Non So Se Sia Davvero Il Boss Del Blues, Ma Con Le Dita Ci Sa Fare Parecchio! Kenny “Blues Boss” Wayne – Go, Just Do It!

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Kenny “Blues Boss” Wayne – Go, Just Do It! – Stony Plain CD

Se non siete appassionati di blues difficilmente avrete sentito parlare di Kenny “Blues Boss” Wayne (nato Kenneth Wayne Spruell), probabilemente perché il musicista in questione ha speso gran parte dei suoi 75 anni a fare il sideman per conto terzi, suonando il pianoforte per artisti di varia estrazione (tra cui Delaney & Bonnie, Billy Preston e, in anni più recenti, Duke Robillard). Wayne è un pianista sopraffino, le cui influenze vanno da Fats Domino (la sua ispirazione principale) a Ray Charles, Otis Spann, Pinetop Perkins e Professor Longhair e la sua musica presenta elementi di vario genere, dal blues allo swing, dal rock’n’roll al boogie passando per il funky di New Orleans ed il rhythm’n’blues https://discoclub.myblog.it/2011/07/15/bello-e-divertente-kenny-blues-boss-wayne-an-old-rock-on-a-r/ . Originario dallo stato di Washington, Wayne ha vissuto tutta la sua carriera di sideman tra California e Louisiana, ma negli anni ottanta è emigrato in Canada, nazione che lo ha musicalmente adottato consentandogli di esordire finalmente come solista a metà anni novanta. Da allora Kenny ha pubblicato una dozzina di album in cui ha proposto la sua stimolante miscela di boogie, blues, rock’n’roll e quant’altro, e con il nuovo Go, Just Do It! (quinto consecutivo ad uscire per la storica etichetta indipendente canadese Stony Plain) si accoda brillantemente alla serie, intrattenendoci per cinquanta minuti con la sua tecnica pianistica mirabile ed una buona abilità come performer a 360 gradi, rivelando anche discrete doti nel songwriting dato che su tredici brani totali ben dieci portano la sua firma.

Come vedremo, c’è anche qualche episodio sottotono, che resta però in netta minoranza rispetto ai brani in cui il nostro convince: anche la band che lo accompagna è di tutto rispetto, dal bassista Russell Jackson (ex membro del gruppo di B.B. King) al bravo chitarrista giapponese Yuji Ihara al batterista Joey DiMarco, oltre ai fiati suonati da Jerry Cook (sassofono tenore e baritono) e Vince Mai (tromba). Partenza a tutto ritmo con Just Do It!, un brioso funky fiatistico dal tempo cadenzato e Kenny che aggredisce il brano con una buona voce subito raggiunto dalla brava cantante inglese Dawn “Tyler” Watson e con il leader che si destreggia ottimamente al piano elettrico. Di segno diverso You Did A Number On Me, un irresistibile boogie’n’roll con botta e risposta tra Kenny ed un coro femminile, mentre le dita del nostro scorrono sicure sulla tastiera subito doppiate da un assolo di chitarra misurato ma incisivo; il ritmo e l’approccio vivace non calano neanche in Sittin’ In My Rockin’ Chair, una rock song dagli elementi più sudisti che blues ed il solito pianoforte suonato in maniera eccelsa, mentre con You’re In For A Big Surprise, cover di un pezzo di Percy Mayfield, abbiamo uno degli highlights del disco in quanto si tratta di un raffinato slow blues notturno (e indovinate? Pianistico!) in cui la protagonista in duetto con Wayne è la grande voce di Diane Schuur (cantante di rara classe), con la ciliegina di uno splendido assolo di sax. S

orry Ain’t Good Enough vede ancora la Watson duettare con Kenny, ma il brano è un errebi dalle sonorità un po’ troppo soft, più adatte ad una serata in un club alla moda; meglio la fluida ed energica Motor Mouth Woman, un bel blues fiatistico ricco di ritmo e swing. I Don’t Want To Be The President (ancora di Mayfield) è ancora sospesa tra funky ed errebi, ma presenta un intervento del rapper Corey Spruell, figlio di Kenny, che avrei molto volentieri evitato; la ritmata Lost & Found è un po’ meglio ma le manca un po’ di mordente (e c’è un synth di troppo), ma per fortuna arriva la terza cover del disco, una versione viva ed esuberante del classico di J.J. Cale Call Me The Breeze, con un ottimo intervento dell’armonicista Sherman Doucette. Bumpin’ Down The Highway è un eccellente strumentale tra blues, jazz e swing, con i fiati protagonisti e Kenny stranamente defilato, a differenza di That’s The Way She Is, saltellante e vispo brano più boogie che blues, tra i più trascinanti del lavoro e con un ottimo guitar solo del nipponico Ihara; chiusura con il jump blues pianistico T&P Train 400, pieno di vigore e con le dita del nostro che danno del tu alla tastiera, e con la breve ma travolgente Let The Rock Roll, altro strumentale a tutto swing con Kenny che per l’occasione suona un piano da saloon rilasciando uno degli assoli più goduriosi del CD.

Un buon album quindi, non solo blues, che non mancherà di piacere agli amanti del pianoforte: c’è qualche episodio non all’altezza ma, come dicono in America, “when it’s good, it’s really good!”.

Marco Verdi

Provenienza Dubbia, Ma Buona Qualità E Tanti Ospiti Per L’Album Della Figlia Di B.B. Shirley King – Blues For A King

shirley king blues for a king

Shirley King – Blues For A King – Cleopatra Blues

Presentato da alcuni come l’esordio discografico di Shirley King, l’album ha creato interesse perché stiamo parlando di colei che è stata definita “Daughter of the blues”, in qualità di figlia del grande B.B. King. In effetti la nostra amica non è più una giovinetta, quest’anno ad ottobre compirà 71 anni, e la sua carriera musicale consta solo di un paio di episodi tra fine anni ‘80 e negli anni ‘90 (quindi questo CD non è l’esordio), poi diverse comparsate sia come ospite di artisti più o meno celebri, che del babbo negli ultimi di carriera di quest’ultimo. Nata a West Memphis, Arkansas, lungo le rive del Mississippi, Shirley non è mai stata una stretta praticante del blues, in gioventù più orientata verso gospel, soul, perfino country & western, ma poi già dal 1969 aveva fatto la sua scelta di vita, diventando una ballerina, attività che ha svolto per una ventina di anni, dice lei anche con successo, e con buoni riscontri economici, senza dover essere vista per forza come la “figlia di B.B. King”. Vivendo a Chicago a lungo è venuta in contatto anche con la scena locale, ed ha avuto pure una relazione di 5 anni con Al Green (ma non era Reverendo?).

Poi dal 1989 ha cercato, come detto, la strada del blues, cantando soprattutto grandi classici, senza tralasciare ovviamente i brani del padre, presenti in quantità. Il successo diciamo che non l’ha mai sfiorata, un’onesta carriera ma nulla più: poi arrivano i nostri amici della Cleopatra che le propongono un contratto discografico, per un album che viene realizzato seguendo le metodologie della etichetta di Chicago. Ovvero, repertorio, ospiti e sistemi di registrazione li scelgono loro. Poi piazzano Shirley in studio con le cuffie, senza incontrare ospiti e musicisti, e spesso, come ha ricordato lei stessa in alcune interviste, senza neppure conoscere bene le canzoni che doveva interpretare. Ma alla fine, per una volta (o forse due), devo dire che all’ascolto questo Blues For A King funziona, si ascolta con piacere, ci sono alti e bassi ed evidenti disparate fonti del materiale: per esempio in Hoodoo Man Blues, un grande classico delle 12 battute, oltre a Joe Louis Walker alla solista, appare all’armonica colui che ha portato al successo il brano, quel Junior Wells che però è scomparso nel 1998, comunque la voce di Shirley King è ancora potente e vibrante e il suono vigoroso.

Altrove, come nell’iniziale All Of My Lovin’, un brano dal repertorio della Motown, sempre con Walker alla chitarra, la voce di Shirley pare più roca e vissuta, come ribadisce la successiva eccellente cover del brano dei Traffic Feelin’ Alright, con Duke Robillard alla solista, guizzante ed inventiva https://www.youtube.com/watch?v=DNaJhEwkKk0 . Chitarristi che si susseguono brano dopo brano, per esempio nel classico Chicago Blues I Did You Wrong troviamo Elvin Bishop, anche se il suono della base sembra quello di una registrazione di decine di anni fa, scherzi dell’immaginazione o ripescaggio da archivi datati? Per That’s All Right Mama, il classico di Arthur Crudup e di Elvis, si materializza Pat Travers, gagliardo nel suo assolo, però forse un po’ troppo sopra le righe; Can’t Find My Way Home, a conferma della scelta eclettica del repertorio e delle sonorità, è proprio il classico dei Blind Faith con Martin Barre dei Jethro Tull alla solista, versione decisamente rock, ma ben realizzata e con la King che si adatta al suono più “moderno”.

Johnny Porter è un vecchio brano minore dei Temptations, e prevede un duetto con un altro bluesman “attempato” come Arthur Adams, discepolo di babbo Riley, ma alla fine i due se la cavano egregiamente, anche se gli archi sintetici non quagliano molto con il resto. Feeling Good, con sezione fiati e archi aggiunti, è un brano che hanno cantato in tanti, da Nina Simone a Michael Bublé, la nostra amica ci mette impeto e passione, alla solista viene accreditato Robben Ford e lascia il suo segno, Give It All Up francamente non so da dove provenga, ma è un gioioso errebì molto piacevole, con Kirk Fletcher alla chitarra. Il traditional Gallows Pole con Harvey Mandel alla solista in modalità wah-wah, sembra quasi un brano psych-rock e rimandi ala versione dei Led Zeppelin https://www.youtube.com/watch?v=NTYWZOVEUXE , e in conclusione troviamo una buona cover del super classico di Etta James At Last, con archi a profusione e ci sta, la King la canta con grande trasporto e Steve Cropper ci mette il suo tocco discreto. Non un capolavoro ma tutto sommato un album onesto.

Bruno Conti

Ancora Prima Di Esordire, Sapeva Già Stare Sul Palco. Steve Goodman – Live ’69

steve goodman live '69

Steve Goodman – Live ’69 – Omnivore CD

Continua da parte della Omnivore la meritoria opera di recupero della figura di Steve Goodman, talentuoso quanto sfortunato cantautore di Chicago grande amico di John Prine, scomparso nel 1984 a causa di una subdola forma di leucemia contro la quale combatteva da anni: dopo le ristampe dell’anno scorso che riguardavano gli ultimi due lavori pubblicati in vita da Steve (Affordable Art ed il live Artistic Hair) ed i primi due postumi (Santa Ana Winds e Unfinished Businesshttps://discoclub.myblog.it/2019/09/18/un-piccolo-grande-cantautore-e-quattro-ristampe-per-ricordarlo-steve-goodman-artistic-hairaffordable-artsanta-ana-windsunfinished-business/ , l’etichetta indipendente di Los Angeles mette sul mercato un album dal vivo inedito che, come suggerisce il titolo Live ’69, prende in esame un concerto che Goodman tenne due anni prima del suo esordio discografico. Nel 1969 Rich Warren (autore delle liner notes di questo CD) era un giovane studente della University of Illinois a Champaign ma anche un appassionato di musica folk, ed ebbe quindi l’idea di creare e condurre un programma radiofonico da mandare in onda sulle frequenze universitarie, il cui titolo era Changes e lo scopo quello di presentare giovani talenti locali in esibizioni dal vivo, ispirandosi alla leggendaria trasmissione degli anni cinquanta The Midnight Special.

Una sera, durante lo show della folksinger Bonnie Koloc, Warren ascoltò una canzone intitolata Song For David che gli piacque molto, ed alla domanda su chi l’avesse scritta la Koloc face il nome di un ventunenne songwriter chiamato Steve Goodman che purtroppo stava soccombendo alla leucemia. Dopo la pausa estiva, una sera Warren si trovava in un locale di Chicago famoso per ospitare musica folk dal vivo, The Earl Of Old Town, e sul palco c’era un piccolo artista che ad un certo punto intonò proprio Song For David: quando poi Rich apprese che la persona davanti a lui era proprio Goodman (che stava sperimentando con successo una nuova cura per la sua malattia), lo scritturò immediatamente per il suo show radiofonico, impressionato dalla capacità di Steve di stare sul palco e di tenere in pugno il pubblico nonostante una figura non proprio imponente e carismatica. Live ’69 documenta proprio la partecipazione di Goodman allo spettacolo di Warren, un’esibizione tenutasi il 10 novembre presso il campus dell’Università dell’Illinois che vede Steve alla chitarra acustica accompagnato solo da Bob Hoban al basso, violino ed occasionalmente seconda voce.

Il concerto (inciso molto bene) ha la particolarità di presentare soltanto cover: evidentemente Steve non era ancora sicuro del suo materiale e preferiva affidarsi a canzoni che la gente conosceva bene, anche se qua e là ci sono delle scelte decisamente personali. Ma quello che colpisce all’ascolto è la capacità e la padronanza del palcoscenico che il nostro aveva già due anni prima del suo debutto ufficiale, sia quando suonava e cantava sia quando intratteneva il pubblico con l’umorismo e l’ironia che in futuro sarebbero diventati due dei suoi punti di forza. Lo show si apre con la nota You Can’t Judge A Book By Its Cover di Willie Dixon, che Steve spoglia delle originarie caratteristiche blues e fa diventare una pimpante folk song; subito dopo abbiamo la splendida Ballad Of Spiro Agnew di Tom Paxton, purtroppo solo accennata, ed i nove minuti di Bullfrog Blues, brano che verrà poi ripreso anche da Rory Gallagher. A seguire abbiamo un trio di folk songs, a partire dall’evocativa Fast Freight (in questo caso la versione famosa è quella del Kingston Trio), suonata con molta forza e decisione, e continuando con i traditional Byker Bill e John Barleycorn, entrambi eseguiti a cappella.

Steve affronta anche autori affermati come Bob Dylan (Country Pie, scelta insolita), Merle Haggard (la classica Mama Tried), e Lennon/McCartney con Eleanor Rigby che fa parte di un torrenziale medley di ben 19 minuti nel quale il nostro mescola anche i Jefferson Airplane di Somebody To Love, il brano tradizionale Where Are You Going e la nota I’m A Drifter di Travis Edmonson, intrattenendo il pubblico con apprezzati intermezzi quasi cabarettistici. Da citare anche una coinvolgente rilettura del classico country Truck Drivin’ Man, la scherzosa Wonderful World Of Sex di Mike Smith (che rimarrà nelle sue setlist anche in futuro) ed una esuberante The Auctioneer di LeRoy Van Dyke, che chiude la serata. Se siete dei neofiti per quanto riguarda Steve Goodman forse questo Live ’69 non è l’album da cui cominciare (mi rivolgerei piuttosto, se non siete tipi da antologie, ai suoi due primi lavori o alle quattro ristampe dello scorso anno), ma rimane comunque un’interessante testimonianza del talento in erba di un artista che ci ha lasciato troppo presto.

Marco Verdi

Vent’Anni E Non Sentirli: Torna Un Album Classico, Più Bello Che Mai! B.B. King & Eric Clapton – Riding With The King (20th Anniversary Edition Expanded & Remastered)

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B.B. King & Eric Clapton – Riding With The King (20th Anniversary Edition Expanded & Remastered) – Reprise/Warner

Quando Riley “Blues Boy” King e Eric “Slowhand” Clapton si sono incontrati per la prima volta su un palco era il 1967, al Cafe Au Go Go di NYC, l’attrazione era B.B. King e Clapton suonava ancora con i Cream. Poi Eric, che era comunque un ammiratore di B.B. King, ha rivolto le sue attenzioni più verso gli altri King, Albert e soprattutto Freddie. In ogni caso i due non avevano mai inciso nulla insieme, almeno fino al 1997 per il disco di duetti di B.B. King Deuces Wild, nel quale avevano incrociato le chitarre in una gagliarda Rock Me Baby. I due da allora sono rimasti in contatto e Manolenta avrebbe poi più volte invitato King ai suoi Crossroads Guitar Festival, nel 2004, 2007 e 2010. Ma nel frattempo, nel 1999, i due erano riusciti a far coincidere i loro impegni per incidere un album assieme: doveva essere un album di Eric Clapton, con B.B. King come ospite, ma poi il musicista inglese, accompagnato dalla propria band, e con l’aiuto del suo produttore abituale Simon Climie, ha deciso di mettere fortemente al centro dell’attenzione la voce e la chitarra solista del musicista di Indianola, per cui la coppia si divise equamente i compiti, spesso all’interno dello stesso brano, a parte in due canzoni cantate dal solo B.B., Ten Long Years, il classico lentone firmato Taub/King, dove Eric è alla slide, e in When My Heart Beats Like a Hammer, sempre della stessa accoppiata, altro slow micidiale, con King sempre in forma Deluxe, come peraltro in tutto l’album.

Joe Sample al piano è fenomenale, ed eccellente la sezione ritmica con Nathan East al basso e Jim Keltner alla batteria, Doyle Bramhall II e Andy Fairwather Low sono spesso e volentieri la terza e la quarta chitarra, le sorelle Melvoin, Wendy e Susannah, sono le coriste in sei brani, mentre Tim Carmon è il bravissimo organista in tutto l’album e Jimmie Vaughan aggiunge la sua solista in Help The Poor, un brano firmato da Charles Singleton, spesso autore per il King, ma che rimarrà negli annali della musica soprattutto per avere scritto il testo di Strangers In The Night per Frank Sinatra, fine della digressione. Ma se avete già l’album, come immagino sia il caso (se no rimediate subito), quello che risalta è la qualità sopraffina delle esecuzioni, il suono magnifico, ancora migliorato dalla rimasterizzazione per la nuova edizione del ventennale, e l’intesa quasi telepatica tra i due grandi musicisti: i brani si susseguono splendidamente, dalla travolgente Riding With The King, un brano di John Hiatt, che sull’album del 1983 in cui era contenuto sembrava un brano solo normale, ma che nel testo rielaborato da Hiatt per l’occasione, e nella nuova versione della accoppiata Clapton/King diventa perfetto, con i due che si scambiano versi e licks di chitarra in modo fantastico, con le coriste e tutta la band in grande spolvero.

Le canzoni dovreste conoscerle a memoria, sempre se possedete l’album, ma ricordiamole ancora una volta: le due di King le ho appena citate, poi troviamo una acustica, ma con sezione ritmica, Key To The Highway di Big Bill Broonzy, rigorosa ma calda e vibrante. La funky, benché ben strutturata, Marry You, un pezzo R&B nuovo scritto per l’occasione da Bramhall II, Susannah Melvoin e Craig Ross, con un wah-wah che incombe sullo sfondo e un bel assolo di Eric, Three O’Clock Blues di Lowell Fulson è stato uno dei primi successi di King a inizio anni ‘50, il brano più lungo del disco, con i due che “soffrono”, come si conviene nelle 12 battute, in un altro lento di grande intensità dove gli assoli volano altissimi, tra le cose migliori di un disco che comunque si ascolta tutto di un fiato. I Wanna Be di Bramhall e Charlie Sexton, è un altro dei brani scritti appositamente per l’occasione, un sano errebì dove si gusta la sempre potente voce di King, che all’epoca era ancora in pieno controllo delle sue capacità straordinarie di cantante, e anche come chitarrista non scherzava, mentre Worried Life Blues di Big Maceo Merriweather è uno dei cavalli di battaglia di entrambi, se poi li mettiamo assieme si gode ancora di più, pur se in una versione intima e di nuovo rigorosa, ragazzi in fondo parliamo di Blues.

Days Of Old è un’altra canzone della premiata ditta King/Taub, un brano del 1958, quando il blues di B.B. King andava ancora alla grande di swing e Riley e Eric ci danno dentro di brutto anche in questa versione, prima di tuffarsi a capofitto in uno dei capisaldi del suono Stax, la celeberrima Hold On I’m Coming di Sam & Dave, rallentata ad arte per l’occasione, in una versione scandita, che però si anima in un crescendo fantasmagorico, prima di esplodere in una serie finale di assoli devastanti delle due chitarre. In chiusura troviamo Come Rain Or Come Shine uno dei classici assoluti degli standard della canzone americana, a firma Arlen e Mercer, un pezzo raffinatissimo dove, per quanti progressi abbia fatto Clapton come cantante, B.B. King se lo mangia con una prestazione sontuosa, prima di accarezzare Lucille e non so se la chitarra di Eric abbia un nome, ma anche lui la accarezza, Arif Mardin arrangia la parte orchestrale.

Se già non siete convinti, non avendo ancora il CD, nella nuova versione targata 2020 sono state aggiunte due bonus tracks per tentare anche chi il disco lo aveva già comprato all’epoca: una delicata e ricercata versione di Rollin’ And Tumblin’, sempre sulla falsariga degli altri brani elettroacustici presenti in Riding With The King, brano di cui Clapton ha postato un video sul proprio canale YouTube, e una versione impetuosa di uno dei classici assoluti del blues, quella Let Me Love You scritta da Willie Dixon che fa parte del repertorio dei più grandi bluesmen della storia, soprattutto chitarrist e la versione di Mr. B.B. King francamente non poteva mancare, oltre a tutto con Eric Clapton che lo spalleggia alla grande. Il disco vinse anche il Grammy nel 2001, arrivando al 3° posto nelle classifiche Usa e vendendo circa 5 milioni di copie in tutto il mondo.

Ristampa Blues dell’anno? Mi sa tanto di sì!

Bruno Conti

Un Altro “Giovanotto” Pubblica Uno Dei Suoi Migliori Album Di Sempre! Dion – Blues With Friends

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Dion – Blues With Friends – Keeping The Blues Alive CD

Dion DiMucci, conosciuto semplicemente come Dion, fra un mese compierà 81 anni, di cui più di sessanta di carriera musicale: a dirlo uno non ci crede, in quanto il cantante originario del Bronx non dimostra assolutamente le sue primavere e soprattutto non le dimostra la sua voce, che è ancora incredibilmente limpida e giovanile. Dagli esordi negli anni cinquanta a capo dei Belmonts in poi, Dion ha sempre proposto un’ottima miscela di rock’n’roll, doo-wop, pop (il suo famoso album del 1975 Born To Be With You è stata una delle ultime produzioni di Phil Spector) e gospel, fino al ritorno al rock nel 1989 con lo splendido Yo Frankie. Nel nuovo millennio il nostro si è decisamente avvicinato al blues, con una trilogia di album di buona fattura pubblicati tra il 2006 ed il 2011 “interrotti” nel 2016 dal più variegato New York Is My Home https://discoclub.myblog.it/2016/02/18/vecchie-glorie-alla-riscossa-dion-new-york-is-my-homejack-scott-way-to-survive/ . Quest’anno Dion ha deciso di tornare di nuovo al blues, ma questa volta ha alzato il tiro a livelli inimmaginabili, confezionando un disco davvero magnifico, con una serie di ospiti da capogiro ed una produzione nettamente migliore rispetto agli ultimi lavori.

Blues With Friends è quindi una sorta di capolavoro della terza età per Dion, un album strepitoso in cui il nostro si cimenta ancora con la musica del diavolo (ma non solo, c’è anche qualche brano non blues) e lo fa con un parterre de roi incredibile, una serie di musicisti che non appaiono tutti i giorni su un disco solo, e che vedremo tra poco canzone dopo canzone. Ma il protagonista del disco è senza dubbio Dion, con la sua voce ancora splendida e la sua attitudine da bluesman sempre più sicura: se devo essere sincero, quando nel 2006 era uscito Bronx In Blue avevo storto un po’ il naso dato che non ritenevo Dion adatto al blues (ma il disco si era rivelato ben fatto), però negli anni il rocker newyorkese mi ha smentito acquistando sempre più credibilità come bluesman. E non è tutto: in Blues With Friends non ci sono cover di classici del blues, ma tutti i brani sono usciti dalla penna del nostro, alcuni nuovi, altri rifatti, altri ancora tirati fuori da un cassetto (e per il 98% scritti insieme a tale Mike Aquilina). Pare che lo stimolo iniziale per il progetto lo abbia dato Joe Bonamassa (ed infatti il CD esce per la Keeping The Blues Alive Records, etichetta di sua proprietà), ma gli altri grandi della chitarra non hanno tardato a rispondere presente, a parte qualche inevitabile assenza (dov’è Clapton?): e attenzione, questo non è un disco di duetti vocali (ce ne sono solo due su 14 brani totali), ma un album di chitarre al 100%.

La house band, se così si può dire, è formata dallo stesso Dion alla chitarra ritmica e da Wayne Hood (che produce anche il lavoro con Mr. DiMucci, una produzione solida ed asciutta) alla seconda chitarra, basso, tastiere e batteria; dulcis in fundo, Dion stesso accompagna nel libretto ogni canzone con interessanti aneddoti, e la prefazione è stata scritta nientemeno che da Bob Dylan, che ha gratificato il nostro con parole molto sentite e toccanti. L’iniziale Blues Comin’ On vede proprio Bonamassa protagonista, un boogie poderoso dal suono limpido e forte e dominato dalla voce scintillante del leader, con “JoBo” che arrota da par suo piazzando un paio di assoli torcibudella: miglior avvio non poteva esserci. Kickin’ Child era già stata incisa da Dion nei sixties con la produzione di Tom Wilson (era anche il titolo del suo “lost album” uscito nel 2017), ma qui viene rifatta con uno stile rock-blues pimpante ed allegro che ricorda un po’ B.B. King, accompagnato dalla chitarra “swamp” di Joe Menza (un commerciante in chitarre vintage che si cimenta anche con lo strumento); la sei corde piena di swing di Brian Setzer contribuisce fin dalle prime note alla riuscita della bella Uptown Number 7, altro coinvolgente boogie dal ritmo vigoroso con Dion che gorgheggia con la solita naturalezza ed il biondo Brian che lo segue senza perdere un colpo.

Il tintocrinito Jeff Beck è uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi (sicuramente da Top Ten, per qualcuno anche da Top Five) e qui è alle prese con Can’t Start Over Again che è uno slow più country che blues e forse un tantino sdolcinato (e poi quel synth che scimmiotta la sezione d’archi…), ma Jeff accarezza comunque il brano con classe e misura, mentre con My Baby Loves To Boogie torniamo in territori più consoni con un pezzo tutto ritmo e feeling, un jump blues classico nel quale le chitarre soliste sono di Dion e Hood in quanto l’ospite, John Hammond, per l’occasione suona (bene) l’armonica. Forse I Got Nothin’ potrebbe essere considerato un blues abbastanza canonico, ma se poi ci piazzi il grande Joe Louis Walker alla solista e soprattutto Van Morrison alla voce (in duetto con Dion), ti ritrovi con uno dei pezzi migliori del CD, da ascoltare in religioso silenzio; i fratelli Jimmy e Jerry Vivino, rispettivamente alla chitarra e sax, donano spessore, calore ed un tocco di raffinato jazz a Stumbling Blues, mentre Billy Gibbons non ha mezze misure dato che la chitarra se la mangia a colazione, e con la solidissima e cadenzata Bam Bang Boom porta un po’ di Texas nel Bronx. Se Gibbons è un macigno, Sonny Landreth è un fine tessitore di melodie con la sua splendida slide, ma sa dare potenza quando è necessario come accade con I Got The Cure (dove spuntano anche i fiati), fornendo una prestazione strepitosa, ricca di classe e grondante feeling, per uno degli highlights del CD.

Con Song For Sam Cooke (Here In America) Dion mette un attimo da parte il blues per un toccante omaggio al grande soul singer citato nel titolo (i due si conoscevano bene), una splendida ed evocativa ballata di stampo folk impreziosita dal violino di Carl Schmid e soprattutto dalla voce di Paul Simon, che fornisce il secondo duetto del disco. La giovane promessa del blues Samantha Fish si destreggia con brio ed energia nella saltellante e godibile What If I Told You (performance eccellente), e non sono da meno ancora John Hammond (slide) e la brava Rory Block (chitarra, basso e controcanto) nel notevole country-blues elettroacustico Told You Once In August, un pezzo degno di Mississippi John Hurt. Finale all’insegna della E Street Band prima con la roboante e coinvolgente Way Down (I Won’t Cry No More), dove la chitarra solista è di Little Steven che tira fuori un assolo molto sanguigno, e poi con il Boss e signora, quindi Bruce Springsteen (chitarra solista, ma non voce) e Patti Scialfa (armonie vocali) che accompagnano Dion nella bellissima e ricca di pathos (ma non blues) Hymn To Him, remake di un brano già inciso dal nostro nel 1987 e finale perfetto per un disco favoloso.

Credo che dal prossimo album Dion dovrà rivolgersi ad un genere musicale diverso, dato che per quanto riguarda le dodici battute a mio parere ha raggiunto l’apice con questo imperdibile Blues With Friends: disco blues dell’anno?

Marco Verdi

Una “Nuova” Band Strepitosa, Tra Le Migliori Attualmente In Circolazione. The Proven Ones – You Ain’t Done

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The Proven Ones – You Ain’t Done – Gulf Coast Records

Come appare ormai chiaro, Mike Zito appartiene alla categoria di coloro che una ne pensano e cento ne fanno: anche se per ora nel 2020 a causa della situazione generale ha dovuto trattenersi parecchio. Rispetto allo scorso anno dove tra produzioni, album a nome proprio (il Tributo a Chuck Berry) e partecipazioni varie, era apparso in una decina di dischi, per ora questo album dei Proven Ones è “solo” il secondo disco in cui appare come produttore, dopo il recente ottimo album Live di Albert Castiglia https://discoclub.myblog.it/2020/05/09/un-album-dal-vivo-veramente-selvaggio-albert-castiglia-wild-and-free/ , tra l’altro entrambi pubblicati dalla etichetta personale di Zito, la Gulf Coast Records, che comincia ad avere un consistente roster di artisti (ops, dimenticavo anche questo https://discoclub.myblog.it/2020/05/03/un-irruento-fulmine-di-guerra-della-chitarra-anche-troppo-tyler-morris-living-in-the-shadows/ ). Diciamo che se non possiamo definire quello dei Proven Ones un supergruppo si tratta comunque di una band dove militano alcuni “veterani” del Blues e del Rock di comprovata qualità: la voce solista e l’armonica sono affidate a Brian Templeton, leader in passato degli ottimi Radio Kings, e che ha diviso i palchi anche con Clapton e Muddy Waters, alle tastiere Anthony Geraci, spesso e volentieri nei credits di album di Ronnie Earl, Robillard, Sugar Ray e decine di altri, alla chitarra solista Kid Ramos, anche lui con innumerevoli collaborazioni, tra cui Mannish Boys, Fabulous Thunderbirds, Roomful Blues e con una manciata di album a nome proprio.

A completare la formazione la sezione ritmica Jimi Bott alla batteria e Willie J. Campbell al basso, entrambi spesso in azione con Mannish Boys, Thunderbirds e altri di quelli citati: ed in oltre la metà dei brani anche una piccola sezione fiati, pezzi tutti firmati a rotazione dai vari componenti e con la (co)produzione di Zito, insieme al batterista Bott. Il suono è gagliardo e tirato, come dimostra subito alla grande Get Love, dove, dopo una breve intro psych, la voce potente di Templeton si incrocia con la chitarra tirata e fumante di Kid Ramos, piano e organo di Geraci, la sezione fiati a sottolineare un blues-rock palpitante dove anche la ritmica non scherza. Gone To Stay è un’altra potente stilettata sempre di stampo rock, bella riffata e con tutta la band che tira di brutto, soprattutto Templeton veramente in grande spolvero e un Kid Ramos al meglio delle sue possibilità. La title track è addirittura stonesiana nella sua andatura, con Bott e Ramos (alla slide) che “citano” rispettivamente Watts e Richards con libidine, sembrano pure i migliori Fabulous Thunderbirds o la J. Geils Band, mentre fiati e organo imperversano sempre e ci sono pure delle voci femminili di supporto; anche Already Gone va di rock a tutto riff, il titolo ricorda il brano degli Eagles, e anche i coretti iniziali, ma lo stile è più alla Lynyrd Skynyrd, con Geraci impeccabile al piano.

Whom My Soul Loves è una bellissima deep soul ballad, con fiati e piano in evidenza, cantata a due voci dall’ospite Ruthie Foster e da Brian Templeton, un piccolo gioiellino con eccellenti assoli di organo, sax e della slide di Kid Ramos, e anche Milinda è una ottima ballata country oriented quasi alla Allman Brothers, di nuovo con Ramos eccellente alla lap steel e in Nothing Left To Give, firmata da Geraci, ci sono addirittura elementi di latin rock santaneggianti, sempre con la solista del Kid che interagisce in maniera brillante con l’organo e con i fiati, il buon Anthony scrive anche la successiva She’ll Never Know ,un’altra ballata blues dove si apprezza la calda vocalità di Templeton, veramente un signor cantante e Kid Ramos rilascia un ennesimo assolo ricco di feeling, prima di cantare l’ondeggiante I Ain’t Good For Nothin’, che ricorda un poco Holy Cow di Allen Toussaint, anche per il tocco bluesy dell’armonica di Templeton e quello jazzato di fiati, piano e chitarra bottleneck accarezzata in citazioni di New Orleans sound. Fallen torna al rock ruvido tra J. Geils e Stones, sempre grintosa, ma non priva di passaggi raffinati e in chiusura Favorite Dress è un ennesimo ottimo esempio del Rock And Roll fiatistico e vibrante della band, che si presenta come delle migliori band classiche americane attualmente in circolazione.

Assolutamente consigliato.

Bruno Conti

Un Ulteriore Fantastico Omaggio Al Blues Al Femminile! Rory Block – Prove It On Me Power Women Of The Blues Vol.2

rory block prove it on me

Rory Block – Prove It On Me Power Women Of The Blues Vol.2 – Stony Plain Records

Prosegue inesausto ed infaticabile il lavoro di “archivista” del Blues di Rory Block. Con questa serie di album dedicati alle leggende delle 12 battute: la avevamo lasciata nel 2018 alle prese con A Woman’s Soul, il tributo a Bessie Smith https://discoclub.myblog.it/2018/08/12/dopo-il-tributo-ai-padri-fondatori-del-blues-ora-tocca-alle-eroine-del-genere-rory-block-a-womans-soul-a-tribute-to-bessie-smith/ , questa volta con Prove It On Me, sottotitolo Power Women Of The Blues Vol.2 affronta il repertorio di alcune eroine delle origini di questa musica, di cui alcune, lo ammetto, neppure io, che cerco di seguire con continuità il genere, avevo mai sentito nominare, o solo di sfuggita. Personaggi come Arizona Dranes, Elvie Thomas, Merline Johnson, Madlyn Davis, Helem Humes, Rosetta Howard, Lottie Kimbrough e le “celebri” Gertrude “Ma” Rainey e Memphis Minnie, che comunque una musicista come la Block, che è anche diventata una sorta di filologa del genere, ha saputo riscoprire e valorizzare con il suo approccio rigoroso ma comunque variegato, grazie anche al fatto che la stessa Rory, in questo disco, come nei precedenti, suona anche guitar banjo, batteria e percussioni, oltre alla “canonica” chitarra acustica, il tutto al servizio della sua bella voce, sempre in grado di emozionare.

Come mi è capitato di dire, recensendo altri album di questa serie, i dischi sono tutto meno che “pallosi”, rigorosamente acustici è vero, ma con degli arrangiamenti spesso complessi e raffinati, come conferma subito una mossa e brillante He May Be Your Man  (con un divertente che vedete qui sopra), dove la voce di Rory mi ha ricordato addirittura il timbro della compianta Phoebe Snow, secondo me una delle vocalist più straordinarie della musica americana, e anche a livello strumentale non si scherza, con acustiche sferzate anche in modalità slide, percussioni e batteria presenti e vivaci in questa cover di Helen Humes, che ai più potrebbe risultare sconosciuta, ma era la cantante delle orchestre di Harry James e Count Basie. It’s Red Hot di Madlyn Davis viene dai primi anni ‘20, sempre con la Block al botteneck, battito di mani e alla batteria, ed è un pezzo blues che mostra già, in questa versione, i prodromi della futura svolta elettrica delle 12 battute, con Rory che utilizza anche il multitracking per moltiplicare la sua voce, mentre per If You’re A Viper di Rosetta Howard, attiva negli anni ‘30 e ‘40, la nostra amica utilizza un approccio vocale più sexy e quasi da gattona, con retrogusti jazzy e raffinati, con un accenno di scat, senza dimenticare la sua prodigiosa tecnica alla slide acustica.

La title track Prove It On Me viene dal repertorio di Ma Rainey, una delle grandi sacerdotesse del primo blues, già attiva dagli anni ‘10 del secolo scorso, un pezzo solenne e ieratico, quasi danzante e di nuovo con lo scat di Rory, eccellente anche alla batteria, ad impreziosirlo; I Shall Wear A Crown è un traditional che faceva parte del repertorio di Arizona Dranes, con accenti gospel, sempre con la moltiplicazione delle voci della Block, che all’inizio del brano impiega una vocina quasi al limite del falsetto, segue Eagles l’unico brano originale che porta proprio la firma di Rory Block, qui alle prese con uno splendido brano folk-blues, quasi da cantautrice, una melodia intensa interpretata con grande trasporto vocale. Wayward Girl Blues è un pezzo di Lottie Kimbrough, una cantante la cui carriera si svolse solo negli ultimi anni ‘20, ma a giudicare dalla canzone avrebbe meritato maggiore fortuna, brano che gode una volta di più di una interpretazione sontuosa di Rory, che a tratti mi ha ricordato Joan Armatrading, prima di rilasciare un grande solo al bottleneck.

Di In My Girlish Days, la canzone di Memphis Minnie, ricordo una versione fantastica della appena citata Phoebe Snow, dove la voce della cantante newyorchese quasi galleggiava sulle note del brano, ma anche nella rilettura di Rory, sempre magnifica alla slide, si gode della vocalità superba di questa signora di 70 anni ancora in possesso di un timbro impeccabile. Un po’ di ragtime non poteva mancare, ed ecco per la bisogna Milk Man Blues, un pezzo di Merline Johnson, che inevitabilmente gioca sui doppi sensi tipici nella musica blues, sempre interpretato splendidamente dalla Block che per il congedo si affida ad una Motherless Child, rivista dal songbook di Elvie Thomas, e che rimane uno dei brani tradizionali più celebri della grande tradizione popolare della musica americana, con Rory che utilizza un timbro vocale più basso ed impegnativo da cui esce ancora una volta alla grande con una prestazione vocale superba che conferma, ancora una volta, l’elevato valore della serie, una “lezione” non noiosa sulle 12 battute, consigliata caldamente a tutti gli amanti del genere.

Bruno Conti

I Dischi Dal Vivo Le Piacciono Molto, E Li Fa Decisamente Bene. Ana Popovic – Live For LIVE

ana popovic live for live

Ana Popovic – Live For LIVE – ArtisteXclusive CD – CD+DVD

Ana Popovic è una chitarrista serba non più giovanissima (l’età delle signore non si dice mai, ma è del 1976), con una carriera iniziata, su istigazione del babbo, grande appassionato di musica, fin dai primi anni ‘90 e poi a livello discografico con un CD della “nota” band Hush, che darà anche il titolo al suo primo album solista del 2000. La nostra amica appartiene stilisticamente diciamo alla categoria rock-funky-blues, ma ha dalla sua anche una notevole carica sexy, evidenziata dalle copertine dei suoi dischi dove appare spesso con mise piuttosto succinte, cosa replicata anche nei concerti dal vivo, dove minigonne, hot pants e stivaletti con tacchi vertiginosi sono all’ordine del giorno https://discoclub.myblog.it/2010/10/18/mica-male-la-ragazza-ana-popovic-band-an-evening-at-trasimen/ .

Anche questo nuovo Live For LIVE è, come la lascia chiaramente intuire il titolo, un disco dal vivo il terzo della sua discografia: ma la “giovanotta”, per darle i suoi meriti, è pure parecchio brava, eccellente tecnica chitarristica, con una propensione all’uso del wah-wah, nonostante il tacco 12, voce calda e potente e anche una buona capacità di autrice. Vogliamo dire che lo stile citato è derivativo come hanno evidenziato alcuni, ma se “derivi” bene, come lei, non c’è nulla di male a farlo: il concerto è stato registrato a Parigi nel corso del tour del 2019 e Ana, accompagnata da una band di 6 elementi, tastiere, basso, batteria e fiati, rivisita il suo repertorio, con una prevalenza degli ultimi album. Completino “sobrio come si evince dal video, con pantaloncino e mantellina da super eroina, ma la musica è subito eccellente, con Intro/Ana’s Shuffle, un brano dall’incipit jazzato, con organo e fiati sincopati quasi mutuati dalle vecchie soul revue, poi entra la chitarra potente e dal suono fluido e fluente, un paio di minuti e il pedale del wah-wah viene subito innestato a manetta, pur se in un ambito raffinato.

La Popovic estrae dalla sua Stratocaster una marea di note, poi passa alla funky Can You Stand The Heat, dall’omonimo album del 2013, cantata con voce sicura e gagliarda, mentre la chitarra rimane in modalità wah-wah e parte anche un assolo di basso slappato accompagnato da piano elettrico e organo, a seguire, ancora dallo stesso disco l’ottima Object Of Obsession, sempre sorretta dalle continue folate della solista. Love You Tonight dal triplo Trilogy del 2016 è una R&B torbido e carnale, sostenuto dal solito florilegio dei fiati, mentre Train che nella versione di studio del triplo era un duetto con Bonamassa, qui ci permette di gustare l’approccio vocale da balladeer soul della Popovic, quasi alla Beth Hart, Ana che non si esime comunque dal rilasciare un altro assolo di notevole tecnica e feeling. Long Road Down è un’altra sferzata di puro funky groove, con wah-wah utilizzato in ambito ritmico, spazio ad assoli di organo e basso, e poi un altro robusto assolo di chitarra, prima di un tuffo nel New Orleans sound di New Coat Of Point, dove i fiati e il piano elettrico hanno il loro spazio solista prima di lasciare di nuovo il proscenio alla chitarra di Ana. Ancora dal triplo arriva una lunga versione notturna e raffinata di Johnnie Ray, una blues ballad affascinante dove la Popovic lavora di fino prima del grande crescendo finale, Can’t You See What Are You Doing To Me è una gagliarda versione di un brano di Albert King del periodo Stax, con un altro assolo da sballo della bionda chitarrista serba.

Poi è di nuovo funky time con una ribollente Fencewalk dal repertorio dei Mandrill, ancora pescata da Trilogy, con un altro assolo magistrale, e sempre dal disco Morning del triplo ancora un funky-soul dai risvolti Funkadelic/Isley Brothers come If Tomorrow Was Today. Brand New Man dall’ultimo disco del 2018 è un ottimo shuffle dal suono classico, e sempre da quel CD la title-track che è di nuovo in modalità funky con uso wah-wah, che rimane in funzione per Lasting Kind Of Love, un duetto con Keb’ Mo’ nella versione di studio, seguito da Mo’ Better Love, un’altra raffinata canzone di impianto jazz-soul cantata a voce spiegata dalla Popovic, sempre impeccabile anche alla chitarra.

Siamo al gran finale, con i brani più lunghi, prima una sontuosa How’d You Learn To Shake It Like That di Snooky Pryor dove Ana va di slide alla grandissima https://www.youtube.com/watch?v=YYlQwyy_LTQ , poi il medley di quasi 13 minuti, che parte ancora super funky con Show Me How Strong You Are?, con spazio per tutto i musicisti con assoli di basso, batteria e organo, e poi con Going Down e Crosstown Traffic, altro momento Hendrixiano con profluvi di Wah-Wah come piovesse, prima della chiusa con lo strumentale Tribe, ancora denso di sfrenato virtuosismo jam in libertà.

Bruno Conti

Primo Disco A Tutto Blues Per La Rocker Canadese…E La Voce E’ Sempre Fantastica! Sass Jordan – Rebel Moon Blues

sass jordan rebel moon blues

Sass Jordan – Rebel Moon Blues – Stony Plain CD

Sass Jordan è una poderosa cantante canadese molto popolare in patria, titolare di una discografia di valore con sette album pubblicati tra il 1988 ed il 2009, che complessivamente hanno avuto anche vendite ragguardevoli avendo superato abbondantemente il milione di copie totali. La Jordan ha avuto una carriera all’insegna di un rock-blues sanguigno e potente sul genere di Dana Fuchs e Beth Hart, grazie ad una voce splendida ed al fatto di essere una performer di notevole presenza fisica, cosa che l’ha portata ad essere richiesta anche come attrice e giudice in diversi talent musicali. Queste attività parallele possono senza dubbio averla distratta, dato che dal 2009 bisogna arrivare fino al 2017 per avere un suo disco nuovo, che poi nuovo al 100% non era in quanto Racine Revisited, come suggerisce il titolo, eea la reincisione ex novo brano dopo brano di Racine, il suo album più popolare uscito originariamente nel 1992. Per fortuna non abbiamo dovuto aspettare altri otto anni per avere un nuovo CD accreditato alla Jordan dato che è da poco uscito Rebel Moon Blues, album in cui Sass omaggia grandi bluesman del passato incidendo una serie di cover (lasciando quindi i dubbi su un sopravvenuto “blocco della scrittrice”, anche se qui su otto brani totali c’è almeno una nuova canzone scritta da lei), e dandoci in definitiva il primo album di puro blues della sua carriera.

Sì, perché se da un lato è vero che nella musica di Sass la componente blues è sempre stata molto presente, un disco come Rebel Moon Blues non lo aveva mai fatto, ed una volta ascoltato l’album fino in fondo devo dire che ne valeva la pena: infatti la Jordan, oltre a confermarsi una cantante carismatica e dalla voce superba, si rivela essere anche un’interprete coi fiocchi, che non si limita a riproporre pedissequamente versioni standard di classici del blues ma riesce a rimodellarli adattandoli alla perfezione alla sua ugola possente ed alle sue ottime doti di performer. In più, Sass è accompagnata da una band coi fiocchi, gli Champagne Hookers, che forniscono ai brani un background sonoro di tutto rispetto: i due elementi che si elevano sono Chris Caddell, superbo chitarrista capace di straordinari assoli ma mai senza strafare ed in grado di restare nelle retrovie se necessario (un po’ come Jimmie Vaughan nel suo ultimo Baby Please Come Home) ed il bravissimo armonicista Steve Marriner, ma anche gli altri membri suonano come Dio comanda (Jimmy Reid alla chitarra ritmica, Jesse O’Brien al pianoforte, Derrick Brady al basso e Cassius Pereira alla batteria).

L’album parte con il classico di Sleepy John Estes Leaving Trunk, che inizia con un’armonica dal timbro decisamente blues e la sezione ritmica che entra sicura un attimo prima della voce arrochita di Sass, un concentrato di potenza, grinta e feeling che contrasta apertamente con il suo aspetto fisico di bionda piuttosto avvenente: bella versione, tosta e bluesata fino al midollo. La nota My Babe di Willie Dixon viene trattata coi guanti bianchi: ancora la splendida armonica di Marriner protagonista quasi alla pari della Jordan, tempo cadenzato, chitarra che detta il ritmo e naturalmente la voce sicura e sensuale della leader; Am I Wrong è un pezzo di Keb’ Mo’ ed è proposto sottoforma di gustoso boogie blues “rurale” dominato dalla slide acustica e con la grande voce di Sass che fornisce il supporto adeguato. One Way Out è proprio lo standard di Elmore James e Sonny Boy Williamson che però sarà per sempre legato alla Allman Brothers Band, ma anche la Jordan fa la sua bella figura con una cover decisamente calda e passionale, in cui l’artista di Montreal canta unendo grinta e classe, e Caddell rilascia una prestazione eccezionale alla slide questa volta elettrica: grande rilettura.

Palace Of The King è un classico di Freddie King (scritto però da Leon Russell con Don Nix e Donald “Duck” Dunn), e vede ancora la chitarra protagonista (non più slide ma “claptoniana”), mentre sulla voce di Sass non mi esprimo più per non essere ripetitivo: il ritornello corale, maestoso, assume tonalità quasi gospel; The Key è l’unico pezzo scritto dalla Jordan, e pur mantenendo elementi blues nel suono si tratta di una rock’n’roll song al 100%, in cui la bionda cantante fa il bello e cattivo tempo con indubbio carisma e ci consegna una prestazione trascinante. La formidabile Too Much Alcohol (di JB Hutto), è puro Mississippi blues, con voce (e che voce), slide acustica e pathos a mille, e porta alla conclusiva Still Got The Blues, una delle signature songs di Gary Moore, una sontuosa ballad riletta in maniera strepitosa per quanto riguarda la parte vocale e più che adeguata dal lato strumentale (d’altronde Moore come chitarrista non si batte facilmente).

Un gran bel dischetto per una grande voce (anche se non avrei disprezzato un paio di brani in più): ora spero di rivedere il nome di Sass Jordan di nuovo tra noi a breve, magari con un album di canzoni nuove.

Marco Verdi

Uno E Trino, Bravissimo Sempre E Comunque. Mike Mattison – Afterglow

mike mattison afterglow

Mike Mattison – Afterglow – Landslide Records

Potremmo definire Mike Mattison come un artista uno e trino, visto che divide la sua attività in tre diverse direzioni: come voce di supporto e autore nella Tedeschi Trucks Band, come leader degli eccellenti Scrapomatic https://discoclub.myblog.it/2012/10/08/gregari-di-lusso-o-qualcosa-di-piu-scrapomatic-i-m-a-strang/  e anche con una carriera solista. In questo ambito Afterglow è il suo secondo disco in proprio, dopo l’ottimo You Can’t Fight Love, uscito nell’ormai lontano 2014, sempre per la Landslide Records. Diciamo in proprio anche se poi a ben vedere, oltre a Mattison, che ovviamente, canta e suona la chitarra ritmica (regalatagli da Derek Trucks), lo affiancano Tyler Greenwell della TTB, e anche degli Scrapomatic. alla batteria, nonché co-produttore dell’album (e qualcuno non ha apprezzato fino in fondo il tipo di suono utilizzato per il CD), Dave Yoke, anche lui compagno di avventura in entrambe le formazioni, che vengono aiutati da Frahner Joseph, bassista degli ottimi Delta Moon, Paul Olsen chitarra e co-autore con Dave e Derek Trucks della title-track, mentre le parti di tastiera aggiunte in un paio di brani sono di Kofi Burbridge, lo scomparso membro (nel gennaio 2019), della TTB e nel resto del disco di Rachel Eckroth della band di Rufus Wainwright.

Quindi potremmo dire i “soliti noti”, ma quello che è inatteso è lo stile o meglio gli stili musicali impiegati nell’album, non il rock-blues con venature R&B della TTB, non lo swamp-blues-rock degli Scapomatic o del precedente album solista, ma un folk-country-roots, dove non mancano le componenti sonore appena citate, ma il suono è decisamente più minimale e intimo, anche se la voce di Mike ha comunque modo di mettersi in evidenza: come nella iniziale Charlie Idaho, una sorta di bellissima murder ballad ispirata da una storia riportata nel libro di Alan Lomax The Land Where The Blues Was Born, ricca di pathos e suonata con classe e raffinatezza dai vari musicisti, con una specie di “chitarrone” ricorrente e il piano, che caratterizzano l’atmosfera sospesa della canzone. Afterglow addirittura vira verso il country, con un andatura brillante e gioiosa sempre percorsa da una chitarra sbarazzina e da preziosi intrecci vocali, ovviamente a questo punto mi dissocio dal mancato apprezzamento del sound espresso prima, in quanto questo approccio rootsy e quasi campagnolo è proprio uno degli atout dell’album; Deadbeat, a dispetto del titolo, è un altro dei brani più mossi del disco, su una base di chitarre acustiche ed elettriche e di voci stratificate, il piano della Eckroth sempre presente e una andatura deliziosamente ondeggiante, Mattison canta con grande souplesse e classe, degna di certe canzoni sudiste della Band.

World’s Coming Down è un country-blues taglio Americana, sempre soffuso di quello stile southern laidback e pigro, raffinato ma anche con un piglio autorevole e gagliardo nella voce di Mike e negli arrangiamenti corposi; All You Can Do Is Mean It è una specie di sognante ballata, quasi con retrogusti beatlesiani, in particvolare quelli delle canzoni di Harrison, da sempre innamorato del suono “americano”, con elettrica e piano a sottolineare questa sorta di valzerone delicato https://www.youtube.com/watch?v=t0ni3tFlYnE , mentre Kiss You Where You Live ha ancora quel tocco twangy ed esuberante, con elementi roots e pettyani, una batteria con il “phasing” che rievoca ricordi di leggera psichedelia, veramente squisito poi l’intervento della solista di Yoke nella parte centrale. I Was Wrong, con la voce prima in leggero falsetto e poi con un inquietante distorsione rilascia impressioni di uno psych blues, scandito e minaccioso, lasciando a On Pontchartrain il compito di riportarci di nuovo verso quel suono country-blues delle radici, che mi ha ricordato anche il Bob Dylan del periodo Nashville, malgrado la voce naturalmente sia molto diversa, bellissimo il lavoro della chitarra. Per I Really Miss You, il brano firmato con Kofi Burbridge, qui impegnato alle tastiere, Mattison sfodera il suo falsetto d’ordinanza, tra Prince e Al Green, per una morbida soul ballad che illustra anche il suo lato più black, poi ribadito nella decisamente più rude e cattiva Got Something For You, dal suono più grintoso, con batteria e chitarre elettriche molto più presenti e decisive.

Un album complessivamente dal suono eclettico e che potrebbe risultare dispersivo ma che mi sembra alla fine funzioni in modo egregio.

Bruno Conti