Un Ulteriore Fantastico Omaggio Al Blues Al Femminile! Rory Block – Prove It On Me Power Women Of The Blues Vol.2

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Rory Block – Prove It On Me Power Women Of The Blues Vol.2 – Stony Plain Records

Prosegue inesausto ed infaticabile il lavoro di “archivista” del Blues di Rory Block. Con questa serie di album dedicati alle leggende delle 12 battute: la avevamo lasciata nel 2018 alle prese con A Woman’s Soul, il tributo a Bessie Smith https://discoclub.myblog.it/2018/08/12/dopo-il-tributo-ai-padri-fondatori-del-blues-ora-tocca-alle-eroine-del-genere-rory-block-a-womans-soul-a-tribute-to-bessie-smith/ , questa volta con Prove It On Me, sottotitolo Power Women Of The Blues Vol.2 affronta il repertorio di alcune eroine delle origini di questa musica, di cui alcune, lo ammetto, neppure io, che cerco di seguire con continuità il genere, avevo mai sentito nominare, o solo di sfuggita. Personaggi come Arizona Dranes, Elvie Thomas, Merline Johnson, Madlyn Davis, Helem Humes, Rosetta Howard, Lottie Kimbrough e le “celebri” Gertrude “Ma” Rainey e Memphis Minnie, che comunque una musicista come la Block, che è anche diventata una sorta di filologa del genere, ha saputo riscoprire e valorizzare con il suo approccio rigoroso ma comunque variegato, grazie anche al fatto che la stessa Rory, in questo disco, come nei precedenti, suona anche guitar banjo, batteria e percussioni, oltre alla “canonica” chitarra acustica, il tutto al servizio della sua bella voce, sempre in grado di emozionare.

Come mi è capitato di dire, recensendo altri album di questa serie, i dischi sono tutto meno che “pallosi”, rigorosamente acustici è vero, ma con degli arrangiamenti spesso complessi e raffinati, come conferma subito una mossa e brillante He May Be Your Man  (con un divertente che vedete qui sopra), dove la voce di Rory mi ha ricordato addirittura il timbro della compianta Phoebe Snow, secondo me una delle vocalist più straordinarie della musica americana, e anche a livello strumentale non si scherza, con acustiche sferzate anche in modalità slide, percussioni e batteria presenti e vivaci in questa cover di Helen Humes, che ai più potrebbe risultare sconosciuta, ma era la cantante delle orchestre di Harry James e Count Basie. It’s Red Hot di Madlyn Davis viene dai primi anni ‘20, sempre con la Block al botteneck, battito di mani e alla batteria, ed è un pezzo blues che mostra già, in questa versione, i prodromi della futura svolta elettrica delle 12 battute, con Rory che utilizza anche il multitracking per moltiplicare la sua voce, mentre per If You’re A Viper di Rosetta Howard, attiva negli anni ‘30 e ‘40, la nostra amica utilizza un approccio vocale più sexy e quasi da gattona, con retrogusti jazzy e raffinati, con un accenno di scat, senza dimenticare la sua prodigiosa tecnica alla slide acustica.

La title track Prove It On Me viene dal repertorio di Ma Rainey, una delle grandi sacerdotesse del primo blues, già attiva dagli anni ‘10 del secolo scorso, un pezzo solenne e ieratico, quasi danzante e di nuovo con lo scat di Rory, eccellente anche alla batteria, ad impreziosirlo; I Shall Wear A Crown è un traditional che faceva parte del repertorio di Arizona Dranes, con accenti gospel, sempre con la moltiplicazione delle voci della Block, che all’inizio del brano impiega una vocina quasi al limite del falsetto, segue Eagles l’unico brano originale che porta proprio la firma di Rory Block, qui alle prese con uno splendido brano folk-blues, quasi da cantautrice, una melodia intensa interpretata con grande trasporto vocale. Wayward Girl Blues è un pezzo di Lottie Kimbrough, una cantante la cui carriera si svolse solo negli ultimi anni ‘20, ma a giudicare dalla canzone avrebbe meritato maggiore fortuna, brano che gode una volta di più di una interpretazione sontuosa di Rory, che a tratti mi ha ricordato Joan Armatrading, prima di rilasciare un grande solo al bottleneck.

Di In My Girlish Days, la canzone di Memphis Minnie, ricordo una versione fantastica della appena citata Phoebe Snow, dove la voce della cantante newyorchese quasi galleggiava sulle note del brano, ma anche nella rilettura di Rory, sempre magnifica alla slide, si gode della vocalità superba di questa signora di 70 anni ancora in possesso di un timbro impeccabile. Un po’ di ragtime non poteva mancare, ed ecco per la bisogna Milk Man Blues, un pezzo di Merline Johnson, che inevitabilmente gioca sui doppi sensi tipici nella musica blues, sempre interpretato splendidamente dalla Block che per il congedo si affida ad una Motherless Child, rivista dal songbook di Elvie Thomas, e che rimane uno dei brani tradizionali più celebri della grande tradizione popolare della musica americana, con Rory che utilizza un timbro vocale più basso ed impegnativo da cui esce ancora una volta alla grande con una prestazione vocale superba che conferma, ancora una volta, l’elevato valore della serie, una “lezione” non noiosa sulle 12 battute, consigliata caldamente a tutti gli amanti del genere.

Bruno Conti

I Dischi Dal Vivo Le Piacciono Molto, E Li Fa Decisamente Bene. Ana Popovic – Live For LIVE

ana popovic live for live

Ana Popovic – Live For LIVE – ArtisteXclusive CD – CD+DVD

Ana Popovic è una chitarrista serba non più giovanissima (l’età delle signore non si dice mai, ma è del 1976), con una carriera iniziata, su istigazione del babbo, grande appassionato di musica, fin dai primi anni ‘90 e poi a livello discografico con un CD della “nota” band Hush, che darà anche il titolo al suo primo album solista del 2000. La nostra amica appartiene stilisticamente diciamo alla categoria rock-funky-blues, ma ha dalla sua anche una notevole carica sexy, evidenziata dalle copertine dei suoi dischi dove appare spesso con mise piuttosto succinte, cosa replicata anche nei concerti dal vivo, dove minigonne, hot pants e stivaletti con tacchi vertiginosi sono all’ordine del giorno https://discoclub.myblog.it/2010/10/18/mica-male-la-ragazza-ana-popovic-band-an-evening-at-trasimen/ .

Anche questo nuovo Live For LIVE è, come la lascia chiaramente intuire il titolo, un disco dal vivo il terzo della sua discografia: ma la “giovanotta”, per darle i suoi meriti, è pure parecchio brava, eccellente tecnica chitarristica, con una propensione all’uso del wah-wah, nonostante il tacco 12, voce calda e potente e anche una buona capacità di autrice. Vogliamo dire che lo stile citato è derivativo come hanno evidenziato alcuni, ma se “derivi” bene, come lei, non c’è nulla di male a farlo: il concerto è stato registrato a Parigi nel corso del tour del 2019 e Ana, accompagnata da una band di 6 elementi, tastiere, basso, batteria e fiati, rivisita il suo repertorio, con una prevalenza degli ultimi album. Completino “sobrio come si evince dal video, con pantaloncino e mantellina da super eroina, ma la musica è subito eccellente, con Intro/Ana’s Shuffle, un brano dall’incipit jazzato, con organo e fiati sincopati quasi mutuati dalle vecchie soul revue, poi entra la chitarra potente e dal suono fluido e fluente, un paio di minuti e il pedale del wah-wah viene subito innestato a manetta, pur se in un ambito raffinato.

La Popovic estrae dalla sua Stratocaster una marea di note, poi passa alla funky Can You Stand The Heat, dall’omonimo album del 2013, cantata con voce sicura e gagliarda, mentre la chitarra rimane in modalità wah-wah e parte anche un assolo di basso slappato accompagnato da piano elettrico e organo, a seguire, ancora dallo stesso disco l’ottima Object Of Obsession, sempre sorretta dalle continue folate della solista. Love You Tonight dal triplo Trilogy del 2016 è una R&B torbido e carnale, sostenuto dal solito florilegio dei fiati, mentre Train che nella versione di studio del triplo era un duetto con Bonamassa, qui ci permette di gustare l’approccio vocale da balladeer soul della Popovic, quasi alla Beth Hart, Ana che non si esime comunque dal rilasciare un altro assolo di notevole tecnica e feeling. Long Road Down è un’altra sferzata di puro funky groove, con wah-wah utilizzato in ambito ritmico, spazio ad assoli di organo e basso, e poi un altro robusto assolo di chitarra, prima di un tuffo nel New Orleans sound di New Coat Of Point, dove i fiati e il piano elettrico hanno il loro spazio solista prima di lasciare di nuovo il proscenio alla chitarra di Ana. Ancora dal triplo arriva una lunga versione notturna e raffinata di Johnnie Ray, una blues ballad affascinante dove la Popovic lavora di fino prima del grande crescendo finale, Can’t You See What Are You Doing To Me è una gagliarda versione di un brano di Albert King del periodo Stax, con un altro assolo da sballo della bionda chitarrista serba.

Poi è di nuovo funky time con una ribollente Fencewalk dal repertorio dei Mandrill, ancora pescata da Trilogy, con un altro assolo magistrale, e sempre dal disco Morning del triplo ancora un funky-soul dai risvolti Funkadelic/Isley Brothers come If Tomorrow Was Today. Brand New Man dall’ultimo disco del 2018 è un ottimo shuffle dal suono classico, e sempre da quel CD la title-track che è di nuovo in modalità funky con uso wah-wah, che rimane in funzione per Lasting Kind Of Love, un duetto con Keb’ Mo’ nella versione di studio, seguito da Mo’ Better Love, un’altra raffinata canzone di impianto jazz-soul cantata a voce spiegata dalla Popovic, sempre impeccabile anche alla chitarra.

Siamo al gran finale, con i brani più lunghi, prima una sontuosa How’d You Learn To Shake It Like That di Snooky Pryor dove Ana va di slide alla grandissima https://www.youtube.com/watch?v=YYlQwyy_LTQ , poi il medley di quasi 13 minuti, che parte ancora super funky con Show Me How Strong You Are?, con spazio per tutto i musicisti con assoli di basso, batteria e organo, e poi con Going Down e Crosstown Traffic, altro momento Hendrixiano con profluvi di Wah-Wah come piovesse, prima della chiusa con lo strumentale Tribe, ancora denso di sfrenato virtuosismo jam in libertà.

Bruno Conti

Primo Disco A Tutto Blues Per La Rocker Canadese…E La Voce E’ Sempre Fantastica! Sass Jordan – Rebel Moon Blues

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Sass Jordan – Rebel Moon Blues – Stony Plain CD

Sass Jordan è una poderosa cantante canadese molto popolare in patria, titolare di una discografia di valore con sette album pubblicati tra il 1988 ed il 2009, che complessivamente hanno avuto anche vendite ragguardevoli avendo superato abbondantemente il milione di copie totali. La Jordan ha avuto una carriera all’insegna di un rock-blues sanguigno e potente sul genere di Dana Fuchs e Beth Hart, grazie ad una voce splendida ed al fatto di essere una performer di notevole presenza fisica, cosa che l’ha portata ad essere richiesta anche come attrice e giudice in diversi talent musicali. Queste attività parallele possono senza dubbio averla distratta, dato che dal 2009 bisogna arrivare fino al 2017 per avere un suo disco nuovo, che poi nuovo al 100% non era in quanto Racine Revisited, come suggerisce il titolo, eea la reincisione ex novo brano dopo brano di Racine, il suo album più popolare uscito originariamente nel 1992. Per fortuna non abbiamo dovuto aspettare altri otto anni per avere un nuovo CD accreditato alla Jordan dato che è da poco uscito Rebel Moon Blues, album in cui Sass omaggia grandi bluesman del passato incidendo una serie di cover (lasciando quindi i dubbi su un sopravvenuto “blocco della scrittrice”, anche se qui su otto brani totali c’è almeno una nuova canzone scritta da lei), e dandoci in definitiva il primo album di puro blues della sua carriera.

Sì, perché se da un lato è vero che nella musica di Sass la componente blues è sempre stata molto presente, un disco come Rebel Moon Blues non lo aveva mai fatto, ed una volta ascoltato l’album fino in fondo devo dire che ne valeva la pena: infatti la Jordan, oltre a confermarsi una cantante carismatica e dalla voce superba, si rivela essere anche un’interprete coi fiocchi, che non si limita a riproporre pedissequamente versioni standard di classici del blues ma riesce a rimodellarli adattandoli alla perfezione alla sua ugola possente ed alle sue ottime doti di performer. In più, Sass è accompagnata da una band coi fiocchi, gli Champagne Hookers, che forniscono ai brani un background sonoro di tutto rispetto: i due elementi che si elevano sono Chris Caddell, superbo chitarrista capace di straordinari assoli ma mai senza strafare ed in grado di restare nelle retrovie se necessario (un po’ come Jimmie Vaughan nel suo ultimo Baby Please Come Home) ed il bravissimo armonicista Steve Marriner, ma anche gli altri membri suonano come Dio comanda (Jimmy Reid alla chitarra ritmica, Jesse O’Brien al pianoforte, Derrick Brady al basso e Cassius Pereira alla batteria).

L’album parte con il classico di Sleepy John Estes Leaving Trunk, che inizia con un’armonica dal timbro decisamente blues e la sezione ritmica che entra sicura un attimo prima della voce arrochita di Sass, un concentrato di potenza, grinta e feeling che contrasta apertamente con il suo aspetto fisico di bionda piuttosto avvenente: bella versione, tosta e bluesata fino al midollo. La nota My Babe di Willie Dixon viene trattata coi guanti bianchi: ancora la splendida armonica di Marriner protagonista quasi alla pari della Jordan, tempo cadenzato, chitarra che detta il ritmo e naturalmente la voce sicura e sensuale della leader; Am I Wrong è un pezzo di Keb’ Mo’ ed è proposto sottoforma di gustoso boogie blues “rurale” dominato dalla slide acustica e con la grande voce di Sass che fornisce il supporto adeguato. One Way Out è proprio lo standard di Elmore James e Sonny Boy Williamson che però sarà per sempre legato alla Allman Brothers Band, ma anche la Jordan fa la sua bella figura con una cover decisamente calda e passionale, in cui l’artista di Montreal canta unendo grinta e classe, e Caddell rilascia una prestazione eccezionale alla slide questa volta elettrica: grande rilettura.

Palace Of The King è un classico di Freddie King (scritto però da Leon Russell con Don Nix e Donald “Duck” Dunn), e vede ancora la chitarra protagonista (non più slide ma “claptoniana”), mentre sulla voce di Sass non mi esprimo più per non essere ripetitivo: il ritornello corale, maestoso, assume tonalità quasi gospel; The Key è l’unico pezzo scritto dalla Jordan, e pur mantenendo elementi blues nel suono si tratta di una rock’n’roll song al 100%, in cui la bionda cantante fa il bello e cattivo tempo con indubbio carisma e ci consegna una prestazione trascinante. La formidabile Too Much Alcohol (di JB Hutto), è puro Mississippi blues, con voce (e che voce), slide acustica e pathos a mille, e porta alla conclusiva Still Got The Blues, una delle signature songs di Gary Moore, una sontuosa ballad riletta in maniera strepitosa per quanto riguarda la parte vocale e più che adeguata dal lato strumentale (d’altronde Moore come chitarrista non si batte facilmente).

Un gran bel dischetto per una grande voce (anche se non avrei disprezzato un paio di brani in più): ora spero di rivedere il nome di Sass Jordan di nuovo tra noi a breve, magari con un album di canzoni nuove.

Marco Verdi

Uno E Trino, Bravissimo Sempre E Comunque. Mike Mattison – Afterglow

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Mike Mattison – Afterglow – Landslide Records

Potremmo definire Mike Mattison come un artista uno e trino, visto che divide la sua attività in tre diverse direzioni: come voce di supporto e autore nella Tedeschi Trucks Band, come leader degli eccellenti Scrapomatic https://discoclub.myblog.it/2012/10/08/gregari-di-lusso-o-qualcosa-di-piu-scrapomatic-i-m-a-strang/  e anche con una carriera solista. In questo ambito Afterglow è il suo secondo disco in proprio, dopo l’ottimo You Can’t Fight Love, uscito nell’ormai lontano 2014, sempre per la Landslide Records. Diciamo in proprio anche se poi a ben vedere, oltre a Mattison, che ovviamente, canta e suona la chitarra ritmica (regalatagli da Derek Trucks), lo affiancano Tyler Greenwell della TTB, e anche degli Scrapomatic. alla batteria, nonché co-produttore dell’album (e qualcuno non ha apprezzato fino in fondo il tipo di suono utilizzato per il CD), Dave Yoke, anche lui compagno di avventura in entrambe le formazioni, che vengono aiutati da Frahner Joseph, bassista degli ottimi Delta Moon, Paul Olsen chitarra e co-autore con Dave e Derek Trucks della title-track, mentre le parti di tastiera aggiunte in un paio di brani sono di Kofi Burbridge, lo scomparso membro (nel gennaio 2019), della TTB e nel resto del disco di Rachel Eckroth della band di Rufus Wainwright.

Quindi potremmo dire i “soliti noti”, ma quello che è inatteso è lo stile o meglio gli stili musicali impiegati nell’album, non il rock-blues con venature R&B della TTB, non lo swamp-blues-rock degli Scapomatic o del precedente album solista, ma un folk-country-roots, dove non mancano le componenti sonore appena citate, ma il suono è decisamente più minimale e intimo, anche se la voce di Mike ha comunque modo di mettersi in evidenza: come nella iniziale Charlie Idaho, una sorta di bellissima murder ballad ispirata da una storia riportata nel libro di Alan Lomax The Land Where The Blues Was Born, ricca di pathos e suonata con classe e raffinatezza dai vari musicisti, con una specie di “chitarrone” ricorrente e il piano, che caratterizzano l’atmosfera sospesa della canzone. Afterglow addirittura vira verso il country, con un andatura brillante e gioiosa sempre percorsa da una chitarra sbarazzina e da preziosi intrecci vocali, ovviamente a questo punto mi dissocio dal mancato apprezzamento del sound espresso prima, in quanto questo approccio rootsy e quasi campagnolo è proprio uno degli atout dell’album; Deadbeat, a dispetto del titolo, è un altro dei brani più mossi del disco, su una base di chitarre acustiche ed elettriche e di voci stratificate, il piano della Eckroth sempre presente e una andatura deliziosamente ondeggiante, Mattison canta con grande souplesse e classe, degna di certe canzoni sudiste della Band.

World’s Coming Down è un country-blues taglio Americana, sempre soffuso di quello stile southern laidback e pigro, raffinato ma anche con un piglio autorevole e gagliardo nella voce di Mike e negli arrangiamenti corposi; All You Can Do Is Mean It è una specie di sognante ballata, quasi con retrogusti beatlesiani, in particvolare quelli delle canzoni di Harrison, da sempre innamorato del suono “americano”, con elettrica e piano a sottolineare questa sorta di valzerone delicato https://www.youtube.com/watch?v=t0ni3tFlYnE , mentre Kiss You Where You Live ha ancora quel tocco twangy ed esuberante, con elementi roots e pettyani, una batteria con il “phasing” che rievoca ricordi di leggera psichedelia, veramente squisito poi l’intervento della solista di Yoke nella parte centrale. I Was Wrong, con la voce prima in leggero falsetto e poi con un inquietante distorsione rilascia impressioni di uno psych blues, scandito e minaccioso, lasciando a On Pontchartrain il compito di riportarci di nuovo verso quel suono country-blues delle radici, che mi ha ricordato anche il Bob Dylan del periodo Nashville, malgrado la voce naturalmente sia molto diversa, bellissimo il lavoro della chitarra. Per I Really Miss You, il brano firmato con Kofi Burbridge, qui impegnato alle tastiere, Mattison sfodera il suo falsetto d’ordinanza, tra Prince e Al Green, per una morbida soul ballad che illustra anche il suo lato più black, poi ribadito nella decisamente più rude e cattiva Got Something For You, dal suono più grintoso, con batteria e chitarre elettriche molto più presenti e decisive.

Un album complessivamente dal suono eclettico e che potrebbe risultare dispersivo ma che mi sembra alla fine funzioni in modo egregio.

Bruno Conti

Ma Allora Qualche Disco “Fisico” Esce Ancora…E Che Disco! David Bromberg Band – Big Road

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David Bromberg Band – Big Road – Red House CD/DVD

Il maledetto Covid-19 ha completamente stravolto, oltre alle nostre vite, anche il mercato discografico, con album che dovevano uscire a breve e che sono stati rimandati ad estate inoltrata o a data da destinarsi ed altri che sono stati anticipati ma solo in formato download. Per quanto riguarda le uscite “fisiche” (almeno quelle che interessano a noi) il mese di aprile è stata un’ecatombe, con i nuovi lavori di Joe Bonamassa e Lucinda Williams come uniche novità di un certo livello (oltre al CD di cui mi occupo tra poco), e maggio non si presenta sotto i migliori auspici, con Willie Nile, Steve Earle e Jimmy Buffett tra le poche “release” di rilievo al momento confermate (oltre ai già recensiti Dream Syndicate, usciti il primo del mese corrente) https://discoclub.myblog.it/2020/04/21/un-album-spiazzante-sicuramente-difficile-ma-affascinante-the-dream-syndicate-the-universe-inside/ , mentre negli anni passati il bimestre appena citato necessitava di un extra budget per gli acquisti. Tra gli album pubblicati in questo periodo c’è anche questo Big Road, nuovissimo lavoro del grande David Bromberg e della sua band, il quinto da quando l’esimio musicista e musicologo nativo di Philadelphia si è rimesso a fare musica dopo quasi due decadi di assenza durante i quali si era reinventato come produttore e venditore di strumenti musicali a corda.

L’acustico Try Me One More Time del 2007 aveva sancito il ritorno di Bromberg a 18 anni da Sideman Serenade, ma la vera e propria rentrée David l’aveva fatta con gli elettrici e splendidi Use Me e Only Slightly Mad, due album ai livelli eccelsi dei primi anni settanta, mentre l’ultimo CD uscito nel 2016, The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues, era come da titolo un’ottima full immersion nelle varie sfaccettature delle dodici battute https://discoclub.myblog.it/2016/10/25/il-titolo-dice-quasi-poi-ci-pensa-david-bromberg-band-the-blues-the-whole-blues-and-nothing-but-the-blues/ . Il nuovo Big Road vede invece il nostro alle prese con i vari generi con i quali ci ha abituato a trattare, essendo lui una vera e propria enciclopedia ambulante in materia di folk, blues, rock’n’roll, country, bluegrass, gospel, R&B e chi più ne ha più ne metta, in pratica un tesoro nazionale per quanto riguarda la musica americana, che andrebbe salvaguardato nella Biblioteca del Congresso: ai suoi livelli di cultura e competenza musicali ho sempre visto solo Ry Cooder, ed infatti uno dei miei sogni nel cassetto (che temo rimarrà tale) è sempre stato un album collaborativo tra i due. Nel frattempo quindi “accontentiamoci” di Big Road, ennesimo lavoro splendido di una carriera che non ha mai visto una pubblicazione sottotono, anche se qui siamo parecchio vicini ai suoi album più leggendari come Demon In Disguise, Wanted Dead Or Alive e Midnight On The Water, e come minimo sullo stesso piano sia di Use Me che di Only Slightly Mad se non addirittura un gradino più in alto.

Per la terza volta consecutiva la produzione è nelle sapienti mani di Larry Campbell, ormai un nome sul quale contare ad occhi chiusi per quanto riguarda un certo tipo di musica roots, ed il gruppo che accompagna David è formato dai soliti musicisti formidabili che rispondono ai nomi di Mark Cosgrove (chitarre e mandolino), Nate Growler (mandolino e violino), Josh Kanusky (batteria) e Suavek Zaniesienko (basso), mentre contribuiscono al suono anche lo stesso Campbell alla steel, il pianista e organista Don Walker ed una sezione fiati di quattro elementi. Ma il vero protagonista è chiaramente Bromberg, che ci delizia per quasi un’ora con la sua proverbiale abilità di polistrumentista e con il consueto mix di brani originali (pochi, solo due su dodici) e cover di brani che hanno diverse decadi sulle spalle, non molto noti ma riletti in maniera straordinaria e con gli interplay strumentali tra i vari musicisti che sono uno spettacolo nello spettacolo. Il disco si apre con la title track, un brano di Tommy Johnson che Bromberg aveva già inciso su Try Me One More Time ma che sentiva il bisogno di rifare con una band alle spalle: aveva ragione, in quanto ci troviamo davanti ad un blues potente che in un certo senso riprende il cammino interrotto con l’album precedente, con il leader che canta con voce grintosa e la sezione ritmica che non manca di pestare con una certa forza, mentre violino e fiati aggiungono un sapore di old time music.

Di tenore completamente diverso Lovin’ Of The Game (brano di Pat e Victoria Garvey già inciso in passato da Jerry Jeff Walker e Judy Collins), splendida canzone country & western dal ritmo sostenuto e melodia deliziosamente tipica, con goduriosi assoli di steel, mandolino e fisarmonica: Bromberg non ha mai fatto un disco totalmente country, ma sono convinto che se lo facesse il risultato finale si avvicinerebbe molto alle fatidiche cinque stelle. Just Because You Didn’t Answer, scritta da Thom Bishop, è un lentaccio romantico e malinconico in puro stile sixties, un genere atipico per David che però se la cava alla grande (sembra quasi che la voce migliori col passare degli anni), rilasciando anche uno squisito assolo chitarristico subito doppiato dal violino di Grower e dal pianoforte di Walker: davvero brillante. George, Merle & Conway, uno dei due brani firmati da Bromberg (e dedicato ovviamente a George Jones, Merle Haggard e Conway Twitty), è uno strepitoso honky-tonk classico suonato con un feeling incredibile dalla DBB, con la steel di Campbell che si unisce al giubilo generale e David che canta con tono da consumato countryman e ci regala anche un efficace assolo acustico: uno splendore; Mary Jane è un traditional poco noto che vede il nostro esibirsi in perfetta solitudine, voce e chitarra, per una folk tune delicata ed intensa, mentre la breve Standing In The Need Of Prayer è un vecchio gospel per sole voci con Bromberg leader e gli altri quattro membri del gruppo ai cori e battito di mani ritmico, e per un attimo siamo trasportati in una chiesa del profondo Mississippi.

The Hills Of Isle Au Haut è un capolavoro: si tratta di un’oscura folk song di Gordon Bok che David trasforma in un fantastico country-rock elettroacustico guidato da un motivo splendido ed un train sonoro formidabile (Campbell si è davvero superato alla produzione), ottenendo una delle canzoni più belle uscite quest’anno. E’ la volta di un medley strumentale nel quale i nostri passano da Maiden’s Prayer, uno squisito honky-tonk dall’andamento malinconico e con ottimi assoli di mandolino, violino e chitarra acustica, a Blackberry Blossom e Katy Hill, due fiddle tunes che aumentano notevolmente il ritmo e portano il CD su territori bluegrass, con la particolarità che in Katy Hill il violino è sostituito da un trio di mandolini suonati all’unisono. E veniamo al “piece de resistance” del disco (e secondo brano scritto da David), ovvero Diamond Lil, un pezzo epico della durata di dieci minuti che il nostro aveva già pubblicato nel 1972 su Demon In Disguise ma che qui trova la sua veste definitiva: una rock ballad dal motivo toccante con chitarre, piano e violino in evidenza ed uno sviluppo fluido e rilassato, dove si nota il piacere del gruppo nel suonare ed improvvisare insieme (piacere che ovviamente si trasmette alle nostre orecchie).

L’album non molla un attimo, e con Who Will The Next Fool Be? (di Charlie Rich) siamo in una terra di mezzo tra blues e jazz, una raffinata ballata suonata con grande classe e potenziata dai fiati che qui assumono il ruolo di co-protagonisti, mentre Take This Hammer è una prison song scritta da Leadbelly che i nostri tramutano in un irresistibile e ritmato bluegrass, dandoci uno dei pezzi più coinvolgenti del CD; chiusura con Roll On John (canzone del 1946 che Bromberg ha imparato da John Herald quando era membro dei Greenbriar Boys), un incantevole brano che mescola folk e country e presenta due deliziosi interventi di mandolino e fisarmonica. Big Road è più di un grande disco, è un viaggio imperdibile nel cuore della musica americana, con una guida come David Bromberg a rendere la gita ancora più magica: avete presente le cinque stelle di cui parlavo prima? Bene, qui non siamo molto distanti.

Marco Verdi

P.S: il CD esce con allegato un DVD che comprende un documentario sulle sessions e la performance live in studio di cinque brani del disco: anche l’occhio vuole la sua parte!

 

Una “Voce Nera” Ancora Splendida, Benché Quasi Sconosciuta. Dorothy Moore – I’m Happy With The One I’ve Got Now

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Dorothy Moore – I’m Happy With The One I’ve Got Now – Farish Street Records Of Mississippi

Dorothy Moore è una delle tante piccole leggende di culto della musica nera: viene da Jackson, Mississippi e in quell’area opera ancora oggi. Ha fondato la propria etichetta indipendente, la Farish Street Records (Of Mississippi, aggiunge lei orgogliosamente) con la quale pubblica i propri CD dall’inizio degli anni 2000 . Comunque pure in questi difficili tempi di coronavirus ha pubblicato un album nuovo (anche se poi, viste le difficoltà attuali, non sarà facile reperirlo, quindi forse, in attesa di tempi migliori, toccherà ascoltarlo in streaming o download), questo I’m Happy With The One I’ve Got Now che fa seguito a Blues Heart del 2012: la nostra amica ha una carriera gloriosa alle spalle, costellata da nominations ai Blues Music Awards e ai Grammys, negli anni ‘70 ha avuto parecchi successi, tra i quali Misty Blue, I Believe You e la cover di Funny How Time Slips Away di Willie Nelson https://www.youtube.com/watch?v=h5FoHLD9-lM .

Poi ha proseguito negli anni con regolarità, soprattutto con album su Malaco e Epic, e ancora oggi, a 73 anni suonati, è in possesso di una voce calda, profonda, risonante, che non risente dello scorrere del tempo, se non donandole una patina di vissuto affascinante, e continua ad incantare con il suo stile che attinge dal blues, dal soul, dal gospel, affidandosi ad una pattuglia di autori, tra i quali spiccano la leggenda della Stax Eddie Floyd, la brava E.G. Kight (di cui anni fa avevo recensito un paio di album per il Buscadero), e altri meno conosciuti, anche Johnny Neel del giro Allman Brothers. Quindi tutto materiale originale, con la sola eccezione di una cover di Crazy dell’amato Willie Nelson, che la Moore esegue con l’aiuto di una nutrita pattuglia di musicisti locali: chitarra, basso, batteria e tastiere, una piccola sezione archi e una di fiati, per un suono corposo e anche “contemporaneo”, ma legato comunque alla tradizione, non faccio i nomi perché sono sconosciuti, ricordo solo il chitarrista Caleb Armstrong.

La title track, firmata dalla Kight, da Neel e da Joanna Cotton è un robusto blues fiatistico, dove la Moore incanta con la sua voce potente ed espressiva, e la band la appoggia con un suono di grande spessore e calore, mentre You Don’t Say No del grande Eddie Floyd è una soul ballad deliziosa, un filo ruffiana, ma ci sta, cantata con grande partecipazione dalla Moore, ben spalleggiata anche da un paio di voci femminili di supporto. There Comes A Time, scritta da Gregory Abbott (quello di Shake You Down per intenderci) è un’altra contemporary soul ballad, ben congegnata, anche se forse più scontata, per quanto Dorothy ci metta del suo, Everything About Your Lovin’ ha un andamento più funky, 70’s style, un po’ Earth, Wind & Fire, un po’ Rufus, con coretti e arrangiamenti di fiati tipici di quella decade https://www.youtube.com/watch?v=7CIJ5jNMd-o , con Sad Sad Sunday, dove brilla la chitarra di Armstrong, che è un blues lento di quelli duri e puri, carico di elettricità e grinta.

La cover di Crazy, con archi scivolanti, rende omaggio ad uno degli standard della canzone americana, una versione melanconica ed orchestrale, forse leggermente “datata”, ma con la voce sincera e navigata della Moore a sostenerla https://www.youtube.com/watch?v=Y6L-Qp4RKVQ , anche You Don’t Have To Tell Me, scritta da Jim Wheatherly, suo collaboratore abituale, è una ballatona romantica, dagli arrangiamenti magari troppo “carichi”, ma che si lascia ascoltare grazie alla voce sempre affascinante di Dorothy, lasciando all’altro pezzo di Eddie Floyd I’ll Get By, una ulteriore vellutata ballata cantata a gola spiegata da Dorothy Moore, il compito di chiudere un onesto album dedicato a chi ama le belle voci nere, latitante per l’occasione nel settore gospel, ma comunque estremamente piacevole e godibile nell’insieme.

Assolutamente da (ri)scoprire!

Bruno Conti

Un Altro Disco “Fantasma”: La Sorpresa Che Non Ti Aspetti. William Topley – Amidst The Alien Cane

william topley amidst the alien cane

William Topley – Amidst The Alien Cane – CD Baby – Download + Streaming

Come promesso qualche giorno fa, oggi parliamo con piacere del cantante inglese William Topley, che ha iniziato come cantante e leader nel gruppo dei Blessing (una meteora con soli due album all’attivo all’inizio degli anni ’90 https://www.youtube.com/watch?v=kesomrqNYn0 ), per poi lasciare la band per intraprendere la carriera solista con l’ottimo Black River (97), a cui farà seguire nell’arco di una decade Spanish Wells (99), Feasting With Panthers (01), Sea Fever (03), All In The Downs (06) per chi scrive il suo disco migliore, Water Taxi (09), South On Velvet Clouds (11), e due lavori usciti nell’assoluto anonimato come Aristocrats Of The South Seas (12) e Halved Moons & Hooded Mountains (16), per poi rispuntare come l’Araba Fenice con questo inaspettato Amidst The Alie Cane, che come al solito è, per usare un eufemismo, di difficile reperibilità.

Dotato di una bella voce scura, profonda e calda ( con i dovuti distinguo, alla Van Morrison per intenderci), il buon Topley è anche un ottimo compositore, che propone una musica molto influenzata dal blues e dal soul (che a dispetto delle sue origini ha ben poco di inglese, e considerando che vive negli Stati Uniti da oltre 20 anni), avvalendosi negli anni di “sessionmen” di qualità e della sua touring band, per una manciata di canzoni dalla durata media sui quattro minuti, di grande “feeling”. L’inizio è sorprendente con il sincopato ritmo di Pisco Sours, con un drumming secco e voce calda, a cui fa seguito The Sea Is My Religion, che inizia con dolci note di pianoforte, per poi trasformarsi in una classica “rock ballad” americana (alla Bruce Hornsby) con la voce potente dell’autore in evidenza, e una Harboured A Hope elettroacustica e malinconica.

Con Worn Out Heart si entra in un territorio caro al Joe Cocker d’annata, ma Topley predilige soprattutto le ballate lente come la malinconica Angels At The Ritz, e la coinvolgente High Lonesome, con la sua voce calda e personale che la domina, per poi arrivare alla bellezza disarmante di una Too Late Grace (qui troviamo molto Van Morrison), dove Topley può tirare fuori il meglio dalle sue corde vocali. Si cambia decisamente passo e ritmo con la versione acida di How Many Love Songs?, per poi passare al suono acustico delle chitarre in una confidenziale e quasi medioevale Somebody’s Heart, e andare a chiudere il viaggio con il bel rock-country di una Listen To The Band, dove sembra di sentire i primi Whiskeytown. Dai tempi dei Blessing e in tutta la sua carriera solista affrontata con tenacia e coerenza, William Topley non ha mai raccolto quanto effettivamente avrebbe meritato, nonostante una grande voce inconfondibile (capace di rendere interessante anche la lettura dell’elenco telefonico), che mischia una musicalità varia con liriche poetiche, con canzoni che parlano di solitudine, di amori spezzati, della vita di tutti i giorni, su melodie profonde e intense che creano forti emozioni nell’ascoltatore.

Non so se nel percorso artistico di William Topley questo Amidst The Alien Cane sia destinato ad essere un nuovo punto di partenza o di un’altra prova che come altre passerà inosservata, ma di una cosa sono sicuro, se ne accorgeranno forse in pochi ma questo ultimo lavoro è il suo disco migliore dai tempi eal citato All In The Downs. In definitiva belle canzoni più una grande voce, cosa volete di più!

Tino Montanari

Una Sorpresa Nell’Uovo Di Pasqua! Cowboy Junkies – Ghosts

cowboy junkies ghosts

Cowboy Junkies – Ghosts – Latent Recordings / Download + Streaming

Nell’ultimo periodo c’è stata una notevole uscita di dischi “fantasma” (nel senso che fisicamente non sono reperibili in CD, ma si possono scaricare o ascoltare nei vari siti di musica digitale), e noi sul sito ci siamo occupati dei lavori dell’ultimo Matthew Ryan, di Jeff Black, Natalie Merchant, con la speranza prossimamente di recensire anche Amidst The Alien Cane di William Topley (parlo per me), e per stare in tema non poteva certamente mancare anche questo inaspettato Ghosts dei Cowboy Junkies. A soli due anni di distanza dall’ottimo All That Reckoning (18), questo Ghosts non è altro che una raccolta di canzoni su cui i Cowboy Junkies avevano incominciato a lavorare mentre erano in giro in tournée per promuovere il citato ultimo lavoro in studio, e l’improvvisa morte della madre due mesi dopo, è stata la scintilla che ha portato i tre fratelli Timmins ad elaborare il lutto portando a termine questi otto brani, decidendo poi di farli ascoltare in “streaming” a chi era interessato, in attesa di un eventuale futura edizione in doppio vinile, allegandolo ad ATR.

Oggi come ieri la formazione della band è sempre la stessa: con Margo Timmins alla voce, i fratelli Michael alle chitarre e Peter alla batteria, con l’inserimento dell’amico Alan Anton al basso, per una buona mezzora di musica dove si respirano metaforicamente rabbia, rimorso e dolore. Dolore che si nota subito nella traccia di apertura Desire Lines, con la meravigliosa voce di Margo che declama il testo della canzone, seguita dalle affascinanti note della pianistica Breathing https://www.youtube.com/watch?v=hez9al5ny50 , e dal suono caldo e avvolgente di Grace Descends, che viene accompagnata dal basso di Alan Anton. Le emozioni ripartono con il suono cinematografico e leggermente “psichedelico” dell’intrigante (You Don’t Get To) Do It Again, per poi passare alla soave malinconia di una struggente e accorata The Possessed (il brano finale di All That Reckoning, lasciato fuori nella versione in vinile), mentre il fascino della voce di Margo si manifesta ancora una volta in Misery, con un accompagnamento in primo piano fluido e diretto. Ci si avvia alla fine dei ricordi e del dolore con una ballata romantica, notturna e rarefatta come This Dog Barks (marchio di fabbrica del gruppo), impreziosita dalle note di un violino “tzigano” impazzito https://www.youtube.com/watch?v=g6-rRG9tTJU , per terminare con un dolcissimo e sentito omaggio al sassofonista jazz Ornette Coleman, un giusto riconoscimento della famiglia Timmins ad uno dei “padri” della propria formazione musicale https://www.youtube.com/watch?v=QvBmZgF7_DY .

Stilisticamente questi otto brani rispecchiano il suono del precedente All That Reckoning, e per chi scrive, che ascolta i Cowboy Junkies da tempi di Trinity Session(88) non poteva essere altrimenti: un gruppo che nella sua lunga carriera ha saputo estrarre il meglio della tradizione americana, passando dalle radici blues ad un “country-rock” ovattato e moderatamente “roots”, facendo rivivere con le loro canzoni malinconiche atmosfere da sogno e paesaggi sonori che si stringono e prendono forma con la suggestiva voce di Margo Timmins che non si può non riconoscere. I CJ sono in pista ormai da più di trenta anni, e dopo 18 album in studio (compreso questo Ghosts) e 6 album Live, continuano a credere nella loro proposta, che non è certamente quella di una musica commerciale, quindi senza guardare in faccia a nessuno cercano comunque di proporre sempre musica di grande qualità, come anche in questo ultimo lavoro.

Tino Montanari

L’ex Bambino Prodigio Del Blues Conferma Il Suo Talento! Ryan Perry – High Risk, Low Reward

ryan perry high risk

Ryan Perry High Risk, Low Reward –  Ruf Records

Alzi la mano chi di voi si ricorda il nome di Ryan Perry? Io in particolare lo ricordo perché una dozzina di anni fa avevo recensito il debutto della Homemade Jamz Blues Band Pay Me No Mind, uscito appunto nel 2008 per la NorthernBlues Music: si trattava dell’opera prima di questo trio di fratelli che veniva da Tupelo, Mississippi, in cui il più “vecchio” era proprio Ryan, che di anni ne aveva 16, e cantava e suonava la chitarra, mentre il fratello Kyle che suonava il basso ne aveva 14 e la sorella Tanya, la batterista, ben 9 (!!). Ma i tre erano già veramente bravi, il disco aveva una freschezza invidiabile, e anche i suoni erano comunque per certi versi “contemporanei”, con Ryan che suonava una muffler guitar, “fatta in casa”, assemblandola utilizzando pezzi di marmitta recuperati da vecchie automobili Ford, che contribuivano a quel sound ruvido e crudo figlio del blues più genuino.

Ryan era in possesso di una bella voce già allora, e oggi è anche migliorata, dopo una dozzina di anni on the road, migliaia di concerti più o meno fino al 2015 (ma il gruppo dovrebbe essere ancora in attività) e tante apparizioni a fianco di nomi importanti (non ultima quella nel disco tributo a Chuck Berry di Mike Zito)! Il contratto da solista per la Ruf (che se la batte con la Mascot/Provogue per chi mette sotto contratto o “arraffa” più chitarristi) gli ha permesso di acquistare una Gibson Les Paul nuova fiammante, con la quale appare sulla copertina dell’esordio High Risk, Low Reward, dove forse di rischi ne hanno corsi pochi, ma le ricompense per gli ascoltatori sono peraltro molteplici: il suono molto professionale a tratti entra in una comfort zone fin troppo rassicurante, ma d’altra parte ci sono alcuni brani dove Ryan scatena tutta la potenza di suono del suo stile spumeggiante e ricco di feeling e tecnica. Prendiamo la versione fantastica del classico del blues Evil Is Going On di Howlin’ Wolf via Willie Dixon, una cover “hendrixiana”, dove Perry innesta il pedale del wah-wah e non prende prigionieri in una rilettura gagliarda che sono sicuro Jimi avrebbe approvato, cantata con voce scura e potente, sostenuto dalla sezione ritmica guidata dal bassista Roger Inniss, che è anche il produttore del disco, mentre dietro la batteria siede la giovane e brava batterista inglese Lucy Piper, rodata da alcuni Blues Caravan dell’etichetta Ruf.

Per il resto si spazia in tutte le gradazioni del Blues: da quello raffinato e ricercato della fluida Ain’t Afraid To Eat Alone dove la solista scorre che è un piacere, in modo sinuoso e con retrogusti jazzy, mentre Homesick vira verso un funky lite anni ‘70, sempre suonato con grande padronanza anche se un po’ di maniera. Anche Pride ha questo approccio laidback e pigro, tra blue eyed soul e derive pop, con la chitarra che comunque cerca di vivacizzare il tutto; A Heart I Didn’t Break è più mossa e incalzante sempre “moderna” e con spunti più rock. Estremamente piacevole anche la cover di Why I Sing The Blues, il classico di B.B. King dove si coglie qualche analogia anche con il Gary Clark Jr. più spensierato, benché a tratti manchi un po’ di nerbo, One Thing’s For Certain introduce qualche elemento R&B su una base rock, il tutto cantato e suonato in modo eccellente, ma non mi convince appieno.

High Risk, Low Reward è viceversa uno dei brani più convincenti, grintoso e carico, con una atmosfera sospesa e minacciosa e folate di chitarra distorta e cattiva, Changing è una ballata solenne, quasi notturna, con un lavoro di fino della solista che però non decolla del tutto, lasciando alla lancinante Oh No il compito di esplorare le 12 battute più classiche in un intenso crescendo che ci porta ad un breve assolo di buona fattura. Del brano di Howlin’ Wolf abbiamo detto, manca per concludere il CD un altro brano potente come Hard Times che va a toccare le contraddizioni e le sfide dei tempi duri dell’America di oggi, e qui Perry lascia andare di nuovo la potenza della sua Gibson. Consigliato, sia pure con qualche piccola riserva espressa nella recensione, comunque uno bravo!

Bruno Conti

Un’Altra Bella Voce Dalla California Via Texas Su Ruf Records. Whitney Shay – Stand Up!

whitney shay stand up!

Whitney Shay – Stand Up! – Ruf Records

Diciamo che la maggior parte degli artisti messi sotto contratto negli ultimi anni dalla Ruf rientrano nella categoria chitarristi/cantanti, con qualche eccezione tipo Victor Wainwright, eccellente pianista, oppure anche alcuni gruppi, ma ci sono state (e ci sono) alcune bravissime cantanti, penso a Dana Fuchs o Ina Forsman. Forse propsio alla giovane cantante finlandese si può avvicinare Whitney Shay, cantante californiana di San Diego, con un paio di album indipendenti nella propria discografia, che come la Forsman è andata a registrare questo Stand Up! al Wire Recording Studio di Austin, Texas, dove la aspettavano il produttore Mark “Kaz” Kazanoff, leader dei Texas Horns, oltre alla bravissima chitarrista Laura Chavez, al grande Red Young alle tastiere e alla sezione ritmica formata da Chris Maresh al basso e da Brannen Temple e Tommy Taylor, che si alternano alla batteria, poi ci sono anche tre ospiti che vediamo nei brani che li riguardano.

Quindi più o meno i musicisti che suonano nel disco di Ina: la Shay non è una giovanissima (o così credevo, visto che era già in azione nel 2012, ma in effetti è del 1997), si è già creata una certa reputazione negli USA suonando circa 200 date all’anno, che le hanno consentito di vincere per quattro volte i San Diego Music Awards https://www.youtube.com/watch?v=OetG8B_cPvo  e nel 2019 di essere candidata ai Blues Music Awards nella categoria Soul Blues Female Artist of the Year per l’album A Woman Rules The World. Il nuovo disco presenta dieci brani firmati dalla Shay con il suo partner abituale Adam J. Eros, e un paio di cover: la nostra amica ha una voce rauca e potente, con qualche punto di contatto a livello timbrico con Susan Tedeschi o Bonnie Raitt, ma anche con le grandi voci nere del soul e del R&B, e in questo senso l’iniziale vibrante e fiatistica title track è sintomatica di quanto ci aspetta nell’album, con i Texas Horns in azione, la Chavez che rilascia un elegante assolo e l’insieme che rimanda, con i dovuti distinguo, allo stile di Janis Joplin, o della sua discepola Dana Fuchs; Someone You Never Got To Know con l’organo scivolante di Young in evidenza, insieme alla chitarra pungente di Laura Chavez, potrebbe ricordare qualche traccia perduta, di quelle più mosse, di Bonnie Raitt, grinta e stamina alla Shay certo non mancano (*NDB non per nulla fa parte del Blues Caravan 2020 con Jeremiah Johnson e Ryan Perry, di cui leggete in altra parte del Blog) . https://www.youtube.com/watch?v=mhA9-2spvP8  

Equal Ground presenta l’accoppiata Chavez e Derek O’Brien alla slide, per un minaccioso brano chitarristico che ci porta sulle sponde del Mississippi, zona Louisiana, mentre P.S. It’s Not About You è un vivace funky rock con Alice Sadler che raggiunge Whitney per dare un tocco errebì al tutto. Non mancano le ballate, come la bellissima e malinconica I Thought We Were Through, puro deep soul di marca sudista, con un bel assolo di sax di Kazanoff, seguita dalla ritmata Far Apart (Still Close) un sanguigno duetto con l’ottimo Guy Forsyth, sempre sottolineato dal lavoro di fino di Chavez e Young, e ancheYou Won’t Put Out This Flame rimane sulle coordinate sonore di questo soul blues molto mosso e ritmato, con fiati e sezione ritmica sempre fortemente impegnati a sostenere le divagazioni vocali della Shay. Tell The Truth non è il brano di Clapton, ma una canzone scritta da Lowman Pauling per i suoi Five Royales, un pezzo di ruvido R&B di grande impatto vocale, mentre Boy Sit Down, con Marcia Ball al piano, ondeggia tra R&R, swing e errebì, in modo divertente e piacevolissimo, con Forsyth che aggiunge la sua chitarra resonator alle procedure; I Never Meant To Love Him è una sontuosa ballata soul che faceva parte del tardo repertorio di Etta James, cantata splendidamente dalla Shay, che si conferma interprete di grande intensità dalla notevole estensione vocale.

La chiusura è affidata ad altri due brani firmati dall’accoppiata Shay/Eros, il blues-rock con retrogusti soul, di nuovo alla Bonnie Raitt, della eccellente Getting InMy Way, con Red Young a piano elettrico e organo e la Chavez alla chitarra sempre in grande spolvero, e Change With The Times,un ottimo esempio di incrocio tra R&B e soul di marca Stax, con Kazanoff e gli altri fiati all’unisono a spingere sul ritmo. Un bel disco e una eccellente vocalist, da consigliare a chi ama il genere.

Bruno Conti