Sempre Uno Dei “Maestri” Del Blues E Del Soul, In Tutte Le Sue Coniugazioni. Delbert McClinton And Self-Made Men + Dana – Tall, Dark And Handsome

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Delbert McClinton And Self-Made Men + Dana – Tall, Dark And Handsome – Hot Shot Records/Thirty Tigers

E al blues e al soul, potremmo aggiungere Americana music, roots rock, country e tutti gli stili che ci girano intorno e vi vengono in mente. Perché il texano Delbert McClinton (come orgogliosamente dichiara lo sticker sulla copertina del CD, che ricorda le sue tre vittorie ai Grammy) nel corso degli anni ha frequentato tutti questi generi, quasi sempre sapientemente miscelati in una serie di album che toccavano tutte queste diverse anime musicali del nostro amico, che non a caso ha vinto un Grammy nel 1992 in ambito rock, in coppia con Bonnie Raitt, un’altra che conosce bene la materia, e due nella categoria Contemporary Blues, nel 2002 e 2006, totalizzando sette nominations complessive. Il musicista di Lubbock è salito per la prima volta su un palco nel 1957 e da allora ha sempre cantato dal vivo,  soprattutto negli States, senza peraltro mai raggiungere la grande fama, visto che il suo album di maggior successo, The Jealous Kind del 1980, è arrivato solo al n° 34 delle classifiche di vendita di Billboard. Ma ancora oggi a quasi 79 anni, li compirà a novembre, è considerato uno dei migliori stilisti e vocalist in circolazione, molto considerato da appassionati, critica e colleghi.

All’inizio di carriera, nel 1972 e 1973, faceva coppia, come Delbert & Glen, con Glen Clark, con cui ha realizzato una eccellente reunion negli anni 2000 , che è stata la sua ultima fatica con la New West https://discoclub.myblog.it/2013/07/07/sembra-quasi-un-disco-di-delbert-mcclinton-delbert-and-glen/, prima di dovere anche lui diventare “indipendente”, fondando una propria etichetta, la Hot Shot Records distribuita da Thirty Tigers, con cui ha pubblicato prima Prick Of The Litter nel 2017, e ora questo Tall, Dark And Handsome, sempre accompagnato dalla sua nuova formazione i Self-Made Men, ai quali si è aggiunta per l’occasione la sassofonista Dana Robbins. il disco è co-prodotto con McCClinton dai suoi abituali collaboratori Kevin McKendree, che è anche il tastierista della band, e Bob Britt, il chitarrista (nonché marito di Etta, che nel 2015 ha dedicato un delizioso disco a McClinton https://discoclub.myblog.it/2015/01/09/amica-delbert-mcclinton-etta-britt-etta-does-delbert/ ). Entrambi i musicisti sono anche i co-autori della gran parte delle canzoni, mentre il disco è stato registrato alla Rock House di Franklin, Tennessee, stato in cui il nostro amico vive ormai da moltissimo tempo. A completare la formazione, oltre alla Robbins, Mike Joyce al basso, Jack Bruno alla batteria e Quentin Ware alla tromba, più diversi altri musicisti e vecchi collaboratori che appaiono solo in alcuni brani.

In fondo, per riepilogare, potremmo definire il suo stile “roadhouse music”, un posto dove ti ristori l’animo lungo la strada e ascolti della buona musica: forse questo nuovo album non è il migliore della sua carriera ( per quanto siamo almeno ai livelli più che rispettabili del precedente), ma è comunque un disco solido, tutto incentrato, come è abitudine del nostro, su nuove canzoni scritte per l’occasione. L’iniziale Mr. Smith è uno shuffle jazz blues per big band, oppure sempre per abbreviare Texas swing ( e si capisce perché i Blues Brothers lo amavano), con fiati impazziti, vocalist di supporto (Vicki Hampton, Wendy Moten, Robert Bailey) molto impegnati, come pure McKendree al piano e la Robbins e Jim Hoke al sax, lui canta alla grande come sempre; la breve If I Hock My Guitar sta giusto a metà strada tra il R&R di Chuck Berry, con la chitarra di Britt in bella evidenza, e un errebì carnale che va molto di groove. No Chicken On The Bone è un divertente western swing con uso violino (Stuart Duncan), sempre con la voce granulosa e sporca (ma è sempre stata così, non è l’effetto dell’età) di McClinton titillata dalle sue coriste.

Altro cambio di atmosfera per Let’s Get Down Like We Used To, l’unico brano firmato insieme a Al Anderson degli NRBQ Pat McLaughlin, un pigro e carnale funky-blues con assolo di clarinetto di Hoke, e McKendree sempre elegante al piano elettrico, Gone To Mexico è una delle tre canzoni scritta in solitaria da Delbert, era già apparsa su un disco del 2010 di uno dei figli, Clay McClinton (con quattro dischi nel suo carnet) ed un’altra figlia, Delaney, è una delle coriste impiegate in questo album, brano molto ritmato e percussivo, dagli accenti latini e qualche tocco di salsa, con trombe, fiati e la fisarmonica dell’eclettico Jim Hoke in azione. Lulu è molto jazzy, mi ricorda, anche vocalmente, il Tom Waits anni ’70, raffinata e notturna, sulle ali di piano, chitarra e contrabbasso, mentre Loud Mouth è un blues chitarristico, con il figlio di McKendree, Yates, alla solista, una atmosfera che rimanda molto anche allo stile del Randy Newman più mosso, con le mani di McKendree che volano sul pianoforte https://www.youtube.com/watch?v=duL9um3cbvI , e anche la quasi omonima Down In the Mouth, un altro dei brani firmati in solitaria da McClinton, è un altro Texas blues shuffle di grande appeal https://www.youtube.com/watch?v=45bZwxicVTMRuby And Jules, tra piano jazz e R&B anni ’50 è un’altra delizia per i nostri padiglioni auricolari, sempre con quella voce sublime a sottolinearla, con Any Other Way che è l’unica ballata del disco, struggente e laconica, qualche profumo di New Orleans e nuovamente di Randy Newman, suonata sempre divinamente dai magnifici musicisti di questo disco e con assolo di sax d’ordinanza.

A Fool Like Me, rocca, rolla e swinga di brutto con tutta la band che lo segue come un sol uomo, manco fossero i Little Feat degli anni d’oro;: mentre almeno a livello di testo, come dice lo stesso Delbert, Can’t Get Up,  fa parte dei brani “non ho più l’età per fare queste cose”, ma invece ce l’ha eccome e lo fa benissimo, con McKendree che per l’occasione sfodera un organo Hammond vintage e malandrino per spalleggiarlo. Temporarily Insane è una strana canzone, molto waitsiana dell’ultimo periodo, mezza parlata e senza una melodia definita a sostenerla, non c’entra molto con il resto del CD, ma ha un suo fascino malato. Chiude la brevissima A Poem, altro brano strano che, come direbbe Tonino Di Pietro non ci azzecca molto con con il resto dell’album, un minuto dissonante e frammentario che non inficia comunque l’ottima qualità del resto del disco.

Bruno Conti

 

Un Trio Di Delizie Blues Alligator Per L’Estate 1. Billy Branch & The Sons Of Blues – Roots And Branches

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Billy Branch & The Sons Of Blues – Roots And Branches – Alligator Records

Il CD sulla copertina come sottotitolo recita The Songs Of Little Walter: non è certamente il primo tributo alla musica del grande armonicista di Marksville, Louisiana, ma unanimemente riconosciuto come uno dei grande maestri del blues di Chicago, dove è scomparso il 15 febbraio del 1968, a meno di 38 anni, per i danni riportati in una rissa fuori da un locale della Windy City, e comunque Walter Jacobs aveva sempre avuto una vita turbolenta e ai limiti, ma nell’ambito delle 12 battute e dell’uso dell’armonica in particolare era considerato un vero innovatore dello strumento, un po’ come Charlie Parker per il sax o Jimi Hendrix per la chitarra. Anche se durante la sua vita ha inciso pochissimo a nome proprio, soprattutto a livello di singoli (i pochi album sono usciti postumi, a parte un best nel 1957)), Little Walter è stato un sideman formidabile, lasciando un segno soprattutto nella band di Muddy Waters, dal 1948 al 1952, e poi negli anni Chess, etichetta con cui inciderà alcuni singoli epocali con il marchio Checker, tra cui la fantastica My Babe del 1955, scritta come tanti classici del blues da Willie Dixon, che gli regalò anche Mellow Down Easy, mentre tra quelli a propria firma si ricordano Juke, Blues With A Feeling, rubata a Walter Tarrant, You’re So Fine, Last Night ed alcune altre, tutte presenti in questo Roots And Branches insieme ad altri cavalli di battaglia del repertorio di Jacobs.

Come potete immaginare questo non è sicuramente il primo tributo a Little Walter, già nel 1968 George “Harmonica” Smith gliene dedicò uno, e tra quelli più belli ricordo quello pubblicato dalla Blind Pig, di cui vi ho parlato su queste pagine virtuali https://discoclub.myblog.it/2013/05/18/e-dopo-i-chitarristi-una-pioggia-di-armonicisti-remembering/ , con la partecipazione di diversi eccellenti artisti, tra i quali non era però presente Billy Branch, che ha pensato bene di crearne uno a titolo personale. Anche Branch è un nativo di Chicago, ma pur essendo accompagnato in questo CD dai Sons Of Blues, non è un figlio d’arte, come gli altri due fondatori della band, Lurrie Bell, figlio di Carey, Freddie Dixon, figlio di Willie, che non fanno più parte della band da parecchio tempo. Proprio con Dixon, circa 50 anni fa, inizia la carriera di Branch, suonando nei Chicago Blues All-Stars, la band di Willie, e poi fondando nel 1977 i Sons Of The Blues il cui esordio fu pubblicato dalla Alligator Records, ancora oggi etichetta leader (quasi infallibile) nella materia. Nella formazione odierna a fianco di Branch ci sono il grande pianista Sumito Ariyoshi, aka Ariyo, con lui da una ventina di anni, il chitarrista e cantante Giles Corey, autore anche di un eccellente album solo per la Delmark, che dividono gli spazi solisti con lui, ed una vivace sezione ritmica composta da Marvin Little al basso e Andrew “Blaze” Thomas alla batteria. C’è da dire che purtroppo sia Branch che i Sons Of Blues non incidono moltissimo, infatti il penultimo disco Blues Shock, edito dalla Blind Pig, risale al 2014 e quello precedente addirittura al 2001, ma quando lo fanno lasciano il segno, come in questo Roots And Branches.

Definito dalla critica addirittura il “Re dell’armonica” del Chicago Blues dell’ultimo quarto del secolo scorso, Billy Branch è anche (tuttora) in possesso di una voce pimpante, espressiva e senza tempo, in grado di convogliare le mille nuances del miglior blues elettrico: anche gli arrangiamenti non sono mai scontati, come è tipico delle produzioni Alligator, che fanno della brillantezza e della freschezza i loro punti di forza, come è chiaro sin dall’iniziale Nobody But Yoy, un brano di Walter Spriggs del 1957, che fu un successo per Little Walter And His Jukes, classiche 12 battute, dove armonica, voce, chitarra e piano si alternano nel migliore spirito del Chicago Blues. La vibrante Mellow Down Easy è anche meglio, con il suo incidere da brano classico, la voce che punteggia con forza le liriche, l’armonica sempre in grande evidenza e tutta la band in grande spolvero. Roller Coaster di Ellas McDaniels, ha la tipica scansione ritmica dei brani di Bo Diddley, perché di lui parliamo, uno dei brani strumentali che non possono mancare in un album dedicato a Little Walter, e in cui Branch mostra tutta la sua perizia, come pure nella swingante Juke. Blue And Lonesome è un magnifico lento, intenso e vibrante, con Giles Corey che “tira” la sua solista con libidine, prima di lasciare spazio a Billy. Hate To See You Go (come la precedente, attribuita da Jagger e soci però a Memphis Slim, ma la paternità nel blues è sempre dubbia) la troviamo anche nel disco blues dei Rolling Stones, brano brioso e dal bel drive pure nella versione di Branch e soci, molto alla Muddy Waters.

My Babe è uno dei capolavori assoluti del blues, come la giri la giri, se ben suonata, con i suoi cambi di tempo e le sue continue volute, non manca mai di entusiasmare, e qui si apprezza il lavoro di Ariyoshi al piano (ottimo anche Corey), che ci mette del suo anche nella raffinata e jazzata One More Chance With You. Altro grande classico presente nel CD è la potente e scandita Last Night, che nel blues hanno suonato un po’ tutti, da Mike Bloomfield a John Hammond, passando per Butterfield e i Fleetwood Mac, C’è anche un medley tra una funky Just Your Fool Key To The Highway di Big Bill Broonzy. Boom Boom Out Goes The Lights non è quella di John Lee Hooker o degli Animals, ma rolla alla grande pure questa, e anche It’s Too Late Brother, altro classico di Little Walter swinga di brutto. You’re So Fine è un altro dei successi Checker anni ’50 di Jacobs, un bel groove di basso e Branch e Aryyoshi che “magheggiano” ai rispettivi strumenti, prima di congedarci con la galoppante You’re So Fine e con Blues With A Feeling, una canzone, un programma sin dal titolo, di nuovo notevole il lavoro di Ariyoshi, che è anche co-produttore del CD, un altro pezzo tra i più eseguiti nella storia del blues, dalla Butterfield Blues Band passando per Mick Jagger (mai uscita a livello ufficiale), per non dire di Jimmy Witherspoon, Taj Mahal, Magic Slim, Carey Bell, ecc. ecc. Un album di blues duro e puro, ma non dove si non percepisce neppure un filo di noia, solo buona musica.

Bruno Conti

Un Gran Bel Concerto Per Una Delle Leggende “Minori” Del Blues. Johnny Shines – The Blues Came Falling Down Live 1973

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Johnny Shines – The Blues Came Falling Down Live 1973 – Omnivore Recordings

Johnny Shines è considerato, giustamente, almeno dalla critica, uno dei più grandi “praticanti” del blues acustico del Delta: anche se il nostro nasce nei sobborghi di Memphis, Tennessee, nel 1915, ha poi frequentato la zona, diventando discepolo prima del giovane Howlin’ Wolf, e per questo fu chiamato “Little Wolf”, poi in seguito incontrò colui che fu la sua più grande ispirazione, Robert Johnson , cercando di carpirne lo stile e la tecnica. Però, per varie vicissitudini e necessità lavorative della vita, la sua carriera non è mai decollata e per il grande pubblico Shines rimane uno sconosciuto, per quanto illustre: 4 canzoni registrate per Columbia nel 1946, pubblicate solo 20 anni dopo, 2 brani per la Chess incisi nel 1951, anche questi poco fortunati a livello discografico, visto che Johnny non gradì molto il cachet da “lustrascarpe” proposto dal boss Leonard Chess, che infatti lo inserì nei loro registri come “Shoe Shine Johnny”. Poi all’esplosione del blues nel South Side di Chicago, qualche registrazione per etichette locali, che non uscirono dai confini della città, una prima “riscoperta” a metà anni ’50, quando si esibiva negli stessi locali di Howlin’ Wolf, e quella definitiva nella grande ondata del blues anni ’60, con registrazioni per Vanguard, Testament, Biograph, Adelphi, Blue Horizon, Rounder e così via, rimanendo comunque sempre un artista di culto.

Dopo la morte, avvenuta nel 1992 a Tuscaloosa, in Alabama, diverse etichette periodicamente ne hanno pubblicato materiale edito ed inedito, ora arriva questo concerto “scoperto” dalla Omnivore e relativo ad una serata alla Washington University, Graham Chapel, St. Louis, nel 1973, anche se dalle note non è dato sapere la data esatta di questo Live, che comunque rimane una performance assolutamente degna della sua reputazione come uno dei grandi ”eroi misconosciuti” delle 12 battute classiche. Una qualità sonora spettacolare, che ci permette di godere la tecnica chitarristica sopraffina di Shines, un vero maestro della chitarra acustica, come ci dimostra subito in uno scintillante Big Boy Boogie, uno strumentale fantastico dal ritmo ondeggiante, in cui le sue mani volano sulla chitarra, mentre Johnny intrattiene il pubblico con alcuni commenti mentre si esibisce; Seems Like A Million Years, uno degli altri tredici brani a sua firma (ce ne sono anche quattro di Robert Johnson, uno di Sleepy John Estes e uno di Blind Willie Johnson) è il primo pezzo dove si apprezza la sua voce vissuta, profonda e risonante, vibrante e potente, in grado di salire e scendere di tono in modo mirabile, mentre narra le storie dei suoi protagonisti comuni, accompagnandosi sempre con quella chitarra che è una propaggine imprescindibile della sua anima.

Per Cold In Hand Blues sfodera un bottleneck magistrale, fremente e palpitante come la sua interpretazione vocale, trattenuta ma al contempo intensa https://www.youtube.com/watch?v=5VvR7f4sAk4 , Kind Hearted Woman Blues è il primo dei brani di Johnson, un esempio del miglior Delta blues eseguito in modo perfetto ed appassionato. Seguita  da una veemente Have You Ever Loved A Man (i temi dei brani sono sempre quelli, si intrecciano con quelli di decine di altri autori, come è consuetudine nel blues, dove ogni canzone difficilmente appartiene ad un singolo autore, ma fluttua nell’aria per essere carpita ed adattata alle proprie esigenze da chi la trova), e ancora dalla vissuta e potente Stay High All Night Long, dal traditional gospel Stand By Me, da un’altra composizione di Johnson, I’m A Steady Rollin’ Man,e poi ancora di Shines, Happy Home e Someday Baby Blues di John Estes, un ulteriore Johnson “minore” (se esiste) la breve e intricata They’re Red Hot (Hot Tamales). You’re The One I Love, preceduta da una lunghissima introduzione sulle virtù del blues, è più lenta e meditativa, Sweet Home Chicago, l’ultimo pezzo di Robert Johnson, direi che non ha bisogno di introduzione, il pubblico gradisce, le mani battono a tempo e quelle di Shines volano nuovamente sul manico della chitarra.

Non mancano un paio di slow magnifici come The Blues Came Falling Down e Big Star Falling (negli ultimi tre brani c’è anche Leroy Jodie Pierson alla seconda chitarra). Nel finale di concerto riappare il bottleneck per Tell Me Mama, Ramblin’ e una sgargiante rilettura del classico di Blind Willie Johnson It’s Nobody Fault But Mine, la brevissima e scatenata Goodbye Boogie e la conclusiva, intensa How You Want Your Rollin’ Done. Per chi ama il blues duro e puro, ma non noioso: un bel “regalo” per rivalutare un personaggio  come Johnny Shines , che forse in vita non ha avuto il credito che meritava.

Bruno Conti

Questo E’ Blues In Giacca E Cravatta! Jimmie Vaughan – Baby, Please Come Home

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Jimmie Vaughan – Baby, Please Come Home – Last Music Company CD

Essere fratello, per giunta maggiore, di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi non è facile, specie se fai il suo stesso mestiere: se poi tale fratello è scomparso ancora giovane in tragiche circostanze ed è diventato una leggenda, il rischio è quello di essere per sempre classificato come “il fratello di…”. Sto parlando di Jimmie Vaughan, grande bluesman e chitarrista texano, titolare di una lunga e rispettabilissima carriera prima con i Fabulous Thunderbirds e poi da solista, che per molti è ancora oggi solo il fratello dell’immenso Stevie Ray Vaughan, uno dei maestri assoluti di sempre dello strumento (personalmente lo metto nella mia Top 3 degli axemen dopo Jimi Hendrix – non sono mai stato un fan sfegatato dell’Hendrix musicista ma l’Hendrix chitarrista è inarrivabile ancora oggi – e Jimmy Page). Jimmie però se ne è sempre fregato dei paragoni ed è giustamente andato avanti per la sua strada, e d’altronde i due non avrebbero potuto essere più diversi: se Stevie Ray era un uragano che dal vivo rischiava di mandare metaforicamente a fuoco il palco ad ogni performance, l’approccio al blues di Jimmy è sempre stato più composto, classico ed elegante, pur non rinunciando anch’egli ad accendere la miccia negli spettacoli live, specie con i Thunderbirds.

Musicalmente il nostro era fermo addirittura dal 2011, anno della pubblicazione del secondo capitolo di Plays Blues, Ballads And Favorites (ma in mezzo c’è stato anche https://discoclub.myblog.it/2017/11/05/pochi-ma-buoni-ora-anche-dal-vivo-jimmie-vaughan-trio-featuring-mike-flanigin-live-at-c-boys/ ), e quindi è con grande piacere che ho accolto questo Baby, Please Come Home, nuovissimo capitolo di una discografia di tutto rispetto, album nel quale il chitarrista texano prosegue con la sua personale reinterpretazione di classici del blues e non, il tutto con la consueta classe e bravura. Infatti Baby, Please Come Home ci mostra un Jimmy in ottima forma, e che ci regala in 35 intensi minuti undici brani di blues ad alto livello, coadiuvato da una band che comprende musicisti che troviamo abitualmente nei suoi lavori ed anche qualche new entry: la sezione ritmica vede operare il batterista George Rains ed alternarsi due diversi bassisti (Ronnie James e Billy Horton), poi abbiamo l’eccellente Mike Flanigin all’organo e l’altrettanto bravo Jarrod Bonta al piano, Billy Pitman alla chitarra ritmica ed una corposa sezione fiati che dona calore e colore al disco, e che vede all’opera i sassofonisti Doug James, Greg Piccolo (quest’ultimo già con i Roomful Of Blues), John Mills e Kaz Kazanoff, i trombettisti Al Gomez e Jimmy Shortell e Randy Zimmerman al trombone.

Proprio i fiati sono grandi protagonisti di questo album e danno ancora più spessore a brani già ottimi di loro, a volte perfino “relegando” in secondo piano la chitarra del leader, che va detto non va mai sopra le righe ed offre sempre assoli brevi e misurati, restando quindi al servizio delle canzoni ed evitando qualsiasi atteggiamento da axeman fine a sé stesso. Si parte con una saltellante e ritmata versione della title track (brano di Lloyd Price), resa ancora più coinvolgente proprio dai fiati, mentre Jimmy rilascia un paio di assoli ficcanti ma assolutamente composti https://www.youtube.com/watch?v=h35qWP9GL70 . Just A Game (Jimmy Donley) è sempre cadenzata ma più lenta e vede ancora i fiati protagonisti con l’organo a rendere più caldo il suono: Vaughan non è forse il miglior blues vocalist sulla piazza, ma se la cava in ogni caso più che bene; No One To Talk To (But The Blues) nonostante sia di Lefty Frizzell viene “de-countryzzata” da Jimmy che la rivolta come un calzino e la trasforma in un bluesaccio sanguigno e davvero godibile, grazie anche alla solida performance della band, mentre Be My Lovey Dovey (scritta da Richard Berry ma resa nota da Etta James) è giusto a metà tra jump blues e rock’n’roll, con il classico botta e risposta voce/coro e ritmo sostenuto.

Decisamente trascinante What’s Your Name?, classico blues di Chuck Willis dal tempo veloce e che fa muovere il piedino, il tutto sempre affrontato in grande stile e con pregevoli assoli di sax e della sei corde di Jimmy; Hold It è una deliziosa rilettura di uno strumentale di Bill Doggett, in cui domina l’organo di Flanigin con una prestazione maiuscola, e con il nostro che rilascia un assolo in punta di dita, ed è seguita da I’m Still In Love With You (T-Bone Walker), puro slow blues dalle atmosfere afterhours ed un pianoforte dal sapore jazzato, altra prova di classe sopraffina. La mossa It’s Love Baby (24 Hours A Day), un classico inciso da mille artisti da Louis Brooks a Hank Ballard, passando per Ruth Brown e Jackie DeShannon, è blues nella sua accezione più classica, e per Jimmie è come bere un bicchiere d’acqua, So Glad è un omaggio del nostro a Fats Domino, un divertente pezzo in perfetto equilibrio tra blues ed un pizzico di rock’n’roll, con Vaughan che ci offre la miglior performance chitarristica del disco, mentre la strepitosa Midnight Hour (Clarence “Gatemouth” Brown), con grande lavoro del piano di Bonta, prelude alla conclusiva Baby, What’s Wrong di Jimmy Reed (registrata dal vivo), questa sì rock’n’roll al 100%, degno finale di un disco senza sbavature e suonato davvero a regola d’arte.

Marco Verdi

Sempre Della Serie Non Solo Blues. Keb’ Mo’ – Oklahoma

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Keb’ Mo’ – Oklahoma – Concord/Universal

Cosa c’entra Keb’ Mo’ (o Kevin Roosevelt Moore se preferite) con l’Oklahoma.? In effetti il nostro amico è nativo di Los Angeles, è lì ha sempre vissuto, fin quando nove anni fa non si è trasferito nel Tennessee, e quindi non dovrebbero esserci punto di contatto, ma in questo album la title track nasce da un incontro di Keb Mo con Dara Tucker, una musicista nativa americana, con uno stile tra jazz e soul: i due hanno scritto insieme questo brano, nato da una visita allo stato nel 2013, luogo di catastrofi naturali, tornado e una ricca storia anche musicale (il famoso Tulsa sound) che ha intrigato Kevin tanto da unire le forze con la stessa Tucker, che da lì proviene. Il risultato è un brano dove pure il produttore Colin Linden ci mette del suo nel forgiare lo stile di Keb Mo, che parte dal blues, ma poi è un ibrido di vari generi, con l’aiuto di alcuni amici, tra cui la lap steel di Robert Randolph, al solito brillantissima anche in modalità wah-wah, il violino di Andy Leftwich, le armonie vocali della stessa Tucker, e tutti gli altri musicisti che suonano nel disco, dal bassista Eric Ramey, a diversi batteristi e tastieristi che si alternano nel corso dell’album. Che al solito dà spazio anche alle 12 battute ibride dell’iniziale I Remember You, un pezzo scritto con Bill Labounty, grande praticante negli anni ‘70 dello stile solare che frequenta anche il musicista californiano, un brano raffinato e sapido che va molto di groove, tra chitarre e tastiere sinuose, il tutto guidato dalla sua splendida voce https://www.youtube.com/watch?v=us1klKNsFbM .

Tra i tanti ospiti che si alternano nell’album, per esempio nel gagliardo inno femminista, scritto insieme a Beth Nielsen Chapman, e che risponde al titolo Put Woman In Charge (non una cattiva idea) appare anche Rosanne Cash, per una galoppante cavalcata dove lo spirito gospel è fortissimo, ma la figlia del grande Johnny è la perfetta e sorprendente controparte per la voce calda e maschia di Keb’ Mo’, veramente un piccolo gioiello a livello musicale, mentre This Is My Home è una delle sue tipiche ballate, più intimiste e con un arrangiamento quasi minimale, con le armonie vocali affidate alla pop star latina Jaci Velasquez, per un pezzo che tratta con delicatezza il tema dell’immigrazione https://www.youtube.com/watch?v=9Irip5pIRb4 , mentre un’altra voce femminile è quella di Robbie Brooks Moore, che duetta con il marito nella conclusiva e delicata Beautiful Music, una dolce ballata d’amore dove le due voci si intrecciano, accompagnate solo dalla chitarra acustica in fingerpicking di Kevin, con gli archi che entrano nella parte finale. Ma non manca una collaborazione con l’amico Taj Mahal, insieme al quale lo scorso anno ha vinto il Grammy nella sezione Blues per  lo splendido TajMo https://discoclub.myblog.it/2017/07/28/il-disco-blues-dellanno-forse-no-ma-soltanto-perche-non-e-solo-blues-taj-mahal-keb-mo-tajmo/ , il brano scritto insieme a Colin Linden si chiama Don’t Throw It Away, una canzone che è una sorta di inno ambientale, dove Taj suona anche il basso e contribuisce con la sua armonica a quel sound New Orleans https://www.youtube.com/watch?v=BBI50CxQ1co , ritmato e divertito, con un mandolino malandrino, a dispetto dell’argomento serissimo, il tutto trattato comunque con leggerezza.

The Way I nel testo parla del grande problema della depressione, mentre a livello musicale è un’altra di quelle deliziose e struggenti ballate avvolgenti che Keb ci sa regalare con assoluta naturalezza, mentre Ridin’ On A Train è il pezzo più tirato del CD, con un riff ricorrente e la batteria che spinge il ritmo, mentre l’acustica in modalità slide aumenta il sapore blues di questo eccellente tuffo nel le 12 battute più canoniche, per quanto sempre con il suo approccio particolare. I Should’ve è più divertente e divertita, con un drive dove ci sono pure chiari elementi country  e l’armonica suonata dallo stesso Keb Mo la rende leggiadra e godibilissima; manca ancora la ritmata Cold Outside, altro pezzo decisamente di impianto più rock, con un bel assolo di chitarra elettrica nella parte centrale, pure questo tipico di uno stile più cantautorale, filone che non manca mai nei suoi album. Quindi un disco assolutamente piacevole, per sintetizzare con quanto diceva Nero Wolfe al suo assistente Archie Goodwin, “soddisfacente”!

Bruno Conti

Una “Strana” Coppia, Ma Ben Assortita. Robben Ford & Bill Evans – The Sun Room

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Robben Ford & Bill Evans – The Sun Room – earMUSIC              

Nuovo album per Robben Ford, a meno di un anno dal precedente Purple House https://discoclub.myblog.it/2018/11/10/uno-dei-virtuosi-della-chitarra-elettrica-nuovamente-in-azione-robben-ford-purple-house/ , e a circa tre anni dal collaborativo Lost In Paris Blues Band, con Paul Personne… Questa volta si tratta di un disco in duo con Bill Evans (non il grande pianista jazz, scomparso nel 1980, ma l’omonimo sassofonista jazz/fusion). Curiosamente il disco è già uscito per il mercato giapponese la scorsa primavera, a nome di Evans e Ford, quindi con i cognomi invertiti nella copertina, in quanto il CD era stato pubblicato in Giappone per celebrare i 30 anni del locale Blue Note di Tokyo, in una tournée attribuita al Bill Evans Super Group with special guest Robben Ford.. Non avendo molte altre notizie, avendo ascoltato il disco in netto anticipo sull’uscita, in alcuni paesi europei prevista per il 26 luglio, per una volta mi sono affidato anche a quanto riportato nelle info per la stampa e in particolare a quanto dichiarato da Bill Evans, perché mi sembra pertinente ed inquadra bene anche la tipologia del disco: “Ogni tanto musicisti che la pensano allo stesso modo si uniscono per creare qualcosa che trascende i confini musicali ma che può comunque raggiungere un pubblico più ampio. Secondo me, la musica che abbiamo scritto per The Sun Room è senza tempo. Amo blues, jazz, soul, funk e questo album ha tutto ciò, suonato a livelli altissimi. Non potevo essere più felice. L’atmosfera era grandiosa durante le registrazioni ed era una gioia esserne parte. Ottimo lavoro ragazzi. Rifacciamolo!”

Prima di rifarlo per ora sentiamo cosa contiene il CD: intanto la band è completata dal batterista Keith Carlock, già con gli Steely Dan e dal bassista James Genus, uno che ha suonato con Lee Konitz, Michael Brecker, Branford Marsalis e Chick Corea. Anche se nella versione europea il nome di Robben Ford è più in evidenza, musicalmente mi sembra più vicino alle tematiche sonore di Evans, comunque la classe ed il tocco inconfondibile del chitarrista sono spesso ala ribalta, pur se il sassofono, di solito tenore, ma anche con qualche presenza di quello soprano,  è lo strumento principale. Dalla fusion piacevole ma leggerina, molto anni ’70, dell’iniziale Star Time, che sembra un brano degli L.A. Jazz Express, il vecchio gruppo di Tom Scott in cui militava anche Robben Ford, e che accompagnarono Joni Mitchell nel bellissimo Live Miles Of Aisles, al blues che non manca in una gagliarda Catch And Ride, dove il sax, più intenso, e la chitarra, si dividono gli spazi democraticamente, sempre con Evans comunque più impegnato di Ford, che peraltro il suo “assolino” non manca di regalarcelo, con una timbrica più jazzata, rispetto ai suoi dischi solisti. Big Mama è un funky più leggerino, non dico alla Average White Band, ma quasi, un filo più complesso e ricercato, con spazio per gli ottimi Carlock e Genus, e un altro solo di grande tecnica da parte di Robben.

Gold On My Shoulder è una bella ballata, l’unica cantata da Ford, tipica del suo songbook, anche se la presenza del sax la rende diversa dall’ultima produzione del musicista californiano. La raffinata Pixies, con i due solisti impiegati anche all’unisono, ha un bel arrangiamento da brano jazz classico, con una melodia molto piacevole e una lunga parte improvvisativa, Something In The Rose, più intima e riflessiva, si anima poi nell’assolo di Ford, mentre Insomnia è un altro piacevole brano cantato, non da Robben, forse da Evans, di cui ignoravo eventuali velleità canore, che qui suona il sax soprano. La notturna ed inquietante Strange Days lavora su atmosfere sospese che improvvisamente si animano in fiammate inattese ed è un brano tipicamente jazz, con la conclusiva Bottle Opener, la più lunga, con i suoi oltre otto minuti, che su un agile drumming di Carlock inserisce anche vaghi elementi tra rock e jazz nell’interscambio improvvisativo tra il sax di Evans e la chitarra di Ford, che ricorda certe cose degli Steely Dan di Aja.

Bruno Conti

Sarà Anche “Illegale”, Ma Musicalmente E’ Una Goduria! Ry Cooder & The Moula Banda Rhythm Aces – Santa Cruz

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Ry Cooder & The Moula Banda Rhythm Aces – Santa Cruz – Leftfield Media CD

Ho già avuto modo di scrivere in passato che non sono mai stato un grande fan dei CD dal vivo tratti da broadcast radiofonici, in quanto fanno parte di una pratica semi-legale per le leggi europee, ma in definitiva trattasi di bootleg. Qualche strappo lo faccio anche io, sia per musicisti che prediligo in maniera particolare (soprattutto Bob Dylan e Tom Petty – il cui triplo CD San Francisco Serenades era qualcosa di formidabile https://discoclub.myblog.it/2018/01/07/supplemento-della-domenica-il-piu-bel-disco-dal-vivo-dello-scorso-anno-anche-se-non-e-ufficiale-ed-e-registrato-nel-1997-tom-petty-and-the-heartbreakers-san-francisco-serenades/  – dato che Springsteen, Stones e Grateful Dead ci pensano già loro ad inondarci di live d’archivio ufficiali), sia per altri la cui discografia dal vivo “legale” è piuttosto lacunosa. Tra gli appartenenti alla seconda categoria c’è sicuramente il grande Ry Cooder, uno dei migliori musicisti a 360 gradi in circolazione da ormai 50 anni: buon cantante, eccezionale chitarrista, ma anche fantastico esploratore musicale e uomo di smisurata cultura.

Il CD di cui mi occupo oggi è tratto da un concerto tenuto dall’artista californiano al Catalyst di Santa Cruz il 25 Marzo del 1987, durante un breve tour non in supporto di Get Rhytym (che sarà il suo ultimo disco “rock” fino a Chavez Ravine del 2005), che uscirà a Novembre, ma con alle spalle gli stessi musicisti che ritroveremo poi sull’album, un combo ribattezzato The Moula Banda Rhythm Aces. E stiamo parlando di un gruppo formidabile, composto da nomi da leccarsi i baffi solo a leggerli: Jim Keltner alla batteria, Van Dyke Parks alle tastiere (purtroppo spesso elettroniche), Steve Douglas al sax, Jorge Calderon al basso, Miguel Cruz alle percussioni, Flaco Jimenez alla fisarmonica, George Bohannon al trombone ed un coro maschile formato da Terry Evans, Bobby King, Arnold McCuller e Willie Greene Jr. (con Evans e King che saltuariamente si occupano anche delle parti soliste). Un gruppo perfetto per Cooder e per la sua passione per mescolare stili e sonorità differenti: la base è rock, ma non manca certo il blues (grande passione di Ry), mentre la quota tex-mex è garantita da Flaco ed il quartetto di voci sposta il suono verso lidi più spiccatamente soul-gospel-errebi. Ed il CD, che dura ben 81 minuti (smentendo quindi il fatto che sia obbligatorio stare sotto gli 80), è davvero splendido, con il nostro che ci regala dodici performances di livello elevatissimo, passando con disinvoltura da un genere all’altro e rivelando un’intesa perfetta con la band stellare che lo accompagna:

In più, la qualità dell’incisione è eccellente (*NDB Era un famoso filmato per la televisione americana), anche meglio di tanti live ufficiali. Il concerto parte con Let’s Have A Ball (originariamente incisa dai Wheels, un oscuro gruppo degli anni cinquanta da non confondersi con gli omonimi irlandesi dei sixties), unico pezzo tratto dall’allora imminente Get Rhythm e perfetto per scaldare i motori: ritmo spezzettato e botta e risposta vocale tra Ry ed i quattro “black singers” per un blues decisamente sanguigno, con il nostro che dà inizio alla sua strepitosa prestazione come chitarrista slide, uno spettacolo nello spettacolo (ed anche Flaco si ritaglia un breve intervento, molto acclamato). Il classico gospel Jesus On The Mainline è sempre stato un brano centrale nei concerti di Cooder ed anche qui non si smentisce: puro gospel-rock, caldo e profondo, con un bell’assolo di trombone e la solita slide graffiante (e purtroppo anche l’uso del synth, un pegno da pagare dato che si era in pieni anni ottanta: in quel periodo anche una band “pura” come i Grateful Dead faceva abbondante uso di tali sonorità). Il primo highlight è una versione di nove minuti del classico folk della Grande Depressione How Can A Poor Man Stand Such Times And Live, rilettura da pelle d’oca, lenta, toccante, malinconica, cantata con il cuore in mano, un sottofondo perfetto del coro ed un assolo davvero fenomenale da parte di Cooder.

La breve Jesus Hits Like An Atom Bomb (del cantante e conduttore radiofonico nei fifties Lowell Blanchard) è un coinvolgente gospel a cappella, in cui Ry ed il quartetto la fanno da padroni, ed è seguita da altri due pezzi da novanta: Down In Mississippi (J.B. Lenoir), un bluesaccio sporco, annerito ed appiccicaticcio, con la slide che mena fendenti a destra e a manca (mannaggia a quel synth!), ed una versione strumentale di Maria Elena, deliziosa ballata popolare messicana degli anni trenta, vero showcase per Flaco e con Cooder che si sposta al bajo sexto. La scura ed annerita Just A Little Bit, una canzone degli anni cinquanta tra errebi e blues (l’ha incisa anche Elvis), precede altri due brani da sette minuti l’uno, cioè la trascinante ed elettrica The Very Thing That Makes You Rich di Sidney Bailey, sontuoso rock-blues con Ry che fa i numeri (ed il pubblico approva convinto) ed il vibrante rock’n’roll tinto di gospel Crazy ‘Bout An Automobile (Billy “The Kid” Emerson), altro classico nelle esibizioni del nostro. Una splendida e solare versione della famosa Chain Gang di Sam Cooke, con sonorità quasi caraibiche, prelude al finale del concerto con una monumentale Down In Hollywood (unico pezzo scritto da Ry tra quelli eseguiti), ben 16 minuti ad altissima temperatura tra funky, rock ed errebi con improvvisazioni degne di Frank Zappa ed una lunga presentazione dei membri della band durante la quale ognuno si ritaglia un piccolo assolo, e con una favolosa Goodinight Irene (Leadbelly, of course) davvero struggente, degna conclusione di una serata splendida.

So che le vostre tasche sono già provate dalle tante uscite discografiche “ufficiali”, ma per questo Santa Cruz vale la pena fare un’eccezione.

Marco Verdi

In Attesa Del Cofanetto Inedito Previsto Per L’Autunno Ecco La Storia Dei Fleetwood Mac & Peter Green: Un Binomio “Magico” Dal 1967 Al 1971, Parte II

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Parte seconda.

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Fleetwood Mac In Chicago/Blues Jam At Chess – 2 LP Blue Horizon 1969 – ****

Nel frattempo, ad inizio gennaio appunto del 1969, il giorno 4, il quintetto, con Kirwan, si era recato agli studi Chess Ter-Mar della famosa etichetta di Chicago, per un meeting con sette musicisti neri importantissimi, dei veri maestri per Green e soci, la jam session, uscita con due titoli diversi, è fenomenale, un incontro proficuo tra cinque giovani musicisti inglesi ed alcune vere leggende del Blues, come Otis Spann (piano e voce), Willie Dixon (contrabbasso), Shakey Horton (armonica e voce), J.T. Brown ( sax tenore e voce), Buddy Guy (chitarra), Honeyboy Edwards (chitarra), e S.P. Leary (batteria); forse, ma forse, solo Fathers And Sons, il disco che vide l’incontro tra Muddy Waters, Michael Bloomfield e Paul Butterfield della Paul Butterfield Blues Band, Donald “Duck” Dunn di Booker T. & the M.G.’s, Otis Spann e Sam Lay, si può considerare pari o di poco inferiore a quello dei Fleewood Mac, ma è un’altra storia.

A produrre l’album furono Mike Vernon e Marshall Chess e il disco profuma di musica in libertà, le 12 battute classiche appunto in libera uscita per questa occasione unica. L’apertura è affidata a Watch Out, uno dei due contributi di Green come autore, un brano che rivaleggia con le migliori composizioni di Willie Dixox, uno shuffle intensissimo dove il chitarrista inglese dimostra di meritare tutta la stima che B.B. King gli ha poi tributato, con la sua solista variegata ed incontenibile e una parte cantata convinta come poche altre volte.  Da lì parte una sequenza di classici del blues splendidi: Ooh Baby, un ondeggiante blues con profumi errebì dalla penna di Howlin’ Wolf, sempre con Peter in gran forma, seguono due diverse e tirate takes dello strumentale South Indiana di Big Walter Horton, altri perfetti esempi del miglior Chicago Blues, con Shakey Horton all’armonica, Last Night è un intenso slow di Little Walter, sempre con Horton all’armonica, tutte cantate da Green, che poi guida il gruppo in Red Hot Jam, uno strumentale dove tutti i musicisti si divertono.

Seguono quattro brani consecutivi di Elmore James, nei quali Jeremy Spencer assume la guida delle operazioni alla voce e slide, I’m Worried, il lento I Held My Baby Last Night, la potente Madison Blues, in cui l’accoppiata bottleneck con il sax di JT Brown anticipa i futuri sviluppi di George Thorogood, e infine I Can’t Hold Out, con i musicisti neri presenti in sala che approvano. World’s In A Tangle di Jimmy Rogers apre il secondo album, un lento atmosferico dove Danny Kirwan sale al proscenio, mentre Otis Spann accarezza il suo piano, Talk With You e la tirata Like It This Way sono due composizioni di Kirwan, ottime a livello musicali, anche se Danny non è un grande cantante le chitarre viaggiano alla grande, a seguire troviamo due pezzi di Otis Spann, Someday Soon Baby e Hungry Country Girl, soprattutto la prima uno slow magistrale. La quarta ed ultima facciata prevede Black Jack Blues, un pezzo di J.T. Brown, con il contrabbasso di Dixon in evidenza di fianco al sax,  notevole anche Everyday I Have The Blues, di nuovo con la slide di Spencer, che la canta, e il sax a fronteggiarsi. Rockin’ Boogie come da titolo è uno scatenato R&R ancora di Jeremy, mentre Sugar Mama è un colossale blues corale con Peter Green che riprende la guida della session e Homework una travolgente scarica di blues da cento ottani, un successo in origine di Otis Rush e poi un cavallo di battaglia per i Nine Below Zero.

Al solito nelle edizioni ampliate contenute nel box ci sono moltissime bonus extra.

Then Play On, End Of The Game E I Dischi Postumi 1969-1971

Naturalmente gli anni si riferiscono a quando questo materiale venne registrato, poi è stato pubblicato in un arco di tempo lunghissimo, fino ai giorni nostri, in cui la  Sony farà uscire in autunno un cofanetto triplo Before The Beginning 1968-1970 Rare Live & Demo Sessions, con materiale inedito e dal vivo trovato negli archivi, e che è anche tra i motivi di questo articolo retrospettivo.

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Then Play On – Reprise/Warner 1969 – *****

Proprio durante le sessions che poi daranno vita a  questo magnifico album, i compagni di avventura di Peter Green cominciano a notare dei cambi di umore che li allarmano: il nostro amico che comincia ad usare grandi quantità di LSD, si lascia crescere una lunga barba incolta, inizia ad indossare delle tuniche e portare dei crocifissi, si fa più pensoso e malinconico, come testimonia la peraltro splendida Man Of The World, un brano che esce solo come singolo per la Immediate Records, che poi fallisce a breve, e la band firma un nuovo contratto per la Warner.

Tornando a Peter, Mick Fleetwood ricorda che l’amico cominciava a diventare ossessivo sul fatto di non fare soldi, e voleva dare via tutti i loro averi, cosa su cui i suoi compagni non erano molto d’accordo. Comunque le registrazioni vanno bene e l’album che ne risulta è uno dei capolavori assoluti del rock dell’epoca. Lasciato il blues, che rimane comunque presente nello spirito della musica, il suono si fa più aggressivo, anche se non mancano i soliti brani dalle atmosfere sognanti e malinconiche, con le chitarre di Green e Kirwan che fanno meraviglie nel loro interscambio, mentre la sezione ritmica di Mick Fleetwood e John McVie è veramente irrefrenabile.

Il 19 settembre del 1969, con la bellissima copertina dell’uomo nudo sul cavallo bianco, un titolo ispirato da una frase della Dodicesima Notte di Shakespeare, e con il primo singolo Oh Well, uscito la settimana successiva e non presente nella prima versione dell’album, che arriva, come Man Of The World, al secondo posto delle classifiche inglesi (mentre negli States Rattlesnake Shake uscita per prima, si rivela un flop), esce Then Play On , un album veramente superbo. Attualmente il disco si trova in CD nella edizione Extended  & Remastered uscita nel 2013 e quella vi consiglierei di cercare, in quanto con i suoi 18 brani si tratta della versione definitiva: comunque la versione “rivista” di fine 1969 (con Oh Well) iniziava con Coming You Way, un pezzo “galoppante” (vista anche la copertina) di Danny KIrwan, con il nuovo sound delle due soliste subito in evidenza, percussioni a manetta, e finale chitarristico psichedelico che ha non ha nulla da invidiare a quelli dei Quicksilver di John Cipollina e Gay Duncan.

Closing My Eyes è il primo splendido brano di Peter Green, una misteriosa e sognante canzone a tempo di valzer, con le chitarre accarezzate e le sferzate dei timpani di Fleetwood a percorrerla, una rivisitazione dei suoni di Albatross, con inserti acustici, Show-Biz Blues è un omaggio al tanto amato blues, un pezzo intimo ed acustico con le stesso Peter alla slide, visto che Jeremy Spencer praticamente non si sente più nel disco. My Dream di Kirwan è un delizioso strumentale tra surf music e atmosfere più malinconiche, sempre con quelle chitarre magnifiche, Underway, che poi dal vivo diventerà colossale, ha più di un punto di contatto con le ricerche sonore di Hendrix in quel periodo, con un crescendo magnifico punteggiato dal lavoro superbo di Fleetwood alla batteria, peccato che venga sfumato quando Green e Kirwan iniziano a divertirsi.

Oh Well (Part 1 & 2) ci regala più di nove minuti di magia sonora, inizio quasi flamenco con chitarra acustica e uno dei riff più inconfondibili della storia del rock, poi entra l’elettrica e il cantato sincopato di Peter, continui rilanci e una prima sferzata rock con le soliste che impazzano, poi segue un lungo segmento elettroacustico quasi cameristico (ma comunque tipicamente tra progressive e baroque rock)  anche con il piano di Spencer, nella sua unica apparizione, a disegnare atmosfere uniche. Although The Sun Is Shining è un’altra breve composizione di Kirwan, di ispirazione quasi folk, dolce e malinconica, mentre Rattlenake Shake è un’altra sferzata di pura energia rock, che non sarà anche entrata in classifica, ma questo non impedisce a vere muraglie di chitarra di ululare e dibattersi con una veemenza incredibile,  poi portate a livelli fantasmagorici nelle versioni live da 25 minuti e oltre; la sequenza di Searching For Madge e Fighting For Madge, composte da McVie e Fleetwood, è un altro dei momenti topici, caratterizzati da fade in e fade out estrapolati da magnifiche lunghe jam strumentali , intermezzo orchestrale incluso, che poi potremo ascoltare nella loro colossale completezza sul postumo The Vaudeville Years https://www.youtube.com/watch?v=bv0nEvy3Pok .

When You Say è un altro valzerone acustico di Kirwan, forse l’unico brano non memorabile dell’album, meglio il duetto blues con Green nella piacevole Like Crying e l’ultimo brano di Peter, una eterea ed estatica Before The Beginning che ci permette ancora una volta di gustare la maestria sopraffina del nostro alla chitarra, che raggiunge poi la sua punta più “dura e cattiva” nel singolo The Green Manalishi (With The Two-Pronged Crown), altro brano destinato ad infiammare le platee americane nel tour americano dell’anno successivo, un esempio di proto metal (non stupisce che i Judas Priest ne abbiamo fatto un cavallo di battaglia), registrato a Hollywood nell’aprile ’70 e pubblicato come singolo, ma che i Fleetwood Mac avevano già suonato a febbraio e verrà pubblicato nel postumo Live In Boston.

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The Vaudeville Years 1969-1970 – 2 CD Receiver 1998 – ****

Live In Boston – 3 CD Snapper 1999 o come Boston 3 CD Madfish 2017 – ****

Questi due dischi in teoria non sono ufficiali, ma chi se ne frega, visto che sono incisi molto bene, perché consentono di ascoltare i Fleetwood Mac , sia in studio che dal vivo, nel pieno del proprio fulgore rock, quando tra il 1969 e il 1970 rivaleggiavano come potenza di suono con i Led Zeppelin, i Blind Faith e le varie band di Clapton, Hendrix e Jeff Beck, e Peter Green era forse superiore anche a questi grandi chitarristi, prima di consumarsi nella sua dipendenza con l’LSD sfociata in una overdose nel 1970 a Monaco in Germania, che probabilmente ha iniziato a bruciargli lentamente ma inesorabilmente le cellule del proprio cervello (una storia comune a Syd Barrett, Rocky Erickson e molti altri in quegli anni)., quindi ammesso che si trovino ancora, cercateli. Ma prima, nelle ultime fiammate di creatività, tra maggio e giugno del 1970, registra un album di pura improvvisazione come

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The End Of The Game – Reprise 1970 -***1/2

Secondo me un mezzo capolavoro, secondo altri un disco senza capo né coda: ai posteri l’ardua sentenza! Ah già ma siamo noi i posteri, allora dico il mio parere, riascoltando il CD dopo tanti anni. Già all’epoca mi aveva affascinato: registrato in una sola sessione notturna, poi “editata” e spezzettata in una serie di bozzetti sonori, Green è sempre più preda dei suoi problemi con LSD e sbandamenti mistico-religiosi, ma a livello musicale riesce ancora a realizzare un’opera quasi unica, che affianca le sonorità del Jimi Hendrix più sperimentale, con uso  costante del pedale wah-wah a improvvisazioni quasi zappiane, Alex Dmochowski il bassista che veniva dai  Retaliation di Aynsley Dunbar, poi suonerà proprio in un paio di album del baffuto chitarrista americano, Zoot Money, grande pianista e organista britannico è l’altro libero improvvisatore nel disco, Nick Buck, il secondo tastierista al piano elettrico, e Godfrey McLean, esperto batterista che anche lui contribuisce alla riuscita dell’opera, pubblicata nel dicembre del 1970 (e che non ha circolato molto in CD, al di là edizioni giapponesi e versioni economiche, ma al momento si trova abbastanza facilmente).

Sei brani strumentali, poco più di 33 minuti, che si aprono con il festival del wah-wah della iniziale magnifica Bottoms Up, con Dmochowski e McLean che sostengono in modo splendido le scale free form della chitarra di un Peter Green quasi trasfigurato nelle sue improvvisazioni sperimentali e jazzate, poi il basso assume un suono ancora più rotondo, entra un liquido piano elettrico e il lavoro della chitarra si fa ancora più intricato, insomma dovreste ascoltare per capire di cosa parliamo. Timeless Time è un breve brano, poco più di due minuti, lirico, intimo e malinconico più vicino al “solito” Green, mentre Descending Scale è più ascendente che discendente, lavoro frenetico della ritmica, piano e organo di Zoot Money in primo piano, fino all’ingresso perentorio e devastante della chitarra quasi rabbiosa di Peter, tra esplosioni e momenti di quiete, in un brano certo di non facile ascolto, ma siamo nell’anno di Bitches Brew di Miles Davis, la musica ha questa libertà assoluta.

Burnt Foot con la batteria dappertutto ha tocchi quasi tribali e il solito spirito di impronta jazz-rock, genere allora nascente, con spasmi ritmici devastanti, che poi virano di nuovo verso la psichedelia con il suono quasi deadiano e liquido delle improvvisazioni live di Jerry Garcia con la sua band, in un brano come Hidden Depth dove il wah-wah è ancora protagonista assoluto. La conclusiva End Of The Game, tra dissonanze e cacofonie sonore, esplora quasi i limiti dell’uso del wah-wah in un ambito che sembra avere poche parentele con il rock. Fine Del Gioco!

Per giustificare l’arco temporale indicato nel titolo del paragrafo, in effetti nel 1971 non succede molto: nel corso del tour americano di quell’anno, chiamato dai vecchi pards dei Mac, si presenta come Peter Blue per sostituire Jeremy Spencer, anche lui andato fuori di melone e che si unisce ai Children Of God (anche se poi molti anni dopo si parlò pure di abusi su minori), poi suona con il suo ammiratore BB King a Londra nel 1972, ma la malattia mentale e l’uso di droghe hanno la meglio su di lui, e leggenda o verità vogliono che regali tutti i suoi averi, compresa la Gibson del 1959 a Gary Moore, lavori come infermiere e in un kibbuz in Israele, poi si perdono le sue tracce.

Un primo ritorno tra il 1979 e il 1984, vede come miglior album In The Skies, mentre la seconda, più sostanziosa rentrée, è quella con lo Splinter Group a cavallo tra 1997 e 2003, ma a fianco di piccoli sprazzi dell’antico splendore e una ritrovata serenità, musicalmente sembrano più dischi di Nigel Watson, anche se una serie di ottimi musicisti ne garantiscono la qualità. Poi qualche tour ancora come Peter Green & Friends, fino all’inizio di questa decade, al momento non saprei dirvi come se la passa.. Ma tutto quello che ha fatto in quei cinque anni gloriosi basta e avanza.

Bruno Conti

Loro Lo Chiamano “Bluesabilly”, Chi Siamo Noi Per Dissentire. Cash Box Kings – Hail To The Kings!

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Cash Box Kings – Hail To The Kings! – Alligator Records  

Album numero nove (o forse dieci)  per il gruppo di Chicago, anzi forse sarebbe meglio dire duo con membri “onorari” che a rotazione suonano nei dischi di Joe Nosek, armonicista e fondatore dei Cash Box Kings, nonché di Oscar Wilson, che ne è la gagliarda voce solista: Billy Flynn è ormai il chitarrista fisso da alcuni dischi, Kenny ‘Beedy Eyes’ Smith, che nell’album precedente Royal Mint, il loro debutto su Alligator https://discoclub.myblog.it/2017/07/26/in-piccolo-ma-pure-loro-sono-re-del-chicago-blues-cash-box-kings-royal-mint/ , era presente solo in tre brani alla batteria, è tornato a sedere sullo sgabello che lo ha visto per lunghi anni anche con Muddy Waters, e John W. Lauder è il nuovo bassista. Ovviamente lo stile non cambia, quel consolidato approccio alla musica della Windy City, che loro  hanno definito “bluesabilly”, termine che non richiede spiegazioni, basta ascoltare.

Tra gli ospiti anche la brava tastierista Queen Lee Kanehira, Xavier Lynn alla solista in un paio di brani, e Little Frank Krakowski alla chitarra ritmica in quasi tutte le tracce, in sostituzione del dimissionario Joel Paterson, e la bravissima Shemekia Copeland, che duetta  alla grande con Wilson nella maliziosa ed intensa The Wine Talkin’. La divertente Ain’t No Fun (When The Rabbit Got The Gun) è  un coinvolgente jump blues sempre puro Chicago Blues, con l’armonica di Nosek e il piano della Kanehira in bella evidenza, Take Anything You Can un altro eccellente esempio del blues più classico, con la chitarra veramente pungente di Flynn a duettare con l’armonica. Smoked Jowl Blues è un viscerale shuffle lento ispirato chiaramente dallo stile di Muddy Waters, come pure Poison In My Whiskey, in entrambe Billy Flynn si fa notare con la sua solista, slide e wah-wah innestato nel secondo brano. Back Off, Joe, You Ain’t From Chicago e Hunchin’ On My Baby, sono I tre brani cantata da Joe Nosek, più leggeri e disimpegnati, a tutto swing la prima, con un bel drive à la Bo Diddley la seconda e nuovamente un movimentato shuffle la terza.

I’m The Man Down There, con il pianino di Queen Lee a dettare i tempi, è una cover di un pezzo di Jimmy Reed, mentre Bluesman Next Door, tra ritmi funky e errebì ci dice che “il blues non è nato in Inghilterra nel 1963, ma nelle piantagioni ai tempi dello schiavismo”, manco non lo sapessimo, con  un ennesimo ottimo assolo di chitarra, questa volta di Xavier Lynn, che si produce alla solista anche nella energica e gagliarda Jon Burge Blues, uno dei brani dove è presente anche una forte componente rock. Sugar Daddy è lo slow  che non può mancare in un disco di blues elettrico che si rispetti, con l’armonica di Nosek, la chitarra di Flynn e il piano della Kanehira a sottolineare una ulteriore grande prestazione vocale dell’ottimo Oscar Wilson, lasciando alla divertente The Wrong Number, tra swing anni ’20 e ragtime, il compito di chiudere questo disco che conferma la reputazione dei Cash Box Kings di onesti ed apprezzati depositari della grande tradizione del blues di Chicago.

Bruno Conti

L’Ultima Scoperta Della Alligator: Un “Grosso” Chitarrista E Cantante, In Tutti I Sensi. Christone “Kingfish” Ingram – Kingfish

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Christone “Kingfish” Ingram – Kingfish – Alligator Records

Venti anni ancora da compiere, viene da Clarksdale, Mississippi, una delle culle del blues, a pochi minuti di strada dal famoso incrocio dell’incontro tra Belzebù e Robert Johnson, e pare essere un predestinato: a 15 anni viene “scoperto” da Tony Coleman, il bassista di BB King, Bob Margolin, con cui ha suonato dal vivo, lo ha presentato come una forza della natura, altri hanno detto che è il futuro delle 12 battute, ma  anche il salvatore del blues. Per questo suo album di debutto Kingfish, la Alligator (che continua nella sua striscia immacolata, senza sbagliare un album da lunga pezza) lo ha affidato ad un produttore importante come Tom Hambridge, che, reduce dai successi con Buddy Guy, ha chiamato in studio come ospite lo stesso Buddy, e ha affiancato a questo “Christone”, una band della Madonna (scusate ma non ho resistito). In effetti il nostro giovane amico, come si evince dalla foto di copertina, con Stratocaster d’ordinanza, è un ragazzone dalle dimensioni extralarge, la tipica “personcina”, ma è anche un vocalist e un chitarrista di quelli tosti: nel disco con lui suonano Rob McNelley alla seconda chitarra, Tommy McDonald al basso, ovviamente Hambridge alla batteria, che firma quasi tutte le canzoni del CD, alcune anche con Ingram.

Non bastasse, in sei pezzi c’è pure Keb’ Mo’ alla chitarra, normale e con Resonator, oltre a Marty Sammon al piano e all’organo, e come ospiti Billy Branch all’armonica in If You Love Me e soprattutto l’appena citato Buddy Guy, che canta e suona da par suo in Fresh Out, la seconda traccia del dischetto, uno di quei blues lenti e lancinanti in cui eccelle il musicista della Louisiana, ma Christone risponde colpo su colpo, e i due se le “suonano” di santa ragione (in senso buono ovviamente) per la gioia degli ascoltatori. Facendo un breve passo indietro, la canzone che apre le operazioni, Outside Of This Town, è una delle rare tracce in cui prevale un tipo di suono muscolare e vorticoso, con agganci al rock-blues, chessò, un nome a caso, di Stevie Ray Vaughan (ma potete sostituire con altri nomi a piacere), la chitarra spara fendenti a destra e manca e il trio alle sue spalle lo attizza alla grande e lui canta con voce sicura e potente, come un veterano di mille battaglie delle 12 battute.  It Ain’t Right è uno shuffle di quelli gagliardi, puro Chicago blues elettrico ed elettrizzante, con la solista che continua ad impazzare senza freni, Been Here Before con Keb’ Mo’ all’acustica, ha una atmosfera più intima e rilassata, con Sammon aggiunto al piano, per un pezzo che profuma di tradizione e ha radici nel folk, mentre If You Love Me, è il brano con Billy Branch all’armonica, Keb’ Mo’ e McNelley alle chitarre di supporto, qualche tocco di wah-wah che lascia sempre quell’impronta di modernità, ma un suono che sembra provenire anche dai locali della Chicago anni ’50-’60, quell’incrocio tra modernità e tradizione indicato da Margolin come prerogativa del giovane Ingram, che continua a lavorare di fino alla sua chitarra, immagino con profusione di faccine mentre gli assoli si susseguono.

Love Ain’t My Favorite Word è il classico lento dove Christone riesce a fondere con gusto sopraffino gli stili di BB King e Buddy Guy, tecnica e feeling a tonnellate vanno a braccetto, Listen è un duetto con Keb’ Mo’, che oltre a prodursi all’acustica è anche la seconda voce in un pezzo più leggero e sognante, con l’organo di Sammon ad ingentilire le atmosfere di questo delizioso southern mid-tempo che ci trasporta con il suo call and response a colpi di deep soul verso il sound di Memphis, seguito dalla minacciosa Before I’m Old, con tre chitarre e organo in azione, e quel suono che Hambridge ha perfezionato per gli ultimi dischi di Buddy Guy, con la solista sempre in azione senza remora alcuna, si può sostituire l’uno con l’altro e stranamente il risultato non cambia. Believe These Blues, con chitarrina e leggero ritmo funky, è un altro piccolo gioiellino di assoluta raffinatezza, suonato in scioltezza da cotanta band, prima di darsi ai ritmi più rotondi della gioiosa (nonostante il titolo) Trouble, e poi tornare ancora una volta alle radici del blues del Mississippi, accompagnato dal solo Keb’ Mo’ alla Resonator Guitar per una intensa Hard Times, prima del congedo affidato alla splendida ballata That’s Fine By Me, cantata in souplesse da Ingram che si conferma anche cantante di vaglia e poi, con il supporto efficace di Sammon al piano, disegna altre linee soliste di classe pura, per chiudere in gloria un album che ci potrebbe consegnare uno dei grandi bluesmen del futuro, già perfettamente formato.

Ottimo ed abbondante, prendere nota.

Bruno Conti