Un Altro Doppio CD Dal Vivo Formidabile Per Il Musicista Irlandese! Christy Moore – Magic Nights

christy moore magic nights

Christy Moore – Magic Nights  – 2 CD Yellow Furze Ltd./Columbia Sony Music Ireland

Vorrei  proporre di renderli fissi per decreto istituzionale (tanto in Italia siamo abituati), ogni due anni, all’incirca in questo periodo, un bel doppio CD dal vivo di Christy Moore:  soprattutto se sono sempre così belli, l’ultimo Magic Nights poi mi pare addirittura migliore del pur splendido On The Road, uscito sul finire del 2017 https://discoclub.myblog.it/2018/01/14/supplemento-della-domenica-forse-il-miglior-disco-ufficiale-dal-vivo-del-2017-christy-moore-on-the-road/ . Lo stesso Christy racconta che dopo il successo della precedente raccolta di registrazioni Live, la Columbia irlandese gli ha suggerito di approntare un seguito, e lui certo non si è fatto pregare, visto che, come fanno anche altri artisti, in pratica registra ogni concerto (se per caso vi eravate persi il primo doppio dal vivo la Sony ha pubblicato un bel cofanetto quadruplo che raccoglie entrambi gli album).

Quindi insieme al suo produttore Jimmy Higgins e all’ingegnere del suono David Meade sono andati a setacciare gli archivi e hanno scelto altre ventisei perle dal suo immenso repertorio, prese da diverse locations e annate. Nei vari brani si alternano i musicisti che ormai accompagnano, più o meno abitualmente, Moore: il grande Declan Sinnott, chitarre e voce, il citato produttore Jimmy Higgins a percussioni , tastiere, e voce di supporto, Cathal Hayden, al violino, banjo e viola, Mairtin O’Connor alla fisarmonica, Seamie O’Dowd , chitarra, armonica e voce, e Vickie Keating alle armonie vocali, manca solo questa volta il figlio di Christy Andy Moore rispetto al disco precedente. Nella scelta dei brani è drasticamente calata la quota di composizioni dello stesso Moore, solo due brani originali, oltre ai suoi arrangiamenti di quattro, più o meno celebri, brani tradizionali, ma la qualità rimane elevatissima: dall’iniziale Magic Nights In The Lobby Bar, registrata alla Opera House di Cork, una emozionante cavalcata sui ricordi di centinaia di notti passate a suonare la propria musica, dai tempi dei Planxty e dei Moving Hearts, sino ai giorni nostri, sulle ali della fisarmonica di O’Connor e del violino di Hayden, cullati dalla splendida voce di Christy.

Dal INEC Killarney di Kerry e con gli stessi musicisti, proviene Matty, un brano che scatena affettuosi ricordi della vecchia nonna di Moore e dei suoi racconti. Sonny’s Dreams, di Ron Hynes, uno dei tanti autori non notissimi che si alternano nei diversi pezzi, viene dalla serata alla Royal Symphony Hall di Birmingham, e prevede solo l’accompagnamento di Declan Sinnott alla slide acustica, una di quelle ballate struggenti in cui il nostro è maestro; senza stare a fare un resoconto dettagliato delle varie canzoni vi segnalo solo le più interessanti. Per esempio una magnifica versione di A Pair Of Brown Eyes, dei Pogues di Shane MacGowan, un brano raramente eseguito in concerto, perché, pur essendo uno dei suoi preferiti da cantare, come dice Moore richiede “una certa aria” e quella sera nel famoso locale di Vicar Street a Dublino evidentemente la si respirava; molto belle anche la malinconica Ringing That Bell e la squisita e corale Sail On Jimmy, la drammatica e recente Burning Times, che racconta del crudele omicidio avvenuto nell’aprile del 2019 della giornalista Lyra McKee, durante gli scontri In Irlanda, un brano ad alto contenuto emotivo, versione intensissima con il controcanto toccante di Vickie Keating, la mossa e trascinante The Tuam Beat che fa risalire le sue origini ai tempi dei Planxty, Back Home In Derry che narra le vicende di Bobby Sands nei suoi duri anni di prigionia.

Rosalita And Jack Campbell che sembra un brano della tradizione folk americana, la vedrei bene cantata da Springsteen o Tom Russell, una superba Motherland di Natalie Merchant, cantata durante il soundcheck a Liverpool. Sempre da Vicar Street, improvvisata all’impronta, una emozionante ed avvolgente Before The Deluge di Jackson Browne, con un superbo Declan Sinnott all’elettrica, una rarissima, ma non per questo meno suggestiva, versione di Cry Like A Man di Dan Penn, la divertente The Reel In The Flickering Light, e ancora una delle sue murder song più intense come Veronica, un’altra richiesta speciale nel concerto a Vicar Street, la drinking song Johnny Jump Up, una occasione per cazzeggiare con il pubblico. Anche uno dei brani più “antichi” del repertorio di Christy, come il  coinvolgente traditional Tippin’ It Up To Nancy, e sempre dal lontano passato proviene la toccante Only Our Rivers Run Free, una canzone che era sul primo album dei Planxty, qui impreziosita dal lavoro del violino di Cathal Hayden.

E a proposito di canzoni emozionanti ,sublime la versione di una canzone Hurt, scritta da Trent Reznor dei Nine Inch Nails, ma che tutti accostano ormai a Johnny Cash, con il cantante irlandese che la rende propria in modo naturale, grazie anche alla seconda voce incantevole di Vickie Keating,  in conclusione, cantata a cappella, solo con l’aiuto del bodrhan, troviamo un’altra canzone del repertorio dei Planxty come The Well Below The Valley e infine Mandolin Mountain, un brano di Tony Small, altro emergente autore irlandese , inserita di recente nel repertorio di Moore, ulteriore squisito esempio dell’immensa classe del folksinger irlandese, uno dei più grandi musicisti della scena mondiale, veramente una voce per tutte le stagioni.

Bruno Conti

Il Commiato Di Una Piccola Grande Band Folk-Rock Sconosciuta Ai Più. McDermott’s 2 Hours – Besieged

mcdermott's 2 hours

McDermott’s 2 Hours Vs Levellers & Oysterband – Besieged – On The Fiddle Recordings

Premetto che questo CD non è recentissimo, in effetti è uscito nel Febbraio di quest’anno, ma solo in questi ultimi giorni ne sono venuto in possesso, e dato che quasi certamente sarà l’ultimo di una carriera passata ai margini della scena musicale britannica, mi dà l’occasione finalmente per parlarvi di questa piccola grande band. I McDermott’s 2 Hours si sono formati a Brighton nel lontano ’86 dalle ceneri di altri due gruppi, e precisamente degli sconosciuti The Bliffs e The Crack, e sotto la guida del fondatore, compositore, cantante e drammaturgo Nick Burbridge, sono stati tra i primi a pensare di unire il folk irlandese con un tocco di “punk” (con Shane MacGovan come punto riferimento), e in seguito sono quindi diventati una folk-rock band. La formazione originale comprendeva oltre al citato Burbridge, Martin Pannett, Marcus Laffan, e Tim O’Leary, e suonando nei “pub” e nei “club” di Brighton e Londra si sono costruiti una solida reputazione per le loro esibizioni dal vivo “torrenziali” che sono diventate leggenda. Il loro esordio discografico avvenne con il baldanzoso Enemy Within (89), a cui fecero seguito tre album in collaborazione con i più famosi Levellers, e precisamente Wold Turned Upside Down (2000), Claws & Wings (03), e Disorder (04), per poi incidere da soli Goodbye To The Madhouse (07), le cui recensioni all’epoca sono state uniformemente positive; seguì una lunga pausa discografica (in cui si esibivano solo dal vivo), interrotta con la raccolta Anticlockwise (13) un The Best Of McDermott’s 2 Hours (venduto solo ai concerti), fino ad arrivare a questo conclusivo lavoro Besieged, registrato con alcuni amici e componenti sia dei Levellers che della Oysterband (abituali ospiti di queste pagine virtuali).

In quello che sembra l’ultimo capitolo della carriera musicale di Burbridge, il nostro si porta in studio l’ultima line-up della formazione composta dai violinisti Ben Paley e Tim Cottarel, Matt Goorney e Philippe Barnes alle chitarre, con il contributo della parte più “soul” dei Levellers, con Jeremy Cunningham  al basso e Simon Friend alle chitarre, e la sezione ritmica degli ultimi Oysterband con Dil Davies alla batteria, e Al Scott alle percussioni, tastiere, basso, mandolino e bouzouki, con un contributo familiare in veste di “vocalist” della figlia Molly Burbridge, sotto la produzione dello stesso Scott (che ricordiamo ha curato gli ultimi lavori degli stessi Levellers). Questo CD degli “assediati” parte con il potente brano d’apertura Firebird, dove sfacciatamente sembra di sentire il marchio di fabbrica del sound Levellers, seguito da una canzone popolare come Erin Farewell, dove si racconta una meravigliosa storia di lotta e fede, brano che vede protagonisti i tanti irlandesi che sono all’estero, come anche in This Child, altro brano di forte impatto emotivo che narra le sorti di bambini uccisi senza alcuna colpa, con l’accompagnamento dei violini “strazianti” di Ben e Tim.

Le storie proseguono con il grido di protesta di The Last Mile, canzone che pesca dalle influenze musicali dei mai dimenticati Pogues dello sdentato Shane MacGowan, con la band che poi si scatena nell’andamento baldanzoso di Forlon Hope, dove è proprio impossibile non muovere i piedini, mentre la dolce ballata All That Fall si avvale nel finale della voce suadente della brava Molly. Con The Warrior Monk, un’altra storia di guerra, sofferenza, sacrificio e tragedia, ci trasferiamo nel Medio Oriente, con un tessuto musicale di grande aggressività, cantato con rabbia, mentre la deliziosa  Crossed Lines è un’altra dolce ballata cantata da Burbridge in duetto con la figlia, brano che precede gli svolazzi violinistici della title track Besieged, un brano perfettamente in linea con il folk-rock style dei Waterboys. Le storie raccontate da Burbridge purtroppo volgono al termine con una The Damned Man’s Polka, dove tutti sono invitati a ballare sulla pista da ballo, con un crescendo di musica anglo-irlandese dove gli strumenti tradizionali sono in gran spolvero, le danze che proseguono con la tambureggiante All In Your Name, per andare infine a chiudere un lavoro splendido con la commovente e quasi recitativa The Ring, dove come sempre il violino e il cantato di Nick vi accompagnano con la mente e con il cuore attraverso i meravigliosi paesaggi della verde Irlanda.

I Levellers hanno sempre riconosciuto nella formazione dei McDermott’s 2 Hours “una grande influenza formativa”, e ora quindici anni dopo i due gruppi, come ricordato all’inizio, si sono ritrovati in studio  anche con membri della Oysterband, per questo Besieged, che non sembra un commiato finale, ma un lavoro che ha tutto ciò che serve per un album folk, un racconto magistrale di storie, del passato e del presente, con brani incisivi e pimpanti, fortemente radicati nella tradizione, suonati come Dio comanda (violini, percussioni, strumenti tradizionali, cori), e in cui Nick Burbridge non solo dà il meglio come musicista, ma pure come poeta e romanziere, un personaggio che è stato e continua a essere uno dei migliori cantautori di coloro che fanno parte della grande tradizione anglo-irlandese, e se questo veramente fosse il “canto del cigno” sarebbe (per chi scrive) un vero peccato, in quanto ogni ascolto di questo CD è davvero tempo ben speso, se mate il genere, ed è l’occasione di fare conoscenza con una delle folk band più sottovalutate del pianeta, che per motivi che sfuggono agli amanti della buona musica non ha avuto il successo che meritava, e forse neanche lo ha cercato!

*NDT Per chi fosse interessato ad avvicinarsi alla musica della band, ricordo che esiste anche una versione limited in 2 CD dell’album, con allegato proprio il dischetto antologico citato prima, Anticlockwise, il Best Of riepilogativo con altre 14 tracce.

Tino Montanari

Se Volete Celebrare Ancora Il Natale (In Ritardo) Facendo Casino! Old 97’s – Love The Holidays

old 97's love the holidays

Old 97’s – Love The Holidays – ATO CD

I texani Old 97’s sono stati tra I pionieri del movimento alternative country degli anni novanta, insieme a band come gli Uncle Tupelo, i Jayhawks ed i Whiskeytown, e nel 2019 celebreranno i 25 anni di carriera: un quarto di secolo all’insegna di un country-rock di grande energia, con elementi punk ben presenti nel suono, ma anche con il ricorso spesso a sonorità più vicine al folk (infatti loro si autodefiniscono “loud folk”). In tutto questo tempo i nostri non hanno mai cambiato formazione, e sono ancora guidati dunque da Rhett Miller (che affianca a quella del gruppo una carriera da solista, e ha da pochissimo pubblicato il suo nuovo lavoro The Messenger https://discoclub.myblog.it/2019/01/22/senza-il-suo-abituale-gruppo-la-musica-cambia-la-qualita-no-rhett-miller-the-messenger/ ) insieme a Ken Bethea, chitarra solista, Murry Hammond al basso e Philip Peeples alla batteria. Il loro ultimo lavoro in studio, Graveyard Whistling, risale all’inizio del 2017, e sul finire del 2018 i quattro hanno deciso di celebrare il Natale pubblicando il loro primo album stagionale, Love The Holidays.

Ed il disco si rivela divertentissimo, puro Old 97’s sound: Miller e compagni mescolano abilmente brani della tradizione a canzoni nuove di zecca, il tutto suonato con la solita forza e grinta, ma anche con un gusto spiccato per le melodie immediate e fruibili. Un lavoro diverso dai soliti album natalizi, che per la sua peculiarità e freschezza trovo adatto ad essere ascoltato anche in altri periodi dell’anno. Il divertimento inizia subito con la title track, un brano ritmato e vigoroso tra rock, country ed errebi, con le chitarre ed una piccola sezione fiati che fanno a gara a chi ci mette più energia; I Believe In Santa Claus, se non fosse per la chitarra elettrica leggermente distorta e la sezione ritmica che pesta, sarebbe una languida ballata anni sessanta, ma sicuramente la preferisco con questo arrangiamento più rock. Deliziosa Gotta Love Being A Kid, rockin’ country a tutto ritmo e grinta, con un approccio degno dei Clash ma dalla melodia irresistibile. Snow Angels è più lenta ed attendista, ma alla maniera dei nostri (quindi sempre con brio), Christmas Is Coming è un coinvolgente e scintillante “punky-tonk” (ovvero un incrocio tra punk e honky-tonk), mentre Wintertime In The City è una ballatona quasi canonica, di buona fattura, che dimostra che i quattro sanno anche essere più accomodanti se vogliono (per contro, Rudolph Was Blue è uno scatenato rockabilly con chitarre in tiro e fiati ancora dietro la band).

Con Here It Is Christmastime i nostri ci propongono una squisita e toccante country ballad, anche se un po’ sgangherata come da loro stile, e con Hobo Christmas Song siamo in pieno honky-tonk elettrico, un pezzo saltellante e dal motivo vincente, con tanto di gorgheggi yodel. Auld Lang Syne è un traditional famosissimo (cantato più che altro a Capodanno), e la band lo rivolta come un calzino, rifacendolo in pura veste punk-rock, decisamente elettrica ma anche difficile da resistere; ancora più punk è la popolare Angels We Have Heard On High (sembrano i Ramones redivivi), mentre la nota God Rest Ye Merry Gentlemen è resa quasi irriconoscibile da un arrangiamento tra rock e surf music (con ottima prestazione chitarristica), con risultati comunque godibili. Il CD si chiude con altri due traditionals: in Up On The Housetop i nostri ricordano notevolmente i Pogues, con un pezzo tra rock e folk davvero coinvolgente, mentre la gentile Blue Christmas è decisamente più “natalizia”. Un disco quindi divertente e trascinante, in puro stile Old 97’s: Rockin’ Christmas at its best!

Marco Verdi

30 Anni Di “Combat-Folk” Riletti In Forma Acustica. Levellers – We The Collective

levellers we the collective

Levellers – We The Collective – On The Fiddle Recordings – Deluxe Edition

A distanza di sei anni dall’ultimo lavoro in studio Static On The Airwaves (12) https://discoclub.myblog.it/2012/07/10/onde-radio-dall-inghilterra-levellers-static-on-the-airwaves/ , e in occasione del trentennale della loro carriera, tornano i Levellers (una delle band folk rock più famose degli ultimi anni) con un album acustico, recuperando e reinterpretando soprattutto i singoli di successo (esclusi tre nuovi brani), tratti principalmente dai lavori iniziali, da A Weapon Called The World (90), dal loro miglior album Levelling The Land (91) diventato anche disco di platino, da Zeitgest (95), Mouth To Mouth (97), e dal più recente Truth & Lies (05), il tutto realizzato con l’inserimento di una bella sezione d’archi e arruolando il leggendario produttore John Leckie (Radiohead e Stone Roses), per contribuire a sviluppare con la sua esperienza questi nuovi intriganti arrangiamenti acustici. Questo album We The Collective, è stato registrato presso i leggendari Abbey Road Studios di Londra, con l’attuale line-up del gruppo composta da Mark Chadwick voce, chitarra, banjo e armonica, Matt Savage alle tastiere, Jeremy “Jaz” Cunningham basso, chitarra e bouzouki, Simon Friend voce, banjo e mandolino, Jonathan “Jan” Seving al violino e tin whistle, e Charlie Heather batteria e percussioni, con il determinante contributo della citata sezione d’archi che vede al cello Hannah Miller, Anisa Arslanagic alla viola, Mike Simmonds al violino, Ollie Austin alle percussione, e l’aggiunta della brava vocalist Laura Kidd, riuscendo così a creare insieme qualcosa di veramente speciale.

E a dimostrazione di tutto ciò il disco si apre con i suoni quasi operistici di una superba Exodus (da Zeitgeist), per poi passare ad un inno generazionale come Liberty Song, che in questa occasione viene riletta in una versione totalmente differente dall’originale, o come la dolce England My Home che nella parte finale viene valorizzata da archi “strazianti”. Si prosegue con i soliti violini che accompagnano una veloce e potente Subvert, a cui fanno seguito la melodia accattivante di Hope Street, con in sottofondo una armonica “malandrina”, le note medioevali di una sofferta Elation (si trovava su Mouth To Mouth), con il controcanto della vocalist Laura Kidd, e l’arrangiamento incredibilmente rilassante di Dance Before The Storm (rispetto all’originale più mosso che era sul premiato Levelling The Land). Con The Shame e Drug Bust McGee arriva il momento dei primi brani nuovi del lavoro, due belle ballate acustiche, la prima in scarna versione “unplugged”, la seconda con un sottofondo di violini e voci femminili, mentre la bellissima One Way (il brano di apertura del citato Levelling The Land), riesce ad essere quasi martellante come la versione originale, merito di una sorta di “cacofonia” dei numerosi strumenti acustici.

Il bonus CD è composto da una riscrittura stratosferica del classico Fifteen Years , che ricorda molto bene le atmosfere dei pub irlandesi (quelli dove spesso viene voglia di ballare sui tavoli), una versione più dolce della tosta Outside Inside, per poi arrivare al terzo nuovo brano dell’album, una All The Unknown che sembra uscita dai solchi dei migliori dischi dei Pogues, e andare infine a chiudere un lavoro eccellente con una dolcissima ballata acustica Said And Done, recuperata dal poco considerato Truth & Lies. I Levellers hanno deciso (giustamente, a mio parere) di approcciarsi in modo diverso e innovativo al loro trentennale di carriera, con un lavoro, questo We The Collective, che aggiunge una ulteriore “tacca” di merito al loro catalogo, a dimostrazione che la band guidata del leader Mark Chadwick (come altre, formazioni di altro tipo, vedi Metallica, Scorpions, Pearl Jam, e anche i meno noti Disturbed per citarne alcune), spesso sembrano dare il meglio della loro bravura e del loro talento in queste registrazioni “unplugged”, senza tralasciare, come nel loro caso specifico, un urlo di rabbia mai sceso ad alcun compromesso. Indispensabile per tutti i “fans” e intrigante per li vuole conoscere.

Tino Montanari

Un Interessante Disco Di…Si Può Dire Folk-Punk? Whiskey Shivers – Some Part Of Something

whiskey shivers some part of something

Whiskey Shivers – Some Part Of Something – Rhyme & Reason CD

Ecco una boccata d’aria fresca nel vasto sottobosco delle band americane indipendenti. I Whiskey Shivers non sono degli esordienti, hanno già tre dischi alle spalle ma tutti molto difficili da reperire, mentre questo Some Part Of Something dovrebbe godere di una distribuzione più capillare. Il gruppo è formato da cinque elementi di diverse provenienze (due texani, un newyorkese, uno dall’Oregon ed un altro dal Kentucky) e fa un tipo di musica molto particolare. Infatti i cinque potrebbero sembrare a prima vista una band di nuovi tradizionalisti, vista la strumentazione (Bobby Fitzgerald, voce solista e violino, Andrew VanVorhees, basso, James Gwyn alla batteria, Jeff Hortillosa alla chitarra e James Bookert al banjo), peccato che suonino con una foga inusitata, a volte con un ritmo talmente forsennato da far sembrare gli Old Crow Medicine Show delle mozzarelline: musica elettroacustica, di base folk, country e blues, ma eseguita con la stessa veemenza di una punk band. In più, i ragazzi sono dei fuori di testa mica da ridere, e hanno già un discreto zoccolo duro di fans che li seguono fedelmente nelle loro esibizioni dal vivo alle quali pare che sia impossibile assistere senza muoversi per tutto il tempo.

Ci sono anche brani più tranquilli in Some Part Of Something, ma anch’essi suonati con grande forza ed una discreta dose di sfrontatezza. La produzione, volutamente grezza, è nelle mani di Chris “Frenchie” Smith, uno che si è fatto un nome con gruppi di rock alternativo come Meat Puppets, Built To Spill e …And You Wil Know Us By The Trail Of Dead. L’opening track è indicativa dello stile dei nostri: Cluck Ol’Hen è un brano che potrebbe essere un folk tune dalla melodia tradizionale, ma l’arrangiamento obliquo quasi alla Tom Waits la fa diventare un blues malaticcio e sgangherato, ma stimolante. Like A Stone è un bluegrass suonato con la foga di una punk band, talmente veloce che è quasi arduo tenere il tempo per il batterista, il tutto condito da strumenti come banjo e violino; Long Gone è una deliziosa western tune di nuovo eseguita con estremo vigore, sulla scia degli Old ’97, lo vedrei bene come colonna sonora di un cowboy movie diretto da Quentin Tarantino. Southern Sisyphus è quasi normale, una gradevole ballata country-rock, ancora dominata da violino e banjo, voce leggermente filtrata ma un motivo diretto e piacevole, così come Gave Away, altro squisito bluegrass suonato e cantato in modo tradizionale, con tanto di botta e risposta voce-coro e ritmo accelerato ma non troppo, che dimostra che i WS sono bravi anche quando non escono dal seminato.

Il violino introduce Red Rocking Chair tracciando traiettorie irlandesi, ed anche il pezzo è più tipico della verde isola piuttosto che delle terre americane, mentre No Pity In The Rose City vede i nostri punkeggiare ancora alla grande, ritmo vorticoso ed energia fuori dal comune, andazzo che continua anche in Reckless, che però è più canzone ed è dotata di uno sviluppo maggiormente lineare: alla fine di entrambe però immagino i crampi alle mani dei cinque. Friday I’m In Love e Angelina Baker proseguono allo stesso modo, un vero e proprio treno in corsa, sembrano quasi i Pogues più country e con il turbo. Fuck You dona un attimo di tregua, anche se non è un granché (titolo raffinato compreso), meglio la folkeggiante Liquor, Beer, Wine & Ice, un limpido pezzo che piace al primo ascolto, dotato di una melodia limpida e dal ritmo cadenzato https://www.youtube.com/watch?v=BrA2odR1OEc ; finale in controtendenza con True Love (Will Find You In The End), languida e perfino malinconica, e con un bel motivo corale. Un gruppo interessante questo dei Whiskey Shivers, forse ancora da sgrezzare un po’ ma sulla buona strada per diventare una band tra le più innovative nel filone dei nuovi tradizionalisti.

Marco Verdi

Irish Rebels” In Los Angeles, E Anche A Milano. Flogging Molly – Life Is Good

flogging molly life is good

Flogging Molly – Life Is Good – Vanguard Records/Universal

Ho sempre pensato che lo “sdentato” Shane MacGowan, nel corso della sua lunga carriera abbia disseminato figli e figliastri artistici in ogni dove, e se il suo gruppo, i Pogues, ha rappresentato la punta di diamante del movimento musicale denominato “gaelic-punk”, alle loro spalle c’è sempre stato un fiorire incessante di musicisti che hanno cercato di personalizzarne l’influenza sulle loro idee artistiche e musicali, e di questa categoria fanno certamente parte i Flogging Molly (californiani di Santa Monica), che nell’arco temporale dell’ultimo ventennio hanno sempre saputo produrre una musica di ottimo livello, specialmente proprio dopo il definitivo scioglimento dei Pogues. Il gruppo prende il nome da uno storico Pub irlandese di Los Angeles, il Molly Malone’s, e oggi come ieri la band vede nel ruolo di leader Dave King chitarra e voce, con al suo fianco Bridget Regan violino, tin whistle, e voce, Dennis Casey alle chitarre e voce, Bob Schmidt al mandolino, banjo, bouzouki e voce, Matt Hensley alla fisarmonica, piano e voce, Nathen Maxwell al basso, e .in sostituzione dello storico componente George Schwindt, Mike Alonso alla batteria e percussioni. Alive Behind The Green Door fu il live d’esordio dei Flogging Molly pubblicato nel ’97, a cui fecero seguito il primo lavoro in studio, l’eccellente Swagger (00), il godibile Drunken Lullabies (02), l’arioso Within A Mile Of Home (04) che vedeva la partecipazione di Lucinda Williams in una grande ballata come Factory Girls, la prima raccolta Whiskey On A Sunday (06), con ben dieci canzoni inedite,  l’energico Float (08), uno dei migliori della band, il bellissimo elettrico e baldanzoso Live At Greek Theatre (10) 2 CD + DVD, e lo splendido impegnato e “sociale” Speed Of Darkness (11, prima di tornare dopo una breve pausa con questo inaspettato Life Is Good, prodotto da Joe Chiccarelli (U2, Beck), registrato negli studi dublinesi di Grouse Lodge nel tranquillo County Westmeath.

Per chi non li conosce, il loro “sound” è un “celtic-punk”, con forti sapori Irish che sembrano usciti dai più famosi Pub di Dublino, con le chitarre elettriche che si alternano agli strumenti acustici, il tutto accompagnato da ritmi incalzanti, intervallati da ballate colme di nostalgia e malinconia, e Life Is Good si apre con due brani al fulmicotone come There’s Nothing Left Pt.1e The Hand Of John L. Sullivan, densi di ritmo e rudezze punk, mentre Welcome To Adamstown incorpora una intrigante sezione di ottoni in tutto lo sviluppo del brano, prima di “scimmiottare” i grandi Waterboys (sono attesi a Settembre con il nuovo album), con la trascinante Reptiles (We Woke Up). La “vita buona” dei Flogging Molly si inerpica sui ritmi indiavolati di una The Days We’ve Yet To Meet, dove è proprio impossibile non muovere il piedino, seguita dalla title track Life Is Good in chiave folk-rock, con un bel lavoro al violino di Bridget Regan, cantata dal leader Dave King con l’anima di Mike Scott nel cuore, mentre la seguente The Last Serenade (Sailors And Fishermen) è una classica “love song” romantica e leggera, dal ritmo lento e con una melodia accattivante, per poi alzare ancora il ritmo con il “punk-rock” della grintosa e politica The Guns Of Jericho, perfetta da ballare sui tavoli del famoso Temple Bar. Crushed (Hostile Nations) inizia lentamente con le “pipes”, per poi trasformarsi subito in pura energia, con chitarre elettriche e sezione ritmica assordante (per il brano più in stile Clash e “politicizzato” dell’album), seguita da una Hope che procede con le cadenze di una marcia, mentre The Bride Wore Black già al primo ascolto è degna dei migliori Pogues, e per chi scrive mostra le grandi qualità dei Mollys, quando non si lasciano trascinare dalle correnti impetuose della musica punk, affidando la conclusione agli intrecci irish del folk stradaiolo di Until We Meet Again, dove si sviluppano dei bei giri di fisarmonica e violino.

Un po’ romantici e un po’ randagi passionali, con Life Is Good i Flogging Molly ci regalano un disco molto godibile, con una sequenza di brani che colpiscono nel segno e invogliano all’ascolto, non ci sono atmosfere morbide e sognanti ma una grande energia che coinvolge e affascina chi li ascolta. Sicuramente non hanno inventato loro il “celtic-punk”, ma altrettanto sicuramente si può affermare che i Flogging Molly (per la loro carriera), siano diventati in qualche modo gli alfieri più credibili e di maggior successo di questo movimento, che oggi come ieri spazia fra tradizione e modernità. E come ricorda il titolo del Post, domani 11 luglio volendo potrete verificare di persona visto che saranno in concerto al Carroponte di Sesto San Giovanni, in accoppiata con i Dropkick Murphys.

NDT: Tra i tanti “figli e figliastri” di Shane MacGowan, consiglio umilmente di dare un ascolto anche ad un gruppo colpevolmente sottovaluto come i bostoniani Josh Lederman Y Los Diablos, autori nei primi anni 2000 di una manciata di album di assoluto livello. Cercate, gente, cercate!

Tino Montanari

Cartoline Dal Donegal ! Goats Don’t Shave – Turf Man Blues

goats don't shave turf man

Goats Don’t Shave – Turf Man Blues – Goats Don’t Shave Music

Puntuale come una cartella di Equitalia (magari sostituite con qualcosa di più piacevole), torno a parlarvi del mio “amico” Pat Gallagher (tramite Facebook) e dei suoi compari Goats Don’t Shave per l’uscita di questo Turf Man Blues, secondo album dopo la “reunion” di due anni fa con Songs From Earth (sempre puntualmente recensito su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2014/11/27/breve-pausa-eccoli-nuovo-dallirlanda-goats-dont-shave-songs-from-the-earth/ ). Per questa nuova proposta Gallagher, voce, chitarre e banjo, ci porta negli studi SMG di Gweedore (situati nella splendida contea di Donegal, a nord dell’Irlanda): sono con lui le sue fidate “capre”, a partire dal fratello Michael Gallagher alla batteria, Patsy Gallagher, sempre con un’aria di famiglia, chitarra solista, mandolino e voce, poi il violinista Sthepen Campbell, Odhran Cummings al basso, Shaun Doherty  alle chitarre acustiche e alla voce, più Connor Malone al sax e Dermot Donohue all’armonica, per undici brani che abbracciano svariati generi, a partire dal loro classico folk, al rock, al country,  perfino una spruzzata di gospel, il tutto come sempre suonato al meglio, con l’abituale contributo della bellissima voce di Pat, che in questo disco assume a tratti delle tonalità quasi alla Christy Moore.

Che si tratti di raccontare  le storie della sua terra (come nel disco precedente), o storie  sulla rivoluzione irlandese, come nel caso di questo nuovo lavoro, o ancora, sulle dinamiche dell’amore stesso, viene sempre e comunque alla luce il talento compositivo e letterario di Pat Gallagher, e l’iniziale The Volunteer (un toccante omaggio a uomini, donne e bambini che persero la vita durante gli scontri di Pasqua del 1916) lo dimostra ampiamente, una maestosa ballata che si apre con ripetuti rulli di tamburi per poi dipanarsi in una dolce melodia nel corso dello sviluppo del brano; a questa sontuosa apertura fanno seguito la title track Turf Man Blues (dedicata alle nuove generazioni), una perfetta folk-song con un bel lavoro in sottofondo dell’armonica, per poi affrontare il tema del bullismo e della discriminazione in una “danza irlandese” sognante come Dance For The Crowd, omaggiare i Pogues con la canterina Drinking My Money (eseguita dal vivo al Bayview Pub di Dungloe, sempre nel Donegal), con banjo e armonica a dettare il ritmo, e ritornare di nuovo alle atmosfere care ai “vecchi” Goats Don’t Shave con una spettacolare e melanconica No Cure For This. Il percorso musicale prosegue sulle note acustiche di God Takes Visa, seguita dal delicato racconto di una Seasons Go By con il mandolino di Patsy Gallagher in evidenza, per poi passare al cadenzato “country-agreste” di una Tonight Your Going Home, dove si rincorrono banjo e mandolino con il consueto tocco raffinato dell’armonica; c’è spazio anche per il valzer armonioso di una suadente The Killer, rispolverando ancora una volta dolci armonie irlandesi nella solare Falling For You, e nella conclusiva River Runs On, un madrigale in forma di “elegia” per tutti i fiumi che attraversano l’isola di smeraldo.

In un certo senso, oggi come ieri, i Goats Don’t Shave sono tra i segreti meglio custoditi della scena musicale irlandese, purtroppo quasi cancellati dalla memoria collettiva degli appassionati (su certi libri di settore non sono neanche menzionati), e mi viene da pensare che forse Pat Gallagher e le sue “capre”, che hanno avuto il loro momento di fama, consapevolmente hanno scelto di non cavalcarla. Quindi in ultima analisi se questo ennesimo lavoro Turf Man Blues è di difficile reperibilità, come il precedente  (in un certo senso bisogna ordinarlo direttamente a casa Gallagher, sul sito della band http://www.goatsdontshave.ie/  ), cercate di andare a recuperarvi almeno il disco d’esordio The Rusty Razor https://www.youtube.com/watch?v=73sLvm9LcNs , e dopo averlo inserito nel lettore stereo, godetevi quella che è senza ombra di dubbio la migliore folk-rock band della contea del Donegal, possibilmente sorseggiando il loro ottimo Donegal Irish Whiskey!     

Tino Montanari

Visto Il Nome, Si Parla Di Veterani Di Una Sorta Di Folk-Rock In “Salsa” Celtica! Gaelic Storm – Matching Sweaters

gaelic storm matching sweaters

Gaelic Storm – Matching Sweaters – Lost Again Records

I Gaelic Storm sono un band attiva ormai da diversi anni (direi una carriera quasi ventennale), giunti con questo ultimo lavoro Matching Sweaters al loro decimo album in studio. La formazione nasce e si forma nei “beach bars”, sulle spiagge californiane di Santa Monica (suonando a volte per pochi intimi), uscendo poi dall’anonimato grazie alla partecipazione al pluridecorato film Titanic, dove la band interpretava il gruppo musicale imbarcato sul celebre transatlantico per allietare il soggiorno degli ospiti https://www.youtube.com/watch?v=oSciEyzJSsM . Naturalmente i Gaelic Storm non hanno ottenuto una particolare fama da quella scrittura, ma è stata la rampa di lancio per esordire con l’omonimo Gaelic Sorm (98), e i successivi Herding Cats (99) e Tree (01). Con How Are We Getting Home (04) il gruppo mantiene una “line-up” stabile di sei musicisti, con una proposta musicale più vicina a quella degli indimenticati (e ancora attivi) The Men They Couldn’t Hang, piuttosto che a quella dello “sdentato” Shane MacGowan e i suoi Pogues, certificata dai successivi Bring Yer Wellies (06), What’s The Rumpus? (08), Cabbage (10), l’ottimo Chicken Boxer (12), e l’ultimo lavoro in studio The Boathouse (13), passato inosservato dalle nostre parti, tutti con tematiche di matrice celtica che riflettono l’origine irlandese del fondatore Patrick Murphy (mentre gli altri componenti sono inglesi, canadesi e americani). La formazione attuale è composta oltre che dal leader Murphy, fisarmonica, armonica e voce, dallo storico chitarrista Steve Twigger, anche al  bouzouki e mandolino, Ryan Lacey alle percussioni, il bravo polistrumentista Peter Purvis, e la nuova arrivata Katia Weber al violino e mandolino (che ha sostituito al meglio la veterana Jessie Burns), per un nuovo lavoro composto da dieci pezzi originali e due brani strumentali.

Tra essi spiccano Another Stupid Drinking Song, il brano d’apertura dalla netta impronta irlandese, a cui fanno seguito una pimpante Girl’s Night In Galway, una Whiskeyed Up And Womaned Out dal suono delizioso, condotto da fisarmonica e banjo, il primo brano strumentale The Narwhaling Cheesehead (da ballare sui tavoli dei Pub), la trascinante aria festaiola di Paddy’s Rubber Arm, e una nostalgica e lenta canzone d’atmosferacome Six Of One, con il violino di Kiana in evidenza. L’anima irlandese si manifesta ancora nella convincente The Rustling Gost Gang, mentre Dancing In The Rain parte piano, per poi svilupparsi attraverso un ritornello subito orecchiabile, seguita dal secondo strumentale in versione “giga”, The Teachers’ Snow Day, il delizioso violino che dà il ritmo ad una danzante What A Way To Go, passando ancora per le note più acustiche di Son Of A Poacher, con il violino, la fisarmonica e il mandolino a disegnare il tappeto sonoro, andando poi a chiudere con l’intrigante If You’ve Got Time, dove spuntano inaspettati fiati e la tenue “vocina” della Weber.

La loro proposta musicale non è certo originale, ma senza alcun dubbio è molto energica e a tratti coinvolgente, infatti i Gaelic Storm suonano una musica caratterizzata da una ritmica molto sostenuta, con gli inserimenti degli strumenti classici dell’isola di smeraldo (i famosi bodhràn, whistles e pipes), quindi etichettabile in un folk-rock di stampo irlandese, suonato e cantato al meglio. Matching Sweaters è un disco che si ascolta tutto d’un fiato, con la velocità di certe esecuzioni accompagnate da un suono a tratti eccitante che vi terrà incollati al lettore sino alla fine. Per chi scrive, è giunta l’ora di dargli finalmente l’attenzione che si meritano. Per chi ama il genere, indispensabile!

Tino Montanari

Uno Stevie Ray Vaughan D’Annata! Live At The Spectrum, Philadelphia 23rd May 1988

stevie ray vaughan spectrum philadelphia

Stevie Ray Vaughan – Spectrum, Philadelphia 23rd May 1988 Echoes

Nel 1988 Stevie Ray Vaughan, inconscio di tutto ciò, si avvicinava a grandi passi agli ultimi anni della sua breve vita (sarebbe scomparso, all’età di 35 anni, nel tragico incidente di elicottero del 27 agosto 1990 a East Troy, nel Wisconsin), ma nello stesso tempo, per la prima volta da lunga pezza, era libero dai fantasmi della tossicodipendenza, o almeno così si diceva e si legge nelle sue biografie. Però chi vi scrive si ricorda di essere stato presente ad una delle due date milanesi che SRV tenne al Palatrussardi di Milano nel luglio di quell’anno, ed in particolare, il 7, la serata in cui si esibì insieme a Pogues e Los Lobos. Ora, forse, la memoria mi inganna, sono passati 27 anni, ma non mi pare di ricordare un concerto memorabile, al di là della solita acustica orrida del palazzetto milanese, quella che doveva essere una serata eccezionale per la presenza contemporanea di tre grandi formazioni, alla fine non fu tale. O così ricordo io: Shane MacGowan era l’ombra di sé stesso e anche il musicista texano non fece un set fantastico (altri ricordano diversamente), forse penalizzati dall’acustica pessima e per il tempo ridotto, Los Lobos esclusi, nessuno mi parve all’altezza della propria fama.

Il buon Stevie, dopo la partenza fulminante con Texas Flood, e prima ancora con la esibizione al Festival di Montreux del 1982, dove venne peraltro contestato da alcuni dementi fondamentalisti del jazz festivaliero (ma il filmato in rete e il doppio CD con le due esibizioni dell’82 e dell’85, raccontano una storia diversa) e testimoniano di un musicista in forma strepitosa, poi replicata nel Rockpalast alla rocca di Lorelei dell’agosto del 1984, in una epoca in cui internet era ancora solo un’idea, l’esibizione venne mandata in Eurovisione, anche in Italia su Rai Tre, e permise a chi era rimasto folgorato dal suo primo album, da poco replicato con l’eccellente Couldn’t Stand The Weather, di godere la presenza scenica e sonora di questo “Zorro” della chitarra, un musicista fantastico che convogliava nella sua persona lo spirito di Jimi Hendrix, e di molti altri “eroi” della chitarra, bianchi e neri, che lo avevano preceduto. Non c’è né il tempo né lo spazio in questa breve recensione per ricordarlo, ma probabilmente Stevie Ray Vaughan è stato l’ultimo vero grande chitarrista della storia del rock, scomparso troppo presto, mentre avrebbe potuto dare ancora molto al mondo della musica. Comunque nel 1988, anno in cui viene registrato, e poi trasmesso nell’etere questo concerto radiofonico di Filadelfia, il nostro amico si sta preparando a registrare quello che sarà il suo ultimo album di studio, In Step, probabilmente il migliore della discografia insieme al primo, e regala ai fans accorsi allo Spectrum il 23 maggio del 1988, uno show nettamente superiore a quelli utilizzati per il doppio Live ufficiale Live Alive di due anni prima. La qualità del suono di questo CD è ottima, cruda ma bel delineata, così come il repertorio scelto per l’occasione: Vaughan, accompagnato dai fidi Double Trouble in versione quartetto, con Reese Wynans, Tommy Shannon e Chris Layton, sciorina, con nonchalance e classe immensa, undici brani di notevole spessore, che se non costituiscono un concerto completo, per le restrizioni di tempo applicate al broadcast radiofonico, cionondimeno rimangono un documento notevole del suo enorme talento di chitarrista.

Si parte con un medley di Dust My Blues che si riversa nell’inconfondibile riff di Love Struck Baby, per una versione fantastica, con Shannon che pompa sul basso come ne andasse della sua vita e Wynans e Layton travolgenti ai rispettivi strumenti, mentre Stevie strapazza la sua vecchia Fender e ne estrae citazioni di Johnny Be Goode e altre mirabilie del R&R e del blues. Look At Little Sister, il classico di Hank Ballard da Soul To Soul, è puro Rock’n’blues texano e anche You’ll Be Mine, dallo stesso album, è carica di una energia strabordante, poi veicolata nell’uno-due micidiale dell’accoppiata Mary Had A Little Lamb, dal repertorio di Buddy Guy e Texas Flood, entrambe in versioni dove le mani di SRV sembrano volare sul manico della sua chitarra; Superstition non raggiunge forse i vertici di quelle di Stevie Wonder e Jeff Beck, ma è sempre un bel sentire. Willie The Wimp è una rara esibizione dell’altrettanto raro singolo, scritto dall’amico di Austin Bill Carter, un rock verace e grintoso nella migliore tradizione texana, seguito da una vorticosa Cold Shot, con la sua ciondolante andatura, e poi dall’hendrixiana Couldn’t Stand The Weather, con i classici stop and go, e da una versione lunghissima, oltre i 9 minuti, di Life Without You, uno slow blues atmosferico e scintillante che anticipa la svolta dell’imminente In Step ed è seguita da una sontuosa Voodoo Chile (Slight Return) di mastro Jimi, solo Hendrix la faceva meglio. Grande concerto comunque, sarà anche un ex bootleg, ma che ci frega!

Bruno Conti

Non Sono Di “Miami”, Ma Sono Veramente Bravi ! Miami & The Groovers – The Ghost King

miami & the groovers ghost king

Miami & The Groovers – The Ghost King –M&G distr. Ird Records

Nonostante lo si dia per morto e sepolto, il rock’n’roll dal taglio più “stradaiolo” continua ad avere i suoi seguaci anche dalle nostre parti. Lo dimostra una scena italiana che forse non sarà un vero e proprio movimento, eppure mai come in questa ultima decade ha dato segni di crescita a livello strettamente professionale, con suoni e dischi che riportano ai nomi dei Cheap Wine, i Lowlands del mio amico Ed Abbiati, i Mandolin’ Brothers, i Rusties e sicuramente anche i Miami & The Groovers guidati da Lorenzo Semprini, tutte band che provengono dall’albero “genealogico” dei Rockin’ Chairs di Graziano Romani (che per fortuna sono tornati, e sono in tour fino a Luglio).

A 10 anni dall’esordio discografico con Dirty Roads (05), seguito da altri buoni lavori come Merry Go Round (09), Good Things (12), e l’ottimo live No Way Back (13) (uscito in formato CD+DVD) http://discoclub.myblog.it/2013/11/23/sempre-piu-italiani-caso-dalla-east-coast-romagna-shore-ora-anche-dvd-piu-cd-dal-vivo-miami-the-groovers-way-back/ , i Miami tornano con questo nuovo lavoro The Ghost King sempre nella formazione tipo, composta dall’indiscusso leader, autore e cantante Lorenzo Semprini alle chitarre ritmiche, Marco Ferri alla batteria, Luca Angelici al basso, Beppe Ardito alle chitarre acustiche e elettriche, Alessio Raffaelli (anche nei Cheap Wine) alle tastiere e pianoforte, con l’apporto alle registrazioni di Federico Mecozzi al violino, Massimo Marches al mandolino, e ai cori Michele Tani e Marcello Dolci.

miami and the groovers 1rox_miami

Le canzoni del “Re Fantasma” partono con la potente scarica di energia di The King Is Dead, con un bel lavoro del violino di Mecozzi (il sesto uomo, che parte dalla panchina della formazione), seguita dalla pianistica e letterata On The Rox (ispirata alla biografia di John Belushi) e dalla saltellante Hey You, passando per la splendida ballata pianistica Back To The Wall, le gioiose atmosfere balcaniche di Hallelujah Man, e per la dolcissima danza di The Other Room. I “ghostbusters” di Lorenzo ripartono con la tirata Don’t (The Tuxic Waltz), il folk-rock notturno violinistico di We Can Rise, mentre nella rurale Waiting For My Train con il mandolino di Marches in spolvero, si viaggia dalle parti degli Old Crow Medicine Show, andando a chiudere con un’altra ballata di spessore come Spotlight, e infine la bonus-track Heaven Or Hell (uscita dalla penna di Beppe Ardito), un trascinante brano da “pub irlandese”, dove i Pogues incontrano Joe Strummer per una sana bevuta.

miami and the groovers 2

Partiti come una “cover band” di Bruce Springsteen, i riminesi Miami & The Groovers al quinto giro di giostra sono diventati una realtà del rock&folk italiano (e internazionale), rockers di provincia per vocazione che vivono di prestazioni dal vivo (come testimoniano gli innumerevoli concerti fatti ogni anno), con canzoni che vanno a prendersi dalla strada alla maniera dei grandi Del Fuegos di Boston Mass, piene di musica e energia. Lorenzo Semprini e i suoi Miami & The Groovers, (come gli altri gruppi citati all’inizio), sono ragazzi nati per correre e cantare storie di vagabondi e sognatori in nome del rock, perché per fare della buona musica non è necessario nascere in America e suonare al Fillmore o al Beacon Theatre, lo si può fare benissimo dalle nostre parti (specialmente per le band in questione) nella nostra bella, ma musicalmente immatura Italia.

Tino Montanari