Dopo Quello A Van Zandt, Un Altro Toccante Omaggio Ad Un Grande Texano. Steve Earle & The Dukes – Guy

steve earle guy

Steve Earle & The Dukes – Guy – New West CD

Esattamente dieci anni fa Steve Earle pubblicò Townes, un bellissimo album nel quale il cantautore di Guitar Town omaggiava la figura e le canzoni del grande Townes Van Zandt, leggendario songwriter texano che fu una vera e propria ossessione per il giovane Steve, che fin dai primi anni settanta si era messo in testa di doverlo incontrare a tutti i costi (poi riuscendoci), in quanto suo idolo assoluto all’epoca. In questa operazione di ricerca, ad un certo punto Earle si imbatté anche nella figura di Guy Clark, che in quel periodo era considerato un cantautore di belle speranze ma non aveva ancora pubblicato alcunché. L’esordio di Clark però, il formidabile Old # 1 (1975), provocò un terremoto nel mondo musicale texano (e di Nashville, dove fu registrato), ed ancora oggi è considerato tra i più importanti dischi di cantautorato country di sempre. Ebbene, quel disco vide anche la prima apparizione ufficiale di Steve, alle backing vocals, in quanto Guy si era nel frattempo preso a cuore le vicende del nostro insegnandogli i segreti del songwriting e diventando per lui una sorta di mentore. Ed Earle negli anni non ha mai dimenticato quello che Clark e Van Zandt hanno significato per lui, citandoli più volte come fonte di ispirazione primaria e riconoscendo che per la sua formazione sono stati più importanti di Bob Dylan; in più, tra i tre si era sviluppata una profonda amicizia sia personale che artistica, che era culminata con la pubblicazione nel 2001 del live a tre Together At The Bluebird Café.

Oggi Steve completa il discorso idealmente cominciato nel 2009 con Townes e pubblica Guy, che fin dal titolo fa capire che questa volta al centro del progetto ci sono le canzoni di Clark. Ed il disco è, manco a dirlo, davvero splendido, di sicuro al pari di Townes ma secondo me anche superiore, e vede un Earle più ispirato che mai regalarci una serie di interpretazioni di brani di livello altissimo inerenti al songbook clarkiano. D’altronde Steve ultimamente è in gran forma: il suo ultimo lavoro, So You Wanna Be An Outlaw (che segnava il ritorno alle atmosfere country-rock delle origini https://discoclub.myblog.it/2017/07/05/uno-splendido-omaggio-al-country-texano-anni-settanta-steve-earle-the-dukes-so-you-wannabe-an-outlaw/ ), è stato uno dei migliori dischi del 2017, e l’album di duetti con Shawn Colvin dell’anno prima Colvin & Earle era un divertissement fatto con classe. Per Guy Earle non ha chiaramente dovuto occuparsi della stesura delle canzoni (come per Townes, d’altronde), dovendo comunque limitarsi ad escluderne parecchie per riuscire a stare dentro un album singolo, data la qualità assoluta del songbook appartenente al cantautore texano. Avendo quindi i brani già belli e pronti, Steve li ha comunque interpretati con cuore, passione, amore e grande rispetto, aiutato, a differenza di Townes che era accreditato al solo Steve (e con la presenza di musicisti di studio), dai fidi Dukes: Chris Masterson, chitarra, Eleanor Whitmore, violino, mandolino e chitarra, Ricky Ray Jackson, steel guitar, Kelley Looney, basso, e Brad Pemberton alla batteria; il disco ha quindi un bel suono country-rock robusto e vigoroso, lo stesso di So You Wanna Be An Outlaw.

Un’ora netta di musica, sedici canzoni una più bella dell’altra, tra brani di stampo folk, momenti di puro country texano e qualche sconfinamento nel rock: i superclassici di Clark ci sono tutti, dalla mitica Desperados Waiting For A Train (versione da pelle d’oca, con la voce di Steve che quasi si spezza) alla drammatica The Randall Knife, passando per capolavori come Texas 1947, L.A. Freeway (grandissima versione), Rita Ballou, stupenda anch’essa, ed una That Old Time Feeling più toccante che mai. Ma Earle ed i suoi Dukes dicono la loro anche nei pezzi meno famosi, a partire da una potente ripresa della splendida Dublin Blues, title track di uno degli album più belli di Clark: ritmo acceso, arrangiamento quasi alla Waylon con chitarre, violino e steel in evidenza e la voce arrochita ma espressiva del nostro come ciliegina. Oppure la meno nota The Ballad Of Laverne And Captain Flint, puro country con bel refrain corale, la toccante ballata Anyhow I Love You, che non ricordavo così bella, la guizzante e swingata Heartbroke, una strepitosa Out In The Parking Lot elettrica, roccata e che sembra uscire direttamente da Copperhead Road, o ancora la struggente She Ain’t Going Nowhere, in assoluto una delle ballate più belle di Guy. C’è anche un pezzo, The Last Gunfighter Ballad, non inciso oggi, ma risalente allo splendido tributo a Clark This One’s For Him del 2011, una versione spoglia voce e chitarra che evidentemente Steve pensava non fosse necessario rifare. Per finire poi con l’intensa ed emozionante Old Friends, un inno all’amicizia in cui Earle è accompagnato da un dream team di musicisti, che comprende i vecchi compagni di Clark Shawn Camp e Verlon Thompson a mandolino e chitarra, Mickey Raphael naturalmente all’armonica, e soprattutto il contributo alle lead vocals di gente come Emmylou Harris, Terry Allen, Jerry Jeff Walker e Rodney Crowell.

Degno finale per un disco di rara bellezza.

Marco Verdi

Chiamateli Pure Phil & Don 2.0! The Cactus Blossoms – Easy Way

cactus blossoms easy way

The Cactus Blossoms – Easy Way – Walkie Talkie CD

Giunti al terzo album di studio (ma il primo è introvabile), i Cactus Blossoms sono un duo proveniente da Minneapolis e formato dai fratelli Jack Torrey e Page Burkum (Torrey è un cognome d’arte), due musicisti cresciuti ascoltando altre grandi coppie di fratelli del passato come i Louvin Brothers e gli Everly Brothers, oltre a copiose dosi di folk e country. E la loro proposta musicale è quasi una prosecuzione di quella degli Everly, lo stesso tipo di armonie e di linee melodiche, unite ad un’indubbia finezza strumentale ed abilità nel songwriting. Ma i Fiori di Cactus non sono dei cloni, anche se i riferimenti sono quelli che vi ho già detto, dato che alcune canzoni hanno anche arrangiamenti più moderni, pur restando in ambito vintage come tipo di approccio musicale. You’re Dreaming, il loro album del 2016, aveva fatto ben parlare di loro, ma è con questo nuovo Easy Way che i due fratelli cercano di compiere un ulteriore passo in avanti.

E Easy Way è un piacevolissimo disco di moderno folk-rock con più di un aggancio al passato, una collezioni di brani tutti scritti dai due Burkum (con l’aiuto di Dan Auerbach in due pezzi) e suonata da pochi ma validi collaboratori, tra cui il terzo fratello Tyler Burkum come chitarrista aggiunto, il batterista Alex Hall, lo steel guitarist Joel Paterson ed il sassofonista Michael Lewis (già con Bon Iver). Molto indicativa del suono del disco è la canzone d’apertura, Desperado, un delizioso folk-rock dal sapore anni sessanta in cui i nostri ricordano abbastanza palesemente Don e Phil Everly, ma l’accompagnamento è decisamente energico e rock, dall’uso della sezione ritmica fino al bell’assolo di chitarra twang https://www.youtube.com/watch?v=Qj7jJk8TPZk . Anche I’m Calling You non si schioda dai sixties, bella melodia solare, strumentazione vintage, chitarre con riverberi e quant’altro: alla produzione di brani come questo non vedrei male uno come Jeff Lynne. Please Don’t Call Me Crazy è leggermente più moderna, ha un accompagnamento grintoso e deliziosamente rock’n’roll, con Jack e Page che ci regalano un motivo diretto e coinvolgente, che mi ricorda certe cose di Dave Edmunds. 

Got A Lotta Love è più lenta e quasi country, le solite voci gentili ed armoniose, un leggero gioco di percussioni ed una chitarrina che ricama in sottofondo aiutata dall’organo. La languida Easy Way è un lento da ballo della mattonella, tenue, raffinato e quasi jazzato, mentre Downtown è puro pop, diretto e scintillante, con note di Beatles e Kinks ed un ritornello immediato; un organo d’altri tempi introduce Boomerang, altra slow song dal sapore antico, eseguita come sempre con estrema finezza. La bella See It Through è una ballata country-rock elettroacustica di ampio respiro, tra le più moderne come struttura, e precede le conclusive I Am The Road, squisito brano countreggiante nobilitato da uno dei refrain più piacevoli del CD, e la romantica Blue As The Ocean, che ci lascia con una nota malinconica ed il sapore della musica di cinque o sei decadi fa.

Quindi una bella prova da parte dei Cactus Blossoms, un disco davvero gradevole e delizioso che si muove in perfetto equilibrio tra antico e moderno.

Marco Verdi

Il 31 Maggio Uscirà Questo Bel Cofanetto Ricchissimo Di Materiale Inedito. Rory Gallagher – Blues

rory gallagher blues

Rory Gallagher – Blues – 3 CD Chess/Universal – 31-05-2019

Ammetto di essere sempre stato un grande fan di Rory Gallagher, per cui quando qualche tempo fa avevo saputo dell’uscita di questo box ero combattuto tra il timore della ennesima fregatura (perché spesso il materiale raro ed inedito contenuto in questo tipo di pubblicazioni è talmente minimo da sconsigliarne l’acquisto) e la speranza che, visto che il materiale proviene dagli archivi gestiti dalla famiglia di Rory, ed in particolare dal fratello Donal, che da parecchi anni cura le (ri)pubblicazioni del vecchio materiale dell’artista irlandese, per l’occasione avremmo avuto quello che ci aspettavamo. E questa volta, per una volta tanto, il lavoro di ricerca del materiale raro ed inedito è stato quasi certosino, con la presenza tra i 36 brani che faranno parte di questo Blues di ben il 90% di pezzi mai pubblicati prima. Oltre a tutto anche il prezzo che viene annunciato è veramente interessante, a livello indicativo dovrebbe essere intorno ai 20-22 euro.

Ecco come al solito la lista completa dei brani contenuti nel box, dove ci sono anche parecchie collaborazioni tra Rory Gallagher e garndi musicisti del calibro di Muddy Waters, Albert King, Jack Bruce, Lonnie Donegan, e la Chris Barber Orchestra.

 CD1: Electric Blues]
1. Don’t Start Me Talkin’ (Unreleased track from the Jinx album sessions 1982)
2. Nothin’ But The Devil (Unreleased track from the Against The Grain album sessions 1975)
3. Tore Down (Unreleased track from the Blueprint album sessions 1973)
4. Off The Handle (Unreleased session Paul Jones Show BBC Radio 1986)
5. I Could’ve Had Religion (Unreleased WNCR Cleveland radio session from 1972)
6. As the Crow Flies (Unreleased track from Tattoo album sessions 1973)
7. A Million Miles Away (Unreleased BBC Radio 1 Session 1973)
8. Should’ve Learnt My Lesson (Outtake from Deuce album sessions 1971)
9. Leaving Town Blues (Tribute track from Peter Green ‘Rattlesnake Guitar’ 1994)
10. Drop Down Baby (Rory guest guitar on Lonnie Donegan’s “Puttin’ On The Style” album 1978
11. I’m Ready (Guest guitarist on Muddy Waters ‘London Sessions’ album 1971)
12. Bullfrog Blues (Unreleased WNCR Cleveland radio session from 1972)

[CD2: Acoustic Blues]
1. Who’s That Coming (Acoustic outtake from Tattoo album sessions 1973)
2. Should’ve Learnt My Lesson (Acoustic outtake from Deuce album sessions 1971)
3. Prison Blues (Unreleased track from Blueprint album sessions 1973)
4. Secret Agent (Unreleased acoustic version from RTE Irish TV 1976)
5. Blow Wind Blow (Unreleased WNCR Cleveland radio session from 1972)
6. Bankers Blues (Outtake from the Blueprint album sessions 1973)
7. Whole Lot Of People (Acoustic outtake from Deuce album sessions 1971)
8. Loanshark Blues (Unreleased acoustic version from German TV 1987)
9. Pistol Slapper Blues (Unreleased acoustic version from Irish TV 1976)
10. Can’t Be Satisfied (Unreleased Radio FFN session from 1992)
11. Want Ad Blues (Unreleased RTE Radio Two Dave Fanning session 1988)
12. Walkin’ Blues (Unreleased acoustic version from RTE Irish TV 1987)

[CD3: Live Blues]
1. When My Baby She Left Me (Unreleased track from Glasgow Apollo concert 1982)
2. Nothin’ But The Devil (Unreleased track from Glasgow Apollo concert 1982)
3. What In The World (Unreleased track from Glasgow Apollo concert 1982)
4. I Wonder Who (Unreleased live track from late 1980s)
5. Messin’ With The Kid (Unreleased track from Sheffield City Hall concert 1977)
6. Tore Down (Unreleased track from Newcastle City Hall concert 1977)
7. Garbage Man Blues (Unreleased track from Sheffield City Hall concert 1977)
8. All Around Man (Unreleased track from BBC OGWT Special 1976)
9. Born Under A Bad Sign (Unreleased track from Rockpalast 1991 w/ Jack Bruce)
10. You Upset Me (Unreleased guest performance from Albert King album ‘Live’ 1975)
11. Comin’ Home Baby (Unreleased track from 1989 concert with Chris Barber Band)
12. Rory Talking Blues (Interview track of Rory talking about the blues)

Come vedete il materiale dei 3 CD è stato diviso pezzi elettrici, pezzi acustici e brani registrati dal vivo.

Quindi non ci rimane che attendere il 31 maggio per godere di queste piccole delizie sonore di uno dei più grandi esponenti di sempre del blues bianco nei suoi vari aspetti più genuini, ruspanti ed appassionanti, un altro tassello di una carriera incredibile e forse fin troppo breve.

Bruno Conti

Non So Se Fosse Necessaria Un’Edizione Deluxe, Ma E’ Comunque Sempre Un Bel Sentire! Keith Richards – Talk Is Cheap 30th Anniversary

keith richards talk is cheap 30th anniversary 2 cd keith richards talk is cheap 30th anniversary box

Keith Richards – Talk Is Cheap 30th Anniversary – Mindless/BMG 2CD – Super Deluxe 2CD/2LP/2x45rpm

Tanto per cominciare, l’album in questione è uscito in origine nel 1988, e quindi gli anni non sono 30 ma 31, e poi non avrei mai pensato che Talk Is Cheap, primo LP di Keith Richards lontano dai Rolling Stones, avrebbe potuto beneficiare di una ristampa deluxe, non perché non fosse un bel disco (anzi), ma perché non riveste chissà quale importanza nella storia del rock. Sul finire degli anni ottanta in molti ci si interrogava se gli Stones fossero o meno ancora una band, dato che gli ultimi due album di studio, i traballanti Undercover e Dirty Work, non erano stati seguiti da una tournée, i rapporti interni diciamo che non erano idilliaci e Mick Jagger aveva dato alle stampe due album da solista, She’s The Boss e Primitive Cool, che definire brutti è fargli un complimento.

Poi, nel 1988, anche Richards era uscito con il suo primo solo album in assoluto, Talk Is Cheap appunto, fatto che sembrava mettere una pietra tombale sulla storia degli Stones, che invece sarebbero tornati l’anno dopo con un nuovo lavoro di buon livello (Steel Wheels) e soprattutto con un nuovo tour in grande stile. Ma torniamo a Talk Is Cheap, che da molti viene considerato il miglior album di Keith (io personalmente preferisco il suo seguito, Main Offender, ma di un’attaccatura) e meglio anche degli ultimi lavori dell’epoca degli Stones (e qui sono d’accordo), un disco che vedeva finalmente un membro della storica band tornare a fare del sano rock’n’roll, dopo le porcherie danzereccie di Jagger. D’altronde Richards è sempre stata l’anima rock delle Pietre, ed in questo disco la cosa viene fuori alla grande: canzoni semplici, dirette (tutte scritte a quattro mani da Keith con il batterista Steve Jordan, che è anche il produttore) e decisamente chitarristiche e coinvolgenti. Certo, la voce di Richards non è quella di Jagger, ma il suo tono sghembo, incerto, quasi stonato è paradossalmente in grado di produrre più emozioni di una voce ben impostata ma priva di feeling (non mi riferisco a Mick, ma alla miriade di cantantucoli che già nel 1988 spopolavano nelle classifiche).

Keith è sicuramente un rocker dal pelo duro, ma a modo suo è anche un romanticone, e lo ha sempre dimostrato nelle (rare) ballate che ha scritto; in Talk Is Cheap il nostro si fa aiutare da una serie di sessionmen di gran nome, che donano al disco un suono potente e coeso: oltre a Jordan, abbiamo Waddy Wachtel alla seconda chitarra, sia ritmica che solista, Ivan Neville al piano, la vecchia conoscenza Bobby Keys al sax, oltre a partecipazioni di Chuck Leavell all’organo, Joey Spampinato, ex bassista degli NRBQ, Maceo Parker al sax alto, il grande Johnnie Johnson al piano, l’ex Stones Mick Taylor ovviamente alla chitarra e Patti Scialfa ai cori. La nuova edizione deluxe, presentata in un’elegante confezione dalla copertina dura, presenta l’album originale sul primo CD (rimasterizzato alla perfezione) ed un secondo dischetto, molto interessante, con sei brani inediti tratti dalle stesse sessions, per altri 32 minuti di musica. Esisterebbe anche una costosa versione Super Deluxe, che però non offre neppure un minuto di musica in più rispetto all’edizione “povera”, ma solo i due CD, due LP con lo stesso contenuto, i due 45 giri dell’epoca ed un libro di 80 pagine. Il CD originale inizia con Big Enough, un brano funky sudaticcio e vizioso, dal ritmo cadenzato ed il sax di Parker a punteggiare: il suono è potente ma non è esattamente una grande canzone, sembra più Jagger solista che Richards. Meglio, molto meglio Take It So Hard (il primo singolo di allora), che comincia con un riff “alla Keith” ed una ritmica tipica delle Pietre Rotolanti, un rock’n’roll coinvolgente e gioioso, con il nostro che incrocia la chitarra con quella di Wachtel.

La scattante e mossa Struggle è un’altra rock song elettrica di buon livello, un’ottima scusa per far sentire le sei corde, con un basso molto pronunciato a dettare il tempo. Irresistibile I Could Have Stood You Up, un vero e proprio rockabilly anni cinquanta con tanto di coro in sottofondo ed il formidabile pianoforte di Johnson a svettare, un brano divertentissimo sia per chi lo suona che per chi lo ascolta; Make No Mistake è invece un caldo errebi con tanto di fiati dei Memphis Horns, e la voce quasi confidenziale di Keith, imperfetta ma ricca di fascino, doppiata da quella più impostata di Sarah Dash. Ancora rock’n’roll, potente e stonesiano (ma va?), con You Don’t Move Me, con Wachtel che passa alla slide assumendo un po’ il ruolo di Ronnie Wood, ed ancora meglio è How I Wish, puro rockin’ sound 100% Stones, solita attività chitarristica goduriosa e Keith che canta anche abbastanza bene, mentre Rockawhile è più lenta ma sempre cadenzata e dall’atmosfera paludosa, quasi voodoo: non a caso una parte importante ce l’ha la fisarmonica di Stanley “Buckwheat” Dural, direttamente dalla Louisiana. Il disco termina con Whip It Up, ennesimo trascinante rock’n’roll a cui manca solo la voce di Mick (ma c’è il sax di Keys, e sembra davvero vintage Stones sound), Locked Away, evocativa e splendida ballata dal suono potente e cantata da Richards con il cuore in mano (forse il pezzo migliore dell’album), e It Means A Lot, che chiude con un funk-rock vigoroso e godibile, dall’ottimo finale chitarristico.

Nel dischetto con i sei brani bonus due sono jam sessions, intitolate semplicemente Blues Jam la prima e Slim la seconda, entrambe con una superband formata da Keith, Taylor, Johnson, Spampinato, Keys, Jordan e Leavell. E se la prima, poco più di quattro minuti, è di “riscaldamento”, la seconda di minuti ne dura ben dieci ed è assolutamente strepitosa, con una prestazione pianistica mostruosa da parte di Johnson, vero protagonista di un pezzo che da solo vale l’acquisto del doppio CD. Abbiamo poi due cover sempre dal sapore blues (con la stessa band): My Babe di Willie Dixon, soffusa, quasi jazzata e suonata con classe sopraffina, e la più “grassa” Big Town Playboy di Little Johnny Jones, dominata dalla slide di Taylor. Chiudono il CD la pimpante Mark On Me (unica canzone originale del dischetto), purtroppo rovinata da un synth anni ottanta che la fa sembrare un brano di Prince, non dei migliori, e Brute Force, un’altra jam strumentale ma stavolta senza superband, quattro minuti di chitarre in libertà. In definitiva una ristampa forse non indispensabile ma di sicuro interesse, non fosse altro che per il secondo CD, o almeno per due terzi di esso. Se invece non possedete il disco originale…ci state ancora pensando?

Marco Verdi

Un Gruppo Di Texani Anomali. The Vandoliers – Forever

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Vandoliers – Forever – Bloodshot Records

Sono in sei, vengono dal Texas,  ma incidono per una etichetta di Chicago, la Bloodshot, e il disco è stato registrato in quel di Memphis. Forever è il terzo disco dei Vandoliers, band proveniente dall’area di Dallas/Forth Worth, e come molti gruppi sotto contratto con la Bloodshot il loro genere ha comunque strette parentele con lo stile alternative e punk frequentato da gruppi come gli Old 97’s, i Mekons, ma anche pescando nel passato, Jason And The Scorchers, oppure su lato più vicino al folk arrabbiato, i Dropkick Murphys. Il leader dei Vandoliers Joshua Fleming, ha anche raccontato di una recente passione per la musica country, e per Marty Stuart nello specifico, sviluppata durante un periodo di riabilitazione da un infezione alla vista, passata guardando lo show televisivo di quest’ultimo. Tutto questo quindi ci porta al fatidico cow-punk, termine abbastanza” inflazionato” che comprende influenze country, alternative rock, ovviamente punk, ma anche elementi di roots music e Americana, insomma un calderone dove confluisce un po’ di tutto.

In America hanno ricevute molte definizioni lusinghiere: dai Pogues americani, a un incrocio trai Calexico e Dropkick Murphys, ma anche Tex-Mex punk e via discorrendo. Ascoltando il loro disco tutto torna, queste influenze e rimandi naturalmente ci sono, aiutati da una formazione che affianca una sezione ritmica particolarmente grintosa ed un chitarrista diciamo energico come Dustin Fleming, che non è parente di Joshua, alla presenza di un violinista, Travis Curry e di un multistrumentista come Cory Graves, tastiere ma anche tromba, per cui tutte le suggestioni sonore poc’anzi ricordate ci sono,  per carità niente di straordinario, comunque si apprezzano almeno freschezza e vivacità confortanti per chi ama il genere. Joshua Fleming ha la classica voce vissuta e roca, temprata dal passato punk, mitigata da questa “nuova” commistione con stili meno roboanti: ecco allora il Red Dirt country energico dell’iniziale Miles And Miles, dove il violino guizzante di Curry si affianca alle chitarre ruvide e alla voce scartavetrata di Fleming, per un brano che potrebbe rimandare anche ai Gaslight Anthem https://www.youtube.com/watch?v=3eiTD0BkBbs. La galoppante Troublemaker, con il suo ritmo incalzante e la voce sgangherata ricorda appunto quasi dei Pogues  in trasferta sui confini messicani, con violino e tromba ad animare le influenze folk e tex-mex immerse in un punk barricadero. Trombe che imperversano anche in All In Black, altro brano energico, con una chitarra twangy a ricordarci i vecchi Jason And The Scorchers: insomma tutta roba già sentita, piacevole ma nulla più.

Fallen Again è nuovamente border music, non particolarmente innovativa ma con qualche spunto sonoro più interessante, a voler essere benevoli. Sixteen Years con trombe mariachi che si innestano su una base di rock americano blue collar, e con la voce urgente di Fleming e la chitarra dell’altro Fleming a menare le danze, è sempre gradevole, ma non travolgente; Shoshone Rose potrebbe ricordare un Popa Chubby (anche per il tipo di voce) convertito ad un roots-rock di stampo ’70’s e Bottom Dollar Baby vira verso un “countrabilly” più frenetico, di nuovo in bilico tra Messico e chitarre twangy. E non manca neppure una ballata “ruffiana” come Cigarettes And Rain, che comunque non dispiace, un pezzo di chiaro stampo southern, che però mi sembra sincero e partecipe, bella melodia corale e anche l’interpretazione dei due Fleming è efficace, con il violino che torna a farsi sentire; Nowhere Fast ci scaraventa di nuovo verso la frontiera con il Messico, anche se poi il sound vira verso un rock mainstream quasi radiofonico, se le emittenti FM contassero ancora. A chiudere arriva Tumbleweed, altra ballatona country-folk eletroacustica di impianto vagamente celtico, grazie al solito violino che interagisce con una chitarra elettrica più lirica del solito https://www.youtube.com/watch?v=LhLhC9TTgSc . Abbiamo già sentito tutto, ma essendoci in giro decisamente molto di peggio, diciamo sufficienza risicata con riserva.

Bruno Conti

Un Cofanetto Ideale Per Riscoprire Una Band Formidabile! Flamin’ Groovies – Gonna Rock Tonite!

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Flamin’ Groovies – Gonna Rock Tonite! The Complete Recordings 1969-71 – Grapefruit/Cherry Red 3CD Box Set

Per usare un’espressione inflazionata, i Flamin’ Groovies sono uno dei segreti meglio custoditi della storia del rock. Originari di San Francisco ed ancora in attività (il loro reunion album del 2017, Fantastic Plastic, non era affatto disprezzabile), i Groovies erano considerati una fusione tra Beatles e Rolling Stones di stampo americano, più i secondi dei primi devo dire, ma con robuste dosi di energia quasi da garage band e punk ante-litteram, specie nelle infuocate esibizioni dal vivo https://discoclub.myblog.it/2017/06/10/se-fosse-anche-inciso-bene-sarebbe-perfetto-3-flamin-groovies-live-1971-san-francisco/ . Questa la teoria, in pratica il quintetto (Roy Loney, voce e chitarra, Cyril Jordan e Tim Lynch, chitarre, George Alexander, basso, Danny Mihm, batteria) era una rock’n’roll band davvero formidabile, una vera e propria macchina da guerra che però non ebbe neppure un decimo del successo che avrebbe meritato, al punto che oggi sono considerati al massimo un gruppo di culto. Un po’ ci misero del loro: litigarono con la Epic dopo l’uscita del loro debutto Supersnazz, non si presero mai molto con Bill Graham (che all’epoca a San Francisco era un vero e proprio deus ex machina, ed averlo contro non era consigliabile per la riuscita di una carriera), ed in più decisero in maniera quasi suicida di non andare in tour dopo il loro secondo album Flamingo, dal quale non estrassero neppure un singolo.

Ora i tre album del loro periodo d’oro (oltre ai due già citati, il terzo, e secondo per l’ormai defunta Kama Sutra, si intitolava Teenage Head) vengono riuniti in un pratico boxettino e gratificati da una rimasterizzazione di tutto rispetto, oltre che dall’aggiunta di diverse bonus tracks (nessuna delle quali inedita, va detto) e di un libretto con note esaurienti. E Gonna Rock Tonite! è perfetto per riscoprire (o scoprire se non li conoscete) un gruppo che all’epoca non aveva nulla da invidiare ai giganti del genere, una serie di canzoni a tutto rock’n’roll che vi faranno godere come ricci, proposte da quella che è giustamente considerata la migliore formazione del gruppo (all’indomani di Teenage Head infatti sia Lynch che Loney lasciarono la band).

Supersnazz (1969) ci mostra subito un combo che ha voglia di spaccare tutto: l’inizio del disco è al fulmicotone, dal grintoso blues elettrico Lord Have Mercy, chiaramente figlio degli Stones e con energia da punk band, alla potente versione di The Girl Can’t Help It di Little Richard, puro rock’n’roll con un assolo magnifico, passando per la deliziosa Laurie Did It, dal sapore beatlesiano (ma con una chitarra decisamente rock e “californiana”) ed una trascinante rilettura del classico di Huey “Piano” Smith Rockin’ Pneumonia And The Boogie Woogie Flu. Ma anche le (rare) ballate non deludono, come la vibrante A Part From That, ancora influenzata dai Fab Four, e con parti orchestrali un po’ barocche; altri pezzi degni di nota sono un fulminante medley tra Somethin’ Else di Eddie Cochran ed la nota country tune Pistol Packin’ Mama, il travolgente boogie The First One’s Free, l’orecchiabile pop-rock in odore di vaudeville Pagan Rachel, con splendido piano honky-tonk, e Brushfire, tra country e psichedelia. Le quattro bonus track di questo primo dischetto sono del tutto trascurabili, essendo semplici single versions di quattro pezzi dell’album.

Flamingo (1970) è certamente il disco più “famoso” dei Groovies, ed è un altro grande album, che inizia in maniera roboante con Gonna Rock Tonite, uno strepitoso rockabilly a tutte chitarre e adrenalina, seguito dal rock-blues Comin’ After You, con un riff rubato ai Creedence. Ma il disco trasuda rock’n’roll alla Stones in diversi momenti, dall’aggressiva Headin’ For The Texas Border, con assoli incredibili ed un raro lead vocal di Lynch, la secca e cadenzata Sweet Roll Me On Down, l’irresistibile Second Cousin, che ironizza sul matrimonio di Jerry Lee Lewis con la cugina minorenne, e la bluesata Jailbait. Oltre alla splendida Childhood’s End, una country song sghemba nel miglior stile delle Pietre, e ad una scatenata cover di Keep A-Knockin’, ancora di Little Richard. E proprio le cover costituiscono il succo delle bonus tracks di Flamingo: una session del gennaio del 1971 in cui i nostri suonano alla loro maniera, cioè eccezionale, una serie di classici del rock’n’roll, pezzi che rispondono ai titoli di Shakin’ All Over, That’ll Be The Day,  Louie Louie, My Girl Josephine, Around And Around ed ancora Rockin’ Pneumonia And The Boogie Woogie Flu, il tutto completato da una jam session dal sapore blues intitolata Going Out: sensazionale.

Teenage Head (1971) è considerato da molti il capolavoro dei Groovies, ma fu anche il disco che vendette meno e creò i problemi insanabili tra i componenti della band. Un grandissimo rock’n’roll album, ed il più “stonesiano” dei nostri, a partire dal potentissimo rock-blues in apertura, High Flyin’ Baby, dominato da una slide appiccicosa e con voce più jaggeriana che mai, per proseguire con l’acustica City Lights, country song decadente e sbilenca, o ancora la superba rock ballad elettrica Yesterday’s Numbers. Non manca il puro rock’n’roll, come la strepitosa cover di Have You Seen My Baby? di Randy Newman, il saltellante rockabily alla Elvis (periodo Sun) Evil Hearted Ada, una squisita e travolgente Doctor Boogie, una pimpante rivisitazione elettroacustica del classico di Robert Johnson 32-20, o addirittura agganci agli Stooges nell’aggressiva title track. Per finire con la stupenda ballata Whiskey Woman, un mezzo capolavoro. Anche qui le bonus sono poderose riletture di classici del rock’n’roll e del blues (Scratch My Back, Carol, Rumble, una Somethin’ Else anche meglio di quella su Supersnazz, Walking the Dog), ed anche qui sono chiuse da una versione, più lunga e migliore, di Going Out. Da lì in poi i nostri, con una formazione rimaneggiata, pubblicarono altri tre album negli anni settanta (di cui almeno uno, Shake Some Action, imperdibile), uno negli ottanta ed uno nei novanta, fino al già citato Fantastic Plastic di due anni orsono, con Jordan ed Alexander ancora alla guida del gruppo.

Se non possedete già i tre dischetti in questione (si trovano comunque senza troppe difficoltà), Gonna Rock Tonite! è un cofanetto che, se siete amanti del rock’n’roll, non dovete lasciarvi sfuggire assolutamente.

Marco Verdi

Altro Grande Disco, Ormai E’ Una Garanzia! Tom Russell – October In The Railroad Earth

tom russell october in the railraod earth

 Tom Russell – October In The Railroad Earth – Frontera/Proper CD

Tom Russell è oggi, almeno a mio parere, uno dei maggiori songwriters americani, la cui crescita come autore è avvenuta progressivamente negli anni, disco dopo disco. Tom fa infatti parte di quella ristretta categoria di artisti che non sbaglia un colpo e che, con le sole possibili esclusioni di Hotwalker e Aztec Jazz, non ha mai deluso. Nel 2015 ha pubblicato il suo capolavoro assoluto, il magnifico The Rose Of Roscrae https://discoclub.myblog.it/2015/04/29/epica-saga-del-west-lunga-quarantanni-tom-russell-the-rose-of-roscrae-ballad-of-the-west/ , ma la sua carriera è piena di album degni di nota, pubblicati tra l’altro con cadenza abbastanza regolare: titoli come The Rose Of San Joaquin, The Man From God Knows Where, Borderland (disco dell’anno 2001 per il sottoscritto), Indian Cowboys Horses Dogs, Mesabi, solo per citare i miei preferiti. Ho sempre sostenuto che Russell, originario della California, sia in realtà un texano mancato, in quanto le sue canzoni parlano spesso di storie di confine, e spesso e volentieri vengono rivestite di sonorità country e tex-mex; ma Tom è un artista a tutto tondo, in quanto si diletta anche nella pittura (le copertine dei suoi album sono opera sua, e tiene anche diverse mostre in varie gallerie d’arte), ed in più i suoi testi hanno quasi sempre riferimenti letterari che denotano una notevole cultura.

Il suo nuovissimo album October In The Railroad Earth, per esempio, ha parecchi riferimenti alle opere di Jack Kerouac (uno dei padri della Beat Generation) a partire dal titolo che è lo stesso di uno scritto dell’autore del Massachusetts. Ed è proprio a Kerouac che Russell dedica il lavoro, ma anche a Johnny Cash: e pure questa non è una dedica casuale, in quanto October In The Railroad Earth è musicalmente ispirato direttamente dall’Uomo In Nero (i cui dischi, specie quelli tematici dei primi anni sessanta, sono stati indispensabili per la formazione musicale di Tom), e di conseguenza è quello dalle sonorità più country di tutta la carriera del californiano. Ma October In The Railroad Earth è prima di tutto un grande disco, che si pone da subito tra i migliori di Russell, ispiratissimo sia dal punto di vista lirico (ed è un vero peccato che nei suoi CD raramente Tom includa i testi) sia da quello musicale, ed in più suonato alla grande da una super band guidata dalla chitarra elettrica di Bill Kirchen, storico band leader dei Lost Planet Airmen di Commander Cody, e completata dalla sezione ritmica di David Carroll (basso) e Rick Richards (batteria) e dalla bella steel guitar di Marty Muse, mentre la quota tex-mex è rappresentata dal bajo sexto e fisarmonica di Max e Josh Baca dei Los Texmaniacs.

Ed il CD parte subito alla grande con la title track, in cui il vocione profondo di Tom introduce una strepitosa country song, quasi come se Cash fosse ancora tra noi: melodia accattivante, ritmo acceso ed una bellissima steel a punteggiare, oltre ad un breve ma ficcante assolo di Kirchen. Small Engine Repair è una cadenzata ballatona contraddistinta da uno splendido refrain, un pezzo ancora sfiorato dal country che dimostra lo status di grande cantautore ormai raggiunto dal nostro; T-Bone Steak And Spanish Wine sposta l’album su territori folk, e vede Tom accompagnarsi solo all’acustica, per un intenso racconto tipico dei suoi, cantato con la solita voce espressiva, mentre Isadore Gonzalez è assolutamente strepitosa, un valzerone tex-mex dominato dalla fisa di Josh Baca, servito da un testo profondamente evocativo e da un motivo irresistibile: una delle migliori composizioni di Tom, e non solo su questo disco. Red Oak Texas è ancora un’ottima ballata, nella quale Russell alterna cantato e talkin’ con estrema disinvoltura, un accompagnamento avvolgente da parte della band ed un altro ritornello vincente.

Back Streets Of Love vede di nuovo Tom in perfetta solitudine alle prese con uno slow intenso e toccante, con l’aggiunta della seconda voce di Eliza Gilkyson che fa la differenza, un brano in contrasto con la bellissima Hand-Raised Wolverines, una rock song elettrica e potente, suonata alla grande e melodicamente sempre ad alto livello. Highway 46 è un limpido e terso country tune, più texano che mai, dal delizioso chorus ed ancora con la Gilkyson ad impreziosire il tutto con la sua voce cristallina; con Pass Me The Gun, Billy siamo in pieno territorio western, un racconto decisamente emozionante tra talkin’, melodia, canzone e poesia. Chiusura con When The Road Gets Rough, movimentato pezzo elettrico tra country e rock (tra i più riusciti del CD) e con una fantastica ripresa di Wreck Of The Old 97, brano popolare reso famoso proprio da Cash: gran ritmo e Kirchen che arrota da par suo, il miglior omaggio possibile al Man In Black. Altro gran bell’album da parte di Mr.Tom Russell: October In The Railroad Earth ce lo ritroveremo tra le mani anche a fine anno, quando sarà tempo di classifiche.

Marco Verdi

Lo Springsteen Del 1° Aprile, Non E’ Uno Scherzo: Acustico E Ricco Di Sorprese! Bruce Springsteen – Trenton 2005

bruce springsteen live trenton 2005

Bruce Springsteen – Sovereign Bank Arena, Trenton NJ 2005 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Quello che al momento è l’ultimo episodio della serie di concerti live pubblicati mensilmente da Bruce Springsteen (mentre scrivo queste righe il prossimo volume è ancora ignoto) ci vede proiettati per la terza volta nell’anno 2005, con il Boss che si esibiva in perfetta solitudine a supporto dell’album Devils And Dust (che era però un disco elettrico, pur senza la E Street Band, ma con sonorità decisamente “roots”). A differenza degli altri due concerti già pubblicati questa serata del 22 Novembre a Trenton, in New Jersey (quindi a pochi chilometri da casa Springsteen), è davvero speciale, e non solo perché è l’ultima della parte americana del tour, ma soprattutto per il fatto che Bruce delizia il pubblico con una scaletta piena di scelte sorprendenti. E’ risaputo che lo Springsteen folksinger e storyteller è decisamente meno apprezzato di quello più prettamente rocker, ma Bruce sopperisce alla mancanza di una band con una performance di grandissima forza e vitalità (che è una costante per lui nelle serate finali di una tournée), ed interagisce parecchio con il pubblico dialogando a più riprese ed introducendo diverse canzoni ora scherzosamente ora più seriamente.

Abbiamo detto che il Boss è sul palco da solo (c’è solo Alan Fitzgerald alle tastiere, ma off-stage), ma il suono è decisamente variegato, in quanto il nostro si accompagna non solo con la chitarra acustica, ma anche con l’elettrica, l’armonica a bocca, l’ukulele, il pianoforte sia acustico che elettrico ed anche l’organo a pompa. E poi ci sono le canzoni, che in questa versione spoglia vengono anche arrangiate in maniera molto diversa, come una Born In The U.S.A. dura e bluesata (solo armonica e voce pesantemente filtrata), una The Promised Land cantautorale e quasi irriconoscibile, l’antica It’s Hard To Be A Saint In The City che diventa un brano quasi cooderiano con tanto di slide, Growin’ Up che invece vede Bruce all’ukulele ed una bella rilettura pianistica di All That Heaven Will Allow. Devils And Dust la fa ovviamente da padrone, con ben sette canzoni (ma stranamente nessuna da Tom Joad), con punte come la splendida Long Time Comin’ e le toccanti Leah e Matamoros Banks. Il nostro suona anche molto spesso il pianoforte, sia prevedibilmente nella splendida Backstreets (non è Roy Bittan, ma si difende) che nella struggente ed intensissima Drive All Night (suonata in questo tour per la prima volta dai tempi di The River), ma anche nella rara Thundercrack, che mantiene ugualmente la sua forza anche senza chitarre, mentre la poco nota My Beautiful Reward (era su Lucky Town) risulta addirittura migliorata dal maestoso arrangiamento a base di organo a pompa e con la fisarmonica di Fitzgerald.

E poi ci sono le già annunciate sorprese, siano esse relative (Empty Sky e Fire, due brani non inusuali ma suonati per la prima volta in questo tour, l’ultima delle due ancora con voce filtrata da vecchio bluesman degli anni trenta) che assolute, a partire dal pezzo che apre lo show, e cioè una vibrante versione del famoso strumentale di Link Wray Rumble, con cui il Boss fa capire da subito il suo stato di forma. Ma le altre due rarità sono ancora più inattese: la vecchissima e commovente Zero And Blind Terry, eseguita per la prima volta addirittura dal 1974 (e mai prima al pianoforte) e soprattutto l’inedita Song For Orphans, un intenso brano di inizio carriera che il Boss non era mai riuscito a pubblicare e che non aveva mai suonato in pubblico prima di questa serata, una vera chicca (ricorda leggermente My Back Pages di Bob Dylan). Dopo una festosa Santa Claus Is Coming To Town, eseguita con Patti Scialfa ed altri membri della sua famiglia (Patti era già salita sul palco per accompagnare il marito in una bellissima e toccante Mansion On The Hill) e la già citata The Promised Land, lo spettacolo si chiude in linea con gli altri concerti del tour, cioè con Bruce che si accomoda all’organo per una lucida rilettura di Dream Baby Dream dei Suicide.

Gran bel concerto, anche senza E Street Band.

Marco Verdi

Era Già Un Gran Bel Disco All’Epoca, Nella Nuova Edizione Deluxe “Ritardata” Uscita Per Il 20° Anniversario E’ Ancora Meglio! Van Morrison – The Healing Game

van morrison the healing game

Van Morrison – The Healing Game – 3 CD Deluxe – Exile/Sony Legacy

Il nostro amico Van Morrison (perché qui nel Blog come sapete lo amiamo particolarmente) sta vivendo in questa decade degli anni 2000 una sorta di seconda, terza, quarta o quinta giovinezza, vedete voi: perché, a ben vedere, da quando è iniziata la sua lunga e strepitosa carriera dalla metà dei lontani anni ’60, il musicista di Belfast, in ogni decade, ha avuto dei picchi creativi e qualitativi che se non sempre hanno potuto rivaleggiare con la produzione del primo periodo, per certi versi inarrivabile, comunque sono stati ricchi di pubblicazioni epocali. Dal 1968 al 1974 è uscito un filotto di dischi, da Astral Weeks Veedon Fleece, passando per Moondance, His Band And The Street Choir, Tupelo Honey, Saint Dominic’s Preview, Hard Nose The Highway e il doppio live It’s Too Late To Stop Now, che ha pochi uguali nella storia della nostra musica; ma poi, pur mantenendo sempre un livello qualitativo costantemente elevato, periodicamente ha saputo cavare dal cilindro album fantastici: penso a Common One e No Guru, No Method, No Teacher negli anni ’80, ma anche Irish Heartbeat con i Chieftains, Hymns To The Silence, Days Like This e questo The Healing Game negli anni ’90, oltre al disco dal vivo A Night In San Francisco. Forse solo nella prima decade degli anni 2000 non ci ha regalato dischi memorabili per quanto sempre rispettabili, anche se la rivisitazione di Astral Weeks Live At The Hollywood Bowl era un signor disco, ma negli ultimi anni è stato particolarmente prolifico, andando a ritroso, con il terzetto degli ultimi album dedicati al jazz e al blues, il bellissimo Keep Me Singing del 2016, inframezzati dal DVD dal vivo Van Morrison In Concert https://discoclub.myblog.it/2018/03/30/from-belfast-northern-ireland-il-van-morrison-pasquale-van-morrison-in-concert/e da tutta una serie di ristampe potenziate della sua discografia passata, eccezionale in particolare quella di It’s Too Late To Stop Now Volumes II,III, IV & DVD https://discoclub.myblog.it/2016/06/14/sempre-stato-difficile-fermarlo-nuova-versione-espansa-piu-dei-live-piu-belli-sempre-van-morrison-its-too-late-to-stop-now-ii-iii-iv-dvd/

Proprio a causa di questo florilegio di pubblicazioni, l’uscita di questa edizione tripla potenziata di The Healing Game, che doveva avvenire nel 2017, in occasione del 20° Anniversario, è stata rinviata più volte, ma oggi finalmente la abbiamo tra le mani, e valeva l’attesa. Il disco in effetti era giù uscito in una edizione rimasterizzata singola nel 2008, ma poi a causa delle vicissitudini relative al suo vecchio catalogo, che nel passaggio dalla Universal alla Sony ha visto andare fuori produzione diversi dei vecchi dischi, da qualche anno non era più disponibile. Comunque questa nuova edizione espansa ci permette di gustare molto materiale raro ed inedito che era stato inciso in quel periodo, tra il 1996 e il 1999, particolarmente fecondo di registrazioni, oltre a darci la possibilità di riascoltare l’album originale, dove spiccano alcuni brani veramente notevoli, forse non tra i migliori in assoluto di Van Morrison, ma in ogni caso di tutto rispetto. Come risalta all’ascolto dell’album anche la qualità dei collaboratori dell’irlandese in quegli anni, con delle punte di merito per il rientrante Pee Wee Ellis al sax, l’ottimo Alec Dankworth al contrabbasso, Georgie Fame all’organo e alle armonie vocali e i vocalist aggiunti Katie Kissoon Brian Kennedy (quest’ultimo non amato da tutti, lo ammetto), ma tutta la band impiegata è formidabile. Vediamo quindi i contenuti di ogni singolo CD.

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Diciamo che all’epoca della sua uscita nel 1997 segnalò un momentaneo allontanamento dallo stile più jazzato, ispirato da Mose Allison, per quanto sempre mediato dallo stile unico di Morrison, per uno dei suoi periodici ritorni al celtic soul spirituale dei dischi migliori e più ispirati: Rough God Goes Riding, con una armonica quasi dylaniana che la percorre, è una ballata che ha un afflato che miscela folk, soul e gospel, grazie al cantato di Van che lascia andare in libertà la sua splendida voce come solo lui sa fare, ben sostenuto dalle armonie vocali di Katie Kissoon e con Pee Wee Ellis che lavora di fino e con gran classe al sax, mentre Robin Aspland con il suo eccellente lavoro di raccordo al piano contribuisce alla riuscita della canzone. Ottima anche Fire In The Belly, sempre oltre i sei minuti di durata, uno dei tipici brani dell’irlandese, sognante ma con una solidità sonora sempre ispirata dalla amata soul music che pervade magicamente la struttura della canzone e con Brian Kennedy e Fame che aiutano Van nel classico call and response dei suoi pezzi più vibranti, con Ellis nuovamente ispirato al sax soprano: deliziosa anche This Weight con il rotondo contrabbasso di Dankworth a fare da contrappunto agli incroci vocali di Morrison, Fame e Kennedy, sempre ottimamente sostenuti dal sax di Pee Wee, che in Waiting Game, altra ballata mirabile, lascia spazio all’armonica di Van Man che per l’occasione duetta nuovamente con la dolce voce della Kissoon, mentre The Piper At The Gates Of Dawn pur nella sua brevità è un mezzo capolavoro, un pezzo mistico di impianto folk, con Morrison all’acustica, Peter O’Hanlon al dobro, Phil Coulter al piano e Paddy Moloney dei Chieftains a uileann pipes e whistle, una meraviglia. Ancora l’armonica introduce The Burning Ground, un brano dalla andatura decisamente più incalzante, che conferma ancora l’ispirazione che ha sostenuto il nostro nella creazione di tutto l’album, delizioso anche il talking tra Morrison, Ellis e Kennedy nella parte centrale, che poi riparte con rinnovata energia nell’interscambio tra voci, Van Morrison e la Kissoon, e gli strumenti a fiato.

It Once Was My Life, con Leo Green Matt Holland (che oltre che al sax e alla tromba, sono per l’occasione anche le voci di supporto in aggiunta a Kennedy e Fame) ondeggia in modo incantevole tra R&B, gospel e piccoli tocchi latineggianti adorabili, sempre sostenuti dalla potente voce del rosso di Belfast. Sometimes We Cry, con una lunga introduzione affidata al contrabbasso di Dankworth, è un’altra canzone superba, tra le migliori del disco, accorata e toccante, con Pee Wee Ellis ancora decisivo al sax soprano e Van The Man che ci regala una ennesima interpretazione vocale da manuale; If You Love Me vira verso una sorta di doo-wop morrisoniano, con la Kissoon adorabile e perfetta nel contrappunto alla voce roboante di Van che poi rilascia un altro intervento incantevole all’armonica. Come chiusura dell’album originale troviamo la title track The Healing Game, questa volta introdotta dalle scivolanti note dell’organo di Georgie Fame che sottolineano una ennesima superba interpretazione di Van Morrison (ma che lo dico a fare?), che poi lascia spazio al sax, questa volta baritono, di Pee Wee Ellis, prima di lanciarsi in una travolgente cavalcata vocale finale con Holland e Green che lo spingono verso i suoi vertici assoluti. Le bonus del primo CD riguardano i singoli che erano usciti all’epoca come compendio all’album: Look What The Good People Done, un piacevole brano tra blues e jazz, At The End Of The Day, un altro brano ispirato dalla vena celtic soul che contraddistingue l’album e caratterizzato dal suono del dobro, la single version di The Healing Game, differente nell’arrangiamento e più breve di quella del disco, meno solenne e più “sbarazzina” si ascolta comunque sempre con grande piacere. Mentre in chiusura sono poste due nuove versioni di classici del songbook del Morrison: Full Force Gale ’96 (single version), in origine su Into The Music del 1979, e St. Dominic’s Preview, dall’album omonimo del 1972, entrambe decisamente belle, anche se non superano gli splendi originali, pure se si apprezza la bravura della band di Van in quello scorcio di anni ’90.

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Come confermano gli extra contenuti nel secondo CD, intitolato Sessions & Collaborations. The Healing Game, quasi otto minuti, è quasi più bella della versione uscita sul CD, anzi togliamo il quasi, diciamo un bel pareggio, meno “acrobazie” vocali, una interpretazione più asciutta a livello di arrangiamento, che comunque lascia spazio alla strabordante vocalità del nostro. Stesso discorso per Fire In The Belly, in una versione più intima e discorsiva. Didn’t He Ramble, all’epoca inedita e poi pubblicata nel disco del 2011 con Chris Barber e Dr. John, è un classico traditional R’n’B dal taglio jazz, stesso discorso anche per la versione jazz di The Healing Game, molto sofisticata, mentre la versione alternativa full length di Sometimes We Cry, oltre gli otto minuti, è un compendio mirabile a quella pubblicata sull’album. Poi arrivano le chicche: Mule Skinner Blues, in versione swing jazz, la troviamo anche in chiusura del CD in una travolgente versione a tutto skiffle con Lonnie Donegan. A Kiss To Build A Dream On, anche questa inedita, era un brano dal repertorio di Louis Armstrong, una ballata jazz trasognata ed elegante.

Don’t Look Back The Healing Game, entrambe splendide, erano sul disco di John Lee Hooker del 1997, e la prima ha anche vinto il Grammy come “Best Pop Collaborations With Vocals”, non saranno inedite ma si ascoltano comunque con grande piacere. E anche il quintetto di brani registrato con uno dei maestri del R&R come Carl Perkins non scherza: Sittin’ On Top Of The World era già uscito in un tributo alla Sun Records del 2001, ma gli altri quattro, Boppin’ The Blues, Matchbox, My Angel e All By Myself sono inediti, tutti e cinque i pezzi sono incantevoli, eseguiti con garbo, classe e grande vigore, e i due si divertono veramente alla grande e se fosse uscito un album intero di queste collaborazioni non sarebbe stato per niente male.

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Van Morrison ha suonato moltissime volte al Festival Jazz di Montreux, un paio di concerti memorabili, quelli del 1980 e del 1974, sono stati raccolti e pubblicati in un DVD uscito nel 2009, mentre questa esibizione registrata il 17 luglio del 1997 è completamente inedita. Si tratta del concerto quasi completo, manca solo una canzone, Satisfied, dalla tracklist originale: stranamente per Van The Man ci sono ben sette brani tratti dall’album che era appena uscito, mescolati a pochi super classici del suo repertorio,  anzi direi uno solo, Tupelo Honey in medley con Why Must I Always Explain, ma con alcune sorprese, per esempio le cover di A Fool For You, una canzone di Ray Charles, e dal repertorio di Tony Bennett Who Can I Turn To (When Nobody Needs Me), oltre a Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin), di Sly Stone, presente nel medley finale. Comunque la lista completa dei brani è questa:

1. Rough God Goes Riding
2. Foreign Window
3. Tore Down A La Rimbaud
4. Vanlose Stairway/Trans-Euro Train
5. Fool For You
6. Sometimes We Cry
7. It Was Once My Life
8. I’m Not Feeling It Anymore
9. This Weight
10. Who Can I Turn To (When Nobody Needs Me)
11. Fire In The Belly
12. Tupelo Honey/Why Must I Explain
13. The Healing Game
14. See Me Through/Soldier Of Fortune/Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin)/Burning Ground

Un concerto solido e di ottima qualità che completa degnamente questa edizione Deluxe di uno degli album migliori del Van Morrison del secondo periodo, qualcuno lo ha definito, magari esagerando, “Van’s mid-career masterpiece”, ma in questa nuova veste espansa risulta comunque un disco estremamente godibile, fateci un pensierino!

Bruno Conti

Una Chicca Dal Passato Di Un Maestro Assoluto Del Songwriting. Townes Van Zandt – Sky Blue

townes van zandt sky blue

Townes Van Zandt – Sky Blue – TVZ/Fat Possum CD

Quest’anno sarebbe caduto il settantacinquesimo compleanno del grande Townes Van Zandt, scomparso a soli 52 anni il primo Gennaio del 1997 per un arresto cardiaco causato da anni di abusi alcolici. Se state leggendo queste righe non devo certo introdurre il personaggio: stiamo infatti parlando di uno dei maggiori cantautori americani di tutti i tempi, e forse il più influente in assoluto se ci si limita al Texas, una figura di indubbio culto e considerato un maestro da una lunga serie di artisti venuti dopo di lui (Steve Earle, Lyle Lovett, Robert Earl Keen, Nanci Griffith, Cowboy Junkies e moltissimi altri), ma anche contemporanei (Guy Clark, Jerry Jeff Walker) ed addirittura da qualcuno che aveva iniziato ad incidere ben prima di lui, come Willie Nelson e Merle Haggard.

Per celebrare i 75 anni di Townes i suoi familiari hanno deciso di fare un bellissimo regalo ai fans, pubblicando Sky Blue, che non è una collezione di outtakes ma un vero e proprio disco inedito, nato da una sessione solitaria che il grande songwriter tenne nel 1973 ad Atlanta, nello studio privato dell’amico giornalista Bill Hedgespeth. Una serie di brani, undici, in cui Van Zandt si esibisce da solo con la sua chitarra, riuscendo comunque a creare un’atmosfera magica: le canzoni presenti non suonano assolutamente come dei demo, sono incise benissimo e vengono interpretate dal nostro con la ben nota intensità che si trovava nei suoi lavori. Quindi un album fatto e finito, che farà la gioia dei fans del grande artista texano e di tutti coloro che amano il cantautorato a stelle e strisce. Il disco comprende tre cover ed otto brani originali, dei quali tre all’epoca già conosciuti (nel 1973 Townes aveva sei album alle spalle), tre che sarebbero stati pubblicati in seguito ed anche due inediti assoluti. E partirei proprio da queste due canzoni “nuove”: All I Need, che apre il CD, inizia con pochi accordi di chitarra, poi entra la voce chiara e stentorea del nostro e prende corpo una melodia toccante. Una grande canzone, pure se con pochi mezzi a disposizione.

Anche Sky Blue è un brano notevole, una ballata cristallina guidata da una chitarra arpeggiata ed un motivo originale ma dal sapore tradizionale. I tre brani già noti sono una imperdibile rilettura di Blue Ridge Mountain Blues, che anche in questa veste spoglia si mantiene a metà tra folk e western, la leggendaria Pancho & Lefty, che comunque la si faccia rimane un capolavoro, e la quasi altrettanto bellissima Silver Ships Of Andilar, che ha il sapore di una vecchia ballata irlandese. Poi ci sono le tre canzoni che troveranno spazio nei lavori successivi di Townes, vale a dire il puro folk della splendida Rex’s Blues, la bluesata Snake Song e la breve ma profonda Dream Spider. Dulcis in fundo, le cover, che iniziano con un’intensissima versione di Hills Of Roane County, una folk tune tratta dal repertorio degli Stanley Brothers che Townes interpreta in maniera magnifica, da pelle d’oca; poi abbiamo un brano oscuro ma di drammatica intensità (Forever, For Always, For Certain, di Richard Dobson) ed uno decisamente più noto come il classico di Tom Paxton The Last Thing On My Mind, che il texano riesce a far sembrare una sua composizione.

Oggi in giro non mi pare esista un cantautore del livello di Townes Van Zandt (uno poteva essere Guy Clark, ma ci ha lasciato anche lui), e proprio per questo un disco come Sky Blue è ancora più prezioso.

Marco Verdi