In Una Sola Parola: Bentornati! Eric Brace & Last Train Home – Daytime Highs And Overnight Lows

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Eric Brace & Last Train Home – Daytime Highs And Overnight Lows – Red Beet CD

Chi di voi si ricorda dei Last Train Home? Bisogna tornare con la mente alla seconda metà degli anni novanta, quando il cosiddetto movimento alternative country/Americana era ai suoi massimi livelli ed i LTH, formatisi a Washington D.C. nel 1997, ne erano tra i più lucidi esponenti con ottimi album come il loro esordio omonimo del 1998 o anche True North e Travelogue. All’indomani dell’EP Six Songs del 2009 il leader dei LTH Eric Brace lasciò la band (che di fatto cessò di esistere) per intraprendere un’intensa carriera solista, con ben cinque album registrati insieme al songwriter Peter Cooper, l’ultimo dei quali (Riverland, con anche il musicista tedesco Thomm Jutz) uscito appena pochi mesi fa. Ora Brace però ha deciso di dare una svolta al suo cammino discografico tornando al passato e riformando il suo gruppo iniziale per un lavoro nuovo di zecca intitolato suggestivamente Daytime Highs And Overnight Lows: oltre ad Eric, i membri del gruppo (usati qui un po’ alla stregua di backing band di Brace, infatti il disco è accreditato ad Eric Brace & Last Train Home, ma anche Six Songs era così) sono ben sette: i chitarristi Scott McKnight e Jared Bartlett, la sezione ritmica di Jim Carson Gray ed Evan Pollack, lo steel guitarist Dave Van Allen ed i fiati di Chris Watling e Kevin Cordt.

La cosa che però conta di più e che, nonostante i dieci anni di lontananza, la scintilla tra Brace ed i suoi compagni non si è affatto spenta, e Daytime Highs And Overnight Lows è un disco bello e maturo, un lavoro intenso tra rock, country e Americana con la prevalenza di ballate sui brani mossi, ed un’atmosfera di fondo spesso malinconica e crepuscolare. Ma il disco non è affatto noioso e si lascia ascoltare con facilità nonostante duri quasi un’ora, grazie soprattutto alla bontà delle canzoni in esso contenute, che sono il frutto delle esperienze maturate dai nostri durante gli anni: Brace è l’autore principale, ma il fatto che anche i suoi compagni abbiano partecipato alla stesura dei brani smentisce in parte il fatto che i Last Train Home siano solo il suo gruppo d’accompagnamento. L’iniziale Sleepy Eyes è una rilassata ballata dal sapore folk e ritmo accelerato, un motivo piacevole e strumentazione corposa, con chitarre e fisarmonica a guidare il gruppo (il brano è una cover dei Frog Holler, una band della Pennsylvania, per usare un eufemismo, non molto nota). Caney Fork è puro country, una deliziosa canzone di stampo agreste, tersa e limpida e con bell’uso di slide, nonché un ottimo refrain; anche Distance And Time è un gran bel pezzo, sempre in bilico tra folk, country e musica d’autore, una melodia splendida e la fisa a ricamare leggera sullo sfondo.

Dear Lorraine è uno slow pianistico di ampio respiro che fa venire in mente immense praterie al tramonto, con la ciliegina di un azzeccato assolo di sax subito doppiato dalla steel, canzone seguita a ruota dalla saltellante Happy Is, tra country-rock (per l’uso del banjo) ed errebi (i fiati). Floodplains è una rock ballad elettrica e distesa, con le chitarre dietro la voce del leader, Hudson River (un pezzo dei Brindley Brothers) è un lento che non manca di pathos, e che dopo un avvio attendista e musicalmente spoglio (solo piano e chitarra) si sviluppa fluido ed in modalità full band, mentre What Am I Gonna Do With You è la classica cover che non ti aspetti, essendo proprio il classico di Barry White: i nostri mantengono lo spirito R&B dell’originale grazie ai fiati, ma spogliano il brano di ogni tentazione radiofonica e lo trasformano portandolo su territori a loro più consoni. L’album prosegue senza cadute di tono con la ballatona in odore di country Old Railroads, la bucolica e folkeggiante I Like You, pura e cristallina, la mossa ed orecchiabile B&O Man, di nuovo con l’ottima steel di Van Allen a caratterizzare il suono. Il CD volge al termine, ma c’è spazio ancora per Sailor, un country-swing suonato con finezza, la discreta ballata Taking Trains e Wake Up, We’re In Love, il brano più movimentato e che più si stacca dallo stile del lavoro, essendo una vivace pop song dominata da un organo farfisa tipicamente anni sessanta.

Un gradito ed inatteso ritorno questo dei Last Train Home, sperando che non si tratti di un evento estemporaneo.

Marco Verdi

E’ Proprio Il Caso Di Dire: Comoradh Sona! Clannad – In A Lifetime

clannad in a lifetime 2 cd

Clannad – In A Lifetime – BMG 2CD – 2LP – Super Deluxe 4CD/3LP/7” Box Set

Mi sembrava appropriato intitolare il post odierno con una frase che in gaelico significa “buon anniversario” per introdurre questa antologia che celebra i cinquanta anni di attività dei Clannad, storica band irlandese che è stata la prima a portare negli anni settanta il gaelico nelle case di milioni di ascoltatori, prima nel paese natale e dagli anni ottanta in poi anche al di fuori dei patri confini. I Clannad sono il caso più unico che raro di un gruppo che non ha mai cambiato formazione nel corso di cinque decadi, ma al massimo ha subito qualche “aggiustamento”: i nostri sono infatti una family band originaria del Donegal (in gaelico “clann” significa appunto famiglia) guidati dalla voce cristallina di Maire “Moya” Brennan coadiuvata dai fratelli Pol e Ciaran e dagli zii Noel e Padraig Duggan; gli unici cambiamenti della line-up sono avvenuti dal 1980 al 1982 quando a loro si è unita Eithne Brennan, sorella di Moya, Pol e Ciaran (che con il nomignolo di Enya otterrà un grande successo nella seconda metà degli anni ottanta con una musica però più new age che folk), quando Pol ha lasciato la band nel 1995 (rientrando però nel 2011), e soprattutto quando nel 2016 sono diventati un quartetto a causa della morte prematura di Padraig.

I Clannad sono uno dei gruppi irlandesi più popolari al mondo, e nel corso della loro carriera sono passati dal puro folk di stampo tradizionale degli inizi ad una musica aperta a varie contaminazioni che li ha portati ad unire al loro suono elementi rock, pop, new age, jazz e world music: la caratteristica delle loro canzoni (nel 95% dei casi autografe, tranne nei primi anni quando si rivolgevano spesso a brani della tradizione) è di essere profondamente evocative e d’atmosfera, perfette per essere usate, cosa che è puntualmente avvenuta, come colonna sonora di film, serie tv e perfino documentari e cartoni animati. Quest’anno la band festeggia come ho già detto i cinquanta anni di attività (*NDM: non per fare sempre il pignolo, ma in realtà, al solito, il loro esordio discografico risale al 1973, e poi si sono presi circa dieci anni di pausa da dischi e tour tra la fine dei novanta ed il 2008) e quale occasione migliore per immettere sul mercato una bella antologia (oltre ad un tour celebrativo, ma in tempi di coronavirus tutto è in discussione)? Di “greatest hits” del gruppo infatti ne esistono già una marea (molto più dei loro album ufficiali, “appena” sedici in studio e quattro dal vivo), ma questo In A Lifetime merita senz’altro un’attenzione particolare pur essendo un prodotto più adatto ai neofiti che ai fans a causa della presenza di appena due inediti, incisi apposta per il progetto.

L’edizione più diffusa è quella in doppio CD con 37 canzoni, poi c’è anche un doppio LP con appena 20 brani, ed infine quella di cui mi occupo oggi, cioè un lussuoso box set di quattro CD, tre LP ed un 45 giri (esiste anche una versione del cofanetto in vendita solo sul sito della band e con un CD in più intitolato Rarities, ma costa veramente tanto). Il box è molto elegante, con un bel libro interno ricco di foto rare e testimonianze dei membri del gruppo (ma le note riguardo ai brani contenuti sono abbastanza scarne, ed omettono anche da che album provengono, cosa che quando avviene mi fa abbastanza arrabbiare): la parte musicale è formata come dicevo da quattro CD che presentano canzoni prese da ogni disco della band, il doppio LP in vendita anche separatamente (inclusione abbastanza inutile, avrei preferito magari un DVD dal vivo, dato che il 99% del box è in studio), un altro vinile rimasterizzato con l’album del 1985 Macalla (che è quello che ha dato ai nostri la popolarità internazionale) ed un 45 giri con il primo singolo in assoluto uscito nel 1974. Il primo CD va dagli esordi al 1980: il viaggio inizia con la toccante Thios Cois Na Tra Domh, caratterizzata dalla splendida voce di Moya, da un coro ricco di pathos e da una strumentazione elettroacustica di notevole forza emotiva, tutte peculiarità tipiche del suono dei nostri.

Altri highlights sono Siubhan Ni Dhuibhir, con il bel contrasto tra la parte vocale di stampo tradizionale e l’accompagnamento folk-rock, lo strumentale Eleanor Plunkett, dominata da un bel flauto, la drammatica ma bellissima Coinleach Ghlas An Fhomhair, la splendida Teidhir Abhaile Riù, pura irish music, la limpida Two Sisters, primo brano del box cantato in inglese, e la squisita Cruiscin Lan. Di questo periodo fa parte anche il 45 giri allegato Dhéanainn Sugradh (curiosamente non inserita nel CD), un coinvolgente brano corale che più tradizionale non si può. Il secondo dischetto contiene i due più grandi successi del gruppo, ovvero la corale e quasi ecclesiastica Theme From Harry’s Game ed il duetto con Bono nella raffinata In A Lifetime, entrambe canzoni che però non rientrano tra le mie preferite. Meglio secondo me le acustiche ed intense The Last Rose Of Summer e Crann Ull, la saltellante Na Buachaillì Alainn, il raffinato strumentale Ni La Na Gaoithe La Na Scoilb?, con continui cambi di ritmo e melodia, la discreta I See Red (unica cover del box a parte i traditionals, essendo un brano di Gerry Rafferty), l’orecchiabile e pop-oriented Closer To Your Heart. Alcune cose ricordano però lo stile simil-new age che di lì a poco farà la fortuna di Enya, come Newgrange, Tower Hill ed in parte anche i brani tratti da Legend (colonna sonora di una serie tv su Robin Hood), tranne l’irish tune Together We e l’emozionante e cinematografica Lady Marian.

Il terzo CD va dal 1985 al 1994, il periodo di maggior popolarità del gruppo, il quale si era aperto anche a collaborazioni esterne (Bruce Hornsby, J.D. Souther, il cantante dei Journey Steve Perry, il sassofonista ex King Crimson Mel Collins ed il noto batterista Russ Kunkel): i migliori episodi sono la potente ballata Almost Seems (Too Late To Turn), bella nonostante le sonorità anni ottanta, la deliziosa Journey’s End, tra le più immediate del box, la rockeggiante Second Nature, lo slow Many Roads, l’incalzante In Fortune’s Hand, che non ha niente di folk ma è piacevole, mentre l’ottima Poison Glen rimanda al suono dei primi anni. Non mancano i brani più commerciali e dal suono impersonale, come Why Worry? (non è quella dei Dire Straits) che sembra più vicina a certe cose di Sting. L’ultimo CD inizia con la corale I Will Find You, dalla colonna sonora de L’Ultimo Dei Moicani, e termina con i due brani nuovi: la scintillante ed evocativa folk song A Celtic Dream e la non eccelsa Who Knows (Where The Time Goes), che non è purtroppo il classico di Sandy Denny ma un brano originale.

In mezzo troviamo diverse belle canzoni come la tenue ballata Sunset Dreams, il pop-rock solare e gradevole Seanchas, l’avvolgente A Bridge (That Carries Us Over), le belle Fadò e The Bridge Of Tears, entrambe di notevole impatto emotivo. C’è anche l’unico brano dal vivo di tutto il box (registrato alla Christ Church Cathedral), cioè una splendida e commovente Down By The Sally Gardens per voci, chitarra e flauto, mentre gli ultimi quattro pezzi prima dei due nuovi sono tratti da Nadur (l’unico album di studio di Moya e compagni nel presente millennio), e risultano tutti piacevoli e riusciti. Due parole per l’album Macalla, presente come ho detto sotto forma di LP: metà di esso lo abbiamo già ascoltato nei CD (Caislean Oir, Closer To Your Heart, In A Lifetime, Almost Seems e Journey’s End), mentre tra i restanti brani spiccano la tersa The Wild Cry, perfetto esempio di folk song moderna, l’acustica e profonda Buachaill On Eirne e Northern Skyline, malinconica ma decisamente bella.

Una bella retrospettiva dunque, perfetta se dei Clannad avete poco o nulla: meglio comunque il box del doppio CD (che comunque costa poco èiù di un singolo), se non altro per avere un po’ di ottima compagnia musicale in questo periodo di quarantena forzata.

Marco Verdi

clannad in a lifetime box

 

E’ Sempre Un Piacere Ascoltare Un “Nuovo” Album Di Rory Gallagher, Specie Se Così Bello – Check Shirt Wizard Live In ’77

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Rory Gallagher – Check Shirt Wizard Live ’77 – 2 CD Chess/Universal

Qui https://discoclub.myblog.it/2020/02/02/novita-venture-2020-4-rory-gallagher-check-shirt-wizard-live-in-77-dai-magici-archivi-della-famiglia-il-6-marzo-arriva-un-altro-bel-doppio/  potete trovare quanto avevo scritto in sede di presentazione di questo doppio live e a questo link https://discoclub.myblog.it/2019/08/24/troppo-bello-per-non-parlarne-diffusamente-il-classico-cofanetto-da-5-stellette-rory-gallagher-blues/  trovate la recensione dello splendido triplo uscito lo scorso anno. E non credo neppure occorra ulteriormente ricordare chi sia stato Rory Gallagher, da sempre uno dei preferiti di questo Blog e andando a ritroso potete trovare diversi Post che tracciano in retropsettiva anche la sua carriera, per cui veniamo subito i contenuti di questo doppio CD.

Come detto in sede di presentazione si tratta di 20 brani estratti da 4 diverse esibizioni tenute in Inghilterra, tra gennaio e febbraio del 1977, dal mago dalla chitarra a quadri (come ci ricorda il titolo del CD). quindi non un vero concerto dal vivo completo, ma uno virtuale costruito estraendo da quei concerti quasi tutti i brani che Gallagher eseguì in quel breve tour, che poi ebbe una breve coda con una data alla Royal Albert Hall il 2 marzo, mentre le date dei quattro show da cui si è andati a pescare sono quelle del 18 gennaio all’Hammersmith Odeon di Londra, il 21 gennaio al Brighton Dome, il 17 febbraio alla Sheffield City Hall e il 18 febbraio alla Newcastle City Hall. Nel corso di quel tour tra Irlanda del Nord, Scozia e Gran Bretagna ci furono parecchie altre date, per cui non mi sento di escludere future uscite tratte da quella tournée, comunque saggiamente per l’occasione si sono evitati brani ripetuti più volte, creando appunto questa sorta di concerto virtuale. Con Rory troviamo la band che lo accompagnava all’epoca, già da alcuni anni, e con la quale aveva inciso Calling Card, uscito ad ottobre del ’76, che era l’abum in promozione, e cioé Gerry McAvoy al basso, Rod de’Ath alla batteria e Lou Martin alle tastiere.

Si parte subito alla grande con Do You Read Me, brano che appunto apriva quel disco: Rory, come sempre dal vivo, è in forma strepitosa, la registrazione è eccellente, per cui si gode appieno il suo stile fremente ed istintivo, mediato peraltro dalla tecnica sopraffina, che lo aveva fatto definire da Hendrix, sul finire degli anni ’60, “il miglior chitarrista del mondo” (tuttora al 57° posto, forse un po’ basso, nella lista dei migliori All Time, stilata da Rolling Stone), e tra i suoi fans ci sono anche Bob Dylan e The Edge, anche se il suono all’epoca era appena più “duro” rispetto a quello di Live In Europe e Irish Tour, era comunque un gran bel sentire, con la potenza inaudita di suono che Gallagher e soci sono in grado di riversare su un pubblico adorante, la chitarra imperversa, l’organo lo segue e la voce rude, maschia e cattiva di Rory chiude il cerchio, con la ritmica che pompa di brutto. Moonchild, sempre da Calling Card, in questo senso è forse ancora più brutale, una forza che che in quegli anni avevano forse solo i Led Zeppelin, per quanto declinanti, con la vecchia “scassata” Strato del nostro ancora in grado di regalare magie e fiumi di note; la granitica e riffatissima Bought And Sold arriva da Against The Grain, mentre da Calling Card, oltre alla sospesa e quasi psichedelica title track, arrivano anche la minacciosa e possente Secret Agent, sempre decisamente più rock che blues, la cadenzata e raffinata Jack Knife Beat, presente nel 2° dischetto, con un assolo spendido di Rory ben sostenuto dal piano di Martin, mentre Edged In Blue è una deliziosa e lirica blues ballad con retrogusti quasi hendrixiani, che poi accelera nella seconda parte.

Tattoo’d Lady è uno dei miei brani preferiti in assoluto di Rory Gallagher, tratto dall’album del 1973, una agile e scorrevole rock song dove si apprezza una volta di più l’apporto di Lou Martin al pianoforte, con un assolo fluido e ben congegnato, mentre il musicista di Cork ci delizia ancora una volta con il suo solismo variegato e sempre aperto a diverse soluzioni sonore. Come dimostra anche una eccellente versione di A Million Miles Away, una delle sue canzoni più belle, una blues ballad ad alto tenore melodico, in cui il nostro ci regala un assolo da sballo nella parte centrale, per poi lasciare spazio nel finale anche all’organo di Martin, bellissima. C’è anche un inconsueto e raro omaggio al soul & R&B con la cover di I Take What I Want di Sam & Dave, preso ad una velocità da ritiro della patente, ossia alla Rory Gallagher, sempre presa da Against The Grain, con De’Ath e McAvoy che imperversano come se non ci fosse un futuro, per tenere testa al nostro amico. Walk On Hot Coals suona nuovamemente non dissimile dai Led Zeppelin, con una veemenza e una potenza incredibili, con la solista anche in modalità slide, impegnata a mulinare in modo impressionante e con la sezione ritmica in modalità vorticosa https://www.youtube.com/watch?v=cJFIiGu-zvQ .

Ovviamente il blues non puo mancare in un concerto di Gallagher, quando si apre il secondo CD ed inizia la sequenza acustica, prima arriva il folk blues dei brano di Leadbelly Out On The Western Plain, seguito dalla deliziosa ed ondeggiante Barley And Grape Rag, altro brano originale estratto da Calling Card, che potrebbe sembrare un altro tradzionale in arrivo dalla grande depressione https://www.youtube.com/watch?v=7k_dSJ7I71A , con Rory a mostrare il suo virtuosismo anche alla chitarra acustica, che poi ribadisce, in modalità bottleneck, nel classico Too Much Alcohol, quasi una premonizione della sua futura condizione, il brano di JB Hutto che su Irish Tour era in versione elettrica, qui appare come un Delta Blues, e anche quando imbraccia il mandolino per Going To My Hometown, che lentamente si elettrifica e poi lascia spazio al piano di Martin, traspare il suo grande amore per le 12 battute realizzato sempre in modo genuino e con un grande trasporto assai apprezzato dal pubblico.

Nella sequenza del gran finale elettrico, oltre ai brani già citati, troviamo una Souped-up Ford, ancora da Against The Grain, a tutto boogie e di nuovo con la slide e il piano di Martin sugli scudi, e poi una colossale Bullfrog Blues che non ha nulla da invidiare a quelle presenti in Live In Europe e Irish Tour, nuovamente a tutto bottleneck, in una parola “viulenza” allo stato puro, nel miglior significato del termine. Used To Be, dal capolavoro Deuce, è un’altra fabbrica di riff, forse neanche gli Stones avrebbero potuto fare di più, e Country Mile, l’ultimo brano pescato da Calling Card, è un ennesimo boogie vertiginoso dove Rory Gallagher, distilla la sua arte nel creare quel blues elettrico ed elettrizzante che lui era tra i pochi in grado di creare, una vera meraviglia del “ragazzo” con la camicia a quadri”!

Bruno Conti

Ci Voleva Il Virus Per Avere Una Sua Canzone Nuova? Bob Dylan – Murder Most Foul

Questa mattina è arrivato come un fulmine a ciel sereno un messaggio di Bob Dylan sui principali social networks, nel quale in sostanza il cantautore ringraziava i fans ed i followers per il supporto e la fiducia avuti in tutti questi anni, auspicando che con l’aiuto di Dio tutti usciranno in salute da questa situazione. Già questo sarebbe un piccolo evento per un soggetto così poco comunicativo come Dylan, ma la cosa ancora più interessante è che il nostro ha messo a disposizione sulle principali piattaforme un brano nuovo di zecca, il primo in otto anni (come saprete, gli ultimi tre album di Bob erano tutti costituiti da cover di standard interpretati da Frank Sinatra, e per avere un disco di brani originali bisogna appunto risalire allo splendido Tempest del 2012). Il pezzo in questione si intitola Murder Most Foul, e non è una canzonetta qualsiasi bensì un brano epico della durata di ben 17 minuti, in cui il nostro racconta con spirito da cronista l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy (un po’ come aveva fatto con Tempest, la canzone, dedicata all’affondamento del Titanic): dato che però Dylan è Dylan, il celebre fatto di cronaca nera del 1963 è una sorta di pretesto per estendere il testo ad una disamina degli anni sessanta e settanta, citando anche la guerra del Vietnam, i festival di Woodstock e Altamont ed una lunga serie di nomi appartenenti al mondo del cinema e soprattutto della musica, con anche parecchi titoli di canzoni celati nelle lunghissime liriche.

Bob DylanCREDIT: Gus Stewart/Getty Images

Dal punto di vista musicale il brano vede il nostro più nei panni del narratore che in quelli di cantante, con una voce molto rilassata e le parole scandite molto bene: il pensiero va ad un’altra canzone del passato di Bob dalla durata “importante”, cioè Brownsville Girl, anche se qui l’accompagnamento musicale è quasi impercettibile, con pianoforte e violino come unici strumenti a farsi largo mentre sia chitarre che sezione ritmica stanno piuttosto nelle retrovie. Un brano di non facile approccio, uno di quei pezzi che non possono prescindere dalla lettura del testo, e perciò penso di fare cosa gradita nell’includere qua sotto una trascrizione grossolana basata sull’ascolto: come vedrete le citazioni sono parecchie, e se molti nomi o titoli di canzoni non ci si stupisce di trovarli in un brano di Dylan, altri sono più sorprendenti (Eagles, Fleetwood Mac, Queen, il film Nightmare On Elm Street): ma ecco il testo di Murder Most Foul, penso con un buon 95% di aderenza a quello reale…magari divertitevi come ho fatto io a trovare tutte le citazioni.

Twas a dark day in Dallas, November ’63
A day that will live on in infamy
President Kennedy was a-ridin’ high
Good day to be livin’ and a good day to die
Being led to the slaughter like a sacrificial lamb
He said, “Wait a minute, boys, you know who I am?”
“Of course we do. We know who you are.”
Then they blew off his head while he was still in the car
Shot down like a dog in broad daylight
Was a matter of timing and the timing was right
You got unpaid debts; we’ve come to collect
We’re gonna kill you with hatred; without any respect
We’ll mock you and shock you and we’ll put it in your face
We’ve already got someone here to take your place

The day they blew out the brains of the king
Thousands were watching; no one saw a thing
It happened so quickly, so quick, by surprise
Right there in front of everyone’s eyes
Greatest magic trick ever under the sun
Perfectly executed, skillfully done
Wolfman, oh wolfman, oh wolfman howl

Rub-a-dub-dub, it’s a murder most foul

Hush, little children. You’ll understand
The Beatles are comin’; they’re gonna hold your hand
Slide down the banister, go get your coat
Ferry ‘cross the Mersey and go for the throat
There’s three bums comin’ all dressed in rags
Pick up the pieces and lower the flags
I’m going to Woodstock; it’s the Aquarian Age
Then I’ll go to Altamont and sit near the stage
Put your head out the window; let the good times roll
There’s a party going on behind the Grassy Knoll

Stack up the bricks, pour the cement
Don’t say Dallas don’t love you, Mr. President
Put your foot in the tank and step on the gas
Try to make it to the triple underpass
Blackface singer, whiteface clown
Better not show your faces after the sun goes down
Up in the red light district, they’ve got cop on the beat
Living in a nightmare on Elm Street

When you’re down in Deep Ellum, put your money in your shoe
Don’t ask what your country can do for you
Cash on the ballot, money to burn
Dealey Plaza, make left-hand turn
I’m going down to the crossroads; gonna flag a ride
The place where faith, hope, and charity died
Shoot him while he runs, boy. Shoot him while you can
See if you can shoot the invisible man
Goodbye, Charlie. Goodbye, Uncle Sam
Frankly, Miss Scarlett, I don’t give a damn

What is the truth, and where did it go?
Ask Oswald and Ruby; they oughta know
“Shut your mouth,” said the wise old owl
Business is business, and it’s a murder most foul

Tommy, can you hear me? I’m the Acid Queen
I’m riding in a long, black limousine
Riding in the backseat next to my wife
Heading straight on in to the afterlife
I’m leaning to the left; got my head in her lap
Hold on, I’ve been led into some kind of a trap
Where we ask no quarter, and no quarter do we give
We’re right down the street from the street where you live
They mutilated his body, and they took out his brain
What more could they do? They piled on the pain
But his soul’s not there where it was supposed to be at
For the last fifty years they’ve been searchin’ for that

Freedom, oh freedom. Freedom cover me
I hate to tell you, mister, but only dead men are free
Send me some lovin’; tell me no lies
Throw the gun in the gutter and walk on by
Wake up, little Susie; let’s go for a drive
Cross the Trinity River; let’s keep hope alive
Turn the radio on; don’t touch the dials
Parkland hospital, only six more miles

You got me dizzy, Miss Lizzy. You filled me with lead
That magic bullet of yours has gone to my head
I’m just a patsy like Patsy Cline
Never shot anyone from in front or behind
I’ve blood in my eye, got blood in my ear
I’m never gonna make it to the new frontier
Zapruder’s film I seen night before
Seen it 33 times, maybe more

It’s vile and deceitful. It’s cruel and it’s mean
Ugliest thing that you ever have seen
They killed him once and they killed him twice
Killed him like a human sacrifice

The day that they killed him, someone said to me, “Son
The age of the Antichrist has only begun.”
Air Force One coming in through the gate
Johnson sworn in at 2:38
Let me know when you decide to thrown in the towel
It is what it is, and it’s murder most foul

What’s new, pussycat? What’d I say?
I said the soul of a nation been torn away
And it’s beginning to go into a slow decay
And that it’s 36 hours past Judgment Day

Wolfman Jack, speaking in tongues
He’s going on and on at the top of his lungs
Play me a song, Mr. Wolfman Jack
Play it for me in my long Cadillac
Play me that “Only the Good Die Young”
Take me to the place Tom Dooley was hung
Play St. James Infirmary and the Court of King James
If you want to remember, you better write down the names
Play Etta James, too. Play “I’d Rather Go Blind”
Play it for the man with the telepathic mind
Play John Lee Hooker. Play “Scratch My Back.”
Play it for that strip club owner named Jack
Guitar Slim going down slow
Play it for me and for Marilyn Monroe

Play “Please Don’t Let Me Be Misunderstood”
Play it for the First Lady, she ain’t feeling any good
Play Don Henley, play Glenn Frey
Take it to the limit and let it go by
Play it for Karl Wirsum, too
Looking far, far away at Down Gallow Avenue
Play tragedy, play “Twilight Time”
Take me back to Tulsa to the scene of the crime
Play another one and “Another One Bites the Dust”
Play “The Old Rugged Cross” and “In God We Trust”
Ride the pink horse down the long, lonesome road
Stand there and wait for his head to explode
Play “Mystery Train” for Mr. Mystery
The man who fell down dead like a rootless tree
Play it for the Reverend; play it for the Pastor
Play it for the dog that got no master
Play Oscar Peterson. Play Stan Getz
Play “Blue Sky”; play Dickey Betts
Play Art Pepper, Thelonious Monk
Charlie Parker and all that junk
All that junk and “All That Jazz”
Play something for the Birdman of Alcatraz
Play Buster Keaton, play Harold Lloyd
Play Bugsy Siegel, play Pretty Boy Floyd
Play the numbers, play the odds
Play “Cry Me A River” for the Lord of the gods
Play Number 9, play Number 6
Play it for Lindsey and Stevie Nicks
Play Nat King Cole, play “Nature Boy”
Play “Down In The Boondocks” for Terry Malloy
Play “It Happened One Night” and “One Night of Sin”
There’s 12 Million souls that are listening in
Play “Merchant of Venice”, play “Merchants of Death”
Play “Stella by Starlight” for Lady Macbeth

Don’t worry, Mr. President. Help’s on the way
Your brothers are coming; there’ll be hell to pay
Brothers? What brothers? What’s this about hell?
Tell them, “We’re waiting. Keep coming.” We’ll get them as well

Love Field is where his plane touched down
But it never did get back up off the ground
Was a hard act to follow, second to none
They killed him on the altar of the rising sun
Play “Misty” for me and “That Old Devil Moon”
Play “Anything Goes” and “Memphis in June”
Play “Lonely At the Top” and “Lonely Are the Brave”
Play it for Houdini spinning around his grave
Play Jelly Roll Morton, play “Lucille”
Play “Deep In a Dream”, and play “Driving Wheel”
Play “Moonlight Sonata” in F-sharp
And “A Key to the Highway” for the king on the harp
Play “Marching Through Georgia” and “Dumbarton’s Drums”
Play darkness and death will come when it comes
Play “Love Me Or Leave Me” by the great Bud Powell
Play “The Blood-stained Banner”, play “Murder Most Foul”

Non si sa al momento se questo brano sia o meno l’anticipazione di un nuovo album di Bob, ma è chiaro che sperare non costa nulla.

Marco Verdi

Non Occorre Essere Americani Per Fare (Ottima) Musica Americana! The Blue Highways – Long Way To The Ground

blue highways long way to the ground

The Blue Highways – Long Way To The Ground – The Blue Highways CD

Nel panorama musicale mondiale ci sono casi di gruppi che, pur non essendo americani, suonano al 100% come se provenissero dagli Stati Uniti: in Italia per esempio abbiamo i casi di Cheap Wine, Lowlands e Mandolin Brothers, tanto per citare tre nomi vicini ai gusti di questo blog. Ovviamente una delle nazioni che guarda di più all’America è la Gran Bretagna, e tra le ultime proposte in tal senso mi ha colpito molto l’album di debutto dei Blue Highways, giovane rock band londinese (da non confondersi con i quasi omonimi Blue Highway, gruppo bluegrass quello sì americano, attivo dagli anni novanta). I BH sono una rock’n’roll band molto classica, due chitarre-basso-batteria, con influenze che vanno da Bruce Springsteen a Tom Petty, ma con un occhio di riguardo anche per un certo tipo di soul-rock sudista; il gruppo è composto da tre fratelli: Callum Lury, voce solista e chitarra ritmica (ma anche pianoforte, e suonato molto bene), Jack Lury, chitarra solista, e Theo Lury alla batteria, e sono completati dal bassista Pete Dixon.

Il quartetto lo scorso anno ha pubblicato un EP di quattro brani, che viene riproposto ora con l’aggiunta di sei canzoni nuove di zecca in questo ottimo e sorprendente album d’esordio intitolato Long Way To The Ground, un disco che, pur essendo autoprodotto, ha un suono pulito e professionale, e mostra un gruppo con le idee chiarissime: puro rock’n’roll, tante chitarre ma anche una serie di ballate elettriche e profonde, con un songwriting di alto livello che uno non si aspetterebbe di trovare in un’opera prima da parte di un combo di giovanotti. Pur avendo ben chiare e presenti le influenze citate poc’anzi l’album non suona per nulla derivativo ed il suono, già forte e nitido di suo, è ulteriormente arricchito qua e là dall’uso di una sezione fiati o di una steel guitar: dieci canzoni per meno di 37 minuti di musica, la durata perfetta per un disco come questo. Il CD si apre con il brano più lungo: Teardrops In A Storm è una suggestiva ballata pianistica con la steel in sottofondo ed il gruppo che entra in maniera potente dopo un minuto circa (ed i fiati sono usati in un modo che mi ricorda The Band), avvolgendo in maniera solida la voce arrochita ed espressiva di Callum (che qualcuno ha paragonato a Joe Cocker, anche se il cantante di Sheffield aveva un “growl” più pronunciato).

Una chitarra ruspante introduce la bella Blood Off Your Hands, un brano cadenzato che sembra quasi provenire dal songbook di una band del sud degli Stati Uniti, con un motivo diretto, un suono spettacolare e la voce del leader che dona un sapore soul. Thin Air è decisamente influenzata dal Boss, una ballata tersa e chitarristica che si apre a poco a poco fino a diventare una rock’n’roll song pulita ed immediata, tra le più coinvolgenti del CD: altro che Londra, qui sembra di essere su una lunga autostrada americana, di quelle ad orizzonti perduti https://www.youtube.com/watch?v=lnEGsABCWZo . Decisamente trascinante anche He Worked, un rock-got-soul dal ritmo sostenuto e con le chitarre che riffano alla grande insieme ai fiati, il tutto condito da un refrain irresistibile (e qui vedo tracce di Little Steven & The Disciples Of Soul); la title track ha il passo lento e quasi marziale, ma le chitarre non fanno mancare il loro apporto e nel ritornello si uniscono ancora pianoforte e fiati, con Callum che intona un motivo di notevole forza espressiva con la sua voce stentorea. Cover Me non è quella di Bruce ma bensì uno slow guidato dal piano e da una linea melodica intensa, con la solista che si fa largo gradualmente e la sezione ritmica che dalla seconda strofa entra prepotentemente portando il brano fino alla fine in deciso crescendo.

Matter Of Love è ancora puro rock’n’roll chitarristico e travolgente, con un refrain vincente ed il piano che “roybittaneggia”. Berwick Street vede ancora i nostri spostarsi idealmente al sud (ma non dell’Inghilterra), per una potente ballata elettroacustica dalla strumentazione coinvolgente e con un ottimo assolo di Jack; il CD si chiude con Borderline, un vivace pezzo che introduce elementi country nel suono (diventando una sorta di bluegrass elettrico, ancora con piano e chitarra a fare la differenza), e con Have You Seen My Baby (Randy Newman non c’entra), una vera e propria country ballad con tanto di steel che miagola languida sullo sfondo e l’ennesimo motivo orecchiabile.

Davvero un bell’esordio questo Long Way To The Ground: i Blue Highways sono indubbiamente il gruppo inglese più “americano” da me ascoltato negli ultimi mesi.

Marco Verdi

*NDB Come al solito il grosso problema è la reperibilità: il CD viene venduto sul loro sito, ma pare venga spedito solo nel Regno Unito e in USA!

 

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Il “Solito” Disco Di Ted Horowitz. Popa Chubby – It’s A Mighty Hard Road

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Popa Chubby – It’s A Mighty Hard Road – Popa Chubby Productions/Dixiefrog

Avevamo lasciato il nostro amico Ted Horowitz, alias Popa Chubby, alle prese con una antologia Prime Cuts: The Very Best Of The Beast From The East, che pescava dal meglio degli album della sua produzione precedente, quasi 30 anni tra alti e bassi, ma che aggiungeva anche un secondo CD di materiale inedito https://discoclub.myblog.it/2018/09/21/tutto-popa-e-niente-grasso-superfluo-si-fa-per-dire-popa-chubby-prime-cuts-the-very-best-of-the-beast-from-the-east/ . Quel disco per certi versi aveva anche sancito la fine della sua collaborazione con la earMusic, per quanto bisogna dire che comunque questo vale solo per il mercato europeo, negli Stati Uniti il tutto esce sempre per la propria etichetta PCP Popa Chubby Productions: così avviene anche per il nuovo It’s A Mighty Hard Road che in Europa verrà distribuito dalla Dixiefrog, un ritorno quindi all’etichetta che gli ha dato le migliori soddisfazioni e anche il titolo del Post è abbastanza simile ad un altro che avevo già usato nel recente passato https://discoclub.myblog.it/2016/11/19/il-solito-popa-chubby-the-catfish/.

A marzo Horowitz taglia il traguardo dei 60 anni e il veterano newyorchese festeggia l’evento con un buon album. Quindici canzoni dove il nostro, accompagnato come sempre dal fedele Dave Keyes a piano e organo, dal batterista Steve Halley nei primi quattro brani, che si alterna con Dan Castagna e con lo stesso Popa in parecchie tracce, che si occupa anche del basso quando non sono disponibili Brett Bass (?) e V.D. King. Tredici pezzi portano la firma di Horowitz, che aggiunge anche due cover finali, la classica I’d Rather Be Blind del terzetto Leon Russell/Don Nix/Donald Dunn, nonché una inconsueta Kiss di Prince. Come dicevo poc’anzi il disco, registrato quasi interamente ai Chubbyland Studios di New York, a parte le prime quattro tracce, presenta un Popa piuttosto motivato, come certifica subito l’iniziale The Flavor Is In The Fat, ovvero “Il Sapore E’ Nella Ciccia”, che è quasi una dichiarazione di intenti, uno dei suoi classici e robusti brani, dove Ted canta con vibrante impeto e la chitarra è pungente e subito libera di improvvisare con gusto, con le tastiere di Keyes e la ritmica a seguirlo come un sol uomo. Anche il rock-blues della potente title track ci presenta il vecchio Popa, quello dei giorni migliori; Buyer Beware, sui rischi di comprare una chitarra di seconda mano, è un divertente e movimentato shuffle che illustra ancora una volta l’approccio ruspante del nostro amico alle 12 battute, con tanto di citazione per l’amato Jimi Hendrix.

Ottima anche la flessuosa It Ain’t Nothin’ con un eccellente lavoro alla slide, molto piacevole anche la hard ballad Let Love Free The Way con una bella linea melodica e un lirico lavoro della solista, mentre la riffata If You’re Looking For Trouble illustra il suo lato più hard-rock, con risultati comunque apprezzabili e The Best Is Yet To Come è una deliziosa “soul ballad” che traccia, con una punta di ottimismo e speranza, la situazione sociale dell’America di Trump. Il titolo dell’album già esisteva, ma la canzone I’m The Beast From The East mancava all’appello, e quindi il buon Popa rimedia subito con un solido blues che coniuga lo stile “orientale” di NY con le classiche 12 battute di Chicago, in cui Chubby esprime il meglio del suo stile chitarristico. Non manca un rilassato brano strumentale Gordito, che ha profumi latini mescolati al blues del non dimenticato Peter Green, con Enough Is Enough che bacchetta ancora le tendenze “naziste” di Trump a tempo di funky-reggae e pedale wah-wah innestato a manetta, ma non soddisfa del tutto.

More Time Making Love è un classico brano di roots-rock di buona fattura e la divertente Why You Wanna Bite My Bones? viaggia sui binari di un piacevole boogie’n’roll, lasciando alla notturna ma irrisolta Lost Again l’ultimo posto libero per i brani originali. La citata I’d Rather Be Blind è vibrante e prevede una buona performance vocale del nostro, che poi improvvisa e cazzeggia nella cover di Kiss di Prince, con un uso sorprendente della armonica. Insomma, tirate le somme, il “solito” disco di Popa Chubby, più che positivo benché forse non eclatante.

Bruno Conti

Speriamo Che Abbia Portato Con Sé Il Banjo: Un Ricordo Di Eric Weissberg.

L’altro ieri è scomparso all’età di 80 anni (pare per complicazioni dovute al morbo di Alzheimer che lo affliggeva da anni) Eric Weissberg, un nome che forse al grande pubblico dice poco, ma che divenne celeberrimo nel biennio 1972/73 allorquando incise insieme a Steve Mandell lo strumentale Dueling Banjos per la colonna sonora del film di John Boorman Deliverance (in Italia Un Tranquillo Weekend Di Paura), famoso thriller “boscaiolo” con Burt Reynolds e Jon Voight, in cui una delle scene più famose fu proprio quella del duello banjo-chitarra con il brano in questione, dove però sullo schermo i contendenti erano Ronny Cox (uno dei quattro amici protagonisti) ed un bambino autistico. Fino a quel momento la carriera di Weissberg era simile a quella di molti altri sessionmen: originario di New York, Eric si laureò all’Università della Musica e Arte della Grande Mela ed entrò a far parte brevemente (inizialmente come bassista) dei Greenbriar Boys alla fine degli anni cinquanta, e soprattutto fu un membro dei Tarriers nei primi sixties, gruppo con il quale sviluppò una tecnica sopraffina nel suonare tutti gli strumenti a corda, con una particolare predilezione per il banjo, pubblicando anche un album nel 1963 insieme a Marshall Brickman ed al futuro Byrd Clarence White, New Dimensions In Banjo And Bluegrass. I Tarriers vennero ingaggiati da Judy Collins per un tour in Polonia e Russia e fu allora che Judy, impressionata dall’abilità strumentale di Eric, lo volle anche sul suo Fifth Album dando di fatto il via alla carriera di sessionman del musicista newyorkese.

Eric non era un songwriter ma “solo” un fuoriclasse dello strumento, ed era quindi ben lontano dall’essere considerato un pioniere del genere bluegrass come altri banjoisti famosi (Bill Monroe, Ralph Stanley, Earl Scruggs), e la sua carriera sarebbe quindi continuata come musicista per conto terzi se non fosse stato appunto per il suo coinvolgimento nel film di Boorman. Dueling Banjos andò al secondo posto nella classifica dei singoli sia in USA che in Canada diventando in breve tempo disco d’oro, ed Eric fu abile a capitalizzare il successo (a differenza di Mandell), pubblicando ben due album nel 1973: uno era una mezza truffa, nel senso che si trattava della ristampa del disco del 1963 con due pezzi in meno e con l’aggiunta appunto di Dueling Banjos (che fu anche il titolo dell’LP), l’altro era un nuovo lavoro vero e proprio e ad oggi l’unico “vero” album solista di Weissberg, intitolato Rural Free Delivery ed accreditato ad Eric insieme ai Deliverance (come il film che gli diede la celebrità), band creata per l’occasione e con la quale pubblicherà solo più un singolo nel 1975, una versione del classico Yakety Yak.

(NDM: Dueling Banjos fu anche oggetto di una causa legale da parte di Arthur “Guitar Boogie” Smith, autore del brano Feudin’ Banjos al quale Eric si ispirò per registrare il suo pezzo. La causa fu poi vinta da Smith che ottenne il diritto di inserire il suo nome tra gli autori del brano di Weissberg). Da lì in poi Eric divenne sempre più richiesto come sessionman, ed è famosa la sua partecipazione con tutti i Deliverance sul capolavoro di Bob Dylan Blood On The Tracks (anche se la collaborazione durò solo due giorni in quanto la band non si amalgamò con Dylan, e l’unico brano che venne pubblicato ufficialmente fu Meet Me In The Morning). Negli anni potremo trovare il nome di Weissberg negli album di Tom Paxton (con il quale andò anche in tour), Billy Joel (Piano Man), Richard Thompson, Nanci Griffith, Jim Croce, John Denver, Art Garfunkel, Doc Watson e perfino Frankie Valli ed i Talking Heads; l’ultimo lavoro in cui Eric compare con un brano a suo nome è Banjo Jamboree, una compilation del 1996 con dentro anche Roger McGuinn, Mike Seeger, David Lindley ed altri.

Spero che Weissberg salendo in cielo si sia ricordato di portarsi il banjo: Mandell lo sta aspettando da due anni per ricominciare a duellare.

Marco Verdi

Il Ritorno Di Un’Artista Decisamente Trasformata. Maria McKee – La Vita Nuova

maria mckee la vita nuova

Maria McKee – La Vita Nuova – Fire Records/Afar CD/Book

Era da diversi anni che non sentivo parlare di Maria McKee, per l’esattezza dal 2007 quando la cantante losangelena aveva dato alle stampe il discreto Late December. Dopo lo scioglimento dei Lone Justice, una delle più fresche e migliori rock’n’roll bands degli anni ottanta, Maria sembrava destinata ad una luminosa carriera solista, impressione confermata dal suo splendido secondo album You Gotta Sin To Get Saved, un’accattivante miscela di rock, pop, Americana ed errebi che fu uno dei dischi più riusciti del 1993 (nonché il suo lavoro più venduto). Life Is Sweet del 2006 non era malaccio, ma negli anni seguenti Maria si era persa un po’, con pochi album pubblicati e nessuno di essi che si elevasse da un grigio anonimato. In questi tredici anni di silenzio di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, e La Vita Nuova (titolo ispirato dall’omonima opera di Dante) ci restituisce una McKee completamente trasformata rispetto a quella che avevamo lasciato nel 2007. In questo tempo Maria si è spostata a Londra, ha letto molto, soprattutto i classici (non solo Dante ma anche poeti anglosassoni come W.B. Yeats e William Blake), ma principalmente è stata la sua vita privata ad essere sconvolta, dato che ha scoperto ben dopo la cinquantina di essere attratta in misura maggiore dalle persone del suo stesso sesso, cosa che le ha fatto cambiare radicalmente il modo di rapportarsi col prossimo e, non ultimo, l’ha portata a separarsi dal marito Jim Akin (ma non artisticamente, dato che l’ex consorte è indicato come produttore del nuovo lavoro).

La Vita Nuova è quindi il lavoro più personale di Maria dal punto di vista dei testi, con canzoni di chiara ispirazione letteraria che trattano dell’amore nelle sue varie sfaccettature, ma è per quanto riguarda la musica che il cambiamento è più radicale: siamo infatti alle prese con un disco di ballate molto discorsive (qualche detrattore potrebbe definirle verbose), canzoni dalla vena intimista e profonda ma con melodie decisamente poco immediate, lontanissime dalle atmosfere dei primi lavori da solista e soprattutto da quelle rock’n’roll del periodo Lone Justice. La McKee è un’artista nuova (ed il titolo del disco è perfettamente in tema), che più che da Tom Petty è influenzata dalle ballate classiche di Joni Mitchell e dalle atmosfere eteree di Kate Bush, ed i brani riflettono questa nuova visione musicale: pochi strumenti (suonati in gran parte da Maria stessa, più Akin al basso e Tom Dunne alla batteria), spesso coadiuvati da un’orchestra di 19 elementi che aggiunge pathos alle composizioni. Un album bello ma non facile, che se approcciato con la dovuta attenzione non mancherà di emozionare l’ascoltatore. L’iniziale Effigy Of Salt è una ballata morbida e molto discorsiva, cantata con voce squillante e con un sottofondo musicale che contrappone una base rock ad interventi orchestrali non invasivi. Page Of Cups si stacca un po’ dal resto del lavoro, in quanto è un folk-rock elettrico con un’aria vagamente sixties, un pezzo chiaramente influenzato dal fratello di Maria, Bryan MacLean, chitarrista, membro fondatore ed anche co-autore dei Love (proprio la leggendaria band guidata da Arthur Lee), scomparso negli anni novanta a soli 52 anni: la melodia è abbastanza complessa e poco memorizzabile, ma rimane comunque scorrevole.

Bella la pianistica Let Me Forget, una rock ballad dal motivo intenso e diretto, una strumentazione fluida ed il solito background a base di archi: un gran bel pezzo. I Should Have Looked Away è costruita esclusivamente intorno al pianoforte ed alla voce avvolgente di Maria, un brano a cui non manca il feeling nonostante la strumentazione ridotta all’osso, mentre Right Down To The Heart Of London inizia con la medesima struttura ma il suono si arricchisce subito con l’arrivo dell’orchestra per quasi sette minuti in crescendo, un pezzo che denota una notevole maturità compositiva. La title track è una ballata full band ancora con un motivo molto articolato, cantata alla grande e con un arrangiamento reso maestoso dagli archi; Little Beast è un intenso bozzetto per voce e piano, ed è seguito dalla lunga (più di sette minuti) Courage, una rock ballad che parte piano (voce, chitarra acustica, pianoforte ed un riff elettrico nelle retrovie) e a poco a poco si arricchisce di suoni ed anche il ritmo si fa cadenzato: indubbiamente uno dei pezzi centrali del CD. Ceann Brò è più sul versante folk che rock, con la linea melodica che ricorda certe cose della Mitchell, The Last Boy e I Never Asked sono ancora pianistiche e profonde (meglio la seconda, con un motivo migliore e meno ripetitivo), l’espressiva Just Want To Know If You’re Alright è invece a metà tra le atmosfere tipiche del disco e l’ispirazione che deriva ancora dal suono dei Love. L’album termina con la struggente Weatherspace, in cui vedo ancora tracce della bionda Joni, e con la lenta ed acustica However Worn, decisamente interiore.

La Vita Nuova è quindi un lavoro di alto spessore artistico, che ci fa scoprire il lato più profondo della personalità di Maria McKee: un disco bello ma non per tutti, e specialmente non per quelli che hanno ancora in testa il periodo Lone Justice e quello appena seguente.

Marco Verdi

Anche Prima Di Diventare Una “Vera” Band Erano Già Belli Pronti! New Riders Of The Purple Sage – Dawn Of The New Riders Of The Purple Sage

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New Riders Of The Purple Sage – Dawn Of The New Riders Of The Purple Sage – Owsley Stanley Foundation 5CD Box Set

E’ un bel periodo per i fans dei New Riders Of The Purple Sage, storica band californiana di country-rock “cosmico” ancora in attività anche se ben lontana dai fasti dei primi anni settanta: dopo il doppio Thanksgiving In New York City, che documentava un concerto di fine 1972, ecco ora un invitante box di ben cinque CD pubblicato nel ambito della serie Bear’s Sonic Journals, cioè album dal vivo tratti da nastri originali del leggendario tecnico del suono dei Grateful Dead (e non solo) Owsley “Bear” Stanley, una collezione nell’ambito della quale sono già usciti il bellissimo doppio di Jorma Kaukonen e Jack Casady Before We Were Them https://discoclub.myblog.it/2019/02/14/nuovi-dischi-live-dal-passato-6-prima-di-essere-gli-hot-tuna-erano-gia-formidabili-jorma-kaukonen-jack-casady-bears-sonic-journals-before-we-were-them-live-june-2/ , la riedizione di Fillmore East 1970 della Allman Brothers Band https://discoclub.myblog.it/2018/08/11/le-loro-prime-registrazioni-dal-vivo-di-nuovo-disponibili-allman-brothers-band-fillmore-east-february-1970/  ed il box di 7 CD Never The Same Way Once di Doc & Merle Watson. La cosa che rende particolarmente interessante questo Dawn Of The New Riders Of The Purple Sage è il fatto che, come suggerisce il titolo, in esso sono contenuti concerti inediti risalenti al periodo precedente al loro mitico album d’esordio del 1971.

In effetti i NROTPS erano inizialmente nati come sorta di gruppo “dopolavoristico” in orbita Grateful Dead, una sorta di band country-rock che potesse dare la possibilità a Jerry Garcia di suonare liberamente la steel guitar (strumento per il quale all’epoca Jerry aveva preso una cotta): infatti le prime uscite del gruppo erano direttamente collegate ai concerti dei Dead dato che i nostri si esibivano come gruppo spalla ed al suo interno oltre a Garcia c’erano anche il bassista Phil Lesh ed il batterista Mickey Hart, completati dal cantante e chitarrista (nonché principale compositore del gruppo e futuro leader) John “Marmaduke” Dawson e dal chitarrista David Nelson, vecchio amico di Jerry e già compagno con lui di diverse band giovanili “pre-Dead”. Dawn Of The New Riders Of The Purple Sage presenta il meglio di diversi concerti tenutisi in quattro differenti location nel biennio 1969-70, con i nostri già in possesso di un suono country-rock al 100% perfettamente in linea con quello di altri gruppi del periodo come Byrds e Flying Burrito Brothers, e con gli elementi psichedelici presenti nei loro primi lavori che per ora non sono molto evidenti. Se il frontman è Dawson, il vero leader del suono del gruppo è Garcia, con la sua steel suonata splendidamente e protagonista indiscussa di ognuno dei 61 brani del box.

L’incisione è ottima considerando che questi nastri hanno 50 e più anni sulle spalle, ed anche la qualità delle performance è in crescendo, in quanto nei primi due CD ed in parte anche nel terzo le parti vocali di Dawson sono un po’ fuori fase (per non dire stonate), unico aspetto negativo, ma non da poco, di un cofanetto altrimenti imperdibile anche per il fatto che presenta diversi brani originali dello stesso Marmaduke che non ritroveremo in seguito sugli album del gruppo oltre ad una bella serie di cover intriganti e, last but not least, la presenza costante di Garcia, che poco dopo (all’indomani del primo album) dovrà abbandonare la band perché troppo impegnato con i Dead e con l’inizio della sua carriera solista. Ma vediamo i momenti salienti dei cinque CD, ricordando che Lesh aveva già lasciato ed il suo posto era stato preso prima da Bob Matthews nei primi quattro dischetti e poi in via definitiva da David Torbert (nel quinto). CD 1-2: Berkeley 1 agosto 1969. Si inizia con il famoso inno per camionisti Six Days On The Road, con Jerry che fa già i numeri alla steel, per proseguire con altre interessanti cover tra cui spiccano il languido honky-tonk di What’s Made Milwaukee Famous (scritta da Glen Sutton ma resa popolare da Jerry Lee Lewis), il doppio omaggio a Buck Owens con le pimpanti I’ve Got A Tiger By The Tail e Hello Trouble e quello ai Rolling Stones (Connection), oltre a classici del calibro di Kaw-Liga (Hank Williams), The Lady Came From Baltimore (Tim Hardin) ed una splendida Games People Play di Joe South.

Molti anche gli originali di Dawson (nel box compaiono tutti i brani dell’album d’esordio tranne due, un paio che verranno pubblicati solo nel 1972 e come ho già detto diversi inediti), tra i quali segnalerei la guizzante Henry, suonata due volte (e qui Garcia è strepitoso), il puro country di Delilah, la ballata dead-iana Garden Of Eden, la bella Last Lonely Eagle e le deliziose Sweet Lovin’ One, Fair Chance To Know (molto Gram Parsons) e I Am Your Man. Peccato per la prestazione vocale traballante di John: per fare un parallelo con i Dead (altro gruppo che talvolta aveva le voci come punto debole) è come se Garcia e soci avessero fatto cantare tutti i brani dei loro concerti a Lesh. CD 3: San Francisco 28-29-30 agosto 1969. In questo dischetto i NROTPS brillano particolarmente nell’anteprima di Superman, che uscirà sul loro terzo album Gypsy Cowboy, ed in una Six Days On The Road più convinta. Ma la parte del leone la fa l’ospite speciale Bob Weir (presentato come “Bobby Ace”), che assume il ruolo di leader in una sorta di mini-set nel quale canta due pezzi che era solito fare anche coi Dead (Mama Tried di Merle Haggard e Me & My Uncle di John Phillips), un paio di classici di George Jones (Old Old House e Seasons Of My Heart), una limpida Cathy’s Clown degli Everly Brothers ed una vivace Slewfoot di Howard Hausey, per tornare nel finale con una energica rilettura di Saw Mill di Mel Tillis. Peccato che Dawson tenti di rovinare tutto con un controcanto totalmente fuori armonia.

CD 4: Berkeley 14-15 ottobre 1969. Questo dischetto e quello che segue sono i migliori del box, sia per l’incisione che è ancora più nitida che per la prestazione vocale di Marmaduke, rientrata nei confini dell’accettabilità. Il CD inizia con una breve ma riuscita versione di Only Daddy That’ll Walk The Line, brano portato al successo da Waylon Jennings; gli highlights sono però tre veri pezzi da novanta come I Still Miss Someone di Johnny Cash, The Weight della Band ed una eccellente rilettura dello standard Long Black Veil, tutte in versioni discretamente lunghe e con Garcia superbo. Finale con una ipnotica Death And Destruction di ben 13 minuti (e qui un accenno di psichedelia c’è), con l’armonica di Will Scarlett che duetta alla grande con mastro Jerry. CD 5: San Francisco 4-5-7 giugno 1970. Qui troviamo di nuovo Weir protagonista della “solita” Mama Tried ma anche di una frizzante rivisitazione di The Race Is On (Don Rollins) e di una inattesa Honky Tonk Women degli Stones. Per il resto a parte un’altra The Weight abbiamo solo brani di Dawson, tra i quali spiccano i futuri classici I Don’t Know You, Louisiana Lady e Portland Woman, tutti e tre in procinto di essere pubblicati sul debutto omonimo del gruppo.

Un box quindi decisamente interessante e senza dubbio importante, che documenta i primi passi di una delle band di culto per antonomasia del passato, anche se a causa dell’altalenante performance vocale di Dawson mi sento di consigliarne l’acquisto più ai fans del gruppo che ai neofiti.

Marco Verdi

Un Altro Strano “Disco” Che Circola In Rete: Rare Perle Live Recuperate Di Una Grande Cantante. Natalie Merchant – In Isolation

natalie merchant in isolation

Natalie Merchant – In Isolation – The Broadcast Collection – Download/Streaming

Come pochi forse sanno, ma lo si intuisce, nell’ambiente musicale Natalie Merchant è famosa per la sua parsimonia musicale, e sarà anche per questo che in poco più di quindici anni abbia dato alle stampe solo quattro dischi ufficiali in studio, l’ottimo The House Carpenter’s Daughter (03), Leave Your Sleep (10), Natalie Merchant (14) https://discoclub.myblog.it/2014/05/25/il-disco-della-domenica-del-mese-forse-dellanno-natalie-merchant/ , Paradise Is There (15), più lo spendido box https://discoclub.myblog.it/2017/07/23/supplemento-della-domenica-il-giusto-modo-di-celebrare-una-grande-cantautrice-natalie-merchant-the-natalie-merchant-collection/ e quindi il CD di cui stiamo per parlare colma una lacuna ventennale dal precedente bellissimo Live In Concert (99). La “tracklist” che compone questo disco Ufficiale (?!?) raccoglie delle esibizioni live pescate da materiale eseguito nel corso della decade 1995-2005, e recuperate in buona parte da diversi broadcast: dal David Letterman Show, da un concerto tenuto a Bristol nel ’98, una versione estratta dalla versione Dvd del Live In Concert, accompagnata (penso, ma non è dato sapere) come al solito dai suoi fidati musicisti del periodo che erano Graham Maby al basso, Erik Della Penna alle chitarre, Peter Yanowitz alla batteria, e Susan McKeown come “vocalist” aggiunta.

La sequenza di queste “perle” si apre con tre brani recuperati dal suo primo album da solista, dopo l’(in)atteso scioglimento dal suo gruppo 10.000 Maniacs, quindi da Tigerlily (95) ecco la brillante Wonder, la dolce e introspettiva River con un bel tocco di pianoforte (ripresa dal concerto di Bristol), e la lunga cadenzata “liturgia” di una bellissima I May Know The World (cantata con il cuore in mano e dove si nota nella parte finale la bravura del chitarrista Erik Della Penna). Con Sympathy For The Devil dei Rolling Stones arriva la chicca del disco (la si trova solamente sull’introvabile e costoso singolo Jealousy), che in questa occasione viene rifatta in una forma trascinante e quasi “caraibica”, a cui segue una sempre robusta e intrigante Carnival, per poi recuperare dal repertorio con i Maniacs la deliziosa e carezzevole Don’t Talk (la trovate su In My Tribe (87).

Le ultime canzoni appartengono ad apparizioni al famoso David Letterman Show, con la pianistica Gold Rush Brides (da OurTime In Eden (92), (un brano inedito che era nella raccolta Campfire Songs dei 10.000 Maniacs (04)Everyday Is Like Sunday, una canzone di Morrissey, e la conclusiva Because The Night di Springsteen, nonostante le tante versioni fatte nel corso degli anni trovo in quella della Merchant in modo particolare un “certo non so che” che mi emoziona sempre. Per chi scrive Natalie Merchant è una delle indiscusse regine “folk-rock” del panorama musicale americano, e dopo la sua uscita dal gruppo che l’aveva lanciata ha comunque dimostrato nel corso degli anni sensibili miglioramenti interpretativi e poetici, che sono ben evidenziati nella sua attuale carriera solista, e anche in questa raccolta dove la sua straordinaria classe le permette di alternare brani “pop-rock” dei 10.000 Maniacs, canzoni del suo repertorio solo e note “covers”, rese in modo raffinato e cristallino in tutta la sua purezza stilistica.

Tino Montanari