Un Cofanetto “Vorrei Ma Non Posso” Per Una Band Dal Glorioso Passato (E Dal Solido Presente). Uriah Heep – 50 Years In Rock

uriah heep 50 years in rock front

Uriah Heep – 50 Years In Rock – Sanctuary/BMG 23CD/LP Box Set

Tra le varie celebrazioni del 2020 c’è stata anche quella, passata un po’ in sordina, dei 50 anni di carriera degli Uriah Heep, storica band hard rock londinese che nei primi anni 70 era considerata una delle quattro pietre angolari del genere insieme a Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath, anche se sia come successo che come popolarità sono sempre stati uno o due gradini sotto i tre gruppi appena citati. Almeno nei loro primi anni però gli Uriah Heep (che hanno preso il nome da un personaggio del David Copperfield di Charles Dickens) hanno sfornato alcuni album di grande levatura, con uno stile che fondeva mirabilmente hard rock e prog grazie all’uso marcato delle tastiere, che nell’economia del gruppo hanno sempre avuto quasi la stessa importanza della chitarra: il nucleo iniziale era formato dal tastierista e principale songwriter Ken Hensley, rimasto per tutta la prima decade (e morto lo scorso 4 novembre a seguito di una grave malattia), il chitarrista Mick Box, unico presente in tutti gli album della band, ed il cantante David Byron, possessore di un’ugola potente che lo faceva rientrare nella stessa categoria di “screamers” come Ian Gillan e Bruce Dickinson, mentre la sezione ritmica è quella che negli anni ha subito più avvicendamenti.

uriah heep 50 years in rock box

Lo scorso ottobre la BMG per celebrare il mezzo secolo dei nostri (attivi ancora oggi), ha pubblicato 50 Years In Rock, un monumentale cofanetto di ben 23 CD (ed un LP, contenente il classico album The Magician’s Birthday con la copertina ridisegnata da Roger Dean – famoso per gli artwork dei dischi degli Yes – autore anche della cover originale): il box, che contiene (quasi) tutta la discografia degli Heep più quattro CD extra, presenta però diverse magagne non di poco conto, la cui gravità è secondo me amplificata dall’alto costo richiesto (tra i 165 ed i 200 euro a seconda dei vari siti), e che vi vado ad elencare brevemente prima di addentrarmi nei contenuti. 1: intanto non è vero che ci sono tutti i dischi, dato che l’unico live incluso è quello famoso del 1973, e poi mancano i due album del corrente millennio nei quali la formazione attuale ha reinciso i vecchi classici, cioè Remasters: The Official Anthology del 2001 (poi ristampato nel 2015 con il titolo Totally Driven) e Celebration del 2009. 2: i dischetti non sono stati rimasterizzati per l’occasione, e non contengono neppure mezza bonus track, cosa che rende il cofanetto appetibile solo per chi, come il sottoscritto, non possiede tutta la discografia completa, dato che i neofiti si accontenteranno di una delle mille antologie sul mercato.

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3: il consueto libro incluso è pieno al 90% di foto e come testi si limita alle varie lineup del gruppo oltre a quattro brevi introduzioni dei curatori del progetto (Box, Hensley, il primo bassista Paul Newton ed il batterista di lungo corso Lee Kerslake, anch’egli scomparso nel 2020); inoltre, la grafica delle copertine dei CD è davvero pessima, in quanto sembrano fotocopie di bassa qualità degli originali. 4: alcuni album sono stati accoppiati con la formula “due LP in un CD”, e fin qui nulla di male, peccato che si sia scelto di “fondere” insieme le due copertine creando degli ibridi abbastanza inguardabili, e non, come è stato correttamente fatto solo per Demons And Wizards e The Magician’s Birthday, metterne una sul fronte e l’altra sul retro. 5: la magagna più grave: i quattro CD finali sono in realtà quattro compilation “esclusive” con la scelta delle canzoni preferite dei quattro curatori, ma non in versioni alternate o live ma nelle stesse già sentite nei primi 19 dischetti! In pratica quattro aggiunte totalmente inutili (e pure con diverse ripetizioni tra uno e l’altro), quando sarebbe bastato inserire b-sides, rarità e magari un paio di concerti inediti.

uriah heep VeryEavyVeryUmble UriahHeepSalisburyUK uriah heep-Look_At_Yourself

Ma veniamo ad un breve excursus sulla discografia contenuta nel box, un percorso di alti e bassi che ha però nel periodo 1970-73 una striscia di album di grande profilo, a partire dall’esordio …Very ‘Eavy…Very ‘Umble del 1970, disco con una delle copertine più orrorifiche dell’epoca (che ritrae un irriconoscibile Byron agonizzante e coperto di ragnatele) ma con pezzi hard rock di altissimo livello come Gypsy, la potente e riffata Walking In Your Shadow, il blues afterhours Lucy’s Blues, con Hensley strepitoso all’organo, la saltellante Dreammare e la suggestiva ballata Come Away Melinda, primo classico della band https://www.youtube.com/watch?v=KzylV7LpDyM . Salisbury del 1971 si apre alla grande con l’epica Bird Of Prey e si chiude con la maestosa suite di sedici minuti che intitola il disco (con l’accompagnamento di un’orchestra di 24 elementi); in mezzo, la nota Lady In Black che mostra il lato soft, romantico e folkeggiante dei nostri, bissata dall’affascinante The Park, nella quale Byron fornisce una prova vocale notevole https://www.youtube.com/watch?v=C3C8HnBT_lg . Look At Yourself, ancora del ’71, è un altro album eccelso, che vede in pratica Hensley unico compositore: la trascinante title track, tra i pezzi migliori di sempre del gruppo, e la straordinaria rock ballad July Morning sono classici assodati, ma non vanno trascurate le roboanti I Wanna Be Free e Love Machine e la “leggera” What Should Be Done https://www.youtube.com/watch?v=kk5K6L2OPj4 .

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Demons And Wizards (1972, anche questo con la copertina di Roger Dean) è forse insieme al seguente il lavoro più famoso di Box e compagni, con la galoppante Easy Livin’ che è uno dei loro brani più conosciuti. Ottime anche la fascinosa The Wizard, Traveller In Time, Circle Of Hands, Rainbow Demon ed il boogie The Spell, ma non c’è un solo momento sottotono https://www.youtube.com/watch?v=hBAZLERYy7M . The Magician’s Birthday, sempre del 1972, ha in Sweet Lorraine un’altra canzone decisamente popolare, ma anche rock songs potenti ed epiche come Sunrise, Echoes In The Dark e la title track https://www.youtube.com/watch?v=A6mK7HKC8lI . La prima fase della carriera dei nostri si chiude nel 1973 con il noto Uriah Heep Live, registrato alla Town Hall di Birmingham ed uno dei grandi dischi dal vivo degli anni 70, con magnifiche riletture di Sweet Lorraine, Traveller In Time, Easy Livin’, July Morning, Tears In My Eyes e Look At Yourself, oltre ad un trascinante rock’n’roll medley di otto minuti che comprende Roll Over Beethoven, Blue Suede Shoes, Whole Lotta Shakin’ Goin’ On, Mean Woman Blues, Hound Dog e At The Hop https://www.youtube.com/watch?v=2NlqM8FPT1Y&list=PLO2DpnSLxoYXnY7Et3EvUw2ac1pBGwrgz .

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Con Sweet Freedom del 1973 gli Heep iniziano ad esplorare sonorità leggermente più radiofoniche che ne faranno l’album il più venduto della loro discografia https://www.youtube.com/watch?v=znmgVKSBnXc , e lo stesso sound proseguirà in Wonderworld del 1974, un gradino sotto come qualità, e nel riuscito Return To Fantasy del 1975: in questi tre album trovano posto canzoni piacevoli e molto poco hard come Dreamer, Stealin’, One Day, Sweet Freedom, So Tired, Prima Donna, la pop ballad The Easy Road e la “californiana” Your Turn To Remember, in cui più che gli Uriah Heep sembra di ascoltare gli Eagles https://www.youtube.com/watch?v=2o-CSc0j3dE . Ma comunque i cinque non hanno perso il tono epico, riscontrabile in Pilgrim, Return To Fantasy e nella bluesata I Won’t Mind. I restanti album della decade vedono un ulteriore ammorbidimento dei toni, con la comparsa del synth ed un suono a metà tra Toto e Boston: High And Mighty del 1976 sarà anche l’ultimo album con Byron, che verrà sostituito nei seguenti Firefly, Innocent Victim (entrambi del 1977) e Fallen Angel del ’78 da John Lawton, un buon vocalist dall’impostazione più teatrale. Non mancano anche in questi lavori i brani ottimi, come Can’t Keep A Good Band Down, Make A Little Love, Keep On Ridin’, Do You Know, la maestosa Choices, in cui Lawton sembra Ronnie James Dio, e Free Me, che sarà anche soft rock ma è indubbiamente splendida https://www.youtube.com/watch?v=lK45E6zfJeA .

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A quel punto però nel gruppo iniziano i tumulti seri: Lawton se ne va ed anche Hensley non è più tanto felice di stare ancora nella band, e quindi l’album Conquest del 1980 (con il tastierista che ha già un piede fuori) si rivela il più debole dei nostri fino a quel momento, a causa anche del nuovo cantante John Sloman, non esattamente un fuoriclasse. A questo punto Box decide di rifondare il gruppo e si affida al ritorno di Kerslake dietro i tamburi e ad un altro vocalist, Peter Goalby, che resta per tre album. Il problema di Abominog (1982), Head First (1983) e Equator (1985, anno in cui muore Byron) è che seguono al 100% il trend pop metal (o hair metal) tipico della decade, con canzoni piene di sintetizzatori e big drum sound, una veste sonora che si addice ben poco agli Heep specie se paragonata a quella di inizio carriera. E pure come band hair metal in giro c’è di meglio, e quindi i vecchi fans, dopo aver relativamente premiato Abominog che ha vendite discrete, li abbandonano senza essere rimpiazzati da nuovi estimatori. Raging Silence del 1989 è importante solo perché introduce il nuovo cantante Bernie Shaw (una sorta di clone di Byron) ed il tastierista Phil Lanzon, entrambi in sella ancora oggi, ma il disco prosegue il trend sonoro dei suoi predecessori, ed ancora più pop è Different World del 1991, dove in parecchi brani il quintetto suona meno rock di Sting (e ho detto tutto).

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Sea Of Light del 1995 (terzo disco con la copertina disegnata da Dean) segna un sorprendente ritorno ad atmosfere più classiche, con la chitarra di Box più in evidenza e canzoni migliori https://www.youtube.com/watch?v=jnNghFBupVg , e lo stesso fa Sonic Origami del 1998 seppur piazzandosi un gradino sotto. A questo punto gli Heep si prendono una pausa discografica di ben dieci anni, ripresentandosi nel 2008 con Wake The Sleeper, finalmente un album di rock duro e puro che rimanda direttamente all’età d’oro della band, anche se sembra quasi che si sia dato più spazio ai muscoli che alla scrittura delle canzoni. Molto meglio saranno i seguenti tre lavori (Into The Wild, 2011, Outsider, 2014, e Living The Dream, 2018), ottimi album di puro hard rock classico ben bilanciati tra energia e fruibilità, nonostante il suono più che gli Heep ricordi i Deep Purple, anche per la voce “gillaniana” di Shaw. 50 Years In Rock, a parte le contraddizioni di un progetto “vorrei ma non posso” o forse ancora meglio “potrei ma non voglio”, contiene quindi al suo interno diversa ottima musica specie nei primi otto-dieci CD e negli ultimi tre (se vi piace il genere, ovvio), ed è un modo seppur costoso di rievocare l’epopea degli Uriah Heep, una grande band oggi un po’ dimenticata.

Marco Verdi

Christy Moore Una Vera Leggenda Irlandese, Parte II

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LONDON, ENGLAND - JUNE 18: Irish folk singer Christy Moore performs on stage during day one of Feis Festival 2011 at Finsbury Park on June 18, 2011 in London, United Kingdom. (Photo by Simone Joyner/Redferns)

LONDON, ENGLAND – JUNE 18: Irish folk singer Christy Moore performs on stage during day one of Feis Festival 2011 at Finsbury Park on June 18, 2011 in London, United Kingdom. (Photo by Simone Joyner/Redferns)

Seconda parte.

A questo punto lasciamo i detours e torniamo alla lunghissima carriera solista del nostro, magari più condensata, visto che i primi album sono ben rappresentati in Early Years 1969-1981 Eravamo rimasti a metà anni ‘70, quando esce

Christy Moore Whatever_Tickles_Your_Fancy

Whatever Tickles Your Fancy – 1975 Polydor **** Uno dei suoi dischi migliori, suono elettrico con la chitarra di Jimmy Faulkner in bella evidenza, ben sette brani sono contenuti in Early Years, mancano solo la lunga e bellissima Van Diemen’s Land e Bunch Of Thyme.

Christy Moore ChristyMoore_ST1976

Christy Moore – 1976 Polydor **** Altro disco importante, senza basso e batteria, pure questo rappresentato quasi integralmente nella antologia, forse manca solo Scariff Martyrs https://www.youtube.com/watch?v=Ygr0V71O61E .

Christy Moore Iron_behind_velvet

The Iron Behind The Velvet – 1978 Tara ***1/2 con cinque brani nel recente triplo , mancano parecchie canzoni delle 12 di questo album, però riportate in versione dal vivo nel DVD contenuto nella confezione.

Chrsty Moore Liveindublin

Live In Dublin – 1978 Tara ***1/2 Lo stesso anno esce questo disco dal vivo, registrato in trio con Donal Lunny e Jimmy Faulkner, cinque pezzi vengono estratti per l’antologia rimasterizzata, forse avrebbe meritato anche Pretty Boy Floyd di Woody Guthrie https://www.youtube.com/watch?v=rcpyEPH–tc

H_Block_Album_by_Various_Irish_Folk_Artists

E ancora lo stesso anno esce la compilation antinucleare di artisti vari H-Block con 90 Miles From Dublin, una delle rare composizioni di Christy di quegli anni https://www.youtube.com/watch?v=W6BWiTVEhcM .

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E nel 1981 viene pubblicato Christy Moore And Friends dalla RTE, l’emittente di stato irlandese, con canzoni di Planxty, Stockton’s Wings, Ralph McTell e Mary Black, registrate dal vivo https://www.youtube.com/watch?v=I9L83z03C6w .

Gli Anni Warner 1983-1989

Dopo i due dischi con i Moving Hearts, Moore pubblica cinque/sei album per la WEA negli anni ‘80 che sanciscono la sua trasformazione in cantautore fatto e finito.

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The Time Has Come – 1983 WEA Ireland ***1/2 Registrato in coppia con Donal Lunny, contiene ben sei canzoni firmate da Christy https://www.youtube.com/watch?v=z90z6Z3-gDc , oltre a All I Remember di Mick Hanly, Section 31 di BarryMoore/Luka Bloom, Go Move Shift di Ewan MacColl e una nuova versione di Sacco And Vanzetti di Woody Guthrie. L’anno successivo esce quello che viene comunemente ritenuto uno dei suoi capolavori assoluti.

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Ride On – 1984 WEA Ireland ****1/2 Con la presenza fissa di Declan Sinnott a chitarre acustiche e violino, oltre a Lunny, il disco contiene la title track, una delle sue più belle canzoni di sempre https://www.youtube.com/watch?v=y6TSG-TRs_c , anche se porta la firma del grande Jimmy MacCarthy, brano poi registrato da decine di artisti nel corso degli anni, splendida la versione di Mary Coughlan https://www.youtube.com/watch?v=ftU2euHhLM8 , inoltre due a firma dello stesso Moore, come Lisdoonvarna e Viva La Quinta Brigada, tuttora nel suo repertorio live, nonché The City Of Chicago del fratello Barry, che poi la inciderà molti anni dopo come Luka Bloom, e due di Bobby Sands, il membro dell’IRA morto in prigione nel 1981, una Back Home In Derry insieme a Gordon Lightfoot https://www.youtube.com/watch?v=vMu6CNyn24o .

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Ordinary Man – 1985 WEA ***1/2 Un filo inferiore al precedente, ma con una strumentazione molto più ricca, contiene la celebre Delirium Tremens https://www.youtube.com/watch?v=7WyWTmYINfs  e, tra le migliori The Reel in the Flickering Light https://www.youtube.com/watch?v=_VSVzCsiI4w  e Quiet Desperation, oltre a St. Brendan Voyage.

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The Spirit Of Freedom – 1986 WEA *** dico benefico registrato nel 1983 per raccogliere fondi per i prigionieri politici, contiene le due canzoni di Bobby Sands.

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Unfinished Revolution – 1987 WEA ***1/2 Album acustico prodotto da Donal Lunny, contiene The Other Side e The Bridge, scritte da Moore, oltre alla bellissima Biko Drum e la title track https://www.youtube.com/watch?v=qa3n0lu3AIM , nonché una ottima cover di A Pair Of Brown Eyes di Shane MacGowan dei Pogues https://www.youtube.com/watch?v=ARijcpeWRbo .

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Voyage – 1989 WEA **** l’ultimo album ad uscire negli anni ‘80 per la Warner, prodotto ancora da Donal Lunny, di nuovo con una strumentazione ricca e la presenza di svariati ospiti: Elvis Costello in Missing You https://www.youtube.com/watch?v=bCafNgZIgW4 , oltre ad essere l’autore di The Deportees Club, Sinead O’Connor in due canzoni, The Mad Lady And Me https://www.youtube.com/results?search_query=christy+moore+voyage+lady  e Middle Of The Island, oltre a Mary Black (se Christy è il re del folk irlandese, lei è la regina) che duetta in The Voyage https://www.youtube.com/watch?v=CkRSzhTeF34 . Eccellente anche una struggente versione di The First Time I Ever Saw Your Face https://www.youtube.com/watch?v=UK6qO0u7j-Y .

Gli Anni Della Consacrazione 1999-2020

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Smoke And Strong Whiskey – 1991 Newberry/Sony *** non un brutto disco ma con una produzione atratti fin troppo “esagerata” di Walter Samuel e Avert Abbing, che impiegano complessivamente ben sedici musicisti nell’album, tra i quali Sharon Shannon e Davy Spillane, oltre a Declan Sinnott e Eoghan O’Neill del giro Moving Hearts, comunque ci sono ben sei canzoni scritte dal nostro, quasi un record. In ogni caso spiccano Welcome To the Cabaret e una bella versione di Fairytale Of New York dell’amico Shane MacGowan https://www.youtube.com/watch?v=Fi1EIyss4YI .

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King Puck – 1993 Equator/Newberry ***1/2 Torna Donal Lunny alla produzione, c’è una ottima nuova versione di Before The Deluge di Jackson Browne https://www.youtube.com/watch?v=CwUP-9l6-8I e addirittura sette belle canzoni firmate da Moore, tra cui una lunghissima (13 minuti) e discorsiva Me And The Rose https://www.youtube.com/watch?v=0-xGLoV7DIQ , che poi diventerà un must delle sue elucubrazioni con il pubblico durante i concerti con conseguente sing-along.

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Live At The Point – 1994 Grapevine **** Dal vivo, si sa, Moore è una vera forza della natura ed in particolare in questo album, il primo dopo circa quindici anni. Il disco venne registrato in 12 diverse serate davanti a 50.000 persone complessivamente e ci presenta molti dei suoi classici e diverse chicche https://www.youtube.com/watch?v=kzhicxPANRo . Da avere.

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Graffiti Tongue – 1996 Grapevine **** Dopo il disco dal vivo Christy Moore decide di mantenere questo approccio, un uomo e la sua chitarra, suono scarno ma intenso, e per la prima volta nella sua carriera un intero album di canzoni nuove scritte tutte da lui, tra le quali vorrei citare almeno la bellissima Rory Is Gone, dedicata a Rory Gallagher, altre eroe nazionale irlandese scomparso l’anno prima https://www.youtube.com/watch?v=iTrs51PKueg .

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Traveller – 1999 Sony *** per l’ultimo disco della decade e del secolo, si tenta, anche a causa di una salute declinante per problemi cardiaci, che faceva temere per la sua carriera concertistica, di nuovo la strada di un suono più moderno e complesso, c’è anche The Edge degli U2: il disco non è male, per amor di Dio, ma certi usi di synth e batterie elettroniche in alcuni brani non mi convincono del tutto, anche se parte della critica era entusiasta. Si tratta di parecchie canzoni nuove, ancora scritte da Moore, con alcune riprese di classici del passato, tra cui una versione di Last Cold Kiss, costruita intorno alla voce del padre di Christy, Andy, morto ne 1956 e trasformata in un duetto virtuale, tra le nuove spicca The Sirens Voice sulla situazione dei rifugiati somali in Irlanda https://www.youtube.com/watch?v=Fo0Ag-toItk .

Christy Moore This_is_the_Day

This Is The Day – 2001 Sony ***1/2 Il sottoscritto preferisce di gran lunga questo album, co-prodotto da Donal Lunny e Declan Sinnott, che suonano con Moore nel CD e optano per un tipo di suono più tradizionale e raccolto, e benché per l’occasione ci sia solo una canzone scritta da Moore, la scelta degli altri brani è azzeccata: How Long di Jackson Browne https://www.youtube.com/watch?v=VNOpjGKFgWM , Jack Doyle di Jimmy McCarthy, Companeros di Ewan MacColl, Cry Like A Baby di Dan Penn, Victor Jara di Arlo Guthrie, tra le migliori. Dei restanti nove album che usciranno dal 2002 a oggi, ben quattro saranno dal vivo, segno di una ritrovata voglia di fare musica Live.

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Live At Vicar Street – 2002 Columbia Sony ***1/2 proprio questo album è un regalo inaspettato per i fans, che dopo quello del 1994 pensavano non ci sarebbero stati altri tour, e invece, in teoria per promuovere This Is The Day lo stesso trio di musicisti registra una serie di serate al famoso locale di Dublino a fine anno, con risultati, manco a dirlo, ottimi, anche se, stranamente, dell’ultimo disco troviamo una sola canzone, ma si sa che ogni tanto gli artisti non fanno la gioia delle case discografiche https://www.youtube.com/watch?v=4vA3Z2RDz20 .

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Burning Times – 2005 Sony International **** altro ottimo CD, sempre con la formula ristretta, solo lui e Declan Sinnott alle altre chitarre, oltre che produttore. Dodici canzoni, nessuna di Moore, ma una scelta eccellente per questo album dedicato a Rachel Corrie, una attivista americana uccisa da un bulldozer a Gaza nel 2003: Motherland di Natalie Merchant https://www.youtube.com/watch?v=0rDKiqyA0pM , ben due canzoni degli Handsome Family, Beeswing di Richard Thompson https://www.youtube.com/watch?v=ixi-jlc2PNM , The Magdalene Laundries di Joni Mitchell https://www.youtube.com/watch?v=BEOXhFv9MfI , The Lonesome Death Of Hattie Carroll di Bob Dylan, Changes di Phil Ochs. Una ennesima piccola meraviglia di questo gigante della musica irlandese, sempre più bravo.

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Live at the Point2006 2 CD Columbia/Sony **** Quarto album dal vivo, il più corposo della sua produzione con ben 35 canzoni: ancora una volta solo lui e Declan Sinnott propongono una ampia selezione di materiale, registrata nelle feste Natalizie tra fine 2005, inizio 2006 nel famoso locale di Dublino con una capacità posti di diverse migliaia di presenti https://www.youtube.com/watch?v=u8uQWCz0_mk . Ci sono canzoni da tutti i periodi della carriera di Moore, Planxty e Moving Hearts inclusi, e anche parecchie cover scelte con cura da chi ha compilato il CD. Peccato che (e non finisco mai di meravigliarmi) il DVD che esce, peraltro con un altro titolo, Christy Moore Live In Dublin 2006, contiene solo le canzoni del primo CD, boh. Comunque rimane uno di quelli indispensabili.

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Listen – 2009 Sony Music Ireland **** Ancora una volta registrato con Sinnott che lo produce e suona la chitarra, il disco prevede una sezione ritmica con Eleanor Healy, che oltre a suonare il basso, provvede anche alle armonie vocali, insieme a Wally Page, autore o co-autore con Christy di tre brani, che a sua volta ne firma tre, alla batteria Martin Leahy, Pat Crowley alla fisarmonica e Neil Martin al cello. Tra le canzoni ce ne sono tre già apparse in album precedenti, inclusa Rory’s Gone, quella dedicata a Rory Gallagher, una inconsueta, ma molto bella, versione di Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd https://www.youtube.com/watch?v=-tZjbWkOjb0 come pure ancora una volta eccellente è tutto l’album.

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Folk Tale – 2011 Sony ***1/2 Sempre insieme all’inseparabile Sinnott, che per l’occasione inserisce anche una piccola sezione di archi, oltre a Tim Edey a accordion, chitarra e bouzouki, Gerry O’Connor banjo e violino e un paio di voci femminili, tutto il resto lo suona Declan. Il nostro amico scrive ben otto nuove canzoni, andando poi a pescare, come ha fatto peraltro in tutta la sua carriera nel songbook di vari autori irlandesi, anche poco noti. Tyrone Boys è dedicata ai guai dell’Irlanda, On Morecambe Bay alla tragedia di un migrante https://www.youtube.com/watch?v=4rR7wPofjbE , Haiti al terremoto avvenuto in Centro America, solo chitarra e la sua voce partecipe, profonda e solenne, non mancano le sue storie dedicate ad omicidi in giro per il mondo e la divertente Weekend In Amsterdam che diventerà un must dei suoi concerti https://www.youtube.com/watch?v=zp4d697VxTM , insomma il “solito” Christy Moore.

christy moore where i come from 3 cd

Where I Come From – 2003 3CD Sony Music **** è una strana compilation tripla con ben 45 brani: si tratta di un misto di canzoni nuove e ri-registrazioni di vecchi brani, tra cui spiccano North And South Of The River degli U2, parecchi brani di Donal Lunny, la title track scritta dal fratello Luka Bloom https://www.youtube.com/watch?v=fEO2hlqwjJg , parecchi pezzi di Wally Page. Non mancano alcuni pezzi registrati dal vivo e comunque sono coinvolti parecchi musicisti tra i quali spicca la voce femminile di Vickie Keating ,diventata in eguito una habitué nei suoi concerti. Anche questo consigliatissimo.

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Lily – 2016 Sony Music **** Per continuare il filotto di ottimi album esce quello che è a tutt’oggi il suo ultimo in studio, ancora una volta ricco di belle canzoni, strumentazioni rigogliose o più intime a cura al solito di Sinnott. “Solo” tre canzoni nuove di Christy Moore, tra le quali la splendida title track https://www.youtube.com/watch?v=Q0kjQTR4BKE , Lost Tribe Of The Wicklow Mountains e il tradzionale ri-arrangiato Green Growns The Laurel ed una splendida versione di Wallflower di Peter Gabriel https://www.youtube.com/watch?v=j4jnlt9DPtY . Se sarà l’ultimo disco della sua carriera (in considerazione anche dei 75 anni suonati) veramente un bel commiato. Ma il nostro amico, come riferito sulla rivista negli ultimi anni, ci regala anche due sontuosi doppi CD dal vivo

christy moore on the roadchristy moore magic nights

On The Road – 2017 2 CD Columbia Sony Music Ireland **** https://discoclub.myblog.it/2018/01/14/supplemento-della-domenica-forse-il-miglior-disco-ufficiale-dal-vivo-del-2017-christy-moore-on-the-road/

Magic Nights – 2019 2 CD Columbia Sony Music Ireland **** https://discoclub.myblog.it/2020/01/14/un-altro-doppio-cd-dal-vivo-formidabile-per-il-musicista-irlandese-christy-moore-magic-nights/

acquistabili anche in un elegante cofanetto da 4 CD intitolato, manco a dirlo Magic Nights On The Road, che se già non avete fa parte degli indispensabili della sua carriera. Quasi tutti gli album della sua discografia, non era ancora stato detto, sono stati spesso e volentieri al n° 1 delle classifiche irlandesi, o comunque almeno nella Top 10 e anche in Inghilterra Christy Moore ha avuto sempre un buon successo di vendite.

Piccola Appendice Finale

christy moore the box setchristy moore uncovered

Se il completista si annida in voi, oppure volete avere un cofanetto riepilogativo della sua carriera è consigliato anche The Box Set 1964-2004 – 6 CD Columbia Sony Music **** che pesca da tutti gli album usciti fino ad allora, ma è anche ricco di brani rari o inediti, ed infine a livello video vi consiglio, a parte i DVD dei Planxty ed il Live del 2006 ricordato poc’anzi, il bellissimo Christy Moore Uncovered **** uno splendido documentario uscito nel 2001, ricco di interviste, cenni biografici e parecchie canzoni https://www.youtube.com/watch?v=8GEqQ5QcYCo . E nel frattempo il nostro amico ha pubblicato una serie di video su YouTube intitolati The Lockdown Sessions, registrati a casa sua, questo è l’ottavo e ultimo episodio ihttps://www.youtube.com/watch?v=w-QmCd4sVvs&t=572s. , con una veloce ricerca trovate anche gli altri.

E’ tutto, lunga vita a Christy Moore, Re della musica folk irlandese.

Bruno Conti

Christy Moore Una Vera Leggenda Irlandese, Parte I

christy moore 4

Christy Moore 1970 1

Christopher AndrewChristyMoore nasce a Newbridge, nella Contea di Kildare, Irlanda, il 7 Maggio 1945, quindi hai ormai tagliato il traguardo dei 75 anni, e anche oltre 50 anni di carriera, visto che il primo album Paddy On The Road fu registrato con Dominic Behan ai Sound Techniques Chelsea di Londra nel 1969 e benché pubblicato da una etichetta importante come la Mercury ebbe una tiratura limitata in vinile di sole 500 copie, e poi in seguito, molti anni dopo, pubblicato anche in CDR a livello autogestito dallo stesso Christy, con una qualità sonora diciamo non impeccabile: stile musicale a grandi linee alla Dubliners https://www.youtube.com/watch?v=s1wF9Z0hpXY , con il nostro accompagnato da un gruppo di jazzisti assemblato da Behan, e come ebbe a dire lo stesso Moore, le affinità tra loro erano più intorno ad un boccale di birra che per motivi stilistici, benché il disco risentito oggi risulti piacevole, in parte influenzato anche dal nascente fenomeno del folk-rock britannico, da cui sarebbero uscite band come i Fairport Convention, gli Steeleye Span e i molti più raffinati Pentangle, oltre a decine di altre.

Christy Moore Paddy_On_The_Road_(1969)

Il nostro amico non era già più un giovane di belle speranze, considerando che aveva 24 anni, e nel Regno Unito dell’epoca molti erano quasi alla fine della carriera a quella età, George Harrison e Paul McCartney avevano solo 2-3 anni più di Moore. Comunque parecchi musicisti irlandesi si spostavano in Inghilterra dove c’erano molte più possibilità di lavorare, e anche la scena folk più tradizionale era in piena fioritura, tanto che che Christy Moore decide di tornare in Irlanda, dove nel 1972 viene pubblicato il suo primo vero album solista, ovvero

Christy Moore Prosperous_album_cover

Prosperous – 1972 Tara Music ***1/2, disco che prende il nome di una città delle Contea di Kildare, e dove il nostro amico, voce solista e chitarra, è affiancato da Andy Irvine, mandolino e mouth organ, Liam O’Flynn, uileann pipes e tin whistle e Donal Lunny, chitarra e bouzouki, che quasi subito dopo diventano i Planxty, ma nel disco in questione sono affiancati anche da Kevin Conneff, futuro Chieftains, al bodhran, Clive Collins al violino e Dave Bland alla concertina, entrando stilisticamente in contrasto con i citati Dubliners, più orientati verso un suono da pub, vicini ai Chieftains che cominciavano ad ampliare i loro orizzonti sonori, gli Sweeney’s Man, nei quali militavano proprio Irivine e Terry Woods, di lì a poco negli Steeleye Span e in futuro nei Pogues, oltre a Johnny Moynihan, prima nei Planxty e poi nei De Danann, dove andrà a sostituire proprio Irvine. Quindi come vedete c’era un forte intreccio e interscambio nel filone folk, prettamente più acustico e rigoroso, ma con nuove traiettorie sonore meno tradizionali rispetto alla tradizione, se mi scusate il bisticcio, anche se il repertorio veniva in gran parte da lì, come dimostra Prosperous, dove a fianco di un solo brano di Moore, la mossa e deliziosa I Wish I Was In England https://www.youtube.com/watch?v=e7SpMXFFRDE , c’erano ben sette traditionals arrangiati dallo stesso Christy, oltre ad un pezzo di Bob Dylan Tribute To Woody https://www.youtube.com/watch?v=fFkKmqcqOTI , uno dello stesso Guthrie The Ludlow Massacre https://www.youtube.com/watch?v=ktWxFtkL314 , che illustrano un approccio più cantautorale che già da allora è una caratteristica di Moore, ottime anche A Letter To Syracuse di Bill Caddick e Spancil Hill, famosa per un futuro duetto di Christy con un non più giovane, ma comunque sdentato ed “inebriato” Shane MacGowan https://www.youtube.com/watch?v=_iUEwB4ME3I , oltre a Raggle Taggle Gypsy ;Tabhair Dom Do Lámh  https://www.youtube.com/watch?v=RCJxHXax6LA poi nel primo Planxty.

christy moore the early years 1969-81

Ben sei delle canzoni del disco sono contenute in The Early Years 1969-1981 –2020 2CD +DVD Tara/Universal ****, che è stato il motivo scatenante di questo articolo e dalla cui recensione potete attingere per recuperare altre informazioni sul primo periodo della carriera di Moore. Nello stesso anno inizia la prima parte dell’avventura con i Planxty che si svolgerà in tre fasi e che accorpiamo qui sotto

planxty 1

The Planxty Years 1972-1974 – 1979-1983 – 2004

PlanxtyAlbum

Planxty – 1973 Polydor/Shanachie****1/2 Uno dei dischi più belli dell’epopea del folk, ma lo sono tutti quelli della band: Christy Moore, Andy Irvine, Donal Lunny e Liam O’Flynn crearono una unità di intenti e una alchimia di suoni raramente riscontrati in altri gruppi dell’area celtica. Dall’apertura con il medley Raggle Taggle Gypsy / Tabhair Dom Do Lãmh, già presente in Prosperous, fino alla conclusiva The Blacksmith è tutto un susseguirsi di brani splendidi, Moore è il leader indiscusso, ma gli altri non sono dei semplici comprimari https://www.youtube.com/watch?v=SHefR3Ttd_c&t=6s . Tra reel, brani tradizionali arrangiati collegialmente, un brano di Ewan MacColl, una canzone di Andy Irvine, vari strumentali il disco, registrato a fine 1972 e pubblicato all’inizio del 1973. si ascolta con immenso piacere. Lo stesso anno esce

Planxty Wellbelowalbum

The Well Below The Valley – 1973 Polydor/Shanachie****1/2 Stessa formazione anche per questo album e pari risultati superbi, dodici brani in tutto https://www.youtube.com/watch?v=AcAPM-98JQw , con di nuovo solo un brano di Andy Irvine, mentre il resto è composto da traditionals arrangiati dalla band, quattro strumentali mi pare, tra gighe, reels e hornpipes, non vi ricordo i titoli del disco perché sono tutti eccellenti https://www.youtube.com/watch?v=0p3fN0RSmpM . L’anno successivo esce il terzo album

Planxty Coldblowplanxty

Cold Blow And The Rainy Night – 1974 Polydor/Shanachie****1/2 Già è bello dal titolo, fortemente evocativo. Per l’occasione c’è una novità significativa. In formazione entra anche il citato poc’anzi Johnny Moyniham a voce, bouzouki, violino e tin whistle, questa volta il repertorio è tutto tradzionale, proprio per sfizio vi ricordo la splendida iniziale corale Johnny Cope https://www.youtube.com/watch?v=4jjsK0-TfOk , la struggente title-track https://www.youtube.com/watch?v=si9gOQwanwc , e dal lato Moore la delicata e sognante The Lakes Of Pontchartrain, oltre alla lunga conclusiva The Green Fields Of Canada, veramente magnifica https://www.youtube.com/watch?v=iQWgdAew40o . Finita la fase uno, Christy torna alla carriera solista ma noi proseguiamo con gli altri album del gruppo.

Planxty Afterthebreak

After The Break – 1979 Tara/Shanachie***1/2 Esce Moyniham e arriva Matt Molloy al flauto, ex Bothy Band (con Lunny) e futuro Chieftains, sempre repertorio tradizionale arrangiato collegialmente, il vinile ha otto pezzi, nella versione in CD ne vengono aggiunti due. Prodotto da Donal Lunny ai Windmill Lane Studios di Dublino, l’album è forse leggermente inferiore ai tre precedenti, ma è comunque sempre un bel sentire: nel brano Smeceno Horo vengono unite le tradizioni irlandesi e bulgare https://www.youtube.com/watch?v=mHDPesWdFo8 , e una delle due bonus del CD è la bellissima canzone di Irvine The Bonny Light Horseman https://www.youtube.com/watch?v=Ooq3e_PnD68 . L’anno successivo arriva

Planxty Womaniloved

The Woman I Loved So Well – 1980 Tara/Shanachie**** Per l’occasione, oltre a Molloy che rimane come ospite, vengono inseriti in aggiunta Bill Whelan alle tastiere, Noel Hill alla concertina e Tony Linnane al violino: il disco si apre con una bella versione di un brano di Norman Blake True Love Knows No Season https://www.youtube.com/watch?v=7Msq5EubGZE , da notare un vorticoso strumentale The Tailor’s Twist con le uillean pipes di O’Flynn in evidenza e soprattutto https://www.youtube.com/watch?v=QteFInJBdG0 , mezza stelletta in più, per una epica versione di quasi 10 minuti della ballata Little Musgrave, che però tutti conosciamo come Matty Groves https://www.youtube.com/watch?v=vUTfv2P5oW4 . Altri tre anni di attesa e poi la terza reunion del gruppo con

Planxty Wordsandmusicplanxty

Words And Music – 1983 WEA/Shanachie***1/2 ancora line-up espansa con Bill Whelan, ora membro fisso e come ospiti i due violinisti Nollaig Casey e James Kelly, oltre a Eoghan O’Neill al basso elettrico, che nel 1982 era entrato a far parte dei Moving Hearts, altra band collaterale di Christy Moore di cui parliamo subito dopo l’excursus sui Planxty. In questo nuovo album da segnalare parecchi tradizionali tra i quali la lunghissima Lord Baker, arrangiata da Moore che la canta https://www.youtube.com/watch?v=qLFogBHY0Jo , una canzone di Irvine Aragon Mill , preceduta da uno strumentale https://www.youtube.com/watch?v=RzwwwMoGiCY e una ottima versione di I Pity The Poor Immigrant di Bob Dylan https://www.youtube.com/watch?v=60-eFNun2Ho . Altra lunga pausa e per la serie a volte ritornano, per la quarta volta, con un ottimo album dal vivo.

Planxty Live_2004_(Planxty)

Live 2004 – Columbia Sony Music Ireland anche in DVD**** Formazione originale a 4, si tratta di brani estratti da una serie di concerti in giro per l’Irlanda nel tour di quell’anno che riprende la storia da dove si era interrotta con grande fluidità ed eccellenti risultati, visto che dal vivo sono comunque strepitosi, e il DVD ha tre canzoni in più, con versioni magnifiche di tutti i loro classici https://www.youtube.com/watch?v=Nt4ySrsBBSQ .

Appendice 1 Planxty

Planxty Between_the_Jigs_and_the_Reels_-_A_Retrospective

Quatto anni fa esce una “piccola meraviglia” da non lasciarsi sfuggire, ecco quanto avevo scritto, mi cito: Between The Jigs And The Reels 2016 Universal Music **** una sorta di Santo Graal per i fans della band irlandese: un doppio album, CD+DVD, con il DVD come bonus (o se preferite due al prezzo di uno, anche dalla copertina non è chiaro il contenuto), anche con la sterlina che ultimamente dopo la botta della Brexit è risalita di valore, comunque a un prezzo veramente interessante, forse non di facilissima reperibilità, ma assolutamente fantastico per i suoi contenuti https://discoclub.myblog.it/2016/11/26/nuova-inattesa-sorpresa-dallirlanda-planxty-between-the-jigs-and-the-reel-cddvd/ . Il primo dischetto in effetti è “solo” un CD antologico, con 17 brani, tratti dalla loro discografia: ma comunque fondamentale anche per i completisti, con la presenza del raro singolo del 1981 Nancy Spain, che sul lato B presentava la suite composta da Donal Lunny e Bill Whelan, all’epoca in formazione, intitolata Timedance, da cui il secondo poi avrebbe preso spunto per creare la famosa serie di musiche e balletti conosciute in seguito come Riverdance.

planxty timedance

E l’altra chicca fu che il brano venne usato come pezzo da mandare in onda nell’intervallo dell’Eurovision Song Contest (il nostro Eurofestival per intenderci) tenutosi a Dublino il 4 aprile del 1981, con tanto di accompagnamento, insieme ai Planxty di una orchestra sinfonica e di una sezione ritmica https://www.youtube.com/watch?v=VnPI0qEDO5A . E lo si ritrova, in versione Live, anche nel DVD, estratto da un concerto del 1982 al National Stadium. E proprio la parte video è la grande sorpresa di questa confezione: 36 brani registrati per RTE, la televisione irlandese, tra il 1972 e il 1982, più o meno tutti inediti e il vero motivo per cui acquistare questo doppio, anche per chi ha già tutto di questa formazione, Ma che per non li conosce è comunque l’occasione per fare un incontro con uno dei più grandi gruppi della storia del revival del folk anglo-scoto-irlandese, tra innovazione e tradizione, guidato dai due grandi cantanti come Andy Irvine e Christy Moore, con l’ottimo Liam O’Flynn alle uilleann pipes e tin whistles, e il polistrumentista Donal Lunny, futuro catalizzatore anche della Bothy Band e dei Moving Hearts  (con Moore).

Appendice 2 Planxty

planxty one night in bremen

Per la serie la saga non finisce mai, nel 2018 la tedesca Mig Records pubblica One Night In Bremen ***1/2 altra ottima testimonianza di un concerto della band dell’aprile del 1979, nel corso della seconda reunion, 12 canzoni che testimoniano ancora una volta la grandezza del gruppo https://www.youtube.com/watch?v=4U1zAx-DTzI . Passiamo ora ai

Moving Hearts 1981-1985

moving hearts 1981-1985

Quattro album pubblicati tra il 1981 e il 1985, più una reunion nel 2007 per un Live a Dublino in CD+DVD, ma Christy Moore c’è solo nei primi due, ma che dischi ragazzi (non che gli altri siano brutti, visti a Milano dal vivo nel 1984 e anche senza Christy. con Mick Hanly alla voce, erano comunque un fior di gruppo)!

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Moving Hearts – 1981 Warner Music Group **** una delle prime band irlandesi nell’ambito folk celtico ad usare una strumentazione elettrica (non contiamo i gruppi scozzesi, inglesi o misti), forse con l’eccezione dei grandi Horslips, più vicini anche al rock: la formazione originale, con sette elementi prevedeva Christy Moore, voce, chitarra e bodhran, Donal Lunny, voce, bouzouki e synth, Declan Sinnott, chitarre elettriche ed acustiche, uno dei più grandi solisti usciti dalla Emerald isle, Davy Spillane, uilleann pipes, low whistle, un altro strumentista formidabile, Keith Donald sax tenore e soprano, Eoghan O’Neill, basso, anche fretless e Brian Calnan batteria. Questo album omonimo è un piccolo capolavoro: a partire dalla travolgente Hiroshima Nagasaki/Russian Roulette (siamo sempre negli anni del forte impegno anti-nucleare) https://www.youtube.com/watch?v=mAPXTVotR4w , una versione superba di Before The Deluge di Jackson Browne, che se la batte con l’originale https://www.youtube.com/watch?v=s5w5cuNbygg , un formidabile strumentale come McBrides dove girano a mille https://www.youtube.com/watch?v=C15AcKRQR3Q , solo per citarne alcune, ma tutto il disco è bellissimo. L’anno dopo esce

Moving Hearts Dark_End_of_the_Street_Moving_Hearts_LP

Dark End Of The Street1982 Wea ***1/2 Leggermente inferiore all’esordio, ma sempre un ottimo disco: ancora una volta Christy Moore non scrive nessuna canzone, ma come canta. La famiglia a livello autorale è rappresentata dal fratello Barry Moore, il futuro Luka Bloom, che scrive l’iniziale elegiaca Remember The Brave Ones https://www.youtube.com/watch?v=PwwIs9yES8U ; fantastica anche la versione folk-rock di uno dei classici assoluti del soul come Dark End Of The Street https://www.youtube.com/watch?v=yiAK4YvUFbE . Let Somebody Know una delle rare canzoni scritte e cantate da Declan Sinnott, sentire l’assolo https://www.youtube.com/watch?v=JibGMkwMUXo  e Allende, con un infervorata interpretazione di Christy Moore https://www.youtube.com/watch?v=2PLqhasAajg .

Fine della prima parte, segue.

Bruno Conti

Definirlo Controverso E’ Un Eufemismo, Ma Di Certo Era “IL” Produttore Rock Per Antonomasia: A 81 Anni E’ Morto Phil Spector.

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Ho già scritto diversi necrologi per questo blog, ma questa forse è la prima volta in cui non so da che parte cominciare, per la grandezza del personaggio ma anche per il suo essere decisamente controverso e scomodo: il fatto che la morte, per complicazioni dovute al Covid, lo abbia colto lo scorso sabato 16 gennaio nel carcere di Corcoran in California dove era rinchiuso dal 2009 per omicidio della modella ed attrice Lana Clarkson è sintomatico del tipo di soggetto.

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Getty Images

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Sto parlando di Harvey Philip Spector, che tutto il mondo però conosceva come Phil Spector, produttore rock con la P maiuscola ed il primo a mettere la figura di chi stava dietro la consolle sullo stesso piano dell’artista in sala di incisione in fatto di importanza, ed in alcuni casi perfino ad un livello superiore. Spector era senza mezzi termini un genio, un personaggio visionario ed eccezionalmente avanti coi tempi (anche nel vestire), inventore del celeberrimo “Wall Of Sound”, un vero e proprio muro del suono creato usando strumenti rock come chitarre, basso, tastiere e batteria ma duplicandoli ed anche triplicandoli usando una vera e propria folla di musicisti in studio così da creare una sorta di “orchestra rock” (e molto spesso aggiungendo anche sezioni di archi e fiati), facendo anche un ampio uso del riverbero, una tecnica che secondo lui aveva più efficacia con le registrazioni in mono rispetto a quelle in stereo, che non amerà mai.

phil spector Backtomono 1958-1969

Ma Spector non inventò solo un suono (dal quale in seguito presero spunto una miriade di musicisti: Brian Wilson, per esempio, credo che gli dedicherebbe volentieri un monumento, ed anche Bruce Springsteen dichiarò più volte che per Born To Run si era ispirato al Wall Of Sound), ma fu anche uno dei primi produttori a co-scrivere spesso i brani in cui era coinvolto e, specie nei primi tempi, ad orientare le scelte commerciali dei gruppi da lui seguiti e spesso da lui scoperti, così da diventare una sorta di producer-talent scout-manager. Maniaco della perfezione, Spector era capace di far suonare una canzone anche cinquanta volte di fila per trovare la take giusta, esasperando non poco i musicisti in studio con lui, che però si guardavano bene dal dirgli qualcosa, intimoriti dal suo approccio “vagamente” dittatoriale e dal fatto che spesso si presentava in studio armato (pare per sicurezza personale dopo un episodio di bullismo di cui fu vittima nel 1958). Nato nel 1939 nel Bronx da una famiglia ebrea di origine russa non troppo benestante, Phil all’età di dieci anni subisce il trauma del suicidio del padre, ed in seguito si trasferisce con la madre e la sorella a Los Angeles, dove impara a strimpellare la chitarra e comincia ad interessarsi attivamente alla musica rock’n’roll e pop, formando con tre amici di scuola il suo primo gruppo, i Teddy Bears, i quali grazie all’amicizia del nostro con il produttore Stan Ross riescono a registrare e pubblicare qualche singolo: uno di questi, To Know Him Is To Love Him (epitaffio scritto sulla tomba del padre), raggiunge addirittura il primo posto in classifica vendendo ben un milione di copie https://www.youtube.com/watch?v=tIUf6dOGc1c .

phil & ronnie spector

Il successivo singolo ed album non sono però un successo e Phil, sempre più interessato alle tecniche di produzione piuttosto che a stare sotto la luce dei riflettori, scioglie la band, va a New York ed inizia a lavorare sotto le dipendenze dei leggendari songwriters Leiber & Stoller, scrivendo con Jerry Leiber Spanish Harlem che diventerà una hit per Ben E. King https://www.youtube.com/watch?v=OGd6CdtOqEE ; dopo qualche contributo in session come chitarrista unito ad alcune produzioni minori incoraggiato proprio dai due autori, il successo di How Love How You Love Me delle Paris Sisters convince Spector ad intraprendere la carriera di produttore a tempo pieno.

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Tornato a Hollywood, fonda la Philles Records insieme al discografico ed amico Lester Sill, e si specializza nella produzione di singoli pop in cui si trovano le prime tracce del Wall Of Sound, contribuendo al successo di “girl groups” come The Crystals (Uptown, Da Doo Ron Ron, Then He Kissed Me e He’s A Rebel i pezzi volati più in alto in classifica) https://www.youtube.com/watch?v=v-qqi7-Q19k  e The Ronettes (la classica Be My Baby, Walking In The Rain, Baby I Love You), delle quali sposerà la leader Veronica Bennett che ancora oggi a molti anni dal divorzio si fa chiamare Ronnie Spector https://www.youtube.com/watch?v=jSPpbOGnFgk . Altri nomi che conosceranno la popolarità grazie alle produzioni di Phil sono Darlene Love, Connie Francis, Bob B. Soxx & The Blue Jeans e soprattutto il duo vocale maschile dei Righteous Brothers (che non erano affatto fratelli), specie con le famosissime You’ve Lost That Lovely Feelin’ https://www.youtube.com/watch?v=xbg1gkWb0Wo  e Unchained Melody (che conoscerà un eccezionale rigurgito di popolarità nel 1990 grazie al film Ghost), e con la nota River Deep, Mountain High di Ike & Tina Turner, dei quali produce anche l’album dallo stesso titolo https://www.youtube.com/watch?v=e9Lehkou2Do .

phil spector ike & tina turnerike tina turner River.deep.mountain.high

Non è l’unico LP ad avere il nome di Phil alla consolle in questi anni anche se il nostro è sempre stato considerato uno da 45 giri: per esempio il suo A Christmas Gift For You From Philles Records del 1963, con dentro incisioni ad hoc da parte di Ronettes, Darlene Love, Crystals e Bob B. Soxx, è giustamente considerato un ultra-classico della canzone stagionale https://www.youtube.com/watch?v=si_dOztgx9c .

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Se volete una esauriente panoramica del periodo, a parte le varie antologie, se proprio non riuscite a trovare lo splendido box Back To Mono 1958-1969  effigiato sopra (fuori catalogo da una vita, ma usato si trova ancora), dovreste almeno procurarvi il cofanetto del 2011 The Philles Album Collection.

beatles let it be

Nel 1969 arriva una svolta nella carriera di Spector (non necessariamente con risvolti solo positivi) quando John Lennon e George Harrison lo scelgono per produrre quello che diventerà l’ultimo album dei Beatles, cioè Let It Be (Paul McCartney è abbastanza freddino, mentre a Ringo Starr come al solito va bene tutto). E qui cominciano ad arrivare le prime critiche anche feroci nei confronti del lavoro di Spector, a causa delle orchestrazioni che appesantiscono notevolmente soprattutto The Long And Winding Road (Paul, che l’ha scritta, quando la sente per la prima volta inorridisce) e Across The Universe, critiche che arriveranno anche ai giorni nostri al punto che nel 2003 è stata pubblicata una versione remixata e “de-spectorizzata” del disco, intitolata Let It Be…Naked.

john lennon plastic ono bandgeorge harrison All_Things_Must_Pass_1970_cover

Esiti migliori anche a livello di commenti Spector li avrà con i primi due album solisti di Lennon: in John Lennon/Plastic Ono Band il suono è talmente essenziale che il contributo di Phil è quasi impalpabile, mentre con Imagine del 1971 la produzione è equilibrata in maniera quasi perfetta (anche se per il sottoscritto l’apice della collaborazione Lennon-Spector si ha con il singolo Instant Karma!). Anche George sceglie Phil Per il suo debutto, lo strepitoso triplo All Things Must Pass, e qui arrivano ancora diverse critiche negative riguardo a certi arrangiamenti: io non sono d’accordo, in quanto il disco, già grandissimo di suo, è secondo me prodotto in modo magnifico, anche se obiettivamente a brani come Wah-Wah, What Is Life e Awaiting You All avrebbe giovato una mano più leggera.

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Di Harrison Phil produce anche il singolo Bangla Desh https://www.youtube.com/watch?v=eqaDRYDPU5s  e sovrintende alla versione audio del mitico The Concert For Bangladesh  , mentre il ritorno in studio con John per Some Time In New York City patirà l’insuccesso di pubblico e critica dell’album. Il resto della decade vede Spector poco attivo, un po’ per il mutare delle mode musicali ma soprattutto per il suo comportamento imprevedibile ed eccentrico. Nel 1974 entra in studio con Dion per il quale produce Born To Be With You, che esce l’anno successivo al termine di session caotiche ed interminabili, un disco che viene disconosciuto dallo stesso cantante newyorkese che lo definisce “musica da funerale” https://www.youtube.com/watch?v=IyErVrHE0eM .

john lennon rock'n'roll

Nello stesso periodo Lennon chiama ancora Phil perché lo vuole alla consolle per il suo nuovo progetto, un album con canzoni dell’epoca d’oro del rock’n’roll con un sound vintage: qui le cose vanno anche peggio in quanto Spector si conferma del tutto inaffidabile, presentandosi in studio a volte ubriaco, altre vestito da chirurgo, mentre una volta arriva perfino a sparare un colpo di pistola al soffitto proprio vicino alle orecchie di Lennon, che non la prende benissimo. Dulcis in fundo, ad un certo punto John scopre che tutte le sere il produttore trafuga i nastri delle sessions e se li porta a casa per manipolarli a suo piacimento nella notte, per poi riconsegnarli il mattino dopo come se niente fosse: questa, unita all’esasperazione dei vari musicisti per il fatto che Phil faccia loro risuonare all’infinito le canzoni, costringe Lennon a licenziare Spector ed a finire il disco da solo (ed infatti su Rock’n’Roll, 1975, solo quattro pezzi su tredici appartengono alle sessions originali).

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Le controversie continuano quando nel 1977 Leonard Cohen decide di affidare al nostro l’incarico di produrrre il suo quinto album Death Of A Ladies’ Man e anche di mettere in musica i testi di tutti i brani, ma il risultato finale è piuttosto confuso e magniloquente, oltre che inadatto allo stile intimista del poeta canadese (ma Memories mi è sempre piaciuta assai) https://www.youtube.com/watch?v=imHpLMRYknc . Nel 1980 a sorpresa troviamo il nome di Spector come produttore di End Of The Century dei Ramones, un connubio stranissimo visto il tipo di sonorità punk-rock molto diretta del gruppo di New York, ma che, a dispetto delle critiche, secondo me funziona perché dona una luce diversa alle loro canzoni fino a quel momento molto “basiche” https://www.youtube.com/watch?v=Gi9a7IdRiBI . Le nuove tendenze musicali degli anni ottanta escludono completamente il nostro dagli studi di registrazione mandandolo virtualmente in pensione (fatta eccezione per l’album Season Of Glass di Yoko Ono), e per trovare il suo nome su un disco dobbiamo arrivare fino al 2003 quando il non famosissimo gruppo indie inglese Starsailor lo chiama per produrre due brani del loro secondo album Silence Is Easy e lui, inaspettatamente, accetta (anche se il suo contributo non è così evidente) https://www.youtube.com/watch?v=fglU5Ngd-Pk .

Helen Mirren and Al Pacino star in the new HBO film Phil Spector, which was written and directed by David Mamet.

Helen Mirren and Al Pacino star in the new HBO film Phil Spector, which was written and directed by David Mamet.

Nello stesso anno, come ho accennato all’inizio, avviene il fattaccio dell’omicidio della Clarkson, trovata morta a casa di Spector pare a seguito di un gioco pericoloso finito male. Il processo diventa mediatico a causa della fama di Phil, che cade in parecchie contraddizioni e non riesce ad evitare la condanna ad una pena che va dai 19 anni all’ergastolo (ma che lo avrebbe probabilmente portato alla libertà vigilata nel 2024 anche a causa delle precarie condizioni di salute), e di certo non lo aiutano un comportamento sempre più eccentrico ed una serie di improbabili parrucche che Phil sfoggia in aula: la vicenda è stata rappresentata da Phil Spector, un interessante film per la HBO (ma passato anche in Italia) con un Al Pacino formidabile come sempre nella parte del protagnonista. Una vita molto “rock” dunque per colui che, aldilà delle sue malefatte, è stato un vero genio ed innovatore della nostra musica, un’esistenza le cui ultime fasi si potrebbero riassumere con un titolo altrettanto rock: From Jail To Hell.

Marco Verdi

Tra Bluegrass E Country-Rock:The Dillards! Parte II

dillards 2

Seconda Parte

dillards roots and branches

Roots And Branches – 1972 United Artists ***1/2

Finito il contratto con la Elektra esce questo album, dove Billy Ray Latham sostituisce Herb Pedersen, prodotto in California da Richard Podolor: ci sono tre brani di Rodney Dillard il resto sono tutte cover, non celeberrime, Redbone Hound con banjo elettrificato ha sonorità inconsuete ma atmosfere tipiche del gruppo, tra country e bluegrass, con le solite eccellenti armonie, Forget Me Not di Bill Martin è una bella ballatona intensa che ricorda il Gene Clark di quel periodo, One A.M. di tale Paul Parrish è comunque un altro brano di buona fattura, elettrico e pulsante. Come pure la piacevole ma inconsistente Last Morning scritta da Shel Silverstein per Dr. Hook & The Medicine Show, Get Out On The Road scritta da Keith Allison del giro Paul Revere, è una sorta di cowboy song elettrica e vibrante, Big Bayou tra Poco e Nitty Gritty, scritta da Gib Gilbeau di Swampwater e Flying Burrito, è una canzone dedicata alla sua Louisiana. Anche I’ve Been Hurt scritta da Gary Itri, che francamente non conosco, si ascolta con piacere, come la successiva Billy Jack scritta da Rodney, che firma anche la conclusiva a cappella Man Of Costant Sorrow, non quella di Dylan parrebbe, per quanto. Stranamente questo è l’unico disco dei Dillards ad entrare nelle classifiche di vendita americane https://www.youtube.com/watch?v=g0S_iI3AJgU . L’anno successivo esce per la Poppy, l’etichetta di Townes Van Zandt

dillards tribute to an american duck

Tribute To The American Duck – 1973 Poppy/U.A.***

Mitch Jayne molto meno impegnato come bassista, firma con Dillard e Webb ben sei brani, ed è la voce solista nella conclusiva What’s Time A Hog, che si poteva evitare : la formula e la formazione sono le stesse del disco precedente, meno i risultati. Anche in questo caso c’è una ripresa elettrica della vecchia Dooley, e tra i brani nuovi, molti non memorabili, si salvano a fatica l’iniziale Music Is Music, Caney Creek, la morbida Love Has Gone Away, il veloce bluegrass You’ve Gotta Be Strong, arrivando alla sufficienza di stima https://www.youtube.com/watch?v=CBuxBK4NVlk .

La “Seconda Ondata” 1977-1981

Dillards_1977

dillards vs, the incredible

Dopo una pausa di 4 anni i Dillards ci riprovano di nuovo: non c’è più Mitch Jayne che ha lasciato il gruppo nel 1974, a causa di una parziale sordità (ma negli anni va e viene), sostituito da Jeff Gilkinson. La qualità dei dischi inizia a declinare, in modo lento ma quasi inesorabile, però ci sono ancora dischi di buona qualità e soprassalti di eccellenza: The Dillards vs. The Incredible L.A. Time Machine – 1977 Flying Fish ***ha i suoi momenti, come l’iniziale Gunman’s Code, scritta da Larry Murray, Do, Magnolia, Do scritta da Severine Browne, fratello di Jackson, la delicata Softly cantata dal suo autore Gilkinson, che spesso è la voce solista al posto di Rodney, Old Cane Press che rimanda al vecchio bluegrass della band, e la conclusiva Let The Music Flow, l’unica scritta da Dillard https://www.youtube.com/watch?v=6ef9sXfv_Tk , me niente per cui strapparsi le vesti, comunque un disco dignitoso, mai uscito in CD.

dillards decade waltz

Decade Waltz – 1979 Flying Fish *** Vede il rientro in formazione di Herb Pedersen, mentre Latham viene sostituito dal multistrumentista Douglas Bounsall a mandolino, violino, chitarre e voce. Producono Pedersen e Dillard: una bella versione di Greenback Dollar, Easy Ride di Pedersen, la “parodia” Gruelin’ Banjos, e due altri brani di Gilkinson, Hymn To The Road e Mason Dixon, e la solita cover dei Beatles We Can Work It Out https://www.youtube.com/watch?v=zu24jfOot-w , tra i momenti salienti.

dillards mountain rock

Lo stesso anno esce Mountain Rock – 1979 Crystal Clear/Sierra/Laserlight ***1/2 un disco curioso, perché fu registrato con la tecnica del direct-to-disk, in pratica un live in presa diretta, stessa formazione con Bounsall cha lascia il violino a Ray Parks: probabilmente il disco migliore del periodo, con l’ottima Caney Creek ad aprire, tra mandolino, violino, steel ed elettrica, ottime il bluegrass spericolato di Don’t You Cry, la cover di Reason To Believe di Tim Hardin con Gilkinson all’armonica. Le riprese di Big Bayou di Guilbeau e I’ve Just Seen A Face dei Beatles hanno echi del vecchio splendore, come pure High Sierra di Pedersen, uno strumentale bluegrass vorticoso, Fields Have Turned Brown della Carter Family, con le vecchie armonie vocali di nuovo magicamente in azione https://www.youtube.com/watch?v=5KF7wKLUHn0&t=3s . Nella versione in CD viene aggiunta anche una colossale versione di oltre 12 minuti di Orange Blossom Special.

dillards homecoming

L’ultimo disco del periodo è Homecoming and Family Reunion – 1981 Flying Fish ***, con tutta la famiglia Dillard e vecchi e nuovi membri della band: torna Doug, ma ci sono anche Homer Dillard Sr. E Jr., Earl Jay, Brian, Earline (Sissy), Linda, ma quanti sono, spero di averli citati tutti, presenti pure John Hartford, Mitch Jayne, Herb Pedersen, Dean Webb, Jeff Gilkinson e altri, per una sorta di celebrazione cumulativa di tutta la famiglia allargata, dubito sulla reperibilità, ma mai dire mai. Per la più parte si tratta di un ritorno ai suoni tradizionali del passato, il tutto registrato dal vivo: il repertorio, dove i vari protagonisti si alternano alla guida, è costituito da traditionals, con l’eccezione delle ultime tre canzoni Old Man At The Mill, Listen To The Sound, Daddy Was A Mover, scritte da Doug, Rodney, Mitch Jayne e Herb Petersen. Poi per tutta la decade anni ‘80 un lungo silenzio, fino al

dillards 1990

L’Utimo” Ritorno 1990-1992

dillards let it fly

Let It Fly – 1990 Vanguard ***1/2 Per quella che avrebbe potuto essere l’ultima avventura della band, a fianco dei veterani Rodney Dillard, Dean Webb e Mitch Jayne, arriva anche Steve Cooley, mentre Herb Pedersen, che produce l’album, suona anche le chitarre, il dobro e canta in molti brani. Il disco presenta pezzi nuovi e anche versioni rivisitate di loro classici: in Darlin’ Boys una pimpante canzone scritta da Jayne/Dillard/Pedersen, canta Rodney, mentre Byron Berline è al violino; molto bella anche la ripresa di Close The Door Lightly di Eric Andersen, un ennesimo perfetto esempio del loro country-rock, Old Train scritta e cantata da Pedersen, è un’altra eccellente bluegrass song, Big Ship è una ballata corale cantata di nuovo da Rodney, come la successiva, delicata Missing You. In Out On A Limb, altra ottima country song, fa la sua apparizione la pedal steel di Tom Brumley, mentre la band indulge nella proprie classiche armonie vocali https://www.youtube.com/watch?v=f43pO8eOElY , eccellente picking in Ozark Nights, mentre Tears Won’t Dry In The Rain ha un approccio quasi cantautorale con la bella voce di Dillard in evidenza e Brumley va di nuovo di steel, seguita da un altro ottimo esempio di country-rock come Livin’ In The House, scritta da Chris Hillman, e non manca neppure un Bob Dylan d’annata come quello interpretato in One Too Many Mornings, “dillardizzato” alla grande https://www.youtube.com/watch?v=2HMhj-_Nlq0 , e per concludere un album tra i loro migliori, molto bella anche la title track Let It Fly, altro brano di impianto bluegrass progressivo, con Cooley a banjo ed acustica, Berline al violino e Dean Webb al mandolino, cantata ancora un ispirato Rodney Dillard https://www.youtube.com/watch?v=GWhrh95DN7w , voce solista anche nella collettiva Wizard Of Song, altro brano elettroacustico di eccellente fattura.

dillards take along for the ride

Take Me Along For The Ride 1992 Vanguard ***1/2 sarebbe stato l’ultimo capitolo della loro lunga saga (a parte un Live e una antologia) se non ci fosse stato, come ricordato all’inizio, il clamoroso recente ritorno targato 2020 dell’ottimo Old Road New Again di cui avete letto qualche numero fa sul Buscadero. Venendo a Take Me Along For A Ride, siamo di fronte ad un altro buon album, stessa formazione, senza Pedersen e con Cooley e Rodney alla produzione: con il jingle- jangle dell’iniziale Someone’s Throwing Stones https://www.youtube.com/watch?v=F8QPRkEYhUE , l’immancabile canzone dei Beatles, questa volta In My Life https://www.youtube.com/watch?v=289K0Z4BP0E , Like A Hurricane, non quella di Neil Young, ma il brano di Pat Alger, Take Me Along For A Ride sembra un brano dei primi Eagles https://www.youtube.com/watch?v=O7j8wEep_lk , Against The Grain un folk-rock elettrico, Hearts Overflowing un’altra tipica loro ballata mid-tempo, Banks Of The Rouge Bayou sempre nella linea sonora del passato, rivisitato anche nello strumentale bluegrass Wide Wide Dixie Highway e nella cristallina country song Food On The Table. Nel complesso un altro buon album, leggermente inferiore al precedente. Direi che è tutto, si spera di non dover aspettare altri 28 anni per il prossimo album, perché non credo che ce la potremo fare.

Bruno Conti

Tra Bluegrass E Country-Rock:The Dillards! Parte I

dillards 1

Quando nel 1963 appaiono nello show televisivo The Andy Griffith Show, come l’immaginaria famiglia Darling, i Dillards contribuiscono alla diffusione del genere bluegrass, uno stile musicale che alla sua apparizione negli anni ‘40, attraverso la personalità carismatica di Earl Scruggs (nel cui gruppo militava anche Lester Flatt) e quella dei loro arci rivali The Stanley Brothers, aveva vissuto una prima lunga fase di popolarità, inserita nel filone tra folk ed hillbilly music, e con influenze anche di old-time music, tutti influenzati da quello che fu definito “The Father Of Bluegrass”, ovvero Bill Monroe.

dillards darlings

Nei primi tre album, pubblicati tra il 1963 e il 1965 la band sfruttò anche la sempre più popolare presenza del Festival di Newport, che da jazz era diventato Folk, ma accoglieva anche blues, i primi gruppi, strumentali e vocali, e vari sottogeneri. Forti di un contratto con la Elektra, una delle etichette più “avventurose” dell’epoca, il quartetto iniziò a pubblicare tre album, prodotti da Jim Dickson (futuro manager e mentore dei Byrds e tra i “colpevoli” dell’avvento del country-rock). Anche nel loro caso l’occasione per (ri)parlare del gruppo è stata la recente uscita di un nuovo CD Old Road New Again, dopo un silenzio discografico durato quasi 30 anni e interrotto solo da alcune antologie e da una certa attività concertistica, rallentata negli anni, ma mai cessata del tutto https://www.youtube.com/watch?v=S6VJDEVWUrs .

dillards old road new again

Le origini 1963-1965

La band era formata da Rodney Dillard, voce solista e chitarra acustica, dal fratello Doug, virtuoso del banjo, Dean Webb al mandolino e Mitchell Jayne al contrabbasso.

dillards Back_Porch_Bluegrass

Back Porch Bluegrass – 1963 Elektra ***1/2

è il loro esordio, quindici brani per 32 minuti scarsi, con le canzoni che come per il coevo R&R faticavano a superare i due minuti. Un misto di materiale tradizionale e qualche composizione originale, tra i brani contenuti c’era una delle prime versioni discografiche di quella Duelin’ Banjo che qualche anno dopo https://www.youtube.com/watch?v=F0rTTgcK0rg , con una s in più nel titolo, nella colonna sonora di Un Tranquillo Week-end di Paura (titolo originale Deliverance) avrebbe avuto un successo clamoroso. Ma già allora i quattro musicisti del gruppo affrontavano i loro brani a velocità siderali, con banjo, mandolino, chitarra e basso che si inseguivano e si inerpicavano in incroci strabilianti, come nella iniziale strumentale Old Joseph https://www.youtube.com/watch?v=b77s8n-KvYo  e nel brano appena citato, ma anche nei pezzi cantati erano ottimi, grazie alle intricate armonie vocali come in Somebody Touched Me https://www.youtube.com/watch?v=1ANStAB_7SU , in canzoni dove il tempo rallentava come Polly Vaughan, nei quali il folk tradizionale anglo-scoto-irandese incontra la musica dei Monti Appalachi https://www.youtube.com/watch?v=PTvFBqQt2CA , discorso che vale non solo per questo brano ma per tutta la musica bluegrass dei Dillards. Quando è il banjo a guidare, come in Banjo In The Hollow, Hickory Hollow o nella più lenta Doug’s Tune, il mandolino insegue affannosamente, ma chi ascolta si diverte comunque; ogni tanto Rodney , Dean e Mitch riescono ad infilare qualche loro composizione, ma nell’insieme il gruppo è molto unito e la musica scorre senza soluzione di continuità.

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Live…Almost!!! – 1964 Elektra ***1/2

Per il “difficile”secondo album giocano subito la carta del disco dal vivo, registrato alla Mecca di Los Angeles, di fronte ad un pubblico che chiaramente apprezza il virtuosismo dei quattro: confrontato con le regole del mercato, poi codificate negli anni a venire, non c’è neppure un brano già presente nel disco precedente, il concetto di promozione, forse esclusi i nomi importantissimi che apparivano in TV o all’interno dei film, era del tutto sconosciuto all’epoca, soprattutto per chi non faceva musica “commerciale”. E quindi ecco scorrere una selezione di 13 brani, al solito un misto di traditionals e materiale originale: la qualità del suono, per essere un live del 1964 è eccellente, si parte a tutta birra con lo strumentale Black Eyed Susie, il pubblico apprezza anche le battute della band, che si presentano come un gruppo di hillbillies https://www.youtube.com/watch?v=VMZ_3lx4eAU , benché vengano da Missouri e Indiana, ma sono già temprati dalle esperienze televisive come Darling e molto disinvolti, comunque un po’ di nostalgia di casa traspare, come testimonia la bella Never See My Home Again https://www.youtube.com/watch?v=bVZR7uZiC-I , scritta da Rodney e Mitch, autori anche della successiva There Is A Time, dove l’approccio si fa più ricercato, anche grazie alle armonie vocali che affiancano l’immancabile virtuosismo strumentale https://www.youtube.com/watch?v=sXFG5KCbl8k .

dillards bgo

Old Blue è l’occasione per presentare un brano sentito girando per Festival, attraverso le interpretazioni di Joan Baez e Pete Seeger, forse gli intermezzi parlati sono fin troppo lunghi https://www.youtube.com/watch?v=RMw2Fdylb4E , ma la musica fluisce sempre in modo brillante; Sinkin’ Creek è un altro strumentale eccellente di Doug, mentre The Whole World Round, scritta da Mitch Jayne è ispirata dagli Ozarks, mountain music di squisita fattura, prima di ripartire a tutta velocità con lo strumentale Liberty e con la cover della celeberrima Dixie Breakdown di Don Reno, dove gli intrecci degli strumenti sono fantastici. Nel frattempo hanno scoperto anche “Bobby” Dylan (giuro!), di cui rifanno in chiave bluegrass una deliziosa Walkin’ Down The Line https://www.youtube.com/watch?v=jynISJFUpmg  e dal folk tradizionale pescano anche la bellissima Pretty Polly, al solito con la presentazione più lunga della canzone. Nel 1965 la band si trova presa tra due fuochi: da una parte il loro desiderio di innovare il suono, con le nuove tendenze in ambito country e dintorni, dall’altra la richiesta della Elektra (e dei loro fans più tradizionalisti) di avere un nuovo disco strettamente di bluegrass. A questo punto, obtorto collo, decidono di registrare un nuovo album tutto di brani strumentali unendo le forze con l’amico Byron Berline, un violinista che era tra i talenti emergenti del settore, in modo che tutti, letteralmente nelle parole di Rodney Dillard all’epoca “si potessero prendere il disco e infilarselo su per il c…”, se mi passate il francesismo. Comunque

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Pickin’ & Fiddlin’ with Byron Berline – 1965 Elektra ***1/2

Al di là delle premesse, è un signor disco come gli altri, anzi, con l’aggiunta di un violinista gli interscambi tra i vari musicisti si fanno ancora più intricati e gli appassionati, benché un po’ doloranti per dove se lo erano dovuto infilare, godettero comunque. Scusate per i commenti scatologici, la musica rimane eccellente: il violino spesso guida le danze, dall’iniziale Hamilton County passando per Fisher’s Hornpipe, Paddy On The Turnpike, le variazioni di Jazz Bow Rag, la divertente Tom And Jerry, la cowboy song Cotton Patch, la giga Durang’s Hornpipe e così via, forse un po’ ripetitivo, per cercare il pelo nell’uovo, ma molto godibile https://www.youtube.com/watch?v=Wz13efY5kIw . Per chi volesse i tre album insieme si trovano riuniti in un doppio CD della BGO, che vedete sopra.

dillard & clark

A questo punto, per preparare la svolta, iniziano a girare dal vivo insieme ai Byrds, con Doug Dillard che dal banjo passa ad una versione elettrica dello strumento costruita dalla Rickenbacker e aggiungono il futuro batterista dei Buffalo Springfield Dewey Martin, ma Doug non è d’accordo con la nuova direzione della band e lascia, curiosamente per andare a suonare lo stesso tipo di musica nel duo Dillard And Clark https://www.youtube.com/watch?v=ai31IX3vBrE , ma come direbbe Obelix, SPQM, Sono Pazzi Questi Musicisti https://www.youtube.com/watch?v=KMtCrVUtmDg . E così rinnovata la fiducia con la Elektra con un nuovo contratto si passa

dillards 1968

Dal Bluegrass Al Country-Rock 1968-1970

Anche se il genere venne presentato come progressive bluegrass, tra di noi possiamo dircelo era country-rock.

Dillards Wheatstraw_Suite

Wheatstraw Suite – 1968 Elektra ****

Certo gli elementi bluegrass non mancano, ma erano comunque presenti anche in parecchie altre band che iniziavano ad approcciare lo stile: al posto di Doug Dillard arriva l’ottimo Herb Pedersen, voce solista, chitarra ritmica e banio, Rodney Dillard aggiunge chitarra elettrica, dobro e pedal steel, e mentre Dean Webb mandolino e Mitch Jayne contrabbasso rimangono l’area più tradizionalista del gruppo, come ospiti appaiono Buddy Emmons alla pedal steel, Joe Osborn al basso elettrico e alla batteria si alternano Toxey French e Jim Gordon, da lì a poco con Derek And Dominos. Sono solo 13 brani, neppure 28 minuti in tutto, ma insieme al disco della International Subamarine Band di Gram Parsons, ai primi dischi della Nitty Gritty, ai Byrds di Sweetheart Of The Rodeo, gli Everly Brothers di Roots, furono tra i primi ad inquadrare il genere country-rock che poi sarebbe esploso nel 1969. La breve I’ll Fly Away cantata a cappella, è una vecchia gospel song, ma è l’occasione per gustare subito le armonie vocali dei “nuovi” Dillards, Nobody Knows è splendida, banjo e mandolino convivono con il sound più elettrico, la melodia è deliziosa, la parte cantata pure, in Hey Boys la parte bluegrass è ancora prevalente, ma l’approccio è più moderno e meno tradizionale e rigoroso guardate il video live a Playboy After Dark (!!!) https://www.youtube.com/watch?v=PfUpQsGCInE , The Biggest Whatever anticipa Poco e Flying Burrito Brothers (con qualche rimando ai Buffalo Springfield) grazie alla bella voce di Rodney e anche Herb Pedersen ci regala una dolcissima ballata come Listen To The Sound, con qualche piccolo tocco orchestrale, mentre Little Pete anticipa, a tutta pedal steel, quanto farà 20 anni dopo con la Desert Rose Band. Tra le cover spiccano una affascinante e corale Reason To Believe, sempre con uso di archi https://www.youtube.com/watch?v=r4YHyqdUyXw , e anche I’ve Just Seen A Face dei Beatles si presta alla perfezione al sound dei Dillards https://www.youtube.com/watch?v=oAzRJ6vcSdY . Troviamo qualche riempitivo ma nell’insieme il disco è veramente molto bello, ottimo anche il bluegrass -rock di Don’t You Cry e la grande ballata country She Sang Hymns Out Of Time scritta da Jesse Lee Kincaid https://www.youtube.com/watch?v=blihFiUvX0s . Come ottimo è pure il successivo album

Dillards Copperfields

Copperfields – 1970 Elektra ****

Il suono si fa più elettrico, Andy York è il nuovo batterista, Herb Pedersen suona anche la chitarra elettrica e il nuovo produttore John Boylan anticipa i suoi futuri lavori con Linda Ronstadt, Pure Prairie League e Commander Cody. Apre una bella cover di Rainmaker di Harry Nilsson, tra guizzanti steel e chitarre elettriche, oltre alle solite eccellenti armonie vocali https://www.youtube.com/watch?v=xOQT3ivUoKM , segue l’elettroacustica In Our Time di Rodney Dillard che ricorda di nuovo i primi Poco  , e The Old Man At The Mill, un brano firmato coralmente dalla band, con l’aggiunta di Pedersen, già presente come traditional nel primo album del gruppo, qui banjo e mandolino sono ancora gli strumenti principali ma il suono è elettrificato. Touch Her If You Can, con una leggera orchestrazione, sembra quasi un pezzo di CSN https://www.youtube.com/watch?v=vIKvWidhbxY , mentre l’incalzante Woman Turn Around è un tipico country-rock dell’epoca, seguito da una cover di Yesterday dei Beatles, cantata a cappella dalla band in una suggestiva rilettura https://www.youtube.com/watch?v=SphbXd6-IuY , mentre Brother John e Copperfields di Herb Pedersen sembrano quasi dei brani di David Crosby o Gene Clark, entrambi molto belli. West Montana Hanna di Jayne e Pedersen si regge sempre sulle armonie a tre/quattro parti tipiche dei Dillards https://www.youtube.com/watch?v=Cn7maErbtgQ , che poi affrontano la squisita Close The Door Lightly di Eric Andersen, sempre con pedal steel pronta alla bisogna https://www.youtube.com/watch?v=M38LUKpfFkE . Pictures è una avvolgente ballata di stampo westcoastiano, con acustiche arpeggiate e la voce delicata di Doug in evidenza, mentre Ebo Walker, con Byron Berline ospite al violino, dedicata al futuro membro dei New Grass Revival, è effettivamente un bluegrass progressivo, e la conclusiva Sundown di Pedersen è una malinconica ed epica ballata strumentale.

Fine prima parte, segue…

Bruno Conti

Joe Bonamassa – L’Erede Di Eric Clapton O “Solo” Un Grande Chitarrista? Parte II

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Seconda Parte

La Carriera Solista Seconda Parte 2010-2010, Gli Anni Della Consacrazione: Black Country Communion, Collaborazioni Con Beth Hart, Rock Candy Funk Party, Sleep Eazys

A marzo esce il primo disco della nuova decade

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Black Rock – 2010 Mascot Provogue ***1/2 Registrato appunto ai Black Rock Studios nell’isola greca di Santorini il disco sancisce anche il successo commerciale della musica di Bonamassa in giro per tutto il mondo: ancora un brano alla Led Zeppelin come Steal Your Heart Away del bluesman Bobby Parker apre il CD, seguito da una canzone di John Hiatt (per un breve periodo anche lui “cliente” di Shirley) I Know A Place, anche questa duretta, Quarryman’s Lament, influenzata dal folk greco, prevede l’uso di flauto e bouzouki, mentre Spanish Boots, uno dei classici di Jeff Beck, è un altro potente rock-blues. Tra le altre cover, interessanti quelle di Bird On A Wire di Leonard Cohen, di nuovo con elementi folklorici e un violino insinuante, mentre Three Times A Lady di Otis Rush è un solido blues shuffle, e ottima pure la cover di Night Life di Willie Nelson, che vede la presenza di una ancora pimpante B.B. King, e un ottimo uso di fiati e archi, per non parlare della vivace Look Over Yonder’s Wall, un pezzo di Freddie King e il blues anni ‘20 Baby You Gotta Change Your Mind di Blind Boy Fuller e interessante la di nuovo acustica e cooderiana Athens To Athens. Per mantenere la media dei due dischi all’anno a fine anno esce anche il primo album dei Black Country Communion, il supergruppo formato con Glenn Hughes, di Trapeze e Deep Purple, Jason Bonham e Derek Sherinian dei Dream Theater, disco per certi versi anticipato dalle sonorita hard rock di alcuni brani di Black Rock. Li vediamo tutti quattro insieme qui sotto (anzi 5 compreso il Live).

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Black Country Communion – 2010 Mascot Provogue ***1/2 Il sound è evidentemente un omaggio a quello delle classiche band hard rock anni ‘70, in primis Led Zeppelin e Deep Purple: Glenn Hughes, basso e voce è la forza trainante della band, scrive quasi tutti i testi delle canzoni, mentre la musica appartiene ad entrambi, con qualche aiuto dagli altri, come direbbe Abatantuono “viulenza”, Hughes è un ottimo cantante, superiore a Bonamassa, specie nel genere, Joe che “si limita” a suonare la chitarra, sfogando tutta il suo amore per la musica hard, non tutto nel disco brilla, e gli odiatori del Bonamassa “casinaro” stiano a distanza, ma The Great Divide un brano tra Gary Moore e Deep Purple, la lunga cover di Medusa dei Trapeze, un pezzo dall’anima prog, Song Of Yesterday, firmata da Hughes e Bonamassa, tra Zeppelin, Free e qualche citazione Hendrixiana, non sono male, come pure la lunghissima canzone corale conclusiva Too Late For The Sun, oltre 11 minuti, con Bonamassa e Sherinian a dividersi gli spazi solisti, specie nella estesa coda strumentale.

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Black Country Communion 2 – 2011 Mascot Provogue ***1/2 il canovaccio è quello, lo stile sonoro pure, i quattro picchiano sempre come fabbri, qualche variazione sul tema in Faithless, con il suono della chitarra di Joe che rimanda ai Cream, ma Hughes è sempre dalle parti di Purple e Zeppelin, mentre An Ordinary Son è un tributo alla famiglia di Bonamassa, che lo ha sempre sostenuto nella sua carriera, notevole pure il blues lancinante Little Secret: questo è quello che avevo scritto sul disco nella mia recensione dell’epoca “In definitiva: derivativo, già sentito mille volte, con tanti assoli, una voce sopra le righe, tutti gli ingredienti di un disco di musica rock, va bene, hard rock, ma ogni tanto ci vuole”, confermo. Neanche un anno ed ecco che esce, il doppio dal vivo (ma era già uscito a fine 2011 il DVD)

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Live Over Europe – 2012 Mascot Provogue ***1/2 stesso discorso dei precedenti, con un paio di cover aggiunte al menu https://www.youtube.com/watch?v=w82V4gsSW-4 : Burn dei Deep Purple, mentre Sista Jane cita nella coda Won’t Get Fooled Again degli Who e Bonamassa riprende la propria The Ballad Of John Henry. A fine anno esce il terzo album di studio, Bonamassa impegnato anche nella sua carriera solista appare poco come autore e anche il suo rapporto con Hughes inizia a deteriorarsi (tradotto, i due non si possono più vedere).

Black Country Communion Afterglow_album

Afterglow – 2012 Mascot Provogue ***1/2 Prendo di nuovo a prestito quanto scritto dal sottoscritto all’epoca: “Niente di nuovo, ma solo del sano buon vecchio rock, suonato come Dio comanda, vedremo se sarà il loro ultimo capitolo. Nella prima tiratura c’è anche un DVD con il making of e quattro video delle canzoni”. Fine della prima fase, dopo essersene dette di tutti i colori sembrava che la storia fosse finita, e invece

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Black Country Communion IV -2017 Mascot Provogue Mi faccio aiutare ancora dal mio amico che vedo tutte le mattine allo specchio, che scrisse “Con una certa dose di autoironia, il banner che annuncia l’uscita del nuovo album dei Black Country Communion recita, lo riporto in inglese perché fa più scena: “They Said It Would Never Happen!”. E invece è successo, dopo la brusca separazione del 2012, dovuta a quelle che erano state appunto definite inconciliabili divergenze tra Joe Bonamassa e Glenn Hughes, torna il quartetto anglo-americano (Hughes e Bonham sono inglesi) con un quarto album che, forse in omaggio ad una delle loro fonti di ispirazioni sonore, si intitola BCC IV”. Le tre stellette e mezza costanti di tutti gli album, sono ovviamente dirette agli amanti del genere. Nel frattempo il nostro amico, sempre più bulimico a livello discografico nel 2011, a inizio anno, pubblica anche

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Dust Bowl – 2011 Mascot Provogue ***1/2 un altro disco accolto da ottime critiche, con un sound per certi versi più rootsy, visto che il lato più rock lo sfogava con i BCC. Nella gagliarda Slow Train un ottimo blues-rock va di slide alla grande, mentre nella title track ci sono citazioni morriconiane e qualche tocco folk grazie all’uso di strumenti della tradizione greca, nella parte del disco registrata a Santorini. Bellissimo il duetto con John Hiatt nella deliziosa Tennessee Plates e anche quello con Vince Gill nel country-blues Sweet Rowena che mi ha ricordato molto certe cose di Lyle Lovett. Visto che nel 2011 erano pappa e ciccia ce n’è anche uno con Glenn Hughes in una eccellente Heartbreaker dal repertorio dei Free. Kevin Shirley, di cui spesso si dimentica l’importanza nelle scelte di Bonamassa, produce da par suo, con un suono molto ben delineato e sempre “vivo”: ovviamente non mancano i pezzi blues, come The Meaning Of The Blues, un originale di Joe, e la cover di You Better Watch Yourself di Little Walter. Tra le “stranezze” di un musicista che è anche un music lover e ama tutti i generi, pure la rilettura di un altro pezzo di Tim Curry, come l’intensa No Love On The Street, dove va di wah-wah alla grande e una canzone di Barbra Streisand (?!?) Prisoner trasformata in una incantevole blues ballad.

joe bonamassa beth hart

E per citare un modo di dire, non c’è il due senza il tre, nel corso dell’anno esce il frutto di una nuova collaborazione, questa volta con una grande voce femminile, ovvero Beth Hart, un incontro che gioverà a tutti e due, la cantante californiana si trova un grande chitarrista e il musicista newyorchese una delle più valide voci del panorama rock attuale, con la quale esplorare anche soul, R&B, canzone d’autore e standard della canzone americana. Vediamo a seguire gli album registrati insieme, partendo da

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Don’t Explain – 2011 Mascot Provogue ***1/2 Complessivamente 3 stellette e mezza, ma nel CD ci sono alcuni brani dove la chimica tra i due fa apparire delle piccole perle, che poi si ripetono anche negli album successivi: qui vorrei ricordare Sinner’s Prayer un pezzo di Ray Charles, dove sembra di ascoltare l’accoppiata Rod Stewart/Jeff Beck, con Joe al bottleneck e il nuovo tastierista Arlan Schierbaum in grande spolvero, Chocolate Jesus di Tom Waits dove la voce ricorda molto quella di Mary Coughlan, la jazzata e soffusa Your Heart Is As Black As Night di Melody Gardot, Don’t Explain di Billie Holiday, cantata con grande trasporto, e a proposito di grandi voci la cover di I’d Rather Go Blind di Etta James è fenomenale, quasi alla pari con l’originale, e con un assolo superbo di Bonamassa, uno dei migliori della sua carriera, ottima anche Ain’t No Way dove la Hart si misura anche con Aretha Franklin, e lì si soccombe, dopo una strenua difesa, sulle ali della slide di Joe.

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Seesaw 2013 Mascot/Provogue ***1/2 L’istinto mi direbbe di aggiungere mezza stelletta al giudizio per ogni disco, ma mi trattengo per riservarlo al doppio dal vivo. Anche qui parecchi brani fantastici: lo swing di Louis Armstrong Them There Eyes, fiati in spolvero e Beth Hart che fa la gattona, una Nutbush City Limits dove l’accoppiata Joe e Beth rivaleggia con la soul revue di Ike & Tina Turner, la super blues ballad I’ll Love You More Than You’ll Ever Know, scritta da Al Kooper e con un assolo da manuale di Bonamassa, una intensa Strange Fruit di Billie Holiday, e di nuovo l’accoppiata Etta ed Aretha in A Sunday Kind Love e Seesaw dove la Hart si supera come interprete, mentre Joe cesella sullo sfondo.

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Live In Amsterdam – 2014 Mascot Provogue 2 CD DVD**** Oltre ai brani già ricordati nei singoli album, riproposti anche nel doppio dal vivo, Joe e Beth, sostenuti dalla formidabile band di Bonamassa ci regalano un Live tra i migliori della decade: le versioni di I’d Rather Go Blind https://www.youtube.com/watch?v=UEHwO_UEp7A  e I’ll Love You More… sono fantastiche, tra i brani aggiunti spiccano il blues di Freddie King Someday After a While per Bonamassa e la ballata pianistica Baddest Blues per la Hart, in ambito soul Rhymes di Al Green che scatena il pubblico e Something’s Got A Hold Of Me di nuovo della James, in ambito rock una travolgente Well, Well che rinverdisce i fasti di Delaney & Bonnie. Dopo cinque anni tornano con quello che è forse il loro migliore disco in coppia in studio.

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Black Coffee – 2018 Mascot Provogue **** Mi faccio aiutare ancora da quanto scritto dal sottoscritto in passate recensioni: “Beth Hart e Joe Bonamassa presi singolarmente sono, rispettivamente, la prima, una delle più belle voci prodotte dalla musica rock negli ultimi venti anni, potente, grintosa, espressiva, eclettica, con una voce naturale e non costruita,, il secondo, forse il miglior chitarrista in ambito blues-rock (ma non solamente) attualmente in circolazione, entrambi degni eredi di quella grande tradizione che negli anni gloriosi della musica rock, quindi i ’60 e i ’70, sfornava di continuo nuovi talenti che ancora oggi sono i punti di riferimento per chi vuole ascoltare della buona musica”: in Black Coffee evidenziano di nuovo queste caratteristiche, anche grazie alla presenza di nuovi elementi nella band di Bonamassa, Reese Wynans alle tastiere, Michael Rhodes al basso, la sezione fiati e la pattuglia di coriste, guidate da Mahalia Barnes, tra i brani spiccano Give It Everything You Got un pezzo di Edgar Winter in vesione soul revue, con wah-wah di Joe a manetta, Damn Your Eyes, un ennesimo brano di Etta James che ci permette di gustare la voce della Hart, ottima anche Lullaby Of The Leaves della Fitzgerald, di nuovo con rimandi a Mary Coughlan, tra i pezzi più rock Joy di Lucinda Williams, per la seconda volta reinterpretata dalla accoppiata Beth e Bonamassa https://www.youtube.com/watch?v=mkS-q5hq7qY , che poi si esibisce in una versione di Sittin’ On Top Of The World, vicina a quella dei Cream.

JoeBonamassaTourDeForce 1

Per evitare che l’articolo si trasformi in un saggio, vista l’immane quantità del repertorio del nostro amico, cerco di sintetizzare molto di più il repertorio, magari per argomenti, vediamo una selezione di dischi dal vivo che nella seconda decade del 2000 si moltiplicano: sono otto, escluso quello appena citato, a cui sono da aggiungere i 4 DVD della serie Tour De Force Live In London- Mascot Provogue ***1/2 usciti in contemporanea nel 2013 e poi in doppi CD nel 2014, e relativi a quattro concerti tenuti a Londra a marzo in diverse venue, dove a seconda della capienza cambiava il tipo di repertorio, mentre il titolo per ognuno era appunto Tour De Force, e sono tutti molto belli.

Joe_Bonamassa_Beacon_Theatre_Live_from_New_York_album_cover

Però tra le cose migliori del suo repertorio Live c’è sicuramente Beacon Theatre: Live From New York – 2012 Mascot Provogue 2 CD DVD **** due serate speciali al famoso teatro di New York, dove, come nella data londinese alla RAH del 2009, Joe invita sul palco alcuni ospiti: Beth Hart, per la immancabile e strepitosa I’d Rather Go Blind e Sinner’s Prayer, John Hiatt con due suoi brani, Down Around My Place e I Know A Place, infine Paul Rodgers che canta Walk In My Shadow e Fire In The Water dei Free, mentre Bonamassa può rendere omaggio al grande Paul Kossoff, tra le chicche della serata anche Midnight Blues di Gary Moore e Young Man’s Blues degli Who via Mose Allison.

joe bonamassa an acoustic evening

Poi nelle decade parte un sorta di tour discografico dei grandi teatri: An Acoustic Evening at the Vienna Opera House – 2013 Mascot Provogue 2 CD – 2 DVD –  Blu-Ray**** ovvero Joe Bonamassa goes acoustic, ma a modo suo, con altri quattro musicisti sul palco della casa dei Wiener Philarmoniker, oltre a Bonamassa che suona qualsiasi tipo di chitarra, meno quelle elettriche, in modo egregio, ci sono mandolino, violino, mandola, harmonium, nyckelharpa e qualsiasi tipo di percussione, suonata da Lenny Castro. Nessuno dei suoi idoli della chitarra rock e colleghi aveva mai fatto una cosa del genere, riuscita perfettamente https://www.youtube.com/watch?v=v8lOSERcJFE .

joe bonamassa muddy wolf

Nel 2015 non è in un teatro ma in una delle location più suggestive del mondo, l’anfiteatro naturale vicino a Denver Muddy Wolf at Red Rocks – 2015 Mascot Provogue 2 CD DVD **** Come dice il titolo una serata speciale dedicata a Muddy Waters e Howlin’ Wolf, perché Joe (e penso anche il fido Kevin Shirley) cercano sempre un’idea particolare per rendere questi eventi unici https://www.youtube.com/watch?v=GbIr9CUfjZ8 . Una serata speciale sul Chicago Blues della Chess, come lo avrebbero suonato queste grande icone, ma anche i suoi idoli, Beck, Page e Clapton e Jimi Hendrix, di cui riprende nella parte finale della serata Hey Baby (New Rising Sun), grande concerto.

joe bonamassa live at radio city music hall

Lo stesso anno, sempre per la serie dei teatri esce anche Live At Radio City Music Hall – 2015 Mascot Provogue CD+DVD **** meno di 80 minuti, un’altra fantastica performance nella location newyorchese, con un repertorio molto diverso da quello di altri concerti. L’anno successivo approda sulla West Coast, in un altro teatro storico, di Los Angeles

joe BonamassaCarnegie

Live at the Greek Theatre – 2016 Mascot Provogue 2 CD DVD**** Questa volta quale è l’argomento del concerto? Una serata speciale dedicata ai tre grande King del blues, Freddie, Albert e B.B., nell’ordine di apparizione dei loro brani, e, manco a dirlo, un altro disco dal vivo strepitoso https://www.youtube.com/watch?v=qoX0Olfqziw . Lo stesso anno viene registrato (pubblicato l’anno dopo) anche Live at Carnegie Hall: An Acoustic Evening 2017 Mascot Provogue 2 CD DVD **** che non è la replica americana del concerto di Vienna, ma per il 15° disco dal vivo, Bonamassa si presenta sul palco in veste acustica, però accompagnato da una Big Band di nove elementi (lui incluso) con musicisti anche da Cina ed Egitto, per una serata tipo quelle della serie Unpuggled, quando sul palco erano comunque la metà di mille.Altro ottimo concerto.

joe bonamassa british blues explosionjoe bonamassa sydney

Fedele alla sua filosofia del “una pensa e cento ne fa), poi tocca alla serata della British Blues Explosion Live2018 Mascot Provogue 2 CD 2 DVD **** dopo il tributo ai tre Re del blues questa volta tocca alla triade inglese dei “Re” della chitarra, ovvero Jeff Beck, Eric Clapton e Jimmy Page, registrato nell’estate del 2016 nel cortile dell’Old Royal Naval College di Greenwhich, nei sobborghi di Londra: questa volta Bonamassa e la sua band ci danno dentro alla grande, pescando anche nel repertorio di Cream. Jeff Beck Group e Led Zeppelin. L’ultimo live, per ora, fa parte di nuovo della serie dei teatri, siamo Down Under in Australia in un’altra delle location più suggestive del mondo Live at the Sydney Opera House – 2019 Mascot Provogue ***1/2 uscito solo in singolo CD, niente DVD, per ora, ma esistono le immagini, registrato, come il precedente nel 2016, a parte una cover di Mainline Florida di Clapton, solo materiale originale dai suoi dischi di studiohttps://www.youtube.com/watch?v=ntBsXyImdKI . A proposito completiamo la lista delle uscite della decade, a parte Royal Tea del 2020, di cui vi ho parlato recentemente https://discoclub.myblog.it/2020/10/24/saluti-da-londra-abbey-road-joe-bonamassa-royal-tea/ , “solo” altri quattro dischi di materiale nuovo.

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Driving Towards The Dayligth – 2012 Mascot Provogue ***1/2 dopo Dust Bowl che era un disco più “rootsy” questo nuovo ha un suono più duro, molte cover, anche “lavorate” come Stones In My Passway di Robert Johnson, che sembra un pezzo dei Led Zeppelin, come pure il riff inziale di Whole Lotta Love era contenuto in Who’s Been Talking di Howlin’ Wolf https://www.youtube.com/watch?v=L-wz2gxGucM , nell’ambito ballate la rara title track, un pezzo di Danny Korchmar, e sempre in ambito blues (rock) I Got What You Need di Wilie Dixon per Koko Taylor, alla Bluesbreakers, e per la serie l’eclettismo impera, un Bill Withers, un Tom Waits, un Buddy Miller e un Jimmy Barnes.

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Different Shades of Blue2014 Mascot Provogue ***1/2 tutte canzoni originali, a parte la cover iniziale di Hey Baby (New Rising Sun) di  Hendrix, nessuna memorabile, ma una qualità media ottima, visto che c’è spazio anche per blues e soul https://www.youtube.com/watch?v=i7-CTdeRk2s  , grazie alla presenza costante dei fiati.

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Blues Of Desperation – 2016 Mascot Provogue ***1/2 la title track ha sempre elementi degli amati Led Zeppelin, come pure Mountain Climbing molto Jimmy Page, You Left Me Nothin’ But the Bill and the Blues va di boogie, mentre nella tirata e gagliarda This Train Reese Wynans innesta una marcia barrelhouse, Drive ha un approccio più elettroacustico benché sempre con l’uso della doppia batteria https://www.youtube.com/watch?v=euMNVyuqmwo , No Good Place For The Lonely è una blues ballad alla Gary Moore e What I’ve Known for a Very Long Time è uno slow blues alla B.B. King con uso fiati.

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Redemption – 2018 Mascot Provogue ****per il disco numero 13, tra i migliori in studio di Bonamassa si torna di nuovo ad un approccio più roots, nella corale title track tra gli autori troviamo anche Dion, e un assolo micidiale di Joe, nel disco questa volta solo un batterista, ma due chitarristi aggiunti, Doug Lancio e Kenny Greenberg, The Ghost Of Macon Jones è un country-rock and western di ottimo impatto dal ritmo galoppante, con Jamey Johnson, notevole anche un torrido slow blues elettrico, con uso fiati e piano, come Love Is A Gamble dove Joe Bonamassa scatena ancora una volta tutta la sua verve chitarristica in un lancinante assolo e Molly O, tra Led Zeppelin e Black Country Communion, (quasi) la stessa cosa dirà qualcuno.

rock candy funk party

Facciamo un breve passo indietro che tra il 2013 e il 2017, nei ritagli di tempo Joe ha registrato anche quattro album con i Rock Candy Funk Party, un side project dove in teoria Bonamassa è solo ospite, ma in questa band si diletta anche a mettere in mostra la sua passione per fusion, jazz-rock e funky, come da nome della band, il migliore anche in questo caso direi che sia il doppio Rock Candy Funk Party Takes New York: Live at the Iridium – 2014 2CD + DVD ***1/2.

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E sempre in ambito strumentale ad aprile è uscito, sotto pseudonimo, ma lo sanno tutti chi suona, ovvero Bonamassa con tutta la band al completo più John Jorgenson e Jimmy Hall dei Wet Willie, anche l’eccellente disco degli Sleep Eazys – 2020 Easy To Buy – Hard To Sell – Mascot/Provogue***1/2 un omaggio al suo vecchio mentore e maestro Danny Gatton, ma anche al suono di Roy Buchanan e Link Wray, tra i grandi maestri della chitarra elettrica. Ci sarebbero poi da ricordare miriadi di collaborazioni nei dischi di chiunque, ma almeno la citazione della produzione del bellissimo disco da solista di https://discoclub.myblog.it/2019/03/05/anche-lui-per-un-grande-disco-si-fa-dare-un-piccolo-aiuto-dai-suoi-amici-reese-wynans-and-friends-sweet-release/ è doverosa. Forse non sarà l’erede di Eric Clapton (e neppure di Jeff Beck, Jimmy Page e Jimi Hendrix), ma è sicuramente uno dei migliori chitarristi degli ultimi anni. Peccato faccia pochi dischi!

Bruno Conti

Joe Bonamassa – L’Erede Di Eric Clapton O “Solo” Un Grande Chitarrista? Parte I

joe bonamassa 1

Gli Esordi 1991-1996

Quando nel 1991 il nostro amico, alla ricerca di un contratto, viene “gentilmente” rifiutato da varie etichette discografiche, ha solo 15 anni, ma una forte passione per la musica, allora decide di provare con un gruppo e astutamente chiama con lui alcuni “figli di”: c’è Waylon Krieger, il cui babbo Robby militava nei Doors, Berry Oakley Jr. negli Allman Brothers, alla batteria Erin Davis, il figlio di Miles, l’unico senza pedigree personale è “Smokin’ Joe” Bonamassa (giuro!), figlio di Len, che non era famoso, ma aveva un negozio di chitarre, e quindi il destino di Joseph Leonard era già segnato.

joe-bonamassa-age-16-jams-with-robben-fordNato a New Hatford, un sobborgo di Utica, nello stato di New York, nel 1977, Joe fin dalla più tenera età era stato cresciuto a pane e musica, il padre gli faceva sentire i dischi di Eric Clapton e Jeff Beck, che qualche influenza devono pur averla lasciata, come trainer alla chitarra a 11 anni gli fu affiancato Danny Gatton, a 12 apriva per i concerti di B.B. King, quindi stesso palco ma non insieme presumo, ma non c’ero.

bloodline

Nel 1994 i Bloodline pubblicano il primo omonimo album per la Emi/Capitol ***, me lo sono andato a (ri)sentire per scrivere questo articolo e devo ammettere che non era poi un brutto disco, Berry Oakley, che aveva sostituito il primo cantante, oltre a suonare il basso, aveva una bella voce e Joe, con l’aiuto di Krieger junior, alla chitarra già si sapeva fare, andatevi a sentire (se trovate il CD nell’usato) il rimarchevole lavoro al wah-wah in Dixie Peach, o il lavoro delle due soliste all’unisono nello strumentale sudista The Storm, alla produzione doveva esserci Phil Ramone, poi fu chiamato Joe Hardy (Tommy Keene, Georgia Satellites, Green On Red), loro amavano il blues(rock) ma l’etichetta gli chiedeva hard rock, comunque il lungo lentone Since You’re Gone ha qualche elemento alla Lynyrd Skynyrd, che li usarono come band di supporto nel 1995 https://www.youtube.com/watch?v=TuW_6YApSGg .

joe bonamassa 2000

La Carriera Solista, Prima Parte 2000-2009

Nel 2000 la Okeh, una succursale della Epic/Columbia gli propone un contratto, grazie alla reputazione che si era fatto nell’ambiente, e lo stesso anno arriva il primo album

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A New Day Yesterday – 2000 Okeh/Epic ***1/2

joe bonamassa a new day now 1

A New Day Now 20th Anniversary – 2020 JR Adventures/Mascot Provogue ***1/2

Mettiamo insieme le due edizioni del primo disco di Joe Bonamassa, che secondo me più o meno si equivalgono come valore: quella del 2000, registrata ai Pyramid Recording Studios di New York, si avvale della produzione di Tom Dowd, uno dei grandissimi che ha “creato” alcuni dei più bei dischi della storia del rock, tra i quali parecchi proprio di Eric Clapton, del quale Bonamassa per molti è una sorta di erede (se mai si vorrà ritirare, per ora Slowhand annuncia ma poi per fortuna ci ripensa): anche se per altri, pochi ma tignosi, Joe è solo un “casinaro”, benché il sottoscritto appartiene assolutamente, come la maggioranza degli ascoltatori del buon rock, del blues e di tutti i generi che suona il nostro amico, ai suoi estimatori. Chiarito questo concetto continuiamo, anzi iniziamo ad esaminare la sua copiosa discografia. Tornando a A New Day Yesterday, tra i fattori negativi c’è la presenza di una band che lo accompagna non proprio di prima fascia, onesti musicisti, ma Creamo Liss al basso e Tony Cintron alla batteria, per quanto bravi, alzi la mano chi a parte questo disco li hai mai sentiti nominare (Cintron, ho controllato, suona comunque in parecchi dischi di fusion e jazz); tra i lati positivi la presenza come ospiti di Rick Derringer a chitarra e voce in Nuthin’ I Wouldn’t Do (For a Woman Like You), un ottimo brano di Al Kooper, in If Heartaches Were Nickels uno splendida canzone di Warren Haynes, ci sono Gregg Allman a voce e organo e Leslie West alla seconda chitarra  https://www.youtube.com/watch?v=yRem6f0bmIE (che misteriosamente scompaiono nella versione del ventennale di A New Day Now), in un brano, ma è marginale, c’è anche il babbo di Joe, Len alla chitarra.

joe bonamassa 2001

Tra i plus della versione 2020 c’è l’ottimo lavoro di masterizzazione e mixaggio di Kevin Shirley che ha attualizzato il sound (per quanto la versione di Dowd suonava ottimamente) e inserito le nuove parti vocali di Bonamassa che le ha volute reinciderle con la sua voce attuale, più matura, calda e sicura, rispetto al giovane Joe del 2000, non disprezzabile comunque già all’epoca. Tra le bonus della nuova edizione ci sono tre brani del 1997, scritti con Steven Van Zandt e prodotti dallo stesso, francamente non memorabili, tra cui una irriconoscibile I Want You di Dylan, veramente bruttarella. Molto bello in entrambe le versioni il trittico di canzoni iniziali, Cradle Rock di Rory Gallagher https://www.youtube.com/watch?v=hVyhZ6rEbkI , Walk In My Shadow dei Free e A New Day Yesterday dei Jethro Tull https://www.youtube.com/watch?v=h1TAQa-IP8I , oltre alla cover conclusiva di Don’t Burn Down That Bridge di Albert King, che indicano che la stoffa del fuoriclasse è già presente.

Nel 2001 nel corso del tour americano di 60 date viene registrato il suo primo album dal vivo

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A New Day Yesterday Live – 2002 Premier Artists ***1/2 nel 2004 anche DVD con tre tracce aggiunte. La formazione che accompagna Bonamassa è il classico power trio, con Eric Czar al basso e Kenny Kramme alla batteria. La data è il dicembre 2001 a Fort Wayne, Indiana: il repertorio verte soprattutto su materiale tratto dal disco di studio, prima di Cradle Rock c’è una breve jam dove Joe va di slide, mentre la band sembra rocciosa anziché no, come testimoniano versione gagliarde dei pezzi di Gallagher, Free, un medley strumentale strepitoso di Steppin’ Out, lato Clapton e Rice Pudding di Jeff Beck https://www.youtube.com/watch?v=KntOQU-Sqkg , mentre c’è una lunga I Know Where I Belong, uno dei brani migliori scritti da Bonamassa per il disco di studio, anche A New Day Yesterday dei Jethro Tull è preceduta da un lungo assolo del nostro al wah-wah, a dimostrazione che il musicista newyorchese era già un axeman fantastico e dal vivo un grande perfomer, come confermano potenti versioni di Walk In My Shadow https://www.youtube.com/watch?v=dv6vmWF8ZRE  e dell’intenso slow blues If Heartaches Were Nickels. Negli extra del DVD, che sarebbe il formato da avere, ci sono una improvvisazione per chitarra che precede Are You Experienced di Jimi Hendrix e Had To Cry Today dei Blind Faith di Clapton, che poi darà il titolo al 4° album di studio del 2004  https://www.youtube.com/watch?v=xjQvapPsfa8. Già allora Bonamassa comincia a sviluppare la sua bulimia discografica, con almeno un disco di studio all’anno, oltre a Live a go-go e progetti collaterali con altre band nel futuro.

Visto che la produzione è immane (circa una cinquantina di dischi e DVD in venti anni) per evitare di trasformare l’articolo in un romanzo cercherò di concentrare i contenuti, ma dubito di farcela. Sempre nel 2002 esce

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So It’s Like That – 2002 Medalist **1/2 prodotto da Cliff Magness, noto per il suo lavoro con Avril Lavigne (?!?): un disco di transizione, dove Bonamassa scrive tutti i brani insieme ad altri, il lavoro della chitarra è spesso fantastico come nella iniziale My Mistake, ma molte delle canzoni virano verso un hard rock di maniera, per quanto Czar e Kramme siano una buona sezione ritmica, Joe all’epoca non era ancora un grande autore, e non si vive di soli assoli, per quanto nello shuffle blues della title track e nella lunga e tirata Mountain Time ci dia dentro alla grande. Ma già l’anno dopo realizza un disco quasi completamente dedicato alle 12 battute, sin dal titolo, uno dei suoi migliori in assoluto

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Blues DeLuxe – 2003 Medalist Records **** Anche ottimo il produttore Bob Held, pure lui con un passato “metallurgico” qui però dimenticato, il repertorio è impeccabile, Jon Paris di winteriana memoria viene aggiunto all’armonica e Benny Harrison all’organo: You Upset Me di B.B,.King, con un approccio non dissimile da quello di Gary Moore, il boogie Burning Hell di John Lee Hooker dove sembra di ascoltare gli ZZ Top, i Canned Heat o Johnny Winter https://www.youtube.com/watch?v=zDoJPKR7Xz4 , una formidabile versione appunto del super lento Blues DeLuxe di Jeff Beck, con un assolo soffertissimo https://www.youtube.com/watch?v=7hQPDQidI2c , e ancora la funky Man Of Many Words di Buddy Guy, l’acustica Woke Up Dreamng scritta dallo stesso Joe, che firma anche l’ottima blues ballad I Don’t Live Anywhere, degna dei Bluesbreakers di Mayall, prima di andare di bottleneck in una fremente Wild About You Baby di Elmore James, e lavorare di fino in Long Distance Blues di T-Bone Walker, prima di scatenare la potenza della band in Pack It Up di Freddie King e nello strumentale Left Overs di Albert Collins, e il rigore blues di Walking Blues di Robert Johnson. Insomma Bonamassa mette a frutto gli anni di ascolto sui dischi del babbo, mentre l’anno dopo esce il primo disco per la Provogue con il ritorno al rock-blues, ma variegato e raffinato di

JoeBonamassaHadToCryToday

Had To Cry Today – 2004 Mascot Provogue ***1/2 Bob Held è di nuovo il produttore, i musicisti (che ho rivalutato, ascoltando i dischi, dopo anni che non li sentivo) sono gli stessi del precedente CD: un misto di cover e brani originali di Bonamassa, che migliora come autore, con delle punte di eccellenza in Never Make Your Move To Soon dal repertorio di B.B. King, bonamassizzata (se si può dire) per l’occasione, una vorticosa Travelin’ South di Albert Collins a tutta slide, l’intenso lento Reconsider Baby di Lowell Fulson, fatto anche da Clapton e Gregg Allman, molto buona anche l’elettrocustica Around The Bend, dai retrogusti country, firmata dal nostro amico, che poi rende omaggio prima a Danny Gatton nella twangy Revenge Of The 10 Gallon Hat, alla faccia di chi dice che non abbia una grande tecnica, e anche all’amato Eric nella cover di Had To Cry Today, il bellissimo pezzo di Steve Winwood per i Blind Faith , dove gli assoli di Bonamassa rivaleggiano con quelli di Manolenta https://www.youtube.com/watch?v=XPYpPwGm5GY , eccellente anche lo strumentale acustico Faux Martini con influenze flamenco. A questo punto il nostro rovina un po’ la media delle uscite perché nel 2005 non esce nulla, ma l’anno dopo ecco arrivare

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You And Me – 2006 Mascot Provogue – ***1/2 il primo album con il produttore Kevin Shirley, che d’ora in avanti sarà alla guida di tutti i suoi dischi. Solita formula, rock con venature blues o viceversa, ma nuova band, Carmine Rojas al basso, che rimarrà con Joe fino a metà della successiva decade, Jason Bonham alla batteria, solo in questo album (ma poi presenza costante nei Black Country Communion), forse scelto anche perché nel disco c’è una cover di Tea For One dei Led Zeppelin, dove per la prima volta Shirley inizia ad usare gli archi in un disco di Bonamassa, che rilascia un assolo da sballo, grande versione comunque https://www.youtube.com/watch?v=mkpIsv7XHLE , cantata splendidamente da Doug Henthorn, che poi apparirà spesso come vocalist aggiunto negli anni a venire, Rick Melick è alle tastiere. Molto buone anche l’iniziale High Water Everywhere una cover di Charley Patton, molto rock 70’s, Bridge To Better Days tra Free, Bad Company e Foghat con Pat Thrall alla seconda chitarra, Asking Around For You una blues ballad con archi, So Many Roads di Otis Rush, ma la faceva anche Peter Green con John Mayall e Gary Moore. E che dire di una inconsueta e swingata I Don’t Believe di Bobby Bland, o del tradizionale con slide acustica Tamp Em Up Solid che faceva pure Ry Cooder, alla faccia di nuovo di chi dice che Bonamassa non sia eclettico e capace di suonare tutti gli stili, come dimostrano l’epica Django o il blues puro di Your Funeral My Trial di Sonny Boy Williamson tramutato in un rock violento, con il giovanissimovirtuoso dell’armonica L.D. Miller, all’epoca 12 anni, non si sa poi che fine abbia fatto, ma forse non era disponibile John Popper. L’anno successivo in estate esce il settimo album di studio

Joe_Bonamassa sloe gin

Sloe Gin – 2007 Mascot Provogue ***1/2 il primo disco ad entrare nelle classifiche americane, ben al 184° posto, per quanto in alcuni paesi europei la fama di Bonamassa cominci a diffondersi. Quasi in equilibrio brani originali e cover, 6 a 5, e un altro nuovo ingresso nella formazione con l’arrivo di Anton Fig alla batteria, da allora sempre presente sullo sgabello in tutti gli album, una garanzia con la sua classe mista a forza esplosiva, a seconda di quello che serve. Ball Peen Hammer, un intenso brano in bilico tra acustico ed elettrico di Chris Whitley apre l’album, con il solito uso degli archi di Shirley, a seguire One Of These Days uno dei classici rock-blues originali dei Ten Years After, con Joe alla slide  , Seagull, una morbida ballata dei Bad Company di Paul Rodgers, Sloe Gin è una robusta cover orchestrale di un pezzo di Tim Curry, il vecchio protagonista del Rocky Horror Picture Show, non manca il blues-rock di Another Kind Of Love, un brano non molto conosciuto di John Mayall, Bonamassa poi si confronta con il blues lento e tirato di Black Night, un brano di Charles Brown e a sorpresa con una intricata cover di Jelly Roll, un pezzo acustico di John Martyn, e infine uno strumentale orientaleggiante come India. Un altro bel disco, che viene bissato sul finire dell’anno dal secondo album live

JoeBonamassaShepherdsBushEmpire

Shepherds Bush Empire – 2007 Mascot Provogue **** Solo 5 brani, ma non è un mini CD, spiccano i 15 minuti clamorosi di Just Got Paid, il famoso pezzo degli ZZ Top, da sempre uno dei cavalli di battaglia dei suoi show, quando usa la famosa Gibson a freccia e parte per la stratosfera del rock, in un medley che include anche una fantastica Dazed And Confused dei Led Zeppelin, eccellenti anche le cover di Walk In My Shadow e Blues DeLuxe https://www.youtube.com/watch?v=x-EhuaZN-XE . Dal vivo non delude mai, tanto che a breve distanza esce un altro CD dal vivo, il doppio

JoeBonamassaLiveFromNowhere

Live From Nowhere In Particular – 2008 Mascot Provogue ***1/2 registrato durante il tour di Sloe Gin, dal quale vengono estratti cinque brani, ma anche gli altri dischi sono ben rappresentati: ottime Bridge To Better Days, So Many Roads, il medley esotico di India/Mountain Time e quello di Just Got Paid questa volta accoppiata con Django, l’intermezzo acustico con If Heartaches Were Nickels e Woke Up Dreaming, oltre alla conclusiva A New Day Yesterday con lunga citazione finale di Starship Troopers degli Yes https://www.youtube.com/watch?v=ptMM2DKDH5Y . L’anno successivo esce

Joe bonamassa Theballadofjohnhenry

The Ballad Of Joe Henry – 2009 Mascot Provogue ****, uno dei suoi migliori dischi di studio, che ottiene un buon successo di vendite in giro per il mondo, soprattutto in Inghilterra e Olanda dove entra nella Top 30. La title track adattata da un brano di Mississippi John Hurt, vive su un equilibrio sonoro tra sfuriate zeppeliniane e inserti orchestrali ricercati, Stop è una bella ballata della cantante pop britannica Sam Brown, Last Call è un furioso rock-blues scritto dallo stesso Joe, che ben si adatta all’uso della doppia batteria (Bogie Bowles) e della chitarra ritmica di Blondie Chaplin. Nell’album per la prima volta a tratti cominciano ad apparire i fiati e lo spettro musicale si allarga, come nella cover di Jockey Full Of Bourbon di Tom Waits, o in quella di Funkier Than A Mosquito’s Tweeter, un brano scoppiettante con uso di fiati di Ike And Tina Turner https://www.youtube.com/watch?v=cqV9XkgIsZM , oppure nel duro swamp-rock di As The Crow Flies di Tony Joe White https://www.youtube.com/watch?v=tZvHPaIoR4Y . Sulla scia del successo Bonamassa arriva anche a registrare un doppio CD e DVD dal vivo

JoeBonamassaRAH

Live from the Royal Albert Hall2009 2CD/2DVD **** il quarto della decade e uno dei migliori in assoluto della sua carriera, grazie alla location fantastica, al repertorio, alla presenza di un paio di ospiti, uno in particolare, di cui tra un attimo. Magari non ve ne frega niente, ma in quel periodo ho assistito anch’io ad un suo concerto a Milano e sono rimasto molto soddisfatto di quanto visto e sentito. Ormai la doppia batteria è un fatto acquisito, come la presenza dei fiati: vi consiglierei la versione in DVD, perché la parte visiva, specie per uno show alla RAH ha una sua importanza. Quasi due ore e mezza di spettacolo, 19 brani dove esplora tutto il proprio repertorio, con un suono “maestoso”: Django e The Ballad Of Joe Henry illustrano il suo lato più progressive e 70’s rock, So It’s Like That quello blues, con l’intermezzo rock citazionista di Last Kiss, poi c’è la lunga sequenza sulle 12 battute, So Many Roads, Stop!, prima di chiamare sul palco il suo idolo e mentore Eric “Slowhand” Clapton per un duetto/duello nella splendida Further On Up The Road, presenza che realizza un sogno, con i fiati che punteggiano il suono spesso durante il concerto https://www.youtube.com/watch?v=iz41Ea4Kfvk . Intermezzo acustico con la lunga Woke Up Dreaming e la scandita High Water Everywhere con doppia batteria. Di nuovo rock con Sloe Gin e Lonesome Road Blues, poi nella seconda parte di nuovo blues, prima con Paul Jones che sale sul palco con la sua armonica per Your Funeral My Trial, seguita da una strepitosa Blues DeLuxe fiatistica dove Bonamassa distilla il meglio dalla sua chitarra. E gran finale con il trittico finale, Just Got Paid degli ZZ Top con la sua Flying V, brano ricco di citazioni degli Zeppelin https://www.youtube.com/watch?v=0ThfM81Y0ng , la sontuosa e suggestiva Mountain Time https://www.youtube.com/watch?v=xiMqvPYPvQ0  e la deliziosa blues ballad Asking Around For You che conclude un concerto strepitoso.

Fine della prima parte.

Bruno Conti

Best Of 2020: Il Meglio Dell’Anno In Musica Da Riviste E Siti Internazionali. Parte I Le Riviste.

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Sia pure in ritardo rispetto agli anni precedenti ecco il consueto sguardo su quanto hanno decretato riviste cartacee (come noterete non c’è più Q, che ha chiuso a settembre dopo 34 anni) e siti internazionali sui migliori dischi dell’anno appena passato: come saprà chi legge questo Blog il sottoscritto ogni volta trova poco da condividere con i risulati di queste classifiche, ma a livello informativo e di curiosità vi propongo una selezione di queste Year End Lists. Cominciamo da quella stilata da un sito aggregatore che con certosina pazienza fa una media dei punti ricavata da tutte le classifiche e il risultato, almeno la Top 5, la vedete qui sotto: rispetto al passato, pur nella mancanza dei dischi che piacciono a chi scrive su questo Blog, almeno un paio di dischi che si salvano ci sono. Il logo iniziale è preso dal New Yorker.

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1) Fiona Apple – Fetch The Bolt Cutters

https://www.youtube.com/watch?v=GT8HHHuvfK8

phoebe bridgers punisher

2) Phoebe Bridgers – Punisher

https://www.youtube.com/watch?v=Tw0zYd0eIlk

run the jewels rtj4

3) Run The Jewels – RTJ

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4) Taylor Swift – folklore

https://www.youtube.com/watch?v=osdoLjUNFnA

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5) Dua Lipa – Future Nostalgia

Non proprio da strapparsi i capelli per la gioia come vedete, a parte forse Fiona Apple, la cui musica mi ha sempre intrigato: ecco comunque un po’ delle classifiche di riviste e siti vari, dove in alcuni andiamo decisamente meglio, a partire da

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5. Fleet Foxes — Shore

https://www.youtube.com/watch?v=6Jrh1IRv6Pw

Questo album per ora è disponibile solo per il download, in CD uscirà solo il 5 febbraio 2021, ed è il motivo per cui non ne abbiamo ancora parlato,  visto che il disco merita.

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4. Bill Callahan — Gold Record
La canzone del video si intitola Ry Cooder.

https://www.youtube.com/watch?v=m74apAtI2X8

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3. Fontaines D.C. — A Hero’s Death

https://www.youtube.com/watch?v=jLNt8aMNbvY

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2. Fiona Apple — Fetch the Bolt Cutters

bob dylan rough-and-rowdy-ways

1. Bob Dylan — Rough and Rowdy Ways

https://www.youtube.com/watch?v=pgEP8teNXwY

uncut-jan-2021-copy

thundercut it-is-what-it-is-1

5. Thundercat – It Is What It Is

https://www.youtube.com/watch?v=lqDs_quhy0I

https://www.youtube.com/watch?v=rwHQdqxCQQU

drive-by truckers the-new-ok
4. Drive-By Truckers – The New OK

https://discoclub.myblog.it/2020/12/23/il-secondo-disco-del-2020-anche-meglio-del-precedente-drive-by-truckers-the-new-ok/

phoebe bridgers punisher
3. Phoebe Bridgers – Punisher
2. Fleet Foxes – Shore

bob dylan rough-and-rowdy-ways
1. Bob Dylan – Rough and Rowdy Ways

Rolling Stone Best Albums

Rolling Stone Albums

5. Dua Lipa – Future Nostalgia
4. Bob Dylan – Rough and Rowdy Ways
3. Bad Bunny – YHLQMDLG
2. Fiona Apple – Fetch the Bolt Cutters
1. Taylor Swift – folklore

Spin non lo leggo più da una ventina di anni, per cui direi che per le poche riviste musicali cartacee può bastare, nella seconda parte ci occupiamo di alcuni siti.

Fine prima parte.

Bruno Conti

In Ritardo Ma Ci Siamo: Il Meglio Del 2020 Secondo Disco Club, Parte IV

best of 2020

Quarta ed ultima classifica dei migliori dischi dell’anno, con il solito dito alzato verso il 2020, temperato dal fatto che la posto oggi che è il giorno di Natale. Come tutti gli anni mi avvalgo del fatto di essere il titolare del Blog e quindi come è consuetudine la lista del Best è molto ricca ed articolata, con una selezione abbondante di titoli scelti tra le uscite dell’anno, nuove uscite e ristampe sfiziose. Sempre come d’abitudine la prima parte è la lista “ufficiale” che poi verrà pubblicata anche sul Buscadero di Gennaio, non in ordine di preferenza, ma rigorosamente alla rinfusa e anche dopo quello che avevo scelto nel momento preciso in cui l’ho compilata, in seguito naturalmente si sono affacciate altre decine di titoli che mi sono piaciuti tra quelli usciti nel 2020, e li trovate qui sotto, anche se a un certo punto ho dovuto frenarmi perché l’elenco stava raggiungendo dimensioni bibliche, comunque eccoli qui.

Best Of The Year 2020

Migliori Dischi

bruce springsteen letter to you

Bruce Springsteen – Letter To You

https://discoclub.myblog.it/2020/10/17/lo-springsteen-del-sabato-finalmente-e-tornata-la-vera-e-street-band-esce-il-23-ottobre-bruce-springsteen-letter-to-you/

bob dylan rough and rowdy ways 2 cd

BoB Dylan – Rough And Rowdy Ways

tom petty wildflowers and all the rest

Tom Petty – Wildflowers And All The Rest

mary chapin carpenters the dirt and the stars

Mary Chapin Carpenter – The Dirt And The Stars

https://discoclub.myblog.it/2020/08/13/poca-polvere-sotto-i-tappeti-e-tante-stelle-luccicanti-a-scaldare-i-nostri-cuori-mary-chapin-carpenter-the-dirt-and-the-stars/

laura marling song for our daughter

Laura Marling – Song For Our Daughter

https://discoclub.myblog.it/2020/07/18/altra-uscita-monca-solo-in-download-cd-e-vinile-previsti-a-settembre-comunque-un-album-veramente-molto-bello-laura-marling-song-for-our-daughter/

mary coughlan life stories

Mary Coughlan – Life Stories

https://discoclub.myblog.it/2020/10/10/un-altro-grande-disco-di-una-delle-piu-belle-voci-irlandesi-mary-coughlan-life-stories/

dion blues with friends

Dion – Blues With Friends

walter trout ordinary madness

Walter Trout – Ordinary Madness

https://discoclub.myblog.it/2020/08/30/continua-il-filotto-di-ottimi-dischi-per-lomone-di-ocean-city-new-jersey-walter-trout-ordinary-madness/

david bromberg band big road

David Bromberg Band – Big Road

https://discoclub.myblog.it/2020/05/07/ma-allora-qualche-disco-fisico-esce-ancorae-che-disco-david-bromberg-band-big-road/

joe bonamassa royal tea front

Joe Bonamassa – Royal Tea

https://discoclub.myblog.it/2020/10/24/saluti-da-londra-abbey-road-joe-bonamassa-royal-tea/

Forse, dopo un paio di mesi dall’uscita e alla luce di alcuni riascolti, non lo inserirei più tra i migliori in assoluto, comunque rimane un buon album per il sottoscritto.

blackie and the rodeo kings king of this town

Blackie And The Rodeo Kings – Kings Of This Town

https://discoclub.myblog.it/2020/03/09/il-supergruppo-canadese-ci-regala-un-altro-disco-splendido-blackie-and-the-rodeo-kings-king-of-this-town/

victor wainwright memphis loud

Victor Wainwright And The Train – Memphis Loud

https://discoclub.myblog.it/2020/07/07/piccolo-genietto-della-musica-degli-states-ma-grande-musica-victor-wainwright-and-the-train-memphis-loud/

Una delle sorprese dell’anno, ma non per me che ho apprezzato particolarmente anche i precedenti, da sentire assolutamente!  

Ristampe Dell’Anno

richard & linda thompson hard luck stories front

Richard And Linda Thompson – Hard Luck Stories

https://discoclub.myblog.it/2020/09/12/richard-linda-thompson-la-coppia-regina-del-folk-rock-britannico-box-hard-luck-stories-parte-ii/

joni mitchell archives vol.1 front

Joni Mitchell – Archives Vol. 1

https://discoclub.myblog.it/2020/11/07/una-grande-folksinger-muove-i-primi-passi-ecco-la-recensione-del-box-joni-mitchell-archives-volume-1-the-early-years-1963-1967/

cream goodbye tour live 1968

Cream – Goodbye Tour Live 1968

https://discoclub.myblog.it/2020/03/18/anche-con-alcune-piccole-magagne-comunque-un-cofanetto-imperdibile-cream-goodbye-tour-live-1968/

neil young archives vol. 2

Neil Young – Archives II

 

Ed Ecco Tutto Il Resto

 

jimi hendrix Miami_Pop_Festival_album_cover

Jimi Hendrix – Live In Maui

drive-by truckers the new ok

Drive-By Truckers – The New OK

https://discoclub.myblog.it/2020/12/23/il-secondo-disco-del-2020-anche-meglio-del-precedente-drive-by-truckers-the-new-ok/

albert cummings beleive

Albert Cummings – Believe

sonny landreth blacktop run

Sonny Landreth – Blacktop Run

marcus king el dorado

Marcus King – El Dorado

lucinda williams good souls better angels

Lucinda Williams -Good Souls Better Angels

https://discoclub.myblog.it/2020/04/24/sferzate-blues-e-ballate-elettriche-urticanti-dalla-citta-degli-angeli-lucinda-williams-good-souls-better-angels/

shelby lynne shelby lynne

Shelby Lynne – Shelby Lynne

https://discoclub.myblog.it/2020/04/16/si-conferma-una-delle-cantautrici-piu-lucide-brave-e-coinvolgenti-in-circolazione-shelby-lynne-shelby-lynne/

jason isbell reunions

Jason Isbell & The 400 Unit – Reunions

teseky brothers live at the forum

Teskey Brothers – Live At The Forum

https://discoclub.myblog.it/2020/05/22/questo-disco-lo-conferma-ormai-il-nuovo-soul-arriva-anche-dallaustralia-teskey-brothers-live-at-the-forum/

willie nile new york at night

Willie Nile – New York At Night

ruthie foster big band live at the paramount

Ruthie Foster Big Band – Live At The Paramount

eileen rose muscle shoals

Eileen Rose – Muscle Shoals

https://discoclub.myblog.it/2020/05/14/il-titolo-dice-tutto-e-il-contenuto-lo-conferma-alla-grande-eileen-rose-muscle-shoals/

pretenders hate for sale

Pretenders – Hate For Sale

https://discoclub.myblog.it/2020/07/20/torna-la-creatura-di-chrissie-hynde-con-il-miglior-disco-dagli-anni-80-pretenders-hate-for-sale/

nadia reid out of my province

Nadia Reid – Out Of My Province

emma swift blonde on the tracks

Emma Swift – Blonde On The Tracks

rose city band summerlong

Rose City Band – Summerlong

matt berninger serpentine prison

Matt Berninger – Serpentine Prison

grayson capps south front street

Grayson Capps – South Front Street

https://discoclub.myblog.it/2020/09/01/una-sorta-di-antologia-rivisitata-per-celebrare-un-grande-cantautore-grayson-capps-south-front-street-a-retrospective-1977-2019/

shemekia copeland uncivil war

Shemekia Copeland – Uncivil War 

https://discoclub.myblog.it/2020/11/09/probabilmente-la-vera-erede-della-grandi-voci-nere-del-passato-shemekia-copeland-uncivil-war/

dirty knobs wreckless abandon

Dirty Knobs – Wreckless Abandon

Chris_Stapleton_Starting_Over

Chris Stapleton – Starting Over

native harrow closeness

Native Harrow – Closeness

https://discoclub.myblog.it/2020/11/29/la-conferma-di-una-delle-piu-intriganti-band-americane-a-guida-femminile-native-harrow-closeness/

Sempre a mio modesto parere un’altra delle più belle sorprese dell’anno.

jimmy buffett life on the flipside

Jimmy Buffett – Life On The Flip Side

michael mcdermott what in the world

Michael McDermott – What In The World 

allman betts band bless your heart

Allman Betts Band – Bless Your Heart 

dave alvin from an old guitar

Dave Alvin – From An Old Guitar

reckless jelly jackpot americana american girls

Reckless Kelly – American Jackpot/American Girl

https://discoclub.myblog.it/2020/07/23/la-band-texana-non-lascia-ma-raddoppia-e-pubblica-uno-dei-loro-migliori-album-in-assoluto-reckless-kelly-american-jackpotamerican-girls/

george thorogood live in boston 1982

George Thorogood – Live In Boston 1982 

terry allen just like moby dick

Terry Allen & The Panhandle Mystery Band – Just Like Moby Dick

E Per Finire Tre Dischi Che (Quasi) Non Esistono
O meglio sono usciti solo per il download o a tirature super limitate

cowboy junkies ghosts

Cowboy Junkies – Ghosts

https://discoclub.myblog.it/2020/04/12/una-sorpresa-nelluovo-di-pasqua-cowboy-junkies-ghosts/

phish sigma oasis

Phish – Sigma Oasis

https://discoclub.myblog.it/2020/12/01/un-grandissimo-disco-che-per-ora-non-esiste-phish-sigma-oasis/

gillian welch & david rawlings all the good times are past & gone

Gillian Welch & David Rawlings – All The Good Times Are Past Gone

https://discoclub.myblog.it/2020/07/14/un-ritorno-a-sorpresa-ma-molto-gradito-anche-se-per-il-cd-bisognera-aspettare-gillian-welch-david-rawlings-all-the-good-times/

Direi che è tutto, alla prossima.

Bruno Conti