Gary Moore, Il Rocker Innamorato Del Blues Parte I

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Sono passati ormai circa nove anni dalla morte di Robert William Gary Moore, deceduto in circostanze mai del tutto chiarite con certezza, per un sospetto infarto, causato probabilmente da un eccessivo uso di alcol, nella serata precedente al 6 febbraio del 2011, in un hotel in quel di Estepona, Spagna, dove si trovava in vacanza. L’occasione di parlare della sua carriera ci viene fornita dalla uscita di un recente (e molto bello) album inedito dal vivo Live From London https://discoclub.myblog.it/2020/01/28/una-serata-blues-speciale-a-londra-nel-2009-gary-moore-live-from-london/ , uscito in questi giorni e di cui avete letto sul Blog. Come ricorda il titolo dell’articolo, Gary Moore si è sempre diviso tra le sue due grandi passioni musicali, il blues e il rock (spesso anche parecchio hard), ma quello per cui viene unanimemente ricordato è la sua notevole tecnica alla chitarra, influenzata a sua volta da altri solisti come Jeff Beck, Peter Green, che è stato il suo mentore, Jimi Hendrix, ad entrambi dei quali ha dedicato un album tributo, oltre a vari bluesmen assortiti (B.B. e Albert King, Albert Collins) mentre tra i suoi “discepoli” spiccano Martin Lancelot Barre, Joe Bonamassa e in ambito hard’n’heavy Kirk Hammett, John Sykes, Slash, Randy Rhoads, che lo hanno citato tra le proprie influenze, mentre diversi altri musicisti dopo la sua morte hanno espresso la loro ammirazione per questo nord irlandese tosto e dalla vita turbolenta.

Vita che inizia il 4 aprile del 1952 in un sobborgo di Belfast, uno di cinque figli di una coppia, in cui il padre Bobby era un promoter, e che quindi inculcò questa passione per la musica al figlio fin dalla più tenera età, tanto che già intorno ai dieci anni iniziava ad esibirsi dal vivo negli intervalli degli spettacoli organizzati dal genitore. E già a 16 anni lascia la famiglia per entrare nella band locale degli Skid Row (da non confondere con i metallari americani, venuti molti anni dopo), dove sostituì il primo chitarrista Ben Cheevers e fece il primo incontro della sua vita con Phil Lynott, allora vocalist della band, che fu peraltro licenziato prima ancora di incidere l’album di esordio, ma la cui strada si intreccerà spesso negli anni a venire con quella di Gary. Vediamo le fasi salienti della carriera

1967-1978 Gli esordi con gli Skid Row, Gary Moore Band, Thin Lizzy, Colosseum II

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Gli Skid Row negli anni di gavetta di Gary, suonarono diverse volte come supporto ai Fleetwood Mac di Peter Green, che pur essendo una delle influenze primarie future di Moore, almeno agli inizi fu forse più utile alla loro carriera, favorendo un contratto con la Columbia/CBS che portò all’uscita di due buoni album tra power rock trio e “blues” con quell’etichetta tra il 1970 e il 1971.

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Nel Maggio del 1973 il nostro amico pubblica Grinding Stone – CBS 1973 ***1/2, il suo primo album solista, benché attribuito alla Gary Moore Band: si tratta di un buon disco, prodotto da Martin Birch, lo storico collaboratore dei Deep Purple. Anche in questo caso lo stile è molto “eclettico”, in mancanza di un termine migliore: si passa dal boogie rock frenetico ma con elementi jazz-rock che anticipano il sound dei Colosseum II della lunga title track (e qui Gary Moore ha già sviluppato il suo solismo virtuosistico, con wah-wah a manetta, ma anche le sonorità spaziali care al Peter Green di End Of The Game, di cui già suonava la favolosa ’59 Gibson Les Paul vendutagli per una miseria, e il suono magnifico dello strumento si sente) alla ancora più lunga Spirit, oltre i 17 minuti, in cui duetta magnificamente con le tastiere del futuro Caravan Jan Schelaas.

Sul finire del 1974 partecipa, solo in una traccia, al disco dei Thin Lizzy – Nightlife – Vertigo 1974 ***1/2: ma che brano, si tratta della mitica ballata romantica Still In Love With You, accreditata sul disco al solo Phil Lynott, ma il contributo di Moore fu fondamentale, in quanto il brano era la combinazione di due canzoni e Gary all’epoca, chiamato come sostituto di Eric Bell, era l’unico chitarrista del gruppo.

Nel novembre del 1974, chiamato da Jon Hiseman, che aveva appena sciolto i Tempest dove avevano militato altri due chitarristi, per usare un eufemismo, “non male” come Allan Holdsworth e Ollie Halsall, due dei più grandi virtuosi della solista in assoluto,

il nostro amico accetta di entrare nella formazione dei Colosseum II, dove oltre a Hiseman trova Neil Murray al basso e Don Airey alle tastiere.

Il gruppo realizza tre album tra il 1976 e il 1978, ottimi esempi del migliore jazz-rock britannico: il primo album Strange New Flesh – Bronze Records 1976 ***1/2 è probabilmente, come spesso capita, il migliore, anche se il mellifluo e soporifero cantante Mike Starrs sarebbe da eliminare fisicamente seduta stante, però la parte suonata è decisamente valida. L’iniziale Dark Side Of The Moog gioca con il titolo del disco dei Pink Floyd, ed è uno strumentale vorticoso in bilico tra Jeff Beck (uno dei preferiti di Moore) e gli Utopia o la Mahavishnu Orchestra, la cover di Down To You di Joni Mitchell (?!?) è interessante nella parte strumentale con continui cambi di tempo, peccato per il cantato in falsetto à la Cugini di Campagna di Starrs. Il secondo album Electric Savage – MCA 1977 – *** rimane nel rock energico del quartetto con Put It This Way, sempre caratterizzato dall’interscambio tra Moore e Airey, mentre Hiseman è prodigioso alla batteria, forse il tutto è un tantino “esagerato”, ma tanto di cappello ai musicisti, per il resto Beck è sempre la stella maestra, benché dischi come Blow By Blow o Wired sono di un’altra categoria.

Stesso discorso anche per War Dance – MCA 1977- ***, uscito a soli cinque mesi dal precedente, che anticipa quella che per il sottoscritto sarà l’involuzione sonora di Moore negli anni ’80 (per i fans dell’hard rock viceversa gli anni migliori, ma è noto che de gustibus…), comunque War Dance e Fighting Talk confermano il progressive jazz-rock del gruppo, ma vista la mancanza di successo si sciolgono a fine anno.

1978-1980 Intermezzo solista, di nuovo Thin Lizzy e G-Force

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Durante gli ultimi mesi con i Colosseum II Moore incide l’eccellente Back On The Streets – MCA/Universal 1978 ***1/2, uno dei suoi dischi rock migliori, tanto da venire ristampato anche in un CD potenziato nel 2013 https://discoclub.myblog.it/2013/09/08/meglio-di-quanto-ricordassi-gary-moore-back-on-the-streets-r/ : al basso si alternano Mole e Phil Lynott, e alla batteria Simon Phillips e Brian Downey, alle tastiere c’è Don Airey per un disco dove appare la prima versione di Parisienne Walkways, ancora una ballata, ma di quelle squisite, della coppia Lynott/Moore, con lirico assolo di Gary, una versione rallentata di Don’t Believe A Word, uno dei classici assoluti dei Thin Lizzy, cantata splendidamente da Lynott, mentre Moore ci regala un assolo degno del miglior Peter Green. Notevoli anche Back On the Streets, Fanatical Fascists, lo strumentale Flight of the Snow Moose, una via di mezzo tra Camel e Colosseum II.

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Sul finire del 1978 Moore sostituisce in pianta stabile Brian Robertson, per la registrazione dell’album Black Rose: A Celtic Legend – Vertigo 1979 ***1/2, per quello che viene considerato l’ultimo grande classico della band, un disco che mescola la tradizione musicale irlandese al rock muscolare, ma sempre raffinato e variegato al contempo, del gruppo di Lynott.

Ci sono alcuni “classici” del repertorio dei Thin Lizzy come la galoppante Do Anything You Want To con le twin guitars di Gorham e Moore, la bellissima Waiting For An Alibi e il medley Róisín Dubh (Black Rose): A Rock Legend, un eccellente esempio di rock celtico che ha delle forti analogie con i primi Horslips o con i Runrig.

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Nel 1980 esce anche G-Force – Jet Records **1/2, disco non particolarmente memorabile, che anticipa gli heavy metal years, di lui leggete nella seconda parte.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Cofanetti Autunno-Inverno 21. L’Uomo Che Inventò Il Soul. Parte Seconda: Gli Anni D’Oro. Sam Cooke – The RCA Albums Collection

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Sam Cooke – The RCA Albums Collection – Music On CD/Sony 8CD Box Set

Dopo essermi occupato del periodo alla Keen Records, eccomi di nuovo qui a parlare del grande Sam Cooke, dato che quasi in contemporanea con l’uscita del box dedicato ai suoi primi passi, la Music On CD ha ristampato un cofanetto uscito originariamente nel 2011, The RCA Albums Collection, che andava a coprire gli anni durante i quali il nostro è diventato “Mr. Soul”. All’inizio del 1960 Cooke iniziò a guardarsi intorno, dato che le capacità finanziarie e di marketing della Keen erano piuttosto limitate, e dopo aver avuto contatti sia con la Atlantic che con la Capitol conobbe il famoso duo di produttori, songwriters e manager Hugo Peretti e Luigi Creatore, che gli fecero firmare un vantaggioso contratto con la RCA Victor…ed il resto è storia! Questo box, che contiene otto album usciti dal 1960 al 1963 (più un live postumo) rimasterizzati a dovere e con un esauriente libretto, ha però due gravi difetti, ai quali l’odierna ristampa avrebbe potuto rimediare ma non ha fatto lasciando tutto come nel 2011: il primo è l’assenza di bonus tracks o di un dischetto aggiuntivo in cui raccogliere tutti i singoli del periodo (è noto che in quell’epoca le discografie dei 45 giri per molti artisti erano indipendenti da quelle degli LP), e sto parlando di canzoni fondamentali come Cupid, Having A Party, Bring It On Home To Me, Feel It, Frankie And Johnny, Shake.

Ma il vero problema del cofanetto è la mancanza di due album importantissimi del nostro, Ain’t That Good News ed il famoso Live At The Copa, un errore a mio giudizio imperdonabile in quanto i due dischi in questione erano usciti quando Sam era ancora in vita, e la loro assenza rende il cofanetto monco (la ragione legale c’è, dato che i due lavori sono di proprietà della ABKCO, fondata dal famigerato manager Allen Klein con il quale Cooke si associò nel 1963, ma io ne facevo una questione di completezza…e poi non è impossibile trovare accordi con la ABKCO, basti vedere il caso di alcune compilation multilabels dei Rolling Stones). Ecco comunque una disamina di ciò che nel cofanetto c’è, e sto parlando comunque di grandissima musica. Cooke’s Tour (1960). Nonostante il titolo questo non è un live, ma un disco registrato in studio che simula un ideale giro del mondo con canzoni che hanno attinenza con varie nazioni (la Francia con Under Paris Skies, il Giappone con The Japanese Farewell Song, l’Inghilterra con London By Night, e c’è perfino una bizzarra traduzione di Arrivederci Roma, che oggi definiremmo trash). Un disco pop, con arrangiamenti orchestrali di Glen Ossner a volte un po’ ridondanti (Far Away Places, Under Paris Skies, Bali Ha’I, The House I Live In), ma la voce di Cooke fa la differenza e poi non mancano le zampate come una deliziosa South Of The Border, la solare The Coffee Song e buone riletture di classici come Jamaica Farewell e Galway Bay. Diciamo che il sodalizio con la RCA avrebbe potuto iniziare meglio.

Hits Of The 50’s (1960). Sam prosegue con gli album di sole cover (per il momento i brani autografi li riservava ai singoli), e qui si occupa di successi della decade precedente: niente rock’n’roll però, bensì qualche pop song e brani tratti da musical o film. Certo che se hai un cantante come Cooke e canzoni come The Great Pretender, Unchained Melody, The Wayward Wind e Venus è difficile non centrare il bersaglio, ma il nostro brilla anche in raffinate interpretazioni di Hey There, Too Young, The Song From Moulin Rouge e Cry, con l’orchestra usata con più misura che su Cooke’s Tour. Swing Low (1961). Splendido album in stile soul-gospel, con eccellenti versioni di Swing Low, Sweet Chariot, I’m Just A Country Boy, Pray, Grandfather’s Clock (un soul-swing strepitoso) e l’allegra e contagiosa Long, Long Ago. Troviamo anche tre originali di Sam: l’hit single Chain Gang, uno dei suoi brani più popolari, e le squisite If I Had You e You Belong To Me. My Kind Of Blues (1961). Altro grande disco, dodici classici blues e non solo di autori del calibro di Duke Ellington, Ivory Joe Hunter, Jimmy Cox, George Gershwin, il duo Rodgers-Hart, Irving Berlin. Cooke è in forma smagliante e regala una prestazione vocale formidabile riuscendo a far suoi pezzi come Don’t Get Around Much Anymore, Little Girl Blue, Nobody Knows You When You’re Down And Out, But Not For Me, I’m Just A Lucky So And So, Since I Met You Baby, Trouble In Mind e You’re Always On My Mind, con arrangiamenti d’alta classe tra soul, jazz e swing.

Twistin’ The Night Away (1962). L’album con più brani scritti da Sam (7 su 12) ed altro lavoro splendido, con gli arrangiamenti di René Hall, collaboratore del nostro già nel periodo Keen. Cooke scopre il twist e lo sviscera ampiamente in canzoni coinvolgenti dai titoli inequivocabili come Twistin’ In The Kitchen With Dinah, The Twist, Twistin’ In The Old Town Tonight, Camptown Twist ed ovviamente la title track, uno dei suoi pezzi più noti e trascinanti. Ma nel disco troviamo anche tanto soul di gran lusso: Soothe Me, altro classico assodato del nostro, la gioiosa e corale Sugar Dumpling, la cadenzata Movin’ And A-Groovin’ (scritta con Lou Rawls) e la nota Somebody Have Mercy. Uno degli album più diretti e divertenti di Sam. Mr. Soul (1963). Ormai il nostro ha stabilito uno standard elevatissimo per quanto riguarda la qualità dei suoi album, ed anche questo non è certo inferiore, a partire dalla favolosa ballata pianistica I Wish You Love posta in apertura. Mr. Soul è di nuovo un disco di cover (ad eccezione dell’intenso e toccante slow Nothing Can Change This Love), con riletture da manuale di evergreen dello stampo di All The Way, Cry Me A River, Driftin’ Blues, For Sentimental Reasons, una bellissima ripresa del blues di Big Joe Turner Chains Of Love con un grande Ernie Freeman al piano, ed una fluida ripresa di Send Me Some Lovin’ di Little Richard.

Night Beat (1963). E venne il capolavoro. Registrato in varie sessions notturne con un ristretto combo di musicisti (tra cui Clifton White e Barney Kessel alle chitarre, Hal Blaine alla batteria, Ray Johnson al piano ed un giovane Billy Preston all’organo), Night Beat vede Cooke al massimo della sua ispirazione e forza espressiva, per dodici brani sensazionali tra soul (poco), tanto blues afterhours ed un tocco di jazz. Difficile non citare anche solo un brano, dale tre canzoni originali (Mean Old World, Laughin’ And Clownin’, You Gotta Move) a rivisitazioni superlative di Nobody Knows The Trouble I’ve Seen, Lost And Lookin’ (da brividi lungo la schiena), Please Don’t Drive Me Away, I Lost Everything, Trouble Blues e Fool’s Paradise, fino ad una incredibile versione del classico di Willie Dixon Little Red Rooster, con un grande Preston, ed una irresistibile e contagiosa ripresa di Shake, Rattle And Roll, un modo splendido di chiudere un disco per il quale cinque stelle sono il minimo. One Night Stand! Live At The Harlem Square Club (1985). Portentoso live album registrato nel 1963 all’Harlem Square Club di Miami e pubblicato postumo a metà anni ottanta. Un disco assolutamente imperdibile che documenta una performance infuocata del nostro a capo di una band di sette elementi (due chitarre, basso, batteria, pianoforte e due sassofoni): a parte l’introduttiva Soul Twist e for Sentimental Reasons (unita in medley a It’s All Right) tutti i brani sono scritti da Cooke, per una sorta di sontuoso greatest hits che presenta versioni spettacolari e coinvolgenti di Feel It, Cupid, Chain Gang, Somebody Have Mercy e Nothing Can Change This Love, oltre a due scatenate Twistin’ The Night Away e Having A Party che non fanno prigionieri. Ho volutamente lasciato per ultima la straordinaria Bring It On Home To Me, una delle più belle soul ballad mai scritte proposta in una versione da pelle d’oca.

Altro box imperdibile quindi, soprattutto se di Sam Cooke avete poco o nulla (e tra l’altro costa ancora meno di quello del periodo Keen), nonostante le due pesanti mancanze di cui parlavo prima, che ho però intenzione di “recuperare” con un breve post d’appendice, se non altro per rendere piena giustizia ad uno dei più grandi cantanti di sempre.

Marco Verdi

E Intanto Sonny Landreth Non Sbaglia Un Disco! Sonny Landreth – Blacktop Run

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Sonny Landreth – Blacktop Run – Mascot/Provogue

Molti anni fa Carboni aveva intitolato un suo disco ” E Intanto Dustin Hoffman Non Sbaglia Un Film”: e per lungo tempo questa affermazione era rimasta corrispondente al vero, poi l’attore americano aveva iniziato purtroppo a ciccare film a raffica, ma nella musica ci sono ancora artisti che si attengono a questo credo, penso a Richard Thompson, a Bruce Cockburn e a pochi altri, magari minori ma di culto. Sonny Landreth appartiene anche lui a questa categoria, forse più “artigiano” che Artista con la A maiuscola, il musicista della Louisiana è un virtuoso assoluto della chitarra slide, ma anche come solista la sua discografia si è mantenuta sempre su livelli elevati e costanti, con parecchie punte di eccellenza: per esempio il doppio Recorded Live In Lafayette https://discoclub.myblog.it/2017/07/31/semplicemente-uno-dei-migliori-chitarristi-americani-sonny-landreth-recorded-live-in-lafayette/  e tra quelli recenti anche Bound By The Blues https://discoclub.myblog.it/2015/07/28/slidin-blues-at-its-bestsonny-landreth-bound-by-the-blues/ , ma anche molti CD del passato, a partire da Outward Bound, South Of I-10 e Leevee Town, solo per citarne alcuni, e fino al 2005, quando il produttore era R.S. Field, il motto citato prima era quasi doveroso (per non dire dei dischi di John Hiatt con i Goners, uno più bello dell’altro, dove il bassista era David Ranson, ancora oggi con Landreth).

Questo nuovo Blacktop Run riunisce i due vecchi amici, ed è stato registrato quasi completamente in presa diretta ai Dockside Studios di Vermilion River vicino a Lafayette, Louisiana, con l’appena citato Ranson, Brian Brignac alla batteria e Steve Conn a tastiere e fisa, che ancora una volta affiancano Sonny. L’album è veramente bello, dieci brani in tutto, di cui due che portano la firma di Conn, quattro strumentali ed una varietà di temi ed atmosfere sonore veramente ammirevole, completando l’approccio del doppio dal vivo del 2017, dove c’erano un disco acustico ed uno elettrico, questa volta fonde mirabilmente le due anime sonore di Landreth. In Blacktop Run la canzone c’è un intreccio di acustiche tradizionali e slide, una ritmica intricata, tocchi quasi di musica modale orientale, un cantato rilassato, ma brillante e l’intesa quasi telepatica dei vari musicisti, poi ribadita nella delicata e deliziosa Don’t Ask Me, una sorta di laidback Delta Blues partorito nei dintorni di New Orleans, scritta da Steve Conn che ci suona la fisarmonica interagendo in modo ammirevole con l’acustica slide di Landreth. Lover Dance With M è un sontuoso zydeco rallentato e cadenzato, uno dei suoi incredibili brani strumentali, con Sonny che per l’occasione anziché con il solito bottleneck, lavora con il tremolo della sua chitarra, ed il risultato è filtrato attraverso il Leslie degli altoparlanti con risultati suggestivi.

Groovy Goddess, un altro dei brani strumentali è l’ennesima rappresentazione della prodigiosa abilità alla slide di Landreth, ben sostenuto dalle tastiere di Conn e la complessa Beyond Borders alza ulteriormente la quota improvvisativa, per un brano che in origine doveva far parte del disco del 2008 di duetti From The Reach per un “tete à tete” con Carlos Santana, e che è stato riadattato ai multiformi talenti alle tastiere di Steve Conn, un pezzo jazz-rock preso a velocità vorticose dove tutta la band gira come una macchina perfettamente oliata e gli assoli dei due solisti sono fantastici. Conn è anche l’autore della sinuosa e leggiadra ballata Somebody Gotta Make A Move, cantata molto bene da Sonny che in questo album ha curato con puntiglio anche le parti vocali, come ribadisce un’altra soave ballata elettroacustica come la calda Something Grand, un brano dove, per la prima volta da molti anni, non c’è un assolo di chitarra di Landreth, che lascia la parte solista all’organo di Conn, ma si rifà poi abbondantemente in The Wilds Of Frontier, canzone che nel testo affronta il tema dei cambiamenti climatici e delle crisi ambientali che stanno interessando il nostro pianeta.

Non poteva mancare un brano dove Sonny Landreth si cimenta con i suoni e i ritmi della sua amata Louisiana, come nella incantevole Mule dove la slide “scivola” senza sforzo intrecciandosi con la fisa di Conn in una danza senza fine di amore inquieto a tempo di cajun e zydeco. Quindi per l’ennesima volta il musicista di Canton, Mississippi, ma “Cajun” onorario, c’entra l’obiettivo di fondere tutte le sue musiche, stili ed influenze in un tutt’uno seducente ed irresistibile, una volta di più vivamente consigliato. Dustin Hoffman sarebbe contento: chapeau! Anche questo rientra tra i papabili per i migliori dischi di fine anno del 2020.

Bruno Conti

Il Disco Della Consacrazione Per Uno Dei “Nuovi” Fenomeni Della Chitarra. Albert Cummings – Believe

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Albert Cummings – Believe – Mascot/Provogue – 14-02-2020

Era quasi inevitabile che anche Albert Cummings, uno dei migliori chitarristi americani, prima o poi sarebbe approdato alla Mascot/Provogue: lui stesso ha detto di essere onorato per essere finito nella stessa etichetta di Joe Bonamassa, Walter Trout ed Eric Gales (e aggiungo io, decine di altri virtuosi della chitarra). Il nostro amico viene da Williamstown, Massachusetts e ha inciso finora non molti album (otto, compresi due live), visto che la sua carriera discografica ufficiale è partita solo intorno al 2000, quando aveva superato i 30 anni da tempo. “Scoperto” da Chris Layton e Tommy Shannon, a cui si era poi unito Reese Wynans, fu il primo musicista a registrare un intero album con i Double Trouble del suo idolo Stevie Ray Vaughan, dopo la scomparsa di quest’ultimo, e di cui quest’anno ricorre il 30° Anniversario dalla morte (come passa il tempo!): il disco From The Heart, uscito nel 2003, fu registrato proprio in Texas, con la produzione di Layton e Shannon. Da allora, quasi tutti i dischi successivi, usciti per la Blind Pig Records, sono stati prodotti da Jim Gaines https://discoclub.myblog.it/2012/09/13/un-ulteriore-virtuoso-della-6-corde-albert-cummings-no-regre/ , che torna dietro alla consolle anche per questo Believe, registrato in una delle mecche assolute della musica americana, i FAME Studios a Muscle Shoals, Alabama.

Nello stile di Cummings quindi per l’occasione, insieme all’immancabile blues, troviamo anche forti elementi soul, rock e country ( già presenti in dischi passati e nell’educazione musicale di Albert che nei primi passi fu però occupata dall’utilizzo del banjo e dalla passione per il bluegrass, poi sostituita dalla scoperta di SRV): il disco, in uscita il 14 febbraio, è probabilmente il migliore in assoluto di Cummings, che comunque raramente, se non mai, ha tradito le aspettative dei fan del blues elettrico, con una serie di album notevoli, dove accanto alle indubbie doti tecniche applicate alla sua Fender Stratocaster, si apprezza anche una eccellente vena di autore di canzoni, rendendolo una sorta di “cantautore” del blues-rock. Qualche cover ci scappa sempre, pochissime per la verità, Live esclusi, un B.B. King qui, un Merle Haggard là, e un brano di Muddy Waters, in tutti i suoi album, ma per il nuovo disco ce ne sono ben quattro (anzi  cinque), l’iniziale Hold On (manca I’m Comin’, ma il brano è proprio quello di Sam & Dave, scritto da Isaac Hayes), e per parafrasare potrei azzardare un  “I’m Cummings”, ma temo il linciaggio per la battuta, e quindi mi limito a dire che è una versione molto calda, in un florilegio irresistibile di fiati e voci femminili di supporto, con Albert che si conferma anche cantante di buona caratura , oltre che chitarrista sopraffino, con un assolo ”ispirato” da quel Duane Allman la cui immagine lo guardava dalle pareti degli stessi studi in cui si trovava lui in quel momento.

Già che siamo in tema di cover,  troviamo  pure una delicata e deliziosa Crazy Love di Van Morrison, trasformata in una bellissima deep soul ballad, anche grazie alla presenza del tastierista Clayton Ivey, uno di quelli che suonava ai tempi nei dischi prodotti a Muscle Shoals e proprio in chiusura di CD, una intensa e scoppiettante Me And My Guitar di Freddie King, con un assolo fiammeggiante che è un misto di tecnica raffinata e feeling. Venendo agli altri brani, come negli album precedenti le canzoni a livello di testi toccano i temi del working man (in fondo Cummings ha sempre lavorato in una azienda di costruzioni di famiglia), delle difficoltà economiche, questioni amorose e così via, niente trattati psicologici, ma uno sguardo sul quotidiano, con una attitudine compartecipe, mentre musicalmente il tema R&B e southern soul rimane anche nella ritmata Do What Mama Says, sempre con fiati, coriste e tastiere a profusione, mentre al solito la chitarra lavora di fino anche a livello di riff, con Red Rooster  (anche in questo caso se gli aggiungete Little è  quella di Howlin’ Wolf e Stones) che è un blues di quelli duri e puri, con una solista “cattiva” il giusto che impazza alla grande; Queen Of Mean è di nuovo un torrido “soul got soul” (?!?), il suono tra Stax e Hi records che usciva dai Fame Studios, e ancora oggi dai dischi di Delbert McClinton, Marc Broussard e altri praticanti del genere.

Con Get Out Of Here, che aggiunge elementi country e sudisti, sempre cantati con voce ricca di impeto e passione da Cummings, che comunque rilascia un torrido assolo dei suoi, tagliente, ripetuto e vibrante. Tra le cover in effetti c’è anche quella di My Babe, Willie Dixon via Little Walter, sempre con quello spirito “sudista” e “nero” che caratterizza tutto l’album, come ribadisce una ottima It’s All Good dove gli elementi country e soul sono ancora presenti negli arrangiamenti lussureggianti della produzione di Gaines che sfrutta al meglio i musicisti degli storici studi dell’Alabama, e Albert lavora comunque di fino con le eleganti volute della sua solista, che poi si scatena,  di nuovo con misura e classe, nel blues carnale Going My Way che cita nel testo il titolo dell’album, una visione ottimistica e piena di speranza “You can have anything you want, all you need to do is believe.” Lasciando all’eccellente Call Me Crazy il pezzo più blues, dove Cummings dà libero sfogo alla sua solista in un tour de force di grande intensità, con il wah-wah che impazza nel finale in omaggio al suo “maestro” Stevie Ray Vaughan. Un delle migliori uscite di inizio anno!

Bruno Conti

Blues-Rock-Americana Da Un Illustre “Sconosciuto”. Jim Roberts And The Resonants – A Month Of Sundays

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Jim Roberts & The Resonants – A Month Of Sundays – Bo$$ PoGG Music

Jim Roberts, come si intuisce dalla foto di copertina, non è proprio uno di primo pelo, in pratica ha avuto due vite, prima musicista part time fino al 1992, poi con il suo vero nome di James R. Poggensee, per mantenere la famiglia, venti anni come ufficiale di polizia, infine il ritorno (definitivo?) alla musica: residente a  Los Angeles, dove ha registrato finora tre album, compreso questo A Month Of Sundays con i Resonants, vive alcuni mesi dell’anno anche in Francia (in cui sono state registrate parti di questo disco), da cui si muove per portare la sua musica anche in giro per l’Europa. Già ma che tipo di musica direte voi? Catalogato sul suo sito come” Blues-Rock-Americana”, direi che il termine è abbastanza esplicativo del suo stile. Un altro nome “sconosciuto” da aggiungere alla infinità lista di bravi musicisti che costellano ancora, anche in tempo di crisi acuta del mercato, la scena musicale indipendente americana.

Roberts è un ottimo chitarrista slide, che inizia subito ad impiegare nel blues urbano di Skeeters, dove una coppia di fiati si aggiunge alla sezione ritmica di Rick Hollander, bassista e co-autore di Jim in metà dei brani  del CD e Mike Michael Leasure alla batteria (dove si alterna con Mike Harvey), per un solido tuffo nelle 12 battute sudiste, in cui si apprezza anche la voce calda e vissuta del leader; in What Her Evil Do Roberts impiega una Cigar Box Guitar acustica con bottleneck per un tuffo a metà strada tra Chicago e Mississippi, con il bassista Hollander anche al mandolino e l’ottimo Joey G.(Joey Gomez) che aggiunge pure  la sua armonica. Intendiamoci niente per cui stracciarsi le vesti, ma il disco si ascolta con piacere, come ribadisce il mid-tempo sapido della insinuante Belle Of the Ball, o una rotonda A Month Of Sundays, dove il pulsante groove del basso di Hollander permette alla chitarra di Roberts una raffinata serie di divagazioni strumentali sempre in modalità slide, che mi hanno ricordato gli ottimi Delta Moon, anche senza la doppia trazione bottleneck che però viene impiegata nella gagliarda Miss Detroit City 1963, dove Grant Cihlar, che ha firmato il brano con Roberts, aggiunge una seconda slide alle procedure.

Non mancano neppure una bella ballata sudista dalle melodie ariose, cantata a voce spiegata, come l’avvolgente Made A Promise, scritta nuovamente con il bassista Hollander, oppure la grintosa e “cattiva” Long Haired Mississippi Hippie, dove impazza nuovamente il bottleneck di Jim. O ancora la malinconica e atmosferica Miss Her Love dove Roberts è impegnato anche al mandolino , mentre la sua voce assume un timbro che mi ha ricordato quello di Michael Chapman, sempre con la slide che continua ad impazzare, nella storia di una vendetta amorosa raccontata in Pay The Price, con Moonshine Maiden che ci fa poi rituffare nelle atmosfere minacciose del blues del delta e si apprezza pure il funky-jazz-blues di  I’m Walkin’ On , con basso slappato e un breve assolo di sax di Pat Zicari nel finale, con la immancabile slide lavoratissima di Roberts in bella evidenza. Il breve stompin’ blues acustico di Steppin’ Out , con solo acustica slide e banjolele a duettare, chiude in modo spensierato questo piacevole album.

Bruno Conti

Novità Prossime Venture 2020 5. Rory Gallagher – Check Shirt Wizard Live In ’77: Dai Magici Archivi Della Famiglia Il 6 Marzo Arriva Un Altro Bel Doppio CD.

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Rory Gallagher – Check Shirt Wizard: Live In ’77 – 2 CD – 3 LP Chess/UMC – 06-03-2020

Il giorno 6 marzo p.v. arriva un altro interessante piccolo box, oltre a quello già annunciato dei Cream (ma attenzione lo stesso giorno uscirà anche un box Deluxe di 4 CD dei Simple Minds, dedicato a Street Fighting Years, il loro ultimo grande album), ovvero questo Check Shirt Wizard: Live In ’77, che segue di circa un anno lo splendido  https://discoclub.myblog.it/2019/08/24/troppo-bello-per-non-parlarne-diffusamente-il-classico-cofanetto-da-5-stellette-rory-gallagher-blues/, triplo album pubblicato a fine maggio del 2019. Ancora una volta la Universal, che è titolare del catalogo di Rory Gallagher (perché di lui parliamo), farà uscire, sull’etichetta storica del blues, la Chess, un doppio CD di materiale dal vivo inedito, estratto dagli sterminati archivi gestiti dalla famiglia, nello specifico il fratello Donal e il nipote Daniel. Qualcuno si è lamentato perché non sono stati pubblicati gli interi concerti tenuti a inizio 1977, tra gennaio e febbraio a Londra, Brighton, Sheffield e Newcastle, nel tour che promuoveva l’album Calling Card.

Per una volta, pur essendo un grandissimo fan del musicista irlandese, dissento: mi sembra che sia stato fatto un lavoro intelligente, in pratica “costruendo” un concerto virtuale completo di 20 brani, estrapolando le migliori versioni delle canzoni eseguite nelle quattro serate, evitando di riproporre più volte diverse esecuzioni degli stessi pezzi (anche se dalle set list che ho letto dei concerti completi, ne mancano alcuni, per cui non mi sento di escludere un secondo capitolo). Quindi la scelta è stata effettuata tra quanto venne registrato all’epoca in modo professionale, utilizzando gli studi mobili degli Stones e dei Jethro Tull, con qualità sonora perfetta, in più il materiale è stato masterizzato agli Abbey Road Studios. E non guasta neppure che il doppio CD costerà come un singolo. Comunque ecco la lista completa delle canzoni e le locations in cui sono state eseguite.

Tracklist
[CD1]
1. Do You Read Me (Live From The Brighton Dome, 21st January 1977)
2. Moonchild (Live From The Brighton Dome, 21st January 1977)
3. Bought And Sold (Live From Sheffield City Hall, 17th February 1977)
4. Calling Card (Live At The Hammersmith Odeon, 18th January 1977)
5. Secret Agent (Live From Sheffield City Hall, 17th February 1977)
6. Tattood Lady (Live From The Brighton Dome, 21st January 1977)
7. A Million Miles Away (Live At The Hammersmith Odeon, 18th January 1977)
8. I Take What I Want (Live From Sheffield City Hall, 17th February 1977)
9. Walk On Hot Coals (Live At The Hammersmith Odeon, 18th January 1977)

[CD2]
1. Out On The Western Plain (Live From Sheffield City Hall, 17th February 1977)
2. Barley & Grape Rag (Live From Sheffield City Hall, 17th February 1977)
3. Pistol Slapper Blues (Live From Sheffield City Hall, 17th February 1977)
4. Too Much Alcohol (Live At The Hammersmith Odeon, 18th January 1977)
5. Going To My Hometown (Live At The Hammersmith Odeon, 18th January 1977)
6. Edged In Blue (Live At Newcastle City Hall, 18th February 1977)
7. Jack-Knife Beat (Live At The Hammersmith Odeon, 18th January 1977)
8. Souped-Up Ford (Live From The Brighton Dome, 21st January 1977)
9. Bullfrog Blues (Live From The Brighton Dome, 21st January 1977)
10. Used To Be (Live At Newcastle City Hall, 18th February 1977)
11. Country Mile (Live At Newcastle City Hall, 18th February 1977)

Dischi dal vivo di  Rory Gallagher ne esistono una infinità, anche del 1977, anno del Rockpalast e del festival di Montreux, ma questa è una ulteriore gradita aggiunta. Sopra potete ascoltare un piccolo anticipo del disco di cui parleremo diffusamente dopo l’uscita.

Bruno Conti

Una Serata Blues Speciale A Londra Nel 2009. Gary Moore – Live From London

gary moore live from london

Gary Moore – Live From London – Mascot/Provogue – 31-01-2020

Al 31 gennaio 2020 (pare posticipata al 7 febbraio all’ultimo momento in alcuni paesi) è prevista l’uscita di Live From London, ennesimo disco dal vivo postumo dedicato a Gary Moore. Non ricorre nessuna evenienza particolare: il musicista irlandese era nato a Belfast il 4 aprile del 1952, ed è morto a Estepona,una località di vacanza vicino a Malaga, in Spagna, il 6 febbraio del 2011, per un infarto, probabilmente causato dalla fortissima quantità di alcol ingerita nel corso della serata precedente (gli è stata trovata nel sangue una percentuale letale di alcol pari al 3,8%). Nel corso degli anni sono già usciti alcuni album postumi dal vivo di Moore: penso all’ottimo Blues For Jimi, uscito nel 2012 e relativo ad un concerto del 2007, una serata speciale dedicata ad tributo alla musica di Hendrix https://discoclub.myblog.it/2012/09/12/due-grandi-chitarristi-al-prezzo-di-uno-gary-moore-blues-for/ , e nel 2011 era stato pubblicato Live At Montreux 2010, con  la registrazione di una data del luglio 2010, la più recente rispetto alla data della sua scomparsa https://discoclub.myblog.it/2011/10/22/un-ultimo-saluto-gary-moore-live-at-montreux-2010/ , tutte della sorte di one-off, serate speciali, come anche questo Live From London, un evento organizzato dalla emittente radio Planet Rock, con una attenzione speciale riservata al materiale blues, pur non mancando alcuni brani dall’ultimo album di studio del 2008 Bad For You Baby, e la classica Parisienne Walkways in chiusura del set di 13 brani.

Ovviamente, e parlo per me, questo è il repertorio di Gary Moore che prediligo, ma il chitarrista ha fans sparsi per il mondo che amano anche il suo repertorio più robusto, diciamo pure hard-rock. La tecnica non si discute, ma dal 1990 della “conversione”, o del ritorno al blues, il nostro ha realizzato una serie di album eccellenti, inframmezzati ad altri più scontati: qui siamo di fronte al suo lato migliore. Aiuta anche il fatto che la serata si sia svolta alla 02 Academy di Islington, una venue più raccolta ed accogliente rispetto ad arene e palazzetti, quindi più adatta al tipo di repertorio. Non ho ancora informazioni precise sulla formazione, ma visto che si tratta del Bad For You Baby World Tour, e si sente chiaramente la presenza di un tastierista, azzardo Vic Martin a piano e organo, Pete Rees al basso e Sam Kelly alla batteria: partenza sparatissima con una poderosa Oh Pretty Woman, con potenti sventagliate della Gibson di Moore, versione gagliarda ma di ottima fattura, Bad For You Baby e Down The Line sono due dei brani nuovi  tratti dall’album in promozione, entrambe sempre tirate ma senza esagerazioni o “durezze” fuori luogo, la seconda veloce e compatta con chitarra ed organo ad interagire con le scale velocissime della solista di Gary in primo piano.

A questo punto parte la sezione blues, già inaugurata dalla cover di Oh, Pretty Woman di Albert King, da After Hours arriva l’omaggio a B.B. King, che appariva anche nel CD originale, con una solida e pungente Since I Met You Baby, seguita da un uno-due strepitoso dedicato al primo album di Mayall con i Bluesbreakers, prima una lunga e fluente Have You Heard, con la chitarra che improvvisa in grande libertà, e poi l’altrettanto classica All Your Love di Otis Rush, con il suo riff inconfondibile e le continue accelerazioni, grande lavoro nuovamente di Moore alla solista, e anche eccellente interpretazione vocale di Gary, brillante nel corso di tutta la serata. Seguono altre due canzoni dal disco del 2008, Mojo Boogie di JB Lenoir, dove il nostro mette in mostra anche la sua destrezza nell’uso del bottleneck, e una fantasmagorica versione di quasi 12 minuti di I Love You More Than You’ll Ever Know, il celebre slow blues scritto da Al Kooper per il primo album dei Blood, Sweat And Tears,  poi interpretato da Donny Hathaway e da decine di altri artisti, in anni recenti da Joe Bonamassa e Beth Hart, sia in studio che dal vivo, grande prestazione di Moore alla solista in una serie di assoli da sballo.

Di Too Tired, un brano di Johnny Guitar Watson, ricordiamo delle notevoli versioni con Albert Collins, sia in Still Got The Blues come nel Live At Montreux, uno shuffle dalla grande carica, e non manca neppure la title track del suo album più famoso, la splendida blues ballad Still Got The Blues (For You), prima di chiudere il concerto con una trascinante Walking By Myself. I due bis prevedono la pimpante e coinvolgente The Blues Is Alright, una dichiarazione di intenti  verso il suo grande amore per le 12 battute, e infine Parisieenne Walkways, la canzone scritta insieme al suo grande amico Phil Lynott, la lirica, struggente e malinconica ballata dedicata  al padre di Phil e alla Parigi del dopoguerra, caratterizzata da un lungo e lancinante assolo dove Moore tira le note fino all’inverosimile. Veramente un bel concerto che rende ancora una volta merito alla bravura e alla classe del musicista nord-irlandese. Esiste anche una edizione speciale cartonata del disco, con quattro plettri, due sottobicchieri personalizzati, un adesivo ed una cartolina, però mi sembra una cosa per feticisti.

Bruno Conti

Tra New York, Chicago E Memphis Un Altro Grande Cantante Bianco Con L’Anima Nera. Tad Robinson – Real Street

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Tad Robinson – Real Street – Severn Records

Tad Robinson 63 anni, nativo di New York City, operante da anni tra Chicago e Memphis, è uno di quei cantanti bianchi, ma con l’anima nera (per avere una idea pensate a Marc Broussard, JJ Grey, Anderson East,  Eli “Paperboy” Reed, in ambito femminile sua controparte potrebbe essere la grande Janiva Magness, o con uno spirito più rock Jimmy Barnes, ma sono solo i primi nomi che mi sono venuti in mente), una discografia solista non molto copiosa, anche perché spesso ha cantato con e per altri, tipo Dave Specter, o di recente nella Rockwell Avenue Blues Band, insieme a Steve Freund e Ken Saydak per l’ottimo Back To Chicago uscito nel 2018 https://discoclub.myblog.it/2018/06/20/un-piccolo-supergruppo-di-stampo-blues-rockwell-avenue-blues-band-back-to-chicago/ .

Per questo Real Street (uscito lo scorso settembre negli States, ma disponibile da pochi giorni in Europa) è stato fatto un ulteriore step verso la soul music più genuina: il disco è stato inciso in quel di Memphis, agli  Electraphonic Recording Studios, quelli che hanno raccolto l’eredità di Fame e Muscle Shoals, gestiti da Scott Bornar (dei Bo-Keys) e con l’impiego della Hi Rhythm Section, dove militano i leggendari Charles Hodges all’organo e Leroy Hodges al basso, oltre al batterista Howard Grimes. Ma nel disco suonano anche il chitarrista Joe Restivo e l’attuale pianista dei Fabulous Thunderbirds Kevin Anker, impegnato al Wurlitzer, nonché la sezione fiati composta da Marc Franklin alla tromba e Kirk Smothers al sax tenore, i cui nomi ricorrono spesso nei dischi di Gregg Allman, Dana Fuchs, Robert Cray, lo stesso Paperboy Reed. Insomma gli ingredienti ci sono tutti e la musica che ne risulta è rigogliosa, goduriosa e di gran classe: sia nell’iniziale shuffle tra blues, R&b e Stax soul Changes, dove la voce vissuta e temprata da mille palchi di Robinson si muove tra fiati, chitarrine e tastiere che profumano di profondo Sud, come pure nel mid-tempo mellifluo di Full Grown Woman, dove emergono anche elementi gospel forniti dal background vocalist Devin B. Thompson: a colorare ulteriormente la tavolozza dei suoni. Search Your Heart è una solenne ballata del “divino” soul balladeer George Jackson, con una prestazione vocale da sballo di Tad, e l’organo di Hodges che scivola maestoso a suggellarne l’interpretazione, come l’assolo in punta di dita di Restivo.

Love In The Neighborhood è più mossa, solare e radiofonica, in un ideale mondo alternativo dove le radio trasmettono buona musica, e Robinson ci mostra la sua perizia pure all’armonica, mentre fiati e voci di supporto sono sempre in azione, come pure la chitarra di Restivo. Wishing Well Blues tiene fede al proprio titolo ed è un tuffo nel le12 battute più classiche, con fiati sempre in evidenza, mentre You Got It è una sontuosa cover del brano di Roy Orbison, che, rallentata ad arte, si trasforma quasi in una ballata deep soul  alla Sam Cooke, o Al Green, visti i musicisti impiegati, con la voce melismatica di Tad Robinson che si distingue ancora per il suo timbro favoloso. You Are My Dream è un altro intenso errebì dallo spirito danzante e giocoso, con l’armonica di Robinson quasi alla Stevie Wonder prima maniera. che lascia poi spazio ad una sorprendente cover di Make It With You, un grandissimo successo del pop raffinato anni ’70 dei Bread di David Gates, qui trasformato in un’altra ricercata love song avvolgente, degna dei migliori cantanti neri di quell’epoca gloriosa, elegante senza essere troppo turgida.

Real Street, di nuovo con la sinuosa armonica di Tad in evidenza, è un altro ottimo esempio di quel soul targato Hi Records che non tramonta mai, soprattutto se viene suonato da chi conosce a menadito la materia, sentire il groove del basso danzante di Leroy Hodges,  e comunque non guasta se hai un cantante in grado di maneggiare la materia sonora, che poi chiude l’album con il leggero funky caratterizzato dall’ interplay quasi telepatico organo-piano elettrico di Long Way Home, con retrogusti targati Marvin Gaye o Curtis Mayfield, senza dimenticare Al Green, il re dello smooth soul https://www.youtube.com/watch?v=OzRh7OGBlrA . Chi ama il genere non ha bisogno di ulteriori incoraggiamenti, sarà pure retrò, ma è una vera delizia.

Bruno Conti

Anche Il Canada Dà Il Suo (Ottimo) Contributo Alla Causa Del Blues. Big Dave Mclean -Pocket Full Of Nothin’

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Big Dave Mclean – Pocket Full Of Nothin’ – Black Hen Music

Big Dave McLean è una (mezza) leggenda del blues canadese, un veterano,  in attività già dagli anni ’70, ma con soli sei album nel suo carnet, questo Pocket Full Of Nothin’ è il settimo, in una carriera che gli ha fatto avere diversi riconoscimenti in patria, l’ultimo dei quali l’Order Of Canada, per i contributi alla cultura del proprio paese (premio che gli verrà assegnato insieme a Garth Hudson). Il nostro amico è chitarrista, armonicista, autore di canzoni (in questo album tutte, meno tre) e ovviamente cantante: il disco è prodotto da Steve Dawson, altro ottimo musicista canadese, che è pure il boss della Black Hen, ma in passato McLean ha pubblicato anche con la Stony Plain, altro presidio della musica di lassù, in una nazione che cura anche molto la promozione dei prodotti locali, insomma quando sul retro dei dischetti vedete i marchi Canada o Factor, o entrambi, vuole dire che il governo locale ci ha messo lo zampino con un contributo. Tornando al CD , ad accompagnare il nostro ai vari tipi di chitarra, acustica, elettrica, National, steel, slide e alle armonie vocali curate da Dawson, troviamo Gary Craig alla batteria, Jeremy Holmes a basso e contrabbasso, Chris Gestrin a piano, organo e Wurlitzer, oltre ad una piccola sezioni fiati, con il risultato si un suono spesso pieno e corposo, con elementi  aggiunti folk, R&B e di roots music, che lo rendono un lavoro eclettico e più variegato di altri dischi precedenti.

Con il risultato, come si diceva all’inizio, che questo Pocket Full Of Nothin’ sia un album molto godibile: e sicuramente non guasta che il buon Big Dave McLean sia anche in possesso di una voce scura, rauca e vissuta, comi dimostra subito nell’iniziale Songs Of The Blues, un brano mosso e compatto, dove la slide si intreccia di continuo con i fiati  e il sound sta alla intersezione tra Memphis soul e Blues e ritmi alla Get Back dei Beatles. Un organo malandrino e la solita slide, oltre alla voce spiegata di MCLean, sono al centro della vibrante Don’t Be Layin’ That Stuff On Me, sempre con fiati pronti alla bisogna per tocchi di sano R&B, che sfociano anche in un caldo assolo di sax nel finale, mentre la scandita Backwards Fool è più tipicamente blues, con pianino di ordinanza e l’armonica a dare man forte alla voce quasi “incazzata” di Big Dave, seguita dalle volute tra R&R e swing anni ’50 della nostalgica All Day Party, con il contrabbasso slappato e il piano a dettare i tempi, mentre il call and response vocale con tutta la band la rende più gradevole. La prima cover è Voodoo Music ,un brano firmato da JB Lenoir e Wille Dixon, che va alle radici di quel blues che è da sempre la sua stella maestra, con un arrangiamento ondeggiante che lo avvicina a certe parafrasi sonore alla Taj Mahal, mentre l’organo scivola godurioso, ah se scivola, insieme ad una delle solite slide vagamente cooderiane; il vocione è poi ancora in azione anche in Baby.

Just To be With You è un vecchio brano, poco noto, del Muddy Waters di metà anni ’50, classico Chicago Blues ruvido, con chitarra elettrica e slide, oltre all’organo, in azione e un impeto percepibile nella voce di McLean, grande brano, When I Was Young è un ottimo ed allegro stompin’ blues con tocchi acustici, seguito da una di nuovo quasi acustica You’ve Been Told, tra ragtime e barrelhouse, mentre forse mi aspettavo qualcosa di più dalla versione di Midnight Rider di Gregg Allman, con il nostro non del tutto a suo agio con le sue tonalità più basse rispetto al cantato più disteso dell’autore, comunque la band si disimpegna, sempre tra bottleneck minacciosi, armonica e fiati https://www.youtube.com/watch?v=nuPtawhXxfE ; Manitoba Mud porta le grandi distese del Canada verso le paludi del Mississippi e della Louisiana con una melodia ben congegnata e il solito arrangiamento rigoglioso https://www.youtube.com/watch?v=VzHQi5MXAUY , prima di congedarci con il suono delle radici di una There Will Always Be A Change, sempre deliziosamente retrò e frizzante nel suo dipanarsi. Tutto l’insieme risulta quindi molto piacevole e ben congegnato, con delle atmosfere che a tratti rievocano pure le Seeger Sessions di Springsteen.

Bruno Conti

Ecco Il Secondo Capitolo: Forse Meno Interessante Del Primo. Myles Goodwin – Friends Of The Blues 2

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Myles Goodwin – Friends Of The Blues 2 – Linus Entertainment   

All’incirca un anno e mezzo fa era uscito il capitolo uno di questo Friends Of The Blues https://discoclub.myblog.it/2018/03/29/dopo-una-lunga-carriera-con-i-rockers-canadesi-april-wine-anche-lui-passa-al-blues-myles-goodwin-and-friend-of-the-blues/, concepito da Myles Goodwin, per moltissimi anni voce e chitarra solista degli April Wine, una delle band più popolari canadesi, sempre in bilico tra hard rock, rock-blues e classico “rock americano”, comunque diciamo che il nostro amico questa passione per il Blues non l’ha scoperta solo oggi: d’altronde, come dissero Sonny Terry & Brownie McGhee con una felicissima espressione, “the blues had a baby and they called it rock and roll”! Quindi questa tardiva passione non ci deve sorprendere, anche se poi, a ben vedere, non è che il suono differisse molto rispetto a quello da sempre praticato dal buon Myles, forse solo più rigoroso e meno caciarone.

Si sa che spesso questi di tipi di album sono anche l’occasione per ritrovarsi tra amici per fare un po’ di buona musica, anche se la connotazione Friends (maiuscolo) di solito indica che partecipano musicisti importanti e/o molto conosciuti, e diciamo che di nomi veramente “celebri” qui ce ne sono pochi, forse nessuno: tra quelli “noti” potremmo citare Kenny “Blues Boss” Wayne, John Campelljohn (che io sono sempre stato convinto si chiamasse Campbelljohn, anche nelle copertine dei suoi album, ma ora scopro che, forse, la b non c’è), Matt Andersen e il redivivo David Gogo, gli altri mi sono più o meno ignoti, ma basta documentarsi. Per il resto ci sono diversi musicisti che si alternano a batteria e basso per la sezione ritmica: altra particolarità, come nel disco precedente, i brani non sono classici del blues, ma portano tutti la firma di Goodwin, con una eccezione. Il compito di aprire l’album è affidato alla collaborazione con Kenny Wayne, uno dei rari pianisti, tra una marea di chitarristi e armonicisti, che accarezza con voluttà i tasti del suo strumento in un viaggio che ci accompagna dalle paludi della Louisiana lungo le strade del blues, con le due coriste che sostengono la vocalità di Myles che, come nel disco precedente, non è proprio quella del bluesman provetto, diciamo appena  adeguata alla bisogna, mentre sul lato chitarristico comincia a lavorare di fino alla sua solista in questa brillante Hip Hip.

Nella successiva ballad Like A Dog Ain’t Had It’s Day scendono in campo il tastierista Ross Billard e Matt Andersen all’acustica, ma la canzone risulta un po’ moscia e zuccherina, appena meglio All Over Now, che se ci aggiungiamo un It’s davanti è il celebre brano di Bobby Womack, però rallentato, sino a perdere del tutto la sua grinta, per fortuna che Shrimp Daddy all’armonica e John Camp(b)ell John alla slide provano a vivacizzare il tutto, ma giusto uno zinzinino. You Got It Bad è un blues acustico abbastanza scolastico e contato, Fish Bank Blues con l’uso di una bella slide tangenziale, suonata da Will Van Habsold, sarebbe decisamente meglio, peccato per l’uso del drum programming (con 4 batteristi a disposizione!), comunque in uno slow blues ci può stare. Speedo (revisited) sarebbe il famoso brano doo-wop rivisto, ma per quanto godibile, l’originale era meglio, insomma da quanto detto finora non è che il disco entusiasmi, però ogni tanto si rivitalizza come nel boogie grintoso di Daddy Needs New Shoes dove Campbelljohn alla slide e Goodwin si sfidano con gusto e grinta, nel lentone Being Good, cantato insieme alla la brava Angel Forrest https://www.youtube.com/watch?v=iZGIeszBjA8 , nella programmatica I Love My Guitar con un bel assolo di Goodwin, nel rockabilly Help Me Baby e nel blues-rock sapido di I Saw Someone That Wasn’t There, con l’ottimo David Gogo.

Ma lo yodel nella bonus track finale che cacchio c’entra con il resto?

Bruno Conti