Excuse Me While I Kiss The Sky! Jimi Hendrix 27-11-1942 18-09-1970

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*NDB Lo avevo scritto per il 40° dalla morte, ma rimane valido anche per il 50° Anniversario e quindi ve lo ripropongo, in versione riveduta e corretta, anche sui video proposti, alcuni non più disponibili.

Esattamente 50 anni fa oggi moriva James Marshall Hendrix, in arte Jimi Hendrix, il più grande chitarrista di tutti i tempi e uno dei cinque musicisti più importanti nella storia della musica rock. Era nato a Seattle il 27 novembre del 1942 e morì in circostanze mai del tutto chiarite a Londra il 18 settembre del 1970. Non aveva quindi ancora compiuto 28 anni, quindi anche lui nel Club dei 27,

Per ricordarlo questi sono 5 momenti salienti della sua carriera.

1) Jimi Hendrix il compositore.

Little Wing, per me, forse, la più bella canzone che sia mai stata scritta. In particolare emozionante in questa versione registrata dal vivo al Winterland di San Francisco nel 1968 . La versione è magnifica e raggiunge la sua apoteosi nella parte finale quando Jimi innesta il wah-wah e fa “parlare” la sua chitarra. Sublime!

2) Jimi Hendrix il Bluesman.

Red House, la versione registrata a Santa Clara nel 1969. Questa versione è assolutamente superlativa, quando la chitarra entra in overdrive raggiunge vette veramente spaziali, peccato per la qualità della parte vocale. Il Blues (rock) secondo Hendrix!

3) Jimi Hendrix il Chitarrista.

Voodoo Child (Slight return). Ve la presento nella versione che verrà pubblicata il 20 novembre p.v. nella nuova uscita Live In Maui 2CD+Blu-Ray :il distillato della chitarra rock, più volte imitato e mai eguagliato!

4) Jimi Hendrix l’interprete.

All Along The Watchtower. Tratta da Electric Ladyland. Perfino Bob Dylan ha adottato la versione di Hendrix nel suo repertorio. L’intreccio di chitarre acustiche ed elettriche e l’interpretazione di Jimi la rendono insuperabile.

5) Jimi Hendrix il performer.

The Star Spangled Banner. Hendrix interpreta l’inno nazionale americano al Festival di Woodstock e scrive una pagina di storia.

Queste, tra decine di brani fantastici di Jimi, sono le mie scelte per un piccolo omaggio. A proposito di omaggi: mi chiedevo proprio in questi giorni, ma possibile che la Sony music e soprattutto la Experience Hendrix Lcc (ovvero la famiglia, la sorella Janie in particolare) non ci “regalino” qualcosa per celebrare il 50° anniversario della morte di Jimi Hendrix, la risposta è poche righe sopra, e anche qui sotto.

jimi hendrix live maui front jimi hendrix live maui box

Era quasi inevitabile, poi nei prossimi giorni ne parliamo più diffusamente.

Bruno Conti

Un’Altra Succulenta Uscita Di Archivio Per Gli Amanti Della Buona Musica! Commander Cody & His Lost Planet Airmen – Bear’s Sonic Journals Found in the Ozone

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Commander Cody & His Lost Planet Airmen – Bear’s Sonic Journals Found in the Ozone – 2 CD Owsley Stanley Foundation

Come i lettori più attenti avranno notato, in questi ultimi tempi c’è stata una notevole attività discografica di Commander Cody, sia CD “nuovi”, che pubblicazioni di materiale di archivio, ufficiali (come il disco dal vivo del 1971 uscito per la Sundazed nel 2015 e i due titoli della RockBeat https://discoclub.myblog.it/2017/06/13/un-comandante-perduto-ritrovato-commander-cody-and-his-lost-planet-airmen-live-from-ebbets-field-denver-colorado-august-11-1973/ ), ma anche parecchie uscite (semi)legali di materiale radiofonico da etichette di dubbia provenienza, alcuni incisi anche bene e con contenuti interessanti. Sicuramente una etichetta “seria” (ed è strano dirlo parlando di un personaggio come Owsley Stanley, più noto come Bear, che ai tempi in cui era ingegnere del suono e fornitore di sostanze illegali per i Grateful Dead probabilmente era sempre “leggermente” fatto), gestita da moglie, figli, nipoti e pronipoti, che stanno amministrando il suo archivio in modo oculato

.Dopo le uscite dedicate a Doc & Merle Watson, Allman Brothers Band https://discoclub.myblog.it/2018/08/11/le-loro-prime-registrazioni-dal-vivo-di-nuovo-disponibili-allman-brothers-band-fillmore-east-february-1970/ , Jorma Kaukonen & Jack Casady pre Hot Tuna https://discoclub.myblog.it/2019/02/14/nuovi-dischi-live-dal-passato-6-prima-di-essere-gli-hot-tuna-erano-gia-formidabili-jorma-kaukonen-jack-casady-bears-sonic-journals-before-we-were-them-live-june-2/  e il quintuplo New Riders Of The Purple Sage https://discoclub.myblog.it/2020/03/23/anche-prima-di-diventare-una-vera-band-erano-gia-belli-pronti-new-riders-of-the-purple-sage-dawn-of-the-new-riders-of-the-purple-sage/ , questa volta tocca ad un doppio CD dedicato a Commander Cody & His Lost Planet Airmen. *NDB Non è facile da trovare e costa caro, ma cercatelo perché vale la pena.

Si tratta di registrazioni effettuate tra il 27 febbraio e il 29 marzo del 1970, al Family Dog At The Great Highway (per dargli il suo nome completo) di San Francisco, California, di proprietà dell’impresario Chet Helms, grande rivale di Bill Graham con il suo Fillmore West: nei due locali si alternavano grandi serate con i Grateful Dead, che di volta in volta cambiavano i loro opening acts, e Owsley era sempre lì a registrare tutto su nastro, con una costanza ed una qualità che ancora oggi sorprendono all’ascolto. Come di consueto anche il libretto del CD (una ventina di pagine, comprese fronte e retro della copertina) sono ricchissime di notizie ed un vero piacere da leggere. Mi permetto di “rubare” pari pari l’incipit del lungo saggio scritto da Nicholas G. Meriwether, che racconta con grande dovizia di particolari la storia dei primi anni della band ed il contenuto del doppio CD (se proprio siete ricchi sono disponibili anche i download ad alta risoluzione dei sei concerti completi): “Nel 1969 il famoso critico musicale Ralph J. Gleason chiamò San Francisco “la Liverpool dell’Ovest”vedendo la risonanza tra la fonte britannica di un pop innovativo e la varia e vibrante scena che si stava sviluppando nella Bay Area. Il 1969 fu anche l’anno in cui George Frayne e gli altri membri della band arrivarono a Berkeley…”

Il gruppo si chiamava Commander Cody & His Lost Planet Airmen (ispirati da due serie televisive di culto) e veniva dalla zona di Detroit, anche se i componenti, a partire da Frayne, che era di Boise, Idaho, venivano in pratica da tutti gli States. Agli inizi George, che si era laureato in Scultura e Pittura (Belle Arti se preferite) all’Università del Michigan, aveva fatto anche l’insegnante, ma poi il richiamo della musica lo aveva travolto e tra le le prime incarnazioni degli Airmen, ancora a Detroit, ce n’era una di 34 elementi che faceva concorrenza alla visione di Andy Warhol per i Velvet Underground, con una sezione di 5 kazoo, una ragazza tutta vestita di nero, con una frusta, che stava sul palco e non faceva nulla, ed un’altra di oltre 90 chili, avvolta solo dalla bandiera americana pure, mentre sullo sfondo scorrevano filmati di estrazioni dentali. Poi le cose si sono normalizzate e quando Frayne e soci arrivano in California (precedendo di poco gli amici Asleep At The Wheel) in poco tempo acquisiscono la reputazione di favolosa (e unica) band dal vivo. George Frayne al piano, e occasionale voce solista, Billy C. Farlow, cantante ed armonicista, Bill Kirchen, chitarra e voce, Andy Stein, violino e sax, Steve Davis, pedal steel guitar, Bruce Barlow basso e Lance Dickerson batteria, completano la line-up, dove manca John Tichy, chitarra ritmica e voce, che rientrerà in formazione per la pubblicazione del primo album di studio alla fine del 1971. Genere musicale? Country, rock (and roll), western swing, rockabilly, americana, blues, zydeco, cajun, mi sa che ne ho dimenticato qualcuno: e tutto è perfettamente bilanciato.

I due CD contengono il concerto completo del 28 marzo 1970, il migliore dei sei, poi ci sono altre 26 canzoni, 41 brani in totale, estratti dalle varie serate, badando ad evitare doppioni e con moltissime canzoni mai più apparse in seguito negli album ufficiali della band, che permettono di apprezzare, con eccellente qualità sonora, i coinvolgenti e scoppiettanti set del gruppo. Si apre proprio in modo ruspante con il soundcheck in diretta di fronte al pubblico, che poi confluisce nel breve strumentale Cajun Fiddle, affidato al violino di Andy Stein e alla pedal steel di Davis, per gli amici “The West Virginia Creeper”.  seguito dal R&R scatenato Good Rockin’ Tonight, il secondo singolo di Elvis per la Sun, con Kirchen, di nuovo Stein e il Comandante che cominciano a scaldare i loro strumenti, mente Farlow mette in mostra la sua voce calda e sicura, a seguire una pimpante Jambalaya per il lato country, e poi il lato R&B, R&R e New Orleans con My Girl Josephine di Fats Domino, l’originale di Barlow What’s The Matter Now, di nuovo di impianto country, con Davis alla steel, non manca neppure il zydeco’n’roll della travolgente Bon Ton Roulet, degna dei futuri sviluppi di Zachary Richard, il rockabilly di Matchbox di Carl Perkins, con Frayne che può fare il Jerry Lee Lewis della situazione, una ballata country spezzacuori come Long Black Limousine, la vivace cover di Only Daddy That’ll Walk The Line che era stata la canzone country del 1968 da un album di Waylon Jennings, e anche Truck Drivin’ Man, loro futuro cavallo di battaglia per i truckers del mondo intero, non scherza quanto a brio, con la steel del “West Virgina Creeper” a.k.a. Steve Davis e Kirchen a scambiarsi licks, Back To Tennessee di Barlow e Frayne, tra boogie e country è un’altra divertente pillola del loro repertorio, e la rilettura melò di Sleepwalk di Santo & Johnny è l’occasione per sentire di nuovo la steel di Davis e fischiettata di Frayne.

Dai rumori di ambiente non sembra esserci molto pubblico, ma il Family Dog era un piccolo locale, che comunque si riscalda al rockabilly/western swing di Midnight Shift e con una trascinante Blue Suede Shoes, per chiudere con un altro country’n’roll di Farlow come la frenetica Lost In Ozone, title track del loro album di debutto, qui finisce il concerto della domenica 28. Senza stare a citare tutti i brani, vi segnalo nella selezione degli altri cinque concerti, il cajun blues di Sugar Bee, una perfetta Mama Tried di Merle Haggard, di nuovo rockabilly a go-go con Boppin’ The Blues, la loro unica futura Top 10, una sempre vorticosa Hot Rod Lincoln, e pure Rip It Up non scherza come ritmo, la pianistica Lawdy Miss Clawdy, la potente (I’m Gonna) Burn That Woman, un Johnny Cash d’annata come Big River, il divertente doo-wop Stranded In the Jungle, un’altra occasione per Farlow di sfoderare il suo miglior Elvis in Baby Let’s Play House, I’m Coming Home di Johnny Horton, puro country, e la loro migliore ballata, la suadente Seeds And Stems (Again), degna antesignana della loro cover di Willin’, la più bella mai sentita a parte quella dei Little Feat. E mi fermo, ma si potrebbe andare avanti per ore. Una fantastica “scoperta”! Nel frattempo sto preparando un bell’articolo (mi lodo da solo) retrospettivo sulla band che leggerete prossimamente.

Bruno Conti

Richard & Linda Thompson – La Coppia Regina Del Folk-Rock Britannico: Box Hard Luck Stories Parte II

richard & linda thompson hard luck stories front

Seconda Parte.

Chapter 4. Pour Down Like Silver.

Richard e Linda Thompson ormai sempre più presi dalla loro conversione religiosa, tanto da apparire abbigliati in copertina con copricapi che rendono evidente questa svolta di vita, i due però incontrano anche delle difficoltà a continuare a fare musica: il Mullah di Richard vorrebbe imporgli di non fare più musica, o comunque di abbandonare la chitarra elettrica, ma dall’altro lato Richard non vorrebbe impedire a Linda di cantare “hai una voce bellissima e devi continuare a cantare” e quindi nell’estate del 1975 entrano nei soliti studi di Londra, di nuovo con John Wood, per registrare il nuovo album, che era l’ultimo per rispettare il contratto con la Island.

Nel frattempo Sheikh Abdul Q’adir li esorta a fare musica fintanto che si tratti di un omaggio a Dio, e un ispirato Richard scrive alcune delle sue più belle canzoni di sempre (a fianco di decine di altre) tra le quali Dimming of the Day, Beat the Retreat e Night Comes In, parlano tutte del tema della divinità e Thompson le riveste di alcune musiche superbe. E non è che le altre scherzino: Streets Of Paradise cantata con forza da Richard con i ricami vocali della moglie, gli arabeschi della fisa di Kirkpatrick e un robusto groove della ritmica affidata ai vecchi amici Dave Pegg e Dave Mattacks, è un piccolo gioiello, come pure la sublime For Shame Of Doing Wrong, cantata in modo divino da Linda, in una delle sue migliori interpretazioni di sempre, di nuovo a rivaleggiare con quelle di Sandy Denny.

Notevole anche The Poor Boy Is Taken Away, altra ballata stupenda (ho quasi esaurito gli aggettivi) cantata con voce cristallina da Linda, ma sono le tre canzoni citate i punti salienti dell’album: Night Comes In nei suoi oltre otto minuti sfiora quasi la perfezione con Richard che ci regala un grande interpretazione vocale e una parte strumentale finale di grande fascino, Beat The Retreat con una dolente interpretazione di Richard è un altro brano indimenticabile e la conclusiva Dimming Of The Day per molti è forse la più bella canzone mai scritta da Thompson, cantata in modo eccezionale da Linda, mentre Richard si riserva una coda strumentale, Dargai dove rilascia tutto il suo virtuosismo alla chitarra acustica.

Nelle sei bonus tracks ci sono le inedite Wanted Men, un bel pezzo rock cantato da Richard, l’altrettanto bella Last Chance cantata da Linda, un intimo demo di Dimming The Day e tre brani dal vivo da un concerto all’Oxford Polytechnic del 27 novembre del 1975, la breve ma intricata Things You Gave Me, la scatenata It’ll Be Me di Jack Clement a tempo di rock’n’roll con assolo fumante del nostro che poi ci regala una colossale versione di oltre 13 minuti di Calvary Cross: questi brani non sono inediti, erano giù usciti in In Concert, November 1975, pubblicato dalla Island in CD nel 2007, tuttora in produzione, ma questo non inficia il giudizio su questa versione di Pour Down Like Silver, altro capolavoro.

Chapter 5. The Madness Of Love Live 1975 & 1977. Questo è l’altro CD completamente inedito, tutto dal vivo, con materiale tratto da due soli concerti: il primo riguarda il set acustico del concerto del 25 aprile 1975 alla Queen Elizabeth Hall, per promuovere l’album dell’epoca Hokey Pokey, sei brani in tutto, con Richard alla chitarra acustica e i due che si dividono la parti vocali, si apre con lo strumentale Dargai, poi in sequenza una intensa Never Again, cantata da Linda, una rara cover della splendida Dark End Of The Street, sempre Linda ma alcune parti cantate all’unisono, Beat The Retreat è affidata a Richard, come pure The Sun Never Shines On The Poor, poi un’altra sorpresa, la divertente If I Were a Woman And You Were A Man.

Il secondo concerto arriva da un broadcast per Capital Radio e venne registrato il 1° maggio del 1977 al Theatre Royal di Londra e segue una lunga pausa del duo, con Linda che nel frattempo aveva avuto il secondo figlio Teddy nel 1976 (il primo con Richard), e giravano con uno “strano” gruppo definito Muslim Band e che fu abbastanza denigrato dalla stampa per il loro Islamic-Folk-Jazz: la formazione prevedeva Abdul Latif Whiteman alle tastiere, Haj Amin Evans al basso Abdul-Jabar (non quello dei Lakers) Pickstock alle percussioni e Preston Hayman alla batteria.

Cinque brani in tutto che dimostrano che repertorio e band non erano poi così male, anzi, anche io non le avevo mai sentite, forse su un bootleg e concordo con l’estensore delle note: The Madness Of Love rimasta inedita (a parte una versione di Graham Parker in un tributo a Thompson), come in parte le altre eseguite nella serata e previste per un album mai completato, non sono mai piaciute a Richard, comunque il pubblico presente apprezza, il nostro amico è in ottima forma vocale, doppiato dalla voce di Linda e la chitarra viaggia che è un piacere, ben sostenuta dalla band, a seguire una lunga versione, oltre 12 minuti, di The Night Comes In, con il liquido piano elettrico di Whiteman a seguire le acrobatiche divagazioni della solista, mentre Linda al solito canta in modo stupendo, ottima anche la corale a due voci A Bird In Gods Garden con un testo adattato da un poema di Rumi, un autore islamico, verrà incisa in seguito con French, Frith & Kaiser, e l’accompagnamento funky-jazz-rock nella lunga coda jam strumentale è eccellente.

Molto bella anche The King Of Love, sempre cantata all’unisono e con lavoro della chitarra di Thompson all’altezza della sua fama, chiude Layla, che non è quella di Clapton, ma il soggetto è sempre la stessa principessa persiana, con la band che imbastisce un classico groove “thompsoniano” (si può dire?), per permettere a Richard, che la canta con Linda, di indulgere di nuovo nelle sue superbe improvvisazioni all’elettrica, poi uscirà proprio su First Light. Una ottima scoperta!

Chapter 6: First Light. Dopo due anni passati nella comune Sufi a Norfolk, la coppia decide di tornare a Londra, e con sorpresa Richard scopre che Linda non aveva “abbandonato” il loro appartamento di Hampstead dove la coppia torna a vivere, e poco alla volta riprende a frequentare i vecchi amici, Joe Boyd in testa, che prima convince Thompson a suonare nel CD di esordio di Julie Covington, reduce dal successo travolgente del musical di Andrew Lloyd Webber Evita, dove rivestiva la parte principale, poi alcune collaborazioni con il giro Albion Band e altre cose, ma purtroppo di questo non c’è traccia, neppure nelle bonus, forse il prossimo cofanetto. Comunque assestata la situazione bisogna andare alla ricerca di un nuovo contratto discografico, che visti i “successi” a livello commerciale dei precedenti non si rivela una cosa facile, comunque alla fine si fa avanti la Chrysalis ed iniziano i preparativi per il nuovo album: ad accompagnare la coppia sarà un terzetto di formidabili musicisti americani, Andy Newmark alla batteria, Willie Weeks al basso e Neil Larsen alle tastiere, che nelle parole di Joe Boyd erano rimasti impressionati dalla abilità del nostro ed avevano espresso il desiderio di suonare con lui.

Nell’album suonano anche i vecchi amici John Kirkpatrick e Dave Mattacks, oltre ad una pletora di voci di supporto: dieci canzoni sono pronte alla bisogna, otto nuove e due traditional arrangiati da Thompson. Il disco, pur non ai livelli dei precedenti, si lascia ascoltare comunque con piacere, specie in questa nuova edizione rimasterizzata per la prima volta appositamente per l’edizione in box e ci sono pure 6 demo acustici inediti, solo voce e chitarra, tre, anzi quattro, cantati da Linda (inclusa la title track che è l’unica già pubblicata in precedenza) e due da Richard. Per il resto, nel disco originale, che anche il sottoscritto riascolta per la prima volta da almeno una quindicina di anni, ci sono brani di buona struttura, come l’iniziale avvolgente Restless Highway, il suono è sì più vicino al mainstream, anche se la produzione di John Wood, sempre a fianco di Richard, questa volta agli Olympic Studios, cerca di contenere certe concessioni ad un sound più americano, come nella ballata mistica quasi celtic soul Sweet Surrender, cantata da Linda, in altre canzoni, come nella sciapa Don’t Let A Thief Steal Into Your Heart si vira verso un funkettino leggero che neppure la chitarra del nostro riesce a redimere più di tanto, e anche l’arrangiamento con gli archi non giova.

Il traditional strumentale The Choice Wife è decisamente meglio grazie al virtuosismo di Richard, brano che poi converge nella intensa Died For Love, cantata questa volta splendidamente da Linda, con un coro di vari ospiti (Maddy Prior, Trevor Lucas, Iain Matthews, Jiulie Covington tra i tanti) che gli conferiscono un fervore tra gospel e folk, grazie anche all’accordion di Kirkpatrick e al whistle di Dolores Keane, già allora nei De Dannan. Anche la fascinosa Strange Affair, firmata con Martin Simpson e June Tabor, mantiene questa aura folk che rimanda ai dischi solisti di Sandy Denny che Linda ricorda sempre moltissimo. Layla, che nella versione già ascoltata dal vivo o in quella acustica, aveva un suo perché, qui, cantata da Richard, ha un suono rock abbastanza dozzinale, meglio Pavanne, un’altra potenziale bella interpretazione di Linda, che, credo per la prima volta, la firma insieme a Richard, però in parte manca del fuoco di altre canzoni simili, forse troppo turgida per quanto non mi dispiaccia.

House Of Cards utilizza il mega coro usato in precedenza, ma di nuovo l’arrangiamento con gli archi è troppo carico e sommerge la melodia della canzone, e anche la la title track, cantata ancora da Linda, viene sommersa a tratti da questi arrangiamenti fuori posto e troppo pomposi, insomma luci e ombre in questo album, che neppure il successivo Sunnyvista riesce del tutto a dissipare.

Chapter 7. Sunnyvista Neppure il Dottor Richard e l’infermiera Linda ritratti in copertina, forse pressati dalla casa discografica che richiede un album di successo a livello commerciale, riescono a cavare il classico coniglio dal cilindro, e nonostante il ritorno di vecchi amici inglesi come Timi Donald e Dave Mattacks alla batteria e Dave Pegg e Pat Donaldson al basso (all’epoca anche fidanzato con Kate McGarrigle, che appare con la sorella Anna nel disco, e segna l’inizio di una lunga amicizia con i Thompsons), oltre a tastieristi assortiti come Pete Wingfield e John “Rabbit” Bundrick, l’album ha un suono a tratti troppo “contemporaneo” e rock, tra l’altro messo ancora in maggior evidenza dal nuovo mastering impiegato nel box, per cui si sente splendidamente, ma le canzoni rimangono influenzate dall’atteggiamento, come ha detto il nostro amico a posteriori rispetto ai suoi dischi di fine anni ‘70, “ troppo flaccido ed indifferente”, forse fin troppo auto flagellatore, ma si capisce il senso di quanto detto.

Alcune canzoni mi piacciono parecchio, come You’re Going To Need Somebody, con l’interplay tra Thompson e la fisa di Kirkpatrick, e le armonie di Linda più le sorelle McGarrigle che sostengono Richard alle prese con un assolo dei suoi, oppure il country-rock di Lonely Hearts, con un suono che ricorda quello della sua amica Linda Ronstadt, e anche la splendida ballata Traces Of My Love, cantata con impeto e passione da Linda, aiutata dalle armonie celestiali della McGarrigles. Per non dire di Sisters altra sontuosa interpretazione degna delle migliori di Linda, con Richard superbo alla chitarra, e le McGarrigles solenni di cui sentiamo sempre più la mancanza; però ci sono anche canzoni funky come Justice In the Streets, con il ritornello che fa Allah, Allah, va bene che non avevano gradito del tutto ma…

Neppure l’iniziale Civilization brilla per inventiva, tipico Richard, ma eseguito male, Borrowed Times è pericolosamente vicino all’AOR, Saturday Rolling Around, una via di mezzo tra country, cajun e una giga, con Kirkpatrick in evidenza alla fisa e Richard alla chitarra è peraltro piacevolissima, accoppiata replicata nella title-track, tra tango e musica mitteleuropea alla Brecht, stile melò molto apprezzato da Linda a e anche il classic rock di Why Do You Turn Your Back? nell’insieme non dispiace. Insomma, visto a posteriori l’album non mi sembra poi così brutto.

Le bonus tracks prevedono Georgie On A Spree, lato B del singolo Civilization, nuova versione di un brano già apparso su Hokey Pokey, 3 demo di canzoni inedite non utilizzate nell’album, Lucky In Life, la delicata Speechless Child, sul tema dell’autismo e Traces Of My Love, entrambe cantate da Linda, poi ci sono tre canzoni, registrate con Gerry Rafferty nel 1980, che si era offerto di finanziarli e che anticipano il nuovo album, e dovevano anche servire per trovare un nuovo contratto discografico visto che anche la Chrysalis a questo punto li ha scaricati: tre versioni fin troppo lavorate di For Shame Of Doing Wrong, The Wrong Heartbeat e Back Street Slide, tanto che Richard litiga con Rafferty per i suoi metodi di lavoro e torna dopo anni a lavorare con il vecchio amico Joe Boyd, che li mette sotto contratto con la sua Hannibal, e insieme realizzano il canto del cigno della coppia, un capolavoro assoluto, il classico disco da 5 stellette.

Chapter 8. Shoot Out The Lights. Nel 1980, però si profila il “disastro” nella loro vita personale: Linda era incinta e quindi le registrazioni erano state rinviate perché erano insorti dei problemi di respirazione (poi negli anni a seguire peggiorati in una disfonia che le impedirà a lungo di cantare dal vivo), con Joe Boyd che aveva convinto Richard a fare un breve tour acustico negli States, organizzato da Nancy Covey. I due sviluppano una relazione intima con conseguente tradimento, e Linda decide di lasciare il marito: ma ci sono degli impegni da mantenere, il nuovo album da registrare e il successivo tour per promuoverlo. Il tutto verrà fatto, in una situazione ovviamente infernale, con tensione alle stelle, anche per gli altri musicisti. A dispetto di tutto, come ricordato prima, il disco Shoot Out The Lights è veramente stupendo, con una serie di canzoni superbe, realizzate con una band veramente motivata da Boyd, che produce come forse non gli capitava dai tempi dei Fairport Convention. Ed in effetti i musicisti sono quelli: Dave Mattacks batteria, Dave Pegg basso, Simon Nicol chitarra ritmica, più alcuni ospiti come i Watersons e Clive Gregson, oltre ad una piccola sezione fiati.

Il resto lo fanno le canzoni: la galoppante e profetica Don’t Renege On Our Love doveva essere cantata da Linda, che però per i problemi legati alla gravidanza, non riusciva a raggiungere la giusta tonalità, grande assolo di chitarra di Richard che suona anche la fisa in questo brano. Ma in Walking On A Wire Linda regala una delle performance vocali più belle della sua carriera, anche ispirata dal testo che recita nell’incipit “ I hand you my ball and chain/you hand me the same old refrain”, e la melodia si eleva sublime e il lirico assolo di Richard è magnifico. A Man In Need è uno dei suoi tipici brani rock corali, con i controcanti perfetti di Linda e degli ospiti e un altro assolo tagliente e conciso, in Just The Motion Linda convoglia nella sua voce un tale rimpianto che è quasi doloroso ascoltarla, ma non si può non ammirare il risultato finale di questa meravigliosa ballata.

Shoot Out The Lights ricorda i tempi felici a NY nel 1978, quando insieme scoprivano la nascente scena musicale della Grande Mela con Talking Heads e Television, con Byrne e Verlaine entrambi grandi ammiratori di Thompson, che per l’occasione compone una delle sue canzoni più intense e ricche di pathos, con una serie di assoli acidissimi e fenomenali, mentre la scandita Back Street Slide prevede ancora una solida prestazione corale della band e la vocalità all’unisono superba dei due.

Did She Jump or Was She Pushed?, una rara collaborazione tra i due come autori, è un’altra delle canzoni a più alto tasso emozionale, riflessiva ed amarissima, comunque splendida ancora una volta, e la conclusiva Wall Of Death, cantata a due voci, è la summa di quasi dieci di musica e di vita insieme, un commiato triste ma orgoglioso.

Il disco esce a marzo 1982 e poi i due si imbarcano in un tour americano periglioso ma che in alcune serate, in mezzo a mille tensioni, rinverdisce la vecchia magia tra i due, come testimoniamo i brani apparsi nel secondo CD della edizione Deluxe dell’album, pubblicata dalla Rhino nel 2010 e qui non utilizzati, anche se nelle bonus ci sono due brani da quei concerti, una riflessiva e soffusa Pavanne cantata in solitaria da Linda ed una esuberante High School Confidential che illustra l’amore di entrambi per il vecchio R&R, con assoli spaziali di Richard. Le altre bonus sono la B-side Living In Luxury, la reggata ma non disprezzabile The Wrong Heartbeat, sempre dalle sessions per l’album e migliore di quella nelle bonus di Sunnyvista, proveniente dai brani registrati con Gerry Rafferty, di cui ritroviamo altre due canzoni, l’adorabile I’m A Dreamer, un brano di Sandy Denny e un’altra versione rifulgente di Walking On A Wire, registrata prima del “disastro”, serena ed avvolgente.

E qui ci sta, imperdibile.

Bruno Conti

Richard & Linda Thompson – La Coppia Regina Del Folk-Rock Britannico: Box Hard Luck Stories Parte I

richard & linda thompson hard luck stories

Box 8 CD Hard Luck Stories 1972-1982 – UMC Universal Music

Era stato annunciato in uscita per questa primavera, prima che scoppiasse la buriana del coronavirus, ma ora eccolo in uscita oggi 11 settembre (data forse non molto fausta per gli scaramantici), questo cofanetto Hard Luck Stories 1972-1982 raccoglie i 6 album ufficiali della discografia di Richard & Linda Thompson, rimasterizzati ad arte per l’occasione, con il fattivo aiuto della coppia rappacificata che ha anche compilato i contenuti di questa collezione. 8 CD, tra i quali First Light e Sunnyvista, con nuovi masters ritrovati di recente. 113 canzoni, di cui 31 inedite e moltissime rarità: per la serie anche l’occhio vuole la sua parte il tutto è raccolto in un bellissimo manufatto, con un libro rilegato di 72 pagine di eccellente fattura, ricco di foto, tra gli altri, di Keith Morris, Gered Mankowitz e Pennie Smith, ma anche dalla collezione personale di Richard & Linda, che hanno altresì rilasciato molti ricordi di quegli anni trascorsi insieme, e ci sono pure due ottimi nuovi saggi scritti dai giornalisti Patrick Humphries e Mick Houghton. Una produzione artistica sontuosa che illustra i 10 anni in cui hanno lavorato insieme attraverso un lavoro complessivo tra i più ricchi prodotti dalla scena musicale inglese di quel periodo, e non solo in ambito folk. L’opera omnia è stata divisa in 8 capitoli, come i CD, e una Coda finale, solo come scritto nel libro, che illustra quanto successo dal 1983 a oggi.

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Partiamo quindi dall’inizio. Chapter 1 Sometimes It Happens. E dal loro primo incontro ravvicinato, anche come lo ricordano i due nel libro. Siamo nel 1969, e nei Sound Techniques Studios di Londra i Fairport Convention con Richard sono impegnati a registrare Liege And Lief insieme a Joe Boyd, il loro capolavoro assoluto che inventa il folk-rock, ma anche l’ultimo registrato con la formazione migliore, quella dove milita ancora Sandy Denny, che da lì a poco se ne andrà. In uno studio vicino, Linda (nata Peters, anzi Pettifer) è impegnata a registrare dei jingles che illustrano le virtù di Yogurt e farine a grana sottile. La bellissima Linda (nel libro ci sono delle foto che le rendono pienamente giustizia), 22 anni, quindi due meno di Richard, già con una figlia (Mai)Muna, conosceva la gang dei Fairport per via della sua amicizia con Sandy e Joe Boyd (con quest’ultimo pare anche qualcosa di più) e quindi alla fine della giornata si ritrovano tutti in un ristorante di Chelsea, dove caso vuole che i due si trovino seduti a fianco: nelle parole di entrambi pare che non si fossero piaciuti a prima vista, Linda non apprezzava molto le storie di Richard, vegetariano convinto, che parlava di continuo di cosa succede agli animali appena prima di essere macellati, lasciando inorridita la ragazza che lo trovò “interessante come un posacenere mezzo vuoto”, facedo intuire al nostro amico che “non lo trovava una persona molto interessante”, come ricorda argutamente Thompson “non troppo indicativo di quello che sarebbe successo”.

I due comunque frequentavano, a parte l’occasione specifica, lo stesso ambiente folk di piccoli locali e musicisti faticosamente impegnati a ritagliarsi uno spazio per sopravvivere. Tutti gli altri aneddoti e storie di vita li troverete poi nel box, e quindi veniamo ai contenuti del primo CD Sometimes It Happens: tra la fine del 1971 e l’inizio del 1972 i due, ormai una coppia, partecipano alle registrazioni del disco collettivo, nato come un divertissement del movimento folk-rock inglese e attribuito a The Bunch – Rock On, una raccolta di classici del R&R rivisitati con verve e grande piacere. Si parte con una alternate take di Sweet Little Rock’n’Roller, cantata da Richard Thompson impegnato anche alla solista, e con Sandy Denny e Linda non ancora sposata Thompson alle armonie vocali. Linda canta con brio The Locomotion di Carole King (al successo con Little Eva), dove si apprezza già la sua bellissima voce, mentre Richard è alle prese anche con My Girl In the Month Of May di Dion, con Linda e Sandy di nuovo alle armonie in stile Mamas And Papas: le due insieme cantano anche una versione splendida di When I Will Be Loved degli Everly Brothers, qui presente in inedita versione demo con Richard e Trevor Lucas alle acustiche, un brano che anticipa le future collaborazioni di Emmylou Harris e Linda Ronstadt. Bellissima.

Poi ci sono tre brani dal primo album solo di Richard Henry The Human Fly, all’epoca un flop clamoroso, tanto che Thompson ricorda “con orgoglio” che le versione americana fu l’album meno venduto nella storia della Warner Bros, poi rivalutato dalla critica inglese che all’epoca lo massacrò tanto che Linda ricorda che il marito all’epoca ne uscì distrutto. Dalle sessions appare l’inedito Amazon Queen, senza Linda, che invece appare alle armonie vocali con l’amica Sandy, nelle altre due bellissime canzoni Shaky Nancy e The Angels Took My Racehorse Away. Sempre nel corso del 1972, su istigazione di Linda che invitò Rchard in studio, i due registrarono 3 brani insieme, due destinati ad un album Vanishing Trick del poeta Brian Patten, che uscirà solo nel 1976 e uno con Martin Carthy: solo la voce splendida di Linda e una chitarra acustica, Richard nelle prime due e Martin nella terza, in Embroidered Butterflies c’è anche John Taylor al piano elettrico, le altre due sono After Frost e Sometimes It Happens, tutte rigorosamente inedite su CD, come tutto il contenuto del primo CD del box (a voler essere pignoli i brani di Patten sono in usciti in Giappone).

Restless Boy e The World Is A Wonderful Place sono due canzoni scritte da Richard per un musical che era stato proposto a Linda e doveva essere basato sulla storia del Figliol Prodigo: un peccato non averle mai sentite, ma si rimedia in questo Box, Linda voce, Richard chitarra e basso, più la brava Lindsay Cooper degli Henry Cow all’oboe. Per completare il primo CD due pezzi dal vivo: Shady Lies è un brano di impronta country scritto per Iain Matthews e preso da un raro concerto al London University College del 25 ottobre 1972, nel quale la coppia Thompson (che si sposerà 5 giorni dopo) si unisce alla Albion Country Band, l’altro un traditional Napoleon’s Dream solo voci a cappella, da un concerto a Leeds nel gennaio del 1973, dal primo tour della band.

Chapter 2. I Want To See The Bright Lights Tonight. A maggio del 1973, in tre giorni ai Sound Techniques di Londra, con la produzione congiunta di Richard e dell’ingegnere del suono John Wood, viene realizzato il primo capolavoro assoluto della coppia, dieci brani scritti da Rchard, ed un album che a causa della crisi petrolifera in atto all’epoca vedrà la luce solo il 30 aprile del 1974: in quel periodo nel 1973 Richard aveva iniziato a manifestare interesse nel movimento Sufi, entrando poi in una comune con la moglie, che lo seguiva suo malgrado, come dirà più avanti. Il disco è comunque splendido: si parte con una sequenza da sogno sulla prima facciata con When I Get To The Border, The Calvary Cross, Withered And Died, I Want To See The Bright Lights Tonight e Down Where The Drunkards Roll, c’è gente che non ha realizzato così tante canzoni meravigliose in un’intera carriera.

Richard, che nei Fairport Convention era adibito solo alle armonie, già in Henry The Human Fly aveva trovato una propria voce e in questo album canta nei primi due brani, già tipici del suo stile unico ed inimitabile, spesso in duo con Linda, ma anche da solo come in The Calvary Cross, dove rilascia anche un acidissimo assolo che nei concerti dal vivo si dilaterà in un vero tour de force, mentre Linda, ormai quasi una pari di Sandy Denny ,canta divinamente le altre, anche i brani della seconda facciata, dove brillano Has He Got A Friend For Me, il puro folk di The Little Beggar Girl, lasciando all’ispirato consorte la sublime The End Of The Rainbow e We Sing Hallelujah, con Linda ancora magnifica in The Great Valerio.

Nelle bonus tracks spiccano l’inedita Mother And Son, cantata ancora da Linda con Richard al piano e all’hammered dulcimer, il demo acustico intenso e intimo di Down Where The Drunkards Roll con Simon Nicol al dulcimer, la versione alternativa full band di The End Of The Rainbow con Linda voce solista alternata con Richard, più bella dell’originale, il demo di A Heart Needs A Home che uscirà nel successivo Hokey Pokey e una versione acustica dal vivo al Rainbow di Londra nel 1975 di The Great Valerio, molto buia e pessimista, ma alla fine il pubblico è in delirio.

Questa volta critiche entusiaste della stampa inglese e poi internazionale, che negli anni a venire lo ha inserito spesso e volentieri tra i classici assoluti: come viene ricordato nel libro, anche questo album, come tutti quelli di Thompson fino al 1985, non turberà minimamente le classiche di vendita.

Chapter 3. Hokey Pokey. Tra settembre ed ottobre del 1974, sempre agli stessi studios, e con la co-produzione dell’amico Simon Nicol, viene registrato Hokey Pokey il secondo disco per la Island, altro grande album, tra i musicisti, come nel precedente, spiccano la sezione ritmica di Pat Donaldson e Timi Donald, John Kirkpatrick accordion e concertina, Simon Nicol dulcimer, tutte le canzoni sempre di Richard, a parte l’ultima scritta da Mike Waterson. Le luci sono meno brillanti, la visione più pessimistica, le canzoni forse meno memorabili, se il disco precedente è da 5 stellette, questo “solo” da 4. Hokey Pokey (The Ice Cream Song) è una mossa e danzante traccia cantata da Linda con il controcanto di Richard, che prosegue ad inanellare assoli alla chitarra, confermando il suo status di chitarrista superbo, già riconosciuto con i Fairport Convention, e che poi si cementerà vieppiù negli anni a venire, al violino Aly Bain.

I’ll Regret It All In The Morning è una delle tipiche malinconiche e amare ballate che provengono dal suo canone musicale, cantata dallo stesso Richard, sempre più sicuro anche nella parte vocale, mentre Smiffy’s Glass Eyes si rifà al classico suono dei Fairport più folk(rock), l’orientaleggiante Egypt Room esplora la passione verso la musica orientale (esplicitata anche nella conversione all’Islam meno radicale) mantenendo però la sua abilità nel maneggiare con grande classe l’uso delle melodie e dei temi del rock, e a seguire una delle sue più struggenti canzoni d’amore come Never Again, dedicata alla mai dimenticata fidanzata scomparsa nell’incidente che si portò via anche il batterista Martin Lamble, cantata con rara partecipazione da Linda che tocca le corde dell’ascoltatore con una interpretazione sofferta e sublime.

Georgie On A Spree, più lieve e leggera illustra il lato più ludico ed ironico della musica di Richard che mescola tocchi music-hall e country in questa leggiadra canzone cantata sempre da Linda; Old Man Inside A Man per certi versi è una confessione, quasi una resa, di Richard rispetto al proprio carattere ed all’approccio alla vita, ne risulta un’altra ottima canzone, ribadita anche nella pessimista The Sun Never Shines On The Poor, un valzerone con qualche rimando beatlesiano, che poi lascia spazio al pezzo più bello del disco, la romantica A Heart Needs A Home, superba ballata pianistica affidata a Linda, che rivaleggia con le più belle canzoni di Sandy Denny. Mole In The Hole, consigliata dall’amico Martin Carthy, viene dal repertorio di una delle dinastie classiche del folk inglese, i Watersons, una sorta di brillante e gioiosa simil giga elettrica, cantata sempre da Linda. Solo due bonus inedite in questo CD: Hokey Pokey acustica dal vivo nel 1975 per una trasmissione radiofonica, qualità sonora da rivedere, e una alternate take di A Heart Needs A Home che anche in questo caso forse supera l’originale.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Proseguono Le Ristampe Deluxe “Random” Degli Stones Con Uno Dei Loro Dischi Più Sottovalutati. The Rolling Stones – Goats Head Soup

rolling stones goat's head soup box

The Rolling Stones – Goats Head Soup – Rollig Stone Records/Polydor/Universal CD – LP – 2CD Deluxe – 2 LP – 4LP – Super Deluxe 3CD/BluRay Box Set

Le ristampe in versione deluxe degli album che i Rolling Stones hanno pubblicato per la loro etichetta personale (quindi dal 1971 in poi) non hanno mai seguito un criterio cronologico, e neppure si sono basate su anniversari speciali: si è partiti nel 2010 con Exile On Main Street, seguito un anno dopo da Some Girls, entrambi in versione doppia, mentre nel 2015 è uscito il primo cofanetto, inerente a Sticky Fingers. Ora è la volta della riedizione, già annunciata da qualche mese, di Goats Head Soup, album del 1973 che negli anni è stato più volte indicato come disco minore nell’ambito della discografia delle Pietre. Io non sono d’accordo, in quanto stiamo parlando di un ottimo album di rock’n’roll nella più pura tradizione dei nostri, che all’epoca aveva avuto la sfortuna di uscire dopo quattro dischi da cinque stelle pubblicati uno di fila all’altro (caso più unico che raro nella storia della musica), cioè Beggars Banquet, Let It Bleed ed appunto Sticky Fingers ed Exile On Main Street. Ed io ci metterei pure Get Yer Ya Ya’s Out, che nel 1970 aveva inaugurato la stagione dei grandi album dal vivo dei seventies.

Non dimentichiamo che in questo periodo i nostri erano in stato di grazia ed avevano tra le loro fila Mick Taylor, cioè il miglior chitarrista che abbiano mai avuto; in più, in Goats Head Soup Mick Jagger e soci erano coadiuvati da ben tre pianisti della Madonna (Nicky Hopkins, Billy Preston e Ian Stewart), oltre che dai fiati di Bobby Keys, Jim Horn e Chuck Finley, il tutto sotto la produzione attenta di Jimmy Miller. La ristampa odierna esce in ben sei configurazioni diverse, ma mi soffermerei sulle più interessanti: quella in doppio CD (o doppio LP), ed il solito cofanetto Super Deluxe con libro accluso che contiene tre CD ed un BluRay poco interessante in quanto presenta l’album originale in due differenti configurazioni audio ed i video di tre canzoni (ed esiste anche la controparte del box in quadruplo LP). Goats Head Soup (inciso originariamente tra Giamaica, Los Angeles e Londra ed oggi remixato ex novo da Giles Martin, figlio del grande George) è il disco di Angie, una delle ballate più famose dei cinque, molto popolare anche dalle nostre parti, che stranamente ha sempre incontrato l’ostracismo dei critici più integralisti (a me è sempre piaciuta assai).

Gli altri due pezzi più noti, ancora oggi ripresi saltuariamente dal vivo, sono il rock-blues appicicaticcio Dancing With Mr. D. e l’adrenalinico funk-rock Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker); ma poi c’è 100 Years Ago che è una splendida rock ballad dal caldo suono di stampo sudista, lo slow Coming Down Again (in cui Jagger duetta con Keith Richards), che ha poco da invidiare ad Angie, il puro rock’n’roll di Silver Train con la slide tagliente di Taylor, il cadenzato e godereccio blues pianistico Hide Your Love, l’intensa Winter, una ballatona elettrica sullo stile di Sway, la corale e vagamente psichedelica Can You Hear The Music e la diretta ed irresistibile Star Star, che risente dell’influenza di Chuck Berry.

Il secondo CD accluso in questa riedizione, a differenza di quelli aggiunti alle ristampe di Exile On Main Street e Some Girls che contenevano in pratica un intero disco inedito, presenta solo tre brani mai sentiti prima ma per il resto troviamo sette pezzi che, pur gradevoli, si possono definire riempitivi di lusso. Il dischetto si apre con Scarlet, che degli Stones vede presenti solo Jagger e Richards in quanto il terzo chitarrista e nientemeno che Jimmy Page e la sezione ritmica di Bill Wyman e Charlie Watts è sostituita dall’ex Traffic e Blind Faith Rick Grech e dal batterista Bruce Rowland, che all’epoca era appena entrato nei Fairport Convention: Scarlet è un brano funkeggiante, vibrante e robusto e dal buon refrain corale, che è anche dotato di un ottimo approccio chitarristico (e ci mancherebbe). All The Rage e Criss Cross sono due sanguigni e coinvolgenti rock’n’roll come solo i nostri sanno fare (più countreggiante il primo, più “sporco” ed annerito il secondo), ed è strano che i cinque non li abbiano mai ripresi in seguito. Il resto del CD inizia con un interessante demo per voce e piano (suonato da Hopkins) di 100 Years Ago e prosegue con le versioni strumentali, che in realtà sono delle backing tracks, di Dancing With Mr. D., in cui possiamo apprezzare maggiormente il gran lavoro di Taylor alla slide, e di Heartbreaker.

Chiudono il dischetto quattro mix alternativi (tre dei quali preparati dal grande Glyn Johns nel 1973 ma mai utilizzati) di Hide Your Love, Dancing With Mr. D., Doo Doo Doo Doo Doo e Silver Train, che non aggiungono granché alle versioni conosciute. Ed eccoci al terzo CD, che è esclusivo per il box e che quindi per averlo dovete spendere circa cento euro in più: si tratta del famoso concerto dell’ottobre 1973 a Bruxelles già pubblicato in passato solo come download dai nostri col titolo Brussels Affair, e finora disponibile su CD solo in una rara edizione giapponese (che personalmente possiedo, e quindi stavolta mi sono risparmiato il salasso accontendandomi della versione doppia). Io ho sempre avuto grande rispetto dei soldi altrui (ancora di più in questo momento complicato), ma se dovessi fare un discorso puramente musicale vi direi senza remore di accaparrarvi il cofanetto, dal momento che in quegli anni gli Stones avevano forse raggiunto il loro picco assoluto per quanto riguarda le performance dal vivo (Ladies And Gentlemen docet), e questo Brussels Affair conferma la tendenza affermandosi come uno dei migliori live album di sempre dei nostri.

Un concerto esplosivo ed adrenalinico nel quale la furia rocknrollistica del quintetto viene fuori alla grandissima, e che con la scusa della ristampa di Goats Head Soup mi sono andato a risentire più che volentieri. Già l’uno-due iniziale di Brown Sugar e Gimme Shelter è micidiale, ma poi arriva una travolgente Happy (perfino Richards canta bene) ed una delle migliori Tumbling Dice mai sentite. E’ la volta di quattro estratti da Goats (Star Star, Dancing With Mr. D., Doo Doo Doo Doo Doo ed Angie), che stanno benissimo anche in mezzo a classici senza tempo: Angie, poi, è forse meglio di quella in studio. Una splendida You Can’t Always Get What You Want precede una monumentale Midnight Rider, che già allora era un tour de force irresistibile ed un magnifico showcase per la tecnica chitarristica di Taylor. Dopo una Honky Tonk Women coinvolgente al massimo il finale è di quelli che lasciano senza fiato, una sequenza al fulmicotone formata da All Down The Line, Rip This Joint, Jumpin’ Jack Flash e Street Fighting Man: non c’è Satisfaction ma non importa, il concerto rimane da cinque stelle, ed è un valido incentivo per “svenarsi” un pochino ed accaparrarsi il cofanetto.

Marco Verdi

Se Ne E’ Andato Silenziosamente Nella Notte Anche Peter Green, Uno Dei Più Grandi Chitarristi Della Storia Del Rock, Fondatore Dei Fleetwood Mac

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Si è spento pacificamente nel sonno questa notte, all’età di 73 anni Peter Green: è stato annunciato poco fa dai rappresentanti della famiglia.

Chi mi legge su questo Blog, e anche sul Buscadero, sa che considero Peter Green uno dei più grandi chitarristi della storia del rock (e del blues), fondatore dei Fleetwood Mac e poi con una travagliatissima vita che non gli ha permesso di essere riconosciuto per i suoi meriti, ma che tra il 1966 e il 1971 è stato uno dei più grandi nella scena musicale britannica: una stagione breve, intensa e ricca di musica spesso sublime, suonata con un gusto e un tocco unico e sopraffino, tanto che da B.B. King ai colleghi Clapton, Page e Carlos Santana, passando per Gary Moore e tantissimi altri colleghi, è stato considerato uno dei migliori solisti della chitarra elettrica, tanto che ancora nel 1996 la rivista Mojo lo ha inserito al 3° posto nella classifica dei più Grandi Chitarristi di Tutti I Tempi, e anche in quella di Rolling Stone ha figurato sempre benissimo.

Ho scritto moltissime volte di lui su queste pagine e quindi vado a recuperare parte di alcuni dei miei articoli e recensioni. L’ultima volta era stato ad inizio anno per la ristampa di End Of The Game, il suo canto del cigno, uscito nel 1970.

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Peter Green – The End Of The Game, 50th Anniversary Remastered & Expanded CD Edition – Esoteric – 21-02-2020

Anno nuovo, vita vecchia, riprendiamo con la rubrica destinata alle prossime uscite, soprattutto ristampe, più interessanti. E partiamo con un album che è tra i miei preferiti in assoluto tra i dischi di culto, The End Of The Game di Peter Green, curiosamente mai rimasterizzato prima d’ora per l’edizione in CD, visto che aveva circolato solo in una rara e costosa edizione giapponese (che è quella che tuttora posseggo) e in una versione Warner/Reprise europea che non ho mai capito quanto fosse legittima. Nel Blog ne ho parlato varie volte, sia all’interno di articoli e recensioni inerenti i Fleetwood Mac.

Ecco quello che avevo scritto e confermo.

Sei brani strumentali, poco più di 33 minuti, che si aprono con il festival del wah-wah della iniziale magnifica Bottoms Up, con Alex Dmochowski e Godfrey MacLean che sostengono in modo splendido le scale free form della chitarra di un Peter Green quasi trasfigurato nelle sue improvvisazioni sperimentali e jazzate, poi il basso assume un suono ancora più rotondo, entra un liquido piano elettrico e il lavoro della chitarra si fa ancora più intricato, insomma dovreste ascoltare per capire di cosa parliamo. Timeless Time è un breve brano, poco più di due minuti, lirico, intimo e malinconico più vicino al “solito” Green, mentre Descending Scale è più ascendente che discendente, lavoro frenetico della ritmica, piano e organo di Zoot Money in primo piano, fino all’ingresso perentorio e devastante della chitarra quasi rabbiosa di Peter, tra esplosioni e momenti di quiete, in un brano certo di non facile ascolto, ma siamo nell’anno di Bitches Brew di Miles Davis, la musica ha questa libertà assoluta.

Burnt Foot con la batteria dappertutto ha tocchi quasi tribali e il solito spirito di impronta jazz-rock, genere allora nascente, con spasmi ritmici devastanti, che poi virano di nuovo verso la psichedelia con il suono quasi deadiano e liquido delle improvvisazioni live di Jerry Garcia con la sua band, in un brano come Hidden Depth dove il wah-wah è ancora protagonista assoluto. La conclusiva End Of The Game, tra dissonanze e cacofonie sonore, esplora quasi i limiti dell’uso del wah-wah in un ambito che sembra avere poche parentele con il rock. Fine Del Gioco!

Tracklist
1. Bottoms Up
2. Timeless Time
3. Descending Scale
4. Burnt Foot
5. Hidden Depth
6. The End Of The Game
Bonus Tracks:
7. Heavy Heart
8. No Way Out
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)
9. Beasts Of Burden
10. Uganda Woman
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)

Aggiungerei che nella nuova versione che verrà pubblicata dalla Esoteric il prossimo 21 febbraio sono state aggiunte 4 bonus tracks, ovvero lato A e B di due 45 giri pubblicati rispettivamente nel 1971 e 1972: Heavy Heart’ b/w ‘No Way Out, che vide anche una rara apparizione televisiva di Peter Green a Top Of The Pops, e l’anno successivo una collaborazione con Nigel Watson Beasts of Burden’ b/w ‘Uganda Woman, il secondo singolo proveniente da sessions differenti da quelle di The End Of The Game. Nel libretto del CD ci sarà un libretto che narra la genesi dell’album e una intervista con Zoot Money, il tastierista che nel disco si alternava all’organista Nick Buck, futuro Hot Tuna. Nelle Note di presentazione del CD si parla anche di un prossimo concerto, già esaurito “Mick Fleetwood & Friends Celebrate The Music Of Peter Green at London Palladium in London on Tue 25th Feb 2020″ per ricordare il grande musicista inglese (che è comunque ancora vivo, per quanto malandato).al quale parteciperanno Billy Gibbons, David Gilmour, Jonny Lang, Andy Fairweather Low, John Mayall, Christine McVie, Zak Starkey, Steven Tyler, Bill Wyman e altri da confermare, oltre ovviamente a Mick Fleetwood, Dave Bronze RickyPeterson. Ecco la locandina dell’evento.

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Al 18 di settembre 2020 uscirà (di nuovo), anche la ristampa del miglior album della discografia dei Fleetwood Mac Then Play On, in una edizione praticamente quasi identica a quella pubblicata dalla Rhino nel 2013, che vi ripropongo a seguire, con anche delle citazioni dei dischi dal vivo usciti sempre in quel periodo.

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Fleetwood Mac – Then Play On (Extended edition) – Rhino 20-08-2013

Moltissimi conoscono i Fleetwood Mac di Rumours, in tanti conoscono i Fleetwood Mac blues di Peter Green, almeno per sentito dire, ma non altrettanti conoscono questa incarnazione, diciamo più rock, del gruppo, quella con la doppia chitarra solista, grazie all’ingresso di Danny Kirwan, avvenuto durante le registrazioni del disco nel 1969. A volere proprio essere pignoli il disco uscì per la Reprise il 19 settembre del 1969 e quindi il titolo del Post sembrerebbe un po’ tirato per le orecchie. Ma se London Calling dei Clash, uscito nel Regno Unito il 14 Dicembre del ’79 e poi pubblicato negli Stati Uniti ad inizio gennaio ’80, è stato proclamato dalla rivista Rolling Stone il miglior disco appunto degli anni ’80, possiamo considerare Then Play On a tutti gli effetti un disco degli anni ’70! Anche per il tipo di suono che fondeva blues, progressive rock e psichedelia con la voce tipica di Peter Green e con un suono chitarristico decisamente più virtuosistico rispetto al passato e le due chitarre soliste che anticipavano almeno di un anno il sound ricco di improvvisazione degli Allman Brothers,  unito con quello di altri gruppi di derivazione acida e psichedelica con due twin lead guitars come ad esempio i Quickislver di Cipollina e Duncan, che nel marzo ’69 avevano pubblicato il loro capolavoro Happy Trails.

Tornando ai Fleetwood Mac, in quegli anni (ed ancora oggi) avevano una formidabile sezione ritmica, John McVie e Mick Fleetwood, che dava il nome alla band ed è stata una delle più grandi della storia del rock, nelle varie incarnazioni del gruppo. Il disco fu il primo ad uscire con la Reprise, dopo lunghi anni passati alla Blue Horizon e venne pubblicato in edizioni diverse per l’Inghilterra e per gli Stati Uniti (addirittura due), con una durata inconsueta per i tempi, quasi 54 minuti, e molti brani che iniziavano e finivano con un fade-in o un fade-out, probabile conseguenza di lunghe jam da cui erano state ricavate (e che se fosse disponibile ancora, ma non credo, sarebbe possibile ascoltare sul notevole CD doppio The Vaudeville Years che ne raccoglieva moltissime), Comunque parlando anche per immagini, era questo:

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Uscito per l’etichetta Receiver in CD nel 1998 conteneva, oltre alle citate fantastiche jam, anche alcuni brani a guida Jeremy Spencer, quindi decisamente più blues e R&R, che avrebbero dovuto essere inseriti in un EP, The Milton Schlitz Show, da pubblicarsi insieme al disco originale. Per vari motivi non se ne fece nulla e la presenza di Spencer nel LP è limitata a brevi tocchi di piano qui è là. Ovviamente il gruppo si recò ad inizio anni ’70 negli Stati Uniti per promuovere l’album e i tre concerti, tenuti tra il 5 e il 7 febbraio 1970 al Boston Tea Party, vennero per fortuna registrati per un album dal vivo che avrebbe potuto essere leggendario, al pari del citato Happy Trails e del Live At Fillmore degli Allman Brothers che sarebbe uscito l’anno successivo.

Peter Green in quei mesi suonava la chitarra in modo magnifico ed ispirato (come sempre peraltro, uno dei miei Top 5 di tutti i tempi) ed in più aveva aggiunto una grinta ed un volume inusitati per lui, che uniti allo sprone che gli forniva l’eccellente seconda chitarra solista di Danny Kirwan, lo rendeva, in quel momento e in quell’anno 1970, probabilmente il più grande chitarrista rock sulla faccia del pianeta, meglio anche di Clapton, Hendrix, Page e Beck, per un breve periodo, purtroppo non destinato a durare, per le note vicissitudini che lo avrebbero interessato da lì a poco. Dico questo perché esistono le prove di tutto ciò, e sono contenute qui:

fleetwood mac live in boston box.jpgfleetwood mac live in boston volume one.jpg

fleetwood mac live in boston volume two.jpgfleetwood mac live in boston volume three.jpg

Usciti prima in vinile come Bootleg negli anni ’70, poi ancora come doppio LP Cerulean ed infine come CD Live In Boston, i tre CD contengono il meglio delle tre serate tenute in quel di Boston, con delle versioni “spaziali” dei classici della band, tra i quali molti di quelli contenuti in Then Play On, in particolare due versioni pantagrueliche di Rattlesnake Shake, entrambe intorno ai 25 minuti, che sono tra le jam improvvisative di rock-blues e psichedelia più incredibili mai ascoltate. Potete verificare qui sotto:

La versione tripla in Box, uscita in edizione limitata e numerata di 10.000 copie, circola a cifre esagerate, ma i volumi Uno e Due, che sono i più interessanti, si trovano ancora sciolti a prezzi decisamente abbordabili. Le chitarre ululano e strepitano, si incrociano e si scambiano fendenti nella miglior tradizione del rock, ma sono anche in grado di regalare momenti di pura poesia sonora nelle ricercate evoluzioni di Peter Green. Questa svolta rock (ma anche melodica) era già presente in brani come Black magic woman, Albatross, Man Of The World, che erano diversi rispetto al blues degli esordi, comunque sempre amato e presente nel sound di Green, che era molto rispettato da BB King che lo considerava il miglior chitarrista bianco di blues e dagli altri artisti di Chicago con cui aveva registrato Blues Jam At Chess. Nella versione di studio tutti questi elementi sono presenti e più rifiniti, meno vibranti delle versioni dal vivo, brani come Searching For Madge, Fighting For Madge e Underway, che tutti e tre confluiscono in Rattlesnake Shake per quel medley formidabile, sono nondimeno grandi pezzi e insieme con la fantastica Oh Well, uscita anche come singolo, divisa in due parti, l’ottima Coming Your Way, le 12 battute sempre amate di Showbiz Blues e le atmosfere oniriche e sognanti di alcuni brani sia di Kirwan che di Green, rendono Then Play On un disco da conoscere a tutti i costi.

A maggior ragione in questa nuova versione, pubblicata il 20 agosto p.v. dalla Rhino, che ai tredici brani della versione che ha sempre circolato in compact aggiunge alcune canzoni che erano uscite solo come singoli, tra le quali la fantastica (e durissima, la facevano anche i Judas Priest) The Green Manalishi (With The Two-Prong Crown) e il suo lato B, World in Harmony:

  1. Coming Your Way
  2. Closing My Eyes
  3. Fighting for Madge
  4. When You Say
  5. Show Biz Blues
  6. Underway
  7. One Sunny Day
  8. Although the Sun is Shining
  9. Rattlesnake Shake
  10. Without You
  11. Searching for Madge
  12. My Dream
  13. Like Crying
  14. Before the Beginning
  15. Oh Well (Part 1)
  16. Oh Well (Part 2)
  17. The Green Manalishi (with the Two-Prong Crown)
  18. World in Harmony

Tracks 1-14 released as Reprise U.K. LP RSLP 9000, 1969
Tracks 15-16 released as Reprise single RS 27000 (U.K.)/0883 (U.S.), 1969
Tracks 17-18 released as Reprise single RS 27007 (U.K.)/0925 (U.S.), 1970

Inifne, se volete approfondire ulteriormente, qui sotto trovate anche i Link del lungo articolo retrospettivo che ho dedicato ai Fleetwood Mac, diviso in due parti, e anche la recensione del box postumo pubblicato sul finire dello scorso anno.

https://discoclub.myblog.it/2019/06/28/in-attesa-del-cofanetto-inedito-atteso-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-i/

https://discoclub.myblog.it/2019/06/29/in-attesa-del-cofanetto-inedito-previsto-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-ii/

https://discoclub.myblog.it/2019/11/29/cofanetti-autunno-inverno-10-rinviato-piu-volte-ecco-finalmente-questo-eccellente-box-inedito-anche-se-fleetwood-mac-before-the-beginning/

Forse c’è qualche ripetizione, ma mi sembra un tributo meritato all’arte di uno che tanto ha dato alla musica. Riposa In Pace “In The Skies” dove troverai tante altre anime gemelle!

Bruno Conti

Buono, Anche Se La “Nuova Svolta” Non Convince Del Tutto. Jayhawks – XOXO

jayhhawks XOXO

Jayhawks – XOXO – Sham/Thirty Tigers CD Deluxe

Prosegue il filotto di uscite dei Jayhawks diciamo Mark III: terzo album del post Marc Olson https://discoclub.myblog.it/2018/07/30/la-cura-ray-davies-ha-fatto-loro-molto-bene-the-jayhawks-back-roads-and-abandoned-motels/  e undicesimo disco di studio complessivo. Come annunciato, promesso e “minacciato”, Gary Louris per l’occasione di questo XOXO manda “Baci e abbracci” ai fans, e come ricorda lui stesso in alcune interviste, dove scherzando dice anche “XOXO è Elliott Smith, parte seconda!, visto che il compianto cantautore americano aveva pubblicato un CD intitolato XO. Non so molto dei dettagli del CD, visto che lo sto recensendo parecchio prima dell’uscita prevista intorno a metà luglio (e non ho fatto ritocchi al Post, in occasione dell’uscita avvenuta il 10 luglio), se non che oltre a Marc Perlman sono della partita anche Karen Grotberg e Tim O’Reagan che dovrebbero firmare l’album collettivamente con Louris, oltre ad essere anche spesso e volentieri le voci soliste del CD, in quanto lo stesso Gary in questo periodo è stato impegnato anche nella preparazione e stesura di un prossimo disco solo. Il nuovo album ha avuto una lunga fase di preparazione lo scorso anno, con Louris che andava e veniva dal North Carolina dove vive, per sessioni di scrittura e jam preparative, poi il disco è stato registrato a novembre del 2019 ai Pachyderm Studios di Cannon Falls e completato ai Flowers Studios sempre nel Minnesota.

Di solito il 90% del vecchio materiale era cantato dal nostro amico https://discoclub.myblog.it/2016/04/26/anche-senza-marc-olson-sempre-quasi-paging-mr-proust/  che questa volta lascia spazio ai suoi pard, devo dire con risultati, alterni, in quanto il nuovo CD è ondivago: se This Forgotten Town è puro e classico Jayhawks sound, con le loro inconfondibili armonie vocali corali e Louris e O’Reagan che si alternano come voce guida, pedal steel celestiali e grande assolo di chitarra, ben sostenuto dal piano e dall’organo dello Rotberg, la riffata Dogtown Days, scritta da O’Reagan alza subito la quota rock, contraddistinta da una spinta più power pop grazie alla solista riverberata di Louris, mentre Living On A Bubble, firmata dal solo Gary, ha il classico imprinting beatlesiano, con pianino saltellante della Grotberg e sonorità dei tardi Beatles, Abbey Road o giù di lì, con tutti i Jayhawks che la cantano.

Ruby conferma il talento di interprete ed autrice di Karen che sempre più si rivela pure ottima cantante, specie quando è alle prese con queste ballate struggenti, dove la sua voce viene anche filtrata a tratti. Homecoming ha sempre il tocco tipico della band, ma con un’aura di psichedelia gentile aggiunta e quel dono di saper incorporare il pop più raffinato nelle loro canzoni, con Louris, di nuovo autore unico, che aggiunge il solito assolo di chitarra, anche se forse il risultato finale è fin troppo lavorato.

Meglio la più immediata Society Pages, anche se finora si sente la mancanza della componente più rootsy della band, a favore di un sound che ricorda certe sonorità alla Jeff Lynne, qui rappresentate dall’autore O’Reagan. Le chitarre acustiche e il piano di Illuminate rimangono comunque ancora in queste coordinate sonore di pop molto ricercato, ribadite nelle complesse volute sonore della corale Bitter Pill. La Grotberg canta anche in Across My Field, calda ballata pianistica che potrebbe ricordare lo stile di Aimee Mann, un’altra che sa coniugare pop raffinato e canzone d’autore. Little Victories, con un giro di basso trascinante e una chitarra grintosa, ben sostenuta dall’organo, è ancora cantata coralmente da tutta la band, formula ripresa anche in Down To The Farm, più vicina ad un folk pastorale ed acustico, rappresentato dall’autore Marc Perlman. Looking Up Your Number solo voce, presumo O’Reagan, e chitarre acustiche arpeggiate, chiude la versione standard dell’album su una nota gentile.

Nelle tre bonus della versione Deluxe Jewel Of The Trimbelle è una ulteriore ballata pianistica cantata dalla Grotberg, con abbellimenti vocali e strumentali del resto della band, Then You Walked Away di Louris ricorda certo prog elegante anni ‘70, Caravan o primi Genesis, piacevole ed affascinante e Hypocryte’s Lament, dell’accoppiata Louris/Perlman, ma cantata a due voci dalla Grotberg, anche al piano e da Gary, che per l’occasione suona l’armonica, è un ulteriore gioiellino acustico dell’album, che in effetti però si discosta fin troppo dal suono della band, buono complessivamente, ma non entusiasma, mi aspettavo di più.

A breve, nei prossimi giorni, per rimembrare il passato, articolo retrospettivo in due parti sulla carriera discografica dei Jayhawks, anche con breve spazio sulle carriere soliste di Olson e Louris.

Bruno Conti

Non Ci Hai Mai Disturbato, Ma Solo Fatto Gioire! Se Ne E’ Andato Oggi Ennio Morricone. Uno Dei Maestri Assoluti Della Musica, Aveva 91 Anni.

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E’ morto questa mattina Ennio Morricone, per le complicazioni post-operatorie seguite alla rottura del femore dopo una caduta casalinga avvenuta alcuni giorni or sono: avrebbe compiuto 92 anni il 10 novembre p.v. Anche se in questo Blog abitualmente non abbiamo trattato questo genere di musica (ma quale?), è indubbio che Morricone sia stato uno dei più grandi geni espressi dalla musica italiana, e non solo, almeno nelle ultime sei decadi: musica per colonne sonore, di cui è stato uno dei Maestri assoluti nel mondo, musica classica e contemporanea, ma anche musica leggera e popolare, sia come compositore che come arrangiatore. Come ha scritto di suo pugno nel proprio necrologio, quando si è reso conto che se ne stava andando: “Io, Ennio Morricone, sono morto. Lo annuncio così a tutti gli amici che mi sono stati sempre vicini e anche a quelli un po’ lontani, che saluto con grande affetto. Impossibile nominarli tutti. Ma un ricordo particolare è per Peppuccio e Roberta, amici fraterni molto fraterni in questi ultimi anni della mia vita. C’è solo una ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata: non voglio disturbare nessuno”!

A seguire alcune delle sue musiche più celebri, prima come arrangiatore ed autore di musica leggera

e poi compositore di musiche da film. Quelle immortali dei film western del suo amico Sergio Leone.

Quella di C’era Una Volta In America.

Alcune candidature agli Oscar, non vinti, ma poi premiati con l’Oscar alla carriera

E l’unico vinto nel 2016 per il Film di Tarantino The Hateful Eight

Quindi altre centinaia di composizioni concepite nel corso degli anni: ancora una volta grazie di tutto e sicuramente non hai mai disturbato. R.I.P.

Bruno Conti

 

Per Il Momento, Il Cofanetto Dell’Anno! Johnny Cash – The Complete Mercury Recordings 1986-1991

johnny cash complete mercury albums

Johnny Cash – The Complete Mercury Recordings 1986-1991 – Mercury/Universal 7CD – 7LP Box Set

Nel 1986 Johnny Cash era senza un contratto discografico, in quanto era stato lasciato a piedi dalla Columbia dopo quasi trent’anni di onorato servizio, trattato come un ferrovecchio solo perché le sue vendite non erano più congrue con gli standard dell’etichetta (nonostante il livello sempre medio-alto dei dischi pubblicati dal nostro anche nella decade in questione, specialmente Rockabilly Blues e Johnny 99, ma anche The Adventures Of Johnny Cash non era affatto male). A nulla era servito l’inatteso successo del debut album degli Highwaymen, supergruppo formato con colleghi che in quel periodo non se la passavano certo meglio come vendite: Cash fu gentilmente accompagnato alla porta come un qualsiasi “has been”. In soccorso del nostro venne però la Mercury, che fu giudicata da Johnny come l’etichetta giusta per ripartire e rilanciarsi, anche se purtroppo l’impresa fallì miseramente, con cinque dischi tanto belli quanto ignorati dal pubblico, al punto che per molto tempo i cinque anni passati presso la label di Chicago sono stati considerati il punto più basso della carriera dell’Uomo In Nero.

johnny cash easy rider

Eppure quei cinque album erano tutti di qualità eccellente, e meritevoli di essere messi al pari dei suoi migliori lavori delle ultime due decadi: a posteriori l’errore di Cash fu forse quello di non voler rischiare più di tanto e di imbastire una sorta di “operazione nostalgia” invece di puntare su un produttore carismatico che lo avrebbe fatto uscire dall’anonimato (cioè quello che in sostanza farà negli anni novanta con Rick Rubin, tornando inaspettatamente in auge), ma anche la Mercury ci mise del suo promuovendo pochissimo l’artista ed in definitiva perdendo presto la fiducia in lui. Oggi quei cinque album (che da tempo erano fuori catalogo) vengono rimessi sul mercato opportunamente rimasterizzati in un piccolo box formato “clamshell” intitolato appunto The Complete Mercury Recordings 1986-1991, una ristampa curata con tutti i crismi dall’esperto Bill Levenson e che aggiunge ai cinque CD già conosciuti due altri dischetti (oltre a qualche bonus track sparsa qua e là): uno è un piacevole “intruso”, mentre il secondo è completamente inedito, anche se non troppo diverso da uno dei cinque originali. Un cofanettino che non esito quindi a definire imperdibile, un po’ per il prezzo contenuto (meno di quaranta euro, mentre la versione in LP è decisamente più costosa) ma soprattutto per la qualità della musica presente, che tende dal buono all’ottimo e rende finalmente giustizia ad un periodo bistrattato della vita artistica del grande countryman (*NDM: esiste anche una versione su singolo CD o doppio LP intitolata Easy Rider con il meglio dai sette album, ma per una volta visto il costo abbordabile mi sento di consigliare senza remore il box). Di seguito dunque una disamina disco per disco.

Class of ’55: Memphis Rock & Roll Homecoming (1986). Ecco l’intruso di cui parlavo prima, un album collettivo in cui Cash divide la scena con Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Roy Orbison, una rimpatriata di artisti che ad inizio carriera incidevano tutti per la mitica Sun Records e sorta di riedizione del Million Dollar Quartet, con Orbison al posto di Elvis Presley (ma nel 1981 c’era stato anche The Survivors, un live album accreditato a Cash, Lewis e Perkins). Class Of ’55 non è un capolavoro, ma un dischetto divertente da parte di quattro leggende in buona forma, suonato in maniera diretta da un manipolo di ottimi sessionmen di varie età, come Gene Chrisman, Bobby Emmons, Marty Stuart, Reggie Young e Jack Clement. Cash è presente come solista in due brani, un pimpante rifacimento di I Will Rock And Roll With You (da lui pubblicata in origine nel 1978) ed un omaggio ad Elvis con We Remember The King, scritta da Paul Kennerley. La sua voce si sente anche nella coinvolgente rilettura collettiva di Waymore’s Blues di Waylon Jennings e nella swingata Rock And Roll (Fais Do-Do), mentre i suoi compagni si difendono egregiamente: Perkins ci mette tutta la grinta possibile nel trascinante rock’n’roll con fiati Birth Of Rock And Roll e poi fa il balladeer nella gospel-oriented Class Of ’55, Orbison fa sé stesso nella ballatona Coming Home e Jerry Lee ondeggia tra country e rock nel classico Sixteen Candles ed in Keep My Motor Running di Randy Bachman. Finale strepitoso con una versione corale di otto minuti di Big Train (From Memphis), scritta l’anno prima da John Fogerty in omaggio ad Elvis ed eseguita con un coro che comprende lo stesso Fogerty, Dave Edmunds, Rick Nelson, June Carter Cash, le Judds ed il leggendario produttore Sun Sam Phillips.

Johnny Cash Is Coming To Town (1987). Il “vero” esordio di Cash per la Mercury, prodotto da Cowboy Jack Clement, è un tipico album anni ottanta del nostro, sulla falsariga di quelli pubblicati per la Columbia: ottimo dal punto di vista musicale ma poco remunerativo per quanto riguarda le vendite. Il brano più noto è indubbiamente la splendida The Night Hank Williams Came To Town, una trascinante country song elettrica caratterizzata dall’immancabile ritmo “boom-chicka-boom” ed uno spettacolare intervento vocale di Waylon Jennings. Tra le altre segnalo grintose riprese di canzoni di Elvis Costello (The Big Light), Merle Travis (la classica Sixteen Tons, proposta “alla Cash”), un doppio Guy Clark (Let Him Roll e Heavy Metal, entrambe ottime) e perfino James Talley con la rockeggiante W. Lee O’Daniel (And The Light Crust Dough Boys), mentre il Cash autore è presente in due occasioni, un luccicante rifacimento di The Ballad Of Barbara e la tipica ma deliziosa I’d Rather Have You.

Water From The Wells Of Home (1988). Visto l’insuccesso del disco precedente Johnny tenta la carta dell’album di duetti, ma le cose non andranno molto meglio. Water From The Wells Of Home è però un lavoro eccellente, con perle come l’iniziale Ballad Of A Teenage Queen, strepitoso rifacimento di un pezzo antico scritto da Clement (che produce ancora l’album) con la partecipazione della figlia di Cash Rosanne e degli Everly Brothers, e That Old Wheel, irresistibile country-rock proposto insieme a Hank Williams Jr., con i due vocioni che si integrano alla grande. Oltre a Rosanne, la famiglia Cash è presente nelle figure del figlio John Carter Cash, che duetta col padre in una coinvolgente rilettura di Call Me The Breeze di J.J. Cale e nella toccante ballata pianistica che intitola l’album, e della moglie June (con Carter Family al seguito) in Where Did We Go Right. Altre gemme sono la bella western song As Long As I Live, con la voce cristallina di Emmylou Harris (nonché i backing vocals di Waylon e signora, cioè Jessi Colter, e la partecipazione dell’autore del brano Roy Acuff), la rockeggiante The Last Of The Drifters, di e con Tom T. Hall, la suggestiva ballata dal sapore irlandese A Croft In Clachan con Glen Campbell, e soprattutto l’inattesa comparsata di Paul McCartney che scrive e canta con Johnny la deliziosa country ballad New Moon Over Jamaica, portandosi dietro la sua band dell’epoca (cioè quella di Flowers In The Dirt e successivo tour).

Come bonus per questo box abbiamo due missaggi alternati di Ballad Of A Teenage Queen e That Old Wheel, praticamente identici agli originali.

Classic Cash – Hall Of Fame Series (1988). Appena quattro mesi dopo l’album precedente Cash pubblica il disco più nostalgico del periodo Mercury: Classic Cash è infatti un lavoro tipico da vecchia gloria, in cui il nostro reincide con un gruppo attuale (ma anche due ex membri della sua antica backing band The Tennessee Three, Bob Wooton e W.S. Holland) venti classici del periodo Sun e Columbia. Un disco elettrico e bellissimo, suonato e cantato in maniera formidabile e forse con l’unico difetto di una produzione un po’ piatta (ad opera dello stesso Cash), che però la rimasterizzazione odierna ha migliorato notevolmente. In pieno 1988 questo non era certo l’album adatto a rilanciare la carriera del nostro, ma di fronte a titoli come Get Rhythm, Tennessee Flat Top Box, A Thing Called Love, I Still Miss Someone, I Walk The Line, Ring Of Fire, Folsom Prison Blues, Cry Cry Cry, Five Feet High And Rising, Sunday Morning Coming Down, Don’t Take Your Guns To Town, Guess Things Happen That Way e I Got Stripes bisogna solo stare zitti ed ascoltare.

Classic Cash – Early Mixes (2020). Questo è il disco “inedito”, nel senso che sono le stesse venti canzoni pubblicate su Classic Cash (ma in ordine diverso), presenti con il missaggio iniziale e non rifinito. I brani sono sempre ovviamente una goduria, e forse ancora più diretti in queste versioni, ma vi consiglio di non ascoltare i due Classic Cash uno di fila all’altro in modo da evitare una certa ripetitività.

Boom Chicka Boom (1990). Album all’epoca poco considerato in quanto privo dei numerosi ospiti di Water From The Wells Of Home (a parte The Jordanaires, gruppo vocale noto per i suoi trascorsi con Elvis), ma tra i migliori del periodo Mercury. Prodotto da Bob Moore, Boom Chicka Boom è un lavoro che fin dal titolo rivela la volontà di Johnny di tornare il più possibile al suo suono originale, ed il risultato finale è davvero ottimo. Puro Cash sound (e totale assenza di ballate), con energiche e convincenti versioni di Cat’s In The Cradle di Harry Chapin (*NDB Di recente rispolverata per la pubblictà di una nota birra) , Hidden Shame ancora di Costello, Family Bible di Willie Nelson, Harley di Michael Martin Murphey ed una strepitosa Veteran’s Day di Tom Russell (all’epoca uscita solo come b-side e presente qui come traccia aggiunta). Ma gli originali di Cash non sono da meno, come l’ironica e trascinante A Backstage Pass e le coinvolgenti Farmer’s Almanac e Don’t Go Near The Water, quest’ultima già incisa dal nostro negli anni settanta. E poi Johnny canta alla grande. Questo è anche il dischetto con più bonus tracks: oltre alla già citata Veteran’s Day abbiamo infatti un’altra b-side (I Shall Be Free), quattro prime versioni di A Backstage Pass, Harley, That’s One You Owe Me e Veteran’s Day, per finire con la scintillante I Draw The Line, un inedito assoluto che poteva benissimo essere incluso nel disco originale.

The Mystery Of Life (1991). Johnny chiude in bellezza il periodo Mercury (ma sempre con vendite deludenti) con quello che forse è il disco migliore dei cinque a parte Classic Cash che però come abbiamo visto si rivolgeva a brani del passato. Ancora con Clement in regia, The Mystery Of Life ci presenta un Cash tirato a lucido che ci delizia con dieci canzoni di notevole portata. L’album inizia con uno strepitoso rifacimento (l’aveva già pubblicata a fine anni settanta) di The Greatest Cowboy Of Them All, magnifica gospel song dotata di un maestoso arrangiamento in stile western. Ci sono altri due brani del passato, due toniche riletture di Hey Porter (appartenente al periodo Sun) e della collaborazione con Bob Dylan di Wanted Man; i nuovi pezzi scritti dal nostro sono I’m An Easy Rider, Beans For Breakfast e Angel And The Badman, uno meglio dell’altro, mentre tra le cover spiccano I’ll Go Somewhere And Sing My Songs Again di Tom T. Hall e The Hobo Song di John Prine, entrambe con la partecipazione dei rispettivi autori. Ed anche la ballata che dà il titolo al disco, scritta da tale Joe Nixon, è decisamente bella. Come bonus abbiamo The Wanderer, ovvero la famosa collaborazione di Johnny con gli U2, forse un po’ fuori contesto qui ma sempre affascinante da ascoltare.

Credo di essermi dilungato un po’, ma era d’uopo riservare il giusto tributo ad uno dei periodi più complicati della carriera di uno dei più grandi musicisti di sempre: The Complete Mercury Recordings 1986-1991 è un cofanetto che non deve mancare in nessuna collezione che si rispetti.

Marco Verdi

In Attesa Del Nuovo Ottimo Album In Uscita A Metà Luglio: Pretenders/Chrissie Hynde Una Storia Lunga Più Di 40 Anni! Parte II

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Seconda parte.

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A questo punto come nuovo solista dei Pretenders arriva Robbie McIntosh, futuro chitarrista della band di Paul McCartney, e al basso Malcolm Foster. Con questa formazione registrano un altro singolo di grande fascino, e successo, come la potente Middle Of The Road, che esce a novembre del 1983 e fa da antipasto al nuovo album Learning To Crawl – Sire 1984 ****, che esce a gennaio, sempre per la produzione di Chris Thomas, e dopo una lunga gestazione, visto che è stato inciso dalla metà del 1982 alla fine del 1983: i due singoli, posti in apertura del disco, sono le colonne sonore portanti dell’album, che comunque presenta altre canzoni di notevole fattura, e mediamente è superiore al secondo album e si avvicina ai vertici del primo, spesso pareggiandoli, l’assolo di armonica della Hynde nel finale di Middle Of The Road è veramente gagliardo.

L’incalzante rock di Time The Avenger, perfetto esempio di power pop, la vorticosa Watching The Clothes, un ennesimo esemplare di impeccabile Pretenders song come Show Me, il country and roll della pressante Thumbelina. E ancora, My City Was Gone, il lato B di Back On The Chain Gang, sempre con Bremner e Butler, una sorta di funky-rock alla Jam, con un sinuoso giro di basso che àncora il groove del brano verso lidi soul, la bellissima Thin Line Between Love And Hate, una cover R&B dei Persuaders, con la presenza di Paul Carrack, piano e seconda voce, e Andrew Bodnar dei Rumour, cantata in modo “divino” dalla angelica voce di Chrissie.

I Hurt You, con un riff circolare e la voce moltiplicata, è quanto di più vicino al reggae questa volta propone il menu, e in chiusura 2000 Miles, il terzo singolo dell’album, che era uscito a novembre 1983, considerata una canzone natalizia, ma anche un accorato ricordo di James Honeyman-Scott, con un delicato jingle-jangle della solista di McIntosh: l’ultimo grande album del gruppo? E’ una domanda, chiedo.

1985-1995 Un Lungo, lento declino, con qualche soprassalto

Questa è una fase classica in generale nella storia delle band. Chrissie Hynde ci mette anche del suo, alla Tafazzi, decretando, dopo la partecipazione al Live Aid nel 1985, e all’inizio delle registrazioni del nuovo album, che Martin Chambers non stava più suonando bene e se ne poteva andare, subito seguito dal bassista Foster, lasciando il gruppo senza sezione ritmica. Nel frattempo, nel 1984, la nostra amica aveva sposato Jim Kerr dei Simple Minds, e nel 1985 aveva avuto la seconda figlia Yasmin, ma anche in questo caso il fattore genetico non ha funzionato e comunque nel 1990 i due divorziano.

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Il nuovo disco, senza il produttore Chris Thomas, oltre alla sezione ritmica, viene registrato in giro per il mondo Get Close – Real Records/Sire 1986 ***, se non altro scegliendo due produttori di pregio come Bob Clearmountain e Jimmy Iovine, nonché una valanga di sessionmen tra cui spiccano T.M. Stevens al basso e Blair Cunnigham alla batteria, più Bernie Worrell alle tastiere, Steve Jordan, Mel Gaynor dei Simple Minds e Simon Phillips alla batteria, Chucho Merchàn degli Eurythmics e Bruce Thomas degli Attractions al basso. Nonostante tutto il cucuzzaro impiegato il disco non è al livello dei precedenti, ma non è neppure orrido (quasi). Il primo singolo My Baby, al solito, è molto piacevole, dedicato alla figlia, e con una certa tenerezza nel cantato, ogni tanto c’è un surplus di chitarre e tastiere, ma si evita il suono turgido anni ‘80; anche When I Change My Life è gradevole, soprattutto per merito della voce di Chrissie, ma Light Of The Moon, scritta da Carlos Alomar, non si può sentire, sembra Let’s Dance parte 2, in peggio, Dance!, per dirla alla Mughini, la aborro, nonostante una incombente chitarra con wah-wah.

Tradition Of Love è un po’ meglio, se non altro ha una parvenza di melodia, anche se i synth impazzano, il divertente singolo Don’t Get Me Wrong solleva in parte le sorti e anche I Remember You un brano giamaicano lite non è da taglio delle vene, la classe vocale fa capolino. Su How Much Did You Get for Your Soul? stendiamo un velo pietoso, con Chill Factor che non sarà un capolavoro ma suona come una canzone dei Pretenders e Hymn To Her è una power ballad di buona qualità, mentre in conclusione viene inserita una cover di Room Full Of Mirrors di Jimi Hendrix, prodotta da Steve Lillywhite che suona come un brano dei Simple Minds o degli U2 più commerciali, anche se McIntosh cerca di metterci del suo.

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Alla fine del tour del 1987 anche lui alza bandiera bianca e abbandona. Lo stesso anno esce The Singles 1979-1987 – Wea/Sire 1987 ****, che raccoglie il meglio dei loro 45 giri, arte dove hanno sempre eccelso, con la “bonus” (mezza stelletta in meno) della cover reggae con gli UB40 di I Got You Babe di Sonny And Cher. Nell’89 anche i due brani per la colonna sonora del film di Bond 007 The Living Daylights non sono il massimo, suono molto sintetico e pure le canzoni non brillano. Altro brano da colonna sonora del film 1969 Windows Of The World, con Johnny Marr alla chitarra, neppure brutto, poi lunga fase di riflessione e nel 1990 si presentano a maggio in studio per registrare un nuovo album

Packed!

Packed! – Sire 1990 ***, con la produzione di Mitchell Froom: in copertina c’è solo il volto della Hynde, nel disco suonano di nuovo Cunningham e Bremner, più sessionmen assortiti, quindi si potrebbe considerare come un album solista con il marchio Pretenders, e ha i suoi momenti, anche se Rolling Stone gli dà addirittura 4 stellette, l’iniziale Never Do That non è malaccio, sembra Back On The Chain Gang parte 2, dove c’era Bremner alla chitarra. Molto gradevoli anche Let’s Make A Pact e la pimpante Millionaires e anche una cover delicata di May This Be Love di Jimi Hendrix con assolo in punta di dita sempre di Bremner.

When Will I See You è una raffinata ballata scritta con Johnny Marr, Downtown (Akron) un grintoso omaggio alla sua città nativa, il solito reggae How Do I Miss You e altri brani senza infamia e senza lode, a parte la romantica conclusiva Criminal, un tipico brano alla Hynde. Passano altri quattro anni ed esce Last Of The Indipendents – Sire 1994 ***,

un buon album nel complesso, che segna il ritorno di Chambers alla batteria dopo anni di esilio, e l’arrivo del nuovo chitarrista Adam Seymour, che poi rimarrà con la band fino al 2007, produce Stephen Street, anche se la “nuova” line-up appare al completo in un solo brano All My Dreams, insieme alla ballate pianistiche 977 e I’ll Stand By You, al tiratissimo R&R Rebel Rock Me e alla bella cover di Forever Young di Bob Dylan, cantata sempre con voce cristallina da Chrissie Hynde.

The Isle of view

L’anno successivo esce il primo Live della band, Isle Of View – Warner Bros 1995 ***, un disco acustico dove la band, accompagnata da una piccola sezione archi, il Duke Quartet, rivisita il repertorio passato, con la presenza dell’ospite Damon Albarn al piano: a me all’epoca non era dispiaciuto, come avevo detto nella mia recensione dei tempi, e risentito oggi confermo, è strano sentirle in versione “unplugged”, ma nel complesso regge, canzoni come Back On The Chain Gang, Brass In Pocket, Hymn To Her, con un solenne harmonium, Lovers Of Today, The Phone Call, I Go To Sleep, la allora recente Revolution, per citare le migliori, come le giri comunque si apprezzano.

1999-2020 L’ultima fase, tra alti e bassi.

Viva_el_amor

Nel 1999, dopo avere collaborato nel 1997 con due brani alla colonna sonora del film di Ridley Scott G.I.Jane, partecipano al concerto in memoria di Linda McCartney, organizzato dalla stessa Hynde, che era una sua grande amica, realizzano l’ultimo album del millennio ( e con la WB) Viva El Amor – Warner Bros 1999 ***, altro disco buono ma non eccelso, buona partenza con il singolo Popstar, dove Chrissie rispolvera la sua armonica, e l’altro singolo, una cover di Human dei Divinyls, sempre pop music di buona fattura ma senza il guizzo di classe. Belle la ballata From The Heart Down e il riff’n’roll moderato di Nails In The Road, in altri pezzi come Who’s Who, Dragway 42 e Baby’s Breath la Hynde si autocita con discreti risultati, il tentativo di lanciarsi come crooner spagnola nella cover di Rabo De Nube di Silvio Rodriguez diciamo che non è memorabile.

LooseScrew

Avanti il prossimo (album) Loose Screw – Artemis 2002 **1/2, prodotto da Kevin Bacon, non l’attore, ma l’ex leader dei Comsat Angels, storica band post-punk britannica, terzo album consecutivo con la stessa formazione, con quasi tutte le canzoni scritte dalla Hynde con Seymour, genere alternative rock, mah, buone recensioni ma a me non fa impazzire, anzi, si salva nello specifico il mid-tempo You Know Who Your Friends Are, ma altrove ben due o tre reggae songs pallose, o la picchiata Fools Must Die e la danzereccia I Should Of, per non dire della elettronica Clean Up Woman. Si salvano ancora, a fatica, la ballata The Losing e Saving Grace, mentre da dimenticare Walk Like A Panther, scritta da Jarvis Cocker.

BreakUpTheConcrete

Passano altri sei anni ed ecco Break Up The Concrete – Shangri-La Music 2008 ***1/2, nuova formazione con il bravissimo chitarrista James Walbourne ( cognato di Richard & Linda Thompson, avendone sposato la figlia Kami nel 2012, con la quale suona negli ottimi Rails), Chambers viene ancora una volta accantonato e sostituito da Jim Keltner alla batteria, mentre alla pedal steel viene aggiunto Eric Heywood dei Son Volt, il tutto per un buon disco, tra roots music e rock vibrante, come nell’iniziale Boots Of Chines Plastic, ballate struggenti come The Nothing Maker, derive country nella deliziose Don’t Loose Faith In Me e Love’s A Mistery, tiratissimi R&R come Don’t Cut Your Hair. In You Didn’t Have To spunta anche una fisa suonata da Walbourne, Rosalee è un blues con i due chitarristi in tiro, tra slide e lap steel, la title track con un ritmo alla Bo Diddley e la dolce One Thing Never Changed completano un album che forse non arriva alle 4 stellette di Mojo e Q, ma ci si avvicina molto, ottimo anche per me.

Pretenders_Alone

A questo punto basta aspettare quegli otto anni, inframezzati da una raccolta e un live, ed ecco arrivare Alone – Bmg Rights Managent 2016 ***1/2, registrato in quel di Nashville, con la produzione di Dan Auerbach dei Black Keys ed uno stuolo di sessionmen tra cui spiccano Richard Swift alla batteria, grande produttore e factotum, scomparso nel 2018, e gli altri tre chitarristi Kenny Vaughan e Duane Eddy (!!) e Russ Pahl alla steel: considerato il titolo potrebbe essere il primo disco solista di Chrissie Hynde, ma il moniker del gruppo è sempre una garanzia per regalarci un altro buon disco, di nuovo molto roots, tra le pigre volute di Let’s Get Lost, il rock sospeso di Chord Lord, il country-rock della delicata Blue Eyed Sky, la “desertica” The Man You Are, alla Calexico, la saltellante One More Day, il retro-rock futurista di I Hate Myself, con il chitarrone di Duane Eddy in evidenza, la bella ballata pianistica Death Is Not Enough, il pop vintage di Holy Commotion, il quasi garage delle gagliarde Alone e Gotta Wait. Ora restiamo in attesa del nuovo ottimo Hate For Sale, previsto a luglio, che segna il ritorno al classico suono Pretenders.

Bruno Conti