Ci Ha Lasciato Anche Bill Withers, Uno Degli “Eroi Sconosciuti” E Schivi Della Black Music, Aveva 81 anni,

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William Harrison Withers Jr. se ne è andato lunedì 30 marzo 2020, anche se le notizia è stata comunicata dalla famiglia solo ieri, per problemi cardiaci. Bill Withers, come era conosciuto da tutti, è stata una delle voci più interessanti e uniche della black music: una carriera nella musica iniziata tardi, quando aveva già passato i 30 anni, e durata solo una quindicina di anni, con la pubblicazione di otto album di studio e uno dal vivo. Molti lo conoscono soprattutto per i suoi due brani più noti, la splendida Ain’t No Sunshine, una canzone con un incipit straordinario e uno svolgimento altrettanto emozionale, e Lean On Me, “conta su di me”, che in questi tempi di coronavirus è stato uno dei pezzi più utilizzati per lanciare campagne di sensibilizzazione e raccolte fondi. Il musicista di Stab Fork, Virginia, dove era nato il 4 luglio del 1938, ma da sempre califoniano di elezione, spesso veniva ritratto sorridente nelle foto e sulle copertine dei suoi album, con quella espressione disincantata e anche scettica che lo aveva accompagnato nell’approccio alla musica e nella vita.

L’ultimo di sei figli, affetto nell’infanzia e nella gioventù dalla balbuzie, Withers era entrato nella Marina Americana all’età di 17 anni, dove poi aveva prestato servizio per nove anni, in seguito aveva fatto diversi lavori, anche nel settore dell’industria aereonautica, comunque coltivando sempre la sua passione per la musica, registrando demo che portava alle case discografiche ed esibendosi in piccoli locali.Tra la fine del 1969 e l’inizio del 1970, quando il suo nastro contenente Ain’t No Sunshine iniziava a circolare negli ambienti discografici, Bill comunque mantenne il suo lavoro, tanto che nella copertina del suo primo album è ritratto ancora con la sua borsa per il pranzo, “schiscetta” diremmo a Milano, visto che non si fidava molto dell’ambiente in cui era entrato, che definiva, a ragione come vedremo, una industria volubile. Comunque nel maggio del 1971 esce il suo esordio Just As I Am, che molti considerano il suo capolavoro, un disco dove la soul music, il suo genere di pertinenza, era mediato da un utlizzo di stilemi folk, pop, anche con inserti gospel e a livello di testi, oltre alle classiche canzoni d’amore, anche brani che toccavano tematiche sociali e politiche.

L’album uscì per la Sussex, una piccola etichetta di proprietà di Clarence Avant che comunque gli mise a disposizione un dream team di musicisti: Booker T. Jones, oltre a essere il produttore, suonava naturalmente le tastiere, Stephen Stills era la chitarra solista, mentre al basso si alternavano Donald Dunn e Chris Ethridge, alla batteria Jim Keltner e Al Jackson Jr. sempre degli Mg’s, nonché la percussionista Bobbye Hall. Il risultato è un disco dove soul music e pop raffinato vanno fianco a fianco appunto con il soul (non a caso le uncihe due cover erano Let It Be dei Beatles e Everybody’s Talkin’ di Fred Neil/Harry Nilsson, la colonna sonora dell’Uomo Da Marciapede). La voce di Withers non è forse molto potente, ma in ogni caso espressiva e ricercata, con qualche analogia con quella di Stevie Wonder e Marvin Gaye, due musicisti che stavano cambiando la musica nera all’epoca, ci sono anche intermezzi orchestrali come nella potente Harlem che apre l’album, l’utlizzo di chitarre acustiche, per esempio nella splendida Ain’t No Sunshine, che impiega la reiterazione tipica del gospel, come pure l’altro singolo estratto dall’album, l’intensa Grandma’ s Hands, mentre le due cover sono entrambe molto belle, Let It Be che si presta molto al trattamento gospel e Everybody’s Talkin’ che diventa un country got soul. Ma tutto l’album è eccellente, da riscoprire assolutamente.

Anche Still Bill, uscito nel 1972, è un grandissimo disco, l’unico a entrare nella Top Ten delle classifiche USA, un altro dei classici dischi da 5 stellette: ci sono due canzoni che si elevano sulle altre, la ballata universale Lean On Me, senza tempo e utilizzata nei tempi duri, quando c’è bisogno di sostegno e solidarietà, questa volta con un approccio ancora più “nero” del precedente album, grazie all’utilizzo di musicisti come il grande batterista James Gadson, una delle colonne della black music e del funky dell’epoca, del bassista Melvin Dunlap, anche lui, come Gadson, della Watts 103rd Street Rhythm Band, al pari del chitarrista Benorce Blackmon, spesso al wah-wah e a completare la formazione Raymond Jackson alle tastiere e arrangiatore di fiati e archi. Dal precedente disco rimane Bobbye Hall: l’altra canzone di grande fascino è Use Me, un funky proprio tra Stevie Wonder e Marvin Gaye, dalla grande scansione ritmica e con un piano elettrico a caratterizzarne il sound. In ogni caso, come per il disco precedente, non ci sono punti deboli nell’album e tutte le canzoni sono affascinanti e di grande appeal: senza voler fare un trattato sulla discografia di Bill Withers, comunque mi preme segnalare anche il magnifico Live At Carnegie Hall, registrato nella grande sala da concerto newyorchese con gli stessi musicisti del disco in studio nell’ottobre del 1972 e poi pubblicato nel 1973. Un doppio vinile, sempre edito per la Sussex, dove le versioni dei brani spesso vengono allungate con ampi spazi improvvisativi dove i musicisti sono liberi di dare grande supporto alle bellissime canzoni di Withers, in uno dei dischi dal vivo più belli degli anni ’70.

Negli anni successivi Bill pubblicherà ancora sei album, uno per la Sussex e gli altri per la Columbia, nessuno essenziale come il trittico appena ricordato, comunque (quasi) sempre di qualità eccellente e con la presenza di alcune canzoni tra le più popolari del suo songbook: canzoni come Railroad Man, con José Feliciano alle chitarre e alle congas, o The Same Love That Made Me Laugh sono dei piccoli trattati sulla funk music, Lovely Day su Menagerie, con qualche piccola influenza disco, ma comunque ancora di grande fascino e Just The Two Of Us, l’ultimo grande successo, registrato insieme a Grover Washington Jr. e uscito come singolo nel 1980. Mentre nel 1985 viene pubblicato l’ultimo album per la Columbia, in effetti con un suono orripilante anni ’80, poco successo e un bel calcio nel culo dalla casa discografica che termina lil contratto con lui, e senza problemi Withers si ritira dal mondo della musica, memore di quanto aveva detto agli inizi. Qualche apparizione qui è là per ritirare premi postumi e riconoscimenti, ma nessun rimpianto: nel 2014 esce Bill Withers: The Complete Sussex & Columbia Albums Collection, un box di 9 CD con la sua opera omnia che sarebbe stato l’ideale da avere, per farsi una idea sulla sua musica, ma purtroppo è fuori produzione, quindi se li trovate ancora in giro cercate i primi tre album, oppure in mancanza di altro, qualche bella raccolta. “Unsung Hero” in lingua inglese rende meglio il concetto del nostro “eroe sconosciuto”!

Grazie di tutto e Riposa In Pace!

Bruno Conti

Toh, Chi Si Rivede: Un Altro Disco Che (Quasi) Non C’è! Jeff Black – A Walk In The Sun

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Jeff Black – A Walk In The Sun – Lotos Nile Music – Download + Streaming

Torna, dopo sei anni di assenza  https://discoclub.myblog.it/2014/04/28/cantastorie-la-chitarra-altro-jeff-black-folklore/ uno dei miei cantautori preferiti Jeff Black, un tipo che è sempre rimasto ai margini del panorama musicale, e che ora torna con un lavoro intimo e profondo, degno della sua lunga carriera iniziata con l’album d’esordio Birmingham Road (98) che vi consiglio vivamente, se non ne siete in possesso e si trovasse, di recuperare. Per questo ritorno il buon Jeff ha fatto le cose in grande, convocando in vari studi di Nashville, sotto la sua produzione, un manipolo di “players” di alto livello a cominciare da Sam Bush al violino e mandolino, Jerry Douglas alla lap steel, Jerry Roe alla batteria e percussioni, il fratello Dave Roe al basso, e il bravo Kenny Vaughan (Lucinda Williams, di cui a fine Aprile uscirà il nuovo disco Good Souls Better Angels), alla chitarra acustica e elettrica, per una decina di brani e una quarantina di minuti, come al solito di ottima musica cantautorale.

Il “cammino sotto i raggi del sole” inizia subito alla grande con Needed The Rain, un tipico brano dotato di una bella melodia di fondo (merito di Sam Bush e Jerry Douglas), a cui fanno seguito una Stumbling che sembra rubata dai CD del non dimenticato Bruce Hornsby, con il piano e la sezione ritmica che dettano il ritmo, e una “ballad” acustica, pianistica e notturna come la sognante Until I Learn How To Fly. Il “cammino” prosegue con Machine dove emerge la parte più rock di Black, con un arrangiamento potente con le chitarre e la batteria in spolvero, per poi tornare subito alla pianistica e rilassata Satisfied, forse il brano migliore del lavoro, una ballata sontuosa dove anima e cuore vanno a braccetto, mentre la successiva Calliope Song inizia sulle note del mandolino di Sam Bush, poi nel percorso entrano il violino e la lap-steel di Jerry Douglas, e diventa una musica che mischia il “country” e la canzone d’autore, per poi proseguire con una How To Save The World, un’altra ballata che durerà a lungo nel vostro cuore, musica potente, la solita voce solida, cantata alla grandissima. Il cammino volge alla fine con la lenta e introspettiva The End, basata in particolar modo sul suono degli strumenti a corda, che ci consegna un Jeff Black più cantautore e meno rocker, con il sottile “fingerpicking” alla Bruce Cockburn di un’elegante The Best I Cant Do, e finire in crescendo con un’altra “rock-song” malinconica e pulsante come Always On My Way Back Home, che chiude degnamente un disco splendido, merce molto rara di questi tempi.

Dopo i fasti dei dischi iniziali (direi fino all’ottimo Tin Lily (05), Jeff Black è diventato uno di quegli artisti “fantasma”, come era successo con i dischi di Willy T.Massey, Doc Lawrence, Michael McDermott (che però negli ultimi anni è tornato alla grandissima), ora invece con l’uscita di A Walk In The Sun e anche del precedente Folkore (14) Black ha rimesso le cose a posto, dando nuovamente prova del suo talento e della sua personalità, continuando ad essere sé stesso nello sviluppare la sua musica. Devo ammettere che ero disposto a prescindere dal parlare bene di questo nuovo lavoro, ma solo per il piacere di farlo, in quanto comunque speravo di sentire un disco con le coordinate e i riferimenti del periodo iniziale, e così è stato, in quanto A Walk In The Sun emoziona ed affascina, dovete prenderlo con dolcezza, adagiarlo nel lettore (se trovate il CD) e lasciare che vi conquisti.

*NDT: Come al solito però purtroppo il CD è autodistribuito, costoso, e di difficile reperibilità, venduto solo sul sito http://www.jeffblack.com/ , ma con spese di spedizione esorbitanti (10 dollari il dischetto e altri 20 per l’invio dagli USA, almeno per noi italiani).

Tino Montanari

Non Saranno Tanto “Soul-Grass”, Ma Sono Bravi! The Copper Tones – Home Again

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The Copper Tones – Home Again – The Copper Tones CD

Ecco un nuovo gruppo che può entrare di diritto a far parte del genere country-grass moderno di string band del calibro di Old Crow Medicine Show, Avett Brothers (che ultimamente stanno virando verso il pop-rock, seppur di qualità) e Trampled By Turtles: il livello non è ancora quello, ma dopo avere ascoltato attentamente Home Again (il loro secondo album) posso tranquillamente affermare che i Copper Tones sono sulla buona strada. Quartetto proveniente dalla Florida, i CT hanno tutte le caratteristiche per piacere ai fans dei gruppi citati poc’anzi, in quanto sono validissimi strumentisti, sanno comporre canzoni dalla struttura moderna ed arrangiarle in maniera tradizionale e soprattutto suonano con un ritmo ed un feeling notevoli, mischiando con disinvoltura country, folk, rock (non mancano le chitarre elettriche), bluegrass ed anche soul.

Anzi, i nostri (Dyllan Thieme, voce solista, basso e mandolino, Stefanie Smerkers, voce solista, chitarra e banjo, Daniel Gootner, chitarra solista e ukulele, Andu Annoied, batteria, più un paio di ospiti rispettivamente al violino e pianoforte) si sono autodefiniti un gruppo “soul-grass”, anche se a dire il vero in Home Again di brani che potessero avere elementi soul ne ho contati al massimo un paio. Ma l’album, classificazioni a parte, è bello e coinvolgente, con canzoni dalla struttura rock ma suonate con una strumentazione tradizionale e, soprattutto, con molta energia. Il CD parte molto bene con la squisita Home, un folk-grass dal ritmo velocissimo, strumentazione elettrica e melodia deliziosa, una miscela vincente che non li pone lontanissimi dagli Old Crow. Dopo una breve intro a cappella anche Tempting The Bottle parte a tutta velocità, un brano di puro bluegrass dal sapore western suonato con foga da punk band nonostante la spina staccata; The Gallows è una vera e propria rock song nello script anche se gli strumenti sono acustici (tranne l’assolo chitarristico), e ha un altro refrain decisamente piacevole e diretto.

La saltellante Home Again è una bella canzone dal chiaro sapore bucolico e dotata di un ottimo ritornello a due voci, un pezzo che fonde capacità nel songwriting ed abilità strumentale, mentre Big Sugar, Big Change si pone come una classica ballata che sembra provenire dai seventies, quando i Grateful Dead avevano abbandonato la psichedelia per dedicarsi a sonorità più roots. Southbound Train è una splendida folk ballad elettrificata, suonata in punta di dita e servita da un motivo centrale rimarchevole, al contrario di Just Can’t Stop che è la più roccata finora, con un potente riff elettrico che introduce le varie strofe. La lenta Johnny & June è un toccante e riuscito omaggio ai coniugi Cash, con i primi leggeri elementi soul nel suono, ma con Reckless Life riprende il ritmo forsennato per un rock-grass sanguigno e grintoso nonché orecchiabile. La fluida Living In Hell è la prima vera (ed unica) soul ballad del disco, molto ben cantata dalla Smerkers e con un bel crescendo in cui il piano si fa sentire in maniera limpida; finale con To Blame, lucida e profonda ballata country-rock, e Andouille Sausage, un pezzo annerito e funkeggiante che si stacca decisamente dal resto del disco, risultando comunque gradevole e ben eseguito.

I Copper Tones sono una bella scoperta, un gruppo che ha idee e creatività nonché un’ottima tecnica ed un notevole senso del ritmo: da seguire.

Marco Verdi

Alla Scoperta Della “Joni Mitchell” Neozelandese. Nadia Reid – Out Of My Province

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Nadia Reid – Out Of My Province – Caroline Records/Spacebomb/Universal

Ammetto, con colpevole ritardo, che non conoscevo questa Nadia Reid, giovane cantautrice neozelandese di Port Chalmers (figlia di un’attrice teatrale), giunta oramai al suo terzo disco, dopo l’esordio passato quasi inosservato di Listen To Formation, Look For The Sign (15), e del seguente Preservation (17), due lavori che però, nonostante la poca visibilità ottenuta, per gli addetti ai lavori facevano già presagire un’ulteriore crescita potenziale, che puntualmente si è verificata con questo nuovo lavoro Out Of My Province, registrato nella lontana America e precisamente a Richmond in Virginia, presso lo studio della Spacebomb Records di Matthew E. White, insieme all’arrangiatore e co-produttore Trey Pollard (all’opera soprattutto con White, ma anche con i Waterboys), con l’aiuto di musicisti del valore dal fidato Sam Taylor alle chitarre elettriche, Cameron Ralston al basso, Brian Wolfe alla batteria e percussioni, Daniel Clarke alle tastiere, e da un’importante sezione fiati composta da J.C. Kuhl, Marcus Tenney, Toby Whitaker, Taylor Barnett, a suonare tromba, trombone e sassofono, e naturalmente Nadia Reid voce, chitarra acustica e elettrica.

La batteria che apre All Of My Love è come un colpo al cuore, con la bellissima voce della Reid che si adegua a tastiere, arpeggi di chitarra, e al suono degli archi, canzone seguita da una High & Lonely che parte solo con chitarra e voce, poi si apre quando entrano basso e batteria, e la canzone assume un tono diverso diventando una grande folk song, per poi passare ad una pop song raffinata e dal ritmo intrigante quale Oh Canada, con la mente che immediatamente ti trasporta in quel meraviglioso posto. Si prosegue con i toni delicati di Heart To Ride con in sottofondo di nuovo una sezione archi che accompagna la voce di Nadia, per poi cambiare il ritmo con la batteria che detta il passo nella “folkeggiante” Other Side Of The Wheel, e una rock song in stile Joni Mitchell anni ’70 come Best Thing, che parte acustica per poi finire elettrica ancora sulle note di un’orchestra d’archi (e si nota molto la mano di Pollard), mentre la lenta I Don’t Wanna Take Anything From You è fieramente sussurrata. Ci si avvia alla fine conThe Future che richiama certe cose dei Mazzy Star (a proposito, di recente ci ha lasciato David Roback), il folk avvolgente dal tocco romantico e malinconico di Who Is Protecting Me, e chiudere infine con la coinvolgente e acustica Get The Devil Out, quasi solo per voce e chitarra, ma di cui si intuiscono le potenzialità melodiche “full band” https://www.youtube.com/watch?v=VoRc9nBYwHo , evocate da questa ragazza che viene dal freddo della Nuova Zelanda.

Dopo aver provveduto ad ascoltare attentamente anche i due dischi precedenti https://www.youtube.com/watch?v=Yay24OXOW3k  e https://www.youtube.com/watch?v=y_Yt-_DS3bI , posso assicurare che Nadia Reid è il nuovo nome da aggiungere alla lista delle cantautrici di riferimento folk di questi ultimi anni, in quanto la scrittura di questa singer-songwriter è eccelsa, in più è anche dotata di una voce calda e affascinante che ricorda a mio parere le tonalità vocali appunto della giovane Joni Mitchell, e che propone una musica che coinvolge, con un “sound” folk molto americano, arricchito in questo Out Of My Province dagli arrangiamenti sofisticati del bravo Trey PollardQuindi per i pochi o tanti che già la conoscono forse non dico nulla di nuovo, invece per tutti gli altri a occhio penso che possa piacere a chi ascolta i dischi di Angel Olsen, Jolie Holland, Laura Marling, e per chi ha amato la stessa Mitchell, magari Sandy Denny, Carol Noonan, Paula Frazer dei Tarnation, insomma con l’ascolto di questo disco la Reid conquisterà il cuore di tutti gli amanti della buona musica.

*NDT: Per quanto mi riguarda, si candida fin da ora ad essere uno dei migliori dischi dell’anno (e sia Mojo che Uncut lo hanno nel frattempo eletto disco del mese)!

Tino Montanari

Combat-Folk Dalla Val Camonica. I Luf – Pihini: Tornando Al Monte

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I Luf – Pihini: Tornando Al Monte – PSP Music

Per chi ancora non li conoscesse, I Luf sono in pista da una ventina di anni, hanno realizzato una dozzina di album, e hanno all’attivo una intensa e regolare attiva live con concerti sempre più affollati. Nel loro percorso musicale mischiano con intelligenza il combat-folk dei Modena City Ramblers (s’intende i primi MCR), con gli arrangiamenti “contrabbandieri” dei Van De Sfross, con la musica e i testi della terra da cui provengono ed il risultato sono sempre dei lavori freschi e vitali, che negli anni sono costantemente migliorati. Ieri come oggi Dario Canossi (ex collaboratore di Davide Van De Sfross) è il geniale cantante, autore e leader della formazione, che nell’attuale line-up si avvale di Sergio Pontoriero al mandolino, banjo e voce, Cesare Comito chitarra acustica e voce, Samuele Redaelli alla batteria, Alessandro Rigamonti al basso e contrabbasso, Lorenzo Marra alla fisarmonica e voce, Alberto Freddi al violino e voce, e Pier Zuin alle cornamuse e flauti, per una sorta di “concept album,” che si avvale nella stesura dei testi della collaborazione di scrittori italiani come i noti Mauro Corona, Paolo Cagnetti, Max Solinas, Nives Meroi e Erri De Luca, ed è composto da 11 canzoni inedite, più una rilettura della solita e un po’ stancante Bella Ciao,  il tutto registrato presso lo Studio Alari Park di Cernusco Sul Naviglio, e prodotto dal capobanda Dario.

Il brano di apertura L’Aiva La Grigna fa capire dove si orienta la musica del gruppo, in cui il banjo, la fisarmonica e le chitarre sono subito in evidenza, a cui fa seguito la ballata Dove Sarai Sarò con una melodia coinvolgente cantata benissimo da Dario in stile “gucciniano”, mentre Pihini il brano che dà il titolo al disco, è una folk-song da osteria che rimanda ai tempi gloriosi dei Pogues dello sdentato Shane MacGowan, mentre la delicata Non Ti Farò Aspettare su un tema di Nives Meroi si sviluppa grazie ad un bel “riff” coinvolgente dove emergono le chitarre e il violino. Si riparte da una versione cadenzata di Bella Ciao (o partigiano), che come detto potevano anche risparmiarsi in quanto nulla toglie e nulla aggiunge al disco, ascoltariamo poi il primo testo letterario, a cura di Paolo Cagnetti, con Il Ragazzo Selvatico, cantato su una melodia dall’andamento country, mentre viene estratto poi dal libro di Mauro Corona Il Canto Delle Manere, un magnifico testo sostenuto da una bella melodia, e si prosegue musicalmente con uno stile da festa di paese con la scanzonata Le Quater Meraviglie Del Mont, cantata in dialetto camuno. Con La Leggerezza Della Crisalide, da uno scritto di Erri De Luca tratto dal Peso Della Farfalla, si raggiunge il punto più alto del disco, una meravigliosa ballata cantata con pathos da Canossi, che viene accompagnata nel suo percorso dal magnifico suono della band, per poi passare poi all’intrigante etno-folk di Il Lupo E L’Equilibrista da un idea di Max Solinas, mentre la bella Tra Vino E Cenere ammorbidisce i toni, in cui nel finale la fisarmonica e il violino sviluppano un “sound” coinvolgente, per poi andare a concludere il CD in bellezza con la ballabile e trascinante Tornando Al Monte, ancora con il “contagioso” violino di Freddi in primo piano ( altro brano dove è proprio impossibile non muovere i piedini).

Sono passati quasi vent’anni da quando questo Collettivo Folk Rock (come si autodefiniscono), si è presentato con l’album d’esordio Ocio Ai Luf (03,) sino ad arrivare, dopo un percorso di una dozzina di dischi a questo ultimo lavoro Pihini, e la cosa più sorprendente è che il gruppo di volta in volta è riuscito al alzare la famosa “asticella”, mantenendo invariata la vivacità del suono della band che fa largo uso di fisarmonica, chitarre, violino e cornamuse, per canzoni che parlano di storie vere, che nascono dai racconti di chi la storia l’ha vissuta in prima linea, canzoni che ti entrano dentro e non se ne vanno facilmente, e la “colpa” è anche del capobanda Dario Canossi, cantante e indiscusso leader dei “lupi”, profondo conoscitore delle proprie radici e della tradizione culturale della canzone d’autore italiana. Nel fiorire del movimento “Folk” in Italia (soprattutto nel sottobosco musicale), per chi scrive I Luf sono quanto di meglio ci sia oggi in circolazione, un “branco” di musicisti che arrivano da esperienze diverse e che insieme riescono a creare un forte impatto sonoro “folk-rock”, divertente e vitale, che trascina e coinvolge. Altamente consigliato.!

NDT*: Se siete interessati al genere, vi consiglio anche un gruppo Aostano L’Orage, di cui sul finire dello scorso anno è uscito il terzo lavoro Medioevo Digitale, dopo il bel debutto con L’Età Dell’Oro (13) e Macchina Del Tempo (15). Alla prossima.!

Tino Montanari

Sarebbe Possibile Riprendere In Mano Le Classifiche Del 2019? Chadwick Stokes & The Pintos

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Chadwick Stokes & The Pintos – Chadwick Stokes & The Pintos – Ruff Shod/Thirty Tigers CD

Chad Stokes Urmston, meglio conosciuto come Chadwick Stokes, dalle nostre parti non è molto famoso ma negli Stati Uniti è una piccola celebrità, specie nell’area di Boston della quale è originario. Musicista iperattivo, è titolare di una discografia molto corposa nonostante sia ancora relativamente giovane (è del 1976) tra album, singoli, live ed EP, sia come solista che a capo di ben due gruppi, gli State Radio e i Dispatch. Ma Chadwick è, come dicono in America, “larger than life”, dato che a fianco della carriera musicale ha affiancato una vera e propria attività umanitaria che lo vede impegnato in vari settori; il nostro non si limita però a sparare qualche slogan e a sfilare alle manifestazioni a supporto di questa o quella causa come diversi suoi colleghi (anche illustri), ma ha investito in prima persona tempo e denaro costituendo ben due società non profit: la Elias Fund, che si occupa di fornire sviluppo ed istruzione ai bambini dello Zimbabwe (paese nel quale Chad ha anche vissuto per un anno), e la Calling All Crows, che cerca di aiutare le donne disoccupate di tutto il mondo a trovare lavoro.

Un personaggio tutto d’un pezzo, che gira il mondo ed è occupato in mille progetti diversi ma trova anche il tempo di curare la sua proposta musicale, anzi Chad è uno che vive per la musica, ma non ha atteggiamenti da star e preferisce vivere a contatto con la gente normale: poi però scopriamo che forse non è neppure così sconosciuto, dato che qualche anno fa è riuscito a fare ben tre sold-out consecutivi al Madison Square Garden. Ovviamente anche i testi delle sue canzoni sono profondamente impegnati, mentre dal lato musicale Chad ha assorbito tutte le influenze che ha incontrato nel suo girovagare: di base folk, la sua musica ha infatti diversi elementi che vanno dal country al rock, dai ritmi tribali africani al punk, passando anche per reggae e hip-hop, il tutto con una notevole sensibilità pop per le melodie. Tutto questo melting pot sonoro è riscontrabile nel suo nuovo lavoro Chadwick Stokes & The Pintos (dove i Pintos sono il fratello Willy Urmston al banjo, Jon Reilly alla batteria e Tommy Ng al basso), un disco che già al primo ascolto mi ha letteralmente fulminato per la sua bellezza, i suoi suoni gioiosi e colorati e le sue melodie perfette ed immediatamente fruibili. Non sto esagerando: Chadwick in questo disco dimostra di essere, oltre ad un uomo davanti al quale bisogna solo togliersi il cappello, anche un musicista coi controfiocchi, e del quale a questo punto penso occorra recuperare anche qualche lavoro degli anni passati.

Undici canzoni una più bella dell’altra che iniziano con Joan Of Arc (Cohen non c’entra), un brano stimolante e solare, una sorta di folk-pop diretto e dal refrain decisamente orecchiabile: poche note e ne sono già catturato (ed alla fine vorrei rimetterlo da capo). Un banjo strimpellato con vivacità introduce Chaska, altro pezzo contraddistinto da un gusto melodico non comune e dal ritmo forsennato, tra western e country-punk: irresistibile, a dir poco. Blanket On The Moon è una squisita ballata che fonde vari stili ma in cui prevale uno spiccato sapore pop di stampo beatlesiano, ancora (ma non è più una sorpresa) con la melodia in primo piano, Hit The Bell With Your Elbow è un midtempo dalla bella introduzione per chitarra elettrica ed uno sviluppo fluido, di nuovo contraddistinta da un refrain splendido con tracce di Tom Petty https://www.youtube.com/watch?v=KrfghpXv-lk , mentre Love And War è una semplice ma toccante folk song per voce, chitarra e coro.

La saltellante Lost And Found riporta allegria e vivacità nel disco (una sorta di fusione tra i Lumineers e gli Of Monsters And Men, ma in meglio), What’s It Going To Take è puro reggae, un genere che non mi fa impazzire ma il gusto melodico di Chadwick fa la differenza, brano che si contrappone al folk elettrificato e moderno di Let Me Down Easy, un brano che mi ricorda il primissimo Todd Snider. La lenta ed intensa Sand From San Francisco, altro pezzo senza sbavature (ed ancora con un ritornello corale da applausi) precede le conclusive Mooshiquoinox e Second Favorite Living Drummer, rispettivamente una breve folk tune acustica alla Simon & Garfunkel ed una rock song scorrevole e forse un po’ ruffiana nel refrain ma sempre decisamente piacevole. Dirò una banalità, ma se al mondo ci fossero più persone come Chadwick Stokes il mondo stesso sarebbe un posto migliore. E non solo musicalmente.

Marco Verdi

Folk Elegante E Classico, Begli Intrecci Vocali, Da Sentire. The Other Favorites – Live In London

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The Other Favorites – Live In London – Last Triumph   

The Other Favorites sono un duo folk basato a Brooklyn, New York, formato da Josh Turner (che cura anche la parte tecnica delle registrazioni) e Carson McKee, autori di un paio di album autogestiti, e molto popolari su YouTube, tanto che questo Live In London, registrato il 20/8/2019 alla Bush Hall di Londra, è integralmente disponibile anche in video gratuito, appunto su YouTube. Se però siete amanti del supporto fisico il concerto è stato pubblicato pure in CD. I due sono entrambi eccellenti chitarristi e le loro armonizzazioni vocali sono godibilissime nei vari brani, che sono un giusto mix di composizioni originali e cover molto celebri o inconsuete. Turner in particolare ha portato in Tour anche uno spettacolo basato su Graceland di Paul Simon, e in passato aveva già lavorato anche sul repertorio di Simon & Garfunkel, che come si intuisce facilmente sono tra le maggiori influenze a livello stilistico degli Other Favorites: nel 2019 Turner ha anche pubblicato il suo primo album solista As Good A Place As Any. In due brani dell’album appaiono anche le brave vocalist Reina Del Cid e Toni Lindgren, entrambe provenienti dal Minnesota, che si esibiscono insieme e spesso anche con Turner e McKee, anche loro appassionate di Simon & Garfunkel.

A questo punto vi aspetterete che tra le cover del CD ci sia qualche brano di Simon, e invece troviamo una sorprendente rilettura in chiave country-bluegrass della splendida 1952 Vincent Black Lightning di Richard Thompson con Mckee che passa al banjo, per intricati interscambi strumentali con il pard,  Don’t Think Twice, It’s Alright di Dylan è abbastanza fedele all’originale, benché più suadente di quella di Bob, con Turner che è sempre la voce solista, con il suo timbro caldo e carezzevole su cui si innestano comunque le armonizzazioni dei due. The Tennesse Waltz è un classico della musica country ed è uno dei due pezzi dove appaiono la Del Cid e la Lindgren che elevano ulteriormente la qualità vocale della esibizione, con Reina che ha un timbro vocale veramente squisito, mentre The Parting Glass è un brano tradizionale irlandese cantato a cappella che alcune volte è apparso anche nel repertorio live di Ed Sheeran.

Non manca neppure una vibrante versione di Folsom Prison Blues di Johnny Cash, sempre con in evidenza la risonante voce di Joshua Turner che invece fisicamente ricorda Marcus Mumford, e per completare le cover, come ultimo brano arriva una sorta di competizione tra i quattro in una frenetica versione bluegrass di Dooley dei non dimenticati (?) Dillards. Anche il materiale originale non è affatto male: l’intricato strumentale iniziale di MKee confluisce nella delicata Angelina, mentre la mossa Solid Ground mi ha ricordato molto le prime e migliori canzoni più acustiche degli America, The Ballad of John McCrae è, ehm, una intensa ballata, inserita nella grande tradizione del country-folk, con intrecci ed interscambi vocali e strumentali tra i due veramente interessanti. Flawed Recording è più dolce e sognante, ma sempre godibile, con The Levee, l’ultimo brano originale, che è una incantevole canzone di stampo cantautorale. Nell’insieme un disco molto piacevole, se vi piacciono i Milk Carton Kids, magari meno raffinati e complessi e comunque quel tipo di folk elegante e classico questi The Other Favorites potrebbero fare per voi.

Bruno Conti

L’Ex “Desaparecido” Ci Ha Preso Gusto! Bill Fay – Countless Branches

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Bill Fay – Countless Branches – Dead Oceans CD

La storia di Bill Fay, cantautore e pianista inglese classe 1943 (nato e residente a Londra), potrebbe essere il soggetto per un film. Autore di due album dalla vena intimista per la Deram nel 1970 e 1971 (Bill Fay e Time Of The Last Persecution), Bill fu scaricato senza tanti complimenti dall’etichetta dopo il secondo lavoro, sia per i suoi toni troppo pessimistici che per le vendite pressoché nulle; questo evento gettò Fay in una profonda depressione che durò anni, e nonostante verso la fine della decade avesse ripreso a scrivere e ad incidere, il risultato di quelle sessions rimase nei cassetti ed il nostro fece “musicalmente” perdere le sue tracce per quasi trent’anni. Una storia per certi versi simile a quella di Sixto Rodriguez, ma a differenza del musicista americano che riprenderà ad esibirsi senza però pubblicare nuovo materiale, Fay ritornerà a sorpresa nel 2012 con l’ottimo Life Is People https://discoclub.myblog.it/2012/08/13/il-ritorno-di-un-genio-bill-fay-life-is-people/ . Parte del merito della riscoperta di Bill va a Jeff Tweedy, che con i suoi Wilco era uso suonare dal vivo una cover della sua Be Not So Fearful ed in seguito si era adoperato affinché venissero pubblicate le sessions inedite di Fay del periodo 1978-1981, cosa che avverrà nel 2005 con Tomorrow, Tomorrow & Tomorrow.

Ma come ho detto poc’anzi il vero ritorno di Bill è stato con Life Is People, un CD sorprendentemente pieno di belle canzoni eseguite con piglio da cantautore consumato, come se non fossero passati 41 anni dall’album precedente. Il buon successo di critica ha poi convinto Fay a proseguire, e così nel 2015 ecco Who Is The Sender?, altro valido lavoro anche se un gradino sotto a Life Is People, mentre è uscito da poche settimane Countless Branches, il terzo disco del nostro dalla sua “rinascita” artistica, che si pone invece allo stesso livello del comeback album del 2012. In Countless Branches Bill è andato a ripescare brani scritti durante gli anni ma mai incisi professionalmente, rivelandoci che i suoi cassetti erano ancora pieni di gemme che avevano solo bisogno di venire alla luce: sì, perché ci troviamo di fronte ad un lavoro di grande spessore, con canzoni intense ed emozionanti eseguite perlopiù in strumentazioni ridotte all’osso, in pratica solo la voce del nostro (delicata, quasi fragile), il suo pianoforte e poco altro: una chitarra acustica qua, un violoncello là, qualche nota di organo e solo in un caso un arrangiamento full band. Il tutto sotto la produzione sapiente, come nei due album precedenti, di Joshua Henry, e con la presenza di pochi ma validi musicisti che rispondono ai nomi di Matt Deighton e Matthew Simms (entrambi alle chitarre), Alex Eichenberger (cello), Matt Armstrong (basso) e Mikey Rowe (tastiere).

Però in questo album Bill ha voluto fare una sorpresa ai suoi estimatori, aggiungendo alla fine dei dieci brani che compongono la tracklist ben sette bonus tracks, quasi un altro disco che però è suonato con alle spalle una band elettrica (e senza riportare i dettagli sulla confezione, ma solo su un foglietto aggiuntivo all’interno). L’inizio è riservato alla lenta In Human Hands, che vede Bill in totale solitudine, un brano lento registrato in presa diretta, meditato ed eseguito con classe e misura; How Long, How Long vede l’aggiunta del cello, una chitarra acustica pizzicata con delicatezza ed un organo appena accennato, e la canzone è pura e cristallina, con una melodia tenue che ricorda alla lontana il Cat Stevens dei tempi d’oro: splendida https://www.youtube.com/watch?v=Qt3jfsAA-3w . Your Little Face è l’unico pezzo più strumentato della parte “normale” del CD, ci sono chitarra elettrica e batteria ma il mood non cambia, anzi forse l’atmosfera è ancora più struggente e drammatica, grazie anche alla voce frangibile del nostro; Salt Of The Earth (non è quella degli Stones, i brani sono tutti originali) è ancora un bozzetto per voce e piano, con le tastiere aggiunte a fornire uno sfondo sonoro discreto e la voce del leader che ha un tono quasi supplicante, mentre I Will Remain Here è il secondo pezzo che vede in scena solo Bill, che canta un motivo toccante quasi sillabando le parole.

Due chitarre ed un basso affiancano il piano del nostro in Filled With Wonder Once Again, delicata e dallo squisito sapore folk, Time’s Going Somewhere è decisamente emozionante grazie alla melodia ricca di pathos ed a un malinconico violoncello, nell’intensa Love Will Remain spunta anche una tromba e la voce di Bill si propone in maniera più commovente che mai. L’album vero e proprio si chiude con la spoglia title track (solo piano, voce e cello) e con la notevole One Life, dotata di un motivo struggente e bellissimo, da cantautore vero. Le bonus tracks “elettriche” partono con l’inedita Tiny, cantata sempre con voce tenue ma con un suono pieno e forte che aumenta il pathos; Don’t Let My Marigolds Die è una riproposizione live in studio di un brano che era su Time Of The Last Persecution, una canzone intensa seppur breve, mentre The Rooster è un raffinato e soffuso pezzo dal sound classico, con chitarra elettrica ed organo a fornire un alveo sonoro perfetto. Il CD termina definitivamente con la versione acustica, piano e basso, di Your Little Face (l’unica elettrica nella prima parte del disco) e con tre scintillanti riletture full band di Filled With Wonder Once Again, How Long, How Long e Love Will Remain, tutte splendide e molto diverse dalle loro controparti “intime”.

Altro ottimo lavoro dunque per il redivivo Bill Fay, forse il più bello insieme al suo “secondo esordio” Life Is People del 2012, ed un ringraziamento a Jeff Tweedy per aver, anche se involontariamente, riacceso l’interesse nei suoi confronti.

Marco Verdi

Una Ristampa Per Intenditori E…Ornitologi! Bert Jansch – Avocet

bert jansch avocet 40th anniversary

Bert Jansch – Avocet – Earth CD

Continuano le ristampe del catalogo del grande Bert Jansch a cura della Earth, dopo i quattro curatissimi cofanetti che prendevano in esame la parte iniziale (fino ai primi anni settanta) e finale (gli anni novanta e duemila) della carriera del compianto chitarrista scozzese e la riedizione del Live In Australia del 2001 https://discoclub.myblog.it/2017/02/12/una-doverosa-appendice-al-cofanetto-1-bert-jansch-live-in-australia/ . Ora la piccola label londinese abbandona il criterio cronologico e va a recuperare uno degli album più particolari di Jansch, vale a dire Avocet, disco uscito nel 1978 solo in Danimarca (dove fu anche inciso) e l’anno seguente nel resto del mondo: questa ristampa è sottotitolata “40th Anniversary Edition”, e facciamo finta di non notare che essendo uscita nel Gennaio del 2020 alla Earth sono andati un po’ lunghi coi tempi…Prima ho detto che Avocet è un disco particolare, in primo luogo perché è un album totalmente strumentale, e poi perché i sei brani che lo compongono hanno tutti come titolo il nome di un uccello acquatico (e nel booklet interno all’elegante confezione in digipak queste sei specie vengono tutte diligentemente raffigurate per mano della pittrice Hannah Alice).

Bert in questo lavoro si presenta in trio, affiancato da Danny Thompson, suo ex compagno nei Pentangle, al basso e soprattutto dal bravissimo Martin Jenkins, che con il suo splendido violino (ma suona anche il flauto ed il mandocello) assume un vero e proprio ruolo da co-protagonista a fianco dell’inimitabile chitarra di Bert (che in un brano si cimenta anche al pianoforte). Nonostante il gruppo ridotto ed il fatto che nessuno canti, Avocet non è assolutamente un disco di difficile fruizione, in quanto i sei brani si ascoltano con estremo piacere e godimento grazie alla tecnica sopraffina dei protagonisti: la musica si divide tra folk e jazz, mentre il blues, che ogni tanto faceva capolino nei lavori del nostro, qui è assente, ma si notano tuttalpiù somiglianze con lo stile di altri grandi della chitarra acustica come John Fahey e Leo Kottke. L’album inizia con la straordinaria title track, ben diciotto minuti che da soli valgono il prezzo, con la scintillante chitarra di Bert subito doppiata dal violino di Jenkins ed una melodia di chiara matrice folk e di grande impatto emotivo: al terzo minuto però il ritmo ed il motivo cambiano, entra il basso e la canzone assume un sapore quasi etnico-orientale. Il brano continua con continui cambi di tempo e melodia (ad un certo punto il flauto rimpiazza il violino), quasi fossimo davanti ad un lungo medley all’insegna della creatività più sfrenata.

Per contro, Lapwing dura poco più di un minuto e mezzo, e vede la presenza esclusiva di Jansch, che si esibisce al piano con una buona tecnica, ma con Bittern abbiamo altri otto minuti di grande musica, una folk tune tutta giocata sulle continue improvvisazioni del nostro che sovraincide anche una chitarra elettrica, e con Thompson che si prende la scena al quinto minuto con un assolo di basso molto free jazz. La mossa Kingfisher è una sorta di bossa nova alla quale il violino aggiunge l’elemento folk, mentre Osprey (unico pezzo non scritto da Bert ma da Jenkins) è un brano vivace e scattante in cui il leader fa i numeri alla sei corde ma il violino si prende ancora buona parte del merito della riuscita; chiude l’album originale la cristallina Kittiwake, degna dei primi album del nostro e con un motivo centrale decisamente bucolico. Questa edizione speciale offre tre bonus tracks, tre versioni inedite dal vivo di brani di Avocet registrate in Italia, al Cinema Corso di Mestre, nel 1977, e quindi in anteprima rispetto all’uscita ufficiale del disco: un’ottima resa di Bittern (ancora elettroacustica, ma non viene specificato chi c’è alla seconda chitarra), una lucida Kingfisher, con lo splendido violino penso dello stesso Jenkins a tessere la melodia, ed il finale con una Avocet accorciata a “solo” dieci minuti ma sempre splendida.

Marco Verdi

Un Altro Doppio CD Dal Vivo Formidabile Per Il Musicista Irlandese! Christy Moore – Magic Nights

christy moore magic nights

Christy Moore – Magic Nights  – 2 CD Yellow Furze Ltd./Columbia Sony Music Ireland

Vorrei  proporre di renderli fissi per decreto istituzionale (tanto in Italia siamo abituati), ogni due anni, all’incirca in questo periodo, un bel doppio CD dal vivo di Christy Moore:  soprattutto se sono sempre così belli, l’ultimo Magic Nights poi mi pare addirittura migliore del pur splendido On The Road, uscito sul finire del 2017 https://discoclub.myblog.it/2018/01/14/supplemento-della-domenica-forse-il-miglior-disco-ufficiale-dal-vivo-del-2017-christy-moore-on-the-road/ . Lo stesso Christy racconta che dopo il successo della precedente raccolta di registrazioni Live, la Columbia irlandese gli ha suggerito di approntare un seguito, e lui certo non si è fatto pregare, visto che, come fanno anche altri artisti, in pratica registra ogni concerto (se per caso vi eravate persi il primo doppio dal vivo la Sony ha pubblicato un bel cofanetto quadruplo che raccoglie entrambi gli album).

Quindi insieme al suo produttore Jimmy Higgins e all’ingegnere del suono David Meade sono andati a setacciare gli archivi e hanno scelto altre ventisei perle dal suo immenso repertorio, prese da diverse locations e annate. Nei vari brani si alternano i musicisti che ormai accompagnano, più o meno abitualmente, Moore: il grande Declan Sinnott, chitarre e voce, il citato produttore Jimmy Higgins a percussioni , tastiere, e voce di supporto, Cathal Hayden, al violino, banjo e viola, Mairtin O’Connor alla fisarmonica, Seamie O’Dowd , chitarra, armonica e voce, e Vickie Keating alle armonie vocali, manca solo questa volta il figlio di Christy Andy Moore rispetto al disco precedente. Nella scelta dei brani è drasticamente calata la quota di composizioni dello stesso Moore, solo due brani originali, oltre ai suoi arrangiamenti di quattro, più o meno celebri, brani tradizionali, ma la qualità rimane elevatissima: dall’iniziale Magic Nights In The Lobby Bar, registrata alla Opera House di Cork, una emozionante cavalcata sui ricordi di centinaia di notti passate a suonare la propria musica, dai tempi dei Planxty e dei Moving Hearts, sino ai giorni nostri, sulle ali della fisarmonica di O’Connor e del violino di Hayden, cullati dalla splendida voce di Christy.

Dal INEC Killarney di Kerry e con gli stessi musicisti, proviene Matty, un brano che scatena affettuosi ricordi della vecchia nonna di Moore e dei suoi racconti. Sonny’s Dreams, di Ron Hynes, uno dei tanti autori non notissimi che si alternano nei diversi pezzi, viene dalla serata alla Royal Symphony Hall di Birmingham, e prevede solo l’accompagnamento di Declan Sinnott alla slide acustica, una di quelle ballate struggenti in cui il nostro è maestro; senza stare a fare un resoconto dettagliato delle varie canzoni vi segnalo solo le più interessanti. Per esempio una magnifica versione di A Pair Of Brown Eyes, dei Pogues di Shane MacGowan, un brano raramente eseguito in concerto, perché, pur essendo uno dei suoi preferiti da cantare, come dice Moore richiede “una certa aria” e quella sera nel famoso locale di Vicar Street a Dublino evidentemente la si respirava; molto belle anche la malinconica Ringing That Bell e la squisita e corale Sail On Jimmy, la drammatica e recente Burning Times, che racconta del crudele omicidio avvenuto nell’aprile del 2019 della giornalista Lyra McKee, durante gli scontri In Irlanda, un brano ad alto contenuto emotivo, versione intensissima con il controcanto toccante di Vickie Keating, la mossa e trascinante The Tuam Beat che fa risalire le sue origini ai tempi dei Planxty, Back Home In Derry che narra le vicende di Bobby Sands nei suoi duri anni di prigionia.

Rosalita And Jack Campbell che sembra un brano della tradizione folk americana, la vedrei bene cantata da Springsteen o Tom Russell, una superba Motherland di Natalie Merchant, cantata durante il soundcheck a Liverpool. Sempre da Vicar Street, improvvisata all’impronta, una emozionante ed avvolgente Before The Deluge di Jackson Browne, con un superbo Declan Sinnott all’elettrica, una rarissima, ma non per questo meno suggestiva, versione di Cry Like A Man di Dan Penn, la divertente The Reel In The Flickering Light, e ancora una delle sue murder song più intense come Veronica, un’altra richiesta speciale nel concerto a Vicar Street, la drinking song Johnny Jump Up, una occasione per cazzeggiare con il pubblico. Anche uno dei brani più “antichi” del repertorio di Christy, come il  coinvolgente traditional Tippin’ It Up To Nancy, e sempre dal lontano passato proviene la toccante Only Our Rivers Run Free, una canzone che era sul primo album dei Planxty, qui impreziosita dal lavoro del violino di Cathal Hayden.

E a proposito di canzoni emozionanti ,sublime la versione di una canzone Hurt, scritta da Trent Reznor dei Nine Inch Nails, ma che tutti accostano ormai a Johnny Cash, con il cantante irlandese che la rende propria in modo naturale, grazie anche alla seconda voce incantevole di Vickie Keating,  in conclusione, cantata a cappella, solo con l’aiuto del bodrhan, troviamo un’altra canzone del repertorio dei Planxty come The Well Below The Valley e infine Mandolin Mountain, un brano di Tony Small, altro emergente autore irlandese , inserita di recente nel repertorio di Moore, ulteriore squisito esempio dell’immensa classe del folksinger irlandese, uno dei più grandi musicisti della scena mondiale, veramente una voce per tutte le stagioni.

Bruno Conti