Dopo Il Tributo Ai Padri Fondatori Del Blues Ora Tocca Alle “Eroine” Del Genere. Rory Block – A Woman’s Soul: A Tribute To Bessie Smith

rory block a woman's soul

Rory Block – A Woman’s Soul: Tribute To Bessie Smith – Stony Plain  

Circa un anno fa l’avevamo lasciata alle prese con Keepin’ Outta Trouble: A Tribute To Bukka White, che era il sesto capitolo della serie dedicata ai “Padri Fondatori Del Blues ”https://discoclub.myblog.it/2017/01/10/una-delle-signore-del-blues-bianco-rory-block-keepin-outta-trouble-a-tribute-to-bukka-white/ ,  ed ora la ritroviamo lanciata in una nuova avventura, questa volta  nel primo disco della nuova serie “Power Women Of The Blues”, A Woman’s Soul dedicato a Bessie Smith, The Empress Of Blues, una delle figure più importanti della musica americana degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, quando, come ricorda la stessa Rory Block, non era facile per una donna dedicarsi solo alla musica, girando con il suo spettacolo per gli Stati Uniti, prima con enorme successo e poi a fatica nel pieno del periodo della Grande Depressione, con in più “l’aggravante”  di essere una donna di colore. Ma La Smith era una tipa tosta, e nella sua vita ha lasciato un segno indelebile nella storia del Blues, influenzando intere generazioni di cantanti, che ancora oggi interpretano le sue canzoni e ne riconoscono l’influenza: da Billie Holiday e Ella Fitzgerald, passando per Mahalia Jackson, sino ad arrivare a Janis Joplin e Norah Jones, ma anche Beth Hart ed altre hanno reso omaggio alla sua musica.

Rory Block, come di consueto negli ultimi album, preferisce farlo in solitaria, adattando la musica di Bessie che prevedeva l’uso di un gruppo, se non di una piccola orchestra: la nostra amica negli Aurora Studios di Chatham, New York, ha inciso prima tutte le parti vocali, la chitarra e il basso, poi ha aggiunto delle piccole percussioni, anche inconsuete e a tratti complesse, ed ha inciso dieci brani della Smith che vogliono perpetrarne l’influenza sulle generazioni attuali, come avevano fatto cantanti come la scomparsa Jo Ann Kelly, Maria Muldaur e Bonnie Raitt. Il risultato come di consueto è di notevole fattura, anche se personalmente avrei preferito magari un approccio per una volta più ricco e composito, benché difficilmente questa musica si possa definire noiosa, richiede comunque una attenzione e una predisposizione d’animo adatta all’ascolto, forse destinata soprattutto agli stretti praticanti del genere, ma potrebbe essere anche propedeutica alla scoperta della musica della Smith. Detto questo, il disco è comunque suonato e cantato con grande passione e perizia, la Block è chitarrista della tecnica finissima e vocalist duttile e di notevole espressività, come mette subito in luce la brillante Do Your Duty dove Rory dà un saggio anche della sua bravura con il bottleneck, per un brano sapido e gustoso, uno dei tanti dove i doppi sensi e la salacità delle canzoni originali rivive in modo vivido, come pure nella successiva Kitchen Man, dove la Block cerca di ricreare una vocalità quasi da gattina innamorata, molto sexy ed ammiccante, mentre bisogna ammettere che il lavoro brillante delle percussioni è veramente delizioso, in Jazzbo Brown From Memphis Town il lavoro chitarristico sfiora la bravura di un Ry Cooder e il blues scorre con grande fluidità.

Con Gimme A Pigfoot And A Bottle Of Beer ci offre un’altra testimonianza della sua versatilità, sia strumentale che vocale, con arditi cambi di tonalità, per poi tuffarci in uno dei brani più noti, Need A Little Sugar In My Bowl, altro contenitore di doppi sensi molto espliciti, che poi Nina Simone ha riadattato e reso più romantica dell’originale. I’m Down In The Dumps non fa parte delle canzoni ‘naughty, bawdy, and blue’, quelle più ribalde, viceversa mette in evidenza l’anima più intensa e romantica della musica di Bessie Smith, come pure e ancor di più la delicata Weeeping Willow Blues, dove Rory Block ci mette molto del suo con eccellenti risultati. Black Mountain è più intricata ed oscura, quasi minacciosa, mentre On Revival Day con la sua andatura ondeggiante potrebbe quasi suggerire gli Zeppelin più bucolici del terzo album, e la moltiplicazione gospel delle voci, tutte sovraincise da Rory è quasi geniale. Posta in chiusura Empty Bed Blues rivela il lato più vulnerabile ed intimo di questa musica che non sente lo scorrere del tempo e rimane sempre ricca di fascino, anche nella interpretazione di gran classe della Block.

Bruno Conti

Dopo Quasi 40 Anni Ancora In Gran Forma. The Blues Band – The Rooster Crowed

blues band the rooster crowed

The Blues Band – The Rooster Crowed – Repertoire Records (UK)

Nella storia del cosiddetto British Blues ci sono state diverse “ondate”:  la prima fu quella che includeva John Mayall’s Bluesbreakers, Fleetwood Mac, Savoy Brown, i primi Ten Years After e Free, i Taste in e così via, secondo altri prima ce ne furono altre due, quella con Rolling Stones, Animals, Yardbirds, e prima ancora Chris Barber, Alexis Korner, Cyril Davies. Quindi quella che arrivò sul finire degli anni ’70, con la Blues Band, la De Luxe Blues Band di Danny Adler, ma prima c’era stato il pub-rock devastante, con il blues come primaria fonte di ispirazione, dei Dr. Feelgood. Comunque in quasi tutti questi gruppi militavano musicisti che erano stati veterani della scena musicale inglese: nella Blues Band, Paul Jones prima era stato il cantante dei Manfred Mann, Dave Kelly veniva dalla John Dummer Blues Band, e con la sorella Jo-Ann era stato una delle colonne del blues britannico, Tom McGuinnes, anche lui nei Manfred Mann, ma prima ancora nei Roosters, proprio con Paul Jones, Eric Clapton e Brian Jones.  

Quindi probabilmente in questo The Rooster Crowed, oltre alle connotazioni storico-biblico-religiose del “gallo cantò” , quando Pietro rinnegò Gesù tre volte sulla Via Crucis, c’è altro, per esempio leggendo i titoli delle canzoni c’è una The Rooster Crowed In Memphis che ci riporta più a visioni blues o R&B: in ogni caso la Blues Band approda al loro probabile 21° album complessivo, mentre si avvicina il 40° anno di attività, tra pause e riprese, dal 1979 dell’esordio Official Blues Band Bootleg Album, che come per molti altri gruppi  forse rimane il migliore. La formazione, a parte Rob Townshend  che ha sostituito Hughie Flint alla batteria nel lontano 1982, è sempre la solita, con Gary Fletcher al basso, che completa la sezione ritmica: nella band cantano tutti, a parte Townshend, alternandosi come voce solista, e anche come autori; solo due le cover, più due brani tradizionali arrangiati da Dave Kelly. Che apre le danze proprio con New Skin Game Blues, dove si apprezza il suo lavoro alla slide e una voce ancora forte e sicura, in uno stile tra blues e rock, con in evidenza pure l’armonica ficcante di Paul Jones, l’altra chitarra di McGuinnes e il piano incisivo dell’ospite Paddy Milner a dargli man forte, per un classico Chicago Blues; Peace-Don’t You Worry, un brano a firma Paul Jones, è uno dei migliori dell’album, la voce è ancora tra le più brillanti in circolazione nel Regno Unito, notevole l’interscambio chitarristico tra Kelly e McGuinness, il groove ritmico è gagliardo, piacevoli gli inserti gospel e il piglio quasi marziale della canzone.

Tom McGuinness è  quello che ha le maggiori influenze americane, come dimostra in una pimpante The Rooster Crowed In Memphis, con qualche spunto swamp aggiunto alle 12 battute classiche, con la slide sia acustica che elettrica di Kelly a duettare con l’armonica; Too Much Competition cantata da Jones ha anche gli elementi R&B e soul da sempre presenti nella sua musica, con Gary Fletcher che nella propria I Am The Doctor suona anche la slide (oltre al basso), che è lo strumento più in evidenza in tutto l’album. Voce non memorabile, ma belle atmosfere, anche per l’uso di un wah-wah guizzante, che poi ritorna nella cover del brano di Muddy Waters, una quasi hendrixiana e tiratissima Still A Fool, cantata alla grande da Kelly, forse il brano migliore di tutto il CD. un “lentone” di quelli tosti. Piacevole l’honky-tonk leggero di Say You Will di Fletcher e il R&R ondeggiante della scattante Hot Dog di Paul Kelly, con il blues acustico della cover di Weeping Willow di Blind Boy Fuller ad ampliare lo spettro sonoro dell’album, che poi vira di nuovo verso il blues elettrico dalle atmosfere sospese di Brother Blues, e il gospel-soul della festosa Get Right Church, un traditional cantato da Kelly, che poi lascia la conclusione dell’album all’amico Paul Jones  con il potente slow blues di Even Better dove spicca anche l’organo di Milner, a fianco delle due soliste. Una (Blues) Band ancora in gran forma.

Bruno Conti          

Non “Solo” Una Ristampa, Un Piccolo Tesoro Ritrovato E Potenziato. Roy Buchanan – Live At Town Hall

roy buchanan live at town hall

Roy Buchanan – Live At Town Hall – 2 CD Real Gone Music

Come chi legge questo blog avrà sicuramente notato, leggendo i vari Post dedicati ad alcuni album, più o meno ufficiali, pubblicati negli ultimi anni, https://discoclub.myblog.it/2016/01/02/dal-vivo-raro-formidabile-roy-buchanan-lonely-nights-my-fathers-place-1977/ e https://discoclub.myblog.it/2017/04/02/sempre-piu-raro-formidabile-e-sconosciuto-anche-a-quasi-30-anni-dalla-morte-roy-buchanan-telemaster-live-in-75/, il sottoscritto considera Roy Buchanan uno dei più grandi chitarristi che abbiano mai graziato l’orbe terracqueo e i suoi palchi e studi di registrazione, sin dalla nascita del R&R (infatti le sue prime registrazioni risalgono addirittura al 1957), meritandosi gli appellativi, entrambi meritati per diversi ragioni, di “Master Of The Telecaster” e di essere “il più grande chitarrista sconosciuto del mondo”. Se volete approfondire andate a rileggervi le varie recensioni che gli ho dedicato e quindi entriamo direttamente nei contenuti di questo splendido Live A Town Hall, non prima comunque di una breve premessa. La carriera solista di Buchanan, dopo una lunghissima carriera di sideman, tracciata, almeno negli anni iniziali in https://discoclub.myblog.it/2016/08/24/completare-la-storia-roy-buchanan-the-genius-of-the-guitar-his-early-recordings/ e da varie frequentazioni, anche con Jimi Hendrix, che condurranno ad inizio anni ’70 ad un contratto con la Polydor ed a essere tra i papabili ad entrare negli Stones a sostituire Mick Taylor: i primi quattro album di studio, soprattutto il secondo e il terzo, entrambi pubblicati nel 1973, cementano la sua reputazione e molti colleghi lo citano come un influenza, Jeff Beck, Gary Moore, Danny Gatton, Arlen Roth, Jerry Garcia e svariati altri, ed è proprio con l’album che doveva concludere il suo contratto con la Polydor, Live Stock, che Roy Buchanan realizza il suo miglior disco e anche quello di maggior successo.

Registrato nel novembre del 1974 alla Town Hall e pubblicato l’anno dopo, il disco avrebbe dovuto essere un doppio dal vivo, ma l’etichetta preferì pubblicare un singolo album, comunque formidabile, con soli sei brani tratti da quella serata, più uno registrato all’Amazingrace Coffeehouse, di  Evanston (IL), invece dei due set completi che contavano su ben 21 brani. A distanza di oltre 40 anni da quell’evento la Real Gone Music ha affidato la produzione di questa ristampa a Bill Levenson, uno dei maggiori specialisti nel lavoro di recupero e rimasterizzazione di album classici (tra gli artisti che hanno usufruito del suo lavoro Cream, Eric Clapton, Allman Brothers, B.B. King, giusto per citarne alcuni) che ha fatto un lavoro splendido nel restaurare le due differenti esibizioni di quel fatidico 27 novembre del 1974 a New York. Nella ottima band che accompagna Buchanan, oltre a Malcolm Lukens alle tastiere, John Harrison al basso e Ronnie “Byrd” Foster alla batteria, spicca un giovane Billy Price ala voce solista, di cui di recente vi ho magnificato l’ultimo album in studiohttps://discoclub.myblog.it/2018/07/24/cantanti-cosi-non-ne-fanno-piu-billy-price-reckoning/ .

Il primo CD si apre con un poderoso R&R firmato dallo stesso Roy, una scintillante Done Your Daddy Dirty, un brano strumentale dove Buchanan comincia a scaldare la sua Telecaster a furia di riff e brevi assoli, con quello stile unico e impossibile da imitare con la chitarra che inizia a seguire quelle sue traiettorie sonore ai limiti dell’umano, segue Reelin’& Rockin, swingata e brillante, cantata in modo brillante da Price, un altro strumentale delizioso come la sinuosa Hot Cha, tra rock e soul, e poi ancora la sua versione eccellente di Further On Up The Road, un classico di Clapton, ma sentite come la fa il nostro amico. A questo punto del  concerto arriva uno dei suoi cavalli di battaglia assoluti Roy’s Bluz, che come i tre precedenti era nel Live Stock originale, nella stessa sequenza, un blues lento eccezionale, preceduto da un breve cantato di Buchanan, che, diciamolo, era un cantante francamente scarso, ma sentite come suona la sua solista, quasi posseduto da un’altra entità, con scale musicali impossibili, sonorità lancinanti, miagolii, strepiti e fragori chitarristici che fanno rizzare i peli sulla nuca (degli altri colleghi) e un crescendo sonoro fenomenale, otto minuti di pura magia, sentire per credere. E anche la successiva Can I Change My Mind, per usare un eufemismo, non è niente male, un glorioso R&B cantato splendidamente da Price, prima di arrivare alla sua versione di Hey Joe di Jimi Hendrix, che non era nell’album originale, una rilettura colossale, Buchanan è stato uno dei pochissimi, forse l’unico che poteva suonare i brani di Jimi. (quasi) meglio dell’originale, anche perché era arrivato alle stesse soluzione sonore, in particolare l’uso forsennato del wah-wah, quasi contemporaneamente al mancino di Seattle, che peraltro ammirava e rispettava.

Un attimo per riprenderci con la leggera Too Many Drivers e poi si riprende alla grande con un’altra rilettura quasi criminale e illegale nella sua bellezza, Down By The River di Neil Young, un fiume di note in un crescendo inarrestabile e dolcissimo che probabilmente, forse, supera pure  l’originale del canadese, anche per il cantato veramente ispirato di Price, altri nove minuti memorabili. E che dire di I’m A Ram, presente nel Live Stock originale, altro blues-rock lancinante dal repertorio di Al Green, la suadente In the Beginning, un altro strumentale, quasi alla Santo & Johnny, quasi, e per concludere il primo dischetto un altro lentone veramente splendido e raffinato come Driftin’ & Driftin’, sempre costruito intorno ai crescendo strumentali quasi preternaturali della sua chitarra. Il secondo concerto si apre con un altro blues di quelli folgoranti come I’m Evil, altro brano dove la sua Telecaster viene strapazzata e portata ancora una volta ai limiti delle capacità tecniche del 99% dei chitarristi viventi e vissuti. Poi troviamo altre differenti, ma sempre ottime,  versioni di Too Many Drivers, Done Your Daddy Dirty, Roy’s Bluz, ancora più indemoniata del precedente set, Furthre On Up The Road, Hey Joe, Can I Change My Mind, In The Beginning e per concludere in gloria il tutto, in omaggio a B.B. King, una sontuosa All Over Again (I’ve Got A Mind to Give Up Living), un altro lunghissimo  slow blues di nuovo cantato con passione da Billy Price e con Roy Buchanan che inchioda un’altra performance da sballo alla solista, fluida, ricca di inventiva, dal timbro unico, e con una tecnica e un misto di  feeling e finezza veramente sopraffini, per quello che è stato, devo ribadirlo, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock, conosciuti e sconosciuti, qui ai suoi vertici assoluti. Mi tocca, ma ci sta: ristampa imperdibile!

Bruno Conti

Decisamente Meglio Accompagnato Che Solo. Studebaker John – Songs For None

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Studebaker John – Songs For None – Avanti Music/Red White’n Blues

Studebaker John alias John Grimaldi, dopo una lunga carriera come bluesman elettrico https://discoclub.myblog.it/2012/03/08/i-was-born-in-chicago-studebaker-john-old-school-rockin/  anche lui decide di tornare alle radici del blues e pubblicare un album acustico in solitaria, solo voce, chitarre e armonica a bocca, che era stato il primo strumento con il quale si era comunque avvicinato alla musica, prima all’interno delle mura domestiche, dove di strumenti ne circolavano diversi, in quanto anche il padre ne era una grande appassionato, il tutto stimolato da avere visto diverse performances dal vivo di Little Walter e Sonny Boy Williamson, poi sostituiti come numi tutelari da Hound Dog Taylor, anche lui abituale frequentatore dei palchi della Windy City, città natale di John, che pensò bene di prendere il suo nome d’arte da una delle prime macchine possedute. Da allora, prima con gli Hawks, sin dagli anni ’70, e poi sino ad oggi, Studebaker è diventato uno dei nomi più popolare nell’ambito del Chicago Blues più genuino.

Per l’occasione di Songs For None Grimaldi si ispira , come dice lui stesso, a personaggi come Mississippi Fred McDowell, Lightnin’ Hopkins, Jukeboy Bonner, Big Joe Williams, e anche R.L. Burnside, e lo fa con una serie di 13 canzoni originali che vorrebbero rendere omaggio a questo tipo di blues, più intimo, folk e vicino alle radici: il disco in effetti, almeno per il download, circolava già da parecchio tempo, ma ora giunge sulle nostre lande anche la sua controparte fisica. Non manca un piccolo tocco di elettricità, in quanto Studebake Johnr è comunque uno specialista della slide, e quindi il bottleneck è presente nell’iniziale Sometimes I Wonder, un blues atmosferico dove il sound è sospeso ed intenso, e anche la voce di solito non “indimenticabile” di John si lascia apprezzare. Il nostro dà il meglio abitualmente con il classico misto tra blues, boogie e rock e quindi si gradisce meno il folk-blues della cadenzata ed attendista Nothing But…, con la voce stridula del nostro non particolarmente memorabile. Forse i brani sono anche eccessivamente lunghi, parecchi tra i 6 e i 7 minuti, come una inconcludente Dangerous World, che non rende fondamentalmente onore alle leggende citate prima, appena meglio Pain, ma la voce a tratti è persino irritante e i testi incomprensibili https://www.youtube.com/watch?v=6Z3E5BbQBiw .

Insomma dopo una partenza promettente il disco si perde un po’ per strada, il trittico di Nothing Remains The Same, Lonely Day e Between Nothing And Eternity non mi pare rimarrà negli annali del blues, a parte qualche interessante spunto della chitarra acustica, ma niente per cui strapparsi le vesti. Forse si salvano I Still Won, anche se in quasi 8 minuti non succede moltissimo a livello musicale, giusto qualche tocco di slide e armonica https://www.youtube.com/watch?v=01zt1JB-euY , Junkyard Preacher che ci riporta ai temi sonori dell’iniziale Sometimes I Wonder, con una maggiore tensione emotiva, e la conclusiva All My Life. Un po’ poco forse per consigliare questo disco, se non ai fanatici compulsivi del blues acustico o agli “amici” di Studebaker John, va bene il blues minimale, ipnotico e ripetitivo, però il risultato non mi pare entusiasmi, almeno chi scrive.

Bruno Conti

Tanto Ottimo Blues, Tutto All’Interno Della Famiglia. Lurrie Bell & The Bell Dynasty – Tribute To Carey Bell

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Lurrie Bell & The Bell Dynasty – Tribute To Carey Bell – Delmark Records 

Carey Bell, l’oggetto di questo tributo, esordiva come solista all’incirca 50 anni fa, nel 1969, con il suo primo album da titolare, Carey Bell’s Blues Harp, su etichetta Delmark, dopo una proficua carriera come sideman, soprattutto con Eddie Taylor, ed apparendo negli anni successivi anche con la Muddy Waters Band e con il gruppo di Willie Dixon, oltre a registrare un disco in coppia con il suo maestro dell’armonica in Big Walter Horton with Carey Bell. Questa tradizione dei dischi registrati con altri grandi praticanti del “Mississippi saxophone” è proseguita  ad esempio in Harp Attack del 1990, registrato insieme a James Cotton, Junior Wells e Billy Branch, senza dimenticare comunque una propria carriera solista, ricca di parecchi dischi, in alcuni dei quali sono apparsi anche i suoi figli: prima di tutti il maggiore, Lurrie Bell, grande chitarrista, che già nel 1977, a 18 anni, suonava in un disco del babbo, Heartaches And Pain,  e poi negli anni a seguire anche gli altri, Tyson Bell, al basso, Steve Bell all’armonica e infine il più giovane James Bell, che già suonava la batteria nel gruppo di famiglia, quando non lo si poteva neppure scorgere dietro al  drum kit, vista la sua giovane età.

E come Carey & Lurrie Bell Dynasty avevano inciso anche con il padre: attualmente Steve suona nella band di John Primer, Tyson con Shawn Holt e James, in questo tributo si cimenta anche come cantante in alcuni brani. Nel CD appaiono alcuni ospiti di pregio come Charlie Musselwhite e Billy Branch, oltre a Eddie Taylor che suona la seconda chitarra in quasi tutte le canzoni, e l’ottimo Sumito “Ariyo” Ariyoshi al piano in tre tracce; ovviamente il risultato, è non poteva essere diversamente, è un eccellente disco di puro Chicago Blues. Ci sono brani di Muddy Waters, come l’iniziale Gone To Main Street, cantato con voce rauca e vissuta da Lurrie, che ormai si avvia verso i 60 anni anche lui, ottimo chitarrista, considerato uno degli ultimi tradizionalisti del suo strumento nell’ambito del blues urbano, ma suona ottimamente anche Steve Bell, degno erede di Carey all’armonica. Come conferma nello scandito slow blues Hard Hearted Woman di Walter Horton, mentre in I Got To Go si rende omaggio, in un duetto con Charlie Musselwhite, all’altro Walter del blues, Jacobs, detto anche Little Walter, in un velocissimo shuffle preso a 300 all’ora. James Bell, che ha un gran voce, migliore del fratello, canta un suo brano Keep Your Eyes On The Prize, un altro blues  lento di grande intensità dove Lurrie si può dedicare solo alla solista, prima di rientrare nei ranghi in una pimpante  versione di Tomorrow Night di Amos Blakemore alias Junior Wells, a tutta armonica.

Eccellente poi la lunga So Hard To Leave You Alone, scritta da Billy Branch, che canta alla grande questo struggente slow, dove ad affiancarlo all’armonica c’è un notevole lavoro di Ariyoshi al piano, grande brano, forse il migliore dell’album, che prosegue comunque alla grande con un’altra traccia a firma Wells , What My Momma Told Me, cantata nuovamente da James, altro Chicago Blues di squisita fattura, prima che i quattro fratelli rendano omaggio a Carey con un brano scritto proprio dal padre, un altro lento, che è uno dei tempi privilegiati in questo album anche in Woman Get In Trouble. Billy Branch ha scritto per l’occasione Carey Bell Was A Friend Of Mine e oltre a cantarla, duetta all’armonica con il bravo Steve in una serie di assoli alternati, sempre ben sostenuti da Ariyoshi (che anche è il pianista di Branch) e Lurrie alla chitarra. Ancora James voce solista in un altro pezzo di Little Walter una funkeggiante Break It Up; rimangono ancora la versione della Bell Dynasty del brano più celebre del padre Heartaches And Pain, altro lento di quelli torridi e vissuti, molto alla Muddy Waters e la conclusiva When I Get Drunk, una canzone quasi swingata di Eddie Vinson che conclude degnamente uno dei rari dischi finalmente convincenti di blues elettrico tradizionale, non paludato e scontato, ma ricco e vissuto.

Bruno Conti

 

Uno Dei “Maghi Bianchi” Delle Tastiere Blues E Dintorni Colpisce Ancora. Barry Goldberg – In The Groove

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Barry Goldberg – In The Groove – Great American Music/Sunset Boulevard Records

Barry Goldberg, 75 anni da Chicago e una carriera che ormai supera le sei decadi, non ha ancora deciso di appendere il suo strumento al chiodo: anche perché essendo un pianista/organista sarebbe piuttosto pericoloso farlo, e quindi prosegue con moderazione a pubblicare nuovi dischi. A volere essere onesti era almeno una dozzina di anni, da Chicago Blues Union del 2006, che non ne usciva uno a nome suo, vecchie registrazioni d’archivio degli anni ’60, per cui l’ultimo vero album deve essere considerato Stoned Again, pubblicato dalla Antone’s nel 2002. Nel frattempo Goldberg ha partecipato al progetto dei Rides, con Stephen Stills e Kenny Wayne Shepherd, autori di due ottimi album tra il 2013 e il 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/05/12/ci-hanno-preso-gustoe-pure-noi-the-rides-pierced-arrow/ .Tornando al disco del 2002, era prodotto da Carla Olson, con la partecipazione di alcuni ottimi musicisti, tra cui Don Heffington alla batteria e Denny Freeman alla solista, che ritroviamo anche in questo nuovo In The Groove (titolo quanto mai esplicativo), insieme ad una pattuglia di nuovi ospiti, tra cui il grande Les McCann che firma con Goldberg l’iniziale Guess I Had Enough Of You, l’unico brano che prevede la presenza della voce, dello stesso MCann, che gigioneggia esortando il nostro Barry e gli altri musicisti a “funkeggiare” alla grande, con Rob Stone all’armonica e Victor Bisetti alle percussioni.

Altra differenza evidente con il disco del 2002, sempre rigorosamente strumentale, esclusa la prima traccia anche in quel caso, era che allora si trattava interamente di cover legate al repertorio degli Stones, mentre in questo caso Il buon Barry ha scritto alcuni brani per l’occasione, per il resto andando a pescare in una serie di oscuri strumentali  degli anni ’50 e ’60, molto groove appunto, easy jazz, rock (and roll) delle origini, qualche botta di jump, di blues, in ogni caso music for fun, per divertirsi tra loro e per regalare all’ascoltatore buone vibrazioni. Per fare ciò, il musicista di Chicago e la Olson hanno chiamato alla bisogna una notevole serie di ospiti: oltre a Tony Marsico al basso, che completa la band fissa dell’album, Joe Sublett e Darrell Leonard ai fiati, James Intveld, Jerry Lee Schell alle chitarre aggiunte e Reggie McBride al basso, nel pezzo più funky-jazz e raffinato del CD, In The Groove appunto, dove Goldberg carezza la tastiera del suo organo Hammond B3, ben sostenuto dai fiati e dal vibrafono di Craig Fundyga. Lo stile del pezzo , e di tutto il CD, è proprio quello dei dischi di Les McCann, intervenuto all’inizio per dare la propria benedizione, ma ci sono anche momenti decisamente più blues, che rimandano ai suoi dischi anni ’60, tipo Two Jews Blues https://www.youtube.com/watch?v=CWPRqsLEi_0  o Barry Goldberg And Friends, ma pure le sue collaborazioni con gli Electric Flag insieme a Mike Bloomfield, suono felpato e bluesy come in Mighty Low o nella breve cover finale di Alberta di Lead Belly, dove il nostro passa al piano.

Altrove, per esempio in Mighty Mezz, il sound è più vorticoso tra jazz e R&B, o carezzevole come in Westside Girl dove le tastiere di Goldberg interagiscono ancora con fiati e vibrafono. Dumplin’s è più leggera e scanzonata, assolo di sax di Sublett incluso, e rimanda al suono pre-rock di moda in quello squarcio temporale; Ghosts In My Basement, con tutti quei chitarristi a disposizione nelle sessioni di registrazione, è il classico slow blues tirato e lancinante, con Rob Stone all’armonica, come quelli dei tempi con Bloomfield https://www.youtube.com/watch?v=N15HwO76jb8  , per poi tornare a cazzeggiare a tempo di boogie in Bullwhip Rock, con il piano che va a manetta insieme alla chitarra di Intveld. Lazy ha qualche tocco twangy, ma l’organo va sempre alla grande e pure Tall Cool One conserva l’aria spensierata di questo album, che se come obiettivo aveva quello di divertire, ci è riuscito, come conferma anche Slow Walk. Niente per cui stracciarsi le vesti, ma l’occasione di ascoltare ancora una volta un tastierista sopraffino, e i suoi amici, in azione.

Bruno Conti

Cantanti Così Non Ne Fanno Più Molti! Billy Price – Reckoning

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Billy Price – Reckoning – VizzTone Label

Negli ultimi anni Billy Price sta portando all’incasso tutti I crediti che ha maturato nel corso di una lunga carriera che lo ha portato dal nativo New Jersey, in cui è nato quasi 70 anni fa, registrato all’anagrafe come William Pollak, prima come cantante nella band di Roy Buchanan, nei tre anni in cui ha registrato alcuni dei migliori dischi del grande chitarrista di Ozark, incluso il formidabile Live Stock, proprio di recente ristampato come doppio con il titolo Live At Town Hall, ed in cui la presenza di Price è fondamentale, poi con una serie di album con la propria Keystone Rhythm Band (che urlano con forza “ristampami, ristampami”) ed infine con alcune decadi, diciamo discontinue, in cui il nostro amico ha avuto anche problemi con la giustizia e i suoi dischi sono diventati veramente difficili da trovare. Poi negli anni 2000, prima grazie all’incontro con il chitarrista Fred Chapellier, e poi soprattutto in virtù del disco registrato in coppia con il grande soul man Otis Clay This Time For Real, che ha vinto il Blues Music Award nel 2016, e al bellissimo disco Alive And Strange, pubblicato lo scorso anno, Billy Price si è riappropriato della reputazione di essere uno dei migliori artisti bianchi di soul e blues sull’orbo terracqueo, nonché una delle voci più belle nel genere, con uno splendido timbro tra tenore e baritono.

Questo Reckoning quindi “rischia” veramente di essere la ennesima resa dei conti, ma anche un riconoscimento per questo grande artista: prodotto dal bravissimo chitarrista Kid Andersen, nei suoi studi di Greaseland a San Jose in California, il sedicesimo album del cantante americano potrebbe essere forse il suo migliore in assoluto. Il musicista svedese si è portato con sé il connazionale Alex Pettersen alla batteria (anche lui attualmente in forza a Rick Estrin and The Nighcats), al basso hanno aggiunto Jerry Jemmott (una vera leggenda, uno che ha lavorato con King Curtis, Aretha Franklin e Ray Charles, ma negli anni d’oro, non quei CV un po’ farlocchi” in cui si legge che ha diviso i palchi con… ma dall’altra parte) e ancora Jim Pugh alle tastiere, che ha passato lunghi anni con Robert Cray. E una piccola, ma efficace sezione fiati non la vogliamo aggiungere? Certo e quindi ecco Johnny Bones, sax, e Konstantins Jemeljanovs, tromba, e se servono dei vocalist di supporto Andersen ha in casa la moglie Lisa che si porta dietro Courtney Knott. Qualche altro ospite da Rusty Zinn a Dwayne Morgan e a questo punto rimangono solo da scegliere i brani: qualche pezzo originale e alcune cover scelte con amore e competenza.

39 Steps, firmata dall’attuale tastierista della Billy Price Band, Jimmy Britton, apre le operazioni alla grande, un ciondolante blues’n’soul con organo “scivolante”, sezione ritmica in palla e voci di supporto a puntino, mentre il piano di Pugh e la chitarra di Kid completano l’opera, lui manco a dirla canta alla grande; Dreamer, la prima cover, è un vecchio brano di Bobby “Blue” Bland, un R&B atmosferico di quelli tesi e gagliardi, con voci femminili goduriose e assolo di chitarra tagliente alla Duane Allman, Reckoning è un brano di William Troiani, bassista della band in cui suonava Pettersen, un “funkaccio” sincopato con uso fiati e wah-wah stile blaxploitation, mentre No Time, mossa e brillante, tirata a grande andatura dalla band e con potente assolo di sax, stranamente è una cover di JJ Cale. I Love You More Than Words Can Say scritta da Eddie Floyd e Booker T. Jones è una splendida ed intensa deep soul ballad dal repertorio di Otis Redding, cantata in modo magistrale da Price, e pure I Keep Holding On di Low Rawls in quanto ad intensità vocale del nostro amico non scherza, più mossa e scanzonata si gode comunque alla grande con il call and response con fiati e coriste.

One And One è di Price e Britton, una soul song più melliflua e rilassata, sempre di gran classe, con Billy che se la gode, metaforicamente parlando, con le due ragazze e la band, prima di scatenare il gruppo e la sua voce in una poderosa Get Your Lie Straight, un brano di Denise La Salle, di nuovo tutto fiati, voci e ritmo incalzante, sentire Jemmott al basso e Andersen alla chitarra per credere, per non dire di Pugh all’organo. Never Be Fooled Again, questa volta di Price e Chapellier, profuma di rilassato e vellutato seventies soul, Isley Brothers o Hi records per intenderci, deliziosa, mentre in Expert Witness, del trio Price/Chapellier/Britton Nancy Wright si produce in un ottimo assolo di sax, con Jemmott che impazza nuovamente con il suo funky bass, seguito da tutto la band in grande spolvero. Love Ballad, dice tutto il titolo, è un brano di George Benson del 1979, un lentone di quelli doc, con Andersen alla chitarra-sitar, e non manca neppure un omaggio a Jerry Williams a.k.a Swamp Dogg, altro momento funky-swamp molto sudista e di nuovo cantato e suonato come se gli anni ’70 fossero ancora dietro l’angolo, che bravi tutti i musicisti, che infine si congedano con Your Love Stays With Me, altra ballata cantata magnificamente da Billy Price. Cantanti così non ne fanno più, non fatevelo scappare, uno dei dischi soul dell’anno.

Bruno Conti

Gagliardo Blues Elettrico Per Una “Giovanotta” Dalla Voce Ben “Stagionata”! Deb Ryder – Enjoy The Ride

deb ryder enjoy the ride

Deb Ryder – Enjoy The Ride – VizzTone Label           

Ammetto che prima di questo album non avevo mai sentito nominare Deb Ryder, ma la VizzTone ultimamente è garanzia di qualità. Enoy The Ride è il quarto album di questa bionda californiana, cantante e autrice: la chitarra che c’è nel sedile posteriore della decapottabile con cui è immortalata nella copertina dell’album la usa solo per comporre le sue canzoni. E potrebbe essere proprio quella di un aneddoto che raccontava in una intervista di qualche tempo fa: al volante Bernie Leadon, sul sedile del passeggero Linda Ronstadt e nel retro lei con la sua chitarra, mentre andavano ad un incontro con Clive Davis, all’epoca boss della Columbia. Perché da quello che si arguisce dalla foto, anche se non si dovrebbe dire delle signore, la nostra Deb non è più una ragazzina, ha esordito piuttosto tardi, dopo oltre di venti anni di oscura carriera parallela in una band con il marito Ric Ryder. Ma ha messo a frutto le conoscenze maturate nel locale di proprietà del patrigno, il Topanga Corral, in cui nel corso degli anni sono passati, oltre ai due citati, Neil Young, Etta James, Bob Hite dei Canned Heat e molti altri.

Sono con lei in questo album il batterista e produttore Tony Braunagel, alla consolle anche nei dischi precedenti, Johnny Lee Schell al basso e alla chitarra, Mike Finnigan alle tastiere, Joe Sublett al sax, in pratica quasi tutta la Phantom Blues Band. Ci fosse bisogno di chitarristi, passavano di lì, nei californiani Ultratone Studios, Chris Cain, Debbie Davies, Kirk Fletcher e Coco Montoya, e al basso Bob Glaub, Kenny Gradney dei Little Feat e James “Hutch” Hutchinson. Secondo voi può suonare male un disco dove appare tutta questa gente? Ovviamente no, lei anche una bella voce, quasi da nera, potente, vissuta, una che ha messo a frutto gli insegnamenti avuti da Etta James in gioventù: il genere ora viene chiamato “Contemporary Blues”, una volta era solo blues elettrico, la partenza è eccellente A Storm’s Coming, con la chitarra pungente di Coco Montoya in evidenza e un sound corposo, nella successiva Temporary Insanity entrano anche i fiati, Kirk Fletcher e Schell sono le chitarre soliste duettanti, Pieter Van Der Pluijim, ovvero Big Pete è all’amonica (in 8 dei 13 brani), Finnigan “magheggia” al piano e lei canta decisamente bene. Bring The Walls Down è più funky e moderna, con Chris Cain alla chitarra e Finnigan anche al piano elettrico, oltre ad un manipolo di voci di supporto e ad un breve intervento parlato; Nothin To Lose è uno shuffle pimpante con armonica e chitarra slide a duettare con la voce imperiosa della Ryder, mentre in For The Last Time torna Montoya alla solista e Deb duetta con Mike Finnigan in un classico ed appassionato slow blues https://www.youtube.com/watch?v=2Vlcv6zP76Q .

What You Want From Me ha il tipico groove alla Bo Diddley, che poi si fonde a sorpresa  in un incalzante gospel corale e anche con il puro R&R di un duetto organo/armonica, mentre la Ryder si spende con vocalizzi spericolati. La title track ha un urgente riff alla I’m A Man, tra rock, R&B e blues, ancora con Finnigan magnifico all’organo, ben sostenuto da Big Pete https://www.youtube.com/watch?v=VPflpMPwQsY , e notevole anche la sinuosa e scandita Go To Let It Go, dove Cain torna con la sua chitarra, ma è anche la voce duettante in questo gagliardo blues elettrico. Life Fast Forward è un classico mid-tempo che serve ancora una volta ad evidenziare il call and response della nostra amica con i coristi e con l’armonica e la chitarra slide di Schell, a seguire i due brani dove appare Debbie Davies alla solista, Sweet Sweet Love è un  ondeggiante R&B dove oltre al limpido solo della Davies si apprezzano il sax di Sublett e l’armonica di Big Pete https://www.youtube.com/watch?v=rgCehRzJHwQ , seguita da Goodbye Baby decisamente più funky, benché ancora ricca di soul e R&B di buona fattura, con la band bella carica. Forever Yours è l’unica rara rock ballad (grande la slide di Schell),, delicata e cantata con stile sopraffino, quasi alla Phoebe Snow, dalla brava Ryder, che poi si scatena nuovamente nella conclusiva Red Line, turbinoso blues-rock con armonica e slide a chiudere le operazioni. Mica male la “giovanotta”!

Bruno Conti

Torna Il Miglior Chitarrista Slide Australiano. Dave Hole – Goin’ Back Down

dave hole goin' back down

Dave Hole – Goin’ Back Down – Black Cat Records/Dave Hole Music    

Ammetto che me lo ero perso un po’ per strada: ma pensavo si fosse ritirato, invece Dave Hole per circa sei mesi all’anno si spostava ancora dall’Australia, dove vive tuttora, per fare sia dei tour down under che in giro per il mondo, ma ultimamente ha diradato anche quelli. Però era comunque dal 2007, anno in cui era uscito Rough Diamond e prima ancora dal Live del 2003, che non pubblicava nulla di nuovo. Anche lui ha compiuto 70 anni da poco, benché appaia ancora battagliero e per questo nuovo Goin’ Back Down, che ha richiesto una lunga gestazione di oltre tre anni, si è finanziato da solo, ha costruito addirittura uno studio per registrarlo, sì è fatto da ingegnere dal suono e lo ha prodotto in proprio, e infine, a parte in tre brani, ha suonato anche tutti gli strumenti.  Molti brani originali e una cover per uno dei migliori chitarristi slide australiani, ancorché nato in Inghilterra, e non è che ne ricordi molti altri laggiù, ma questo non ne diminuisce la bravura e la tecnica. Non sono un grande estimatore delle registrazioni” fai da te” in solitaria, specie se prevedono l’uso di samples e drum loop, ma visto che il nostro amico non fa certo musica elettronica il suono rimane comunque abbastanza organico e pimpante, come indica subito una gagliarda Stompin’ Ground posta in apertura e dove la slide viaggia sinuosa e sicura, come pure la voce ancora valida e vicina alle sue radici blues https://www.youtube.com/watch?v=lg4F4ZB-mAg .

Forse il suono, viste le premesse, è un po’ troppo secco e rudimentale, ma niente di insopportabile, la brillante Too Little Too Late ha un groove decisamente più duro e tirato, ci sono molte chitarre e voci, tutte a cura di Hole, ma poi a ben vedere il tutto è incentrato sui continui soli e rimandi del buon Dave, che è ancora un manico notevole, e sa estrarre dalla sua solista interessanti divagazioni sonore. The Blues Are Here To Stay prevede la presenza del suo vecchio pianista Bob Patient, di Roy Martinez al basso e del batterista Ric Eastman, e l’andatura quasi country-rock, un po’ Albert Lee e un po’ Elmore James, conferma l’autenticità blues del nostro amico, che con il bottleneck è in effetti uno dei migliori su piazza e lavora veramente di fino alla slide in una continua serie di assoli. Measure Of A Man dove suona una National dal corpo di acciaio è decisamente più cadenzata e tradizionale, per un brano chiaramente ispirato da Robert Johnson, ma anche con qualche cadenza vagamente orientale e folk, mentre lo strumentale Bobby’s Rock, anche con un sax aggiunto , torna al suono dell’amato Elmore James, più vintage e ruspante.

Used To Be è il classico slow blues che non può mancare in un disco di Hole, chitarra fluida e lancinante, il sax di Paul Mallard di supporto e anche il piano che lavora sullo sfondo, gran bel pezzo, più di sei minuti di ottima musica, seguita dalla cover poderosa del classico di Elmore James Shake Your Moneymaker, di nuovo  a tutta slide, tra Thorogood e i vecchi Fleetwood Mac a guida Jeremy Spencer https://www.youtube.com/watch?v=iPxcfVY8OK4 . Arrows In The Dark non c’entra molto con il resto del CD, chitarre riverberate alla Shadows o Rockpile, e suono appunto alla Dave Edmunds/Nick Lowe misto a pop britannico anni ’60 https://www.youtube.com/watch?v=LzD0epS59qo , ma si torna subito a ragionare con una robusta Back Door Man, anche se il suono sintetico da one man band in questo caso non aiuta il pezzo, che si salva comunque grazie ai soliti virtuosismi funambolici alla slide https://www.youtube.com/watch?v=PohQi0jpTMI . Altra deviazione dal repertorio blues per una inconsueta ballata,Tears For No Reason, molto da cantautore intimista, con cello aggiunto e chitarra acustica arpeggiata, su lidi folk non usuali per il bluesman australiano, ma non disprezzabile https://www.youtube.com/watch?v=4TBroHpSeDs , che ritorna comunque alle sue frenesie blues per la title track Goin’ Back Down che in effetti sembra la ripresa dell’iniziale Stompin’ Ground, ancora minaccioso e granitico rock-blues in cui Hole eccelle.

Bruno Conti

Non Posso Che Confermare: Gran Bel Disco! Levi Parham – It’s All Good

levi parham it's all good

*NDB Se vi risulta familiare non vi state sbagliando, ne abbiamo già parlato in anteprima, molto bene, all’incirca un mese fa https://discoclub.myblog.it/2018/06/03/lairone-delloklahoma-ha-spiccato-il-volo-con-un-grande-disco-levi-parham-its-all-good/ , ma visto che mi trovo tra le mani anche una seconda recensione, nel frattempo è uscita anche la versione americana, e il disco merita, ho deciso di pubblicare anche questa. Succede raramente, ma per questa volta facciamo una eccezione.

Levi Parham  – It’s All Good – Continental Song City/CRS CD/Horton Records

Levi Parham, musicista originario dell’Oklahoma, è sempre stato molto legato alla sua terra d’origine, fin dal suo esordio, l’autogestito (non di facile reperibilità. ma si trova) An Okie Opera. Il suo secondo lavoro, These American Blues (2016) è stato prodotto dal “late great” Jimmy LaFave, che era sì texano ma aveva vissuto per anni a Stillwater: ora Parham, nel suo nuovo album It’s All Good, ha deciso di giocare ancora più in casa, chiamando a raccolta musicisti solo della zona di Tulsa (ed infatti il CD è intitolato a Levi insieme ai Them Tulsa Boys And Girls), un gruppo di amici e conoscenti tra i quali spicca una nostra vecchia conoscenza, John Fullbright, ma anche altri musicisti titolari di discografie in proprio (Jesse e Dylan Aycock, il chitarrista Paul Benjaman, che è anche il band leader in questo disco). E It’s All Good è un gran bel disco di puro rock sudista, dieci canzoni lucide e coinvolgenti in cui il nostro mischia con grande abilità e feeling rock, blues, boogie ed un pizzico di funky e soul.

L’album è stato inciso a Sheffield, in Alabama, nei Portside Studios che altro non sono che gli ex Muscle Shoals Studios, un ambiente nel quale solo ad entrarci si respira grande musica. E di grande musica in questo CD non ne manca di certo: Parham è un vero uomo del sud, ha il ritmo nel sangue, ed in più è dotato di una voce mica male; le canzoni partono dalla lezione di gruppi storici come Little Feat, Allman Brothers Band, Delaney & Bonnie e Derek & The Dominos, nomi importanti certo, e di sicuro inarrivabili, ma Levi ha l’intelligenza e l’umiltà di andare per la sua strada, e mette a punto un disco di vero rock come si faceva negli anni settanta, con la slide spesso protagonista ma in genere con un suono piuttosto chitarristico, ben bilanciato da validi interventi di piano ed organo. Badass Bob è un brano elettrico e bluesato, dal ritmo strascicato e quasi pigro, con un mood decisamente annerito ed un intermezzo chitarristico notevole. Anche Borderline parte attendista, ma c’è una tensione elettrica che fa presagire un’esplosione imminente, che arriva dopo due minuti sotto forma di aumento di ritmo e ruspanti assoli di chitarra. Puro rock, suonato come Dio comanda. Turn Your Love Around è scura, lenta, quasi paludosa, tra rock e blues del Mississippi, eseguita con una padronanza degna di un veterano, e contrassegnata da acuti lancinanti a base di slide, mentre la vibrante My Finest Hour, dal ritmo spezzettato, è più solare pur mantenendosi saldamente in territori sudisti, con la voce “nera” del nostro che è quasi uno strumento aggiunto.

Boxmeer Blues è un rock’n’roll sanguigno e coinvolgente, che rammenta alcune cose dei Little Feat ma anche dei Subdudes: chitarre che dettano il ritmo ed ottimi interventi di organo e piano elettrico; la fluida Shade Me sembra il risultato del viaggio di un anno nel sud degli States da parte dei Beatles, specialmente Harrison e Lennon, mentre la trascinante Heavyweight è ancora influenzata dall’ex band di Lowell George sia nel suono, un rock-blues con elementi quasi funk, sia nell’uso sbarazzino della slide, ed anche la godibile Kiss Me In The Morning non si discosta molto da queste sonorità: slide sempre in primo piano, ottimo uso del pianoforte ed un motivo fresco e scorrevole, con un assolo di sax come ciliegina. Il CD termina con la title track, un gustosissimo boogie pianistico degno di Professor Longhair, e con la tenue All The Ways I Feel For You, finale stripped-down, voce e chitarra, ma cui non manca di certo l’intensità. Al terzo disco Levi Parham ha centrato il bersaglio: consigliato a chi ama il rock, quello vero, con implicazioni southern.

Marco Verdi