Un Live “Riparatore” Di Ottimo Livello! Needtobreathe – Acoustic Live Vol. 1

needtobreathe acoustic live vol. 1

Needtobreathe – Acoustic Live Vol. 1 – Atlantic/Warner CD

L’ultimo album dei Needtobreathe, Hard Love, uscito un paio di anni fa  https://discoclub.myblog.it/2016/11/08/invece-veramente-brutto-needtobreathe-hard-love/ , era stato un fulmine a ciel sereno, ma in senso negativo. Infatti, dopo che la band del South Carolina guidata dai fratelli Bear e Bo Rinehart (insieme a Seth Bolt, Josh Lovelace e Randall Harris) si era costruita passo dopo passo una promettente carriera come uno dei gruppi di punta nel panorama americano, soprattutto con album come The Outsiders e The Reckoning (ma anche con https://discoclub.myblog.it/2015/06/16/doppi-dal-vivo-classici-needtobreathe-live-from-the-woods-at-fontanel/), aveva rovinato tutto con un lavoro che definire brutto è fargli un complimento, un’accozzaglia di suoni senza né capo né coda tra becero pop da classifica, rock sintetico e ritmi quasi dance. Una china che purtroppo negli ultimi anni è stata presa da più di un gruppo, come i Mumford & Sons, i Low Anthem, gli Arcade Fire e con l’ultimo disco anche dai Decemberists, nel tentativo di riuscire ad aumentare le vendite ma con il rischio di perdere tutti i vecchi fans senza necessariamente trovarne di nuovi.

Ora pero i Needtobreathe riparano in parte alla nefandezza di Hard Love pubblicando questo Acoustic Live Vol. 1, uno splendido resoconto della breve tournée acustica tenuta tra Novembre e Dicembre del 2017, il loro primo in assoluto senza strumenti elettrici. Ed il disco, un’ora di musica, funziona alla grande, in quanto ci permette di riascoltare la band che avevamo amato nei primi cinque album, senza filtri e con la possibilità di lasciare libera la loro tecnica strumentale e vocale, entrambe sopraffine. Musica folk, country e rock, suonata con indubbio feeling e grande energia, nonostante la strumentazione a spina staccata, con bellissimi intrecci vocali ed una spiccata creatività: anche i pezzi tratti da Hard Love suonano completamente diversi, dimostrando che il problema di quel disco non erano le canzoni ma bensì le sonorità. Si inizia alla grande proprio con un brano dall’ultimo album, Let’s Stay Home Tonight, che si rivela una magnifica country ballad, pura come l’acqua di montagna, con una melodia eccellente ed uno splendido pianoforte (Lovelace, grande protagonista del disco).

Drive All Night è contraddistinta da un gran ritmo, un brano rock coinvolgente e con un ritornello perfetto per il singalong: dopo un po’ non ci si accorge nemmeno che gli strumenti sono acustici; No Excuses era uno dei pezzi meno disastrosi di Hard Love, ed è inutile dire che in questa veste migliora ulteriormente, diventando una limpida ballata dal vago sapore soul, cantata decisamente bene (le voci fanno la differenza in questo CD) e con un organo che riscalda ulteriormente il suono: verso la fine della canzone, poi, i nostri piazzano una inattesa e vibrante cover del classico The House Of The Rising Sun, da brividi. Uno squillante mandolino introduce la mossa e solare State I’m In, che ha ancora nelle armonie vocali il suo punto di forza, oltre ad un refrain diretto e molto orecchiabile; Washed By The Water, introdotta dall’inno religioso I’m Free, è una magnifica gospel song pianistica, in cui Bear si supera come cantante, mentre Testify è una rock ballad cristallina, suonata con grande forza nonostante il suono stripped-down, terzo ed ultimo pezzo da Hard Love e terza trasformazione a 360 gradi.

Oh, Carolina è un travolgente rock’n’roll, e qui i nostri non si trattengono in quanto spunta anche una chitarra elettrica: brano altamente coinvolgente, ulteriormente impreziosito dall’inserimento al suo interno di un accenno a Squeeze Box degli Who, e dal solito formidabile pianoforte. C’è anche una cover “solitaria”, non in medley, e cioè la leggendaria Stand By Me di Ben E. King, in un limpido arrangiamento folk molto diverso dall’originale, ma ricco di pathos e decisamente emozionante. La toccante Stones Under Rushing Water vede la gradita partecipazione dei coniugi Drew ed Ellie Holcomb (e che voce lei), White Fences è puro folk-rock, dal suono solido e melodia di notevole impatto. La conclusione del CD è affidata a Cages, di nuovo pianistica e decisamente intensa (ed un limpido motivo di ispirazione vagamente irlandese), e con Brother, chiusura corale per un brano dall’accompagnamento ridotto all’osso.

Non so se i Needtobreathe siano rinsaviti  del tutto dopo il brutto passo falso di Hard Love: quello che è certo è che Acoustic Live, Vol. 1 è uno dei dischi dal vivo migliori del 2018.

Marco Verdi

Un Bagno Rigenerante Nelle Acque Del Sud. Amy Ray – Holler

amy ray holler

Amy Ray – Holler – Daemon/Compass CD

Amy Ray, come saprete, è da più di trent’anni una metà del duo delle Indigo Girls insieme ad Emily Saliers ma, a differenza della compagna che ha pubblicato un solo album senza di lei, è titolare anche di una corposa discografia da solista che dal 2001 al 2014 ha prodotto cinque lavori. Ed Amy, che con le Ragazze Indaco porta avanti da anni un discorso fatto di musica folk-rock-cantautorale, da sola si cimenta a volte in generi differenti: per esempio, il suo primo disco, Stag, era quasi punk, mentre Lung Of Love aveva un suono da band di rock indipendente. Holler è il sesto solo album di Amy, e fin dal primo ascolto si pone come il più riuscito della sua carriera lontana dalla Saliers: infatti stiamo parlando di un lavoro davvero bello, nel quale la Ray va a riscoprire le sue radici del Sud (è nata in Georgia), mescolando abilmente rock, country, folk e addirittura mountain music, un cocktail stimolante e coinvolgente, che risulta riuscito anche grazie alle ottime canzoni che Amy ha scritto per il progetto.

Un disco impregnato nel profondo di suoni del Sud, che vede all’opera anche una serie di musicisti da leccarsi i baffi: oltre ai membri dell’abituale live band di Amy (Jeff Fielder alla chitarra, Matt Smith alla steel, Kerry Brooks al basso e Jim Brock alla batteria), abbiamo tre nomi legati a doppio filo alla Tedeschi Trucks Band, cioè il produttore Brian Speiser, il bravissimo Kofi Burbridge, alle tastiere in diversi pezzi, e soprattutto Derek Trucks stesso in un brano. In più, il determinante contributo della grande banjoista Alison Brown, ed una serie di guest vocals che rispondono ai nomi di Vince Gill, Brandi Carlile, The Wood Brothers e Justin Vernon, leader dei Bon Iver. Ma al centro di tutto c’è Amy, con le sue canzoni e la sua lunga esperienza come performer: Holler è dunque un piccolo grande disco, sicuramente il migliore della Ray, ma anche superiore alle ultime prove delle Indigo Girls (che, va detto, il livello di album come Rites Of Passage e Swamp Ophelia non lo hanno mai più raggiunto). Dopo un breve preludio strumentale che sa di country d’altri tempi (Gracie’s Dawn), l’album attacca con la potente Sure Feels Good Anyway, uno splendido country-rock dal ritmo alto, con chitarre, violino, steel e piano in evidenza ed una melodia importante: subito una grande canzone. Dadgum Down è un pezzo dall’approccio tradizionale (con il banjo della Brown a dominare) ma con un arrangiamento di stampo rock.

Last Taxi Fare invece è una ballata tersa e limpida, dal passo lento e con un chiaro sapore southern soul, impreziosita dai fiati e dalle armonie di Gill e della Carlile, mentre Old Lady è un toccante interludio che purtroppo dura solo un minuto, e che confluisce nella roccata Sparrow’s Boogie, un pezzo decisamente coinvolgente, sorta di bluegrass elettrico con lo splendido banjo della Brown doppiato ad arte dalla chitarra di Fielding, ed Amy che si dimostra in forma e perfettamente a suo agio. Niente male anche Oh City Man, canzone tra folk e country, con il solito banjo che viene affiancato da un bel dobro, il tutto in una limpida atmosfera bucolica; Fine With The Dark vede solo la Ray voce e chitarra, puro cantautorato di classe, Tonight I’m Paying The Rent è uno scintillante honky-tonk dal motivo irresistibile, con i fiati dietro la band ed un ottimo Burbridge: tra le più belle del CD. Notevole anche Holler, uno slow languido, accarezzato da una bella steel e con ricordi lontani dell’Elton John “americano” (quello di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The Water); che dire di Jesus Was A Walking Man? Uno spettacolare country-gospel, davvero coinvolgente, pura mountain music degna di Ralph Stanley (o della Nitty Gritty Dirt Band del primo Will The Circle Be Unbroken). Dopo i 54 secondi della struggente Sparrow’s Lullaby, troppo breve, il CD si chiude con Bondsman (Evening In Missouri), fluida e crepuscolare ballata di nuovo con piano e steel in prima fila, e con Didn’t Know A Damn Thing, altro splendido pezzo di puro southern country, dal bellissimo refrain e con la chitarra di Trucks a rilasciare un breve ma ficcante assolo.

Veramente una bella sorpresa questo Holler: se anche negli ultimi anni avete un po’ perso di vista le Indigo Girls, bypassarlo sarebbe un vero peccato.

Marco Verdi

Una Gran Bella Compilation Ma…Che Razza Di Anniversario E’ Il Ventunesimo? VV.AA. – Appleseed’s 21st Anniversary: Roots And Branches

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VV.AA. – Appleseed’s 21st Anniversary: Roots And Branches – Appleseed 3CD

La Appleseed è una casa discografica fondata nel 1997 da Jim Musselman, un avvocato attivista ed appassionato di musica folk, che aveva l’ambizione di creare un’etichetta che si ispirasse all’età d’oro del cosiddetto folk di protesta, in auge in America negli anni cinquanta e sessanta, e a gloriose label del passato come la Smithsonian Folkways, con l’intento di creare un roster di artisti di spiccata rettitudine morale e con un debole per le cause umanitarie, oltre che per il recupero di canzoni popolari del passato. E Musselman ha visto in breve tempo realizzarsi il suo sogno, dato che negli anni hanno inciso per la Appleseed, tra i tanti, vere e proprie leggende del folk come Pete Seeger e Ramblin’ Jack Elliott, o comunque grandi artisti come Tom Paxton, Tom Rush, Eric Andersen e John Stewart, ed è riuscito a coinvolgere nei vari progetti (come i tre tributi a Seeger o l’album benefico per i senzatetto Give Us Your Poor) anche musicisti non affiliati all’etichetta ma sensibili a certe cause, come Bruce Springsteen e Jackson Browne. Già nel 2007 era uscita una compilation, Sowing The Seeds, che riepilogava il meglio dei primi dieci anni della label, ma ora con questo Roots And Branches Musselman ha fatto le cose in grande, celebrando il ventunesimo anniversario (scelta che in realtà capisco poco, l’unica cosa che mi viene in mente è che in America i 21 anni sono la maggiore età) con uno splendido triplo album, che raccoglie il meglio della Appleseed, appunto nel periodo trattato, mettendo in fila una bella serie di brani comunque rari (sfido infatti chiunque ad averli tutti) ed aggiungendo ben nove canzoni nuove di zecca, tra inediti e pezzi incisi apposta per il progetto.

I tre dischetti sono divisi per vari temi: Let Truth Be Told, che riunisce canzoni di denuncia sociale, The Wisdom Keepers, con artisti di spiccato carisma ed importanza, e Keeping The Songs Alive, che comprende brani della tradizione. Vorrei soffermarmi nel dettaglio sui nove inediti, che iniziano proprio con Bruce Springsteen che propone una intensa versione del classico di Seeger If I Had A Hammer (la presenza di Pete aleggia costante in questo triplo, sia come artista che come autore), molto folk e piuttosto lontana dal brano allegro che conosciamo: inizio lento e quasi drammatico, poi il ritmo prende corpo e gli strumenti si intrecciano abilmente, con un dominio di chitarre, banjo, violino e fisarmonica (Bruce usa musicisti insoliti per lui, con l’eccezione di Charlie Giordano, Soozie Tyrell, e della moglie Patti Scialfa), tanto che, per stare in tema, sembra un pezzo tratto dalle Seeger Sessions. L’amico del Boss Tom Morello si cimenta con una rilettura folk-rock di Dirty Deeds Done Dirt Cheap degli AC/DC, scelta strana anche se bisogna dire che del brano originale non è rimasto molto: versione discreta, ma non indispensabile, anche perché Morello come cantante non è il massimo. Bravissimo invece l’attore Tim Robbins con una strepitosa Well May The World Go (ancora di Seeger), arrangiata in puro stile Irish folk: gran ritmo, melodia squisitamente tradizionale e feeling enorme, sembrano quasi i Pogues. Splendida anche Across The Border, canzone di Springsteen (era una delle più belle su The Ghost Of Tom Joad) affidata alla voce di Tom Russell, un altro che più invecchia e più migliora: il brano, registrato insieme a Jono Manson ed alla fisa di Max Baca, sembra proprio scritto da Tom, ha il suo passo ed anche le sue tematiche.

Wesley Stace in arte John Wesley Harding rifà una sua vecchia canzone, Scared Of Guns (con un reading da parte della figlia), un pezzo molto elettrico e dal ritmo sostenuto, cantato con voce “costelliana”; Anne Hills ci delizia con una versione pura e cristallina del classico di Bert Jansch Needle Of Death, riuscendo ad emozionare con due strumenti in croce, ed anche Donovan non è da meno con una rilettura ricca di pathos della nota ballata di origini irlandesi Wild Mountain Thyme, incisa insieme a due leggende come Danny Thompson, ex bassista dei Pentangle, e lo straordinario drummer Jim Keltner. Gli ultimi inediti sono di due artisti che non sono più tra noi: Jesse Winchester commuove con Get It Right One Day, gentile e stupenda ballata nel suo tipico stile garbato (era incompleta, l’ha terminata Mac McAnally), mentre There Is Love ci fa risentire la voce del grande John Stewart, per un brano con un’intensità da brividi. Il resto del triplo è quindi composto da brani già editi, ma risentiamo (ed in alcuni casi sentiamo per la prima volta, dato che è difficile possedere il catalogo completo della Appleseed) con grande piacere collaborazioni come una meravigliosa versione dell’inno pacifista Bring Them Home ad opera di Pete Seeger, Billy Bragg, Anne Hills, Ani DiFranco e Steve Earle, un reggae decisamente orecchiabile come Kisses Sweeter Than Wine, che vede Jackson Browne duettare con Bonnie Raitt, la poco nota Stepstone di Woody Guthrie, un brano folk di straordinaria intensità che vede un quartetto formato da Joel Rafael, ancora Browne, Jimmy LaFave ed Arlo Guthrie, ed una spettacolare Bring It With You When You Come con David Bromberg e Levon Helm.

Poi, ovviamente, altre grandi canzoni come Give Me Back My Country, splendido country-rock, limpido e solare, ad opera dei Kennedys, o ancora Tom Morello che stavolta ci regala una versione corale e deliziosa dell’inno americano non ufficiale, cioè This Land Is Your Land, o di nuovo Springsteen con il superclassico folk We Shall Overcome, diversa da quella finita sulle Seeger Sessions. Il redivivo Al Stewart ci delizia con la scintillante folk song Katherine Of Oregon, bellissima, la Angel Band con la travolgente Jump Back To The Ditch, tra folk e gospel, Tom Rush con la squisita What I Know (che classe), Lizzy West And The White Buffalo con l’altrettanto bella Portrait Of An Artist As A Young Woman. Infine, non mancano emozionanti riletture di traditionals e brani di dominio pubblico, vere e proprie gemme tra le quali non posso non ricordare The Water Is Wide (John Gorka), Rovin’ Gambler (Ramblin’ Jack Elliott), John Riley (Roger McGuinn con Judy Collins), fino ad una fulgida Where Have All The Flowers Gone, tra le più belle folk songs di sempre, da parte di Tommy Sands, Dolores Keane e Vedran Smailovic. Una collezione preziosa quindi, sia dal punto di vista artistico che culturale, e perfetto regalo natalizio per qualsiasi appassionato di musica folk.

Marco Verdi

Ennesimo Album Raffinato E Di Gran Classe Da Parte Di Un Vero Gentiluomo Inglese. Mark Knopfler – Down The Road Wherever

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Mark Knopfler – Down The Road Wherever – Virgin/Universal CD

Mark Knopfler è il classico musicista che non tradisce mai, e dal quale sai esattamente cosa aspettarti: in inglese quelli come lui li chiamano “acquired taste”, gusto acquisito, cioè artisti che, pur non ripetendo all’infinito lo stesso disco, hanno uno stile ed un approccio ben riconoscibile; tanto per fare un esempio con due songwriters che in passato hanno duettato con Knopfler, pensate a Van Morrison e James Taylor. Ed anche l’ex leader dei Dire Straits ha una maniera collaudata di costruire i suoi dischi, usando cioè sonorità molto classiche ed altamente raffinate, eseguendo i suoi brani con estrema pacatezza e mescolando in modo assolutamente naturale rock, folk, country ed un pizzico di blues ogni tanto. E poi non cambia quasi mai collaboratori, e questo alla fine si sente, in quanto non ha bisogno di così tante prove per trovare un suono compatto ed unitario: anche in questo ultimo Down The Road Wherever i compagni del nostro sono i soliti noti (Guy Fletcher, Richard Bennett, Jim Cox, Glenn Worf, Ian Thomas), e quindi l’ascolto si rivela foriero di sensazioni già provate, ma sempre piacevoli. Quello che al limite può cambiare da un disco all’altro è il livello delle canzoni, che dipende dall’ispirazione del momento: se per esempio i suoi due primi album solisti, Golden Heart e Sailing To Philadelphia, erano ottimi, i tre lavori centrali (The Ragpicker’s Dream, Shangri-La, Kill To Get Crimson) stavano a mio giudizio un gradino sotto, mentre con gli ultimi tre, Get Lucky, Privateering e Tracker, Mark era tornato ad alti livelli (ed eccellente, anzi uno dei suoi album migliori, era anche il disco insieme ad Emmylou Harris, All The Roadrunning).

Dopo un attento ascolto, anche Down The Road Wherever può rientrare a pieno diritto nella categoria dei lavori più riusciti di Knopfler, che non ha assolutamente perso il tocco per un certo tipo di musica d’alta classe, suonata come al solito alla grande (il timbro della sua chitarra si riconosce dopo due note) e cantato con voce sempre più calda e profonda. Il disco è abbastanza lungo, 71 minuti nella versione normale (14 canzoni) e quasi ottanta in quella deluxe di 16 brani, che è quella che vado ad esaminare. L’inizio è buonissimo, con la ritmata Trapper Man, un brano fluido, disteso e cantato con la pacatezza di sempre, magari la melodia non è niente di rivoluzionario ma il tutto si ascolta con piacere (e poi quando entra “quel” suono di chitarra la temperatura sale immediatamente). Back On The Dance Floor è un brano rock d’atmosfera che può anche ricordare gli esordi dei Dire Straits, un bel gioco di percussioni, piano elettrico, la solita inimitabile chitarra ed un ritornello diretto: una canzone di quelle che crescono a poco a poco, ma crescono. A tal punto che una volta finita la rimetto da capo. Nobody’s Child è una deliziosa ballata elettroacustica dal sapore folk, suonata al solito con classe sopraffina https://www.youtube.com/watch?v=qL305ux-1VU , la cadenzata Just A Boy Away From Home è un rock-blues asciutto ed essenziale, tutto giocato sulla voce e sulla chitarra slide, suonata con la consueta maestria. Una languida tromba introduce la lenta When You Leave, elegante pezzo afterhours, Good On You Son è già conosciuta (gira in rotazione ormai da più di due mesi), ed è un brano rock dalla fruibilità immediata, guidato dalla chitarra di Mark e da una batteria che suona in maniera creativa.

La gradevole My Bacon Roll è una ballata midtempo ancora con reminiscenze Straits, ma stavolta quelli dell’ultimo periodo, con Mark che accarezza il suo strumento con estrema gentilezza; Nobody Does That è quasi funky, anzi togliete il quasi, dal ritmo acceso e con una sezione fiati a colorare il sound, ma secondo me non è un genere pienamente nelle corde del nostro, al contrario di Drovers’ Road che è una lenta ma vibrante canzone di puro stampo folk irlandese, decisamente emozionante e con la solita splendida chitarra: tra le più belle canzoni del CD https://www.youtube.com/watch?v=g8DN96BTcTA . Eccellente anche One Song At A Time, altro pezzo di gran classe, una rock song in giacca e cravatta dotata di una melodia di prim’ordine e, ma sono stufo di dirlo, un suono di chitarra godurioso; la tranquilla e pacata Floating Away è l’ennesimo brano con accompagnamento di estrema finezza: qualche rintocco di piano, batteria appena accennata ed ottimo assolo centrale. La pianistica Slow Learner è, come da titolo, uno slow jazzato e, indovinate? Esatto, raffinatissimo! Heavy Up è solare e quasi caraibica (con qualcosa anche di certi episodi “etnici” di Paul Simon), ed è una vera delizia per le orecchie, mentre la gradevole Every Heart In The Room riporta il disco su toni più cantautorali e “British” (ma la chitarra qui sembra suonata da Ry Cooder). Il CD si chiude con la guizzante Rear View Mirror, in cui vedo qualcosa del Van Morrison più “leggero”, e con la toccante Matchstick Man, solo voce e chitarra acustica.

Altro ottimo lavoro dunque per Mark Knopfler, un disco perfetto per riscaldare le nostre future serate autunnali (e invernali).

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 7. Gli Inizi Di Uno Dei Gruppi Più Originali Degli Ultimi Anni. Fleet Foxes – First Collection 2006 – 2009

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Fleet Foxes – First Collection 2006 – 2009 – Nonesuch/Warner 4CD – 4LP (1×12” + 3×10”)

I Fleet Foxes, band di Seattle capitanata dal vulcanico e geniale Robin Pecknold, sono indubbiamente tra i gruppi più originali e particolari degli ultimi quindici anni: la loro miscela di folk, rock, pop e sonorità californiane tipiche degli anni settanta, un suono elaborato ed accattivante nello stesso tempo, è quanto di più innovativo si possa trovare oggi in circolazione. Il loro secondo album, Helplessness Blues (2011), aveva ottenuto consensi ed ottime vendite ovunque https://discoclub.myblog.it/2011/05/03/una-attesa-conferma-fleet-foxes-helplessness-blues/ , ed il suo seguito uscito lo scorso anno, Crack-Up, pur essendo leggermente inferiore https://discoclub.myblog.it/2017/06/02/fortunatamente-non-si-sono-persi-per-strada-anteprima-fleet-foxes-crack-up/ , era comunque un lavoro più che buono. Ora, per quanti (sottoscritto incluso) hanno conosciuto la band solo con Helplessness Blues, Pecknold e compagni pubblicano questo box quadruplo (consiglio la versione in CD, che ha un prezzo contenuto) intitolato First Collection 2006 – 2009, che raccoglie i due rari EP d’esordio del gruppo, il loro primo album Fleet Foxes del 2008, ed un altro EP esclusivo intitolato B-Sides And Rarities.

fleet foxe first collection 2006-2009 vinile

Il cofanettino, almeno quello in CD, è piccolo e maneggevole, ma in ogni caso è molto curato e dotato di un bel libretto ricco di foto, informazioni e testi di tutte le canzoni, ed il suono è stato rimasterizzato alla grande: vediamo dunque il contenuto musicale disco per disco (il box presenta l’album come CD1 ed i due EP come CD2 e 3, ma io andrò in ordine cronologico, che è anche il modo in cui consiglio di ascoltare i vari dischetti). The Fleet Foxes EP (2006): mini album di sei pezzi venduto dalla band ai concerti, pare ne esistano solo 50 copie “fisiche”, mentre in download è più facile da reperire. Nonostante il gruppo fosse all’epoca già un quintetto, nel disco suona tutto Pecknold, tranne la batteria che è nelle mani di Garret Croxon; il suono è più rock e diretto che in seguito, ma qua e là ci sono già i germogli dello stile che verrà. She Got Dressed è una rock song potente ed elettrica, piuttosto rigorosa anche nella struttura melodica; anche meglio In The Hot Hot Rays, una deliziosa e solare canzone pop, dal ritmo sostenuto e con una chitarra decisamente “californiana”. Anyone Who’s Anyone è contraddistinta da una splendida chitarra twang e da una performance forte e vitale, con un uso delle voci molto creativo, mentre Textbook Love è ancora pop deluxe, con Robin che mostra già di avere una personalità debordante. Il mini album termina con la vigorosa ed elettrica So Long To The Headstrong, tra pop e rock e melodicamente complessa, e con Icicle Tusk, folk, cantautorale e più vicina ai Fleet Foxes di oggi.

Sun Giant (2008): secondo EP del gruppo, uscito appena due mesi prima del loro debut album (ma con il quale non ha pezzi in comune). Ed ecco i Fleet Foxes che conosciamo (a proposito, qua ci sono anche gli altri: Skyler Skjelset, chitarra, Casey Wescott, tastiere, Craig Curran, basso e Nicholas Peterson, batteria), con melodie quasi eteree, di stampo folk, ma con qualche elemento di psichedelia ed un vulcano di idee. La title track apre in modo suggestivo, con un canto corale a cappella, quasi ecclesiastico, seguito a ruota dall’intrigante Drops In The River, brano cadenzato, decisamente folk-rock nella struttura ed un motivo diretto, sempre giocato sull’uso particolare delle voci. Restiamo in territori folk con la saltellante English House, che ricorda un po’ lo stile dei Lumineers, ed anche con la splendida Mykonos, una canzone intensa, fluida e dalla melodia davvero suggestiva, con armonie vocali degne di CSN; chiusura con la lenta Innocent Son, solo per voce e chitarra. Fleet Foxes (2008): ed è la volta del primo album, che ha compiuto una decade esatta proprio quest’anno: inizio con la sognante e folkie Sun It Rises, ancora più vicina al suono odierno, un brano elettroacustico dal crescendo strumentale coinvolgente ed una melodia sospesa alla David Crosby; la corale White Winter Hymnal è davvero bellissima, ha un motivo circolare ed un sottofondo musicale di grande respiro, mentre Ragged Wood è sostenuta da un ritmo acceso e da uno sviluppo disteso e forte al tempo stesso, con decisi cambi di tempo e melodia tipici di Pecknold.

Sentite poi Tiger Mountain Peasant Song, folk ballad splendida, pura e cristallina, o la mossa Quiet Houses, sempre con un uso molto interessante delle voci e soluzioni melodiche mai banali, o ancora He Doesn’t Know Why, altra deliziosa canzone tra folk d’autore e pop adulto. Tra i pezzi rimanenti, non posso non segnalare lo strumentale (ma le voci non mancano) Heard Them Stirring, puro Laurel Canyon Sound, l’acustica ed intensissima Meadowlarks o la conclusiva Oliver James, in cui la voce di Robin è praticamente lo strumento solista. B- Sides And Rarities: EP di otto canzoni che contiene quattro brani usciti solo su singolo e quattro versioni inedite. False Knight On The Road è un folk etereo ancora caratterizzato da un motivo squisito e di facile assimilazione (canzone un po’ sprecata come lato B), mentre la rilettura del noto traditional Silver Dagger è semplicemente stupenda, solo voce e chitarra ma emozioni a profusione (e Pecknold canta in maniera sublime). La gentile White Lace Regretfully è più normale, ma Isles è ancora un delizioso bozzetto acustico di grande presa emotiva. Chiudono il dischetto tre interessanti demo inediti di brani presenti sul primo album e sul secondo EP (Ragged Wood, He Doesn’t Know Why, English House), che sembrano canzoni fatte e finite, ed un frammento strumentale di appena 52 secondi intitolato Hot Air.

Se vi piacciono i Fleet Foxes ma non conoscevate le loro origini (e poi sfido chiunque a possedere i primi due EP), questo cofanetto fa al caso vostro, anche perché una volta tanto non costa una cifra esagerata (in CD).

Marco Verdi

Per Contratto Dischi Brutti Non Ne Fa, Anzi E’ Vero Il Contrario! John Hiatt – The Eclipse Sessions

john hiatt the eclipse sessions

John Hiatt – The Eclipse Sessions – New West Records

Per ribadire il titolo del Post potrei dire che sono oltre trenta anni che John Hiatt non fa un disco brutto: anche se qualcuno non aveva particolarmente apprezzato Perfectly Good Guitar  del 1993 (che per me era comunque un ottimo disco) e Little Head del 1997 (che in effetti forse non aveva brani particolarmente memorabili, ma nell’insieme si difendeva), però per esempio il nostro amico negli anni 2000 ha azzeccato una serie di album notevoli, da Crossing Muddy Waters a Beneath This Gruff Exterior, passando per Master Of Disaster e il bellissimo Same Old Man, e ancora l’ottimo The Open Road, Dirty Jeans And Mudslide Hymns e Mystic Pinballs (entrambi prodotti da Kevin Shirley), per arrivare all’ultimo Terms Of My Surrender del 2014, ancora eccellente https://discoclub.myblog.it/2014/07/24/puo-rude-anche-tenero-john-hiatt-terms-of-my-surrender/ , e l’ultimo registrato con Doug Lancio alla chitarra. Poi ha deciso di prendersi una pausa di riflessione e sono passati quattro anni prima dell’uscita di questo The Eclipse Sessions, registrato lo scorso anno nella settimana dell’eclisse solare dell’agosto 2017 alla Rock House di Franklin, Tennessee: disco numero ventitré in una discografia corposa, che se probabilmente ha trovato i suoi vertici nel capolavoro Bring The Family e nell’altro vertice assoluto di Slow Turning (quest’anno celebrato  proprio con un tour nel trentennale, in cui per l’occasione Sonny Landreth era tornato a svolgere la sua funzione di chitarrista), è rimasta, come detto, sempre consistente e di alti livelli qualitativi, con pochi paragoni con altri suoi colleghi cantautori più ondivaghi nei loro risultati discografici.

Leggendo le note si nota l’assenza di una “vera” chitarra solista, ma il disco ha comunque sempre la presenza di questo strumento fondamentale nell’economia del sound di Hiatt: se ne occupano, a seconda dei brani, lo stesso John, oltre al tastierista Kevin McKendree (che cura anche la produzione del disco), e in alcuni pezzi il figlio quindicenne di quest’ultimo Yates McKendree, che a giudicare da quanto si può ascoltare potrebbe avere un futuro luminoso di fronte a sé. La sezione ritmica, manco a dirlo, è composta dagli immancabili Patrick O’Hearn al basso e Kenneth Blevins alla batteria, in grado di garantire quel suono inconfondibile che siamo soliti associare ai dischi di John Hiatt. Che di suo compone undici nuove canzoni che trattano dei temi che negli ultimi anni sembrano ricorrenti nei testi di un signore di 66 anni come lui, che anche se non dichiara mai esplicitamente nelle sue canzoni il fattore autobiografico, lo lascia comunque sempre intuire: il narratore che medita sui suoi fallimenti di uomo e compagno in Poor Imitation Of God e Nothing In My Heart, una certa aridità di sentimenti in Over The Hill, il dolore provocato dai propri misfatti in Hide Your Tears, oppure il bilancio amaro per una vita spesa on the road dal protagonista di Robber’s Highway, che ha più rimpianti che soddisfazioni da portare in questo bilancio fatto nell’età matura.

La musica è in ogni caso quella “solita” a cui siamo abituati: dal ciondolante ritmo country-rock-blues dell’elettrocustica Cry To Me, dove la splendida voce di Hiatt dispiega il suo caldo e pigro charme, ben sostenuta dal piano e dall’organo di babbo Kevin e dai fini rintocchi della chitarra del figlio Yates, per un brano  che come al solito ha profumi sudisti e l’avvolgente fervore delle sue migliori canzoni. All The Way To The River, una delle migliori canzoni del disco, con lo stesso Hiatt alla chitarra elettrica, mi ha rimandato al suono dei primi Dire Straits, con una andatura rock sinuosa e coinvolgente, ma anche a certi brani del Dylan più elettrico e nashvilliano;  Aces Up Your Sleeve è una di quelle ballate acustiche folk intime ed intense in cui il nostro amico è maestro, intrisa di malinconia e buoni sentimenti, con il delicato organo di McKedree a lavorare di fino sullo sfondo https://www.youtube.com/watch?v=Z7LuOjQDxt8 , mentre Poor Imitation Of God con Kevin McKendree alla chitarra solista è uno dei brani più rock della raccolta, sempre con quel sound volutamente più trattenuto del solito (il disco avrebbe dovuto essere acustico) ma a cui non manca la voce grintosa del nostro amico.

E anche Nothing In My Heart opta per il suono delle chitarre acustiche arpeggiate che sono punteggiate dagli interventi  dell’organo di McKendree e dal volteggiare rotondo del contrabbasso di O’Hearn che sottolineano le amare confessioni del narratore del brano; Over The Hill è un altro dei brani più mossi del CD, con la chitarra del giovane Yates in bella evidenza e il tocco vocale peculiare del cantautore di Indianopolis, il suo marchio di fabbrica unico ed inconfondibile. Outrunning My Soul, con John di nuovo all’elettrica, un bel piano elettrico in mostra e un ritmo rock&soul che ricorda gli Stones felpati  anni ’70 di Black And Blue, lascia poi spazio di nuovo  alla dolcezza non svenevole delle confessioni folkie della dolceamara Hide Your Tears, dove la baritone guitar di Hiatt si insinua nelle pieghe di un suono quasi minimale. The Odds Of Loving You, bellissima, è un country-blues classico, con la slide acustica di Yates McKendree a sottolineare la voce vissuta di un ispirato Hiatt; One Stiff Breeze, nonostante l’impegno della famiglia McKendree, a piano, organo e chitarra elettrica, e un certo impeto R&R, è forse uno dei brani che mi paiono meno riusciti, anche se non del tutto disastroso, ma pezzi rock così  Hiatt nel passato ne ha incisi di molto migliori. Però il livello si rialza per la conclusiva Robber’s Highway, una delle sue magiche ballate, il cui riff iniziale mi ha ricordato quello della Sweet Jane rallentata che facevano i Cowboy Junkies, cantata in modo splendido e compassionevole da un Hiatt veramente ispirato https://www.youtube.com/watch?v=RrfojB7sNe0 , che chiude in modo brillante un album ancora una volta soddisfacente per chi ama la musica di questo grande cantautore, sempre tra i migliori in circolazione.

Bruno Conti

Il Titolo E’ Interminabile, Il Disco Purtroppo No! The Milk Carton Kids – All The Things That I Did And All The Things That I Didn’t Do

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The Milk Carton Kids – All The Things That I Did And All The Things That I Didn’t Do – Anti CD

Il duo californiano dei Milk Carton Kids, formato da Kenneth Pattengale e Joey Ryan, dopo tre album salutati positivamente da quasi tutta la critica mondiale, al quarto lavoro ha deciso di compiere il grande salto. Fautori di un folk-rock cantautorale chiaramente influenzato da Everly Brothers, Simon & Garfunkel, e dal duo Gillian Welch/David Rawlings, i MKC non hanno cambiato stile, ma hanno migliorato decisamente il loro songwriting e per la produzione si sono rivolti nientemeno che a Joe Henry, con il quale avevano già collaborato nel recente passato ma mai al punto di affidargli le chiavi di un loro album. E Henry non è uno che si muove per tutti, conosce il due ragazzi e li apprezza (li ha avuti anche in tour con lui), e la sua mano in questo All The Things That I Did And All The Things That I Didnt’t Do (un titolo non proprio facile da memorizzare) si sente eccome. Joe è ormai un maestro nel dosare i suoni, nel dare una veste sonora adatta a qualsiasi cosa su cui mette le mani, e quasi sempre per sottrazione, ma c’è da dire che in questo caso gran parte del merito va alle canzoni scritte da Pattengale e Ryan, due che non hanno certo bisogno di sonorità ridondanti per emozionare.

Oltre alle chitarre dei due leader, grande protagonista del disco è la splendida steel guitar di Russ Pahl, ma non bisogna scordare la sezione ritmica discreta ma di gran classe formata da Dennis Crouch (uno che ha suonato con un sacco di grandi, da Gregg Allman a Johnny Cash) e dall’ormai indispensabile Jay Bellerose, oltre alle tastiere di Pat Sansone, membro dei Wilco, ed anche ai fiati (clarinetto e sax) nelle mani di Levon Henry, figlio di Joe. Ballate fluide, lente e distese, suoni centellinati al millimetro, mai una nota fuori posto, con in più alcune tra le migliori canzoni del duo: All The Things (abbrevio per fare prima) è il classico disco che cresce ascolto dopo ascolto, ma piace già dalla prima volta che si mette nel lettore. Il centerpiece dell’album è senza dubbio la straordinaria One More For The Road, un brano che supera i dieci minuti e che definire epico non è esagerazione: una canzone che inizia come una ballata fluida e rilassata, con le due voci, un paio di chitarre e la steel sullo sfondo, un suono molto anni settanta con elementi che rimandano ai gloriosi giorni del Laurel Canyon, e che poi si tramuta in un melting pot di suoni tra folk, jazz ed un tocco di psichedelia in un crescendo strumentale magnifico e di grande pathos, per tornare nel finale al tema principale.

Ma chiaramente il disco è anche altro, a partire dall’iniziale Just Look At Us Now, brano tenue ed interiore, molto discorsivo e con un accompagnamento discreto, una percussione leggera ed un delizioso contorno di strumenti a corda. Il pianoforte introduce la lenta Nothing Is Real, un pezzo raffinato ed ottimo veicolo per le armonie vocali di Kenneth e Joey, con un arrangiamento tra folk e pop d’altri tempi, nel quale si sente lo zampino di Henry; la squisita Younger Years ha molti contatti con la scrittura di Paul Simon, e la sua veste leggermente country & western, con la bella steel di Pahl in sottofondo, la rende una delle più riuscite. Mourning In America, pianistica e con una leggera orchestrazione alle spalle, è lenta e decisamente intensa: musica pura, senza pretese commerciali ma in grado di toccare le corde giuste; You Break My Heart è ancora spoglia nei suoni, voce, chitarra, steel e sezione ritmica appena sfiorata, con uno stile molto vicino all’ultimo Dylan che fa Sinatra, così come Blindness, se possibile ancora più cupa, quasi tetra, con le voci angeliche dei due che contrastano apertamente con il mood triste del brano. Big Time è decisamente più vivace, una canzone limpida ed ariosa tra folk e country, caratterizzata da un bel violino ed una melodia diretta, A Sea Of Roses è ancora puro folk moderno, gentile e raffinato, di nuovo con Simon dietro il pentagramma, mentre Unwinnable War è una ballatona di ampio respiro, con il solito ottimo lavoro di steel alla quale si aggiunge un organo ed il consueto pickin’ chitarristico di gran classe. Chiudono il CD la languida I’ve Been Loving You, molto Everly Brothers, e la delicata title track, tre strumenti in croce ma grande intensità.

Al quarto disco i Milk Carton Kids hanno fatto centro: canzoni come One More For The Road non si scrivono certo per caso, ed il resto non è sicuramente da meno.

Marco Verdi

Antologie Che Sembrano Dischi Nuovi: Parte 2. Annie Keating – All The Best

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Annie Keating – All The Best – Appaloosa/IRD CD

Il compito delle antologie discografiche è quello di riepilogare la carriera di un artista, o un singolo periodo di essa, sia a beneficio dei fans che dei neofiti, ma è a volte anche quello di far conoscere l’artista stesso, specie quando si parla di un musicista poco o per nulla noto, ed i cui lavori sono difficili da reperire. Ricordo ancora oggi l’effetto che mi fece qualche anno fa All That Is, greatest hits (si fa per dire) del cantautore canadese Garnet Rogers, che non conoscevo: il suo ascolto mi aveva colpito a tal punto che mi accaparrai la sua discografia competa in una botta sola, disponibile allora soltanto sul suo sito. Un effetto analogo potrebbe averlo questo All The Best, compilation antologica della cantautrice di Brooklyn Annie Keating, che dopo una carriera di quindici anni praticamente nell’anonimato e con dischi totalmente autogestiti, è approdata all’etichetta nostrana Appaloosa, che ha messo a punto questo bellissimo riepilogo in quindici brani dell’autrice newyorkese: solo una canzone del disco è incisa appositamente per il progetto, ma il fatto che Annie fosse una illustre sconosciuta fa sì che anche il resto del CD suoni nuovo alle nostre orecchie.

E la Keating dimostra che non meritava di sicuro di restare nell’ombra, in quanto ci troviamo di fronte ad una cantautrice nel senso più puro del termine, con un gusto innato per le melodie dirette e di impatto immediato, e la cui musica è ricca di spunti folk e country, anche se il rock non è certo estraneo; in più, la nostra è dotata di una voce non eccessivamente potente, ma personale ed espressiva: i paragoni più diffusi sono quelli con Gillian Welch e Lucinda Williams, ma io non ci trovo granché di nessuna delle due (forse più la prima, se proprio devo scegliere), al limite mi viene in mente una come Nanci Griffith, che però è più country, oppure Patty Griffin. Canzoni come l’iniziale Ghost Of The Untraveled Road, una ballata folk vibrante e cantata col cuore in mano, non si scrivono per caso, come neppure la successiva Belmont, bellissimo brano elettroacustico di chiaro sapore roots, contraddistinto da un ritmo vivace e da una melodia toccante, e guidato da una splendida fisarmonica (il libretto, che contiene tutti i testi, purtroppo non menziona i musicisti). Che dire di It Already Hurts When You Leave, una luccicante ballata cadenzata e dal motivo decisamente evocativo, grande musica ma anche classe notevole; Forever Loved è un delicato pezzo tra folk e country, puro e limpido, In The Valley vede Annie in compagnia della sua chitarra e pochi altri strumenti (tra cui un languido violino), ma il pathos non manca di certo, Sweet Leanne è magnifica, una folk ballad da brividi, tra le migliori del CD, profonda e struggente.

Se devo fare un paragone maschile, potrei scomodare Chip Taylor, in quanto Annie si affida anch’essa ad arrangiamenti semplici, e ha pure lei la capacità di creare melodie toccanti con pochi accordi. Con Storm Warning la Keating dimostra che ci sa fare anche con sonorità più elettriche e ritmi più sostenuti: un rock’n’roll di stampo roots, trascinante ed eseguito in scioltezza. Non le cito tutte, voglio lasciarvi il piacere di scoprirle ad una ad una, anche se non posso fare a meno di nominare la deliziosa Sting Of Hindsight, la pura e cristallina Coney Island, tra le più belle in assoluto, e la fulgida ballata elettrica You Bring The Sun. Una menzione poi per il brano finale che dà il titolo all’antologia, l’unico nuovo di zecca ed anche unica cover: si tratta infatti della nota canzone di John Prine (uno degli eroi di Annie), una delle migliori del grande songwriter, riletto in maniera splendida: grande brano ed ottima versione, ma non avevo dubbi.

E’ venuto il momento di scoprire Annie Keating e le sue bellissime canzoni, e All The Best è il modo migliore per farlo.

Marco Verdi

Torna Il Vecchio Folksinger, E Fa Quasi Un Capolavoro! Tom Rush – Voices

tom rush voices

Tom Rush – Voices – Appleseed CD

Tom Rush a 77 anni suonati non ha ancora perso la voglia di fare musica, anzi, è stato più attivo negli ultimi dieci anni che nei precedenti trenta. Grande cantautore, protagonista dell’età d’oro del folk revival degli anni sessanta e poi del folk-rock, ha attraversato quella decade in prima linea con una serie di dischi e canzoni che risultano belli ancora oggi (la sua No Regrets è giustamente considerata un classico https://www.youtube.com/watch?v=XKU0S5K5aYE ), anche se i suoi album erano spesso suddivisi tra brani suoi e di altri. Dalla metà degli anni settanta fino al nuovo millennio Tom sembrava quasi essersi ritirato: pochi dischi e profilo bassissimo, fino al suo ritorno sulle scene nel 2009 con l’ottimo What I Know, seguito a distanza di quattro anni dal bellissimo live celebrativo 50 Years Of Music. Ora Tom torna tra noi con Voices, prodotto come What I Know dall’esperto Jim Rooney (80 anni, un altro giovanotto), ed il risultato è ancora meglio che nel lavoro di nove anni fa. Rush per la prima volta scrive tutte le canzoni di suo pugno, tranne un paio di traditionals che ha inserito “per non compromettere la mia reputazione di folksinger” (come ha scherzosamente scritto nelle liner notes del CD), e sono canzoni una più bella dell’altra, nel suo tipico stile tra folk e country, che rendono Voices il suo disco più bello dagli anni settanta ad oggi.

Tom ha ancora una bella voce, solo leggermente arrochita dagli anni, ed è ancora in grado di scrivere canzoni belle, profonde ed intense, basate principalmente sul suono della sua chitarra: un disco di cantautorato classico, come si usava fare una volta. Per impreziosire ulteriormente il tutto, Rooney ha messo a disposizione del nostro una superband, con nomi che solo a leggerli c’è da leccarsi i baffi: Al Perkins al dobro, Sam Bush al mandolino, Dave Pomeroy al basso, Richard Bennett alle chitarre, il meno conosciuto (ma bravissimo) Matt Nakoa al piano ed organo, e le backing vocals di Kathy Mattea e Suzy Ragsdale. Il disco inizia con un traditional, Elder Green (che poi è la nota Alabama Bound con parole diverse), una sorta di folk-grass vivace e dal ritmo sostenuto, con un ottimo intreccio strumentale tra dobro, banjo e mandolino. Come See About Me è una deliziosa folk ballad, cantata in maniera calda e suonata in punta di dita, con il dobro di Perkins grande protagonista, doppiato abilmente dal pianoforte di Nakoa; molto bella My Best Girl (canzone d’amore dedicata alla sua…chitarra!), pimpante, tersa e contraddistinta da una melodia squisita e parti strumentali strepitose, puro pickin’ di gran classe, mentre Life Is Fine è cadenzata e decisamente orecchiabile, con qualcosa che rimanda allo stile di John Prine (che viene anche citato nel testo), ed un’aria scanzonata e solare: un avvio che conferma che Tom è in forma smagliante, e che non siamo davanti ad una stanca prova da parte di una vecchia gloria.

Cold River, country song limpida, è nuovamente azzeccata dal punto di vista melodico, specie nel refrain, mentre Far Away è splendida, una toccante ballata dal motivo perfetto, semplice ma di grande effetto, ed il solito lussuoso accompagnamento da parte della band: sembra di tornare indietro di cinquant’anni, grande canzone. Heaven Knows (But It Ain’t Tellin’) è un irresistibile ed ironico bluegrass, in cui Tom un po’ parla un po’ canta, mostrando di divertirsi non poco, Corina, Corina è il famoso traditional che hanno fatto in mille, ed il nostro rispetta la sua origine country-blues sfoderando la consueta classe, mentre la breve If I Never Get Back To Hackensack è un altro strepitoso e coinvolgente pezzo in bilico tra folk e country, di impatto immediato come tutti i brani di questo CD (davvero, non ce n’è uno sottotono). Purtroppo il disco volge al termine, ma c’è tempo ancora per la vibrante Going Down To Nashville, fulgido esempio di cantautorato doc e suonata in modo splendido, la sorprendente How Can She Dance Like That?, il pezzo più elettrico, quasi un rock’n’roll, davvero trascinante (grande pianoforte, e spunta pure un sax), e la conclusiva Voices, uno slow di grande intensità e cristallina bellezza, pura poesia musicale. Non ho idea se Voices sarà l’ultimo lavoro per Tom Rush, ma quello che è certo è che si tratta di un grande disco, senza dubbio alcuno.

Marco Verdi

Sempre A Proposito Di Voci Femminili Intriganti. Haley Heynderickx – I Need To Start A Garden

haley heynderickx

Haley Heynderickx – I Need To Start A Garden – Mama Bird Recording Co.

Ho sempre avuto una particolare predilezione per le voci femminili: siano quelle poderose del rock, o quelle intense e fenomenali delle dive del soul, ma anche in ambito folk e pop-rock,  dalla grande Joni Mitchell a Laura Nyro, Carole King, Sandy Denny o Joan Armatrading,  ma pure gente dalla vita e dalla carriera sfortunata, come Judee Sill o Karen Dalton, Carolyn Hester. Nelle generazioni successive mi hanno affascinato le canadesi Jane Siberry e Mary Margaret O’Hara, per cui quando ho letto paragoni con Haley Heynderickx, rispetto alla O’Hara (ma anche con Angel Olsen, tra le contemporanee e Vashti Bunyan, che probabilmente Haley conosce, essendo della stessa generazione, le altre non so), mi sono detto che era il caso di estrarre il manuale Guido Angeli/San Tommaso e provare, per eventualmente credere.

Dopo avervi stordito di nomi, potrei aggiungere anche  una Suzanne Vega più sognante ed umbratile, che d’acchito mi ricorda nella prima canzone, la breve e scarna No Face, solo la voce e la chitarra acustica arpeggiata della filippino-americana Heynderickx (inserita nella scena locale di Portland, una delle più vivaci negli States): testi surreali e poetici, come nella particolare The Bug Collector, che parla di visioni di strani insetti che sono metafore per persone e situazioni della vita reale e non immaginata, seppur vividamente dall’autrice, e qui la musica si fa più complessa, il fingerpicking è più intricato, può ricordare anche la prima Laura Marling (non l’avevamo ancora citata?), poi entra il contrabbasso di Tim Sweeney a scandire il tempo, ci sono i tocchi sonori del produttore Zak Kimball, un trombone con la sordina suonato da Denzell Mendoza, le percussioni di Phillip Rogers, che saranno poi i musicisti presenti anche negli altri sei brani di questo album, solo circa 30 minuti di musica, ma assemblati con certosina pazienza nei Nomah Studio di Kimball, grazie ad un autofinanziamento che ha portato Haley quasi alla bancarotta.

Ma il disco c’è, è bello, comincia a delinearsi, è alt-folk se volete chiamarlo così, ma non solo: Jo,  parte ancora soffusa,  una elettrica accarezzata e la voce della Heynderickx , che comincia ad assumere tonalità quasi leggiadre, grazie al suo vibrato fragile e  forte al contempo, poi entrano il basso e la batteria, la canzone si fa affascinante, ma quando uno sta per dire – toh,  Mary Margaret O’Hara – è già finita, bella però. E Worth It, il brano più lungo con i suoi quasi otto minuti, è ancora più bella, partenza con la solita chitarra elettrica arpeggiata, ma la voce comincia ad essere ancora più ricercata e appassionata, con vocalizzi quasi spericolati, mentre la sezione ritmica vira a tratti verso un rock intenso e i continui cambi di tempo tengono avvinto l’ascoltatore alle derive folk-rock del brano, dove le acrobazie vocali che hanno portato ai paragoni con la O’Hara assumono un senso, grazie anche alla seconda voce della bassista Lily Breshears che rende l’insieme ancora più “spaziale” https://www.youtube.com/watch?v=jnJURSfVoMg . Fosse tutto così l’album sarebbe un capolavoro, ma il disco grida forte “talento al lavoro”, come conferma l’avvolgente ed affascinante Show You A Body, dove il piano della Breshears aggiunge impronte  jazz ad una ballata notturna e complessa, fin troppo concisa nella sua durata, tutto è studiato e realizzato con certosina abilità.

Molto bella anche Untitled God Song con il suo strano approccio con una divinità al femminile e lo stile musicale che di nuovo incorpora l’uso del trombone, e una voluttuosa slide tangenziale nel suo soffuso e delicato folk-rock, dove la voce non domina ma accompagna gli strumenti, e in Oom Sha La la, il brano che contiene il verso “I Need To Start A Garden” che dà il titolo all’album, si incrocia un tema musicale che ricorda a tratti i Velvet Underground e un pigro pop-doo-wop, per  accelerare in un finale in cui la voce assume tonalità quasi isteriche.  A chiudere il tutto di nuovo il delicato folk acustico della cristallina Drinking Song dove si apprezza di nuovo la vocalità inconsueta di Haley Heynderickx, che non sarà Mary Margaret O’Hara ma sicuramente è una delle nuovi voci più interessanti della scena alternativa (e non) e merita di essere conosciuta con questo bel disco.

Bruno Conti