Tra Texas E Louisiana, Sempre Con Brio E Classe. Marcia Ball – Shine Bright

marcia ball shine bright

Marcia Ball – Shine Bright – Alligator Records/Ird

Sono circa 50 anni che Marcia Ball fa musica, praticamente da quando era alla Louisiana State University, con quello che si ricorda, più o meno, come il suo primo gruppo,  i Gum. Già nel 1970 era però ad Austin, Texas, dove nascono  Freda And The Firedogs,  un disco nel 1972, tra country e rock, e dal 1974 parte la sua carriera solista,  alla prima prova discografica però solo nel 1978 con Circuit Queen, e poi, più solidamente, con l’ottimo Soulful Dress nel 1984. La nostra amica è sempre stata fedele ai suoi amori, la Louisiana e il Texas, e infatti anche questo Shine Bright è stato inciso tra Maurice, Louisiana e Austin, Texas: un altro connubio che funziona è quello con la Alligator con cui Marcia incide da più di 15 anni e che, disco dopo disco, le fornisce sempre eccellenti produttori, per il precedente The Tattooed Lady & The Alligator Man del 2014 era Tom Hambridge https://discoclub.myblog.it/2014/11/11/la-donna-illustrata-marcia-ball-the-tattoed-lady-and-the-alligator-man/ , questa volta tocca a Steve Berlin, che tutti ricordiamo con i Los Lobos, ma ha suonato e prodotto centinaia di dischi nella sua lunga carriera.

E nel disco si alternano anche moltissimi musicisti di notevole spessore, alcuni noti, altri meno, ma tutti con il giusto “tocco”: ne ricordiamo alcuni, Eric Adcock e Red Young che si avvicendano all’organo (al piano c’è già una piuttosto bravina),  Conrad Choucroun alla batteria, Mike Schermer alla chitarra, ci sono anche cinque suonatori ai fiati, oltre a Berlin, che si succedono nei vari brani, e le “amiche” della Ball, Shelley King e Carolyn Wonderland, che prestano le loro splendide voci  per questo album. Non occorre ribadire che ancora una volta il disco si muove in tutte le mille sfaccettature della musica di Marcia Ball: dall’immancabile boogie-woogie al soul, passando per R&B e gospel, il gumbo di New Orleans, tra swamp e blues, l’arte della ballata, il tutto condito, quasi inutile dirlo, da tanto piano, suonato in modo splendido dalla nostra amica, che nel 2015 ha vinto il  ‘Pinetop Perkins Piano Player’ award, che nel 2013 e 2014 era andato a Victor Wainwright https://discoclub.myblog.it/2018/04/14/un-grosso-artista-in-azione-in-tutti-i-sensi-victor-wainwright-the-train-victor-wainwright-and-the-train/ .

Dodici brani in tutto, otto originali della Ball, uno di Ray Charles, uno di Jesse Winchester, la deliziosa e sfrenata Take A Little Louisiana, che tra cajun e zydeco, e sulle ali della fisarmonica di Roddie Romero, ci porta alla conclusione di questo variegato viaggio. Ma prima troviamo anche il R&B cadenzato e fiatistico di Ernest Kador, che però gli appassionati della buona musica conoscono come Ernie K-Doe, con un vecchio brano del 1962 I Got To Find Somebody, che ancora oggi suona fresco e pimpante.  Il  roadhouse party di R&B, se vogliamo impossessarci di un termine con cui viene definita la musica di Marcia Ball, era partito con il groove contagioso della title track dove la musicista di Vinton, Louisiana (ancora in possesso di una buona voce, nonostante le quasi 70 primavere)  e le sue amiche King e Wonderland si scambiano intrecci vocali di pregio, mentre il piano  e la chitarra di Schermer, oltre all’organo di Young, viaggiano alla grande.

Ci sono altri divertenti esempi di party music, come la mossa e speziata They Don’t Make ‘Em Like That, scritta con Gary Nicholson, e che ricorda certi brani di Fats Domino, altra grande influenza della Ball, o Life Of The Party, un brano di puro Mardi Gras, tra derive caraibiche e New Orleans soul.  Il brano di Ray Charles  What Would I Do Without You  è una sontuosa soul ballad nello stile del “genius”, ma anche il contributo di Shelley King, una robusta e profetica  When The Mardi Gras Is Over, non è da trascurare, con il piano di Marcia e i fiati che impazzano. Ma pure la sequenza di sei canzoni firmate dalla Ball non manca di divertire ed affascinare, da Once In A Lifetime Time, ancora pura Louisiana, alla bluesata Pots And Plans, la incantevole gospel ballad World Full Of Love, la contagiosa perla soul  I’m Glad I Did What I Did , con i suoi florilegi pianistici, il boogie Too Much For Me, testimoniamo di una musicista ancora in piena forma. Se volete gradire.

Bruno Conti

Voci E Dischi Così Non Se Ne Fanno Quasi Più! Janiva Magness – Love Is An Army

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Janiva Magness – Love Is An Army – Blue Elan Records/Ird

Anno dopo anno, disco dopo disco, Janiva Magness si conferma una delle voci più belle del panorama musicale americano: vogliamo definire il suo genere blues, soul, rock, country, R&B, tutti elementi presenti, ma quello che spicca sempre nei suoi album è  comunque la voce, un timbro, un fraseggio ed una espressività che non hanno nulla da invidiare alle più grandi, da Mavis Staples a Ann Peebles, tra quelle ancora in attività, ma anche le grandi del passato, soprattutto le “voci nere” con cui la nostra amica condivide quel tocco magico che divide le prime della classe dalle scartine. In questo Love Is An Army, il suo 14° album, la bravissima Janiva fonde ancora una volta in maniera magistrale (grazie anche al suo collaboratore storico Dave Darling), le due anime di Nashville e Memphis, il cuore della migliore musica americana, e lo fa senza sforzo apparente, con una classe e una forza espressiva che per certi versi richiama quella di Delbert McClinton, una sorta di controparte maschile della Magness, o viceversa, presente a duettare con lei in un brano e da tantissimi anni anche lui portatore sano di buona musica, quella più genuina e non adulterata, arricchita da infinite perle sonore che parlano di amore, speranza, protesta, con una resilienza acquisita in lunghi anni on the road, non dimenticando mai gli anni bui degli abusi, degli abbandoni, dell’alcolismo e delle droghe, una vita poi riscattata in modo splendido con una carriera ricca di soddisfazioni che le ha portato sette Blues Music Awards e una nomination ai Grammy nel 2016.

Lo stesso anno in cui ha pubblicato l’ottimo Love Wins Again https://discoclub.myblog.it/2016/05/11/piu-che-lamore-la-voce-che-vince-volta-janiva-magness-love-wins-again/ , poi raddoppiato nel 2017 con il mini album Blue Again, altrettanto bello. In passato Janiva ha cantato spesso e volentieri anche canzoni di altri, interpretandole in modo sublime, ma in questo nuovo Love Is An Army, forse il suo disco più bello in assoluto, ha deciso di rivolgersi ad un repertorio originale, pezzi scritti da lei, da Dave Darling e da altri collaboratori che hanno saputo pescare nei sentimenti più genuini e veraci, poi il resto ancora una volta lo ha fatto lei con la sua voce splendida, e anche tutti i musicisti incredibili che suonano nel disco: da Darling alla chitarra, passando per le sezione ritmica impeccabile di Stephen Hodges, batteria e Davey Faragher, basso, Arlan Schierbaum, tastiere (per lunghi anni con Bonamassa, Beth Hart e anche John Hiatt), Doug Livingston al dobro e alla pedal steel (ma in un brano, splendido, c’è anche Rusty Young dei Poco), e ancora Phil Parlapiano al piano e in alcuni brani. una sezione fiati con Darrell Leonard, Joe Sublet e Alfredo Ballesteros, oltre a svariati backing vocalists che illuminano con la loro presenza le sfumature delle canzoni.

Oltre a Young ci sono vari altri ospiti che duettano con la nostra amica: dall’iniziale Back To Blue, che stabilisce subito i confini musicali, tra Stax e Hi Records, più la prima nel caso specifico, con echi del profondo southern soul che usciva dai solchi dei dischi degli Staples Singers, ma anche da quelli di Ann Peebles, con la voce che galleggia su un mare di voci, fiati, tastiere, l’organo magnifico, la chitarra malandrina, con risultati speciali. Hammer aggiunge al menu anche tocchi più blues, grazie alla presenza di Charlie Musselwhite all’armonica, per un brano ritmato e scandito, quasi funky, che fonde mirabilmente le 12 battute e il R&B più genuino, per poi sfociare in un country got soul magnifico, dove la pedal steel di Rusty Young disegna traiettorie adorabili che ci spediscono diritti negli anni magici delle più riuscite e nobili fusioni tra la musica nera e quella bianca, On And On è una di quelle canzoni perfette, cantata in modo mirabile dalla Magness, che sfodera per l’occasione una delle sue interpretazioni più memorabili, semplicemente magnifica, sentire per credere. Tell Me è un “soul psichedelico” tra Heard It Through The Grapevine e i Temptations, con la chitarra “sporca e cattiva” di Darling in bella evidenza, Love Is An Army è un’altra bellissima ballata dal retrogusto country, a tutta steel, cantata divinamente in coppia con il compagno di etichetta, il texano Bryan Stephens, un altro brano delizioso e sognante.

Notevole pure Down Below, un pezzo dove appare il virtuoso del banjo e della chitarra Courtney Hartman, dalla band Della Mae, altro brano incalzante dal gusto rootsy che illustra il sound complesso di questo album; What’s That Say About You è un altro pezzo “nero”, potente e ritmato degno della gesta degli Staple Singers. What I Could Do, l’unica cover, un pezzo scritto dal bravissimo Paul Thorn, è l’occasione per il duetto citato con Delbert McClinton, una ballata melliflua e delicata cantata in modo radioso dai due che si integrano alla perfezione, teneri e vissuti come solo i grandi sanno essere. Un pizzico di blues del Delta per il quasi gospel di Home dove la chitarra di Cedric Burnside è elemento portante, mentre Love To A Gunfight, ancora con la pedal steel di Doug Livingston in grande spolvero, è un altro esempio del miglior country got soul che si possa immaginare, elevato alla quasi perfezione, e poi ripetuto nella fragile e cristallina When It Rains, dove sembra di ascoltare la migliore Joan Armatrading degli anni ’70, vulnerabile e delicata nel mettere a nudo il proprio animo. Janiva Magness ci regala un’ultima perla del suo perfetto phrasing nella emozionante Some Kind Of Love, una ballata gospel solo voce e piano di una bellezza disarmante, cantata in modo sontuoso. Voci così non se ne fanno più.

Bruno Conti  

Con I Fratelli Nei Trampled Under Foot Era Una Potenza, Ma Anche Da Sola Con Alcuni “Amici” Non Scherza. Danielle Nicole – Cry No More

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Danielle Nicole – Cry No More – Concord Records

Danielle Nicole Schnebelen (per darle il suo nome e cognome completi) viene da Kansas City, per parecchi anni ha fatto parte della band di famiglia, i Trampled Under Foot, con i fratelli Kris, alla batteria, e Nick Schnebelen, alla chitarra e seconda voce, autori una apprezzabile carriera culminata con  Wrong Side Of The Blues e soprattutto Badlands, uscito nel 2013 http://discoclub.myblog.it/2013/08/01/sempre-piu-bravi-trampled-und-5546876/ . Nel gruppo la stella era Danielle, cantante e bassista (strumento imparato per necessità, ma poi rimasto nel suo DNA, visto che lo suona ancora oggi alla grande), ma anche Nick era (ed è) chitarrista ed interprete raffinato http://discoclub.myblog.it/2017/07/14/forse-il-nome-vi-dice-qualcosa-anzi-il-cognome-nick-schnebelen-live-in-kansas-city/ . La Nicole ha esordito con un EP omonimo nel 2015, poi ha pubblicato il suo primo album solo Wolf Den nel 2015, prodotto da Anders Osborne e quindi con consistenti “sapori” New Orleans, a fianco del “solito” blues e del soul. Ed ora con questo Cry No More realizza quello che probabilmente è il suo disco migliore: con Tony Braunagel, che produce e suona la batteria, la brava Danielle è affiancata da Johnny Lee Schell (a lungo con Bonnie Raitt), alla chitarra e da alcuni ospiti di pregio presenti in alcuni brani, che vediamo di volta in volta.

Lei firma, da sola o in compagnia, ben 9 delle canzoni presenti nel CD, ma quello che impressiona ancora una volta è la sua estensione vocale, che di volta in volta è stata avvicinata a Janis Joplin e Bonnie Raitt, ma che comunque ha un suo timbro ben definito, di grande fascino ed espressività: sin dall’iniziale Crawl, dove alla chitarra appare il fratello Nick, si apprezza la varietà dei temi musicali utilizzati, in questo brano il rock vibrante e grintoso, fattore che era tra gli atout del periodo con i Trampled Under Foot, che non a caso prendevano il loro nome da un brano dei Led Zeppelin, grande grinta e il suono dell’organo di Mike Sedovic che allarga lo spetto sonoro del brano, con le chitarre di Schell e Schnebelen (pare incredibile ma nel libretto sono riusciti a “ciccarne” il cognome) a duettare in un mood non lontano dai brani più rock di Beth Hart, la successiva I’m Going Home, con Mike Finnigan all’organo, e la presenza, spesso reiterata, di un paio di voci femminili di supporto, vede la presenza del grande Sonny Landreth magnifico alla slide, per un pezzo dall’ambientazione sonora sospesa e minacciosa all’inizio e poi ritmata e tirata, mentre la nostra amica imperversa ancora con la sua voce splendida. Hot Spell è un brano inedito di Bill Withers, da lungo ritirato dalle scene, che però ha voluto regalare questa canzone alla Nicole, senza peraltro apparirvi, in questo pezzo tra soul e blues, molto sensuale e di grande fascino, con il basso funky di Danielle che ancora il suono in modo deciso. Burnn’ For You, di nuovo con l’organo di Finnigan e le voci femminili in bella evidenza, è un altro pezzo di impostazione rock-blues con la chitarra di Walter Trout a disegnare le sue linee soliste eleganti e vibranti, mentre la title track Cry No More è una deliziosa ballata soul che ricorda le cose migliori di Bonnie Raitt ( o Susan Tedeschi), insinuante e scandita con grande classe.

Poison The Well rimane in questo stile elegante tra pop e canzone d’autore, mentre si apprezza l’ottimo interscambio ritmico tra Braunagel e la Schneleben. Che poi scrive una delle canzoni più emozionanti del CD Bobby, dedicata al padre, scomparso ormai da tempo, ma per cui rimane un affetto sconfinato, la traccia ha un tocco quasi country delicato ed intimo, con il cigar box fiddle suonato da Johnny Lee  Schell, mentre la nostra amica azzecca un timbro malinconico che ben si adatta allo spirito del brano. Con Save Me, dove appare Kenny Wayne Shepherd alla solista, si torna ad un rock-blues grintoso e tirato, ma sempre illuminato da sprazzi di grande classe, e pure How Come U Don’t Call Anymore, una cover di un pezzo poco noto di Prince, si avvale di un “manico” dalla grande tecnica e gusto come Moster Mike Welch, mentre Mike Sedovic passa al Wurlitzer e il brano è dolce ed avvolgente, di squisita fattura, sempre cantato deliziosamente. Baby Eyes vede la presenza di Brandon Miller, che è il chitarrista della touring band della Nicole (dal vivo sono una forza della natura, tra cover dei Led Zeppelin https://www.youtube.com/watch?v=OYzbfn2o6B4 , di Etta James https://www.youtube.com/watch?v=lk-pL6FVmssDolly Parton, Prince https://www.youtube.com/watch?v=5qTTWWL5MZg , e di qualsiasi altra cosa gli passa per la testa), un brano quasi old fashioned, con un tocco barrelhouse del piano e la voce birichina della nostra amica. Kelly Finnigan è la figlia di Mike, anche lei organista, e appare nel funky-soul-rock della mossa Pusher Man, mentre Welch ritorna con Schell nella blues ballad My Heart Remains, di nuovo in territori cari a Bonnie Raitt, con un brano romantico ed avvolgente di grande fascino. La Finnigan si rivela anche cantante intrigante nel duetto imbastito nella bluesata Someday You Might Change Your Mind. Chiude un eccellente album l’unico tuffo nel blues “puro”, offerto con la sinuosa Lord I Just Can’t  Keep From Crying firmata da Blind Willie Johnson, ma impreziosita dal grande lavoro alla slide di Luther Dickinson, in un brano che ricorda nelle sue sonorità il miglior Ry Cooder degli anni ’70, splendido https://www.youtube.com/watch?v=9b0VIPUxgW0 .

Bruno Conti  

Quasi 85 Anni, Ma Ancora In Gran Forma! John Mayall – Three For The Road

john mayall three for the road

John Mayall – Three For The Road – Forty Below Records

Negli ultimi anni John Mayall sembra avere rivitalizzato la sua carriera, prima con una serie di buoni album di studio, dove era affiancato dalla sua ultima band, in cui spiccava la chitarra solista del bravo Rocky Athas, ed una solida sezione ritmica incentrata su Greg Rzab al basso e Jay Davenport alla batteria http://discoclub.myblog.it/2014/06/05/vere-leggende-del-blues-john-mayall-special-life/ . Ma per il tour del 2017 Mayall ha fatto a meno, per la prima volta da lunga pezza, di un chitarrista, ed è tornato alle radici del blues, per un sound incentrato sulla sua voce, l’armonica e le tastiere, rivisitando molti dei brani incisi nelle diverse fasi della sua carriera. in versioni più scarne del solito, ma vibranti di passione e con la giusta intensità. Il tutto è stato registrato nel corso del tour tedesco dello scorso anno.  Nonostante i quasi 85 anni, da compiersi a fine anno, il musicista inglese è in eccellente forma vocale e si disbriga con classe anche nella parte strumentale, senza fare sentire l’assenza del classico chitarrista dei Bluesbreakers: Big Town Playboy, con l’armonica che sfila spedita, raddoppiata dal piano di Mayall e I Feel So Bad, erano entrambe su dischi recenti della produzione del nostro, 2014 e 2015, e godono anche del suono rotondo della sezione ritmica, soprattutto il basso di Rzab.

The Sum Of Something è un brano dell’ottimo Curtis Salgado, un classico shuffle costruito intorno alle evoluzioni del piano elettrico e il con drive sonoro del Mayall d’annata, mentre per Streamline si risale addirittura ai tempi di Crusade, il quarto album con i Bluesbreakers, qui John passa all’organo e il suono si fa più felpato e raffinato, quasi  jazzato. Tears Came Rolling Down viene dalla metà degli anni ’70, forse un brano minore, ma in questo caso in una versione molto intensa, il classico blues lento con ampio uso di pianoforte, ancora una volta dimostra che il blues se ben suonato ha sempre parecchie frecce al proprio arco, per quasi dieci minuti di ottima musica. Ridin’ On The L&N era addirittura su un vecchissimo EP con Paul Butterfield, e poi è stata inserita nella edizione Deluxe del CD  A Hard Road (quello con Peter Green): per l’occasione in versione più rallentata rispetto ad altre versioni prese a 300 all’ora, penso a quella dei Nine Below Zero, comunque nella parte centrale Mayall si scatena al’armonica con un lungo assolo, dove dimostra ancora tutta la sua perizia alla mouth harp.

Don’t Deny Me si trova sul disco del 2017 Talk About That, un buon blues sapido con John all’organo, e anche Lonely Feelings viene dal recente passato del bluesman britannico, un brano dall’atmosfera sospesa e ricercata, buono ma non memorabile, anche se l’intreccio tra la tastiera in modalità  vibrafono e l’armonica è affascinante. Mentre eccellente è la versione di Congo Square, un brano che era su  A Sense Of Place del 1990, con Coco Montoya e Sonny Landreth alle chitarre: la versione su questo Three For The Road supera gli undici minuti e anche se l’assenza delle chitarre non si può non notare, Mayall a piano ed armonica, ben coadiuvato dalla sezione ritmica. ci dà comunque dentro alle grande con una corposa serie di assolo.  Un bel disco dal vivo, sorprendente e vitale, se dovesse essere l’ultimo un buon commiato.

Bruno Conti

Dopo Una Lunga Carriera Con I Rockers Canadesi April Wine, Anche Lui “Passa” Al Blues? Myles Goodwin And Friends Of The Blues

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Myles Goodwin – Myles Goodwin & Friends Of The Blues – Linus Entertainment   

Il nome, e pure il cognome, di Myles Goodwin, da Woodstock, Canada, ai più non diranno nulla, ma il nostro amico è stato per quasi 50 anni voce solista, chitarrista e leader degli April Wine, una band che ha avuto un enorme successo nel proprio paese e poi sul finire degli anni ’70 anche negli USA, ma direi ovunque, forse Italia esclusa, con oltre 20 milioni di dischi venduti nel mondo. Tanto per ricordare un aneddoto, nel famoso concerto “segreto” al Mocambo degli Stones del 1977, la band di supporto erano proprio gli April Wine che poi avrebbero pubblicato un Live AtThe El Mocambo , relativo a quella occasione e prodotto da Eddie Kramer (quello di Hendrix), disco che illustrava il loro stile hard rock classico americano, ma con elementi power pop e blues che è sempre stato tra gli amori segreti  di Goodwin.

Arrivato quasi ai 70 anni e reduce dalla sua autobiografia dello scorso anno Myles Goodwin decide di “regalarsi” un album dedicato ad una delle sue primarie influenze e decide di chiamarlo Friends Of The Blues: anche perché di amici nel disco ce ne sono veramente tanti, Jack de Keyzer, Garret Mason, David Wilcox, Amos Garrett, Kenny “Blues Boss” Wayne, Joe Murphy, Frank Marino, Shaun Verreault, Bill Stevenson, Rick Derringer. Come potete leggere, alcuni molto noti, altri meno, ma tutti uniti dall’amore per un blues energico anziché no e che ruota attorno ai brani che Goodwin aveva scritto nel corso degli anni, senza utilizzarli sui dischi degli April Wine, conservandoli per questo disco “solo” di fine carriera: c’è solo una cover nell’album Isn’t That So, un pezzo di Jesse Winchester (poteva scegliere peggio), un brano più morbido di altri contenuti nel CD, piuttosto raffinato e con elementi soul e jazz, diverso dal mood complessivo dell’album ,non disprezzabile ma neppure memorabile. Altrove le chitarre sono decisamente più taglienti, come nel brano di apertura,  I Hate To See You Go (But I Love To Watch You Walk Away), un blues con uso di fiati dove Goodwin è impegnato alla slide, per un pezzo che profuma di British Blues primi anni ’70, ma che mi ha ricordato anche il primo Joe Walsh, quello dei James Gang; spesso i titoli denotano il sense of humour del buon Myles, oltre a quella citata ci sono anche I Hate You (Till Death Do Us Part e Tell Me Where I’ve Been (So I Don’t Go There Anymore), una classica blues song con elementi R&R, country e R&B, scritta in tributo a Fats Domino, e che prevede il pianino malandrino di Kenny “Blues Boss” Wayne che omaggia The Fat Man.

Mentre la prima citata è il classico slow blues lancinante come prevede il manuale del perfetto bluesman, con chitarre a destra e manca,  in particolare Frank Marino nell’occasione, ma pure i fiati e il piano, per non farsi mancare nulla. Goodwin suona spesso anche le tastiere, come in Nobody Lies (About Having The Blues), oltre alla bella Stratocaster con cui è raffigurato in copertina: per esempio in It’s All Brand New It’ll Take Time to Get Used To (titoli corti no?) è all’organo, con Amos Garrett alla solista, per un altro lento di quelli duri e puri, mentre nel divertente shuffle , anche nel titolo,  Ain’t Gonna Bath in The Kitchen Anymore, Bill Stevenson è alle tastiere. Quando il blues si fa più sanguigno la qualità sale, come in Good Man In A Bad Place con Garret Mason in evidenza alla solista o ancora nella eccellente Brand New Cardboard Belt con Steve Segal degli April Wine impegnato alla bootleneck guitar. E niente male pure la blues ballad Weeping Willow Tree Blues dove David Wilcox dà il meglio alla chitarra acustica.  Per non dire della poderosa Last Time I’ll Ever Sing the Blues, forse il miglior brano di questo album con uno strepitoso Rick Derringer ospite alla solista.

Complessivamente un buon album, onesto e ben realizzato, da un musicista che “rivela” il suo amore per il Blues in questa occasione.

Bruno Conti

Un’Altra Piccola Grande Leggenda Delle 12 Battute. Homesick James – Shake Your Money Maker The Sensational Recordings

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Homesick James – The Sensational Recordings Shake Your Money Maker-  Wolf Records/Ird

Homesick James è sempre stato un artista abbastanza di nicchia, in un genere che lo è per definizione: sicuramente hanno contribuito a questo molti dei “misteri” che costellano la sua vita e la sua carriera; a parte il luogo di nascita, che dovrebbe essere Somerville, Tennessee, anche la data di nascita è molto dibattuta, 1905, l’anno che indicava lui, 1910 quello che alla fine gli è stato attribuito, ma anche 1914 e 1924, come risultava, forse, da alcuni documenti ufficiali. Appurato che la data di morte, certa, è stata il 2006, comunque una vita lunghissima: lui ha millantato, o era veramente, il cugino maggiore di Elmore James (a cui avrebbe insegnato lo stile bottleneck), ma pure il suo cognome è incerto, John William Henderson, James Williams, o James Williamson, e nessuno dei due di cognome faceva James, avrebbe suonato, il condizionale è d’obbligo, con Yank Rachell, Blind Boy Fuller, Sleepy John Estes, Big Joe Williams e pure Robert Johnson, negli anni ’30. Ma la sua carriera discografica inizia solo con un disco per la Prestige (l’unica etichetta relativamente importante per cui ha inciso) nel 1964 con Blues On The South Side, che conteneva l’unico suo brano celebre, Gotta Move o Got To Move (non You Gotta Move, quella che facevano anche gli Stones), anche se la paternità della canzone è dibattuta, visto che spesso si trova con la firma di Elmore James, anche se i Fleetwood Mac, che l’hanno incisa nel loro primo album, riportavano come autore Homesick James.

Il nostro amico poi nel corso degli anni ha pubblicato molti album, per piccole etichette, un paio anche per l’italiana Appaloosa, e negli ultimi anni il repertorio all’incirca si ripeteva spesso: la Wolf annuncia che non è questo il caso per The Sensational Recordings, tratto da tre diverse registrazioni, una dal vivo in solitaria nel 1975, un’altra con Snooky Pryor a Chicago nel 1979, sempre dal vivo, e alcune tracce casalinghe sempre registrate nella Windy City nel 1975. In effetti, a parte l’immancabile You Got To Move (che qui è attribuita a James/Sehorn) ben altre cinque pezzi di Elmore James e cinque di Robert Johnson, oltre ad altri 5 o 6 classici del blues. E a ben vedere l’album, per quanto bello ed interessante, è forse più indirizzato ai “fanatici” del genere, a chi vive di pane e blues, però è anche una occasione per ascoltare la grande maestria di Homesick James alla slide, di cui era un vero virtuoso, senza magari raggiungere i vertici di Elmore James o Robert Johnson, il nostro è stato un buon compromesso tra i due, come testimonia questo album scovato negli archivi della Wolf. Louise Louise Blues di tale Johnnie Temple, altro bluesman delle origini poco noto, oltre a mettere in evidenza la perizia di Homesick alla slide ci presenta un signore, che all’epoca viaggiava sulla settantina, ancora in possesso di una voce forte ed espressiva, come ribadisce nel primo dei pezzi di Elmore James My Baby’s Gone, con la tipica scansione dei brani del maestro del bottleneck, “scivolato” e grintoso come  richiede la canzone.

Tin Pan Alley è di un altro “oscuro” bluesman con cui Homesick James aveva probabilmente incrociato le strade, Robert Geddins, ed è un altro lento lancinante e dalle atmosfere sospese, il pubblico presente gradisce anche la successiva Baby Please Set A Date, ancora dalla penna di James (ci si confonde con i “cognomi”, diciamo quello più famoso), più mossa e tirata, ispira anche la partecipazione dei presenti che tengono il ritmo; Three Ball Blues è il primo dei brani dove Homesick, che abbandona per un attimo il bottleneck, è accompagnato da Snooky Pryor all’armonica, un pezzo dal repertorio di Blind Boy Fuller, seguito dal suo cavallo di battaglia You Got To Move, sinuosa e cadenzata, con la qualità della registrazione meno valida in questa parte del CD, ma con la slide che riprende a scivolare di gusto, come anche in That’s All Right, che pare quasi un brano di Muddy Waters, scritta da tale Othum Brown sembra un “antenato” di un brano omonimo di Little Walter. A questo punto arrivano un paio di pezzi da 90, prima una vigorosa Sweet Home Chicago e poi Dust My Broom, inframmezzate da Someday Baby Blues di Sleepy John Estes, un intenso lento d’atmosfera di gran classe, come Moonshine Woman Blues di Doctor Clayton e la vibrante Bobby’s Rock dove appare anche la batteria, in uno strumentale gagliardo. Negli ultimi pezzi, quelli casalinghi e con la slide acustica, troviamo un’altra versione di My Baby’s Gone, Cross Road Blues di Robert Johnson, con un sound più primitivo, una take 2 di Dust My Broom sempre cadenzata, come pure l’altro classico di Elmore James Shake Your Moneymaker, e per completare l’opera Come On In My Kitchen di Robert Johnson. Un CD forse destinato ai completisti, ruvido e a tratti primitivo ma non per questo meno interessante.

Bruno Conti  

Dal Sunshine State Un’Altra Ottima Band. Backtrack Blues Band – Make My Home In Florida

backtrack blues band make my home in florida

Backtrack Blues Band – Make My Home In Florida – CD+DVD Harpo Records

Per la serie Buscadero Geographic questo mese ci trasferiamo in Florida, terra di elezioni presidenziali, alligatori, uragani, clima caldo (non per nulla è il Sunshine State), patria di Jim Morrison e Tom Petty, una delle culle del southern rock (Allman Brothers, Lynyrd Skynrd, Molly Hatchet, e molte altre band vengono da lì), però a livello blues eravamo piuttosto sguarniti. Ma questo solo perché non abbiamo mai considerato, o poco, la Backtrack Blues Band, da oltre 35 anni una delle (poche) istituzioni del Blues nella zona. Formata appunto ad inizio anni ’80 da Sonny Charles, cantante e armonicista, nonché patito di Little Walter (infatti il nome del gruppo viene da Backtrack, uno dei brani più celebri del grande armonicista), e da Little Johnny Walter (guarda il caso!), chitarrista ritmico e fedele amico fin dalla gioventù, la band nel corso degli anni ha aggiunto Kid Royal, eccellente chitarrista, patito del Texas blues style, ma contrariamente a quanto si crede, nativo di London, nell’Ontario canadese, e quindi non del Lone Star State, alla batteria Joe Bencomo, un veterano delle band jazz e blues della Tampa Bay (che evidentemente ci sono) e infine al basso, il grande Jeff “Stick” Davis dei leggendari Amazing Rhythm Aces, una delle migliori e più sottovalutate formazioni del rock americano.

Se quanto avete letto finora vi risulta familiare denota che siete attenti lettori del Buscadero, essendo quasi lo stesso incipit utilizzato per introdurre il precedente album del gruppo Way Back Home: mi sono permesso di autocitarmi, non per pigrizia, ma in quanto mi sembrava perfetto per introdurre la BBB a coloro che si ostinano a non volerli conoscere, e così facendo non rischio neppure denunce per plagio, in quanto sempre il sottoscritto lo aveva scritto per la rivista. Ovviamente confermo tutto, e aggiungo che questo nuovo Make My Home In Florida, registrato dal vivo al Palladium Theater di St. Peterburg, Florida il 6 gennaio del 2017, è quello che gli americani chiamano un combo, cioè una confezione CD+DVD, con identico contenuto, ma comunque in rete si trova il filmato gratis e completo.

I due frontmen del gruppo come si evince dal filmato (un po’ statico nelle riprese) non sono più dei giovanotti, ma hanno ancora una grinta ed un drive ammirevoli, oltre ad esperienza e tecnica a palate, il tutto è chiaro sin dall’iniziale Checkin’ On My Baby, uno dei classici di Sonny Boy Williamson, che in passato hanno inciso in tanti (da Buddy Guy & Junior Wells ai Buesbreakers di John Mayall, con Mick Taylor, Taj Mahal, Mick Jagger, Gary Moore, Dr. Feelgood, Nine Below Zero, potremmo andare avanti per anni con la lista), ma la versione della Backtrack Blues Band regge bene, con un eccellente interscambio tra Charles e Kid Royal, anche Woke Up This Morning ha un precedente illustre, quello di B.B. King, l’autore del brano, e la rilettura della BBB, con Kid Royal alla voce, parte laidback ma poi si anima in un brillante crescendo, con il groove metronomico della ritmica dove spicca il basso rotondo di Stick Davis.

Make My Home In Florida è un brano originale di Sonny Charles, uno slow blues di quelli duri e puri, intenso e grintoso come richiede il genere, con armonica a volontà e la chitarra solista, molto raffinata e pulita, a punteggiare il cantato maschio del suo autore; altro super classico con T-Bone Shuflle, il cui titolo dice tutto, di nuovo cantata da Royal. In una band dove c’è Little Johnny Walter ed il leader è un armonicista era quasi inevitabile un pezzo di Little Walter, la scelta cade su Nobody But You, fatta a tutta velocità, prima di un’altra canzone di Sonny Boy Williamson II Your Funeral My Trial che permette di gustare la souplesse di Charles (che incidentalmente ha anche una ottima tinta di capelli, fatta da chi serviva probabilmente Biscardi e Paolo Limiti) anche se forse ogni tanto il gruppo è fin troppo didattico e legato alle tradizioni, fatto che può essere sia un pregio che un difetto. Il terzetto conclusivo arriva tutto dalla penna di Charles, prima la mossa Heavy Built Woman, un altro shuffle con il classico call and response, poi la divertente e cadenzata Shoot My Rooster e infine Tell Your Daddy, sempre vivace e costellata dall’eccellente lavoro di Kid Royal e Sonny Charles, per un live che trabocca di onesto blues elettrico, molto ben eseguito.

Bruno Conti

Della Serie Non Solo Blues, Ma Soprattutto. Vance Kelly – How Can I Miss You, When You Won’t Leave

vance kelly how can i miss you

Vance Kelly – How Can I Miss You, When You Won’t Leave – Wolf Records/Ird   

La Wolf Records è una etichetta austriaca, per lo più specializzata in ristampe o recupero di materiale raro e d’archivio blues, ma ha nel suo roster di artisti anche qualche musicista locale e alcuni artisti “contemporanei”, come ad esempio Vance Kelly, veterano della scena blues di Chicago e della Wolf stessa, per la quale incide album da oltre venti anni (una decina in tutto, compresi un paio di antologie e un paio di live), proponendo una miscela di 12 battute classiche, arricchita da elementi soul, funky e R&B. Spesso accompagnato dalla sua Backstreet Blues Band Kelly è un habitué dei locali della Windy City, ma anche nei dischi di studio si difende con grinta e buona tecnica chitarristica, oltre ad essere in possesso di una bella voce e della capacità di scriversi il proprio materiale, come dimostrano i 14 brani originali firmati per questo How Can I Miss You, When You Won’t Leave. Anche la figlia Vivian, che oltre ad apparire nei dischi del padre, ne ha pubblicato uno in proprio per la Wolf Records.

Ma concentriamoci su questo nuovo album che si apre con All About Life, un brano dal suono classico ma anche ricco, con tastiere, fiati e voci di supporto, ad arricchire un arrangiamento atmosferico, dove la chitarra pungente di Kelly si alterna con un sax per proporre un blues elettrico Chicago style di buona fattura e proiettato nel futuro, grazie ad un arrangiamento ricco. Ma è quando vengono inseriti elementi soul e funky come nella deliziosa Biscuits, Eggs And Sausage, che il bravo Vance eccelle, uno strumentale ancorato da un solido giro di basso, un organo svolazzante e le evoluzioni della solista del nostro amico per un tuffo ne l passato; Get Home To My Baby è il classico slow blues ruvido e torrido che non può mancare nel repertorio di un bluesman, di nuovo con fiati, sax in particolare, e organo, a sostenere gli interventi sempre pimpanti della solista del musicista di Chicago. La title track vira verso del sano soul di marca Stax, coinvolgente e ritmato, peccato che il missaggio metta la voce leggermente in secondo piano, perché la canzone non ha nulla da invidiare ai brani di Sam & Dave o Wilson Pickett e Kelly la canta con impeto; Meet You In The Spring è un altro esempio del classico stile urbano di Vance, impetuoso e sincopato, con chitarra e voce sempre sugli scudi, mentre la band lavora di fino sullo sfondo.

Ancora funky e R&B per una Rumble Through Your Drawers che attinge anche ai ritmi di James Brown per un serratissimo pezzo dove i riff si sprecano ed è difficile tenere fermo il piedino, mentre la fiatistica Moving On, con la voce finalmente in primo piano è uno shuffle di quelli tosti, con la solista di Kelly sempre in bella evidenza, e niente male pure la magnifica ballata Count On Me, dove gli elementi deep soul sono assai marcati, grazie ad un arrangiamento quasi euforico. Si torna al blues torrido e viscerale in una poderosa Don’t Give My Love Away che conferma il virtuosismo chitarristico del nostro, fluido e magistrale, in uno dei brani più coinvolgenti di questa raccolta. Che vira nuovamente verso il R&B in una mossa ed intensa Do It Right, peccato di nuovo che la voce di Kelly ogni tanto sembra che vada in cantina, stesso discorso per una voluttuosa Back On Track, dove un miglior uso dello studio di registrazione avrebbe prodotto risultati più brillanti, ma non si può non godere della ottima musica; ancora fiati a go-go per la brillante Sticker Than You e per una “strana” Come On, uno strumentale dove Kelly si produce al talkbox, un suono che non si sentiva dai tempi di Frampton e Joe Walsh, anche se applicato al blues è un po’ pacchiano, e poi il pezzo è alquanto dozzinale. Meglio la conclusiva Jamming In The Studio, che come lascia intendere il titolo è l’occasione per Vance Kelly di improvvisare in piena libertà a tempo di funky con la sua band.

Bruno Conti

Forse La Migliore Band Di Blues Elettrico “Bianca” Di Tutti I Tempi, Al Top Della Forma! Paul Butterfield Blues Band & Mike Bloomfield – Born In Chicago/Live 1966

butterfield blues band & mike bloomfield born in chicago live 1966

Paul Butterfield Blues Band & Mike Bloomfield – Born In Chicago/Live 1966 – Live Recordings

Il nome dell’etichetta (?!?) già vi fa capire a cosa ci troviamo di fronte, ma il contenuto, sottolineato dalla scritta “Classic Radio Broadcast”, è, viceversa, splendido. Per il resto stendiamo un velo pietoso: il CD riporta solo i titoli dei brani, non ci sono i nomi dei musicisti, né tanto meno la data e il luogo in cui è stato registrato, e pure l’immagine di copertina è fuorviante, perché nonostante il disco annunci la Paul Butterfield Blues Band & Mike Bloomfield, poi la foto ritrae in primo piano Elvin Bishop. Comunque niente paura, l’anno coincide, è il 1966, secondo alcune fonti siamo al Fillmore West, secondo gli archivi del Concert Vault di Bill Graham, la location è il Winterland Ballroom di San Francisco, visto che la data coincide, il 30 settembre. Il materiale era già uscito in un doppio bootleg giapponese intitolato Droppin’ In With The Paul Butterfield Blues Band, in cui gli ultimi otto brani del secondo CD riportavano questa performance. E’ una delle ultime uscite di Bloomfield con la band e nel concerto viene eseguita anche Work Song dal LP East/West: il materiale è anche abbastanza differente dal live “ufficiale” Got a Mind To Give Up Living: Live 1966, pubblicato dalla Real Gone nel 2016, e che avevo recensito su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2016/07/09/ripescato-dalle-nebbie-del-tempo-suonavano-peccato-il-suono-the-paul-butterfield-blues-band-got-mind-to-give-up-living-live-1966/ , per me un eccellente documento anche se in quel caso la qualità del sonoro non era impeccabile, soprattutto la voce di Butterfield non svettava, ma il contenuto era fantastico.

Diciamo che qui la voce è molto più “presente”, anche se il suono è pur sempre quello di un broadcast registrato nel lontano 1966. I tre solisti, Butterfield, Bloomfield e Bishop, sono in gran forma, e Mark Naftalin alle tastiere, Jerome Arnold al basso e Billy Davenport alla batteria completano una line-up formidabile. Droppin’ Out, inedita su album all’epoca, uscirà solo su The Resurrection of Pigboy Crabshaw nel 1967, è un  impeccabile Chicago blues elettrico scritto da Butterfield, con qualche nuances psych-rock, vibrante e potente, con la voce “cattiva” del leader subito in bella evidenza, mentre Bloomfield e Bishop cominciano ad interagire con le loro soliste leggermente acide. La tracklist del CD riporta come secondo brano Baby, Please Don’t Go, il pezzo che quasi tutti ricordiamo nella versione dei Them di Van Morrison, ok scordiamocela, e anche quella originale di Big Joe Williams del 1935: nella tracklist del sito Concert Vault è riportata come Mother-In-Law Blues (sapete che nel blues i brani hanno mille vite e mille titoli diversi, ognuno piglia quello che può), direi che la versione della Butterfield Blues Band è ritagliata su quella di Muddy Waters per la Chess, primi anni ’50, con l’armonica di Paul pronta alla bisogna e in gran spolvero e la qualità sonora che, visto il periodo, ripeto, è più che buona, in tutto il CD, con la voce e gli strumenti bel delineati, grande blues elettrico di una band ai vertici del proprio rendimento.

(Our Love Is) Drifiting, dal primo album eponimo, è un blues lento magistrale con la chitarra di Mike Bloomfield limpida e cristallina, molto simile come timbro a come l’avremmo sentita nella Supersession con Stills e Al Kooper e nelle altre “avventure” di fine anni ’60, con la voce nera di Butterfield a guidare le danze. Born In Chicago è uno dei loro cavalli di battaglia, immancabile, e sul quale molti gruppi blues venuti dopo (anche in Italia) ci hanno costruito una carriera, sincopata e trascinante con un grande drive da parte di tutta la band e il call and response armonica, voce e le due pimpanti e swinganti chitarre, impeccabile; Willow Tree, inedita su album è un altro slow blues splendido, con le chitarre che centellinano note in risposta all’accorato cantato del leader, che soffia anche nell’armonica da par suo https://www.youtube.com/watch?v=1s5p2hfxywY . Anche My Babe, inedita su album, era uno dei punti di forza dei loro concerti, il classico brano di Willie Dixon scritto per Little Walter, uno dei brani più noti e più belli della storia del Chicago blues, grande versione. La cover di Kansas City è una rara occasione per sentire Mike Bloomfield alla voce solista, un pezzo che all’epoca faceva anche Jorma Kaukonen nei Jefferson Airplane, e l’approccio in entrambi i casi ha un che di psichedelico, come era tipico di quegli anni, un tocco che è presente in tutto il disco, blues va bene, ma anche rivisitato con classe e grinta. E per concludere in gloria, una versione fantasmagorica di Work Song, il brano di Cannonball Adderley che era uno dei punti di forza di East-West, 13 minuti di pura libidine sonora, con i solisti che improvvisano in modo libero ed incredibile (l’organo purtroppo si sente in lontananza), tra jazz, blues, rock e derive orientali, splendido, come tutto il CD: ritiro tutto quello che ho detto e pensato della etichetta Live Recordings. Da avere assolutamente.

Bruno Conti

Un Grande Bluesman Di “Peso”, Ma Anche Di Spessore! The Nick Moss Band featuring Dennis Gruenling – The High Cost Of Low Living

nick moss band the high cost of low living

The Nick Moss Band featuring Dennis Gruenling – The High Cost Of Low Living – Alligator/Ird

Gli ultimi due album di Nick Moss mi erano piaciuti parecchio: sia l’ottimo doppio From The Root To The Fruit, uscito nel 2016 http://discoclub.myblog.it/2016/07/13/breve-gustosa-storia-del-blues-rock-due-dischi-nick-moss-band-from-the-root-to-the-fruit/ , che era una sorta di viaggio cronologico a ritroso nel blues, da quello classico di Chicago fino al rock-blues grintoso e chitarristico, come pure avevo apprezzato l’eccellente Live And Luscious. Il tutto sempre edito dalla piccola etichetta Blue Bella Records, ed in entrambi i dischi non si poteva non notare la presenza del formidabile vocalist (e secondo chitarrista) Michael Ledbetter, cantante dall’ugola potente. Era quasi inevitabile che prima o poi Nick Moss, nativo di Chicago, approdasse alla Alligator Records, una delle etichette principali della Windy City, e che facesse un album interamente dedicato alle sonorità classiche della sua città, quindi electric e jump blues, e R&R vecchia scuola. Purtroppo Ledbetter non è più presente, ma Moss si è scelto un “sostituto” quasi di pari livello, per quanto differente, l’armonicista e cantante Dennis Gruenling, sulla scena da parecchi anni, con alcuni album all’attivo, e di cui ricordo la partecipazione agli ottimi album di Peter Karp (anche il live con Mick Taylor) http://discoclub.myblog.it/2017/02/27/pronti-via-eccolo-di-nuovo-sempre-ottima-musica-peter-karp-alabama-town/ .

Ma non solo, nell’album è presente anche una piccola sezione fiati, Eric Spaulding e Jack Sanford, oltre a Kid Andersen, co-produttore con Nick del CD, e chitarrista aggiunto in un paio di brani, nonché di Jim Pugh, lo storico tastierista di Robert Cray; il resto la fa la Nick Moss Band, con l’ottimo Taylor Streiff al piano, e la sezione ritmica, Nick Fane, basso e Patrick Seals, batteria. Il sound è puro blues urbano, con il disco registrato a Elgin, Illinois, a due passi dalla capitale delle 12 battute che risulta essere uno dei migliori dischi di Chicago Blues sentiti negli ultimi album.. Il repertorio non pesca dai classici (ci sono solo tre cover), ma sia Nick Moss (8 brani) che Dennis Gruenling (2 canzoni) hanno firmato una serie di pezzi che suonano ugualmente come i “classici” dell’era d’oro del blues elettrico, pur restando ben ancorati allo stile praticato da gente che è venuta prima di loro, alla rinfusa penso ai Bluesbreakers di John Mayall, alla Butterfield Blues Band, ma anche ai Dr. Feelgood o ai Nighthawks. Come certo saprete Nick Moss è un “grosso” chitarrista in tutti i sensi (anche come dimensioni), in possesso di uno stile eclettico e ricco di tecnica, in grado di spaziare in tutte le branche del blues: prendiamo l’iniziale Crazy Mixed Up Baby, il suono pimpante della chitarra ricorda quello dei grandi Bluesbreakers (Clapton, Green o Taylor, in Crusade, vista la presenza dei fiati), Gruenling soffia con forza nella sua armonica e Streiff si disbriga con classe al piano, ma sembra anche di essere tornati al sound della Chicago metà e fine anni ’60 (non dimentichiamo che Moss ha mosso, scusate il bisticcio, i primi passi come bassista di Jimmy Dawkins); Get Right Before You Get Left è un jump blues di quelli vorticosi, qui siamo negli anni ’50, fiati e ritmi sincopati, interventi vocali corali assai brillanti, armonica e chitarra che si fronteggiano a tutta birra.

Per non dire di No Sense un classico “lentone” quasi barrelhouse, grazie al pianino di Streiff, dove l’ospite Kid Andersen inchioda un assolo perfetto, ma pure la title track merita, Moss va di bottleneck alla grande e la band lo segue come un sol uomo. Poi in Count On Me tocca a Dennis Gruenling passare alla guida per un R&R vorticoso, sembra quasi un pezzo di Chuck Berry accompagnato dai Dr. Feelgood o dai Nighthawks, con Moss che tira come una “cippa lippa” e anche in Note On The Door, un classico slow di quelli da locali fumosi, l’atmosfera non si raffredda; con Nick e soci che poi rilanciano nella prima cover, una Get Your Hands Out Of My Pockets scritta da Otis Spann, con Streiff, Gruenling e Moss che duettano in modo splendido. Anche Tight Grip On Your Leash, sembra uscire da qualche vecchio vinile Chess, con i tre solisti sempre brillantissimi, fantastico anche l’omaggio allo scomparso Barrelhouse Chuck con una sentita He Walked With Giants, un altro lento di quelli duri e puri, con Streiff ancora magnifico al piano, ma pure Moss non scherza con la sua solista pungente, difficile fare meglio, ma ci provano con lo shuffle incalzante di A Pledge To You, dove Moss imperversa ancora con la solista. A Lesson To Learn è l’altro brano a firma Gruenling, con l’ospite Jim Pugh al piano, qui siamo dalle parti del R&B e del rock con un suono più tirato, quasi alla Nighthawks con Moss che fa il Thackery di turno, lancinante e “cattivo” il giusto: Pugh rimane (all’organo) anche per una sorprendente All Night Diner, che era il lato B di Sleepwalk di Santo & Johnny, un vorticoso strumentale tra swing e surf. Come commiato un’altra cover di prestigio, Rambling On My Mind, non è quella di Robert Johnson ma di Boyd Gilmore, in ogni caso blues d’annata, sembra di nuovo un pezzo dei grandi bluesmen della Chess anni ’50 e c conclude in gloria un album di grande spessore, sarà sicuramente uno dei migliori nel genere di questo 2018.

Bruno Conti