A Volte, Fortunatamente, Ritornano Come Un Tempo! Ray LaMontagne – Monovision

ray lamontagne monovision

Ray Lamontagne – Monovision – Rca Records

I primi quattro album di Ray LaMontagne, da Trouble del 2004 a God Willin’ & The Creek Don’t Rise del 2010, mi erano piaciuti moltissimo, e non solo a me, perché erano dischi veramente bellissimi e furono anche di grande successo, perché complessivamente avevano venduto quasi 2 milioni di copie solo negli Usa, gli ultimi due arrivando fino al 3° posto delle classifiche, tanto che Ray (dopo una vita in cui aveva girovagato dal nativo New Hampshire, poi nello Utah e nel Maine) si era potuto permettere di comprare una fattoria di 103 acri a Ashfield, Massachusetts, per oltre un milione di dollari, dove vive tuttora e ci ha costruito anche uno studio di registrazione casalingo. Brani in serie televisive, colonne sonore, VH1 Storytellers, un duetto con Lisa Hannigan nel disco Passenger del 2011, Insomma lo volevano tutti: poi nel 2014 esce il disco Supernova, prodotto da Dan Auerbach, un disco dove il suono a tratti vira verso la psichedelia, un suono molto più “lavorato” e con derive pop barocche, non brutto nell’insieme, tanto che molte critiche sono ancora eccellenti e il disco arriva nuovamente al terzo posto delle classifiche di Billboard, alcuni brani ricordano il suo suono classico, ma nel complesso è “diverso”. Nel 2016 ingaggia Jim James dei My Morning Jacket per Ouroboros dove il pedale viene schacciato ulteriormente verso una psichedelia ancora più spinta, chitarre elettriche distorte, rimandi al suono dei Pink Floyd in lunghi brani con improvvisazoni strumentali, voce filtrata o utilizzata in un ardito falsetto, per chi scrive anche un po’ irritante, benché ci siano dei passaggi quasi bucolici e sereni che si lasciano apprezzare, sempre se non avesse fatto i primi quattro album.

Il disco va ancora abbastanza bene, per cui si ritira per la prima volta nel suo studio The Big Room e decide di proseguire con la sua svolta “cosmica” pubblicando nel 2018 Part Of The Light, che però cerca di coniugare lo spirito rock dei dischi precedenti ad altri momenti più intimi e ricercati che rimandano al folk astrale dei primi album, un ritorno alle sonorità più amate della prima decade. Che giungono a compimento in questo nuovo Monovision dove, come ricordo nel titolo, LaMontagne ritorna, per citare altre frasi celebri e modi di dire, sulla diritta via e lo fa tutto da solo (d’altronde “chi fa da sé fa per tre”) suonando tutti gli strumenti, chitarre, tastiere, sezione ritmica e componendo una serie di brani ispirati a sonorità più morbide, rustiche e “campagnole”, l’amato Van Morrison e il suo celtic soul, il primo Cat Stevens, mai passato di moda, la West Coast californiana e il Neil Young degli inizi, il tutto ovviamente rivisto nell’ottica di Ray che prende ispirazione da tutto quanto citato ma poi, quando l’ispirazione lo sorregge, come in questo disco, è in grado di emozionare l’ascoltatore anche con la sua voce particolare ed evocativa.

Prendiamo l’iniziale Roll Me Mama, Roll Me, una chitarra acustica arpeggiata, la voce sussurata che diventa roca e granulosa, un giro di basso palpitante che contrasta con l’atmosfera più intima ed improvvise aperture bluesy, che qualcuno ha voluto accostare, non sbagliando, ai Led Zeppelin più rustici e fok de terzo album. I Was Born To Love You è una di quelle ballate meravigliose in cui il nostro amico eccelle, un incipit acustico alla Cat Stevens che si trasforma all’impronta in una lirica melodia westcoastiana, con fraseggi deliziosi dell’elettrica e il cantato solenne di un ispirato LaMontagne che fa una serenata alla sua amata. Strong Enough è la canzone più mossa e ottimista del disco, un ritmo che prende spunto dalla soul music miscelato con il groove del rock classico dei Creedence, la voce di Ray che si fa “nera”, sfruttando al massimo la sua potenza di emissione.

Summer Clouds torna al suono di una solitaria acustica arpeggiata, alla quale il nostro amico aggiunge una tastiera che riproduce il suono degli archi, un cantato quieto ed avvolgente, uguale e diverso al contempo da quello malinconico di Nick Drake e dei folksingers britannici dei primi anni ’70, ma anche di un Don McLean; We’ll Make It Through, il brano più lungo con i suoi sei minuti, si avvale del suono dolcissimo di una armonica soffiata quasi con pudore, senza volere disturbare, un omaggio al soft rock delle ballate dolci e pacatamente malinconiche dei cantautori californiani dei primi anni ’70.

Misty Morning Rain ci riporta al suono dell’esordio Trouble, quando LaMontagne veniva giustamente presentato come un epigono del Van Morrison più mistico, con il suo celtic soul, dove la forza impetuosa del cantato solenne di Ray e la musica incalzante convergono in un tutt’uno assolutamente radioso ed affascinante, mentre Rocky Mountain Healin’ sembra uscire dai solchi di After The Gold Rush o di Harvest di Neil Young, LaMontagne armato di armonica, questa volta fa la serenata alle Montagne Rocciose, che anche il sottovalutato John Denver aveva cantato in una delle sue composizioni più belle e il nostro amico non è da meno in un altro brano di qualità eccellente. In Weeping Willow LaMontagne si sdoppia alla voce in una canzone che rende omaggio a gruppi vocali come Everly Brothers e Simon And Garfunkel in un adorabile quadretto sonoro demodé, ma ricco di affettuose sfumature. Delicata ed avvolgente anche la bucolica Morning Comes Wearing Diamonds è un piccolo gioiellino acustico di puro folk pastorale con Ray che ci regala ancora squisite armonie vocali di superba fattura. E nella conclusiva Highway To The Sun il buon Ray si avventura anche nelle languide atmosfere country-rock che avremo sentito mille volte ma quando sono suonate e cantate con questa passione e trasporto ti scaldano sempre il cuore. Semplicemente bentornato!

Bruno Conti

Un Duo Decisamente Interessante, Lei Una Voce Affascinante. Native Harrow – Happier Now

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Native Harrow – Happier Now – Different Time Records/Loose Music

I Native Harrrow si presentano come un gruppo, ma come lascia intuire la foto di copertina di questo Happier Time, il “loro” terzo album, che ritrae le gentili e delicate fattezze di Devin Tuel, in effetti si tratta principalmente della creatura di questa musicista dell’area newyorchese, benché abilmente supportata dal membro maschile del gruppo, che c’è e risponde al nome di Stephen Harms, il quale suona tutti gli strumenti, chitarre, tastiere, basso e batteria, lasciando a Devin “solo” la composizione dei brani, la voce solista e una chitarra acustica, che sono poi forse le componenti essenziali di questo sodalizio artistico. La prima cosa che balza all’occhio, anzi all’orecchio, è la bellissima voce della Tuel, non quelle vocettine sospirose che spesso vengono identificate con questo tipo di neo folk alternativo, quanto una cantante affascinante, con un timbro corposo e dalle sofisticate nuances sonore, che se non pareggiano quelle di Joni Mitchell o Sandy Denny (e ce ne vuole) comunque si muovono su quelle coordinate folk-rock anni ’70, che intersecano anche le sonorità dei Fairport Convention o di Nick Drake.

Tutte citazioni e rimandi che ci stanno, ma forse caricano di aspettative eccessive, sia gli ascoltatori, che la comunque brava Devin Tuel, una che da giovane voleva diventare una ballerina classica, poi ha studiato da cantante d’opera, ha passato un momento in cui avrebbe voluto essere Patti Smith, prima di ritirarsi nel suo appartamento al Greenwich Village a New York e, sotto il nome d’arte di Native Harrow,  approdare a questo terzo album, registrato in quel di Chicago ai Reliable Recorders Studios, con la co-produzione di Alex Hall (JD McPherson, The Cactus Blossoms, Pokey LaFarge), album che conferma le buone impressioni dei primi due e contiene tutte le indicazioni ed i rimandi ricordati finora. Il disco in effetti è già uscito da Aprile negli States (e per il download è comunque disponibile), con la stessa distribuzione indipendente dei primi due, ma in Europa, tramite l’etichetta Loose, vedrà una circolazione più curata dai primi di agosto: l’iniziale Can’t Go On Like This, pervasa nel testo dalla puntura della precarietà, musicalmente illustra subito questo suono ricco e ricercato, percorso dalla vocalità sicura e ricca di sfumature della Tuel, deliziosa e sinuosa nel suo approccio, mentre chitarre e tastiere e una ritmica basica, ma comunque presente, avvolgono questo fascinoso strumento che è appunto la sua voce, attraverso un folk-rock vibrante e delizioso, che poi sfocia in How You Do Things, che è il brano più vicino alla Joni Mitchell del periodo Court And Spark, malinconica ma assertiva.

Blue Canyon è un omaggio a quella California immaginata, ma forse mai vissuta, un brano acustico, sognante e intimo, che mi ha ricordato certe cose di Nick Drake, sempre per quella melancolia di fondo che si respira nella canzone; e anche se Happier Now, nonostante il titolo, non trasuda felicità, è comunque un altro bell’esempio della musica soffice e delicata, ma complessa, che si respira negli arrangiamenti raffinati dei Native Harrow, sempre con quella deliziosa voce a galleggiare leggiadra, anche con qualche acrobazia vocale appena accennata. Hard To Take è quella che più si ispira al Van Morrison dei primi tempi, con qualche retrogusto à la Ryley Walker, pur se l’approccio è comunque tipico di una unicità femminile, con Something You Have, che, grazie al bellissimo suono vintage di un organo Hammond, rimanda magari alla Band o alla musicalità più influenzata dal soul di una Laura Nyro meno infervorata.

Arc Iris è più elettrica e mossa, con strati di voci sovraincise e una maggiore urgenza nell’approccio sonoro, grazie alla solista di Harms più presente, mentre Hang Me Out To Dry, dal titolo ironico, con la sua chitarra acustica arpeggiata e un cantato più laconico, ha sempre quelle improvvise aperture “mitchelliane” a nobilitarlo, ed è un altro eccellente esempio della vocalità di Devin, che poi si estrinseca al massimo nella lunga e conclusiva Way To Light, una sorta di fantasia agra ed ironica sulla ricerca di una sontuosa ed ipotetica stabilità, brano che secondo alcuni ricorda il giro musicale di Dear Prudence dei Beatles, ma poi nel calderone sonoro introduce anche una ricorrente e pungente slide che punteggia i crescendo sonori e vocali di questo complesso ed articolato brano, uno tra i più interessanti di questa nuova e valida proposta da inserire nel filone folk-rock e tra i nomi da ricordare.

Bruno Conti

Tra Folk-Rock E Blue Eyed Soul Un Interessante Cantautore Inglese. Jon Allen – Blue Flame

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Jon Allen – Blue Flame – Monologue/V2 Records   

Disco numero quattro per questo cantautore inglese, Jon Allen, nativo di Winchester, ma trapiantato a Londra, influenzato in gioventù dalla musica dei Beatles, in particolare Let It Be, la canzone e l’album, poi scopre i grandi cantautori, Dylan, Neil Young e Tom Waits, ma è solo “pour parler”, quello che si dice, visto che nel disco si sentono poco queste influenze. Dopo il college ha iniziato a fare musica e la sue strade si sono incrociate con quelle di Damien Rice, KT Tunstall, Jose Gonzalez, con cui ha diviso i palchi. Dal suo album di debutto del 2009 Dead Man’s Suit, era stato estratto l’anno prima, come spesso capita agli esordienti, un brano, Going Home, da utilizzare in uno spot della Land Rover, cosa che, tramite i proventi ricavati, gli ha permesso di autofinanziarsi  i suoi dischi, fondando una etichetta la Monologue, con cui si produce tuttora  i suoi album in proprio. Il suo stile dall’alternative folk degli esordi, si è spostato verso il folk-rock-soul  di Blue Flame, , e nel nuovo disco, in sei degli undici brani c’è anche una piccola sezione fiati e in due tracce pure una sezione archi, curata da Pete Whitfield, spesso in azione in produzioni inglesi (da Paul Heaton a Barry Adamson e Thea Gilmore, e molti altri).

Il sound è abbastanza composito, raffinato a tratti, come dimostra l’iniziale vivace ritmo imposto alla brillante Jonah’s Whale, che, non vorrei esagerare, ha un che di morrisionano (nel senso di Van) grazie al brio dei fiati, alle “passate” di organo e alla gioiosa melodia, pur se la voce è lontana da quella del grande irlandese. Insomma il soul è una musica che piace ad entrambi i musicisti che poi la coniugano secondo i propri gusti, in modo divino Van Morrison, in maniera più leggera ma non disprezzabile Jon Allen; Keep On Walking è più vicina ad un soul, morbido e levigato, molto gradevole comunque, con la voce porta con garbo, mentre i fiati, la chitarra elettrica di Pat West, e il piano elettrico di Rich Milner (molto bravo anche all’organo) lavorano di fino https://www.youtube.com/watch?v=hnbAmAhrg7I , Since You Went Away, grazie all’uso degli archi ed ad una atmosfera malinconica e pastorale ha sollecitato paragoni con John Martyn e Nick Drake, ma forse io ci vedo più delle analogie con il Rod Stewart meno commerciale, per quanto melodico, degli inizi solisti, mentre It’s Just The End Of The World, più mossa e ritmata ci trasporta di nuovo in quel mondo soul che profuma di Memphis e dintorni, per quanto visti da una ottica britannica, e anche con qualche tocco alla Bill Withers o dei cantautori americani di impianto blue eyed soul.

If You Change Your Mind ha di nuovo quell’aria sontuosa delle migliori ballate di Morrison, e dei suoi seguaci, Damien Rice, David Gray e Ray Lamontagne, la voce è più gentile e meno vissuta, ma la stoffa dell’autore e del cantante c’è, veramente una bellissima canzone, molto bella anche la successiva Tightrope, di nuovo con i fiati in azione e quell’aria alla Michael Franks, Al Jarreau. Boz Scaggs anni ’70, anche se la voce probabilmente non è a quei livelli. Hold You In My Heart è un’altra ballata serena e dalla melodia avvolgente, qualche vago rimando al Nick Drake di Northern Sky grazie ad un organo e ad una chitarra elettrica deliziosi nei loro interventi https://www.youtube.com/watch?v=4–nZcQwrCg  e pure la successiva Better Day, più intima ed acustica, rimanda a quel grande filone di cantautori inglesi, forse di un altro livello, ma Jon Allen ha un bel tocco e sa costruire delle canzoni comunque di pregio, cantate con grande trasporto. In Stay tornano i fiati e quel mood soul spensierato della prima traccia, si rischia l’effetto Simply Red, sia pure quelli dei brani migliori, ma poi in Walking Dream Jon Allen cava il classico coniglio dal cilindro con una splendida, evocativa e malinconica melodia, dove piano, organo e un incisivo contrabbasso  contribuiscono ad una raffinata costruzione sonora. Chiude il tutto la title track Blue Flame, un morbido e soffice funky elettroacustico con archi e piano e chitarra elettrica di nuovo in squisita modalità blue eyed soul, leggiadra e seducente. Sembra uno bravo, se amate il genere.

Bruno Conti

Una “Suite” Di Diversi Orizzonti Sonori. Tom McRae – Ah, The World! Oh, The World!

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Tom McRae – Ah, The World! Oh, The World! – Buzzard Tree Records

Da qualche anno a questa parte, la produzione discografica di Tom McRae (diciamo a partire da The Alphabet Of Hurricanes) si sta muovendo verso orizzonti sonori più rarefatti http://discoclub.myblog.it/2015/06/28/il-miglior-disco-altro-tom-tom-mcrae-did-i-sleep-and-miss-the-border/ , coinvolgendo nella stesura della sua musica uno spazio per l’accompagnamento di un quartetto d’archi, e questo nuovo lavoro Ah, The World! Oh, The World! (titolo preso in prestito dal libro preferito di McRae, il Moby Dick di Hermann Melville), predomina una soffusa malinconia dell’autore su quello che accade nel mondo (tanto per cambiare  i temi sono sempre gli stessi, la Brexit e Donald Trump). La genesi di questo disco è avvenuta in due luoghi molto isolati: una vecchia casa al largo della Norvegia, e una baita sui monti Catskill nello stato di New York, con un risultato che alla fine Tom ha portato negli studi norvegesi e di New York e ha finalizzato attraverso l’utilizzo di diversi musicisti“area”, tra i quali Oliver Kraus al cello, Olli Cunningham all’organo e tastiere, Richard Hammond al basso, Dave Walsh ai piatti, Brad Gordon al trombone, Brian Wright alle chitarre, oltre naturalmente allo stesso McRae, valido polistrumentista al pianoforte e strumenti vari, per una sorta di “suite” della durata di circa 40 minuti di musica.

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https://www.youtube.com/watch?v=OyKsb_zcVuA

Precisiamo subito che i brani del periodo “norvegese” (la prima metà dell’album) a parere di chi scrive sono i più convincenti, a partire dalla bellezza straziante e surreale dell’iniziale Light A Fire In The Darkness, farci commuovere sulle note di un pianoforte con la dolcissima Show Them All, passando poi al non facile connubio archi e voci di una delicata Mend Your Heart, e agli arpeggi chitarristici. con in sottofondo il corno francese di Brad Gordon, di una tenue e sussurrata Forgive Me, Dear. Come detto la qualità scende leggermente a partire dalla title track Ah, The World! Oh, The World!, una sofferta litania che viene accompagnata da cori un po’ vistosi, per poi passare al breve lamento di una sconcertante Coyote, risollevarsi con una ballata tenue e voluttuosa come Never Time Enough, e la canzone più politica dell’album None Of This Really Matters, brano sopra la media per la sua carica emotiva, la strumentazione e il canto appassionato, e andare a chiudere con la breve e quasi recitativa Lucky Man, con in sottofondo una bella melodia sobria e minimale.

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https://www.youtube.com/watch?v=UXThzStPEGE

Con Ah, The World! Oh, The World!, Tom McRae è giunto all’ottavo album in studio della sua carriera, e chi lo conosce riconosce (scusate il bisticcio) che è sempre stato un’artista molto speciale, che ha prodotto e produce musica di altissimo livello (anche se non sempre di facile ascolto, come in questo caso), e questo nuovo lavoro, come già detto, è una specie di “suite” di canzoni da ascoltare come tale, un bel album suonato e cantato con il cuore, che deve essere ascoltato per la musica che contiene.Per chi scrive Tom McRae è senza alcun dubbio uno dei migliori cantautori britannici della sua generazione, e specialmente in questo ultimo lavoro sembra far rivivere le tensioni del grande Nick Drake, il risultato di Ah, The World! Oh, The World sarà solo merito (o demerito) di tutti quanti dovranno promozionare la sua musica, il buon Tom da parte sua ha già dato!

Tino Montanari

Un Disco Maturo, Tra Folk E Psichedelia! Kurt Vile – B’lieve I’m Goin’ Down

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Kurt Vile – B’lieve I’m Goin’ Down  – Matador CD

Fino a qualche anno fa ero convinto che Kurt Vile, musicista originario della Pennsylvania, fosse un bluesman, non so in base a cosa, forse l’aspetto fisico. Poi ho approfondito, e ho scoperto un cantautore raffinato, autore di una miscela intrigante di folk, rock e psichedelia, con influenze che vanno dalla musica che si faceva nei primi anni settanta nel Laurel Canyon a Syd Barrett, passando per Nick Drake. Recentemente ho ascoltato l’ultimo album di Israel Nash, Silver Season http://discoclub.myblog.it/2015/10/14/altro-figlio-del-laurel-canyon-israel-nash-israel-nashs-silver-season/ , e devo dire che tra i due ci sono diverse similitudini, anche se l’approccio di Vile è meno bucolico e più rock, mentre Gripka è maggiormente influenzato da Neil Young ed in generale le sue sonorità sono più eteree.

B’lieve I’m Goin’ Down è il suo sesto lavoro, e giunge a due anni da Wakin’ On A Pretty Daze, che aveva ottenuto un ottimo successo di critica ed aveva anche venduto discretamente: Kurt è accompagnato dalla sua abituale band, The Violators (Rob Laakso, Kyle Spence e Jesse Trbovich), e tutti collaborano alla produzione insieme a Rob Schnapf (già alla consolle con Elliott Smith e Beck). Dodici brani (sedici nell’immancabile edizione deluxe), tutti, tranne uno, con una discreta lunghezza che va dai quattro minuti ai sette: canzoni fluide, meditate, talvolta sognanti e altre volte più rock e dirette, accenni psichedelici qua e là ed una vena intimista piuttosto accentuata, dovuta anche al timbro vocale particolare del nostro (molti hanno definito questo disco il più personale di Kurt: io non avendo ascoltato tutti i suoi CD non posso né confermate né smentire, e quindi mi limito a godermi le canzoni).

B’lieve I’m Goin’ Down fa chiaramente parte del percorso di crescita di Vile, percorso che non è ancora concluso, ed è un’evoluzione ed una maturazione rispetto al già pur valido album precedente: l’iniziale Pretty Pimpin’ dimostra il buon livello sia della sua scrittura che della tecnica strumentale, un rock abbastanza diretto e chitarristico, contraddistinto dalla voce pacata del nostro ed una ritmica vivace, un pezzo che può avere persino qualche velleità radiofonica. In I’m An Outlaw fa capolino un banjo, ed il brano è un’intrigante miscela di western e psichedelia, in quanto l’andamento ha un non so che di ipnotico, anche se nell’insieme ci troviamo davanti ad una canzone molto gradevole e per nulla ostica; Dust Bunnies inizia con un bel riff di chitarra (le parti chitarristiche in questo disco mi piacciono molto), subito doppiato da un piano elettrico, per un brano saltellante e decisamente piacevole, in cui Kurt canta un po’ alla maniera di Lou Reed; That’s Life, Tho (Almost Hate To Say) è più acustica ed intima, la chitarra arpeggiata, la melodia discorsiva, quasi parlata ed un’atmosfera agreste formano un insieme di grande fascino.Wheelhouse è ancora lenta, ma si apre a poco a poco, in coincidenza con l’ingresso dei vari strumenti: Kurt ha anche qui un modo di cantare un po’ monotono, ma funzionale all’esito del brano (in ogni caso sei minuti sono un po’ tanti), Life Like This vede il piano in evidenza, mentre le voci che si incrociano e l’uso delle tastiere danno un sapore barrettiano al tutto, un pezzo indubbiamente creativo anche se in questo caso meno immediato.

La folk song All In A Daze Work mi piace di più, anche se il mood malinconico ed interiore rimane, ma il fatto che ci sia solo Kurt con la sua chitarra la rende degna di nota; Lost My Head There è la più lunga del CD, ma è anche una delle più riuscite: piano in primo piano (scusate il bisticcio), voce un po’ distante, ritmo mosso e soluzioni sonore in sottofondo che la rendono un po’ bizzarra ma intrigante, ed il crescendo finale decisamente psichedelico completa l’opera. Stand Inside è folk-rock con qualche sensazione onirica, e ha una melodia circolare, mentre Bad Omens è la più breve del disco (meno di tre minuti), ed è uno strumentale guidato dal piano e con una chitarra distorta sullo sfondo, senza una vera e propria melodia, quasi fosse una lunga introduzione per una canzone che non c’è; l’album “normale” (non sono in possesso della versione deluxe) volge al termine con l’intensa Kidding Around, ancora tra folk e psichedelia, forse il brano in assoluto più simile allo stile di Gripka, e con Wild Imagination, ancora piano e chitarra acustica in evidenza per una delle canzoni più dirette, che chiude in maniera positiva un disco piuttosto buono e che non deluderà chi già ha apprezzato i lavori precedenti di Kurt Vile.

Marco Verdi

Il Miglior Disco Di Un Altro Tom? Tom McRae – Did I Sleep And Miss The Border

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Tom McRae & The Standing Band – Did I Sleep And Miss The Border – Buzzard Tree Records – Deluxe Edition

Spesso la stampa inglese si entusiasma per poco, facendo apparire la nuova band o il giovane cantautore di turno come la rivelazione assoluta del panorama “pop-rock”, ma non mi sembra questo il  caso: se importanti e famose riviste di settore come Mojo, Uncut, “Q”, e giornali di tradizione come il Sunday Times e Evening Standard, sono tutti concordi nel promuovere a pieni voti il nuovo disco di Tom McRae Did I Sleep And Miss The Border  (musicista di cui sono un estimatore fin dall’esordio), un motivo valido ci sarà. A ventisei anni Tom, cresciuto in un paesino di 250 persone, Chelmsford, dove non c’erano Pub ma ben due chiese (infatti è figlio di due vicari), ha cambiato il suo destino, imbracciando la chitarra e partendo alla volta di Londra alla ricerca di sé stesso e del proprio futuro. Tom McRae è sbucato dal nulla nel 2000 con un bell’album d’esordio omonimo (che anche in quel caso ha fatto gridare al miracolo), seguito dal convincente Just Like Blood (03), per poi venire etichettato come discepolo di Nick Drake, non a livello vocale (in compagnia di David Gray, Damien Rice, Devendra Banhart, Badly Drawn Boy e molti altri), confermandosi comunque con due fortunati album registrati negli Stati Uniti All Maps Welcome (05) e King Of Cards (07), e ribadendo il suo status di cantautore di “culto” con l’ottimo The Alphabet Of Hurricanes (10) http://discoclub.myblog.it/2010/02/03/morbide-piacevolezze-americano-latine-e-asprezze-indie-folk/  e il seguente, complementare, From The Lowlands (12), CD di difficile reperibilità https://www.youtube.com/watch?v=2HpDyE1Dyfg .

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Prodotto come di  consuetudine da Sean Genockey (Suede) Did I Sleep And Miss The Border suona come potrebbe suonare il capolavoro che Tom McRae è stato sempre ad un passo da confezionare, con il decisivo supporto della Standing Band composta da Olli Cunningham, Richard Hammond, Oli Kraus, David Walsh e Brian Wright, riesce a creare un “sound” composto da chitarre, basso, tastiere, fisarmonica, lap steel, banjo, fiati, violoncello, batteria e percussioni varie, che si integra alla perfezione con i testi “artificiosi” delle canzoni di Tom.

La forte presenza delle percussioni in questo lavoro la si nota fin dalle iniziali The High Life e The Dogs Never Sleep cantate da Tom con voce penetrante, a cui fa seguito una delicata Christmas Eve 1943 (la storia di un paracadutista nella seconda guerra mondiale), il valzer danzante e circense di Expecting The Rain, passando poi per la bellissima Let Me Grow Old With You, che inizia solo con il sussurro della voce di McRae e si dipana poi su pochi accordi di chitarra e pianoforte. Si riparte con la tambureggiante We Are The Mark, con un importante sottofondo di archi, la melodia folk di My Desert Bride imperniata su un tappeto di lap steel e banjo che si rincorrono, mentre Lover Still You e Hoping Against Hope sono perfette per la sua voce dalla timbrica alta e carezzevole, e i suoi racconti sul filo dell’emozione. La Deluxe Edition, disponibile solo suo sito http://thestandingband.com/product/did-i-sleep-and-miss-the-border-deluxe-uk-edition-cd-the-buzzard-tree-sessions-download-code/  , e alquanto costosa, comprende un EP di sei brani, The Buzzard Tree Sessions, che sembra un ulteriore ponte ideale tra passato e presente, con l’intrigante arrangiamento alla Peter Gabriel di Only Losers Fight Clean, la dolente armonia di una Out Of A Clear Blue Sky, il moderno country di The Breeze Blows Cold, per poi farci catturare da piccole ballate intime e notturne come Happy New Year, una ariosa e particolare pop-song sotto forma di marcetta, come What A Way To Win A War, andando a chiudere con le note sorprendenti di Hey Tim, Hey Arnie, dove viene evidenziato il “nuovo” corso.

Tom McRae appartiene a quella schiera di cantautori che credono fermamente nel potere delle canzoni, e da musicista preparato riesce a combinare con eleganza musica e testi, giocando con le diverse possibilità di arrangiamento, certificato da questo Did I Sleep And Miss The Border (dal titolo magnifico) https://www.youtube.com/watch?v=pblBF_BPJFU , un disco che eviterei di confrontare con i lavori precedenti di Tom (in quanto in tutto l’album è evidente il tentativo di percorrere nuove strade), e probabilmente questo disco è l’apice del compromesso a cui l’artista inglese ha deciso di piegarsi. Per chi ancora non lo conosce un personaggio assolutamente da scoprire, per chi lo segue la conferma di un cantautore dal talento non comune.

Tino Montanari

Dal Profondo Nord, Grande Musica. Basko Believes – Idiot’s Hill & Johan Orjansson – Melancholic Melodies For Broken Times

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Basko Believes – Idiot’s Hill – Rootsy/Ird

Johan Orjansson – Melancholic Melodies For Broken Times – Rootsy/Ird

Il protagonista dei due dischi è sempre lo stesso, lo svedese Johan Orjansson, che quando decide la mossa di confrontarsi con il mercato americano assume il nome d’arte di Basko Believes, più facile da memorizzare rispetto al suo cognome, ma i tratti distintivi della musica, benissimo inquadrati dal titolo dell’album pubblicato con il proprio vero nome (peraltro già il quarto uscito nella sua nativa Svezia, dove con una certa dose di ironia, forse humor svedese, dice la sua biografia essere il nostro amico una star nella cittadina della costa occidentale, Falkenberg https://www.youtube.com/watch?v=BXVaxqn1cXM ) sono proprio, per coniare un neologismo composito, quelli di una sorta di neo folk-rock-nordic-soul, malinconico, ma ricco nelle melodie. Pensate al Ryan Adams più raccolto, come hanno detto molti in relazione a Melancholic…, ma anche a brani come la stupenda Rain Song in Idiot’s Hill https://www.youtube.com/watch?v=X4tLA6V8gjQ , dove però aleggia pure lo spirito di Ray LaMontagne e del suo “padre putativo” Van Morrison, altrove la voce assume un timbro vocale che ricorda in modo impressionante quello del miglior David Gray o del Damien Rice più intenso, in un vorticare intimo di organo, tastiere, fiati, archi e chitarre che accompagnano il canto partecipe ed acceso.

basko believes live Basko-Live

Vado un poco a caso, saltando tra i due album, che sono uno la conseguenza dell’altro. Con il più vecchio dei due (anzi da prima ancora) Johansson si fa conoscere da musicisti americani come Israel Nash Gripka, che duetta con lui nella dolcissima If I Were To Love You https://www.youtube.com/watch?v=_NhjFRjLR3I , un brano dove, nella mia opinione, a fianco delle evidenti influenze del suono roots-Americana (d’altronde per chi incide per la Rootsy è quasi un destino) https://www.youtube.com/watch?v=JoylMPYhcSk , possiamo trovare, anche grazie alle tonalità vocali, il Bono (ebbene sì, almeno come timbro basso) più ispirato delle ballate del “periodo americano” degli U2, che, detto per inciso, una volta facevano ottima musica, non dimentichiamolo! Tra i colleghi ammiratori anche Will Kimbrough e i Deadman, e, soprattutto i Midlake, nei cui studi di Denton, Texas, Orjansson, dopo il cambio di nome in Basko Believes, si reca ad incidere il nuovo CD Idiot’s Hill, un album dove la voce ricca di soul di Johan si fonde a meraviglia con i ricchi arrangiamenti pensati dal chitarrista Joey McClennan e dal batterista McKenzie Smith (i due Midlake). Aggiungete il basso di Aaron McClennan (parente?) in prestito dalla band di Gripka e tutto un florilegio di musicisti vari, altri Midlake passati e presenti, come Evan Jacobs alle tastiere e Jesse Chandler al flauto, e ancora Buffi Jacobs al cello e Daniel Hart, ex dei Polyphonic Spree, al violino, le armonie vocali sognanti di Kaela Sinclair ed i fiati di Pete Clagett e David Monsch, tutti utilizzati alla perfezione nella lunga Going Home https://www.youtube.com/watch?v=vts5kBmJsGU, una ardente ballata ricca di picchi e vallate sonore, con la musica che sale e scende seguendo l’umorale cantato di Orjansson, punteggiato dallo struggente violino di Hart e dal flauto di Chandler, quasi a ricreare atmosfere care ai Caravan più pastorali e meno progressivi.

Basko BlackWhite press portrait

La scelta di Orjansson di abbandonare i vecchi amici musicisti svedesi con i quali aveva condiviso i primi album non deve essere stata facile, anche alla luce delle ottime musiche che scaturiscono dall’eccellente Melancholic Melodies For Broken Times, che al di là degli opulenti arrangiamenti e di un suono più professionale, a livello di intensità non ha nulla da invidiare al nuovo album: Down The Avenue ha già quella epica rock & soul, dove LaMontagne e David Gray (per la voce, somigliante in modo incredibile, in entrambi gli album) si incontrano per interpretare una melodia alla Ryan Adams o alla Jayhawks, per non parlare del grande Van. Il delicato intreccio di chitarre acustiche nel country-rock dell’iniziale Honey Pie, dove si evidenzia anche un insinuante tocco di armonica confluisce in un’altra ballatona ariosa come Papercuts, caratterizzata da un felice uso delle armonie vocali atte a creare dei piccoli ganci sonori che evidenziano la melodia del brano, caratteristica che ricorre spesso nelle canzoni dello svedese. The Yellow Fields con l’uso di una slide pungente ha le caratteristiche di un suono più di matrice “Americana” e grintoso, a tratti, pur se l’arte della ballata, “melanconica” mi raccomando, è pur sempre la caratteristica più evidente https://www.youtube.com/watch?v=1fGbVzu4AuQ , come dimostra vieppiù Houses, una delizia semiacustica nell’incipit e che poi si affida ad un leggero ma sicuro crescendo di chiariscuri sonori, che ribadiscono la classe e l’ecletticità di questo signore delle terre del nord che non teme di affrontare neppure il country honky-tonkeggiante di Pointless Alleys, ove i sospiri di una pedal steel e della lead guitar si fanno largo nelle pieghe della melodia accattivante, per poi concludere il suo percorso nella batteria spazzolata, nella seconda voce femminile e nelle atmosfere jazzate della dolcissima Rather Be With You, che saranno una sorta di preludio alle atmosfere del nuovo album.

Basko_Believes

Continuando a vagare tra i due dischi e tornando definitivamente, per concludere, a Idiot’s Hill, come non ricordare i due brani strumentali, In A Glade e Out Of A Glade, che aprono e chiudono l’album e che possono ricordare gli sketches sonori dei dischi di Nick Drake, altro musicista che occorre ricordare tra i punti di riferimento della musica dei/di Basko Believes: Wolves, con i lupi che iniziano ad uscire metaforicamente dalla radura è più scura ed autunnale https://www.youtube.com/watch?v=AfEdVZb3Dmc , anche se la musica si fa più elettrica e vicina agli U2 meno pomposi (l’ho detto e lo ripeto, sarà quella chitarrina tremolante), o se preferite i Midlake meno prog, persino Mumford and Sons quando abbandonano le tematiche folk; The Waiting, con un ritornello cantabile, fiati, archi e tastiere avvolgenti https://www.youtube.com/watch?v=8hoCLW3uamA , è un altro magistrale esempio di questo soul nordico, grazie anche ai vocalizzi ripetuti di un Orjansson quasi ingrifato. Lift Me Up con la sua elettrica riverberata potrebbe ricordare le atmosfere felpate delle creature sonore di Mark Kozelek https://www.youtube.com/watch?v=vdz4BQvhpM8 , mentre The Entertainer, con un leggero falsetto, è intensa e mirabile come le migliori canzoni dei Gray e Rice ricordati prima. Detto di Rain Song e Going Home rimangono la cameristica e sofisticata Archipelago Winds https://www.youtube.com/watch?v=SwUbtHF8Vq8  e il folk-rock quasi jingle-jangle della delicata Leap Of Faith a completare questa opera che si presenta come un piccolo gioiello di equilibri sonori e che fa il paio con il disco precedente, per una quasi imprescindibile accoppiata destinata agli amanti delle belle sorprese e dei talenti sicuri e certi. Prendete nota, dopo Richard Lindgren, dalla Svezia, Basko Believes o Johan Orjansson, comunque non potete sbagliare!

Bruno Conti

Un Caldo Abbraccio Di Dolce Malinconia! Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy

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Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy – Atlantic Records

Diciamo subito che Damien Rice non è un cantautore molto prolifico: questo nuovo lavoro, My Favourite Faded Fantasy, è il terzo disco in 12 anni, e contiene solo 8 brani, anche se ad un primo ascolto pare un piccolo gioiello, e conferma quindi il suo talento. L’attesa per questo album del cantautore irlandese era tanta, dopo il folgorante esordio di 0 del lontano 2002 (un disco che vendette due milioni di copie nel mondo), e da subito il nome del “dublinese”, abbastanza discreto come personaggio, si trovò catapultato nell’universo del “music business”, e la cosa, anche se appagava il suo commercialista, non lo riempiva, pare, di gioia. Deciso così a prendersi un periodo sabbatico e di staccare la spina, per comprendere se poteva stare lontano dalle luci del palcoscenico. Damien Rice si accorse presto che in fondo poteva fare a meno di quel mondo, e quando in molti erano già pronti a darlo per finito (nel cimitero degli artisti scomparsi), il “nostro” ritorna sulla scena del delitto incidendo il secondo album 9 nel 2006, un piccolo capolavoro (dove si sprecarono i paragoni con Leonard Cohen e Nick Cave), e dopo un altro ancora più lungo periodo di latitanza (l’esilio volontario in Islanda e la rottura personale e musicale con la brava Lisa Hannigan) vola a Los Angeles dal “santone” Rick Rubin (l’uomo che ha allungato la carriera del grande Johnny Cash) e gli affida la produzione del nuovo disco, e tornato in sala d’incisione con l’apporto della attuale band, composta da Shane Fitzsimons al basso, Brendan Buckley alla batteria, Joe Shearer alla chitarra e la brava musicista irlandese Vyvienne Long al violoncello e pianoforte, ha dato vita a questo notevole My Favourite Faded Fantasy https://www.youtube.com/watch?v=wJinIIFExT4 .

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La title-track My Favourite Faded Fantasy inizia con il tipico cantato in falsetto di Damien https://www.youtube.com/watch?v=Rh1C8qpODZs , poi entrano a poco a poco chitarre, tamburi, violino, un violoncello e un pianoforte con un crescendo importante, a seguire troviamo It Takes A Lot To Know A Man, quasi dieci minuti di musica che partono con vibrafono e tromboni, e terminano in una danza morbosa con pianoforte e archi https://www.youtube.com/watch?v=CkdjaxYSMZ4 . Pochi accordi di chitarra sono sufficienti a Rice per sussurrare una sorta di  romanza,The Greatest Bastard https://www.youtube.com/watch?v=hoIFYXOC9tU , per poi passare alla struggente e meravigliosa I Don’t Want To Change You  https://www.youtube.com/watch?v=FnzHOsiaJns (una canzone perfetta da ascoltare davanti ad un bel caminetto, in quello che sarà forse un freddo inverno), e alle note in crescendo di una malinconica Colour Me In, nonché al canto quasi declamato di una The Box, che nel finale orchestrale divampa in tutta la sua bellezza. Si chiude con gli otto minuti di una ballata commovente come Trusty And True, e con i vocalizzi ancora in falsetto di una straziante Long Long Way, una maestosa melodia dal finale sinfonico https://www.youtube.com/watch?v=K5yRKJ-gU48 .

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Damien Rice è un personaggio abbastanza atipico nel panorama musicale internazionale, la sua è una musica di un altro tempo, i suoi riferimenti sono facilmente individuabili nei Buckley (soprattutto il padre), e per certi aspetti nelle sonorità di David Gray, ma anche nella malinconia “classica” di Nick Drake, tutti elementi che puntualmente si ripropongono in questo My Favourite Faded Fantasy, distribuiti in otto brani per circa cinquanta minuti di musica e di parole (dove si sente dannatamente la mano di Rick Rubin), che chiudono in un certo senso il cerchio con i lavori precedenti, in attesa del prossimo, probabile, ennesimo piccolo capolavoro. Poco importa se Rice pubblica album a distanza di otto anni uno dall’altro, se sono così belli e intensi come questo lavoro, per i veri appassionati della buona musica e (per chi scrive), si può prendere tutto il tempo che gli compete. Consigliato!

Tino Montanari

Dalla Scozia Un “Indipendente” Narratore Di Emozioni! James Yorkston – The Cellardyke Recordings…

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James Yorkston – The Cellardyke Recordings And Wassailing Society – Domino/Self

Di questo signore, James Yorkston, mi ero già occupato su queste pagine virtuali in occasione del precedente lavoro I Was A Cat From A Book (12) http://discoclub.myblog.it/2012/08/31/le-raffinate-evoluzioni-di-un-nuovo-menestrello-scozzese-jam/ , quindi non sto a ripetervi l’ammirazione che ho per questo personaggio, con sette album alle spalle (e vari EP) e un rapporto più che decennale con la nota etichetta indipendente londinese Domino Records, che pubblica anche questa sua ultima fatica in studio (dal titolo breve e conciso?!), The Cellardyke Recordings And Wassailing Society.

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Yorkston è stato tra i fondatori del Fence Collective (nelle cui fila sono transitati tra gli altri, King Creosote e la più nota KT Tunstall) un collettivo di area folk dislocato nella regione del Fife, ed è qui che il buon James, nel piccolo villaggio di pescatori di Cellardyke (un dolce angolo della Scozia, forse prossima all’indipendenza?)ha trovato lo spunto per raccontare, lungo un percorso di ben 16 brani, una raccolta di storie, piccoli drammi e stranezze assortite, che ogni giorno in una piccola comunità si possono verificare.

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Registrato a Londra e prodotto da Alexis Taylor degli Hot Chip (strano connubio), questo nuovo lavoro vede ancora la partecipazione di Jon Thorne al basso e Emma Smith al violino e clarinetto (da tempo suoi fedeli collaboratori), oltre che di Rob Smoughton alle percussioni, Fimber Bravo allle steeldrums (tutti noti musicisti prettamente di ambito folk), il veterano Johnny Lynch, e come ospite alle armonie vocali e controcanto, la rediviva e sempre brava KT Tunstall, per un ritorno ai suoni più intimi degli esordi https://www.youtube.com/watch?v=OfnP_1wkf0U .

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The Cellardyke Recording… non è un “concept album” come può sembrare, ma i testi e i temi che legano il disco toccano la melanconia del villaggio costiero e delle persone che vi abitano, a partire dall’iniziale Fellow Man https://www.youtube.com/watch?v=AxwSXxO7dPA , le trame del violino folk di The Blues You Sang, o il quasi parlato di Guy Fawkes’ Signature, passando per la struggente ballata Broken Wave (A Blues For Doogie), un alto, bellissimo ,elogio funebre per un ex-membro della band, le dolci avvolgenti Thinking About Kat e Feathers Are Falling, la narrazione romantica di una Red Fox;  l’angelica voce della Tunstall lo accompagna in Great Ghost https://www.youtube.com/watch?v=xUpy521NTGM  e Honey On Thigh, fino ad arrivare alle delicatezze piano e voce di una inconsueta cover di Chris Bell, dei mai dimenticati Big Star, You & Your Sister “, rivoltata come un calzino” da James https://www.youtube.com/watch?v=KRC06j2-_pY .

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Dalla penna di James Yorkston escono canzoni intimiste e dolci, fatte spesso di lievi accordi acustici, il tutto si regge sulla chitarra e sulla voce (qualcosa di John Martyn, un tocco di Bert Jansch e del grande Nick Drake, e un pizzico, perché no, di Robyn Hitchcock e Donovan) di un cantautore che ha assimilato il meglio della tradizione scozzese, ed anche se i suoi dischi vengono recepiti magari al quinto o sesto ascolto, armatevi di pazienza e sedetevi sulla poltrona di casa, sorseggiate del buon whisky scozzese (consiglio il Glenmorangie), e scoprirete un musicista onesto, nonché narratore tenero e meraviglioso.

Tino Montanari

Il Nebraska Di Michael C. Taylor? Hiss Golden Messenger – Bad Debt

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Hiss Golden Messenger – Bad Debt – Paradise Of Bachelors (Deluxe edition) 2014

Il primo (?) disco uscito con la sigla Hiss Golden Messenger, Poor Moon del 2012 (anche in questo caso la data è abbastanza aleatoria, perché come in quasi tutte le pubblicazioni con questa sigla, ne era uscita, sul finire del 2011, una versione limitata a 500 copie in vinile), era rientrato in ogni caso tra i miei preferiti di fine anno http://discoclub.myblog.it/2012/05/17/piccoli-dischi-di-culto-hiss-golden-messenger-poor-moon/  e anche il successivo Haw, per quanto un filo inferiore, si era posizionato tra gli outsiders più interessanti del 2013. Come si sarà intuito, Michael C.Taylor, che usa da alcuni anni la sigla Hiss Golden Messenger per le sue uscite discografiche, è un tipo prolifico, forse anche un tantino pignolo, e ogni disco prima di vedere la luce ha una serie di “predecessori”, chiamiamoli così.

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La genesi di Poor Moon, e alcune delle prima stesure acustiche di molti brani poi arrangiati e rivisti in modo più complesso in quel disco (e anche in Haw), origina proprio dalle versioni lo-fi realizzate per Bad Debt, un album di registrazioni effettuate su cassetta, nella sua cucina, nell’inverno del 2009, nella freddissima Carolina del Nord, mentre il figlio appena nato di Michael dormiva nella stanza accanto, brani quasi sussurrati per non disturbare il pargolo, ma proprio per questo affascinanti per la spiritualità semplice e gentile che li caratterizza. Come tutti gli album di “culto” che si rispettano anche questo ha una storia particolare: pubblicato nel 2010, in una edizione limitata in CD e poi vinile (nel 2011 tre tirature da 100 copie ciascuna, è nromale?), le copie circolanti vennero distrutte in un incendio nel magazzino della casa discografica dove erano stoccate, durante un incendio per i disordini di Londra di quell’anno. Sei dei nove brani compresi in quella prima edizione sono poi stati registrati nuovamente per i due album successivi, ma evidentemente queste versioni bucoliche e spartane, à la Springsteen di Nebraska per intenderci, anche come qualità sonora, secondo il loro autore meritavano di essere conosciute dal pubblico che aveva apprezzato le sue opere successive, così complesse e cangianti, nel loro “country got soul”, per dargli una etichetta, assai personalizzato.

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La nuova versione, con autoironia definita “Deluxe”, aggiunge altre tre tracce alle nove originali, ma non cambia il mood sonoro, molto raccolto ed affascinante, dell’intera operazione. Se devo essere sincero, preferisco il suono più “espansivo” dei dischi successivi, e quindi non condivido del tutto l’entusiasmo, persino eccessivo, soprattutto della stampa inglese, per questa operazione minimale, ma non posso neppure negare il fascino che emana da queste registrazioni, solo voce e chitarra, l’ambiente della stanza, una piccola eco di tanto in tanto, il soffio (Hiss) del nastro, la voce calda e partecipe di M.C., le belle melodie dei brani, che già si apprezzano anche in queste prime stesure. La voce mi ricorda sempre un incrocio tra il Johnny Rivers “morrisoniano” dei primi ’70, Jim Croce e un James Taylor dalle tonalità più basse: Balthazar’s Song è bella quasi come la sua controparte elettrica http://www.youtube.com/watch?v=91Vm2239uao , No Lord Is Free con la sua lunga introduzione a base di vocalizzi, ha qualche lontana parentela con le litanie acustiche di un Crosby o di un Nick Drake meno rassegnato e malinconico, con alcuni tocchi blues, Bad Debt, la title-track http://www.youtube.com/watch?v=NNNNPGCAT_Y , nella costruzione sonora, anche grazie all’eco naturale dell’ambiente in cui è stata creata, può ricordare i suoni dei cantautori west-coastiani, di cui Taylor è diretto discendente, vista la sua provenienza dalla Southern California, e il fatto che il primo gruppo con l’amico Scott Hirsch si chiamasse The Court And The Spark.

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Anche la “spirituale” O Little light (pure lei presente in versione rivisitata su Poor Moon), con un lavoro leggermente più intricato della chitarra acustica, ricorda le sonorità più scarne dei primi Bonnie Prince Billy e Bill Callahan o del Neil Young in veste acustica. Insomma, per dirla francamente, non è poi che succeda molto in questi brani, buoni sentimenti, religiosità, ecologia e amore per la famiglia, vanno di pari passo con un suono che prende spunto tanto dal folk quanto dai cantautori seventies, quando in Straw Men Red Sun River Gold l’eco nella voce di Michael Taylor si fa più marcata è quasi un piccolo evento. L’amara The Serpent Is Kind (Compared To Man) http://www.youtube.com/watch?v=mMRPzZQhtNo , ripresa poi su Haw, ha una andatura “leggermente” più mossa. Senza stare a citarle tutte, Call Him Daylight ha un suono country-blues più sospeso e minaccioso rispetto agli altri brani, mentre le “nuove” Far Bright Star, mai apparsa prima, la biblica Roll River Roll e la già citata Call Him Daylight, si inseriscono senza problemi nel tessuto sonoro dell’album. Soprattutto ideale per giornate uggiose e “scure” come quella in cui lo sto recensendo, ma comunque affascinante nello svelare il percorso iniziale di un musicista che potrebbe riservarci altre soddisfazioni in futuro: l’essenza della musica folk in attesa di ulteriori sviluppi.

Bruno Conti