Un Altro Doppio CD Dal Vivo Formidabile Per Il Musicista Irlandese! Christy Moore – Magic Nights

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Christy Moore – Magic Nights  – 2 CD Yellow Furze Ltd./Columbia Sony Music Ireland

Vorrei  proporre di renderli fissi per decreto istituzionale (tanto in Italia siamo abituati), ogni due anni, all’incirca in questo periodo, un bel doppio CD dal vivo di Christy Moore:  soprattutto se sono sempre così belli, l’ultimo Magic Nights poi mi pare addirittura migliore del pur splendido On The Road, uscito sul finire del 2017 https://discoclub.myblog.it/2018/01/14/supplemento-della-domenica-forse-il-miglior-disco-ufficiale-dal-vivo-del-2017-christy-moore-on-the-road/ . Lo stesso Christy racconta che dopo il successo della precedente raccolta di registrazioni Live, la Columbia irlandese gli ha suggerito di approntare un seguito, e lui certo non si è fatto pregare, visto che, come fanno anche altri artisti, in pratica registra ogni concerto (se per caso vi eravate persi il primo doppio dal vivo la Sony ha pubblicato un bel cofanetto quadruplo che raccoglie entrambi gli album).

Quindi insieme al suo produttore Jimmy Higgins e all’ingegnere del suono David Meade sono andati a setacciare gli archivi e hanno scelto altre ventisei perle dal suo immenso repertorio, prese da diverse locations e annate. Nei vari brani si alternano i musicisti che ormai accompagnano, più o meno abitualmente, Moore: il grande Declan Sinnott, chitarre e voce, il citato produttore Jimmy Higgins a percussioni , tastiere, e voce di supporto, Cathal Hayden, al violino, banjo e viola, Mairtin O’Connor alla fisarmonica, Seamie O’Dowd , chitarra, armonica e voce, e Vickie Keating alle armonie vocali, manca solo questa volta il figlio di Christy Andy Moore rispetto al disco precedente. Nella scelta dei brani è drasticamente calata la quota di composizioni dello stesso Moore, solo due brani originali, oltre ai suoi arrangiamenti di quattro, più o meno celebri, brani tradizionali, ma la qualità rimane elevatissima: dall’iniziale Magic Nights In The Lobby Bar, registrata alla Opera House di Cork, una emozionante cavalcata sui ricordi di centinaia di notti passate a suonare la propria musica, dai tempi dei Planxty e dei Moving Hearts, sino ai giorni nostri, sulle ali della fisarmonica di O’Connor e del violino di Hayden, cullati dalla splendida voce di Christy.

Dal INEC Killarney di Kerry e con gli stessi musicisti, proviene Matty, un brano che scatena affettuosi ricordi della vecchia nonna di Moore e dei suoi racconti. Sonny’s Dreams, di Ron Hynes, uno dei tanti autori non notissimi che si alternano nei diversi pezzi, viene dalla serata alla Royal Symphony Hall di Birmingham, e prevede solo l’accompagnamento di Declan Sinnott alla slide acustica, una di quelle ballate struggenti in cui il nostro è maestro; senza stare a fare un resoconto dettagliato delle varie canzoni vi segnalo solo le più interessanti. Per esempio una magnifica versione di A Pair Of Brown Eyes, dei Pogues di Shane MacGowan, un brano raramente eseguito in concerto, perché, pur essendo uno dei suoi preferiti da cantare, come dice Moore richiede “una certa aria” e quella sera nel famoso locale di Vicar Street a Dublino evidentemente la si respirava; molto belle anche la malinconica Ringing That Bell e la squisita e corale Sail On Jimmy, la drammatica e recente Burning Times, che racconta del crudele omicidio avvenuto nell’aprile del 2019 della giornalista Lyra McKee, durante gli scontri In Irlanda, un brano ad alto contenuto emotivo, versione intensissima con il controcanto toccante di Vickie Keating, la mossa e trascinante The Tuam Beat che fa risalire le sue origini ai tempi dei Planxty, Back Home In Derry che narra le vicende di Bobby Sands nei suoi duri anni di prigionia.

Rosalita And Jack Campbell che sembra un brano della tradizione folk americana, la vedrei bene cantata da Springsteen o Tom Russell, una superba Motherland di Natalie Merchant, cantata durante il soundcheck a Liverpool. Sempre da Vicar Street, improvvisata all’impronta, una emozionante ed avvolgente Before The Deluge di Jackson Browne, con un superbo Declan Sinnott all’elettrica, una rarissima, ma non per questo meno suggestiva, versione di Cry Like A Man di Dan Penn, la divertente The Reel In The Flickering Light, e ancora una delle sue murder song più intense come Veronica, un’altra richiesta speciale nel concerto a Vicar Street, la drinking song Johnny Jump Up, una occasione per cazzeggiare con il pubblico. Anche uno dei brani più “antichi” del repertorio di Christy, come il  coinvolgente traditional Tippin’ It Up To Nancy, e sempre dal lontano passato proviene la toccante Only Our Rivers Run Free, una canzone che era sul primo album dei Planxty, qui impreziosita dal lavoro del violino di Cathal Hayden.

E a proposito di canzoni emozionanti ,sublime la versione di una canzone Hurt, scritta da Trent Reznor dei Nine Inch Nails, ma che tutti accostano ormai a Johnny Cash, con il cantante irlandese che la rende propria in modo naturale, grazie anche alla seconda voce incantevole di Vickie Keating,  in conclusione, cantata a cappella, solo con l’aiuto del bodrhan, troviamo un’altra canzone del repertorio dei Planxty come The Well Below The Valley e infine Mandolin Mountain, un brano di Tony Small, altro emergente autore irlandese , inserita di recente nel repertorio di Moore, ulteriore squisito esempio dell’immensa classe del folksinger irlandese, uno dei più grandi musicisti della scena mondiale, veramente una voce per tutte le stagioni.

Bruno Conti

Tra Folk, Rock E Country, Un Ottimo Duo O Mini Band Che Dir Si Voglia. Caamp – By And By

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Caamp – By And By – By And By Records/Mom + Pop

Attivi discograficamente dal 2016, con un CD acustico autogestito e un paio di EP, i Caamp sono un duo folk(rock) che viene da Columbus, Ohio, formato da due amici di infanzia, Taylor Meier, voce solista e chitarra, e Evan Westfall, banjo, che però si arrangiano anche con batteria, piano e chitarre elettriche, ai quali sì è aggiunto nel 2018 il bassista Matt Vinson. Diciamo che dal folk più minimale degli esordi, i due hanno aggiunto man mano una strumentazione più ricercata, elementi  di roots rock, qualche sentore blues e folk, creando un suono più robusto, dove confluiscono elementi che ricordano lo Springsteen di Nebraska o Ghost Of Tom Joad, ma anche le melodie più accattivanti di Lumineers, Fleet Foxes e Mumford and Sons, e grazie alla voce profonda ed espressiva di Meier, qualcuno ha fatto dei paragoni pure con il giovane Alex Chilton dei Box Tops. Tutte cose che ci potrebbero stare.

Feels Like Home parte con una acustica accarezzata, poi entra il banjo che è lo strumento più caratterizzante del suono, una ballata dai retrogusti gospel , con la voce rauca ed appassionata che intona una sorta di peana malinconico alla propria terra di origine, fino ad una accelerazione del ritmo nel finale che ricorda i primi brani, i migliori dei Mumford and Sons, anche con qualche coretto ad hoc. Keep The Blues Away, come da titolo, il blues non lo allontana, ma lo abbellisce di elementi country e folk, qualche vago rimando alla prima Nitty Gritty spensierata o a dei Lumineers in possesso di un cantante più dotato vocalmente (insomma), sempre con il banjo a menare le danze, poi a seguire arriva un pezzo più elettrico come No Sleep, che introduce elementi  di R&R gentile alla Buddy Holly o del primo Jonathan Richman, con la batteria che si fa aggressiva insieme alla chitarra, ma niente di “pericoloso”. Peach Fuzz ha un riff che ricorda, neanche tanto vagamente, quello di Sweet Jane, riteniamolo un omaggio più che un plagio, visto che poi il brano cambia, sempre con un piacevole afflato rock, comprensivo di marcato groove basso-batteria e di un bel assolo di chitarra elettrica.

Wolf Song è un deliziosa ballatona folk, all’inizio solo chitarra acustica, banjo e basso, una bella melodia e la voce struggente di Meier, su cui si innesta anche l’intervento della tromba di Lee Tucker, poi entra il resto della band , per un brano veramente bello. Penny Heads Up è nuovamente più allegra e disimpegnata, un ritornello che ti rimane in testa facilmente, come quello della successiva Wunderbar, più malinconica e con vaghe reminiscenze à la Nick Drake, grazie al contrabbasso di Vinson che fa il Danny Thompson, mentre il banjo ricama nella più animata parte finale. On & On &On ha nostalgici sentori pop targati sixties, miscelati al solito folk umorale della band, con tocchi deliziosi di una chitarra elettrica twangy, con la felpata Moonsmoke che mette in evidenza la voce roca e risonante di Meier, appoggiata su un arrangiamento scarno ma raffinato, Huckleberry Love è di nuovo portatrice sana di folk, intriso di armonie spigliate e sbarazzine, magari non perfettamente compiuta, anche se nel finale si anima in modo brillante, grazie al solito interscambio tra banjo e chitarra elettrica, mentre la title track è una classica canzone da provetto cantautore folk, colpito da una improvvisa botta di allegria, sempre immersa tra strimpellate di acustica e banjo, e il giusto tocco della elettrica.

A chiudere, le meditazioni di Of Love And Life la tipica Campfire Song da cantare in un circolo di amici, mentre qualcuno suona il banjo e tutti armonizzano piacevolmente, mentre qualcun altro mi spiega cosa diavolo significa Caamp! Al solito reperibilità alquanto scarsa.

Bruno Conti

Una Pagina Meno Conosciuta Ma Non Per Questo Minore. Joan Baez – Come From The Shadows

joan baez come from the shadows

Joan Baez – Come From The Shadows – Music On CD/Universal CD

Ci sono ristampe super deluxe (e super costose) di dischi importanti o addirittura fondamentali che si prendono giustamente le prime pagine delle riviste specializzate, ed altre che passano praticamente sotto silenzio pur trattando di album di ottimo livello. La Music On CD è una sussidiaria della Universal che si occupa di ristampare dischi del passato non molto famosi ma comunque di alto spessore artistico, senza prestare troppa attenzione alla veste grafica ed alla rimasterizzazione (e di bonus tracks manco a parlarne), il tutto però ad un costo decisamente contenuto. Uno degli ultimi prodotti dell’etichetta è Come From The Shadows, album del 1972 di Joan Baez che non è certo tra i più famosi degli anni settanta per quanto riguarda la grande folksinger. Infatti i lavori più noti di Joan pubblicati in quella decade sono i popolari Blessed Are e Diamonds And Rust, ma anche dischi meno venduti come One Day At A Time, Gulf Winds e Gracias A La Vida, LP cantato in lingua spagnola.

Ma Come From The Shadows non è di certo inferiore a quelli citati poc’anzi, e sinceramente non so perché oggi sia uno dei lavori più dimenticati di Joan dato che, dopo un attento ascolto di questa apprezzata ristampa in CD, lo considero uno dei suoi migliori per quanto riguarda i seventies. Un disco piacevole e ben fatto tra folk, country e pop, prodotto dal grande Norbert Putnam (musicista e produttore dal pedigree lunghissimo, tra l’altro ex bassista di Elvis), dominato dalla straordinaria voce di Joan che all’epoca era al massimo del suo splendore e suonato da un manipolo di “Nashville Cats” di gran nome tra i quali David Briggs, Charlie McCoy, Kenneth Buttrey Grady Martin. Le dodici canzoni del disco si dividono tra brani a sfondo politico e non, e soprattutto vedono ben sei composizioni autografe di Joan, cosa non comunissima visto che la cantante di origini messicane non è mai stata un’autrice prolifica (oltre ad avere sempre avuto una scarsa autostima come songwriter, e pare che fu proprio Bob Dylan nei sixties ad incoraggiarla a comporre di più). Il pezzo più famoso del disco è senza dubbio l’iniziale Prison Trilogy (Billy Rose), un racconto scritto da Joan sottto forma di deliziosa country song dalla melodia cristallina e cantata magnificamente.

Tra i brani scritti dalla Baez la più bella (oltre appunto a Prison Trilogy) è To Bobby, sincero e toccante omaggio a Dylan, in tono affettuoso e molto meno caustico (e deluso) di quello che verrà utilizzato in Diamonds And Rust. Gli altri pezzi autografi sono Love Song To A Stranger, limpida e struggente ballata dal motivo splendido che contraddice il credo che Joan non fosse una brava autrice, la rilassata e godibile Myths, l’intensa e pura All The Weary Mothers Of The Earth, che richiama le atmosfere folk dei suoi primi dischi (canzone davvero bellissima), e l’evocativa Song Of Bangladesh, cantata in maniera celestiale. Le cover iniziano con una maestosa resa di Rainbow Road (scritta da Donnie Fritts e Dan Penn), versione pianistica dall’orchestrazione suggestiva e ricca di pathos, per proseguire con lo squisito country-folk In The Quiet Morning, brano scritto dalla sorella di Joan Mimi Farina e dedicato a Janis Joplin, il puro country della bella A Stranger In My Place (Kenny Rogers), la discreta Tumbleweed (di Douglas Van Arsdale), nobilitata dalla solita prestazione vocale eccellente della Baez, ed una strepitosa e drammatica rilettura di The Partisan, canto della resistenza francese reso popolare pochi anni prima da Leonard Cohen. L’unico brano che non mi convince del tutto è una versione un po’ troppo pop e leccata del classico di John Lennon Imagine.

Ma è un peccato veniale: Come From The Shadows è un ottimo album che merita di essere riscoperto nonostante la consueta abbuffata discografica natalizia.

Marco Verdi

La Più Grande Famiglia Musicale Di Sempre…Ulteriormente Allargata! The Carter Family – Across Generations

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The Carter Family – Across Generations – Reviver Legacy CD

Non sono mai stato un grande estimatore di John Carter Cash, unico figlio di Johnny Cash e June Carter, anche se devo dire che negli ultimi anni ha intrapreso una solida carriera di produttore (tra i suoi migliori lavori in tal senso ci sono gli ultimi album di Loretta Lynn): d’altronde quando sei un discendente di due delle più grandi famiglie musicali, i Cash e soprattutto la Carter Family, prima o poi i tuoi cromosomi vengono fuori. Il nuovo progetto a cui ha lavorato John riguarda proprio la Carter Family, mitica dinastia di musicisti che ha influenzato centinaia di artisti di matrice country, folk, gospel e bluegrass, una leggenda nata in Virginia alla fine degli anni venti su iniziativa di A.P. Carter, della moglie Sara Carter e della sorella di lei Maybelle Carter, e che ci ha lasciato canzoni indimenticabili del calibro di Will The Circle Be Unbroken, Wildwood Flower, Keep On The Sunny Side, Wabash Cannonball, Worried Man Blues e molte altre, arrivando fino ai giorni nostri con la quarta generazione.

Sto parlando nello specifico di Across Generations, un disco molto particolare in cui John ha messo insieme in maniera mirabile diverse generazioni di Carter (arrivando perfino ad aggiungerne una quinta), partendo da alcune incisioni inedite dei primi anni sessanta da parte della madre June insieme alle sorelle Anita ed Helen Carter (tutte figlie di Maybelle), alle quali ha aggiunto parti vocali e strumentali sia edite che inedite (alcune incise ex novo con l’aiuto della sorellastra Carlene Carter e di Dale Jett, figlio di Janette Carter che era a sua volta figlia di A.P. e Sara). Io di solito non impazzisco per i dischi costruiti “in laboratorio”, anche se ci sono valide eccezioni come quando è l’artista stesso a chiederlo ai suoi discendenti (penso all’ultimo album postumo di Leonard Cohen o all’analoga operazione del 2015 con protagonista Pops Staples), ma qui è stato fatto un lavoro stupendo, pieno di amore e rispetto per i capostipiti della famiglia Carter ma con uno sguardo verso presente e futuro. Across Generations presenta dodici tracce che si dividono tra country, folk e gospel, e John ha deciso giustamente di privilegiare le voci e di rivestirle con arrangiamenti sobri e strumentazioni essenziali (chitarre acustiche, autoharp e qualche volta il contrabbasso, ma niente batteria), con incisioni antiche e moderne che vedono suonare insieme tra gli altri Norman Blake, Dave Roe, Carlene Carter, Johnny Cash e lo stesso John Carter.

E poi ovviamente ci sono le voci, le vere protagoniste del CD, una miscellanea splendida che parte da Sara e Maybelle per finire con nipoti e pronipoti, allargando il tributo anche ai Cash: troviamo infatti anche discendenti meno noti (o proprio sconosciuti) delle due famiglie come Tiffany Anastasia Lowe (figlia di Carlene), David Carter Jones, Jack Ezra Cash, Danny Carter Jones, Lorrie Carter Bennet e moltissimi altri. L’album è bellissimo, si ascolta tutto d’un fiato e giunti alla fine viene voglia di rimetterlo subito da capo: dopo l’iniziale Farther On, un brano tradizionale in cui la voce della fondatrice Sara Carter si fonde con quella del già citato Dale Jett (il più presente nel disco insieme a Carlene) e della pronipote Adrianna Cross, abbiamo undici canzoni scritte da A.P. Carter o comunque a lui attribuite (tranne due eccezioni), titoli come My Clinch Mountain Home, in cui Carlene duetta virtualmente con le zie Anita ed Helen, Gold Watch And Chain, dove risentiamo Johnny Cash dividere il microfono con June con dietro una sfilza di Carter e Cash di “ultima generazione”, o la famosissima Worried Man Blues, dove i vocalist sono più di venti https://www.youtube.com/watch?v=IMYuQuZYEJU .

Il bello è che i vari brani suonano come incisi oggi (John ha fatto un lavoro egregio), ed in un caso è effettivamente così: Maybelle, scritta da Danny e David Carter Jones in onore della capostipite della famiglia e da loro cantata insieme a Carlene e John Carter. Helen e Anita sono protagoniste in diversi pezzi, talvolta con Carlene (Winding Stream, la splendida Diamonds In The Rough https://www.youtube.com/watch?v=N3Kwiul8NJs , la famosa Foggy Mountain Top) oppure con Jett (Amber Trees), mentre Carlene si riunisce idealmente alla madre June nella pura e cristallina Don’t Forget This Song. Finale con la strepitosa Will The Circle Be Unbroken (un brano talmente popolare da essere praticamente diventato di dominio pubblico), in cui a cantare sono la metà di mille, e con uno strumentale inedito del 1970 che vede Maybelle esibirsi in solitaria all’autoharp elettrica, brano intitolato opportunamente Maybelle’s New Tune.

Un omaggio sincero e riuscito quindi, con una serie di canzoni splendide che riescono ad emozionare e coinvolgere ancora una volta nonostante facciano parte del songbook americano da quasi un secolo.

Marco Verdi

Più Che Natalizio, Direi Un Album “Invernale”! Judy Collins & Jonas Fjeld – Winter Stories

judy collins winter stories

Judy Collins & Jonas Fjeld – Winter Stories – Wildflower/Cleopatra CD

Quest’anno il mio personale contributo ai dischi natalizi si è limitato al bellissimo e solare Llegò Navidad dei Los Lobos https://discoclub.myblog.it/2019/10/22/tra-los-angeles-ed-il-messico-il-natale-arriva-prima-los-lobos-llego-navidad/ , un lavoro che come ho scritto di stagionale aveva solo i testi delle canzoni; anche l’album di cui mi accingo a scrivere oggi in teoria potrebbe passare per ispirato al Natale, ma in realtà i brani al suo interno non trattano della festività, ma hanno l’inverno come tema principale (e nemmeno tutti). Sto parlando di Winter Stories, ottimo album che vede per la prima volta esibirsi insieme la leggendaria folksinger Judy Collins, 80 anni e non sentirli, ed il songwriter norvegese ma dal cuore americano Jonas Fjeld, diventato popolare nei primi anni novanta per due splendidi album registrati in trio con Rick Danko ed Eric Andersen. Ma non basta: per dare più profondità al suono i nostri hanno chiamato come backing band i Chatham County Line, gruppo country-bluegrass originario di Raleigh, North Carolina e titolare di una corposa discografia in proprio.

E Winter Stories (distribuito dalla nostra “amica” Cleopatra, etichetta che qualche volta, raramente, ci azzecca) si rivela un disco molto bello, dal suono ricco e decisamente roots, un album buono per tutte le stagioni in cui la classe sopraffina dei protagonisti viene fuori alla grande. Judy e Jonas duettano come se lo avessero fatto per anni (ma in più di un brano canta Judy da sola), e talvolta alle lead vocals possiamo ascoltare anche il frontman dei CCL Dave Wilson, mentre il resto della band (John Teer, mandolino e violino, Greg Readling, basso, steel ed organo, Chandler Holt, banjo, Russell Walden, piano, e Bill Berg, batteria) fornisce un background sonoro di tutto rispetto. Le undici canzoni si dividono tra cover, brani vecchi di Judy e Jonas rifatti ed anche tre pezzi nuovi di zecca, scritti per l’occasione da Fjeld con membri dei CCL. La Collins come autrice è presente con tre episodi del suo passato, tutti a tema invernale: la fulgida Mountain Girl, dotata di una melodia limpida e scorrevole e da un accompagnamento da perfetta country song appalachiana (e la voce è ancora bellissima), la folk ballad dal motivo toccante The Fallow Way, cantata e suonata benissimo, e l’intensa e drammatica The Blizzard, con Judy che si accompagna magnificamente al piano.

Abbiamo poi due pezzi anche dal passato di Fjeld: la profonda e vibrante country song Angels In The Snow (che era sul primo album con Danko ed Andersen), con il primo verso cantato in norvegese ed un bel refrain a due voci, e la pianistica e struggente Frozen North (scritta insieme a Hugh Moffatt), unico episodio con il songwriter scandinavo protagonista alla voce in solitudine. I tre brani nuovi iniziano con la lenta e raffinata title track, con un ritornello dal giusto pathos che contrasta apertamente con il ritmo contagioso di Bury Me With My Guitar On, puro bluegrass con ottima prestazione di Teer al mandolino, mentre Sweet Refrain è un brano tenue ed intenso che fonde in maniera mirabile canzone d’autore, roots music ed un tocco di bossa nova. Infine ci sono le cover, a partire da una splendida ripresa di Northwest Passage che apre il CD, grandissima canzone del canadese Stan Rogers (e rifatta in passato anche dal fratello Garnet), una folk song purissima e toccante resa ancora più bella dal contrasto tra la voce cristallina di Judy, quella calda di Jonas (che ricorda un Warren Zevon “invecchiato”) e quella pulita alla Jackson Browne di Wilson: forse il pezzo migliore del disco.

River è proprio il classico di Joni Mitchell, ballata magnifica che Judy tratta con grande rispetto fornendo un’interpretazione di gran classe, mentre Highwayman non ha bisogno di presentazioni: brano di Jimmy Webb che è tra i più belli del songbook americano di sempre, grazie anche alla celebre cover di Willie, Waylon, Kristofferson e Cash (e ricordo anche la stupenda rilettura “al femminile” di quest’anno delle Highwomen), ed anche qui abbiamo Judy che canta in solitudine nonostante la canzone si presti al duetto, regalandoci comunque una versione deliziosa ed emozionante. Un ottimo album quindi questo Winter Stories, uno di quei lavori che riscaldano il cuore: perfetto da suonare la notte del 25 Dicembre nonostante le tematiche più invernali che natalizie.

Marco Verdi

Una Proposta “Diversa” Ma Affascinante Per La Grande Vocalist Irlandese. Mary Black – Orchestrated

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Mary Black Orchestrated – Blix Street Records

Mary Black è una delle cantanti folk irlandesi più brave e popolari, diciamo che in patria ha goduto di un consenso quasi unanime dalla critica e anche vendite più che rispettabili, con i suoi undici album di studio che hanno quasi sempre raggiunto la vetta delle classifiche e tutti hanno avuto la status di disco di platino. Da qualche anno a questa parte, dopo avere annunciato il suo ritiro, Mary Black ha comunque diradato di molto le sue apparizioni discografiche, un album nel 2005 e uno nel 2011, e anche le tournée sono molto più brevi di un tempo, e quasi completamente sul territorio irlandese: però escono molti progetti  particolari che rivisitano il suo songbook, magari con l’aggiunta di bonus, come è stato per Mary Black Sings Jimmy MacCarthy, o per la versione del trentennale di By The Time It Gets Dark, nel 2008 era uscito anche Twenty Five Years Twenty Five Songs,  con il meglio della sua carriera e alcune chicche aggiunte per i fans.

L’ultima “pensata” è questo Orchestrated, in cui la vocalist di Dublino ha scelto le sue canzoni preferite (sia dal proprio repertorio che cover) e le ha rivestite di sontuosi arrangiamenti orchestrali, con l’aiuto di Brian Byrne che ha curato le partiture e diretto la RTÉ National Symphony Orchestra. Ovviamente la ragione per cui si apprezza questo album, che poteva essere un azzardo invece funziona, è la possibilità di potere ascoltare ancora una volta una delle più belle voci in circolazione, e non solo in ambito folk, con un timbro così puro e cristallino che per anni è stata la testimonial di molte case di prodotti hi-fi per audiofili. Ora forse la voce non è più così perfetta, ma ha sempre un fraseggio vocale che è goduria pura. Diciamo che, specie quando l’orchestra entra massicciamente negli arrangiamenti, lo spirito celtico un po’ si perde, ma le canzoni si ascoltano sempre con grande piacere (e forse non è un caso che l’etichetta che da qualche tempo pubblica i suoi dischi, sia la Blix Street, la stessa che cura il patrimonio discografico della scomparsa Eva Cassidy, altra voce superba).

Il disco si apre con una a tratti fin troppo lussureggiante versione di No Urge For Going di Joni Mitchell, con l’orchestra che rischia (quasi) di coprire la splendida voce di Mary; Carolina Rua è una delle sue canzoni più famose e mantiene quello spirito celtico dei suoi brani più riusciti, con intermezzi più intimi, quasi acustici, anche sotto forma di gighe, alternati alle potenti accelerazioni orchestrali, No Frontiers è una meraviglia del creato, una canzone malinconica e sognante dove la voce della Black quasi risplende, con quel timbro caldo ed avvolgente che ci affascina sempre. Poison Tree è un adattamento di un poema di William Blake, eseguita in duetto insieme alla collega australiana Marcia Howard, con un risultato finale turgido, molto da musical di Broadway, bello ma forse con poco calore. The Summer Sent You viceversa è una delle più belle canzoni scritte da Noel Brazil per lei, molto calda, passionale e coinvolgente, poi tocca ad uno dei capolavori assoluti di Richard Thompson The Dimming Of The Day, un altro brano dove la malinconia regna sovrana e l’arrangiamento orchestrale ne evidenzia la maestosità.

Turning Away, scritta dal cantautore scozzese Dougie MacLean, è brano di impianto folk, delicato e quasi danzante, peccato per il finale troppo pomposo e carico dell’orchestra, Bless The Road ha una melodia più dolce e cantabile, perfetta per la voce empatica della Black, mentre l’orchestra non è troppo invadente e lascia trasparire gli accenti celtici. The Loving Time, scritta sempre da Brazil, è stata in passato anche un duetto con una quasi deferente Emmylou Harris https://www.youtube.com/watch?v=Br55Mjve33Q , e pure in questa versione più matura mette in luce quella voce splendida, che è poi il motivo per cui uno compra i dischi di Mary Black; Adam At The Window è l’altra canzone di Jimmy MacCarthy, l’autore di No Frontiers, altra melodia rigogliosa, con una fisarmonica che a tratti fa capolino. Chiude Poison Words, uno dei brani più intimi e raccolti, con chitarra e cello che dopo una breve introduzione acustica lasciano spazio ai soliti florilegi orchestrali.Quindi un disco “diverso” ed affascinante che non mancherà di soddisfare sia i fans quanto chi vorrà avvicinarsi alla musica di questa grande vocalist, un patrimonio della musica irlandese.

Bruno Conti

Il Suo Lavoro Più Intimo E Profondo. Joe Henry – The Gospel According To Water

joe henry the gospel according to water

Joe Henry – The Gospel According To Water – EarMusic/Edel CD

L’album di cui mi accingo a parlare oggi potrebbe far parte di un ipotetico “trittico del dolore” con altri due lavori usciti in questo periodo, vale a dire il bellissimo Blood di Alison Moorer, del quale mi sono occupato pochi giorni fa, e del nuovo Ghosteen di Nick Cave, nei prossimi giorni su queste pagine virtuali. Joe Henry è ormai diventato uno dei produttori più richiesti insieme a Dave Cobb e Dan Auerbach, ed i lavori con lui dietro la consolle sono sinonimo di raffinatezza e qualità. A volte però si tralascia il fatto che Joe nasce come artista in proprio, e negli anni in cui si è costruito una carriera non ha praticamente mai sbagliato un disco, pubblicando diversi album di grande livello come Shuffletown, Short Man’s Room, Kindness Of The World, Trampoline, Tiny Voices, Civilians ed Invisible Hour (ma potrei tranquillamente citarli quasi tutti). The Gospel According To Water (bellissimo titolo) è il suo nuovo lavoro, che arriva a due anni dall’ottimo Thrum https://discoclub.myblog.it/2017/11/06/piu-che-strimpellare-qui-si-cesella-joe-henry-strum/  e a tre dal celebrato viaggio in treno con Billy Bragg che aveva prodotto Shine A Light, ed è un disco che ha avuto una genesi particolare.

Infatti lo scorso anno a Henry è stato diagnosticato un cancro alla prostata, una di quelle notizie che ti cambiano la prospettiva della vita, e la cosa lo ha portato a comporre di getto una serie di canzoni che ora possiamo ascoltare in questo album; The Gospel According To Water, pur essendo un lavoro dalle atmosfere raccolte ed intime, è però un disco nel quale il suo autore ci parla di amore per il prossimo e per la vita (pur essendo i testi spesso di difficile interpretazione), risultando quindi diverso nelle tematiche dai già citati album della Moorer (nel quale l’autrice viene a patti con un’infanzia terribile a causa del padre violento) e di Cave (ancora profondamente sconvolto per la tragica scomparsa del figlio): detto per inciso, pare che Henry abbia risposto molto bene alle cure, anche se ovviamente non può ancora cantare vittoria. L’altra particolarità del disco è la sua veste sonora scarna ed essenziale, dovuta al fatto che Joe aveva inizialmente inciso le canzoni accompagnandosi solo con la chitarra con l’intenzione di ricavarne dei demo, ma una volta risentito il tutto ha deciso che non serviva molto altro a questi brani per essere completi, e quindi si è fatto aiutare esclusivamente dal figlio Levon Henry al sax e clarinetto, da John Smith alla seconda chitarra e da Patrick Warren al piano. Niente batteria quindi, ed il basso solo in un brano, ma il risultato è comunque un album intenso e profondo, che, se ascoltato con attenzione, è in grado di regalare più di una emozione.

Un disco di ballate per voce e chitarra quindi, completate da un rintocco di piano qua, qualche nota di sax là e poco altro: l’atmosfera è calma e pacata ma non triste come vedremo nell’album di Cave, ma anzi si percepisce rilassatezza e distensione da parte dell’autore. Famine Walk inizia con la chitarra acustica alla quale si unisce quasi subito il pianoforte, mentre Joe intona una melodia lineare e per nulla ostica, di chiara matrice folk: un brano facile da apprezzare nonostante la veste sonora scarna. Due chitarre introducono la title track, un pezzo dall’incedere lento e meditato che si apre un po’ nel ritornello grazie anche all’approccio vocale caldo ed espressivo di Henry; in Mule a Joe e la sua chitarra si unisce Levon al clarinetto, che diventa protagonista nel delineare il motivo quasi al pari della voce del padre, Orson Welles (titolo che non c’entra nulla con il contenuto della canzone, in quanto frutto di uno scherzo tra Joe e la moglie Melanie Ciccone, sorella di Madonna) vede invece Henry Jr. commentare al sax in maniera decisamente discreta, risentiamo anche il piano ed il brano, struggente e cantato con voce forte, risulta uno dei più belli del CD.

Non è da meno Green Of The Afternoon, altra ballata folkeggiante dalla melodia diretta e vagamente dylaniana, ed anche In Time For Tomorrow è contraddistinta da un motivo splendido ed un accompagnamento di gran classe, solo chitarra, piano, clarinetto e le voci di Allison Russell e JT Nero, ovvero il duo Birds Of Chicago. The Fact Of Love è pacata ed interiore, con un bel gioco di chitarre ed un synth usato con molta misura, Book Of Common Prayer è lenta, profonda e con David Piltch che accompagna Henry al basso, mentre Bloom è puro folk, suonato con molta forza nonostante la strumentazione parca: voce, due chitarre ed un motivo diretto, ancora con reminiscenze dylaniane (sembra una outtake di Blood On The Tracks, e credo non sia un complimento da poco). La pianistica e notturna Gates Of Prayer Cemetery # 2 è meno immediata ma non per questo meno interessante, Salt And Sugar è discorsiva, raffinata ed ancora punteggiata in maniera discreta dal piano; il CD termina con la toccante General Tzu Names The Planets For His Children (altro bel titolo) e con la limpida Choir Boy, ennesimo brano di eccellente fattura in un disco dai suoni ridotti all’osso ma all’insegna della purezza.

Marco Verdi

Un Inatteso E Sorprendente Ritorno A Livelli Di Eccellenza. Ralph McTell – Hill Of Beans

ralph mctell hill of beans

Ralph McTell – Hill Of Beans – Leola Music

Toh, guarda chi si rivede e si risente! Ralph McTell, da Farmsborough, Kent, dove è nato quasi 75 anni fa, ma da sempre cittadino di Londra, anzi del sobborgo di Croydon, città alla quale ha dedicato il suo brano più celebre, Streets Of London, con 212 versioni cantate in giro per il mondo, non escluse ben sei (o forse sette) dello stesso Ralph, l’ultima delle quali, incisa nel 2017 insieme a Annie Lennox  per raccogliere fondi per una associazione che si occupa dei senzatetto, per la prima volta ha raggiunto il primo posto delle classifiche inglesi (prima non c’era mai riuscito, arrivando al massimo al n°2). Ma è stato anche uno dei migliori e più prolifici rappresentanti del filone del folk britannico, con oltre 50 album pubblicati, in una carriera iniziata nel lontano 1968 con un album Eight Frames A Second, prodotto da Gus Dudgeon e arrangiato da Tony Visconti (che torna a riunirsi proprio con McTell, producendo questo Hill Of Beans). Il nostro amico diciamo che pur essendo un eccellente chitarrista (solo nell’ultima decade ha rilasciato una serie di sei album dal vivo, Songs For Six Strings), è da ascrivere più al filone dei cantautori, fatte le dovute proporzioni e diverse attitudini, quello che ha prodotto Donovan, Cat Stevens, John Martyn, Nick Drake, i Fairport Convention, insieme ai quali ha spesso partecipato al loro leggendario Festival di Cropredy, ma pure Wizz Jones, altro importante musicista folk inglese col quale ha inciso diversi dischi, due anche di recente.

Hill Of Beans (che si può tradurre come montagna di fagioli, ma non ne ho mai viste, oppure come un fico secco o cosa di poco conto) è il primo album di canzoni originali di McTell dal 2010, anno in cui uscì Somewhere Down To Road, e come detto riunisce Ralph con il suo vecchio amico Tony Visconti, che già gli produsse Not Till Tomorrow del 1972: per l’occasione Visconti si porta dietro anche la ex moglie Mary Hopkin e la figlia Jessica Lee Morgan, oltre al grande contrabbassista Danny Thompson. Il CD contiene 11 canzoni, per la maggior parte scritte negli ultimi anni, ma anche una composta nel 1978 e una nel 1988, esce per la sua etichetta personale la Leola Music, e come è consuetudine dei dischi di McTell tratta dei temi più disparati, a conferma dello stile eclettico, ricco di spunti letterari, artistici e anche musicali, delle sue canzoni: la voce, nonostante lo scorrere del tempo, è ancora profonda e risonante, immediatamente riconoscibile, come certifica subito la bella Oxbow Lakes, una canzone dove le questioni amorose si intrecciano con metafore geografiche e il fingerpickinng di Ralph si immette su un arrangiamento semplice ma amabile realizzato da Visconti, che suona anche il recorder nel brano https://www.youtube.com/watch?v=FGti92mx2qs , Brighton Belle per certi versi è una affettuosa storia della propria famiglia durante la II guerra mondiale, raccontata attraverso un brano che ha l’afflato e la profondità delle più belle canzoni di Christy Moore, con il quale il nostro ha più di una affinità sia a livello di timbro vocale che per la facilità con cui sa costruire belle melodie di grande fascino, in questo caso solo con l’acustica di McTell e il contrabbasso di Thompson a scandirne i tempi.

Clear Water era già apparsa su Myths And Heroes il disco del 2015 dei Fairport Convention, qui in una versione più intima e raccolta, anche se gli archi e il coro celestiale aggiunti da Visconti gli conferiscono un livello quasi spirituale non lontano dai fasti del passato, Gertrude And Alice, è un accorato racconto che narra dell’amore tra Alice Toklas e Gertrude Stein nella Parigi degli anni ’20, attraverso un arrangiamento incentrato sul raffinato uso di fisarmonica, cello ed archi. Gammel Dansk ha una atmosfera tra cabaret mitteleuropeo, chansonnier francesi e tocchi klezmer, cantata quasi alla Leonard Cohen, molto bella, Shed Of Song è uno dei brani dalla melodia più “splendente”, tra cello, archi, piano e il solito recorder, suono molto avvolgente e classico. Close Shave è uno dei brani più tradizionali, tra blues e ragtime acustico, mentre When They Were Young,  una canzone sui fremiti del primo amore, evidenzia ancora una volta l’uso della fisarmonica e degli archi, con una melodia  incantevole e Sometimes I Wish I Could Pray, a tempo di valzer, è quasi una country song con uso di organo e steel guitar, ma con un coro gospel aggiunto, con la Hopkin e la figlia, https://www.youtube.com/watch?v=urdpp0_ViBo . In chiusura Hill Of Beans che prende in prestito le atmosfere romantiche del film Casablanca, incrociate con le esperienze parigine giovanili di McTell come busker, con tanto di citazione testuale finale “You played it for her, play it for me. Play it. Play it Sam.”. E per non farsi mancare nulla c’è anche un sentito omaggio finale al giovane Bob Dylan, quello dell’amore per Suze Rotolo, tra sbuffi di armonica e chitarra arpeggiata, West 4th Street And Jones registrata dal vivo, è un delizioso tuffo nel passato, che mette il sigillo ad un album sorprendentemente bello https://www.youtube.com/watch?v=C88NrWUENoE .

Bruno Conti

In Attesa Di Futuri Sviluppi! Concerto Evento a “Spazio Musica” Di Pavia: Eric Andersen & Scarlet Rivera + Eric Andersen Trio – 09/11/2019 Dal Nostro Inviato

eric andersen pavoa spazio musicaScarlet Rivera

Serata da forti emozioni l’altra sera in quel di  Pavia, e precisamente nel rinnovato Spazio Musica,  che sotto la nuova direzione artistica dell’amico Paolo Pieretto, è riuscito a portare sul palco del mitico locale il leggendario cantautore americano Eric Andersen, uno dei grandi protagonisti della gloriosa stagione del Greenwich Village, con alle spalle una carriera iniziata nei primi anni ’60 nei piccoli club di San Francisco, girando poi il mondo in lungo e in largo, e pubblicando in oltre 50 anni una trentina di album; carriera che prosegue tuttora in Europa, soprattutto al nord, come cantautore di “culto”.Ad accompagnarlo in questo “italian tour” è come al solito una band di ottimo livello, dove spicca la nota violinista Scarlet Rivera (protagonista assoluta della Rolling Thunder Revue, e nello storico album Desire di Bob Dylan), con il deciso contributo della brava percussionista canadese Cheryl Prashker (componente per molti anni della band Celtic-Roots Runa), l’eccellente musicista italiano Paolo Ercoli al dobro, e come vocalist e armonicista l’attuale moglie Inge Andersen.

La serata, iniziata puntualmente,  è stata aperta dalla ottima esibizione della cantautrice Simona Colonna (di origini piemontesi), reduce dal successo ottenuto al famoso “Premio Tenco”, che con il solo violoncello ha presentato un breve set dove oltre ai brani del suo ultimo lavoro Folli e Folletti, ha presentato una intrigante versione italiana di Blue River  (uno dei brani più famosi di Andersen).

Dopo le meritate ovazioni alla Colonna, e una breve presentazione del giornalista Paolo Vites per il suo libro dedicato, disco per disco, all’intera discografia di Andersen e inittolato Ghosts Upon The Road, sale finalmente sul palco in un completo nero (compreso il cappello) il buon Eric con la sua band, che inizia il concerto recuperando due brani quasi dimenticati dai suoi primissimi album, la delicata e struggente ballata I Shall Go Unbounded, e la grintosa Dusty Box Car Wall, seguita dalla sempre affascinante Foolish Like The Flowers, ai tempi passata quasi inosservata (la trovate su Avalanche).

Come sempre le sue storie musicali partono dagli arpeggi della sua chitarra acustica, che si manifestano nella malinconica Fooghorn, e nella ballata notturna Sheila (dal capolavoro Blue River), per poi passare ad una più recente Salt On Your Skin, registrata in un concerto dal vivo a Colonia, per poi  recuperare uno dei suoi capolavori Violets Of Dawn, una raffinata ballata notturna dedicata ai suoi poeti preferiti. Arrivati a questo punto il concerto comincia a prendere corpo con una bellissima e intensa versione di Don’t It Make You Wanna Sing The Blues, una gioiosa e ritmata Singin’ Man, e, introdotta da un simpatico aneddoto sul suo periodo italiano fine anni ’80, riproporre la dolcissima Hills Of Tuscany,  per poi raggiungere il piano e proporre al pubblico presente, sempre da Blue River, la delicata e intima Wind And Sand.

A questo punto Eric lascia spazio brevemente alla co-protagonista della serata Scarlet Rivera (non solo impegnata con il violino, ma anche seconda voce), per una grintosa interpretazione di una Lady Liberty, supportata alle percussioni dalla bravissima Cheryl, seguita da uno dei capolavori assoluti di Andersen, la pianistica e bellissima Blue River, prima di coinvolgere di nuovo tutta la band in una trascinante You Can’t Relive The Past (scritta ai tempi con Lou Reed). Nella parte finale del concerto Eric fa commuovere il pubblico in sala con la bellissima Under The Shadows, accompagnato dal violino straziante di Scarlet, per poi chiudere con una sequenza di alcuni dei suoi brani più celebri, come Close The Door Lightly When You Go e Thirsty Boots (entrambi sono sul “seminale” Bout Changes & Things). Dopo una lunga e meritata ovazione, la band si ricompone sul palco per l’ultimo pezzo della serata Mingle Of The Universe, dal penultimo lavoro di tre anni fa, dedicato alla vita di Lord Byron, ai tempi recensito dal sottoscritto su queste pagine.

Di seguito trovate la “tracklist” del concerto e i relativi album di riferimento, se non conoscete Eric Andersen, per incuriosirvi a scoprire le innumerevoli “perle” contenute nella sua discografia:

 

1   –   I Shall Go Unbounded – Bout Changes & Things (66)

2   –  Dusty Box Car Wall – Today Is The Highway (65)

3   –  Foolish Like The Flowers – Avalanche (09)

4   –  Fooghorn – Memory Of The Future (99)

5   –  Sheila – Blue River (72)

6   -.  Salt On Your Skin – The Cologne Concert (11)

7   –  Violets Of Dawn – Bout Changes & Things (66)

8   –  Don’t It Make You Wanna Sing The Blues – Blue Rain Live (07)

9   –  Singin’ Man – The Essential Eric Andersen (18)

10 –  Hills Of Tuscany – Memory Of The Future (98)

11 –  Wind And Sand – Blue River (72)

12 –  Lady Liberty – Scarlet Rivera

13 –  Blue River – Blue River (72)

14 –  You Can’t Relive The Past – You Can’t Relive The Past (00)

15 –  Under The Shadows – Beat Avenue (03)

16 –  Close The Door Lightly When You Go – Bout Changes & Things (66)

17 –  Thirsty Boots – Bout Changes & Things (66)

18 –  Mingle With The Universe – Mingle With The Universe: The Worlds Of Lord Byron (16)

C’era molta attesa per questo tour italiano di Eric Andersen (soprattutto per la presenza della violinista Scarlet Rivera), e tutte le aspettative sono state ampiamente ripagate con l’entusiasmo del folto pubblico presente , lo stesso pubblico che è stato coinvolto nelle varie pause del musicista (da vero “storyteller”) nel racconto di aneddoti inerenti al brano, con la band che si presta all’assalto dei presenti per fotografie e autografi, con Eric gentilissimo e signorile come sempre, e Scarlet un po’ sorpresa di tanto affetto. A 76 anni (compiuti) questo “signore”, anche se lontano dalla grande ribalta, si conferma ancora uno degli autori più vitali della grande scuola cantautorale americana.

*NDT La notizia buona è che il concerto è stato registrato, e prossimamente diventerà il nuovo CD dal vivo di Eric Andersen, pubblicato dalla gloriosa etichetta italiana Appaloosa, invece forse l’unico piccolo neo della serata è stato il mancato inserimento nella scaletta di un brano come Woman, She Was Gentle (cercatelo anche nella versione con Michele Gazich su The Cologne Concert), per il sottoscritto una delle “gemme” più belle del suo sconfinato songbook.

Tino Montanari

Ristampa Di Un Piccolo (E Sconosciuto) Gioiello Dal Canada. Zachary Lucky – The Ballad Of Losing You

zachary lucky the ballad of losing you

Zachary Lucky – The Ballad Of Losing You – Nordvis CD

L’ottimo successo di critica ottenuto da Colter Wall ha messo sotto i riflettori anche il Saskatchewan, regione del Canada dalla quale proviene il giovane songwriter. Dalla stessa zona (per l’esattezza da Saskatoon, la città più estesa della regione) ha origine anche Zachary Lucky, altro autore poco conosciuto che però a differenza di Wall ha già quattro album e tre EP alle spalle, avendo iniziato ad incidere nel 2008. Nipote d’arte (il nonno era il countryman Smilin’ Johnny Lucky, una piccola leggenda in Canada), Zachary è un cantautore nel più puro significato del termine, in grado di comporre brani intensi ai quali basta poco per emozionare: ci sono delle similitudini con Wall, nel senso che entrambi usano una strumentazione ristretta per accompagnare le loro canzoni, ma Colter ha uno stile che si ispira direttamente alle ballate western del primo Johnny Cash, mentre Lucky è più orientato verso il folk classico. The Ballad Of Losing You non è il nuovo album di Zachary (che uscirà il prossimo 18 Ottobre e si intitolerà Midwestern), ma la ristampa del suo penultimo lavoro, uscito originariamente nel 2013 e quasi impossibile da trovare, con l’aggiunta di una bonus track incisa di recente.

Ma per noi che non lo conoscevamo è come se The Ballad Of Losing You fosse un disco nuovo di zecca, ed è sicuramente un album di livello notevole, con una serie di ballate lente, profonde e di grande forza interiore nelle quali il nostro si fa accompagnare, oltre che dalla sua chitarra, da pochi altri strumenti: una steel (Aaron Goldstein, molto bravo), un banjo, un violino e solo occasionalmente pianoforte e basso, ma niente batteria. E l’album (autoprodotto) non risulta per nulla noioso nonostante possa sembrare ad un ascolto distratto un po’ monocorde, in quanto Zachary ha il piglio del songwriter vero, che sa usare la penna ed il pentagramma ed è in grado di emozionare anche con pochi accordi, ed in alcuni momenti si capisce chiaramente che una delle sue influenze principali è sicuramente quella del grande Townes Van Zandt (non a caso l’unica cover del CD è dello scomparso autore texano). Un esempio in tal senso è subito il brano d’apertura, Ramblin Man’s Lament (titolo molto alla Townes), una canzone lenta che inizia con Zach in perfetta solitudine ad intonare una melodia decisamente intensa, poi entrano con estrema discrezione banjo, violino ed una languida steel che viene appena sfiorata e fornisce un background sonoro di grande effetto.

Anche Salty Air è uno slow, molto più folk che country, nel quale rispetto al brano precedente c’è un maggior spazio per la strumentazione; puro folk anche con la bella After All The Months We’ve Shared, con sfumature western ed un motivo di sicuro impatto, voce-chitarra-dobro e nulla più. Le atmosfere del disco sono queste, ma ripeto la noia non affiora mai: Woke Up è intima, profonda ed ancora sottolineata dalla steel, un brano crepuscolare di cristallina bellezza, così come More Than Enough Road, splendida ballata con i suoni calibrati al millimetro, e Merry Month Of May, che sembra un’oscura folk song degli anni sessanta spuntata fuori da qualche polveroso archivio. Anche i restanti quattro brani del CD originale sono molto belli, poetici e profondi: Morning Words è resa ancora più suggestiva da un raro intervento di chitarra elettrica, Come Back Around e Sun’s Coming Up hanno entrambe un motivo di stampo tradizionale e sono tra le più riuscite, mentre Waitin’ For The Day è il già citato brano di Van Zandt, che si colloca alla perfezione nel mood del disco, aggiungendo un delizioso sapore country. Chiusura con la bonus track, la recente Helsinki, che presenta le stesse caratteristiche delle canzoni precedenti: puro folk cantautorale.

Un’apprezzata ristampa quindi per un talento che non conoscevamo, ed ottimo antipasto per il nuovo album che uscirà in autunno.

Marco Verdi