Anticipazioni: Il Ritorno di Uno Dei Geni Della Musica Americana. Steve Cropper – Fire It Up. Esce Il 23 Aprile

steve cropper fire it up

Steve Cropper – Fire It Up – Mascot Provogue 

Steve Cropper lo presenta come il suo secondo album solista dopo With A Little From My Friends, uscito nel 1969. Non è l’esatta realtà dei fatti, prima e dopo c’è stato moltissimo altro: prima ci sono stati i Mar-Keys, nati nel 1958 a Memphis, e che poi con la scissione di Steve e Donald “Duck” Dunn diventano Booker T. & The Mg’s, entrambi i gruppi fondamentali nella storia della soul music e della Stax in particolare. Steve Cropper ha scritto molto materiale strumentale, ma ha anche firmato alcune delle pagine indimenticabili del soul per Otis Redding, Wilson Pickett, Eddie Floyd, Sam & Dave e ha suonato in un numero colossale di dischi usciti con il marchio Stax/Volt. Dagli inizi ‘70 intensifica la sua attività di produttore anche al di fuori della Stax, con Jeff Beck, José Feliciano, John Prine (per citarne alcuni), oltre a suonare la chitarra in una miriade di dischi: poi nel 1978 inizia anche l’avventura con i Blues Brothers. In seguito pubblica tra ‘80 e ‘82 due album solisti che ricorda malvolentieri, mentre nel 1969 era uscito anche Jammed Together, una collaborazione con Pop Staples e Albert King, poi un lungo silenzio fino al 2008 quando viene pubblicato il primo di due album collaborativi con Felix Cavaliere dei Rascals, che ricordiamo, perché in quelle sessions vengono messe le basi per alcune idee e canzoni, accantonate ma salvate, per essere completate e riutilizzate, proprio per Fire It Up, insieme al produttore Jon Tiven, “vicino di casa” di Steve a Nashville, e con il quale è continuamente in contatto per interscambi di idee musicali.

Questa quindi è la genesi del nuovo album: non so dirvi molto altro, ci sono due chitarristi, un tastierista, e un cantante, che francamente non avevo mai sentito nominare prima, tale Roger C. Reale, peraltro in possesso di una bella voce, amico di Tiven ma anche di Steve. Il tutto perché ho scritto la recensione molto prima e l’album è in uscita per il 23 aprile. Però le canzoni le ho ascoltate e quindi vi illustro i contenuti, non senza prima ricordare che nel 2011 è uscito anche un disco All-Stars Dedicated, basato sulla musica dei 5 Royales https://discoclub.myblog.it/2011/08/04/il-migliore-del-colonnello-steve-cropper-dedicated/ , e nel 2017 la eccellente reunion e celebrazione della Blues Brothers Band The Last Shade Of Blue Before Black https://discoclub.myblog.it/2017/11/15/il-tempo-passa-per-tutti-ma-non-per-loro-the-original-blues-brothers-band-the-last-shade-of-blue-before-black/ . Il nuovo disco vede la presenza di un solo brano strumentale Bush Hog, che però è ricorrente. Parte 1 e 2, più in chiusura il pezzo completo, e ascoltandolo non si direbbe che che Cropper sia un brillante diversamente giovane che a ottobre compirà 80 anni, il tocco di chitarra è sempre inconfondibile, un chitarrista ritmico creatore di riff, come lui ama definirsi, ma in grado di suonare anche da solista, tanto da essere considerato un maestro da gente come Brian May, Jeff Beck, Eric Clapton.

Sembra di ascoltare un pezzo dei Mar-Keys o di Booker T. & The Mg’s, le mani che volano sul manico della chitarra, un ritmo incalzante con fiati e organo di supporto, un timbro della solista limpido e geniale, ribadisco, uno degli inventori degli strumentali di marca R&B, ma anche con un rimando al riff di Soul Man, come nella grintosa e deliziosa title track, dove si autocita, mentre Reale canta con voce vissuta, e fiati, organo e una armonica imperversano sullo sfondo. E non manca una deep soul ballad in mid-tempo come One Good Turn, con assolo breve, ma limpido e cristallino, o il funky ribaldo e reiterato di I’m Not Havin’ It, con Reale sempre ottimo anche nei pezzi più mossi, vedi Out Of Love, cadenzata come richiede la materia e la solista di Cropper sempre in spolvero; la trascinante Far Away sta alla intersezione tra R&B e R&R e ci sono anche delle coriste che aizzano Reale, mentre la chitarra di Steve punteggia l’arrangiamento corale. Say Don’t You Know Me sembra uno di quei brani danzabili dell’epoca d’oro del R&B, ruvido ma dal ritmo irresistibile, mentre She’s So Fine sarebbe piaciuta moltissimo a Sam & Dave e Two Wrongs al grande Otis, Reale non è ovviamente a quei livelli, ma ci mette comunque impegno e grinta, come dimostra anche la successiva Hearbreak Street, e poi si riabilita nella conclusiva The Go-Getter Is Gone, scritta a due mani con Cropper, che viene spronato a pescare nel meglio del suo repertorio in questo robusto R&B dove maltratta anche la sua chitarra con libidine.

in fondo è pur sempre “The Colonel” della truppa, lui guida e gli altri lo seguono, in questo solido sforzo complessivo che lo mostra di nuovo vitale e all’altezza della sua fama.

Bruno Conti

Una Etnomusicologa Canadese Dalla Voce Sopraffina Per Un Album Eclettico E Di Grande Spessore. Kat Danser – One Eye Open

kat danser one eye open

Kat Danser – One Eye Open – Black Hen Music

Accidempoli, ma questi canadesi non finiscono mai di stupirci: d’altronde qualcosa devono pur fare per scaldarsi da quel freddo “sbarbino” che imperversa dalle loro parti. Prendiamo Kat Danser da Edmonton, stato di Alberta, nel momento in cui sto scrivendo questa recensione la temperatura lassù è a  -12, ma questo non preclude agli indaffarati abitanti della città di indulgere nelle loro attività: per esempio Kat Danser, anzi la dottoressa Danser, visto che ha un master in etnomusicologia e lavori sociali, insegna pure, è una esperta di musica latina, cubana in particolare, grazie ai suoi viaggi in loco, ha realizzato già sei album, vincitrici di svariati premi nelle più disparate categorie e anche candidata ai Juno Awards. Ma quello che conta al di là del CV è la musica che si sprigiona da questi album, il nuovo One Eye Open incluso: un mèlange, un frullato di stili, che includono Mississippi Delta blues da cui si parte. che sfuma in quello di New Orleans, soul e gumbo locali inclusi, profumati ed arricchiti da sfumature molto evidenti di musica cubana e per non farsi mancare nulla anche un po’ di sano R&R https://www.youtube.com/watch?v=gumNFlLnvsc . Se aggiungiamo che la produzione del tutto è stata affidata a Steve Dawson, che da Nashville ha assemblato tutto quello che gli arrivava da Edmonton, Vancouver e Toronto, visto che durante la pandemia non ci si poteva muovere, facendo sembrare il risultato organico e vitale, e regalando anche la sua maestria alle chitarre, spesso in modalità slide, come un novello Ry Cooder, alle tastiere il grande Kevin McKendree, una sezione fiati composta da Dominic Conway, Jeremy Cooke e Malcolm Aiken, ai quali si aggiunge Daniel Lapp, che suona violino, tromba e tenor guitar, e la sezione ritmica con Jeremy Holmes al basso e il bravissimo Gary Craig alla batteria, che ricordiamo con Blackie And The Rodeo Kings e Bruce Cockburn, giusto per citarne un paio.

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Il risultato finale, se non prodigioso, per non fare le solite inutili esagerazioni, è comunque eccellente, con materiale in gran parte originale, con un paio di cover scelte con cura. Way I Like It Done, è un midtempo delizioso, con McKendree che con il suo pianino intrigante, dà poi stura alla slide di Dawson, mentre i fiati imperversano tra blues e moderato R&R e lei canta in assoluta souplesse, come se passasse di lì per caso, ma non fatevi ingannare https://www.youtube.com/watch?v=gqYHEM1mWu4 . E siamo solo all’inizio: Lonely And The Dragon è un “lentone”malinconico, un blues intriso di umori sudisti, con chitarre, organo e fiati che sorreggono in modo robusto il cantato quasi sussurrato di Kat, che porge le 12 battute con garbo e classe senza forzare il suo timbro vocale comunque affascinante https://www.youtube.com/watch?v=dsUeiNJoXCw , poi ci trasporta con la cover di Bring It With You When You Come di Gus Cannon nel blues arcano degli anni ‘20, però quelli del secolo scorso, con chitarrine accarezzate, fiati e ritmi discreti, lei che gigioneggia appena il giusto, perché il brano lo richiede, ma è pronta a tuffarsi nel R&B ribaldo di Frenchman Street Shake, quando i suoi musicisti alzano i ritmi, la voce si fa più limpida e scherzosa, la solita chitarra slide di Dawson volteggia, la ritmica si fa più complessa e coinvolgente, i fiati sempre più coinvolti e non mancano dei tocchi latini https://www.youtube.com/watch?v=GJ_cFtJ5Abk .

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steve dawson photo

steve dawson photo

Get Right Church è l’altra cover, dal repertorio di Jessie Mae Hemphill, una delle regine pellerossa del blues del secolo scorso, grande brano, cantato con passione e “anima”, nel quale lentamente andiamo sulle rive del Mississippi, sempre grazie al lavoro essenziale delle chitarre di Dawson, doppiato anche da un assolo di trombone https://www.youtube.com/watch?v=buW1IoxqpKI ; non dico che One Eye Closed viri addirittura verso il punk come qualcuno ha detto, ma la Danser in questa canzone si infervora e si arrochisce, il rock’n’roll raggiunge quasi una intensità alla Patti Smith dei tempi che furono, assolo tiratissimo della solista incluso, si chiude un occhio ma l’altro è decisamente aperto https://www.youtube.com/watch?v=gumNFlLnvsc . Ottima anche Trainwreck, altra canzone dai tempi mossi dove rock (delle radici) e blues, incrociano le loro traiettorie, con Dawson che aggiunge il solito tappeto sonoro per le evoluzioni vocali, misurate ma impetuose della brava Kat https://www.youtube.com/watch?v=dtkLZZ7dh4Y ; Please Don’t Cry è una struggente ballata, con qualche tocco country, grazie all’uso del violino di Lapp, ma senza mai dimenticare blues e anche un pizzico di jazz notturno e demodé https://www.youtube.com/watch?v=gXkI1ggLKW0 . Molto bella anche End Of Days, dove blues e canzone d’autore convergono sulla melodia superba del brano, con assolo di organo strappamutande di McKendree che sottolinea il cantato soave della Danser, che mi ha ricordato quasi la Christine McVie dei tempi d’oro https://www.youtube.com/watch?v=7RsUAa-AONM . E last but not least Mi Corazon, convoglia pulsioni cubane, tex-mex, dolci trasporti amorosi a tempo di valzer e carezzevoli sentimenti tutti insiti nella voce leggiadra di Kat https://www.youtube.com/watch?v=kjbIOehnz2Q . Well Done Mrs, Danser.

Bruno Conti

Passa Il Tempo: Sono 40+1. Stray Cats – Rocked This Town: From LA To London

stray cats rocked this town

Stray Cats – Rocked This Town – From LA To London – Surfdog/Mascot

L’anno scorso con 40 avevano festeggiato appunto il loro quarantesimo anniversario, con la reunion della formazione originale e il primo disco in studio di materiale nuovo dopo 26 anni: Brian Setzer, Slim Jim Phantom e Lee Rocker, gli Stray Cats originali, ormai tutti e tre vicini alla soglia dei 60 anni (anzi nel caso di Setzer superata), con Gretsch, contrabbasso e kit da batterista R&R pronti alla bisogna, si sono lanciati in un tour mondiale, che addirittura era partito nel 2018, per riproporre i loro classici, accanto anche ad alcuni dei brani nuovi, prima che arrivasse il ciclone Covid-19 a fermare la musica dal vivo in giro per il mondo. Quindi con ben 22 canzoni compattate in un CD singolo, dove la durata media raramente supera i 4 minuti (ma qualcuna ce n’è, non sono mica i Ramones), questo Rocked This Town: From LA To London, ancora una volta celebra il loro rockabilly revival con tanta grinta e anche classe, visto che Setzer in questi anni è diventato anche un apprezzato musicista in grado di spaziare tra swing e blues, con ottimi risultati.

La maggior parte delle canzoni è originale (più o meno, visto che l’ispirazione viene comunque dai gloriosi anni del R&R e del rockabilly) e qualche immancabile cover, ma se lo scopo dichiarato è quello di divertire i loro ascoltatori, anche non in presenza, ma su un CD, direi che il risultato è raggiunto. La musica quindi si gode anche da remoto, nella propria casa o in giro con cuffiette il piedino è subito pronto per tenere il tempo: qualità sonora ottima, e partenza con uno dei brani nuovi Cat Fight (Over A Dog Like Me) che comunque illustra perfettamente lo spirito R&R degli Stray Cats, eccellente assolo di chitarra di Setzer incluso https://www.youtube.com/watch?v=czwn7d_gEro , senza soluzioni di continuità si parte con il greatest hits, prima una brillante Runaways Boy, che era sull’omonimo album di debutto del 1981, e suona fresca oggi come allora, anzi la voce di Brian e la sua perizia alla solista sono aumentate dopo lunghi anni on the road, Too Hip Gotta Go era su Rant’n’Rave, brano preso sempre a grande velocità, ma più raffinato e meditato, con la chitarra ancora in grande spolvero, di nuovo dal 1° album una scoppiettante cover di Double Talkin’ Baby di Gene Vincent con le mani del nostro che volano sul manico della chitarra.

A seguire un altro dei brani del disco dello scorso anno, Three Time’s A Charm, dove il risultato è a tutto rockabilly https://www.youtube.com/watch?v=s39szCgOjYY , poi accolto da un boato arriva uno dei loro cavalli di battaglia, la sempre bellissima e felpata (manco a dirlo) Stray Cat Strut. Senza ricordare tutti i brani, comunque eccellenti a prescindere, vorrei ricordare la pimpante e di grande tecnica strumentale Mean Pickin’ Mama, l’omaggio a due degli idoli della band Gene And Eddie, con immancabili citazioni ad libitum, e ancora una rara ballata da crooner come la deliziosa I Won’t Stand In Your Way, un paio di cover strumentali come la countyreggiante Cannonball Rag di Merle Travis, eseguita dal solo Setzer alla elettrica e il celeberrimo e vorticoso surf di Dick Dale Misirlou, sempre con la maestria di Brian in bella evidenza https://www.youtube.com/watch?v=H7eFhKYO4P0 , come pure la divertente e sbarazzina (She’s) Sexy + 17, e anche l’altrettanto sexy Fishnet Stockings, un omaggio ad un altro dei grandi del rockabilly Dorsey Burnette con la sua My One Desire, presente solo nella versione in vinile.

E poi nel gran finale spettacolare, alcuni dei loro più grandi successi che mandano il visibilio il pubblico presente: quasi in sequenza ecco arrivare la potente Rock This Town, la recente e bluesata Rock It Off dove Setzer sembra un novello Thorogood, e naturalmente Built For Speed, fedele al suo titolo, per concludere con una colossale Rumble In Brighton, tra R&R e Clash. L’estate sarà anche finita, ma il divertimento ( si fa per dire) continua con questo ottimo Live che conferma che gli Stray Cats sono sempre un gran bel gruppo, anche 40, anzi quarantuno anni dopo i loro esordi.

Bruno Conti

Il Classico Disco Che Non Ti Aspetti, Veramente Una Bella Sorpresa! George Benson – Walking To New Orleans

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George Benson – Walking To New Orleans – Mascot/Provogue

George Benson ormai non è più un giovanotto, quest’anno a marzo anche lui ha compiuto 76 anni: agli inizi di una carriera che comprende quasi una quarantina di album, questo è il numero 45, e parte proprio con una serie di dischi di jazz negli anni ‘60, in principio prevalentemente strumentali, ma poi inserendo l’uso della voce, morbida e piacevole, anche usata in modalità scat, agli albori degli anni ’70 approda alla CTI, l’etichetta di Creed Taylor, per cui registra alcuni dischi di nuovo strumentali, prima della svolta di metà anni ’70, quando firma per la Warner Bros, con la quale pubblica alcuni album che avranno un successo clamoroso ed inaspettato, a partire da Breezin’ , prodotto da Tommy LiPuma, che approda nelle classifiche di Billboard, entrando nella Top 10 e vendendo più di 3 milioni di copie, con uno stile che mescola smooth jazz e soul, dischi piacevoli e molto raffinati dove si apprezza sia la sua voce, sempre morbida ed elegante, come lpuro ’uso delle chitarre, sia Ibanez che Gibson, in grado di improvvisare all’impronta nella rivisitazione di brani anche di provenienza pop e R&B, come ad esempio nel celeberrimo doppio disco dal vivo Weekend In L.A, dove compare una cover deliziosa e, forse,  definitiva di On Broadway., la canzone all’origine dei Drifters, che grazie allo scat tra chitarra e voce di Benson è diventata una sorta di standard senza tempo https://www.youtube.com/watch?v=dQdiEe7TkfI ; ma comunque tutto il disco è estremamente gradevole e suonato in modo impeccabile, tra brani mossi e ballate sinuose.

Negli anni successivi il sound si fa più “lavorato” e commerciale, almeno per me molto meno valido ed interessante, anche se il disco in coppia con Al Jarreau e Big Boss Man con la Count Basie Orchestra non erano male. L’ultimo disco, un tributo alle canzoni di Nat King Cole, uscito nel 2013, anche grazie alla scelta del repertorio è risultato molto elegante e ben riuscito. Ora, Benson, che approda anche lui alla Mascot/Provogue, ha deciso di incidere questo Walking To New Orleans, dove rivisita alcuni pezzi di Chuck Berry e Fats Domino, una sorta di tributo a due leggende, con un tipo di sound molto rootsy, grazie alla presenza dietro la console di Kevin Shirley, il produttore di Bonamassa e Hiatt, e l’utilizzo di un gruppo, anzi proprio di un quartetto di musicisti diciamo dei “nostri”: Greg Morrow, batteria Rob McNelley, seconda chitarra, Kevin McKendree, piano e Alison Prestwood al basso,  più una sezione fiati e alcune vocalist di supporto, quindi un omaggio agli eroi della sua gioventù, eseguito con grande classe e verve, quasi inaspettato ma non per questo meno gradito. La voce, a dispetto dell’età, è forte e chiara, come dimostra subito una ripresa a tutto R&B di Nadine (Is It You?), dove la band rolla alla grande, e Benson va subito anche in modalità scat e poi di chitarra, come ai giorni migliori. .

Ain’t That A Shame è anche meglio, con il pianino vorticoso di McKendree ad omaggiare Fats Domino, mentre coriste e fiati sostengono un George veramente ispirato, grande musica, se New Orleans deve essere tanto vale farlo bene; sempre dal “Fat Man” arriva una swingante e in pieno mood New Orleans (che sembra non passare mai di moda) Rockin’ Chair, brillante l’intervento della solista di Benson che duetta sempre con il piano di McKendree. Forse non potevamo aspettarci che You Cant’t Catch Me fosse fatta alla Stones o alla Thorogood (e se vi ricorda Come Together dei Beatles, non vi state sbagliando), ma ritmo e grinta non mancano di certo, e la band e il loro capo tirano alla grande, con fiati sincopati d’ordinanza aggiunti alle procedure e un McKendree sempre scatenato, manco fosse Johnnie Johnson https://www.youtube.com/watch?v=fn1x7LC-gFI , e anche Havana Moon, sempre di Berry, è suonata con eleganza e grande raffinatezza degli arrangiamenti, mentre la chitarra di Benson non manca un colpo https://www.youtube.com/watch?v=hyAyMg8Dl1s . I Hear You Knocking è praticamente perfetta, con l’errebì anni ’50 di Fats Domino reso nuovamente alla perfezione https://www.youtube.com/watch?v=JxmkhfV-vrA , prima di scatenarsi di nuovo collettivamente a tutto R&R con una esuberante ripresa di Memphis,Tennessee ed eccellente anche la vellutata ripresa, con tanto di archi, di una raffinata Walking To New Orleans, che ha i profumi  che dovevano uscire dagli studi di Cosimo Matassa nella Louisiana degli anni ’50, e, a proposito di super classici, cosa possiamo dire di una stupenda Blue Monday, se non meravigliarci per i suoni paradisiaci che escono dalle casse dell’impianto. Forse How You’ve Changed non è uno dei brani più conosciuti di Chuck Berry, una ballata notturna tra blues e jazz, ma la versione di Benson e soci è ancora una volta da manuale, come peraltro tutto l’album. Veramente una bella sorpresa.

Bruno Conti

Gradevole, Ma Solo Per Collezionisti Incalliti. Bill Wyman’s Rhythm Kings – Studio Time

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Bill Wyman’s Rhythm Kings- Studio Time – Edsel Records

Bill Wyman ufficialmente ha lasciato gli Stones nel gennaio 1993, ma la sua ultima partecipazione è stata negli Steel Wheels/Urban Jungle Tours del 1989/90. Durante la sua permanenza della band aveva pubblicato diversi album come solista, il primo Monkey Grip nel 1974: e ad essere sinceri erano tutti abbastanza “bruttarelli”, diciamo non memorabili. Forse la sua migliore avventura parallela era stata con Willie And The Poor Boys (insieme a Mickey Gee, Andy Fairweather-Low, Geraint Watkins, e Charlie Watts), autori di un buon album nel 1985. Da lì probabilmente era germogliata l’idea per i Rhythm Kings, che discograficamente esordiscono solo nel 1997, ma come dimostra questo Studio Time già registravano brani fin dal 1987. In effetti la loro discografia conta su cinque album in studio e due dal vivo, più DVD, antologie di rarità, quattro cofanetti con una valanga di inediti, a cui ora si aggiunge questo Studio Time, l’ultimo della serie, che raccoglie quindici outtakes registrate in diverse sessioni tra il 1987 e il 2002. Dischi nuovi non ne escono da anni (Back To Basics è del 2015 e non aveva proprio entusiasmato, come dargli torto, l’amico Marco https://discoclub.myblog.it/2015/07/11/speriamo-che-del-prossimo-disco-passino-altri-33-anni-bill-wyman-back-to-basics/) e Wyman, che va per gli 82 anni, ha diradato moltissimo (per usare un eufemismo) le sue apparizioni Live, ma a livello CD quindi, soprattutto dei Rhythm Kings. ne escono sempre a raffica, difficilmente memorabili, con la loro elegante ed onesta miscela di R&R, R&B, Blues, country e Jazz morbido.

Apre Beds Are Burning, un vecchio classico dei Midnight Oil, inciso nel 1998, cantato da Beverley Skeete, una simil Tina Turner, e dallo stesso Wyman (si fa per dire), mentre Gary Brooker al piano e Georgie Fame all’organo, oltre a Terry Taylor alla chitarra, che era nei Tucky Buzzard, prodotti ai tempi proprio da Bill, cercano di dare brio al pezzo. I due insieme hanno scritto Open The Door, che viene dal 2003, un pezzo rock più grintoso, cantato da Mike Sanchez, con Chris Stainton al piano, e sempre una piccola sezione fiati a vivacizzare il tutto. You’re The One, viene dalla session del 1987, è il vecchio brano di Jimmy Rogers, un classico blues cantato da Geoff Grange che suona anche l’armonica, mentre nella band si notano Andy Fairweather Low e Nicky Hopkins. Going Up the Country, registrata nel 2003, è proprio la vecchia canzone dei Canned Heat, rifatta in versione carta carbone con Faiweather Low a riprodurre il falsetto di Al Wilson e Nick Payne al flauto; Long Comma Viper è un oscuro brano di Dan Hicks & His Hot Licks, che nella versione cantata da Georgie Fame nel 1999, mantiene la sua verve western swing, con tanto di steel suonata da Taylor, con My Wife Can’t Cook, targata 2002, che vira verso un piacevole R&B, altro brano poco noto di tale Lonnie Russ del 1962, ma si sa che Wyman è un profondo cultore di quel repertorio, Mike Sanchez canta decisamente bene e la band rolla di gusto.

I’m Shorty è un altro blues, annata 1999, firmato da Willie Dixon, cantato da Frank Mead, altra figura minore del rock inglese, mentre Got Love If You Want It di Slim Harpo, ha rimandi agli Stones, con Grange, Fairweather Low e Taylor che vanno alla grande, in questa outtake del 1987. Shoes è un morbido pezzo R&B del “tardo” Don Covay, 1998, con Beverley Skeeete che si fa onore, e Dr. Watson Mr. Holmes, mai sentita prima, è un divertente pezzo jive cantato da Georgie Fame nel 2000, difficilmente entrerà negli annali della musica. E pure la versione di These Kind Of Blues, cantata da Terry Taylor, dubito avrà questo onore, come pure la scanzonata Blue Light Boogie di Louis Jordan, cantata dalla Skeete. Skiing Blues, solo Fame, voce e organo, è una ballata notturna, ma che c’entrano i Rhythm Kings? Più impegnati nella swingata Santa Baby, annata 2000, con Martin Taylor e Tommy Emmanuel alle chitarre e in Jazz Walk, un brano originale dello stesso Wyman, ancora 2002 e nuovamente con Fame che la canta. Gradevole, serve per completare la collezione.

Bruno Conti

“Bizzarre” Fusioni Tra R&R, Soul E Blues Con Una Voce Ruvida E Potente. Barrence Whitfield & The Savages – Soul Flowers Of Titan

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Barrence Whitfield & The Savages – Soul Flowers Of Titan – Bloodshot Records/Ird

Barrence Whitfield è sempre stato un tipo eccentrico: sia nell’abbigliamento, con outfit e copricapi estrosi, dai turbanti ai fez, a cappellini sfiziosi, ultimamente con il cranio rasato in evidenza, quanto nello stile musicale, sulle tracce di altri personaggi stravaganti ed unici, sia del rock and roll, come del soul, o del jazz, da Screamin’ Jay Hawkins, passando per Little Richard, per arrivare a Sun Ra, a cui è ispirato, se non nelle musiche, almeno nello spirito, questo Soul Flowers Of Titan. L’ispirazione musicale viene invece dalle produzioni di due etichette storiche degli albori del R&B, la King e la Federal, entrambe di Cincinnati, dove all’Ultra Suede Studio è stato registrato il disco: le canzoni provengono in parte da nomi poco noti di quelle etichette, per cui hanno inciso anche James Brown e Hank Ballard & The Midnigthers come nomi di punta, mentre altri sono brani originali firmati soprattutto da Peter Greenberg e Phil Lenker, rispettivamente chitarrista e bassista dei Savages, già presenti nella prima incarnazione della band, in azione da metà anni ’80, e poi nuovamente nella reunion, che dal 2011 a oggi ha visto uscire tre album, oltre a questo nuovo CD che uscirà domani 2 marzo, e presenta la consueta esplosiva miscela di soul, gospel, R&B, rockabilly, ma anche punk e garage (grazie a Greenberg che ha militato pure nei Lyres), e allo stile vocale esuberante da shouter di Whitfield (vero nome all’anagrafe Barry White, forse si capisce perché lo ha cambiato!).

Slowly Losing My Mind (un singolo di tali Willie Wright & His Sparklers, uscito per la Federal nel 1960)  è subito un gagliardo e potente rock-blues and soul con venature garage e psych, con la chitarra tiratissima di Greenberg subito in azione, a fianco del sax di Tom Quartulli e dell’organo del nuovo arrivato Brian Olive, mentre la sezione ritmica con Andy Jody alla batteria e Phil Lenker, picchia come se non ci fosse speranza in un futuro. Del loro genere si era detto che il soul e il R&B stavano al rock, come, per i Cramps,  il punk stava al rockabilly: e anche oggi la formula (vincente) è rimasta quella, lo ribadisce Pain, una travolgente galoppata a tempo di R&R, con la voce ferina di Barrence sparata al limite, come quella di un giovanotto di belle speranze, su un ritmo incalzante e le continue divagazioni della chitarra di Greenberg, con tutta la band che li segue come un sol uomo, veramente gagliardo; Tall Black And Bitter è un rockabilly shuffle vorticoso, sempre eseguito a velocità supersonica, mentre Tingling è il primo pezzo dove i ritmi rallentano, ma non l’intensità del suono, un R&B futuribile con retrogusti rock, con il sax e la chitarra a dettare all’unisono l’atmosfera del brano, che si ravviva ulteriormente su una “passata” di organo molto vintage di Olive. Sunshine Don’t Make The Sun mi è ignota, quindi presumo nuova (nel momento in cui scrivevo non avevo ancora le note), ma siamo sempre in pieno rock’n’soul a tutta birra, ritmo e sudore come piovesse, con il sax che imperversa; I’ll Be Coming Home Someday si avventura perfino in un doo-wop retro-futuribile (mi è venuta così), proprio tra Screamin’ Jay Hawkins e James Brown, vecchi ritmi ma con la chitarra decisamente rock ed allupata di Greenberg di nuovo in azione.

Let’s Go To Mars, scritta da Greenberg e Lenker, e ispirata dalla visione di un documentario dedicato al Sun Ra degli anni ’70, è viceversa uno dei pezzi più blues di questa raccolta, molto Chicago Blues elettrico, con la voce vissuta di Whitfield a competere con chitarre e sax arrotati; Adorable è un altro esempio del garage-psych-rock virato blues tipico degli episodi più cattivi di Soul Flowers Of Titan, con le urla e gli schiamazzi tipici della vocalità del nostro amico. Che poi si impegna in una cover devastante del torrido soul di I Can’t Get No Ride, oscura gemma del 1965 di un certo Finley Brown, tra funk, rock, garage, tutti gli elementi del canone sonoro di Barrence e soci, che insistono ancora in I’m Gonna Leave You Baby, altro brano Federal targato Willie Wright And His Sparklers, R&B classico, ma virato al solito dai Savages sui sentieri del rock and roll più sanguigno, per il classico “stream and shout” di Whitfield e le folate della solista di Greenberg. Edie Please avrebbe fatto il suo figurone su Nuggets o in qualche altra compilation garage-psych, con la sua chitarra riverberata e la voce cattivissima di Barrence; Say What You Want è uno dei rari brani lenti, sempre in quel misto tra una ballata intensa alla James Brown e il suono garage della prima era della psichedelia. Anche la bonus Dream Of June sembra un vecchio 45 giri degli Standells, dei Count Five o della Chocolate Watch Band. Per chi ama il genere, e non solo, tutto molto godibile

Bruno Conti

Uno Sguardo Alle “Pietre” In Versione Vintage. The Rolling Stones – On Air

rolling stones on air

The Rolling Stones – On Air – ABKCO/Polydor CD – 2CD

In questi ultimi due anni i fans dei Rolling Stones avranno avuto di che godere, tra live contemporanei (Havana Moon), d’archivio (Ladies And Gentlemen finalmente in CD, Sticky Fingers Live e l’imperdibile cofanetto Totally Stripped) e l’album blues di un anno fa Blue And Lonesome. Ora la ABKCO, che ha in mano il catalogo anni sessanta delle Pietre, pubblica questo interessantissimo doppio CD On Air (c’è anche la solita versione singola “vorrei ma non posso”), che contiene il meglio delle sessions alla BBC del leggendario gruppo agli inizi della sua carriera, uscita preceduta da un bellissimo e costoso libro dallo stesso titolo che narra la storia del rapporto della band con la mitica emittente britannica, iniziato malissimo (gli Stones alla prima audizione erano stati scartati senza troppi complimenti), ma che poi si è protratta dal 1963 al 1969.

rolling stones on air book

On Air (titolo e copertina da bootleg, e la prima volta che l’ho visto nella lista delle uscite l’ho scambiato per tale) prende però in considerazione solo gli anni dal 1963 al 1965, lasciando forse la porta aperta ad un secondo volume, e documentando le apparizioni del gruppo allora formato da Mick Jagger, Keith Richards, Brian Jones, Bill Wyman e Charlie Watts (con l’occasionale partecipazione del “sesto Stone”, il pianista Ian Stewart) nelle più popolari trasmissioni radio-televisive dell’epoca, alcune con il pubblico presente ed altre registrate in studio: programmi famosissimi come Top Gear e Saturday Club ed altri meno noti come Yeah Yeah, Blues In Rhythm e The Joe Loss Pop Show. Ed il doppio CD è, come dicevo, decisamente interessante, in quanto ci mostra la più grande rock’n’roll band di sempre agli inizi, quando stava conoscendo il successo e suonava con la bava alla bocca, omaggiando via via tutte le sue influenze musicali. I brani originali presenti infatti sono solo una manciata, qui ci sono più che altro covers, che ci danno uno spaccato delle radici del gruppo, in quanto sono presenti tutti i generi che sono andati a formare il loro stile, dal rock’n’roll al blues all’errebi, il tutto suonato con un’energia formidabile, a cantato in maniera magistrale da un Jagger che già sapeva il fatto suo.

56011_RAND_OAS_P0186.pdf

https://www.youtube.com/watch?v=LCUxr-nyx5Q

Il doppio parte con la guizzante Come On (che è stato il loro primo singolo), e poi percorre per 32 canzoni tutto il meglio dei primissimi anni, con anche sette brani che i nostri non hanno mai pubblicato su nessun album. C’è ovviamente molto rock’n’roll, con tantissimo Chuch Berry (uno degli eroi principali di Richards), ben sei pezzi del leggendario rocker, compresa la già citata Come On, tra cui una Roll Over Beethoven al fulmicotone, mai sentita prima fatta da loro (le altre sono Around And Around, Memphis Tennessee, Carol e Beautiful Delilah). Senza dimenticare una travolgente versione dello standard Route 66, lo scintillante boogie di Don Raye Down The Road Apiece, pieno di shuflle, ed una irresistibile ancorché breve Oh Baby (We Got A Good Thing Goin’) di Barbara Lynn Ozen. C’è anche tanto soul ed errebi, come la nota It’s All Over Now di Bobby Womack (incisa abbastanza maluccio), una pimpante Everybody Needs Somebody To Love ben prima che i Blues Brothers ci costruissero intorno la carriera, la splendida Cry To Me (Solomon Burke), con Mick che si destreggia alla grande con l’ugola, o ancora la superba You Better Move On di Arthur Alexander ed una deliziosa If You Need Me di Wilson Pickett.

rolling stones on air photo

https://www.youtube.com/watch?v=NqxC7pDrklI

Naturalmente non può mancare il blues, con ben tre brani di Bo Diddley: una sfrontata Cops And Robbers, con Jones ottimo all’armonica, il classico Mona e l’inedita (per gli Stones, anche se la pubblicheranno nel live del 1977 Love You Live) Crackin’ Up. Poi abbiamo l’altrettanto inedita Fannie Mae (di Buster Brown), giusto a metà tra blues e rock’n’roll, una bellissima Confessin’ The Blues (incisa anch’essa da Chuck Berry, ma non scritta da lui), con grande prestazione chitarristica, e gli immancabili Muddy Waters e Willie Dixon, rispettivamente con I Can’t Be Satisfied (gran lavoro di slide) e I Just Want To Make Love To You. C’è anche un accenno al country con il classico di Hank Snow I’m Movin’ On, suonato però con una foga rocknrollisitca che non fa prigionieri, ed il tributo ai “rivali” John Lennon e Paul McCartney con la loro I Wanna Be Your Man.

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https://www.youtube.com/watch?v=LWj6EXeoMoM

Pochi i brani originali, appena cinque: una (I Can’t Get No Satisfaction) decisamente grezza ed essenziale, il sempre splendido blues The Spider And The Fly, già allora sensuale ed intrigante, la bella The Last Time, uno dei loro brani migliori del primo periodo, e le meno note Little By Little e lo strumentale 2120 South Michigan Avenue. Un doppio CD imperdibile quindi? Se dobbiamo guardare al valore storico ed all’intensità delle performances assolutamente sì, ma fatemi spendere due parole per la qualità di registrazione, dato che è stata strombazzata ai quattro venti (quindi agli ottanta, battuta desolante lo so…) la rivoluzionaria tecnica denominata De-Mix (che consiste nel separare tutte le fonti audio originali e remixarle ex novo dando più potenza e compattezza al suono), gridando l’ormai abusata frase “I Rolling Stones come non gli avete mai sentiti!”. Ebbene, io tutto questo risultato rivoluzionario non lo sento, in quanto la qualità del suono è sì buona, ma né più né meno in linea con gli standard odierni delle ristampe vintage (le BBC Sessions dei Beatles, per dirne una, mi sembravano incise meglio), ma la cosa ancora più grave, se vogliamo usare questo termine, è che molte registrazioni (specie nel secondo CD) sono quasi amatoriali, non superiori ai vari bootleg già presenti sul mercato, e quindi abbassano non di poco il voto finale, soprattutto ripeto dopo tutto il bailamme pubblicitario sulla qualità sonora.

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On Air è quindi un doppio album di grande valore artistico, ma siccome i dischi sono fatti soprattutto per essere ascoltati mi sento di consigliarlo solo ai fans (che comunque sono tanti) ed ai completisti.

Marco Verdi

Un Comandante “Perduto”, Ritrovato. Commander Cody And His Lost Planet Airmen – Live From Ebbets Field Denver, Colorado August 11 1973

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Commander Cody And His Lost Planet Airmen  – Live From Ebbets Field Denver, Colorado August 11 1973 – S’more Entertainment/Rockbeat Records

Ecco l’altro Live album radiofonico pubblicato dalla Rockbeat di recente, si tratta di un concerto trasmesso nell’estate del 1973 e registrato a novembre a Austin, pochi mesi prima  quindi di quello ufficiale che poi uscirà nel 1974 come Live From Deep In The Heart Of Texas. Un disco dal vivo magnifico,, tanto che in quel periodo, magari esagerando, la rivista Billboard votò Commander Commander Cody & His Lost Planet Airmen, perché di loro parliamo, la migliore R&R band sul pianeta. Sicuramente erano un gruppo eccezionale, già in quell’estate del 1973, con il formidabile suonatore di pedal steel (uno dei migliori mai sentiti) Bobby Black, entrato da poco in formazione, e con tre album già nel loro carnet, tra cui Country Casanova: agli amanti consiglio, oltre a quello dal vivo citato prima, anche l’omonimo album pubblicato nel 1975, che oltre ad una copertina memorabile (e non è l’unica) contiene una versione di Willin’ di Lowell George, che a mio modesto parere è forse la più bella mai realizzata di questa splendida canzone, forse anche meglio di quella dei Little Feat. Per completare l’excursus personale mi è capitato di vedere Commander Cody a fine anni ’70 a Londra, non con la formazione originale, ma vi posso assicurare che era ancora un grande spettacolo e durante il concerto proiettavano, a dimostrazione che erano altri tempi, pure un cartone animato con i personaggi stilizzati sulle fattezze dei musicisti della band.

Ma nel 1973 siamo quasi allo zenit della loro carriera: Billy C. Farlow è un vocalist ( e saltuariamente) armonicista di grande voce e carisma, Bill Kirchen un chitarrista e cantante scintillante, Bobby Black, si è detto, tra i migliori alla pedal steel guitar in circolazione, George Frayne, alias Commander Cody, un pianista travolgente, Andy Stein, a violino e sax, è un altro musicista di grande spessore, e pure la sezione ritimica, Bruce Barlow, basso e Lance Dickerson, batteria, con John Tichy, aggiunto alla chitarra, non perde un colpo. Il repertorio poi è quanto di più variegato uno si possa aspettare: boogie, R&R, western swing, jump blues, country (rock), tutti eseguiti con una forza, un vigore ed una classe invidiabili. Partoriti da una idea di George Frayne, in quel di Ann Arbor, Michigan, dopo anni di gavetta nei locali della zona, si erano trasferiti in California, dove la loro carriera era decollata (con gli album e qualche singolo che entreranno anche nelle zone alte della classifica) e dove saranno raggiunti da un’altra band che usava anche il western swing tra le proprie armi di seduzione con gli ascoltatori, ossia gli Asleep At The Wheel: Bob Wills, Merle Travis, Merle Haggard, ma anche nomi ignoti del rockabilly o stelle del R&R come Elvis Presley erano nel DNA dei Commander Cody, che avevano comunque anche un repertorio di materiale proprio di consistente qualità, ed erano, come detto, una formazione portentosa dal vivo, come testimonia il concerto inciso in questo CD, anche con una qualità sonora direi più che buona.

Il concerto si apre con Good Rockin’Tonight, un pezzo di jump blues, tra gli antenati del R&R, con la band e i suoi solisti, Stein, Black, Kirchen e il Comandante, subito scatenati e a velocità supersoniche, What’s The Matter Now, un pezzo di Billy Farlow è più country swing degli originali, con Bobby Black e Andy Stein magnifici a pedal steel e fiddle, per non parlare di Commander Cody, serafico al piano e ancora Kirchen alla chitarra. Truck Drivin’ Man è uno dei super classici del country, nel repertorio anche di New Riders e Flying Burrito, con la guizzante pedal steel di Black ancora sugli scudi, per non dire del violino, mentre 4 or 5 Times è un western swing di Bob Wills eseguito alla perfezione. Down And Out un traditional fatto a tempo di country-rockabilly, sempre trascinante, Mama Hated Diesels una di quelle country ballads splendide e malinconiche che erano nelle loro corde, con la weeping steel di Black in evidenza. (Little) Sally Walker, anche nel live texano ufficiale, un altro R&R fulminante con Kirchen e Black scatenati, ma anche Stein al sax, poi il country-rock divertente e scanzonato di Ain’t Nothin’ Shakin (But The Leaves) e la strappalacrime (ed ironica) ballata All I HaveTo Offer You (Is Me), subito superata  in un altro momento ludico come Diggy Liggy Lo, una frenetica country tune che faceva anche la Nitty Gritty.

Smoke That Cigarette, da Country Casanova, è il tipico momento di Commander Cody, boogie allo stato puro, seguita da Rave On, uno dei classici di Buddy Holly e del R&R, che poi imperversa anche nelle successive Rock That Boogie, un pezzo loro, e nella immortale Jailhouse Rock, poi, all’interno di un broadcast radiofonico, si lanciano in un western swing intitolato Truckin’ & Fuckin’ (?!?) a tutta steel, un ulteriore cavallo di battaglia come Wine Do Yer Stuff, altra ballatona country, che precede il brano di Merle Haggard Mama Tried, sempre suonata alla grande, un po’ di blues and roll con la potente Lawdy Miss Clawdy e il finale con la melanconica Sunset On The Sage. Live di Commander Cody in circolazionece ne sono parecchi, questo è uno dei migliori!

Bruno Conti

Comunque Lo Si Giri Un Gran Bel Disco! Samantha Fish – Chills & Fever

samantha fish chills & fever

Samantha Fish – Chills And Fever – Ruf Records

All’incirca ogni paio di anni la giovane chitarrista e cantante di Kansas City si presenta con un nuovo album e ogni volta cerca di stupire il proprio pubblico con proposte sempre fresche, varie ed accattivanti. Dopo i primi due album prodotti da Mike Zito (ma c’era stato anche un disco dal vivo autoprodotto Live Bait, che l’aveva fatta conoscere ai tipi della Ruf), inframezzati da un paio di album della serie Girls With Guitars, nel 2015 Samantha Fish si era trasferita in quel di Memphis, Tennesse (ma non solo, anche Louisiana e Mississippi) per registrare sotto la produzione di Luther Dickinson l’eccellente Wild Heart, un disco che univa lo stile più rock ed immediato dei primi due dischi, con le radici roots e blues del nuovo album, dove accanto alle notevoli doti di chitarrista metteva in mostra anche un costante miglioramento dal lato vocale, con influssi soul nel suo cantato http://discoclub.myblog.it/2015/06/10/giovani-talenti-si-affermano-samantha-fish-wild-heart/ .

Passano altri due anni e per questo nuovo Chills And Fever la troviamo in quel di Detroit, Michigan, sede ai tempi della gloriosa Tamla Motown, ma anche di una florida scena rock, e poi, in tempi più recenti, di una nuova ondata di talenti in ambito garage-rock e neo-soul: con la produzione di Bobby Harlow, vecchio sodale di Jack White agli inizi della loro carriera a Detroit, nei Go,  impegnato anche con altre band del circuito alternativo locale, tra cui i Detroit Cobras, gruppo etichettato come “Garage Rock Revival, e che, anche se non pubblicano nuovi album da una decina di anni, sono tuttora in attività, come testimonia la loro presenza nel nuovo disco della Fish: ben quattro di loro, Joe Mazzola alla chitarra ritmica, Steve Nawara al basso, Kenny Tudrick alla batteria e Bob Mervak, al piano elettrico e organo, innervati da un paio di fiati ingaggiati in quel di New Orleans, Mark Levron alla tromba e Travis Blotsky al sax. Lei si è infilata in un corpetto sexy, un paio di pantaloni leopardati e armata della sua chitarra elettrica ci regala un ennesimo disco di valore, dove tutti gli elementi citati ci sono, ma il risultato è un album dove il suono si nutre di soul, R&R, qualche deriva garage e punk, ma solo nell’attitudine, visto che il CD ha un sound molto raffinato e ricco di elementi vintage, attraverso una nutrita serie di cover che pescano nel passato, con la voce della brava Samantha sempre più autorevole e ricca di mille nuances.

L’apertura è affidata ad una scintillante He Did It, un vecchio brano delle Ronettes che era anche nel repertorio dei Detroit Cobras, con i vorticosi interventi della chitarra, un ritmo incalzante, i fiati sincopati, la voce pimpante della Fish, veramente splendida, e un’aria di festa e good time music che mettono subito l’ascoltatore in una gioiosa condizione d’animo. La title track, anche se forse non provoca “brividi e febbre”, è una vera delizia nu-soul, più che alla versione di Tom Jones di inizio anni ’60,  si ispira allo stile sexy e felpato della Amy Winehouse del periodo in cui era accompagnata dai Daptones, con piano elettrico e fiati che affiancano la voce felina della brava Samantha, che inchioda anche un breve e misurato solo della sua solista in modalità wah-wah; e pure Hello Stranger, con un organo alla Timmy Thomas, ed uno splendido e raffinatissimo arrangiamento soul, rimanda all’originale di Barbara Lewis, un’altra musicista nativa di quell’area, con la voce della nostra amica sempre accattivante e un intervento della solista di gran classe. It’s Your Voodoo Working, è stata una hit minore per tale Charles Sheffield, cantante R&B misconosciuto della Louisiana, una ulteriore piccola perla di questo Chills And Fever, musica che fa muovere mani e piedi, senza dimenticare il lavoro sempre di fino della chitarra.

Hurt’s All Gone, scritta da Jerry Ragovoy, la faceva Irma Thomas, ed è uno splendido midtempo di stampo soul, con fiati e chitarra sempre incisivi, mentre ignoro di chi fosse You Can’t Go, ma è un altro vorticoso errebi dove tutto fila a meraviglia, soprattutto la chitarra di Samantha. Either Way I Lose era nel repertorio di Nina Simone, e questa versione cerca di mantenere, riuscendoci, lo stile raffinato della grande cantante nera, Never Gonna Cry è un’altra oscura rarità di tale Ronnie Dove (?!?), una malinconica love ballad di stampo sixties, che fa il paio con Little Baby, un brano che ha il ritmo e la stamina della famosa Shout degli Isley Brothers, incalzante e irresistibile, con il lavoro della solista sempre perfetto. Che altro aggiungere? Crow Jane è il vecchio pezzo di Skip James, con la Fish alla cigar box guitar, per l’unica concessione al blues puro, ma anche le restanti Nearer To You, You’ll Never Change, la lunga Somebody’s Always Trying, con un assolo di chitarra micidiale, e la cover del vecchio successo di Lulu I’ll Come Running Over, quasi alla Blues Brothers, sono altri ottimi esempi di soul e R&B suonati e cantati con piglio e convinzione, Non si sa se apprezzare di più il lavoro della voce, della chitarra o la produzione di Harlow. Comunque lo si giri un gran bel disco.

Bruno Conti

Un Grande Artista E Un Grande Concerto! George Thorogood & The Destroyers – Live At Rockpalast Dortmund 1980

george thorogood live at rockpalast

George Thorogood & The Destroyers – Live At Rockpalast – Dortmund 1980 – MIG Made In Germany 2CD+DVD

George Thorogood ha pubblicato il suo ultimo album di studio, l’ottimo 2120 South Michigan Avenue, nel 2011, ma in questo ultimo lustro le pubblicazioni discografiche a suo nome non sono comunque mancate: nel 2013 è uscito, in vari formati, uno scintillante Live At Montreux, http://discoclub.myblog.it/2013/12/13/forse-il-miglior-album-dal-vivo-sempre-george-thorogood-live-at-montreux/ (forse, perché non era ancora uscito questo) mentre nel 2015 è uscita una splendida edizione, riveduta e corretta, del suo primo album, ribattezzato per l’occasione George Thorogood And The Delaware Destroyers. Ora, per completare questa operazione di rivisitazione degli archivi, la tedesca Made In Germany pubblica un concerto del 1980 tratto dalla quasi inesauribile serie del Rockpalast: per l’occasione siamo a Dortmund, quindi in “trasferta” rispetto alla più famosa location della Grugahalle di Essen, ma comunque anch’essa teatro di memorabili serate dal vivo, preservate per i posteri dalla emittente radiotelevisiva WDR. Per la precisione è il 26 novembre del 1980, il nostro amico aveva appena pubblicato quello che sarebbe stato il suo terzo e ultimo album per la Rounder, More George Thorogood And The Destroyers, il primo con l’ingresso in pianta stabile nella formazione del gruppo del sassofonista Hank “Hurricane” Carter, che affianca la rocciosa sezione ritmica di Jeff Simon alla batteria e Billy Blough  al basso, tutt’oggi, inossidabili allo scorrere del tempo, a fianco di George Thorogood, che giungeva in Europa preceduto dalla sua fama di “The Satan Of Slide”, pronto ad infiammare le platee del Vecchio Continente.

La prima cosa che colpisce l’occhio è la scelta del repertorio: su 15 brani (sia nella versione DVD, immagini un po’ buie, ma efficaci, come nel doppio CD), uno solo porta la firma di Thorogood, il resto è una scorribanda nelle pieghe del miglior blues e R&R d’annata, suonata a velocità supersonica, ma quando e dove serve, capace anche di momenti di finezza e abbandono (non molti, ma ci sono)! Chuck Berry, John Lee Hooker e Elmore James sono i più “saccheggiati”, ma tutto il Gotha della grande musica viene omaggiato: e non è che George volesse fare il modesto, perché fino a quel momento solo un brano aveva scritto, Kids From Philly, che è il secondo ad apparire nel concerto, oltre a tutto firmato con lo pseudonimo Jorge Thoroscum. Anzi, per la verità, a volere essere onesti fino in fondo, aveva firmato anche la strepitosa Delaware Slide, che purtroppo non viene eseguita nella serata. Lo show si apre con una devastante House Of  Blue Lights, quasi cinque minuti di pura goduria sonora, la quintessenza del blues e del R&R, un pezzo suonato da tanti grandi, ma la versione di Thorogood rimane una delle migliori in assoluto, con sax e chitarra che si inseguono in modo inesorabile. Ancora ritmi veloci per la citata Kids From Philly, un piacevole strumentale a tutto sax e pure per la successiva I’m Wanted (All Over The World), un pezzo di Willie Dixon, di nuovo a tempo di R&R, dove Thorogood comincia a scaldare l’attrezzo, prima di invitare le ragazze a salire sul palco per danzare nella successiva canzone, ma ne arrivano poche, almeno all’inizio, come si vede nel video, comunque il buon George non si offende e attacca una frenetica Cocaine Blues.

Secondo momento topico del concerto la “solita” versione micidiale del medley House Rent Blues/One Scotch, One Bourbon, One Beer, John Lee Hooker d’annata, ma anche Thorogood all’ennesima potenza, che inizia ad innestare il bootleneck, poi è subito di nuovo tempo di R&R con il Chuck Berry di It Wasn’t Me, sparato a tutta velocità, seguito dalla prima incursione nel songbook di Elmore James con il festival slide di una fantastica Madison Blues, fine del primo CD. Si riattacca dove ci si era interrotti, uno dei rari slow blues, ma ancora di James, Goodbye Baby (Can’t Say Goodbye), splendida, che precede una micidiale New Hawaiian Boogie, uno strumentale che conferma la sua fama di “Satan Of Slide”, e per concludere la tetralogia dedicata a Elmore James una eccellente Can’t Stop Lovin’. Quindi tocca ad un classico del Rock (and roll) e di Thorogood, l’inconfondibile drive della travolgente Who Do You Love di Ellas McDaniel, per tutti Bo Diddley, seguita ancora dall’omaggio ad un altro Maestro, Muddy Waters, ripreso con la “poco nota” Bottom Of The Sea. Un altro super classico di George Thorogood è la sua versione di Night Time, presa oltre la velocità della luce, con la chitarra e il sax entrambi in overdrive, e pure il finale a tutto Chuck Berry, e quindi R&R, non scherza, prima No Particular Place To Go, una specie di anticipazione della futura Bad To The Bone, e poi si accelera ulteriormente fino al “delirio” di Reelin’ And Rockin’. I live di George Thorogood non mancano certo, ma datecene ancora finché sono così belli, e questo è uno dei migliori in assoluto!

Bruno Conti