Anche Il Canada Dà Il Suo (Ottimo) Contributo Alla Causa Del Blues. Big Dave Mclean -Pocket Full Of Nothin’

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Big Dave Mclean – Pocket Full Of Nothin’ – Black Hen Music

Big Dave McLean è una (mezza) leggenda del blues canadese, un veterano,  in attività già dagli anni ’70, ma con soli sei album nel suo carnet, questo Pocket Full Of Nothin’ è il settimo, in una carriera che gli ha fatto avere diversi riconoscimenti in patria, l’ultimo dei quali l’Order Of Canada, per i contributi alla cultura del proprio paese (premio che gli verrà assegnato insieme a Garth Hudson). Il nostro amico è chitarrista, armonicista, autore di canzoni (in questo album tutte, meno tre) e ovviamente cantante: il disco è prodotto da Steve Dawson, altro ottimo musicista canadese, che è pure il boss della Black Hen, ma in passato McLean ha pubblicato anche con la Stony Plain, altro presidio della musica di lassù, in una nazione che cura anche molto la promozione dei prodotti locali, insomma quando sul retro dei dischetti vedete i marchi Canada o Factor, o entrambi, vuole dire che il governo locale ci ha messo lo zampino con un contributo. Tornando al CD , ad accompagnare il nostro ai vari tipi di chitarra, acustica, elettrica, National, steel, slide e alle armonie vocali curate da Dawson, troviamo Gary Craig alla batteria, Jeremy Holmes a basso e contrabbasso, Chris Gestrin a piano, organo e Wurlitzer, oltre ad una piccola sezioni fiati, con il risultato si un suono spesso pieno e corposo, con elementi  aggiunti folk, R&B e di roots music, che lo rendono un lavoro eclettico e più variegato di altri dischi precedenti.

Con il risultato, come si diceva all’inizio, che questo Pocket Full Of Nothin’ sia un album molto godibile: e sicuramente non guasta che il buon Big Dave McLean sia anche in possesso di una voce scura, rauca e vissuta, comi dimostra subito nell’iniziale Songs Of The Blues, un brano mosso e compatto, dove la slide si intreccia di continuo con i fiati  e il sound sta alla intersezione tra Memphis soul e Blues e ritmi alla Get Back dei Beatles. Un organo malandrino e la solita slide, oltre alla voce spiegata di MCLean, sono al centro della vibrante Don’t Be Layin’ That Stuff On Me, sempre con fiati pronti alla bisogna per tocchi di sano R&B, che sfociano anche in un caldo assolo di sax nel finale, mentre la scandita Backwards Fool è più tipicamente blues, con pianino di ordinanza e l’armonica a dare man forte alla voce quasi “incazzata” di Big Dave, seguita dalle volute tra R&R e swing anni ’50 della nostalgica All Day Party, con il contrabbasso slappato e il piano a dettare i tempi, mentre il call and response vocale con tutta la band la rende più gradevole. La prima cover è Voodoo Music ,un brano firmato da JB Lenoir e Wille Dixon, che va alle radici di quel blues che è da sempre la sua stella maestra, con un arrangiamento ondeggiante che lo avvicina a certe parafrasi sonore alla Taj Mahal, mentre l’organo scivola godurioso, ah se scivola, insieme ad una delle solite slide vagamente cooderiane; il vocione è poi ancora in azione anche in Baby.

Just To be With You è un vecchio brano, poco noto, del Muddy Waters di metà anni ’50, classico Chicago Blues ruvido, con chitarra elettrica e slide, oltre all’organo, in azione e un impeto percepibile nella voce di McLean, grande brano, When I Was Young è un ottimo ed allegro stompin’ blues con tocchi acustici, seguito da una di nuovo quasi acustica You’ve Been Told, tra ragtime e barrelhouse, mentre forse mi aspettavo qualcosa di più dalla versione di Midnight Rider di Gregg Allman, con il nostro non del tutto a suo agio con le sue tonalità più basse rispetto al cantato più disteso dell’autore, comunque la band si disimpegna, sempre tra bottleneck minacciosi, armonica e fiati https://www.youtube.com/watch?v=nuPtawhXxfE ; Manitoba Mud porta le grandi distese del Canada verso le paludi del Mississippi e della Louisiana con una melodia ben congegnata e il solito arrangiamento rigoglioso https://www.youtube.com/watch?v=VzHQi5MXAUY , prima di congedarci con il suono delle radici di una There Will Always Be A Change, sempre deliziosamente retrò e frizzante nel suo dipanarsi. Tutto l’insieme risulta quindi molto piacevole e ben congegnato, con delle atmosfere che a tratti rievocano pure le Seeger Sessions di Springsteen.

Bruno Conti

Ecco Il Secondo Capitolo: Forse Meno Interessante Del Primo. Myles Goodwin – Friends Of The Blues 2

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Myles Goodwin – Friends Of The Blues 2 – Linus Entertainment   

All’incirca un anno e mezzo fa era uscito il capitolo uno di questo Friends Of The Blues https://discoclub.myblog.it/2018/03/29/dopo-una-lunga-carriera-con-i-rockers-canadesi-april-wine-anche-lui-passa-al-blues-myles-goodwin-and-friend-of-the-blues/, concepito da Myles Goodwin, per moltissimi anni voce e chitarra solista degli April Wine, una delle band più popolari canadesi, sempre in bilico tra hard rock, rock-blues e classico “rock americano”, comunque diciamo che il nostro amico questa passione per il Blues non l’ha scoperta solo oggi: d’altronde, come dissero Sonny Terry & Brownie McGhee con una felicissima espressione, “the blues had a baby and they called it rock and roll”! Quindi questa tardiva passione non ci deve sorprendere, anche se poi, a ben vedere, non è che il suono differisse molto rispetto a quello da sempre praticato dal buon Myles, forse solo più rigoroso e meno caciarone.

Si sa che spesso questi di tipi di album sono anche l’occasione per ritrovarsi tra amici per fare un po’ di buona musica, anche se la connotazione Friends (maiuscolo) di solito indica che partecipano musicisti importanti e/o molto conosciuti, e diciamo che di nomi veramente “celebri” qui ce ne sono pochi, forse nessuno: tra quelli “noti” potremmo citare Kenny “Blues Boss” Wayne, John Campelljohn (che io sono sempre stato convinto si chiamasse Campbelljohn, anche nelle copertine dei suoi album, ma ora scopro che, forse, la b non c’è), Matt Andersen e il redivivo David Gogo, gli altri mi sono più o meno ignoti, ma basta documentarsi. Per il resto ci sono diversi musicisti che si alternano a batteria e basso per la sezione ritmica: altra particolarità, come nel disco precedente, i brani non sono classici del blues, ma portano tutti la firma di Goodwin, con una eccezione. Il compito di aprire l’album è affidato alla collaborazione con Kenny Wayne, uno dei rari pianisti, tra una marea di chitarristi e armonicisti, che accarezza con voluttà i tasti del suo strumento in un viaggio che ci accompagna dalle paludi della Louisiana lungo le strade del blues, con le due coriste che sostengono la vocalità di Myles che, come nel disco precedente, non è proprio quella del bluesman provetto, diciamo appena  adeguata alla bisogna, mentre sul lato chitarristico comincia a lavorare di fino alla sua solista in questa brillante Hip Hip.

Nella successiva ballad Like A Dog Ain’t Had It’s Day scendono in campo il tastierista Ross Billard e Matt Andersen all’acustica, ma la canzone risulta un po’ moscia e zuccherina, appena meglio All Over Now, che se ci aggiungiamo un It’s davanti è il celebre brano di Bobby Womack, però rallentato, sino a perdere del tutto la sua grinta, per fortuna che Shrimp Daddy all’armonica e John Camp(b)ell John alla slide provano a vivacizzare il tutto, ma giusto uno zinzinino. You Got It Bad è un blues acustico abbastanza scolastico e contato, Fish Bank Blues con l’uso di una bella slide tangenziale, suonata da Will Van Habsold, sarebbe decisamente meglio, peccato per l’uso del drum programming (con 4 batteristi a disposizione!), comunque in uno slow blues ci può stare. Speedo (revisited) sarebbe il famoso brano doo-wop rivisto, ma per quanto godibile, l’originale era meglio, insomma da quanto detto finora non è che il disco entusiasmi, però ogni tanto si rivitalizza come nel boogie grintoso di Daddy Needs New Shoes dove Campbelljohn alla slide e Goodwin si sfidano con gusto e grinta, nel lentone Being Good, cantato insieme alla la brava Angel Forrest https://www.youtube.com/watch?v=iZGIeszBjA8 , nella programmatica I Love My Guitar con un bel assolo di Goodwin, nel rockabilly Help Me Baby e nel blues-rock sapido di I Saw Someone That Wasn’t There, con l’ottimo David Gogo.

Ma lo yodel nella bonus track finale che cacchio c’entra con il resto?

Bruno Conti

Un Trio Di Gregari Ed I Loro Amici Si Divertono Alla Grande. The Texas Horns – Get Here Quick

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The Texas Horns – Get Here Quick – Severn Records

Il nome Texas Horns, scorrendo le note dei dischi di blues e soul, ricorre in decine di album ormai da svariate decadi, soprattutto nella persona del leader Mark “Kaz” Kazanoff, al sax tenore, ma anche i colleghi John Mills al sax baritono e Al (Adalberto all’anagrafe, giuro) Gomez alla tromba, non è infrequente trovarli nei credits di svariati album  di molti musicisti legati al genere, e non solo quelli provenienti dal Texas. Però, se non mi è sfuggito qualcosa, questo è solo il secondo disco che pubblicano a proprio nome dopo l’ottimo Blues Gotta Holda Me, uscito per la VizzTone nel 2015, e che prevedeva la presenza di alcuni ospiti nei vari brani: ma questa volta hanno fatto le cose in grande, infatti contando i nomi degli special guests riportati nel retro della copertina ce ne sono ben 17. Cantanti, chitarristi, tastieristi, bassisti e batteristi, ma niente armonicisti per l’occasione, anche perché con tre musicisti che soffiano con forza nei rispettivi strumenti a fiato, forse sarebbero risultati ridondanti.

Comunque tra pezzi cantati e strumentali il disco suona veramente gagliardo e pimpante, con una serie di canzoni che regalano allegria, classe e perizia tecnica a piene mani, un suono veramente fresco e godibile, come raramente capita di ascoltare, ma che non stupisce vista la bravura dei musicisti coinvolti, che ora vediamo. Oltre a tutto Kazanoff, a differenza dei pard, non è manco texano, essendo nato in Massachusetts, ma non stiamo a sottilizzare: l’iniziale Guitar Town, non quella di Steve Earle, ma un originale di Mills, mette subito le cose in chiaro su cosa aspettarsi, una sinuosa linea di chitarra  da parte di Anson Funderburgh, sostenuto da Johnny Moeller, Red Young alle tastiere, Guy Forsyth alla voce solista, Carolyn Wonderland alle armonie, ed una solida sezione ritmica con Russell Jackson al basso e Tommy Taylor alla batteria, sul tutto imperversano, sia a livello solista che di accompagnamento i fiati dei titolari del disco. I’m Doing Alright. At Least For Tonight, scritta da Kazanoff è anche meglio, ritmo sincopato ed irresistibile, la voce potente della Wonderland, anche alla chitarra elettrica, Nick Connolly alle tastiere, Chris Maresh al basso, e assoli di sax e tromba come piovesse; Feelin’ No Pain, di nuovo di Mills, è il primo strumentale, con Moeller che è la chitarra solista per l’occasione, altro brano da soul revue con Young al piano e Moeller appunto, a titillare il trio di fiatisti, sempre molto vivaci.

Fix Your Face l’ha scritta Gary Nicholson, che se la canta anche, lui viene da Nashville, Tennessee, ma come autore ha firmato brani per molti dei nostri preferiti (Buddy Guy, Bonamassa, Willie Nelson, Delbert McClinton, che stilisticamente ricorda molto, i primi che mi vengono in mente, bastano?) e in questo vibrante blues-rock, con Ronnie Earl alla chitarra in un assolo da urlo, tiene alto il livello del CD https://www.youtube.com/watch?v=NNkXqmTm1RM . Get Here Quick è un altro strumentale molto coinvolgente, fiati a manetta, il piano elettrico e la chitarra di Moeller, e vai con un rockin’ swing soul delizioso; per Love Is Gone, sempre del  buon Kaz come la precedente, arrivano la voce vellutata di John Nemeth e la chitarra di Denny Freeman, per  una splendida soul ballad ispirata da Dark End Of The Street, sempre con fiati a profusione, seguita da un altro vorticoso strumentale come 2018 con Moeller e Connolly in evidenza, e poi ancora, a seguire, troviamo un altro vocalist sopraffino come Curtis Salgado (il Blues Brother originale), che canta da par suo un errebì vibrante come Sundown Talkin’ https://www.youtube.com/watch?v=GHvmiDDs2Pk , prima di lasciare spazio ad un altro strumentale, Funky Ape, che svela le sue intenzioni sin dal titolo, Moeller e Connolly sempre protagonisti, mentre Kazanoff suona per l’occasione uno strano  synth dal “suono umano”.

Tornano ancora Nicholson e Funderburgh per un altro tuffo nel sinuoso R&B di gran classe che risponde al nome di Soulshine, una delizia per i nostri padiglioni auricolari, come non manca di soddisfare anche l’unica ventura come vocalist di Kazanoff, che non sarà un gran cantante, anzi, ma si porta dietro tre chitarre soliste, di nuovo Moeller, poi Derek O’Brien alla slide e Jon Del Toro Richardson, per un pungente rock-blues di quelli vispi e briosi. A chiudere, un altro strumentale vigoroso, Truckload Of Trouble, dove Ronnie Earl e Denny Freeman si sfidano a colpi di chitarra, mentre Kazanoff, Mills e Gomez non stanno a guardare e dicono (anzi suonano) la loro. Proprio un bel dischetto, anche se siamo in ritardo sull’uscita, consigliatissimo.

Bruno Conti

Per La Prima Volta In Versione Acustica. Bob Margolin – This Guitar And Tonight

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Bob Margolin – This Guitar And Tonight – VizzTone Label Group

Bob Margolin ha anche lui tagliato quest’anno il traguardo dei 70 anni (come molti altri nel 2019, uno per tutti Bruce Springsteen) ma non dà segnali di voler rallentare la sua attività discografica, in questo aiutato dal fatto di essere uno dei manager e soci fondatori della VizzTone, quindi una etichetta che gli pubblica gli album sicuramente non gli manca. Non è che comunque il nostro se ne approfitti più di tanto, visto che questo è solo il quinto album della decade in corso, inclusi uno in coppia con Ann Rabson e un Live accompagnato dagli italiani della Mike Sponza Band. Ma dopo quasi i cinquant’anni trascorsi dalla sua lunga militanza come sideman di Muddy Waters e i circa trenta dal suo primo disco, questo This Guitar And Tonight è il primo album acustico della sua discografia: solo voce, la sua fedele Gibson L-00 degli anni ’30, dal suono cristallino e un paio di “aiutini” di Jimmy Vivino e Bob Corritore (con cui collabora nei Bobs Of The Blues).

Astutamente, nelle note dell’album, Margolin ricorda che Muddy Waters, quando gli chiese se preferiva le chitarre acustiche o quelle elettriche, gli rispose “Cue-Stick! Electric Is An Unfriendly Sound!”.  Cue-Stick, stecca da biliardo, è il termine gergale con cui si indica una chitarra acustica, peccato che comunque Waters abbia praticamente sempre suonato in modalità elettrica nel corso della sua carriera. Ma è come disquisire sul sesso degli angeli, considerando che alla fine This Guitar And Tonight è un ottimo album: la voce, con l’età, ha acquisito una autorevolezza ed una intensità che forse prima non aveva, e anche la parte strumentale, per quanto scarna e asciutta è estremamente efficace, tanto che qualcuno lo ha addirittura paragonato ai dischi di Son House. La title track apre le operazioni, si tratta del duetto con Jimmy Vivino, che suona una chitarra dalla strana accordatura che sembra quasi un mandolino, l’atmosfera sonora è quella dei dischi Blues classici degli anni ’20, ma senza i fruscii, i crepitii delle vecchie registrazioni, arcano ma “moderno” al contempo.

Tutte le canzoni sono state scritte da Bob per l’occasione, ma ovviamente seguono gli stilemi e i contenuti testuali delle 12 battute classiche, prendiamo Evil Walks In Our World, i pericoli oltre che dalle solite fonti vengono anche dalle fake news, dal riscaldamento globale e dalle diavolerie dell’epoca moderna, con quelle che sembrano due chitarre in azione, una in modalità slide; bottleneck in azione anche nella minacciosa Over Time, mentre Dancers Boogie è un intricato brano quasi a tempo di ragtime, con Blues Lover, direi una dichiarazione di intenti, scritta con Mark Kazanoff, e con Bob Corritore che aggiunge la sua armonica, in un brano che profuma di vecchi vinili di Sonny Terry e Brownie MCGhee. Good Driving Song, dall’andatura ondeggiante è uno strumentale dove Margolin dimostra tutta la sua tecnica sopraffina, ma anche un feeling innato per il blues acustico, come ribadisce l’approccio minimale alla materia profuso nel talking blues di I Can’t Take Those Blues Away, che con il suo cantato laconico ed ironico ricorda certe cose del collega David Bromberg. In Together forse la parte cantata è un po’ sforzata e sopra le righe, ma è un peccato veniale, prima della conclusione affidata alla lunga e vivace, almeno  a livello musicale Predator, che ha un riff che secondo me farebbe un figurone in veste elettrica, mentre ripercorre in un altro talking blues le vicende dell’epoca di JF Kennedy e poi il suo incontro con il suo mentore il grande Muddy Waters e le loro vicende intrecciate, che vengono ricordate con affetto quasi reverenziale.

Bruno Conti

Uno Dei Migliori Chitarristi In Circolazione Si Scopre Anche Cantante. Dave Specter – Blues From The Inside Out

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Dave Specter – Blues From The Inside Out – Delmark Records

Dave Specter da Chicago, è giustamente considerato uno dei migliori chitarristi in circolazione nell’ambito del blues e dintorni, in quanto comunque nella sua musica, oltre alle 12 battute classiche, sono sempre confluiti elementi jazz, rock, soul, funky, qualche tocco di gospel, in dischi in passato quasi sempre rigorosamente strumentali: o meglio il nostro amico, nei nove album di studio e un paio di live che avevano preceduto questo Blues From The Inside Out, non aveva mai spiccicato una parola, “limitandosi” a suonare la sua Gibson (e ogni tanto la Fender), con uno stile, una tecnica ed un feeling inimitabili, ma, soprattutto negli ultimi anni, in particolare nel penultimo eccellente Message In Blue, utilizzando vocalist esterni per alcuni brani cantati, nel disco in questione tre con Brother John Kattke e tre con il compianto Otis Clay https://discoclub.myblog.it/2014/07/07/messaggio-pervenuto-forte-chiaro-dave-specter-message-blue/ .

Ma nel frattempo, dopo 35 anni di onorata carriera, e a sei anni dall’album precedente ha deciso che era il momento di fare il suo esordio anche come cantante: e i fatti gli danno ragione, visto che il nuovo CD è probabilmente il suo migliore di sempre, in una sequenza di uscite che ha  peraltro mantenuto sempre elevati livelli qualitativi. Ovviamente, un po’ come nel caso della coperta di Linus, non sentendosi completamente sicuro, Specter comunque lascia spazio in alcuni brani all’amico Brother John Kattke, impiegato anche ad organo e piano, e a Sarah Marie Young in una canzone, non trascurando i suoi proverbiali pezzi strumentali . In alcune tracce appare la sezione fiati dei Liquid Horns, il percussionista Ruben Alvarez, i vocalist aggiunti Devin Thompson e Tad Robinson (già utilizzato in passato in diversi album), e come ospite in due brani Jorma Kaukonen, che ne firma anche uno con Specter. Per questo suo esordio come autore di testi il nostro amico ha toccato anche temi sociali e politici, in questi tempi travagliati per la società americana (a parte l’economia dell’elite Trumpiana, che galoppa a ritmi folli macinando record): una nota di merito alla bella copertina che cromaticamente ricordail classico Time Out di Dave Brubeck, e ci tuffiamo subito nel primo brano, la title track Blues From The Inside Out, un classico shuffle dove Specter fa il suo esordio canterino, con una voce diciamo non memorabile, ma adeguata alla bisogna, mentre con l’aiuto di Kattke al piano Dave comincia a scaldare il suo strumento.

Ponchantoula Way è un brano più mosso, con l’uso di fiati e percussioni, Kattke sempre molto presente al piano, con retrogusti funky soul made in Louisiana, un ritmo ondeggiante e un assolo di chitarra di grande tocco e finezza da parte di Specter; March Through The Darkness, cantata da Kattke, è un omaggio alla illustre concittadina di Chicago Mavis Staples, una splendida deep soul ballad dal messaggio sociale che vive anche sul lavoro di cesello di tutta la band, e soprattutto di Dave che ci regala un assolo caldo e delizioso, di una fluidità disarmante, seguito da quello di Brother John https://www.youtube.com/watch?v=utC3qX5pLG4 . Sanctifunkious, come altri pezzi strumentali con nomi simili dal passato di Specter, prende l’ispirazione dal funky-jazz di Meters e Neville Brothers, grande groove e assoli ricchi di feeling, incluso uno incredibile al waw-wah https://www.youtube.com/watch?v=1cJTWrK0MeA , altro brano con messaggio (contro Trump) è How Low Can One Man Go, con un titolo simile a quello di un pezzo di Robert Cray Just How Low, un bluesaccio sporco e torrido alla John Lee Hooker, di nuovo con wah-wah a manetta e Jorma Kaukonen che risponde colpo su colpo. Asking For A Friend è cantata da Specter, un altro blues scandito in puro stile Chicago, con le consuete folate della solista di Dave, mentre Minor Shout è un altro dei suoi raffinati strumentali, un brano lungo e sinuoso basato sull’interplay con l’organo di Kattke, e atmosfera tinta di latin-jazz à la Santana, anche grazie alle percussioni dell’ottimo Alvarez.

The Blues Ain’t Nuthin’ è il brano con il testo firmato da Kaukonen, cantato nuovamente dall’ottimo Kattke, che come è noto agli aficionados delle 12 battute è un eccellente vocalist, un electric blues con uso fiati che sembra uscire da qualche vecchio vinile di Mike Bloomfield, grazie alla limpidissima solista di Specter ben spalleggiata da quella di Jorma https://www.youtube.com/watch?v=KixdZ9ZieFM , Brother John che si ripete anche nella divertente ed ondeggiante Opposites Attract, lasciando poi spazio alla solista del nostro nello strumentale groove oriented con fiati Soul Drop che all’inizio ha un riff alla On Broadaway , che è poi un tema sonoro ricorrente nel corso del brano. Wave’s Gonna Come è una deliziosa ballata introdotta dall’acustica dell’autore Bill Bricta e cantata in modo imperioso da Sarah Marie Young, con la pungente solista di Specter a mettere il marchio su questa eccellente canzone https://www.youtube.com/watch?v=4EIBkB7PEtA . A chiudere un altro strumentale, la morbida String Chillin’, tra blues e jazz, con Kattke al piano a spalleggiare le splendide evoluzioni della solista del nostro amico, che si conferma uno dei “maghi” della chitarra, se non lo conoscete già, assolutamente da scoprire. Come si suole dire, gran bel disco!

Bruno Conti

Steve Miller Band – Tra Blues, Rock E Psichedelia! Parte II

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Seconda parte.

Gli Anni del Grande Successo 1976-1983 (Mercury Years In Europa)

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Fly Like An Eagle – Capitol 1976 ****

Da questo album in avanti I dischi della Steve Miller Band in Europa cominciano ad uscire per la Mercury, mentre in America rimangono su etichetta Capitol. Il successo si fa travolgente, i dischi vendono a vagonate (questo LP 4 milioni di copie) ma la qualità è ottima, come pure le critiche: ormai il nostro amico ha perfezionato quello space-rock-blues (esemplificato dalla Space Intro posta in apertura) che aveva sperimentato per la prima volta su The Joker. Aiutato dal suo “nuovo” trio dove Lonnie Turner è rientrato al basso e Gary Mallaber è il batterista perfetto, Miller è diventato anche un provetto creatore di singoli di successo, con riff immediati e un suono solare ed accattivante, Fly Like An Eagle, Take the Money And Run e Rock’n Me sono tre perfetti esempi di questo rock fruibile, “scivolante” e tipicamente americano, con Steve che oltre a suonare le chitarre si occupa anche delle tastiere, tra cui il famoso synth ARP Odyssey per gli effetti spaziali, e produce pure.

Forse non tutto l’album è indimenticabile come i tre brani principali, ma Wild Mountain Honey, con Miller anche al sitar, è fascinosa e sognante, la cover di Mercury Blues di KC Douglas (di cui ricordo una versione micidiale di David Lindley su El-Rayo X), ancora una volta attinge dal suo grande amore per le 12 battute, Serenade ha lo stesso incipit di All Along The Watchtower, e Dance Dance Dance, con John McFee al dobro, sembra un brano di John Denver o dei Poco, ma di quelli belli, e pure la cover di You Send Me di Sam Cooke non sfigura. Sweet Maree è il blues che non può mancare, con James Cotton all’armonica e anche la dolce The Window posta in conclusione è un buon brano.

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Book Of Dreams – Capitol 1977 ****

Le canzoni di questo album sono state registrate, come detto, nelle stesse sessions del precedente disco, quindi il suono e l’approccio musicale sono gli stessi: Jet Airliner è il mega successo del LP, ma anche gli altri due singoli Swingtown e Jungle Love, scritta con Greg Douglass, che suona la slide nel brano, sono di ottima fattura. Solita intro spaziale in Threshold, seguita dal riff irresistibile di Jet Airliner, poi Winter Time, con l’amico Norton Buffalo all’armonica, delicata ballata elettroacustica di stampo West Coast, la galoppante Swingtown, questa volta con il coretto preso in prestito da The Lion Sleeps Tonight, e un altro tuffo nei sixties “millerizzati” di True Fine Love.

Mentre tra i brani non memorabili il pseudo prog della sintetica Wish Upon A Star e il finto celtic rock di Babes In The Wood.  Decisamente meglio la ricordata Jungle Love, altro riff’n’roll à la Miller, la morbida psichedelia di Sacrifice e My Own Space, The Stake che ricorda (vagamente) Rocky Mountain Way di Joe Walsh. Forse un filo inferiore a Fly Like An Eagle, ma ancora un ottimo album. Nel 1978 esce Greatest Hits 1974-1978****, che vende un “gazilione” di copie (14 milioni per la precisione) e contiene ben sette brani di Book Of Dreams.

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Circle Of Love – Capitol 1981 ***

A questo punto si poneva il problema di un nuovo album, Byron Allred è il nuovo tastierista, ma Miller sembra avere esaurito il meglio del suo repertorio e anche se “Paganini non ripete”, lui lo fa, in peggio, con le canzoni del nuovo album. La lunga Macho City che occupa l’intera seconda facciata del disco è un cosiddetto space blues, che però vira pericolosamente verso il disco-rock e l’approccio parlato che vorrebbe essere simile allo Zappa  più commerciale in effetti è solo noioso e ripetitivo, e si anima solo per brevi tratti. Le quattro canzoni del primo lato forse sarebbero state un discreto mini album: Heart Like A Wheel, tra surf e Buddy Holly, Get On Home, un rockettino leggero leggero, il doo-wop di Baby Wanna Dance e la title track Circle Of Love un pop gradevole alla Beach Boys con belle armonie vocali e un paio di assoli raffinati di Miller, un po’ poco invero, e il disco non vendette neppure molto.

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Abracadabra –Capitol 1982 **1/2

Il disco seguente è forse anche peggio, molta musica pop ma eseguita con un sound pseudo New Wave, infarcito di tastiere, come nell’iniziale Keeps Me Wondering Why, oppure la disco-rock di Abracadabra molto anni ’80, e pure Something Special nonostante la presenza di Greg Douglass o il singolo sixties Give It Up, tra doo-wop e Beach Boys, non brillano molto. Never Say No ricorda il sound di Greg Kihn che l’anno dopo avrà successo con Jeopardy, Things I Told You sembra un brano dei Police meno ispirati e così via fino alla fine del disco, che però va al n°3 delle classifiche e vende un milione di copie.

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Steve Miller Band – Live! – Capitol 1983  ***1/2

Non un disco dal vivo memorabile, ma ci sono tutti i successi, incisi nel tour del 1982: formazione ampliata per aggiungere i due chitarristi extra, già presenti nel disco precedente, John Massaro e Kenny Lee Lewis, oltre a Norton Buffalo all’armonica che cerca di fare del proprio meglio per dare varietà alle versioni, in parte riuscendoci, anche se sono spesso molto simili a quelle dei dischi in studio: però Gangster Of Love, Rock’n Me, una bluesy Living In The Usa, Fly Like An Eagle, Jungle Of Love, The Joker, una pimpante Mercury Blues, con Steve Miller finalmente grintoso alla chitarra, Take The Money And Run, Abracadbra (no questa no), Jet Airliner, tutte in fila, fanno il loro effetto. Peccato che Buffalo’s Serenade un “bluesone” strumentale di quelli duri e puri non fosse presente nel disco originale, ma solo come bonus nella edizione in CD (però nelle edizioni successive non c’è più, neppure nel box di inediti e rarità Welcome To the Vault).

Dal 1985 a oggi, tra alti (pochi) e bassi.

Italian X-Rays – Capitol 1984  ** Per la serie non c’è fine al peggio Italian X-Rays, come direbbe il La Russa di Fiorello “ è veramente brutto”, un disco elettronico e sintetico dove non si salva nulla, neanche le vendite (forse, a cercare col lanternino Golden Opportunity). Di Living in the 20th CenturyCapitol 1986 – **1/2 salviamo, molto a fatica, la sequenza rock e blues di I Wanna Be Loved, My Babe, Big Boss Man, Caress Me Baby (un bel slow) e Ain’t That Lovin You Baby, anche se il sound è spesso pessimo. Forse la migliore Behind The Barn con doppia armonica, Norton Buffalo/James Cotton. Born To Be Blue – Capitol 1988 – **1/2, il primo disco solo di Steve Miller senza band, sulla carta è interessante, con il ritorno di Ben Sidran alle tastiere, e una selezione di jazz standards, ma il suono, con poche eccezioni, e nonostante la presenza di Milt Jackson e Phil Woods, è spesso turgido, tra smooth jazz e fusion di seconda mano, a meno che amiate il genere.

Wide River – Polydor 1993 *** prova a tornare al rock degli anni ’70, o quantomeno ci prova, diciamo che si lascia ascoltare, ogni tanto c’è anche un po’ di grinta come in Blue Eyes, qualche “riffettino” come in Cry Cry Cry e un accenno di 12 battute in Stranger Blues e nella cover (all’acustica) di All Your Love di Otis Rush, ma l’assolo di sax di Bob Mallach, grazie, ma anche no. Diciamo un 6 politico: dobbiamo poi aspettare 17 anni per avere Bingo! – Roadrunner 2010 ***/12, un più che valido disco di blues elettrico che ci riporta ai temi musicali che tanto lo avevano influenzato nella sua giovinezza.

Il disco vede l’ultima apparizione di Norton Buffalo, scomparso a ottobre del 2009 e comunque nell’insieme fa la sua porca figura, entrando anche nella Top 40 USA: Hey Yeah è un solido pezzo rock-blues scritto da Jimmie Vaughan, con Steve Miller che va anche di Wah-Wah  alla grande, Who’s Been Talkin’ è il classico di Howlin’ Wolf, suonato con forza e impeto, con Norton Buffalo ottimo all’armonica, eccellente All Your Love, con Mike Carabello dei Santana alle percussioni, niente a che vedere con la versione moscia di Wide River, molto buoni anche i due duetti con Joe Satriani, Rock Me Baby di BB King, accelerata e potente, e un brano scritto nel 1994 dalla strana accoppiata Nile Rodgers/ Jimmie Vaughn, la soul ballad Sweet Soul Vibe, per non dire del call and response vocale con Sonny Charles nella cover di Tramp di Lowell Fulson, e anche una fantastica Come On (Let The Good Times Roll) che rende omaggio a Jimi Hendrix (ottime anche le quattro bonus della versione Deluxe). Comunque è tutto l’album che funziona, ci voleva tanto a farlo?

Già che c’era, per riprendere un usanza del passato Steve Miller incide anche insieme Let Your Hair Down – Roadrunner 2011 ***1/2, che viene pubblicato l’anno successivo, stessi musicisti e ancora una ottima selezione di brani rock e blues, di nuovo degni della sua reputazione: Snatch It Back And Hold It di Buddy Guy, con la grinta e la verve della versione originale, I Got Love If You Want It  di Slim Harpo fantastica e hendrixiana, Close Together di Jimmy Reed dai profumi R&R, Pretty Thing con il classico drive alla Bo Diddley, una Can’t Be Satisfied di Muddy Waters che è puro Chicago Blues, Sweet Home Chicago à la Butterfield Blues Band, un altro scatenato R&R come The Walk.

Comunque  tutte le altre canzoni (bonus delle Deluxe incluse) sono eccellenti, con Miller che suona la chitarra veramente alla grande: come nel disco precedente oltre a Miller cantano anche Norton Buffalo, Sonny Charles, Kenny Lee Lewis, il tastierista Joseph Wooten e il bassista Billy Peterson.

Se volete, oltre al Live del 1983, tra i dischi dal vivo si possono segnalare anche The Joker (Live) ***1/2 uscito nel 2014 nel 40° anniversario del disco originale https://discoclub.myblog.it/2015/11/15/40-anniversario-piccolo-classico-del-rock-steve-miller-band-the-joker-live-concert/ , per l’etichetta personale di Miller, la Sailor, distribuita dalla inglese Edsel che è la stessa che ha ripubblicato anche molti dei vecchi album della Steve Miller Band in CD, spesso con l’aggiunta di bonus tracks; dello stesso anno anche Live at the Carousel Ballroom , San Francisco, April 1968 ***1/2 della Keyhole, anche se la qualità sonora non è eccelsa, interessante pure tra i live radiofonici Giants Stadium, East Rutherford N.J. 25-06-78 **** della Echoes, per certi versi superiore al disco dal vivo ufficiale del 1982/83, fin troppo striminzito, molto meglio questo radiofonico https://discoclub.myblog.it/2015/04/11/stadium-rock-depoca-steve-miller-giants-stadium-east-rutherford-n-j-25-06-78/ .

E’ tutto. Senza dimenticare il quadruplo Welcome To The Vault  Capitol 2019****, 3 CD + DVD, di cui avete già letto sul Blog la recensione completa https://discoclub.myblog.it/2019/10/29/cofanetti-autunno-inverno-4-uno-scrigno-di-tesori-finalmente-a-disposizione-di-tutti-steve-miller-band-welcome-to-the-vault/  e che è stato quello che ha scatenato la scintilla per questa retrospettiva dedicata all’artista di Milwaukee.

Bruno Conti

Se Elvis Era Il Re Del Rock’n’Roll, Chuck Era…Il Rock’n’Roll! Un Sentito Omaggio Da Uno Stone In Libera Uscita. Ronnie Wood & His Wild Five – Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry

ronnie wood mad lad a live tribute to chuck berry

Ronnie Wood & His Wild Five – Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry – BMG CD

In questo mese di Novembre sono usciti ben due tributi al grande Chuck Berry, uno dei pionieri assoluti del rock’n’roll, nonostante non ricorrano particolari anniversari riguardanti il musicista di St. Louis scomparso nel 2017: dell’ottimo album del bluesman Mike Zito intitolato Rock’n’Roll (con una marea di ospiti) se ne occuperà prossimamente Bruno, mentre io oggi vi parlo di questo Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry, che documenta appunto un concerto tenutosi circa un anno fa, il 13 Novembre 2018, al Tivoli Theatre di Wimborne (una cittadina nel sud dell’Inghilterra) ad opera di Ronnie Wood e dei suoi Wild Five. Dei membri attuali dei Rolling Stones Wood è sicuramente quello che negli anni è stato più attivo da solista, con più di dieci album tra studio e live (anche se un paio pubblicati prima di prendere il posto di Mick Taylor all’interno della storica band britannica), con una qualità media anche più alta di quella di Mick Jagger, cosa bizzarra se consideriamo che gli Stones molto raramente hanno consentito all’ex Faces di collaborare con loro alla stesura delle canzoni (a memoria credo non si arrivi a cinque brani, con Black Limousine come episodio più famoso).

Per questo album però Ronnie ha voluto fare qualcosa di diverso, omaggiando uno dei suoi eroi musicali di sempre, un lavoro che dovrebbe rappresentare il primo disco di una trilogia di tributi a grandi del passato che hanno avuto per il nostro un’importanza particolare (al momento non è dato sapere chi siano gli altri due artisti interessati, anche perché i relativi concerti si terranno a detta di Wood negli anni a venire: io punterei due euro sul fatto che uno possa essere Bo Diddley). Mad Lad è un album davvero piacevole e riuscito, con il nostro che assume il ruolo di band leader con buona autorevolezza, accompagnato da un gruppo, I Wild Five appunto, formato da elementi validissimi (lo strepitoso pianista Ben Waters, la sezione ritmica di Dion Egtved e Dexter Hercules, i sax di Antti Snellman e Tom Waters, ed i cori femminili di Amy Mayes e Denise Gordon); Ronnie, poi, è un chitarrista eccellente ed un cantante discreto, con una voce tra il dylaniano e lo scartavetrato: non sarà Jagger, ma tecnicamente se la cava meglio del collega Keith Richards. E poi in questo concerto Ronnie non è da solo, in quanto in tre pezzi chiama sul palco la brava Imelda May (gliel’ha presentata Jeff Beck?), che riscalda ulteriormente l’ambiente con la sua ugola scintillante https://discoclub.myblog.it/2010/11/24/musica-tradizionale-dall-irlanda-imelda-may-mayhem/ …anche se io una telefonatina all’amico Rod Stewart l’avrei fatta.

Prima di partire con la disamina del contenuto di questo album vorrei evidenziare l’unica magagna: il CD contiene 11 canzoni per circa 40 minuti di musica mentre nel concerto intero sono stati suonati 21 brani, comprendendo però anche cover di altri autori, ma almeno si potevano inserire tutti i pezzi di Berry, dato che di spazio sul dischetto ce n’era ancora (in particolare mancano Around And Around, No Particular Place To Go, Run Rudolph Run e Bye Bye Johnny, oltre a Roll Over Beethoven e Nadine che erano state suonate all’inizio dalla band senza il leader per riscaldare l’ambiente). L’album comincia con l’unico brano scritto da Wood per l’occasione, cioè Tribute To Chuck Berry, in realtà un pretesto per introdurre la serata citando ripetutamente il celebre riff chitarristico con il quale il rocker di colore apriva molte sue canzoni. I pezzi di Chuck iniziano con Talking About You, un rock’n’roll suonato con classe e rispetto, Ronnie sicuro e la band che lo segue spedita (e Waters che fa correre da subito le dita sulla tastiera a modo suo): il brano non è tra i più noti di Berry, ma l’alternanza tra classici e canzoni meno famose sarà il tema della serata.

Ronnie passa alla slide per la gustosa Mad Lad, uno strumentale suonato in maniera formidabile, con il nostro che fa i numeri e ci porta per qualche minuto nel più profondo Mississippi; arriva la May e si prende il microfono per una sontuosa Wee Wee Hours, un raffinatissimo blues lento, suonato dai Wild Five con una maestria degna di una band dei peggiori bar di Chicago, Waters strepitoso ed Imelda che ci mette una grinta notevole. La cantante irlandese resta sul palco per unirsi alle altre due coriste in una saltellante Almost Grown, in cui Wood si diverte un mondo nel botta e risposta vocale con le tre donzelle, cantando in maniera distesa e suonando la chitarra da vero rock’n’roller, mentre Waters continua con la sua eccezionale performance personale. Back In The USA è puro rock’n’roll, spigliato, trascinante e suonato come Dio comanda (e mi immagino Ronnie ad imitare il passo dell’oca di Berry), Blue Feeling è un altro strumentale di livello eccelso, puro blues con la premiata ditta Wood & Waters che è una delizia per il palato, mentre Worried Life Blues non è scritta da Chuck bensì da Maceo Merriweather (ma Berry l’aveva incisa per il lato B del singolo Bye Bye Johnny): altro blues eseguito con classe, eleganza ed uno stile misuratissimo da parte del leader.

Finale splendido a tutto rock’n’roll con un trittico da urlo formato da Little Queenie, Rock’n’Roll Music (questa ancora con la May alla voce solista) e Johnny B Goode, chiusura travolgente per un CD divertentissimo che omaggia con gusto e classe uno di quelli che il rock’n’roll lo ha letteralmente inventato.

Marco Verdi

Steve Miller Band – Tra Blues, Rock E Psichedelia! Parte I

steve miller band 1steve miller band 1968

Le origini

La “ storia” di Steven Haworth (detto Steve) Miller merita di essere ricordata a grandi linee. Figlio di una coppia benestante di Milwaukee negli anni di metà secolo scorso, nato nel 1943 durante la Seconda Guerra Mondiale, con la mamma  Bertha, appassionata di canto jazz, e il padre George, che alla sua professione di medico patologo univa una passione sfrenata per la musica, oltre ad essere anche un eccellente ingegnere del suono dilettante, il giovane Steve sin dall’infanzia era abituato ad avere la casa visitata regolarmente da musicisti, in special modo la coppia formata da Les Paul (suo padrino) e Mary Ford, dei quali i genitori furono testimoni di nozze. Poi, dopo il trasferimento a Dallas in Texas, altri musicisti iniziarono a frequentare casa Miller,  gente come Charles Mingus, Tal Farlow, T-Bone Walker, con quest’ultimo che insegnò al piccolo Steve trucchetti come suonare la chitarra dietro la schiena e con i denti (ricorda un certo Jimi), oltre alla passione per il blues:quando a metà anni ’50 arriva alle scuole medie a Dallas, forma la sua prima band, i Marksmen (dal nome della scuola) , insieme al fratello Buddy al basso, e all’amico Boz Scaggs, a cui a sua volta insegna i primi rudimenti della chitarra. A questo punto la strada è tracciata, alla fine delle scuole superiori Miller torna nel Wisconsin per frequentare l’Università e nel 1962 forma gli Ardells, ancora con Boz Scaggs e un altro musicista importante per i futuri sviluppi, ovvero Ben Sidran, alle tastiere.

Dopo un semestre di studi in Danimarca e a poche ore dalla laurea in letteratura abbandona la scuola, con l’appoggio della mamma e le perplessità del babbo, e si trasferisce ancora una volta, in quel di Chicago, la culla del nascente blues  bianco elettrico americano, e dell’affermata scuola nera capitanata da Muddy Waters e dagli altri artisti della Chess,. Incoraggiato dai nuovi amici, tra cui Paul Butterfield, col quale lavora brevemente, forma insieme al tastierista Barry Goldberg, la Goldberg-Miller Blues Band che pubblicherà solo un singolo nel 1965. Poi torna in Texas per un ultimo tentativo di completare gli studi universitari, ma deluso dall’ambiente rinuncia di nuovo e con un pullmino Volkswagen parte alla volta di San Francisco, la nuova mecca della musica rock. Vede la Butterfield Blues Band e i Jefferson Airplane al Fillmore e decide di restare e provarci anche lui.

Steve Miller Band Psychedelic Years 1968-1970

All’inizio, nel 1966, la band si fa chiamare Steve Miller Blues Band, ma già l’anno successivo Blues sparisce dal moniker e accompagnano Chuck Berry nell’ottimo Live At Fillmore Auditorium (***1/2 Mercury 1967): insieme a Steve Miller, chitarra e armonica, ci sono JIm Peterman alle tastiere, Lonnie Turner al basso e Tim Davis alla batteria, lo stesso anno partecipa al Festival di Monterey. Agli inizi del 1968 rientra in formazione anche Boz Scaggs, seconda voce e chitarra, e tutti si recano a Londra insieme per registrare il primo album con il grande produttore Glyn Johns (si farebbe prima a dire con chi non ha lavorato, ma diciamo che è passato con tutti i grandi, Beatles, Stones, Led Zeppelin e Who può bastare?).

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Children Of The Future – Capitol 1968  ****

Un grandissimo album , spesso  sottovalutato, ma risentito in questi giorni per la stesura di questo articolo, ancora una volta mi ha sorpreso. Ci sono delle analogie con Sgt. Pepper dei Beatles, in quanto le canzoni fluiscono una nell’altra senza soluzione di continuità, e anche alcune sonorità profumano di quella psichedelia gentile tipicamente britannica dell’epoca. Glyn Johns opta per un suono caldo e da avvolgente: i primi 3 brani, Children Of The Future e altri due brevi frammenti già indicano il sound d’assieme, In My First Mind non ha nulla invidiare ai Pink Floyd bucolici degli inizi, con il piano e l’organo di Peterman in grande spolvero, anche con rimandi a Moody Blues e al nascente Canterbury Sound per gli eccellenti intrecci vocali, con The Beauty of Time Is That It’s Snowing (Psychedelic B.B.) che nel sottotitolo cita esplicitamente la psichedelia e nel sound ci sono anche elementi blues e del futuro suono rock della Sreve Miller Band anni ’70.

I primi due brani del lato B sono scritti e cantati da Boz Scagss: Baby’s Calling Me Home, un sognante baroque folk, Steppin’ Stone un vibrante blues elettrico che anticipa il disco omonimo del 1969 dove Scaggs collaborerà con Duane Allman, soprattutto nella fantastica Loan Me A Dime, un blues lento tra i più belli della storia, sentire il lavoro di Allman per credere https://www.youtube.com/watch?v=oTFvAvsHC_Y , e comunque anche Steve Miller è molto efficace, con le successive Roll With It e Junior Saw It Happen che sono puro acid rock westcoastiano del 1968, prima di lasciare spazio di nuovo al blues in Fanny Mae, con Miller anche all’armonica ed ad una cover di Key To The Highway che è classico electric blues.

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Sailor – Capitol 1968 ***1/2

La stessa formazione, sempre con Johns alla console, si trasferisce in giugno a Los Angeles per registrare il secondo album Sailor, che verrà pubblicato ad ottobre. Ancora con questa eccellente commistione di  blues psichedelico: Song For Our Ancestors non ha nulla da invidiare al suono acido e ricercato della West Coast, sempre però anche con elementi britannici, mentre Dear Mary sembra quasi una outtake dei Beatles del White Album, sognante ed intima, con Scaggs che contribuisce all’album con tre brani, il blues-rock di My Song che ricorda il sound brillante dei Moby Grape, Overdrive uno strano blues quasi dylaniano con uso di slide e Dime-A Dance Romance, un altro pezzo rock in stile californiano, tra Spirit e Jefferson.

Living In The Usa un incalzante rock con elementi blues e R&B è il primo singolo ad entrare nelle classifiche Usa, mentre Quicksilver Girl è una deliziosa ballata psych con elementi pop quasi alla Beach Boys, è verrà ripescata anche per la colonna sonora del “Grande Freddo” nel 1984. Lucky Man è il piacevole contributo del tastierista Peterman che la canta, mentre l’organo imperversa, Gangster Of Love è una brevissima cover del brano di Johnny “Guitar” Watson,  in pratica solo il riff del brano, per introdurre uno degli pseudonimi usati da Steve Miller, che poi torna all’amato blues per una cover di You’re So Fine di Jimmy Reed. Ancora un buon disco, anche se leggermente inferiore all’esordio.

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Brave New World – Capitol 1969 ***1/2

Si tratta del primo album senza Scaggs e Peterman che se ne erano andati alla fine del 1968, il secondo sostituito alle tastiere dall’ottimo Ben Sidran (e in un brano, la liquida ballata Kow Kow al piano c’è Nicky Hopkins). Nel disco, registrato sempre in California, spicca però una canzone registrata agli Olympic Studios di Londra, dove appare Paul McCartney con lo pseudonimo di Paul Ramon (da cui presero ispirazione a loro volta i Ramones, per il nome della band): il brano My Dark Hour, un potente rock chitarristico, è una improvvisazione tra Paul e Steve Miller e proprio il riff di chitarra verrà poi usato nel 1976 per Fly Like An Eagle (della serie non si butta mai via nulla).

Invece in Space Cowboy, un altro dei nomignoli di Miller, che la scrive insieme a Sidran, se il riff  vi ricorda qualcosa, “l’ispirazione” arriva da Lady Madonna. Sempre prodotto da Johns nel disco non mancano comunque i consueti elementi psichedelici come nella estatica title-track o nella vibrante e solare Celebration Song, scritta sempre con Sidran e con le armonie vocali di McCartney; il bassista Tim Davis scrive e canta nella potente scarica rock di Can’t You Hear Your Daddy’s Heartbeat, ed è la voce solista anche nel delizioso folk-blues LT’s Midnight Train, firmata dal batterista  Lonnie Turner. Ci sono altri tre brani firmati dalla coppia Miller/Sidran, lo strano psych blues con armonica di Got Love ‘Cause You Need It, la morbida e westcostiana ballata Seasons e la ricordata Space Cowboy.

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Your Saving Grace – Capitol 1969 ***

Sempre nel 1969, a novembre, per mantenere la media dei due dischi all’anno, esce Your Saving Grace, lo stile è simile a quello del disco precedente, ma nell’insieme meno soddisfacente: solita equa e democratica divisione dei brani, uno a testa per Davis e Turner, uno della coppia Miller/Sidran, una cover di Motherless Childern che però fatica a decollare, forse il brano più interessante è la lunga Baby’s House scritta in coppia con Nicky Hopkins, che peraltro non è memorabile, anche se il tastierista inglese ci mette del suo. Ultimo disco a essere prodotto da Glyn Johns.

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Number 5 – Capitol 1970 ***

Il disco è prodotto dallo stesso Miller, e ci sono vari raddoppi di funzioni: un altro bassista Bobby Winkelman, nella tirata e dagli echi Beatlesiani, Good Morning, due tastieristi, con Hopkins che affianca Sidran, con Lee Michaels che si aggiunge all’organo per Going To Mexico, un  solido pezzo rock-blues  tipico di Miller, scritto con Boz Scaggs; non male ma non entusiasmante la bucolica I Love You, addirittura un tuffo “Campagnolo” nella comunque vibrante Going To The Country con grande finale chitarristico di  Miller, dove appaiono Charlie McCoy all’armonica e il violinista Buddy Spicher, mentre nel country-rock di Tokin’s del batterista Tim Davis (che l’anno dopo se ne andrà) ci sono anche Wayne Moss alla chitarra e Bobby Thompson al banjo. Hot Chili, come da titolo, aggiunge divertenti atmosfere Tex-Mex con tanto di trombe mariachi e anche una Steve Miller’s Midnight Tango, scritta da Sidran, diciamo non indimenticabile, come pure Industrial Military Complex Hex, che però in nuce ha il sound futuro della SMB anni ’70. Miller va anche di wah-wah nella lunga Jackson-Kent Blues, un gagliardo pezzo rock, forse il brano migliore del disco.

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Rock Love – Capitol 1971 **1/2

Le critiche per questo album (dove non è presente nessuno dei musicisti dell’album precedente) non furono particolarmente tenere: registrato metà dal vivo, i tre brani della facciata A, dove Miller è accompagnato dai  Frumious Bandersnatch, la band di Winkelman, dove militava anche Ross Valory, il futuro bassista dei Journey, e tre pezzi  in studio. A me a tratti non dispiace, i primi due brani sono registrati a Hollywood, ma in Florida, una piacevole The Gangster Is Back e lo slow Blues Without Blame, mentre la lunghissima Love Shock arriva da Pasadena, un rock-blues quasi hendrixiano con esteso uso del wah-wah da parte di Steve, anche se i lunghi assoli di batteria e basso nel finale non aiutano.

Dei pezzi in studio Rock Love, classico brano alla Miller, non è male, ma la morbida Harbor Lights e la lunga e strumentale Deliverance, anche con intermezzo scat di Steve, sono piuttosto prolisse. Il LP fu pubblicato dalla Capitol senza il consenso di Miller, mentre il musicista si stava riprendendo da un incidente con la motocicletta.

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Recall the Beginning…A Journey from Eden – Capitol 1972 – ***

Per questo album ritorna Ben Sidran, che è anche il produttore del disco, ma come il precedente si rivelerà un flop commerciale, benché il LP non sia poi brutto, con Jim Keltner, Jack King e Roger Allan Clark, che si alternano alla batteria con Gary Mallaber (che poi sarà con la SMB negli anni d’oro dal 1976 al 1987), Gerald Johnson al basso e Jesse Ed Davis, seconda chitarra in Heal Your Heart, e con Miller che introduce il suo terzo alter ego in Enter Maurice. Proprio questo brano inizia ad inserire in modo embrionale quelle scansioni ritmiche che da lì a poco faranno la fortuna della band, anche se i coretti…insomma. E anche l’uso saltuario di archi e fiati forse è un po’ ridondante: in High Your Mama il nostro va di falsetto, mentre il pezzo con Jesse Ed Davis è un buon blues-rock vagamente alla Little Feat, Somebody Somewhere Help Me, con fiati, sembra quasi una canzone dei Doobie Brothers o dello Stills più scanzonato, Love’s Riddle una ballata sognante alla Crosby. Insomma il nostro deve ancora decidere bene cosa fare, anche se in Fandango e in Journey From Eden si intravede qualcosa del futuro sound.

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The Joker – Capitol 1973 ***1/2

Poi di colpo, sulle ali di un brano fortunato, arriva il successo clamoroso: album al n°2 nelle classifiche Usa, un milione di copie vendute, il singolo al primo posto. La formula classica del rock americano di Steve Miller deve ancora essere messa bene a punto. Però il riff e il ritornello di The Joker sono veramente irresistibili, uno dei brani dove rock e pop si incontrano in modo perfetto. Ottime anche l’iniziale Sugar Babe, una brillante rock song a tutto riff, Mary Lou con divertenti echi sixties, lo scioglilingua della ritmatissima Shu Ba Da Du Ma Ma Ma Ma, guidata dal basso super funky di Johnson, futuro cavallo di battaglia live, Your Cash Ain’t Nothin’ but Trash che è il seguito di Space Cowboy e The Gangster Of Love.

Nella seconda parte non mancano alcune tracce blues come The Lovin’ Cup, Come On in My Kitchen di Robert Johnson, dal vivo a Philadelphia, come la successiva Evil. Conclude il disco Something to Believe In, una ballatona country con Sneaky Pete Kleinow alla pedal steel.  Dal disco verranno tratti in tutto quattro singoli usciti tra il 1973 e il 1975. Prima del ritorno nel 1976 con il nuovo album, che viene già registrato però tra il 1975 e il 1976.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Cofanetti Autunno-Inverno 10. Rinviato Più Volte Ecco Finalmente Questo Eccellente Box “Inedito”, Anche Se… Fleetwood Mac – Before The Beginning

fleetwood mac before the beginning front

Fleetwood Mac – Before The Beginning 1968 -1970 Rare Live & Demo Sessions – 3 CD Sony Music

Vi avevo annunciato l’uscita di questo box alla fine di maggio, in quanto in un primo tempo sarebbe dovuto uscire all’inizio di giugno, poi rinviato al 18 ottobre, ed infine pubblicato il 15 novembre. Chi mi legge su queste pagine virtuali (e anche su quelle del Buscadero) sa che sono un grande estimatore di Peter Green, che secondo il sottoscritto, e non è solo il mio parere, nel periodo che va dal 1966 (anno dell’esordio con i Bluesbreakers di John Mayall) fino al 1971, forse ancora al 1972 quando partecipò a B.B: King In London, è stato nella Top 10 dei più grandi chitarristi rock(blues) in circolazione, e nel 1970 in particolare, anno da cui proviene parte del materiale di questo triplo, era forse il migliore in assoluto. Poi i noti problemi con l’LSD hanno iniziato ad erodere le sinapsi del suo cervello e anche se nel corso degli anni successivi è riuscito parzialmente a recuperare qualcosa del suo grande talento, non più riuscito a tornare quello di un tempo. Ma questa è un’altra storia, raccontata più volte, e che se volete, potete trovare qui https://discoclub.myblog.it/2019/06/28/in-attesa-del-cofanetto-inedito-atteso-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-i/ e qui https://discoclub.myblog.it/2019/06/29/in-attesa-del-cofanetto-inedito-previsto-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-ii/.

Prima di addentrarci nel contenuto di Before The Beginning vi spiego il perché di quel “Anche se…” del titolo: fa riferimento alla parola inedito, perché appunto, anche se, persino nel libretto, vogliono farci intendere che si tratta di registrazioni, ritrovate di recente negli Stati Uniti, senza etichette esplicative, in qualche non meglio specificato magazzino, e poi autenticate dagli esperti ed approvate per la pubblicazione ufficiale dagli stessi Fleetwood Mac: in effetti la fonte dei concerti è ben nota, al di là delle pie balle che ci raccontano, in quanto il materiale del 1968 è estratto da alcune serate del giugno 1968 al Carousel Ballroom di San Francisco, una serie di tre serate trasmesse alla radio in cui si erano alternati con Jefferson Airplane e Grateful Dead, mentre il secondo, quello del 1970, risale ad un paio di concerti, il 30 e 31 maggio, alla Warehouse di New Orleans, sempre con i Grateful Dead, e registrati dal loro tecnico del suono Owsley Stanley, e quindi note come Bear Tapes. Ovviamente come bootleg, anche radiofonici “ufficiali”, hanno circolato in diverse versioni, e pure i quattro cosiddetti demo sono in effetti delle registrazioni BBC del febbraio e luglio 1968. Dato a Cesare quel che è di Cesare, e detto che la qualità delle registrazioni, che era già decisamente alla fonte, è stata ulteriormente migliorata con la rimasterizzazione effettuata per questo box, quello che ci interessa è il contenuto musicale che ci presenta una band, prima in quartetto e poi in quintetto, che era, come detto, una delle migliori in concerto sull’orbe terracqueo all’epoca.

Quindi, per tutti quelli che comunque non possiedono le varie uscite “piratate”, ma sono giustamente interessati, veniamo al contenuto, di cui vi ripropongo prima la tracklist completa, e poi vediamo quali sono le parti salienti dei contenuti, quasi tutti in pratica.:

CD1

1. Madison Blues  (Version 1) (Live) (Remastered) 1968 recording
2. Something Inside of Me (Live) (Remastered) 1968 recording
3. The Woman That I Love (Live) (Remastered) 1968 recording
4. Worried Dream (Live) (Remastered) 1968 recording
5. Dust My Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
6. Got To Move (Live) (Remastered) 1968 recording
7. Trying So Hard To Forget (Live) (Remastered) 1968 recording
8. Instrumental (Live) (Remastered) 1968 recording
9. Have You Ever Loved A Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
10. Lazy Poker Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
11. Stop Messing Around (Live) (Remastered) 1968 recording
12. I Loved Another Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
13. I Believe My Time Ain’t Long (Version 1) (Live)  (Remastered) 1968 recording
14. Sun Is Shining (Live)  (Remastered) 1968 recording

CD2

1. Long Tall Sally (Live)  (Remastered) 1968 recording
2. Willie and the Hand Jive (Live)  (Remastered) 1968 recording
3. I Need Your Love So Bad (Live)  (Remastered) 1968 recording
4. I Believe My Time Ain’t Long (Version 2) (Live)  (Remastered) 1968 recording
5. Shake Your Money Maker (Live)  (Remastered) 1968 recording
6. Before the Beginning (Live)  (Remastered) 1970 recording
7. Only You (Live)  (Remastered) 1970 recording
8. Madison Blues (Version 2) (Live)  (Remastered) 1970 recording
9. Can’t Stop Lovin’ (Live)  (Remastered) 1970 recording
10. The Green Manalishi (With The Two Prong Crown) (Live)  (Remastered) 1970 recording
11. Albatross (Live)  (Remastered) 1970 recording
12. World In Harmony (Version 1) (Live)  (Remastered) 1970 recording
13. Sandy Mary (Live)  (Remastered) 1970 recording
14. Only You (Live)  (Remastered) 1970 recording
15. World In Harmony (Version 2) (Live)  (Remastered) 1970 recording

CD 3

1. I Can’t Hold Out (Live)  (Remastered) 1970 recording
2. Oh Well (Part 1) (Live)  (Remastered) 1970 recording
3. Rattlesnake Shake (Live)  (Remastered) 1970 recording
4. Underway (Live)  (Remastered) 1970 recording
5. Coming Your Way (Live)  (Remastered) 1970 recording
6. Homework  (Live) (Remastered) 1970 recording
7. My Baby’s Sweet (Live)  (Remastered) 1970 recording
8. My Baby’s Gone (Live)  (Remastered) 1970 recording
9. You Need Love (Demo) (Remastered)
10. Talk With (Demo) (Remastered)
11. If It Ain’t Me (GK Edit) (Demo) (Remastered)
12. Mean Old World (Demo) (Remastered)

L’iniziale scandita e travolgente Madison Blues è uno dei classici esempi dell’impetuoso stile alla slide di Jeremy Spencer, uno dei massimi esperti ed epigoni di Elmore James, che anticipa sia le sarabande sonore di Johnny Winter che quelle successive di George Thorogood, altri due che hanno sempre amato il grande bluesman nero, con in più il fatto che nei Fleetwood Mac agiva anche la sezione ritmica di Mick Fleetwood John McVie, una delle più tecniche e potenti in circolazione, e la seconda chitarra di Peter Green, sentire per credere anche il successivo “lentone” intensissimo Something Inside Of Me e più avanti nel concerto del 1968 Dust My Blues e Got To Move, più Elmore di James, e ancora The Sun Is Shining, con Green pure all’armonica. Nel secondo CD, nei brani a guida Spencer c’è anche una forsennata Long Tall Sally a tutto R&R, altra grande passione di Jeremy, che canta pure una sinuosa Willie And The Hand Jive di Johnny Otis, futuro cavallo di battaglia di Eric Clapton, nonché due diverse versioni di I Believe My Time Ain’t Long di Robert Johnson, la prima di qualità sonora all’inizio leggermente inferiore, sempre con Green all’armonica. Green che guida il gruppo, prima in una sontuosa The Woman That I Love di B.B. King, che lo considerava il miglior chitarrista bianco che suonava il blues, come dimostra subito con il suo tocco unico, “spaziale” e lancinante, e anche la lunga Worried Dream, sempre di Mr. B:B. ha un assolo che è un capolavoro di equilibri sonori, con Peter che dalla sua Les Paul Standard del 1959 estrae delle sonorità quasi magiche. Fantastica anche una lunga Jam strumentale senza nome dove Green, McVie e Fleetwood tirano come delle “cippe lippe” (vedi Amici Miei), prima di lanciarsi nel classico slow blues di Have You Ever Loved A Woman che rivaleggia con le tante versioni ascoltate da Slowhand nel corso degli anni, un distillato delle 12 battute vicino alla perfezione, come ribadito nei ritmi latineggianti e sognanti di una I Loved Another Woman che non fa rimpiangere l’assenza del cavallo di battaglia della band Black Magic Woman.

Nel 2° CD, sempre dal concerto del 1968 c’è un altro dei brani migliori del primo Green, I Need Your Love So Bad che purtroppo però dura solo 1:30, ampiamente compensata dalla conclusiva vorticosa Shake Your Moneymaker, dagli espliciti riferimenti sessuali, un altro festival del bottleneck a guida Jeremy Spencer. Che nel concerto a New Orleans del 1970 è decisamente meno utilizzato, anche per l’ingresso nel gruppo di un altro grande chitarrista come Danny Kirwan, che sposta l’asse del sound verso un rock-blues aggressivo e di grande spessore tecnico con le twin guitars dei due ad anticipare i duelli di Duane Allman e Dickey Betts, o quelli più rarefatti dei Wishbone Ash, tra le formazioni dove agivano due chitarre soliste. Before The Beginning è il primo estratto dal capolavoro Then Play On, con la chitarra di Green che fluttua sulle scariche alla grancassa di Fleetwood, prima di lasciare spazio a Only You un brano gagliardo di Kirwan dove le due soliste si fronteggiano in modo superbo (perché anche il buon Danny non scherzava), presente in due differenti versioni. A questo punto c’è la breve sezione dedicata a Spencer, con la versione n°2 di Madison Blues Can’t Stop Lovin’ , sempre di Elmore James. Poi le cose si fanno serie: prima con una versione pantagruelica, oltre dodici minuti, e potentissima di The Green Manalishi (With the Two Prong Crown), che rivaleggia con quella del Live In Boston, con chitarre impazzite e ruggenti ovunque, seguita da una celestiale ed inarrivabile dello splendido strumentale Albatross e sempre a proposito di twin guitars suonate all’unisono da Kirwan e Green, anche la deliziosa cavalcata di World In Harmony presente in due differenti versioni, inframmezzate dal poco noto ma gagliardo rock di Sandy Mary.

All’inizio del 3° CD torna Jeremy Spencer per un’altra perla di Elmore James come I Can’t Hold Out, poi arriva una breve ma strepitosa e selvaggia Oh Well Part I, sempre con il famoso riff in overdrive delle chitarre e assolo da sballo di Kirwan, e ancora, sempre da Then Play On, un trittico incredibile, con la “solita” ferocissima Rattlenake Shake, tredici minuti di chitarre e sezione ritmica impazzite, in continua accelerazione e in assoluta libertà, seguita dalla estatica e sognante psichedelia di una quasi mistica Underway. Ma è un attimo e arriva di nuovo il turbinio rock di Coming Your Way dall’inizio con le chitarre dei due leader prima di nuovo all’unisono a dividersi il proscenio, in continua competizione con Mick Fleetwood che imperversa da par suo alla batteria, per poi lasciare spazio di nuovo alle due chitarre feroci: la qualità sonora forse non è sempre eccelsa ma è comunque un gran bel sentire. Homework, dal repertorio di Otis Rush, uno dei preferiti di Green, non molla comunque la presa, sempre con l’intera band scatenata a tutto blues and roll. My Baby’s Sweet My Baby’s Gone, di nuovo di James, con Jeremy Spencer sempre a voce e bottleneck non sembrano provenire dal concerto del 1970, come riportato, ma forse sono prese da qualche altra fonte sonora del 1968, come le quattro tracce finali riportate nelle note come demos, ma provenienti da BBC Sessions varie, una rara You Need Love di Willie Dixon con un Green abbastanza arrapato, Talk With You di Danny Kirwan, che come Homework viene dal periodo di Blues Jam At Chess, e If It Ain’t me, un boogie blues con piano e armonica, ma una qualità sonora rivedibile e infine una ottima Mean Old World con il buon Peter Green in modalità blues completano il triplo CD. Forse non un capolavoro assoluto, ma l’ennesima dimostrazione che la band di Peter Green e soci è stata in quegli anni una delle grandi realtà di una epoca storica che li ha visti spesso grandi protagonisti.

Bruno Conti

Stanno Tornando! Mandolin’ Brothers, Sabato 30 Novembre Allo Spazio Teatro 89 Di Milano Presentazione Del Nuovo Album “6”

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Ah, quei bei titoli di una volta, “6”, sarà mica per caso il sesto album della band pavese (diciamo di Voghera e dintorni)? Certo che sì: a cinque anni dal precedente album Far Out, e a due anni dall’uscita del disco solista di Jimmy Ragazzon,i Mandolin’ Brothers pubblicano un nuovo album anche per festeggiare 40 anni di carriera (ok i dischi hanno iniziato a farli parecchi anni dopo, ma non stiamo a spaccare il capello in quattro, anche perché non per tutti ce ne sono ancora molti). La formazione si è stabilizzata da parecchi anni in un sestetto, dove oltre a Jimmy, voce solista, armonica e chitarra acustica, ci sono Marco Rovino, chitarre, mandolino e voce, Paolo Canevari, chitarra elettrica e slide, Riccardo Maccabruni, piano, organo, fisarmonica e voce, Joe Barreca, basso e Daniele Negro, batteria.

Per questa serata speciale, che si terrà alla Spazio Teatro 89 a Milano in Via F.lli Zoia 89, ci saranno alcuni ospiti, non a sorpresa, visto che sono annunciati Paolo Bonfanti, Bruno De Faveri e Dado Bargioni; non ci sarà Jono Manson, che ha prodotto il nuovo album ai suoi Kitchen Sink Studios di Santa Fé nel New Mexico, disco che è stato registrato nel corso dell’ultimo anno tra i Downtown Studios di Pavia e il Raw Wine Studio di Buffalora (PV), Jono che sarà probabilmente presente nelle date di febbraio del tour. Il disco riporta nove nuove composizioni della band, un brano inedito di Jono Manson e una cover di Steve Earle, da sempre uno dei preferiti del gruppo, insieme agli amati Bob Dylan, Stones, Little Feat e ai grandi bluesmen della tradizione della musica americana, tanto per citare solo alcune delle influenze che animano la musica dei sei: quindi blues, rock, country, folk, roots music, vogliamo chiamarla Americana (quello che si offende se usi il termine è Dan Stuart dei Green On Red)? Ovviamente il concerto prevede, oltre alla esecuzione dei nuovi brani, anche una carrellata di canzoni dai vecchi album e qualche cover succosa scelta nel loro sterminato repertorio.

Che altro dire? Il prezzo del biglietto sarà 13 euro, 10 euro quello ridotto. Poi la settimana prossima, o comunque non appena in possesso del CD, che verrà venduto pure al Teatro, recensione dell’album sul Blog. Non mi rimane che dirvi di intervenire numerosi: se li conoscete già è quasi pleonastico dirlo, ma se non li avete mai visti dal vivo (vedere sopra), si tratta di una esperienza da fare assolutamente, in quanto siamo di fronte ad una delle migliori band in circolazione, e non solo in Italia.

Bruno Conti