Novità Prossime Venture 13. Uno Strano Cofanetto Dedicato A Don’t Tell A Soul, Il Disco “Forse” Meno Amato Della Band. Replacements – Dead Man’s Pop

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The Replacements – Dead Man’s Pop – 4CD/1LP Sire/Rhino – 27-09-2019

Stranamente la band di Paul Westerberg è una di quelle che a livello di box set retrospettivi non è neppure messa male. Ne sono usciti due: The Complete Studio Album 1981-1990, con tutti gli 8 CD, in seguito integrato dai due cofanetti in vinile da 4 LP ciascuno, The Twin/Tone YearsThe Sire Years, oltre al boxettino economico delle Original Album Series in 5 CD, che vedete entrambi qui sotto.

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Inoltre, tutti gli album della loro discografia sono stati ristampati in edizione Expanded, anche se nei box si trovano le versioni senza bonus tracks. Ma ora sempre la Rhino, con la collaborazione degli stessi Replacements, ha deciso di dedicare un intero cofanetto al loro album più controverso Don’t Tell A Soul. Controverso perché il gruppo, pur essendo stato il disco di maggior successo commerciale (si fa per dire, visto che è arrivato al 57° posto delle classifiche), non ha mai amato questo album, e neppure molti dei fans e gran parte della critica, che lo considerano il “peggiore”, diciamo il meno bello, della discografia della band di Minneapolis.

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Intendiamoci, le canzoni non sono per nulla brutte, però il suono è piuttosto pasticciato, con un mixaggio destinato volutamente ad incontrare il gusto del grande pubblico, tanto che i membri della band si portarono a casa alcuni dei master registrati ai Paisley Park Studios e da allora se ne erano perse le tracce. Per l’occasione di questo nuovo Dead Man’s Pop i nastri sono riapparsi, affidati al produttore dell’epoca Matt Wallace, che ne ha realizzato un nuovo mix 2019, denominato Don’t Tell A Soul Redux, in più nel secondo CD ci sono altri 20 brani rari ed inediti, tra i quali una session con Tom Waits (5 pezzi in tutto) ed infine nel 3° e 4° CD c’è un concerto completo tenuto a Milwaukee durante il tour per lanciare l’album, una piccola parte del quale era uscita in un EP con 6 brani Inconcerated Live, pubblicato nel 1989, mentre la nuova edizione doppia si chiama  The Complete Inconcerated Live, divisa appunto in due parti. Inoltre c’è un vinile 180 grammi con la nuova versione del disco: complessivamente dei 60 brani presenti nei quattro CD, ben 58 sono inediti.

Come al solito qui sotto trovate il dettaglio completo dei contenuti del box,

CD 1: Don’t Tell A Soul Redux

“Talent Show” – Matt Wallace Mix *
“I’ll Be You” – Matt Wallace Mix *
“We’ll Inherit The Earth” – Matt Wallace Mix *
“Achin’ To Be” – Matt Wallace Mix *
“Darlin’ One” – Matt Wallace Mix *
“Back To Back” – Matt Wallace Mix *
“I Won’t” – Matt Wallace Mix *
“Asking Me Lies” – Matt Wallace Mix *
“They’re Blind” – Matt Wallace Mix *
“Anywhere’s Better Than Here” – Matt Wallace Mix *
“Rock ‘n’ Roll Ghost” – Matt Wallace Mix *

CD 2: We Know The Night: Rare and Unreleased

“Portland” – Alternate Mix (Bearsville Version) *
“Achin’ To Be” – Bearsville Version *
“I’ll Be You” – Bearsville Version *
“Wake Up” – Alternate Mix – Bearsville Version *
“We’ll Inherit The Earth” – Bearsville Version *
“Last Thing In The World” *
“They’re Blind” – Bearsville Version *
“Rock ‘n’ Roll Ghost” – Bearsville Version *
“Darlin’ One” – Bearsville Version *
“Talent Show” – Demo Version
“Dance On My Planet” *
“We Know The Night” – Alternate Outtake *
“Ought To Get Love” – Alternate Mix *
“Gudbuy T’Jane” – Outtake
“Lowdown Monkey Blues” – Featuring Tom Waits *
“If Only You Were Lonely” – Featuring Tom Waits *
“We Know The Night” – Featuring Tom Waits (Rehearsal) *
“We Know The Night” – Featuring Tom Waits (Full Band Version) *
“I Can Help” – Featuring Tom Waits *
“Date To Church” – Matt Wallace Remix*

CD 3: The Complete Inconcerated Live, Part One

“Alex Chilton” *
“Talent Show” *
“Back To Back” *
“I Don’t Know” *
“The Ledge” *
“Waitress In The Sky” *
“Anywhere’s Better Than Here” *
“Nightclub Jitters” *
“Cruella De Ville” *
“Achin’ To Be” *
“Asking Me Lies” *
“Bastards Of Young” *
“Answering Machine” *
“Little Mascara” *
“I’ll Be You” *

CD 4: The Complete Inconcerated Live, Part Two

“Darlin’ One” *
“I Will Dare” *
“Another Girl, Another Planet” *
“I Won’t” *
“Unsatisfied” *
“We’ll Inherit The Earth” *
“Can’t Hardly Wait” *
“Color Me Impressed” *
“Born To Lose” *
“Never Mind” *
“Here Comes A Regular” *
“Valentine” *
“Left Of The Dial” *
“Black Diamond” *
(*) denotes previously unreleased track

L’uscita è prevista per il 27 settembre ed il prezzo, al solito molto indicativo, dovrebbe essere tra i 60 e i 70 dollari/euro. Chi prenota direttamente sul sito della Rhino riceverà anche una cassetta (che pare stiano tornando in auge) con una compilation di brani del box, con altri due inediti. Per chi ama i Replacements (grande band assolutamente da riscoprire) un vera cuccagna.

Bruno Conti

Da Rootsy Rocker A Provetto Bluesman. Dennis Brennan And The White Owls – Live At Electric Andyland

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Dennis Brennan And The White Owls – Live At Electric Andyland – VizzTone Label         

Forse i più attenti di voi si ricorderanno del cantautore roots-rock di Marlboro, Massachusetts (per alcune biografie, altre dicono nativo di Berlin, sempre nel Massachusetts): per intenderci è proprio Dennis Brennan, quello di Jack In The Pulpit, un bel disco a cavallo tra Americana, country e blue collar rock del 1995, uscito per la Rounder, dove era accompagnato da Duke Levine alla chitarra e Billy Conway dei Morphine alla batteria (che si alternava con Jay Bellerose), oltre a Bruce Katz all’organo, solo per ricordare i musicisti più famosi che suonavano nel disco, ma c’erano anche i fiati in alcune tracce. Comunque sia prima, negli anni ’80, che successivamente, Brennan, da solo o all’interno di oscure band anche di impronta vagamente garage e psichedelica dell’area di Boston (The Martells, Push Push, Young Neal And The Vipers) era abbastanza popolare a livello di culto tra gli amanti del rock di qualità.

Il suo ultimo disco, devo dire passato abbastanza inosservato, è stato Engagement, metà in studio e metà live, pubblicato dalla minuscola etichetta Hi & Dry nel 2006 https://www.youtube.com/watch?v=KEscfNIhG3M , sebbene nel passato alcune sue canzoni siano state usate sia in colonne sonore che in serie televisive. Ma ecco che Brennan improvvisamente riappare, alla guida dei White Owls e sotto contratto per la VizzTone, con questo Live At The Electric Andyland (colta la citazione hendrixiana?), che segnala un deciso spostamento verso tematiche blues, trasformatosi nel frattempo anche in provetto armonicista, ma senza abbandonare del tutto le sonorità rootsy del passato (e cosa c’è di più vicino alla musica delle radici del Blues?). Il gruppo che lo accompagna prevede il batterista Andrew Plaisted (anche produttore dell’album e proprietario del piccolo locale dove è stato registrato il CD in presa diretta), due chitarristi, Tim Gearan e Stephen Sadler, alla lapsteel, David Westner all’organo, e Jim Haggerty al contrabbasso, e un repertorio che mescola brani originali e cover di varia provenienza: Cuttin’ In di Johnny Guitar Watson è subito un sapido tuffo nelle 12 battute più calde, con retrogusti soul, anche se le chitarre sono rilassate e sornione, come la voce del titolare che non ha perso il suo timbro da veterano rocker; in Nothing But Love, uno shuffle di Bo Jenkins, Brennan soffia anche con voluttà nella sua armonica e ha un timbro vocale che mi ha ricordato a tratti quello di Peter Wolf, degli eroi locali di Boston della J. Geils Band, meno watt ma stessa passione.

Yes, I’m Loving You, di tale Big Al Downing, è più mossa e con rimandi al R&R più canonico, grazie anche alla lap steel in modalità slide di Sadler, mentre End Of the Blue è un bel lento scandito, scritto da Gearan, giusto alla intersezione tra 12 battute e rock d’antan stonesiano. Good Lover è di Reed, non Lou ma Jimmy, molto classica e laidback, con call e response tra solista e lap steel. The (New) Calls Of The Freaks è addirittura un pezzo di King Oliver degli anni ’20, quindi blues primigenio, e Tangle, se Brennan che l’ha scritta avesse un bel vocione, potrebbe passare per un brano di Tom Waits di quello più tirato di fine anni ‘70, con Three Kind Of Blues di Sadler, altra traccia intensa con armonica e slide in bella evidenza. I Live The Life I Love è proprio il celebre pezzo di Willie Dixon  che era anche nel repertorio di Mose Allison, che è l’autore pure della successiva Foolkiller, decisamente ancora più mossa e scatenata. Non manca un pezzo di Ledbetter come I’m On My Last Go Round, sempre piuttosto vivace anziché no e un omaggio agli Stones dei primi anni con una sognante No Expectations, suonata e cantata con grande passione e che chiude in modo brillante un buon album.

Bruno Conti

Una Validissima Rock’n’Roll Band Guidata Da Un Personaggio “Problematico”! Hawks And Doves – From A White Hotel

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Hawks And Doves – From A White Hotel – Jullian CD

Gli Hawks And Doves sono in realtà l’ultima creatura di Kasey Anderson, rocker di Portland, Oregon, che ha già all’attivo tre album come solista e due come leader di un’altra band, The Honkies. Anderson è anche però un personaggio molto particolare, da prendere con le molle, in quanto nel 2012 è stato dichiarato affetto da disordine bipolare (e ha dovuto dunque affrontare una terapia decisamente intensa), ed in seguito si è fatto pure due anni di galera (era stato condannato a quattro), per aver chiesto finanziamenti al fine di produrre un fantomatico album a scopo benefico, arrivando addirittura a falsificare le mail di Jon Landau, potente manager di Bruce Springsteen. Non esattamente uno stinco di santo quindi, ma il mio dovere è quello di giudicare la sua musica, e devo riconoscere che in From A White Hotel, album di debutto degli Hawks And Doves (nome preso da un disco del 1980 di Neil Young, invero non memorabile) di musica buona, ed a tratti ottima, ce n’è parecchia.

Kasey, che è il compositore, cantante e chitarrista ritmico del gruppo, è affiancato da Jordan Richter, chitarra solista, Ben Landsverk, basso, tastiere e viola, e Jesse Moffat, batteria, oltre ad essere coadiuvato da qualche ospite selezionato, tra i quali spiccano il sassofonista Ralph Carney, Kurt Bloch, già musicista per conto proprio, e soprattutto Eric Ambel, ex chitarrista dei Del Lords. From A White Hotel è un bel disco di puro rock americano, chitarristico e diretto, con canzoni che piacciono al primo ascolto e che si rifanno ai luminari di questo tipo di suono; Anderson sa comporre, ha il senso della melodia ed è anche creativo, in quanto il disco non è per nulla monotematico, ma invade qua e là anche territori diversi dal rock puro e semplice, ma senza mai dare la sensazione di dispersività. L’inizio è davvero ottimo con The Dangerous Ones, un brano rock elettrico di presa immediata, chitarristico e trascinante, che ricorda molto lo Steve Earle del periodo Copperhead Road, anche per la similarità del timbro vocale di Kasey con quello di Steve. Decisamente bella anche Chasing The Sky, altra rock song pulsante e diretta, che stavolta fa pensare al compianto Tom Petty: puro rock’n’roll chitarristico, davvero godibile (e la presenza di Ambel ha un senso, qui è nel suo elemento); Every Once In A While è cadenzata, con un sapore errebi dato da una piccola sezione fiati ed un’atmosfera vintage, mentre Get Low è annerita, bluesata e paludosa, ancora con i fiati che fanno capolino ed un feeling notevole, un pezzo che fa capire che il nostro ha ascoltato molto anche Tom Waits.

Geek Love è una ballata pianistica decisamente intensa, con un mood romantico che contrasta con la voce roca di Kasey, ma riesce lo stesso a toccare le corde giuste (ed anche qui Waits fa capolino, il suo lato più melodico), mentre con Bulletproof Hearts torniamo al rock di stampo californiano, un brano terso, vibrante e che coinvolge fin dalle prime note; Lithium Blues è scura e cupa, un blues che pare influenzato dalle paludi della Louisiana, un pezzo di grande fascino e suonato in maniera splendida. A Lover’s Waltz è una canzone suggestiva, per voce, organo e viola, un brano di grande pathos che dimostra che Anderson non è solo un rocker, ma un musicista a tutto tondo; il CD si chiude con la lenta Clothes Off My Back, dalla calda atmosfera southern soul, e con la title track, uno slow elettrico dalla ritmica quasi tribale. Forse Kasey Anderson potrebbe non essere la persona più adatta alla quale prestare dei soldi, ma se vorrete dare un ascolto ai suoi Hawks And Doves secondo me non ve ne pentirete.

Marco Verdi

Uno Splendido Commiato Per Una Grandissima Artista! Joan Baez – Whistle Down The Wind

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Joan Baez – Whistle Down The Wind – Proper CD

Alla veneranda età di 77 anni, anche Joan Baez, dopo decenni di battaglie, ha deciso di appendere la chitarra al chiodo in grande stile, e cioè con un ultimo disco ed un ultimo tour. La storia della nostra musica è piena di finti addii, ma ultimamente certi annunci sono (purtroppo) diventati credibili, un po’ per problemi di salute (vedi il caso recente di Neil Diamond, affetto dal Parkinson), un po’ a causa della carta d’identità, come nel caso proprio della Baez. C’è da dire che Joan negli ultimi anni non è stata particolarmente attiva discograficamente: il suo ultimo album di studio, Day After Tomorrow, risale a ben un decennio fa, mentre due anni orsono venivamo deliziati dal bellissimo live autocelebrativo 75th Birthday Celebration. Per il suo ultimo disco, Joan ha fatto le cose in grande, prendendosi tutto il tempo necessario ma consegnandoci uno dei suoi lavori più belli in assoluto: Whistle Down The Wire è infatti un album splendido, con dieci canzoni scelte personalmente dalla Baez nel repertorio di altri artisti contemporanei (Joan è sempre stata principalmente un’interprete, anche se la sua Diamonds And Rust è una delle canzoni più belle degli anni settanta), eseguite con una classe che con l’età è ulteriormente aumentata. La voce non è più potente come negli anni sessanta (quando si diceva che potesse rompere un bicchiere di cristallo con un acuto), ma la limpidezza è rimasta inalterata, ed il tempo le ha conferito una profondità ed una serie di sfumature che prima erano meno evidenti.

Come produttore, Joan ha scelto uno dei migliori sulla piazza: Joe Henry, supremo architetto di suoni e grande musicista a sua volta, che ha portato in session un manipolo di strumentisti formidabili, tra cui il fido batterista Jay Bellerose, il bassista David Piltch e, soprattutto, il bravissimo Tyler Chester al piano (strumento chiave nel suono del disco) e gli altrettanto validi Greg Leisz e Mark Goldenberg alle chitarre. Il resto lo fa Joan, ancora perfettamente in grado di regalare emozioni nonostante l’età, a partire dalla title track, un brano di Tom Waits arrangiato in modo splendido, una folk ballad straordinaria, toccante, profonda, con la nostra che emana classe e carisma ogni volta che apre bocca. Con un inizio così il resto del CD è in discesa: Be Of Good Heart è un brano di Josh Ritter, e la Baez lo ripropone con una veste sonora molto classica: voce, una chitarra, mandolino, ottimi rintocchi di piano a riempire gli spazi (qui c’è lo zampino di Henry) ed una percussione leggera, e la bellezza della melodia fa il resto. Another World è una scelta sorprendente, in quanto è un pezzo di Anohni (cioè Anthony Hegarty, uno che personalmente non ho mai sopportato, fin dai tempi in cui faceva il controcanto a Lou Reed): Joan spoglia il brano da ogni orpello e lo riduce all’essenziale, voce, chitarra e percussione, riuscendo a farla sua senza problemi (non dimentichiamo che la Baez è anche una brava chitarrista), anche se come songwriting non è tra le mie preferite. Splendida per contro Civil War, una canzone portata in dote proprio da Joe Henry, una struggente ballata pianistica, suonata alla grande e cantata da Joan al meglio delle sue possibilità (che sono ancora altissime).

Mary Chapin Carpenter è una delle cantautrici più apprezzate dalla Baez, e la sua The Things We Are Made Of riceve dalla nostra un trattamento regale: la canzone, già bella di suo, viene impreziosita da un’interpretazione di grande intensità, con i soliti noti che ricamano di fino sullo sfondo (domina Leisz, un fenomeno). Zoe Mulford è un’autrice non molto conosciuta, in cui Joan si è imbattuta per caso sentendo un giorno alla radio (mentre era in macchina) la sua The President Sang Amazing Grace, restandone folgorata a tal punto che ha deciso di farla sua: canzone splendida, dal sapore leggermente gospel, lenta, pianistica e con una performance da pelle d’oca da parte della Baez, probabilmente il brano migliore del disco, sentire per credere. Dopo un pezzo del genere era dura mantenersi sullo stesso livello, ma Joan ci riesce con una versione sentita e molto folkeggiante di Last Leaf, secondo brano di Tom Waits. Anche Ritter fa il bis come autore, e Silver Blade è, manco a dirlo, interpretata da Joan in maniera scintillante, e resa quasi drammatica dall’accompagnamento forte e quasi marziale da parte della band. Per gli ultimi due brani la nostra musicista dai capelli d’argento si rivolge a due autori meno noti, Elisa Gilkyson e Tim Eriksen: The Great Correction è tra le più dirette ed orecchiabili, un pezzo dal sapore quasi country che si ascolta tutto d’un fiato, mentre I Wish The Wars Were All Over (un titolo emblematico per chiudere l’ultimo album di una che ha fatto del pacifismo una ragione di vita) è puro folk d’altri tempi, con un marcato feeling irlandese.

Un disco straordinario questo Whistle Down The Wind, che chiude alla grande una delle carriere più luminose della storia della nostra musica, e proprio per questo ancora più prezioso.

Marco Verdi

Chi E’ Costui? Forse Il Titolo Dice Tutto. Oscar Benton – I Am Back

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Oscar Benton – I Am Back – Munich Records/V2   

Oscar Benton è uno di quei classici artisti da “chi è costui?”. Non è il soul singer americano, quasi omonimo, Brook Benton, bensì un bluesman olandese, che iniziò la sua carriera già sul finire degli anni ’60, nel 1968 per la precisione, con un disco intitolato Feel So Good, uscito in pieno boom del British Blues, che aveva una sua fiorente controparte anche in Olanda, dove c’erano parecchie band di grande qualità e successo: Cuby+Blizzard i più noti, ma c’erano anche i Livin’ House, ed evidentemente la Oscar Benton Blues Band, che ammetto di ricordare poco https://www.youtube.com/watch?v=pVwQKiCRs0I . Ma il nome mi diceva comunque qualcosa: poi scorrendo i titoli di questo nuovo I Am Back, ho visto una canzone Bensonhurst Blues (sia pure revisited) che invece ricordo perfettamente. Un pezzo che ha avuto una vita travagliata: scritta ed incisa per la prima volta dal suo autore Artie Kaplan nel 1973, l’anno successivo era arrivata anche la versione di Benton, ma in entrambi i casi il brano non aveva avuto successo. Poi otto anni dopo viene inserita nella colonna sonora di un film poliziesco con Alain Delon Pour la Peau d’un Flic e diventa un successo europeo (negli anni 2000 ne ha fatta una versione italiana anche Celentano): una sorta di strana ballata di impianto blues/soul cantata con la voce potente e particolare di Benton, con un timbro tra Chris Farlowe e Tom Jones, con una frase musicale accattivante e una bella scrittura.

Ma prima e dopo per Benton (peraltro molto popolare in Olanda), il successo sarà quasi sempre un miraggio: questo pezzo lo ha inciso varie volte durante la sua carriera, che discograficamente si era interrotta nel 1994, ma proseguiva a fatica a livello concertistico, poi nel 2010 Oscar ha avuto un incidente a seguito del quale è entrato in coma, e la sua riabilitazione prosegue faticosamente tuttora; lo scorso anno Johnny La Porte, piccola leggenda del blues olandese, in qualità di leader dei Barrelhouse,, si è recato nella casa di riposo dove vive Oscar Benton, lo ha riportato in studio ed insieme hanno inciso questo I Am Back (anche se qualche anno fa era uscito anche un Oscar Benton Is Still Alive). La voce ovviamente non è più quella potente ed esplosiva di un tempo, ma il nostro amico si difende ancora con classe e mestiere.

LaPorte gli ha scritto dieci brani nuovi per l’occasione, che insieme ad un pezzo dello stesso Benton e alla ennesima ripresa della classica Bensonhurst Blues costituiscono un onesto album di blues e dintorni, più dintorni. Nell’album suona un buon gruppo di musicisti olandesi, con LaPorte alla chitarra e spesso anche al basso, con tastiere, sezione ritmica, voci femminili di supporto, salvo nella rivisitazione della canzone più nota, che viene riproposta con un arrangiamento atmosferico, scarno, solo chitarra, basso e cello, e una voce che assume tonalità quasi alla Tom Waits, bassa e minacciosa, molto diversa da quella più aperta ed invitante che aveva l’originale.

Ma il resto del disco è godibile: Benjamin Wilder, anche con un banjo nella strumentazione, è una bella ballata di stampo roots, con qualche reminiscenza alla Dirk Hamilton o Rod Stewart, addirittura una struttura melodica tipica delle ballate di Ian Hunter, veramente una bella canzone, I Am Back rimane all’incirca da queste parti, più orecchiabile, ma non banale, è una pop song di buona fattura, con la chitarra di LaPorte che la percorre in modo brillante. Like A Howlin’ Wolf, come suggerisce il titolo è decisamente più bluesata, ma siamo dalle parti di un rock-blues chitarristico piuttosto energico, e se l’ululato del lupo riproposto da Benton vocalmente può sembrare un po’ azzoppato, le chitarre e la band tirano di brutto; My Heart Skips A Beat è più sommessa e sognante, con un buon lavoro delle tastiere e della chitarra, e una melodia vincente, Fuzz’n’Fight, va di R&R con gusto e brio, I’ll Come Ridin’ è una canzoncina più innocua, mentre My Love Why, più complessa, melodrammatica ed “europea” è fin troppo carica, Blue Blues Singer remake, che è l’unico contributo di Oscar Benton come autore, francamente se la potevano risparmiare, abbastanza insulsa, la slide e un ritmo blues non la salvano. Meglio Better Stop Cryin’, tirata, bluesy e potente, anche se la voce leggermente filtrata e distorta non mi piace un granché https://www.youtube.com/watch?v=DD7gz7WZwdA, viceversa Brown Eyes è una deliziosa ballata elettroacustica, cantata con pathos e partecipazione da Benton, che conclude questa nuova fatica con Old, But Happy, una sorta di dichiarazione di intenti, dove fa capolino anche una discreta armonica che ne evidenzia il sapore country-blues.

Bruno Conti

Un Interessante Disco Di…Si Può Dire Folk-Punk? Whiskey Shivers – Some Part Of Something

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Whiskey Shivers – Some Part Of Something – Rhyme & Reason CD

Ecco una boccata d’aria fresca nel vasto sottobosco delle band americane indipendenti. I Whiskey Shivers non sono degli esordienti, hanno già tre dischi alle spalle ma tutti molto difficili da reperire, mentre questo Some Part Of Something dovrebbe godere di una distribuzione più capillare. Il gruppo è formato da cinque elementi di diverse provenienze (due texani, un newyorkese, uno dall’Oregon ed un altro dal Kentucky) e fa un tipo di musica molto particolare. Infatti i cinque potrebbero sembrare a prima vista una band di nuovi tradizionalisti, vista la strumentazione (Bobby Fitzgerald, voce solista e violino, Andrew VanVorhees, basso, James Gwyn alla batteria, Jeff Hortillosa alla chitarra e James Bookert al banjo), peccato che suonino con una foga inusitata, a volte con un ritmo talmente forsennato da far sembrare gli Old Crow Medicine Show delle mozzarelline: musica elettroacustica, di base folk, country e blues, ma eseguita con la stessa veemenza di una punk band. In più, i ragazzi sono dei fuori di testa mica da ridere, e hanno già un discreto zoccolo duro di fans che li seguono fedelmente nelle loro esibizioni dal vivo alle quali pare che sia impossibile assistere senza muoversi per tutto il tempo.

Ci sono anche brani più tranquilli in Some Part Of Something, ma anch’essi suonati con grande forza ed una discreta dose di sfrontatezza. La produzione, volutamente grezza, è nelle mani di Chris “Frenchie” Smith, uno che si è fatto un nome con gruppi di rock alternativo come Meat Puppets, Built To Spill e …And You Wil Know Us By The Trail Of Dead. L’opening track è indicativa dello stile dei nostri: Cluck Ol’Hen è un brano che potrebbe essere un folk tune dalla melodia tradizionale, ma l’arrangiamento obliquo quasi alla Tom Waits la fa diventare un blues malaticcio e sgangherato, ma stimolante. Like A Stone è un bluegrass suonato con la foga di una punk band, talmente veloce che è quasi arduo tenere il tempo per il batterista, il tutto condito da strumenti come banjo e violino; Long Gone è una deliziosa western tune di nuovo eseguita con estremo vigore, sulla scia degli Old ’97, lo vedrei bene come colonna sonora di un cowboy movie diretto da Quentin Tarantino. Southern Sisyphus è quasi normale, una gradevole ballata country-rock, ancora dominata da violino e banjo, voce leggermente filtrata ma un motivo diretto e piacevole, così come Gave Away, altro squisito bluegrass suonato e cantato in modo tradizionale, con tanto di botta e risposta voce-coro e ritmo accelerato ma non troppo, che dimostra che i WS sono bravi anche quando non escono dal seminato.

Il violino introduce Red Rocking Chair tracciando traiettorie irlandesi, ed anche il pezzo è più tipico della verde isola piuttosto che delle terre americane, mentre No Pity In The Rose City vede i nostri punkeggiare ancora alla grande, ritmo vorticoso ed energia fuori dal comune, andazzo che continua anche in Reckless, che però è più canzone ed è dotata di uno sviluppo maggiormente lineare: alla fine di entrambe però immagino i crampi alle mani dei cinque. Friday I’m In Love e Angelina Baker proseguono allo stesso modo, un vero e proprio treno in corsa, sembrano quasi i Pogues più country e con il turbo. Fuck You dona un attimo di tregua, anche se non è un granché (titolo raffinato compreso), meglio la folkeggiante Liquor, Beer, Wine & Ice, un limpido pezzo che piace al primo ascolto, dotato di una melodia limpida e dal ritmo cadenzato https://www.youtube.com/watch?v=BrA2odR1OEc ; finale in controtendenza con True Love (Will Find You In The End), languida e perfino malinconica, e con un bel motivo corale. Un gruppo interessante questo dei Whiskey Shivers, forse ancora da sgrezzare un po’ ma sulla buona strada per diventare una band tra le più innovative nel filone dei nuovi tradizionalisti.

Marco Verdi

Un Altro Dei Tanti “Piccoli Segreti” Del Cantautorato Americano. David Olney – Don’t Try To Fight It

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David Olney – Don’t Try To Fight It – Red Parlor Records

Con sorpresa mi sono accorto che di questo signore, David Olney, oltre quarant’anni di carriera, ventisette album registrati (compreso questo ultimo lavoro) di cui sei dal vivo, dalla nascita di questo “blog” non abbiamo mai recensito un disco, e quindi è giunto il momento di colmare questa grave dimenticanza. Il giovane Olney (nativo di Providence nel Rhode Island), si fa notare a soli 19 anni come leader di un gruppo che gravitava nell’area di Nashville, gli X-Rays, e nonostante un look “da ribelle” e una voce e una grinta alla Bob Seger (che spopolava in quei tempi), il buon David non riuscì ad imporsi sulla scena discografica, costringendolo quindi ad intraprendere una carriera da solista (con alle spalle, come detto, numerosi dischi, incisi con regolarità fin dagli anni settanta), con alcuni pregevoli lavori d’impronta acustica come Eye Of The Storm (78) e Deeper Well (88), passando anche attraverso il rock-boogie vicino a New Orleans nei solchi di Top To Bottom (91), prodotto da Fred James (Freddie And The Screamers), e edito dalla meritoria etichetta lombarda Appaloosa Records. Con l’ottimo Live In Holland (94) arriva il primo disco dal vivo, a cui seguiranno negli anni lavori importanti come Real Lies (97), Trough A Glass Darkly (99), The Well (03), Migration (05), senza dimenticare l’intrigante boxset di 3 EP che comprende Film Noir, The Stone e Robbery & Murder (12), fino ad arrivare ai più recenti lavori in studio Predicting The Past (con un bonus cd retrospettivo sulla sua carriera (13), e When The Deal Goes Down (14).

Per questo Don’t Try To Fight It David Olney (chitarra acustica e armonica), affida la produzione al polistrumentista Brock Zeman (pedal-steel e chitarre acustiche), per una strumentazione per lo più acustica, dove si possono ascoltare echi di valzer, il folk e il blues, che vengono suonati da fior di musicisti locali tra i quali Blair Hogan al basso, chitarre e mandolino, Tyler Kealey alla fisarmonica e pianoforte, Dylan Roberts alla batteria e percussioni, Steve Dawson al dobro, Michael Ball al violino, Wayne Mills al sassofono e alle armonie vocali la brava Kelly Prescott, per una decina di brani composti come sempre da Onley con John Hadley, di cui anche due scritti a quattro mani con due cantautori di cui ho perso da tempo le tracce, Kieran Kane e Kevin Welch. Il disco si apre alla grandissima con l’ottima If They Ever Let Me Out, un bellissimo rock-boogie dai sapori sudisti, impreziosito dalla voce di Kelly Prescott, a cui fanno seguito le atmosfere messicane, con fisarmonica d’ordinanza, di una serenata come Innocent Heart, il blues spettrale e spiazzante di Don’t Try To Fight It (dove si sente lo zampino di Kieran Kane), cantato con voce sgraziata à la Tom Waits da David, per poi passare ad una bellissima ballata elettroacustica come Ferris Wheel. con un arrangiamento “irlandese”composto da violino, dobro, fisarmonica e pedal steel. Si prosegue ancora con un blues inciso come “Dio comanda”, Crack In The Wall, voce in evidenza e chitarra elettrica trascinante, mentre la seguente Situation è una divertente country song; viene rispolverato pure il rock-blues d’annata, con una trascinante Sweet Sugaree, dove si evidenzia la bravura di Wayne Mills al sax, per poi tornare alle dolci atmosfere di Evermore, caratterizzate da un inconsueto binomio tra fisarmonica e cello. Ci si avvia alla fine con il country “bucolico” di una Yesterday’s News, e il blues lievemente sgangherato di Big Top Tornado (che vede come coautore Kevin Welch), eseguito in stile quasi alla John Trudell e affini.

Questo più che arzillo quasi settantenne, deve essere stato scaraventato a sua insaputa nella piscina di Cocoon,  ha avuto nel corso degli anni il riconoscimento di colleghi del calibro di Steve Earle, Emmylou Harris, Johnny Cash, Linda Ronstadt, e anche il meno noto Del McCoury, che hanno inciso e cantato alcune delle sue canzoni, facendolo diventare un artista di “culto”, uno che ha sempre inciso per il piacere di fare musica, senza mai cercare il successo o la visibilità commerciale. Come accennato nel titolo del Post, David Olney rimane un altro dei “grandi dimenticati” della canzone d’autore americana, uno “storyteller” (o cantastorie se preferite) straordinario, un grande visionario dalla voce calda e dal gusto melodico, un “camaleonte” capace di mantenere  negli anni un livello qualitativo elevato nelle sue canzoni che, sono sicuro, molti altri cantautori sopravvalutati (che ci sono purtroppo in giro), farebbero carte false per avere nel proprio repertorio. Questo “artigiano” della canzone d’autore Americana, sebbene nella sua carriera abbia raccolto meno di quello che ha seminato, con questo nuovo Don’t Try To Fight It ha dipinto forse un suo piccolo capolavoro, un disco che merita assolutamente di essere ascoltato, sicuramente un lavoro che tocca svariati generi, ma sappiamo che la buona musica, oltre a non avere età ne tantomeno stagioni non è di solito legata a stili specifici , il che certifica senza alcuna ombra di dubbio che David Olney (uno  che non ha mai fatto un disco brutto), è uno dei tanti tesori nascosti del panorama musicale, e quindi, come diceva il famoso maestro Manzi, non è mai troppo tardi per scoprirlo.

Tino Montanari

Dopo Trent’Anni E’ Ancora Una Goduria! Roy Orbison – Black & White Night 30

roy orbison black and white night

Roy Orbison – Black & White Night 30 – Legacy/Sony CD/DVD – CD/BluRay

Nella seconda metà degli anni ottanta ci fu una meritoria operazione di revival per quanto riguardava il grande Roy Orbison, uno degli originali rock’n’roller del periodo d’oro della Sun Records: dopo i fasti (e le tragedie personali) degli anni cinquanta e sessanta, la figura di Roy cadde nel dimenticatoio per tutti i settanta (anche se in quel periodo continuò ad incidere) e soprattutto nel primo lustro degli eighties; il primo a tirare fuori il nostro dalla naftalina fu il regista David Lynch, che nel suo controverso ma famoso film Blue Velvet diede una parte centrale alla canzone In Dreams. Poi ci fu il Grammy vinto per il duetto con k.d. lang in Crying, e nel 1987 il doppio album In Dreams, contenente versioni rifatte da capo a piedi dei suoi classici. Ma la parte centrale dell’operazione di recupero di “The Big O” fu il concerto tenutosi nel Settembre del 1987 al piccolo Cocoanut Grove di Los Angeles, un evento che rimarrà negli annali come Black & White Night, in quanto il bianco e nero era sia il dress code della serata che la tecnica con cui venne girato il filmato. Il concerto ebbe un enorme successo (passò via cavo per la HBO ed uscì anche al cinema), tanto che dopo due anni uscì anche in CD e VHS (ed in DVD diversi anni dopo): peccato che nel 1989 il vecchio e malandato cuore di Orbison avessa già ceduto, senza avere il tempo di godersi il successo del suo vero e proprio comeback album, lo splendido Mystery Girl (invece riuscì a vedere il suo nome di nuovo in testa alle classifiche con il primo disco del supergruppo dei Traveling Wilburys, formato con George Harrison, Bob Dylan, Tom Petty e Jeff Lynne).

Oggi i figli di Roy, curatori degli archivi dopo la morte della madre Barbara (che era anche la manager del nostro, oltre che la seconda moglie), ripubblicano quella storica serata nel trentennale del suo svolgimento (ma sono già passati trent’anni? Quasi), in un’elegante confezione contenente sia il CD che il DVD (o, per la prima volta, il BluRay), ed aggiungendo anche dei bonus per rendere il piatto ancora più succulento. Le cose che saltano all’occhio (e all’orecchio) sono la nitidezza dell’immagine nonostante il bianco e nero e la purezza del suono, completamente rimasterizzato, ma soprattutto il fatto che per questa edizione tutto il filmato sia stato rimontato da capo a piedi, utilizzando riprese inedite effettuate con telecamere diverse da quelle del video originale, rendendolo quindi accattivante anche per chi possedeva il vecchio DVD o VHS. Ed è un immenso piacere godere nuovamente di quella magica serata, che vede in Roy un frontman carismatico ed in forma smagliante, accompagnato da una house band coi controfiocchi, la TCB Band, ovvero il backing group di Elvis Presley negli ultimi anni di carriera: Glen D. Hardin al piano, Jerry Scheff al basso, Ron Tutt alla batteria e soprattutto l’inarrivabile chitarrista James Burton, che sarà il vero protagonista della serata, dopo Roy ovviamente.

Ma questa Black & White Night è passata alla storia anche per la quantità impressionante di “amici” sul palco ad accompagnare Orbison, un vero e proprio parterre de roi che comprende un insieme di backing vocalists composto da Jackson Browne, J.D. Souther, Steven Soles, Bonnie Raitt, Jennifer Warnes e k.d. lang, più un trio di chitarristi formato da Bruce Springsteen, Elvis Costello e T-Bone Burnett (che è anche il cerimoniere), e Tom Waits all’organo e chitarra acustica (completano il quadro Mike Utley alle tastiere, Alex Acuna alle percussioni ed un quartetto d’archi). E la cosa che si nota è che nessuno degli ospiti invade lo spazio di Roy, non ci sono neppure duetti (solo il Boss armonizza con il leader in due brani, Uptown eDream Baby https://www.youtube.com/watch?v=ANy4x3wgTSA ), anzi guardano al nostro con immenso rispetto e devozione, quasi intimoriti dal suo particolare carisma (Orbison ha sempre avuto una presenza magnetica pur non muovendo un muscolo durante le sue esibizioni, tanto bastava la sua voce formidabile per entusiasmare): la sola presenza di Waits, uno che fa fatica a muoversi anche per promuovere sé stesso, è indicativa in tal senso. E’ quindi, lo ribadisco, un immenso piacere riascoltare (e rivedere) il grande Roy alle prese con le sue inimitabili ballate, veri e propri classici quali Only The Lonely https://www.youtube.com/watch?v=4YG__LBJVZ0 , In Dreams, Crying (cantata da solo nonostante la presenza della lang), It’s Over, Running Scared, Blue Bayou, canzoni nelle quali la voce allo stesso tempo gentile e potente del nostro è davvero l’arma in più; ma se Roy è famoso più che altro come balladeer, in questo concerto ha grande spazio anche l’Orbison rocker, con versioni strepitose e coinvolgenti Dream Baby, Mean Woman Blues (durante la quale Roy gigioneggia e si diverte con il suo tipico brrrrrrrr), e due incredibili versioni di Ooby Dooby e Go!Go!Go! (Down The Line), con Burton che fa letteralmente i numeri con la sua sei corde.

Ci sono anche un paio di brani nuovi, che finiranno due anni dopo su Mystery Girl (la marziale The Comedians, scritta da Costello, e la pimpante (All I Can Do Is) Dream You), ed un gran finale con una Oh, Pretty Woman da urlo, più di sei minuti di grande rock’n’roll con Burton che sotterra tutti nella jam finale, entusiasmando non poco il pubblico del piccolo club (nel quale si riconoscono Kris Kristofferson, Billy Idol e l’attore Patrick Swayze). Abbiamo detto dei bonus, sia nella parte audio che video: due nel concerto principale (la lenta Blue Angel, assente anche dalla trasmissione televisiva dell’epoca, ed una versione alternata e più sintetica di Oh, Pretty Woman), più un mini-concerto segreto tenutosi a fine serata e con un pubblico ristretto, cinque canzoni che erano presenti anche nella setlist principale, ed eseguiti più o meno allo stesso modo (ma Claudette secondo me è più riuscita), che nel CD sono assenti ma proposti a parte come download digitale con tanto di codice, una pratica piuttosto antipatica a mio parere. Conclude il tutto un documentario di poco più di dieci minuti con immagini tratte dalle prove e brevi interviste ad alcuni ospiti della serata, un filmato interessante ma forse non indispensabile. Black & White Night era uno dei migliori live degli anni ottanta, ed in assoluto una delle cose migliori della carriera di Roy Orbison, e questa ristampa ce lo riconsegna in tutto il suo splendore.

Marco Verdi

Un Bel Dischetto, Forse Fin Troppo Corto! Jon Dee Graham – Knoxville Skyline

Un Bel Dischetto, Forse Fin Troppo Corto! Jon Dee Graham – Knoxville Skyline

Jon Dee Graham – Knoxville Skyline – JonDeeCo EP/CD

Jon Dee Graham, ex Shunks e True Believers, è uno dei tantissimi outsiders americani, un vero e proprio musicista di culto. Texano di Austin, ottimo chitarrista, ha suonato su dischi di gente come Ry Cooder, John Doe, Calvin Russell, Kelly Willis, The Gourds, Ray Wylie Hubbard e James McMurtry, oltre che con il vecchio compagno nei Believers Alejandro Escovedo, e come solista ha una carriera ormai ventennale, anche se non ha mai non solo sfondato, ma neppure raggiunto uno status di semi-celebrità. La sua musica, genuinamente roots con marcati elementi rock e blues, è sempre stata troppo autentica per poter avere il benché minimo appeal commerciale, ma Jon Dee se ne è sempre fregato e ha sempre tirato dritto, fino a rimanere senza contratto (in passato ha inciso anche per la New West) ed a doversi autodistribuire. Il suo ultimo album, Garage Sale, risale a quattro anni fa, ed il fatto che Jon ormai trovi difficile persino scrivere canzoni con continuità, oltre che inciderle e pubblicarle, è dimostrato dal fatto che questo nuovissimo Knoxville Skyline contiene solo cinque brani, per un totale di appena venti minuti.

Un EP quindi, più che un album vero e proprio, un supporto molto in voga negli anni sessanta ma che oggi non realizza quasi più nessuno: eppure Graham aveva queste canzoni, e ha giustamente sentito l’urgenza di condividerle con chi in questi anni non lo ha mai abbandonato, è andato in uno studio proprio nella cittadina del Tennessee citata nel titolo con l’assistenza alla produzione di John Harvey, e nel giro di pochi giorni e con una band ridotta all’osso (Tim Lee alla chitarra e voce, Susan Bauer Lee al basso e voce, Chris Bratta alla batteria, Michael Ramos all’organo e Mary Podio alla voce) ha messo a punto questo ottimo dischetto di pura Texas roots music, nel suo tipico stile rauco e sfiorato dal blues, con le chitarre sempre in primo piano e la sua voce alla Tom Waits, un mini CD pienamente riuscito in quanto contiene cinque canzoni di livello più che buono, che però alla fine lascia un po’ di amaro in bocca a causa della sua durata esigua.

(Things Might Turn Out) Right, che apre il disco, è un pezzo sinuoso e bluesato, cantato con la consueta voce “catramosa” dal nostro, una bella slide ed un’andatura piacevole ed accattivante (qualcuno potrebbe definirla una canzone sexy); Dan Stuart’s Blues, dedicata affettuosamente all’ex leader dei Green On Red (un grande gruppo purtroppo oggi dimenticato anche dalle case discografiche), è lenta, notturna e desertica, con Jon che più che cantare parla su un tappeto musicale molto rilassato, ed il pezzo, grazie anche al particolare timbro di voce del texano, è indubbiamente affascinante. Un bel riff chitarristico apre Shoeshine Charlie, un brano roccato e diretto, ben sostenuto da un ottimo motivo, un gran bel pezzo rock in poche parole, forse il migliore del dischetto (ed anche il suono grezzo e poco smussato in questo caso lo vedo come un punto a favore), mentre Ballad Of Barbara And Steve è elettroacustica e più pacata, ma sempre fluida, distesa e con un bel refrain: se non fosse per la voce di Graham potrebbe avere similitudini con il Neil Young più bucolico. L’EP si chiude, ahimè troppo presto, con la lenta Careless Prayer, intensa, polverosa e dal tono vissuto: spero che questo Knoxville Skyline sia solo l’antipasto per qualcosa di più corposo che possa seguire a breve, e che non si debbano aspettare altri quattro anni per avere la miseria di cinque canzoni.

Marco Verdi

Tra Jazz E Musica D’Autore: Due Fulgidi Esempi! Madeleine Peyroux – Secular Hymns/John Scofield – Country For Old Men

madeleine peyroux secular hymns

Madeleine Peyroux – Secular Hymns – Impulse/Verve CD

John Scofield – Country For Old Men – Impulse/Verve CD

Oggi si parla di jazz, genere musicale che conta una lunga schiera di appassionati, ma anche parecchi che non lo possono soffrire, e quindi ho scelto due dischi non proprio di jazz purissimo, ma con caratteristiche tali da renderli fruibili per tutti.

Madeleine Peyroux, raffinata cantante americana di origini francesi, ha esordito esattamente vent’anni fa con il notevole Dreamland, anche se ha poi fatto passare ben otto anni per dargli un seguito, Careless Love, che è comunque diventato un grande successo (sei milioni di copie vendute), anche inatteso dato la natura poco commerciale della musica in esso contenuta. Da quel momento per Madeleine si sono cominciati a fare paragoni illustri, scomodando addirittura sua maestà Billie Holiday, e comunque lei non si è montata la testa ma ha continuato a fare la sua musica, senza inflazionare il mercato, centellinando la sua produzione, con esiti più che egregi e dischi molto belli che rispondono ai titoli di Half The Perfect World (splendido), Bare Bones, Standing On The Rooftop e The Blue Room. Il punto di forza della Peyroux è naturalmente la voce, che intelligentemente è sempre stata accompagnata da strumentazioni parche e suonate in punta di dita, facendo così risaltare il suo affascinante timbro e la sua forte capacità interpretativa: Madeleine scrive anche diverse canzoni, ma secondo me il meglio lo dà quando rilegge i classici (del genere jazz ma anche pop e rock), riuscendo a personalizzarli con la sua classe sopraffina. Secular Hymns, che inaugura il nuovo contratto con la Verve e giunge tra anni dopo The Blue Room, vede la cantante esibirsi solamente in qualità di interprete, e con una serie di arrangiamenti ridotti all’osso come mai aveva fatto prima d’ora, in modo da far brillare ancora di più la sua voce e la bellezza della canzoni. Infatti, accanto alla Peyroux stessa (che si accompagna alla chitarra acustica ed al guilele, penso una sorta di ibrido tra chitarra ed ukulele), in questo Secular Hymns suonano solo altri due musicisti, il chitarrista elettrico John Herington ed il bassista acustico Barak Mori (entrambi anche ai cori, e ho fatto anche la rima…), che ricamano con grande finezza attorno alla leader, con estrema creatività, riempiendo gli spazi nel migliore dei modi, specie Herington (già con gli Steely Dan e con il Donald Fagen solista), che si rivela in possesso di un fraseggio eccellente.

Madeleine in questo disco recupera canzoni recenti e passate, conosciute ed oscure, dandoci un lavoro di grande piacevolezza, senza annoiare mai , un album fatto per il puro piacere di suonare:  a partire dall’iniziale Got You On My Mind, un oscuro brano degli anni cinquanta, che comincia con solo basso e voce, poi entrano le chitarre (splendida per pulizia quella di Herington) e la nostra che ci dà subito un saggio della sua classe, con i tre che coniugano grande perizia tecnica ed immediatezza. Tango Till They’re Sore (di Tom Waits) è quasi cabarettistica, con un uso geniale degli strumenti e la Peyroux che giganteggia con la sua ugola strepitosa, mentre Highway Kind è un pezzo di Townes Van Zandt, e qui siamo abbastanza lontani dallo stile del grande texano, con la fusione di folk, jazz e canzone d’autore ed un’interpretazione da brividi per intensità; la mossa Everything I Do Gonna Be Funky, di Allen Toussaint, dona brio al disco, riuscendo a mantenere l’atmosfera di New Orleans anche in questa veste spoglia, mentre If The Sea Was Whiskey è uno scintillante blues di Willie Dixon, con John strepitoso alla slide (sembra Ry Cooder), e Madeleine che fa la sua bella figura anche come blues woman. Hard Times è la canzone più nota del lavoro, un’antica composizione di Stephen Foster ed uno dei classici assoluti del songbook americano, ma la nostra brava vocalist le dona nuova linfa, con un accompagnamento ancor di più ridotto ai minimi termini: classe pura; Hello Babe (altro brano abbastanza oscuro) è puro jazz, il pezzo fin qui più simili alle capostipiti del genere (non solo Holiday, ma anche Sarah Vaughn e Bessie Smith), con Madeleine che modula la voce a suo piacimento, altro pezzo sofisticato e sublime, mentre More Time  ha un’atmosfera quasi anni anni sessanta. L’album, 33 minuti di puro piacere, si chiude con la deliziosa Shout Sister Shout (di Sister Rosetta Tharpe), tra jazz e gospel, e con Trampin’, un traditional folk-blues che Madeleine ci presenta in perfetta solitudine, voce e chitarra, ennesima perla di un disco quasi perfetto.

john scofield country for old men

John Scofield, chitarrista dell’Ohio, è invece sulla braccia da quasi quarant’anni, ed è in possesso di un pedigree di tutto rispetto, avendo collaborato con gente del calibro di Miles Davis, Charles Mingus, Herbie Hancock e Pat Metheny, tra i tanti, e nel corso della sua carriera ha suonato di tutto, dal jazz puro, al free, al jazz-rock alla fusion, al blues, ma un disco country non lo aveva mai inciso. Intendiamoci, Country For Old Men è tale soprattutto nel titolo e nella scelta delle canzoni, veri e propri classici del genere (con qualche sorpresa), dato che John interpreta i vari brani nel suo ormai assodato stile, ed in compagnia di un ristretto manipolo di colleghi (Larry Goldings al piano ed organo, Steve Swallow al basso e Bill Stewart alla batteria): a differenza quindi del disco della Peyroux, questo Country For Old Men è più strumentato, maggiormente elettrico e più incline a lasciar spazio alle improvvisazioni, allungando spesso anche di molto le durate originali (cosa logica dal momento che non ci sono parti vocali, la vera voce è la chitarra di John, che ricama da par suo), ma ha in comune la classe e la capacità di intrattenere senza annoiare, anzi riuscendo a rendere piacevole un genere musicale che può spesso risultare ostico. A partire da Mr. Fool, un brano di George Jones, con John che mantiene intatta la melodia, ben doppiato da Goldings (vero alter ego del nostro in questo disco), e rendendola soffusa ma nello stesso tempo distesa e rilassata. I’m So Lonesome I Could Cry, grande classico di Hank Williams, è molto più jazzata e “free”, con il motivo originale che ogni tanto spunta, ma con John ed i suoi che fanno di tutto per creare diversi paesaggi sonori e portare il pezzo sulle loro abituali latitudini, mentre con Bartender’s Blues di James Taylor (che certo non era un brano country), John invade anche territori soul, grazie all’organo di Larry.

La classica Wildwood Flower è subito riconoscibile e godibile, anche se l’accompagnamento è decisamente jazz, ma i nostri non perdono mai di vista la melodia, mentre il traditional Wayfaring Stranger diventa un raffinatissimo brano tra afterhours e blues, suonato in punta di dita ed ancora con Goldings strepitoso. Il disco continua così, godibile e rilassante canzone dopo canzone, con alcuni pezzi vicini al mood originale (Jolene di Dolly Parton, anche se poi i quattro partono per la tangente per una bellissima jam di sette minuti e mezzo), altri dove si lascia più spazio all’improvvisazione (Mama Tried di Merle Haggard). Just A Girl I Used To Know, di Jack Clement, è suonata in maniera rigorosa ma splendida, mentre la nota Red River Valley ha un ritmo altissimo e quasi rock, per poi riabbassare i toni con la soffusa ballad You’re Still The One di Shania Twain, che dimostra  che il nostro non ha pregiudizi di sorta verso brani più commerciali.

Due CD davvero ottimi, anche se non amate alla follia il jazz: perfetti per allietare le vostre prossime serate autunnali.

Marco Verdi