Non Ci Hai Mai Disturbato, Ma Solo Fatto Gioire! Se Ne E’ Andato Oggi Ennio Morricone. Uno Dei Maestri Assoluti Della Musica, Aveva 91 Anni.

ennio morricone

E’ morto questa mattina Ennio Morricone, per le complicazioni post-operatorie seguite alla rottura del femore dopo una caduta casalinga avvenuta alcuni giorni or sono: avrebbe compiuto 92 anni il 10 novembre p.v. Anche se in questo Blog abitualmente non abbiamo trattato questo genere di musica (ma quale?), è indubbio che Morricone sia stato uno dei più grandi geni espressi dalla musica italiana, e non solo, almeno nelle ultime sei decadi: musica per colonne sonore, di cui è stato uno dei Maestri assoluti nel mondo, musica classica e contemporanea, ma anche musica leggera e popolare, sia come compositore che come arrangiatore. Come ha scritto di suo pugno nel proprio necrologio, quando si è reso conto che se ne stava andando: “Io, Ennio Morricone, sono morto. Lo annuncio così a tutti gli amici che mi sono stati sempre vicini e anche a quelli un po’ lontani, che saluto con grande affetto. Impossibile nominarli tutti. Ma un ricordo particolare è per Peppuccio e Roberta, amici fraterni molto fraterni in questi ultimi anni della mia vita. C’è solo una ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata: non voglio disturbare nessuno”!

A seguire alcune delle sue musiche più celebri, prima come arrangiatore ed autore di musica leggera

e poi compositore di musiche da film. Quelle immortali dei film western del suo amico Sergio Leone.

Quella di C’era Una Volta In America.

Alcune candidature agli Oscar, non vinti, ma poi premiati con l’Oscar alla carriera

E l’unico vinto nel 2016 per il Film di Tarantino The Hateful Eight

Quindi altre centinaia di composizioni concepite nel corso degli anni: ancora una volta grazie di tutto e sicuramente non hai mai disturbato. R.I.P.

Bruno Conti

 

Per Il Momento, Il Cofanetto Dell’Anno! Johnny Cash – The Complete Mercury Recordings 1986-1991

johnny cash complete mercury albums

Johnny Cash – The Complete Mercury Recordings 1986-1991 – Mercury/Universal 7CD – 7LP Box Set

Nel 1986 Johnny Cash era senza un contratto discografico, in quanto era stato lasciato a piedi dalla Columbia dopo quasi trent’anni di onorato servizio, trattato come un ferrovecchio solo perché le sue vendite non erano più congrue con gli standard dell’etichetta (nonostante il livello sempre medio-alto dei dischi pubblicati dal nostro anche nella decade in questione, specialmente Rockabilly Blues e Johnny 99, ma anche The Adventures Of Johnny Cash non era affatto male). A nulla era servito l’inatteso successo del debut album degli Highwaymen, supergruppo formato con colleghi che in quel periodo non se la passavano certo meglio come vendite: Cash fu gentilmente accompagnato alla porta come un qualsiasi “has been”. In soccorso del nostro venne però la Mercury, che fu giudicata da Johnny come l’etichetta giusta per ripartire e rilanciarsi, anche se purtroppo l’impresa fallì miseramente, con cinque dischi tanto belli quanto ignorati dal pubblico, al punto che per molto tempo i cinque anni passati presso la label di Chicago sono stati considerati il punto più basso della carriera dell’Uomo In Nero.

johnny cash easy rider

Eppure quei cinque album erano tutti di qualità eccellente, e meritevoli di essere messi al pari dei suoi migliori lavori delle ultime due decadi: a posteriori l’errore di Cash fu forse quello di non voler rischiare più di tanto e di imbastire una sorta di “operazione nostalgia” invece di puntare su un produttore carismatico che lo avrebbe fatto uscire dall’anonimato (cioè quello che in sostanza farà negli anni novanta con Rick Rubin, tornando inaspettatamente in auge), ma anche la Mercury ci mise del suo promuovendo pochissimo l’artista ed in definitiva perdendo presto la fiducia in lui. Oggi quei cinque album (che da tempo erano fuori catalogo) vengono rimessi sul mercato opportunamente rimasterizzati in un piccolo box formato “clamshell” intitolato appunto The Complete Mercury Recordings 1986-1991, una ristampa curata con tutti i crismi dall’esperto Bill Levenson e che aggiunge ai cinque CD già conosciuti due altri dischetti (oltre a qualche bonus track sparsa qua e là): uno è un piacevole “intruso”, mentre il secondo è completamente inedito, anche se non troppo diverso da uno dei cinque originali. Un cofanettino che non esito quindi a definire imperdibile, un po’ per il prezzo contenuto (meno di quaranta euro, mentre la versione in LP è decisamente più costosa) ma soprattutto per la qualità della musica presente, che tende dal buono all’ottimo e rende finalmente giustizia ad un periodo bistrattato della vita artistica del grande countryman (*NDM: esiste anche una versione su singolo CD o doppio LP intitolata Easy Rider con il meglio dai sette album, ma per una volta visto il costo abbordabile mi sento di consigliare senza remore il box). Di seguito dunque una disamina disco per disco.

Class of ’55: Memphis Rock & Roll Homecoming (1986). Ecco l’intruso di cui parlavo prima, un album collettivo in cui Cash divide la scena con Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Roy Orbison, una rimpatriata di artisti che ad inizio carriera incidevano tutti per la mitica Sun Records e sorta di riedizione del Million Dollar Quartet, con Orbison al posto di Elvis Presley (ma nel 1981 c’era stato anche The Survivors, un live album accreditato a Cash, Lewis e Perkins). Class Of ’55 non è un capolavoro, ma un dischetto divertente da parte di quattro leggende in buona forma, suonato in maniera diretta da un manipolo di ottimi sessionmen di varie età, come Gene Chrisman, Bobby Emmons, Marty Stuart, Reggie Young e Jack Clement. Cash è presente come solista in due brani, un pimpante rifacimento di I Will Rock And Roll With You (da lui pubblicata in origine nel 1978) ed un omaggio ad Elvis con We Remember The King, scritta da Paul Kennerley. La sua voce si sente anche nella coinvolgente rilettura collettiva di Waymore’s Blues di Waylon Jennings e nella swingata Rock And Roll (Fais Do-Do), mentre i suoi compagni si difendono egregiamente: Perkins ci mette tutta la grinta possibile nel trascinante rock’n’roll con fiati Birth Of Rock And Roll e poi fa il balladeer nella gospel-oriented Class Of ’55, Orbison fa sé stesso nella ballatona Coming Home e Jerry Lee ondeggia tra country e rock nel classico Sixteen Candles ed in Keep My Motor Running di Randy Bachman. Finale strepitoso con una versione corale di otto minuti di Big Train (From Memphis), scritta l’anno prima da John Fogerty in omaggio ad Elvis ed eseguita con un coro che comprende lo stesso Fogerty, Dave Edmunds, Rick Nelson, June Carter Cash, le Judds ed il leggendario produttore Sun Sam Phillips.

Johnny Cash Is Coming To Town (1987). Il “vero” esordio di Cash per la Mercury, prodotto da Cowboy Jack Clement, è un tipico album anni ottanta del nostro, sulla falsariga di quelli pubblicati per la Columbia: ottimo dal punto di vista musicale ma poco remunerativo per quanto riguarda le vendite. Il brano più noto è indubbiamente la splendida The Night Hank Williams Came To Town, una trascinante country song elettrica caratterizzata dall’immancabile ritmo “boom-chicka-boom” ed uno spettacolare intervento vocale di Waylon Jennings. Tra le altre segnalo grintose riprese di canzoni di Elvis Costello (The Big Light), Merle Travis (la classica Sixteen Tons, proposta “alla Cash”), un doppio Guy Clark (Let Him Roll e Heavy Metal, entrambe ottime) e perfino James Talley con la rockeggiante W. Lee O’Daniel (And The Light Crust Dough Boys), mentre il Cash autore è presente in due occasioni, un luccicante rifacimento di The Ballad Of Barbara e la tipica ma deliziosa I’d Rather Have You.

Water From The Wells Of Home (1988). Visto l’insuccesso del disco precedente Johnny tenta la carta dell’album di duetti, ma le cose non andranno molto meglio. Water From The Wells Of Home è però un lavoro eccellente, con perle come l’iniziale Ballad Of A Teenage Queen, strepitoso rifacimento di un pezzo antico scritto da Clement (che produce ancora l’album) con la partecipazione della figlia di Cash Rosanne e degli Everly Brothers, e That Old Wheel, irresistibile country-rock proposto insieme a Hank Williams Jr., con i due vocioni che si integrano alla grande. Oltre a Rosanne, la famiglia Cash è presente nelle figure del figlio John Carter Cash, che duetta col padre in una coinvolgente rilettura di Call Me The Breeze di J.J. Cale e nella toccante ballata pianistica che intitola l’album, e della moglie June (con Carter Family al seguito) in Where Did We Go Right. Altre gemme sono la bella western song As Long As I Live, con la voce cristallina di Emmylou Harris (nonché i backing vocals di Waylon e signora, cioè Jessi Colter, e la partecipazione dell’autore del brano Roy Acuff), la rockeggiante The Last Of The Drifters, di e con Tom T. Hall, la suggestiva ballata dal sapore irlandese A Croft In Clachan con Glen Campbell, e soprattutto l’inattesa comparsata di Paul McCartney che scrive e canta con Johnny la deliziosa country ballad New Moon Over Jamaica, portandosi dietro la sua band dell’epoca (cioè quella di Flowers In The Dirt e successivo tour).

Come bonus per questo box abbiamo due missaggi alternati di Ballad Of A Teenage Queen e That Old Wheel, praticamente identici agli originali.

Classic Cash – Hall Of Fame Series (1988). Appena quattro mesi dopo l’album precedente Cash pubblica il disco più nostalgico del periodo Mercury: Classic Cash è infatti un lavoro tipico da vecchia gloria, in cui il nostro reincide con un gruppo attuale (ma anche due ex membri della sua antica backing band The Tennessee Three, Bob Wooton e W.S. Holland) venti classici del periodo Sun e Columbia. Un disco elettrico e bellissimo, suonato e cantato in maniera formidabile e forse con l’unico difetto di una produzione un po’ piatta (ad opera dello stesso Cash), che però la rimasterizzazione odierna ha migliorato notevolmente. In pieno 1988 questo non era certo l’album adatto a rilanciare la carriera del nostro, ma di fronte a titoli come Get Rhythm, Tennessee Flat Top Box, A Thing Called Love, I Still Miss Someone, I Walk The Line, Ring Of Fire, Folsom Prison Blues, Cry Cry Cry, Five Feet High And Rising, Sunday Morning Coming Down, Don’t Take Your Guns To Town, Guess Things Happen That Way e I Got Stripes bisogna solo stare zitti ed ascoltare.

Classic Cash – Early Mixes (2020). Questo è il disco “inedito”, nel senso che sono le stesse venti canzoni pubblicate su Classic Cash (ma in ordine diverso), presenti con il missaggio iniziale e non rifinito. I brani sono sempre ovviamente una goduria, e forse ancora più diretti in queste versioni, ma vi consiglio di non ascoltare i due Classic Cash uno di fila all’altro in modo da evitare una certa ripetitività.

Boom Chicka Boom (1990). Album all’epoca poco considerato in quanto privo dei numerosi ospiti di Water From The Wells Of Home (a parte The Jordanaires, gruppo vocale noto per i suoi trascorsi con Elvis), ma tra i migliori del periodo Mercury. Prodotto da Bob Moore, Boom Chicka Boom è un lavoro che fin dal titolo rivela la volontà di Johnny di tornare il più possibile al suo suono originale, ed il risultato finale è davvero ottimo. Puro Cash sound (e totale assenza di ballate), con energiche e convincenti versioni di Cat’s In The Cradle di Harry Chapin (*NDB Di recente rispolverata per la pubblictà di una nota birra) , Hidden Shame ancora di Costello, Family Bible di Willie Nelson, Harley di Michael Martin Murphey ed una strepitosa Veteran’s Day di Tom Russell (all’epoca uscita solo come b-side e presente qui come traccia aggiunta). Ma gli originali di Cash non sono da meno, come l’ironica e trascinante A Backstage Pass e le coinvolgenti Farmer’s Almanac e Don’t Go Near The Water, quest’ultima già incisa dal nostro negli anni settanta. E poi Johnny canta alla grande. Questo è anche il dischetto con più bonus tracks: oltre alla già citata Veteran’s Day abbiamo infatti un’altra b-side (I Shall Be Free), quattro prime versioni di A Backstage Pass, Harley, That’s One You Owe Me e Veteran’s Day, per finire con la scintillante I Draw The Line, un inedito assoluto che poteva benissimo essere incluso nel disco originale.

The Mystery Of Life (1991). Johnny chiude in bellezza il periodo Mercury (ma sempre con vendite deludenti) con quello che forse è il disco migliore dei cinque a parte Classic Cash che però come abbiamo visto si rivolgeva a brani del passato. Ancora con Clement in regia, The Mystery Of Life ci presenta un Cash tirato a lucido che ci delizia con dieci canzoni di notevole portata. L’album inizia con uno strepitoso rifacimento (l’aveva già pubblicata a fine anni settanta) di The Greatest Cowboy Of Them All, magnifica gospel song dotata di un maestoso arrangiamento in stile western. Ci sono altri due brani del passato, due toniche riletture di Hey Porter (appartenente al periodo Sun) e della collaborazione con Bob Dylan di Wanted Man; i nuovi pezzi scritti dal nostro sono I’m An Easy Rider, Beans For Breakfast e Angel And The Badman, uno meglio dell’altro, mentre tra le cover spiccano I’ll Go Somewhere And Sing My Songs Again di Tom T. Hall e The Hobo Song di John Prine, entrambe con la partecipazione dei rispettivi autori. Ed anche la ballata che dà il titolo al disco, scritta da tale Joe Nixon, è decisamente bella. Come bonus abbiamo The Wanderer, ovvero la famosa collaborazione di Johnny con gli U2, forse un po’ fuori contesto qui ma sempre affascinante da ascoltare.

Credo di essermi dilungato un po’, ma era d’uopo riservare il giusto tributo ad uno dei periodi più complicati della carriera di uno dei più grandi musicisti di sempre: The Complete Mercury Recordings 1986-1991 è un cofanetto che non deve mancare in nessuna collezione che si rispetti.

Marco Verdi

In Attesa Del Nuovo Ottimo Album In Uscita A Metà Luglio: Pretenders/Chrissie Hynde Una Storia Lunga Più Di 40 Anni! Parte II

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Seconda parte.

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A questo punto come nuovo solista dei Pretenders arriva Robbie McIntosh, futuro chitarrista della band di Paul McCartney, e al basso Malcolm Foster. Con questa formazione registrano un altro singolo di grande fascino, e successo, come la potente Middle Of The Road, che esce a novembre del 1983 e fa da antipasto al nuovo album Learning To Crawl – Sire 1984 ****, che esce a gennaio, sempre per la produzione di Chris Thomas, e dopo una lunga gestazione, visto che è stato inciso dalla metà del 1982 alla fine del 1983: i due singoli, posti in apertura del disco, sono le colonne sonore portanti dell’album, che comunque presenta altre canzoni di notevole fattura, e mediamente è superiore al secondo album e si avvicina ai vertici del primo, spesso pareggiandoli, l’assolo di armonica della Hynde nel finale di Middle Of The Road è veramente gagliardo.

L’incalzante rock di Time The Avenger, perfetto esempio di power pop, la vorticosa Watching The Clothes, un ennesimo esemplare di impeccabile Pretenders song come Show Me, il country and roll della pressante Thumbelina. E ancora, My City Was Gone, il lato B di Back On The Chain Gang, sempre con Bremner e Butler, una sorta di funky-rock alla Jam, con un sinuoso giro di basso che àncora il groove del brano verso lidi soul, la bellissima Thin Line Between Love And Hate, una cover R&B dei Persuaders, con la presenza di Paul Carrack, piano e seconda voce, e Andrew Bodnar dei Rumour, cantata in modo “divino” dalla angelica voce di Chrissie.

I Hurt You, con un riff circolare e la voce moltiplicata, è quanto di più vicino al reggae questa volta propone il menu, e in chiusura 2000 Miles, il terzo singolo dell’album, che era uscito a novembre 1983, considerata una canzone natalizia, ma anche un accorato ricordo di James Honeyman-Scott, con un delicato jingle-jangle della solista di McIntosh: l’ultimo grande album del gruppo? E’ una domanda, chiedo.

1985-1995 Un Lungo, lento declino, con qualche soprassalto

Questa è una fase classica in generale nella storia delle band. Chrissie Hynde ci mette anche del suo, alla Tafazzi, decretando, dopo la partecipazione al Live Aid nel 1985, e all’inizio delle registrazioni del nuovo album, che Martin Chambers non stava più suonando bene e se ne poteva andare, subito seguito dal bassista Foster, lasciando il gruppo senza sezione ritmica. Nel frattempo, nel 1984, la nostra amica aveva sposato Jim Kerr dei Simple Minds, e nel 1985 aveva avuto la seconda figlia Yasmin, ma anche in questo caso il fattore genetico non ha funzionato e comunque nel 1990 i due divorziano.

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Il nuovo disco, senza il produttore Chris Thomas, oltre alla sezione ritmica, viene registrato in giro per il mondo Get Close – Real Records/Sire 1986 ***, se non altro scegliendo due produttori di pregio come Bob Clearmountain e Jimmy Iovine, nonché una valanga di sessionmen tra cui spiccano T.M. Stevens al basso e Blair Cunnigham alla batteria, più Bernie Worrell alle tastiere, Steve Jordan, Mel Gaynor dei Simple Minds e Simon Phillips alla batteria, Chucho Merchàn degli Eurythmics e Bruce Thomas degli Attractions al basso. Nonostante tutto il cucuzzaro impiegato il disco non è al livello dei precedenti, ma non è neppure orrido (quasi). Il primo singolo My Baby, al solito, è molto piacevole, dedicato alla figlia, e con una certa tenerezza nel cantato, ogni tanto c’è un surplus di chitarre e tastiere, ma si evita il suono turgido anni ‘80; anche When I Change My Life è gradevole, soprattutto per merito della voce di Chrissie, ma Light Of The Moon, scritta da Carlos Alomar, non si può sentire, sembra Let’s Dance parte 2, in peggio, Dance!, per dirla alla Mughini, la aborro, nonostante una incombente chitarra con wah-wah.

Tradition Of Love è un po’ meglio, se non altro ha una parvenza di melodia, anche se i synth impazzano, il divertente singolo Don’t Get Me Wrong solleva in parte le sorti e anche I Remember You un brano giamaicano lite non è da taglio delle vene, la classe vocale fa capolino. Su How Much Did You Get for Your Soul? stendiamo un velo pietoso, con Chill Factor che non sarà un capolavoro ma suona come una canzone dei Pretenders e Hymn To Her è una power ballad di buona qualità, mentre in conclusione viene inserita una cover di Room Full Of Mirrors di Jimi Hendrix, prodotta da Steve Lillywhite che suona come un brano dei Simple Minds o degli U2 più commerciali, anche se McIntosh cerca di metterci del suo.

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Alla fine del tour del 1987 anche lui alza bandiera bianca e abbandona. Lo stesso anno esce The Singles 1979-1987 – Wea/Sire 1987 ****, che raccoglie il meglio dei loro 45 giri, arte dove hanno sempre eccelso, con la “bonus” (mezza stelletta in meno) della cover reggae con gli UB40 di I Got You Babe di Sonny And Cher. Nell’89 anche i due brani per la colonna sonora del film di Bond 007 The Living Daylights non sono il massimo, suono molto sintetico e pure le canzoni non brillano. Altro brano da colonna sonora del film 1969 Windows Of The World, con Johnny Marr alla chitarra, neppure brutto, poi lunga fase di riflessione e nel 1990 si presentano a maggio in studio per registrare un nuovo album

Packed!

Packed! – Sire 1990 ***, con la produzione di Mitchell Froom: in copertina c’è solo il volto della Hynde, nel disco suonano di nuovo Cunningham e Bremner, più sessionmen assortiti, quindi si potrebbe considerare come un album solista con il marchio Pretenders, e ha i suoi momenti, anche se Rolling Stone gli dà addirittura 4 stellette, l’iniziale Never Do That non è malaccio, sembra Back On The Chain Gang parte 2, dove c’era Bremner alla chitarra. Molto gradevoli anche Let’s Make A Pact e la pimpante Millionaires e anche una cover delicata di May This Be Love di Jimi Hendrix con assolo in punta di dita sempre di Bremner.

When Will I See You è una raffinata ballata scritta con Johnny Marr, Downtown (Akron) un grintoso omaggio alla sua città nativa, il solito reggae How Do I Miss You e altri brani senza infamia e senza lode, a parte la romantica conclusiva Criminal, un tipico brano alla Hynde. Passano altri quattro anni ed esce Last Of The Indipendents – Sire 1994 ***,

un buon album nel complesso, che segna il ritorno di Chambers alla batteria dopo anni di esilio, e l’arrivo del nuovo chitarrista Adam Seymour, che poi rimarrà con la band fino al 2007, produce Stephen Street, anche se la “nuova” line-up appare al completo in un solo brano All My Dreams, insieme alla ballate pianistiche 977 e I’ll Stand By You, al tiratissimo R&R Rebel Rock Me e alla bella cover di Forever Young di Bob Dylan, cantata sempre con voce cristallina da Chrissie Hynde.

The Isle of view

L’anno successivo esce il primo Live della band, Isle Of View – Warner Bros 1995 ***, un disco acustico dove la band, accompagnata da una piccola sezione archi, il Duke Quartet, rivisita il repertorio passato, con la presenza dell’ospite Damon Albarn al piano: a me all’epoca non era dispiaciuto, come avevo detto nella mia recensione dei tempi, e risentito oggi confermo, è strano sentirle in versione “unplugged”, ma nel complesso regge, canzoni come Back On The Chain Gang, Brass In Pocket, Hymn To Her, con un solenne harmonium, Lovers Of Today, The Phone Call, I Go To Sleep, la allora recente Revolution, per citare le migliori, come le giri comunque si apprezzano.

1999-2020 L’ultima fase, tra alti e bassi.

Viva_el_amor

Nel 1999, dopo avere collaborato nel 1997 con due brani alla colonna sonora del film di Ridley Scott G.I.Jane, partecipano al concerto in memoria di Linda McCartney, organizzato dalla stessa Hynde, che era una sua grande amica, realizzano l’ultimo album del millennio ( e con la WB) Viva El Amor – Warner Bros 1999 ***, altro disco buono ma non eccelso, buona partenza con il singolo Popstar, dove Chrissie rispolvera la sua armonica, e l’altro singolo, una cover di Human dei Divinyls, sempre pop music di buona fattura ma senza il guizzo di classe. Belle la ballata From The Heart Down e il riff’n’roll moderato di Nails In The Road, in altri pezzi come Who’s Who, Dragway 42 e Baby’s Breath la Hynde si autocita con discreti risultati, il tentativo di lanciarsi come crooner spagnola nella cover di Rabo De Nube di Silvio Rodriguez diciamo che non è memorabile.

LooseScrew

Avanti il prossimo (album) Loose Screw – Artemis 2002 **1/2, prodotto da Kevin Bacon, non l’attore, ma l’ex leader dei Comsat Angels, storica band post-punk britannica, terzo album consecutivo con la stessa formazione, con quasi tutte le canzoni scritte dalla Hynde con Seymour, genere alternative rock, mah, buone recensioni ma a me non fa impazzire, anzi, si salva nello specifico il mid-tempo You Know Who Your Friends Are, ma altrove ben due o tre reggae songs pallose, o la picchiata Fools Must Die e la danzereccia I Should Of, per non dire della elettronica Clean Up Woman. Si salvano ancora, a fatica, la ballata The Losing e Saving Grace, mentre da dimenticare Walk Like A Panther, scritta da Jarvis Cocker.

BreakUpTheConcrete

Passano altri sei anni ed ecco Break Up The Concrete – Shangri-La Music 2008 ***1/2, nuova formazione con il bravissimo chitarrista James Walbourne ( cognato di Richard & Linda Thompson, avendone sposato la figlia Kami nel 2012, con la quale suona negli ottimi Rails), Chambers viene ancora una volta accantonato e sostituito da Jim Keltner alla batteria, mentre alla pedal steel viene aggiunto Eric Heywood dei Son Volt, il tutto per un buon disco, tra roots music e rock vibrante, come nell’iniziale Boots Of Chines Plastic, ballate struggenti come The Nothing Maker, derive country nella deliziose Don’t Loose Faith In Me e Love’s A Mistery, tiratissimi R&R come Don’t Cut Your Hair. In You Didn’t Have To spunta anche una fisa suonata da Walbourne, Rosalee è un blues con i due chitarristi in tiro, tra slide e lap steel, la title track con un ritmo alla Bo Diddley e la dolce One Thing Never Changed completano un album che forse non arriva alle 4 stellette di Mojo e Q, ma ci si avvicina molto, ottimo anche per me.

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A questo punto basta aspettare quegli otto anni, inframezzati da una raccolta e un live, ed ecco arrivare Alone – Bmg Rights Managent 2016 ***1/2, registrato in quel di Nashville, con la produzione di Dan Auerbach dei Black Keys ed uno stuolo di sessionmen tra cui spiccano Richard Swift alla batteria, grande produttore e factotum, scomparso nel 2018, e gli altri tre chitarristi Kenny Vaughan e Duane Eddy (!!) e Russ Pahl alla steel: considerato il titolo potrebbe essere il primo disco solista di Chrissie Hynde, ma il moniker del gruppo è sempre una garanzia per regalarci un altro buon disco, di nuovo molto roots, tra le pigre volute di Let’s Get Lost, il rock sospeso di Chord Lord, il country-rock della delicata Blue Eyed Sky, la “desertica” The Man You Are, alla Calexico, la saltellante One More Day, il retro-rock futurista di I Hate Myself, con il chitarrone di Duane Eddy in evidenza, la bella ballata pianistica Death Is Not Enough, il pop vintage di Holy Commotion, il quasi garage delle gagliarde Alone e Gotta Wait. Ora restiamo in attesa del nuovo ottimo Hate For Sale, previsto a luglio, che segna il ritorno al classico suono Pretenders.

Bruno Conti

In Attesa Del Nuovo Ottimo Album In Uscita A Metà Luglio: Pretenders/Chrissie Hynde Una Storia Lunga Più Di 40 Anni! Parte I

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Quando Christine Ellen “Chrissie” Hynde viveva i primi anni della sua esistenza conscia in quel di Akron, Ohio, era una introversa ragazzina poco interessata alla scuola, al ballo, ai ragazzi ed alle attività sociali in generale, con una eccezione però, la musica, in particolare quella dei gruppi: uno dei suoi passatempi più personali era andare a Cleveland a vedere qualsiasi band passasse da quelle parti, mentre in particolare Brian Jones prima e Iggy Pop poi, avevano destato il suo interesse. A questo punto leggenda, o meglio le sue biografie, suggeriscono che, essendosi trasferita per studio alla Kent State University indirizzo artistico, Chrissie fosse venuta a contatto con la controcultura hippie e avesse sviluppato anche degli interessi per il misticismo orientale e il vegetarianismo (che credo tuttora facciano parte del suo credo), ma quelli sono anche i tempi, inizio anni ‘70, del famoso massacro alla Kent State del 4 maggio (immortalato in Ohio di Neil Young), in cui tra le quattro vittime ci fu anche il fidanzato di una delle sue amiche, e lei stessa era presente ai disordini.

Sempre nello stesso periodo aveva iniziato anche a far parte dei primi gruppi, tra cui i Sat. Sun. Mat, insieme a Mark Mothersbaugh, futuro componente dei Devo. A questo punto arriva la prima mossa cruciale: nel 1973, già 22enne, si trasferisce a Londra, dove inizia a lavorare in uno studio di architetti, ma resiste pochi mesi, prima di entrare, tramite il suo amico Nick Kent (una delle stelle del giornalismo musicale dell’epoca, anche suo boyfriend per qualche anno) nella redazione del NME. Anche questo lavoro dura poco e quindi inizia a lavorare nella allora poco conosciuta boutique SEX di proprietà di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, presso cui conosce gli abituali frequentatori Johnny Rotten e Sid Vicious, dai quali cerca di farsi sposare (non contemporaneamente) per ottenere il permesso di lavoro, e con il secondo ci va molto vicina, al matrimonio. Fallito l’obiettivo, nel 1975 torna a Cleveland, passando per la Francia, dove cerca anche lì di formare una band; ci riprova, sempre in Francia, nel 1976 e lasciato Kent, tenta un approccio con un bassista, membro dei “famosi” Frenchies, con i quali svolge brevemente anche la funzione di cantante.

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Quando ritorna a Londra, si trova nel bel mezzo della nascente scena punk inglese, e incrocia le sue traiettorie con Jon Moss dei Culture Club, Tony James dei Generation X, Mick Jones dei Clash e rischia di far parte anche dei futuri Damned., da lei molto amati. Dopo altri svariati tentativi tra il 1977 e il 1978, finalmente nel 1978 è pronto un demo da dare a Dave Hill, il boss della Real Records, che le suggerisce di mettere insieme un gruppo: detto fatto, vengono contattati Pete Farndon al basso, James Honeyman-Scott alla chitarra e l’ineffabile Martin Chambers alla batteria (ancora oggi con lei). Questo, in sintesi, è il preludio dei futuri Pretenders, così chiamati in onore della cover di Sam Cooke di The Great Pretender dei Platters. se volete ulteriori informazioni esistono dei libri, tra cui l’eccellente autobiografia della Hynde stessa Reckless: My Life As A Pretender, uscita nel 2015, e “spericolata” e “temeraria” è stata sicuramente la carriera musicale di Chrissie, di cui andiamo ora ad occuparci, ispirati in questo anche dal nuovo album della band Hate For Sale, secondo chi scrive (avendolo già ascoltato, visto che doveva uscire il 1° maggio) forse il migliore del gruppo dai tempi dei primi tre, ma di cui ci occuperemo più avanti, perché a causa delle vicende legate al Coronavirus è stato rinviato alla seconda metà di luglio. Ergo, vediamo a livello musicale cosa è successo prima,

1978-1984 Gli Inizi e Gli Anni D’Oro

Come ricordato poc’anzi, dopo il primo demo, ne incidono un secondo come gruppo, tre canzoni, Precious, The Wait e la cover di Stop Your Sobbing dei Kinks, che vengono passate ad uno dei “geni” del pop britannico, Nick Lowe, che produce il primo singolo della band, composto dal secondo e terzo dei brani citati e che entra nella Top 40 dei singoli a gennaio del 1979, Kid con Tattoed Love Boys, più o meno ottiene lo stesso risultato, ma al terzo tentativo, a novembre, il singolo di Brass In Pocket va al primo posto delle UK Charts: merito certamente della musica, ma anche della voce di Chrissie Hynde, un delizioso contralto fino a quel punto non curato a livello tecnico, a causa di problemi uditivi e altre piccole patologie, che comunque non le hanno impedito di diventare una delle voci più inconfondibili del rock degli ultimi 40 anni, oltre che una delle migliori autrici di canzoni dell’universo femminile.

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Il 27 dicembre 1979 negli States e l’11 gennaio 1980 nel Regno Unito (più o meno negli stessi giorni , in cui usciva, a date invertite, London Calling dei Clash) viene pubblicato Pretenders – Real Records/Sire 1979/80 ****1/2, uno dei tanti esordi fulminanti della storia del rock. La frase topica del brano di apertura Precious, in un turbine di chitarre aggressive, un basso trivellante e una batteria devastante, è “But not me, baby, I’m too precious/Fuck off!”, dedicato a un innamorato che è una sorta di Lothario direbbero gli inglesi, Dongiovanni noi italiani, al quale la Hynde manda un chiaro messaggio di andare a farsi fottere, con una energia e violenza mutuata del punk, ma sapendo anche utilizzare con maestria il meglio della musica pop e rock del quarto di secolo precedente: “missiva” che potremmo spedire altrettanto sentitamente al nostro amico Coronavirus (incidentalmente il brano di apertura del nuovo Hate For Sale, la title track, è un brano che essuda, 40 anni dopo, la stessa violenza primeva trattenuta, ma non troppo, tanto che da un momento all’altro mi attendevo un altro bel Fuck Off!).

Anche The Phone Call, The Wait e Mystery Achievement hanno, in misura diversa, la grinta e la energia di quei brani del pop inglese più cazzuto, quello di Yardbirds, dei primi Them, degli Stones, degli Animals, l’epoca di Top Of The Pops, cantati da una “signora” con una voce squillante che sa estrarre il meglio dai suoi pards, soprattutto la chitarra di Honeyman-Scott. Ma Chrissie maneggia con disinvoltura il pentagramma e volteggia con abilità nei diversi stili: il power pop raffinato di Up The Neck, il frenetico e scoppiettante punk-rock di Tattoed Love Boys, poi lascia lo strumentale Space Invader ai suoi soci, che si cimentano in sonorità non dissimili da quelle dei primi Police, ma ci sono anche brani di quel perfetto Pure Pop For Now People teorizzato dal primo produttore Nick Lowe e applicato alla perfezione da quello dell’album, il grande Chris Thomas, in piccoli gioiellini che rispondono al nome di Stop Your Sobbing, raffinata costruzione sonora mutuata del futuro compagno Ray Davies e resa veicolo perfetto per la sua voce che, moltiplicata più volte, la rende una specie di one woman band alla Mamas And Papas, come scrisse qualcuno su Rolling Stone, quando era ancora una rivista autorevole.

Kid è una tipica pop ballad alla Pretenders, deliziosamente retrò, ma con testo crudo e amaro, Private Life è un reggae (rock) genere che di solito non amo, ma faccio qualche eccezione per gente come Graham Parker, Garland Jeffreys, Joan Armatrading, i Clash, i primi Police, che trattano l’argomento appunto da una ottica rock, con un bellissimo assolo di Honeyman-Scott, che è poi l’autore con la Hynde di Brass In Pocket, uno dei più bei singoli pop di sempre, gioioso ed esuberante, una vera squisitezza, ed anche Lovers Of Today è un’altra rock ballad di rara raffinatezza con il vibrato di Chrissie in grande evidenza: mezza stelletta in più per la versione in CD doppia (+DVD), uscita per la Rhino nel 2006 con un secondo dischetto con ben 16 bonus tra demo. cover e live, temo non più disponibile, ma se vi capita di trovarla…

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L’anno successivo, per la serie battere il ferro finché è caldo, ovvero se l’ispirazione regge, esce Pretenders II – Sire 1981 ***1/2 . Leggermente inferiore al precedente, ma sempre un bel disco: il produttore è ancora Chris Thomas. L’ultimo con la formazione originale, il disco esce ad agosto 1981, e come il precedente entra nelle Top 10 inglesi ed americane, preceduto da Extended Play, pubblicato a marzo, che contiene i due singoli che saranno estratti dall’album, che come è consuetudine della band sono anche i brani migliori del lotto. The Adultress apre, voce filtrata, chitarre ruggenti, testi sessuali arditi, ritmi serrati, per una bella partenza, come pure Bad Boys Get Spanked che viaggia a tutta velocità, il solito “punk” intelligente dei Pretenders, sempre con un testo molto diretto.

Message Of Love è il primo singolo, più grintoso e mosso del solito, ma sempre ricco di fascino e classe, I Go To Sleep è la seconda cover di un pezzo dei Kinks, un delicato e sognante valzerino con uso di fiati, cantato in souplesse dalla Hynde, e anche Birds Of Paradise è una ballata mid-tempo elegante e raffinata. Talk Of The Town, il secondo singolo, è un’altra di quelle perfette costruzioni pop di cui i Pretenders sono stati sempre maestri, con la soave voce di Chrissie, anche raddoppiata in multitracking, a galleggiare sulla musica; non mancano ovviamente i brani più grintosi e tirati, come Pack It up e Day After Day, scritti con Honeyman-Scott, la cui trillante chitarra è sempre in evidenza, come pure il solito brano reggae-rock, una tradizione, in questo caso Waste Not Want Not, ottime anche la riffata e ritmata Jealous Dogs e un’altra pop song di eccellente fattura come The English Roses dove Honeyman-Scott piazza un altro assolo dei suoi.

A chiudere un altro album che conferma la vena compositiva della band troviamo Louie Louie, che però non è il super classico di Richard Berry, per quanto come grinta rock’n’roll, tra esplosioni di fiati e la chitarra in modalità slide ci siamo, compresa la fine del brano, troncato di brutto a metà di un passaggio, in puro spirito punk. Al solito, se trovate la versione Deluxe doppia in CD, nel secondo CD ci sono 18 bonus, di cui 15 registrate in un concerto a Santa Monica del 4 settembre 1981, oppure anche una tripla con 25 bonus e un DVD.

Interludio

Il 16 giugno 1982 muore James Honeyman-Scott, per un attacco cardiaco scatenato dalla intolleranza alla cocaina, mentre il 14 aprile del 1983, Pete Farndon, che era già stato licenziato dal gruppo circa un anno prima per gli stessi problemi di droga, viene trovato annegato nel suo bagno per una overdose da eroina. Nel frattempo la Hynde e Chambers avevano cercato di portare avanti ugualmente la band, arruolando il chitarrista dei Rockpile Billy Bremner e il bassista dei Big Country Tony Butler, insieme ai quali registrano Back On The Chain Gang che esce ad ottobre 1982, e secondo me è una delle più belle canzoni pop di tutti i tempi, scritta nel corso della relazione che Chrissie stava avendo con Ray Davies e quando era incinta di tre mesi della futura prima figlia Natalie, della quale visto l’incontro dei geni di due “geni” della musica (scusate ma non ho resistito) mi aspettavo sarebbe potuta nascere chissà quale congiunzione astrale di talenti e invece…ci siamo dovuti “accontentare” di quelli dei due genitori. Comunque tornando a Back On The Chain Gang, si tratta di una vera cattedrale di costruzioni sonore in ambito pop music, una piccola meraviglia (ah, quei coretti, un omaggio a Sam Cooke).

Fine della prima parte, segue…


Bruno Conti

Anche Mister Little “A-Wop-Bop-A-Loo-Bop-A-Wop-Bam-Boom” Richard Se Ne E’ Andato…Ora Rimane Soltanto Jerry Lee!

little richard screaming

Ieri, 9 maggio 2020, il rock’n’roll ha perso uno dei suoi pionieri più fondamentali: si è infatti spento a Nashville, a causa di un tumore osseo, il grande Richard Wayne Penniman, che tutto il mondo aveva imparato a conoscere come Little Richard. Figura importantissima per lo sviluppo del rock’n’roll nell’ambito della musica popolare (iniziò diversi anni prima di un certo Elvis Presley), Richard fu anche il solo esponente di colore del genere insieme a Chuck Berry (ci sarebbero anche Fats Domino e Bo Diddley, benché i loro nomi non sono sempre associati direttamente al rock’n’roll), ma mentre le radici del rocker di St. Louis affondavano nel blues, Penniman fu il primo a contaminare la sua musica con cospicue dosi di rhythm’n’blues, soul e gospel, il tutto unito ad esibizioni infuocate e ad un look stravagante e decisamente trasgressivo per l’epoca.

little richard with the beatles

Oggi la sua figura è poco citata (complice anche la lunga inattività discografica), ma Richard è considerato uno dei soggetti più influenti in assoluto nel mondo del rock, e parlo di gente come Beatles, Rolling Stones (Mick Jagger lo ha definito la sua massima fonte di ispirazione), Bob Dylan (che quando fu introdotto nella Hall Of Fame dichiarò che fu proprio per merito della figura di Little Richard a convincersi a diventare musicista, concetto ribadito ieri con un messaggio su Twitter), John Fogerty, Bob Seger, Jimi Hendrix (che ancora sconosciuto fu per quasi un anno il suo chitarrista), Rod Stewart e Freddie Mercury, ma anche suoi quasi contemporanei come Ray Charles e James Brown. Nato nel 1932 a Macon, in Georgia, Richard era il terzo di ben dodici figli, e ricevette dai suoi genitori un’educazione a forte carattere religioso, cosa che si rivelerà determinante per il suo futuro. La musica entrò presto nella vita del giovane Richard, che usava esibirsi nelle chiese locali insieme ai membri della sua famiglia con il nome di The Penniman Singers.

A scuola perse presto interesse per lo studio ed iniziò a suonare in gruppi giovanili (prima di spostarsi al pianoforte, il suo primo strumento fu il sassofono), essendo notato per la prima volta nel 1947 da Sister Rosetta Tharpe, che ne ammirava lo stile esuberante e la voce potente nonostante la giovanissima età. In seguito Richard conobbe il già affermato Billy Wright (jump blues singer che era anche uno dei suoi idoli giovanili), che tramite le sue conoscenze lo aiutò a fargli firmare un contratto con la RCA ed a farlo entrare in uno studio di registrazione nel 1951, dove incise il suo primo 45 giri Taxi Blues.

Durante i primi anni (funestati anche dal lutto per la tragica morte del padre, ucciso con un colpo di pistola all’inizio del 1952) Richard non ebbe alcun successo con i suoi singoli, neppure quando passò dalla RCA alla Peacock, ma le cose cambiarono quando fu notato dal noto produttore Robert “Bumps” Blackwell, che gli fece firmare un nuovo contratto con la Specialty Records. Inizialmente le cose non sembravano andare molto meglio, ma spesso nella storia del rock’n’roll gli eventi più importanti succedono quasi per caso: nel 1955, in una pausa tra una session e l’altra, Richard iniziò a strimpellare al piano l’abbozzo di una nuova canzone dal testo non esattamente “stilnovista” ed un titolo un po’ idiota, ma con un mood sonoro decisamente trascinante. Blackwell intravide subito il potenziale della canzone e la fece incidere al nostro pubblicandola in tempi stretti come singolo.

Sto parlando di Tutti Frutti, una delle cinque-sei rock’n’roll songs che tutto il mondo (ma proprio tutto) conosce, brano che balzò subito al secondo posto delle classifiche e l’anno seguente acquistò ancora maggior popolarità in quanto fu incisa da Elvis nel suo formidabile album di debutto. Il resto è storia: da lì in poi Richard incise una lunga serie di canzoni che hanno fatto la storia del rock’n’roll (molte delle quali scritte da lui o dalla coppia formata da Blackwell e John Marascalco), brani irresistibili e famosissimi che rispondono ai titoli di Lucille, Slippin’ And Slidin’, Rip It Up, Ready Teddy, Long Tall Sally, Send Me Some Lovin’, Jenny Jenny, Good Golly Miss Molly, Kansas City, Keep A-Knockin’,

mentre dal 1957 con Here’s Little Richard il nostro incominciò anche a pubblicare album, pubblicati dalla etichetta Specialty, che all’inizio degli anni sessanta presero anche un indirizzo gospel.

A tutto ciò, Richard affiancava travolgenti esibizioni dal vivo, durante le quali venivano in un certo senso oltrepassate le rigide barriere razziali che resistevano ben salde nell’America di quegli anni, in quanto bianchi e neri si ritrovavano a ballare insieme nei club al suono della musica del piccolo musicista della Georgia. L’educazione religiosa ricavuta da bambino incomiciò però a bussare alla sua porta, e proprio nel 1957 (quindi all’apice del successo) il nostro smise improvvisamente di esibirsi dal vivo per frequentare un corso universitario cristiano al fine di diventare predicatore, ma nel 1962 tornò sulle scene con un trionfale tour nel Regno Unito, con sia Beatles che Stones (entrambi i gruppi erano agli esordi) come band di supporto prima dei suoi spettacoli.

Gli anni sessanta però vedranno calare la stella di Richard (destino comune con tutte le altre star dei fifties), e lui contribuirà in prima persona a causa dell’uso di droghe e di atteggiamenti a sfondo sessuale per l’epoca scandalosi (in quel periodo l’omosessualità non era vista benissimo, specie nell’America perbenista della cosiddetta “Bible Belt”), anche se verso la fine della decade tentò una parziale risalita, pubblicando due buoni album per la Okeh (uno in studio ed un live), nel 1969 partecipò al Toronto Peace Festival, organizzato da John Lennon, che vedete sotto e nel 1970 un disco dal suono parzialmente country per la Reprise (The Rill Thing). Gli anni settanta però saranno ancora più avari di soddisfazioni per Richard, che rischierà di sprofondare ancora di più nel tunnel della droga ma troverà conforto ancora una volta nella religione, diventando un predicatore quasi a tempo pieno e diradando in maniera sempre maggiore gli impegni musicali.

Un solo album negli anni ottanta (Lifetime Friend, 1986) ed uno nei novanta, una raccolta uscita nel 1992 con vecchie hits reincise con il chitarrista giapponese (!) Masayoshi Takanaka: poi più nulla a livello discografico (se si esclude qualche ospitata su dischi altrui o partecipazioni a tribute albums e colonne sonore) e solo sporadiche esibizioni dal vivo fino al 2013. Ma non c’era bisogno d’altro, in quanto il lascito di Little Richard alla storia del rock’n’roll era già enorme per quanto fatto nella seconda metà degli anni cinquanta e per l’influenza avuta sulle generazioni di musicisti venute dopo di lui: io vorrei ricordarlo con la re-incisione di Good Golly Miss Molly nel 1991, uno dei suoi brani storici per la colonna sonora del film con John Goodman King Ralph, registrazione prodotta dal mio “amico” Jeff Lynne e con Ringo Starr alla batteria (e del cui rarissimo CD singolo possiedo orgogliosamente una copia).

Con la scomparsa di Mr. Penniman ora Jerry Lee Lewis è davvero rimasto “the last man standing” dell’epoca d’oro del rock’n’roll: tieni duro Killer!

Marco Verdi

Sferzate Blues E Ballate Elettriche Urticanti Dalla Città Degli Angeli. Lucinda Williams – Good Souls Better Angels

lucinda williams good souls better angels

Lucinda Williams – Good Souls Better Angels – Highway 20/Thirty Angels – CD – 2 LP

Non si può negare che Lucinda Williams sia un’artista che divide, molto amata da chi ammira la sua musica, e sono la maggioranza di chi segue la buona musica, e “odiata” (diciamo non apprezzata) dai detrattori che non sopportano la sua voce. E questo non si può forzare, ognuno rimarrà fermo nelle proprie convinzioni: Good Souls Better Angels è il quattordicesimo album della sua discografia, iniziata nel lontano 1979 con Ramblin’ ed il cui capitolo precedente era la rivisitazione nel 2017 di This Sweet Old World, “aggiornamento” di Sweet Old World uscito in origine nel 1992, mentre l’ultimo album di canzoni nuove era stato https://discoclub.myblog.it/2016/01/20/il-miglior-disco-del-2016-forse-presto-lucinda-williams-the-ghosts-of-highway-20/ , uno dei dischi migliori di quella annata. La nostra amica torna più agguerrita che mai con questo nuovo CD, che esce oggi 24 aprile, concepito, come ricordo nel titolo del Post, anche a Los Angeles, dove poi è stato masterizzato il disco, influenzato quindi dalle tematiche urbane della città degli angeli, ma comunque registrato a Nashville, dove Lucinda vive con il marito Tom Overby, e prodotto da Ray Kennedy che torna in cabina di regia, con risultati eccellenti, a 22 anni di distanza da Car Wheels on a Gravel Road, uno degli album più belli in assoluto della cantante di Lake Charles, Lousiana.

Ad accompagnarla lo stesso nucleo di musicisti con cui aveva lavorato nel disco del 2017, e nei concerti degli ultimi anni, ovvero il chitarrista Stuart Mathis (anche al violino), fantastico il suo lavoro, e la rodata, eclettica e rocciosa sezione ritmica composta da Butch Norton alla batteria e David Sutton al basso, non c’è Greg Leisz, ma all’organo in un paio di brani troviamo Mark Jordan e nella versione doppia limitata in vinile, c’è un secondo LP con cinque versioni acustiche di brani dell’album, curate da Colin Linden. Q, Mojo, Uncut e il sito American Songwriter ne hanno parlato in termini entusiastici, dalle 4 stellette in su, come pure il Buscadero, la rivista per cui scrivo, che lo ha eletto Disco Del Mese, ma, per quella piccola percentuale di detrattori di cui vi dicevo, l’Indipendent si è distinto definendoolo “doom laden”, che però forse alla fine è anche un complimento. Il marito Tom Overby viene promosso da “ghost writer”, visto che come ha dichiarato la stessa Lucinda in alcune interviste, già in passato aveva collaborato con la moglie fornendo i suoi suggerimenti sia per i testi che per i titoli di dei brani, a co-autore a tutti gli effetti. Partiamo non dalla prima canzone, ma da Man Without A Soul, uno dei pezzi centrali e più belli del disco, soprattutto a livello di testi, ma è anche una splendida ballata sudista di grande intensità sonora: testo che recita “You bring nothing good to this world / Beyond a web of cheating and stealing / You hide behind your wall of lies, but it’s coming down…”, chi sarà questo uomo? Ma certo è “The Donald”, Trump per i nemici, il soggetto di questo brano, una delle canzoni più esplicite della Williams, che comunque non le ha mai mandate a dire. Mathis ci regala un lavoro alla solista eccezionale, che oscilla tra blues e psichedelia, wah-wah innestato e slide all’opera per una serie di assoli torbidi e variegati, su cui la voce roca e spezzata di Lucinda declama la sua rabbia con vigore ed impeto in un crescendo di grande vigore.

L’apertura è affidata alla assertiva You Can’t Rule Me (scritta, come le altre, prima dell’avvento del coronavirus), un midtempo bluesy, con Mathis alla slide a creare vortici di elettricità, sostenuto dal suono secco e potente della sezione rtimica e dalla voce ringhiosa e caratteristica di LW, mentre anche Bad News Blues gira intorno alle 12 battute in modo più classico, con fare pigro e sornione, mentre ci narra, un “po’ seccata”, delle cattive notizie che girano incontrollate sui media e in televisione, spesso bufale ma comunque certo non rassicuranti. Big Black Train è un brano che tratta del tema della depressione, che in modo ricorrente è comunque presente anche nella vita dell’artista americana, non solo in senso metaforico, con la melodia della ballata che si dipana lenta e struggente ed è tipica del songbook delle sue migliori canzoni, sempre con il lavoro di fino di Mathis e l’organo di Jordan che sussurra sullo sfondo; Wakin’ Up è uno dei brani più “duri”, quasi punk nell’attitudine, con scariche percussive e le chitarre incattivite e urlanti che sottolineano il tema trattato, che è quello degli abusi domestici. Anche Pray The Devil Back To Hell, con Mathis anche al violino, è una variazione del tema del blues according to Lucinda, con l’atmosfera incalzante e senza requie che ti porta in crescendo in un mondo sulfureo senza pietà dove la chitarra di Stuart impartisce l’ultima punizione a colpi di wah-wah.

Shadows And Doubts quantomeno non ha certezze assolute, anche se diciamo che l’ottimismo non regna sovrano, ma il suono elettrocustico e delicato di questa ballata ha un che di sereno nel suo dipanarsi lento e solenne, ancora con l’organo di Jordan in bella evidenza a sottolineare il lavoro certosino delle chitarre, con finale in slide di Mathis. L’oscurità è anche il tema di When The Way Gets Dark, che tratta del tema dibattuto di certi aspetti dubbi dei social media, in un altro brano lento ed avvolgente con una vocalità più curata del solito e accorata al tempo stesso, meno opprimente e con soluzioni sonore meno estreme e stridenti; ma è un attimo, perché le chitarre tornano a ruggire in Bone Of Contention, un’altra scarica di adrenalina con un incipit quasi hendrixiano e la voce di Lucinda motivatissima, sostenuta da quella di Mathis, che al tempo stesso estrae dalla sua solista altre stille di eletricità allo stato puro, ancora con rimandi al punk-rock migliore, ma pure a mio avviso al Jimi più visionario degli anni d’oro. E anche in Down Past The Bottom non si scherza, la band sembra un gruppo di novelli Crazy Horse, tra sferzate chitarristiche brucianti e il cantato quasi sguaiato e rozzo della Williams, che poi vengono ribadite anche nella altrettanto feroce Big Rotator, un ulteriore esempio dell’eccellente e duro rock-blues a colpi di wah-wah, impiegato spesso da Mathis in questo Good Souls Better Angels, che però si chiude in una nota di speranza con la (quasi) ottimistica e serena Good Souls, una ballata malinconica e ricca di passione, dove emerge il lato più melodico di Lucinda Williams, che in questo tipo di canzoni veramente eccelle, a conferma del suo status di grande (cant)autrice, con la band che questa volta la accompagna meravigliosamente in punta di dita.

In due parole: grande musica.

Bruno Conti

Cream, Il Primo Supergruppo Della Storia Del Rock. Parte II

cream 1968

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Seconda Parte.

L’album successivo, a differenza di Disraeli Gears, viene registrato, tra Londra, New York e San Francisco, per la parte live, in un ampio lasso di tempo che va tra il luglio 1967 e il giugno 1968, progettato come un doppio, con un disco in studio e uno dal vivo,

Wheels Of Fire – 2 LP Polydor 1968 *****

Uscito il 9 agosto del 1968, l’album sarà disco di platino sia in Inghilterra che negli USA, dove è stato il primo doppio LP della storia del rock a vendere oltre un milione di copie. Prodotto ancora da Felix Pappalardi, con l’aiuto degli ingegneri del suono Tom Dowd e Adrian Barber, mentre la parte dal vivo fu registrata da Bill Halverson, la parte in studio riporta tre canzoni scritte da Ginger Baker con il pianista jazz Mike Taylor, quattro brani scritti da Bruce/Brown, e due cover blues scelte da Eric Clapton. Nella parte dal vivo ci sono solo quattro brani, ma per 45 minuti di musica. Direi che non c’è neppure un brano non dico scarso, ma al di sotto delle soglie della eccellenza. Anche se i Cream non erano un gruppo da singoli, ne vennero pubblicati due: White Room, uno dei pezzi rock più belli della storia, introduzione da sballo, con Pappalardi che aggiunge la sua viola all’incipit sospeso del brano, entrata a gamba tesa della batteria di Baker, Bruce che pompa come un ossesso sul suo basso e canta alternando timbro normale e falsetto, Clapton che ha sovrainciso diverse parti di chitarra, tra cui un wah-wah malandrin , alcuni interludi che ci preparano all’esplosione del wah-wah parlante di Manolenta nel gran finale indemoniato del brano, perfetto!

Sitting On Top Of The World è un blues lento e insistito basato sulla versione di Howlin’ Wolf, con Eric che usa diversi timbri della sua solista per creare un effetto maestoso, ma lascia la parte cantata a Jack Bruce, Passing The Time è una delle classiche composizioni di Baker, alterna passaggi intimi con Ginger anche al glockenspiel , Bruce a cello e calliope, e Pappalardi all’organo, alternate ad improvvise esplosioni di energia rock. Anche As You Said è una strana canzone, dalla struttura quasi orientaleggiante, cantata da Bruce, anche alle chitarre acustiche e al cello, Baker al charleston ; la seconda facciata si apre con Pressed Rat And Whartog, brano quasi baroccheggiante grazie alla tromba di Pappalardi, Bruce al recorder e Baker che recita il testo, oltre ad imperversare alla batteria e nel finale arriva Clapton.

Politician è un altro dei super classici dei Cream, tipico brano da power trio, dal tempo insistito e con i tre che si scambiano fendenti consistenti prima di andare ognuno per la tangente per conto proprio in modo travolgente. Those Were The Days, lato B di White Room, è uno dei pezzi rock più “convenzionali” scritti da Baker, un’altra impetuosa cavalcata del trio, con Ginger anche a marimba e campane tubulari, Pappalardi alle “campanelline svizzere” e un breve assolo ferocissimo di Clapton, quasi gemello di quello di White Room.

Born Under A Bad Sign scritta da William Bell e Booker T. Jones per Albert King, è un pezzo blues, un lento scandito, molto apprezzato anche dal pubblico del rock, grazie al riff in sincrono di chitarra e basso e al suono “grasso” e corposo della solista di Eric, che ci regala pure un lungo assolo, molto vicino al sound del grande Albert, mentre Deserted Cities Of The Heart, con Bruce anche al cello e Pappalardi alla viola, è un brano di impronta psichedelica, cantato sempre in modo impeccabile da Jack e con Baker indaffaratissimo alla batteria, con un altro grande assolo di Manolenta.

Dei quattro brani dal vivo, tre vengono dai concerti al Winterland di San Francisco, e uno da quello al Fillmore, tutti del marzo 1968, nel corso del lungo ed estenuante tour degli States che li elevò a livello di superstar, ma portò all’inizio della fine della loro breve parabola: i due brani della terza facciata, Crossroads e Spoonful erano le vetrine per mostrare la forza dirompente della solista di Clapton, mentre, nella quarta, Traintime, con le lunghe divagazioni di Bruce all’armonica, e Toad, con un fenomenale assolo di batteria di Baker, erano dedicate, nelle intenzioni del produttore Pappalardi, a mettere in mostra i talenti degli altri due.

Missione riuscita grazie alla loro versione del classico di Robert Johnson, che diventerà, in virtù delriff inconfondibile della solista di Eric, quella di riferimento per tutti negli anni e a venire, e poi in Spoonful “inventano” il power trio, l’heavy metal, il doom rock e le jam di libera improvvisazione in oltre 16 minuti dii pura libidine sonora, con un interscambio tra i tre che raggiunge livelli impensabili fino a pochi mesi prima, anche se il mondo del rock, da Hendrix in giù, rispondeva colpo su colpo a questo passaggio dal pop al rock, che aveva avuto i suoi primi lampi qualche mese prima in California, in quello che anche se si chiamava Monterey Pop Festival, nei suoi tre giorni aveva già sancito un cambio epocale nel mondo del rock. Tornando ai Cream, i tre non andavano più molto d’accordo, per usare un eufemismo, Eric Clapton aveva scoperto la musica della Band grazie a Music From Big Pink, ma fu comunque deciso, per motivi commerciali, di fare un tour di addio e pubblicare un ultimo album,

Goodbye Cream – Polydor 1969 ***1/2

“Solo” tre stellette e mezza, per i contenuti troppo brevi, non certo per la qualità della musica, anche se la parte in studio presenta un buon singolo, sotto la forma della collaborazione tra Eric e il suo amico George Harrison con lo pseudonimo de “L’Angelo Misterioso” (in italiano), che insieme firmano Badge, che è già una anticipazione del futuro suono di Clapton, prima con i Blind Faith e poi nei dischi da solista dei primi anni anni ‘70, un brano molto piacevole e gustoso, punteggiato dall’eccellente lavoro della solista di Slowhand; ma Doing That Scrapyard Things, il pezzo dell’accoppiata Bruce/Brown, sembra una parodia non particolarmente riuscita di Beatles e Kinks, e anche il contributo di Baker What A Bringdown, benchè anticipi nella parte iniziale e poi ripetutamente nel corso della canzone, il groove di Do What You Like dei Blind Faith, non soddisfa completamente quelle che erano le aspettative, anche se curiosamente alcuni critici, tipo Robert Christgau e altri, hanno detto che l’album aveva uno “squisito lavoro di studio” (cito testualmente!!) e “delle mediocri performance dal vivo”! Avremo ascoltato dei dischi diversi? Mah!

Comunque le tre tracce dal vivo, registrate nel concerto al Forum di Los Angeles del 10 ottobre del 1968, ed inserite nel recente box Goodbye Tour – Live 1968 **** (all’origine dell’idea per questo articolo retrospettivo https://discoclub.myblog.it/2020/03/18/anche-con-alcune-piccole-magagne-comunque-un-cofanetto-imperdibile-cream-goodbye-tour-live-1968/ ), sono comunque, nella loro “brevità”, rappresentative di quella formidabile macchina da guerra che erano i Cream: una ferocissima I’m So Glad con i tre che si titillano e si sfidano all’inizio, prima di sfoderare tutta la loro potenza in una jam fenomenale, ottimo anche il blues gagliardo di una scandita Politician e il veicolo, per lo spazio dedicato a Clapton, nello slow blues di Sitting On Top Of The World, cantate tutte da Bruce. In definitiva un buon album, ma con i suoi poco più di 30 minuti, non il commiato che avrebbe potuto essere, e forse lasciano anche un lavoro incompiuto che avrebbe potuto avere interessanti sviluppi!

Dischi Dal Vivo Postumi E Reunion del 2005

Live Cream – Polydor 1970 ***1/2

A dimostrazione che l’amore per il gruppo non si era ancora sopito, nell’aprile del 1970 quando venne pubblicata questa compilation di materiale dal vivo, in gran parte tratta dagli stessi concerti californiani del marzo 1968, più il singolo di studio del 1967 Lawdy Mama, l’album raggiunse il 4° posto delle classifiche inglesi, e il 15° di quelle americane, disco di platino in entrambi i paesi, con 300.000 e un milione di copie vendute: contiene vibranti versioni di N.S.U, dieci minuti, Sleepy TimeTime, una colossale Sweet Wine di oltre 15 minuti e la cover di Rollin’ And Tumblin’ di Muddy Waters, con Jack Bruce all’armonica.

Live Cream Volume II – Polydor 1972 ***1/2

Molto buono anche il secondo volume, che riporta sia altri brani tratti dai concerti al Winterland del marzo, ma anche tre pezzi estratti dalla esibizione all’Oakland Coliseum del 4 ottobre, che è poi uno dei concerti completi presenti nel cofanetto Goodbye Tour Live 1968. Niente brani lunghi, ma ottime versioni di Deserted Cities Of The Heart, White Room e Politician da Oakland, e Tales Of Brave Ulysses e Sunshine Of Your Love dal Winterland, l’unica eccezione, sempre dalla data di San Francisco, una lunghissima versione, oltre 13 minuti dello strumentale Steppin’ Out, con i prodigiosi magheggi in libertà di Clapton alla solista. Per errore, nella prima versione del vinile il brano venne indicato come Hideway.

Dopo un lungo periodo di litigi ed incomprensioni i tre si ritrovano nel 1993 alla cerimonia di induzione alla Rock And Roll Hall Of Fame, presentati da Robbie Robertson. Nel 1997 esce il box quadruplo Those Were The Days – Polydor ****, che raccoglie l’opera omnia dei Cream, divisa in due 2 CD di studio e 2 dal vivo, senza rispettare gli album originali, ma con molto materiale dal vivo, all’epoca inedito. Nell’aprile del 2003 esce il CD delle BBC Sessions ****, con (quasi) tutti i brani registrati per l’emittente britannica tra il 1966 e il 1968, 22 pezzi, più quattro tracce di una intervista ad Eric Clapton. Che convince i vecchi amici a tornare insieme per una serie di date alla RAH, il 2-3-5-6 maggio del 2005, che vengono celebrate con

Royal Albert Hall London May 2-3-5-6, 2005 – 2 CD o 2 DVD 2005 ****1/2

Fantastici concerti, i tre suonano come se il tempo si fosse fermato per loro: Eric Clapton nel frattempo è diventato anche un eccellente cantante, e Jack Bruce e Ginger Baker, a dispetto degli “acciacchi”, suonano sempre come la migliore sezione ritmica di tutti i tempi, sentire (e vedere) per credere. Nel frattempo ci hanno lasciati entrambi: Jack Bruce il 25 ottobre del 2014 https://discoclub.myblog.it/2014/10/26/jack-bruce-1943-2014-vita-nella-musica-il-piu-grande-bassista-nella-storia-della-musica-rock/  e Ginger Baker il 6 ottobre del 2019 https://discoclub.myblog.it/2019/10/06/se-ne-e-andato-anche-ginger-baker-aveva-80-anni-del-magico-trio-dei-cream-ora-rimane-solo-eric-clapton/ . Ma la leggenda continua.

Bruno Conti

Cream, Il Primo Supergruppo Della Storia Del Rock. Parte I

cream 1966

cream 1967

Oltre ad essere stati, come ricorda il titolo, il primo Supergruppo della storia del rock, i Cream sono stati pure gli “inventori” del power trio, anche se alcuni obiettano che in epoche anteriori già altri avevano usato la formula del trio, citando nel blues il Muddy Waters Trio, nel periodo della nascita del Chicago Blues elettrico degli anni ‘50, oppure gli organ trios del jazz soul anni ‘60, ma è indubbio che nell’ambito del rock-blues sono stati i primi e probabilmente i migliori di sempre, subito dopo sarebbero arrivati i Jimi Hendrix Experience e a seguire i Taste di Rory Gallagher, gruppi nei quali i chitarristi oltre a svolgere il ruolo di solista, avevano anche una funzione ritmica. Poi negli anni a seguire e fino a nostri giorni la formula è stata utilizzata da un numero infinito di gruppi, ma Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker, sono stati i precursori grazie alla immensa perizia tecnica dei componenti la band, unita allo sviluppo delle prime tecnologie applicate agli amplificatori, i Marshall per non fare nomi, che soprattutto dal vivo permettevano ai musicisti di essere ascoltati da platee sempre più numerose (ma questa volta anche per formazioni non necessariamente triangolari) e soprattutto di improvvisare in piena libertà, applicando la formula della jam session mutuata dalla musica jazz.

E in effetti Baker e Bruce erano due jazzisti prestati al rock che uniti ai funanbolismi di Clapton (stanco dell’approccio più “tradizionale” utilizzato prima negli Yardbirds e poi nei Bluesbreakers di Mayall), seppero creare questa costola grazie alla quale il rock non sarebbe più stato lo stesso. Nella estate del 1966 quando Clapton approccia Ginger Baker (o viceversa) con l’idea di formare una nuova band, Eric era indubbiamente il chitarrista più popolare in Gran Bretagna in ambito blues, ma voleva ampliare i suoi orizzonti sonori confrontandosi con dei suoi pari ai rispettivi strumenti. Eric e Ginger si conoscevano e stimavano ed erano consci delle loro abilità tecniche e virtuosistiche, ma fu Baker a proporre a Clapton di mettere in piedi una nuova formazione, proposta che fu subito accettata ma a patto che il bassista sarebbe stato Jack Bruce (che Eric aveva già conosciuto brevemente nel giro Bluesbreakers): il problema era che Bruce e Baker (all’epoca leader effettivo del gruppo, aldilà del nome) avevano già suonato insieme nella Graham Bond Organisation, dove c’erano state delle epiche e furiose litigate tra i due che erano sfociate in combattimenti, anche si dice con coltelli snudati e sabotaggi dei rispettivi strumenti, fino a che Ginger non lo licenziò dal gruppo. Comunque consapevoli del fatto che il nascente gruppo avrebbe potuto portare una svolta nello sviluppo del rock, i tre decisero di provare, assumendo il nome di Cream, abbreviazione di “cream of the crop”, il meglio del meglio, in quanto, senza false modestie, e in base anche alla crescente reputazione acquisita, si rendevano conto delle enormi potenzialità della loro musica.

Si decise che Jack Bruce sarebbe stato la voce solista (oltre che principale autore, insieme al paroliere Pete Brown), mentre Clapton (ancora insicuro delle sue possibilità come cantante) e Baker avrebbero dato un contributo sia a livello vocale che compositivo . La band venne messa sotto contratto dalla Reaction, che era l’etichetta fondata da Robert Stigwood, e fece il debutto non ufficiale il 29 luglio al Twisted Wheel, un piccolo locale di Manchester, e nei giorni successivi al sesto Festival Jazz e Blues di Windsor. Ad agosto entrarono in studio per iniziare, con la produzione di Stigwood, le registrazioni dell’album di debutto , che si protrassero fino a novembre. Nel frattempo, per contestualizzare il periodo, a settembre Jimi Hendrix si era abbattuto come un ciclone sulla scena musicale inglese e come recitava il famoso graffito “Clapton Is God”, Eric si era accorto di non essere più l’unica divinità a camminare sulla faccia della terra. Comunque il 6 Dicembre del 1966 esce

Fresh Cream – Reaction/Polydor 1966 ****

Il singolo che era uscito in contemporanea all’album, ma non inserito nella edizione inglese del LP, era I Feel Free, che fu un successo entrando nelle charts inglesi, ma non ancora in quelle USA, dove Clapton era un semi sconosciuto, essendo uscito dalla formazione degli Yardbirds, subito dopo la pubblicazione di For Your Love ed essendo stato l’album con John Mayall una sorta di flop negli States. In effetti il primo singolo ad uscire, nell’ottobre 1966 era stato Wrapping Paper, anche questo non inserito nell’album, ma poi aggiunto nelle successive versioni, anche quelle future in CD, un brano della premiata ditta Bruce-Brown, uno strano pezzo di impostazione quasi jazzata, felpato e raffinato con Bruce al piano e al cello, che comunque arrivò al n. 34 delle classifiche UK. Tornando a I Feel Free, il brano, sempre Bruce/Brown, con un approccio quasi pop grazie all’incipit vocale molto orecchiabile, poi si sviluppa nel classico sound alla Cream, con la chitarra di Clapton che inizia a farsi aggressiva, mentre la sezione ritmica è già molto presente, con Bruce che canta alla grande, il tutto in soli 2:49, ed arriva al n. 11 delle classifiche. Dall’album non vennero estratti altri singoli, ma comunque arrivò ad un rispettabile sesto posto in Gran Bretagna e al 39° in USA (meritandosi il disco d’oro per le vendite in entrambi i paesi): N.S.U del solo Bruce, comincia a lasciar intravedere lo stile esplosivo del trio, con basso e batteria molto in evidenza e la solista di Eric subito grintosa e lancinante, ma sempre in tre minuti scarsi; Sleepy Time Time scritto con la prima moglie di Bruce, Janet Godfrey, è uno slow blues, che rimane nell’ambito tracciato dai Bluesbreakers, ma illustra già le future derive più rock del nascente British Blues, sempre con Slowhand che continua a mantenere la sua reputazione di divinità del rock, non ancora intaccata da Hendrix.

Dreaming è un valzerone vagamente pop, psichedelico e sognante, ancora di Jack, mentre Sweet Wine, scritta da Ginger Baker con la Godfrey, è un poderoso brano che comincia ad illustrare il suono virulento dei Cream, con i tre a fronteggiarsi in continue eruzioni musicali all’epoca sconosciute nella musica rock di quei tempi, uno dei pezzi che poi entreranno tra i loro cavalli di battaglia dal vivo, per furiose future cavalcate. La prima cover è una rilettura magistrale di Spoonful, il brano, scritto da Willie Dixon per Howlin’ Wolf, diventa una minacciosa creatura, dove le folate della solista di Clapton si incrociano con l’armonica e la voce di Bruce, prima di aprirsi in una lunga jam session strumentale, il pezzo dura 6 minuti e mezzo, ed è l’anticamera dell’hard rock, del doom rock, dell’heavy, del power trio, tutto quello che vi viene in mente, un grandissimo brano che dal vivo diverrà un tour de force colossale di oltre 15 minuti. La seconda facciata si apre con Cat’s Squirrel, uno strumentale ispirato dal brano di un oscuro bluesman, tale Doctor Ross, con un riff ascendente irresistibile di chitarra e armonica, un breve intervento vocale e un drive sonoro pimpante (anche i Jethro Tull ne fecero una ottima versione nel loro debutto This Was), Four Until Late un brano di Robert Johnson arrangiato da Eric Clapton, è il primo di una serie di canzoni che Enrico rivisiterà del grande bluesman, diciamo non memorabile, andrà meglio più avanti.

Viceversa Rollin’ & Tumblin di Muddy Waters è un’altra esplosione del possente rock-blues triangolare + armonica dei Cream, poi ribadito nella rilettura splendida di I’m So Glad di Skip James, un riff indimenticabile, la parte cantata di Bruce, con i coretti geniali di Clapton e Baker, e l’esplosione strumentale di un Eric arrapato con la sua solista. Ginger Baker fa le prove con la sua Toad, per ora solo cinque minuti di psych-rock “riffatissimo” e uno di primi esempi di un assolo di batteria in un brano rock, ma in futuro il veicolo per memorabili, lunghissime. devastanti versioni live dove Ginger brutalizza il suo strumento senza requie. The Coffee Song, posta in chiusura, è una piacevole ma innocua traccia di impianto pop che si capisce perché il gruppo non voleva fosse pubblicata, ma non inficia il giudizio di un esordio gagliardo. *NDB Nel 2017 a Fresh Cream viene riservato il trattamento SuperDeluxe con un box da 4 dischetti (3 CD + 1 Blu-Ray audio), che oltre a contenere le 13 canzoni appena descritte, ne riporta le versioni mono, stereo, 5.1 Dolby Surround, e uno dei CD, il terzo, contiene materiale raro ed inedito. A tutt’oggi è l’unico disco dei Cream ad essere uscito in questo formato ampliato.

Nel maggio del 1967 il gruppo va in trasferta agli Atlantic Studios di New York, dove li aspettano un vero produttore, Felix Pappalardi (futuro bassista dei Mountain) e anche l’ingegnere del suono Tom Dowd, poi negli anni a venire a lungo collaboratore di Clapton per registrare il loro primo capolavoro.

Disraeli Gears – Reaction/Polydor 1967 *****

Il titolo è una paronimia (diciamo gioco di parole, per rendere più chiaro il concetto) che allude al famoso premier britannico del 19° secolo Benjanim Disraeli, ma il contenuto è assolutamente contemporaneo. Il disco, come il precedente, è abbastanza breve, poco più di 33 minuti, ma contiene almeno 5 o 6 brani che entreranno nella storia del rock: l’album arriva nei Top 5 delle classifiche inglesi, ed anche americane, dove vende un milione di copie. Vennero estratti due singoli: Strange Brew, una canzone scritta da Eric Clapton con l’aiuto di Pappalardi e della moglie Gail Collins, praticamente una variazione sul tema di un vecchio blues Lawdy Mama, inciso dai Cream a New York, con la produzione di Ahmet Ertegun, al quale vennero apportati dei ritocchi da Pappalardi e Collins, senza snaturarla troppo, ma trasformandola in una raffinata pop-rock song, cantata egregiamente da Eric, che tenta anche degli arditi falsetti, oltre a lavorare di fino alla chitarra, con un sound splendido della solista. Clapton che ci ha preso gusto e canta, assieme a Jack Bruce, anche in Sunshine Of Your Love: uno dei tre o quattro riff più famosi della storia, il bassista disse che gli idea gli venne mentre assisteva ad un concerto di Jimi Hendrix (che infatti la suonò quasi subito dal vivo), mentre il testo poetico è firmato da Pete Brown, dopo una nottata con Bruce alla ricerca di ispirazione per nuove canzoni, oltre al riff anche “It’s getting near dawn” e “When lights close their tired eyes”, sono entrate nell’immaginario collettivo degli amanti della musica rock, perché se il riff di partenza è derivato dal blues lo svolgimento del brano attinge anche dalla psichedelia e dalle derive jam che iniziavano a manifestarsi, con Bruce e Baker magnifici al lavoro ritmico e Slowhand che si inventa un assolo di una bellezza e liricità devastanti.

Il resto del LP non poteva essere tutto di questo livello, ma World Of Pain, sempre firmata da Pappalardi e Collins è una bella psych ballad cantata ancora de Eric e Jack, con un lavoro raffinato e certosino del wah-wah di Clapton, che sovraincide anche altre parti di chitarra. Stesso formato sonoro anche per Dance The Night Away, scritta da Bruce-Brown e cantata dalla accoppiata Eric/Jack, ancora con quella aura di psichedelia leggera tipica del periodo; Ginger Baker contribuisce con Blue Condition una sorta di valzerone rock con rimandi vaudeville, non memorabile ma piacevole. La seconda facciata si apre con Tales Of Brave Ulysses, il lato B di Strange Brew, una canzone scritta da Clapton (con l’aiuto di Martin Sharp) che lascia la parte cantata a Bruce, ma si inventa una minacciosa e ricorrente parte di wah-wah che anticipa quella poi portata quasi alla perfezione in White Room; ottima anche SLAWBR, She Walks Like a Bearded Rainbow”, altro eccellente esempio del rock psichedelico che i Cream stavano perfezionando in quell’album, sempre della premiata ditta Brown/Bruce, con Jack che poi offre una delle sue canzoni melodrammatiche che lo seguiranno anche nella futura carriera solista, We’re Going Wrong, punteggiata dalla solista di Clapton e dalle continue rullate di Baker, ha una forma inconsueta anche grazie al cantato in falsetto di Bruce e all’approccio diversificato dei tre musicisti.

Outside Woman Blues è uno dei due brani ispirati dalle 12 battute classiche nel disco, scritto da Blind Joe Reynolds nel 1929, benché sempre “Claptonizzato”, se mi passate il termine, con il tipico sound della solista di Eric, e Bruce e Baker che ricamano sullo sfondo.L’altro è Take It Back, brano scritto e cantato da Bruce, che suona pure l’armonica, in un pezzo non troppo ardito nei suoi sviluppi sonori. Mother’s Lament è un traditional cantato da tutti i tre, più adatto a qualche serata in pub a bere birra che nella tracklist di Disraeli Gears: che però si guadagna le sue brave cinque stellette anche per merito della versione Deluxe in doppio CD uscita nel 2004, dove nel primo CD troviamo due outtakes, tra cui la citata Lawdy Mama, cinque demos, con un paio di rarità, e nel secondo CD ben 13 BBC Sessions incise tra il 1967 e il 1968, provenienti dal CD pubblicato nel 2003.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Uno Dei Più Grandi Cantautori Di Tutti I Tempi: A 73 Anni Ci Ha Lasciato Anche John Prine! Ed Un Ricordo Di Hal Willner.

john prine

La notizia era nell’aria da quando la moglie/manager Fiona (*NDB e la foto qui sopra è quella che proprio lei ha scelto per il triste ringraziamento sul sito della Oh Boy) aveva diffuso la notizia del ricovero del marito a causa del maledetto coronavirus che non guarda in faccia a nessuno, ma quando stamattina ho letto la notizia della morte di John Prine, leggendario cantautore americano, ho avuto un moto di commozione nonostante fossi preparato alla notizia, in quanto le condizioni del settantatreenne musicista erano parse critiche fin da subito in conseguenza dell’indebolimento causato dai problemi di salute avuti negli ultimi vent’anni. Poco conosciuto dalle nostre parti, ma quasi leggendario negli Stati Uniti, Prine era un songwriter fantastico, uno dei migliori di sempre, che ci ha lasciato una serie impressionante di grandi canzoni e di album splendidi: uno della vecchia scuola, che componeva brani influenzati dalla musica folk e country dei pionieri riuscendo a creare uno stile proprio fatto di melodie splendide e di testi spesso infarciti di irresistibile ironia (alcuni suoi pezzi ancora oggi fanno scompisciare dalle risate, come per esempio Dear Abby, I Guess They Oughta Name A Drink After You, Come Back To Us Barbara Lewis Hare Krishna Beauregard, Grandpa Was A Carpenter, Jesus The Missing Years, ma potrei andare avanti fino a domani), ma anche capace di scrivere toccanti e poetiche canzoni su amori finiti (Far From Me), droga (Sam Stone) e sulla solitudine delle persone anziane (Hello In There), tanto colpite dalla malattia in questo periodo, il tutto con una leggerezza ed una classe uniche.

Ad inizio carriera Prine fu indicato dai critici come uno dei tanti “nuovi Dylan” in circolazione, ma presto riuscì ad affrancarsi dall’ingombrante paragone, e negli anni divenne lui uno dei più influenti cantautori in attività, con estimatori importanti tra i quali lo stesso Bob Dylan (suo fan della prima ora), Bruce Springsteen (che ha ricordato proprio che “insieme eravamo i nuovi Dylan ad inizio anni ‘70”), Bonnie Raitt, John Lennon, Roger Waters e soprattutto Kris Kristofferson, che fu determinante per l’inizio della sua carriera favorendo il suo esordio discografico. Prine nasce a Maywood (un sobborgo di Chicago) nel 1946, ed inizia a suonare la chitarra all’età di 14 anni per poi frequentare la Old Town School Of Folk Music e svolgere il servizio militare in Germania. La prima occupazione di John era quella di postino, ma nello stesso tempo riesce a sviluppare la sua passione per la musica folk e country iniziando ad esibirsi al Fifth Peg di Chicago, un locale che alla sera fa salire sul palco giovani talenti (fu lì che Prine conobbe Steve Goodman, con il quale rimarrà amico, fino alla sua morte negli anni ottanta per leucemia): John desta impressione quasi da subito per la sua capacità di stare sul palco e per la bellezza delle sue canzoni, alcune delle quali ritroveremo poi nei suoi dischi (nel 2011 è uscito The Singing Mailman Delivers, un doppio CD dal vivo con alcune registrazioni di quelle serate “open mic”, tratte da un nastro miracolosamente ritrovato da Prine stesso https://www.youtube.com/watch?v=aYHV7OgHTIU ).

Come dicevo prima, Kristofferson nota John e ne è impressionato al punto da chiedergli di aprire le sue serate, ed è proprio ad uno show al Bitter End di New York che il leggendario produttore Jerry Wexler si accorge del nostro e, da sgamato talent scout quale è, gli fa firmare un contratto con la Atlantic e gli fa incidere il suo primo album omonimo sotto la produzione del grande Arif Mardin. Pubblicato nel 1971, John Prine è un disco fantastico, un cinque stelle per intenderci, un lavoro che ha al suo interno talmente tanti classici da sembrare quasi un greatest hits: Illegal Smile, Sam Stone, Hello In There, Paradise (tra le più belle canzoni di sempre), Donald & Lydia, Far From Me, Angel From Montgomery e Spanish Pipedream…il tutto suonato con alcuni tra i migliori musicisti di Memphis (dove è stato inciso l’album), tra cui gente abituata a suonare con Elvis come Reggie Young, Bobby Emmons e Gene Chrisman.

L’album non ha un gran successo di vendita, e per il suo seguito John sceglie di rendere ancora più scarno il suono eliminando anche la batteria in una sorta di ritorno alle origini del folk e bluegrass: il risultato è Diamond In The Rough, disco tanto splendido quanto poco commerciale (ed infatti sarà un altro fallimento nelle charts), che contiene perle come Souvenirs, The Late John Garfield Blues, The Great Compromise ed Everybody e musicisti come Steve Goodman e David Bromberg.

Per Sweet Revenge (1973) John si trasferisce a Nashville continuando però a collaborare con Mardin e con un gruppo più nutrito di musicisti che dona al disco un suono più elettrico. Lo stesso Prine comincia ad essere più a suo agio a capo di una band, e ci regala altre grandi canzoni come la title track, Grandpa Was A Carpenter, la toccante Christmas In Prison, Mexican Home e la divertentissima Dear Abby (registrata dal vivo, col pubblico coricato per terra dal ridere). Per Common Sense del 1975 John si fa produrre da Steve Cropper, il quale dà al disco un suono più rock, grazie anche alla sua chitarra ed al basso del compagno negli Mg’s Donald “Duck” Dunn (mentre alle voci troviamo Jackson Browne, Bonnie Raitt e Glenn Frey), e l’album ottiene un moderato successo nonostante la promozione quasi inesistente da parte della Atlantic, arrivando fino alla 66a posizione. Il disco è ancora oggi uno dei miei preferiti di Prine, grazie ad un suono compatto ed a canzoni solide nonostante non ci siano veri e propri classici.

Qualche titolo: la title track, la già citata Come Back To Us Barbara Lewis Hare Krishna Beauregard, Saddle In The Rain, He Was In Heaven Before He Died ed una cover in puro stile rock’n’roll di You Never Can Tell di Chuck Berry. Stufo della poca considerazione da parte della Atlantic Prine firma un contratto di tre album con la Asylum, il primo dei quali Bruised Orange (1978) è prodotto dall’amico Steve Goodman e vede il nostro registrare per la prima volta a Chicago dopo un tentativo andato malissimo a Nashville con Cowboy Jack Clement (pare che i due avessero inciso un intero album ma che il risultato finale fosse stato giudicato insoddisfacente da entrambi). Bruised Orange è molto buono, con brani deliziosi come Fish And Whistle, If You Don’t Want My Love (scritta da John insieme a Phil Spector), Sabu Visits The Twin Cities Alone e That’s The Way The World Goes ‘Round.

Pink Cadillac del 1979 è un altro valido lavoro, registrato a Memphis negli Studios di proprietà del leggendario Sam Phillips, il quale produce due brani di questo disco tornando alla consolle dopo anni di inattività. Il disco è solido e piacevole, ma su dieci brani presenta ben quattro cover, rivelando che per la prima volta John è un po’ a corto di materiale. Per contro, Storm Windows del 1980 è secondo me il migliore dei tre dischi targati Asylum: con la produzione del grande Barry Beckett l’album contiene un capolavoro nella ballata che lo intitola, ed altri brani degni di nota come Shop Talk, One Red Rose e Sleepy Eyed Boy. Negli anni ottanta Prine sarà meno prolifico con due soli album, ma l’evento principale è la fondazione della Oh Boy Records, etichetta personale di John che così potrà avere un maggior controllo sulla sua musica. Aimless Love (1984) è un ottimo lavoro che contiene classici come People Puttin’ People Down, la splendida Unwed Fathers e la title track, ma ancora meglio è German Afternoons del 1986, un album dal suono decisamente country e con un capolavoro assoluto come la stupenda Speed The Sound Of Loneliness, che diventerà uno dei classici del nostro, ed un bel rifacimento di Souvenirs.

Ancora cinque anni di silenzio e nel 1991 esce l’eccellente The Missing Years, uno dei lavori migliori di John (è il mio preferito dopo l’esordio), prodotto dall’Heartbreaker Howie Epstein che dona al disco un sound tra rock e radici perfetto per Prine; ma l’album contiene anche splendide canzoni come la rock ballad Picture Show (con Tom Petty alla seconda voce e nel videoclip promozionale), le countreggianti All The Best e You Got Gold, la cadenzata The Sins Of Memphisto, il trascinante rock’n’roll Take A Look At My Heart (scritta insieme a John Mellencamp e con Springsteen alle armonie vocali) e la divertente Jesus The Missing Years.

Dopo un gradevole album natalizio (A John Prine Christmas, 1994), nel 1995 John pubblica un altro lavoro prodotto da Epstein, ma Lost Dogs And Mixed Blessings seppur gradevole è un gradino inferiore a The Missing Years (ma contiene la straordinaria ballata Lake Marie, ispirata ad un fatto di cronaca nera https://www.youtube.com/watch?v=Mkz8TnVQSOQ ). Nel 1998 John subisce un intervento al collo e gola per un cancro della pelle, operazione che interesserà anche le corde vocali con il risultato che da questo momento la voce di Prine si abbasserà di almeno un paio di tonalità.

In questo periodo John smette praticamente di comporre, riempiendo il vuoto nel 1999 con un album di duetti con voci femminili composto solo di cover country (In Spite Of Ourselves, discreto ma un po’ scolastico) e nel 2000 con Souvenirs, splendido album in cui il nostro reincide alcuni dei suoi classici. Poi nel 2005 un po’ a sorpresa esce Fair & Square, altro bellissimo disco di brani originali con un suono decisamente roots, un brano da cinque stelle (Taking A Walk) ed altre 13 ottime canzoni. Nel 2007 incide un altro album a sorpresa, stavolta con il cantante bluegrass Mac Wiseman (Standard Songs For Average People), anche qui composto solo da cover country, così come nel seguito di In Spite Of Yourself , cioè For Better, Or Worse, molto meglio del predecessore ed ancora formato da duetti al femminile. In mezzo (nel 2013) John subisce un’altra operazione stavolta per un cancro ai polmoni, dalla quale si rimette brillantemente ma che lascerà scorie nel fisico già provato del nostro.

Il resto è storia recente: lo splendido ritorno The Tree Of Forgiveness di due anni or sono di cui allego recensione uscita all’epoca https://discoclub.myblog.it/2018/04/23/diamo-il-bentornato-ad-uno-degli-ultimi-grandi-cantautori-john-prine-the-tree-of-forgiveness/ , e la ripresa dei concerti in giro per l’America. Proprio la dimensione live era un’altra delle caratteristiche in cui Prine eccelleva, in quanto sul palco riusciva a dare libero spazio alla sua inimitabile ironia ma si circondava anche di musicisti provetti, rendendo i suoi concerti un’esperienza unica come testimoniano i tre live album usciti nel corso degli anni (l’acustico John Prine Live e gli elettrici Live On Tour e In Person & On Stage, ma ci sarebbe da aggiungere anche il raro September 78, pubblicato nel 2015 in edizione limitata). Anche il sottoscritto riuscì a vedere Prine & Band dal vivo, a Gallarate negli anni novanta, e fu un’esperienza alla quale ripenso ancora oggi con immenso piacere

Vorrei infine ricordare Prine con una canzone dal titolo purtroppo profetico, che chiudeva l’ultimo The Tree Of Forgiveness diventando quindi il suo testamento musicale, e nella quale il nostro affronta il tema della morte con la consueta inimitabile vena ironica.

Riposa in pace John: ora potrai finalmente cantare Jesus The Missing Years al diretto interessato.

Marco Verdi

hal willner

P.S: Vorrei ricordare brevemente anche la figura di Hal Willner, famoso produttore americano anch’egli scomparso ieri sempre a causa del coronavirus (ma a soli 64 anni), che aveva legato il suo nome a musicisti del calibro di Lou Reed, Marianne Faithfull (anche lei infettata dal virus), Bill Frisell, Gavin Friday e Lucinda Williams. Grande conoscitore di ogni tipo di musica e grandissimo appassionato di jazz, rock e musica classica, Willner era un produttore decisamente colto e preparato, ideatore di una lunga serie di progetti di nicchia ma di grande fascino ed interesse, tra cui anche collaborazioni a colonne sonore ed album “spoken word”.

Negli anni si era specializzato negli album-tributo, avendo realizzato lavori di grande prestigio come Amarcord Nino Rota, che vedeva musicisti di estrazione jazz (ma c’era anche Debbie Harry) reintepretare le musiche scritte dall’autore del titolo per i film di Fellini, ben due omaggi a Kurt Weill (Lost In The Stars e September Songs, entrambi anche con musicisti rock come Sting, Lou Reed e Nick Cave), gli splendidi Stay Awake (dedicato alle canzoni dei film di Walt Disney, con Sun Ra, Ringo Starr, Tom Waits e Michael Stipe) e Weird Nightmare (un omaggio al grande jazzista Charles Mingus, con Keith Richards, Elvis Costello, Leonard Cohen e Bill Frisell), senza dimenticare i due volumi di Rogue’s Gallery dedicati alle canzoni dei pirati, uno più bello dell’altro.

Non posso che associarmi a quanto detto, purtroppo non sarà più questo mondo.

Bruno Conti

Un Ritorno Atteso, Pienamente In Linea Con Le Aspettative. Pearl Jam – Gigaton

pearl jam gigaton

Pearl Jam – Gigaton – Republic/Universal CD

Pur non essendo un loro fan sfegatato, sono sempre stato un estimatore dei Pearl Jam nonostante la mia cordiale avversione per il movimento grunge e per le sopravvalutatissime band che ne facevano parte, dai Nirvana ai Faith No More passando per Smashing Pumpkins, Soundgarden eccetera. A dire il vero non ho mai considerato il quintetto di Seattle come facente parte del mondo grunge (anche se almeno all’inizio loro ne hanno cavalcato l’onda, forse più per convenienza che altro), ma una band di puro rock di stampo classico, talvolta tendente all’hard: un po’ come i Clash negli anni settanta, che erano punk più negli atteggiamenti che nella musica ed almeno due spanne superiori a tutti gli altri gruppi inglesi appartenenti a quella corrente. Anzi, penso di non spingermi troppo in là se dico che per me i Pearl Jam sono la migliore rock band degli ultimi trent’anni insieme ai Black Crowes (che comunque preferisco nettamente), in quanto in quasi tre decadi di attività non hanno mai cambiato suono ed i loro standard compositivi sono sempre stati di livello medio-alto: in più, non va trascurato il fatto che quattro quinti del gruppo sono gli stessi dall’inizio (Eddie Vedder, Mike McCready, Stone Gossard e Jeff Ament, e comunque il batterista Matt Cameron è con loro dal 1998), cosa che indubbiamente è servita a cementare il loro sound nel tempo.

Il loro cammino negli anni novanta è stato pressoché perfetto, con una serie di album di grande rock (Ten, Vs., Vitalogy, No Code e Yield) fino a Binaural del 2000 che per il sottoscritto rimane il loro capolavoro; Riot Act, del 2002, è stato un passo indietro più che altro per la qualità inferiore delle canzoni, e a tutt’oggi è forse l’anello debole della loro discografia, ma negli anni successivi i PJ sono tornati ai livelli a cui erano abituati con l’ottimo Pearl Jam (quello con il mezzo avocado in copertina) ed i più che validi Backspacer e Lightning Bolt. Proprio quest’ultimo era fino ad un mese fa la loro ultima testimonianza in studio, ed il fatto che sia datato 2013 fa intuire facilmente perché Gigaton, il nuovo album di Vedder e soci, fosse uno dei dischi più attesi del 2020. Ebbene, devo dire con piacere che nonostante i sette anni di pausa i PJ non solo non hanno perso lo smalto, ma ci hanno consegnato il loro miglior lavoro da Binaural in poi: prodotto dai nostri con Josh Evans, Gigaton è infatti un riuscitissimo disco di puro rock, con le chitarre in prima linea, una sezione ritmica dura come un macigno e Vedder che con l’età ha migliorato la sua presenza vocale aumentando anche il numero di sfumature. Ma se il suono per i cinque di Seattle non è mai stato un problema (neanche in Riot Act), quello che fa la differenza in Gigaton sono proprio le canzoni, che anche se non tutte allo stesso livello sono di una qualità decisamente più che soddisfacente.

Siamo dunque di fronte ad un signor disco, una sferzata di energia che ci voleva in questi tempi cupi, anche se come nella tradizione dei nostri i testi dei vari brani non inducono certo all’ottimismo. L’album, che si presenta con una bella confezione stile libro con copertina dura (ma i PJ hanno sempre curato molto anche la parte visiva), inizia subito in maniera potentissima con Who Ever Said, un rock’n’roll sotto steroidi che è come un pugno in faccia: ritmo granitico con batteria secca e basso pulsante, chitarre che riffano alla grande e Vedder che canta alla sua maniera, con un bell’intermezzo in cui le acque di placano leggermente prima dell’accelerazione finale. Il ritmo non si calma neanche nella seguente Superblood Wolfmoon, un brano forse monolitico nel suono ma che ci riserva una sventagliata di elettricità di quelle che non si ascoltano tutti i giorni (e poi la prestazione chitarristica è goduriosa); Dance Of The Clairvoyants è il primo singolo, e si tratta di una leggera digressione dato che stiamo parlando di un funk-rock dal basso molto accentuato ed un synth sullo sfondo, un brano diverso ma godibile e dotato di un ritornello immediato.

Anche la cadenzata Quick Escape mantiene le atmosfere funky ed annerite, con la band che suona in modo spettacolare (grande l’assolo di chitarra) ed Eddie che gigioneggia da par suo, Alright è invece un lento rarefatto dalle sonorità moderne ma dal cantato rilassato e decisamente melodico, con una chitarra acustica ad ammorbidire il suono, mentre Seven O’Clock è una deliziosa rock ballad dal tempo mosso e con una parte vocale discorsiva ed orecchiabile, un pezzo nel quale i nostri alzano il piede dall’acceleratore consegnandoci una bella canzone dallo script adulto, una delle migliori del CD. Con Never Destination riprende il trip a tutto rock’n’roll con uno dei pezzi più diretti e coinvolgenti, un brano quasi alla Rolling Stones ma con un pizzico di cattiveria in più; il ritmo si fa ancora più pressante in Take The Long Way, sempre con le chitarre in tiro anche se come brano è un gradino sotto ai precedenti.

Buckle Up ci regala un altro momento di tranquillità nonostante la sezione ritmica non sia certo nelle retrovie, semmai sono le chitarre ad avere un approccio più “leggero”, e con Comes Then Goes abbiamo addirittura una ballata acustica, solo Eddie voce e chitarra, una soluzione insolita ma molto gradita. Anche Retrograde mantiene la struttura “unplugged”, ma è eseguita full band assumendo uno squisito sapore folk-rock, una digressione che testimonia le varie sfaccettature di un gruppo che oggi è molto più versatile di un tempo. Finale con River Cross, altro pezzo intenso in cui Vedder suona l’organo a pompa, una conclusione profonda e toccante.

Speriamo di non attendere altri sette anni per ascoltare il seguito di Gigaton, ma per il momento la cosa importante è constatare che i Pearl Jam sono più in forma che mai.

Marco Verdi