Non Sempre Il Detto “Less Is More” E’ Veritiero! Sam Baker – Horses And Stars

sam baker horses and stars

Sam Baker – Horses And Stars – BlueLimeStone CD

Primo disco dal vivo per il cantautore texano Sam Baker, titolare di cinque pregevoli album pubblicati tra il 2004 ed il 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/07/06/un-poeta-dalle-melodie-intense-prosegue-il-suo-cammino-sam-baker-land-of-doubt/ . Baker è un songwriter dalla vena poetica tenue, capace di costruire canzoni semplici e toccanti al tempo stesso, con pochi accordi ed il minimo indispensabile di strumenti, che però servono a dare più colore alle sue composizioni. In questo Horses And Stars (registrato a Buffalo, stato di New York, il 20 Luglio del 2018) Sam si presenta sul palco nudo e crudo, soltanto voce, chitarra (elettrica) e armonica solo in qualche brano, probabilmente per ragioni puramente economiche, e devo purtroppo constatare che in più di un momento il disco mostra la corda fino a lasciar affiorare un filo di noia. Baker non è in possesso di un range vocale particolarmente ampio, il suo modo di cantare assomiglia più ad un talkin’ ed è più monocorde anche di altri “parlatori” come Lou Reed e James McMurtry; pure come chitarrista il nostro è abbastanza nella media, e quindi alla fine molte canzoni finiscono per assomigliarsi tra loro. Sam non ha il passo del folksinger e possiede una vena di autore che gira intorno un po’ sempre agli stessi accordi: in poche parole è semplicemente un cantautore che non si può permettere di girare con una band, e questo a lungo andare nel CD si sente.

Non posso dire che Horses And Stars sia un brutto disco, ma non sarei sincero se non dicessi che in più di un momento provoca qualche sbadiglio. Boxes, che apre l’album, è una canzone splendida, una sorta di valzer texano che brilla anche in questa versione spoglia (e la voce calda ed arrochita di Sam è giusta per brani come questo), ma già Thursday, più parlata che altro, è di difficile assimilazione, ed anche la strascicata Angel Hair si ascolta piuttosto a fatica fino in fondo. Il disco non cambia passo, è costruito attorno a pezzi lenti tutti sulla medesima tonalità, e si segnalano solo le (poche) canzoni dotate di una melodia vera e propria, come Same Kind Of Blue, intensa ballata che sembra ispirarsi a certe cose di Springsteen https://www.youtube.com/watch?v=m2wbLS8sMik , la toccante Migrants, la tenue Waves, eseguita con buon pathos, e la deliziosa e quasi sussurrata Odessa, che inizia e finisce con due strofe prese dal traditional Hard Times. Anche Snow e Broken Fingers sarebbero due potenziali belle canzoni, ma l’arrangiamento ridotto all’osso non le fa risaltare come dovrebbero https://www.youtube.com/watch?v=Gh8sO5JPsbI .

Non cambio idea sul Sam Baker songwriter ed autore di buoni album incisi in studio, ma come performer dal vivo in “splendid isolation” mi sento di giudicarlo quantomeno rivedibile. *NDB Anche il fatto che Il CD non sia facilmente reperibile e piuttosto costoso forse incide sulla valutazione.

Marco Verdi

Una Voce E Un Talento Genuini Per Una Esordiente Di “Lusso”! Kelly Hunt – Even The Sparrow

kelly hunt even the sparrow

Kelly Hunt – Even The Sparrow – Rare Bird Records

Da non confondere con la quasi omonima Kelley Hunt, la nostra amica Kelly viene da Memphis, ma rispetto ad altre artiste ha fatto il percorso inverso, andando a stabilirsi per incidere la propria musica in quel di Kansas City. Il suo stile è stato giustamente inquadrato tra la cosiddetta Americana music e il folk tradizionale: sono stati tracciati paragoni con Gillian Welch e Rhiannon Giddens, e ci stanno assolutamente, ma forse la Hunt è ancora più “rigorosa” nel proprio approccio alla musica, veramente scarno e minimale, per quanto sapido. Si tratta di una cantante in possesso di una voce decisamente calda e partecipe, con un bel timbro che potrebbe avvicinarla anche a certe icone femminili del folk britannico come (oso) June Tabor, Cara Dillon, tra le contemporanee e, qui esagero, la Sandy Denny più vicina al folk tradizionale. Mi rendo conto che si tratta di paragoni impegnativi, ma mi pare che il talento ci sia: armata solo di un vecchio banjo tenore, quasi un secolo fa di proprietà di un certo Ira Tamm, uno strumento anche questo dal suono caldo e morbido, quindi pari alla sua voce, e con l’aiuto di pochi musicisti dell’area del Missouri, Stas Heaney, che oltre a co-produrre il disco con lei, ha suonato violino, contrabbasso, organo e delle piccole percussioni,  cui si aggiunge Tyler Giles alla chitarra ed alla pedal steel, e poco altro.

La brava Kelly ha lavorato con questi musicisti per circa un paio di anni, componendo le dodici canzoni che si trovano in questo Even The Sparrow, realizzando un album che giustamente, in un ambito di musica molto di nicchia, sta comunque ottenendo degli ottimi riscontri di critica. Subito dall’iniziale Across The Great Divide, cantata con impeto e la sua bella voce profonda e risonante, si percepisce che questa musicista ha una appassionata e sincera conoscenza della materia che tratta, accompagnata solo dal banjo quasi fosse una chitarra acustica, Il suono ha un che di arcano e senza tempo, molto vicino alla grande musica dell’area scoto-irlandese, rivista però con quello spirito Appalachiano che condivide con la Welch e la Giddens, delicata ma molto coinvolgente, se amate il genere ovviamente. La title track aggiunge il violino quasi dolente di Heaney, la voce si fa più squillante, con quel retrogusto sonoro che ricorda la giovane Sandy Denny, grazie a note che si fanno più lunghe e con accenni di un qualche virtuosismo non fine a sé stesso; Back To Dixie ci trasporta nel Sud degli States, con un brano dal piglio brioso, energico e molto coinvolgente, con banjo, violino, chitarra acustica e contrabbasso che danno una profondità e una complessità sorprendente al risultato finale, veramente una bella canzone, cantata sempre con questa voce che affascina per la propria autorevolezza, nata da un talento naturale posto al servizio dell’ascoltatore non distratto.

Ancora Stati del Sud per una storia ambientata appena dopo l’epoca della Guerra Civile americana, Men Of Blue And Grey, ispirata dal lavoro di un fotografo e documentarista, ci trasporta in quegli anni lontani grazie al solito banjo e al violino che sostengono la voce splendida ed avvolgente della Hunt mentre ci racconta questa storia antica e senza tempo. Sunshine Long Overdue, un brano che se sostituite al banjo di Kelly una chitarra potrebbe ricordare nella sua dolce melancolia qualche pezzo di Nick Drake, e in cui spicca ancora l’ottimo lavoro del violino di Heaney, oppure Fingernail Moon, dall’atmosfera sospesa e una melodia che potrebbe rimandare al lavoro di qualche cantautrice tipo Natalie Merchant oppure la stessa Gillian Welch, grazie nuovamente all’impeccabile lavoro dell’onnipresente violino e al ritmo più vivace impresso dal contrabbasso dell’ottimo Chris De Victor. Delta Blues solo voce e percussioni ci trasporta in qualche campo di lavoro lungo le rive del Mississippi, mentre Bird Song, con i suoi quasi 5 minuti e il picking del banjo con il contrappunto del violino è più gioiosa e solare, grazie anche a delle belle armonie vocali che rendono  ancora più fascinosa questa specie di ninnananna incantevole.

Nothin’ On My Mind sembra un brano di quelli in cui Norah Jones eccelle, tra country, folk e canzone d’autore, cantata con voce svolazzante e dalle timbriche squisite. Oh Brother, Where Art Thou? non c’entra nulla con la colonna sonora del film dei fratelli Coen, ma i profumi che si respirano in questo pezzo sono proprio quelli, tra old time music, country, bluegrass e folk, con banjo, violino e chitarra acustica a rincorrersi gioiosamente sulle asperità delle Ozark Mountains, a cavallo tra Missouri, Arkansas e Oklahoma, nel cuore dell’America. How Long è un altro breve gioiellino folk, solo voce e banjo, con la conclusiva Gloryland, un’altra piccola perla dove il gospel più spirituale vive attraverso le armonie vocali di Havilah e Chris Bruders, l’organo vintage di Heaney e una ennesima interpretazione vocale da manuale di Kelly Hunt che si conferma una esordiente dal talento veramente dirompente e di cui mi permetto di consigliarvi caldamente questo eccellente disco.

Bruno Conti  

Un Tipico Cantautore Americano Ma Con Un “Tocco” Italiano. Jaime Michaels – If You Fall

jaime michaels if you fall

Jaime Michaels – If You Fall Appaloosa/Ird

A tre anni di distanza dal precedente Once Upon A Different A Time, un buon album di folk, country ed Americana https://discoclub.myblog.it/2016/09/09/cerano-volta-ci-i-bravi-cantautori-jaime-michaels-once-upon-different-time/ , torna Jaime Michaels, cantautore di Boston, da anni trasferito nel Sud degli States, ancora una volta sotto l’egida dell’italiana Appaloosa, e con l’ottima produzione di Jono Manson, il tutto registrato negli studi casalinghi del musicista di Santa Fe, nel New Mexico. Per l’occasione Manson ha utilizzato una pattuglia di musicisti ancora migliore di quella peraltro eccellente del CD precedente: il nome di spicco è l’ottimo Jon Graboff, a lungo nei Cardinals di Ryan Adams, ma utilizzato anche da Norah Jones, Laura Cantrell, Shooter Jenningsi, un vero mago di tutti i tipi di chitarra, ma soprattutto della pedal steel. Tra i musicisti impiegati anche il bravissimo Radoslav Lorkovic alle tastiere e alla fisarmonica, il nostro Paolo Ercoli al dobro, una sezione ritmica dove ritorna Mark Clark, che si alterna alla batteria con Paul Pearcy, e Ronnie Johnson, il bassista di James McMurtry, più qualche altro collaboratore saltuario. Il disco si ascolta con grande piacere, un album scritto quasi interamente da Michaels, con due o tre sorprese che ora vediamo: i punti di riferimento sono i cantautori anni ’70, il suo idolo Tom Rush in primis, ma anche i componenti della famiglia Taylor, qualche tocco di Graham Nash, Paul Simon e del Jimmy Buffett meno scanzonato.

Le cover illustrano anche questa passione per la musica d’autore: They Call Me Hank è una deliziosa e sentita ripresa di un brano del non dimenticato e compianto Greg Trooper, uno splendido pezzo tra folk e country, dove la fisarmonica di Lorkovic, il mandolino di Graboff e il dobro di Ercoli sottolineano l’afflato melodico e malinconico di questo piccolo gioiellino, cantato in punta di fioretto, se mi passate l’espressione. In coda al CD, come bonus, troviamo anche una elegiaca e delicata Snowing On Raton di Townes Van Zandt, una delle sue più belle e suggestive country songs, con la pedal steel magica di Graboff e le armonie vocali avvolgenti  di Claudia Buzzetti e Jono Manson, una piccola meraviglia; la terza ed ultima cover è la più sorprendente, una versione, tradotta in inglese per l’occasione, di Rimmel di Francesco De Gregori, testo di Andrea Parodi, Jono Manson, Michaels e la collaborazione dello stesso cantautore romano. E tutto funziona a meraviglia, anche se è difficile superare l’originale, una delle canzoni più belle in assoluto di De Gregori, una capolavoro della musica italiana, qui ci si sposta verso un approccio tra Dylan e il country, con risultati di grande fascinazione, la pedal steel è sempre lo strumento guida, ma piano e tastiere accompagnano la voce evocativa per l’occasione di Jaime che convoglia lo spirito dell’originale con risultati eccellenti.

Questi tre brani varrebbero già da soli l’acquisto del CD, che al solito riporta i testi originali e la traduzione in italiano, le altre nove canzoni confermano lo status di cantautore di culto del bravo Jaime Michaels. Come la title-track If You Fall, un incalzante country-rock, dove pedal steel e chitarra elettrica guidano le danze, mentre l’organo propone le sue coloriture sullo sfondo, profondo anche il testo, sulla inevitabilità della vita, veramente una bella partenza, poi ribadita nel country-folk sognante della dolce Any Given Moment, sempre segnata da arrangiamenti di eccellente fattura, con chitarre, tastiere ed armonie vocali a segnarne il sound raffinato, ottima anche la cantautorale Red Buddha Laughs e le volute bluegrass-folk-cajun della divertente Bag o’Bones, con il violino di Gina Forsythe e la fisa di Lorkovic a menare le danze. Almost Daedalus è più intima e raccolta, con qualche rimando al primo James Taylor e anche a Paul Simon, mentre la divertente So It Goes si muove tra blues e ragtime e I Am Only (What I Am) è una pura folk song con un bel fingerpicking di chitarra, You Think You Know una bella ballata soffusa e sempre suonata e cantata con grande classe, come pure Carnival Town un brano più mosso e “roccato” dove si intuisce la mano di Jono Manson.

Nel complesso veramente un bel dischetto.

Bruno Conti

Novita Prossime Venture 9. Un Modo Diverso Per Festeggiare L’Anniversario Dell’Uscita: Shawn Colvin – Steady On (30th Anniversary Acoustic Edition) In Uscita Il 13 Settembre

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Shawn Colvin – Steady On (30th Anniversary Acoustic Edition) – Shawn Colvin Self-released – 13-09-2019

Non è cosa rarissima, ma sicuramente inconsueta, che per festeggiare l’anniversario dell’uscita di un disco, si decida di inciderlo ex novo, per di più in versione acustica, solo voce e chitarra, quindi per sottrazione, in un album che in origine all’uscita nel 1989 era full band, con la produzione di Steve Addabbo e con un cast ricchissimo di musicisti, in cui spiccavano, tra i tanti, il co-produttore John Leventhal Hugh McCracken alle chitarre, Rick Marotta alla batteria, Bruce Hornsby al piano, Soozie Tyrell al violino e Suzanne Vega alle armonie vocali. Steady On poi nel 1991 vinceva il Grammy come Miglior Disco di Folk Contemporaneo, il primo di 3 vittorie totali, a fronte di 10 nominations cimplessive. Ricordo che in quegli anni, nel 1993, la Colvin venne anche a Milano per un brillante Showcase, sempre solo voce e chitarra, al Sorpasso, un piccolissimo locale che ormai non esiste più da decenni. A cavallo tra il secondo album Fat City e il disco Cover Girl, quello tutto dedicato a brani di altri artisti.

In effetti Shawn aveva già pubblicato un album a livello indipendente in precedenza e nel 1995 era uscito anche un Live registrato nel 1988. Tutto perché la nostra amica, anche se non si dovrebbe mai dire l’età delle signore (ma non è un segreto), veleggia per i 64 anni, e quindi il disco di esordio uscì quando aveva già 33 anni. Da allora ha pubblicato parecchi album sempre di buona qualità, ma negli ultimi anni anche lei ha dovuto piegarsi alla distribuzione in proprio, nel 2018 un CD-R di canzoni per l’infanzia The Starlighter e ora la nuova versione acustica di Steady On. Nel 2016 era uscito Colvin & Earle, un disco in coppia con Steve Earle https://discoclub.myblog.it/2016/06/21/buon-debutto-nuovo-duo-shawn-colvin-steve-earle-colvin-earle/e l’anno precedente il secondo disco di cover Uncovered https://www.youtube.com/watch?v=Y6ImwSLUJIM.  Mentre a livello di collaborazioni con altre colleghe, solo in tour, c’era stato l’ottimo Three Girls And Their Buddy, insieme a Patty Griffin Emmylou Harris, accompagnate da Buddy Miller, spettacolo apparso nel 2010 in un episodio della serie Soundstage della PBS:

Come risulta dai nuovi video che trovate all’interno del Post comunque la nostra amica porta i suoi anni con nonchalance, grazie anche all’eccellente lavoro del suo parrucchiere che le ha creato delle tinte brillanti, soprattutto quella nera del primo video, dove appare (quasi) identica a 30 anni fa. Scherzi a parte l’album sembra molto valido ed interessante anche in questa veste sonora più intima, la voce è sempre bellissima. I brani, gli stessi di allora, li trovate qui sotto, dopo il video.

Tracklist
1. Steady On
2. Diamond In The Rough
3. Shotgun Down The Avalanche
4. Stranded
5. Another Long One
6. Cry Like An Angel
7. Something To Believe In
8. The Story
9. Ricochet In Time
10. The Dead Of The Night

Il CD uscirà il prossimo 13 settembre.

Bruno Conti

Una Coppia Affiatata, Non Solo Nella Vita. Shovels & Rope – By Blood

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Shovels & Rope – By Blood – Dualtone CD

Settimo album in dodici anni (quinto di materiale originale, più due di covers) per gli Shovels & Rope, un duo formato dai coniugi Michael Trent e Cary Ann Hearst, che hanno iniziato ad incidere insieme nel 2008 dopo qualche anno di carriere soliste separate. Inizialmente si sarebbe dovuto trattare di un progetto estemporaneo, ma un po’ il rafforzarsi del loro legame sentimentale un po’ il fatto che i loro primi album hanno subito riscosso un buon successo di critica e pubblico, eccoci ancora qui a commentare una incisione a loro nome. By Blood prosegue il discorso musicale intrapreso più di una decade fa da Mike e Cary Ann, una musica in bilico tra folk, country e rock con brani dalla struttura perlopiù classica ma arrangiati con sonorità moderne, ed una buona predisposizione dei due a scrivere melodie fruibili ed immediate, I nostri sono poi un’autentica “two-men band” (anzi, sarebbe meglio dire “one couple band”), in quanto si occupano in prima persona di tutte le parti vocali e strumentali, facendosi aiutare da musicisti esterni solo nelle esibizioni dal vivo: anche in By Blood si conferma la tendenza polistrumentistica del duo originario della Carolina del Sud, con l’unico contributo di Daniel Coolik al violino in un brano e di una piccola sezione fiati in un altro.

Mike si occupa anche della produzione, e By Blood si rivela essere un dischetto molto gradevole e ben eseguito, che non deluderà chi già conosce lo stile dei nostri, mentre potrebbe anche contribuire ad allargare nuovamente i loro orizzonti dopo che il precedente album Little Seeds (2016) non aveva bissato il successo di Swimmin’ Time del 2014, ad oggi il lavoro più popolare degli S&R. I’m Comin’ Out è un inizio molto particolare, un folk-rock corale e gradevole dal punto di vista melodico ma con il contrasto di un accompagnamento sghembo e modernista, una chitarra elettrica distorta sullo sfondo, ritmo cadenzato e suono potente, una miscela strana ma che tutto sommato funziona. Mississippi Nuthin’ va più sul tradizionale con una chitarra acustica strimpellata con forza, un motivo a due voci decisamente immediato e piacevole ed un ritmo sostenuto: una buona canzone, che potrebbe ricordare lo stile dei Lumineers, ma Mike e Cary Ann sono meno eterei e più concreti https://www.youtube.com/watch?v=mMKxTjo21bI . The Wire inizia con chitarra elettrica e batteria che sembra che vadano ognuna per conto suo, poi i nostri cominciano a cantare e tutto va a posto, con notevole aumento dell’energia rock nel refrain https://www.youtube.com/watch?v=7jpgvPwC7RA , C’Mon Utah! è invece una folk ballad limpida e dal sapore classico, ottima melodia ed un evocativo assolo di armonica, una bella canzone con un retrogusto anni settanta.

Carry Me Home inizia pianistica e lenta, le voci sono sempre all’unisono ed il motivo di fondo è toccante, con una leggera ed apprezzabile aura pop. Twisted Sisters è dotata di un’atmosfera anni sessanta, anche se i nostri cantano in maniera grintosa (soprattutto Mike), ma il motivo di fondo è bello e ad un certo punto spunta persino una sezione fiati mariachi, mentre Good Old Days è davvero un’ottima canzone, una distesa ballata tra folk e cantautorato puro, intensa, struggente e guidata da piano, organo ed una splendida chitarra acustica. https://www.youtube.com/watch?v=LjQomuXEnf8  Pretty Polly non è il traditional dallo stesso titolo ma un brano nuovo di zecca, una rock song elettroacustica dal ritmo e melodia coinvolgenti ed un suono vigoroso, Hammer, aperta da un violino, è una country song decisamente (e volutamente) sgangherata, ma anche creativa e particolare, mentre il CD si chiude con la title track, una ballata acustica molto bella e profonda, una delle più toccanti e riuscite dell’album https://www.youtube.com/watch?v=bRcm2HFKZsU . Non sono mai stato un acceso fan degli Shovels & Rope, ma non li ho mai neppure osteggiati, e devo dire che un disco come By Blood è gradevole, ben fatto e meritevole di attenzione.

Marco Verdi

Quantità E Qualità: Non Sbaglia Un Colpo! Chip Taylor – Whiskey Salesman

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Chip Taylor – Whiskey Salesman – Train Wreck CD/DVD

L’appuntamento annuale con un nuovo album di Chip Taylor è ormai diventata una piacevole abitudine: il cantautore di Yonkers fratello del noto attore Jon Voight, attivo dagli anni settanta ma completamente fermo negli ottanta, ha ricominciato ad incidere con regolarità verso la fine del secolo scorso, e dal 2012 ha pubblicato un disco all’anno (avrebbe saltato il 2015, ma il precedente The Little Prayers Trilogy era addirittura triplo). Una cadenza da orologio svizzero per il buon Chip, ma anche una qualità media molto alta, con i suoi album che sono più di una volta finiti nella Top Ten annuale del sottoscritto, ultimo dei quali il bellissimo Fix Your Words dello scorso anno https://discoclub.myblog.it/2018/04/25/uno-dei-lavori-piu-belli-del-signor-james-wesley-voight-chip-taylor-fix-your-words/ . Qualcuno potrebbe obiettare che i dischi di Taylor (nato James Wesley Voight) sono tutti molto simili tra loro, ma se il suo stile è quello non ci si può fare nulla: ballate perlopiù lente (e spesso con cenni autobiografici nei testi), cantate con voce calda, profonda e pastosa, con anche parti parlate o quasi sussurrate ed il gruppo alle spalle del nostro che accompagna il tutto in punta di dita e con la massima rilassatezza.

Chip è un cantautore classico, che ha avuto il suo momento di notorietà come performer nei seventies (e come autore ancora prima, avendo scritto la classica Wild Thing portata al successo dai Troggs), ed ancora oggi è in grado di emozionare esclusivamente con il suono della sua voce e poche note di accompagnamento, grazie ad una indubbia capacità di maneggiare il pentagramma ed al possesso di un feeling notevole. Whiskey Salesman è il suo nuovissimo lavoro, che prevedibilmente non cambia le carte in tavola, e che non mancherà di piacere agli estimatori del nostro: ballate lente, rilassate e distese, suonate dal solito manipolo di amici (tra i quali spiccano il produttore Goran Grini, eccellente pianista, il chitarrista John Platania, in passato al servizio di Van Morrison, la discreta sezione ritmica formata da  Grayson Walters, che si alterna al basso con Tony Mercadante, e dalla batterista Katrine Grini, moglie di Goran). Per la prima volta Taylor include anche un DVD, che presenta un video per ognuna delle undici canzoni del disco, filmati girati tra la casa del nostro ed il suo bar preferito, nei quali compaiono la moglie e gli amici, nel massimo della rilassatezza e tranquillità. La title track apre l’album con una chitarra acustica subito doppiata da un pianoforte, con Chip che parla con voce narrante: eppure il brano è ugualmente toccante ed emotivamente degno di nota, con tanto di “twist” improvviso nel refrain nel quale il ritmo aumenta ed il tutto si trasforma in un allegro honky-tonk.

Hold Her è dotata di una melodia tenue e limpida e l’accompagnamento è sempre discreto al massimo, in modo da mettere in primo piano la voce vissuta del leader, doppiata solo da chitarra, basso e piano elettrico. I Love You Today è una splendida ballata in cui Chip conferma la sua straordinaria capacità di costruire melodie struggenti con estrema semplicità (e la band dietro a sfiorare appena gli strumenti), Some Hearts sembra la continuazione della canzone precedente, ma è ancora più lenta e la voce di Taylor è un sussurro (ed è molto bello il tappeto sonoro steso da Grini, a base di piano, vibrafono e glockenspiel). Naples è di nuovo narrata, con Platania e Grini che ricamano con classe sullo sfondo, poi alla fine Chip si mette a cantare ed il brano cresce in maniera esponenziale; A Sip Or Two Of Good Scotch ha più ritmo, spunta addirittura una chitarra elettrica (Platania, che si concede anche due brevi assoli) ed è decisamente godibile ed immediata, Whiskey Dreams è ancora lenta e resa più intensa da un languido violino, mentre Turn The Clock Back Again è tra le più tristi e toccanti del disco, e tra violino, piano e la voce unica del nostro la pelle d’oca è assicurata. I Like Ridin’ è cadenzata e raffinatissima, con elementi country non estranei ed il piano sempre protagonista, See The Good Side Of The Guy è di nuovo parlata, ma la voce dà i brividi e la base strumentale è splendida (c’è anche una tromba); In The Stillness Of The Night chiude l’album con l’ennesima canzone malinconica ma emozionante al tempo stesso.

A fine ascolto non nascondo di avere voglia di rimettere il CD da capo, stavolta magari accompagnandolo da un bicchiere di buon whiskey, con molto ghiaccio (siamo pur sempre in estate).

Marco Verdi

Il Commiato Di Una Piccola Grande Band Folk-Rock Sconosciuta Ai Più. McDermott’s 2 Hours – Besieged

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McDermott’s 2 Hours Vs Levellers & Oysterband – Besieged – On The Fiddle Recordings

Premetto che questo CD non è recentissimo, in effetti è uscito nel Febbraio di quest’anno, ma solo in questi ultimi giorni ne sono venuto in possesso, e dato che quasi certamente sarà l’ultimo di una carriera passata ai margini della scena musicale britannica, mi dà l’occasione finalmente per parlarvi di questa piccola grande band. I McDermott’s 2 Hours si sono formati a Brighton nel lontano ’86 dalle ceneri di altri due gruppi, e precisamente degli sconosciuti The Bliffs e The Crack, e sotto la guida del fondatore, compositore, cantante e drammaturgo Nick Burbridge, sono stati tra i primi a pensare di unire il folk irlandese con un tocco di “punk” (con Shane MacGovan come punto riferimento), e in seguito sono quindi diventati una folk-rock band. La formazione originale comprendeva oltre al citato Burbridge, Martin Pannett, Marcus Laffan, e Tim O’Leary, e suonando nei “pub” e nei “club” di Brighton e Londra si sono costruiti una solida reputazione per le loro esibizioni dal vivo “torrenziali” che sono diventate leggenda. Il loro esordio discografico avvenne con il baldanzoso Enemy Within (89), a cui fecero seguito tre album in collaborazione con i più famosi Levellers, e precisamente Wold Turned Upside Down (2000), Claws & Wings (03), e Disorder (04), per poi incidere da soli Goodbye To The Madhouse (07), le cui recensioni all’epoca sono state uniformemente positive; seguì una lunga pausa discografica (in cui si esibivano solo dal vivo), interrotta con la raccolta Anticlockwise (13) un The Best Of McDermott’s 2 Hours (venduto solo ai concerti), fino ad arrivare a questo conclusivo lavoro Besieged, registrato con alcuni amici e componenti sia dei Levellers che della Oysterband (abituali ospiti di queste pagine virtuali).

In quello che sembra l’ultimo capitolo della carriera musicale di Burbridge, il nostro si porta in studio l’ultima line-up della formazione composta dai violinisti Ben Paley e Tim Cottarel, Matt Goorney e Philippe Barnes alle chitarre, con il contributo della parte più “soul” dei Levellers, con Jeremy Cunningham  al basso e Simon Friend alle chitarre, e la sezione ritmica degli ultimi Oysterband con Dil Davies alla batteria, e Al Scott alle percussioni, tastiere, basso, mandolino e bouzouki, con un contributo familiare in veste di “vocalist” della figlia Molly Burbridge, sotto la produzione dello stesso Scott (che ricordiamo ha curato gli ultimi lavori degli stessi Levellers). Questo CD degli “assediati” parte con il potente brano d’apertura Firebird, dove sfacciatamente sembra di sentire il marchio di fabbrica del sound Levellers, seguito da una canzone popolare come Erin Farewell, dove si racconta una meravigliosa storia di lotta e fede, brano che vede protagonisti i tanti irlandesi che sono all’estero, come anche in This Child, altro brano di forte impatto emotivo che narra le sorti di bambini uccisi senza alcuna colpa, con l’accompagnamento dei violini “strazianti” di Ben e Tim.

Le storie proseguono con il grido di protesta di The Last Mile, canzone che pesca dalle influenze musicali dei mai dimenticati Pogues dello sdentato Shane MacGowan, con la band che poi si scatena nell’andamento baldanzoso di Forlon Hope, dove è proprio impossibile non muovere i piedini, mentre la dolce ballata All That Fall si avvale nel finale della voce suadente della brava Molly. Con The Warrior Monk, un’altra storia di guerra, sofferenza, sacrificio e tragedia, ci trasferiamo nel Medio Oriente, con un tessuto musicale di grande aggressività, cantato con rabbia, mentre la deliziosa  Crossed Lines è un’altra dolce ballata cantata da Burbridge in duetto con la figlia, brano che precede gli svolazzi violinistici della title track Besieged, un brano perfettamente in linea con il folk-rock style dei Waterboys. Le storie raccontate da Burbridge purtroppo volgono al termine con una The Damned Man’s Polka, dove tutti sono invitati a ballare sulla pista da ballo, con un crescendo di musica anglo-irlandese dove gli strumenti tradizionali sono in gran spolvero, le danze che proseguono con la tambureggiante All In Your Name, per andare infine a chiudere un lavoro splendido con la commovente e quasi recitativa The Ring, dove come sempre il violino e il cantato di Nick vi accompagnano con la mente e con il cuore attraverso i meravigliosi paesaggi della verde Irlanda.

I Levellers hanno sempre riconosciuto nella formazione dei McDermott’s 2 Hours “una grande influenza formativa”, e ora quindici anni dopo i due gruppi, come ricordato all’inizio, si sono ritrovati in studio  anche con membri della Oysterband, per questo Besieged, che non sembra un commiato finale, ma un lavoro che ha tutto ciò che serve per un album folk, un racconto magistrale di storie, del passato e del presente, con brani incisivi e pimpanti, fortemente radicati nella tradizione, suonati come Dio comanda (violini, percussioni, strumenti tradizionali, cori), e in cui Nick Burbridge non solo dà il meglio come musicista, ma pure come poeta e romanziere, un personaggio che è stato e continua a essere uno dei migliori cantautori di coloro che fanno parte della grande tradizione anglo-irlandese, e se questo veramente fosse il “canto del cigno” sarebbe (per chi scrive) un vero peccato, in quanto ogni ascolto di questo CD è davvero tempo ben speso, se mate il genere, ed è l’occasione di fare conoscenza con una delle folk band più sottovalutate del pianeta, che per motivi che sfuggono agli amanti della buona musica non ha avuto il successo che meritava, e forse neanche lo ha cercato!

*NDT Per chi fosse interessato ad avvicinarsi alla musica della band, ricordo che esiste anche una versione limited in 2 CD dell’album, con allegato proprio il dischetto antologico citato prima, Anticlockwise, il Best Of riepilogativo con altre 14 tracce.

Tino Montanari

Altri Dispacci Da Down Under: Un Mito “Aussie” Sul Palco Della Sydney Opera House – Paul Kelly Live

paul kelly live at sydney opera house

Paul Kelly – Live At Sydney Opera House – 2 CD ABC/Universal Records Australia

Bene, eccoci qui di nuovo in Australia: dopo Archie Roach e i Black Sorrows di Joe Camilleri, oggi torniamo a parlare di una autentica “icona” del panorama musicale nel continente australiano come Paul Kelly (ormai ospite fisso del blog, alla sua sesta apparizione, l’ultima questa https://discoclub.myblog.it/2017/08/28/dalla-botte-infinita-australiana-sempre-ottimo-vino-paul-kelly-life-is-fine/): un signore attivo fin dal lontano ’74 nelle sue varie espressioni artistiche, a partire dal primo gruppo The Dots, a cui faranno seguito i Coloured Girls, e anche la sua storica formazione dei Messengers, per poi giungere ad una lunga e fortunata carriera solista (ricca pure di notevoli colonne sonore). L’occasione per parlare di nuovo di lui ci viene data dall’uscita di questo doppio CD, il risultato di uno spettacolare concerto tenuto da Kelly nel piazzale della “mitica” Sydney Opera House (per farvi capire parliamo dell’equivalente della celebre Royal Albert Hall di Londra),  luogo dove Paul ci propone nella prima parte alcuni brani in versione acustica dall’album Life Is Fine, e nella seconda parte andando a pescare tutti i classici dal suo immenso “songbook”, con diverse “chicche” recuperate anche dalle sue produzioni con gli Stormwater Boys e la banda bluegrass Uncle Bill.

Così la sera del 19 Novembre 2017 nella incantevole “location” situata nella baia di Sidney, Paul Kelly voce, pianoforte e armonica, si porta sul palco una “line-up” composta oltre che da suo figlio Dan Kelly alle chitarre elettriche e acustiche, Bruce Cameron alle tastiere, Bill MacDonald al basso, Lucky Oceans alla pedal-steel, Peter Luscombe alla batteria e percussioni, con l’apporto come vocalist delle storiche e immancabili sorelle Linda e Vika Bull, dando vita come sempre ad una “performance” di assoluto rilievo. Il concerto inizia con un trittico di brani dall’album Life Is Fine, a partire dalla title track che viene riproposta in versione acustica (solo chitarra e voce), seguita dalla pianistica Rising Moon, sempre con un bel ritmo e valorizzata dai cori delle sorelle Bull, e dalla chitarristica Finally Something Good, per poi andare a recuperare da Gossip (86), inciso ai tempi con i suoi Messengers una gioiosa Before Too Long, e da Smoke (99) una galoppante Our Sunshine scritta con Uncle Bill. Dopo i primi meritati applausi di un pubblico entusiasta si prosegue con il ritmo indiavolato di Firewood And Candles, per poi passare al sofferto blues di una strepitosa My Man’s Got A Cold , cantata in modo meraviglioso da Vika Bull , ritornare alla ballata confidenziale con una delicata Letter In The Rain, e al piano sincopato di una bellissima I Smell Trouble.

Notevoli le commoventi e delicate note di una sognante ballata come Petrichor, nonché un nuovo tuffo nel passato dei suoi anni con i Messengers per recuperare dallo splendido Live May 1992 una armonica e melodiosa Careless e soprattutto una solare From Little Things Big Things Grow, una sorta di filastrocca nazionale cantata da molti altri noti cantanti australiani, tra cui Archie Roach e Sara Stoner, Missy Higgins, e il gruppo dei Waifs, per terminare in grande stile la prima parte del concerto. Dopo una giusta e meritoria pausa il concerto riprende con Sonnet 18, estratta dal recente Seven Sonnets & A Song (16), per poi andare a pescare dal suo repertorio di “classici” pure una gradevole Don’t Explain, con al controcanto Linda Bull, una ottima Love Never Runs On Time, tratta dal poco conosciuto Wanted Man (94), il gradevole folk-acustico di una sempre scoppiettante To Her Door, presente anche nel Live del 1992, oltre ad una Josephina dai sapori “pop”.  Con Deeper Water (95) si evidenzia una volta di più la bravura delle sorelle Bull, come pure eccellente è God Told Me, un brano alla Tom Petty estratto dai solchi di Stolen Apples (07),e anche il gradevole “groove” di Dumb Things non dispiace.

Viene anche meritoriamente recuperata una rock song come Sweet Guy , tratta da un album “polveroso” come So Much Water So Close To Home del lontano ’89, affidato alla grintosa voce di Linda Bull, per poi andare a chiudere il concerto con le calde atmosfere di How To Make Gravy (la trovate su Words And Music (93), e il “soul-gospel” di Hasn’t It Rained, dal capolavoro (almeno per chi scrive) The Merri Soul Sessions(14). Dopo una lunga ovazione e meritati e sentiti applausi, Paul Kelly riporta sul palco la sua band, e come spesso accade negli “encores” si trova sempre la polpa più gustosa, a partire dal recupero di una smagliante Sidney From a 727 che trovate sull’album Comedy (91), a cui fanno seguito una quasi dimenticata Look So Fine, Feel So Low (era su Post (85), come pure il rock sporco di una grintosa Darling It Hurts (Gossip (86), un brano delicato e soave come None Of Your Business Now da un album più recente, ovvero Spring And Fall (12), e ancora dal saccheggiato (Gossip) un pop-rock solare come Leaps And Bounds (con i Messengers), per poi andare a chiudere definitivamente il concerto con il soul gospel di una quasi “liturgica” Meet Me In The Middle Of The Air, che si trovava in Foggy Higway (05), in una versione di Paul Kelly con gli Stormwater Boys. Altri applausi meritati, giù il cappello e anche il sipario!

Paul Kelly è uno di quegli artisti di culto che difficilmente sbaglia un colpo, un veterano che viaggia verso i 65 anni, ma trova ancora spesso e volentieri la capacità e la voglia di scrivere grandi canzoni, dimostrando di essere forse il più grande cantautore australiano di tutti i tempi (sempre a parere di chi scrive), principalmente per il suo modo di raccontare la propria, e per questo motivo Live At The Opera House è un disco straordinario, anche per una leggenda come Kelly, per l’occasione in forma smagliante, in quanto nessuno o comunque pochi artisti al mondo possiedono un catalogo così invidiabile e variegato di canzoni, brani che tanti più celebrati colleghi vorrebbero poter vantare. Continuo a pensare, come ho detto altre volte, che Paul Kelly sia un artista fin troppo sottovalutato dalle nostre parti, ma per i tanti o i pochi che si avvicinano ora alla sua musica questa notte speciale, documentata nella recensione che avete appena letto, possa essere l’occasione per fare la conoscenza e di conseguenza scoprire il talento di un grande artista del continente situato “down under”. Manco a dirlo il doppio CD, uscito solo in Australia, non è per nulla facile da reperire, ma vale assolutamente la pena di fare uno sforzo per trovarlo.

Tino Montanari

Il Suo Album Precedente Era Così Così, Questo E’ Davvero Bello! Joy Williams – Front Porch

joy williams front porch

Joy Williams – Front Porch – Sensibility/Thirty Tigers CD

Oltre ad essere una donna estremamente attraente, Joy Williams è anche una cantante ed autrice seria e preparata. In attività come solista dal 2001, è famosa principalmente per aver fatto parte insieme a John Paul White del duo folk-rock e Americana The Civil Wars, dal 2009 al 2014. Da sola Joy ha inciso quattro album e diversi EP: il suo ultimo lavoro, Venus (2015), aveva fatto storcere parecchio il naso ai suoi estimatori, in quanto segnava un distacco dalle sue abituali sonorità per uno stile più moderno tra il pop e il danzereccio; la stessa Williams non deve essere stata molto convinta del risultato, in quanto appena un anno dopo ha fatto uscire lo stesso album ma in versione acustica, con esiti artistici decisamente migliori. La stessa aria si respira in questo suo nuovissimo album, Front Porch, nel quale Joy dimostra fortunatamente che il suo amore per il pop era solo una sbandata temporanea: il disco infatti è composto da dodici brani originali di ottimo livello, affrontati davvero come se la protagonista fosse idealmente seduta nel portico di casa sua (come da titolo del CD).

Quindi atmosfere acustiche ed intime, con brani lenti e meditati in cui Joy si fa accompagnare al massimo da un paio di chitarre, una steel, un violino, un mandolino e un dobro (ma mai tutti insieme), e senza l’aiuto della batteria. Buona parte del merito va alla produzione di Kenneth Pattengale (ovvero metà del duo folk-rock The Milk Carton Kids), il quale si occupa anche della maggior parte degli strumenti, lasciando la steel nelle sapienti mani di Russ Pahl ed il violino e mandolino in quelle di John Mailander. Pochi strumenti quindi, ma dosati con gusto e misura e, soprattutto, un’attitudine da folksinger da parte della Williams che fa di Front Porch il disco migliore della sua carriera solista. Il CD è bello fin da subito: Canary è una canzone di chiaro stampo folk, dal sapore decisamente tradizionale, con chitarra, violino e poco altro, ed una prestazione vocale notevole da parte di Joy. La struttura musicale è la stessa in tutti i brani, e predominano le atmosfere lente e pacate, come la delicata title track, una ballata pura e cristallina dal motivo toccante, con la bella Joy che riesce ad emozionare anche con solo due chitarre ed un violino.

When Does A Heart Move On è soffusa, quasi sussurrata, ma di grande impatto emotivo, All I Need è molto simile, con l’aggiunta del mandolino e di una languida steel, mentre The Trouble With Wanting è strumentata in maniera ancora più spoglia, solo una chitarra e qualche backing vocals, ma il feeling se possibile aumenta, e vedo similitudini con l’ultima Emmylou Harris, meno country e più cantautrice. Il CD prosegue con lo stesso mood, ma non ci si annoia neppure per un momento in quanto la Williams è brava a tenere desta l’attenzione con una serie di canzoni molto ben scritte ed interpretate in maniera raffinata: meritano una citazione la struggente No Place Like You, solo voce e chitarra ma pathos notevole, la splendida One And Only, con un sapore d’altri tempi ed un sentore di Messico dato da una chitarra flamenco (uno di pezzi migliori), la vibrante When Creation Was Young, puro folk, la lenta e nostalgica Be With You e la conclusiva Look How Far We’ve Come, limpida e deliziosa nonostante la brevità.

Dopo le incertezze di Venus Joy Williams è tornata tra noi, dimostrando che è ancora perfettamente in grado di fare ottima musica e di regalare emozioni.

Marco Verdi

A Volte Ritornano: “Ballando” Sulla Storia Australiana. Archie Roach – Dancing With My Spirit

archie roach dancing with my spirit

Archie Roach – Dancing With My Spirit – Mushroom Music LP – CD – Download

Gli attenti lettori di questo “blog”, sicuramente conoscono lo spazio che spesso abbiamo dedicato agli artisti australiani, a partire da gruppi come i Black Sorrows di Joe Camilleri, i Midnight Oil, la brava Kasey Chambers, Jimmy Barnes e Paul Kelly, senza dimenticare il grande Nick Cave, fino ad arrivare ad una grande “icona” nazionale come Archie Roach (di cui il sottoscritto ha recensito su queste pagine gli ultimi due lavori). Venti anni fa Roach e tre giovani donne (le Tiddas), si sono trovati e hanno collaborato ad un demo, che da allora per una serie di motivi sconosciuti è rimasto chiuso in un cassetto, ma tuttavia non è stato dimenticato, e fortunatamente viene ora recuperato meritevolmente dall’autore, per questo suo ultimo lavoro Dancing With My Spirit (purtroppo al solito non di facile reperibilità). Detto fatto il buon Archie fa un giro di telefonate e si porta in studio le Tiddas (che ovviamente non sono più giovani come un tempo, ma sempre bravissime e che rispondono al nome di Sally Dastey, Lou Bennett e Amy Saunders), e con il supporto di altri talentuosi musicisti tra i quali Bruce Haynes alle tastiere, Dave Steel alle chitarre, il compianto Stuart Speed  pedal-steel e basso, e Archie Cuthbertson alla batteria, con la esperta produzione della talentuosa Jen Anderson (mandolino, violino, ukulele), affidandosi come detto le armonie vocali  al trio delle Tiddas, (che si erano divise nel 2000 e sono tornate insieme per questo album) ci regala una dozzina di canzoni riproposte più o meno come erano state ai tempi originariamente scritte, concepite e cantate.

Premesso che ogni canzone ha una sua storia, il disco si apre  con le calde atmosfere di A Child Was Born Here, con la voce di Archie Roach che si dimostra ancora una volta una delle migliori al mondo (sono parziale lo ammetto), per poi passare alla magnifica melodia della title track Dancing With My Spirit, il “sound” gioioso di una rinfrescante Heal The People, Heal The Land, e commuovere nella struggente ballata Morning Star, impreziosita appunto dalle armonie vocali delle Tiddas. Come sempre abituato a concepire un album come una storia, o come un romanzo, Roach si dimostra ancora una volta un perfetto “storyteller”, autore di brani profondi come Hold On Tight e F-Troop, magnifiche ballate che toccano il cuore e l’anima delle persone, passando per i disinvolti coretti “soul” di una più che nostalgica Dancing Shoes, e della più convenzionale Nowhere To Go, un altro brano struggente, accompagnato in sottofondo dalla fisarmonica della Anderson. Si cambia ancora registro con la corale e immediata Give Unto Caesar, e il sincopato “groove” di una inusuale Colour Of Your Jumper (con inaspettati cori maschili), per poi andare a chiudere con l’andamento allegro (semplicità e orecchiabilità) di My Grandmother, e infine una meravigliosa The River Song (dedicata alla sua defunta moglie, la cantante Ruby Turner), una ode malinconica declamata vicino al fiume con il fuoco acceso del ricordo.

La maggior parte dei brani di Dancing With My Spirit sono di media durata, con arrangiamenti in  stile “roachiano”, con la band che suona chitarre acustiche ed elettriche, batteria,  percussioni e basso, oltre a pianoforte, sintetizzatore, mandolino e violino,  perfettamente adatti al vibrato ormai invecchiato (purtroppo) di Archie, dove comunque si respira una sensazione evidente di coesione fra musicisti e autore, nel riproporre e tornare a cantare le canzoni come erano nate venti anni fa. Difficoltà e gravi perdite, oltre alla sua attuale non facile condizione di salute, che a tratti affiorano nella voce vissuta, non sono estranei agli ultimi lavori di Archie Roach, una leggenda australiana che ha ancora la forza di recuperare un lavoro senza tempo di grande fascino come Dancing With My Spirit (con brani che in buona parte erano già apparsi nell’album Looking For Butterboy (97), dove come sempre le canzoni e le sue storie sono viaggi emozionali pieni di umanità, e mi viene difficile credere che queste canzoni siano state scritte circa un quarto di secolo fa, ma nello stesso tempo suppongo  che Dancing With My Spirit, sia stato rispolverato al momento giusto per rivelarsi agli amanti della buona musica. Lunga vita Archie!

*NDT Come detto l’album non è facilmente reperibile, ma a breve, nella seconda parte di maggio, è già prevista l’uscita (sempre solo in Australia) di un triplo CD The Concert Collection 2012-2018 con materiale dal vivo inedito registrato in quel lasso di tempo e di cui sarà nostra cura rendervi edotti non appena sarà disponibile.

Tino Montanari