Magari E’ Un Casinista, Ma Se Parliamo Di Musica Ha Pochi Eguali! Neil Young – Archives Vol. II: 1972-1976

neil young archives vol. 2

Neil Young – Archives Vol II: 1972-1976 – Reprise/Warner 10 CD Box Set

E finalmente è arrivato il momento: ho infatti tra le mani da pochi giorni il pluri-rimandato secondo box degli archivi di Neil Young a ben undici anni dal primo volume (che a sua volta aveva subito numerosi rinvii), una pubblicazione che ormai era diventata talmente aleatoria da attirare su di sé le ironie degli addetti ai lavori. In realtà le polemiche sono continuate anche a causa delle modalità di commercializzazione, inizialmente prevista solo sul sito dell’artista in quantità limitata a tremila copie e ad un costo molto alto (circa 250 dollari più spese di spedizione). In pratica il 16 ottobre scorso, giorno scelto per la messa in vendita online, il box ha continuato ad apparire e sparire dal sito, fino al momento in cui è stato dichiarato esaurito per la “gioia” delle migliaia di fans rimasti con un palmo di naso (ritengo quasi miracoloso il fatto che io sia riuscito ad accaparrarmene una copia, ma praticamente ho passato la serata su internet dalle 18 a mezzanotte, interrompendomi solo per la cena…).

Dopo aver dato la colpa alla Reprise, Neil ha incasinato ancora di più le cose, prima lasciando intendere che non ci sarebbero state ristampe, poi annunciando che nel 2021 sarebbe uscita una versione “povera” solo con i CD ma senza libro (che comunque costerà 150 dollari, quindi povera un par di ciufoli) e che l’edizione diciamo “super deluxe” non sarebbe stata ristampata per rispetto ai tremila che sono riusciti a prenderla, mentre pochi giorni dopo il nostro ha fatto una giravolta degna di un democristiano della Prima Repubblica annunciando una seconda uscita anche del box “a parallelepipedo”, sempre a 250 testoni e con l’unica differenza che la scritta “II” sarà in rosso anziché in nero (entrambe le versioni sono previste per il 5 marzo 2021). A parte ogni giudizio di carattere morale, il cofanetto è comunque una goduria: dieci CD (non ci sono questa volta edizioni in DVD o Blu-Ray) che vanno dal 1972 al 1976, ricoprendo quindi un lasso di tempo molto più breve rispetto al primo volume, cosa comprensibile dato che stiamo parlando di un periodo tra i più fertili artisticamente per Young. Il libro è uno spettacolo (ancora meglio del primo), 252 pagine ricche di foto mai viste, cronologia delle sessions del periodo interessato e crediti brano per brano, ma ancora più imperdibile ovviamente è la parte musicale, con ben 131 canzoni di cui circa la metà inedite tra versioni dal vivo, alternate e brani mai sentiti prima, ed un titolo diverso per ogni singolo CD.

Come nel primo volume ci sono parecchi pezzi nella loro versione originale che danno al progetto una valenza semi-antologica, ma purtroppo Neil ha confermato l’antipatica scelta di inserire nel box anche album già usciti in precedenza, con il risultato che uno si trova a possedere due dischi uguali: in questo caso abbiamo due live (Tuscaloosa https://discoclub.myblog.it/2019/06/18/ecco-il-disco-dal-vivo-che-aspettavamo-da-46-anni-neil-young-stray-gators-tuscaloosa/  e Roxy: Tonight’s The Night Live https://discoclub.myblog.it/2018/04/26/nessun-paradosso-solo-grande-musica-neil-young-roxy-tonights-the-night-live/ , che però ha come bonus track un’ottima rilettura di The Losing End, uno dei pezzi meno conosciuti di Everybody Knows This Is Nowhere) ed il mitico Homegrown, che a questo punto mi chiedo perché Neil abbia pubblicato non più tardi di cinque mesi fa https://discoclub.myblog.it/2020/06/20/non-avrei-mai-pensato-che-un-giorno-lo-avrei-recensito-neil-young-homegrown/ . E poi capisco che non si possano inserire tutti gli inediti (ci vorrebbero venti volumi), ma forse un paio di dischetti in più sì. Polemiche a parte, ecco una disamina disco per disco, nella quale mi limiterò agli inediti: non troverete citati i CD n. 2, 4 e 7, che sono le tre ripetizioni citate poc’anzi, e per le quali vi rimando alle mie recensioni originali.

CD1: Everybody’s Alone (1972-1973). Il primo dischetto inizia dove finiva il precedente box, e cioè da dopo le sessions di Harvest. A parte Yonder Stands The Sinner tratta da Time Fades Away ed una rarissima Last Trip To Tulsa dal vivo proveniente da una b-side, tutto il resto è inedito, tra pezzi in studio con Neil da solo o con gli Stray Gators (nell’abortito seguito di Harvest) e dal vivo durante il tour da cui è stato tratto Time Fades Away. Tra le canzoni inedite abbiamo la delicata ballata Letter From ‘Nam (che negli anni 80 ritroveremo sull’album Life con il titolo di Long Walk Home), Come Along And Say You Will, bella country song in stile Harvest, l’elettroacustica e leggermente blues Goodbye Christians On The Shore e Sweet Joni, registrata dal vivo a Bakersfield e dedicata ovviamente alla Mitchell, in una performance molto intima al pianoforte. Le versioni alternate vedono un abbozzo dell’intensa Monday Morning, che si evolverà in Last Dance, e finalmente le due takes di studio di The Bridge (pianistica e struggente, davvero splendida) ed una Time Fades Away elettrica e decisamente trascinante, quasi country-punk. Gli altri pezzi dal vivo sono la classica The Loner, con il piano di Jack Nitzsche in evidenza, ed una L.A. diversa da quella apparsa sul live del 1973, Per finire una delle chicche del box, cioè una bella prima versione acustica di Human Highway insieme a CSN, per quello che sarebbe dovuto essere il seguito di Deja Vu (ci riproveranno come vedremo nel 1976 con lo stesso risultato).

CD3: Tonight’s The Night (1973). Le sessions con i Santa Monica Flyers per il famoso album del titolo, che uscirà però due anni dopo. L’album originale è presente con nove pezzi su dodici, anche perché gli altri tre erano uno dal vivo nel 1970, uno era una outtake di Harvest ed il terzo sarebbe stato inciso insieme al materiale di On The Beach. Gli inediti qui sono solo tre: una interessante jam improvvisata dai toni blues basata su Speakin’ Out, la bella Everybody’s Alone, canzone elettrica e vibrante dalla melodia solare che contrasta con il mood del resto delle sessions (ed infatti rimarrà fuori dal disco), e soprattutto una fantastica rock’n’roll version di Raised On Robbery di Joni Mitchell, proprio con la bionda cantautrice canadese alla voce solista e Neil che si limita alle armonie ed a suonare l’elettrica. Uno dei brani di punta del box.

CD5: Walk On (1973-1974). Le sessions di On The Beach, che è presente con sette brani, mentre Borrowed Tune finirà su Tonight’s The Night e Winterlong su Decade (ma che bella che è). Questo è il CD più avaro di inediti, solo tre per un totale complessivo di appena sei minuti: le prime versioni acustiche del traditional Greensleeves e di Traces (ripresa poi dal vivo da CSN&Y, è anche sul box CSN&Y 1974), ed una rilettura elettrica con i Crazy Horse della bellissima Bad Fog Of Loneliness, qui nella sua prima versione ufficiale in studio.

CD6: The Old Homestead (1974). Questo invece è il dischetto più lungo e più ricco di inediti: le uniche canzoni già note sono la title track, che finirà nel 1980 su Hawks & Doves, e Deep Forbidden Lake che andrà su Decade. Il resto si divide tra pezzi acustici ed elettrici, con alcune chicche strepitose come brani mai sentiti prima ed altri suonati solo dal vivo, tra cui ben tre versioni dell’honky-tonk Love/Art Blues, una acustica e due con la band alle spalle (l’ultima è la migliore). Poi c’è la take originale di Through My Sails, solo Neil voce e chitarra e senza le sovraincisioni di CSN, le prime versioni di Pardon My Heart, Vacancy (che verrà rifatta per Homegrown) e Give Me Strength, oltre ad inediti assoluti come Homefires, LA Girls And Ocean Boys e Frozen Man, tutte acustiche, la deliziosa country ballad Daughters, con Levon Helm alla batteria e Nicolette Larson alla seconda voce, la prima take di Changing Highways coi Crazy Horse (verrà reincisa addirittura nel 1996 per Broken Arrow) e Bad News Comes To Town che invece sarà ripresa dal vivo nel 1988 con i Bluenotes. Come ciliegina finale ci sono due imperdibili brani dal vivo a Chicago con CSN, ovvero la fluida Push It Over The End ed una On The Beach semplicemente grandiosa, entrambe ben al di sopra dei sette minuti ciascuna.

CD8: Dume (1975). Ed ecco le sessions con i Crazy Horse per Zuma, che infatti viene incluso nella sua interezza (a parte Through My Sails che come abbiamo visto è dell’anno prima). Ci sono comunque otto inediti, a partire dalle prime versioni di brani che poi finiranno su Rust Never Sleeps ma già bellissimi (Ride My Llama, una Powderfinger più lenta ed una strepitosa Pocahontas elettrica). Poi troviamo un rifacimento sempre elettrico di Kansas, che era stata provata in veste acustica per Homegrown, le rare Hawaii e No One Seems To Know, la splendida Too Far Gone (che non vedrà la luce fino al 1989 quando verrà reincisa per Freedom) e, come inedito assoluto, Born To Run (il Boss non c’entra), brano rock potente ma non particolarmente originale.

CD9: Look Out For My Love (1975-1976). Dopo i primi tre pezzi, comunque già editi (Like A Hurricane, Lotta Love e Look Out For My Love), il fulcro del CD sono le sessions per il poco fortunato Long May You Run della Stills/Young Band, che come non tutti forse sanno sarebbe dovuto essere il nuovo album di CSN&Y, ma a causa dei dissapori con Crosby e Nash Young cancellerà le parti vocali dei due. Ebbene, la sorpresa di questo dischetto sono proprio i tre brani finali, Ocean Girl, Midnight On The Bay ed un’altra Human Highway, nei quali sono state “ripristinate” le voci di David e Graham diventando a tutti gli effetti tre canzoni inedite del quartetto (che quindi assumono subito un altro fascino). Dalle stesse sessions abbiamo una versione alternata di Let It Shine e due ottime takes mai sentite di Traces (ancora) e di Separate Ways, che era già stata registrata per Homegrown. Completano il quadro tre unreleased songs dal vivo con Neil da solo sul palco: Mellow My Mind, Midnight On The Bay e la rara Stringman, canzone che non vedrà la luce fino al 1993 quando Young deciderà di includerla nella setlist del suo Unplugged.

CD10: Odeon Budokan (1976). Il cofanetto si conclude con un live album strepitoso, dieci canzoni equamente divise tra performance acustiche ed elettriche (coi Crazy Horse) registrate nel marzo 1976. La metà acustica vede Neil esibirsi all’Hammersmith Odeon di Londra, e comprende classici del calibro di The Old Laughing Lady, After The Gold Rush e Old Man, oltre alla poc’anzi citata Stringman ed alla bellissima Too Far Gone. La parte elettrica, proveniente dal mitico Nippon Budokan di Tokyo, propone superbe riletture di Don’t Cry No Tears, Cowgirl In The Sand (più corta del solito ma sempre splendida), Lotta Love, Drive Back e Cortez The Killer.

In conclusione, a parte le continue contraddizioni tipiche del personaggio Neil Young, questo Archives Vol. II: 1972-1976 conferma, se ce ne fosse stato bisogno, che come musicista è uno dei più grandi di tutti i tempi. Ed ora speriamo solo di non dover attendere il terzo volume per altri undici anni.

Marco Verdi

Dai Sobborghi Di Brooklyn Alle Rive Del Mississippi, Un’Altra Grande Voce. Bette Smith – The Good The Bad And The Bette

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Bette Smith – The Good The Bad The Bette – Ruf Records

Pettinatura Afro, corporatura prorompente, a Milano affettuosamente si dice “una bella paciarotta”, solo una piccola differenza grafica con l’altra Smith, la più famosa Bessie, anche se il genere non è proprio lo stesso, ma è passato un secolo, e non è un modo di dire: la nostra Bette Smith viene dai sobborghi di Brooklyn, NY, ha esordito tre anni fa con un disco Jetlagger, pubblicato dalla Big Legal Mess/Fat Possum Records, prodotto da Jimbo Mathus degli Squirrel Nut Zippers, che l’ha portata nel Mississippi, dove l’aspettavano Matt Patton, basso e Bronson Tew, batteria, che sono la sezione ritmica dei Drive-By Truckers, insieme ad altri musicisti, per registrare un album di funk/soul, R&B, rock, per sintetizzare diciamo blues contemporaneo, materiale in gran parte originale, ma con un paio di cover, un Isaac Hayes e I Found Love della coppia Maria McKee/Steve Van Zandt ai tempi dei Lone Justice, se vi capita cercatelo, perché ne vale le pena.

Ma stiamo parlando ora di questo The Good The Bad The Bette, chiara citazione Leone/Morricone, anzi ci siamo spinti ancora più in là, visto che la prima canzone del CD si chiama Fistful Of Dollars, ma le analogie con lo “spaghetti western” finiscono li: per la nuova missione lungo il Mississippi Patton e Tew sono sempre in pista, anzi sono loro i nuovi produttori, Jimbo Mathus era casualmente da quelle parti a dare una mano e suona organo e chitarra, l’etichetta è nuova, la tedesca Ruf Records, che se parliamo di blues e dintorni non si fa mancare nulla e quindi il risultato è di nuovo più che soddisfacente.

Adesso parliamo però di Bette Smith, cresciuta a pane e gospel, visto che il babbo era il direttore del coro di bambini della chiesa locale, ma lei era pure una grande appassionata di rock’n’roll, e nei lunghi anni di pratica di entrambe le passioni, a furia di cantare, deve avere consumato una parte della sua voce, visto che ora è roca e vissuta (si scherza), anche se questo non le impedisce di darci dentro alla grande nel nuovo album: organo, chitarra e fiati impazzano nella incalzante Fistful Of Dollars dove si apprezza la vocalità prorompente di Bette, a seguire arriva Whistle Stop una ballata delicata e malinconica dedicata alla madre scomparsa, dove la voce si fa più roca ed accorata, ben sostenuta da un arrangiamento complesso e curato.

Mentre in I’m A Sinner, voce riverberata e atmosfere tra psych e garage rock anni ‘60 Jimbo Mathus scatena la sua chitarra, e anche I Felt It Too non scherza quanto a grinta, un altro pezzo corale dove i musicisti si scatenano e la Smith lascia andare divertita la sua voce, con Mathus alle prese con un assolo distorto e selvaggio, doppiato da un sax in overdrive suonato da Henry Westmoreland  degli Squirrel Nut Zippers. Visto che era disponibile nei dintorni perché non utilizzare la chitarra di Luther Dickinson, e allora vai con il southern carnale di Sign And Wonders, sempre funzionale alla vocalità esuberante, ma mai sopra le righe, di Bette Smith, e non manca neppure una ode al suo amato cane, ripreso pure in un video legato all’album, nel funky, rock and soul della potente (I Wanna Be Your) Human.

Con Song For A Friend che ci riporta all’amato soul cantato con un timbro vocale quasi fanciullesco e buffo a tratti, diciamo piacevole ma non memorabile. In Pine Belt Blues la band torna a roccare e rollare, con una pattuglia di voci aggiunte che stimolano la brava Bette a darci dentro con più impeto, mentre in Everybody Needs Love, i pard Patton e Tew invitano il loro capo Patterson Hood a duettare con la Smith in un brano che come struttura sonora e melodia, anche se con un suono decisamente più grintoso, ha parecchie analogie nel ritornello con All You Need Is Love, se i Beatles avessero voluto farne un brano soul.

Per chiudere un’altra ballatona emozionale come Don’t Skip Out On Me, una storia di redenzione dove la nostra amica ha modo di mettere in mostra le sue indubbie doti vocali ancora una volta facendo ricorso ai ricordi dell’amato gospel della gioventù, e con uno splendido assolo di tromba, sempre di Westmoreland, che è la ciliegina sulla torta del brano, per un album complessivamente molto interessante e vario.

Bruno Conti

Un Inatteso E Gradito Ritorno Della “Strana Coppia”. Leo Kottke & Mike Gordon – Noon

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Leo Kottke & Mike Gordon – Noon – ATO CD

Sinceramente ero convinto che Leo Kottke, grandissimo chitarrista acustico titolare di una lunga carriera iniziata a fine anni 60, avesse appeso definitivamente il suo strumento al chiodo, dal momento che il suo ultimo album Sixty Six Steps (il secondo in duo con Mike Gordon, bassista dei Phish, dopo Clone) risaliva ormai al 2005. Ho accolto quindi con molto piacere la notizia che Kottke stava per pubblicare della nuova musica e sempre insieme a Gordon: Noon, terzo disco in collaborazione con il musicista del Vermont, ci mostra che nonostante l’età, 75 anni, ed i tre lustri lontano dai riflettori il nostro non ha perso lo smalto ed è ancora in grado di dare del tu al suo strumento. Kottke è sempre stato giustamente considerato l’erede del geniale John Fahey, e probabilmente è il miglior chitarrista acustico della sua generazione (in possibile coabitazione con Bert Jansch), e Noon, pur non essendo al livello dei suoi lavori più celebrati, è un dischetto suonato benissimo che si lascia ascoltare con grande piacere.

Leo non ha perso la voglia di suonare, e le sue dita scorrono ancora che è una meraviglia nonostante negli anni 80 abbia dovuto adottare un approccio più classico e “tranquillo” a cause di una grave forma di tendinite: da parte sua Gordon lo accompagna con la solita puntualità che gli conosciamo coi Phish, ma si tiene quasi in disparte come se volesse riconoscere a Kottke la leadership del progetto (ed infatti Mike scrive e canta solo tre canzoni, mentre Leo ne compone il doppio e due sono cover). Prodotto da Jarod Slomoff, Noon ci regala quindi 40 minuti circa in cui i nostri suonano per il piacere di farlo, tra folk e musica d’autore con elementi blues e jazz qua e là: non ci sono solo i due leader in session, ma troviamo anche il compagno di Gordon nei Phish Jon Fishman alla batteria in cinque pezzi, Zoe Keating e Brett Lanier rispettivamente al violoncello e steel guitar in un brano a testa e lo stesso Slomoff ai cori. Il CD inizia con Flat Top, una folk tune strumentale dalla purezza cristallina, con i due amici che suonano con estrema fluidità, brano che confluisce subito nella prima cover: Eight Miles High è proprio il classico dei Byrds, ed è reinventata da capo a piedi trasformandosi da rock song psichedelica a canzone di stampo cantautorale in cui chitarra e basso si rincorrono percorrendo scale ascendenti e discendenti, e la voce arrochita di Kottke che intona la nota melodia (che è l’unico punto in comune con l’originale).

I Am Random, di Gordon, è un limpido brano cadenzato dal taglio melodico moderno vicino a certe cose dei Phish, ma con la chitarra di Leo che si adatta senza problemi (si sente il tono informale della session: al secondo minuto i due e Fishman sembrano incartarsi su loro stessi, poi ci ridono su e ricominciano a suonare come un attimo prima). Noon To Noon è una ballata di stampo folk-jazz (e qui sento tracce di Jansch), Kottke suona che sembrano in tre ed il basso non funge solo da mero accompagnamento, From The Cradle To The Grave è uno slow terso e delicato cantato a più voci, dalla struttura cantautorale e motivo gradevole, mentre How Many People Are You è un pezzo dalla ritmica spezzettata e leggermente swingato, con un pizzico di follia come da prassi con Gordon: forse non una grande canzone, ma è riscattata dalla prestazione chitarristica di Leo.

Con lo strumentale Ants siamo ancora in territori folk, una canzone purissima nella quale le dita di Leo lavorano di fino fornendo una delle migliori performance del CD, mentre Sheets è addirittura splendida, una ballata toccante e profonda che ci conferma (ma non ce n’era bisogno) che Kottke non è solo un grande chitarrista ma un artista completo. Alphabet Street di Prince è la cover che non ti aspetti, un brano che non ho mai amato ma che in questo arrangiamento tra country e blues guadagna diversi punti; il dischetto termina con la folkeggiante Peel, il più “normale” tra i pezzi scritti da Gordon, con un ottimo gioco di voci, e con la guizzante e melodicamente deliziosa The Only One, che oltre ad un titolo di canzone potrebbe essere anche un azzeccato soprannome per Leo Kottke, dal momento che ancora oggi suona la chitarra acustica come nessun altro.

Marco Verdi

Torna La Band Di Austin Con Un Ennesimo Ottimo Album. The Band Of Heathens – Stranger

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The Band Of Heathens – Stranger – BOH Records

Nel 2018 avevano rivisitato con garbo e classe A Message From The People, uno dei capolavori assoluti di Ray Charles, riproposto attraverso la loro ottica sonora più rootsy e rock https://discoclub.myblog.it/2018/10/23/un-disco-storico-di-ray-charles-rivisitato-con-garbo-e-classe-band-of-heathens-a-message-from-the-people-revisited/ : due anni dopo i Band Of Heathens ritornano, con la produzione di Tucker Martine, che ha messo il suo stampo musicale, più etereo e ricercato sonicamente, con il nuovo album Stranger, registrato in trasferta per loro a Portland in Oregon, considerando che i cinque, originari di Austin, vivono tra California, North Carolina e Tennessee, e durante la pandemia si sono comunque abilmente ingegnati a realizzare una serie di video di deliziose cover, spesso con ospiti aggiunti, ognuno impegnato dalla propria casa, anche in concerti trasmessi in streaming (cercate su YouTube, perché meritano, per esempio una splendida versione di My Sweet Lord con Raul Malo, che vedete qui sotto.

Pandemia che indirettamente è in tema con il titolo del disco, che però è ispirato dal romanzo di Camus e da Straniero In Terra Straniera di Heinlein: Ed Jurdi e Gordy Quist, con le loro voci e chitarre, sono sempre alla guida della band, coadiuvati dalle tastiere di Trevor Nealon, che anche lui contribuisce vocalmente, come pure il bassista Jesse Wilson e il batterista Richard Milssap, alle intricate armonie che sono uno dei marchi di fabbrica del gruppo. Il suono è più complesso e con soluzioni più lavorate aggiunte da Martine, ma l’iniziale Vietnorm, scritta dal bassista Wilson, e con un marcato, benché non invasivo, impegno politico e sociale inconsueto nel loro songbook, immagina il ritorno di questo veterano del Vietnam Norm, che era un personaggio della sitcom Cheers, il tutto a tempo di scandito rock classico, con le solite influenze beatlesiane dei BOH, tra chitarre vibranti e fuzzy, tastiere insinuanti e melodie comunque molto piacevoli.

Ritmi sempre mossi anche in Dare, che tratta di fake news, di cui The Donald è (stato) uno specialista, armonie vocali mirabili, euforiche sonorità 60’s pop tra British invasion e Byrds/Buffalo Springfield, con chitarre tintinnanti e sound avvolgente.

La divertente Black Cat racconta la storia di un immigrato portoghese di più di 2 metri che fu tra i lavoratori impiegati nella costruzione del ponte di Brooklyn e poi entrò nella leggenda perché uccise a mani nude una pantera in un combattimento sotterraneo, il tutto naturalmente descritto a tempo di morbida psichedelia, tra spolverate di archi, tastiere misteriose, influssi orientaleggianti e chitarre che appaiono e scompaiono ai comandi di Martine.

Anche How Do You Sleep? tratta dei problemi della cattiva informazione, in una affascinante ballata elettroacustica, con goduriosi interscambi vocali tra Jurdy e Quist e spolverate di pop barocco, Call Me Gilded è una sorta di folk tune a tempo di valzer, sempre con le splendide armonie vocali della band presenti, magari con un leggero aumento del tasso zuccherino, ma sopportabile. South By Somewhere e Asheville Nashville Austin, sono entrambi brani che trattano della vita on the road, tra continui spostamenti per portare in giro la loro musica, e l’approccio è quello del sound classico della band, più roots e rock, anche se il produttore lavora più per aggiunta che per detrazione, benché mai in modo fastidioso, con una strumentazione ricca e ricercata, che vira in un country southern brillante nel secondo, dove appare anche una pedal steel https://www.youtube.com/watch?v=79uXntmFOYQ ; anche Truth Left tratta del tema dell’informazione, questa volta della sua eccessiva politicizzazione, una canzone vivace di impianto rock, con chitarre e tastiere a sorreggere le usuali ed eleganti divagazioni vocali del gruppo, con i consueti inserti orchestrali ed “effettistici” di Tucker Martine.

Today Is Our Last Tomorrow, tra arditi falsetti e le immancabili derive beatlesiane dei BOH, è sempre molto godibile, grazie anche a degli interventi decisi delle chitarre, mentre la conclusiva sognante ed ottimista Before The Day Is Done, con una voce femminile a renderla ancora più eterea, conferma questa svolta più ricercata e meno immediata del loro sound. Piacerà? Vedremo, comunque i Beatles avrebbero approvato e anche il sottoscritto ha apprezzato questo nuovo ottimo album della band di Austin.

Bruno Conti

Il Modo Migliore E Più Economico Per Riscoprire Una Grande Band. Dire Straits – The Studio Albums 1978 – 1991

dire straits box set

Dire Straits – The Studio Albums 1978 – 1991 – Mercury/Universal 6CD Box Set

Nel 2013 era uscito un costosissimo cofanetto in vinile con i sei LP della discografia di studio dei Dire Straits, intitolato appunto The Studio Albums 1978-1991: ora quel box è stato ristampato, ma questa volta è stata pubblicata anche una versione in CD, che a differenza della controparte a 33 giri è veramente a buon mercato (sei CD a poco più del prezzo di uno), e presenta i sei album del gruppo britannico in confezioni vinyl replica con la veste grafica originale in una pratica confezione “clamshell”, senza bonus tracks e con la rimasterizzazione del 1996 (ma i dischi della band hanno sempre suonato benissimo), anche se io avrei aggiunto l’EP del 1982 ExtendeDancEPlay, che tra parentesi non è mai stato pubblicato in CD (*NDB Solo in un videoCD Laserdisc). L’occasione è quindi ghiotta per riascoltare l’opera omnia del gruppo fondato nel 1977 da Mark Knopfler, ex insegnante di inglese con un talento smisurato per la chitarra che negli anni si è creato uno stile personale, riconoscibilissimo e super imitato, grazie ad un fraseggio sublime e particolare dovuto all’uso della tecnica del fingerpicking invece del plettro (e al fatto che era un mancino che suonava come un destrorso).

Ma i Dire Straits erano comunque una grande band a prescindere dal loro leader, una delle migliori degli ultimi 45 anni, con un suono che coniugava uno stile laidback alla J.J. Cale ad un songwriting figlio di Bob Dylan, senza dimenticare la lezione dei pub rockers degli anni 70, il tutto riassunto in qualcosa di personale e identificativo. Un gruppo formidabile quindi, il cui primo nucleo era formato da Knopfler, suo fratello David alla chitarra ritmica, John Illsley (l’unico presente in tutte le configurazioni della band) al basso e Pick Withers alla batteria (vecchio batterista dei Primitives di Mal), e che ebbe grande successo fin dall’album d’esordio Dire Straits del 1978 ****1/2 (prodotto da Muff Winwood, fratello di Steve), nonostante fosse uscito in piena rivoluzione punk. Un disco magnifico ancora oggi, dal sound elegante e coinvolgente al tempo stesso, che deve gran parte della sua fortuna alla splendida Sultans Of Swing, una canzone rock trascinante che sarà sempre considerata la signature song di Knopfler, ricca dei fills di chitarra che diventeranno il marchio di fabbrica del nostro e con un assolo finale incredibile.

Down To The Waterline è nello stesso stile e solo di poco inferiore, mentre sia la countreggiante Setting Me Up che la sensuale ed insinuante Six Blade Knife sono brani di qualità eccelsa, come anche Water Of Love e le conclusive Wild West End e Lions. L’inatteso successo del disco (quinto posto in patria e addirittura secondo in USA) convince i nostri a rimettersi subito al lavoro per produrre un seguito, ma l’errore di base di Communiqué ***1/2 (1979) è di ricalcare troppo gli stilemi del suo predecessore, come se Mark e compagni non avessero voluto rischiare più di tanto, nonostante la produzione del leggendario binomio sudista Jerry WexlerBarry Beckett ed i famosi Compass Studios di Nassau, Bahamas, come luogo delle registrazioni.

Il problema è che i brani qui contenuti sono di qualità inferiore a quelli di Dire Straits (con la possibile eccezione dell’opening track, la raffinata Once Upon A Time In The West, che infatti diventerà un classico), e questo porterà l’album ad avere vendite discrete ma non eccelse. Comunque un buon disco, di piacevole ascolto, con diversi pezzi degni di nota come l’accattivante singolo Lady Writer (forse un po’ troppo simile a Sultans Of Swing), l’affascinante Where Do You Think You’re Going?, dotata di un ottimo crescendo finale, e le piacevoli Angel Of Mercy, Portobello Belle e Follow Me Home, quest’ultima decisamente influenzata da Cale.

All’inizio del 1980 David Knopfler, nel bel mezzo delle registrazioni del terzo album, abbandona il gruppo (che rimane momentaneamente un trio, con Mark che reincide anche le parti ritmiche del fratello): i nostri erano in studio con Jimmy Iovine, che all’epoca era il produttore “da avere”, e con il tastierista della E Street Band Roy Bittan, due scelte azzeccatissime in quanto Making Movies **** si rivela il disco più venduto del gruppo fino a quel momento, ma anche un lavoro eccellente in cui il suono della band assume toni più radio friendly ed anche più profondità grazie allo splendido lavoro di Bittan.

Grande merito va comunque alla strepitosa Tunnel Of Love, un tour de force di otto minuti che per chi scrive è il miglior brano di sempre del gruppo (il finale, con l’assolo di Mark doppiato dal pianismo liquido di Roy, è da antologia), ed alla popolarissima e toccante ballata Romeo And Juliet. Di notevole impatto anche Expresso Love, Skateaway, l’adrenalinica Solid Rock e la scanzonata e divertente Les Boys.

Ormai i Dire Straits sono una realtà mondiale, nonché tra i pochi gruppi dell’epoca che riescono a coniugare vendite copiose e musica di qualità: ancora meglio in classifica andrà Love Over Gold ***del 1982, che toccherà la prima posizione in tutte le principali nazioni nonostante una veste più sperimentale del solito (e con il gruppo che aggiunge ai tre membri fondatori il tastierista Alan Clark ed il chitarrista Hal Lindes).

Sì, perché il disco contiene solo cinque canzoni, tutte discretamente lunghe ed apparentemente senza singoli da classifica, ma all’interno si trovano due capolavori assoluti come Telegraph Road, un brano di quasi 15 minuti con una parte strumentale sublime ed una grande prestazione di Knopfler, e la geniale Private Investigations, un pezzo raffinatissimo con delle soluzioni musicali pazzesche ed un crescendo emozionante, che negli anni rimarrà uno dei brani più amati dai fans.

Chiudono Industrial Disease, la traccia più movimentata dell’album, la lenta e soffusa title track e It Never Rains, altro lungo pezzo sullo stile di Telegraph Road. Dopo un disco dal vivo deludente e poco rappresentativo degli show dei nostri (Alchemy ***, 1984), Knopfler e soci nel 1985 fanno il botto: Brothers In Arms ***1/2 è infatti un successo al di fuori di ogni previsione, un lavoro che va al primo posto letteralmente ovunque e che nel tempo arriverà a vendere ben trenta milioni di copie (ricordo quell’estate, era impossibile accendere la radio senza imbattersi prima o poi in un brano tratto dall’album).

Escono Withers (che non viene rimpiazzato con un batterista fisso) e Lindes ed entra Guy Fletcher come secondo tastierista, mentre alla produzione a fianco di Knopfler troviamo Neil Dorfsman. Come tutti i dischi di smisurato successo anche Brothers In Arms ha i suoi alti e bassi: se la trascinante Money For Nothing (composta e cantata con Sting) ha un intro emozionante ed uno dei più bei riff chitarristici di sempre e Walk Of Life è un rock’n’roll parecchio divertente, l’iniziale So Far Away è gradevole ma un filo troppo pop, e la sdolcinata Your Latest Trick non l’ho mai digerita molto.

In definitiva il brano migliore è l’epica ballad che intitola l’album, ma da non sottovalutare sono anche la deliziosa Why Worry e la bluesata The Man’s Too Strong. La lunga tournée seguita alla pubblicazione del disco lascia Knopfler, che già di suo è una persona timida e che non ama troppo la ribalta, stanco e forse spaventato dal troppo successo, e quindi per un intero lustro il gruppo viene messo in soffitta a favore di altri progetti come colonne sonore, l’eccellente disco del supergruppo The Notting Hillbillies e lo splendido album Neck And Neck, registrato con l’idolo di gioventù Chet Atkins 

Anzi, se fosse per Knopfler l’avventura dei Dire Straits sarebbe anche finita, ma la pressione dell’opinione pubblica e della casa discografica lo convincono a richiamare Illsley, Fletcher e Clark per un ultimo disco e tour. Ma On Every Street ***(1991), nonostante venda tantissimo più che altro sulla fiducia ed a causa dell’astinenza dei fans, è un lavoro tutto sommato deludente, l’anello debole della discografia dei nostri.

Non è un brutto disco (e risentito oggi forse guadagna mezzo punto), ma con un Knopfler svogliato che alterna buone canzoni a riempitivi di classe che sembrano però esercizi di stile fini a loro stessi. Se The Bug è un buon rock’n’roll che però sembra la fotocopia sbiadita di Walk Of Life, Calling Elvis (*NDB Zucchero ringrazia, e copia) e Heavy Fuel sono due rock songs qualunque, Iron Hand dice poco, Fade To Black è elegante e basta e Planet Of New Orleans è tirata troppo per le lunghe.

I pezzi migliori sono quelli in cui Knopfler introduce un certo suono country-rock (When It Comes To You, Ticket To Heaven, How Long) e soprattutto la bellissima title track, una ballata degna del passato del gruppo con una coda strumentale splendida. Dopo il tour (ed un altro live album poco riuscito, On The Night *** ), Knopfler manda definitivamente in pensione i Dire Straits per dedicarsi ad una carriera da solista che sarà ricca di soddisfazioni e tanta grande musica,

guardate il video sopra, una curiosità poco nota, lasciandoci però questi sei album che testimoniano un’epopea irripetibile e che oggi possiamo riascoltare con immutato piacere ad un prezzo davvero abbordabile.

Marco Verdi

Suonato Molto Bene, Ma Il Comandante Kirk E’ Meglio Che Non “Canti”! William Shatner – The Blues

william shatner the blues

William Shatner – The Blues – Cleopatra Records

E’ lui o non è lui? Certo che è lui, come si evince dalla copertina è proprio il Capitano/Comandante Kirk, all’anagrafe William Shatner, anzi aggiungerei purtroppo è lui: ritiratosi da qualche anno dalla saga di Star Trek, Shatner ha del tempo libero e quindi ogni tanto pubblica un CD (ma lo faceva già nel 1968, quando uscì il suo primo album The Transformed Man, dove massacrava in guisa psichedelica anche brani di Dylan e dei Beatles), perché ovviamente, come dicono gli americani, trattasi di dischi della categoria “spoken word”, vale a dire il buon William parla, qualcuno azzarda declama, canzoni anche celebri, perché poi il Capitano ha perseverato, firmando per la Cleopatra e interpretando anche Bowie, Elton John, Queen, persino Lyle Lovett e via discorrendo, e persino un CD di canzoni natalizie.

Alla fine è approdato al blues, sempre con lo stesso approccio, ma circondandosi anche in questa occasione di una serie di musicisti eccellenti: in effetti la prima volta che ho ascoltato il CD non mi era neanche dispiaciuto, perché la parte musicale è molto buona, tre musicisti che hanno inciso le basi, Chris Lietz piano e organo, e i due produttori Adam Hamilton e il tedesco Jurgen Engler, che suonano chitarre, basso, batteria e armonica, con un approccio rock-blues energico, poi hanno fatto cantare, pardon parlare, Shatner, e infine gli ospiti hanno aggiunto le loro parti soliste. Nei due primi brani, Sweet Home Chicago e I Can’t Quit You Baby, il vecchio Bill (quasi 90 anni) mi aveva anche ingannato, perché c’era quasi un tentativo di cantar/parlando su timbri diversi dal suo tipico vocione da Comandante Kirk, ma nel resto del disco…

Perché la house band ci dà comuque dentro di gusto e Brad Paisley primo brano e ancor di più Kirk Fletcher nel secondo realizzano degli assoli veramente pregevoli, per non dire di Sonny Landreth superbo in una gagliarda Sunshine Of Your Love dei Cream, dove si sopporta anche il talking di Shatner. Niente male anche le parti soliste di Ritchie Blackmore in The Thrill Is Gone https://www.youtube.com/watch?v=SYMsP1-NgSg , Ronnie Earl in Mannish Boy, Tyler Bryant in Born Under A Bad Sign, Pat Travers in I Put A Spell On You, James Burton in una elettroacustica Crossroads, Jeff “Skunk” Baxter in Smokestack Lighting, dove la parte vocale, che in alcuni brani precedenti, esagero, non mi era neppure dispiaciuta, sfiora e forse supera il ridicolo.

In As The Years Go Passing By, il vecchio Arthur Adams imbastisce un assolo di grande finezza, mentre i Canned Heat al completo, con Harvey Mandel alla solista, vanno di boogie alla grande in Let’s Work Together https://www.youtube.com/watch?v=5DR8V2I9SZg  e Steve Cropper è magistrale in Route 66, mentre Albert Lee aggiunge una nota country in In Hell I’ll Be In Your Company, e la conclusiva Secret Or Sins non si capisce cosa c’entri con il resto. Se siete Trekkers e collezionate tutto, già saprete, per gli altri se trovate un sistema per ascoltare solo la parte musicale provate, se no evitare con cura.

Bruno Conti

Qui Di “X-Pensive” Non Ci Sono Solo I Winos! Keith Richards & The X-Pensive Winos – Live At The Hollywood Palladium

keith richards live at the hollywood palladium

Keith Richards & The X-Pensive Winos – Live At The Hollywood Palladium, December 15, 1988 – Mindless/BMG CD – 2LP – CD/DVD/10” Vinyl Box Set

L’industria musicale lamenta una crisi che va avanti da anni specie per quanto riguarda i supporti “fisici”, ma bisogna dire che in molti casi i problemi le varie case discografiche se li vanno a cercare con politiche dei prezzi che definire discutibili è far loro un complimento. In particolare, mi sembra che sia un po’ sfuggita di mano la situazione inerente alle edizioni deluxe e super deluxe di album storici e meno storici del passato: io stesso sono spesso vittima di questo meccanismo, disposto ad investire piccole fortune nell’acquisto di pubblicazioni lussuose (e costose) per poter godere di musica inedita dei miei artisti preferiti, ma lo sono molto meno quando la differenza di prezzo riguarda solo la confezione e non il contenuto. Per esempio, ho speso volentieri quei cento euro in più per la recente versione esclusiva del box di Tom Petty Wildflowers And All The Rest, che includeva un CD in più rispetto all’edizione quadrupla (e che CD!), ma non ho mai voluto farmi fregare con le ristampe “super deluxe” dei Led Zeppelin, di Hotel California degli Eagles ed anche, l’anno scorso, del primo album solista di Keith Richards Talk Is Cheap, tutti casi in cui non c’era neppure un minuto di musica in più rispetto alle versioni in doppio CD.

keith richards live at the hollywood palladium box

Non ho citato Richards a caso, in quanto il leggendario chitarrista dei Rolling Stones è il protagonista del post di oggi, ed anche di un’iniziativa che definire ridicola è riduttivo: infatti è da poco uscita la ristampa del suo noto disco dal vivo Live At The Hollywood Palladium, registrato con i suoi X-Pensive Winos il 15 dicembre del 1988 ma pubblicato solo tre anni dopo (pare per fermare il proliferare di bootleg dell’evento), un lavoro eccellente che però viene rimesso in commercio con delle modalità assurde. Infatti, oltre alla riedizione del disco originale in singolo CD senza bonus tracks (ma rimasterizzato a dovere dal grande Greg Calbi e con una bella confezione in digipack con copertina dura, tipo libro rilegato) ed in doppio LP (sia in vinile nero che rosso), è stato pubblicato l’ormai immancabile cofanetto che, all’incredibile prezzo di circa 160-170 euro, presenta sia CD che doppio LP, e tre-canzoni-tre in più su un altro dischetto in vinile da 10 pollici, oltre al solito bel librone ed una sfilza di gadgets inutili. In effetti ci sarebbe anche il DVD del concerto, disponibile per la prima volta in assoluto, ma stiamo pur sempre parlando di circa 150 euro di differenza rispetto al CD normale, il tutto per avere la miseria di tre canzoni esclusive e neppure come bonus tracks del dischetto digitale, ma solo su un vinile a parte! Inutile dire che questa volta ho soprasseduto…

Dal punto di vista musicale Live At The Hollywood Palladium è un lavoro ottimo, che vede Richards cavarsela alla grande nell’insolita veste di frontman, spalleggiato da una band formidabile che poi è quella con cui aveva registrato Talk Is Cheap: Waddy Wachtel alla chitarra, Steve Jordan alla batteria, Ivan Neville alle tastiere, Charley Drayton al basso, Bobby Keys al sax e Sarah Dash ai cori. Un gruppo con le contropalle quindi, ed una performance eccellente favorita anche dal crescente affiatamento cementatosi on stage tra i vari membri: infatti quella serata ad Hollywood era la penultima di un breve tour che aveva toccato dodici città americane, una sorta di toccata e fuga dato che Keith avrebbe poi dovuto raggiungere in studio gli altri Stones per registrare Steel Wheels. Un’ora abbondante di grande rock’n’roll, sporco e ruvido, eseguito con maestria da un gruppo magnifico, e con Richards che, nonostante un timbro di voce neanche paragonabile a quello del suo compare Mick Jagger, tiene la scena con grande sicurezza ed indubbio carisma. Degli undici brani totali di Talk Is Cheap, Keith ed i suoi “Beoni Costosi” ne suonano ben nove, allungando talvolta il minutaggio originale e fornendo performance grintose e trascinanti, con il rock’n’roll di matrice stonesiana che la fa chiaramente da padrone in pezzi come la riffatissima Take It So Hard, la potente How I Wish, Struggle, I Could Have Stood You Up, molto Chuck Berry, e Whip It Up (che con il gran lavoro di Keys al sassofono sembra quasi una outtake di Sticky Fingers).

Non manca il Richards in modalità vizioso, sudato ed appiccicaticcio, che si manifesta nella funkeggiante Big Enough, decisamente meglio della sua controparte in studio, nel caldo errebi Make No Mistake, cantata in duetto con la Dash, nella cadenzata ed annerita Rockawhile e soprattutto nella splendida e strascicata Locked Away, la migliore ballata di Talk Is Cheap ed in generale un brano che sarebbe stato bene su qualsiasi album delle Pietre Rotolanti. A proposito di Stones, ovviamente Keith omaggia anche il gruppo che gli ha dato la fama, con le classiche Happy (in una torrida rilettura di sette minuti) e Connection (molto più sintetica ed essenziale), la splendida ed inattesa Time Is On My Side (scritta da Jerry Ragovoy sotto lo pseudonimo di Norman Meade ma resa popolare nei sixties proprio da Jagger e soci), affidata alla voce solista della Dash e proposta in uno scintillante adattamento blues, e l’allora recente cover di Too Rude del musicista giamaicano Half Pint, un solare reggae-rock che era uno dei due pezzi cantati da Richards su Dirty Work, qui in una versione dilatata a quasi otto minuti. I tre brani extra esclusivi del cofanetto sono You Don’t Move Me, altra rock’n’roll song proveniente da Talk Is Cheap, la stonesiana Little T&A (era su Tattoo You), e la cover di I Wanna Be Your Man dei Beatles, che nei primi anni 60 fu ceduta dai Fab Four ai cinque ragazzi londinesi.

Per concludere, una ristampa da non perdere solo se non possedete l’album originale (o se come me avete solo il vinile), ma questa volta vi conviene lasciar perdere il box ed accontentarvi della versione in singolo CD.

Marco Verdi

Ma Non Si Era Ritirato? Parte Tre: Parrebbe Proprio Di No! Eric Clapton’s Crossroads Guitar Festival 2019

eric clapton crossroads 2019

Eric Clapton’s Crossroads Guitar Festival 2019 – 3CD, 2DVD, 2BD

Il titolo del Post è ricorrente, visto che da quando il nostro amico Slowhand ha annunciato il suo ritiro dalle scene nel 2015 (almeno per le tournéè) poi pare che ci abbia rinunciato o quasi: una serie di concerti in Giappone, poi alla Royal Albert, un tour europeo nel 2019 e quello del 2020, rinviato per il Covid e posticipato al 2021, non che ci si lamenti, anzi, ne siamo ben felici. Nel frattempo sono usciti pure due dischi nuovi in studio, uno di brani natalizi https://discoclub.myblog.it/2018/10/21/ma-e-gia-natale-il-manolenta-natalizio-pero-non-convince-del-tutto-eric-clapton-happy-xmas/ , quindi pare che Eric Clapton abbia deciso che non sia ancora arrivato il momento di appendere la chitarra al chiodo: e naturalmente, con la ritrovata voglia di concerti, lo scorso anno ha organizzato la nuova edizione della manifestazione benefica Crossroads Guitar Festival, da anni dedita alla raccolta fondi per finanziare la sua fondazione che si occupa del centro per la riabilitazione dalle droghe, che si trova ad Antigua. Questa di cui stiamo per parlare è la sesta edizione (ma solo la quinta ad avere un resoconto discografico), in effetti quella del 1999 al Madison Square Garden non fu pubblicata su disco, mentre nel 2016 è uscito una sorta di riassunto delle precedenti edizioni https://discoclub.myblog.it/2016/08/27/eric-clapton-guests-crossroads-revisited-i-dvd-ecco-il-cofanetto-triplo-i-cd/).

eric clapton crossroads 2019 dvd

La location questa volta è il Texas (dove si tenne anche la edizione del 2004) all’American Airlines Center di Dallas, il 20 e 21 settembre del 2019: come al solito ci sono vari formati: 3 CD, 2 DVD oppure 2 Blu-Ray, sempre con gli stessi 42/43 pezzi, per comodità la recensione si occupa del triplo CD e vista la cospicua quantità di brani e ospiti cercherò di raccontare in breve le due giornate, di cui qui di seguito trovate comunque la tracklist completa.

Tracklist
1. Introduction
2. Native Stepson – Sonny Landreth
3. Wonderful Tonight – Eric Clapton & Andy Fairweather Low
4. Lay Down Sally – Eric Clapton & Andy Fairweather Low
5. Million Miles – Bonnie Raitt, Keb’ Mo’ & Alan Darby
6. Son’s Gonna Rise – Citizen Cope with Gary Clark Jr.
7. Lait / De Ushuaia A La Quiaca – Gustavo Santaolalla
8. I Wanna Be Your Dog – Doyle Bramhall II with Tedeschi Trucks, Band
9. That’s How Strong My Love Is – Doyle Bramhall II with Tedeschi Trucks Band
10. Lift Off – Tom Misch
11. Cognac – Buddy Guy & Jonny Lang
12. Everything Is Broken – Sheryl Crow & Bonnie Raitt
13. Every Day Is A Winding Road – Sheryl Crow with James Bay
14. Retrato – Daniel Santiago & Pedro Martins
15. B-Side – Kurt Rosenwinkel with Pedro Martins
16. Baby, Please Come Home – Jimmie Vaughan with Bonnie Raitt
17. How Long – The Marcus King Band
18. Goodbye Carolina – The Marcus King Band
19. While My Guitar Gently Weeps – Peter Frampton with Eric Clapton
20. Space For The Papa – Jeff Beck
21. Big Block – Jeff Beck
22. Caroline, No – Jeff Beck
23. Cut Em Loose – Robert Randolph
24. Hold Back The River – James Bay
25. When We Were On Fire – James Bay
26. Mas y Mas – Los Lobos
27. Am I Wrong? – Keb’ Mo’
28. Slow Dancing In A Burning Room – John Mayer
29. How Blue Can You Get? – Tedeschi Trucks Band
30. Shame – Tedeschi Trucks Band
31. Is Your Love Big Enough – Lianne La Havas
32. I Say A Little Prayer – Lianne La Havas
33. Feed The Babies – Gary Clark Jr.
34. I Got My Eyes On You (Locked & Loaded) – Gary Clark Jr.
35. Pearl Cadillac – Gary Clark Jr.
36. Tonight The Bottle Let Me Down – Vince Gill with Albert Lee & Jerry Douglas
37. Tulsa Time – Vince Gill with Albert Lee, Bradley Walker, Albert Lee & Jerry Douglas
38. Drifting Too Far From The Shore – Bradley Walker with Vince Gill, Albert Lee & Jerry Douglas
39. Badge – Eric Clapton
40. Layla – Eric Clapton with John Mayer & Doyle Bramhall II
Encore Finale:
41. Purple Rain – Eric Clapton & Ensemble
42. High Time We Went – Eric Clapton & Ensemble
End Credits:
43. Going Going Gone – Doyle Bramhall II with Tedeschi Trucks Band

CD1

Sonny Landreth è uno dei chitarristi ricorrenti in tutte le edizioni dal 2004 e spesso è stato quello che ha aperto i concerti: anche nel 2019 tocca a lui, almeno nella versione discografica, con Native Stepson da South of I-1 disco del 1995, dove il maestro della slide ci delizia subito con uno dei suoi vorticosi brani strumentali. A seguire tocca a Clapton fare la sua prima apparizione, accompagnato dal fido Andy Fairweather Low, alle prese con due classici come Wonderful Tonight, in una versione acustica ed intimista, e sempre in formato elettroacustico la deliziosa e mossa Lay Down Sally. La prima jam è quella tra Bonnie Raitt Keb’ Mo’ alle prese con Million Miles, un pezzo blues di Bonnie, dove i due, sempre in modalità elettroacustica, sono accompagnati da Alan Darby, un chitarrista inglese, spesso nella touring band di Eric. Seguono i Citizen Cope con Gary Clark Jr. che non mi fanno impazzire, a parte lui alla chitarra, e forse pure di Gustavo Santaolalla, un po’ fuori contesto, si poteva fare a meno. Il concerto si anima con il breve segmento dedicato a Doyle Bramhall II, che su disco non sempre mi convince, mentre dal vivo è tutta un’altra cosa, specie se ad accompagnarlo c’è la Tedeschi Trucks Band, prima in una tirata cover di I Wanna Be Your Dog degli Stooges,
poi in una splendida versione di That’s How Strong My Love is di Otis Redding con Mike Mattison alla seconda voce e Derek Trucks alla slide.

La band dei due coniugi, con l’aiuto di Doyle che rimane, poi ci regala una sontuosa versione di Going Going Gone di Bob Dylan cantata a due voci con Susan Tedeschi, brano che scorre sui titoli di coda della parte video. Di Tom Misch francamente ignoravo l’esistenza, ma la strumentale e ricercata Lift Off non mi è dispiaciuta, il ragazzo suona. E anche i due “ragazzi” che seguono se la cavano, Buddy Guy e Jonny Lang alle prese con una superba Cognac; poi tocca a Sheryl Crow che prima si accompagna a Bonnie Raitt per una gagliarda Everything Is Broken di Bob Dylan, e poi con il giovane James Bay che se la cava egregiamente in Every Day Is A Winding Road, un brano del suo disco omonimo del 1996. Pedro Martins, prima da solo e poi con Kurt Rosenwinkel, diciamo che non mi entusiasma, mentre l’accoppiata tra Jimmie Vaughan Bonnie Raitt, che cantano Baby, Please Come Home, con fiati pronti alla bisogna e le relative chitarre, direi che merita, e chiude il primo CD.

CD 2

Robert Cray è un altro degli habitué, e la sua I Shiver coniuga classe e fervore blues nel suo inconfondibile stile; poi tocca ad uno degli artisti emergenti del southern rock, Marcus King con la sua Band, ottimo vocalist di stampo soul, ma soprattutto chitarrista, visto che la manifestazione di Clapton è incentrata proprio su questo strumento, due brani How Long e la ballad Goodbye Carolina, entrambe con ottimi assoli di King. Eric fa una delle sue incursioni per dare una mano a Peter Frampton uno dei grandi del passato, nel classico While My Guitar Gently Weeps, dove nell’originale dei Beatles il celebre solo era proprio di Manolenta, che qui lo replica; a questo punto sale sul palco un altro dei fedelissimi del Festival, un sempre grande Jeff Beck che suona tre pezzi, al limite dell’impossibile, Space For The Papa, Big Block e Caroline No. Un altro dei cultori delle sonorità incredibili è il virtuoso della Pedal Steel Robert Randolph che in Cut Em Loose si lancia anche lui in un assolo formidabile; James Bay è un altro dei talenti emergenti invitati da Eric, lo conoscevo più come cantante mellifluo e leggermente alternativo, ma si rivela anche ottimo solista in Hold Back The River e When We Were On Fire, poi tocca ai Los Lobos proporre uno dei loro cavalli di battaglia, una trascinante Mas Y Mas.

Keb ‘ Mo’ solo voce e chitarra acustica in modalità bottleneck si conferma raffinato bluesman in Am I Wrong?, mentre John Mayer fa il romanticone in una Slow Dancing In A Burning Room, solo voce e chitarra elettrica, che non convince il sottoscritto, mentre il set della Tedeschi Trucks Band è uno dei momenti migliori del Festival (come in tutte le edizioni precedenti), prima una scintillante versione di How Blue Can You Get di B.B. King, dove Susan Tedeschi, oltre che cantante dalla voce superba, dimostra che anche lei (se mi perdonate il francesismo) come chitarrista non scherza un cazzo, poi arriva anche il consorte Derek Trucks che completa l’opera con un assolo da manuale, poi ribadito nella successiva travolgente Shame, uno dei brani migliori dell’ultimo disco Signs, qui in versione corale sontuosa, ca…spiterina se suonano, fine del secondo CD.

CD 3

Lianne La Havas la chitarra la usa solo, comunque con classe, per accompagnarsi nelle sue esibizioni in solitaria, prima in Is Your Love Big Enough e poi in una deliziosa cover di I Say A Little Prayer, dove si apprezza la voce sinuosa della musicista londinese; l’ultimo disco del 2019, anche se ha vinto quattro Grammy, di Gary Clark Jr,, ovvero This Land, al sottoscritto, con qualche eccezione, complessivamente come tipo di suono non era piaciuto molto, ma non posso negare che dal vivo sia un performer formidabile e Feed The Babies, I Got My Eyes on YouPearl Cadillac in dimensione live mi piacciono molto di più, anche se il suo falsetto alla lunga non è quello di Curtis Mayfield o Marvin Gaye, troppo Prince,  però con la chitarra compensa alla grande. A questo punto del concerto c’è l’intermezzo country con Vince Gill prima e Bradley Walker poi, accompagnati dal vecchio pard di Clapton Albert Lee, e da Jerry Douglas, tre brani eccellenti come Tonight The Bottle Let Me Down, l’omaggio al “Capo” di Tulsa Time e Drifting Too Far From The Shore.

Poi arriva il gran finale con Eric Clapton sul palco con due classici immancabili, prima una solida Badge con assoli attesissimi e ripetuti, poi con Doyle BramhallJohn Mayer nell’immancabile e sempre grandissima Layla, a seguire un non più inatteso (lo fa dal 2016) e corale omaggio a Prince con tutto il cocuzzaro sul palco per una intensa versione di Purple Rain, e a chiudere il tutto la solita versione superba e lunghissima di High Time We Went, un brano di Joe Cocker da sempre molto amato da Clapton che lascia libero sfogo a tutto il cast di estrarre il meglio da questa canzone, incluso il co-autore del pezzo Chris Stainton al piano, uno dei brani più coinvolgenti della storia del rock, che suggella per l’ennesima volta questa festa della chitarra.

Tanta roba, ma ne vale la pena.

Bruno Conti

Un Albergo “Restaurato” Per Il Cinquantenario. The Doors – Morrison Hotel

doors morrison hotel box

The Doors – Morrison Hotel – Rhino/Warner 2CD/LP Box Set

Proseguono le edizioni deluxe per i cinquantesimi anniversari degli album dei Doors, una serie di cofanetti cominciata nel 2017 con il loro omonimo debut album e che inizialmente si è rivelata deludente per la presenza di poche bonus tracks (Strange Days non ne conteneva alcuna, solo le versioni mono e stereo del disco), ma che però è andata via via migliorando: infatti il box dedicato a The Soft Parade uscito lo scorso anno è stato il più soddisfacente finora in termini di inediti (ben due CD extra, con il secondo di essi quasi totalmente occupato dalla take finalmente completa della mitica Rock Is Dead), cosa abbastanza bizzarra in quanto stiamo parlando dell’album meno amato e più criticato tra quelli pubblicati da Jim Morrison e soci. Ciò avvenne soprattutto a causa di alcuni discussi arrangiamenti al limite del pop che avevano creato più di una frizione tra il produttore Paul Rothchild ed il presidente della Elektra Jac Holzman (insieme al tecnico del suono Bruce Botnick), che non condividevano la veste sonora del disco e per la quale incolpavano lo stesso Rothchild dato che in quel periodo Morrison era più interessato a scrivere poesie che a dedicarsi al gruppo. Per Morrison Hotel (che era il nome di un vero albergo di Los Angeles ed intitolava la seconda facciata del disco, mentre il lato A si chiamava Hard Rock Cafè, altro locale di L.A. che non aveva nulla a che vedere con la nota catena di ristoranti nata a Londra nel 1971) i nostri decisero invece per un ritorno alle atmosfere dirette, tra rock e blues, di inizio carriera, e questo diede loro ragione in quanto l’album ottenne vendite migliori rispetto a The Soft Parade pur in assenza di un singolo trainante.

Tanto per cominciare gran parte della sua fortuna il disco lo ebbe grazie al brano d’apertura, la trascinante ed adrenalinica Roadhouse Blues, che in breve diventerà la canzone più popolare dei Doors insieme a Light My Fire ed in generale un classico della musica rock internazionale, nonostante non fosse neppure uscita su 45 giri (ma solo come lato B). Nel brano partecipano anche John Sebastian all’armonica (con lo pseudonimo G. Puglese) ed il grande chitarrista Lonnie Mack “relegato” però al basso, strumento suonato in tutti gli altri brani da Ray Neapolitan, dato che com’è noto i nostri non avevano un bassista all’interno del gruppo. Il pezzo scelto all’epoca come singolo fu la diretta e rocknrollistica You Make Me Real, che risaliva ai famosi concerti del 1966 al London Fog ma non era mai stata incisa in studio fino a quel momento. Ma non è l’unico ripescaggio dell’album (a dimostrazione di una certa scarsità di materiale), in quanto troviamo anche Waiting For The Sun, registrata dai Doors per il loro terzo album dallo stesso titolo ma poi lasciata fuori, ed addirittura una outtake dal primo disco, Indian Summer: entrambe le canzoni sono ipnotiche e dense di misticismo, e si distaccano abbastanza dal resto dell’album.

Che Morrison Hotel sia infatti uno degli LP più immediati del quartetto lo dimostrano la robusta Peace Frog, con Ray Manzarek che lavora di fino al suo Vox Continental (brano che confluisce nella tenue Blue Sunday, una ballatona con Jim che si atteggia a crooner), la saltellante Ship Of Fools, ancora con Ray protagonista, la pimpante e gradevole Land Ho!, che vede invece la chitarra di Robby Krieger in gran spolvero, il bluesaccio cadenzato da taverna The Spy, la spedita Queen Of The Highway, puro stile Doors, per finire con il vibrante rock-blues Maggie M’Gill, cantato da Morrison con voce arrochita e con la band che segue come un treno guidata in maniera sicura dal drumming di John Densmore. Il cofanetto ripropone nel primo CD il disco originale rimasterizzato (ma non remixato) dallo stesso Botnick, un booklet formato LP di 16 pagine con le note del noto critico David Fricke, il solito inutile LP che serve solo a far salire il prezzo, ed infine un secondo CD con sessions inedite, interessante anche se per l’80% gira intorno a sole due canzoni.

La prima parte infatti è inerente a Queen Of The Highway, con più di dieci takes, alcune solo strumentali, nelle quali i nostri improvvisano alla grande e Jim gigioneggia da par suo (e c’è anche un breve accenno all’inedita I Will Never Be Untrue): il brano originale non durava neanche tre minuti, ma qui i Doors si divertono a rivoltarlo come un calzino (molto belle le takes 12 e 14, quasi un jazz- blues strumentale con Manzarek strepitoso al piano). Più aderenti alla versione conosciuta sono le nove tracce dedicate a Roadhouse Blues, qui proposte come un interessante work in progress: nel mezzo abbiamo due sanguigne e potenti riletture, mai sentite, delle classiche Money (That’s What I Want) di Barett Strong e Rock Me Baby, noto standard blues reso popolare da Muddy Waters e B.B. King. Chiusura con due versioni alternate di Peace Frog, la prima delle quali mixata con Blue Sunday come sul disco originale. Quindi una bella ristampa che getta nuova luce su un disco piacevole e riuscito ma che forse perde il confronto con i capolavori assoluti usciti nello stesso periodo, anche se i Doors si rifaranno nel 1971 con L.A. Woman, canto del cigno di Morrison e loro album migliore dopo l’esordio.

Marco Verdi

Sempre Power Rock-Blues, Forse Più “Sperimentale”. JD Simo – JD SIMO

jd simo jd simo

JD SIMO – JD Simo – Crows Feet Records

Non so se gli lasciano ancora utilizzare la Gibson Les Paul di Duane Allman che aveva suonato nel suo primo album, il bellissimo Let Love Show The Way uscito a nome SIMO nel 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/01/29/ritmi-sudisti-blues-vecchie-chitarre-simo-let-love-show-the-way/  (ma non credo, visto che nelle interviste recenti parla con entusiasmo delle chitarre Silvertone che suona ultimamente), ma sicuramente il tocco da virtuoso gli è rimasto in questo secondo omonimo album solista, dopo l’eccellente Off At 11 dello scorso album. Virtuosismo che avevo potuto apprezzare dal vivo nel concerto milanese quando apriva per i Blackberry Smoke. Benché il disco porti semplicemente il suo nome si tratta comunque di un ulteriore album del suo power trio, dove il batterista è rimasto il fedele Adam Abrashoff (che firma con lui anche quattro canzoni), mentre la bassista è la nuova Andraleia Buch.

Questa volta il nativo di Chicago, ma residente a Nashville, ha realizzato un album più “compatto”, niente brani ricchi di lunghe improvvisazioni rock, ma dieci pezzi tutti piuttosto brevi, solo un paio superano i 5 minuti, anche se gli elementi tipici della musica di JD Simo ci sono tutti: influenze blues, molto funky e soul, meno derive jazzy rispetto al precedente CD e più sperimentazione sonora. Dall’apertura affidata al funky-psych di The Movement, cantata in leggero falsetto, con l’ottimo groove del basso e le sonorità lavorate della solista di JD, che poi rilascia un assolo tra il Jeff Beck era Yardbirds e i Funkadelic, acidissimo e cattivo, si passa a Love, un’altra funky tune con forti elementi rock, voce filtrata e chitarra impazzita in modalità wah-wah, con altro assolo breve ma devastante. A proposito di funky-soul Out Of Sight è proprio quella di James Brown, sempre lavoratissima, con un sound futurista e furiosi interventi della chitarra di Simo https://www.youtube.com/watch?v=HLJFalOq25g ; Higher Plane, il brano più lungo, è anche quello più “sperimentale”, un rock-blues molto duro con la chitarra di JD alla ricerca di suoni furibondi, grazie anche all’utilizzo di slide ed effetti vari, ci porta verso l’iperspazio e le 12 battute psichedeliche del futuro.

One Of Those Days, con un falsetto suadente ispirato da Marvin Gaye e Curtis Mayfield, è una soul ballad impreziosita da un assolo tutto giocato su vibrato e il pedale octaver che usava Hendrix ai tempi. Hyperbolicsyllabicsesquedalymistic, più uno scioglilingua che un titolo, era uno dei lunghi brani di Isaac Hayes sul suo secondo album Hot Buttered Soul, qui in una versione abbreviata e incattivita di tre minuti, sempre molto “effettata” con fuzz bass e chitarra in overdrive https://www.youtube.com/watch?v=sUXv35R00bA ; Take That è un omaggio alla band di Robbie Williams, scherzo, si tratta di un breve strumentale rockabilly preso a velocità spaventosa, dove si apprezza tutto il virtuosismo incredibile alla chitarra del nostro amico https://www.youtube.com/watch?v=yirqh3KID3c . Soul Of A Man è una cover del brano di Blind Willie Johnson, dove forse si esagera con il “modernismo”, ma magari Jimi Hendrix avrebbe apprezzato, e anche la lunga e distorta Help è un ulteriore esempio degli esperimenti sonori tentati in questo album da JD Simo, che ci congeda nel finale con la cover di Anna Lee di Earl Hooker, forse il blues più “tradizionale” del disco, anche se l’effetto doppia slide sui due canali dello stereo è comunque particolare e inconsueto.

Disco non facile, ma interessante per chi vuole a sua volta sperimentare.

Bruno Conti