Tornano I “Maghi” Della Slide. Delta Moon – Babylon Is Falling

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Delta Moon – Babylon Is Falling – Jumping Jack Records/Landslide Records

Decimo album di studio per I Delta Moon,  Il duo di Atlanta, Georgia, composto da Tom Gray, che è la voce solista e impegnato alla lap steel in modalità slide, e Mark Johnson, pure lui alla slide: in effetti vengono uno da Washington, DC e l’altro dall’Ohio, ma hanno eletto il Sud degli States come loro patria elettiva, e con l’aiuto del solido (in tutti i sensi) bassista haitiano Franher Joseph, che è con loro dal 2007, hanno costruito una eccellente reputazione come band che sa coniugare blues, rock, musica delle radici e un pizzico di swamp, in modo impeccabile. I batteristi, che spesso sono anche i produttori dei dischi, ruotano a ritmo continuo: in questo Babylon Is Falling ne troviamo tre diversi, Marlon Patton è quello principale, mentre in alcuni brani suonano pure Vic Stafford e Adam Goodhue. Il risultato è un album piacevolissimo, dove il materiale originale si alterna ad alcune cover scelte con estremo buon gusto ed eseguite con la classe e la finezza che li contraddistingue da sempre.

Per chi non li conoscesse, i Delta Moon hanno un suono meno dirompente di quanto ci si potrebbe attendere da un gruppo a doppia trazione slide, una rarità, ma anche uno dei loro punti di forza https://discoclub.myblog.it/2017/05/12/due-slide-sono-sempre-meglio-di-una-nuova-puntata-delta-moon-cabbagetown/ :Tom Gray non è un cantante formidabile, ma supportato spesso e voelntieri dalle armonie vocali di Johnson e di Fraher, nelle note basse, è in grado di rendere comunque il loro approccio alla materia blues e dintorni molto brillante e vario, come dimostra subito un brano uscito dalla propria penna come Long Way To Go. Un bottleneck minaccioso che si libra sul suono bluesato  e cadenzato dell’insieme, speziato dal suono della paludi della Louisiana, altra fonte di ispirazione del sound sudista della band, mentre anche l’altra slide di Johnson inizia ad interagire con quella di Gray, che benché il nome lap steel potrebbe far pensare venga suonata sul grembo, in effetti è tenuta a tracolla e “trattata” con una barretta d’acciaio.

Conclusi i tecnicismi torniamo ai contenuti del disco: la title track Babylon Is Falling è un brano tradizionale arrangiato come un galoppante soul-blues-gospel che sta a metà strada tra il Cooder elettrico e i gruppi soul neri, con il consueto sfavillante lavoro delle chitarre, mentre One More Heartache è un vecchio brano Motown firmato da Smokey Robinson  per un album del 1966 di Marvin Gaye, sempre rivisitato con quel sound che tanto rimanda ancora al miglior Ry Cooder. Might Take A Lifetime è il primo contributo come autore di Mark Johnson, ma la voce solista è sempre quella roca e vissuta di Gray, con il suono che qui vira decisamente al rock, pensate ai Little Feat o magari ai primi Dire Straits, tanto per avere una idea; Skinny Woman va a pescare nel repertorio di R.L. Burnside per un tuffo nel blues delle colline, vibrante ed elettrico come i nostri amici sanno essere, grazie a quelle chitarre che volano con leggiadria sul solido tappeto ritmico. Louisiana Rain è un sentito omaggio al Tom Petty più vicino al suono roots, una squisita southern ballad che la band interpreta in modo divino, con l’armonica di Gray che si aggiunge al suono quasi malinconico e delicato delle chitarre accarezzate con somma maestria dai due virtuosi.

Liitle Pink Pistol, nuovamente di Gray, è un rock-blues più grintoso, sempre con le chitarre che si rispondono con  superbo gusto dai canali dello stereo e una spruzzata di organo per rendere il suono più corposo. Nobody’s Fault But Mine è il famoso traditional attribuito a Blind Willie Johnson, altra canzone che brilla nella solida interpretazione del gruppo, con un piano elettrico aggiunto alle due slide tangenziali https://www.youtube.com/watch?v=Bbbvw_Ru5w8 , e sempre in ambito blues eccellente anche il trattamento riservato ad un Howlin’ Wolf d’annata nella inquietante Somebody In My Home, sempre in un intreccio di chitarre ed armonica. Per chiudere mancano una corale e divertente One Mountain At A Time, sempre incalzante e tagliente, e la bellissima e sognante Christmas Time In New Orleans, altro pezzo firmato da Johnson https://www.youtube.com/watch?v=5ZJgSaEjNYU , ennesimo fulgido esempio del loro saper coniugare blues e radici in modo sapido e personale.

Bruno Conti   

Per Essere Una “Reliquia” Del Mississippi Delta Blues Suona Vivo E Vibrante Come Pochi! Cedric Burnside – Benton County Relic

cedric burnside benton county relic

Cedric Burnside – Benton County Relic – Single Lock Records

Se fate una ricerca in rete nelle sue biografie, Cedric Burnside viene quasi sistematicamente indicato come batterista, e infatti il suo ultimo premio ai Blues Music Awards del 2014 lo ha vinto proprio nella categoria strumentisti per il suo lavoro alla batteria. A ben vedere la cosa ha un senso, visto che Cedric ha iniziato la sua carriera proprio dietro lo sgabello, nella band del nonno R.L. Burnside, subentrando al padre Calvin Johnson. Poi però il nostro amico, pur suonando ancora spesso la batteria, si è affermato come chitarrista e cantante, ed è tra le punte di diamante dell’Hill Country Blues, spesso in dischi dove la formula era quella classica chitarra/batteria, tipica dei juke joints dove aveva suonato il nonno, ma modernizzata con un approccio più moderno ed elettrico, suono sporco e potente, condiviso con gente come i North Mississippi Allstars, Lightnin’ Malcolm (con cui ha condiviso un album come 2 Men Wrecking Crew), altri componenti della famiglia, tra cui il fratello Cody, scomparso nel 2012, e lo zio Garry.

Nel 2015, ma arrivato alla fama (si fa per dire) nel 2016, grazie alla candidatura ai Grammy, ha pubblicato quello che forse è il suo miglior disco finora, una sferzata di blues elettrico condito da ampie venature rock, intitolato Descendants Of Hill Country https://discoclub.myblog.it/2016/12/10/figli-nipoti-del-blues-delle-colline-cedric-burnside-project-descendant-of-hill-country/ , quasi un manifesto della sua musica. Il nuovo album Benton County Relic è ironicamente dedicato al fatto di essere una sorta di reliquia (o un “relitto” se preferite) della Contea di Benton, sempre zona Mississippi Delta e dintorni, come la cittadina di Holly Springs da cui proviene il 39enne Cedric, che questa volta si accompagna con il batterista (e chitarrista slide, se non sanno suonare almeno due strumenti non li vogliono come compagni) Brian Jay, che però viene da Brooklyn, e nel cui studio casalingo sono stati registrati in due giorni ben 26 brani, tra cui scegliere le dodici canzoni che sono finite sul CD. Girando il suono intorno a due batteristi/chitarristi ovviamente il groove e l’uso dei riff sono gli elementi portanti delle tracce contenute nell’album: dall’iniziale We Made It, che racconta di una infanzia povera passata in una casa modesta dove non c’erano acqua corrente, radio e TV e dell’orgoglio di avercela fatta, il tutto fra potenti sventagliate di chitarra e batteria, su cui Burnside declama con la sua vibrante voce.

Get Your Groove On evidenzia fin dal titolo l’importanza del ritmo in questo tipo di musica, scandito e in crescendo, con forti elementi rock ma anche le scansioni della soul music più cruda, grazie ad un basso rotondo e pulsante; Please Tell Me Baby è il presunto singolo del disco, un bel boogie che sarebbe piaciuto agli Stones di Exile o all’Hendrix più nero, ma anche agli attuali North Mississippi Allstars. Typical Day è un altro rock-blues di quelli tosti e vibranti, mentre Give It To You è un potente slow blues, sempre elettrico ed intenso, ma non mancano anche un paio di brani più intimi e raccolti, la bellissima Hard To Stay Cool che ruota intorno ad una slide risonante che ricorda il miglior Ry Cooder, e il delicato country blues acustico del traditional There Is So Much, che con la sua andatura ondeggiante rimanda anche al gospel. L’omaggio al repertorio del nonno avviene con la potente Death Bell Blues, un pezzo che era anche nel repertorio di Muddy Waters, un tipico lento di quelli palpitanti, dove la voce declama e la chitarra scandisce grintosamente il meglio delle 12 battute più classiche https://www.youtube.com/watch?v=5qQJ-IuqdJQ ; Don’t Leave Me Girl è un altro fremente rock con elementi hendrixiani ben evidenti e la chitarra viaggia che è un piacere. Call On Me è un atmosferico lento che ricorda certe cose del Peter Green meno tradizionale, con la chitarra in vena di finezze e la voce porta con gentilezza e trasporto https://www.youtube.com/watch?v=Aug2e-i8osY ; I’m Hurtin’ è un poderoso boogie tra Hound Dog Taylor e le cavalcate elettriche dell’ultimo R.L. Burnside, notevole, e a chiudere un ottimo album che conferma la statura di outsider di lusso di Cedric Burnside, troviamo un’altra scarica rock ad alto contenuto adrenalinico come Ain’t Gonna Take No Mess, con slide e batteria che impazzano veramente alla grande.

Bruno Conti

La Vera Musica Di Confine! Los Texmaniacs – Cruzando Borders

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Los Texmaniacs – Cruzando Borders – Smithsonian Folkways CD

Sono anni che, a causa delle scomparse di Doug Sahm prima e di Freddy Fender poi, i Texas Tornados, il miglior gruppo tex-mex e conjunto dell’ultimo trentennio, non esistono più come band. Lo scettro non è però rimasto vacante, in quanto i Texmaniacs sono a tutti gli effetti i candidati più autorevoli a prendere il loro posto. Fondati da Max Baca nel 1997, i Texmaniacs hanno tenuto alto in questi vent’anni il vessillo della musica tex-mex, conjunto e nortena, con una serie di album in cui, accanto a pezzi originali, venivano recuperati brani appartenenti alla tradizione messicana e suonati alla maniera “tejana” (Baca è comunque americano, essendo originario del New Mexico). Il riferimento principale è sempre stato il grande Flaco Jimenez, con il quale Baca ha collaborato più volte, andando in tour anche come supporto dei Texas Tornados. Rispetto all’ex gruppo di Flaco, Meyers, Sahm e Fender i Texmaniacs sono meno rock, il loro approccio è più acustico e tradizionale, ma il risultato è comunque altamente godibile e coinvolgente.

Cruzando Borders è il loro nuovo lavoro, ed è un disco importante in quanto Baca e soci (Josh Baca, nipote di Max e splendido fisarmonicista, Lorenzo Martinez, batteria, Noel Hernandez, basso e altri strumenti a corda, mentre Max è un campione del bajo sexto) riprendono alla loro maniera una serie di canzoni tradizionali, dalla love song al brano di protesta, dalle canzoni che parlano di tragedie a quelle più festose: un’operazione non solo musicale, ma anche culturale, anche perché il CD (edito dalla mitica Folkways) presenta un libretto di ben quaranta pagine con il background di tutte le canzoni. E Cruzando Borders è un album che si gusta dalla prima all’ultima canzone, in primis per la bravura di Josh, fisarmonicista formidabile e vero erede di Flaco, al quale però gli altri tre forniscono un contorno più che adeguato. Innanzitutto troviamo due splendide cover, che danno ancora più lustro al disco, come la meravigliosa Deportee (Plane Wreck At Los Gatos) di Woody Guthrie, una delle più belle canzoni americane di tutti i tempi, che i nostri hanno avuto l’idea geniale di affidare alla voce del grande Lyle Lovett: versione da brividi a tempo di valzer, con la fisa a ricamare sullo sfondo e la voce di Lyle perfettamente in parte; la seconda è un altro classico, cioè Across The Borderline (famoso brano scritto da Ry Cooder con John Hiatt e Jim Dickinson), altra grandissima canzone che qui viene rifatta in maniera tenue e toccante.

Il terzo pezzo cantato in inglese è anche l’ultima cover contemporanea, la malinconica e struggente I Am A Mexican, di e con Rick Trevino. Il resto del disco si divide in brani cantati in spagnolo o strumentali, con la strepitosa fisa di Baca Jr. sempre in bella evidenza, canzoni come la trascinante Mexico Americano, pura fiesta, La Pajarera, quasi un valzer lento, o la solare El Bracero Fracasado, nel quale Josh sembra davvero Flaco. Altri highlights (ma sono tutte godibilissime) sono il bellissimo strumentale El Porron, per solo accordion e bajo sexto, lo scintillante valzerone tex-mex En Avion Hasta Acapulco, tra le più dirette, la vivace Soy De San Luis, una polka di presa immediata, La Chicharronera, un altro strumentale che è un pretesto per le evoluzioni di Josh, il coinvolgente corrido Valentin De La Sierra, in cui sembra di sentire i Los Lobos di La Pistola Y El Corazon, per finire con la saltellante Labios De Coral.

Se vi piace il genere, Cruzando Borders non vi deluderà: un disco piacevole, suonato benissimo e che coniuga mirabilmente intrattenimento e cultura.

Marco Verdi

Un Moderno Power Trio Di Ottimo Livello, Ma Non Solo! The Record Company – All Of This Life

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The Record Company – All Of This Life – Concord/Universal CD

A due anni dall’interesse suscitato con il loro album di debutto Give It Back To You https://discoclub.myblog.it/2016/02/12/anche-bravi-blues-rock-nuova-promessa-the-record-company-give-it-back-to-you/ , ecco di nuovo tra noi The Record Company, trio di Los Angeles che ci dà un nuovo saggio della propria bravura con questo ottimo All Of This Life, sicuramente superiore al già positivo esordio. I RC non sono il classico power trio chitarra-basso-batteria, ma un gruppo rock moderno con un suono più articolato che comprende anche piano ed organo: la base di partenza sono le sonorità rock e blues tipiche degli anni settanta, con anche influenze punk e garage (gli Stooges sono una delle band di riferimento) e qualcosa di southern. Ogni singola nota di All Of This Life è farina del loro sacco, sia dal punto di vista della scrittura, che del suono ed anche della produzione, senza sessionmen od ospiti di sorta: puro e solido rock’n’roll, suonato benissimo e con una predisposizione comunque elevata per melodie e refrain diretti. Il leader e voce principale è Chris Vos, che suona anche la chitarra solista, ed è coadiuvato dal bassista Alex Stiff e dal batterista Marc Cazorla, che a turno si cimentano anch’essi con le chitarre, acustiche ed elettriche (e Cazorla anche con le tastiere). Un bel disco di puro rock (blues), tonificante e degno di stare in qualsiasi collezione che si rispetti.

Il CD, che “stranamente” non presenta versioni limitate o deluxe, inizia con Life To Fix, introdotta da un giro di basso subito seguito da un drumming pressante, una rock song potente, diretta e senza fronzoli, anche se il ritornello corale si presta comunque al singalong: il suono è tosto, vigoroso e ben definito, non male come avvio. I’m Getting Better (And I’m Feeling It Right Now) è anche meglio, un rock-blues saltellante e coinvolgente, con un ottimo intervento di armonica e ritmo decisamente sostenuto, pervaso dalla sfrontatezza tipica di una garage band giovanile e, perché no, con qualcosa dei primi Who; Goodbye To The Hard Life è invece una splendida ballata tra soul e blues, dal suono caldo, un motivo vincente ed una performance vocale notevole, un pezzo che alla fine risulterà tra i migliori: sembra quasi un megagruppo alla Tedeschi Trucks Band, ma in realtà sono sempre e solo loro tre e basta. Anche Make It Happen ha elementi blues, ma è più dura ed annerita grazie soprattutto ad una slide sporca al punto giusto, ma l’attitudine del gruppo per le melodie immediate viene fuori anche qui.

You And Me Now è un altro slow molto bello e dalle classiche sonorità anni settanta, una slide ancora protagonista (stavolta suonata alla maniera di George Harrison) e l’organo a dare calore al tutto. Coming Home è una solidissima rock’n’roll song con la sezione ritmica che pesta di brutto, e ci vedo echi del Tom Petty più “cattivo”, davvero trascinante https://www.youtube.com/watch?v=qxoTUFwS7Vw , The Movie Song è uno scintillante soul-rock, immediato e godibilissimo, e che sa di fango, polvere e Rolling Stones https://www.youtube.com/watch?v=7HUL5xevK1I , mentre Night Games sposta nuovamente il disco verso territori bluesati e paludosi, quasi swamp. Il CD, tre quarti d’ora spesi benissimo, si chiude con la vibrante Roll Bones, forse la più blues del lotto (e con strepitoso assolo di slide alla Ry Cooder), e con I’m Changing, unico pezzo acustico ma sempre dal mood annerito, che chiude più che positivamente un album che conferma il talento dei Record Company, e che non mancherà di deliziare gli appassionati di vero rock’n’roll.

Marco Verdi

Chitarristi Slide (E Non Solo) Di Tutto Il Mondo Esultate, E’ Tornato Il “Maestro”. Ry Cooder – Prodigal Son

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Ry Cooder – The Prodigal Son – Fantasy/Caroline/Universal

Sicuramente uno dei dischi più belli usciti in questo ultimo scorcio di tempo, e che si candida già fin d’ora ad essere tra i migliori dell’anno, è il nuovo album di Ry Cooder The Prodigal Son. A ben guardare non è che il nostro amico Ryland se ne fosse mai proprio andato, ma dopo i due dischi Election Special del 2012 e il Live In San Francisco dell’anno successivo, se ne era rimasto tranquillo per qualche anno. Poi, stimolato anche dal figlio Joachim che da qualche tempo gli proponeva costantemente di fare un disco che ritornasse alle sonorità dei vecchi dischi classici degli anni ’70, ha deciso di incidere questo The Prodigal Son che, partendo da una base gospel, andasse a toccare tutte le tematiche sonore care a quei dischi, peraltro mai del tutto abbandonate nel corso della sua carriera. La classe del chitarrista californiano non è che si scopra oggi, ma il nuovo album indubbiamente aiuta in modo deciso a rinverdirla, attraverso una serie di canzoni pescate dal grande repertorio storico della musica americana: gospel si diceva, ma anche blues, se vogliamo non manca neppure il rock,  come attitudine, per quanto coniugato in uno stile scarno ed asciutto, senza il rischio comunque di cadere mai nel didattico o nel didascalico, in quanto Cooder, oltre che musicologo sopraffino, è anche un musicista dal gusto e dalla tecnica superbe, e Joachim come percussionista si avvia a non essergli da meno. In più, rispetto ai primi dischi che vengono posti come pietre di paragone all’attuale, Ry Cooder, Into Purple Valley Boomer’s Story, c’è la presenza in molti brani dei tre vocalist di colore, Bobby King, arrivato solo nel 1974, Terry Evans dal 1976 (e che qui fa la sua ultima apparizione, visto che è scomparso poco dopo la registrazione del disco) e Arnold McCuller, che se non ricordo male apparve per la prima volta su Crossroads del 1986.

Il risultato si diceva è strepitoso, il repertorio del passato serve per tracciare un parallelo con quello che succede nel mondo del presente, con una serie di rimandi ed aggiornamenti, non solo musicali, nonché con l’aggiunta di tre brani scritti da Cooder per l’occasione: il tutto porto con il consueto garbo, una voce che sembra non risentire dello scorrere del tempo, anzi si è fatta più forte e sicura, e la riconosciuta maestria alla chitarra, soprattutto nell’uso del bottleneck, che lo rende uno dei massimi virtuosi di sempre della tecnica slide. Otto canzoni scelte con la consueta certosina abilità e pazienza nel cercare piccoli tesori perduti della tradizione: si parte proprio con uno di questi brani, Straight Street, un gospel ripescato dal repertorio dei Pilgrim Travelers, e che mette subito in evidenza che il suono è sì scarno, ma non minimale, Ry canta con voce suadente, suona anche il mandolino, il banjo. chitarre acustiche e il basso (e altrove nel disco anche le tastiere all’occorrenza), le tre voci di supporto aggiungono una patina molto soul e tocchi caraibici ai tratti religiosi del gospel originale, la canzone è splendida, il suono è elettrico e non paludato, una piccola delizia tanto per iniziare.

Shrinking Man è il primo dei tre brani originali a firma Cooder, introdotto da un florilegio di leggere percussioni suonate da Joachim, assume subito la classica andatura ondeggiante dei suoi brani migliori, tra rock, soul, blues e qualche tocco country, con le chitarre, soprattutto la slide, a marcarne una frizzante leggerezza che predispone al buon umore; e anche Gentrification mantiene elevato il livello qualitativo dei suoi contributi dell’album, solita introduzione interlocutoria delle percussioni, poi domina il ritmo in una canzone dal testo amaro ma dalla esecuzione sonora vivace che prende corpo nel leggero ma inesauribile crescendo della classiche canzone cooderiane, con mille soluzioni sonore ad impreziosirne la struttura sonora.

Non è la prima volta che Ry Cooder affronta il repertorio di Blind Willie Johnson, pensate alla splendida Dark Was The Night (spedita anche nello spazio sul Voyager), che era su Paris, Texas, ma veniva eseguita dal vivo sin dai primi anni ’70, per l’occasione tocca a Everybody Ought To Treat A Stranger Right, trasformato in un infuocato R&B dove la slide di Cooder stampa un assolo da urlo, mentre i tre “negroni” ci danno dentro alla grande nel reparto vocale. La title track Prodigal Son è un brano tradizionale attribuito al Rev. Robert Wilkins, altra canzone degli anni ’20 che assume una forma sonora moderna, un solido rock-blues che rimanda addirittura al Cooder del periodo Bop Till You Drop e Slide Area, tra le consuete evoluzioni vocali dei tre ospiti e la chitarra splendida di Ry che rende omaggio al grande Ralph Mooney, uno dei maestri della steel guitar del Bakersville sound nella country music, pezzo dove più che solo due musicisti sembra di ascoltare una band al completo, tanto il suono è corposo.

Il secondo brano di Blind Willie Johnson presente in questo CD è forse una delle composizioni più celebri del bluesman degli anni ’20, quella Nobody’s Fault But Mine di cui esistono decine di versioni, e questa di Cooder è comunque una delle più affascinanti, tra atmosfere sospese, un abbrivio che ricorda quasi le sonorità dei dischi di Jon Hassell ed un approccio molto sofferto, vicino anche al sound del Paris, Texas citato poc’anzi, qui il gospel si fa più rigoroso e meno “modernizzato”, per quanto sempre ricco di una sottile seduzione, oltre sei minuti di grande musica. Un altro “cliente” abituale del passato del musicista di San Francisco è stato indubbiamente Blind Alfred Reed, di cui ha realizzato una versione quasi definitiva della splendida How Can a Poor Man Stand Such Times and Live?, ebbene You Must Unload ci si avvicina molto, un vero e proprio inno mistico in origine, ma che nella versione attuale, l’unica dove appaiono anche Robert Francis al basso e Aubrey Haynie al violino, assume sonorità idilliache e sognanti, con tocchi folk celtici misti ad un gospel quasi romantico, insomma un’altra piccola meraviglia, cantata splendidamente da Ry.

Altro autore cieco d’epoca è il meno noto Blind Roosevelt Graves, di cui il musicologo Cooder va a ripescare l’oscura, ma bellissima, I’ll Be Rested When The Roll Is Called, di nuovo con le voci splendide di King, Evans e McCuller a testimoniare le glorie del Signore, con mandolino, banjo e rullante a giocare con le voci in modo gioioso. Harbour Of Love viene dal patrimonio degli Stanley Brothers, un gruppo bianco che era in grado di coniugare il country con la musica nera gospel, come testimonia questo delicato brano tra folk e country, tra florilegi di strumenti acustici e una pedal steel che “piange” sullo sfondo, mentre una sottile malinconia si impadronisce dell’ascoltatore. Anche Jesus And Woody, l’ultimo brano scritto da Ry Cooder per l’occasione, una dolce amara meditazione sui tempi che viviamo, in un dialogo immaginario tra Gesù e Woody Guthrie, ha uno spirito più raccolto, acustico, una sorta di poemetto che mette a confronto religione e dottrina politica e sociale con affetto e rispetto. Rimane la conclusiva In His Care, che porta la firma di William D. Dawson, ma era tra i cavalli di battaglia di Sister Rosetta Tharpe, una delle reginette assolute della musica gospel americana: altro brano energico e grintoso, con chitarre, voci e percussioni che si mescolano con classe e fervore, sempre con l’impronta inconfondibile di Cooder che per non farci mancare nulla ci regala un ultimo assolo di slide guitar che conclude la sua parabola sonora sul Figliol Prodigo.

Bruno Conti

Il Volo Solitario Dell’Aquila. Glenn Frey – Above The Clouds: The Collection

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Glenn Frey – Above The Clouds: The Collection – Geffen/Universal CD – Box Set 3CD/DVD

La carriera solista di Glenn Frey, uno dei principali musicisti scomparsi nel nefasto 2016, sia artisticamente che commercialmente non è neppure lontanamente paragonabile a quella con gli Eagles, dei quali ha sempre condiviso la leadership insieme a Don Henley. Appena cinque album in 35 anni (di cui quattro nei primi dodici), più un live ed un’antologia, nessuno dei quali si può considerare imprescindibile (e con un suono talvolta eccessivamente radiofonico e lavorato), anche se prendendo il meglio da ognuno di essi indubbiamente il materiale interessante non manca, visto che comunque la classe non era acqua. Come dimostra questo box celebrativo appena uscito, intitolato Above The Clouds, che offre in tre CD più un DVD una panoramica più che completa del periodo che Frey ha trascorso lontano dal suo gruppo principale: non ci sono inediti veri e propri, ma qualche rarità sì (prese principalmente da varie colonne sonore) e, nel terzo dischetto, una chicca assoluta e da un certo punto di vista inattesa. Ma “ciancio alle bande” ed esaminiamo il contenuto disco per disco.

CD 1: qui troviamo i brani più popolari di Glenn, quasi a formare un ideale Greatest Hits (ed infatti è uscito anche separatamente in versione singola), a partire dal suo più grande successo, The Heat Is On, tratto dalla colonna sonora di Beverly Hills Cop, canzone però viziata da orrende sonorità plastificate tipiche degli anni ottanta. Molto meglio altri due pezzi presi da una soundtrack (cioè quella del noto telefilm Miami Vice, nel quale Frey ha pure recitato), la raffinata You Belong To The City, che nonostante un suono quasi AOR è una delle sue canzoni migliori, e la grintosa e roccata Smuggler’s Blues, mentre la rara Call On Me, presa dalla serie di detective stories televisive South Of Sunset (che vedevano Glenn protagonista), soffre in parte degli stessi problemi di The Heat Is On. Altri brani degni di nota sono la bella e sinuosa I’ve Got Mine, tra le sue canzoni più riuscite, l’ottima Part Of Me, Part Of You, una scintillante rock ballad che non avrebbe sfigurato nel repertorio degli Eagles (che era nella colonna sonora di Thelma & Louise), e le godibili Sexy Girl e Soul Searchin’, entrambe tra pop ed errebi di gran classe, con la seconda che presenta anche marcati elementi gospel.

CD 2: altri brani presi dagli album solisti di Glenn, ma meno famosi (i cosiddetti “deep cuts”), con diverse selezioni tratte dall’album di standard del 2012 After Hours, invero piuttosto loffio (ma la rilettura in puro stile honky-tonk di Worried Mind, brano di Jimmie Davis reso immortale da Ray Charles, è molto bella). Ci sono anche due dei tre brani inediti della Solo Collection del 1995, la solare This Way To Happiness, pop song vibrante e coinvolgente, e la deliziosa Common Ground, tra country, rock e gospel, cantata alla grande. Glenn era anche un appassionato di soul ed errebi, e questo si nota nella raffinatissima Let’s Go Home e soprattutto nella squisita I Got Love, tra le più belle del box, perfetta sotto ogni punto di vista (suono, arrangiamento e melodia). Meritano una menzione anche il travolgente rock’n’roll Better In The U.S.A., l’emozionante Brave New World, melodicamente inappuntabile anche se con qualche synth di troppo, e l’intensa ballatona Lover’s Moon.

CD 3: probabilmente la vera ragione per acquistare questo box è in questo dischetto: l’unico album, omonimo, pubblicato nel 1969 dai Longbranch/Pennywhistle, un duo formato da Glenn con John David Souther, disco che non ebbe il minimo successo (sparendo presto dalla circolazione), ma che fu importante perché pose le basi del suono country-rock degli Eagles, oltre ad iniziare una collaborazione tra i due musicisti che durerà anche in seguito (Souther scriverà infatti più di un brano per le Aquile). Stampato in CD per la prima volta ufficialmente (le copie che trovate su internet sono di dubbia provenienza), Longbranch/Pennywhistle conta anche sul supporto di una super band, formata da Jim Gordon, batterista per Eric Clapton, George Harrison e Derek & The Dominos, dal grande steel guitarist Buddy Emmons, il violinista Doug Kershaw, lo straordinario pianista Larry Knetchel, e, alle chitarre, l’axeman di Elvis, James Burton, oltre ad un giovane Ry Cooder. Trenta minuti di durata e dieci canzoni, sei delle quali scritte da Souther, due da Frey, una dai due insieme ed una buona versione, molto country, di Don’t Talk Now di James Taylor.

Ci sono momenti davvero pregevoli come la scattante Jubilee Anne, curiosamente simile al suono dei dischi “americani” che Elton John farà di lì a poco, lo spedito country-rock elettrico Run Boy, Run, una sorta di Take It Easy in embrione, o la deliziosa ballata folkeggiante Rebecca. La ritmata Lucky Love non è distante dallo stile che i Byrds avevano in quegli anni, mentre Kite Woman ha i germogli dell’Eagles-sound; la nervosa Bring Back Funky Women non è un granché, meglio la mossa Star-Spangled Bus, con il piano in evidenza, e la delicata e bucolica Mister, Mister. Chiudono la già citata Don’t Talk Now è l’orecchiabile Never Have Enough, con un ritornello facile e diretto. Un ripescaggio molto interessante quindi, pur essendo molto lontani dal capolavoro (e comunque vorrei sapere quanti di voi ne possiedono una copia originale).

DVD – Strange Weather/Live In Dublin: la parte video prende in esame un concerto del 1992 a Dublino, che non è inedito in quanto era uscito all’epoca in VHS, e pure su CD come Glenn Frey Live, con tre brani in meno per questioni di durata (ma entrambi i supporti sono da tempo fuori catalogo). Un bel concerto, molto piacevole, con Glenn in ottima forma fisica e vocale ed accompagnato da una solida band di undici elementi. Ci sono chiaramente i brani più noti del suo periodo da solo, con qualche assenza (You Belong To The City, ma lo show è comunque incompleto), qualche new entry rispetto ai primi due CD di questo box (tra cu la festosa e rockeggiante Party Town), ed una buona versione della classica folk song scozzese Wild Mountain Thyme, qui stranamente attribuita a Bert Jansch, che è solamente uno dei mille artisti che l’hanno incisa. Detto di due trascinanti True Love e Love In The 21st Century, meglio delle loro controparti in studio,  il piatto forte sono i pezzi appartenenti al songbook degli Eagles: le bellissime Peaceful, Easy Feeling e New Kid In Town poste ad inizio serata, uno splendido medley tra Lyin’ Eyes e Take It Easy, presente anche in versione audio nel primo CD, ed il finale con la sempre trascinante Heartache Tonight e la magnifica Desperado, che con Glenn alla voce solista è una rarità (infatti nelle Aquile la cantava Henley).

In definitiva Above The Clouds è un buon modo per celebrare adeguatamente la figura di Glenn Frey e, pur con qualche momento discutibile nei primi due CD, un cofanetto che può stare dignitosamente in qualsiasi collezione che si rispetti.

Marco Verdi

Sempre Il “Blues Brother” Originale, Anche In Versione Più Intima. Curtis Salgado & Alan Hager – Rough Cut

curtis salgado alan hager rough cut

Curtis Salgado & Alan Hager – Rough Cut – Alligator/Ird

Ce lo siamo raccontati varie volte, Curtis Salgado è l’originale “Blues Brother”, il prototipo a cui John Belushi si ispirò per creare il suo personaggio di Joliet “Jake” Blues, ma è stato anche il cantante nella prima Robert Cray Band, nei Roomful Of Blues, è stato persino un anno con Santana, ma nel corso della sua lunga carriera ha avuto anche enormi problemi con la sua salute: tumori ai polmoni e al fegato, di cui ha subito un trapianto, e di recente, nel marzo 2017, anche un quadruplo bypass coronarico per problemi al cuore. Molti si sarebbero scoraggiati e avrebbero smesso da anni, ma Salgado da qualche anno, almeno a livello artistico, sembra vivere una seconda giovinezza, grazie alla Alligator che gli ha pubblicato due bellissimi dischi, Soul Shot e The Beautiful Lowdown http://discoclub.myblog.it/2016/04/06/il-blues-brother-originale-colpisce-curtis-salgado-the-beautiful-lowdown/ , intrisi di soul e R&B, con tocchi blues, ma soprattutto incentrati sulla sua splendida voce, una delle migliori tra i bianchi che praticano musica “nera”. Ora, sempre per la Alligator, pubblica questo Rough Cut, un disco di blues puro, registrato in coppia con Alan Hager, che abitualmente è il chitarrista della sua band, un album più intimo, quasi in solitaria a tratti, anche se in alcuni brani appaiono degli ospiti, che vediamo tra un attimo

Il disco, autoprodotto dal duo, è stato registrato in uno studio di Portland, Oregon, dove Salgado vive, e si apre con un brano che è una sorta di manifesto autobiografico, I Will Not Surrender, solo la voce disadorna e poderosa di Curtis, accompagnato dalla chitarra elettrica di Hager, per un brano che fa rivivere certi brani epici di John Lee Hooker, tipo Never Get Out These Blues Alive, una canzone tormentata ed intensa dove spicca l’abilità interpretativa del nostro. Non tutto il disco è a questi livelli di eccellenza, So Near To Nowhere, ancora firmata da Hager e Salgado, è comunque un ondeggiante country-blues, dove l’acustica di Alan è doppiata dall’armonica di Curtis per un limpido esempio di blues acustico classico, con One Night Only, scritta dal solo titolare, dove appaiono anche il piano di Jim Pugh, vecchio compagno di avventura di Robert Cray, e la batteria di Jimi Bott, brano più mosso ed incentrato sul suono dell’armonica, e sempre molto tradizionale nell’approccio, più espansivo ma sempre composto nell’arrangiamento. Nel successivo brano, dedicato ai cinofili (con la o) e ode ad uno dei più grandi amici dell’uomo, I Want My Dog To Live Longer (The Greatest Wish), si torna ad uno scanzonato ed affettuoso blues acustico, firmato di nuovo dal duo, prima di passare ai pezzi da 90, a partire da I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters, brano che sembra provenire da qualche vecchio vinile Chess, con la voce di Salgado che ricorda molto quella dell’autore, mentre la pungente slide di Alan Hager è affiancata dal contrabbasso di Keith Brush e dalla batteria di Russ Kleiner, per un tuffo salutare nelle migliori 12 battute classiche.

Poi ribadite in una sentita (anche nel titolo) Too Young To Die di Sonny Boy Williamson, dove Salgado conferma le sue virtù pure come armonicista, oltre a quelle riconosciute di vocalist di gran classe, solo una voce vissuta, una chitarra elettrica e una mouth harp e tanto sentimento; Depot Blues, un brano di Son House del 1942, va ancora più indietro, alle radici di questa musica, un delizioso walking blues nuovamente intenso ed appassionato, come brilla pure Morning Train, un traditional dove Curtis si fa affiancare dalla voce di Larhonda Steele ( e dalla batteria di Brian Foxworth), per un brano teso ed energico che ricorda certe cose del Ry Cooder di fine anni ‘70, grazie alla slide di Hager e ad un finale gospel che risveglia la voce evocativa del nostro amico. You Got To Move è quella di Elmore James, e prevede la presenza di una sezione ritmica, nonché di slide ed armonica, per uno dei brani più elettrizzanti di questa comunque robusta prova di Curtis Salgado, che conferma disco dopo disco le sue virtù di interprete sopraffino, anche con il proprio materiale, per esempio nella deliziosa Hell In A Handbasket, dove si presenta anche come consumato pianista barrelhouse. E lascia spazio al socio Alan Hager che canta Long Train Blues di Robert Wilkins, altro pezzo che viene dal Delta Blues delle origini; il chitarrista è l’autore dello strumentale The Gift Of Robert Charles, altro brano molto “cooderiano” dove si apprezza di nuovo la sua tecnica squisita alla slide. In conclusione un altro pezzo di una leggenda del blues, Big Bill Broonzy, per una I Want You By My Side che conferma la validità espressiva di questo Curtis Salgado “diverso” dal solito, ma sempre efficace.

Bruno Conti

Torna Finalmente Il Padre Di Tutti I Tributi! VV.AA. – Woody Guthrie: The Tribute Concerts

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Woody Guthrie: The Tribute Concerts – Bear Family 3CD Box Set

Non ho controllato con precisione, ma credo proprio che il concerto del Gennaio 1968 tenutosi alla Carnegie Hall di New York in memoria di Woody Guthrie sia stato il primo omaggio “all-stars” ad un singolo artista, evento tra l’altro replicato due anni dopo stavolta sulla costa Ovest, alla Hollywood Bowl di Los Angeles, con successo molto minore (anche perché nel frattempo, musicalmente parlando, era cambiato il mondo). E’ comprovato comunque che se in quel periodo c’era una figura meritevole di un tale trattamento, questa era certamente Guthrie (passato a miglior vita nell’Ottobre 1967 dopo una lunga malattia), grandissimo folksinger, attivista convinto e padre putativo musicale del cosiddetto “folk revival” in voga nei primi anni sessanta, oltre che titolare di un songbook talmente importante che negli anni è entrato a far parte della Biblioteca del Congresso (la sua This Land Is Your Land è considerata una sorta di inno americano non ufficiale). I due concerti in questione, organizzati entrambi dal figlio di Woody, Arlo Guthrie (singer-songwriter a sua volta, anche se di statura artistica decisamente inferiore rispetto al padre), portarono sul palco la crema della musica folk (e non) dell’epoca, due serate magiche che vennero pubblicate prima su LP ed in seguito anche su CD, anche se il tutto era ormai fuori catalogo da anni.

Ora la benemerita Bear Family, etichetta tedesca specializzata quasi esclusivamente in ristampe (e quasi mai a buon mercato), immette sul mercato questo Woody Guthrie: The Tribute Concerts, uno splendido cofanetto triplo che presenta per la prima volta i due concerti nella loro interezza, comprendendo anche le parti narrate tra un brano e l’altro (da Robert Ryan, Will Geer e Peter Fonda), ed aggiungendo anche diverse performances mai sentite prima. In più, il box si presenta con due bellissimi libri a copertina dura pieni zeppi di note dettagliate, rare foto dei due eventi, testimonianze dei partecipanti, oltre ad una esauriente retrospettiva sulla figura di Guthrie e sulla sua importanza, includendo anche una discografia essenziale e le copertine di tutti gli album tributo usciti negli anni. Un’operazione importante quindi anche dal punto di vista culturale, che per una volta vale fino all’ultimo centesimo l’alto costo richiesto (circa cento euro). Dal punto di vista della musica, il meglio si trova nel primo CD, che riporta integralmente la serata del 1968 a New York, soprattutto grazie alla presenza di Bob Dylan, un evento nell’evento in quanto si trattava della prima volta on stage dopo i famosi concerti europei del ’66 (e dopo l’altrettanto noto incidente motociclistico). Bob si presenta sul palco insieme a The Band (unico artista della serata a beneficiare di un accompagnamento elettrico, ma stavolta, a differenza di Newport 1965, sono solo applausi), dimostrandosi in ottima forma e proponendo ben tre brani uno in fila all’altro, “rubando” lo show come si dice in gergo: una coinvolgente Grand Coulee Dam, dal ritmo saltellante (e Bob che urla nel microfono come nei concerti del 1966), seguita da una lunga e godibile Dear Mrs. Roosevelt di stampo quasi country e da I Ain’t Got No Home, splendido esempio di folk-rock di classe.

Il resto della serata include la crema del circuito folk dell’epoca, pur con qualche grave assenza (soprattutto Phil Ochs e Dave Van Ronk, oltre a Jack Elliott che però ci sarà nel 1970). Le performances migliori sono date da Arlo Guthrie, con una Oklahoma Hills pura e rigorosa, la splendida Judy Collins con una cristallina So Long, It’s Been Good To Know Yuh (Dusty Old Dust) e la meravigliosa Plane Wreck At Los Gatos (Deportee), una delle più belle folk songs di sempre, Roll On Columbia, la bellissima Union Maid in duetto con Pete Seeger ed una in trio con Pete ed Arlo per una fluida Goin’ Down The Road. Seeger è stranamente poco presente (ma si rifarà due anni dopo), in quanto esegue soltanto la poco nota Curly Headed Baby da solo al banjo e Jackhammer John insieme a Richie Havens, il quale ha poi spazio con la sua Blues For Woody (unico brano della serata non scritto da Guthrie) e con una lunga ed a suo modo coinvolgente Vigilante Man, caratterizzata dal tipico modo di suonare la chitarra del folksinger di colore. Tom Paxton è un altro bravo, e si prende due classici assoluti (Pretty Boy Floyd e Pastures Of Plenty) e la meno nota Biggest Thing That Man Has Ever Done, mentre l’immensa (non solo in senso fisico) Odetta presta la sua grandissima voce ad una Ramblin’ Round da brividi. Gran finale con tutti sul palco (Dylan compreso) per la prevedibile celebrazione di This Land Is Your Land.

La serata del 1970 occupa invece tutto il secondo dischetto e metà del terzo e, nonostante l’assenza di Dylan, risulta in certi momenti ancora più piacevole, grazie soprattutto alla presenza in diversi pezzi di una band elettrica, guidata nientemeno che da Ry Cooder (e la sua slide è riconoscibilissima) e con gente del calibro di Chris Etheridge al basso, John Beland al dobro, Gib Guilbeau al violino, Thad Maxwell e John Pilla alle chitarre e Stan Pratt alla batteria. Rispetto a New York sono “confermati” Guthrie Jr., Seeger, Havens ed Odetta, mentre le new entries sono Jack Elliott, Earl Robinson, Country Joe McDonald e soprattutto una ispiratissima Joan Baez a prendere idealmente il posto della Collins. L’inizio è simile, con Arlo ad intonare Oklahoma Hills (ma con la slide di Cooder in più), mentre gli highlights sono rappresentati da un intenso duetto tra la Baez e Seeger (So Long, It’s Been Good To Know Yuh), le stupende Hobo’s Lullaby e Plane Wreck At Los Gatos (Deportee) sempre con Joan protagonista, una I Ain’t Got No Home con Pete ed Arlo (ed il figlio di Woody ci regala anche una trascinante Do Re Mi, quasi rock), la solita potentissima Odetta (Ramblin’ Round e John Hardy – che è di Leadbelly – entrambe elettriche e da brividi lungo la schiena), mentre Elliott e Country Joe il meglio lo danno rispettivamente con la drammatica 1913 Massacre (dalla quale Dylan rubò la melodia per scrivere la sua Song To Woody) e con la countreggiante Pretty Boy Floyd, con Cooder in grande evidenza. Senza dimenticare una strepitosa Hard Travelin’ dall’arrangiamento bluegrass ad opera di un inedito sestetto formato da McDonald, Eliott, Robinson, Baez, Arlo e Seeger, ed il maestoso finale con This Land Is Your Land ed ancora So Long, It’s Been Good To Know Yuh unite in medley per la durata di dieci minuti (e con la voce di Odetta che si staglia su tutte).

Come ulteriore bonus abbiamo una serie di brevi ed interessanti interviste di quest’anno in cui vari protagonisti (Arlo, la Collins, Paxton, Seeger in una testimonianza del 2012, McDonald ed Elliott) ricordano le due serate fornendo anche qualche aneddoto, oltre ad un Phil Ochs del 1976 (quindi a poco tempo dalla sua morte) ancora risentito del mancato invito. Per chiudere con Dylan che recita la sua poesia Last Thoughts On Woody Guthrie, performance già edita sul primo Bootleg Series. Splendido box quindi, che ci presenta per la prima volta due serate nelle quali i migliori folksingers del mondo hanno fatto squadra per omaggiare il loro ideale padre artistico. In una parola: imperdibile.

Marco Verdi

Il Primo Disco Era Bello, Questo Forse E’ Anche Meglio! Sam Outlaw – Tenderheart

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Sam Outlaw – Tenderheart –  Six Shooter Records/Thirty Tigers CD

Angeleno, l’album di debutto di Sam Outlaw (nato Sam Morgan, ma Outlaw non è un soprannome, è il cognome della madre) era stata una delle migliori sorprese in ambito country del 2015, un disco di musica ispirata al suono della California degli anni settanta, con due-tre grandi canzoni (tra cui la title track) e diverse di alto livello, un tocco messicano e, come ciliegina, la produzione di sua maestà Ry Cooder (Sam è molto amico del figlio di Ry, Joachim, che pure suonava nel disco). A distanza di due anni Sam decide di dare un seguito a quel disco, e Tenderheart  è un lavoro che, pur continuando il discorso intrapreso con Angeleno, se ne discosta in parte. Outlaw mantiene tutti e due i piedi ben saldi nella California del Sud, anche se il CD è inciso nella San Fernando Valley (appena fuori Los Angeles), il Messico c’è ancora anche se in misura minore, i musicisti sono in gran parte gli stessi del primo disco (tra cui Taylor Goldsmith dei Dawes ed il gruppo Mariachi Teocuitatlan, mentre mancano Cooder padre e figlio, e la produzione è nelle mani di Sam stesso), ma in Tenderheart c’è una maggior predisposizione alla ballata, ai brani interiori, quasi intimisti, pur sempre con una strumentazione decisa e vigorosa, con chitarre e piano in evidenza e sonorità aperte e limpide. Un disco quindi in parte diverso dal suo predecessore, ma direi ugualmente interessante, anche perché Sam è uno che sa scrivere ed arrangiare nel modo giusto le sue canzoni, ed è assolutamente creativo, pur nel rispetto delle sonorità classiche della musica californiana.

L’album parte con la bellissima Everyone’s Looking For Home, una ballata lenta, profonda, toccante, che si apre a poco a poco rivelando una melodia di scintillante bellezza (splendido poi l’intermezzo con i fiati mariachi ed una chitarra twang). Bottomless Mimosas è più strumentata, ma è ancora caratterizzata da un’atmosfera eterea e di indubbio fascino: già da questi due brani si percepiscono le differenze con Angeleno, qui forse le canzoni sono meno dirette ma più personali; Bougainvillea, I Think è ancora lenta, elettroacustica, quasi folk, sulla falsariga di un certo cantautorato classico che aveva in James Taylor il suo interprete di punta, un pezzo decisamente riuscito, raffinato, suonato alla grande. Tenderheart è ancora una ballata, ma più vigorosa nel suono, non proprio rock ma poco ci manca, di nuovo contraddistinta da un motivo decisamente piacevole: Sam è quasi un altro artista rispetto al primo disco, forse qualcuno potrà anche rimanere spiazzato, ma a me questo suo nuovo look sonoro comunque piace assai. Come a smentirmi, Trouble è una pimpante country-rock song, la più elettrica e ritmata del CD, dal tiro potente e dotata di un bel riff e di un refrain che si canticchia al primo ascolto, la prova che comunque il nostro è ancora legato a certe sonorità.

She’s Playing Hard To Get (Rid Of) è di nuovo uno slow, ed è il pezzo più country finora, con una bella voce femminile sullo sfondo ed una languida steel, un brano dalla strumentazione classica, anch’esso di ottimo livello. La tonica Two Broken Hearts sta giusto a metà tra country e rock (e Sam ha davvero una bella voce), Diamond Ring è una deliziosa country ballad dal sapore antico, stile Flying Burrito Brothers, mentre Say It To Me è un altro country-rock splendido, uno dei migliori del CD, con una strumentazione forte, un suono vigoroso ed un motivo di prim’ordine. Bellissima anche All My Life, un country vivace, solare, quasi irresistibile, e che dire di Dry In The Sun, un’altra melodia semplice ma di grande presa, mentre Now She Tells Me profuma di Baja California, con quel leggero sapore di confine. Il CD termina con Look At You Now, ancora tenue e bucolica, perfetta per chiudere un lavoro decisamente riuscito sotto il profilo della scrittura, ricco dal punto di vista melodico e, perché no, in grado di regalare emozioni.

Marco Verdi

Il Mezzo Secolo Di Una Band Leggendaria! Fairport Convention – 50:50@50

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Fairport Convention – 50:50@50 – Matty Grooves CD

I Fairport Convention, forse il miglior gruppo folk britannico di tutti i tempi (specie nei primi anni, ed in particolare nel 1969, un vero e proprio “dream team” con all’interno gente del calibro di Richard Thompson, Sandy Denny, Ashley Hutchings e Dave Swarbrick, credo che solo nei Beatles ci fosse più talento tutto insieme) non è mai stato allergico alle auto-celebrazioni, anzi: più o meno dal 25° anno di attività, ogni lustro hanno pubblicato un disco, dal vivo o in studio, che festeggiasse l’evento, e quindi figuriamoci se si lasciavano sfuggire l’occasione delle cinquanta candeline (il loro esordio discografico è del 1968, ma come band esistevano già da un anno, *NDB Così l’anno prossimo possono festeggiare di nuovo). A voler essere pignoli, gli anni sarebbero meno, in quanto i Fairport, a parte le annuali reunion a Cropredy che oggi sono diventate un must, di fatto non sono esistiti come band nel periodo dal 1979 al 1985, anno in cui Simon Nicol, unico tra i membri fondatori, e Dave Pegg, altro capitano di lungo corso (e complessivamente ad oggi il più presente in assoluto nelle tante line-up del gruppo), insieme al nuovo Ric Sanders (in sella ancora oggi), al rientrante Dave Mattacks (in seguito sostituito da Gerry Conway) e, un anno dopo, a Martin Allcock (a cui negli anni novanta subentrò Chris Leslie), decisero di riformare la vecchia sigla per il discreto Gladys’ Leap.

Una critica che viene spesso rivolta all’attuale formazione dei Fairport, la più longeva di sempre, è di essere un gruppo di onesti mestieranti senza alcun fuoriclasse al suo interno, e specie nei primi anni della reunion c’era chi faceva fatica ad accettare che il gruppo fosse guidato da Nicol (che obiettivamente nella golden age, gli anni sessanta, era il componente di minor spessore artistico), ma col tempo la situazione si è normalizzata, anche perché i cinque, pur non sfornando nuovi capolavori all’altezza di Unhalfbricking o Liege & Lief, hanno sempre pubblicato album più che dignitosi, alcune volte ottimi, sicuramente piacevoli, di classico folk-rock nella miglior tradizione britannica, senza mai scendere sotto il livello di guardia (meglio anche, per fare un esempio, dei tre LP usciti prima del loro scioglimento nel 1979, Gottle O’Geer, The Bunny Bunch Of Roses e Tipplers Tales, forse il punto più basso della loro storia). E l’album appena pubblicato per celebrare il mezzo secolo di attività (per ora in vendita solo sul loro sito, dal 10 Marzo sarà disponibile ovunque), 50:50@50, è indubbiamente uno dei più riusciti degli ultimi vent’anni: un disco suonato alla grande ed inciso benissimo, e d’altronde i nostri sono dei musicisti talmente capaci ed esperti che, quando li sostiene anche l’ispirazione, è difficile che sbaglino il colpo.

Il CD, quattordici brani, è diviso esattamente a metà (50:50, e qui si spiega il titolo) tra brani in studio nuovi di zecca e performances dal vivo (registrate in varie locations negli ultimi due anni), dove però si evita di riproporre per l’ennesima volta i classici assodati, rivolgendosi a pagine meno note: come ciliegina, un paio di grandi ospiti che aggiungono ulteriore prestigio al lavoro. Ma direi di analizzare il contenuto, cominciando dai sette brani in studio e passando poi ai live (anche se sul CD la distinzione non è netta, anzi le due diverse situazioni si alternano). Eleanor’s Dream, scritta da Leslie (in questo album il songwriter e cantante di punta, assume quasi la leadership a discapito di Nicol) apre benissimo il disco, una rock ballad elettrica, solo sfiorata dal folk, con un bel refrain ed un arrangiamento vigoroso, un ottimo inizio per un gruppo che dimostra subito di non aver perso lo smalto. Step By Step è una deliziosa ballata dalla melodia tenue e limpida, punteggiata da un delicato arpeggio, mentre Danny Jack’s Reward è il rifacimento di un brano apparso nel 2011 su Festival Bell, uno strumentale scritto da Sanders e qui rafforzato dalla presenza di una vera e propria orchestra folk di otto elementi, che mischia archi e fiati, un pezzo trascinante ed eseguito con classe sopraffina, uno degli highlights del CD. L’acustica e bucolica Devil’s Work è puro folk-rock, un genere che i nostri hanno contribuito ad inventare (magari non in questa formazione, ma lasciamo stare), l’autocelebrativa Our Bus Rolls On è più canonica comunque sempre piacevole, con un motivo da fischiettare al primo ascolto. The Lady Of Carlisle è un delizioso traditional elettroacustico che vede la partecipazione alla voce solista di Jacqui McShee, ex ugola dei Pentangle, creando così un ideale ponte tra i due gruppi più leggendari della scena folk britannica, mentre la breve Summer By The Cherwell, scritta dal collega ed amico PJ Wright, è una cristallina folk ballad, pura e tersa, tra le più immediate del disco.

E veniamo alla parte dal vivo, il cui punto più alto è certamente una versione del noto traditional Jesus On The Mainline (reso immortale negli anni settanta da Ry Cooder), grazie alla presenza alla voce solita nientemeno che di Robert Plant: l’ex cantante dei Led Zeppelin è da sempre un grande ammiratore dei Fairport (basti ricordare il duetto con Sandy Denny in The Battle Of Evermore, dal mitico quarto album del Dirigibile), e questa versione, tra rock, folk e gospel, è semplicemente strepitosa, al punto da lasciarmi la voglia di un intero album dei nostri insieme al lungocrinito vocalist. Gli altri sei brani on stage vengono da diversi periodi del gruppo, e solo due da prima della reunion del 1985: la frizzante Ye Mariners All è uno di questi due (era infatti su Tipplers Tales), un reel cantato, con violino e mandolino grandi protagonisti e ritmo decisamente vivace; splendida The Naked Higwayman, saltellante brano scritto dal folksinger Steve Tilston, un bellissimo folk-rock dal motivo coinvolgente (canta Nicol) ed eseguito in maniera perfetta, un genere nel quale i nostri sono ancora i numeri uno. La lunga e drammatica Mercy Bay è uno dei brani a sfondo storico che ogni tanto scrivono, una canzone abbastanza strutturata e complessa, ma non ostica, anche se pur mantenendo la base folk è indubbiamente moderna; Portmeirion è un malinconico strumentale costruito intorno ad una melodia per violino e mandolino, tra i più noti di quelli usciti dalla seconda fase della carriera del gruppo. Completano il quadro la corale Lord Marlborough, il più antico tra i pezzi dal vivo (apriva Angel Delight, album del 1971) e la struggente John Condon, che ricorda certe ballate folkeggianti di Mark Knopfler, senza la sua chitarra ovviamente.

In definitiva, un altro bel disco per un gruppo che, nonostante i cinquant’anni sul groppone, non ha perso la voglia di fare ottima musica. Consigliato.

Marco Verdi