Lo Springsteen Della Domenica: L’Aria Di Casa Fa Sempre Bene! Bruce Springsteen & The E Street Band – Brendan Byrne Arena 1981

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Brendan Byrne Arena 1981 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Mi rendo conto che non è facile avere a che fare ogni mese con un album dal vivo di Bruce Springsteen e dover trovare nuovi aggettivi per descriverlo, dato che stiamo parlando del miglior performer di musica rock sulla faccia della terra e poi perché chi cura i suoi archivi live cerca sempre di scegliere per il meglio. A fianco quindi di concerti universalmente riconosciuti storici come Roxy 1975 oppure Agora Ballroom e Passaic 1978 spesso vediamo spuntare serate magari non così famose ma ugualmente spettacolari: è il caso per esempio della penultima uscita, Gothenburg 2012, show al quale nella recensione avevo attribuito un ipotetico punteggio di cinque stelle. Ebbene, a conferma che tutto è relativo, se al concerto in terra svedese di otto anni fa ho dato il massimo, per la performance di cui mi accingo a scrivere di stelle dovrei darne sei o sette.

Stiamo parlando infatti di una serata della tournée di The River del 1981 (il 9 luglio) alla Brendan Byrne Arena di East Rutherford in New Jersey, quindi il miglior tour di sempre del Boss (*NDB Confermo, io ero presente alla data all’Hallenstadion di Zurigo dell’11 aprile) assieme a quello del 1978, in una location “casalinga” nella quale il nostro è sempre stato portato a dare qualcosa di più. Il concerto, poco meno di tre ore, è quanto di più vicino ci sia alla perfezione, con il nostro e la sua E Street Band che riescono a mantenere la performance su livelli di assoluta eccellenza dalla prima all’ultima canzone ed una scaletta decisamente spostata sul lato rock’n’roll, anche se quando è il turno delle ballate i brividi e la pelle d’oca si sprecano. Già l’inizio, con una delle migliori Thunder Road mai sentite, è commovente (ci si può commuovere fin dalla prima canzone? In un concerto di Springsteen sì), ma poi abbiamo un uno-due al fulmicotone con Prove It All Night (grande assolo di chitarra) e The Ties That Bind, seguite dalla sempre splendida Darkness On The Edge Of Town. Dopo una versione quasi a cappella di Follow That Dream di Elvis ed una struggente Independence Day con tanto di dedica da parte di Bruce a suo padre, abbiamo due scintillanti Two Hearts e The Promised Land seguite da una folkeggiante e lenta ripresa dell’inno americano non ufficiale This Land Is Your Land, preceduto da un’invettiva del nostro verso un idiota del pubblico che ha fatto scoppiare un petardo (“Se lo individuate, buttatelo fuori a calci”) e dal capolavoro The River.

Dopo una maestosa Trapped di Jimmy Cliff ecco il momento più rock’n’roll della serata, con una sequenza da lasciare senza fiato che vede una dopo l’altra Out In The Street, Badlands, You Can Look (But You Better Not Touch), Cadillac Ranch e Sherry Darling. Dopo il consueto singalong di Hungry Heart Bruce dà il colpo di grazia al pubblico, invitando sul palco Gary U.S. Bonds e cantando con lui la travolgente Jole Blon e lasciandogli il microfono per una scoppiettante This Little Girl (brano scritto dal Boss). Ancora due toccanti ballate (l’inedita Johnny Bye-Bye e Racing In The Street) subito doppiate da due esplosive riletture di Ramrod e Rosalita; i bis, oltre ad una immancabile Born To Run, ci regalano due favolose versioni di Jersey Girl di Tom Waits (che il nostro non manca mai di eseguire quando si esibisce nel suo stato di nascita) e di Jungleland, che vede la solita prestazione strepitosa di Roy Bittan. Il finale, con un eccezionale Detroit Medley di un quarto d’ora, riesce a stendere i pochi spettatori ancora in piedi.

Altro concerto imperdibile quindi (cominciano ad essere tanti): il prossimo episodio dovrebbe farci tirare un po’ il fiato, in quanto vedrà Bruce sul palco come protagonista solitario in una serata svedese del 2005.

Marco Verdi

Semplicemente Uno Dei Migliori Tributi Degli Ultimi Tempi. VV.AA. – Come On Up To The House: Women Sing Waits

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VV.AA. – Come On Up To The House: Women Sing Waits – Dualtone CD

Il destino di Tom Waits è comune a quello degli altri grandi songwriters del panorama mondiale, da Bob Dylan in giù, è cioè quello di vedere molte delle loro composizioni rifatte da colleghi più o meno famosi con risultati a volte superiori agli originali, talvolta in termini di qualità e più spesso di popolarità e vendite. Tra l’altro Waits in passato non è mai stato tenero verso le sue canzoni rivisitate da altri, pur non negandone l’utilizzo (una volta Glenn Frey disse che il Tom non era per niente contento della versione degli Eagles di Ol’ 55, ma cambiò idea quando vide l’assegno), ma negli ultimi anni si è un po’ ammorbidito, arrivando persino a produrre nel 2001 Wicked Grin, album del bluesman John Hammond composto unicamente da brani dell’artista di Pomona. Sul finire del 2019/inizio 2020 è uscito un tributo molto particolare alle canzoni di Tom, Come On Up To The House, che come fa intuire il sottotitolo Women Sing Waits è formato unicamente da cover incise per l’occasione da donne, siano esse gruppi o soliste.

Waits ha sempre avuto un debole per l’universo femminile, e ha scritto alcune delle più belle canzoni d’amore dagli anni settanta in poi, e questo disco è una sorta di ringraziamento ed apprezzamento che il sesso opposto ha rivolto al cantautore californiano, un tributo bellissimo, intenso e toccante da parte di artiste più o meno note, un disco che suona decisamente unitario nonostante sia stato suonato e prodotto da musicisti diversi. Il produttore esecutivo dell’album è Warren Zanes, ex chitarrista dei Del Fuegos (il quale ha confessato nelle note interne al CD di essere stato introdotto all’arte di Waits da sua madre), che si è occupato di reclutare le artiste per questo tributo, lasciando però loro mano libera sulla scelta di produttore e musicisti (questi ultimi non sono indicati nella confezione, unica pecca del progetto). Come On Up To The House è quindi un disco splendido, con interpretazioni di alto livello emozionale almeno nel 90% dei casi, che forse non superano gli originali (o le cover più famose) ma di certo si avvicinano molto; piccola curiosità: l’album di Waits più “saccheggiato” con ben cinque canzoni su dodici totali è Mule Variations, ovvero il miglior disco di Tom da Rain Dogs in poi, e quindi degli ultimi 35 anni.

Si inizia con il brano che intitola la raccolta, affidato alle Joseph (un trio tutto al femminile di Portland, Oregon): un pianoforte solitario apre la canzone subito assistito da una voce suadente, e la struttura del brano resta invariata tranne che per l’intervento di un violino solista prima, di un quartetto d’archi dopo e di un suggestivo coro verso la fine. Una cover intima e profonda, che dà il via al disco nel modo migliore. Hold On è la più bella canzone di Mule Variations ed una delle migliori del songbook waitsiano, e qui viene affidata alla brava Aimee Mann, che la tratta coi guanti bianchi fornendo un’interpretazione in puro stile rock ballad, inventandosi un arrangiamento soffuso con il ritmo scandito da uno shaker ed una chitarrina elettrica sullo sfondo: grande classe. Molto bella anche Georgia Lee, cantata in maniera emozionante da Phoebe Bridgers (giovanissima cantautrice “indie” di Los Angeles), anche qui con l’accompagnamento ridotto all’osso che fa risaltare la melodia e la bella voce di Phoebe, mentre Ol’ 55 non può prescindere dalla famosa versione degli Eagles, ed infatti la cover delle sorelle Shelby Lynne e Allison Moorer si ispira più a quella della band californiana che all’originale di Tom: le due sisters sono come al solito bravissime e la loro rivisitazione dal sapore western ballad è splendida, tra le migliori del lotto.

Angie McMahon, una songwriter australiana che ha debuttato lo scorso anno, propone una rilettura molto rarefatta di Take It With Me, con la voce in primo piano e sonorità d’atmosfera e quasi ambient, ma con un risultato di grande fascino (anche per la bellezza del brano); Jersey Girl è ormai diventata una canzone più di Bruce Springsteen che di Waits, con il Boss che ciclicamente la riprende dal vivo soprattutto quando si esibisce vicino a casa: qui il pezzo è nelle mani di Corinne Bailey Rae (brava cantante britannica che era anche tra le protagoniste di Joni: The River Letters, splendido tributo del 2007 a Joni Mitchell da parte di Herbie Hancock), che la affronta con bella voce limpida ed espressiva ed una strumentazione molto waitsiana, cioè con base folk-rock quasi classica ma con un marimba in evidenza, per un’altra cover estrememente piacevole (anche se vi confesso che se fossi stato io al posto di Zanes per questo brano avrei pensato a Patti Scialfa, per motivi che non sto neanche a spiegarvi). E’ il momento di due pezzi da novanta, cioè Patty Griffin che emoziona con una sontuosa versione pianisitica di Ruby’s Arms, rilettura da brividi lungo la schiena grazie anche all’interpretazione vocale di Patty, e Rosanne Cash che propone la stupenda Time in puro stile da cantautrice raffinata, alla James Taylor, con i suoni dosati alla perfezione dal marito John Leventhal.

La texana Kat Edmonson, con la produzione di Mitchell Froom, ci regala una curiosa You Can Never Hold Back Spring, riletta come se fosse una jazz ballad alla Billie Holiday con classe, bravura e creatività, mentre la bravissima Iris DeMent riveste la toccante House Where Nobody Lives con una deliziosa patina country, ed anche qui la voce fa la differenza. Downtown Train è uno dei brani più celebri di Waits, grazie soprattutto alla cover di grande successo da parte di Rod Stewart (cover che mi è sempre piaciuta nonostante l’arrangiamento “rotondo”, ma più di recente l’ha incisa anche Bob Seger con ottimi risultati): l’ex Jimmy Eat World Courtney Marie Andrews ne fornisce una versione cadenzata anche se leggermente meno strumentata di quella del biondo cantante scozzese, lasciando però intatta la straordinaria melodia e mettendo in evidenza il pianoforte ed un chitarrone “twang”. Il CD si chiude con Tom Traubert’s Blues (della quale ricordo una bella versione dei Pogues), affidata alla band di Los Angeles The Wild Reeds (composta per quattro quinti da donne), una cover discreta che però manca un po’ di pathos, un finale in tono minore che però non inficia affatto il giudizio complessivo sul valore dell’album, un tributo splendido che mi sento di consigliare non solo ai fans di Tom Waits ma agli amanti dell’ottima musica in generale.

Marco Verdi

Un Altro Figlio D’Arte, Però Di Quelli Bravi! Dustin Welch – Amateur Theater

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Dustin Welch – Amateur Theater – Super Rooster CD

Terzo album per Dustin Welch, singer-songwriter nato in Texas ma cresciuto a Nashville che non è altro che il figlio di Kevin Welch, musicista dalla lunga ed impeccabile carriera (e qui mi sono reso conto di quanto il tempo passi inesorabile, dato che ricordo come fosse ieri quando all’inizio degli anni novanta rimasi entusiasta dei primi due album di Kevin, Kevin Welch e Western Beat, ed ora mi trovo a recensire suo figlio). Dustin, che è cresciuto letteralmente a pane e musica, ha esordito nel 2009 con Whisky Priest, al quale ha dato seguito nel 2013 con Tijuana Bible: ora torna dopo ben sei anni di silenzio con questo Amateur Theater, e ci consegna quello che a tutti gli effetti è il suo disco migliore. Dustin evidentemente non è uno che ha fretta di incidere, ma preferisce lasciare crescere le canzoni dentro di lui ed andare in studio quando è veramente pronto; in questi sei anni poi è ulteriormente maturato, e Amateur Theater lo dimostra appieno racchiudendo in poco più di tre quarti d’ora tutte le sue influenze. Sì, perché Welch Jr. non è solo un cantautore con il country nelle vene come il padre (cosa che sarebbe peraltro ben accetta), ma il suo suono nasconde anche elementi rock, blues e perfino jazz, con momenti in cui sembra che la sua fonte di ispirazione principale sia addirittura Tom Waits.

Amateur Theater è quindi un lavoro creativo, nel quale vengono utilizzate anche strumentazioni non scontate, ed al quale hanno collaborato diversi artisti di nome: oltre al padre, che compare in più di un pezzo, troviamo infatti Cody Braun dei Reckless Kelly al violino, il bravissimo John Fullbright all’organo, Bukka Allen (figlio di Terry) al piano e Cary Ann Hearst, la metà femminile dei duo Shovels & Rope, alle backing vocals ed alla scrittura in un pezzo. L’inizio del disco, Stick To The Facts, è quasi spiazzante, con un’introduzione per quartetto d’archi che si trasforma in una rock song cadenzata e contraddistinta dalla voce quasi sgraziata (ma solo in questa canzone) di Dustin, davvero alla Waits: i violini non escono dal brano e fanno capolino qua e là, creando un effetto intrigante. Una tromba dal sapore jazzato introduce Forgotten Child, che nella melodia lascia intravedere tracce dello stile del genitore, anche se l’arrangiamento è quello di un brano urbano e notturno, a differenza di The Player che è rock al 100%, con ritmica pulsante ed uno sviluppo diretto e piacevole, nonostante una linea melodica complessa. Paranoid Heart è una tenue ballata, la prima decisamente da cantautore classico, con un bel accompagnamento basato su chitarra, dobro, piano ed organo ed un motivo molto bello (qui l’influenza del padre è abbastanza palese).

Dresden Snow è introdotta da un suggestivo coro e poi prosegue con il discorso da balladeer iniziato con il brano precedente, mentre Man Of Stone è una canzone attendista e con una certa tensione iniziale, alla quale la combinazione di chitarre, piano, violino e cello dona un sapore particolare. After The Music vede papà Kevin partecipare sia in qualità di autore (come nel pezzo precedente) che come chitarrista e voce di supporto, e non vorrei sembrare banale se dico che il brano, uno slow intenso e profondo, è tra i più riusciti del lavoro; Double Single Malt Scotch è diretta e discorsiva, con una bella apertura melodica favorita da un french horn, e precede la divertente Poster Child, pezzo che si avvicina a Waits non solo per la voce ma anche per l’atmosfera da cabaret mitteleuropeo. Finale con la potente Rock Hard Bottom, una sorta di boogie stralunato e sbilenco ma anche coinvolgente al massimo, la limpida Cannonball Girl, dal bellissimo refrain, e Far Horizon, che inizia come un brano folk d’altri tempi grazie all’uso di banjo e mandolino e poi man mano che prosegue si colora di elementi rock, con la ciliegina della voce solista di Kevin che duetta col figlio.

Sarebbe stato tutto sommato facile e poco rischioso per Dustin Welch seguire le orme musicali del padre, ma con Amateur Theater il ragazzo dimostra di avere personalità ed un proprio suono.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 13. Uno Strano Cofanetto Dedicato A Don’t Tell A Soul, Il Disco “Forse” Meno Amato Della Band. Replacements – Dead Man’s Pop

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The Replacements – Dead Man’s Pop – 4CD/1LP Sire/Rhino – 27-09-2019

Stranamente la band di Paul Westerberg è una di quelle che a livello di box set retrospettivi non è neppure messa male. Ne sono usciti due: The Complete Studio Album 1981-1990, con tutti gli 8 CD, in seguito integrato dai due cofanetti in vinile da 4 LP ciascuno, The Twin/Tone YearsThe Sire Years, oltre al boxettino economico delle Original Album Series in 5 CD, che vedete entrambi qui sotto.

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Inoltre, tutti gli album della loro discografia sono stati ristampati in edizione Expanded, anche se nei box si trovano le versioni senza bonus tracks. Ma ora sempre la Rhino, con la collaborazione degli stessi Replacements, ha deciso di dedicare un intero cofanetto al loro album più controverso Don’t Tell A Soul. Controverso perché il gruppo, pur essendo stato il disco di maggior successo commerciale (si fa per dire, visto che è arrivato al 57° posto delle classifiche), non ha mai amato questo album, e neppure molti dei fans e gran parte della critica, che lo considerano il “peggiore”, diciamo il meno bello, della discografia della band di Minneapolis.

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Intendiamoci, le canzoni non sono per nulla brutte, però il suono è piuttosto pasticciato, con un mixaggio destinato volutamente ad incontrare il gusto del grande pubblico, tanto che i membri della band si portarono a casa alcuni dei master registrati ai Paisley Park Studios e da allora se ne erano perse le tracce. Per l’occasione di questo nuovo Dead Man’s Pop i nastri sono riapparsi, affidati al produttore dell’epoca Matt Wallace, che ne ha realizzato un nuovo mix 2019, denominato Don’t Tell A Soul Redux, in più nel secondo CD ci sono altri 20 brani rari ed inediti, tra i quali una session con Tom Waits (5 pezzi in tutto) ed infine nel 3° e 4° CD c’è un concerto completo tenuto a Milwaukee durante il tour per lanciare l’album, una piccola parte del quale era uscita in un EP con 6 brani Inconcerated Live, pubblicato nel 1989, mentre la nuova edizione doppia si chiama  The Complete Inconcerated Live, divisa appunto in due parti. Inoltre c’è un vinile 180 grammi con la nuova versione del disco: complessivamente dei 60 brani presenti nei quattro CD, ben 58 sono inediti.

Come al solito qui sotto trovate il dettaglio completo dei contenuti del box,

CD 1: Don’t Tell A Soul Redux

“Talent Show” – Matt Wallace Mix *
“I’ll Be You” – Matt Wallace Mix *
“We’ll Inherit The Earth” – Matt Wallace Mix *
“Achin’ To Be” – Matt Wallace Mix *
“Darlin’ One” – Matt Wallace Mix *
“Back To Back” – Matt Wallace Mix *
“I Won’t” – Matt Wallace Mix *
“Asking Me Lies” – Matt Wallace Mix *
“They’re Blind” – Matt Wallace Mix *
“Anywhere’s Better Than Here” – Matt Wallace Mix *
“Rock ‘n’ Roll Ghost” – Matt Wallace Mix *

CD 2: We Know The Night: Rare and Unreleased

“Portland” – Alternate Mix (Bearsville Version) *
“Achin’ To Be” – Bearsville Version *
“I’ll Be You” – Bearsville Version *
“Wake Up” – Alternate Mix – Bearsville Version *
“We’ll Inherit The Earth” – Bearsville Version *
“Last Thing In The World” *
“They’re Blind” – Bearsville Version *
“Rock ‘n’ Roll Ghost” – Bearsville Version *
“Darlin’ One” – Bearsville Version *
“Talent Show” – Demo Version
“Dance On My Planet” *
“We Know The Night” – Alternate Outtake *
“Ought To Get Love” – Alternate Mix *
“Gudbuy T’Jane” – Outtake
“Lowdown Monkey Blues” – Featuring Tom Waits *
“If Only You Were Lonely” – Featuring Tom Waits *
“We Know The Night” – Featuring Tom Waits (Rehearsal) *
“We Know The Night” – Featuring Tom Waits (Full Band Version) *
“I Can Help” – Featuring Tom Waits *
“Date To Church” – Matt Wallace Remix*

CD 3: The Complete Inconcerated Live, Part One

“Alex Chilton” *
“Talent Show” *
“Back To Back” *
“I Don’t Know” *
“The Ledge” *
“Waitress In The Sky” *
“Anywhere’s Better Than Here” *
“Nightclub Jitters” *
“Cruella De Ville” *
“Achin’ To Be” *
“Asking Me Lies” *
“Bastards Of Young” *
“Answering Machine” *
“Little Mascara” *
“I’ll Be You” *

CD 4: The Complete Inconcerated Live, Part Two

“Darlin’ One” *
“I Will Dare” *
“Another Girl, Another Planet” *
“I Won’t” *
“Unsatisfied” *
“We’ll Inherit The Earth” *
“Can’t Hardly Wait” *
“Color Me Impressed” *
“Born To Lose” *
“Never Mind” *
“Here Comes A Regular” *
“Valentine” *
“Left Of The Dial” *
“Black Diamond” *
(*) denotes previously unreleased track

L’uscita è prevista per il 27 settembre ed il prezzo, al solito molto indicativo, dovrebbe essere tra i 60 e i 70 dollari/euro. Chi prenota direttamente sul sito della Rhino riceverà anche una cassetta (che pare stiano tornando in auge) con una compilation di brani del box, con altri due inediti. Per chi ama i Replacements (grande band assolutamente da riscoprire) un vera cuccagna.

Bruno Conti

Da Rootsy Rocker A Provetto Bluesman. Dennis Brennan And The White Owls – Live At Electric Andyland

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Dennis Brennan And The White Owls – Live At Electric Andyland – VizzTone Label         

Forse i più attenti di voi si ricorderanno del cantautore roots-rock di Marlboro, Massachusetts (per alcune biografie, altre dicono nativo di Berlin, sempre nel Massachusetts): per intenderci è proprio Dennis Brennan, quello di Jack In The Pulpit, un bel disco a cavallo tra Americana, country e blue collar rock del 1995, uscito per la Rounder, dove era accompagnato da Duke Levine alla chitarra e Billy Conway dei Morphine alla batteria (che si alternava con Jay Bellerose), oltre a Bruce Katz all’organo, solo per ricordare i musicisti più famosi che suonavano nel disco, ma c’erano anche i fiati in alcune tracce. Comunque sia prima, negli anni ’80, che successivamente, Brennan, da solo o all’interno di oscure band anche di impronta vagamente garage e psichedelica dell’area di Boston (The Martells, Push Push, Young Neal And The Vipers) era abbastanza popolare a livello di culto tra gli amanti del rock di qualità.

Il suo ultimo disco, devo dire passato abbastanza inosservato, è stato Engagement, metà in studio e metà live, pubblicato dalla minuscola etichetta Hi & Dry nel 2006 https://www.youtube.com/watch?v=KEscfNIhG3M , sebbene nel passato alcune sue canzoni siano state usate sia in colonne sonore che in serie televisive. Ma ecco che Brennan improvvisamente riappare, alla guida dei White Owls e sotto contratto per la VizzTone, con questo Live At The Electric Andyland (colta la citazione hendrixiana?), che segnala un deciso spostamento verso tematiche blues, trasformatosi nel frattempo anche in provetto armonicista, ma senza abbandonare del tutto le sonorità rootsy del passato (e cosa c’è di più vicino alla musica delle radici del Blues?). Il gruppo che lo accompagna prevede il batterista Andrew Plaisted (anche produttore dell’album e proprietario del piccolo locale dove è stato registrato il CD in presa diretta), due chitarristi, Tim Gearan e Stephen Sadler, alla lapsteel, David Westner all’organo, e Jim Haggerty al contrabbasso, e un repertorio che mescola brani originali e cover di varia provenienza: Cuttin’ In di Johnny Guitar Watson è subito un sapido tuffo nelle 12 battute più calde, con retrogusti soul, anche se le chitarre sono rilassate e sornione, come la voce del titolare che non ha perso il suo timbro da veterano rocker; in Nothing But Love, uno shuffle di Bo Jenkins, Brennan soffia anche con voluttà nella sua armonica e ha un timbro vocale che mi ha ricordato a tratti quello di Peter Wolf, degli eroi locali di Boston della J. Geils Band, meno watt ma stessa passione.

Yes, I’m Loving You, di tale Big Al Downing, è più mossa e con rimandi al R&R più canonico, grazie anche alla lap steel in modalità slide di Sadler, mentre End Of the Blue è un bel lento scandito, scritto da Gearan, giusto alla intersezione tra 12 battute e rock d’antan stonesiano. Good Lover è di Reed, non Lou ma Jimmy, molto classica e laidback, con call e response tra solista e lap steel. The (New) Calls Of The Freaks è addirittura un pezzo di King Oliver degli anni ’20, quindi blues primigenio, e Tangle, se Brennan che l’ha scritta avesse un bel vocione, potrebbe passare per un brano di Tom Waits di quello più tirato di fine anni ‘70, con Three Kind Of Blues di Sadler, altra traccia intensa con armonica e slide in bella evidenza. I Live The Life I Love è proprio il celebre pezzo di Willie Dixon  che era anche nel repertorio di Mose Allison, che è l’autore pure della successiva Foolkiller, decisamente ancora più mossa e scatenata. Non manca un pezzo di Ledbetter come I’m On My Last Go Round, sempre piuttosto vivace anziché no e un omaggio agli Stones dei primi anni con una sognante No Expectations, suonata e cantata con grande passione e che chiude in modo brillante un buon album.

Bruno Conti

Una Validissima Rock’n’Roll Band Guidata Da Un Personaggio “Problematico”! Hawks And Doves – From A White Hotel

hawks and doves from a white hotel

Hawks And Doves – From A White Hotel – Jullian CD

Gli Hawks And Doves sono in realtà l’ultima creatura di Kasey Anderson, rocker di Portland, Oregon, che ha già all’attivo tre album come solista e due come leader di un’altra band, The Honkies. Anderson è anche però un personaggio molto particolare, da prendere con le molle, in quanto nel 2012 è stato dichiarato affetto da disordine bipolare (e ha dovuto dunque affrontare una terapia decisamente intensa), ed in seguito si è fatto pure due anni di galera (era stato condannato a quattro), per aver chiesto finanziamenti al fine di produrre un fantomatico album a scopo benefico, arrivando addirittura a falsificare le mail di Jon Landau, potente manager di Bruce Springsteen. Non esattamente uno stinco di santo quindi, ma il mio dovere è quello di giudicare la sua musica, e devo riconoscere che in From A White Hotel, album di debutto degli Hawks And Doves (nome preso da un disco del 1980 di Neil Young, invero non memorabile) di musica buona, ed a tratti ottima, ce n’è parecchia.

Kasey, che è il compositore, cantante e chitarrista ritmico del gruppo, è affiancato da Jordan Richter, chitarra solista, Ben Landsverk, basso, tastiere e viola, e Jesse Moffat, batteria, oltre ad essere coadiuvato da qualche ospite selezionato, tra i quali spiccano il sassofonista Ralph Carney, Kurt Bloch, già musicista per conto proprio, e soprattutto Eric Ambel, ex chitarrista dei Del Lords. From A White Hotel è un bel disco di puro rock americano, chitarristico e diretto, con canzoni che piacciono al primo ascolto e che si rifanno ai luminari di questo tipo di suono; Anderson sa comporre, ha il senso della melodia ed è anche creativo, in quanto il disco non è per nulla monotematico, ma invade qua e là anche territori diversi dal rock puro e semplice, ma senza mai dare la sensazione di dispersività. L’inizio è davvero ottimo con The Dangerous Ones, un brano rock elettrico di presa immediata, chitarristico e trascinante, che ricorda molto lo Steve Earle del periodo Copperhead Road, anche per la similarità del timbro vocale di Kasey con quello di Steve. Decisamente bella anche Chasing The Sky, altra rock song pulsante e diretta, che stavolta fa pensare al compianto Tom Petty: puro rock’n’roll chitarristico, davvero godibile (e la presenza di Ambel ha un senso, qui è nel suo elemento); Every Once In A While è cadenzata, con un sapore errebi dato da una piccola sezione fiati ed un’atmosfera vintage, mentre Get Low è annerita, bluesata e paludosa, ancora con i fiati che fanno capolino ed un feeling notevole, un pezzo che fa capire che il nostro ha ascoltato molto anche Tom Waits.

Geek Love è una ballata pianistica decisamente intensa, con un mood romantico che contrasta con la voce roca di Kasey, ma riesce lo stesso a toccare le corde giuste (ed anche qui Waits fa capolino, il suo lato più melodico), mentre con Bulletproof Hearts torniamo al rock di stampo californiano, un brano terso, vibrante e che coinvolge fin dalle prime note; Lithium Blues è scura e cupa, un blues che pare influenzato dalle paludi della Louisiana, un pezzo di grande fascino e suonato in maniera splendida. A Lover’s Waltz è una canzone suggestiva, per voce, organo e viola, un brano di grande pathos che dimostra che Anderson non è solo un rocker, ma un musicista a tutto tondo; il CD si chiude con la lenta Clothes Off My Back, dalla calda atmosfera southern soul, e con la title track, uno slow elettrico dalla ritmica quasi tribale. Forse Kasey Anderson potrebbe non essere la persona più adatta alla quale prestare dei soldi, ma se vorrete dare un ascolto ai suoi Hawks And Doves secondo me non ve ne pentirete.

Marco Verdi

Uno Splendido Commiato Per Una Grandissima Artista! Joan Baez – Whistle Down The Wind

joan baez whistle down the wind

Joan Baez – Whistle Down The Wind – Proper CD

Alla veneranda età di 77 anni, anche Joan Baez, dopo decenni di battaglie, ha deciso di appendere la chitarra al chiodo in grande stile, e cioè con un ultimo disco ed un ultimo tour. La storia della nostra musica è piena di finti addii, ma ultimamente certi annunci sono (purtroppo) diventati credibili, un po’ per problemi di salute (vedi il caso recente di Neil Diamond, affetto dal Parkinson), un po’ a causa della carta d’identità, come nel caso proprio della Baez. C’è da dire che Joan negli ultimi anni non è stata particolarmente attiva discograficamente: il suo ultimo album di studio, Day After Tomorrow, risale a ben un decennio fa, mentre due anni orsono venivamo deliziati dal bellissimo live autocelebrativo 75th Birthday Celebration. Per il suo ultimo disco, Joan ha fatto le cose in grande, prendendosi tutto il tempo necessario ma consegnandoci uno dei suoi lavori più belli in assoluto: Whistle Down The Wire è infatti un album splendido, con dieci canzoni scelte personalmente dalla Baez nel repertorio di altri artisti contemporanei (Joan è sempre stata principalmente un’interprete, anche se la sua Diamonds And Rust è una delle canzoni più belle degli anni settanta), eseguite con una classe che con l’età è ulteriormente aumentata. La voce non è più potente come negli anni sessanta (quando si diceva che potesse rompere un bicchiere di cristallo con un acuto), ma la limpidezza è rimasta inalterata, ed il tempo le ha conferito una profondità ed una serie di sfumature che prima erano meno evidenti.

Come produttore, Joan ha scelto uno dei migliori sulla piazza: Joe Henry, supremo architetto di suoni e grande musicista a sua volta, che ha portato in session un manipolo di strumentisti formidabili, tra cui il fido batterista Jay Bellerose, il bassista David Piltch e, soprattutto, il bravissimo Tyler Chester al piano (strumento chiave nel suono del disco) e gli altrettanto validi Greg Leisz e Mark Goldenberg alle chitarre. Il resto lo fa Joan, ancora perfettamente in grado di regalare emozioni nonostante l’età, a partire dalla title track, un brano di Tom Waits arrangiato in modo splendido, una folk ballad straordinaria, toccante, profonda, con la nostra che emana classe e carisma ogni volta che apre bocca. Con un inizio così il resto del CD è in discesa: Be Of Good Heart è un brano di Josh Ritter, e la Baez lo ripropone con una veste sonora molto classica: voce, una chitarra, mandolino, ottimi rintocchi di piano a riempire gli spazi (qui c’è lo zampino di Henry) ed una percussione leggera, e la bellezza della melodia fa il resto. Another World è una scelta sorprendente, in quanto è un pezzo di Anohni (cioè Anthony Hegarty, uno che personalmente non ho mai sopportato, fin dai tempi in cui faceva il controcanto a Lou Reed): Joan spoglia il brano da ogni orpello e lo riduce all’essenziale, voce, chitarra e percussione, riuscendo a farla sua senza problemi (non dimentichiamo che la Baez è anche una brava chitarrista), anche se come songwriting non è tra le mie preferite. Splendida per contro Civil War, una canzone portata in dote proprio da Joe Henry, una struggente ballata pianistica, suonata alla grande e cantata da Joan al meglio delle sue possibilità (che sono ancora altissime).

Mary Chapin Carpenter è una delle cantautrici più apprezzate dalla Baez, e la sua The Things We Are Made Of riceve dalla nostra un trattamento regale: la canzone, già bella di suo, viene impreziosita da un’interpretazione di grande intensità, con i soliti noti che ricamano di fino sullo sfondo (domina Leisz, un fenomeno). Zoe Mulford è un’autrice non molto conosciuta, in cui Joan si è imbattuta per caso sentendo un giorno alla radio (mentre era in macchina) la sua The President Sang Amazing Grace, restandone folgorata a tal punto che ha deciso di farla sua: canzone splendida, dal sapore leggermente gospel, lenta, pianistica e con una performance da pelle d’oca da parte della Baez, probabilmente il brano migliore del disco, sentire per credere. Dopo un pezzo del genere era dura mantenersi sullo stesso livello, ma Joan ci riesce con una versione sentita e molto folkeggiante di Last Leaf, secondo brano di Tom Waits. Anche Ritter fa il bis come autore, e Silver Blade è, manco a dirlo, interpretata da Joan in maniera scintillante, e resa quasi drammatica dall’accompagnamento forte e quasi marziale da parte della band. Per gli ultimi due brani la nostra musicista dai capelli d’argento si rivolge a due autori meno noti, Elisa Gilkyson e Tim Eriksen: The Great Correction è tra le più dirette ed orecchiabili, un pezzo dal sapore quasi country che si ascolta tutto d’un fiato, mentre I Wish The Wars Were All Over (un titolo emblematico per chiudere l’ultimo album di una che ha fatto del pacifismo una ragione di vita) è puro folk d’altri tempi, con un marcato feeling irlandese.

Un disco straordinario questo Whistle Down The Wind, che chiude alla grande una delle carriere più luminose della storia della nostra musica, e proprio per questo ancora più prezioso.

Marco Verdi

Chi E’ Costui? Forse Il Titolo Dice Tutto. Oscar Benton – I Am Back

oscar benton i am back

Oscar Benton – I Am Back – Munich Records/V2   

Oscar Benton è uno di quei classici artisti da “chi è costui?”. Non è il soul singer americano, quasi omonimo, Brook Benton, bensì un bluesman olandese, che iniziò la sua carriera già sul finire degli anni ’60, nel 1968 per la precisione, con un disco intitolato Feel So Good, uscito in pieno boom del British Blues, che aveva una sua fiorente controparte anche in Olanda, dove c’erano parecchie band di grande qualità e successo: Cuby+Blizzard i più noti, ma c’erano anche i Livin’ Blues, ed evidentemente la Oscar Benton Blues Band, che ammetto di ricordare poco https://www.youtube.com/watch?v=pVwQKiCRs0I . Ma il nome mi diceva comunque qualcosa: poi scorrendo i titoli di questo nuovo I Am Back, ho visto una canzone Bensonhurst Blues (sia pure revisited) che invece ricordo perfettamente. Un pezzo che ha avuto una vita travagliata: scritta ed incisa per la prima volta dal suo autore Artie Kaplan nel 1973, l’anno successivo era arrivata anche la versione di Benton, ma in entrambi i casi il brano non aveva avuto successo. Poi otto anni dopo viene inserita nella colonna sonora di un film poliziesco con Alain Delon Pour la Peau d’un Flic e diventa un successo europeo (negli anni 2000 ne ha fatta una versione italiana anche Celentano): una sorta di strana ballata di impianto blues/soul cantata con la voce potente e particolare di Benton, con un timbro tra Chris Farlowe e Tom Jones, con una frase musicale accattivante e una bella scrittura.

Ma prima e dopo per Benton (peraltro molto popolare in Olanda), il successo sarà quasi sempre un miraggio: questo pezzo lo ha inciso varie volte durante la sua carriera, che discograficamente si era interrotta nel 1994, ma proseguiva a fatica a livello concertistico, poi nel 2010 Oscar ha avuto un incidente a seguito del quale è entrato in coma, e la sua riabilitazione prosegue faticosamente tuttora; lo scorso anno Johnny La Porte, piccola leggenda del blues olandese, in qualità di leader dei Barrelhouse,, si è recato nella casa di riposo dove vive Oscar Benton, lo ha riportato in studio ed insieme hanno inciso questo I Am Back (anche se qualche anno fa era uscito anche un Oscar Benton Is Still Alive). La voce ovviamente non è più quella potente ed esplosiva di un tempo, ma il nostro amico si difende ancora con classe e mestiere.

LaPorte gli ha scritto dieci brani nuovi per l’occasione, che insieme ad un pezzo dello stesso Benton e alla ennesima ripresa della classica Bensonhurst Blues costituiscono un onesto album di blues e dintorni, più dintorni. Nell’album suona un buon gruppo di musicisti olandesi, con LaPorte alla chitarra e spesso anche al basso, con tastiere, sezione ritmica, voci femminili di supporto, salvo nella rivisitazione della canzone più nota, che viene riproposta con un arrangiamento atmosferico, scarno, solo chitarra, basso e cello, e una voce che assume tonalità quasi alla Tom Waits, bassa e minacciosa, molto diversa da quella più aperta ed invitante che aveva l’originale.

Ma il resto del disco è godibile: Benjamin Wilder, anche con un banjo nella strumentazione, è una bella ballata di stampo roots, con qualche reminiscenza alla Dirk Hamilton o Rod Stewart, addirittura una struttura melodica tipica delle ballate di Ian Hunter, veramente una bella canzone, I Am Back rimane all’incirca da queste parti, più orecchiabile, ma non banale, è una pop song di buona fattura, con la chitarra di LaPorte che la percorre in modo brillante. Like A Howlin’ Wolf, come suggerisce il titolo è decisamente più bluesata, ma siamo dalle parti di un rock-blues chitarristico piuttosto energico, e se l’ululato del lupo riproposto da Benton vocalmente può sembrare un po’ azzoppato, le chitarre e la band tirano di brutto; My Heart Skips A Beat è più sommessa e sognante, con un buon lavoro delle tastiere e della chitarra, e una melodia vincente, Fuzz’n’Fight, va di R&R con gusto e brio, I’ll Come Ridin’ è una canzoncina più innocua, mentre My Love Why, più complessa, melodrammatica ed “europea” è fin troppo carica, Blue Blues Singer remake, che è l’unico contributo di Oscar Benton come autore, francamente se la potevano risparmiare, abbastanza insulsa, la slide e un ritmo blues non la salvano. Meglio Better Stop Cryin’, tirata, bluesy e potente, anche se la voce leggermente filtrata e distorta non mi piace un granché https://www.youtube.com/watch?v=DD7gz7WZwdA, viceversa Brown Eyes è una deliziosa ballata elettroacustica, cantata con pathos e partecipazione da Benton, che conclude questa nuova fatica con Old, But Happy, una sorta di dichiarazione di intenti, dove fa capolino anche una discreta armonica che ne evidenzia il sapore country-blues.

Bruno Conti

Un Interessante Disco Di…Si Può Dire Folk-Punk? Whiskey Shivers – Some Part Of Something

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Whiskey Shivers – Some Part Of Something – Rhyme & Reason CD

Ecco una boccata d’aria fresca nel vasto sottobosco delle band americane indipendenti. I Whiskey Shivers non sono degli esordienti, hanno già tre dischi alle spalle ma tutti molto difficili da reperire, mentre questo Some Part Of Something dovrebbe godere di una distribuzione più capillare. Il gruppo è formato da cinque elementi di diverse provenienze (due texani, un newyorkese, uno dall’Oregon ed un altro dal Kentucky) e fa un tipo di musica molto particolare. Infatti i cinque potrebbero sembrare a prima vista una band di nuovi tradizionalisti, vista la strumentazione (Bobby Fitzgerald, voce solista e violino, Andrew VanVorhees, basso, James Gwyn alla batteria, Jeff Hortillosa alla chitarra e James Bookert al banjo), peccato che suonino con una foga inusitata, a volte con un ritmo talmente forsennato da far sembrare gli Old Crow Medicine Show delle mozzarelline: musica elettroacustica, di base folk, country e blues, ma eseguita con la stessa veemenza di una punk band. In più, i ragazzi sono dei fuori di testa mica da ridere, e hanno già un discreto zoccolo duro di fans che li seguono fedelmente nelle loro esibizioni dal vivo alle quali pare che sia impossibile assistere senza muoversi per tutto il tempo.

Ci sono anche brani più tranquilli in Some Part Of Something, ma anch’essi suonati con grande forza ed una discreta dose di sfrontatezza. La produzione, volutamente grezza, è nelle mani di Chris “Frenchie” Smith, uno che si è fatto un nome con gruppi di rock alternativo come Meat Puppets, Built To Spill e …And You Wil Know Us By The Trail Of Dead. L’opening track è indicativa dello stile dei nostri: Cluck Ol’Hen è un brano che potrebbe essere un folk tune dalla melodia tradizionale, ma l’arrangiamento obliquo quasi alla Tom Waits la fa diventare un blues malaticcio e sgangherato, ma stimolante. Like A Stone è un bluegrass suonato con la foga di una punk band, talmente veloce che è quasi arduo tenere il tempo per il batterista, il tutto condito da strumenti come banjo e violino; Long Gone è una deliziosa western tune di nuovo eseguita con estremo vigore, sulla scia degli Old ’97, lo vedrei bene come colonna sonora di un cowboy movie diretto da Quentin Tarantino. Southern Sisyphus è quasi normale, una gradevole ballata country-rock, ancora dominata da violino e banjo, voce leggermente filtrata ma un motivo diretto e piacevole, così come Gave Away, altro squisito bluegrass suonato e cantato in modo tradizionale, con tanto di botta e risposta voce-coro e ritmo accelerato ma non troppo, che dimostra che i WS sono bravi anche quando non escono dal seminato.

Il violino introduce Red Rocking Chair tracciando traiettorie irlandesi, ed anche il pezzo è più tipico della verde isola piuttosto che delle terre americane, mentre No Pity In The Rose City vede i nostri punkeggiare ancora alla grande, ritmo vorticoso ed energia fuori dal comune, andazzo che continua anche in Reckless, che però è più canzone ed è dotata di uno sviluppo maggiormente lineare: alla fine di entrambe però immagino i crampi alle mani dei cinque. Friday I’m In Love e Angelina Baker proseguono allo stesso modo, un vero e proprio treno in corsa, sembrano quasi i Pogues più country e con il turbo. Fuck You dona un attimo di tregua, anche se non è un granché (titolo raffinato compreso), meglio la folkeggiante Liquor, Beer, Wine & Ice, un limpido pezzo che piace al primo ascolto, dotato di una melodia limpida e dal ritmo cadenzato https://www.youtube.com/watch?v=BrA2odR1OEc ; finale in controtendenza con True Love (Will Find You In The End), languida e perfino malinconica, e con un bel motivo corale. Un gruppo interessante questo dei Whiskey Shivers, forse ancora da sgrezzare un po’ ma sulla buona strada per diventare una band tra le più innovative nel filone dei nuovi tradizionalisti.

Marco Verdi

Un Altro Dei Tanti “Piccoli Segreti” Del Cantautorato Americano. David Olney – Don’t Try To Fight It

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David Olney – Don’t Try To Fight It – Red Parlor Records

Con sorpresa mi sono accorto che di questo signore, David Olney, oltre quarant’anni di carriera, ventisette album registrati (compreso questo ultimo lavoro) di cui sei dal vivo, dalla nascita di questo “blog” non abbiamo mai recensito un disco, e quindi è giunto il momento di colmare questa grave dimenticanza. Il giovane Olney (nativo di Providence nel Rhode Island), si fa notare a soli 19 anni come leader di un gruppo che gravitava nell’area di Nashville, gli X-Rays, e nonostante un look “da ribelle” e una voce e una grinta alla Bob Seger (che spopolava in quei tempi), il buon David non riuscì ad imporsi sulla scena discografica, costringendolo quindi ad intraprendere una carriera da solista (con alle spalle, come detto, numerosi dischi, incisi con regolarità fin dagli anni settanta), con alcuni pregevoli lavori d’impronta acustica come Eye Of The Storm (78) e Deeper Well (88), passando anche attraverso il rock-boogie vicino a New Orleans nei solchi di Top To Bottom (91), prodotto da Fred James (Freddie And The Screamers), e edito dalla meritoria etichetta lombarda Appaloosa Records. Con l’ottimo Live In Holland (94) arriva il primo disco dal vivo, a cui seguiranno negli anni lavori importanti come Real Lies (97), Trough A Glass Darkly (99), The Well (03), Migration (05), senza dimenticare l’intrigante boxset di 3 EP che comprende Film Noir, The Stone e Robbery & Murder (12), fino ad arrivare ai più recenti lavori in studio Predicting The Past (con un bonus cd retrospettivo sulla sua carriera (13), e When The Deal Goes Down (14).

Per questo Don’t Try To Fight It David Olney (chitarra acustica e armonica), affida la produzione al polistrumentista Brock Zeman (pedal-steel e chitarre acustiche), per una strumentazione per lo più acustica, dove si possono ascoltare echi di valzer, il folk e il blues, che vengono suonati da fior di musicisti locali tra i quali Blair Hogan al basso, chitarre e mandolino, Tyler Kealey alla fisarmonica e pianoforte, Dylan Roberts alla batteria e percussioni, Steve Dawson al dobro, Michael Ball al violino, Wayne Mills al sassofono e alle armonie vocali la brava Kelly Prescott, per una decina di brani composti come sempre da Onley con John Hadley, di cui anche due scritti a quattro mani con due cantautori di cui ho perso da tempo le tracce, Kieran Kane e Kevin Welch. Il disco si apre alla grandissima con l’ottima If They Ever Let Me Out, un bellissimo rock-boogie dai sapori sudisti, impreziosito dalla voce di Kelly Prescott, a cui fanno seguito le atmosfere messicane, con fisarmonica d’ordinanza, di una serenata come Innocent Heart, il blues spettrale e spiazzante di Don’t Try To Fight It (dove si sente lo zampino di Kieran Kane), cantato con voce sgraziata à la Tom Waits da David, per poi passare ad una bellissima ballata elettroacustica come Ferris Wheel. con un arrangiamento “irlandese”composto da violino, dobro, fisarmonica e pedal steel. Si prosegue ancora con un blues inciso come “Dio comanda”, Crack In The Wall, voce in evidenza e chitarra elettrica trascinante, mentre la seguente Situation è una divertente country song; viene rispolverato pure il rock-blues d’annata, con una trascinante Sweet Sugaree, dove si evidenzia la bravura di Wayne Mills al sax, per poi tornare alle dolci atmosfere di Evermore, caratterizzate da un inconsueto binomio tra fisarmonica e cello. Ci si avvia alla fine con il country “bucolico” di una Yesterday’s News, e il blues lievemente sgangherato di Big Top Tornado (che vede come coautore Kevin Welch), eseguito in stile quasi alla John Trudell e affini.

Questo più che arzillo quasi settantenne, deve essere stato scaraventato a sua insaputa nella piscina di Cocoon,  ha avuto nel corso degli anni il riconoscimento di colleghi del calibro di Steve Earle, Emmylou Harris, Johnny Cash, Linda Ronstadt, e anche il meno noto Del McCoury, che hanno inciso e cantato alcune delle sue canzoni, facendolo diventare un artista di “culto”, uno che ha sempre inciso per il piacere di fare musica, senza mai cercare il successo o la visibilità commerciale. Come accennato nel titolo del Post, David Olney rimane un altro dei “grandi dimenticati” della canzone d’autore americana, uno “storyteller” (o cantastorie se preferite) straordinario, un grande visionario dalla voce calda e dal gusto melodico, un “camaleonte” capace di mantenere  negli anni un livello qualitativo elevato nelle sue canzoni che, sono sicuro, molti altri cantautori sopravvalutati (che ci sono purtroppo in giro), farebbero carte false per avere nel proprio repertorio. Questo “artigiano” della canzone d’autore Americana, sebbene nella sua carriera abbia raccolto meno di quello che ha seminato, con questo nuovo Don’t Try To Fight It ha dipinto forse un suo piccolo capolavoro, un disco che merita assolutamente di essere ascoltato, sicuramente un lavoro che tocca svariati generi, ma sappiamo che la buona musica, oltre a non avere età ne tantomeno stagioni non è di solito legata a stili specifici , il che certifica senza alcuna ombra di dubbio che David Olney (uno  che non ha mai fatto un disco brutto), è uno dei tanti tesori nascosti del panorama musicale, e quindi, come diceva il famoso maestro Manzi, non è mai troppo tardi per scoprirlo.

Tino Montanari