Il Suo Album Precedente Era Così Così, Questo E’ Davvero Bello! Joy Williams – Front Porch

joy williams front porch

Joy Williams – Front Porch – Sensibility/Thirty Tigers CD

Oltre ad essere una donna estremamente attraente, Joy Williams è anche una cantante ed autrice seria e preparata. In attività come solista dal 2001, è famosa principalmente per aver fatto parte insieme a John Paul White del duo folk-rock e Americana The Civil Wars, dal 2009 al 2014. Da sola Joy ha inciso quattro album e diversi EP: il suo ultimo lavoro, Venus (2015), aveva fatto storcere parecchio il naso ai suoi estimatori, in quanto segnava un distacco dalle sue abituali sonorità per uno stile più moderno tra il pop e il danzereccio; la stessa Williams non deve essere stata molto convinta del risultato, in quanto appena un anno dopo ha fatto uscire lo stesso album ma in versione acustica, con esiti artistici decisamente migliori. La stessa aria si respira in questo suo nuovissimo album, Front Porch, nel quale Joy dimostra fortunatamente che il suo amore per il pop era solo una sbandata temporanea: il disco infatti è composto da dodici brani originali di ottimo livello, affrontati davvero come se la protagonista fosse idealmente seduta nel portico di casa sua (come da titolo del CD).

Quindi atmosfere acustiche ed intime, con brani lenti e meditati in cui Joy si fa accompagnare al massimo da un paio di chitarre, una steel, un violino, un mandolino e un dobro (ma mai tutti insieme), e senza l’aiuto della batteria. Buona parte del merito va alla produzione di Kenneth Pattengale (ovvero metà del duo folk-rock The Milk Carton Kids), il quale si occupa anche della maggior parte degli strumenti, lasciando la steel nelle sapienti mani di Russ Pahl ed il violino e mandolino in quelle di John Mailander. Pochi strumenti quindi, ma dosati con gusto e misura e, soprattutto, un’attitudine da folksinger da parte della Williams che fa di Front Porch il disco migliore della sua carriera solista. Il CD è bello fin da subito: Canary è una canzone di chiaro stampo folk, dal sapore decisamente tradizionale, con chitarra, violino e poco altro, ed una prestazione vocale notevole da parte di Joy. La struttura musicale è la stessa in tutti i brani, e predominano le atmosfere lente e pacate, come la delicata title track, una ballata pura e cristallina dal motivo toccante, con la bella Joy che riesce ad emozionare anche con solo due chitarre ed un violino.

When Does A Heart Move On è soffusa, quasi sussurrata, ma di grande impatto emotivo, All I Need è molto simile, con l’aggiunta del mandolino e di una languida steel, mentre The Trouble With Wanting è strumentata in maniera ancora più spoglia, solo una chitarra e qualche backing vocals, ma il feeling se possibile aumenta, e vedo similitudini con l’ultima Emmylou Harris, meno country e più cantautrice. Il CD prosegue con lo stesso mood, ma non ci si annoia neppure per un momento in quanto la Williams è brava a tenere desta l’attenzione con una serie di canzoni molto ben scritte ed interpretate in maniera raffinata: meritano una citazione la struggente No Place Like You, solo voce e chitarra ma pathos notevole, la splendida One And Only, con un sapore d’altri tempi ed un sentore di Messico dato da una chitarra flamenco (uno di pezzi migliori), la vibrante When Creation Was Young, puro folk, la lenta e nostalgica Be With You e la conclusiva Look How Far We’ve Come, limpida e deliziosa nonostante la brevità.

Dopo le incertezze di Venus Joy Williams è tornata tra noi, dimostrando che è ancora perfettamente in grado di fare ottima musica e di regalare emozioni.

Marco Verdi

A Volte Ritornano: “Ballando” Sulla Storia Australiana. Archie Roach – Dancing With My Spirit

archie roach dancing with my spirit

Archie Roach – Dancing With My Spirit – Mushroom Music LP – CD – Download

Gli attenti lettori di questo “blog”, sicuramente conoscono lo spazio che spesso abbiamo dedicato agli artisti australiani, a partire da gruppi come i Black Sorrows di Joe Camilleri, i Midnight Oil, la brava Kasey Chambers, Jimmy Barnes e Paul Kelly, senza dimenticare il grande Nick Cave, fino ad arrivare ad una grande “icona” nazionale come Archie Roach (di cui il sottoscritto ha recensito su queste pagine gli ultimi due lavori). Venti anni fa Roach e tre giovani donne (le Tiddas), si sono trovati e hanno collaborato ad un demo, che da allora per una serie di motivi sconosciuti è rimasto chiuso in un cassetto, ma tuttavia non è stato dimenticato, e fortunatamente viene ora recuperato meritevolmente dall’autore, per questo suo ultimo lavoro Dancing With My Spirit (purtroppo al solito non di facile reperibilità). Detto fatto il buon Archie fa un giro di telefonate e si porta in studio le Tiddas (che ovviamente non sono più giovani come un tempo, ma sempre bravissime e che rispondono al nome di Sally Dastey, Lou Bennett e Amy Saunders), e con il supporto di altri talentuosi musicisti tra i quali Bruce Haynes alle tastiere, Dave Steel alle chitarre, il compianto Stuart Speed  pedal-steel e basso, e Archie Cuthbertson alla batteria, con la esperta produzione della talentuosa Jen Anderson (mandolino, violino, ukulele), affidandosi come detto le armonie vocali  al trio delle Tiddas, (che si erano divise nel 2000 e sono tornate insieme per questo album) ci regala una dozzina di canzoni riproposte più o meno come erano state ai tempi originariamente scritte, concepite e cantate.

Premesso che ogni canzone ha una sua storia, il disco si apre  con le calde atmosfere di A Child Was Born Here, con la voce di Archie Roach che si dimostra ancora una volta una delle migliori al mondo (sono parziale lo ammetto), per poi passare alla magnifica melodia della title track Dancing With My Spirit, il “sound” gioioso di una rinfrescante Heal The People, Heal The Land, e commuovere nella struggente ballata Morning Star, impreziosita appunto dalle armonie vocali delle Tiddas. Come sempre abituato a concepire un album come una storia, o come un romanzo, Roach si dimostra ancora una volta un perfetto “storyteller”, autore di brani profondi come Hold On Tight e F-Troop, magnifiche ballate che toccano il cuore e l’anima delle persone, passando per i disinvolti coretti “soul” di una più che nostalgica Dancing Shoes, e della più convenzionale Nowhere To Go, un altro brano struggente, accompagnato in sottofondo dalla fisarmonica della Anderson. Si cambia ancora registro con la corale e immediata Give Unto Caesar, e il sincopato “groove” di una inusuale Colour Of Your Jumper (con inaspettati cori maschili), per poi andare a chiudere con l’andamento allegro (semplicità e orecchiabilità) di My Grandmother, e infine una meravigliosa The River Song (dedicata alla sua defunta moglie, la cantante Ruby Turner), una ode malinconica declamata vicino al fiume con il fuoco acceso del ricordo.

La maggior parte dei brani di Dancing With My Spirit sono di media durata, con arrangiamenti in  stile “roachiano”, con la band che suona chitarre acustiche ed elettriche, batteria,  percussioni e basso, oltre a pianoforte, sintetizzatore, mandolino e violino,  perfettamente adatti al vibrato ormai invecchiato (purtroppo) di Archie, dove comunque si respira una sensazione evidente di coesione fra musicisti e autore, nel riproporre e tornare a cantare le canzoni come erano nate venti anni fa. Difficoltà e gravi perdite, oltre alla sua attuale non facile condizione di salute, che a tratti affiorano nella voce vissuta, non sono estranei agli ultimi lavori di Archie Roach, una leggenda australiana che ha ancora la forza di recuperare un lavoro senza tempo di grande fascino come Dancing With My Spirit (con brani che in buona parte erano già apparsi nell’album Looking For Butterboy (97), dove come sempre le canzoni e le sue storie sono viaggi emozionali pieni di umanità, e mi viene difficile credere che queste canzoni siano state scritte circa un quarto di secolo fa, ma nello stesso tempo suppongo  che Dancing With My Spirit, sia stato rispolverato al momento giusto per rivelarsi agli amanti della buona musica. Lunga vita Archie!

*NDT Come detto l’album non è facilmente reperibile, ma a breve, nella seconda parte di maggio, è già prevista l’uscita (sempre solo in Australia) di un triplo CD The Concert Collection 2012-2018 con materiale dal vivo inedito registrato in quel lasso di tempo e di cui sarà nostra cura rendervi edotti non appena sarà disponibile.

Tino Montanari

Un Duo “Strano” Che Suona Solo In Assenza Di Rumore! Lowland Hum – Glyphonic

lowland hum glyphonic

Lowland Hum – Glyphonic – Lowland Hum CD

I Lowland Hum sono uno strano gruppo, anzi in realtà un duo formato dai coniugi Daniel e Lauren Goans, proveniente da Charlottesville in Virginia. Ho detto strano non per il tipo di musica proposta, che si può tranquillamente definire cantautorato di stampo folk, ma per l’approccio che hanno verso la loro arte e la vita di tutti i giorni. Infatti i nostri tendono a fuggire dal caos quotidiano, dal mondo odierno che va ad una velocità folle e se sei più lento sono affari tuoi: Lauren e Daniel hanno i loro ritmi, i loro tempi e le loro pause, e la musica che suonano è la diretta conseguenza di questo tipo di visione. Canzoni lente, meditate, con pochi strumenti e suoni centellinati al millimetro: i Lowland Hum si occupano di tutto, dall’uso di tutti gli strumenti (principalmente chitarre, occasionalmente un pianoforte, la sezione ritmica quando proprio non ne possono fare a meno), alle voce, fino alla produzione e distribuzione dei loro album.

Giusto per avere un idea di come lavorano, basti pensare che per registrare il loro nuovo disco, Glyphonic (il quarto della loro carriera, a due anni da Thin), i coniugi Goans si alzavano prestissimo, quando la città dormiva ancora, in modo da poter incidere nel silenzio del mattino, ed interrompendosi ogni qualvolta passava un treno, o sopraggiungevano i rumori del traffico cittadino che noi comuni mortali siamo talmente abituati a sentire che non ci facciamo neanche più caso. Come se non bastasse, Lauren è un’artista a tutto tondo, pittrice e regista, ed è solita girare piccoli video per ogni canzone da proiettare durante i loro show dal vivo, così da fornire al pubblico un’esperienza sensoriale completa. La musica, come ho già accennato, è folk cantautorale intenso e profondo, canzoni lente nobilitate dal contrasto tra la voce dolce di Lauren e quella baritonale di Daniel: Glyphonic dura appena 31 minuti, ma la noia non affiora neppure per un attimo. Il disco si apre con la breve Will You Be, due voci e due chitarre (una acustica ed una elettrica e “knopfleriana”), ma il suono è comunque forte e vigoroso anche in assenza di basso e batteria, con una melodia incalzante.

A Drive Through The Countryside vede solo Lauren alla voce, per un pezzo dall’atmosfera sognante, chitarra arpeggiata ed armonie vocali che fanno venire in mente lo stile di David Crosby; nell’eterea e gentile Salzburg Summer entrano anche un piano e, con molta discrezione, una batteria, e la voce di Lady Goans è perfetta per questo tipo di musica, tra folk, pop ed una leggera spruzzata di psichedelia. Equator Line, a due voci, è vivace nonostante la strumentazione scarna, con un andamento da filastrocca folk, I Like You That Way è ancora acustica e sfiorata dal piano, un brano intenso ed interiore, mentre la bucolica Raise The Ring è una boccata d’aria fresca e pura, ed è eseguita con estrema finezza. Slow è folk d’autore al 100%, e risulta una delle più riuscite dal punto di vista melodico, il tutto sempre con due strumenti in croce ma con parecchio feeling. W/Sam è l’unica cantata dal solo Daniel, un pezzo intimista in cui il nostro è in perfetta solitudine (anche se verso la fine arriva il piano ed una leggera percussione), e Waite ne è l’ideale controparte al femminile, dato che canta solo Lauren accompagnata da chitarra e piano. Il CD si chiude con Eye In The Sky, che non è la famosa hit dell’Alan Parsons Project, ma un brano ancora etereo e quasi crepuscolare, e con la breve In Darkness, una ninna nanna di estrema dolcezza.

I Lowland Hum avranno anche una visione arcaica del mondo moderno e della velocità con cui si evolve, ma non nascondo di provare una certa invidia per il loro modo di vivere.

Marco Verdi

Un Cantautore Filosofo Ci Mancava! Henry Jamison – Gloria Duplex

henry jamison gloria duplex

Henry Jamison – Gloria Duplex – Akira CD

Henry Jamison è un giovane cantautore del Vermont con un paio di EP ed un album (The Wilds, 2017) alle spalle, ed è un musicista particolare, autore di canzoni di stampo folk che però sono servite da arrangiamenti moderni ed al passo coi tempi. La sua nuovissima fatica, Gloria Duplex, è un lavoro di alto livello professionale, prodotto da Thomas Bartlett (Sufjan Stevens, Norah Jones, Glen Hansard) e suonato da musicisti di nome come il violinista Rob Moose (ancora Hansard, The Decemberists, Paul Simon), la folksinger inglese Olivia Chaney (che proprio con i Decemberists ha dato vita al progetto Offa Rex) ed il batterista Jeremy Gustin (Okkervil River), mentre il resto degli strumenti è quasi tutto nelle mani di Jamison e Bartlett. Ma poi ci sono anche le canzoni, brani lenti, meditati, suonati quasi in punta di dita e spesso accompagnati da sonorità eteree e raffinate, con un uso intelligente della modernità: Jamison è anche colto, ed i suoi testi affrontano i problemi quotidiani dell’americano medio, visti con gli occhi di un rappresentante del sesso maschile, con un approccio perfino filosofico (il titolo del disco, che in latino significa “doppia gloria”, è un concetto basato sulle teorie degli umanisti rinascimentali).

Dodici canzoni leggere ma profonde al tempo stesso, che forse non rubano l’orecchio al primo ascolto ma vanno meditate e centellinate. Il brano d’apertura, Gloria, a detta del nostro prende la melodia dalla vecchia ballata tradizionale Arthur McBride (l’ha fatta anche Dylan), pur con liriche scritte per l’occasione: voce quasi sussurrata, accompagnamento di chitarra acustica e piano, un pezzo che inizia lento per poi aumentare di forza nel ritornello, con sonorità decisamente moderne. Anche Boys ha una strumentazione simile, chitarra arpeggiata, pianoforte, un violino e la voce tranquilla di Henry, ma il ritmo è pulsante ed il brano è molto più immediato del precedente: Jamison qua e là usa anche sintetizzatore e batteria elettronica, ma dosandoli con gusto e finezza. Ether Garden è sospesa e sognante, grazie all’atmosfera eterea e all’uso gentile della voce, e lo stesso si può dire per True North, che però ha un accompagnamento più ficcante ed uno sviluppo più fluido, mentre in Florence Nightingale c’è un approccio più classico ed una melodia costruita in maniera impeccabile, con repentini cambi di ritmo.

Certo, se cercate verve e canzoni di stampo rock avete sbagliato indirizzo: The Magic Lantern è drammatica, quasi tetra all’inizio, poi si apre ed una seconda voce femminile le dona maggior profondità, Stars è lenta e resa ancora più struggente da un quartetto d’archi e dall’uso particolare del pianoforte (sento echi di Paul Simon). Beauty Sleep non è il massimo, cantata quasi a cappella ma con una voce robotica (ma per fortuna dura appena un minuto), American Babes è leggermente più mossa delle altre ma il cantato è quasi sonnolento, mentre In March è una bella folk song cantautorale di stampo classico e molto lineare, ancora con tracce di Simon e perfino di Fred Neil. Il CD si chiude con l’intensa e gradevole Reading Days (nella seconda metà il disco si apre un po’ di più, è meno ermetico) e con Darkly, delicata ed intima. Forse Gloria Duplex non è un disco per tutti, ma se riuscirete ad “entrarci” potreste anche trovarlo affascinante.

Marco Verdi

Quando Si Hanno A Disposizione Canzoni Così, Perché Scriverne Di Nuove? Dervish – The Great Irish Songbook

dervish great irish songbook

Dervish – The Great Irish Songbook – Rounder/Concord

Il titolo di questo post va letto come una provocazione, in quanto c’è sempre bisogno di nuove canzoni (soprattutto quando sono belle), ma è chiaro che se si decide di rivolgersi allo sterminato songbook di ballate popolari irlandesi non è difficile fare un disco degno di nota, bastano i musicisti giusti, il talento ed il feeling (hai detto niente…), qualità delle quali il gruppo di cui mi occupo oggi è ben provvisto. Originari di Sligo, una contea a nord della repubblica d’Irlanda, i Dervish sono quasi arrivati anche loro alla scadenza dei trent’anni di attività: anzi, se iniziamo a contare dal disco omonimo intestato a The Boys Of Sligo, cioè il nucleo storico attorno al quale si sono poi aggiunti altri membri, gli anni sono proprio trenta (mentre il vero e proprio esordio a nome Dervish, Harmony Hill, risale al 1993). Anniversario o no, i Dervish sono ormai una delle più popolari e longeve band dell’isola color smeraldo, e direi anche una delle migliori e più coerenti, in quanto hanno sempre portato avanti la difesa delle tradizioni, sia proponendo brani antichi sia scrivendone di nuovi ma con gli stilemi delle ballate di secoli addietro.

E la strumentazione da loro usata riflette questa filosofia, uno spiegamento di chitarre, bouzouki, whistle, mandolini, bodhran, fisarmoniche, flauti, violini, banjo e chi più ne ha più ne metta, un suono di chiaro stampo tradizionale, però con un approccio moderno, forte ed appassionato. A ben sei anni dal loro ultimo lavoro, The Thrush In The Storm, i Dervish tornano tra noi con un album nuovo di zecca (il primo targato Rounder) dal titolo inequivocabile di The Great Irish Songbook, nel quale i nostri omaggiano in maniera superba alcune tra le più belle canzoni della loro terra d’origine, qualcuna molto famosa qualcuna meno, e lo fanno con l’aiuto di una lunga serie di ospiti importanti, in molti casi americani. Grande musica, canzoni splendide suonate in maniera sopraffina dal gruppo, un sestetto guidato dalla cantante Cathy Jordan, completato da Liam Kelly, Shane Mitchell, Tom Morrow, Michael Holmes, Brian McDonagh e con l’importante aiuto esterno di Seamie O’Dowd, quasi un membro aggiunto, dal produttore Graham Henderson che si occupa anche di pianoforte e harmonium e di altri sessionmen sparsi qua e là. Oltre naturalmente ai già citati ospiti (che vedremo man mano), i quali danno maggior lustro ad un  disco che però sarebbe stato bello anche senza di loro: tredici brani, un’ora abbondante di musica.

The Rambling Irishman inizia con una chitarra acustica cristallina e la bella ed espressiva voce della Jordan, per un brano dal motivo profondamente tradizionale, una ballata sul tema dell’emigrazione dalla natia Irlanda eseguita con vigore e partecipazione. Gli ospiti iniziano con There’s Whiskey In The Jar (uno dei pezzi più famosi della raccolta, l’hanno fatta in mille, persino Thin Lizzy e Metallica), e stiamo parlando degli SteelDrivers, bluegrass band americana in cui milita la nota violinista Tammy Rogers ed il cui ex cantante è Chris Stapleton: inutile dire che il suono è ricco e corposo (due band più altri strumentisti, sono in tredici a suonare) ed il brano, già splendido di suo, ne esce alla grandissima, con la voce di Kevin Damrell a sciorinare la celebre melodia. La rocker Imelda May, irlandese anche lei, si cimenta con la slow ballad Molly Malone (presentata come l’inno non ufficiale di Dublino), un brano toccante ed intenso, impreziosito da un accompagnamento leggero, in punta di dita, teso a mettere in risalto il bel timbro vocale di Imelda. The Galway Shawl è invece affidata nientemeno che a Steve Earle, ed il connubio è vincente in quanto Steve è perfetto per questo genere di brani folk dal sapore antico: sembra di sentire una ballatona dei Pogues dei tempi d’oro, anche per le similitudini tra le voci “imperfette” di Earle e Shane McGowan https://www.youtube.com/watch?v=UAEGVTrLT-s . Andrea Corr, ex voce dei Corrs, si cimenta con la famosissima She Moved Through The Fair (forse il brano popolare irlandese più “coverizzato”, dai Fairport Convention a Mike Oldfield passando per Van Morrison, Bert Jansch, Marianne Faithfull e molti altri) che è materia pericolosa, ma Andrea nonostante l’aspetto giovanile è esperta ed affronta lo struggente e cupo brano con sicurezza e pathos, grazie anche ad un accompagnamento per sottrazione, volto a lasciare la voce quasi da sola https://www.youtube.com/watch?v=e_SUD30X6KQ .

Non sapevo che il noto attore irlandese Brendan Gleeson si cimentasse anche col canto, ma la sua interpretazione della saltellante The Rocky Road To Dublin (della quale ricordo una versione magnifica dei Chieftains insieme ai Rolling Stones) fa sembrare che il nostro non abbia mai fatto altro, mentre la cantautrice Kate Rusby ci regala una deliziosa Down By The Sally Gardens, altro lento di grande intensità e con una melodia pura e limpida (e spunta anche una chitarra elettrica, suonata però con molta misura). La nota On Raglan Road (anch’essa rifatta in passato da Morrison) vede al canto un appassionato Vince Gill ed uno splendido background strumentale al quale partecipa anche il grande Donal Lunny con il suo bouzouki; nella commovente Donal Og non ci sono ospiti e quindi la luce dei riflettori va ancora alla Jordan, che se la cava benissimo come al solito, anche perché la canzone è uno splendore ed il resto dei Dervish fornisce un tappeto sonoro di tutto rispetto a base di piano, violino e fisarmonica. The Fields Of Athenry è affidata a Jamey Johnson, molto bravo come d’abitudine ed anche credibile nella parte dell’irlandese, così come Rhiannon Giddens che migliora sempre di più, e anche nella drammatica ed intensa The May Morning Dew riesce a brillare con una interpretazione da applausi. Finale con la struggente The West Coast Of Clare, che non è un traditional in quanto è un pezzo del 1973 dei Planxty (scritto da Andy Irvine), e che vede come protagonista David Gray alla voce e piano, e la banjoista e cantante Abigail Washburn con la nota The Parting Glass (in pratica il bicchiere della staffa), altra ballata di pura bellezza che chiude un album che ogni amante della vera musica irlandese dovrebbe fare suo senza esitazioni.

Marco Verdi

Chiamateli Pure Phil & Don 2.0! The Cactus Blossoms – Easy Way

cactus blossoms easy way

The Cactus Blossoms – Easy Way – Walkie Talkie CD

Giunti al terzo album di studio (ma il primo è introvabile), i Cactus Blossoms sono un duo proveniente da Minneapolis e formato dai fratelli Jack Torrey e Page Burkum (Torrey è un cognome d’arte), due musicisti cresciuti ascoltando altre grandi coppie di fratelli del passato come i Louvin Brothers e gli Everly Brothers, oltre a copiose dosi di folk e country. E la loro proposta musicale è quasi una prosecuzione di quella degli Everly, lo stesso tipo di armonie e di linee melodiche, unite ad un’indubbia finezza strumentale ed abilità nel songwriting. Ma i Fiori di Cactus non sono dei cloni, anche se i riferimenti sono quelli che vi ho già detto, dato che alcune canzoni hanno anche arrangiamenti più moderni, pur restando in ambito vintage come tipo di approccio musicale. You’re Dreaming, il loro album del 2016, aveva fatto ben parlare di loro, ma è con questo nuovo Easy Way che i due fratelli cercano di compiere un ulteriore passo in avanti.

E Easy Way è un piacevolissimo disco di moderno folk-rock con più di un aggancio al passato, una collezioni di brani tutti scritti dai due Burkum (con l’aiuto di Dan Auerbach in due pezzi) e suonata da pochi ma validi collaboratori, tra cui il terzo fratello Tyler Burkum come chitarrista aggiunto, il batterista Alex Hall, lo steel guitarist Joel Paterson ed il sassofonista Michael Lewis (già con Bon Iver). Molto indicativa del suono del disco è la canzone d’apertura, Desperado, un delizioso folk-rock dal sapore anni sessanta in cui i nostri ricordano abbastanza palesemente Don e Phil Everly, ma l’accompagnamento è decisamente energico e rock, dall’uso della sezione ritmica fino al bell’assolo di chitarra twang https://www.youtube.com/watch?v=Qj7jJk8TPZk . Anche I’m Calling You non si schioda dai sixties, bella melodia solare, strumentazione vintage, chitarre con riverberi e quant’altro: alla produzione di brani come questo non vedrei male uno come Jeff Lynne. Please Don’t Call Me Crazy è leggermente più moderna, ha un accompagnamento grintoso e deliziosamente rock’n’roll, con Jack e Page che ci regalano un motivo diretto e coinvolgente, che mi ricorda certe cose di Dave Edmunds. 

Got A Lotta Love è più lenta e quasi country, le solite voci gentili ed armoniose, un leggero gioco di percussioni ed una chitarrina che ricama in sottofondo aiutata dall’organo. La languida Easy Way è un lento da ballo della mattonella, tenue, raffinato e quasi jazzato, mentre Downtown è puro pop, diretto e scintillante, con note di Beatles e Kinks ed un ritornello immediato; un organo d’altri tempi introduce Boomerang, altra slow song dal sapore antico, eseguita come sempre con estrema finezza. La bella See It Through è una ballata country-rock elettroacustica di ampio respiro, tra le più moderne come struttura, e precede le conclusive I Am The Road, squisito brano countreggiante nobilitato da uno dei refrain più piacevoli del CD, e la romantica Blue As The Ocean, che ci lascia con una nota malinconica ed il sapore della musica di cinque o sei decadi fa.

Quindi una bella prova da parte dei Cactus Blossoms, un disco davvero gradevole e delizioso che si muove in perfetto equilibrio tra antico e moderno.

Marco Verdi

Un Gruppo Di Texani Anomali. The Vandoliers – Forever

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Vandoliers – Forever – Bloodshot Records

Sono in sei, vengono dal Texas,  ma incidono per una etichetta di Chicago, la Bloodshot, e il disco è stato registrato in quel di Memphis. Forever è il terzo disco dei Vandoliers, band proveniente dall’area di Dallas/Forth Worth, e come molti gruppi sotto contratto con la Bloodshot il loro genere ha comunque strette parentele con lo stile alternative e punk frequentato da gruppi come gli Old 97’s, i Mekons, ma anche pescando nel passato, Jason And The Scorchers, oppure su lato più vicino al folk arrabbiato, i Dropkick Murphys. Il leader dei Vandoliers Joshua Fleming, ha anche raccontato di una recente passione per la musica country, e per Marty Stuart nello specifico, sviluppata durante un periodo di riabilitazione da un infezione alla vista, passata guardando lo show televisivo di quest’ultimo. Tutto questo quindi ci porta al fatidico cow-punk, termine abbastanza” inflazionato” che comprende influenze country, alternative rock, ovviamente punk, ma anche elementi di roots music e Americana, insomma un calderone dove confluisce un po’ di tutto.

In America hanno ricevute molte definizioni lusinghiere: dai Pogues americani, a un incrocio trai Calexico e Dropkick Murphys, ma anche Tex-Mex punk e via discorrendo. Ascoltando il loro disco tutto torna, queste influenze e rimandi naturalmente ci sono, aiutati da una formazione che affianca una sezione ritmica particolarmente grintosa ed un chitarrista diciamo energico come Dustin Fleming, che non è parente di Joshua, alla presenza di un violinista, Travis Curry e di un multistrumentista come Cory Graves, tastiere ma anche tromba, per cui tutte le suggestioni sonore poc’anzi ricordate ci sono,  per carità niente di straordinario, comunque si apprezzano almeno freschezza e vivacità confortanti per chi ama il genere. Joshua Fleming ha la classica voce vissuta e roca, temprata dal passato punk, mitigata da questa “nuova” commistione con stili meno roboanti: ecco allora il Red Dirt country energico dell’iniziale Miles And Miles, dove il violino guizzante di Curry si affianca alle chitarre ruvide e alla voce scartavetrata di Fleming, per un brano che potrebbe rimandare anche ai Gaslight Anthem https://www.youtube.com/watch?v=3eiTD0BkBbs. La galoppante Troublemaker, con il suo ritmo incalzante e la voce sgangherata ricorda appunto quasi dei Pogues  in trasferta sui confini messicani, con violino e tromba ad animare le influenze folk e tex-mex immerse in un punk barricadero. Trombe che imperversano anche in All In Black, altro brano energico, con una chitarra twangy a ricordarci i vecchi Jason And The Scorchers: insomma tutta roba già sentita, piacevole ma nulla più.

Fallen Again è nuovamente border music, non particolarmente innovativa ma con qualche spunto sonoro più interessante, a voler essere benevoli. Sixteen Years con trombe mariachi che si innestano su una base di rock americano blue collar, e con la voce urgente di Fleming e la chitarra dell’altro Fleming a menare le danze, è sempre gradevole, ma non travolgente; Shoshone Rose potrebbe ricordare un Popa Chubby (anche per il tipo di voce) convertito ad un roots-rock di stampo ’70’s e Bottom Dollar Baby vira verso un “countrabilly” più frenetico, di nuovo in bilico tra Messico e chitarre twangy. E non manca neppure una ballata “ruffiana” come Cigarettes And Rain, che comunque non dispiace, un pezzo di chiaro stampo southern, che però mi sembra sincero e partecipe, bella melodia corale e anche l’interpretazione dei due Fleming è efficace, con il violino che torna a farsi sentire; Nowhere Fast ci scaraventa di nuovo verso la frontiera con il Messico, anche se poi il sound vira verso un rock mainstream quasi radiofonico, se le emittenti FM contassero ancora. A chiudere arriva Tumbleweed, altra ballatona country-folk eletroacustica di impianto vagamente celtico, grazie al solito violino che interagisce con una chitarra elettrica più lirica del solito https://www.youtube.com/watch?v=LhLhC9TTgSc . Abbiamo già sentito tutto, ma essendoci in giro decisamente molto di peggio, diciamo sufficienza risicata con riserva.

Bruno Conti

Una Chicca Dal Passato Di Un Maestro Assoluto Del Songwriting. Townes Van Zandt – Sky Blue

townes van zandt sky blue

Townes Van Zandt – Sky Blue – TVZ/Fat Possum CD

Quest’anno sarebbe caduto il settantacinquesimo compleanno del grande Townes Van Zandt, scomparso a soli 52 anni il primo Gennaio del 1997 per un arresto cardiaco causato da anni di abusi alcolici. Se state leggendo queste righe non devo certo introdurre il personaggio: stiamo infatti parlando di uno dei maggiori cantautori americani di tutti i tempi, e forse il più influente in assoluto se ci si limita al Texas, una figura di indubbio culto e considerato un maestro da una lunga serie di artisti venuti dopo di lui (Steve Earle, Lyle Lovett, Robert Earl Keen, Nanci Griffith, Cowboy Junkies e moltissimi altri), ma anche contemporanei (Guy Clark, Jerry Jeff Walker) ed addirittura da qualcuno che aveva iniziato ad incidere ben prima di lui, come Willie Nelson e Merle Haggard.

Per celebrare i 75 anni di Townes i suoi familiari hanno deciso di fare un bellissimo regalo ai fans, pubblicando Sky Blue, che non è una collezione di outtakes ma un vero e proprio disco inedito, nato da una sessione solitaria che il grande songwriter tenne nel 1973 ad Atlanta, nello studio privato dell’amico giornalista Bill Hedgespeth. Una serie di brani, undici, in cui Van Zandt si esibisce da solo con la sua chitarra, riuscendo comunque a creare un’atmosfera magica: le canzoni presenti non suonano assolutamente come dei demo, sono incise benissimo e vengono interpretate dal nostro con la ben nota intensità che si trovava nei suoi lavori. Quindi un album fatto e finito, che farà la gioia dei fans del grande artista texano e di tutti coloro che amano il cantautorato a stelle e strisce. Il disco comprende tre cover ed otto brani originali, dei quali tre all’epoca già conosciuti (nel 1973 Townes aveva sei album alle spalle), tre che sarebbero stati pubblicati in seguito ed anche due inediti assoluti. E partirei proprio da queste due canzoni “nuove”: All I Need, che apre il CD, inizia con pochi accordi di chitarra, poi entra la voce chiara e stentorea del nostro e prende corpo una melodia toccante. Una grande canzone, pure se con pochi mezzi a disposizione.

Anche Sky Blue è un brano notevole, una ballata cristallina guidata da una chitarra arpeggiata ed un motivo originale ma dal sapore tradizionale. I tre brani già noti sono una imperdibile rilettura di Blue Ridge Mountain Blues, che anche in questa veste spoglia si mantiene a metà tra folk e western, la leggendaria Pancho & Lefty, che comunque la si faccia rimane un capolavoro, e la quasi altrettanto bellissima Silver Ships Of Andilar, che ha il sapore di una vecchia ballata irlandese. Poi ci sono le tre canzoni che troveranno spazio nei lavori successivi di Townes, vale a dire il puro folk della splendida Rex’s Blues, la bluesata Snake Song e la breve ma profonda Dream Spider. Dulcis in fundo, le cover, che iniziano con un’intensissima versione di Hills Of Roane County, una folk tune tratta dal repertorio degli Stanley Brothers che Townes interpreta in maniera magnifica, da pelle d’oca; poi abbiamo un brano oscuro ma di drammatica intensità (Forever, For Always, For Certain, di Richard Dobson) ed uno decisamente più noto come il classico di Tom Paxton The Last Thing On My Mind, che il texano riesce a far sembrare una sua composizione.

Oggi in giro non mi pare esista un cantautore del livello di Townes Van Zandt (uno poteva essere Guy Clark, ma ci ha lasciato anche lui), e proprio per questo un disco come Sky Blue è ancora più prezioso.

Marco Verdi

Disco Dopo Disco E’ Sempre Più Bravo! Hayes Carll – What It Is

hayes carll what it is

Hayes Carll – What It Is – Dualtone CD

Nuovo album per il cantautore texano Hayes Carll, uno che incide con il contagocce (sei album in diciotto anni di carriera), ma potete stare certi che quando pubblica qualcosa riesce sempre a distinguersi dalla banalità. La peculiarità di Carll è che il livello dei suoi lavori è in continuo crescendo, ed ogni suo disco ha sempre qualcosa in più del precedente: Lovers And Leavers (2016) https://discoclub.myblog.it/2016/04/05/piu-countryman-songwriter-completo-hayes-carll-lovers-and-leavers/  era meglio di KMAG YOYO (2011), che a sua volta era meglio di Trouble In Mind (2008). E What It Is, il suo CD nuovo di zecca, già al primo ascolto si rivela il migliore di tutti, un album composto da una serie di canzoni splendide sempre nello stile tipico del nostro: musica country d’autore, di alto livello e decisamente coinvolgente, ma sono ben presenti anche elementi folk, rock’n’roll e perfino soul. Una cosa che contraddistingue le canzoni di Carll sono anche i testi, intelligenti e sempre sul filo di un’ironia alla John Prine, quando non sfociano nel puro sarcasmo alla Randy Newman. Infine, una spinta alla riuscita di What It Is deve averla data anche la situazione sentimentale di Hayes, che si è fidanzato con la bella e brava Allison Moorer (una delle tante ex mogli di Steve Earle), ed il mio non è solo gossip fine a sé stesso, in quanto la musicista dai capelli rossi è coinvolta anche artisticamente in questo disco, in quanto ne è la produttrice (insieme a Brad Jones), ha scritto diversi brani insieme al suo boyfriend, ed è pure presente in qualità di corista (con Bobby Bare Jr., figlio di cotanto padre).

Un gran bel disco quindi, oltre che per le canzoni anche per i musicisti coinvolti, tra i quali si segnalano il noto Fats Kaplin al violino, mandolino, banjo e steel (fondamentale il suo contributo), Will Kimbrough alle chitarre ed il bravissimo pianista e organista Gabe Dixon. Dodici canzoni, una meglio dell’altra: si parte con None’Ya, eccellente ballata countreggiante, cadenzata e diretta, con un motivo di quelli che restano in testa immediatamente ed un bellissimo violino. Irresistibile poi Times Like These, un rock’n’roll dal ritmo travolgente, elettrico quanto basta ed ancora con il violino a fungere come elemento di disturbo: impossibile tenere il piede fermo, siamo dalle parti del miglior Billy Joe Shaver (anche come timbro vocale); davvero bella anche Things You Don’t Wanna Know, un pezzo stavolta dal chiaro sapore soul (una novità per Hayes), con il nostro che dimostra di essere più che credibile usando fiati ed organo in maniera magistrale, il tutto servito da una melodia decisamente orecchiabile. Che dire di If I May Be So Bold? Una scintillante country song elettrica ancora con Shaver in testa (ma anche Johnny Cash), ritmo alto e gran godimento, mentre Jesus And Elvis è uno slow ancora dal chiaro approccio country, limpido e scorrevole, che ha il passo delle migliori composizioni di John Prine (anche nel testo, tra il poetico e lo scherzoso): splendida anche questa.

Che Carll sia in stato di grazia lo si capisce anche da brani come American Dream, apparentemente un tipo di country song già sentita prima, ma con una marcia in più data dalla brillantezza della scrittura e dall’accompagnamento delizioso da parte della band (ottimo l’intreccio tra chitarre, violino e mandolino); Be There è una ballata fluida, intensa e melodicamente impeccabile (il refrain è perfetto), con una sezione d’archi che la rende emozionante. Beautiful Thing, ancora a metà tra country e rock’n’roll, è nobilitata da un ritmo coinvolgente e dal formidabile pianoforte di Dixon; un banjo apre la squisita What It Is, che porta il disco in territori bluegrass, ed è inutile dire che sia Hayes che la band danno il loro meglio anche qui. Il CD volge (purtroppo) al termine, il tempo di ascoltare ancora Fragile Men, lenta, epica e con un arrangiamento da film western, la potente Wild Pointy Finger, tra country e southern, e con l’intima e folkie I Will Stay, solo voce, chitarra ed archi.

Dopo un inizio in sordina finalmente anche il 2019 sta cominciando a produrre dischi degni di nota, e questo nuovo tassello della carriera di Hayes Carll è al momento nella mia Top Five.

Marco Verdi

Ottimo Cantautorato Dai Confini Del Mondo. Graeme James – The Long Way Home

graeme james the long way home

Graeme James – The Long Way Home – Nettwerk CD

La Nuova Zelanda, oltre che lontana geograficamente, è una terra abbastanza ai margini anche per quanto riguarda la musica, a differenza della vicina Australia che negli anni ha prodotto diversi artisti di qualità. Graeme James è un cantautore che proviene proprio dall’isola a sud-est della terra dei canguri, e ha esordito nel 2016 con News From Nowhere, titolo che ironizzava proprio sulla posizione ai confini del mondo del suo luogo d’origine. Da allora ha pubblicato altri due dischi, entrambi piuttosto difficili da trovare, mentre a Gennaio di quest’anno si è rifatto vivo con The Long Way Home, che non è il suo esordio come molti hanno scritto ma di certo il suo lavoro finora con una distribuzione più diffusa. Graeme è un songwriter classico, con uno stile molto folk, che ha la particolarità di suonare tutti gli strumenti e cantare tutte le parti vocali, oltre ad occuparsi della produzione. Un vero one-man band, anche se il risultato finale non suona per nulla approssimativo o artigianale, ma anzi il disco risulta piacevole e ben costruito, con una serie di canzoni scritte con uno stile diretto e spesso con un buon senso del ritmo, al punto che sembra essere frutto del lavoro di una band di più elementi.

Le undici canzoni di The Long Way Home sono tutte estremamente gradevoli, e fanno venire in mente spazi aperti ed orizzonti a perdita d’occhio, un paesaggio che in Nuova Zelanda non è certo estraneo. Come nell’apertura di Night Train, un brano saltellante e decisamente godibile, guidato da un mandolino che tiene il ritmo, un basso pulsante ed una melodia fresca ed immediata: Graeme ha una bella voce, profonda e molto musicale, e si dimostra da subito un autore preparato ed un valido polistrumentista (c’è anche un ottimo intervento di violino). Anche The Times Are Changing è introdotta dal mandolino, ed è contraddistinta da un motivo più complesso e non prevedibile, ma pur sempre orecchiabile: lo stile è una via di mezzo tra folk e pop, e Jones non è di certo di quei cantautori che fanno dormire. La title track è più pacata, con un mood molto disteso ed un arrangiamento arioso ed avvolgente, pochi strumenti ma neanche una nota fuori posto; il mandolino è lo strumento principale in quasi tutti i brani, ed apre anche la bellissima To Be Found By Love, una vivace folk tune dal deciso sapore irlandese, con uno strepitoso violino ed una melodia coinvolgente.

Western Lakes è una ballatona ancora dal sapore folk, fluida e rilassata, con il nostro che riesce ad emozionare anche con pochi accordi; in Here And Now al consueto mandolino si affianca una chitarra elettrica, per un pezzo sempre dal passo lento ma dall’approccio più rock: c’è qualche vaga somiglianza con gli U2 degli anni ottanta, cioè quelli buoni. Per contro Reverie è la più acustica finora, un delicato bozzetto per voce, chitarra, mandolino ed uno struggente violoncello; Always è uno slow pianistico (con il piano suonato da Jonathan Crehan, unico musicista esterno del disco), e si impone da subito come una delle canzoni più profonde ed intense del CD. Con The Difference si torna su territori decisamente folk-rock, un brano terso e cadenzato che piace al primo ascolto, Way Up High prosegue sulla medesima falsariga, ma con un feeling ancora più folk (una via di mezzo tra i Lumineers e gli Of Monsters And Men), mentre By & By chiude l’album con una vivace e pura canzone dal sapore tradizionale, incisa in maniera volutamente low-fi (su un registratore portatile).

Un singolo artista è poco per parlare di una scena musicale neozelandese, ma di certo Graeme James non è un songwriter da bypassare senza prima averlo ascoltato.

Marco Verdi