Ma E’ Già Natale? Il “Manolenta Natalizio” Però Non Convince Del Tutto. Eric Clapton – Happy Xmas

eric clapton happy xmas

Eric Clapton – Happy Xmas – Polydor/Universal CD

Parlare di musica natalizia a poco più di metà Ottobre suona un po’ strano, per di più con un clima che si avvicina molto di più alla primavera che all’autunno, ma si sa che gli artisti quando decidono di pubblicare dischi a tema festivo si muovono sempre per tempo. In più, stiamo parlando di uno dei maggiori musicisti al mondo, Eric Clapton, che se da una parte ha deciso di non intraprendere più tournée lunghe e faticose (ma concerti singoli o brevi tour, per esempio in Giappone, quelli sì), dall’altra è ancora molto attivo in studio, dato che il suo ultimo album I Still Do è di appena due anni fa. Happy Xmas è il primo lavoro a carattere natalizio per Eric, ed è un lavoro suonato ovviamente benissimo e prodotto anche meglio (il suono è spettacolare) da Clapton stesso insieme all’ormai inseparabile Simon Climie, ma dal punto di vista artistico secondo me non tutto funziona alla perfezione. Eric sceglie di mescolare classici stagionali a canzoni più contemporanee, e non manca di arrangiarne qualcuna in chiave blues, ma non trova il coraggio di fare un disco tutto di blues (probabilmente per arrivare ad una maggiore fetta di pubblico) e così inserisce anche diverse ballate, ma non sempre tiene a bada il tasso zuccherino, usando anche, talvolta a sproposito una sezione archi.

Quindi il disco si divide tra brani ottimi, altri buoni, ed alcuni piuttosto nella media; poi, proprio nel bel mezzo del lavoro, un episodio incomprensibile, un brano elettronico che ci sta come i cavoli a merenda in un album del nostro, e che rischia di gettare un’ombra su tutta l’operazione. Il CD, la cui copertina è disegnata dallo stesso Eric (e ad occhio e croce è meglio come chitarrista che come disegnatore) vede all’opera un manipolo di vecchi amici del nostro, fra cui Jim Keltner alla batteria, Doyle Bramhall II alla chitarra, Nathan East al basso, Dirk Powell alla fisarmonica, violino e pianoforte e Tim Carmon all’organo Hammond. La partenza è ottima, con il superclassico White Christmas rivoltato come un calzino: intro potente di chitarra, ritmica tosta, ed Eric che riesce a dare un sapore blues ad un pezzo che di blues non ha mai avuto nulla, pur senza snaturare la melodia originale. Away In A Manger diventa un delizioso e raffinato blue-eyed soul, e Clapton canta divinamente, grande classe; For Love On Christmas Day è l’unico brano nuovo, scritto da Eric insieme a Climie, un’elegante ballata lenta, pianistica e con una spolverata di archi, però fin troppo sofisticata e leccata: mi ricorda la fase in cui Clapton ne azzeccava poche (il periodo di dischi come Pilgrim, Reptile e Back Home). Molto meglio Everyday Will Be Like A Holiday, una splendida soul song di William Bell, con Manolenta che canta ancora alla grande e ricomincia a graffiare con la chitarra, mentre Christmas Tears è un vero blues, di Freddie King, ed Eric (che l’aveva già fatta in passato sulla compilation A Very Special Christmas Live) la suona come va fatta, cioè come se si trovasse in un club di Chicago (anche se King era texano), grande chitarra e grande feeling.

Home For The Holidays è una canzone antica, la faceva Perry Como, e Clapton la trasforma in una squisita e limpida rock ballad, tra le migliori del CD, sia per la bella melodia sia per il fatto che è suonata in maniera perfetta. Per contro Jingle Bells, forse la canzone natalizia più famosa di sempre, è una porcheria innominabile: Eric la dedica ad Avicii, il giovane DJ svedese morto suicida lo scorso Aprile, e forse proprio per questo la arrangia in modo assurdo, un pezzo techno-disco-dance elettronico che è un pugno nello stomaco https://www.youtube.com/watch?v=2h0Ksg_vy8A . Va bene ricordare una persona scomparsa in maniera così tragica, ma qui corro seriamente il rischio di vomitare il panettone dell’anno scorso. Meno male che si torna con i piedi per terra grazie ad una ancora deliziosa Christmas In My Hometown (di Charley Pride), a metà tra dixieland e country d’altri tempi, davvero bella, e con It’s Christmas, una rock song pura e semplice, originariamente di Anthony Hamilton, diretta, godibile e con ben poco di natalizio, testo a parte. Sentimental Moments (la cantava Joan Bennett nel film Non Siamo Angeli del 1955, con Humphrey Bogart) è una ballatona cantata con trasporto, chitarra slide sullo sfondo e tasso zuccherino tenuto a bada un po’ faticosamente, mentre Lonesome Christmas (Lowell Fulson) è ovviamente puro blues, ritmato, coinvolgente e “grasso”, suonato con la solita classe sopraffina. Chiudono il CD tre classici assoluti: Silent Night, versione cadenzata eseguita da Eric con un coro femminile al quale partecipano anche la moglie Melia e la figlia Sophie, non indispensabile, una solida Merry Christmas Baby trasformata in uno slow blues sanguigno e chitarristicamente godurioso, seppur con il freno a mano un po’ tirato (e poi gli archi che c’entrano?), e finale con una Have Yourself A Merry Little Christmas cantata con stile da crooner, raffinata ma un tantino stucchevole.

Quindi un omaggio al Natale con diversi alti e qualche basso da parte di Eric Clapton, che però prevediamo venderà di più dei suoi ultimi lavori, maggiormente riusciti. Ma quella Jingle Bells elettronica grida vendetta.

Marco Verdi

Ancora Gagliardo Rock-Blues Dal Canada. Colin James – Miles To Go

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Colin James – Miles To Go – True North Records

Nuovo album blues per il chitarrista e cantante di Regina, Saskatchewan. Qualcuno potrà obiettare: come i diciotto dischi precedenti di Colin James, in quanto in effetti il musicista canadese ha praticamente sempre fatto blues, con delle variazioni sul tema, ma quello è sempre stato il suo credo, sin da quando esordiva dal vivo in Canada nel 1984 come spalla di Stevie Ray Vaughan. Ma evidentemente si vuole evidenziare che questo nuovo Miles To Go è il secondo capitolo, dopo l’ottimo Blue Highways del 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/11/03/disco-blues-del-mese-colin-james-blue-highways/ , di un suo personale omaggio ad alcuni dei grandi artisti del Blues, aggiungendo nel CD anche un paio di canzoni a propria firma https://www.youtube.com/watch?v=uqmKtNFRxhc . Anche per il nuovo disco il nostro amico si fa accompagnare dalla sua touring band (quindi niente ospiti di nome), ovvero gli ottimi Geoff Hicks alla batteria, Steve Pelletier al basso, Jesse O’Brien a piano e Wurlitzer, Simon Kendall all’organo e, in alcuni brani, Chris Caddell alla chitarra ritmica e soprattutto Steve Marriner all’armonica, più una piccola sezione fiati composta da Steve Hilliam, Jerry Cook e Rod Murray.

Il risultato è un ennesimo solido album di blues, rock e derivati, sostenuto dalle egregie capacità chitarristiche di Colin James, uno dei migliori su piazza, che sicuramente non ha la forza travolgente di Jeff Healey, o le raffinate nuances roots di Colin Linden, ma è uno dei più eclettici praticanti canadesi del genere, del tutto alla pari con le sue controparti americane, tra cui potremmo ricordare Johnny Lang, Kenny Wayne Shepherd, Chris Duarte, e io aggiungerei, magari come influenze, o per similitudini nel tocco chitarristico, ora potente ora raffinato, solisti come Rory Gallagher e Robben Ford. Si diceva ai tempi che James non ha forse l’irruenza di un Jeff Healey, ma il vibrante vigore della sua solista non manca per esempio nella traccia di apertura, una gagliarda rilettura di One More Mile di Muddy Waters, con organo e armonica a spalleggiare Colin, oltre all’uso di una sezione fiati (utilizzata anche nei suoi  vari album con una big band, che hanno anticipato il cosiddetto swing revival degli anni ’90) che aggiunge pepe ad un suono già bello carico di suo, raffinato ma intenso allo stesso tempo. Formula che viene ribadita anche nella successiva cover sempre dal Chicago Blues di Muddy Waters, con una potente Still A Fool, che cita anche il riff lussureggiante di Two Trains Running, ed il timbro chitarristico degli amati Hendrix e SRV in un tour de force veramente potente, dove Marriner con la sua armonica fronteggia un Colin James veramente scatenato. In Dig Myself A Hole, dove James va alla grande anche di slide, ci sono elementi  R&R e R&B in questa parafrasi di un vecchio pezzo di Arthr Crudup (quello di That’s Allright Mama), tra pianini malandrini e fiati svolazzanti; ma il canadese eccelle anche nella sognante I Will Remain, una propria composizione che rimanda alle cose migliori di Robben Ford, con la chitarra raffinatissima che quasi galleggia sul lavoro della propria band, in un pezzo che ha rimandi al gospel e alle blues ballads di BB King.

40 Light Years, l’altro pezzo originale, non mostra cedimenti nel tessuto sonoro, sempre un blues fiatistico con l’armonica in evidenza e un timbro chitarristico alla Knopler o alla JJ Cale; Ooh Baby Hold Me è un ficcante pezzo di Chester Burnett a.k.a Howlin Wolf, con un riff (e non solo quello) che è uno strettissimo parente di quello della pimpante Killing Floor , mentre Black Night, con Rick Gestrin al piano, è uno splendido blues lento, al giusto crocevia tra Bloomfield e Robben Ford per la finezza del tocco della solista, seguito da Soul Of A Man, uno dei tre brani acustici dell’album, solo voce, chitarra e armonica, una canzone di Blind Willie Johnson, che poi si anima per l’intervento tagliente della slide di James, lasciando a See That My Grave Is Kept Clean di Blind Lemon Jefferson e alla ripresa acustica di One More Mile, il lato più tranquillo di questo album. Che comunque ci propone anche una regale versione di I Need Tour Love So Bad , ballata blues superba di Little Willie John, di cui il sottoscritto ha sempre amato moltissimo la versione che facevano i Fleetwood Mac di Peter Green. E notevole pure Tears Came Rolling Down, un sanguigno e tosto blues elettrico con uso fiati ed armonica, attribuito a Geoff Muldaur, ma derivato da un traditional, altro eccellente esempio della classe di Colin James, che con la voce e una slide tangenziale rende onore al meglio del Blues, in questo brano ed in tutto questo ottimo disco.

Bruno Conti

Nove Cartoline Dal Profondo Sud. Kevin Gordon – Tilt And Shine

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Kevin Gordon è un vero uomo del Sud. Originario della Louisiana, da quando ha iniziato ad incidere ha sempre messo le sue influenze sudiste nei suoi dischi, creandosi negli anni uno stile abbastanza personale, per nulla commerciale ma vero, autentico. Agli inizi sembrava semplicemente un nuovo esponente del movimento roots-rock/Americana sviluppatosi negli anni novanta, come certificava il bellissimo Cadillac Jack # 1’s Son, il suo secondo album (ma il primo con una distribuzione più capillare, prodotto ricordiamo dall’E Streeter Garry Tallent) ed ancora oggi uno dei suoi migliori; già dal lavoro seguente, l’ottimo Down To The Well, si notava uno spostamento verso sonorità più paludose, un misto di rock, blues e swamp decisamente diretto e sanguigno, un suono che anche dopo tutti questi anni ritroviamo con piacere in questo nuovissimo Tilt And Shine, disco che giunge a tre anni da Long Time Gone https://discoclub.myblog.it/2015/12/11/vi-piacciono-bravi-kevin-gordon-long-gone-time/  e giusto a venti dal già citato Cadillac Jack, che ancora oggi viene considerato quasi all’unanimità il suo esordio nonché il suo lavoro più brillante.

E Gordon in Tilt And Shine non cambia certo percorso, anzi è come se si fosse guardato indietro ed avesse volutamente messo a punto un disco riepilogativo dei suoi vent’anni di carriera: infatti, oltre a brani parecchio elettrici ed influenzati pesantemente da sonorità swamp e blues tipiche della Louisiana (con uno sguardo anche al confinante Mississippi), troviamo anche più di un pezzo di puro rock’n’roll, sempre comunque di stampo southern. Il tutto crea un insieme stimolante e creativo, che rende il disco piacevole e vario, complice anche la breve durata (34 minuti). Prodotto da Joe McMahan, abituale collaboratore di Kevin, vede in session un gruppo selezionato di musicisti, tra cui ben quattro diversi batteristi (la batteria ha un ruolo primario in questi brani), il piano ed organo di Rob Crowell ed il basso di Ron Eoff, mentre le chitarre, e ce ne sono molte, sono tutte suonate da Kevin e da McMahan. Il disco parte con Fire At The End Of The World, un blues elettrico, annerito e limaccioso, che rimanda alle atmosfere di Tony Joe White, con una sezione ritmica pressante ed ottimi interventi chitarristici.

Saint On A Chain è un brano più disteso, in chiara modalità laidback, tra J.J. Cale ed Eric Clapton, anche se si nota una certa tensione elettrica; One Road Out è ancora bluesata e paludosa, tutta giocata sulla voce, una slide grezza ed una percussione ossessiva, un pezzo che concede poco al facile ascolto ma non manca di intrigare, mentre Gatling Gun fa filtrare più luce, ha una chitarra sempre slide ma più languida, ed anche la melodia è più aperta, più musicale. Right On Time è rock’n’roll, diretto, trascinante e con una splendida chitarra, un brano che ci fa ritrovare il Kevin degli esordi, ma DeValls Bluff è di nuovo scura, dal passo lento ed un sentore blues nemmeno troppo nascosto, con chitarre e batteria che si prendono la scena, quasi come se fossero i Black Keys. Bella ed intrigante Drunkest Man In Town, rock song ritmata come solo un uomo del Sud sa fare, un bel pianoforte ed il canto quasi scazzato del nostro che ci sta benissimo; Rest Your Head è un momento di pace acustica, voce e chitarra, malinconica e cantata con voce sofferta, mentre Get It Together, che chiude l’album (ed almeno un paio di pezzi in più non ci sarebbero stati male), è ancora puro rock’n’roll, forse il brano più solare del CD, con un’aria ancora laidback che lo avvicina non poco al Mark Knopfler solista.

Un buon disco, forse il migliore di Kevin Gordon da molti anni a questa parte .

Marco Verdi

Bluesmen A Tempo Determinato. Parte 2: Tony Joe White – Bad Mouthin’

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Tony Joe White – Bad Mouthin’ – Yep Roc CD

Tony Joe White, noto cantautore e musicista originario della Louisiana e tra i massimi esponenti del cosiddetto swamp-rock, è uno di quelli che, se proprio non fa sempre lo stesso disco, di sicuro non abbandona mai del tutto il suo stile https://discoclub.myblog.it/2016/07/05/sempre-la-solita-zuppa-si-ottimo-saporito-gumbo-tony-joe-white-rain-crow/ . Quando però la qualità è sempre medio-alta questo fatto può essere indubbiamente positivo, dato che comunque stiamo parlando di uno che raramente tradisce. Nel corso di una lunga carriera iniziata alla fine degli anni sessanta, White ha inciso più di venti album di studio, dischi a cavallo tra rock e blues, ritagliandosi il ruolo di musicista di culto e creando uno stile “laidback” molto riconoscibile, che lo ha sempre fatto sembrare una sorta di J.J. Cale più paludoso https://discoclub.myblog.it/2010/09/20/lampi-dal-passato-tony-joe-white-that-on-the-road-look-live/ . Ho detto del blues, un genere che nella sua musica è sempre stato un elemento fondamentale, anche se fino ad oggi Tony un disco di solo blues non lo aveva mai registrato. Ebbene, con Bad Mouthin’ White ha fatto il suo primo “blues-based album”, ed alla bella età di 75 anni: un po’ come Billy Gibbons con The Big Bad Blues (di cui mi sono occupato nella prima parte di questo doppio post), ma a differenza del leader degli ZZ Top, che ha optato per sonorità vigorose e molto rock, Tony ha fatto un disco nel suo stile abituale, in maniera totalmente rilassata ed operando quasi per sottrazione.

Anche il gruppo che lo accompagna è ridotto all’osso: infatti, oltre alla chitarra ed armonica di Tony, abbiamo soltanto la sezione ritmica formata da Steve Forrest (basso) e Bryan Owings (batteria), ed anche la produzione di Jody White (suo figlio) è scarna ed essenziale. Ma Tony è questo, non cambia nemmeno se gli sparate, ma alla fine Bad Mouthin’ si lascia ascoltare tutto d’un fiato e ci consegna un musicista in ottima forma, oltre che pienamente credibile anche come bluesman. Il disco, dodici canzoni, si divide a metà tra cover e brani originali, alcuni dei quali sono stati scritti in gioventù da White e poi lasciati in un cassetto, ma suonano freschi come se fossero stati composti la settimana scorsa. Il CD inizia benissimo con la title track, un blues all’apparenza canonico che però viene nobilitato dalla performance del nostro, al solito rilassata (a volte sembra che si sia appena svegliato), ma puntuale e precisa negli spunti chitarristici e di armonica, un pezzo che ha molto in comune con il già citato J.J. Cale, altro maestro dello “scazzo” messo in musica. Baby Please Don’t Go, di Joseph Lee Williams e resa popolare dai Them, è molto diversa da quella di Van Morrison e soci, in quanto vede Tony in perfetta solitudine, solo voce, armonica e chitarra acustica, per uno stripped-down blues di notevole intensità, e lo stesso arrangiamento è riservato anche alla sua Cool Town Woman, che sembra la prosecuzione della precedente, con forse una partecipazione leggermente maggiore da parte del nostro.

Ecco due splendide cover di due classici assoluti: Boom Boom di John Lee Hooker è elettrica, cadenzata e più rallentata rispetto all’originale, ed assume un’aria quasi minacciosa (lo stile di White in questo disco è simile a quello dei primi dischi del grande Hook), e Big Boss Man di Jimmy Reed, ancora acustica ed essenziale (con questo tipo di approccio Tony potrebbe registrare un album al giorno). Poi abbiamo tre pezzi originali in fila: la strascicata Sundown Blues, elettrica ma suonata in maniera pacata e suadente, con gli ottimi fraseggi tipici del nostro, l’ironica Rich Woman Blues, di nuovo con Tony in “splendid isolation”, ed il breve strumentale Bad Dreams, che confluisce nella Awfyìul Dreams di Lightnin’ Hopkins, sempre con andatura sonnolenta e con la sezione ritmica che sembra registrata nella stanza accanto, ma in cui il feeling non è di certo estraneo. Down The Dirt Road Blues, un vecchio classico di Charley Patton, aumenta decisamente il ritmo, anche se White non è che si faccia prendere dalla frenesia (ma non sarebbe lui se lo facesse), Stockholm Blues è ancora un’oasi acustica, un blues piuttosto canonico che però Tony riesce a rendere non banale; finale sempre unplugged con Hearbreak Hotel, proprio l’evergreen di Elvis Presley (che nei primi anni settanta aveva inciso Polk Salad Annie di Tony), una canzone famosissima che il nostro reinventa da capo a piedi, trasformandola in un oscuro blues paludoso.

Bad Mouthin’ è quindi l’ennesimo disco riuscito della carriera di Tony Joe White, un omaggio al blues fatto con cuore e feeling, pur senza rinunciare al consueto approccio “rallentato”.

Marco Verdi

Bluesmen A Tempo Determinato. Parte 1: Billy F. Gibbons – The Big Bad Blues

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Billy F. Gibbons – The Big Bad Blues – Concord CD

A parte gli esordi psichedelici con i Moving Sidewalks, il blues è un genere musicale che è sempre stato legato a doppio filo alla figura di Billy Gibbons (la F. sta per Frederick), e la musica del gruppo di cui è leader da quasi cinquant’anni, gli ZZ Top, è sempre stata infarcita di blues fino al midollo. Però un vero disco tutto di blues gli ZZ Top non lo hanno mai fatto, neppure i loro primi tre album (i migliori) lo erano, in quanto il blues era mirabilmente mescolato con forti dosi di rock e boogie (esiste però un’ottima antologia a tema del gruppo, One Foot In The Blues, che raggruppa alcuni brani del trio imparentati con la musica del diavolo). Nel 2015 Billy ha esordito come solista con l’album Perfectamundo, ed era lecito pensare finalmente ad un disco di blues, anche se poi il risultato finale era tutt’altro, un deludente pastrocchio di ispirazione afro-cubana che aveva scontentato gran parte dei suoi fans. Oggi Gibbons ci riprova, e già dal titolo, The Big Bad Blues, ci fa capire che questa volta ci siamo: infatti l’album è la cosa migliore fatta dal nostro da moltissimi anni a questa parte, ZZ Top compresi (l’ultimo lavoro dei quali, La Futura, era comunque un bel disco), un disco di vero blues, suonato e cantato con grande forza e feeling, con lo stile tipico del nostro.

Sono infatti presenti nelle undici canzoni del CD massicce dosi di rock, un po’ di boogie, e se amate i suoni ruspanti e “grassi” di chitarra qui troverete pane per i vostri denti. L’album, prodotto da Billy insieme a Tom Hardy, ha un suono spettacolare, decisamente vigoroso, e la band che accompagna il nostro è assolutamente in palla: James Harman, grande armonicista, è uno dei protagonisti del disco, poi abbiamo lo stesso Hardy al basso, Elwood Francis alla seconda chitarra, Mike Flanigin (già nella band di Jimmie Vaughan) alle tastiere, e ben due batteristi, Greg Morrow ed il tonante Matt Sorum, ex Guns’n’Roses, Motorhead, The Cult e Velvet Revolver ed attualmente con gli Hollywood Vampires. The Big Bad Blues ha una prevalenza di brani originali, ma non mancano i tributi a musicisti che hanno influenzato Billy, principalmente Muddy Waters e Bo Diddley, presenti con due pezzi a testa. Di Waters abbiamo una magistrale Standing Around Crying, un blues lento, sudato ed appiccicaticcio, con un’ottima armonica ed un feeling da far tremare i muri, e la nota Rollin’ And Tumblin’, lanciata come un treno in corsa, una splendida chitarra ed una sezione ritmica da paura. Diddley è omaggiato con Bring It To Jerome, possente, annerita, quasi minacciosa ma piena di fascino, e con una deliziosa Crackin’ Up, che assume quasi toni solari e caraibici, alla Taj Mahal.

Delle restanti sette canzoni, sei sono opera di Billy ed una della moglie Gilly Stillwater, che poi è l’opening track e primo singolo Missin’ Yo Kissin’, un pezzo dall’introduzione potente, chitarra dal suono ruspante, basso e batteria formato macigno e voce catramosa, un boogie travolgente che potrebbe entrare tranquillamente nel repertorio degli ZZ Top: la parte cantata è relativamente breve, quasi un pretesto per far volare gli strumenti, con la sei corde del leader in testa. Ancora ritmo e potenza per My Baby She Rocks, un bluesaccio cadenzato e decisamente gustoso, con un’armonica tagliente ed i soliti strali chitarristici; molto bella Second Line, un rock-blues forte e grintoso, con assoli altamente goduriosi e suonati con un feeling enorme, mentre la saltellante Let The Left Hand Know ci porta idealmente in un fumoso localaccio della periferia di Chicago: ancora un duello tra la chitarra di Billy e l’armonica di Harman, e con la sezione ritmica che tanto per cambiare pesta di brutto. La torrida That’s What She Said vede il nostro lavorare di slide, ben supportato dalla seconda chitarra di Francis, Mo’ Slower Blues è ancora vigorosa e con il pianoforte in evidenza, ma musicalmente è un po’ ripetitiva, mentre Hollywood 151 è un eccellente rock-blues, roccioso e diretto come un pugno in faccia, e che mantiene altissima la temperatura.

A quasi settant’anni Billy F. Gibbons ha fatto finalmente il disco che aspettavamo da una vita: di sicuro tra gli album di blues più belli di questo 2018.

Marco Verdi

Se Vi Piacciono Nell’Ordine Il Blues E L’Armonica, Qui Ne Trovate A Iosa Di Entrambi. Rod Piazza – His Instrumentals

rod piazza his instrumentals

Rod Piazza –  His Intrumentals – 2 CD Rip Cat Records

Rod Piazza è in circolazione (potremmo dire è su piazza, ma temo il linciaggio) da oltre 50 anni: le sue prime prove discografiche con la Dirty Blues Band risalgono al 1967/1968, poi con i Bacon Fat tra il ’70 e il ’71. In quel periodo si esibiva spesso e volentieri con il suo maestro e mentore George “Harmonica” Smith, il massimo rappresentante del cosiddetto West Coast Blues, di cui per certi versi il californiano Piazza ha raccolto l’eredità, soprattutto con i numerosi album registrati con i Mighty Flyers. Proprio da quella cospicua produzione arrivano tutti i brani contenuti in questa doppia antologia che raccoglie il meglio dei  suoi pezzi strumentali estratti anche da CD in alcuni casi non più in produzione da tempo, ancorché tutto il materiale sia comunque già edito.Non so quanti di voi possiedano la sua discografia completa, per cui il bacino di appassionati di blues che potrebbero essere interessati a questo lavoro rimane comunque abbastanza ampio, soprattutto nello specifico per gli amanti dell’armonica, di cui senza false modestie Rod Piazza si autodefinisce sulla copertina del CD “The Wizard Of The West Coast Harp”.

Non so se sia un mago, ma sicuramente il nostro amico è uno dei maggiori virtuosi dello strumento delle ultime generazioni, anche se pure lui ormai ha superato i 70 anni, e quindi per dirla tutta qui troverete poche parole (anzi nessuna) e molta buona musica. Curiosamente, nei 24 brani che compongono His Intsrumentals (da cui probabilmente deriva anche il titolo), non c’è neppure una cover di classici delle 12 battute, solo materiale originale firmato dallo stesso Piazza: lo stile oscilla tra jump, R&B e naturalmente il classico West Coast Blues, swingato e ricco di ritmo, con accenni di rock sparsi qui e là. Le tracce vengono da album pubblicati tra il 1986 e il 2014, soprattutto dalle etichette più importanti per cui ha inciso Rod, Black Top, Tone Cool, Blind Pig e Delta Groove, ma anche un paio di pezzi più rari, pubblicati da Big Mo e Roseleaf Records:Le tracce non sono in ordine cronologico, anche se il brano più vecchio, e tra i migliori in assoluto della raccolta, The Upsetter, tratto da Harpburn dell’86, è posto in apertura del primo CD. Sempre dallo stesso album vengono altre due esibizioni vorticose, la title-track Harpburn, a tutto boogie e l’ottima Cold Chill.

Tra i pezzi degni di nota anche il notevole slow 4811 Watsworth, da Blues In The Dark del 1991, con la sempre ottima Linsey Alexander al piano e Alex Schultz alla chitarra, membri storici dei Mighty Flyers, la lunga Snap Crackle Hop, altra dimostrazione del virtuosismo del nostro al suo strumento, la divertente Scary Boogie, con Rick Holmstrom alla chitarra. Mentre dal secondo CD vi segnalo la gagliarda The Teaser, sempre dal disco Tough And Tender del 1997, come il brano appena citato; Westcoaster del 2007, una sorta di manifesto del suo stile californiano, piacevole ma raffinato nella realizzazione, la vorticosa Ju Ju Cocktail  registrata Live At B.B. King’s nel CD del 2004, e sempre dal vivo Eliminator, da un disco dell’anno successivo. E ancora due tracce recenti, entrambe dal disco del 2014 Emergency Situation, lo scatenato jump blues di Frankenbomp e la lunga Colored Salt, tra blues e R&B, con uso di fiati, la scanzonata Expression Session da Soul Monster del 2009, e, dallo stesso disco, a chiudere,  l’intensa Soul Monster, con l’ottimo Henry Carvajal alla chitarra. Ma non ci sono brani deboli in questo doppio CD, tutto materiale di prima scelta che ne fa consigliare l’acquisto agli amanti del genere. Di nicchia, ma ottimo e abbondante.

Bruno Conti

Ora Disponibile Anche In Versione Dal Vivo: Sempre Un Signor Musicista. Bob Malone – Mojo Live. Live At The Grand Annex

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Bob Malone – Mojo Live – Live At The Grand Annex – Appaloosa Records/Ird

Bob Malone viene dal New Jersey, poi  ha vissuto in alcune delle più importanti città americane: New York, New Orleans, Boston, ed ora vive a Los Angeles. Alterna la sua carriera solista (circa 100 date all’anno in giro per il mondo, questa estate è venuto anche a Umbria Jazz) con la sua attività di tastierista nella band di John Fogerty.  Ha avuto una discografia cospicua nel corso degli anni (però credo che non se ne trovi facilmente uno, per quanto magari cercando con pazienza…) , ma tre anni fa ha colpito tutti con il bellissimo Mojo Deluxe, di cui avete letto su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2015/10/30/dei-tanti-piccoli-segreti-musicali-americani-puo-sbagliarsi-john-fogerty-bob-malone-mojo-deluxe/ : disco che era una versione riveduta ed ampliata del Mojo EP uscito l’anno prima. Un album dove Malone sciorinava il suo repertorio a cavallo tra rock, soul, blues e mille altre sfumature, condito da un virtuosismo quasi illegale a piano e organo, e occasionalmente fisarmonica, e da una vocalità che rimandava a Randy Newman, alla Band, a Leon Russell, a Joe Cocker, il tutto realizzato con una band formidabile che assecondava le sue evoluzioni sonore con una classe ineccepibile. Poco dopo l’uscita di quell’album Bob Malone aveva pubblicato un DVD autogestito solo per il mercato USA Mojo Live (si trova ancora ma a fatica): ora a tre anni di distanza l’italiana Appaloosa pubblica in esclusiva la controparte in CD, arricchita da una bonus in studio.

Il nostro amico è colto in un concerto registrato al Grand Annex di San Pedro in California nel febbraio del 2015, quindi prima dell’uscita dell’album di studio, ma propone già gran parte dei pezzi del disco con una verve invidiabile a certificare la sua reputazione di vecchio marpione dei palchi. Si parte con Don’t Threaten With A Good Time, un brano che convoglia il funky di Dr. John e dei Little Feat (la slide dell’ottimo Marty Rifkin e la solista del suo socio Bob Demarco), a partire da un clavinet malandrino che poi lascia spazio al piano vorticoso di Malone sostenuto dalla gagliarda sezione ritmica di Mike Baird alla batteria e Jeff Dean al basso, senza dimenticare le coriste Lavone Seetal, Trysette e Karen Nash, e il percussionista Chris Trujillo, un gruppo veramente da sballo, sembra di ascoltare il miglior Leon Russell dei tempi d’oro https://www.youtube.com/watch?v=drn9M0gDMhk. Chinese Algebra è un vorticoso strumentale dove pare di ascoltare uno scatenato Professor Longhair accompagnato dai Radiators, I’m Not Fine altro brano a tutto funky tra piano elettrico, chitarre assatanate e coriste in fregola, delizioso, Rage And Cigarettes, circa sette minuti di goduria sonora, incanala il meglio del New Orleans sound  nuovamente “meticciato” con il rock got soul di Joe Cocker e Leon Russell ed i virtuosismi di tutti i solisti, e a seguire, preceduto da un divertente aneddoto di Malone che racconta di tempi di più duri, quando a livello finanziario era quasi alla canna del gas, una splendida Watching Over Me giusto alla congiunzione delle traiettorie sonore dell’Elton John americano e della Band più ispirata, un mezzo capolavoro.

I Know He’s Your Hand ha la classe e l’ironia tagliente (oltre al virtuosismo pianistico) del miglior Randy Newman, Toxic Love rimane sempre in questo mondo vicino alle sonorità della Louisiana, con ampi sprazzi rock-blues alla Little Feat, grazie alla slide insinuante di Rifkin e al piano alla Bill Payne, e poi nel finale c’è un appendice jazz con Jean-Pierre di Miles Davis https://www.youtube.com/watch?v=f56erCXqpik . Certain Distance, come la precedente, è firmata dalla coppia Malone e Demarco, uno dei brani più rock del concerto https://www.youtube.com/watch?v=MzR6h7wL_8s , e per concludere il trittico di brani firmato dai due pard arriva anche Can’t Get There From Here, altra ballata soul sontuosa cantata in modo sopraffino da Bob; Ain’t What YouKnow è  uno scatenato boogie-rock-blues, con il piano in grande evidenza e con le chitarre a rispondere colpo su colpo alle divagazioni pianistiche vorticose di Malone https://www.youtube.com/watch?v=c0_JjiU-HsY . Non manca una bella cover della celebre Stay With Me, uno dei pezzi più belli dei Faces di Rod Stewart, grandissima versione degna dell’originale. Altra ballata deliziosa, Paris, solo voce e piano, che fa molto Randy Newman, prima dello strumentale soffuso Gaslight Fantasie. In coda al CD è stata aggiunta una versione Live in studio di She Moves Me il celebre blues di Muddy Waters, solo voce, piano e una slide tagliente. In studio o dal vivo questo è un signor musicista.

Bruno Conti

Alle Radici Della Musica Americana, Con Classe E Forza Interpretativa! Shemekia Copeland – America’s Child

shemekia copeland america's child

Shemekia Copeland – America’s Child – Alligator/Ird

Shemekia Copeland è uno di quei rari casi in cui un figlio (o una figlia, in questo caso) d’arte raggiunge, o si avvicina, agli stessi livelli qualitativi del padre o della madre, mi vengono in mente pochi casi di artisti che hanno avuto una carriera consistente ed importante: Jakob Dylan, le due figlie di Johnny Cash, Rosanne e Carlene Carter, Norah Jones, Natalie Cole, altri meno famosi, forse l’unico è stato Jeff Buckley a superare il babbo, almeno come popolarità, anche se per me Tim Buckley rimane inarrivabile. La Copeland , sia pure in un ambito più circoscritto, quello del blues, e con un papà sì famoso ma non celeberrimo come Johnny Copeland, pare sulla buona strada. Questo America’s Child è il suo ottavo album (sei per la Alligator, da cui è andata e tornata) dal 1998, anno del primo disco a soli 19 anni, e mi sembra quello della svolta: dopo avere avuto un figlio di recente (come Dana Fuchs https://discoclub.myblog.it/2018/07/09/strepitosa-trasferta-soul-a-memphis-per-una-delle-piu-belle-voci-del-rock-americano-dana-fuchs-love-lives-on/ ) ha deciso anche lei di recarsi a registrare il nuovo album in Tennessee, nella capitale Nashville, sotto la guida di un musicista, Will Kimbrough, che di solito non si accosta tout court alla musica blues.

Ed in effetti il disco, pur mantenendo decise le sue radici blues, inserisce anche elementi rock, soul, country e parecchio del cosiddetto “Americana” sound, risultando un eccellente disco, molto ben realizzato, anche grazie alla presenza di una serie di ospiti veramente notevole: ci sono John Prine, Rhiannon Giddens, Mary Gauthier, Emmylou Harris, Steve Cropper J.D. Wilkes, Al Perkins e altri strumentisti di valore tipo il bassista Lex Price (all’opera anche nel precedente disco della Copeland, il già ottimo Outskirts Of Love https://discoclub.myblog.it/2015/09/21/la-piu-bianca-delle-cantanti-nere-recenti-shemekia-copeland-outskirts-of-love/ ), il meno noto ma efficace batterista Pete Abbott, Paul Franklin che si alterna alla pedal steel con Perkins in un brano, mentre Kenny Sears suona il violino in una canzone e Will Kimbrough è strepitoso alla chitarra solista, ma anche all’organo e alla National Guitar in tutto il CD. Saggiamente Shemekia, che non è autrice, si è affidata per le nuove canzoni ad alcuni degli ospiti presenti, scegliendo poi alcune cover di pregio, come I Promised Myself, una splendida deep soul ballad, scritta dal babbo Johnny Copeland, nella quale Steve Cropper accarezza le corde della sua chitarra quasi con libidine, mentre la nostra amica, in possesso di una voce strepitosa, per quei pochi che non la conoscessero, si rivela ancora una volta degna erede di gente come Koko Taylor o Etta James. Ma questo succede solo a metà disco, prima troviamo la cavalcata rock-blues della potente Ain’t Got Time For Hate, firmata da John Hahn e Will Kimbrough, che con la sua chitarra duetta con il grande Al Perkins alla pedal steel, mentre J.D. Wilkes è all’armonica ed il coro, quasi gospel, nel classico call and response, è formato da Gauthier, Prine, Harris, ma anche Gretchen Peters, Tommy Womack e altri.

Emmylou Harris e Mary Gauthier, coautrice del brano, che rimangono pure nella successiva, gagliarda ed impegnata socialmente Americans, sempre con Kimbrough e questa volta Perkins che imperversano alla grande con le loro chitarre in una canzone veramente splendida. Notevole anche la più raccolta e cadenzata Would You Take My Blood?, ancora della copia Hahn/Kimbrough che è autore di notevole peso, un altro pezzo rock-blues potente con organo e chitarra sugli scudi; Great Rain di John Prine era su The Missing Years, e l’autore, in grande voce per l’occasione, è presente per duettare con la Copeland in una nuova versione vibrante e ricca di elettricità, mentre nel brano Smoked Ham And Peaches, ancora della Gauthier, Rhiannon Giddens è all’african banjo e Kimbrough alla National, per un delizioso county- blues elettroacustico, seguito  da una The Wrong Idea di grande presa sonora, un country-southern –rock a tutte chitarre, con il violino di Kenny Sears aggiunto per buona misura, e qui siamo in piena roots music, di quella di grande fattura. In The Blood Of The Blues, come da titolo, è un altro tuffo nelle 12 battute più grintose, solo la voce poderosa di Shemekia, e un trio chitarra,basso e batteria a darci dentro di gusto; Such A Pretty Flame è una blues ballad soffusa e notturna che profuma delle paludi della Louisiana, scritta da uno dei Wood Brothers, mentre One I Love viene dalla penna di Kevin Gordon, un altro che di belle canzoni se ne intende, un pezzo chitarristico rock classico, con l’armonica di Wilkes aggiunta, inutile dire che entrambe sono cantate splendidamente. Molto bella anche la cover inaspettata di I’m Not Like Everybody Else dei Kinks di Ray Davies, trasformata in un gagliardo gospel-blues alla Mavis Staples, mentre a chiudere troviamo un traditional Go To Sleepy Little Baby, una deliziosa ninna nanna dedicata al figlio che chiude su una nota tenera un disco veramente bello, dove gli ospiti sono solo la ciliegina sulla torta, ma la grande protagonista è la voce di Shemekia Copeland. Consigliato caldamente.

Bruno Conti

 

Sono Veramente Bravi Tutti! Elvin Bishop’s Big Fun Trio – Something Smells Funky ‘Round Here

elvin bishop's big fun trio - something smells funky 'round here

Elvin Bishop’s Big Fun Trio – Something Smells Funky ‘Round Here – Alligator/Ird

Con l’album omonimo dello scorso anno hanno rischiato di vincere il Grammy per il miglior disco di Blues tradizionale nel 2018 https://discoclub.myblog.it/2017/02/04/come-il-buon-vino-invecchiando-migliora-elvin-bishops-big-fun-trio/ , ed Elvin Bishop era già stato candidato nel 2008 con The Blues Rolls On: nel 2015 era anche entrato nella Rock And Roll Hall Of Fame come componente della Butterfield Blues Band, quest’anno a ottobre compirà 76 anni, ma il chitarrista e cantante californiano (cittadino onorario di Chicago, per i suoi meriti nella musica blues) non sembra intenzionato ad appendere la chitarra al chiodo. Si è inventato questa formula del trio dopo tanti anni on the road ,con una big band che aveva almeno sette/otto elementi in formazione, ma ha dichiarato che non è stato per motivi economici che ha cambiato il formato, quanto perché si era stufato di aspettare che il suonatore di trombone finisse il suo assolo (lo humor non gli è mai mancato). Quale che sia il motivo comunque i risultati si sentono: Bishop si è scelto due soci di grande spessore, Willy Jordan (John Lee Hooker, Joe Louis Walker e Angela Strehli), al cajon, e soprattutto vocalist formidabile e Bob Welsh (Rusty Zinn, Charlie Musselwhite, Billy Boy Arnold, James Cotton), piano e chitarra, che sono, come leggete appena sopra, musicisti dal pedigree notevole e tutti e tre insieme fanno un “casino” notevole, inteso nel senso più nobile del termine.

Sono solo dieci brani, ma uno più bello dell’altro, l’album complessivamente mi sembra addirittura superiore al precedente, insomma un gran bel disco di blues, con abbondanti elementi rock, soul e di quant’altro volete sentirci: la title track Something Smells Funky ‘Round Here è firmata da tutti e tre, anche se il testo è di Bishop, che dice di non essere una persona molto politicizzata abitualmente, però l’ultimo inquilino della Casa Bianca è riuscito a fare “incazzare” anche lui, il tutto viene spiattellato a tempo di un rock-blues vibrante e tirato quanto consente un trio in teoria non elettrico, ma con le chitarre che ci danno dentro di gusto. La cover di (Your Love Keeps Lifting Me) Higher And Higher di Jackie Wilson è semplicemente splendida, accompagnamento minimale, ma la voce di Willy Jordan tenta dei falsetti acrobatici e spericolati che neanche Wilson ai tempi raggiungeva, mentre Bishop e Welsh con piccoli accenni di chitarra e slide danno il loro tocco di classe; Right Now Is The Hour è una nuova versione di un pezzo del 1978 che era su Hog Heaven, cantata a due voci da Jordan e Bishop, non sfigura rispetto all’originale del disco Capricorn che aveva un arrangiamento sontuoso, tanta grinta e chitarre anche nella nuova rivisitazione. Pure Another Mule di Dave Bartholomew, il pard storico di Fats Domino, era uscita su un disco di Bishop del 1981, e questa nuova versione mescola Chicago e New Orleans Blues in grande scioltezza, mentre la chitarra è sempre felpata e con sprazzi di gran classe in questo sinuoso blues.

That’s The Way Willy Likes It parte cantata coralmente poi diventa un blues and soul godurioso cantato alla grande da Jordan, con Bishop e Welsh sempre precisi e puntuali alle chitarre. I Can Stand The Rain è l’altra grande cover di un classico della soul music, questa volta di Ann Peebles, di nuovo cantata magnificamente da Wily Jordan, mentre la slide di Bishop e l’organo di Welsh aggiungono ancora tocchi di genio ad una versione intensa, mentre in precedenza in Bob’s Boogie Welsh aveva fatto volare a tutta velocità le mani sulla tastiera del  suo piano. Anche Stomp è un altro strumentale, questa volta di Bishop, sempre a tempo di boogie, con Elvin che mostra la sua abilità sia alla slide come alla solista; prima della conclusione arriva uno dei classici blues confidenziali di Bish che “conversa” con il suo pubblico su pregi  e difetti della terza età, con ironia e dosi di piano e stridente chitarra sparse a piene mani, e ancora il cajun soul godurioso della cover di un vecchio brano di Edwin Hawkins (quello di Oh Happy Day, scomparso di recente a gennaio), con l’accordion di Andre Thierry a duettare brillantemente con piano e chitarra.

Bruno Conti

Una Lunga Storia Nel Blues Rivive Attraverso Nuove Registrazioni. Tribute: Newly Recorded Blues Celebration Of Delmark’s 65th Anniversary

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Tribute – Newly  Recorded Blues Celebration Of Delmark’s 65th Anniversary – Delmark Records

Il titolo per una volta dice tutto: come si intuisce facilmente stiamo parlando di nuove versioni inedite, registrate per l’occasione, di classici estratti dal catalogo della Delmark, una delle etichette storiche della Windy City, che quest’anno festeggia il suo 65° Anniversario. Non è una novità, Bob Koester e i suoi collaboratori hanno iniziato a creare questi eventi dal 1993, quando la Delmark giungeva ai 40 anni, e poi ogni 5 anni, a cadenze regolari, ci sono state pubblicazioni di dischi per festeggiare l’evento. In effetti anche in questo caso le date sono un po’ degli optional, visto che la casa discografica nasce a St. Louis nel 1953, come etichetta di jazz (che è tuttora la sua attività principale), si trasferisce a Chicago solo nel 1958 e diventa punto di riferimento per gli amanti del blues soprattutto da metà anni ’60, con quel formidabile disco di Junior Wells Hoodoo Man Blues che è considerato uno dei capolavori assoluti del genere. Proprio da Wells, ma non da quell’album, parte il tributo agli artisti che hanno fatto la storia della Delmark: il disco è On Tap, un album del 1975, da cui viene rivisitata la bellissima Train I Ride, che illustra in modo pimpante e brillante il tema del treno, tipico dei grandi brani blues, e Omar Coleman è uno dei migliori armonicisti delle ultime generazioni, oltre ad essere un ottimo cantante.

jimmy dawkins all for businessjunior wells hoodoo man blues

La house band del CD ruota intorno alla sezione ritmica di Melvin Smith al basso e Willie Hayes alla batteria, con Mike Wheeler e Billy Flynn che si alternano alle chitarre, e altri strumentisti impegnati qui e là, per esempio in One Day You’re Gonna Get Lucky, un tributo a Carey Bell, probabilmente tratto dalle stesse sessioni del recente Tribute To Carey Bell di Lurrie Bell & The Bell Dynasty https://discoclub.myblog.it/2018/07/29/tanto-ottimo-blues-tutto-allinterno-della-famiglia-lurrie-bell-the-bell-dynasty-tribute-to-carey-bell/ , un brano che è l’essenza stessa del Chicago Blues. Per l’omaggio a Jimmy Dawkins, uno dei grandi chitarristi dell’etichetta, e in particolare a All For Business, forse il suo disco migliore, scendono in campo Linsey Alexander, che non è proprio di primo pelo, ma ha ancora una voce fantastica e Billy Flynn, per una cover eccellente della title track, uno slow blues intenso e di grande pathos, dove si apprezzano anche il sax tenore di Hank Ford e il piano di Roosevelt Purifoy , grande versione. Diciamo che nel brano successivo Riverboat, né il soggetto del tributo, Big Time Sarah, né l’interprete dello stesso, Demetria Taylor, sono conosciutissime, quest’ultima forse più nota per essere la figlia di Eddie Taylor, ma comunque in possesso di una voce ragguardevole che usa con profitto in questa canzone, mentre Flynn e Wheeler pennellano con le loro chitarre.

otis rush so many roads

Jimmy Burns rende omaggio a Big Joe Williams con uno dei suoi cavalli di battaglia, She Left Me A Mule To Ride, solo voce e chitarra, ma di notevole intensità. Lil’Ed, non ha mai inciso per la Delmark, sempre per la Alligator, ma unisce le forze con Dave Weld e i suoi Imperials per un omaggio a tutta slide a J.B. Hutto in una gagliarda Speak My Mind. Ottima anche l’accoppiata che si forma per il tributo al grande Magic Sam, di cui viene ripreso l’ottimo lento Out Of Bad Luck in un tripudio di chitarre, affidate a Jimmy Johnson e Dave Specter, mentre Sumito “Ariyo” Aryhoshi accarezza il suo pianoforte. Corey Dennison, voce e chitarra acustica e Gerry Hundt, mandolino ed armonica, reinterpretano da par loro, cioè ottimamente Broke And Hungry di Sleepy John Estes, e pure Mike Wheeler, chitarrista della house band nel CD, quando è il suo momento non si risparmia in una fluida e sontuosa versione del super classico di Otis Rush So Many Roads. Anche Shirley Johnson non è forse conosciutissima (però ha fatto anche, parecchi anni or sono; un disco per l’Appaloosa di Franco Ratti), ma la sua voce non teme confronti in una struggente Need Your Love So Bad che rende omaggio alla vecchia cantante texana Bonnie Lee. In conclusione di un disco solido, magari non memorabile, ma che sarà apprezzato dagli amanti delle 12 battute Ken Saydak e il suo pianoforte omaggiano il grande Roosevelt Sykes con il frizzante barrelhouse Boot That Thing.

P.S. Non essendo disponibili video dei brani contenuti nel nuovo CD ho inserito nel Post le copertine di alcuni dei più importanti album della Delmark da cui sono state prese le canzoni originali poi riprese nel Tributo.

Bruno Conti