Steve Miller Band – Tra Blues, Rock E Psichedelia! Parte II

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Seconda parte.

Gli Anni del Grande Successo 1976-1983 (Mercury Years In Europa)

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Fly Like An Eagle – Capitol 1976 ****

Da questo album in avanti I dischi della Steve Miller Band in Europa cominciano ad uscire per la Mercury, mentre in America rimangono su etichetta Capitol. Il successo si fa travolgente, i dischi vendono a vagonate (questo LP 4 milioni di copie) ma la qualità è ottima, come pure le critiche: ormai il nostro amico ha perfezionato quello space-rock-blues (esemplificato dalla Space Intro posta in apertura) che aveva sperimentato per la prima volta su The Joker. Aiutato dal suo “nuovo” trio dove Lonnie Turner è rientrato al basso e Gary Mallaber è il batterista perfetto, Miller è diventato anche un provetto creatore di singoli di successo, con riff immediati e un suono solare ed accattivante, Fly Like An Eagle, Take the Money And Run e Rock’n Me sono tre perfetti esempi di questo rock fruibile, “scivolante” e tipicamente americano, con Steve che oltre a suonare le chitarre si occupa anche delle tastiere, tra cui il famoso synth ARP Odyssey per gli effetti spaziali, e produce pure.

Forse non tutto l’album è indimenticabile come i tre brani principali, ma Wild Mountain Honey, con Miller anche al sitar, è fascinosa e sognante, la cover di Mercury Blues di KC Douglas (di cui ricordo una versione micidiale di David Lindley su El-Rayo X), ancora una volta attinge dal suo grande amore per le 12 battute, Serenade ha lo stesso incipit di All Along The Watchtower, e Dance Dance Dance, con John McFee al dobro, sembra un brano di John Denver o dei Poco, ma di quelli belli, e pure la cover di You Send Me di Sam Cooke non sfigura. Sweet Maree è il blues che non può mancare, con James Cotton all’armonica e anche la dolce The Window posta in conclusione è un buon brano.

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Book Of Dreams – Capitol 1977 ****

Le canzoni di questo album sono state registrate, come detto, nelle stesse sessions del precedente disco, quindi il suono e l’approccio musicale sono gli stessi: Jet Airliner è il mega successo del LP, ma anche gli altri due singoli Swingtown e Jungle Love, scritta con Greg Douglass, che suona la slide nel brano, sono di ottima fattura. Solita intro spaziale in Threshold, seguita dal riff irresistibile di Jet Airliner, poi Winter Time, con l’amico Norton Buffalo all’armonica, delicata ballata elettroacustica di stampo West Coast, la galoppante Swingtown, questa volta con il coretto preso in prestito da The Lion Sleeps Tonight, e un altro tuffo nei sixties “millerizzati” di True Fine Love.

Mentre tra i brani non memorabili il pseudo prog della sintetica Wish Upon A Star e il finto celtic rock di Babes In The Wood.  Decisamente meglio la ricordata Jungle Love, altro riff’n’roll à la Miller, la morbida psichedelia di Sacrifice e My Own Space, The Stake che ricorda (vagamente) Rocky Mountain Way di Joe Walsh. Forse un filo inferiore a Fly Like An Eagle, ma ancora un ottimo album. Nel 1978 esce Greatest Hits 1974-1978****, che vende un “gazilione” di copie (14 milioni per la precisione) e contiene ben sette brani di Book Of Dreams.

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Circle Of Love – Capitol 1981 ***

A questo punto si poneva il problema di un nuovo album, Byron Allred è il nuovo tastierista, ma Miller sembra avere esaurito il meglio del suo repertorio e anche se “Paganini non ripete”, lui lo fa, in peggio, con le canzoni del nuovo album. La lunga Macho City che occupa l’intera seconda facciata del disco è un cosiddetto space blues, che però vira pericolosamente verso il disco-rock e l’approccio parlato che vorrebbe essere simile allo Zappa  più commerciale in effetti è solo noioso e ripetitivo, e si anima solo per brevi tratti. Le quattro canzoni del primo lato forse sarebbero state un discreto mini album: Heart Like A Wheel, tra surf e Buddy Holly, Get On Home, un rockettino leggero leggero, il doo-wop di Baby Wanna Dance e la title track Circle Of Love un pop gradevole alla Beach Boys con belle armonie vocali e un paio di assoli raffinati di Miller, un po’ poco invero, e il disco non vendette neppure molto.

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Abracadabra –Capitol 1982 **1/2

Il disco seguente è forse anche peggio, molta musica pop ma eseguita con un sound pseudo New Wave, infarcito di tastiere, come nell’iniziale Keeps Me Wondering Why, oppure la disco-rock di Abracadabra molto anni ’80, e pure Something Special nonostante la presenza di Greg Douglass o il singolo sixties Give It Up, tra doo-wop e Beach Boys, non brillano molto. Never Say No ricorda il sound di Greg Kihn che l’anno dopo avrà successo con Jeopardy, Things I Told You sembra un brano dei Police meno ispirati e così via fino alla fine del disco, che però va al n°3 delle classifiche e vende un milione di copie.

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Steve Miller Band – Live! – Capitol 1983  ***1/2

Non un disco dal vivo memorabile, ma ci sono tutti i successi, incisi nel tour del 1982: formazione ampliata per aggiungere i due chitarristi extra, già presenti nel disco precedente, John Massaro e Kenny Lee Lewis, oltre a Norton Buffalo all’armonica che cerca di fare del proprio meglio per dare varietà alle versioni, in parte riuscendoci, anche se sono spesso molto simili a quelle dei dischi in studio: però Gangster Of Love, Rock’n Me, una bluesy Living In The Usa, Fly Like An Eagle, Jungle Of Love, The Joker, una pimpante Mercury Blues, con Steve Miller finalmente grintoso alla chitarra, Take The Money And Run, Abracadbra (no questa no), Jet Airliner, tutte in fila, fanno il loro effetto. Peccato che Buffalo’s Serenade un “bluesone” strumentale di quelli duri e puri non fosse presente nel disco originale, ma solo come bonus nella edizione in CD (però nelle edizioni successive non c’è più, neppure nel box di inediti e rarità Welcome To the Vault).

Dal 1985 a oggi, tra alti (pochi) e bassi.

Italian X-Rays – Capitol 1984  ** Per la serie non c’è fine al peggio Italian X-Rays, come direbbe il La Russa di Fiorello “ è veramente brutto”, un disco elettronico e sintetico dove non si salva nulla, neanche le vendite (forse, a cercare col lanternino Golden Opportunity). Di Living in the 20th CenturyCapitol 1986 – **1/2 salviamo, molto a fatica, la sequenza rock e blues di I Wanna Be Loved, My Babe, Big Boss Man, Caress Me Baby (un bel slow) e Ain’t That Lovin You Baby, anche se il sound è spesso pessimo. Forse la migliore Behind The Barn con doppia armonica, Norton Buffalo/James Cotton. Born To Be Blue – Capitol 1988 – **1/2, il primo disco solo di Steve Miller senza band, sulla carta è interessante, con il ritorno di Ben Sidran alle tastiere, e una selezione di jazz standards, ma il suono, con poche eccezioni, e nonostante la presenza di Milt Jackson e Phil Woods, è spesso turgido, tra smooth jazz e fusion di seconda mano, a meno che amiate il genere.

Wide River – Polydor 1993 *** prova a tornare al rock degli anni ’70, o quantomeno ci prova, diciamo che si lascia ascoltare, ogni tanto c’è anche un po’ di grinta come in Blue Eyes, qualche “riffettino” come in Cry Cry Cry e un accenno di 12 battute in Stranger Blues e nella cover (all’acustica) di All Your Love di Otis Rush, ma l’assolo di sax di Bob Mallach, grazie, ma anche no. Diciamo un 6 politico: dobbiamo poi aspettare 17 anni per avere Bingo! – Roadrunner 2010 ***/12, un più che valido disco di blues elettrico che ci riporta ai temi musicali che tanto lo avevano influenzato nella sua giovinezza.

Il disco vede l’ultima apparizione di Norton Buffalo, scomparso a ottobre del 2009 e comunque nell’insieme fa la sua porca figura, entrando anche nella Top 40 USA: Hey Yeah è un solido pezzo rock-blues scritto da Jimmie Vaughan, con Steve Miller che va anche di Wah-Wah  alla grande, Who’s Been Talkin’ è il classico di Howlin’ Wolf, suonato con forza e impeto, con Norton Buffalo ottimo all’armonica, eccellente All Your Love, con Mike Carabello dei Santana alle percussioni, niente a che vedere con la versione moscia di Wide River, molto buoni anche i due duetti con Joe Satriani, Rock Me Baby di BB King, accelerata e potente, e un brano scritto nel 1994 dalla strana accoppiata Nile Rodgers/ Jimmie Vaughn, la soul ballad Sweet Soul Vibe, per non dire del call and response vocale con Sonny Charles nella cover di Tramp di Lowell Fulson, e anche una fantastica Come On (Let The Good Times Roll) che rende omaggio a Jimi Hendrix (ottime anche le quattro bonus della versione Deluxe). Comunque è tutto l’album che funziona, ci voleva tanto a farlo?

Già che c’era, per riprendere un usanza del passato Steve Miller incide anche insieme Let Your Hair Down – Roadrunner 2011 ***1/2, che viene pubblicato l’anno successivo, stessi musicisti e ancora una ottima selezione di brani rock e blues, di nuovo degni della sua reputazione: Snatch It Back And Hold It di Buddy Guy, con la grinta e la verve della versione originale, I Got Love If You Want It  di Slim Harpo fantastica e hendrixiana, Close Together di Jimmy Reed dai profumi R&R, Pretty Thing con il classico drive alla Bo Diddley, una Can’t Be Satisfied di Muddy Waters che è puro Chicago Blues, Sweet Home Chicago à la Butterfield Blues Band, un altro scatenato R&R come The Walk.

Comunque  tutte le altre canzoni (bonus delle Deluxe incluse) sono eccellenti, con Miller che suona la chitarra veramente alla grande: come nel disco precedente oltre a Miller cantano anche Norton Buffalo, Sonny Charles, Kenny Lee Lewis, il tastierista Joseph Wooten e il bassista Billy Peterson.

Se volete, oltre al Live del 1983, tra i dischi dal vivo si possono segnalare anche The Joker (Live) ***1/2 uscito nel 2014 nel 40° anniversario del disco originale https://discoclub.myblog.it/2015/11/15/40-anniversario-piccolo-classico-del-rock-steve-miller-band-the-joker-live-concert/ , per l’etichetta personale di Miller, la Sailor, distribuita dalla inglese Edsel che è la stessa che ha ripubblicato anche molti dei vecchi album della Steve Miller Band in CD, spesso con l’aggiunta di bonus tracks; dello stesso anno anche Live at the Carousel Ballroom , San Francisco, April 1968 ***1/2 della Keyhole, anche se la qualità sonora non è eccelsa, interessante pure tra i live radiofonici Giants Stadium, East Rutherford N.J. 25-06-78 **** della Echoes, per certi versi superiore al disco dal vivo ufficiale del 1982/83, fin troppo striminzito, molto meglio questo radiofonico https://discoclub.myblog.it/2015/04/11/stadium-rock-depoca-steve-miller-giants-stadium-east-rutherford-n-j-25-06-78/ .

E’ tutto. Senza dimenticare il quadruplo Welcome To The Vault  Capitol 2019****, 3 CD + DVD, di cui avete già letto sul Blog la recensione completa https://discoclub.myblog.it/2019/10/29/cofanetti-autunno-inverno-4-uno-scrigno-di-tesori-finalmente-a-disposizione-di-tutti-steve-miller-band-welcome-to-the-vault/  e che è stato quello che ha scatenato la scintilla per questa retrospettiva dedicata all’artista di Milwaukee.

Bruno Conti

Se Elvis Era Il Re Del Rock’n’Roll, Chuck Era…Il Rock’n’Roll! Un Sentito Omaggio Da Uno Stone In Libera Uscita. Ronnie Wood & His Wild Five – Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry

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Ronnie Wood & His Wild Five – Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry – BMG CD

In questo mese di Novembre sono usciti ben due tributi al grande Chuck Berry, uno dei pionieri assoluti del rock’n’roll, nonostante non ricorrano particolari anniversari riguardanti il musicista di St. Louis scomparso nel 2017: dell’ottimo album del bluesman Mike Zito intitolato Rock’n’Roll (con una marea di ospiti) se ne occuperà prossimamente Bruno, mentre io oggi vi parlo di questo Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry, che documenta appunto un concerto tenutosi circa un anno fa, il 13 Novembre 2018, al Tivoli Theatre di Wimborne (una cittadina nel sud dell’Inghilterra) ad opera di Ronnie Wood e dei suoi Wild Five. Dei membri attuali dei Rolling Stones Wood è sicuramente quello che negli anni è stato più attivo da solista, con più di dieci album tra studio e live (anche se un paio pubblicati prima di prendere il posto di Mick Taylor all’interno della storica band britannica), con una qualità media anche più alta di quella di Mick Jagger, cosa bizzarra se consideriamo che gli Stones molto raramente hanno consentito all’ex Faces di collaborare con loro alla stesura delle canzoni (a memoria credo non si arrivi a cinque brani, con Black Limousine come episodio più famoso).

Per questo album però Ronnie ha voluto fare qualcosa di diverso, omaggiando uno dei suoi eroi musicali di sempre, un lavoro che dovrebbe rappresentare il primo disco di una trilogia di tributi a grandi del passato che hanno avuto per il nostro un’importanza particolare (al momento non è dato sapere chi siano gli altri due artisti interessati, anche perché i relativi concerti si terranno a detta di Wood negli anni a venire: io punterei due euro sul fatto che uno possa essere Bo Diddley). Mad Lad è un album davvero piacevole e riuscito, con il nostro che assume il ruolo di band leader con buona autorevolezza, accompagnato da un gruppo, I Wild Five appunto, formato da elementi validissimi (lo strepitoso pianista Ben Waters, la sezione ritmica di Dion Egtved e Dexter Hercules, i sax di Antti Snellman e Tom Waters, ed i cori femminili di Amy Mayes e Denise Gordon); Ronnie, poi, è un chitarrista eccellente ed un cantante discreto, con una voce tra il dylaniano e lo scartavetrato: non sarà Jagger, ma tecnicamente se la cava meglio del collega Keith Richards. E poi in questo concerto Ronnie non è da solo, in quanto in tre pezzi chiama sul palco la brava Imelda May (gliel’ha presentata Jeff Beck?), che riscalda ulteriormente l’ambiente con la sua ugola scintillante https://discoclub.myblog.it/2010/11/24/musica-tradizionale-dall-irlanda-imelda-may-mayhem/ …anche se io una telefonatina all’amico Rod Stewart l’avrei fatta.

Prima di partire con la disamina del contenuto di questo album vorrei evidenziare l’unica magagna: il CD contiene 11 canzoni per circa 40 minuti di musica mentre nel concerto intero sono stati suonati 21 brani, comprendendo però anche cover di altri autori, ma almeno si potevano inserire tutti i pezzi di Berry, dato che di spazio sul dischetto ce n’era ancora (in particolare mancano Around And Around, No Particular Place To Go, Run Rudolph Run e Bye Bye Johnny, oltre a Roll Over Beethoven e Nadine che erano state suonate all’inizio dalla band senza il leader per riscaldare l’ambiente). L’album comincia con l’unico brano scritto da Wood per l’occasione, cioè Tribute To Chuck Berry, in realtà un pretesto per introdurre la serata citando ripetutamente il celebre riff chitarristico con il quale il rocker di colore apriva molte sue canzoni. I pezzi di Chuck iniziano con Talking About You, un rock’n’roll suonato con classe e rispetto, Ronnie sicuro e la band che lo segue spedita (e Waters che fa correre da subito le dita sulla tastiera a modo suo): il brano non è tra i più noti di Berry, ma l’alternanza tra classici e canzoni meno famose sarà il tema della serata.

Ronnie passa alla slide per la gustosa Mad Lad, uno strumentale suonato in maniera formidabile, con il nostro che fa i numeri e ci porta per qualche minuto nel più profondo Mississippi; arriva la May e si prende il microfono per una sontuosa Wee Wee Hours, un raffinatissimo blues lento, suonato dai Wild Five con una maestria degna di una band dei peggiori bar di Chicago, Waters strepitoso ed Imelda che ci mette una grinta notevole. La cantante irlandese resta sul palco per unirsi alle altre due coriste in una saltellante Almost Grown, in cui Wood si diverte un mondo nel botta e risposta vocale con le tre donzelle, cantando in maniera distesa e suonando la chitarra da vero rock’n’roller, mentre Waters continua con la sua eccezionale performance personale. Back In The USA è puro rock’n’roll, spigliato, trascinante e suonato come Dio comanda (e mi immagino Ronnie ad imitare il passo dell’oca di Berry), Blue Feeling è un altro strumentale di livello eccelso, puro blues con la premiata ditta Wood & Waters che è una delizia per il palato, mentre Worried Life Blues non è scritta da Chuck bensì da Maceo Merriweather (ma Berry l’aveva incisa per il lato B del singolo Bye Bye Johnny): altro blues eseguito con classe, eleganza ed uno stile misuratissimo da parte del leader.

Finale splendido a tutto rock’n’roll con un trittico da urlo formato da Little Queenie, Rock’n’Roll Music (questa ancora con la May alla voce solista) e Johnny B Goode, chiusura travolgente per un CD divertentissimo che omaggia con gusto e classe uno di quelli che il rock’n’roll lo ha letteralmente inventato.

Marco Verdi

Steve Miller Band – Tra Blues, Rock E Psichedelia! Parte I

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Le origini

La “ storia” di Steven Haworth (detto Steve) Miller merita di essere ricordata a grandi linee. Figlio di una coppia benestante di Milwaukee negli anni di metà secolo scorso, nato nel 1943 durante la Seconda Guerra Mondiale, con la mamma  Bertha, appassionata di canto jazz, e il padre George, che alla sua professione di medico patologo univa una passione sfrenata per la musica, oltre ad essere anche un eccellente ingegnere del suono dilettante, il giovane Steve sin dall’infanzia era abituato ad avere la casa visitata regolarmente da musicisti, in special modo la coppia formata da Les Paul (suo padrino) e Mary Ford, dei quali i genitori furono testimoni di nozze. Poi, dopo il trasferimento a Dallas in Texas, altri musicisti iniziarono a frequentare casa Miller,  gente come Charles Mingus, Tal Farlow, T-Bone Walker, con quest’ultimo che insegnò al piccolo Steve trucchetti come suonare la chitarra dietro la schiena e con i denti (ricorda un certo Jimi), oltre alla passione per il blues:quando a metà anni ’50 arriva alle scuole medie a Dallas, forma la sua prima band, i Marksmen (dal nome della scuola) , insieme al fratello Buddy al basso, e all’amico Boz Scaggs, a cui a sua volta insegna i primi rudimenti della chitarra. A questo punto la strada è tracciata, alla fine delle scuole superiori Miller torna nel Wisconsin per frequentare l’Università e nel 1962 forma gli Ardells, ancora con Boz Scaggs e un altro musicista importante per i futuri sviluppi, ovvero Ben Sidran, alle tastiere.

Dopo un semestre di studi in Danimarca e a poche ore dalla laurea in letteratura abbandona la scuola, con l’appoggio della mamma e le perplessità del babbo, e si trasferisce ancora una volta, in quel di Chicago, la culla del nascente blues  bianco elettrico americano, e dell’affermata scuola nera capitanata da Muddy Waters e dagli altri artisti della Chess,. Incoraggiato dai nuovi amici, tra cui Paul Butterfield, col quale lavora brevemente, forma insieme al tastierista Barry Goldberg, la Goldberg-Miller Blues Band che pubblicherà solo un singolo nel 1965. Poi torna in Texas per un ultimo tentativo di completare gli studi universitari, ma deluso dall’ambiente rinuncia di nuovo e con un pullmino Volkswagen parte alla volta di San Francisco, la nuova mecca della musica rock. Vede la Butterfield Blues Band e i Jefferson Airplane al Fillmore e decide di restare e provarci anche lui.

Steve Miller Band Psychedelic Years 1968-1970

All’inizio, nel 1966, la band si fa chiamare Steve Miller Blues Band, ma già l’anno successivo Blues sparisce dal moniker e accompagnano Chuck Berry nell’ottimo Live At Fillmore Auditorium (***1/2 Mercury 1967): insieme a Steve Miller, chitarra e armonica, ci sono JIm Peterman alle tastiere, Lonnie Turner al basso e Tim Davis alla batteria, lo stesso anno partecipa al Festival di Monterey. Agli inizi del 1968 rientra in formazione anche Boz Scaggs, seconda voce e chitarra, e tutti si recano a Londra insieme per registrare il primo album con il grande produttore Glyn Johns (si farebbe prima a dire con chi non ha lavorato, ma diciamo che è passato con tutti i grandi, Beatles, Stones, Led Zeppelin e Who può bastare?).

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Children Of The Future – Capitol 1968  ****

Un grandissimo album , spesso  sottovalutato, ma risentito in questi giorni per la stesura di questo articolo, ancora una volta mi ha sorpreso. Ci sono delle analogie con Sgt. Pepper dei Beatles, in quanto le canzoni fluiscono una nell’altra senza soluzione di continuità, e anche alcune sonorità profumano di quella psichedelia gentile tipicamente britannica dell’epoca. Glyn Johns opta per un suono caldo e da avvolgente: i primi 3 brani, Children Of The Future e altri due brevi frammenti già indicano il sound d’assieme, In My First Mind non ha nulla invidiare ai Pink Floyd bucolici degli inizi, con il piano e l’organo di Peterman in grande spolvero, anche con rimandi a Moody Blues e al nascente Canterbury Sound per gli eccellenti intrecci vocali, con The Beauty of Time Is That It’s Snowing (Psychedelic B.B.) che nel sottotitolo cita esplicitamente la psichedelia e nel sound ci sono anche elementi blues e del futuro suono rock della Sreve Miller Band anni ’70.

I primi due brani del lato B sono scritti e cantati da Boz Scagss: Baby’s Calling Me Home, un sognante baroque folk, Steppin’ Stone un vibrante blues elettrico che anticipa il disco omonimo del 1969 dove Scaggs collaborerà con Duane Allman, soprattutto nella fantastica Loan Me A Dime, un blues lento tra i più belli della storia, sentire il lavoro di Allman per credere https://www.youtube.com/watch?v=oTFvAvsHC_Y , e comunque anche Steve Miller è molto efficace, con le successive Roll With It e Junior Saw It Happen che sono puro acid rock westcoastiano del 1968, prima di lasciare spazio di nuovo al blues in Fanny Mae, con Miller anche all’armonica ed ad una cover di Key To The Highway che è classico electric blues.

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Sailor – Capitol 1968 ***1/2

La stessa formazione, sempre con Johns alla console, si trasferisce in giugno a Los Angeles per registrare il secondo album Sailor, che verrà pubblicato ad ottobre. Ancora con questa eccellente commistione di  blues psichedelico: Song For Our Ancestors non ha nulla da invidiare al suono acido e ricercato della West Coast, sempre però anche con elementi britannici, mentre Dear Mary sembra quasi una outtake dei Beatles del White Album, sognante ed intima, con Scaggs che contribuisce all’album con tre brani, il blues-rock di My Song che ricorda il sound brillante dei Moby Grape, Overdrive uno strano blues quasi dylaniano con uso di slide e Dime-A Dance Romance, un altro pezzo rock in stile californiano, tra Spirit e Jefferson.

Living In The Usa un incalzante rock con elementi blues e R&B è il primo singolo ad entrare nelle classifiche Usa, mentre Quicksilver Girl è una deliziosa ballata psych con elementi pop quasi alla Beach Boys, è verrà ripescata anche per la colonna sonora del “Grande Freddo” nel 1984. Lucky Man è il piacevole contributo del tastierista Peterman che la canta, mentre l’organo imperversa, Gangster Of Love è una brevissima cover del brano di Johnny “Guitar” Watson,  in pratica solo il riff del brano, per introdurre uno degli pseudonimi usati da Steve Miller, che poi torna all’amato blues per una cover di You’re So Fine di Jimmy Reed. Ancora un buon disco, anche se leggermente inferiore all’esordio.

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Brave New World – Capitol 1969 ***1/2

Si tratta del primo album senza Scaggs e Peterman che se ne erano andati alla fine del 1968, il secondo sostituito alle tastiere dall’ottimo Ben Sidran (e in un brano, la liquida ballata Kow Kow al piano c’è Nicky Hopkins). Nel disco, registrato sempre in California, spicca però una canzone registrata agli Olympic Studios di Londra, dove appare Paul McCartney con lo pseudonimo di Paul Ramon (da cui presero ispirazione a loro volta i Ramones, per il nome della band): il brano My Dark Hour, un potente rock chitarristico, è una improvvisazione tra Paul e Steve Miller e proprio il riff di chitarra verrà poi usato nel 1976 per Fly Like An Eagle (della serie non si butta mai via nulla).

Invece in Space Cowboy, un altro dei nomignoli di Miller, che la scrive insieme a Sidran, se il riff  vi ricorda qualcosa, “l’ispirazione” arriva da Lady Madonna. Sempre prodotto da Johns nel disco non mancano comunque i consueti elementi psichedelici come nella estatica title-track o nella vibrante e solare Celebration Song, scritta sempre con Sidran e con le armonie vocali di McCartney; il bassista Tim Davis scrive e canta nella potente scarica rock di Can’t You Hear Your Daddy’s Heartbeat, ed è la voce solista anche nel delizioso folk-blues LT’s Midnight Train, firmata dal batterista  Lonnie Turner. Ci sono altri tre brani firmati dalla coppia Miller/Sidran, lo strano psych blues con armonica di Got Love ‘Cause You Need It, la morbida e westcostiana ballata Seasons e la ricordata Space Cowboy.

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Your Saving Grace – Capitol 1969 ***

Sempre nel 1969, a novembre, per mantenere la media dei due dischi all’anno, esce Your Saving Grace, lo stile è simile a quello del disco precedente, ma nell’insieme meno soddisfacente: solita equa e democratica divisione dei brani, uno a testa per Davis e Turner, uno della coppia Miller/Sidran, una cover di Motherless Childern che però fatica a decollare, forse il brano più interessante è la lunga Baby’s House scritta in coppia con Nicky Hopkins, che peraltro non è memorabile, anche se il tastierista inglese ci mette del suo. Ultimo disco a essere prodotto da Glyn Johns.

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Number 5 – Capitol 1970 ***

Il disco è prodotto dallo stesso Miller, e ci sono vari raddoppi di funzioni: un altro bassista Bobby Winkelman, nella tirata e dagli echi Beatlesiani, Good Morning, due tastieristi, con Hopkins che affianca Sidran, con Lee Michaels che si aggiunge all’organo per Going To Mexico, un  solido pezzo rock-blues  tipico di Miller, scritto con Boz Scaggs; non male ma non entusiasmante la bucolica I Love You, addirittura un tuffo “Campagnolo” nella comunque vibrante Going To The Country con grande finale chitarristico di  Miller, dove appaiono Charlie McCoy all’armonica e il violinista Buddy Spicher, mentre nel country-rock di Tokin’s del batterista Tim Davis (che l’anno dopo se ne andrà) ci sono anche Wayne Moss alla chitarra e Bobby Thompson al banjo. Hot Chili, come da titolo, aggiunge divertenti atmosfere Tex-Mex con tanto di trombe mariachi e anche una Steve Miller’s Midnight Tango, scritta da Sidran, diciamo non indimenticabile, come pure Industrial Military Complex Hex, che però in nuce ha il sound futuro della SMB anni ’70. Miller va anche di wah-wah nella lunga Jackson-Kent Blues, un gagliardo pezzo rock, forse il brano migliore del disco.

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Rock Love – Capitol 1971 **1/2

Le critiche per questo album (dove non è presente nessuno dei musicisti dell’album precedente) non furono particolarmente tenere: registrato metà dal vivo, i tre brani della facciata A, dove Miller è accompagnato dai  Frumious Bandersnatch, la band di Winkelman, dove militava anche Ross Valory, il futuro bassista dei Journey, e tre pezzi  in studio. A me a tratti non dispiace, i primi due brani sono registrati a Hollywood, ma in Florida, una piacevole The Gangster Is Back e lo slow Blues Without Blame, mentre la lunghissima Love Shock arriva da Pasadena, un rock-blues quasi hendrixiano con esteso uso del wah-wah da parte di Steve, anche se i lunghi assoli di batteria e basso nel finale non aiutano.

Dei pezzi in studio Rock Love, classico brano alla Miller, non è male, ma la morbida Harbor Lights e la lunga e strumentale Deliverance, anche con intermezzo scat di Steve, sono piuttosto prolisse. Il LP fu pubblicato dalla Capitol senza il consenso di Miller, mentre il musicista si stava riprendendo da un incidente con la motocicletta.

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Recall the Beginning…A Journey from Eden – Capitol 1972 – ***

Per questo album ritorna Ben Sidran, che è anche il produttore del disco, ma come il precedente si rivelerà un flop commerciale, benché il LP non sia poi brutto, con Jim Keltner, Jack King e Roger Allan Clark, che si alternano alla batteria con Gary Mallaber (che poi sarà con la SMB negli anni d’oro dal 1976 al 1987), Gerald Johnson al basso e Jesse Ed Davis, seconda chitarra in Heal Your Heart, e con Miller che introduce il suo terzo alter ego in Enter Maurice. Proprio questo brano inizia ad inserire in modo embrionale quelle scansioni ritmiche che da lì a poco faranno la fortuna della band, anche se i coretti…insomma. E anche l’uso saltuario di archi e fiati forse è un po’ ridondante: in High Your Mama il nostro va di falsetto, mentre il pezzo con Jesse Ed Davis è un buon blues-rock vagamente alla Little Feat, Somebody Somewhere Help Me, con fiati, sembra quasi una canzone dei Doobie Brothers o dello Stills più scanzonato, Love’s Riddle una ballata sognante alla Crosby. Insomma il nostro deve ancora decidere bene cosa fare, anche se in Fandango e in Journey From Eden si intravede qualcosa del futuro sound.

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The Joker – Capitol 1973 ***1/2

Poi di colpo, sulle ali di un brano fortunato, arriva il successo clamoroso: album al n°2 nelle classifiche Usa, un milione di copie vendute, il singolo al primo posto. La formula classica del rock americano di Steve Miller deve ancora essere messa bene a punto. Però il riff e il ritornello di The Joker sono veramente irresistibili, uno dei brani dove rock e pop si incontrano in modo perfetto. Ottime anche l’iniziale Sugar Babe, una brillante rock song a tutto riff, Mary Lou con divertenti echi sixties, lo scioglilingua della ritmatissima Shu Ba Da Du Ma Ma Ma Ma, guidata dal basso super funky di Johnson, futuro cavallo di battaglia live, Your Cash Ain’t Nothin’ but Trash che è il seguito di Space Cowboy e The Gangster Of Love.

Nella seconda parte non mancano alcune tracce blues come The Lovin’ Cup, Come On in My Kitchen di Robert Johnson, dal vivo a Philadelphia, come la successiva Evil. Conclude il disco Something to Believe In, una ballatona country con Sneaky Pete Kleinow alla pedal steel.  Dal disco verranno tratti in tutto quattro singoli usciti tra il 1973 e il 1975. Prima del ritorno nel 1976 con il nuovo album, che viene già registrato però tra il 1975 e il 1976.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Cofanetti Autunno-Inverno 10. Rinviato Più Volte Ecco Finalmente Questo Eccellente Box “Inedito”, Anche Se… Fleetwood Mac – Before The Beginning

fleetwood mac before the beginning front

Fleetwood Mac – Before The Beginning 1968 -1970 Rare Live & Demo Sessions – 3 CD Sony Music

Vi avevo annunciato l’uscita di questo box alla fine di maggio, in quanto in un primo tempo sarebbe dovuto uscire all’inizio di giugno, poi rinviato al 18 ottobre, ed infine pubblicato il 15 novembre. Chi mi legge su queste pagine virtuali (e anche su quelle del Buscadero) sa che sono un grande estimatore di Peter Green, che secondo il sottoscritto, e non è solo il mio parere, nel periodo che va dal 1966 (anno dell’esordio con i Bluesbreakers di John Mayall) fino al 1971, forse ancora al 1972 quando partecipò a B.B: King In London, è stato nella Top 10 dei più grandi chitarristi rock(blues) in circolazione, e nel 1970 in particolare, anno da cui proviene parte del materiale di questo triplo, era forse il migliore in assoluto. Poi i noti problemi con l’LSD hanno iniziato ad erodere le sinapsi del suo cervello e anche se nel corso degli anni successivi è riuscito parzialmente a recuperare qualcosa del suo grande talento, non più riuscito a tornare quello di un tempo. Ma questa è un’altra storia, raccontata più volte, e che se volete, potete trovare qui https://discoclub.myblog.it/2019/06/28/in-attesa-del-cofanetto-inedito-atteso-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-i/ e qui https://discoclub.myblog.it/2019/06/29/in-attesa-del-cofanetto-inedito-previsto-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-ii/.

Prima di addentrarci nel contenuto di Before The Beginning vi spiego il perché di quel “Anche se…” del titolo: fa riferimento alla parola inedito, perché appunto, anche se, persino nel libretto, vogliono farci intendere che si tratta di registrazioni, ritrovate di recente negli Stati Uniti, senza etichette esplicative, in qualche non meglio specificato magazzino, e poi autenticate dagli esperti ed approvate per la pubblicazione ufficiale dagli stessi Fleetwood Mac: in effetti la fonte dei concerti è ben nota, al di là delle pie balle che ci raccontano, in quanto il materiale del 1968 è estratto da alcune serate del giugno 1968 al Carousel Ballroom di San Francisco, una serie di tre serate trasmesse alla radio in cui si erano alternati con Jefferson Airplane e Grateful Dead, mentre il secondo, quello del 1970, risale ad un paio di concerti, il 30 e 31 maggio, alla Warehouse di New Orleans, sempre con i Grateful Dead, e registrati dal loro tecnico del suono Owsley Stanley, e quindi note come Bear Tapes. Ovviamente come bootleg, anche radiofonici “ufficiali”, hanno circolato in diverse versioni, e pure i quattro cosiddetti demo sono in effetti delle registrazioni BBC del febbraio e luglio 1968. Dato a Cesare quel che è di Cesare, e detto che la qualità delle registrazioni, che era già decisamente alla fonte, è stata ulteriormente migliorata con la rimasterizzazione effettuata per questo box, quello che ci interessa è il contenuto musicale che ci presenta una band, prima in quartetto e poi in quintetto, che era, come detto, una delle migliori in concerto sull’orbe terracqueo all’epoca.

Quindi, per tutti quelli che comunque non possiedono le varie uscite “piratate”, ma sono giustamente interessati, veniamo al contenuto, di cui vi ripropongo prima la tracklist completa, e poi vediamo quali sono le parti salienti dei contenuti, quasi tutti in pratica.:

CD1

1. Madison Blues  (Version 1) (Live) (Remastered) 1968 recording
2. Something Inside of Me (Live) (Remastered) 1968 recording
3. The Woman That I Love (Live) (Remastered) 1968 recording
4. Worried Dream (Live) (Remastered) 1968 recording
5. Dust My Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
6. Got To Move (Live) (Remastered) 1968 recording
7. Trying So Hard To Forget (Live) (Remastered) 1968 recording
8. Instrumental (Live) (Remastered) 1968 recording
9. Have You Ever Loved A Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
10. Lazy Poker Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
11. Stop Messing Around (Live) (Remastered) 1968 recording
12. I Loved Another Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
13. I Believe My Time Ain’t Long (Version 1) (Live)  (Remastered) 1968 recording
14. Sun Is Shining (Live)  (Remastered) 1968 recording

CD2

1. Long Tall Sally (Live)  (Remastered) 1968 recording
2. Willie and the Hand Jive (Live)  (Remastered) 1968 recording
3. I Need Your Love So Bad (Live)  (Remastered) 1968 recording
4. I Believe My Time Ain’t Long (Version 2) (Live)  (Remastered) 1968 recording
5. Shake Your Money Maker (Live)  (Remastered) 1968 recording
6. Before the Beginning (Live)  (Remastered) 1970 recording
7. Only You (Live)  (Remastered) 1970 recording
8. Madison Blues (Version 2) (Live)  (Remastered) 1970 recording
9. Can’t Stop Lovin’ (Live)  (Remastered) 1970 recording
10. The Green Manalishi (With The Two Prong Crown) (Live)  (Remastered) 1970 recording
11. Albatross (Live)  (Remastered) 1970 recording
12. World In Harmony (Version 1) (Live)  (Remastered) 1970 recording
13. Sandy Mary (Live)  (Remastered) 1970 recording
14. Only You (Live)  (Remastered) 1970 recording
15. World In Harmony (Version 2) (Live)  (Remastered) 1970 recording

CD 3

1. I Can’t Hold Out (Live)  (Remastered) 1970 recording
2. Oh Well (Part 1) (Live)  (Remastered) 1970 recording
3. Rattlesnake Shake (Live)  (Remastered) 1970 recording
4. Underway (Live)  (Remastered) 1970 recording
5. Coming Your Way (Live)  (Remastered) 1970 recording
6. Homework  (Live) (Remastered) 1970 recording
7. My Baby’s Sweet (Live)  (Remastered) 1970 recording
8. My Baby’s Gone (Live)  (Remastered) 1970 recording
9. You Need Love (Demo) (Remastered)
10. Talk With (Demo) (Remastered)
11. If It Ain’t Me (GK Edit) (Demo) (Remastered)
12. Mean Old World (Demo) (Remastered)

L’iniziale scandita e travolgente Madison Blues è uno dei classici esempi dell’impetuoso stile alla slide di Jeremy Spencer, uno dei massimi esperti ed epigoni di Elmore James, che anticipa sia le sarabande sonore di Johnny Winter che quelle successive di George Thorogood, altri due che hanno sempre amato il grande bluesman nero, con in più il fatto che nei Fleetwood Mac agiva anche la sezione ritmica di Mick Fleetwood John McVie, una delle più tecniche e potenti in circolazione, e la seconda chitarra di Peter Green, sentire per credere anche il successivo “lentone” intensissimo Something Inside Of Me e più avanti nel concerto del 1968 Dust My Blues e Got To Move, più Elmore di James, e ancora The Sun Is Shining, con Green pure all’armonica. Nel secondo CD, nei brani a guida Spencer c’è anche una forsennata Long Tall Sally a tutto R&R, altra grande passione di Jeremy, che canta pure una sinuosa Willie And The Hand Jive di Johnny Otis, futuro cavallo di battaglia di Eric Clapton, nonché due diverse versioni di I Believe My Time Ain’t Long di Robert Johnson, la prima di qualità sonora all’inizio leggermente inferiore, sempre con Green all’armonica. Green che guida il gruppo, prima in una sontuosa The Woman That I Love di B.B. King, che lo considerava il miglior chitarrista bianco che suonava il blues, come dimostra subito con il suo tocco unico, “spaziale” e lancinante, e anche la lunga Worried Dream, sempre di Mr. B:B. ha un assolo che è un capolavoro di equilibri sonori, con Peter che dalla sua Les Paul Standard del 1959 estrae delle sonorità quasi magiche. Fantastica anche una lunga Jam strumentale senza nome dove Green, McVie e Fleetwood tirano come delle “cippe lippe” (vedi Amici Miei), prima di lanciarsi nel classico slow blues di Have You Ever Loved A Woman che rivaleggia con le tante versioni ascoltate da Slowhand nel corso degli anni, un distillato delle 12 battute vicino alla perfezione, come ribadito nei ritmi latineggianti e sognanti di una I Loved Another Woman che non fa rimpiangere l’assenza del cavallo di battaglia della band Black Magic Woman.

Nel 2° CD, sempre dal concerto del 1968 c’è un altro dei brani migliori del primo Green, I Need Your Love So Bad che purtroppo però dura solo 1:30, ampiamente compensata dalla conclusiva vorticosa Shake Your Moneymaker, dagli espliciti riferimenti sessuali, un altro festival del bottleneck a guida Jeremy Spencer. Che nel concerto a New Orleans del 1970 è decisamente meno utilizzato, anche per l’ingresso nel gruppo di un altro grande chitarrista come Danny Kirwan, che sposta l’asse del sound verso un rock-blues aggressivo e di grande spessore tecnico con le twin guitars dei due ad anticipare i duelli di Duane Allman e Dickey Betts, o quelli più rarefatti dei Wishbone Ash, tra le formazioni dove agivano due chitarre soliste. Before The Beginning è il primo estratto dal capolavoro Then Play On, con la chitarra di Green che fluttua sulle scariche alla grancassa di Fleetwood, prima di lasciare spazio a Only You un brano gagliardo di Kirwan dove le due soliste si fronteggiano in modo superbo (perché anche il buon Danny non scherzava), presente in due differenti versioni. A questo punto c’è la breve sezione dedicata a Spencer, con la versione n°2 di Madison Blues Can’t Stop Lovin’ , sempre di Elmore James. Poi le cose si fanno serie: prima con una versione pantagruelica, oltre dodici minuti, e potentissima di The Green Manalishi (With the Two Prong Crown), che rivaleggia con quella del Live In Boston, con chitarre impazzite e ruggenti ovunque, seguita da una celestiale ed inarrivabile dello splendido strumentale Albatross e sempre a proposito di twin guitars suonate all’unisono da Kirwan e Green, anche la deliziosa cavalcata di World In Harmony presente in due differenti versioni, inframmezzate dal poco noto ma gagliardo rock di Sandy Mary.

All’inizio del 3° CD torna Jeremy Spencer per un’altra perla di Elmore James come I Can’t Hold Out, poi arriva una breve ma strepitosa e selvaggia Oh Well Part I, sempre con il famoso riff in overdrive delle chitarre e assolo da sballo di Kirwan, e ancora, sempre da Then Play On, un trittico incredibile, con la “solita” ferocissima Rattlenake Shake, tredici minuti di chitarre e sezione ritmica impazzite, in continua accelerazione e in assoluta libertà, seguita dalla estatica e sognante psichedelia di una quasi mistica Underway. Ma è un attimo e arriva di nuovo il turbinio rock di Coming Your Way dall’inizio con le chitarre dei due leader prima di nuovo all’unisono a dividersi il proscenio, in continua competizione con Mick Fleetwood che imperversa da par suo alla batteria, per poi lasciare spazio di nuovo alle due chitarre feroci: la qualità sonora forse non è sempre eccelsa ma è comunque un gran bel sentire. Homework, dal repertorio di Otis Rush, uno dei preferiti di Green, non molla comunque la presa, sempre con l’intera band scatenata a tutto blues and roll. My Baby’s Sweet My Baby’s Gone, di nuovo di James, con Jeremy Spencer sempre a voce e bottleneck non sembrano provenire dal concerto del 1970, come riportato, ma forse sono prese da qualche altra fonte sonora del 1968, come le quattro tracce finali riportate nelle note come demos, ma provenienti da BBC Sessions varie, una rara You Need Love di Willie Dixon con un Green abbastanza arrapato, Talk With You di Danny Kirwan, che come Homework viene dal periodo di Blues Jam At Chess, e If It Ain’t me, un boogie blues con piano e armonica, ma una qualità sonora rivedibile e infine una ottima Mean Old World con il buon Peter Green in modalità blues completano il triplo CD. Forse non un capolavoro assoluto, ma l’ennesima dimostrazione che la band di Peter Green e soci è stata in quegli anni una delle grandi realtà di una epoca storica che li ha visti spesso grandi protagonisti.

Bruno Conti

Stanno Tornando! Mandolin’ Brothers, Sabato 30 Novembre Allo Spazio Teatro 89 Di Milano Presentazione Del Nuovo Album “6”

mandolin' brothers 6mandoban

Ah, quei bei titoli di una volta, “6”, sarà mica per caso il sesto album della band pavese (diciamo di Voghera e dintorni)? Certo che sì: a cinque anni dal precedente album Far Out, e a due anni dall’uscita del disco solista di Jimmy Ragazzon,i Mandolin’ Brothers pubblicano un nuovo album anche per festeggiare 40 anni di carriera (ok i dischi hanno iniziato a farli parecchi anni dopo, ma non stiamo a spaccare il capello in quattro, anche perché non per tutti ce ne sono ancora molti). La formazione si è stabilizzata da parecchi anni in un sestetto, dove oltre a Jimmy, voce solista, armonica e chitarra acustica, ci sono Marco Rovino, chitarre, mandolino e voce, Paolo Canevari, chitarra elettrica e slide, Riccardo Maccabruni, piano, organo, fisarmonica e voce, Joe Barreca, basso e Daniele Negro, batteria.

Per questa serata speciale, che si terrà alla Spazio Teatro 89 a Milano in Via F.lli Zoia 89, ci saranno alcuni ospiti, non a sorpresa, visto che sono annunciati Paolo Bonfanti, Bruno De Faveri e Dado Bargioni; non ci sarà Jono Manson, che ha prodotto il nuovo album ai suoi Kitchen Sink Studios di Santa Fé nel New Mexico, disco che è stato registrato nel corso dell’ultimo anno tra i Downtown Studios di Pavia e il Raw Wine Studio di Buffalora (PV), Jono che sarà probabilmente presente nelle date di febbraio del tour. Il disco riporta nove nuove composizioni della band, un brano inedito di Jono Manson e una cover di Steve Earle, da sempre uno dei preferiti del gruppo, insieme agli amati Bob Dylan, Stones, Little Feat e ai grandi bluesmen della tradizione della musica americana, tanto per citare solo alcune delle influenze che animano la musica dei sei: quindi blues, rock, country, folk, roots music, vogliamo chiamarla Americana (quello che si offende se usi il termine è Dan Stuart dei Green On Red)? Ovviamente il concerto prevede, oltre alla esecuzione dei nuovi brani, anche una carrellata di canzoni dai vecchi album e qualche cover succosa scelta nel loro sterminato repertorio.

Che altro dire? Il prezzo del biglietto sarà 13 euro, 10 euro quello ridotto. Poi la settimana prossima, o comunque non appena in possesso del CD, che verrà venduto pure al Teatro, recensione dell’album sul Blog. Non mi rimane che dirvi di intervenire numerosi: se li conoscete già è quasi pleonastico dirlo, ma se non li avete mai visti dal vivo (vedere sopra), si tratta di una esperienza da fare assolutamente, in quanto siamo di fronte ad una delle migliori band in circolazione, e non solo in Italia.

Bruno Conti

Preziose Missive Dal Passato. The Animals – The Complete Live Broadcasts 1 1964-1966

animals the complete live broadcasts 1964-1966

The Animals – The Complete Live Broadcasts 1 1964-1966 – 2 CD Rhythm & Blues Records

Ammetto che quando ho letto le prime notizie di questo doppio CD dedicato agli Animals temevo il peggio: da dove è sbucata questa Rhythm And Blues Records, etichetta inglese specializzata in ristampe e compilations di materiale “antico”, diciamo dell’era pre-copyright, quindi con almeno 50 anni sul groppone, canzoni e album sui quali le case discografiche originali non sono più proprietarie esclusive dei diritti? Quindi spesso CD con un suono scadente, poche informazioni sulla provenienza dei brani,  libretti assenti o con note approssimative: niente di tutto ciò, siamo di fronte ad un lavoro fatto con i fiocchi, libretto di 16 pagine ricchissimo di notizie, lista dei brani estremamente dettagliata con indicazioni precise sulle trasmissioni radiofoniche da cui proviene ciascuno dei brani contenuti in questa antologia, e soprattutto un suono perlopiù sorprendentemente brillante e dettagliato (non in tutti i brani, forse sarebbe stato troppo pretenderlo), mono come è ovvio, visto che si tratta di registrazioni relative al periodo 1964-1966, al solito il problema probabile è la scarsa reperibilità.

animals complete animals

Già la discografia degli Animals è piuttosto complicata, con le versioni inglesi degli album dell’epoca (come succedeva per le discografie dei “rivali” Beatles e Stones, ma anche per tutti gli altri) senza i singoli di successo, poi inseriti in raccolte successive oppure nelle versioni americane degli LP, titoli ingannevoli, Animalism e Animalisms e via così. Se non siete dei partiti della band di Eric Burdon e quindi avete già tutti i loro album, l’ideale per conoscere il gruppo di Newcastle sarebbe recuperare il doppio antologico della Parlophone The Complete Animals, che attraverso 41 brani in ordine cronologico copre splendidamente il periodo dal 1964 al 1965, evitando doppioni e ripetizioni (è ancora disponibile a prezzo speciale,lo vedete qui sopra). Tornando a Broadcasts 1964-1966, qui il periodo seguito è più ampio e segue le esibizioni radiofoniche di quel quintetto, oltre al grandissimo Burdon alla voce, Alan Price all’organo, Hilton Valentine alla chitarra, il futuro manager di Jimi Hendrix Chas Chandler al basso e John Steel alla batteria (che guida ancora l’attuale incarnazione del gruppo). Detto che House Of The Rising Sun non c’è, il resto del materiale BBC, e di altre emittenti dell’epoca, riporta i grandi successi  ed una serie notevole di chicche che vanno a scavare in profondità nel repertorio tra R&B, Blues, R&R s e proto-rock che era nelle corde della band, una miscela esplosiva che aveva pochi rivali in Inghilterra, a parte gli Stones, i Them di Van Morrison, i primi Yardbirds e forse anche le band pre British Blues come quelle di Alexis Korner e Cyril Davies.

Il primo CD riporta cinque sessions per la trasmissione della BBC Saturday Club Session dal febbraio ’65 a marzo ’66, 27 brani + una intervista, inframmezzati ogni tanto dalle leggendarie ed affascinanti presentazioni vintage degli speaker dell’emittente britannica: qualche leggero e contenuto calo nella qualità sonora , ma anche versioni da sballo di Don’t Let Me Be Misunderstood, Dimples, Mess Around, Bring It On Home To Me, We’ve Gotta Get Out Of This Place, spesso più belle degli originali, con la chitarra di Valentine e l’organo e il piano di di Price a pennellare il sound, il basso pulsante di Chandler e la batteria di Steel a sostenere la voce potente, ispiratissima e negroide di Eric Burdon, una delle più grandi voci di sempre. Per non dire di versioni fantastiche di una jazzata In The Wee Wee Hours di Chuck Berry, Heartbreak Hotel di Elvis, rallentata ad arte, l’iniziale furiosa Gonna Send You Back To Walker con Eric che canta con un impeto formidabile, Drown In My Own Tears di Ray Charles, una splendida Work Song di Cannonball Adderley, tra le grandi hits dimenticavo una spumeggiante It’s My Life con il suo celebre riff e il ritornello incalzante, inside Looking Out del 1966, uno dei rari brani firmati dalla band, una scattante Sweet Little Sixteen e tantissime altre.

Il secondo CD è forse più dispersivo, ancora un brano dalle Saturday Club Sessions del 1966, poi si salta agli unici tre brani del marzo 1964, tratti dalla trasmissione A Whole Lotta Shakin’, una tripletta scoppiettante con Talkin’ Bout You, una rauca e selvaggia Shout e Around And Around: Bruce Springsteen  sintonizzato alla radio, probabilmente ascoltava e prendeva nota, poi brani dal vivo dallo spettacolo dei NME Poll Winners, con pubblico urlante, prevedono una primeva Boom Boom, una delle altre varie versioni di Don’t Let Me Misunderstood, mentre da  una trasmissione del 1965 una vibrante We’ve Gotta Get Out Of This Place, entrambi i brani poi ripetuti  in altri concerti come Gadzooks dell’aprile ’65 e dalla esibizione all’Olympia di Parigi per la RTL nel marzo del ’66, tantissima energia sempre, ma la qualità sonora è meno brillante, se no parleremmo di un album da 4 stellette. Ma tra le chicche finali, gli ultimi due brani registrati a Ready Steady Go del 16 settembre 1966 vedono Eric Burdon raggiungere sul palco la band di Otis Redding per una pimpante Hold On I’m Coming, e poi insieme al King Of Soul e a Chris Farlowe dare vita a una colossale versione di Shake. Le sei interviste conclusive, interessanti, sono probabilmente superflue, ma il resto, per dirla in due parole, forse tre, s’ha da avere.

Bruno Conti

Di Nuovo Pregevole E Ruvido Electric Blues Made In Italy. T-Roosters – The Sunny Wine Session

t-roosters sunny wine sessions

T-Roosters – The Sunny Wine Session – Holdout’n Bad

Torna la band lombarda, puntuale al solito appuntamento biennale con un nuovo disco, e anche il sottoscritto è pronto ancora una volta, come per i due album precedenti https://discoclub.myblog.it/2017/05/08/ancora-eccellente-blues-allitaliana-t-roosters-another-blues-to-shout/ , a parlarvi di questo The Sunny Wine Session, quarto album della loro discografia, che li vede sempre alle prese con il tipico electric blues che li contraddistingue, sporco, polveroso, spesso ipnotico e dall’andamento lento, ma anche screziato di boogie, di swing-blues, shuffle, insomma tutte le forme, classiche e meno, delle 12 battute canoniche. La musica del quartetto non è legata ad una ortodossia assoluta verso le sonorità classiche, facendoli preferire per questo anche a gruppi autoctoni americani, benché la foto interna del CD che li vede mentre mostrano un cartello indicatore per Beale Street, la strada del blues di Memphis, dice più di molti trattati forbiti.

Tornando appunto più prosaici, con citazione “colta” estrapolata dal repertorio di Stanlio e Olio, potrei dire che Paolo Cagnoni, l’autore dei testi dei loro brani, e Tiziano “Rooster” Galli, chitarrista, cantante ed autore delle musiche, sono sempre come “due piselli in un baccello”, coadiuvati dall’ottimo Marcus Tondo alle armoniche, e dalla solida sezione ritmica (si usa dire così), formata da Lillo Rogati al basso e Giancarlo Cova alla batteria. Venendo alle canzoni, tredici in ttuto, direi che non ci sono grandi variazioni rispetto al precedente Another Blues To Shout, dopo gli esperimenti con tromba, piano, organo e contrabbasso, del pur ottimo disco del 2015 Dirty Again: devo dire che li preferisco così, più “nudi e crudi”, come testimoniano i brani di questo nuovo album. L’iniziale In The Cold Darkness, con il suo incedere scandito e misterioso tiene fede al titolo della canzone, con il cantato di Galli quasi minaccioso e  declamatorio, punteggiato dagli sbuffi dell’armonica e poi nel finale da un assolo tirato e cattivo della chitarra solista, con il basso potente di Rogati a dare il groove.

Sam’s Blues, uno dei due brani che nel suffisso del titolo riporta il termine blues, è in effetti un lento, sempre inquietante, con un cantato che a tratti volge al parlato, ma con la chitarra che invece è limpida e raffinata nel proprio lavoro, prima di lasciare spazio a Sometimes My Soul, dove rimandi gospel ci spingono quasi nella paludi della Louisiana, grazie alla presenza dei due ospiti Veronica Sbergia e Max De Bernardi che con la loro vocalità aggiunta caratterizzano questo blues quasi primigenio, con un bel lavoro dell’armonica di Tondo. Surreal Love, sempre con le due di voci di supporto in azione, è più mossa e scattante, con l’armonica sempre protagonista di una sorta di raccordo nel suono e un breve solo di chitarra nella parte centrale; Freedom In The Morning, dall’andamento ondivago e con qualche stop and go nel suo dipanarsi, vive ancora nel dualismo tra la vivace armonica e la “riffata” chitarra di Galli, che nel finale rilascia un altro assolo breve ma ben congegnato, con Sores Amd Dreams che imbastisce un classico slow di impianto classico Chicago blues, mentre la voce che ci parla di piogge nucleari e pericolosi dittatori, è utilizzata quasi in modalità da crooner, con la chitarra che segue sinuosamente il dipanarsi della vicenda per poi lasciarsi andare a un assolo.

In Only A Holy Night, introdotta da un bottleneck flessuoso, poi si vira di nuovo verso un call and response con la voce della Sbergia  e un groove che, nei continui cambi di tempo,  a tratti ricorda il beat di Bo Diddley; Ice And Dust è forse il brano che più si avvicina a stilemi blues-rock, con un suono più aggressivo e “moderno” che poi nel finale lascia spazio ad un altro bel assolo dell’armonica di Tondo. Shouting Hard è uno shuffle in puro Chicago style, sempre giocato sulle spire della mouth harp e della slide, che poi rimane protagonista anche della successiva Lost In Space, un lento atmosferico e quasi ferino. Night Desert Boogie mi ha ricordato, come in altri del loro repertorio passato, certe affinità con i primi Canned Heat, quelli dove il  compianto Larry Taylor (che ci ha lasciato di recente) pompava di gusto sul suo basso elettrico, prima di lasciare spazio alla chitarra di Vestine o Wilson, qui impersonata da Galli, 3.95Euros Blues è un altro pezzo più elettrico e tagliente, prima del commiato affidato alla lenta e sognante Wedding Ring, il brano più lungo e forse più bello di questo album che conferma la classe e il valore della band milanese, una realtà della scena blues italiana ed internazionale.

Bruno Conti

Cofanetti Autunno-Inverno 4. Uno Scrigno Di Tesori, Finalmente A Disposizione Di Tutti! Steve Miller Band – Welcome To The Vault

steve miller band welcome to the vault

Steve Miller Band – Welcome To The Vault – Capitol/Universal 3CD/DVD Box Set

Nel mese di Novembre Bruno vi intratterrà con una dettagliata retrospettiva dedicata a Steve Miller, musicista molto popolare negli anni settanta ed ottanta con la sua Steve Miller Band: io oggi mi occupo invece di Welcome To The Vault, nuovissimo cofanetto che per la prima volta vede pubblicate diverse canzoni provenienti dagli archivi del cantante-autore-chitarrista di Milwaukee. Siccome le note biografiche sul personaggio le potrete leggere già nel post del titolare di questo blog, io mi limiterò alla recensione “nuda e cruda” del contenuto del box, che in tre CD più un DVD (ma esiste anche una versione audio singola intitolata Selections From The Vault) ripercorre tutto il cammino di Steve ponendo però l’accento su parecchie tracce sconosciute, con versioni alternate di pezzi noti, riletture dal vivo, cover incise in studio e addirittura ben cinque canzoni originali mai sentite prima. Steve aveva già pubblicato in passato qualche brano inedito, ma mai con una tale generosità: infatti su 52 pezzi totali (parlo della parte audio) ben 38 compaiono qui per la prima volta, e la bellezza del manufatto (una splendida confezione formato libro con numerose foto, note del noto giornalista David Fricke e crediti canzone per canzone, con in omaggio anche un poster, diverse cartoline e dieci plettri multicolori, oltre ad una suggestiva copertina lenticolare) è la ciliegina sulla torta che fa sì che il box sia da considerarsi imperdibile.

Sì, perché al suo interno troviamo davvero tantissima grande musica, da parte di un artista spesso sottovalutato e bistrattato dalla critica per la sua scelta, specie dagli anni settanta in poi, di specializzarsi nella scrittura di brani pop-rock di stampo californiano di sicuro impatto e grande successo (come se la capacità di scrivere hits di qualità fosse un demerito), tralasciando in parte il blues e la psichedelia di inizio carriera. Ma il blues è sempre stata la sua vera passione, ed in questo cofanetto ce n’è a volontà, sia in studio che soprattutto dal vivo, spesso in versioni lunghe ed infuocate. Non dimentichiamo che la SMB ha sempre avuto ottimi musicisti al suo interno, ed è stata anche trampolino di lancio per nomi del calibro di Boz Scaggs, Ben Sidran e Ross Valory (che diventerà il bassista dei Journey fino ai giorni nostri), oltre ad ospitare nei seventies il noto armonicista Norton Buffalo. Il box comprende anche dei brani editi, un po’ come American Treasure di Tom Petty, ma mentre nel caso del compianto rocker della Florida la scelta cadeva su canzoni meno conosciute, qua le hits non mancano, e nelle versioni più note (The Joker, Fly Like An Eagle, Abracadabra): sinceramente non capisco questa scelta, in quanto un neofita difficilmente si comprerà questo box, mentre i fan di Steve conoscono già questi brani a menadito (anche se riascoltarli fa sempre piacere). Ma passiamo ad una disamina disco per disco, premettendo che mi limiterò soltanto alle tracce mai sentite prima.

CD1. Il cofanetto comincia subito con tre inediti dal vivo, il primo dei quali è una straordinaria Blues With A Feeling di Little Walter, dieci minuti registrati nel 1969 in trio con Lonnie Turner e Tim Davis, un torrido slow blues che ci fa subito capire che Steve nel compilare il box ha fatto le cose sul serio: grande performance chitarristica del leader, ed è solo l’inizio. Una tosta versione della vibrante Don’t Let Nobody Turn You Around precede altri nove imperdibili minuti della fantastica Super Shuffle (siamo nel 1967), uno strumentale chitarristico a tutto ritmo nel quale il nostro ed i suoi compagni andavano già come treni: tra le cose più belle del box. Ci sono diverse versioni alternate di brani noti di Steve, a partire dall’hendrixiana Industrial Miltary Complex Hex, per proseguire con un’intima rilettura acustica di Kow Kow Calculator (1973, quattro anni dopo la versione originale), un demo del 1966 di Going To Mexico in cui Miller suona tutti gli strumenti, il sognante pop psichedelico Quicksilver Girl (con Scaggs alla seconda chitarra), una strepitosa Jackson-Kent Blues di otto minuti e mezzo anche meglio dell’originale ed una Seasons ancora con solo Steve alla voce e chitarra. Dal vivo abbiamo anche una fenomenale rilettura del classico di Robert Johnson Crossroads che non ha tanta paura di quella dei Cream (ma come suona Steve?) ed una scintillante Never Kill Another Man, acustica e folkeggiante con quattro voci all’unisono, molto CSN&Y. Dulcis in fundo, questo primo dischetto offre anche le prime due canzoni totalmente inedite, e se Hesitation Blues è una tenue ballata acustica che dura meno di due minuti, Say Wow è un gradevole midtempo blues che avrebbe potuto benissimo trovare posto su qualsiasi album del nostro.

CD2. I primi brani unreleased che troviamo sono due versioni della nota Space Cowboy, la prima solo strumentale ed embrionale (dura poco più di un minuto), mentre la seconda è registrata dal vivo nel ’73, ed è trascinante sebbene non incisa benissimo. Le “alternate versions” continuano con una doppia Rock’n Me (uno dei più grandi successi della SMB), la prima full band con Buffalo all’armonica e la seconda a livello di demo, una True Fine Love non particolarmente rifinita ma sempre molto bella, la grintosa The Stake, un blues di gran lusso, e due riletture di classici come My Babe di Willie Dixon e All Your Love (I Miss Loving) di Otis Rush, non inferiori a quelle finite rispettivamente su Living In The 20th Century e Wide River. Le chicche di questo secondo CD sono però le cover inedite registrate in studio: una potente Killing Floor (Howlin’ Wolf), blues e ritmo che vanno a braccetto, un’intensa Tain’t The Truth di Allen Toussaint, che assume la veste di una ballata anni sessanta, la coinvolgente Freight Train Blues di Roy Acuff, decisamente più blues che country (ma perché non pubblicarla?), una vibrante Double Trouble ancora di Otis Rush, ed una squisita Love Is Strange (Mickey & Sylvia, ma anche i Wings di Wild Life) dall’arrangiamento quasi reggae. La ciliegina sono i due brani scritti da Steve e mai sentiti prima, cioè il godibile rock’n’roll strumentale Echoplex Blues e soprattutto That’s The Way It’s Got To Be, una canzone davvero ottima, una calda ballata melodicamente impeccabile ed impreziosita dalla slide di Les Dudek, altro pezzo che non mi spiego come possa essere rimasto nascosto fino ad oggi.

CD3. Si inizia con una bella e rilassata registrazione live (1990) del blues di Jimmy Reed I Wanna Be Loved, in cui il nostro duetta chitarristicamente con il leggendario Les Paul, solo due chitarre ed un basso ma godimento alle stelle. Gli inediti di questo terzo dischetto sono perlopiù versioni alternate, comunque decisamente interessanti, a partire da una Fly Like An Eagle dall’arrangiamento più funky rispetto all’originale e registrata due anni prima. Poi abbiamo un demo chitarra-basso-batteria di The Window (canzone splendida in ogni caso), due ottime e vitali prime versioni di Mercury Blues e Jet Airliner ed una fluida Swingtown. Finale in deciso crescendo con una sontuosa Take The Money And Run dal vivo nel 2016 al Lincoln Center di New York con Jimmie Vaughan come axeman aggiunto ed una sezione fiati, strepitosa rilettura ricca di swing, seguita dall’ultimo inedito assoluto del box, Bizzy’s Blue Tango, una scintillante rock song strumentale dal mood coivolgente che giustamente è stata tirata fuori dai cassetti (è del 2004). Il cofanetto si chiude in maniera particolare, e cioè con due versioni molto diverse del blues di T-Bone Walker Lollie Lou: la prima è una registrazione inedita del 1951 proprio dello stesso T-Bone (con un pianista ed un bassista non accreditati) e proprio a casa di Steve, di fronte al padre del nostro che era amico del grande bluesman, mentre la seconda è eseguita dalla SMB ancora nel 2016 a New York con Vaughan, adattamento jazzato e decisamente raffinato.

Il DVD (che non ho ancora visto) contiene diverse cose molto interessanti, a partire da un concerto del 1973 (Don Kirshner Rock Concert) di undici pezzi, seguito da due brani del 1990 con Les Paul e varie cose come la partecipazione della SMB al mitico Monterey Pop Festival del 1967, due canzoni al Fillmore West nel 1970, un pezzo del ’74 insieme a James Cotton, Abracadabra in Michigan nell’82 e due brani tratti dall’Austin City Limits del 2011.

Se quest’anno a Natale volete farvi fare un bel regalo, questo cofanetto potrebbe essere un’ottima idea.

Marco Verdi

Dopo Una Serie Di Ottimi Album Tra Jazz E Blues Van The Man Torna All’Amato Celtic Soul, E Colpisce Ancora! Van Morrison – Three Chords & The Truth

van morrison three chords & the truth

Van Morrison – Three Chords & The Truth – Exile/Caroline/Universal

Sono 55, dicasi cinquantacinque anni, che questo signore pubblica musica, e quasi mai, o molto raramente, non ha centrato l’obiettivo di regalarci appunto dell’ottima musica: ogni volta è difficile, ma non impossibile, esprimere l’ammirazione che suscita questo formidabile artista, uno dei più longevi e prolifici (il CD di cui stiamo per occuparci è il 41° album di studio della sua discografia, senza contare Live, antologie, cofanetti e ristampe varie), nonché, e diciamolo, tra i più costanti a livelli qualifativi che,se in alcune occasioni sfiora la creazione di capolavori assoluti (ognuno scelga i propri preferiti), spesso e volentieri, come per i quattro dischi che hanno preceduto Three Chords & The Truth, abitano nelle eccellenze della musica rock, e soul, e blues, e jazz, ogni tanto anche country e folk, per sfociare in quello stile che, in mancanza di migliori definizioni, chiameremo Van Morrison style, e che ingloba tutte le sfumature sonore che abbiamo appena ricordato per creare un canone personale. Ogni tanto però escono dei dischi, come questo nuovo ( e qualche anno fa lo splendido https://discoclub.myblog.it/2016/10/02/male-esordiente-irlandese-van-morrison-keep-me-singing/ ) che rinverdiscono il suo approccio più da balladeer, autore di canzoni tout court, da praticante del celtic soul, genere che in pratica ha inventato lui e che periodicamente rivisita con classe sopraffina, questo nuovo è anche superiore al disco del 2016, addirittura uno dei più belli di sempre del musicista di Belfast.

Senza comunque tralasciare di inserire gli altri elementi che lo stesso Van Morrison ama, in quanto a sua volta amante della musica di chi lo ha preceduto e che spesso “cita” nel proprio eloquio musicale, mutandoli a proprio piacimento grazie alla sua immensa cultura musicale e a quella voce incredibile che, nonostante lo scorrere inesorabile del tempo, non mostra il minimo segno di cedimento, rimanendo una delle più belle ed espressive in assoluto in circolazione. Con un titolo ispirato da un famoso detto di Harlan Howard che era riferito alla musica country, ma che il nostro amico amplia a tutta la buona musica, a cui spesso bastano appunto “tre accordi e la verità” per rendere le canzoni un bene inestimabile da fruire in profondità. Mi rendo conto che ancora una volta sto facendo il panegirico del rosso irlandese, ma quando ci vuole ci vuole, e anche per l’occasione mi “scappava” di dirlo, per cui passiamo ai particolari: copertina sobria, dopo quella con il pupazzo, a mio parere orribile, di The Prophet Speaks, che comunque non inficiava la qualità dei contenuti (nonostante fosse il quarto album in 18 mesi), accantonata la collaborazione con l’organista e trombettista Joey DeFrancesco, e per l’occasione spariscono anche i fiati, tra i protagonisti assoluti di quella serie di dischi,.Van impiega nel disco due chitarristi, all’acustica il rientrante Jay Berliner, utilizzato sia  nella versione originale di Astral Weeks come pure nella ripresa dal vivo alla Hollywood Bowl , di una decina di anni fa, e all’elettrica Dave Keary, anche al bouzouki, inoltre ci sono diversi bassisti che si alternano nelle diverse canzoni, Jeremy Brown, Pete Hurley e il grande David Hayes, sullo sgabello del batterista troviamo Bobby Ruggiero, presente nel disco dei duetti, e Colin Griffin, mentre alle tastiere, piano e organo, operano svariati musicisti, John Allair, Richard Dunn e Paul Moran all’organo, strumento che caratterizza molto il sound del disco, al piano Stuart McIlroy, oltre a Teena Lyle, impegnata anche saltuariamente a vibrafono e percussioni.

Una bella pattuglia di musicisti ai quali si aggiunge, come ospite, il leggendario Bill Medley (che i più giovani, si fa per dire, ricordano per I’ve Had The Time Of My Life, il duetto con Jennifer Warnes, presente nella colonna sonora di Dirty Dancing, ma prima era stato uno dei Righteous Brothers, quelli di You’ve Lost That Lovin’ Feelings e Unchained Melody) che duetta con Morrison in Fame Will Eat The Soul, una delle 14 canzoni che compongono Three Chords & The Truth, tutte scritte da Van, con l’aiuto di Don Black in If We Wait For Mountains, mentre la conclusiva Days Gone By re-immagina la melodia di Auld Lang Syne, inserita in una canzone composta dallo stesso Van The Man. In totale circa 70 minuti di ottima musica, con alcune punte di eccellenza, che ora andiamo a vedere: March Winds In February apre splendidamente, un brano degno delle cose migliori del Morrison anni ’70, organo scivolante, elettrica ed acustica che si rispondono fra loro, un ritmo ondeggiante della batteria e un giro di basso incisivo, sui quali Van improvvisa una delle sue classiche interpretazioni vocali, calde ed avvolgenti, come ai tempi d’oro https://www.youtube.com/watch?v=l-lQJ_8_JaE . Ottima anche la citata Fame Will Eat The Soul, un potente errebì, sempre con un marcato giro di basso a caratterizzarlo, Van e Medley si aizzano l’un altro in un call and response che ricorda quello di Summertime In England , con il vecchio Bill che con la sua voce baritonale ancora in grande spolvero non scherza un c. e quasi sovrasta Morrison, per la gioia dell’ascoltatore, altra grandissima canzone, con la band pimpante ed elegante a seguire le mosse dei due vecchi leoni; Dark Night Of The Soul (con l’anima ricorrente nel titolo) è una splendida ballata di quelle che solo l’irlandese sa realizzare, atmosfera serena e spirituale, quasi ipnotica, come quella delle canzoni più belle di Common OneHymns To The Silence, con piano e organo e le chitarre arrangiate splendidamente, con finale in crescendo, per creare ancora una volta una melodia senza tempo.

Dopo tre canzoni così è quasi fisiologico che la tensione si allenti leggermente, ma comunque la jazzata e brillante In Search Of Grace, condotta da un organo “borbottante” e dall’acustica arpeggiata di Berliner, è sempre estremamente godibile, mentre la spiritata Nobody In Charge ricorda per certi versi le atmosfere swinganti di Moondance (l’album), con tanto di doppio assolo di sax vecchio stile di Van Morrison. You Don’t Understand è una delle canzoni più lunghe, oltre i sei minuti; dall’impianto jazz-blues, notturna e complessa, con organo e contrabbasso a contraddistinguerla, come pure un lavoro di fino della batteria, e il nostro che la canta con grande pathos e precisione nell’emissione vocale impeccabile del cantante irlandese, che si conferma interprete di categoria superiore, e c’è pure quella che mi sembra una citazione ripetuta del giro armonico di Ballad Of A Thin Man di Bob Dylan. Read Between The Lines, con organo e il vibrafono della Lyle in bella evidenza, ha un tocco latino e disimpegnato, quasi allegro, comunque molto coinvolgente e piacevole, con Does Love Conquer All? che ci fa rituffare di nuovo nelle classiche atmosfere Celtic Soul tipiche del nostro, non un brano forse memorabile per i suoi standard ma cionondimeno sempre soave e squisito, anche nella incantevole parte strumentale.Altro discorso per Early Days, un vorticoso e travolgente tuffo nell’era del R&R tanto amata dall’irlandese, tra boogie e rockabilly come se gli anni ’50 non fossero mai passati; grazie a piano boogie woogie e sax che spalleggiano alla grande Morrison. If We Wait For Mountains, con il testo scritto dal celebre (in Inghilterra) librettista di musical e colonne sonore Don Black, con i suoi meno di tre minuti è una romantica e tenera ballatona a tempo di valzer, piacevole e di nuovo senza tempo.

Up On Broadway, di nuovo oltre i sei minuti, è un’altra ballata splendida estratta dal songbook migliore di Morrison, con un breve intervento delizioso dell’elettrica di Keary e poi dell’organo, mentre Van canta in tono quasi discorsivo e incanta l’ascoltatore per la facilità del suo cantato, che quasi ti avvolge in una nuvola di grande piacere e serenità. La title track Three Chords & The Truth è un altro brillante esempio di R&B “according to Van Morrison”, con chitarre, organo, piano e percussioni a dettare le linea melodica, mentre il nostro la canta in assoluta souplesse con la sua voce meravigliosa; in Bags Under My Eyes, una delicata canzone tra folk e country, con steel guitar e armonica, il nostro amico riflette sul passare del tempo e sulle fatiche del dover comunque continuare ad andare in giro in tournée per far tornare i conti “Well the road just lets me down/ Got to get off this merry-go-round … but I’m still out here on the go..when am I gonna get wise?”, visto che come ha detto in alcune sue considerazioni gli anni passano ma bisogna comunque guadagnarsi la pagnotta, anche se credo che comunque Morrison ami ancora molto esibirsi in pubblico ed è quasi compulsivo nel pubblicare un notevole quantitativo di materiale nuovo, che continua a sfornare senza sforzo apparente, con eccellenti risultati, come ribadisce anche la splendida Days Gone By che conclude in gloria questo album, un’altra tipica composizione del canone morrisoniano che partendo dalla melodia di Auld Lang Syne la reinventa completamente in un’altra lunga canzone, tra le più belle della sua produzione recente, con un pizzico di malinconia ma anche quella gioia tipica delle canzoni più ottimiste dell’irlandese: eccellente ancora una volta il lavoro della band, dal basso “danzante”, alla chitarra arpeggiata di Berliner, all’organo, insomma un’altra piccola meraviglia, cantata splendidamente una volta di più..

Lunga vita al grande Van.

Bruno Conti

Uno E Trino, Un Bluesman Elettrico Completo E Strepitoso. Toronzo Cannon And The Chicago Way – The Preacher, The Politician Or The Pimp

toronzo cannon the preacher

Toronzo Cannon And The Chicago Way – The Preacher, The Politician Or The Pimp – Alligator Records/Ird

Nel suo nuovo disco, il secondo per la Alligator, e il quinto in totale, Toronzo Cannon è effigiato sulla copertina in versione una e trina, appunto il Predicatore, il Politico e il Pappone: il fatto di essere nella vita anche guidatore di bus per la CTA (Chicago Transit Authority) gli permette, da osservatore privilegiato, di sviluppare anche temi sociali, toccare quindi i problemi di Chicago, le difficoltà nel viverci, sperimentate in prima persona nello svolgimento della sua attività lavorativa. Ma Cannon è anche uno dei maggiori talenti emersi dalla Windy City, in una carriera che ha preso velocità solo nell’ultima decade, dopo i classici dieci anni di gavetta, passati suonando per altri e nei piccoli locali della città, pubblicando due eccellenti album per la Delmark e poi l’ottimo The Chicago Way, candidato ai Blues Music Awards del 2017 come Album Dell’Anno.

Come nel precedente disco Cannon si fa aiutare in fase di produzione dal boss dell’etichetta Bruce Iglauer, e il risultato è uno dei migliori CD di blues elettrico di una annata che è stata molta buona per i praticanti delle 12 battute: Toronzo si districa abilmente in tutti gli stilemi del blues, partendo da un approccio diretto, quasi ruvido, direi addirittura “muscolare”, con un suono che più che dei padri nobili del genere, Waters o i tre King, è figlio di musicisti più vicini anche al rock, come Buddy Guy, Albert Collins, Luther Allison, ma non disdegna sfumature e tonalità più raffinate alla Robert Cray, con elementi soul, R&B e gospel inseriti nell’insieme, in virtù anche di una voce duttile e dalla bella timbrica, in grado di passare da cavalcate selvagge a momenti più intimi e raccolti, senza dimenticare, anche se lui dice “It’s not about the solos”, che  la chitarra è comunque uno degli elementi fondamentali della sua musica. Prendiamo l’iniziale Get Together Or Get Apart, sembra di ascoltare musicisti rock-blues bianchi, tipo Tinsley Ellis, Principato, Robillard oppure il miglior Joe Louis Walker, con un drive incalzante fornito dalla sezione ritmica di Marvin Little al basso e  Melvin “Pooky Styx” Carlisle, alla batteria, e un supporto notevole dell’organo (e in altri brani del piano) di Roosevelt Purifoy, uno dei veterani tra i tastieristi locali, e ovviamente i numeri superbi della Fender di Cannon, che è una vera forza della natura.

La title track ci rimanda alle atmosfere dei dischi blaxploitation, Isaac Hayes, Curtis Mayfield, con wah-wah e percussioni sullo sfondo, ma anche le linee liquide della solista di Toronzo che la ancorano al blues, The Chicago Way, era il titolo del disco precedente, ma il brano non c’era, eccolo fresco fresco per una vorticosa cavalcata nel boogie southern degli ZZ Top, un sound vicino ai primi album del trio texano, con Cannon che non sfigura in confronto al miglior Billy F. Gibbons e la band che tira alla grande. Tre brani, tre approcci diversi, anche Insurance mescola nuovamente le carte, aggiungete un Billy Branch all’armonica, Iglauer nella parte del Dottore, Purifoy che passa al piano, per un tuffo nel puro Chicago Blues più rigoroso, poi arriva Stop Me When I’m Lying, sezione fiati guidata da Joe Clark e veniamo catapultati in un R&B sanguigno da rock’n’soul revue, cantato sempre alla grande da Cannon con Purifoy che titilla il suo piano con libidine e Cannon più “misurato” alla solista. She Loved Me (Again) è il classico slow blues lancinante, con il nostro che esplora il manico della sua chitarra con classe e ferocia, mentre The Silence Of My Friends è una bellissima ballata tra deep soul e gospel, cantata con voce spiegata da Toronzo, che ricorda il miglior Robert Cray, mentre la solista punteggia il dipanarsi della melodia, e The First 24 ci trasporta sulle rive del Delta del Mississippi, per un blues acustico e rigoroso con uso di slide.

That’s What I Love About ‘Cha, è un gagliardo duetto con l’ospite Nora Jean, tra R&R alla Chuck Berry e blues sanguigno e vibrante. Ottimo anche lo shuffle pianistico , la jazzata No Ordinary Woman, firmata come tutti gli altri brani da Cannon, notevole pure la pungente e scandita Let Me Lay My Love On You, prima del gran finale con I’m Not Scared, dove Toronzo al wah-wah e Joanna Connor alla slide confezionano un brano in puro stile hendrixiano, con chitarre feroci e di impatto devastante e la parte vocale affidata alla bravissima Lynne Jordan,  con il supporto di Cedric Chaney e Maria Luz Carball, non è da meno. Grande disco, se la batte con quello di Nick Moss come miglior disco blues elettrico dell’anno https://discoclub.myblog.it/2019/08/20/un-trio-di-delizie-blues-alligator-per-lestate-3-nick-moss-band-lucky-guy/  .

Bruno Conti