Per Contratto Dischi Brutti Non Ne Fa, Anzi E’ Vero Il Contrario! John Hiatt – The Eclipse Sessions

john hiatt the eclipse sessions

John Hiatt – The Eclipse Sessions – New West Records

Per ribadire il titolo del Post potrei dire che sono oltre trenta anni che John Hiatt non fa un disco brutto: anche se qualcuno non aveva particolarmente apprezzato Perfectly Good Guitar  del 1993 (che per me era comunque un ottimo disco) e Little Head del 1997 (che in effetti forse non aveva brani particolarmente memorabili, ma nell’insieme si difendeva), però per esempio il nostro amico negli anni 2000 ha azzeccato una serie di album notevoli, da Crossing Muddy Waters a Beneath This Gruff Exterior, passando per Master Of Disaster e il bellissimo Same Old Man, e ancora l’ottimo The Open Road, Dirty Jeans And Mudslide Hymns e Mystic Pinballs (entrambi prodotti da Kevin Shirley), per arrivare all’ultimo Terms Of My Surrender del 2014, ancora eccellente https://discoclub.myblog.it/2014/07/24/puo-rude-anche-tenero-john-hiatt-terms-of-my-surrender/ , e l’ultimo registrato con Doug Lancio alla chitarra. Poi ha deciso di prendersi una pausa di riflessione e sono passati quattro anni prima dell’uscita di questo The Eclipse Sessions, registrato lo scorso anno nella settimana dell’eclisse solare dell’agosto 2017 alla Rock House di Franklin, Tennessee: disco numero ventitré in una discografia corposa, che se probabilmente ha trovato i suoi vertici nel capolavoro Bring The Family e nell’altro vertice assoluto di Slow Turning (quest’anno celebrato  proprio con un tour nel trentennale, in cui per l’occasione Sonny Landreth era tornato a svolgere la sua funzione di chitarrista), è rimasta, come detto, sempre consistente e di alti livelli qualitativi, con pochi paragoni con altri suoi colleghi cantautori più ondivaghi nei loro risultati discografici.

Leggendo le note si nota l’assenza di una “vera” chitarra solista, ma il disco ha comunque sempre la presenza di questo strumento fondamentale nell’economia del sound di Hiatt: se ne occupano, a seconda dei brani, lo stesso John, oltre al tastierista Kevin McKendree (che cura anche la produzione del disco), e in alcuni pezzi il figlio quindicenne di quest’ultimo Yates McKendree, che a giudicare da quanto si può ascoltare potrebbe avere un futuro luminoso di fronte a sé. La sezione ritmica, manco a dirlo, è composta dagli immancabili Patrick O’Hearn al basso e Kenneth Blevins alla batteria, in grado di garantire quel suono inconfondibile che siamo soliti associare ai dischi di John Hiatt. Che di suo compone undici nuove canzoni che trattano dei temi che negli ultimi anni sembrano ricorrenti nei testi di un signore di 66 anni come lui, che anche se non dichiara mai esplicitamente nelle sue canzoni il fattore autobiografico, lo lascia comunque sempre intuire: il narratore che medita sui suoi fallimenti di uomo e compagno in Poor Imitation Of God e Nothing In My Heart, una certa aridità di sentimenti in Over The Hill, il dolore provocato dai propri misfatti in Hide Your Tears, oppure il bilancio amaro per una vita spesa on the road dal protagonista di Robber’s Highway, che ha più rimpianti che soddisfazioni da portare in questo bilancio fatto nell’età matura.

La musica è in ogni caso quella “solita” a cui siamo abituati: dal ciondolante ritmo country-rock-blues dell’elettrocustica Cry To Me, dove la splendida voce di Hiatt dispiega il suo caldo e pigro charme, ben sostenuta dal piano e dall’organo di babbo Kevin e dai fini rintocchi della chitarra del figlio Yates, per un brano  che come al solito ha profumi sudisti e l’avvolgente fervore delle sue migliori canzoni. All The Way To The River, una delle migliori canzoni del disco, con lo stesso Hiatt alla chitarra elettrica, mi ha rimandato al suono dei primi Dire Straits, con una andatura rock sinuosa e coinvolgente, ma anche a certi brani del Dylan più elettrico e nashvilliano;  Aces Up Your Sleeve è una di quelle ballate acustiche folk intime ed intense in cui il nostro amico è maestro, intrisa di malinconia e buoni sentimenti, con il delicato organo di McKedree a lavorare di fino sullo sfondo https://www.youtube.com/watch?v=Z7LuOjQDxt8 , mentre Poor Imitation Of God con Kevin McKendree alla chitarra solista è uno dei brani più rock della raccolta, sempre con quel sound volutamente più trattenuto del solito (il disco avrebbe dovuto essere acustico) ma a cui non manca la voce grintosa del nostro amico.

E anche Nothing In My Heart opta per il suono delle chitarre acustiche arpeggiate che sono punteggiate dagli interventi  dell’organo di McKendree e dal volteggiare rotondo del contrabbasso di O’Hearn che sottolineano le amare confessioni del narratore del brano; Over The Hill è un altro dei brani più mossi del CD, con la chitarra del giovane Yates in bella evidenza e il tocco vocale peculiare del cantautore di Indianopolis, il suo marchio di fabbrica unico ed inconfondibile. Outrunning My Soul, con John di nuovo all’elettrica, un bel piano elettrico in mostra e un ritmo rock&soul che ricorda gli Stones felpati  anni ’70 di Black And Blue, lascia poi spazio di nuovo  alla dolcezza non svenevole delle confessioni folkie della dolceamara Hide Your Tears, dove la baritone guitar di Hiatt si insinua nelle pieghe di un suono quasi minimale. The Odds Of Loving You, bellissima, è un country-blues classico, con la slide acustica di Yates McKendree a sottolineare la voce vissuta di un ispirato Hiatt; One Stiff Breeze, nonostante l’impegno della famiglia McKendree, a piano, organo e chitarra elettrica, e un certo impeto R&R, è forse uno dei brani che mi paiono meno riusciti, anche se non del tutto disastroso, ma pezzi rock così  Hiatt nel passato ne ha incisi di molto migliori. Però il livello si rialza per la conclusiva Robber’s Highway, una delle sue magiche ballate, il cui riff iniziale mi ha ricordato quello della Sweet Jane rallentata che facevano i Cowboy Junkies, cantata in modo splendido e compassionevole da un Hiatt veramente ispirato https://www.youtube.com/watch?v=RrfojB7sNe0 , che chiude in modo brillante un album ancora una volta soddisfacente per chi ama la musica di questo grande cantautore, sempre tra i migliori in circolazione.

Bruno Conti

Il Titolo E’ Interminabile, Il Disco Purtroppo No! The Milk Carton Kids – All The Things That I Did And All The Things That I Didn’t Do

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The Milk Carton Kids – All The Things That I Did And All The Things That I Didn’t Do – Anti CD

Il duo californiano dei Milk Carton Kids, formato da Kenneth Pattengale e Joey Ryan, dopo tre album salutati positivamente da quasi tutta la critica mondiale, al quarto lavoro ha deciso di compiere il grande salto. Fautori di un folk-rock cantautorale chiaramente influenzato da Everly Brothers, Simon & Garfunkel, e dal duo Gillian Welch/David Rawlings, i MKC non hanno cambiato stile, ma hanno migliorato decisamente il loro songwriting e per la produzione si sono rivolti nientemeno che a Joe Henry, con il quale avevano già collaborato nel recente passato ma mai al punto di affidargli le chiavi di un loro album. E Henry non è uno che si muove per tutti, conosce il due ragazzi e li apprezza (li ha avuti anche in tour con lui), e la sua mano in questo All The Things That I Did And All The Things That I Didnt’t Do (un titolo non proprio facile da memorizzare) si sente eccome. Joe è ormai un maestro nel dosare i suoni, nel dare una veste sonora adatta a qualsiasi cosa su cui mette le mani, e quasi sempre per sottrazione, ma c’è da dire che in questo caso gran parte del merito va alle canzoni scritte da Pattengale e Ryan, due che non hanno certo bisogno di sonorità ridondanti per emozionare.

Oltre alle chitarre dei due leader, grande protagonista del disco è la splendida steel guitar di Russ Pahl, ma non bisogna scordare la sezione ritmica discreta ma di gran classe formata da Dennis Crouch (uno che ha suonato con un sacco di grandi, da Gregg Allman a Johnny Cash) e dall’ormai indispensabile Jay Bellerose, oltre alle tastiere di Pat Sansone, membro dei Wilco, ed anche ai fiati (clarinetto e sax) nelle mani di Levon Henry, figlio di Joe. Ballate fluide, lente e distese, suoni centellinati al millimetro, mai una nota fuori posto, con in più alcune tra le migliori canzoni del duo: All The Things (abbrevio per fare prima) è il classico disco che cresce ascolto dopo ascolto, ma piace già dalla prima volta che si mette nel lettore. Il centerpiece dell’album è senza dubbio la straordinaria One More For The Road, un brano che supera i dieci minuti e che definire epico non è esagerazione: una canzone che inizia come una ballata fluida e rilassata, con le due voci, un paio di chitarre e la steel sullo sfondo, un suono molto anni settanta con elementi che rimandano ai gloriosi giorni del Laurel Canyon, e che poi si tramuta in un melting pot di suoni tra folk, jazz ed un tocco di psichedelia in un crescendo strumentale magnifico e di grande pathos, per tornare nel finale al tema principale.

Ma chiaramente il disco è anche altro, a partire dall’iniziale Just Look At Us Now, brano tenue ed interiore, molto discorsivo e con un accompagnamento discreto, una percussione leggera ed un delizioso contorno di strumenti a corda. Il pianoforte introduce la lenta Nothing Is Real, un pezzo raffinato ed ottimo veicolo per le armonie vocali di Kenneth e Joey, con un arrangiamento tra folk e pop d’altri tempi, nel quale si sente lo zampino di Henry; la squisita Younger Years ha molti contatti con la scrittura di Paul Simon, e la sua veste leggermente country & western, con la bella steel di Pahl in sottofondo, la rende una delle più riuscite. Mourning In America, pianistica e con una leggera orchestrazione alle spalle, è lenta e decisamente intensa: musica pura, senza pretese commerciali ma in grado di toccare le corde giuste; You Break My Heart è ancora spoglia nei suoni, voce, chitarra, steel e sezione ritmica appena sfiorata, con uno stile molto vicino all’ultimo Dylan che fa Sinatra, così come Blindness, se possibile ancora più cupa, quasi tetra, con le voci angeliche dei due che contrastano apertamente con il mood triste del brano. Big Time è decisamente più vivace, una canzone limpida ed ariosa tra folk e country, caratterizzata da un bel violino ed una melodia diretta, A Sea Of Roses è ancora puro folk moderno, gentile e raffinato, di nuovo con Simon dietro il pentagramma, mentre Unwinnable War è una ballatona di ampio respiro, con il solito ottimo lavoro di steel alla quale si aggiunge un organo ed il consueto pickin’ chitarristico di gran classe. Chiudono il CD la languida I’ve Been Loving You, molto Everly Brothers, e la delicata title track, tre strumenti in croce ma grande intensità.

Al quarto disco i Milk Carton Kids hanno fatto centro: canzoni come One More For The Road non si scrivono certo per caso, ed il resto non è sicuramente da meno.

Marco Verdi

Antologie Che Sembrano Dischi Nuovi: Parte 2. Annie Keating – All The Best

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Annie Keating – All The Best – Appaloosa/IRD CD

Il compito delle antologie discografiche è quello di riepilogare la carriera di un artista, o un singolo periodo di essa, sia a beneficio dei fans che dei neofiti, ma è a volte anche quello di far conoscere l’artista stesso, specie quando si parla di un musicista poco o per nulla noto, ed i cui lavori sono difficili da reperire. Ricordo ancora oggi l’effetto che mi fece qualche anno fa All That Is, greatest hits (si fa per dire) del cantautore canadese Garnet Rogers, che non conoscevo: il suo ascolto mi aveva colpito a tal punto che mi accaparrai la sua discografia competa in una botta sola, disponibile allora soltanto sul suo sito. Un effetto analogo potrebbe averlo questo All The Best, compilation antologica della cantautrice di Brooklyn Annie Keating, che dopo una carriera di quindici anni praticamente nell’anonimato e con dischi totalmente autogestiti, è approdata all’etichetta nostrana Appaloosa, che ha messo a punto questo bellissimo riepilogo in quindici brani dell’autrice newyorkese: solo una canzone del disco è incisa appositamente per il progetto, ma il fatto che Annie fosse una illustre sconosciuta fa sì che anche il resto del CD suoni nuovo alle nostre orecchie.

E la Keating dimostra che non meritava di sicuro di restare nell’ombra, in quanto ci troviamo di fronte ad una cantautrice nel senso più puro del termine, con un gusto innato per le melodie dirette e di impatto immediato, e la cui musica è ricca di spunti folk e country, anche se il rock non è certo estraneo; in più, la nostra è dotata di una voce non eccessivamente potente, ma personale ed espressiva: i paragoni più diffusi sono quelli con Gillian Welch e Lucinda Williams, ma io non ci trovo granché di nessuna delle due (forse più la prima, se proprio devo scegliere), al limite mi viene in mente una come Nanci Griffith, che però è più country, oppure Patty Griffin. Canzoni come l’iniziale Ghost Of The Untraveled Road, una ballata folk vibrante e cantata col cuore in mano, non si scrivono per caso, come neppure la successiva Belmont, bellissimo brano elettroacustico di chiaro sapore roots, contraddistinto da un ritmo vivace e da una melodia toccante, e guidato da una splendida fisarmonica (il libretto, che contiene tutti i testi, purtroppo non menziona i musicisti). Che dire di It Already Hurts When You Leave, una luccicante ballata cadenzata e dal motivo decisamente evocativo, grande musica ma anche classe notevole; Forever Loved è un delicato pezzo tra folk e country, puro e limpido, In The Valley vede Annie in compagnia della sua chitarra e pochi altri strumenti (tra cui un languido violino), ma il pathos non manca di certo, Sweet Leanne è magnifica, una folk ballad da brividi, tra le migliori del CD, profonda e struggente.

Se devo fare un paragone maschile, potrei scomodare Chip Taylor, in quanto Annie si affida anch’essa ad arrangiamenti semplici, e ha pure lei la capacità di creare melodie toccanti con pochi accordi. Con Storm Warning la Keating dimostra che ci sa fare anche con sonorità più elettriche e ritmi più sostenuti: un rock’n’roll di stampo roots, trascinante ed eseguito in scioltezza. Non le cito tutte, voglio lasciarvi il piacere di scoprirle ad una ad una, anche se non posso fare a meno di nominare la deliziosa Sting Of Hindsight, la pura e cristallina Coney Island, tra le più belle in assoluto, e la fulgida ballata elettrica You Bring The Sun. Una menzione poi per il brano finale che dà il titolo all’antologia, l’unico nuovo di zecca ed anche unica cover: si tratta infatti della nota canzone di John Prine (uno degli eroi di Annie), una delle migliori del grande songwriter, riletto in maniera splendida: grande brano ed ottima versione, ma non avevo dubbi.

E’ venuto il momento di scoprire Annie Keating e le sue bellissime canzoni, e All The Best è il modo migliore per farlo.

Marco Verdi

Torna Il Vecchio Folksinger, E Fa Quasi Un Capolavoro! Tom Rush – Voices

tom rush voices

Tom Rush – Voices – Appleseed CD

Tom Rush a 77 anni suonati non ha ancora perso la voglia di fare musica, anzi, è stato più attivo negli ultimi dieci anni che nei precedenti trenta. Grande cantautore, protagonista dell’età d’oro del folk revival degli anni sessanta e poi del folk-rock, ha attraversato quella decade in prima linea con una serie di dischi e canzoni che risultano belli ancora oggi (la sua No Regrets è giustamente considerata un classico https://www.youtube.com/watch?v=XKU0S5K5aYE ), anche se i suoi album erano spesso suddivisi tra brani suoi e di altri. Dalla metà degli anni settanta fino al nuovo millennio Tom sembrava quasi essersi ritirato: pochi dischi e profilo bassissimo, fino al suo ritorno sulle scene nel 2009 con l’ottimo What I Know, seguito a distanza di quattro anni dal bellissimo live celebrativo 50 Years Of Music. Ora Tom torna tra noi con Voices, prodotto come What I Know dall’esperto Jim Rooney (80 anni, un altro giovanotto), ed il risultato è ancora meglio che nel lavoro di nove anni fa. Rush per la prima volta scrive tutte le canzoni di suo pugno, tranne un paio di traditionals che ha inserito “per non compromettere la mia reputazione di folksinger” (come ha scherzosamente scritto nelle liner notes del CD), e sono canzoni una più bella dell’altra, nel suo tipico stile tra folk e country, che rendono Voices il suo disco più bello dagli anni settanta ad oggi.

Tom ha ancora una bella voce, solo leggermente arrochita dagli anni, ed è ancora in grado di scrivere canzoni belle, profonde ed intense, basate principalmente sul suono della sua chitarra: un disco di cantautorato classico, come si usava fare una volta. Per impreziosire ulteriormente il tutto, Rooney ha messo a disposizione del nostro una superband, con nomi che solo a leggerli c’è da leccarsi i baffi: Al Perkins al dobro, Sam Bush al mandolino, Dave Pomeroy al basso, Richard Bennett alle chitarre, il meno conosciuto (ma bravissimo) Matt Nakoa al piano ed organo, e le backing vocals di Kathy Mattea e Suzy Ragsdale. Il disco inizia con un traditional, Elder Green (che poi è la nota Alabama Bound con parole diverse), una sorta di folk-grass vivace e dal ritmo sostenuto, con un ottimo intreccio strumentale tra dobro, banjo e mandolino. Come See About Me è una deliziosa folk ballad, cantata in maniera calda e suonata in punta di dita, con il dobro di Perkins grande protagonista, doppiato abilmente dal pianoforte di Nakoa; molto bella My Best Girl (canzone d’amore dedicata alla sua…chitarra!), pimpante, tersa e contraddistinta da una melodia squisita e parti strumentali strepitose, puro pickin’ di gran classe, mentre Life Is Fine è cadenzata e decisamente orecchiabile, con qualcosa che rimanda allo stile di John Prine (che viene anche citato nel testo), ed un’aria scanzonata e solare: un avvio che conferma che Tom è in forma smagliante, e che non siamo davanti ad una stanca prova da parte di una vecchia gloria.

Cold River, country song limpida, è nuovamente azzeccata dal punto di vista melodico, specie nel refrain, mentre Far Away è splendida, una toccante ballata dal motivo perfetto, semplice ma di grande effetto, ed il solito lussuoso accompagnamento da parte della band: sembra di tornare indietro di cinquant’anni, grande canzone. Heaven Knows (But It Ain’t Tellin’) è un irresistibile ed ironico bluegrass, in cui Tom un po’ parla un po’ canta, mostrando di divertirsi non poco, Corina, Corina è il famoso traditional che hanno fatto in mille, ed il nostro rispetta la sua origine country-blues sfoderando la consueta classe, mentre la breve If I Never Get Back To Hackensack è un altro strepitoso e coinvolgente pezzo in bilico tra folk e country, di impatto immediato come tutti i brani di questo CD (davvero, non ce n’è uno sottotono). Purtroppo il disco volge al termine, ma c’è tempo ancora per la vibrante Going Down To Nashville, fulgido esempio di cantautorato doc e suonata in modo splendido, la sorprendente How Can She Dance Like That?, il pezzo più elettrico, quasi un rock’n’roll, davvero trascinante (grande pianoforte, e spunta pure un sax), e la conclusiva Voices, uno slow di grande intensità e cristallina bellezza, pura poesia musicale. Non ho idea se Voices sarà l’ultimo lavoro per Tom Rush, ma quello che è certo è che si tratta di un grande disco, senza dubbio alcuno.

Marco Verdi

Sempre A Proposito Di Voci Femminili Intriganti. Haley Heynderickx – I Need To Start A Garden

haley heynderickx

Haley Heynderickx – I Need To Start A Garden – Mama Bird Recording Co.

Ho sempre avuto una particolare predilezione per le voci femminili: siano quelle poderose del rock, o quelle intense e fenomenali delle dive del soul, ma anche in ambito folk e pop-rock,  dalla grande Joni Mitchell a Laura Nyro, Carole King, Sandy Denny o Joan Armatrading,  ma pure gente dalla vita e dalla carriera sfortunata, come Judee Sill o Karen Dalton, Carolyn Hester. Nelle generazioni successive mi hanno affascinato le canadesi Jane Siberry e Mary Margaret O’Hara, per cui quando ho letto paragoni con Haley Heynderickx, rispetto alla O’Hara (ma anche con Angel Olsen, tra le contemporanee e Vashti Bunyan, che probabilmente Haley conosce, essendo della stessa generazione, le altre non so), mi sono detto che era il caso di estrarre il manuale Guido Angeli/San Tommaso e provare, per eventualmente credere.

Dopo avervi stordito di nomi, potrei aggiungere anche  una Suzanne Vega più sognante ed umbratile, che d’acchito mi ricorda nella prima canzone, la breve e scarna No Face, solo la voce e la chitarra acustica arpeggiata della filippino-americana Heynderickx (inserita nella scena locale di Portland, una delle più vivaci negli States): testi surreali e poetici, come nella particolare The Bug Collector, che parla di visioni di strani insetti che sono metafore per persone e situazioni della vita reale e non immaginata, seppur vividamente dall’autrice, e qui la musica si fa più complessa, il fingerpicking è più intricato, può ricordare anche la prima Laura Marling (non l’avevamo ancora citata?), poi entra il contrabbasso di Tim Sweeney a scandire il tempo, ci sono i tocchi sonori del produttore Zak Kimball, un trombone con la sordina suonato da Denzell Mendoza, le percussioni di Phillip Rogers, che saranno poi i musicisti presenti anche negli altri sei brani di questo album, solo circa 30 minuti di musica, ma assemblati con certosina pazienza nei Nomah Studio di Kimball, grazie ad un autofinanziamento che ha portato Haley quasi alla bancarotta.

Ma il disco c’è, è bello, comincia a delinearsi, è alt-folk se volete chiamarlo così, ma non solo: Jo,  parte ancora soffusa,  una elettrica accarezzata e la voce della Heynderickx , che comincia ad assumere tonalità quasi leggiadre, grazie al suo vibrato fragile e  forte al contempo, poi entrano il basso e la batteria, la canzone si fa affascinante, ma quando uno sta per dire – toh,  Mary Margaret O’Hara – è già finita, bella però. E Worth It, il brano più lungo con i suoi quasi otto minuti, è ancora più bella, partenza con la solita chitarra elettrica arpeggiata, ma la voce comincia ad essere ancora più ricercata e appassionata, con vocalizzi quasi spericolati, mentre la sezione ritmica vira a tratti verso un rock intenso e i continui cambi di tempo tengono avvinto l’ascoltatore alle derive folk-rock del brano, dove le acrobazie vocali che hanno portato ai paragoni con la O’Hara assumono un senso, grazie anche alla seconda voce della bassista Lily Breshears che rende l’insieme ancora più “spaziale” https://www.youtube.com/watch?v=jnJURSfVoMg . Fosse tutto così l’album sarebbe un capolavoro, ma il disco grida forte “talento al lavoro”, come conferma l’avvolgente ed affascinante Show You A Body, dove il piano della Breshears aggiunge impronte  jazz ad una ballata notturna e complessa, fin troppo concisa nella sua durata, tutto è studiato e realizzato con certosina abilità.

Molto bella anche Untitled God Song con il suo strano approccio con una divinità al femminile e lo stile musicale che di nuovo incorpora l’uso del trombone, e una voluttuosa slide tangenziale nel suo soffuso e delicato folk-rock, dove la voce non domina ma accompagna gli strumenti, e in Oom Sha La la, il brano che contiene il verso “I Need To Start A Garden” che dà il titolo all’album, si incrocia un tema musicale che ricorda a tratti i Velvet Underground e un pigro pop-doo-wop, per  accelerare in un finale in cui la voce assume tonalità quasi isteriche.  A chiudere il tutto di nuovo il delicato folk acustico della cristallina Drinking Song dove si apprezza di nuovo la vocalità inconsueta di Haley Heynderickx, che non sarà Mary Margaret O’Hara ma sicuramente è una delle nuovi voci più interessanti della scena alternativa (e non) e merita di essere conosciuta con questo bel disco.

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica: Un Gradito Ritorno Nella Sua “Hometown”. Bruce Springsteen – Freehold 11/08/96

bruce springsteen freehold 1996

Bruce Springsteen – St. Rose Of Lima School, Freehold, NJ 11/08/96 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

L’ultima uscita in ordine di tempo degli archivi live di Bruce Springsteen, che da qualche tempo offrono una novità ogni primo venerdì del mese, è un concerto molto particolare del tour acustico del 1996 a seguito dello splendido The Ghost Of Tom Joad. Non è il primo live di questa tournée ad uscire in questa serie, ce n’era già stato uno registrato a Belfast, ma nella fattispecie siamo di fronte ad una serata speciale per il Boss, che torna a Freehold, sua città natale e dove ha lasciato tantissimi amici, ed in più nella sua scuola parrocchiale, la St.Rose Of Lima School. Che non sia uno show come gli altri lo si capisce dal fatto che Bruce è particolarmente rilassato e disteso, e scherza spesso tra un brano e l’altro (presumo conosca più di una persona tra il pubblico), ma anche dal fatto che la scaletta è radicalmente diversa da quella proposta in quel tour, specie nella prima parte. In aggiunta, oltre alle consuete tastiere “off stage” di Kevin Buell, abbiamo la presenza in varie canzoni della moglie Patti Scialfa alla seconda voce, e da Soozie Tyrell al violino e voce, ed il concerto, già bello e godibile di suo nonostante la strumentazione spoglia, è ancora più interessante.

Lo show si apre subito alla grande con una delle più intense The River da me ascoltate (canzone che in quei concerti di solito non veniva eseguita), per voce, chitarra ed il malinconico violino della Tyrell, una versione magnifica alla quale la veste acustica dona ancora più drammaticità; segue una spettacolare Adam Raised A Cain, che viene letteralmente trasformata in un folk-blues d’altri tempi, e gli unici due estratti da Tom Joad presenti nella prima parte, cioè Straight Time e Highway 29. Ben quattro canzoni provengono da Nebraska, come da logica visto lo status di “one man band” del nostro, e se Used Cars ed Open All Night sono nella norma, Johnny 99 è trascinante anche senza una band alle spalle, mentre Mansion On The Hill si conferma come una delle più belle ballate di Bruce. Tra i classici, non molti per la verità, troviamo una Darkness On The Edge Of Town vibrante e suonata con grande forza (e difficile da riconoscere all’inizio), Two Hearts eseguita insieme sia a Patti che a Soozie, e la solita Born In The U.S.A. in versione blues paludoso che il nostro faceva in quel periodo; non manca qualche rarità, come la folkeggiante The Wish, dedicata alla madre (e molto bella) e l’ironica Red Headed Woman, preceduta da una esilarante introduzione “solo per adulti”, oltre alla poco nota When You’re Alone (da Tunnel Of Love).

Il secondo CD inizia con ben cinque canzoni prese da The Ghost Of Tom Joad, una dietro l’altra, e se la title track la conosciamo bene (e si conferma splendida), non sono da meno né The LineAcross The Border; dopo una toccante Growin’ Up e la sempre stupenda This Hard Land, è la volta di una My Hometown davvero intima (non poteva certo mancare) e della profonda e struggente Racing In The Street. Solitamente i concerti di quel tour si concludevano con The Promised Land, che infatti non manca, ma stasera Bruce aggiunge Freehold, un brano nuovo scritto per l’occasione, e che viene suonato per la prima ed unica volta: musicalmente un pezzo forse nella media, ma sono i continui riferimenti ai luoghi della sua giovinezza sparsi nel testo a mandare in visibilio il pubblico. Ho già detto nelle precedenti recensioni che preferisco il Bruce Springsteen rocker alla sua versione folksinger (come penso tutti), ma questo live registrato in una location così familiare è davvero speciale. Come nei vecchi film di James Bond sui titoli di coda vi annuncio il prossimo capitolo della saga. Nel prossimo volume avremo un concerto, elettrico del 2009, a New York, nel quale fu eseguito per la prima volta in assoluto The River, canzone per canzone (e, ancora una volta, niente dal tour di The Rising)

Marco Verdi

Affascinante “Vera Ed Antica” Country Music Dagli Altopiani Australiani. Kasey Chambers & The Fireside Disciples – Campfire

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Kasey Chambers & The Fireside Disciples – CampfireWarner Music Australia/Essence

Kasey Chambers è una delle più popolari (e brave) cantautrici australiane, i suoi dischi sono regolarmente ai primi posti nelle classifiche down under, questo Campfire è il suo dodicesimo disco di studio, ed esce dopo l’ottimo e complesso doppio dello scorso anno Dragonfly https://discoclub.myblog.it/2017/02/05/sempre-dallaustralia-una-libellula-di-prima-grandezza-kasey-chambers-dragonfly/ . Ma nel passato della brava Kasey c’è anche un passaggio cruciale nella band di famiglia, la Dead Ringer Band, in azione soprattutto negli anni ’80 e ’90, e che vedeva in formazione anche la mamma Diane, il fratello Nash e il babbo Bill, partendo proprio dagli stessi presupposti che stanno alla base di questo Campfire: ovvero, riassunto molto in sintesi, nel 1976, quando Kasey era un infante e Nash aveva due anni, la coppia Chambers decise di andare a vivere in una zona dell’Australia rurale nota come Nullarbour Plain, un altopiano in mezzo al nulla, dove per sostenersi si erano dedicati alla caccia alla volpe e ad altre attività molto primitive, alla sera prima di dormire tutta la famiglia si riuniva intorno al falò del campo, da cui il Campfire del titolo, Bill estraeva la chitarra e tutta la famiglia armonizzava al ritmo dei grandi classici del country, del bluegrass, del folk e della OTM. Quindi cosa ti ha pensato la vulcanica nostra amica: perché non realizzare un album interamente basato su questa tradizione delle canzoni intorno al falò?

Detto fatto e, a merito della Chambers, va detto che questo disco, acustico, scarno, basato su pochi strumenti e l’armonizzazione deliziosa delle voci, in primis è molto riuscito, e poi è arrivato anche fino al 6° posto della classifica australiana: pensate ad un disco di Iris DeMent o Gillian Welch, ma scarnificatelo ancora di più, oppure al suono di un progetto come Brother Where Art Thou (Fratello Dove Sei?), incentrato su una serie di brani scritti appositamente dalla Chambers per l’occasione, che viene aiutata dal babbo Bill , chitarra, dobro, mandolino, da Brandon Dodd dei Grizzly Train, chitarra e banjo, e da Alan Pigram, un aborigeno degli Yavuru, che collettivamente si fanno chiamare The Fireside Disciples, e integrano con le loro intricate armonie vocali Kasey Chambers, in brani che spaziano appunto tra country, mountain music, bluegrass, folk, anche gospel, in alcune occasioni cantato a cappella , mentre altre canzoni sono cantate in solitaria. Un disco non facile, ma affascinante, che si apre, e non poteva essere diversamente, con The Campfire Song, una delicata canzone che rimanda alle canzoni della Carter Family, ma anche ai brani più acustici di Emmylou Harris e Dolly Parton, che da sole (o come trio, insieme alla Ronstadt) hanno esplorato questo repertorio più acustico e tradizionale: la Chambers non ha una voce straordinaria, piuttosto sottile, ma “garbata” ed evocativa, e l’intermezzo parlato di Pigram aggiunge fascino ad un brano già ammaliante di suo. Go On Your Way vive solo sulle voci disadorne ma seducenti dei protagonisti, mentre Orphan Heart, introdotta da un banjo e da una chitarra acustica, vive ancora sulle splendide armonizzazioni dei musicisti coinvolti, e poi il dobro di Bill Chambers diventa protagonista del brano.

La quasi biblica Goliath Is Dead va a ritmo di un  mosso gospel, con il call and response di Kasey e dei suoi soci, su cui si inserisce una frizzante armonica. Abraham, cantata dalla sola Kasey, è uno dei brani centrali del disco, una ballata splendida di sei minuti, fragile ma forte al contempo, sui guai di questo mondo, forse senza speranza, dove viviamo, cantata in solitaria dalla Chambers, ma con le voci e gli strumenti che a tratti la sostengono con vigore in una atmosfera per altri versi, soffusa; Early Grave è un’altra bella canzone di stampo country-folk, come pure la successiva The Harvest And The Seed, dove come ospite appare una Emmylou Harris che mostra una voce meno frizzante del solito, più rotta e vissuta, che testimonia che anche per lei il tempo scorre, anche se il fascino e la classe non mancano mai. Big Fish, solo voci e percussioni e un dobro nel finale, come pure The Little Chicken (featuring My  Dad!), ricordano appunto quelle canzoni  spensierate che probabilmente si cantavano intorno al fuoco nei tempi che furono. E anche Junkyard Song introdotta dai dialoghi in presa diretta dei protagonisti, come pure la musica ha quella freschezza tipica della canzone popolare, con Now That You’re Gone, che è un’altra splendida ed intensa traccia da folksinger pura di grande caratura, cantata con impeto e grande partecipazione dalla Chambers, che poi si rilassa nuovamente nella elegante, minimale e favolistica Fox And The Bird, solo un banjo e la voce sussurrata di Kasey. Che ci saluta nella conclusiva, corale Happy, dove come The Little Pilgrims appaiono quelli che hanno tutta l’aria di essere figli e nipoti, per chiudere idealmente questo incantevole viaggio nel passato e proiettarlo nel futuro.

Bruno Conti

A Vent’Anni Era Già Un Fenomeno! Jerry Garcia – Before The Dead

jerry garcia before the dead

Jerry Garcia – Before The Dead – Round/JGF 4CD – 5LP

Quando, verso la fine del 2016, ho recensito su questo blog lo splendido album Folk Time, una collezione di incisioni effettuate da Jerry Garcia con gli Hart Valley Drifters, alla fine del post Bruno, con fare umoristico, ha scritto “Ora attendiamo qualche bella jam di Jerry all’asilo!”, ma senza volerlo non è andato lontanissimo dal prevedere il futuro, in quanto in questi giorni è stato pubblicato questo Before The Dead, un quadruplo CD che contiene tutto quello che Jerry ha inciso appunto prima di iniziare l’avventura con i Grateful Dead (tranne i brani degli Mother McCree Uptown Jug Champions, che erano già usciti e poi comunque non sono in linea musicalmente con il contenuto di questo box), che anche se non parte dall’asilo comincia comunque da quando il nostro aveva solo diciannove anni. Ed il disco, che può anche vantare su una qualità sonora che va dal discreto (il primo CD) all’ottimo, è decisamente imperdibile se siete dei fan di Jerry, in quanto il contenuto è quasi totalmente inedito, e mostra per la prima volta al completo le sue radici e la musica con la quale si è formato, canzoni della tradizione folk, country, bluegrass e blues, brani che già all’epoca avevano decine e decine di anni, per non dire centinaia, sul groppone. Negli anni Jerry avrebbe manifestato spesso queste influenze, solo in parte con i Dead (ma il live acustico del 1981 Reckoning ne è pieno), ed in misura maggiore con gli Old & In The Way, la Jerry Garcia Acoustic Band e soprattutto nei dischi pubblicati negli anni prima della prematura morte ed incisi insieme a David Grisman. Ma qui abbiamo gli inizi di Jerry, i suoi primi passi, ed è bellissimo notare disco dopo disco la sua evoluzione, in quanto dopo qualche timidezza agli esordi già nel secondo dischetto abbiamo un musicista formidabile che sa perfettamente il fatto suo. E poi Garcia non stava mai fermo, cambiava in continuazione i compagni di viaggio (molto di quello che c’è nel box è dal vivo), e di conseguenza in Before The Dead sono rappresentati una miriade di gruppi diversi e con i nomi più disparati (la fantasia non gli mancava di certo): ma vediamo nel dettaglio il meglio dei ben 84 brani presenti nel quadruplo.

CD 1 (1961): si parte con otto brani, registrati ad una festa di compleanno (!), a nome Bob & Jerry, dove Bob in realtà è il futuro partner di Garcia nel songwriting, Robert Hunter: due voci ed una chitarra, per otto brani della tradizione tra cui alcuni molto noti come Oh, Mary Don’t You Weep, All My Trials e Trouble In Mind, con Jerry ancora acerbo ma che già lasciava intravedere il suo talento, specie nel pickin’ chitarristico (ascoltate l’intensa Blow The Candles Out, brano di origini celtiche, e capirete). Poi ci sono due pezzi nei quali ai due si aggiunge Marshall Leicester alla chitarra e banjo (ottima la loro rilettura quasi bluegrass di Jesse James), ed altri cinque con Jerry ed un bassista sconosciuto, con due superlative Long Lonesome Road e Railroad Bill, nelle quali il futuro Captain Trips si dimostra già un chitarrista provetto.

CD 2 (1962): le prime otto canzoni sono a nome Sleepy Hollow Hog Stompers, un trio formato da Jerry con ancora Leicester e Dick Arnold al violino, con il nostro già più convinto e sicuro di sé, e deliziose versioni di Cannonball Blues (Carter Family) e dei traditionals Shady Grove e Man Of Constant Sorrow, quest’ultima cantata a cappella, oltre ad una notevole Hold That Woodpile Down, puro folk. I restanti brani altro non sono che la riproposizione di Folk Time degli Hart Valley Drifters, sedici pezzi strepitosi che però erano già usciti meno di due anni fa, e la loro inclusione in questo box rende Folk Time praticamente inutile (e per il commento vi rimando alla mia recensione del 2016) https://discoclub.myblog.it/2016/11/29/molto-piu-che-altro-disco-jerry-garcia-hart-valley-drifters-folk-time/ .

CD 3 (1963): l’inizio è appannaggio di altre otto splendide canzoni registrate dal vivo a Palo Alto con una nitidezza incredibile, stavolta a nome The Wildwood Boys (Garcia, Hunter e gli ex Hart Valley Drifters David Nelson – in seguito membro dei New Riders Of The Purple Sage – e Norm Van Maastricht): una cristallina fusione tra country, folk, bluegrass e mountain music, con una velocissima Roll In My Sweet Baby’s Arms, il gospel Standing In The Need Of Prayer, la nota Muleskinner Blues di Jimmie Rodgers (strepitosa), ed uno scintillante strumentale per chitarra, Saturday Night Shuffle, scritto da Merle Travis. Abbiamo anche la prima canzone in assoluto scritta da Jerry, uno straordinario brano per solo banjo intitolato Jerry’s Breakdown, nel quale il nostro sembra che abbia venti dita. Completano il CD sei canzoni a nome Jerry & Sara, dove Sara è Sara Garcia, prima moglie di Jerry, che aiuta il marito alla seconda chitarra e voce, con punte come una fulgida Deep Elem Blues (che Jerry riprenderà negli anni a venire, anche coi Dead) e due vibranti riletture delle note Long Black Veil e Foggy Mountain Top, con Garcia davvero magnifico sia che suoni chitarra, banjo o mandolino (ma è molto bella anche la folk ballad Will The Weaver, pura e limpida come l’acqua).

CD 4 (1963/64): il dischetto più lungo dei quattro, trenta brani, di cui ben 26 appannaggio dei Black Mountain Boys in varie configurazioni (Garcia, Hunter, Nelson, Eric Thompson, Geoff Levin ed il futuro compagno nella Jerry Garcia Acoustic Band Sandy Rothman), con una qualità sonora non perfetta ma più che accettabile, che però viene compensata dalle straordinarie performance dei nostri. Un vero e proprio combo di puro bluegrass, ispirato a gruppi come gli Stanley Brothers, una prova di bravura eccezionale, con versioni al fulmicotone di brani tradizionali, della Carter Family, dei Louvin Brothers, di Ralph Stanley e di Bill Monroe, una vera goduria per le orecchie (non mi metto ad elencare le canzoni, ci vorrebbe una recensione a parte). Stesso discorso per i quattro pezzi finali, incisi a nome Asphalt Jungle Mountain Boys, un quintetto nel quale, oltre a Jerry, militava anche un giovane Herb Pedersen, che è anche voce solista in These Men Of God.

Una pubblicazione da non perdere dunque questo Before The Dead, anche per il costo abbastanza contenuto: oltre ad essere bellissimo, ci sono le radici di uno dei musicisti più importanti del secolo scorso, ed è quindi da considerarsi anche un’operazione culturale.

Marco Verdi

Torna Il Ragazzo “Salvato” Dal Folk. Micah P. Hinson – At The British Broadcasting Corporation

micah p. hinson at the bbc

Micah P. Hinson – At The British Broadcasting Corporation – Full Time Hobby

Il titolo di questo “post”, per chi ci segue e ha letto le precedenti recensioni, fa riferimento alla sua sfera personale, in quanto questo ragazzo (ormai diventato uomo), da giovane ha avuto molte vicissitudini: seri problemi di droga, si è anche ritrovato in bancarotta, è finito in carcere per vagabondaggio, e per non farsi mancare nulla, nel 2014 pure un incidente d’auto che gli ha provocato la paralisi momentanea delle braccia, con serie conseguenze, prima di poter riprendere a suonare la chitarra. Comunque, a pochi mesi di distanza dal recente Presents The Holy Strangers, targato 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/09/10/una-geniale-e-moderna-opera-folk-micah-p-hinson-presents-the-holy-strangers/ , arriva un po’ a sorpresa questo nuovo lavoro (ed essendo in effetti questo nuovo album uscito a marzo, i mesi erano proprio pochi), disco che documenta le varie esibizioni di Micah P. Hinson per la trasmissione di Marc Riley alla British Broadcasting Corporatio (BBC), nel corso degli ultimi quindici anni, con i propri brani preferiti e scelti dallo stesso autore, riproposti in versioni altamente alternative.

Per chi conosce questo geniale cantautore nato a Memphis ma trasferitosi presto ad Abilene, Texas, il primo album di riferimento non poteva che essere uno dei “capolavori” iniziali, ovvero brani tratti da Micah P. Hinson And The Gospel Of Progress (04), con le prime due tracce del disco, il valzer acustico di una sempre strepitosa Stand In My Way, e la litania recitativa della spettrale I Still Remember, cantata in duetto con Sara Lowes, e di nuovo “perdere” la testa e aprire i cuori quando viene riproposta l’intensa bellezza di una meravigliosa Beneath The Rose. Dall’interlocutorio Micah P. Hinson And The Pioneer Saboteurs (10), Micah rilegge il folk-elettronico di una acustica 2’s + 3’s, la personale vicenda familiare della classica Seven Horses Seen, sino ad arrivare al country-folk di Take Of That Dress For Me, cantata quasi con sofferenza dall’autore. Dal successivo Micah P. Hinson And The Nothing vengono recuperati il folk-gospel campagnolo God Is Good, e una The Life, Living, Death And Dying Of A Certain And Peciluar L.J.Nichols (non vorrei sbagliare ma è uno dei titoli più lunghi e strani che mi ricordi), riletta e cantata su un ritmo scheletrico. Dall’ultimo lavoro in studio The Holy Strangers Micah ripropone il fantasma di Johnny Cash nella moderna serenata country di Lover’s Lane, e la ninna-nanna poco ortodossa di Oh, Spaceman (dedicata al figlio primogenito Wiley T.).

L’avvertenza è di considerare questa recensione (come ho già detto in altre occasioni) ad alto rischio di faziosità, ma questo ultimo lavoro di Micah P. Hinson è un disco che assomiglia a quegli album di famiglia, dove riguardando le pagine passate il protagonista di volta in volta decide di dare un taglio attuale e più moderno al suo “songbook”, mantenendo però le atmosfere di un vecchio “juke-box”. Micah P. Hinson nel corso del tempo si è costruito un solido seguito (anche in Italia), status che viene certificato anche da questo Micah P. Hinson At The BBC, undici vecchi e nuovi meravigliosi bozzetti acustici, con una voce che sembra venire dal profondo del cuore, in quanto la musica si può misurare solo attraverso le emozioni che riesce a regalare, e credetemi questo piccolo genio del “neo-folk” si rivela ancora una volta, magari anche a chi non lo conosce, come un autore intimo, e nonostante la traversie varie citate all’inizio, sempre più ispirato.

Tino Montanari

Non Ci Eravamo Dimenticati: Rileggendo Vecchie Pagine D’Amore! Mary Chapin Carpenter – Sometimes Just The Sky

mary chapin carpenter sometimes just the sky

Mary Chapin Carpenter – Sometimes Just The Sky – Lambent Light Records/Thirty Tigers

In questi tempi di celebrazioni musicali, e in modo particolare negli ultimi anni, diversi artisti e gruppi si sono buttati sul loro vecchio repertorio (in alcuni casi anche prestigioso), sfornando dischi spesso dai risultati altalenanti, ma oggi con piacere parliamo di una grande cantautrice come Mary Chapin Carpenter https://discoclub.myblog.it/2012/06/10/un-gusto-acquisito-mary-chapin-carpenter-ashes-and-roses/ che, in occasione del trentennale della sua carriera, pubblica un nuovo lavoro Sometimes Just The Sky (il quindicesimo se non ho sbagliato i conti, escluse antologie e video), composto da una dozzina di brani recuperati “democraticamente” ed estratti da ognuno dei suoi album in studio, a partire dall’esordio con Hometown Girl (87) arrivando sino a The Things That We Are Made Of (16), rivisitati e rielaborati per l’occasione, con un solo inedito, la splendida title.track conclusiva. Per fare tutto al meglio, la Carpenter emigra in Inghilterra nei famosi Real World Studios di Peter Gabriel, con la produzione del polistrumentista Ethan Johns (Ryan Adams, Ray La Montagne, Paul McCartney), a chitarre, mandolino e altro, avvalendosi di un gruppo di musicisti abituali, a partire dal collaboratore di lunga data, il chitarrista Duke Levine, da Dave Bronze al basso, Jeremy Stacey alla batteria e percussioni, Stephanie Jean al piano e tastiere , e Georgina Leach al violino e viola, che accompagnano Mary voce e chitarra acustica, con il risultato finale di un album decisamente riuscito, dove i nuovi arrangiamenti conferiscono ricche tonalità e una nuova “nobiltà” ad ognuna della dodici “pagine d’amore”.

Meritoriamente la scelta della Carpenter non è caduta solo sui brani di successo, e la dimostrazione è ad esempio il brano d’apertura Heroes And Heroines, una classica ballata del suo repertorio, suonata e cantata al meglio, recuperata dall’album d’esordio Hometown Girl (87), e a far da contraltare nella seguente rilettura, What Does It Mean To Travel dall’ultimo lavoro in studio, in una versione che rimanda alla sfortunata folksinger Kate Wolf degli esordi, per poi passare alla dolcezza infinita di I Have A Need For Solitude, e alla ballata folk elettrica One Small Heart (la trovate su Between Here And Gone (04).  Le tracce rivisitate continuano con quello che è uno dei classici assoluti della Carpenter, la meravigliosa e struggente The Moon And St. Christopher, estratta meritoriamente da un album “seminale” come Shooting Straight In The Dark (90), e di cui si ricorda anche una strepitosa versione di Mary Black https://www.youtube.com/watch?v=cgZCbHcp1JE , seguita da una intrigante rilettura della poco nota Superman, il moderno folk-country di una ariosa Naked To The Eye, per poi “sbalordire” ancora una volta con la melodia di Rhythm Of The Blues.

Le pagine volgono al termine con i nuovi arrangiamenti elettroacustici di una sempre accattivante This Is Love, la lenta accorata litania di Jericho con la voce di Mary che ricorda la prima e mai dimenticata Joni Mitchell, la sempre affascinante ballata folk The Calling dall’album omonimo, che viene rifatta nell’occasione in una seducente versione avvolgente, prima di ammaliare di nuovo con uno dei brani più belli del suo sterminato “songbook” This Shirt (recuperatela dal bellissimo State Of The Heart (89), e concludere infine con la maestosa bellezza dell’unico inedito,  una ballata come Sometimes Just The Sky, oltre sei minuti di grande musica, impreziosita dal violino irish della brava Georgina Leach.

Questa bravissima singer-songwriter nativa  del New Jersey ha da poco tagliato la soglia dei sessant’anni, e nonostante un percorso difficile costellato anche di perdite e malattie (e ricordando che è arrivata al successo senza compromessi artistici), in questo pregevole Sometimes Just The Sky la Carpenter dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, tutto il suo talento, rimettendo in gioco in una maniera elegante, raffinata e anche commovente il suo vecchio repertorio, da cantautrice completa che sa spaziare indifferentemente dal folk al country, dal soft-rock alla canzone d’autore, e per chi ancora non la conoscesse, Mary Chapin Carpenter merita molta, molta più attenzione di tante esaltate e celebrate cantautrici dei nostri giorni, in fondo la buona musica richiede qualche sacrificio (economico) e un pizzico di coraggio, anche da parte di chi acquista i dischi. Quindi disco altamente consigliato e meritevole di un vostro ascolto!

Tino Montanari