I Figli “Illegittimi” Di Frank Proliferano: Dopo Bob, Ecco Willie Sinatra! Willie Nelson – My Way

willie nelson my way 14-9

Willie Nelson – My Way – Legacy/Sony CD

Sembra che, nonostante veleggi ormai verso gli ottant’anni di età, Bob Dylan non abbia smesso, anche involontariamente, di creare tendenze: infatti dopo i tre album (o cinque, dato che Triplicate era, appunto, un triplo) dedicati dal vate di Duluth alle canzoni del leggendario Frank Sinatra, ora anche Willie Nelson ha deciso di celebrare la musica di “Ol’ Blue Eyes” con questo nuovissimo My Way. C’è da dire che, a differenza di Dylan, Nelson non è la prima volta che si cimenta con gli standard della musica americana: a parte il famoso Stardust del 1978, negli anni il texano ha pubblicato diversi album a tema “Great American Songbook”, come What A Wondeful World, Moonlight Becomes You, parte di Healing Hands Of Time, American Classic, Summertime. E con My Way Willie ci regala uno dei suoi album migliori, e non solo del genere standard, un lavoro splendido che fa il paio con l’altrettanto bellissimo Last Man Standing uscito pochi mesi fa. E’ incredibile infatti come il nostro riesca a coniugare quantità e qualità con una tale nonchalance: se dal vivo, per vari problemi fisici, qualche colpo ultimamente lo ha perso, in studio è ancora una sentenza.

In My Way Willie ha usato lo stesso approccio di Bob, cioè non prendendo solo le canzoni più famose di Sinatra, ma rivolgendosi a standard che anche Frank ha cantato nella sua carriera: così a veri e propri classici associati principalmente al cantante italo-americano (Fly Me To The Moon, One For My Baby, la stessa My Way) si alternano pezzi dei quali la versione di Sinatra non è magari neanche la più nota (A Foggy Day, Night And Day). Quello che più conta però è il risultato finale, che come dicevo poc’anzi è davvero splendido: Willie canta e swinga con classe immensa, e con una voce che è ancora più che mai in grado di dare i brividi, ed i suoni sono nelle mani sicure del fido Buddy Cannon e del grande pianista ed organista Matt Rollings (Lyle Lovett, Mark Knopfler, Mary Chapin Carpenter), che è anche il leader e direttore musicale di un gruppo da sogno: Jay Bellerose alla batteria, Dean Parks alla chitarra, Paul Franklin alla steel, l’inseparabile Mickey Raphael all’armonica, il notevole bassista David Piltch ed una sezione fiati nella quale spicca un trio di sassofonisti formato da Jeff Coffin, Denis Solee e Doug Moffet. Un disco raffinato ma pieno di feeling, che sprizza classe da ogni nota, suonato in maniera sicura e rilassata nello stesso tempo. L’album si apre con la celeberrima Fly Me To The Moon, con Willie che inizia subito a swingare che è un piacere, seguito dai fiati che accompagnano in maniera calorosa, la sezione ritmica che punteggia alla grande ed un doppio delizioso assolo chitarristico, prima del nostro con la sua Trigger e poi di Parks.

Summer Wind è una pura jazz ballad, che vede Nelson cantare in perfetto relax, il gruppo suonare in punta di dita (con il piano di Rollings in evidenza) e l’armonica dare il tocco country; ancora piano ed armonica introducono la nota One For My Baby (And One More For The Road), dall’accompagnamento soffuso, atmosfera afterhours, una sezione d’archi non invasiva e la consueta classe sopraffina. A Foggy Day è un brano di George ed Ira Gershwin, e come tutti i pezzi scritti dal duo di compositori di Brooklyn ha avuto negli anni varie versioni, delle quali quella di Sinatra non è necessariamente la più famosa: la rilettura di Willie è nuovamente ricca di swing, ed è punteggiata dal solito splendido pianoforte di Rollings e dai fiati al gran completo; It Was A Very Good Year è intensa e maestosa, Willie la canta come se fosse una western tune e gli archi aggiungono pathos e drammaticità, mentre Blue Moon è uno dei pezzi più famosi di tutti i tempi, con il texano che la rifà in maniera raffinata e godibile, mettendoci una bella dose di verve: piano, steel e Trigger completano il quadro. La lenta I’ll Be Around (che era uno degli highlights del mitico In The Wee Small Hours) è limpida e tranquilla, con Willie che canta come se avesse un bicchiere di whisky in una mano ed un sigaro nell’altra, e con la strumentazione al solito superba (ottima la steel):

Ecco a questo punto due canzoni di Cole Porter: Night And Day è conosciutissima anche in versioni alternative a Sinatra (per esempio è molto popolare quella di Fred Astaire, e pure Nelson l’aveva già incisa, ma solo in veste strumentale) ed è ancora eseguita ottimamente, con grande gusto e swing, mentre What Is This Thing Called Love?, calda, vivace e guidata magistralmente dal piano, vede il nostro duettare con la brava Norah Jones, un’altra che in queste sonorità ci sguazza. La piacevolissima e jazzata Young At Heart, brano che Sinatra fu il primo ad incidere, precede la conclusiva My Way, materia pericolosa in quanto uno degli evergreen assoluti del cantante di Hoboken, un pezzo di Paul Anka che The Voice ha eletto a manifesto di un certo stile di vita: Willie la canta intelligentemente alla sua maniera, solo voce e pochi strumenti, arrangiandola in modo molto vicino al suo stile abituale, riuscendo a provocare più di un brivido in chi ascolta. In mancanza, pare, di un nuovo disco di Van Morrison nelle prossime settimane (anche perché ne ha fatti tre in meno di un anno), questo My Way è il classico album perfetto per allietare le serate autunnali che ci attendono.

Marco Verdi

Prossime Uscite Autunnali 8. Eagles – Legacy. Un Altro Cofanetto Della Serie “Inutili E Costosi”, esce il 2 Novembre.

Eagles Legacy

Eagles – Legacy – 12 CD/1DVD/1 Blu-ray – 15 LP – Warner/Rhino – 02-11-2018

Ormai all’autunno ci siamo arrivati, ma visto che parliamo sempre più o meno di uscite che avverranno a stagione inoltrata, e nello specifico quasi tutte tra il 2 e il 9 novembre, con grande gioia dei portafogli degli interessati, manteniamo il titolo di questa sotto rubrica del Blog. Stiamo parlando di un ennesimo cofanetto dedicato agli Eagles, che giustamente essendo tra i gruppi che più hanno venduto nella storia del rock vengono spremuti fino all’inverosimile.

.Eagles (1972)
Desperado (1973)
On The Border (1974)
One of These Nights (1975)
Hotel California (1976)
The Long Run (1979)
Eagles Live (1980)
Hell Freezes Over (1994)
Millennium Concert (2000)
Long Road Out of Eden (2007)
Singles and B-Sides (2018)
DVD: Hell Freezes Over (1994)
Blu-ray: Farewell I Tour: Live From Melbourne (2005)

Scorrendo la lista dei contenuti del box notiamo che contiene gli album riportati nel cofanetto Studio Albums 1972-1979, che si trova a poco più di 20 euro, il famoso Millenium Concert “monco” (nel senso che non è completo), che è il bonus contenuto nel quadruplo Eagles Selected Works 1972-1999, anche questo reperibile poco più di 20 euro, il doppio CD Eagles Live e le versioni in CD e in DVD di Hell Freezes Over, senza bonus, tuttora in catalogo a special price. Inoltre il disco della seconda reunion Long Road Out Of Eden, ma non nella versione Deluxe con le extra tracks, che comunque si trovano in parte nel dischetto dedicato ai singoli e alle b-sides, che sarebbe il motivo di interesse del cofanetto. Infine il Blu-ray del tour di addio in Australia. Se uno non ha nulla, ma proprio nella degli Eagles, potrebbe anche essere interessante, se il tutto non avesse un prezzo indicativo variante a seconda dei paesi tra i 130 ed i 150 euro. Tra le note positive la bella confezione e un libretto da 54 pagine, però visti i contenuti, al solito rientra nella categoria degli “inutili” oppure dei regali natalizi.

Se volete studiare il contenuto completo comunque lo trovate qui sotto.

[CD1]
1. Take It Easy (Remastered)
2. Witchy Woman (Remastered)
3. Chug All Night (Remastered)
4. Most Of Us Are Sad (Remastered)
5. Nightingale (Remastered)
6. Train Leaves Here This Morning (Remastered)
7. Take The Devil (Remastered)
8. Earlybird (Remastered)
9. Peaceful Easy Feeling (Remastered)
10. Tryin’ (Remastered)

[CD2]
1. Doolin-Dalton (Remastered)
2. Twenty-One (Remastered)
3. Out Of Control (Remastered)
4. Tequila Sunrise (Remastered)
5. Desperado (Remastered)
6. Certain Kind Of Fool (Remastered)
7. Doolin-Dalton (Instrumental Version) [Remastered]
8. Outlaw Man (Remastered)
9. Saturday Night (Remastered)
10. Bitter Creek (Remastered)
11. Doolin-Dalton/Desperado (Reprise) [Remastered]

[CD3]
1. Already Gone (Remastered)
2. You Never Cry Like A Lover (Remastered)
3. Midnight Flyer (Remastered)
4. My Man (Remastered)
5. On The Border (Remastered)
6. James Dean (Remastered)
7. Ol’ 55 (Remastered)
8. Is It True? (Remastered)
9. Good Day In Hell (Remastered)
10. The Best Of My Love (Remastered)

[CD4]
1. One Of These Nights (Remastered)
2. Too Many Hands (Remastered)
3. Hollywood Waltz (Remastered)
4. Journey Of The Sorcerer (Remastered)
5. Lyin’ Eyes (Remastered)
6. Take It To The Limit (Remastered)
7. Visions (Remastered)
8. After The Thrill Is Gone (Remastered)
9. I Wish You Peace (Remastered)

[CD5]
1. Hotel California (Remastered)
2. New Kid In Town (Remastered)
3. Life In The Fast Lane (Remastered)
4. Wasted Time (Remastered)
5. Wasted Time (Reprise) [Remastered]
6. Victim Of Love (Remastered)
7. Pretty Maids All In A Row (Remastered)
8. Try And Love Again (Remastered)
9. The Last Resort (Remastered)

[CD6]
1. The Long Run (Remastered)
2. I Can’t Tell You Why (Remastered)
3. In The City (Remastered)
4. The Disco Strangler (Remastered)
5. King Of Hollywood (Remastered)
6. Heartache Tonight (Remastered)
7. Those Shoes (Remastered)
8. Teenage Jail (Remastered)
9. The Greeks Don’t Want No Freaks (Remastered)
10. The Sad Cafe (Remastered)

[CD7]
1. No More Walks In The Wood
2. How Long
3. Busy Being Fabulous
4. What Do I Do With My Heart
5. Guilty Of The Crime
6. I Don’t Want To Hear Any More
7. Waiting In The Weeds
8. No More Cloudy Days
9. Fast Company
10. Do Something
11. You Are Not Alone

[CD8]
1. Long Road Out Of Eden
2. I Dreamed There Was No War
3. Someday
4. Frail Grasp On The Big Picture
5. Last Good Time In Town
6. I Love To Watch A Woman Dance
7. Business As Usual
8. Center Of The Universe
9. It’s Your World Now

[CD9]
1. Hotel California (Live in Santa Monica, 7/29/1980) [Remastered]
2. Heartache Tonight (Live in Santa Monica, 7/29/1980) [Remastered]
3. I Can’t Tell You Why (Live in Santa Monica, 7/29/1980) [Remastered]
4. The Long Run (Live in Santa Monica, 7/29/1980)
5. New Kid In Town (Live at The Forum, 10/22/1976) [Remastered]
6. Life’s Been Good (Live at Santa Monica, 7/29/1980) [Remastered]
7. Seven Bridges Road (Live at Santa Monica, 7/28/1980) [Remastered]
8. Wasted Time (Live at The Forum, 10/22/1976) [Remastered]
9. Take It To The Limit (Live at The Forum, 10/20/1976) [Remastered]
10. Doolin’-Dalton (Reprise II) [Live at The Forum, 10/21/1976] [Remastered]
11. Desperado (Live at The Forum, 10/21/1976) [Remastered]
12. Saturday Night (Live at Santa Monica, 07/28/1980) [Remastered]
13. All Night Long (Live at Santa Monica, 7/28/1980) [Remastered]
14. Life In The Fast Lane (Live at Long Beach, 07/31/1980) [Remastered]
15. Take It Easy (Live at Santa Monica, 7/27/1980)

[CD10]
1. Get Over It
2. Love Will Keep Us Alive
3. The Girl From Yesterday
4. Learn To Be Still
5. Tequila Sunrise
6. Hotel California
7. Wasted Time
8. Pretty Maids All In A Row
9. I Can’t Tell You Why
10. New York Minute
11. The Last Resort
12. Take It Easy
13. In The City
14. Life In The Fast Lane
15. Desperado

[CD11]
1. Hotel California (Live at Staples Center, Los Angeles, CA, 12/31/1999) [Remastered]
2. Victim Of Love (Live at Staples Center, Los Angeles, CA, 12/31/1999) [Remastered]
3. Peaceful Easy Feeling (Live at Staples Center, Los Angeles, CA, 12/31/1999) [Remastered]
4. Please Come Home For Christmas (Live at Staples Center, Los Angeles, CA, 12/31/1999) [Remastered]
5. OL’ 55 (Live at Staples Center, Los Angeles, CA, 12/31/1999) [Remastered]
6. Take It To The Limit (Live at Staples Center, Los Angeles, CA, 12/31/1999) [Remastered]
7. Those Shoes (Live at Staples Center, Los Angeles, CA, 12/31/1999) [Remastered]
8. Funky New Year (Live at Staples Center, Los Angeles, CA, 12/31/1999) [Remastered]
9. Dirty Laundry (Live at Staples Center, Los Angeles, CA, 12/31/1999) [Remastered]
10. Funk 49 (Live at Staples Center, Los Angeles, CA, 12/31/1999) [Remastered]
11. All She Wants To Do Is Dance (Live at Staples Center, Los Angeles, CA, 12/31/1999) [Remastered]
12. The Best Of My Love (Live at Staples Center, Los Angeles, CA, 12/31/1999) [Remastered]

[CD12]
1. Take It Easy (Single Version) [Remastered]
2. Get You In The Mood (Remastered)
3. Outlaw Man (Single Version) [Remastered]
4. Best Of My Love (Single Edit) [Remastered]
5. One Of These Nights (Single Edit) [Remastered]
6. Lyin’ Eyes (Single Edit) [Remastered]
7. Take It To The Limit (Single Edit) [Remastered]
8. Please Come Home For Christmas (Single Version) [Remastered]
9. Funky New Year (Remastered)
10. Hole In The World (Remastered)

[DVD]
1. Hotel California
2. Taquila Sunrise
3. Help Me Through The Night
4. The Heart Of The Matter
5. Love Will Keep Us Alive
6. Learn To Be Still
7. Pretty Maids All In A Row
8. The Girl From Yesterday
9. Wasted Time
10. I Can’t Tell You Why
11. New York Minute
12. The Last Resort
13. Take It Easy
14. Life In The Fast Lane
15. In The City
16. Get Over It
17. Desperado
18. Seven Bridges Road

[Blu-ray]
1. The Long Run (Live from Melbourne) (Video)
2. New Kid In Town (Live from Melbourne) (Video)
3. Wasted Time (Live from Melbourne) (Video)
4. Peaceful Easy Feeling (Live from Melbourne) (Video)
5. I Can’t Tell You Why (Live from Melbourne) (Video)
6. One Of These Nights (Live from Melbourne) (Video)
7. One Day At A Time (Live from Melbourne) (Video)
8. Lyin’ Eyes (Live from Melbourne) (Video)
9. The Boys Of Summer (Live from Melbourne) (Video)
10. In The City (Live from Melbourne) (Video)
11. Already Gone (Live from Melbourne) (Video)
12. Silent Spring (Intro) (Live from Melbourne) (Video)
13. Tequila Sunrise (Live from Melbourne) (Video)
14. Love Will Keep Us Alive (Live from Melbourne) (Video)
15. No More Cloudy Days (Live from Melbourne) (Video)
16. Hole In The World (Live from Melbourne) (Video)
17. Take It To The Limit (Live from Melbourne) (Video)
18. You Belong To The City (Live from Melbourne) (Video)
19. Walk Away (Live from Melbourne) (Video)
20. Sunset Grill (Live from Melbourne) (Video)
21. Life’s Been Good (Live from Melbourne) (Video)
22. Dirty Laundry (Live from Melbourne) (Video)
23. Funk #49 (Live from Melbourne) (Video)
24. Heartache Tonight (Live from Melbourne) (Video)
25. Life In The Fast Lane (Live from Melbourne) (Video)
26. Hotel California (Live from Melbourne) (Video)
27. Rocky Mountain Way (Live from Melbourne) (Video)
28. All She Wants To Do Is Dance (Live from Melbourne) (Video)
29. Take It Easy (Live from Melbourne) (Video)
30. Desperado (Live from Melbourne) (Video)

Alla prossima, con altre future uscite autunnali, si spera più interessanti.

Bruno Conti

Un Archeologo Texano Che Vive In Inghilterra Che Musica Fa? Facile: Del Country-Rock Californiano! George St. Clair – Ballads Of Captivity And Freedom

george st.clair ballads of captivity

George St. Clair – Ballads Of Captivity And Freedom – George St. Clair CD

Interessantissimo debutto per questo texano che da anni risiede in Inghilterra, dove svolge la sua professione principale di archeologo ed antropologo. George St. Clair, grande appassionato di musica, da anni si diletta nella composizione, ed oggi ha finalmente deciso di pubblicare in proprio questo Ballads Of Captivity And Freedom (bel titolo), un disco che nella sua ora di durata ci regala una bella serie di canzoni di classico country-rock cantautorale. C’è poco del nativo Texas in questi brani, la fonte di ispirazione principale di George sono le sonorità californiane degli anni settanta, il suo pane quotidiano sono gruppi come gli Eagles ed i Poco, o solisti come Jackson Browne, e le canzoni hanno arrangiamenti diretti, classici, con chitarre e pianoforte in evidenza e quasi sempre una bella steel in sottofondo: i musicisti rispondono ai nomi di David Cuetter, Dan Lebowitz, Amy Scher, Mike Stevens, Kirby Hammel e Ben Bernstein, sessionmen sconosciuti ma in grado di fornire un suono limpido e compatto, perfetto per le ballate terse di George.

L’album inizia in maniera scintillante con Tularosa, un country-rock che profuma di California anni settanta, ed il paragone con gli Eagles viene rafforzato dalla voce di George, che ricorda quella di Glenn Frey: motivo decisamente orecchiabile e solare, con steel e violino protagonisti. The Places Where They Prayed si mantiene sullo stesso livello https://www.youtube.com/watch?v=VBuQCtgXejU , e non si sposta musicalmente dal Golden State (di Texas neanche l’ombra, ma va bene lo stesso), una ballata limpida e discorsiva tra Browne ed il miglior John Denver, mentre Autumn 1889, con i suoi otto minuti di durata, è uno degli highlights del disco, uno slow dal delizioso gusto melodico e dal raffinato accompagnamento basato su chitarra acustica e pianoforte, con il motivo che si apre a poco a poco. Niente male anche Corridors, tutta giocata su una chitarra arpeggiata, un leggero gioco di percussioni ed una ritmica veloce ma leggera.

Good Times è vero country in puro stile honky-tonk, un bel piano da taverna e la chiara influenza di Byrds e Flying Burrito Brothers. La lunga Cynthia propone un’accattivante fusione tra una classica melodia folkeggiante ed una percussione che dona un tocco esotico https://www.youtube.com/watch?v=b0VSkfLF3IQ , Up To Fail è decisamente più elettrica, quasi come fosse una rock ballad sferzata dal vento alla Neil Young (ed è una delle più riuscite), mentre Lie To Them è ancora country, spedito, scorrevole e di nuovo con la steel in primo piano. Cimarrones è un lento molto classico, forse già sentito ma piacevole, New Mexico è una bellissima western song, tersa ed immediata, e che non si schioda dai seventies come decade di riferimento. Il CD, quasi un’ora di musica davvero piacevole, si chiude con Pedro Paramo, tra California e Messico https://www.youtube.com/watch?v=6L3t60H7rdA , e con il puro folk di Talkin’ Mesquite, con George che si cimenta con successo anche nel talking, come da titolo. E’ uscito da qualche mese ma vale la pena di cercarlo.

Marco Verdi

Al Quarto Album Di Buon Country-Rock Made In Nashville Si Può Proprio Dire Che Sono Una Certezza. Wild Feathers – Greetings From The Neon Frontier

wild frontiers greetings from the neon frontiers

Wild Feathers – Greetings From The Neon Frontier – Reprise Records  

Quarto album per la band di Nashville, Tennessee, dopo il Live At The Ryman del 2016  https://discoclub.myblog.it/2017/02/16/dal-vivo-sono-veramente-bravi-wild-feathers-live-at-the-ryman/ ,  sono tornati in studio con il loro storico produttore Jay Joyce per registrare questo Greetings From The Neon Frontier, che presumo prenda il titolo proprio dai Neon Cross Studios di Joyce, ubicati nella capitale del Tennessee, dove è stato realizzato il disco. I Wild Frontiers sono catalogati come una delle ormai quasi rare (ma non scomparse) band che vengono definite country-rock, non Americana, roots, alternative, southern, proprio il caro vecchio country rock che poi comunque contiene un poco di tutti i generi appena ricordati. Il primo album omonimo del 2013 non dico che mi aveva folgorato, ma mi aveva colpito più che favorevolmente https://discoclub.myblog.it/2013/09/15/ho-visto-il-futuro-del-rock-n-roll-e-il-suo-nome-e-the-wild/ , il secondo Lonely Is A Lifetime un filo inferiore e più “lavorato”, restava un buon album, e il disco dal vivo aveva confermato tutte le vibrazioni positive della loro musica.

La formazione è un quartetto classico che ruota intorno alle voci e alle chitarre di Taylor Burns e Ricky Young, al bassista e vocalist Joel King, che sono gli autori della quasi totalità del materiale, ed al batterista Ben Dumas, entrato in formazione dal secondo album, Brett Moore degli ottimi Apache Relay alla pedal steel e chitarra aggiunta è un elemento importante nel sound del gruppo, e Rachel Moore, moglie di Brett e fotografa, appare al violino in un brano. Quittin’ Time parte subito forte, chitarre spianate ed energiche, con la pedal steel e l’organo suonato da Joyce ad aumentare un sound vibrante e poderoso, con intrecci vocali splendidi che rimandano ai migliori Jayhawks e alle bande southern, Wildfire ricorda le atmosfere sonore dei primi Eagles, quelli di Desperado e On The Border per intenderci, sempre con l’evocativa steel di Moore a sottolineare i bellissimi impasti vocali che ci riportano al miglior country-rock degli anni che furono https://www.youtube.com/watch?v=sKw5XlDpIj4 , derivativo? Forse, ma chi se ne frega, finché è fatto così bene e con passione sincera; Stand By You è decisamente più rock’n’roll, ci sono elementi alla Tom Petty e le chitarre sono sempre vibranti ed onnipresenti, mentre la cadenzata No Man’s Land, dell’accoppiata King/Young, ha ancora il classico suono del miglior country-rock, con i suoi 5 oltre minuti è la canzone più lunga dell’album e le chitarre nella parte centrale e finale si lasciano andare in piena libertà, ben supportate dall’organo.

La delicata e deliziosa Two Broken Hearts, scritta in solitaria dal solo Taylor Burns, ha uno spirito country-folk accentuato dall’interscambio tra la pedal steel e il violino della coppia Moore, veramente una piccola gemma https://www.youtube.com/watch?v=LktTWx6LsDw ; Golden Days torna subito ad un suono decisamente più roccato a tutte chitarre, sempre con la produzione cristallina di Joyce che evidenzia con precisione l’uso degli strumenti  e con le voci che si alternano alla guida del pezzo, a conferma che questa volta le buone canzoni ci sono. Anche quando il tempo rallenta come in Big Sky, l’unico brano a non portare la firma della band, si respira comunque un’aria anni ’70 veramente rinfrescante, tra CSN&Y e Matthews Southern Comfort, sound elettroacustico, le solite armonie vocali splendide e crescendo strumentali da sballo https://www.youtube.com/watch?v=L_shcc6EneQ , e pure Hold On To Love, anche se è un po’ più leggerina e zuccherosa, si regge comunque sul lavoro vocale sempre di gran qualità della band, che nel finale di brano schiaccia nuovamente il pedale dell’acceleratore sul ritmo e sulla elettricità del brano ,con le chitarre che si fanno nuovamente sentire, anche in modalità slide. Every Morning I Quit Drinkin’ è uno strano valzerone country di Ricky Young, molto sixties ma anche alquanto irrisolto e non memorabile,  forse l’unico brano scarso del disco, mentre Daybreaker (Into The Great Unknown) è di nuovo un galoppante e gagliardo brano di stampo rock classico americano con chitarre a volontà, al limite con qualche reminiscenza dei migliori U2. Ancora una volta un bel disco, questa volta senza cadute di tono.

Bruno Conti

Al “Solito” Buon Rock Californiano, Ma Possono Fare Meglio. Dawes – Passwords

dawes paswords

Dawes – Passwords – Hub Records           

Sesto album per i californiani Dawes, band guidata dai fratelli Goldsmith, Taylor, chitarra, voce solista e leader indiscusso del gruppo, visto che compone anche la quasi totalità delle canzoni, mentre Griffin si occupa della batteria.  Completano la formazione il bassista storico Wylie Gelber e l’ultimo arrivato, il tastierista Lee Pardini. Per questo album, dopo averne cambiati tre nei precedenti album (Blake Mills, David Rawlings e Jacquire King), torna in camera di regia Jonathan Wilson, che aveva prodotto i primi due dischi ed era stato anche loro compagno di jam sessions a Laurel Canyon, nonché di avventure musicali con Jackson Browne, da sempre un punto di riferimento, con Crosby, Stills, Nash, e Young, Joni Mitchell, gli Eagles, il sound West Coast in generale, quasi tutte influenze in comune con il loro produttore, che nell’ultimo anno ha condiviso studio di registrazione e palchi con Roger Waters. In effetti il primo brano, Living In The Future, più rock mainstream e tirato del solito, ha delle sonorità che potrebbero rimandare a Is This The Life We Really Want?, con chitarre e ritmica più grintose del solito, e la presenza più marcata delle tastiere, anche synth, affidati a Wilson, che però rimangono per ora nei limiti della decenza.

Il disco ha avuto critiche discordanti: Mojo e Allmusic gli hanno dato addirittura 4 stellette, mentre qualche sito musicale americano è stato molto meno tenero. Diciamo che siamo ancora lontani dalle svolte oltremodo “moderniste” e poco amate, almeno dal sottoscritto, degli ultimi Decemberists, Kings Of Leon, Mumford And Sons, Arcade Fire e altre band che hanno pompato negli anni il loro sound, ma la china potrebbe diventare quella, a scapito del suono, magari citazionista e old style dei primi album https://discoclub.myblog.it/2015/06/03/from-los-angeles-california-the-dawes-all-your-favourite-bands/ , comunque eseguito con brio e passione, per certi versi lontano da stereotipi solo fini a sé stessi, con belle aperture sonore e interessanti intrecci vocali. Che per esempio ritornano nel suono targato seventies Eagles della morbida Stay Down, non esaltante magari, ma estremamente piacevole, o nella ballata pianistica e introspettiva Crack The Case, che ricorda moltissimo il loro nume tutelare Jackson Browne, anche se pare mancare loro un po’ di nerbo, ma l’amore per le belle melodie è pur sempre presente, con fin troppo rigogliose tastiere e la slide insinuante di Trevor Menear che cerca di ricreare un effetto Lindley ; Feed The Fire vira nuovamente verso il lato più orecchiabile del country-rock, quello degli America del secondo periodo o di Dan Fogelberg, con Taylor Goldsmith al sitar/guitar e Wilson alla seconda chitarra, per un brano sinuoso, per quanto sempre leggerino.

In My Greatest Invention, la presenza di una sezione archi, già utilizzata nel precedente brano, conferisce un effetto fin troppo zuccheroso alla canzone, che, unito all’impiego di un falsetto molto marcato, non depone a favore di una canzone esageratamente soporifera, anche se la parte strumentale centrale non è male, con chitarre e tastiere ben miscelate; Telescope, più incalzante, grazie ad un giro di basso vorticoso, e con un suono che potrebbe ricordare i Fleetwood Mac più avventurosi a guida Buckingham del periodo di Tusk, è più complessa e dalle sonorità inconsuete, assolo di Thumb Jam (qualsiasi cosa sia) di Wilson e baritone guitar di Taylor Goldsmith inclusi https://www.youtube.com/watch?v=wqq6WjN0wh4 . Diciamo che un certo edonismo sonoro è spesso presente, ma ci sono comunque brani piacevoli, come la romantica I Can’t Love, che potrebbe avvicinarsi al Don Henley anni ’80, forse non il migliore, ma c’era in giro di peggio, e il piano di Lee Pardini è il protagonista principale della canzone, ma  in Mistakes We Should Have Made si sfiora e si supera il limite con la canzonetta radiofonica, mentre la love song Never Gonna Say Goodbye sembra una novella Romeo And Juliet dei Dire Straits, meno bella e Time Flies Either Way ritorna nuovamente a citare, con ottimi risultati (piacevole l’uso del sax alto di Josh Johnson),  le belle ballate di mastro Jackson Browne https://www.youtube.com/watch?v=qfsCOk3gwrs  e il suono dei primi album dei Dawes. Diciamo promossi con ma con riserva.

Bruno Conti  

Il Volo Solitario Dell’Aquila. Glenn Frey – Above The Clouds: The Collection

glenn frey above the clouds

Glenn Frey – Above The Clouds: The Collection – Geffen/Universal CD – Box Set 3CD/DVD

La carriera solista di Glenn Frey, uno dei principali musicisti scomparsi nel nefasto 2016, sia artisticamente che commercialmente non è neppure lontanamente paragonabile a quella con gli Eagles, dei quali ha sempre condiviso la leadership insieme a Don Henley. Appena cinque album in 35 anni (di cui quattro nei primi dodici), più un live ed un’antologia, nessuno dei quali si può considerare imprescindibile (e con un suono talvolta eccessivamente radiofonico e lavorato), anche se prendendo il meglio da ognuno di essi indubbiamente il materiale interessante non manca, visto che comunque la classe non era acqua. Come dimostra questo box celebrativo appena uscito, intitolato Above The Clouds, che offre in tre CD più un DVD una panoramica più che completa del periodo che Frey ha trascorso lontano dal suo gruppo principale: non ci sono inediti veri e propri, ma qualche rarità sì (prese principalmente da varie colonne sonore) e, nel terzo dischetto, una chicca assoluta e da un certo punto di vista inattesa. Ma “ciancio alle bande” ed esaminiamo il contenuto disco per disco.

CD 1: qui troviamo i brani più popolari di Glenn, quasi a formare un ideale Greatest Hits (ed infatti è uscito anche separatamente in versione singola), a partire dal suo più grande successo, The Heat Is On, tratto dalla colonna sonora di Beverly Hills Cop, canzone però viziata da orrende sonorità plastificate tipiche degli anni ottanta. Molto meglio altri due pezzi presi da una soundtrack (cioè quella del noto telefilm Miami Vice, nel quale Frey ha pure recitato), la raffinata You Belong To The City, che nonostante un suono quasi AOR è una delle sue canzoni migliori, e la grintosa e roccata Smuggler’s Blues, mentre la rara Call On Me, presa dalla serie di detective stories televisive South Of Sunset (che vedevano Glenn protagonista), soffre in parte degli stessi problemi di The Heat Is On. Altri brani degni di nota sono la bella e sinuosa I’ve Got Mine, tra le sue canzoni più riuscite, l’ottima Part Of Me, Part Of You, una scintillante rock ballad che non avrebbe sfigurato nel repertorio degli Eagles (che era nella colonna sonora di Thelma & Louise), e le godibili Sexy Girl e Soul Searchin’, entrambe tra pop ed errebi di gran classe, con la seconda che presenta anche marcati elementi gospel.

CD 2: altri brani presi dagli album solisti di Glenn, ma meno famosi (i cosiddetti “deep cuts”), con diverse selezioni tratte dall’album di standard del 2012 After Hours, invero piuttosto loffio (ma la rilettura in puro stile honky-tonk di Worried Mind, brano di Jimmie Davis reso immortale da Ray Charles, è molto bella). Ci sono anche due dei tre brani inediti della Solo Collection del 1995, la solare This Way To Happiness, pop song vibrante e coinvolgente, e la deliziosa Common Ground, tra country, rock e gospel, cantata alla grande. Glenn era anche un appassionato di soul ed errebi, e questo si nota nella raffinatissima Let’s Go Home e soprattutto nella squisita I Got Love, tra le più belle del box, perfetta sotto ogni punto di vista (suono, arrangiamento e melodia). Meritano una menzione anche il travolgente rock’n’roll Better In The U.S.A., l’emozionante Brave New World, melodicamente inappuntabile anche se con qualche synth di troppo, e l’intensa ballatona Lover’s Moon.

CD 3: probabilmente la vera ragione per acquistare questo box è in questo dischetto: l’unico album, omonimo, pubblicato nel 1969 dai Longbranch/Pennywhistle, un duo formato da Glenn con John David Souther, disco che non ebbe il minimo successo (sparendo presto dalla circolazione), ma che fu importante perché pose le basi del suono country-rock degli Eagles, oltre ad iniziare una collaborazione tra i due musicisti che durerà anche in seguito (Souther scriverà infatti più di un brano per le Aquile). Stampato in CD per la prima volta ufficialmente (le copie che trovate su internet sono di dubbia provenienza), Longbranch/Pennywhistle conta anche sul supporto di una super band, formata da Jim Gordon, batterista per Eric Clapton, George Harrison e Derek & The Dominos, dal grande steel guitarist Buddy Emmons, il violinista Doug Kershaw, lo straordinario pianista Larry Knetchel, e, alle chitarre, l’axeman di Elvis, James Burton, oltre ad un giovane Ry Cooder. Trenta minuti di durata e dieci canzoni, sei delle quali scritte da Souther, due da Frey, una dai due insieme ed una buona versione, molto country, di Don’t Talk Now di James Taylor.

Ci sono momenti davvero pregevoli come la scattante Jubilee Anne, curiosamente simile al suono dei dischi “americani” che Elton John farà di lì a poco, lo spedito country-rock elettrico Run Boy, Run, una sorta di Take It Easy in embrione, o la deliziosa ballata folkeggiante Rebecca. La ritmata Lucky Love non è distante dallo stile che i Byrds avevano in quegli anni, mentre Kite Woman ha i germogli dell’Eagles-sound; la nervosa Bring Back Funky Women non è un granché, meglio la mossa Star-Spangled Bus, con il piano in evidenza, e la delicata e bucolica Mister, Mister. Chiudono la già citata Don’t Talk Now è l’orecchiabile Never Have Enough, con un ritornello facile e diretto. Un ripescaggio molto interessante quindi, pur essendo molto lontani dal capolavoro (e comunque vorrei sapere quanti di voi ne possiedono una copia originale).

DVD – Strange Weather/Live In Dublin: la parte video prende in esame un concerto del 1992 a Dublino, che non è inedito in quanto era uscito all’epoca in VHS, e pure su CD come Glenn Frey Live, con tre brani in meno per questioni di durata (ma entrambi i supporti sono da tempo fuori catalogo). Un bel concerto, molto piacevole, con Glenn in ottima forma fisica e vocale ed accompagnato da una solida band di undici elementi. Ci sono chiaramente i brani più noti del suo periodo da solo, con qualche assenza (You Belong To The City, ma lo show è comunque incompleto), qualche new entry rispetto ai primi due CD di questo box (tra cu la festosa e rockeggiante Party Town), ed una buona versione della classica folk song scozzese Wild Mountain Thyme, qui stranamente attribuita a Bert Jansch, che è solamente uno dei mille artisti che l’hanno incisa. Detto di due trascinanti True Love e Love In The 21st Century, meglio delle loro controparti in studio,  il piatto forte sono i pezzi appartenenti al songbook degli Eagles: le bellissime Peaceful, Easy Feeling e New Kid In Town poste ad inizio serata, uno splendido medley tra Lyin’ Eyes e Take It Easy, presente anche in versione audio nel primo CD, ed il finale con la sempre trascinante Heartache Tonight e la magnifica Desperado, che con Glenn alla voce solista è una rarità (infatti nelle Aquile la cantava Henley).

In definitiva Above The Clouds è un buon modo per celebrare adeguatamente la figura di Glenn Frey e, pur con qualche momento discutibile nei primi due CD, un cofanetto che può stare dignitosamente in qualsiasi collezione che si rispetti.

Marco Verdi

Un’Ottima Band Dal Nobile Lignaggio! Midnight North – Under The Lights

midnight north under the lights

Midnight North – Under The Lights – Trazmick CD

I Midnight North sono un quintetto californiano con già due album in studio ed un live all’attivo, e sono guidati da un giovane chitarrista e cantante, Grahame Lesh, che è anche figlio d’arte, e non uno qualsiasi: infatti il padre è proprio Phil Lesh, storico bassista dei Grateful Dead, una delle colonne portanti del leggendario gruppo di San Francisco sin dalla prima ora. Quindi Grahame non ha avuto un’infanzia ed un’adolescenza qualunque, ma è cresciuto respirando grande musica ogni singolo giorno, cosa che sicuramente gli è servita a formarsi un background culturale di tutto rispetto: questo è evidente ascoltando questo Under The Lights, terzo album della sua band, che è indubbiamente un signor disco. Lesh Jr. (che è coadiuvato dalla seconda voce solista di Elliott Peck, che nonostante il nome è una ragazza, dal polistrumentista Alex Jordan e dalla sezione ritmica formata da Alex Koford e Connor O’Sullivan) ha però uno stile diverso dal gruppo di suo padre, in quanto è fautore di un rock chitarristico decisamente diretto ed imparentato con il genere Americana: Graheme scrive canzoni semplici e fruibili, ma non banali, ha un senso della melodia non comune e le sue canzoni sono tutte estremamente piacevoli; l’unico punto in comune con i Dead può essere una certa tendenza alla jam nella coda strumentale di alcuni pezzi, anche perché se ci pensiamo un attimo anche il combo guidato da Jerry Garcia nei dischi in studio era spesso piuttosto diverso che durante i concerti.

Under The Lights è quindi un disco di puro rock, con qualche aggancio al country ed una brillante propensione alle melodie corali e dirette, un lavoro fresco e piacevole, che spero metta in luce questo gruppo aldilà del cognome del suo leader. Anche se poi mi viene in mente che i due più bei dischi di studio dei Dead, Workingman’s Dead ed American Beauty, erano anch’essi esempi di Americana ante litteram, e quindi in un certo senso il cerchio si è chiuso. Il CD parte col piede giusto con la bella title track, una rock song fluida e scorrevole, dall’ottimo refrain corale, un tocco country ed un uso scintillante di piano e chitarra. E Grahame è un cantante migliore di suo padre (non che ci volesse molto). Playing A Poor Hand vede la Peck alla voce solista (lei e Lesh si alterneranno per tutto il disco), per una rock ballad ariosa, cadenzata e decisamente gradevole, con un bel gusto melodico che è un po’ il fiore all’occhiello del gruppo; la gioiosa Everyday è una via di mezzo tra un errebi con tanto di fiati ed un pop-rock alla Fleetwood Mac, mentre Greene County è chiaramente una country ballad, sempre di stampo californiano, con qualcosa di Eagles e del Bob Seger più bucolico (Fire Lake).

Roamin’ ha un approccio più rock, con sonorità anni settanta ed il solito ritornello immediato, Headline From Kentucky è una ballata elettrica dal ritmo sostenuto e dal mood intrigante, con un ottimo motivo senza sbavature: tra le più belle del CD; una bella chitarra introduce la fluida Back To California, fino ad ora la più dead-iana (più nella parte strumentale che nella melodia), ed anche qui siamo di fronte ad un brano coi fiocchi, mentre la saltellante e coinvolgente One Night Stand dona al disco un altro momento di allegria e buona musica. Echoes è un rock a tutto tondo, tra le più elettriche del lavoro e con tracce di Tom Petty, con ottime parti di chitarra e solito refrain vincente, The Highway Song è vera American music, un pop-rock terso ed altamente godibile, che porta in un soffio alla conclusiva Little Black Dog, puro country elettroacustico ancora corale e gioioso, che ricorda quasi la Nitty Gritty Dirt Band dei bei tempi. Midnight North è un nome da tenere a mente, il nome di un’altra piccola grande band sotto il sole della California.

Marco Verdi

Un Doveroso Omaggio Ad Un Protagonista Del West Coast Sound. Various Artists – A Tribute To Dan Fogelberg

a tribute to dan fogelberg

Various Artists – A Tribute To Dan Fogelberg – BMG Rights Management

Il 16 dicembre (ieri) è caduto il decimo anniversario dalla prematura morte di Dan Fogelberg, autore di ottimi dischi negli anni settanta e ottanta in uno stile riconducibile al country rock molto in auge in quel periodo grazie a protagonisti di assoluto valore come gli Eagles, Jackson Browne, Crosby, Stills & Nash, James Taylor, Poco e Doobie Brothers, solo per citare alcuni dei nomi più noti. Daniel era originario di una piccola cittadina dell’Illinois, Peonia. Dopo aver militato in alcuni gruppi locali, decise di esibirsi in proprio ed ebbe la fortuna di essere notato da Irving Azoff, colui che sarebbe diventato manager di grandi stelle del rock, tra cui i già citati Eagles. Azoff gli fece ottenere il primo contratto discografico e lo presentò all’esperto bassista e produttore Norbert Putnam che divenne suo amico e fidato collaboratore per il decennio che seguì, dal bel disco d’esordio Home Free, del 1972, fino al capolavoro del 1981, il doppio The Innocent Age (disco strepitoso dove erano presenti Joni Mitchell, Glenn Frey, Brecker Brothers, Richie Furay. Emmylou Harris, Don Henley, Chris Hillman e moltissimi altri grandi musicisti).

Per tutta la sua carriera Fogelberg, oltre a mettersi in luce come valido compositore di ballate spezza cuori e di brani rock dalla tipica impronta della West Coast, esibì notevoli doti di arrangiatore e strumentista suonando ogni tipo di chitarra o tastiera, sempre coadiuvato da session men di primissimo ordine. Pubblicò anche due interessanti album in coppia con il flautista Tim Weisberg, prova tangibile di una passione mai sopita per il jazz e per gli arrangiamenti orchestrali, e un vero gioiello in stile bluegrass, High Country Snows del 1985, realizzato con una band di superstars della musica country tradizionale. Negli anni novanta Dan diminuì progressivamente le sue produzioni e l’ultimo lavoro con materiale inedito rimane Full Circle, del 2003 (senza contare Love In Time uscito postumo nel 2009). Dopo le sua scomparsa nel 2007, Jean Fogelberg, terza delle sue mogli, si è presa l’impegno di onorarne la memoria con un album tributo che coinvolgesse musicisti di grande fama, da vecchi amici e collaboratori del marito a stelle emergenti dell’ultima generazione che riconoscessero Fogelberg come fonte d’ispirazione.

Ad aiutarla, i fidati Putnam e Azoff, oltre al noto produttore Chuck Morris. Dopo sette anni e sette mesi passati a reclutare gli artisti e a trovare il tempo utile per farli incidere, ecco finalmente il risultato di tanta passione, un album piacevolissimo in cui la media delle performances si mantiene elevata e la bellezza originaria delle composizioni di Dan Fogelberg rimane intatta. Ad aprire le danze ci pensa l’icona del country nashvilliano Garth Brooks (supportato ai cori da Trisha Yearwood). La sua versione di Phoenix è fresca e potente con quel bel gioco di chitarre che caratterizzava anche la versione originale. Oibò! Che ci fa la regina della disco music in un contesto di questo genere? Frenate la vostra diffidenza, la scelta di Donna Summer (deceduta nel 2012, aveva registrato il pezzo due anni prima) per interpretare Nether Lands si rivela azzeccatissima.

Ascoltate come si dispiega la sua bella e stentorea voce sull’imponente arrangiamento orchestrale che riproduce fedelmente quello d’origine, e non potrete che applaudire. Michael Mc Donald annerisce con il suo vocione Better Change, sottolineandone il ritornello con un robusto coro gospel. La classe non è acqua, ma onestamente preferivo l’arrangiamento del suo autore. Vince Gill (a proposito, che ne dite del suo recente ingresso negli Eagles insieme al figlio di Glenn Frey?) duetta co nla moglie Amy Grant per uno degli hit di maggior successo di Fogelberg, la delicata Longer, qui impreziosita da un bell’assolo di tromba di Chris Botti. I Train (quelli di Hey Soul Sister) danno prova di coraggio dando ritmo ad una delle canzoni più lente e struggenti che Dan abbia mai composto, mantenendo la citazione finale di Auld Lang Syne suonata con il sax. A me non dispiace, ma siete liberi di pensarla diversamente.

Dobie Gray, protagonista negli anni settanta e ottanta tra country, soul e R&B (sua la mitica Drift Away), prima di arrendersi al cancro nel 2011 fece in tempo a registrare l’intensa  Don’t Lose Heart, uno dei pochi inediti presenti nella quadrupla antologia Portrait, del 1997. Versione di gran classe, che fa il pari con quella di Old Tennessee, eseguita da Danny Henson e Tom Kelly, in arte Fool’s Gold,  che accompagnarono Dan Fogelberg per il tour di Souvenirs nel 1974 ed incisero a loro nome un paio di buoni album nel ’76 e ’77. Casey James è un giovane cantautore e chitarrista texano di grandi prospettive come dimostrano i suoi tre dischi e questa incendiaria versione di As The Raven Flies. Casey ci dà dentro di brutto con la sua sei corde, dando nuova linfa ad un pezzo già trascinante. Randy Owen è meglio conosciuto come voce solista degli ultra noti Alabama. La sua scelta è perfetta perchè la magnifica country ballad Sutter’s Mill gli calza a pennello, melodia in crescendo e perfette armonie vocali nel refrain. Da qui in poi il tributo si assesta su livelli altissimi. Run For The Roses  è un’altra masterpiece song di Fogelberg e qui per riproporla al meglio troviamo altri due nomi eccellenti della country music, Richie Furay e la Nitty Gritty Dirt Band.

Boz Scaggs,  vecchia gloria del rock americano, interpreta con la sua calda ed intensa voce la malinconica Hard To Say, dotandola di un’atmosfera più blusey, con un pregevole assolo centrale di chitarra. Joe Walsh fu il produttore dell’ottimo e già citato Souvenirs, ovvio quindi che abbia scelto di riproporrre, insieme agli altri componenti degli Eagles, la canzone che apriva quell’album, Part Of The Plan. Bella versione, che mantiene la freschezza melodica dell’originale. Da quella che apre a quella che chiude lo stesso disco, manco a farlo apposta: There’s A Place In The World For A Gambler è, a mio modesto avviso uno dei vertici compositivi di Dan, una specie di inno che, non a caso, lui poneva in chiusura dei suoi concerti facendone cantare il ritornello al pubblico con un effetto da pelle d’oca (risentitela sul live Greetings From The West, ne vale la pena!). Il grande Jimmy Buffett la rivisita con tutta la maestria e la sensibilità di cui è capace, ricreando quel finale da brividi con gli strumenti e le voci che si rincorrono.

Il gran finale è riservato alla canzone in assoluto più nota e celebrata di Dan Fogelberg, quella Leader Of The Band che egli dedicò al padre, insegnante di musica e direttore della banda cittadina di Peonia. Zac Brown ne dà una versione scarna e toccante, registrata dal vivo, solo chitarra acustica e voci. Applausi…e da lassù padre e figlio riuniti sicuramente sorridono.

Marco Frosi

Ecco Un Altro Gruppo Con Il Braccino Corto! Eagles – Hotel California 40th Anniversary

eagles hotel california expanded fronteagles hotel california expanded eagles hotel california expanded box

The Eagles – Hotel California 40th Anniversary – Elektra/Warner CD – 2CD – Box Set 2CD/BluRay

(NDM: mi spiace cominciare al solito con una precisazione, ma il disco in questione uscì nel Dicembre del 1976, e quindi questa deluxe edition doveva essere pubblicata lo scorso anno, in quanto se la matematica non è un’opinione gli anni sono 41. Poi siamo d’accordo che il suo enorme successo ha avuto il suo picco nel 1977, ma nessuno si è mai sognato, per esempio, di affermare che The Wall dei Pink Floyd fosse un album del 1980).

Se c’è un gruppo che negli anni ha sempre concesso pochissimo ai suoi fans in materia di inediti e concerti d’archivio, questi sono certamente gli Eagles, e la cosa è ancora più strana in quanto stiamo parlando di una delle band più popolari al mondo. Oggi l’occasione per riparare in parte a questa mancanza è affidata a questa ristampa celebrativa del loro disco più famoso, e per molti il loro capolavoro (per me è Desperado, ma di un nonnulla), cioè Hotel California, uno degli album più venduti di tutti i tempi. L’operazione comprende l’inutile riedizione singola (buona al limite per i neofiti), un doppio CD ed un cofanetto deluxe, ma anche questa volta il gruppo californiano d’adozione (o chi decide per loro) si è contraddistinto per il braccino corto, in quanto la versione doppia propone sul secondo CD un concerto inedito a Los Angeles dell’Ottobre del 1976, ma soltanto dieci canzoni per la miseria di 48 minuti! Cosa ancora più grave, il cofanetto, oltre ad essere ridicolmente caro (circa 90 euro), non aggiunge un solo minuto di musica inedita, essendo il terzo dischetto una versione in BluRay audio dell’album principale: quindi quasi 70 euro in più per un doppione sonoro ed un (bel) libro con foto e note (note completamente assenti dalla versione doppia, solo qualche foto ed i crediti, neppure i testi delle canzoni).

E per le Aquile questo è un vecchio vizio, siccome già in passato si erano contraddistinti per la loro parsimonia: nel cofanetto retrospettivo del 2000 Selected Works, oltre alla miseria di tre inediti che non erano neppure canzoni, c’era il Millenuim Concert, e anche lì solo 12 canzoni, mentre come aggiunta alla versione deluxe dello splendido DVD History Of The Eagles c’era un live del 1977, ma anche stavolta solo una manciata di brani. Esaminiamo quindi il contenuto di questa ristampa, e stavolta mi limito alla versione doppia, dato che basta e avanza. Nel 1976 gli Eagles erano ad un punto di svolta: dopo l’ottimo successo di One Of These Nights avevano perso un pezzo per strada, in quanto Bernie Leadon non era soddisfatto della direzione musicale più commerciale presa dal gruppo; Don Henley e Glenn Frey, da sempre i due leader della band, ingaggiarono quindi Joe Walsh, ex chitarrista della James Gang, che garantiva un approccio più rock ed era considerato il giusto partner per l’altro axeman Don Felder. Don e Glenn avevano in mente quindi di alzare ulteriormente l’asticella, e pensarono ad una sorta di concept album sui problemi causati da fama e successo, dalla perdita dell’innocenza e dalla discesa agli inferi a seguito di un tenore di vita “nella corsia di sorpasso”: Hotel California, l’album che ne risultò (con una iconica copertina che raffigurava il barocco Beverly Hills Hotel di Los Angeles in maniera un po’ inquietante) fu un grande disco, e lo è ancora quattro decenni dopo. Gran parte della sua fortuna la deve indubbiamente alla fantastica title track, una di quelle canzoni che definiscono una carriera intera, un irripetibile equilibrio tra una melodia di prim’ordine, un ritornello strepitoso, un testo degno di una trama da film horror ed un assolo di chitarra finale, suonato all’unisono da Walsh e Felder, che è stato giudicato tra i più belli di sempre.

Ma l’album contiene altre grandi canzoni, ed è in un certo senso il disco di Henley, che canta da solista ben cinque degli otto pezzi totali (uno è una ripresa strumentale di Wasted Time): oltre alla title track Don è protagonista infatti della roboante Life In The Fast Lane, caratterizzata da un gran lavoro di Walsh, della già citata Wasted Time, romantica ma non melensa, la roccata e trascinante Victim Of Love e soprattutto la magnifica The Last Resort, una lunga e sontuosa ballata con una melodia ed un crescendo strepitosi, uno dei pezzi più belli delle Aquile in assoluto. Frey canta da solista in un solo brano, il pop-rock di gran classe New Kid In Town (il brano più di successo dopo Hotel California), Randy Meisner fornisce il suo ultimo contributo (lascerà la baracca l’anno dopo, sostituito da Timothy B. Schmit) con la gradevole Try And Love Again, unico rimando sonoro ai primi Eagles, mentre Walsh a mio parere “cicca” un po’ il suo esordio con la lenta e noiosa Pretty Maids All In A Row: Joe non è mai stato un grande songwriter, e men che meno nelle ballate. E veniamo al secondo CD, che come da copione è davvero bello, in quanto i nostri sono sempre stati una live band coi fiocchi…peccato che finisca quando ci si comincia a prendere gusto! Da Hotel California, che al momento del concerto doveva ancora uscire, ci sono la title track, già imperdibile, ed una New Kid In Town più rock che in studio; l’inizio della serata è riservato alla sempre bellissima e coinvolgente Take It Easy, anch’essa decisamente più chitarristica, subito seguita dall’altrettanto splendida Take It To The Limit, la signature song di Meisner. Ci sono anche due “deep cuts”, ovvero due pezzi poco noti (entrambi tratti da On The Border), James Dean e Good Day In Hell, uno spedito country-rock chitarristico la prima ed un ruspante brano che sa di southern la seconda (ottima la slide). L’intrigante Witchy Woman è sempre una gran bella rock song, mentre Funk # 49 dimostra i limiti di Joe come autore. Finale con la funkeggiante One Of These Nights, la già citata Hotel California ed il travolgente rock’n’roll di Already Gone.

E poi, come già detto, il CD finisce, lasciandoci l’amaro in bocca per l’ennesima occasione perduta.

Marco Verdi

Un Cocktail Di Suoni “Americana”! The Band Of Heathens – Duende

band of heathens duende

*NDB Un po’ in ritardo, ma come promesso, ecco la recensione, buona lettura.

The Band Of Heathens – Duende – Blue Rose/IRD

Tra i diversi gruppi che riescono ad ottenere un certo successo nelle “charts” americane da qualche anno a questa parte, ci sono sicuramente, in un ambito diciamo “moderato”, i Band Of Heathens, sulla breccia ormai da più di una decade, e che a distanza di quattro anni dal precedente Sunday Morning Record (13) http://discoclub.myblog.it/2013/10/02/la-banda-della-domenica-mattina-band-of-heathens-sunday-morn/ sfornano questo ultimo lavoro Duende (il loro quinto disco in studio, tralasciando i tre “live”, nel corso della carriera). I Band Of Heathens vengono dalla sempre viva scena musicale di Austin, Texas e sono una formazione guidata dai due storici frontmen e vocalists Ed Jurdi (chitarra, armonia e piano) e Gordy Quist (chitarre), mentre a completare l’attuale “line-up” troviamo una eccellente sezione ritmica composta da Richard Millsap alla batteria e pèrcussioni, Scott Davis al basso, con l’aggiunta di Trevor Nealon alle tastiere e pianoforte e Russ Pahl alla pedal steel, per un lavoro che spazia, come al solito, dal country-rock al sound sudista, passando per soul, funky, e boogie:, il tutto registrato nei Ronjo Studios, in quel di Austin, sotto la co-produzione dell’ingegnere del suono Jim Vollentine (Spoon e White Rabbits).

Un idea di cosa sono capaci tuttora i Band Of Heathens  la rende bene l’iniziale All I’m Asking, un brano notevole, cantato e suonato con trasporto (con le parti vocali, loro punto di forza, in gran spolvero), a cui fanno seguito un super “funky” come Sugar Queen, e una deliziosa Last Minute Man con un arrangiamento molto “folk-country” oriented, per poi passare alla scanzonata Deep Is Love (sicuramente la meno riuscita del disco). Fortunatamente si continua con la contagiosa melodia di Keys To The Kingdom, il robusto rock nuovamente con venature “soul” di Trouble Came Early, cambiando poi leggermente genere con il soul-funky di Daddy Longlegs, mentre la successiva traccia è uno splendido brano acustico Cracking The Code, che ci rimanda a quei quattro ragazzi “poco noti” di Liverpool. Chiudono degnamente Duende una Road Dust Wheels, dove si viaggia verso il Messico, fondendo ritmi latini con un “sound” di frontiera, mentre la finale Green Grass Of California, viene valorizzata dalle splendide armonie vocali del gruppo (in perfetto stile Eagles).

Quindi ancora una volta i Band Of Heathens, con estrema disinvoltura, continuano ad incidere ottimi dischi, alternando come sempre la loro “miscellanea” di generi, che come detto sono un insieme di rock, blues, funky, soul, country, con ogni componente del gruppo con un proprio stile e modo di cantare e scrivere canzoni, facendo in modo che la passione degli esordi lasci il passo ad uno stile meglio delineato e più elegante. Insomma se amate il genere “americana” e non avete neanche un loro album, beh direi che è praticamente indispensabile, ma pure se non lo amate e ogni tanto vi va di ascoltare un disco in assoluto relax per un ascolto non impegnativo, Duende e le sue canzoni possono sicuramente servire.!

Tino Montanari