Dal Cuore Dell’Irlanda Una Toccante Serata A Scopo Benefico. Mick Flannery – Alive Cork Opera House 2019

mick flannery alive

Mick Flannery – Alive Cork Opera House 2019 – Rosaleen Records – CD – LP

Sono passati quindici anni da quando Mick Flannery ha pubblicato il suo album di debutto il bellissimo (ma passato quasi inosservato) Evening Train (05), comunque era già chiaro fin da allora che il nativo di Blarney, nei suoi testi e nelle sue melodie era influenzato dai Van Morrison, Leonard Cohen, Tom Waits (tutti grandi di quel periodo passato ma da non dimenticare), con una voce “burberamente” affascinante che completava il suo stile di “songwriter”. Dall’uscita del suo ultimo disco omonimo dello scorso anno https://discoclub.myblog.it/2019/07/11/dalla-contea-di-cork-torna-lultimo-storyteller-mick-flannery-mick-flannery/ , il buon Mick con la sua band, ha eseguito oltre 100 concerti tra Irlanda, Regno Unito, Stati Uniti e Canada, e questo CD che andiamo a recensire è un lavoro completamente indipendente con 17 tracce live registrate lo scorso anno, nel mitico Opera House Theatre di Cork, con la meritevole iniziativa di Flannery di devolvere i proventi delle vendite del disco a tutti i componenti della sua band (compresa anche la troupe), che improvvisamente, causa “Covid-19”, si sono ritrovati senza lavoro nei mesi seguenti. Poteta acquistarlo qui https://mickflannery.bandcamp.com/album/alive-cork-opera-house-2019

Così la sera del 26 Settembre 2019, Flannery voce, chitarra e pianoforte si porta sul palco la sua fidata band composta da Alan Comerford alla chitarra elettrica, Mike O’Connell al basso, Phil Christie alle tastiere, Christian Best alla batteria, Matthew Berrill al sassofono e clarinetto, Karen O’Doherty al violino, e come vocalist sua zia Yvonne Daly, sotto la supervisione dell’ingegnere del suono e produttore John Fitzgerald. Il concerto si apre con uno dei brani più toccanti di Flannery, Wasteland tratta dall’album omonimo dello scorso anno, con un suono rock più potente e che termina con un assolo di chitarra, cosa che si ripete nella “morrisionana” There Must Be More con tanto di sassofono in sottofondo, per poi recuperare dall’album di debutto una sempre commovente Take It On The Chin, a cui segue Get What You Give, riletta con un ricco tessuto sonoro. Con One Of The Good Ones si scopre la parte più rock di Mick, per poi tornare subito alle atmosfere più calde e ovattate di una sofferta I’ll Be Out Here valorizzata dal sassofono di Berrill e dalla soave voce di zia Yvonne, e dopo una presentazione parlata va a recuperare dall’album Red To Blue, un valzer romantico come Boston, solo pianoforte e voce, mentre How High viene presentata con il coinvolgimento di tutta la band.

Dopo una breve conversazione con il pubblico, Flannery recupera da Evening Train un altro dei suoi brani più noti e amati dal pubblico, la sempre commovente In The Gutter, per poi divertire i presenti con il testo spiritoso di una divertente e inedita Christy Skull Hits, ritornare nei suoi panni abituali con l’ariosa melodia di Come Find Me, e meritoriamente portare alla luce da un EP poco conosciuto come Mickmas (18), una potente Star To Star cantata e suonata al meglio con in evidenza il sassofono del bravo Berrill nella parte conclusiva. Dopo la presentazione dei componenti della band, la parte finale del concerto vede Flannery saccheggiare un album importante come Red To Blue con l’omonima title track, con una sezione ritmica più potente, proseguire nel segno del rock con No Way To Live, commuovere il pubblico in sala con le note lamentose del sassofono di una Small Fire dall’intrigante finale “psichedelico”, e andare a chiudere un concerto splendido con I Own You, dove si manifesta ancora una volta la parte meno conosciuta e più “rock” del cantautore Irlandese.

Per il sottoscritto uno dei pericoli degli album dal vivo è mettere fianco a fianco le canzoni dell’ultimo album in studio, con quelle registrate magari quindici anni prima, ma in questo caso specifico il pericolo non sussiste, in quanto c’è sempre stata qualità in tutti i suoi album nel corso degli anni, compreso questo Alive, At Cork Opera House, ulteriore esempio dell’immenso talento di Mick Flannery come cantautore, che lo fa aggiungere a quella lunga lista di piccoli e grandi tesori nascosti nel panorama della musica Irlandese.

Tino Montanari

In Attesa Del Bellissimo Box Di Richard Thompson Ecco Un Ennesimo Concerto Degno Di Menzione. Richard Thompson – Live At Rock City, Nottingham November 86

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Richard Thompson – Live At Rock City, Nottingham November 86 – 2CD Angel Air

All’incirca un anno fa, più o meno in questo periodo, usciva un fantastico doppio CD dal vivo Across A Crowded Room Live At Barrymore’s 1985, pubblicato dalla Real Gone Music (e del quale purtroppo, per un disguido, non fu pubblicata la recensione sul Buscadero) https://discoclub.myblog.it/2019/08/21/il-recupero-di-un-raro-ma-bellissimo-disco-dal-vivo-dal-passato-richard-thompson-across-a-crowded-room-live-at-barrymores-1985/ : si trattava del tour di Richard Thompson immediatamente antecedente a quello contenuto nel doppio CD di cui andiamo ad occuparci, in origine negli anni ‘80 uscito solo su Laser Disc, mentre questo Live At Rock City proviene da un broadcast radiofonico (ma mancano quattro brani del concerto), per il quale la qualità sonora è diciamo molto buona, anche se non al livello della serata canadese al Barrymore.

La formazione è la stessa del concerto del 1985, Clive Gregson e Christine Collister, voci di supporto, acustiche e organo, Rory McFarlane al basso, Gerry Conway alla batteria, con una aggiunta significativa, il grande John Kirkpatrick alla fisarmonica, o button accordion se preferite il termine inglese (che nelle note, per un refuso, diventa accordian): quindi è una rara, se non rarissima, occasione per ascoltare Richard Thompson e Kirkpatrick dividere il palco. Il tour era per promuovere l’album “americano” Daring Adventures, prodotto da Mitchell Froom, ma come d’abitudine si pescavano brani da tutta la sua immensa discografia: si parte subito forte con Man In Need, tratto da Shoot Out The Light, brano accolto da un boato del pubblico, che coniuga come d’abitudine il suo approccio Folk (i tocchi fisa di Kirkapatrick) alla assoluta maestria alla chitarra elettrica con un suo tipico assolo, mentre Collister e Gregson aggiungono le loro celestiali armonie vocali. When The Spell Is Broken viene da Across A Crowded Room, una delle sue splendide, uniche, inconsuete ed intense ballate, con lavoro sublime alla solista e grande esecuzione della band.

Two Left Feet da Hand Of Kindness è uno dei pezzi più mossi e brillanti, una moderna giga con ampio spazio per Kirkpatrick, la poco conosciuta Jennie viene da Daring Adventures ed è comunque una delle sue tipiche malinconiche elegie all’amore tormentato, con la Collister ispirata al controcanto ed un altro assolo da urlo, seguita da A Bone Through Her Nose, altro pezzo nuovo per l’epoca, titolo meraviglioso, brano di impianto rock, quasi funky, al quale Thompson fa seguire Calvary Cross, uno dei miei brani preferiti in assoluto, molto amato anche dal pubblico inglese, che Richard ripaga con una esibizione superba e assolo lancinante in crescendo che raggiunge il Paradiso (dei chitarristi). Al Bowlly’s In Heaven, all’epoca nuova, sarebbe diventata negli anni una delle sue canzoni più belle (peccato per i problemi tecnici), e come rarità per la serata il medley folk strumentale Whitefriar’s Hornpipe/Shreds and Patches con Kirkpatrick al centro del palco.

Il secondo CD parte con You Don’t Say, sempre dall’album del 1985, con Thompson, Collister e Gregson impegnati in armonizzazioni vocali di grande pregio: cosa dire di Wall Of Death? Basta ascoltare, uno dei suoi capolavori assoluti, versione come sempre superba, con il plus della fisa di Kirkpatrick e la Collister che fa la Linda Thompson della situazione, ottima anche la vorticosa Fire In The Engine Room con solista in overdrive e la rarissima The Life And Loves Of A She Devil, che all’epoca era il tema di una serie TV, con Thompson che va di pedali e vibrato con la chitarra, mentre Christine Collister la canta divinamente, anche The Angels Took My Racehorse Away è una sorpresa assoluta, un brano da Henry The Human Fly del 1972 che non ricordavo affatto, ma che definire stupenda è quasi farle un torto, diciamo un’altra piccola meraviglia di Richard Thompson, ma quanto è bravo questo uomo? Che poi cala un altro asso con Shoot Out The Lights, in una versione intensa, avvolgente, buia e perigliosa, con chitarra e voce minacciose che quasi travolgono l’ascoltatore, che non fa in tempo a riprendersi perché arriva una altrettanto magistrale, ma esuberante e gioiosa Nearly In Love, con un ritornello quasi cantabile e con un altro assolo intricatissimo della solista.

A chiudere la serata una galoppante Tear Stained Letter, dove lui e Kirkpatrick si sbizzarriscono a rivedere le regole non scritte della musica folk. Un ennesimo (mezzo) capolavoro dal vivo, ma c’erano dei dubbi? Nel prossimo fine settimana vi aspetto per l’articolo in due parti sul superbo cofanetto Hard Luck Stories, in uscita l’11 settembre.

Bruno Conti

Ormai Non E’ Più Soltanto Una Giovane Promessa. Colter Wall – Western Swing & Waltzes And Other Punchy Songs

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Colter Wall – Western Swing & Waltzes And Other Punchy Songs – La Honda/Thirty Tigers CD

Quando nel 2017 è uscito il sorprendente debut album omonimo del giovane cantautore canadese Colter Wall (il suo EP del 2015 Immaginary Appalachia, poi ristampato, lo conoscevano in pochissimi) i paragoni più frequenti erano quelli con Johnny Cash, non tanto per lo stile che in quella fase era a metà tra folk e country ma per la voce incredibilmente profonda e baritonale. Il seguente Songs Of The Plains, oltre ad essere di livello artistico perfino superiore, era ancora più vicino alle cose dell’Uomo in Nero ed in particolare ai suoi primi album per la Columbia, quelli con le canzoni a tema (ed anche la veste grafica della copertina ricordava i dischi di un tempo) https://discoclub.myblog.it/2018/10/24/il-ragazzo-sta-crescendo-in-maniera-esponenziale-colter-wall-songs-of-the-plains/ . Ora Colter ritorna con il suo terzo “full length”, un lavoro che conferma la crescita esponenziale del nostro che, giova ricordarlo, ha solo 25 anni: Western Swing & Waltzes And Other Punchy Songs è uno splendido album di puro country & western come si faceva a cavallo tra gli anni cinquanta ed i sessanta, un disco di vere e proprie cowboy songs come oggi purtroppo non fa più nessuno.

Il parallelo con Cash è ancora valido, ma con questo nuovo lavoro Wall rivela anche le influenze di altri autori leggendari dell’epoca d’oro, in particolare Marty Robbins e Johnny Horton. Un disco di country purissimo e pressoché perfetto, prodotto da Colter stesso ed inciso con la collaborazione di pochi ma abili strumentisti come Patrick Lyons (chitarre varie, dobro e steel), Doug Moreland al violino, Emily Gimble al pianoforte, Jason Simpson al basso, Aaron Goodrich alla batteria e Jake Groves all’armonica: perfino la durata complessiva, 33 minuti, rimanda ai gloriosi LP di cinque-sei decadi fa. Western Swing & Waltzes è diviso a metà tra cover e brani originali, ma come ho già scritto per il nuovo album cantato in spagnolo dei Mavericks non c’è differenza tra le canzoni nuove e quelle di una volta, anche perché, ripeto, Colter non si smuove neanche a sparargli da un determinato e ben preciso periodo musicale.

Le cover iniziano con il medley di traditionals I Ride An Old Paint/Leavin’ Cheyenne, suonato in maniera essenziale, voce-chitarra-armonica, ma con un feeling notevole (immagino Colter eseguirla al tramonto di fronte ad un falò quando i cavalli sono stanchi); Big Iron è uno dei classici del già citato Robbins (era sul leggendario Gunfighter Ballads & Trail Songs), una western song strepitosa che il nostro rivede in maniera assolutamente scintillante, con la band che lo segue coinvolgendo alla grande l’ascoltatore: una delle canzoni più belle di quest’anno, non importa che abbia più di sessanta anni sul groppone. Anche Diamond Joe è un traditional molto noto, e questa rilettura per doppia voce, chitarra e violino è emozionante nella sua semplicità, mentre High & Mighty (scritta da Lewis Martin Pederson III, un poeta e songwriter del Saskatchewan, quindi compaesano di Wall) è uno squisito western swing ritmato ed irresistibile, degno dei pionieri di questo genere musicale, con la steel di Lyons in gran spolvero ed il piedino di chi ascolta che si muove spontaneamente.

Cowpoke, vecchio successo di Elton Britt, è una languida country ballad che più classica non si può, con forti connotazioni western e suonata in modo splendidamente evocativo. I cinque pezzi scritti da Colter partono con la title track, che inizia per voce e chitarra ma entrano subito la steel ed il resto della band, ed il brano si rivela un delizioso honky-tonk come si faceva un tempo, puro country al 100%. Henry And Sam ha il passo cadenzato di una classica western song (e qui l’influenza di Cash è evidente), con un bel lavoro di dobro e steel ed un motivo godibilissimo; Talkin’ Prairie Boy è proprio un talkin’ come si usava fare negli anni sessanta, solo Colter e la sua chitarra per un pezzo che porta un tocco di folk nel disco e si lascia ascoltare con grande piacere. Gli ultimi due brani scritti dal nostro sono anche quelli che chiudono il CD, e cioè la breve e pimpante Rocky Mountain Rangers, tra le più dirette dell’album, e l’intensa Houlihans At The Holiday Inn, di nuovo con Colter quasi da solo (c’è solo Lyons al dobro), ma con l’evidente capacità di coinvolgere e toccare le corde giuste anche con poco.

Per favore, che nessuno dica a Colter Wall che siamo nel 2020: uno dei dischi country dell’anno.

Marco Verdi

 

 

Nonostante La Lunga Assenza E’ Ancora Una Songwriter Coi Fiocchi! Kathleen Edwards – Total Freedom

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Kathleen Edwards – Total Freedom – Dualtone CD

L’album di cui mi accingo a scrivere è una specie di piccolo evento, in quanto si tratta del quinto lavoro di Kathleen Edwards, cantautrice canadese tra le più interessanti ad aver esordito nel nuovo millennio che però era ferma discograficamente da ben otto anni. Dopo tre ottimi dischi pubblicati tra il 2003 ed il 2008 (Failer, Back To Me e Asking For Flowers, tutti molto apprezzati sia dalla critica che dal pubblico) la Edwards si era presa cinque anni di pausa prima di tornare nel 2012 con il valido Voyageur https://discoclub.myblog.it/2012/01/26/una-viaggiatrice-particolare-kathleen-edwards-voyageur/ , ma da allora le notizie che la riguardavano erano uscite con il contagocce. Oltre ad aver aperto una coffee house a Stittsville (sobborgo della natia Ottawa), pare infatti che Kathleen abbia sofferto di una seria forma di depressione e che solo in tempi recenti sia riuscita a venirne fuori: una parte del merito è da attribuire a Maren Morris, la quale ha chiesto alla Edwards di scrivere una canzone per il suo album del 2019 Girl (il brano in questione è Good Woman), spronandola in maniera decisa a riprendere in mano la sua carriera musicale.

Il risultato di questo ritorno è Total Freedom, un album che fin dal primo ascolto si rivela davvero bello e riuscito, e che ci mostra un’autrice che non ha perso lo smalto nonostante la lunga assenza dalle scene. I dieci brani del disco sono perfettamente bilanciati tra folk, rock e pop come di consueto, ma è la vena compositiva della protagonista che fa la differenza, insieme alla sua classe interpretativa che non è peraltro mai stata in discussione. Ballate profonde che si alternano a brani più movimentati, il tutto eseguito con grande feeling ed eleganza: molti hanno paragonato Kathleen a Suzanne Vega, ed il parallelo secondo me calza anche se la Edwards ha comunque un suo stile ed una sua personalità che in questo lavoro la porta anche verso atmosfere quasi californiane. Prendete lo splendido brano d’aperura, cioè la mossa Glenfern, una raffinata ed elegante ballata dal ritmo cadenzato, background pianistico ed un motivo pulito e diretto, quasi come se la Vega si fosse ritrovata in studio con i Fleetwood Mac. L’album è prodotto da Jim Bryson e Ian Fitchuk, che collaborano con la Edwards anche in veste di musicisti (rispettivamente a chitarra e piano il primo ed al basso il secondo) insieme ad un collaudato gruppo che vede come elementi di spicco i chitarristi Blair Hogan e Gord Tough, il batterista Peter Von Althen, lo steel guitarist Aaron Goldstein e, alle backing vocals in un brano, la brava “collega” Courtney Marie Andrews.

Dopo la già citata Glenfern l’album prosegue con Hard On Everyone, caratterizzata da un tempo veloce ed un bel lavoro chitarristico che entra sottopelle, il tutto nobilitato dalla voce limpida di Kathleen che sciorina un’altra melodia discorsiva e decisamente gradevole nonostante una leggera malinconia di fondo; la gentile Birds On A Feeder è una squisita ballata di stampo acustico con al centro la voce cristallina della Edwards ed un accompagnamento scarno ma di classe, mentre Simple Math è uno slow elettroacustico dal tono crepuscolare e dotato di una linea melodica purissima, eseguito anch’esso con notevole finezza. Il ritmo torna a salire nell’orecchiabile Options Opens, primo singolo dell’album che può contare su un refrain delizioso ed una strumentazione perfetta in cui le chitarre dicono la loro con misura, un pezzo in aperto contrasto con la seguente Feelings Fade, folk song dall’atmosfera rarefatta ma con un motivo che non manca di provocare qualche brivido grazie anche ad una leggera orchestrazione che aggiunge altro pathos.

Fools Ride è intimista, con gli strumenti che a poco a poco fanno crescere l’intensità lasciando però sotto i riflettori la voce di Kathleen, Ashes To Ashes è un altro incantevole bozzetto per voce, chitarra acustica e poco altro, la breve Who Rescued Who è invece una piacevole e solare pop song ancora “veghiana”, che ci porta alla conclusiva Take It With You When You Go, toccante e bellissima ballatona pianistica che mette la parola fine con grazia e feeling ad un disco che conferma la bravura di Kathleen Edwards e la sua voglia ancora intatta di fare ottima musica.

Marco Verdi

Si Torna A Parlare Di Una Piccola Leggenda Sotterranea Del (Folk) Rock Britannico. Levellers – Peace

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Levellers – Peace – On The Fiddle Recordings – LP – CD – 2 CD + DVD (Deluxe Edition)

Come già detto in altre occasioni, chi scrive ha conosciuto i Levellers in un concerto tenuto davanti a pochi intimi in quel di San Colombano Al Lambro, in occasione di un tour che promuoveva il secondo album della loro discografia, l’ottimo Levelling The Land (91), e da allora ho sempre seguito il loro percorso musicale (per onestà, con alcuni album non sempre all’altezza di quello appena menzionato). Peace arriva inaspettato a otto anni di distanza dal loro ultimo lavoro in studio, Static On The Airwaves (12), e due anni dopo We The Collective (18) https://discoclub.myblog.it/2018/04/15/30-anni-di-combat-folk-riletti-in-forma-acustica-levellers-we-the-collective/ , un disco con i loro “classici” rifatti con una bella sezione d’archi; il nuovo CD come sempre registrato negli abituali Metway Studios della natia Brighton, e prodotto dal collaboratore di lunga data Sean Lakeman (fratello del più noto cantautore Seth). Passano gli anni, ma la “line-up” del gruppo rimane sempre quella storica, composta da Simon Friend al mandolino e banjo, Mark Chadwick chitarra e voce, Jeremy Cunningham al basso, Matt Savage alle tastiere, Charlie Heather alla batteria, e il bravissimo Jon Sevink al violino, con il contributo di Ronan Le Bars alle pipes, Stephen Boakes al didgeridoo (strumento a fiato australiano), e come vocalist aggiunta in alcuni brani la brava Kathryn Roberts

Il repertorio propone come al solito canzoni con testi fortemente “politicizzati”, con storie ed eventi di vita reale radicali, suonate come sempre con la consueta energia e furore agonistico (marchio di fabbrica sin dall’esordio della band). Nella traccia di apertura Food Roof Family è immediatamente palpabile l’energia che sprigiona il gruppo, riportandoci alle atmosfere dell’esordio di A Weapon Called The World (90), seguito subito dai “riff” delle chitarre in una Generation Fear dall’arrangiamento quasi hard-rock, per poi passare ad una radiofonica Four Boys Lost, dove imperversa il violino di Jon Sevink (da sempre l’arma in più della band), mentre Burning Hate Like Fire è un brano scorrevole e accattivante dal suono molto “diverso”. Le storie proseguono con Born That Way, un brano interessante con un bel connubio di voce e strumenti, come pure nella “danzante” Our New Day”, perfetta da ballare nei Pub londinesi, magari dopo la fine della pandemia (dove è proprio impossibile non muovere il piedino), mentre Calling Out è il primo singolo di turno che sta viaggiando nelle radio inglesi, con un suono che può essere trasmesso in qualsiasi tipo di programmazione ( benché in tipico stile anni ’80).

A questo punto arrivano le chitarre acustiche di un brano folk-rock come Ghosts In The Water, un pezzo che rimanda al periodo di Zeitgeist (95). Con The Men Who Would Be King si torna a respirare le atmosfere “folk-punk-rock” degli esordi, mentre Albion & Phoenix è un altro tassello di vita reale (racconta la storia di un birraio abusivo), con uno sfondo musicale che ricorda gli anni formativi della band, brano dove tutti gli strumenti girano a mille, per andare a concludere con una traccia finale come Our Future, una canzone di speranza dall’arrangiamento intrigante e originale, che gira in forma acustica intorno agli strumenti a corda e alla bella voce di Mark Chadwick. Una delle caratteristiche distintive di Peace è l’uso di sonorità non convenzionali, privilegiando un sound folk più tradizionale basato su chitarra acustica e violino, e un cambiamento discreto tra gli stili vocali, tra la voce melodiosa di Chadwick e quella più spigolosa di Friend, dando ad ogni brano una piacevole miscela di voci contrastanti. I Levellers insomma, sono ancora una piccola istituzione della musica britannica, dopo trent’anni di carriera, la maggior parte passati “on the road” (restando per lunghi periodi uno dei live-act più richiesti in Europa), e udite, udite, senza aver mai cambiato la formazione, sintomo di un gruppo di musicisti in grado di condividere filosofie di vita e ideali politici, in modo inossidabile.

Per chi, come me, segue i Levellers, Peace può essere accostato ad periodo di Truth & Lies (05) e Letters From The Underground (08), un disco elettrico, vecchio stile, dove la vitalità, la grinta e la passione ci sono ancora (come nei due album di studio sopra ricordati), e nonostante gli anni che passano, i capelli ingrigiti e i figli a carico, ancora suonano musica per divertirsi e far divertire, con il risultato che almeno al sottoscritto fanno ancora battere il cuore. La copertina del disco, come tutte le altre dei Levellers, è opera di Jeremy Cunningham. E questo “dipinto” in modo specifico ricorda quella di Zeitgeist, sia pure con tonalità diverse.

Tino Montanari

Lo Springsteen Della Domenica: Un Boss In Tono Minore, Più Folksinger Che Rocker. Bruce Springsteen – Stockholm 2005

bruce springsteen stockholm 2005

*NDB Causa problemi tecnici di connessione, ovviamente non dipendenti dalla mia volontà, ma generalizzati nella zona di Milano, da cui opero con il Blog, per un paio di giorni non è stato possibile inserire aggiornamenti con nuovi Post. In extremis, visto il titolo, aggiorno con questo nuovo articolo scritto da Marco, sulla serie dei concerti ufficiali del Boss. Poi da domani, sperando che il problema sia risolto in modo definitivo, provvederò a recuperare i Post mancanti. Per il momento buona lettura, e scusate il titardo.

Bruce Springsteen – Stockholm 2005 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Sono pronto a scommettere che se doveste chiedere a cento fans di Bruce Springsteen quale tournée tra quelle intreprese dal loro idolo sia la preferita, nessuno sceglierà i due tour acustici rispettivamente del 1995-1997 e del 2005: questo non perché in quelle due serie di spettacoli in solitaria il Boss abbia deluso, ma non si può ignorare che la fama di più grande intrattenitore dal vivo al mondo il nostro se la sia fatta come rocker a capo della E Street Band. Io stesso, che ho visto Bruce una decina di volte, pur avendone la possibilità non ho mai preso i biglietti per i due tour di cui sopra, in quanto a mio parere anche per un fuoriclasse come lui è dura mantenere desta l’attenzione per due ore e mezza da solo sul palco. Questo cappello serve per introdurre la penultima uscita della serie live tratta dagli archivi del Boss, che documenta appunto una serata presa dalla tournée del 2005 seguita alla pubblicazione dell’album Devils And Dust, e per l’esattezza uno show del 25 giugno all’Hovet, un impianto polisportivo che sorge a Stoccolma (comincio a pensare che tra i curatori di questa serie ci sia qualche scandinavo, dato che è la quinta uscita a riguardare un concerto tenuto nella penisola nordica, tre in Svezia e due in Finlandia).

Bruce come ho già detto in altre occasioni si presenta da solo (c’è però una tastiera “off-stage”, suonata da Alan Fitzgerald), ma a differenza del tour di The Ghost Of Tom Joad in cui si limitava a strimpellare la chitarra acustica ed a soffiare nell’armonica, qui si cimenta con chitarre sia acustiche che elettriche, ovviamente ancora armonica, ukulele, piano ed organo a pompa. Il pubblico svedese è caldo e partecipe, ed il Boss si presenta in buona forma anche se, come ho già accennato, lo Springsteen rocker è tutt’altra cosa rispetto alla versione folksinger: la classe però è la stessa e lo show è comunque godibile anche se qualche momento meno riuscito c’è, soprattutto a causa della decisione del nostro di stravolgere l’arrangiamento di alcuni pezzi con risultati alterni. I brani di Devils And Dust la fanno prevedibilmente da padroni, con ben otto selezioni (ed un cenno speciale lo meritano Long Time Comin’, Black Cowboys, Jesus Was An Only Son e Matamoros Banks), mentre stranamente da Tom Joad viene suonata solo la peraltro bellissima Across The River e da Nebraska (che poi è l’unico album di studio di Bruce veramente acustico) una Reason To Believe solo per armonica e voce filtrata, uno stravolgimento che reputo poco riuscito e difficilmente digeribile.

Ci sono altri arrangiamenti particolari, come l’opening track Downbound Train molto rallentata per voce ed organo, una The River pianistica (non male) ed una Point Blank in cui il Boss si accompagna al piano elettrico togliendole un pizzico di pathos; per contro, la My Hometown eseguita anch’essa al piano (acustico) è forse addirittura meglio di quella “lavorata” di Born In The U.S.A. Non mancano le rarità in scaletta, sia rispetto alle setlist abituali di questo tour (la discreta Empty Sky e la sempre stupenda Lucky Town) che in assoluto, come la b-side Part Man, Part Monkey e la pochissimo eseguita Walk Like A Man (tratta da Tunnel Of Love). E poi, visto che siamo pur sempre parlando di un concerto di Springsteen, ci sono anche diversi “magic moments” come la pianistica e toccante The Promise, un’intensa The Rising, convincente anche in questa veste spoglia, e la folkeggiante This Hard Land. La parte finale dello show inizia benissimo, con una coinvolgente Ramrod arrangiata quasi cajun, un’ottima Bobby Jean molto folk ed una pimpante ed energica Blinded By The Light, ma poi a mio parere si sgonfia negli ultimi due brani (cosa inaudita per un live del Boss, che è abituato a dare il meglio proprio nei bis), cioè una The Promised Land rallentatissima ed irriconoscibile (e francamente noiosa) ed una rilettura per voce ed organo di Dream Baby Dream dei Suicide, ripetitiva e troppo lunga.

Gli estimatori dello Springsteen elettrico (cioè tutti) si potranno ampiamente rifare con la prossima uscita, che documenterà una delle serate considerate migliori del famoso Reunion Tour del 1999 con la E Street Band.

Marco Verdi

Dal Canada Una Ventata Di Freschezza Per La Nostra Calda Estate. Frazey Ford – U Kin B The Sun

frazy ford u kin b the sun

Frazey Ford – U Kin B The Sun – Arts & Crafts/Caroline International

E’ un vero piacere recensire personaggi come la bella e giunonica Frazey Ford, perchè conferma la teoria secondo cui chi sa cercare tra la spazzatura del pop attuale che ti viene propinata dai mass-media e dalle major stesse, trova ancora musica ben suonata e prodotta, con l’intento di raggiungere il grande pubblico, ma attraverso un intelligente rivisitazione in chiave moderna dei classici del passato. Nel caso della Ford, dopo il positivo esordio nel trio folk rock delle Be Good Tanyas, insieme alle colleghe ed amiche Trish Klein e Samantha Parton (oltre alla brava Jolie Holland che se ne andò dopo breve tempo per la carriera solistica), deve essere capitato qualcosa di simile alla celeberrima scena del raggio di luce che colpisce in fronte John Belushi e Dan Aykroyd nella chiesa del reverendo James Brown, giacchè l’amore per la soul music sbocciò in lei violento e inarrestabile, se non in modo così evidente nel bell’esordio da solista Obadiah, datato 2010 https://discoclub.myblog.it/2010/08/18/e-se-prima-eravamo-in-tre-frazey-ford-obadiah/ , di fatto nel successivo Indian Ocean, registrato nel 2014 presso i Royal Recording Studios di Memphis con la prestigiosa Hi Rhythm Section di Al Green.

Avendo alle spalle un apparato sonoro di tale qualità, Frazey ha saputo evidenziare nelle undici tracce di quel album le enormi potenzialità della sua calda e sensuale voce, dotata di un particolarissimo vibrato, realizzando quindi un vero gioiello di moderno rhythm & blues, che vi invito a ricercare se già non lo possedete https://www.youtube.com/watch?v=0GwAE1UatCg . Dopo una pausa di cinque anni in cui si è concessa anche qualche piccola esperienza in campo recitativo, la Ford è rientrata in studio la scorsa estate a Vancouver, dove risiede, per registrare nuove canzoni con l’apporto dei fidati Darren Parris e Leon Power, bassista e batterista, e del produttore John Raham, a cui si sono uniti il tastierista Paul Cook, il chitarrista Craig McCaul e la corista Caroline Ballhorn. Già dalle prime note di Azad, che apre il disco, si nota un deciso cambiamento sonoro: non più una robusta sezione fiati sullo sfondo a pennellare atmosfere di classico r&b, ma un moderno groove percussivo che richiama il funk alla Isaac Hayes o Curtis Mayfield. La stentorea voce di Frazey si eleva a note alte e drammatiche, raccontando nel testo la vicenda del padre, obiettore di coscienza fuggito in Canada per sottrarsi ai pedinamenti degli agenti dell’FBI.

U And Me vuol essere un compromesso tra la nuova strada intrapresa e le origini folk della Ford, una ballata suadente e romantica che stacca parecchio dal brano precedente. Prezioso il lavoro di Paul Cook all’hammond, che esegue deliziosi contrappunti dietro gli svolazzi vocali della protagonista. Money Can’t Buy e Let’s Start Again, ipnotica e ripetitiva la prima, lenta e passionale la seconda, ci mostrano quanto l’anima di Frazey sia vicina a quella di illustri colleghe del passato come Ann Peebles o Roberta Flack da cui ha ereditato eleganza e forza espressiva, presenti anche nella successiva Holdin’ It Down, scelta come primo singolo. Far muovere il corpo proponendo argomenti seri, inerenti agli attuali contrasti sociali presenti in America e non solo, questo appare l’intento delle canzoni della vocalist canadese, come emerge nel notevole trittico che segue: Purple And Brown è quasi trascendente nella sua purezza, un brano che rimanda ai gioielli luminosi che sapeva regalarci l’indimenticabile Laura Nyro.

The Kids Are Having None Of It è la denuncia di una situazione sociale malata, dove la forbice tra chi ha troppo e chi invece poco o niente si allarga sempre più. Frazey canta con voce cupa e dolente, sopra un tappeto percussivo che si ripete come un mantra e le chitarre, acustica ed elettrica, che ricamano sulla melodia. E’ invece il piano lo strumento dominante in Motherfucker, splendida ballad che ondeggia tra jazz e blues, un accorato lamento che prende spunto da conflitti generazionali irrisolti. Golden ci rimanda alle atmosfere del penultimo album, in puro stile Al Green degli anni settanta, e la tentazione di unirci al ritmo con il classico battimani si fa irresistibile. Everywhere è un’oasi di pace, carezzevole e distensiva come un refolo di aria fresca nella calura, prima di giungere alla conclusiva title track, l’ultimo episodio vincente di un lavoro decisamente positivo. U Kin B The Sun (scritto alla maniera di Prince) è imbevuta di piacevole psichedelia, un vortice emotivo in cui la voce di Frazey risponde a quella della brava Caroline Ballhorn in un crescendo avvolgente e sensuale https://www.youtube.com/watch?v=J49hrKbBjHM , mentre l’intera band è libera di esprimersi al meglio.

Sempre più matura e consapevole del suo progetto musicale, Frazey Ford è destinata a un luminoso futuro, forse distante dalle vette delle classifiche di vendita, ma vicina al gusto di chi ascolta musica di qualità.

Marco Frosi

Il Piano Non Sarà Davvero Perfetto, Ma E’ Comunque Interessante. The Lowest Pair – The Perfect Plan

the lowest pair the perfect plan

The Lowest Pair – The Perfect Plan – Delicata/Thirty Tigers CD

Confesso che non avevo mai sentito parlare dei Lowest Pair, duo di banjoisti/chitarristi/cantanti formato da Palmer T. Lee, di Minneapolis, e da Kendl Winter, originaria di Olympia nello stato di Washington. I due hanno iniziato ognuno per conto proprio una carriera come folksinger all’inizio del millennio, conoscendosi per caso nel 2013 ad un festival musicale in Mississippi: avendo constatato di condividere gli stessi gusti e le stesse visioni hanno dunque deciso di formare un duo, e da quel momento hanno pubblicato ben cinque album (inutile dire senza il benché minimo riscontro di vendite, anche se le critiche sono state ovunque positive). The Perfect Plan è quindi il lavoro di due musicisti che hanno già una bella gavetta alle spalle, e che hanno maturato una certa esperienza per quanto riguarda il lavoro in coppia: la loro musica è abbastanza particolare, in quanto parte dall’influenza delle vecchie folk songs appalachiane per ciò riguarda il suono di base, ma poi i due hanno una scrittura moderna ed attuale e quindi riescono a creare un bel contrasto tra le due diverse anime, quella del musicista e quella del songwriter.

In The Perfect Plan il suono è principalmente acustico, con le chitarre ed i banjo dei due leader come protagonisti, ma dietro di loro c’è comunque una band che si occupa di dare più spessore alle canzoni: il disco è prodotto da Mike Mogis dei Bright Eyes (che suona anche steel guitar e mellotron) ed è strumentato da un ristretto gruppo di sessionmen assolutamente sconosciuti ma che non fanno di certo mancare il loro valido supporto. Un delicato arpeggio di due chitarre acustiche introduce How far Would I Go, poi entra la voce della Winter (un timbro particolare, quasi adolescenziale) doppiata nel ritornello da Lee (che invece possiede una voce da cantautore tipico), per una folk ballad pura. Too Late Babe ha più brio, un pezzo a metà tra folk d’altri tempi e bluegrass ma con uno script moderno ed il ritmo scandito, oltre che dalla batteria, da un pimpante banjo; Wild Animals scava ancor più nel profondo per quanto riguarda i suoni tradizionali, ma il brano è assolutamente moderno sia per quanto riguarda la struttura melodica che per quella ritmica (e Palmer nel controcanto mi ricorda Michael Stipe), un contrasto stimolante e creativo tra le due anime del suo, quella antica e quella contemporanea.

Shot Down The Sky è una tenue ed intensa ballata dai toni crepuscolari con una languida steel sullo sfondo e la voce di Kendl che qui ricorda Lucinda Williams con trent’anni di meno: bella l’apertura melodica a due voci nel ritornello https://www.youtube.com/watch?v=JZUfhHjFewk . Castaway è scarna nei suoni e decisamente folk (domina sempre il banjo), Morning Light è più varia nei suoni anche se mantiene l’andatura lenta, con l’elemento suggestivo dato dalle due voci all’unisono e dal costante crescendo strumentale (spunta anche una chitarra elettrica), mentre We Are Bleeding è un coinvolgente bluegrass che contrappone nuovamente un accompagnamento da folk song anni trenta ad una scrittura quasi rock. La tersa e cristallina Enemy Of Ease, autentica e piacevole country song elettroacustica con Palmer alla voce solista, precede le conclusive Take What You Can Get, altra ballata di stampo country dal motivo toccante e bel lavoro di steel, e la title track, che vede l’album chiudersi nello stesso tono soave con cui si era aperto.

Marco Verdi

Replay: Prima Del Previsto Ora Disponibile Anche In CD, Rimane Comunque Un “Album” Veramente Molto Bello! Laura Marling – Song For Our Daughter

laura marling song for our daughter

Laura Marling – Song For Our Daughter – Chrysalis Download – CD/LP dal 17-07

Ormai si è capito che se non puoi “combattere” il download, per certi versi ti devi alleare con il “nemico”. Giornalmente si moltiplicano le uscite discografiche, termine che potrebbe diventare in parte desueto, visto che non escono con un supporto fisico, CD o LP che sia, oppure vengono rimandate più in là le date di uscita di continuo, spesso anche di mesi: anche il nuovo album di Laura Marling Song For Our Daughter, sull’onda della situazione che stiamo vivendo, è stato addirittura anticipato, nella sua versione digitale, di circa cinque mesi rispetto alla data iniziale di uscita, che doveva essere per la tarda estate, a settembre, che rimane comunque valida, al momento, per i supporti tradizionali (*NDB Invece da metà luglio, diversamente da quanto annunciato, un po’ a macchia di leopardo e a seconda dei paesi, sta “già” uscendo la versione fisica). Quindi anche per chi, come in questo Blog, non ama troppo questo tipo di pubblicazioni virtuali, peraltro comunque a pagamento, se non ci si affida allo streaming sulle piattaforme atte all’uopo, si deve adattare alla nuova situazione che si va creando, in attesa di tempi migliori. Fine della concione e bando alla ciance, passiamo a parlare di questo album, il settimo della discografia della bionda cantante inglese.

Ancora una volta Laura colpisce nel segno con un “disco” (forse il suo migliore in assoluto) che la conferma come una delle migliori cantautrici attualmente in circolazione: all’inizio Song For Our Daughter doveva essere prodotto insieme a Blake Mills, che invece è rimasto solo come co-autore di una canzone The End Of The Affair, mentre alla fine la Marling è tornata ad affidarsi alle sapienti mani di Ethan Johns, che aveva prodotto il suo secondo, terzo e quarto album, mentre per il successivo Short Movie, dopo il trasferimento a Los Angeles tra il 2013 e 2014, prima di tornare a Londra, aveva optato per un suono più elettrico, “lavorato” e moderno, per quanto sempre affascinante, ma in modo diverso, tendenza poi confermata anche per il successivo Semper Femina, prodotto dal citato Blake Mills, anche lui orientato verso un tipo di sound più eclettico e complesso. Per il nuovo album la nostra amica ha deciso di registrare il materiale in parte nel suo nuovo studio casalingo londinese, e in parte al Monnow Valley Studio di Rockfield in Galles, dove si erano tenute molte sessions gloriose del rock e pop britannico (e non solo), spesso sotto l’egida di Dave Edmunds e soci. Come ci ricorda il titolo il disco si rivolge ad una sorta di figlia immaginaria, anche se in alcune recensioni, soprattutto italiane, si parla della figlia della Marling come destinataria di questi dispacci, peccato però, che se non è nata nel frattempo per intervento dello Spirito Santo, questa figlia non esiste.

Probabilmente alla complessità dei testi, che riguardano la crescita della consapevolezza, il ruolo degli affetti, della famiglia, dell’esempio consapevole, della nuova situazione di un mondo che sta cambiando, non per il meglio, ha contribuito anche la decisione di nuovi interessi come lo studio della psicanalisi, mentre un’altra ispirazione è stata il libro di Maya Angelou, Letter To My Daughter, dove la scrittrice americana si rivolge sempre ad una figlia immaginata, alla quale manda una serie di lettere, mentre Laura Marling invia delle missive musicali, delle canzoni, che sono il campo in cui eccelle. Come si diceva c’è un ritorno ad un suono più raccolto, più intimo, non scarno, ma che si inserisce nella grande onda della tradizione folk, con la presenza come stella polare, magari anche incosciamente, di Joni Mitchell, alla quale la musicista inglese è stata spesso, giustamente, accostata, sia per il tipo di vocalità, quanto per la capacità di costruire brani che nella loro semplicità raccolgono tanti spunti di assoluta eccellenza.

Alcuni hanno parlato del periodo di Hejira, ma forse ancora di più mi sembra di cogliere una vicinanza con il periodo californiano di Laurel Canyon, quello di Blue, ma anche di For The Roses Court And Spark, album più “gioiosi” a tratti. In questo senso il trittico di canzoni che aprono questo Letter To My Daughter è veramente splendido, una sequenza di brani da 5 stellette, con Ethan Johns e Laura che suonano quasi tutti gli strumenti, lasciando alla sezione ritmica di Nick Pini al basso e contrabbasso e Dan See alla batteria, discreti ma essenziali alla riuscita, alla pedal steel di Chris Hillman (omonimo?) e al piano di Anna Corcoran ulteriori coloriture, mentre la Marling canta in modo ispirato e “moltiplica” la sua voce per delle armonie vocali veramente deliziose, che nella iniziale Alexandra, ispirata da un brano di Leonard Cohen, raggiungono una preziosa e brillante leggiadria folk-rock.

Anche in Held Down il lavoro degli intrecci vocali è strepitoso, il cantato a tratti celestiale, il lavoro strumentale superbo, con chitarre acustiche ed elettriche, suonate dalla stessa Laura, e le tastiere di Johns, che si incrociano e si sovrappongono in modo perfetto, creando un substrato sonoro complesso ma godibilissimo. Strange Girl, probabilmente dedicata a questa figlia immaginaria, che in sede di presentazione dell’album aveva definito “The Girl”, anche una sorta di proiezione di sé stessa; è una canzone ancora più mossa e vivace, tra percussioni incombenti, il contrabbasso che detta i tempi, la voce cristallina ma “ombrosa” della ragazza, sempre moltiplicata, a sostenere le chitarre acustiche che caratterizzano questo brano. Only The Strong, nata in parte come colonna sonora di un’opera teatrale su Maria Stuarda, è giocata sul fingerpicking dell’acustica, mentre la voce è più profonda e ridondante, per quanto sempre arricchita da queste armonie vocali affascinanti, delle percussioni accennate e dal cello di Gabriela Cabezadas.

Un pianoforte solitario accarezzato introduce il tema di Blow By Blow, uno dei due brani ispirati da Paul McCartney, con questo brano suggestivo in cui la madre è “on the phone already talking to the press”, mentre gli archi arrangiati da Rob Moose (Bon Iver), sottolineano questa ballata più solenne e malinconica, una rarità nella sua discografia, omaggio a Paul, seguita dalla title track, influenzata dai suoi recenti studi sulla psicanalisi, che inaugura quella che sarebbe stata la seconda facciata di un vecchio disco (e magari lo sarà quando uscirà), una canzone solenne ed avvolgente, ancora con piano e sezione archi che ne accrescono la maestosità, in un lento ma inesorabile crescendo di una bellezza struggente, sempre con la voce comunque protagonista assoluta.

In Fortune, Alexandra, perché lei sembra essere sempre il personaggio ricorrente di tutte le canzoni, ruba dei soldi alla madre, quelli che erano i suoi risparmi, in un brano giocato su una solitaria chitarra acustica arpeggiata che forse rimanda anche al sontuoso folk orchestrale (che è di nuovo presente) del miglior Nick Drake, con la voce partecipe ma fuori scena della narratrice Laura; The End Of The Affair è il brano scritto con Blake Mills, con il moog di Ethan Johns che incombe sullo sfondo, mentre la Marling intona le pene d’amore di un amore che finisce con sempre delicati e preziosi arabeschi vocali, fragili ma comunque incantevoli, il tutto ispirato, pare, da un romanzo di Graham Greene. Salvo poi, in Hope We Meet Again, non chiudere alla speranza di un futuro incontro, ancora una volta in un brano intimista dove la chitarra acustica arpeggiata e gli archi sono i protagonisti assoluti, anche se la pedal steel sottolinea con precisione i passaggi salienti del brano, che poi si anima nel finale grazie all’intervento della sezione ritmica, in una ennesima bellissima canzone, cantata con aromi mitchelliani dalla Marling. Che ci congeda, dopo poco più di 36 intensi minuti, con For You, una canzone d’amore, ispirata nuovamente da Paul McCartney, dove lo spirito musicale e melodico dell’ex Beatles è evidente nel fraseggio della parte cantata e in alcuni accorgimenti sonori tipici del Macca, vedi le armonie vocali maschili a bocca chiusa, qualche delizioso falsetto di Laura, l’intervento di una chitarra elettrica e altri “piccoli” soavi particolari che lo ricordano.

In attesa dell’album fisico la cui uscita, come ricordato, è prevista per fine estate, inizio autunno, un altro ottimo album rilasciato in questo difficile periodo, comunque ricco di felici intuizioni di alcuni musicisti che ci alleviano durante questa  lunga pandemia.

Bruno Conti

Un Ritorno A Sorpresa Ma Molto Gradito, Anche Se Per Il CD Bisognerà Aspettare. Gillian Welch & David Rawlings – All The Good Times

gillian welch & david rawlings all the good times are past & gone

Gillian Welch & David Rawlings – All The Good Times – Acony Records Download

Lo scorso 10 luglio, pochi giorni fa, la bravissima folksinger Gillian Welch ha messo online senza alcun preavviso All The Good Times, un intero album registrato con il partner sia musicale che di vita David Rawlings (ed è la prima volta che un lavoro viene accreditato alla coppia) e per ora disponibile solo come download, anche se i pre-ordini per la versione in CD e vinile sono già aperti (mentre la data di pubblicazione è ancora incerta, si parla di fine settembre-inizio ottobre). Il fatto in sé è un piccolo evento in quanto Gillian mancava dal mercato discografico addirittura dal 2011, anno in cui uscì lo splendido The Harrow & The Harvest, ultimo lavoro con brani originali dato che Boots No. 1 del 2016 era una collezione di outtakes, demo ed inediti inerenti al suo disco di debutto Revival uscito vent’anni prima (benché comunque Gillian è una delle colonne portanti del gruppo del compagno, la David Rawlings Machine, più attiva in anni recenti https://discoclub.myblog.it/2017/08/22/altre-buone-notizie-da-nashville-david-rawlings-poor-davids-almanack/ ).

Il dubbio che la Welch soffrisse del più classico caso di blocco dello scrittore mi era venuto, e questo All The Good Times non contribuisce certo a chiarire le cose dato che si tratta di un album di cover, dieci canzoni prese sia dalla tradizione che dal songbook di alcuni grandi cantautori, oltre a qualche brano poco noto: a parte queste considerazioni sulla mancanza di pezzi nuovi scritti da Gillian, devo dire che questo nuovo album è davvero bello, in quanto i nostri affrontano i brani scelti non in maniera scolastica e didascalica ma con la profondità interpretativa ed il feeling che li ha sempre contraddistinti, e ci regalano una quarantina di minuti di folk nella più pura accezione del termine, con elementi country e bluegrass a rendere il piatto più appetitoso. D’altronde non è facile proporre un intero disco con il solo ausilio di voci e chitarre acustiche senza annoiare neanche per un attimo, ma Gillian e David riescono brillantemente nel compito riuscendo anche ad emozionare in più di un’occasione. Un cover album in cui sono coinvolti i due non può certo prescindere dai brani della tradizione, ed in questo lavoro ne troviamo tre: la deliziosa Fly Around My Pretty Little Miss (era nel repertorio di Bill Monroe), con Gillian che canta nel più classico stile bluegrass d’altri tempi ed i due che danno vita ad un eccellente guitar pickin’, l’antica murder ballad Poor Ellen Smith (Ralph Stanley, The Kingston Trio e più di recente Neko Case), tutta giocata sulle voci della coppia e con le chitarre suonate in punta di dita, e la nota All The Good Times Are Past And Gone, con i nostri che si spostano su territori country pur mantenendo l’impianto folk ed un’interpretazione che richiama il suono della mountain music più pura.

Non è un traditional nel vero senso della parola ma in fin dei conti è come se lo fosse il classico di Elizabeth Cotten Oh Babe It Ain’t No Lie (rifatta più volte da Jerry Garcia sia da solo che con i Grateful Dead), folk-blues al suo meglio con la Welch voce solista e Rawlings alle armonie, versione pura e cristallina sia nelle parti cantate che in quelle chitarristiche. Lo stile vocale di Rawling è stato più volte paragonato a quello di Bob Dylan, ed ecco che David omaggia il grande cantautore con ben due pezzi: una rilettura lenta e drammatica di Senor, una delle canzoni più belle di Bob, con i nostri che mantengono l’atmosfera misteriosa e quasi western dell’originale, pur con l’uso parco della strumentazione, e la non molto famosa ma bellissima Abandoned Love, che in origine era impreziosita dal violino di Scarlet Rivera ma anche qui si conferma una gemma nascosta del songbook dylaniano. Ginseng Sullivan è un pezzo poco noto di Norman Blake, una bella folk song che Gillian ripropone con voce limpida ed un’interpretazione profonda e ricca di pathos, mentre Jackson è molto diversa da quella di Johnny Cash e June Carter, meno country e più attendista ma non per questo meno interessante; l’album si chiude con Y’all Come, una country song scritta nel 1953 da Arlie Duff e caratterizzata dal botta e risposta vocale tra i due protagonisti, un pezzo coinvolgente nonostante la veste sonora ridotta all’osso.

Ho lasciato volutamente per ultima la traccia numero quattro del CD (anzi, download…almeno per ora) in quanto è forse il brano centrale del progetto, un toccante omaggio a John Prine con una struggente versione della splendida Hello In There, canzone scelta non a caso dato che parla della solitudine delle persone anziane, cioè le più colpite dalla recente pandemia (incluso lo stesso Prine).

Nell’attesa di un nuovo album di inediti di Gillian Welch, questo All The Good Times è dunque un antipasto graditissimo quanto inatteso, anche se per gustarmelo meglio attendo l’uscita del supporto fisico.

Marco Verdi