista a fianco dell’inimitabile chitarra di Bert (che in un brano si cimenta anche al pianoforte). Nonostante il gruppo ridotto ed il fatto che nessuno canti, Avocet non è assolutamente un disco di difficile fruizione, in quanto i sei brani si ascoltano con estremo piacere e godimento grazie alla tecnica sopraffina dei protagonisti: la musica si divide tra folk e jazz, mentre il blues, che ogni tanto faceva capolino nei lavori del nostro, qui è assente, ma si notano tuttalpiù somiglianze con lo stile di altri grandi della chitarra acustica come John Fahey e Leo Kottke. L’album inizia con la straordinaria title track, ben diciotto minuti che da soli valgono il prezzo, con la scintillante chitarra di Bert subito doppiata dal violino di Jenkins ed una melodia di chiara matrice folk e di grande impatto emotivo: al terzo minuto però il ritmo ed il motivo cambiano, entra il basso e la canzone assume un sapore quasi etnico-orientale. Il brano continua con continui cambi di tempo e melodia (ad un certo punto il flauto rimpiazza il violino), quasi fossimo davanti ad un lungo medley all’insegna della creatività più sfrenata.

Per contro, Lapwing dura poco più di un minuto e mezzo, e vede la presenza esclusiva di Jansch, che si esibisce al piano con una buona tecnica, ma con Bittern abbiamo altri otto minuti di grande musica, una folk tune tutta giocata sulle continue improvvisazioni del nostro che sovraincide anche una chitarra elettrica, e con Thompson che si prende la scena al quinto minuto con un assolo di basso molto free jazz. La mossa Kingfisher è una sorta di bossa nova alla quale il violino aggiunge l’elemento folk, mentre Osprey (unico pezzo non scritto da Bert ma da Jenkins) è un brano vivace e scattante in cui il leader fa i numeri alla sei corde ma il violino si prende ancora buona parte del merito della riuscita; chiude l’album originale la cristallina Kittiwake, degna dei primi album del nostro e con un motivo centrale decisamente bucolico. Questa edizione speciale offre tre bonus tracks, tre versioni inedite dal vivo di brani di Avocet registrate in Italia, al Cinema Corso di Mestre, nel 1977, e quindi in anteprima rispetto all’uscita ufficiale del disco: un’ottima resa di Bittern (ancora elettroacustica, ma non viene specificato chi c’è alla seconda chitarra), una lucida Kingfisher, con lo splendido violino penso dello stesso Jenkins a tessere la melodia, ed il finale con una Avocet accorciata a “solo” dieci minuti ma sempre splendida.

Marco Verdi