Lo Springsteen Della Domenica: Un Boss “Californiano” Ad Alti Livelli! Bruce Springsteen – Western Stars

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Bruce Springsteen – Western Stars – Columbia/Sony CD

Raramente, almeno negli ultimi tempi, un album è stato dissezionato, criticato, esaltato o stroncato ben prima della sua uscita come Western Stars, nuovissimo lavoro di Bruce Springsteen. C’è da dire che la maggior parte dei commenti sono stati positivi, ma non sono state comunque risparmiate dure critiche, soprattutto per la veste pop delle canzoni, un suono giudicato da alcuni troppo gonfio ed appesantito da arrangiamenti orchestrali, e più in generale per il fatto che, in pratica, Bruce in questo disco “non fa Bruce” (ma che vuol dire? Allora anche The Seeger Sessions, un capolavoro, andrebbe ridiscusso…e poi per avere il classico Springsteen basta aspettare l’anno prossimo, dato che il rocker di Freehold ha già annunciato che pubblicherà un album con la E Street Band). Tra l’altro è stato Bruce stesso in un certo senso ad annunciare il cambiamento di Western Stars, affermando in sede di presentazione che aveva voluto fare un disco ispirato alla musica pop californiana a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, citando artisti come Glen Campbell e Burt Bacharach (ed io aggiungerei anche Jimmy Webb, Harry Nilsson e John Denver, anche se nessuno dei cinque è/era originario del Golden State), un tipo di influenza che nessuno pensava che il Boss avesse ma che è indubbiamente reale visto l’esito finale dell’album.

Sì, perché Western Stars a mio parere è un disco bello, in parecchi punti molto bello, e ci fa ritrovare un Bruce di nuovo in forma smagliante come autore di canzoni e come musicista in generale dopo qualche lavoro tentennante (come il raffazzonato High Hopes ed il deludente Working On A Dream). Certo, i brani sono più tendenti al pop che al rock, ma è un pop sontuoso ed arrangiato alla grande, con la produzione di Ron Aniello che evoca praterie sconfinate ed i paesaggi a cielo aperto che sono raffigurati nelle splendide foto di copertina e del booklet interno. Una musica decisamente cinematografica, con canzoni a tema western per quanto riguarda i testi ma meno per le musiche, che restano come dicevo ancorate allo stile pop che il nostro annunciava presentando il disco; i tanto vituperati arrangiamenti orchestrali sono quindi parte integrante di questo tipo di musica, ed a mio parere non sono affatto pesanti o fuori posto, ma anzi contribuiscono ad aumentare il pathos in parecchie canzoni, canzoni che il Boss esegue in maniera convinta e convincente (è chiaro e lampante che le “sente” particolarmente), usando in alcune di esse un range vocale decisamente melodico ed abbastanza inedito.

Bruce ed Aniello si occupano della maggior parte degli strumenti (chitarre, banjo, basso ed una lunga serie di tastiere come piano, celeste, mellotron ed organo e percussioni varie tra cui vibrafono e glockenspiel), e sono coadiuvati dalla moglie del Boss, Patti Scialfa, ai backing vocals insieme ad altri coristi (tra i quali “Sister” Soozie Tyrell), dall’altro E Streeter Charlie Giordano al piano e fisarmonica, dai batteristi Gunnar Olsen e Matt Chamberlain, da ben tre steel guitarists (Greg Leisz, Marty Rifkin e Marc Muller), dal noto percussionista Lenny Castro e addirittura dal pianista delle origini della E Street Band David Sancious. Oltre naturalmente alle già citate sezioni di archi e strumenti a fiato. La prima canzone, Hitch Hikin’, ha un inizio abbastanza tipico, con Bruce che canta in maniera distesa una melodia limpida, circondato da strumenti a corda: dopo circa un minuto entra l’orchestra ma con discrezione ed anzi aumentando la tensione emotiva: il brano si sviluppa tutto sulla stessa tonalità ed è tutt’altro che monotono, ma è al contrario dotato di un crescendo degno di nota. The Wayfarer è costruita un po’ sulla stessa falsariga, ma ha più soluzioni melodiche e ad un certo punto la strumentazione si arricchisce ed entra la sezione ritmica, con gli archi e i fiati che diventano protagonisti: pop di alta classe. Tucson Train vede in un certo senso il Boss che conosciamo, il brano è più rock, ci sono anche le chitarre elettriche ed il mood è trascinante: c’è l’orchestra anche qui, ma io non vedo male questo brano anche in ottica E Street Band, potrebbe diventare un classico delle future esibizioni dal vivo. Anche la title track è una ballata tipica del nostro, con atmosfere western (titolo a parte), una bella steel sullo sfondo e quell’atmosfera da colonna sonora cinematografica che Bruce aveva in mente; Sleepy Joe’s Café è solare e contraddistinta da una ritmica pimpante, con un motivo delizioso, orecchiabile e coinvolgente (e sentori di Messico), in pratica una delle più immediate del CD.

La tenue Drive Fast (The Stuntman) iniza per voce, piano e chitarra (ed orchestra, anche se più nelle retrovie), poi entrano gli altri strumenti ma il mood resta intimo e rilassato, Chasin’ Wild Horses è una slow ballad intensa e con accompagnamento scarno ma di grande impatto, con una splendida steel, un banjo ed il solito emozionante assolo orchestrale: molto bella anche questa. Sundown è stupenda, una pop song extralusso dotata di un eccellente ed arioso arrangiamento che evoca spazi aperti e cavalcate nelle praterie, uno dei pezzi in cui l’interazione tra il Boss, il gruppo e l’orchestra funziona meglio. Splendida anche Somewhere North Of Nashville, un toccante lento dalla melodia straordinaria ed accompagnato solo da chitarra, piano e steel, un pezzo breve ma con il dna dei classici springsteeniani; Stones è una rock ballad fluida e limpida dalla strumentazione ricca e coinvolgente, altra canzone che Bruce riprenderà sicuramente dal vivo in futuro, mentre There Goes My Miracle è una pop song grandiosa nell’arrangiamento e raffinata nell’interpretazione, con un’ottima prestazione vocale: se il Boss voleva evocare certa musica dei primi anni settanta, qui ci è riuscito alla perfezione. L’album volge al termine con Hello Sunshine (il primo singolo, gira già da alcuni mesi), una ballatona tra cantautorato e pop che richiama vagamente Everybody’s Talkin’, e con Moonlight Motel, un bozzetto acustico ideale per congedarci da un disco a mio parere quasi perfetto, specialmente se rapportato alle intenzioni originali del suo autore.

D’altronde se ad ascolto ultimato ho già voglia di rimetterlo da capo vorrà pur dire qualcosa.

Marco Verdi

John Mayall Retrospective, Il Grande Padre Bianco Del Blues Parte III

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Terza ed ultima parte.

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Back The Roots – 2 LP Polydor 1971 – ***1/2

Mayall se ne accorge e per il successivo album, il doppio Back To The Roots, che indica le intenzioni fin dal titolo, non solo torna al suo passato più blues, ma invita alle sessions tenute tra Londra e Los Angeles due vecchi “alunni” come Eric Clapton e Mick Taylor: nel disco suonano molti altri musicisti, Keef Hartley e Paul Lagos alla batteria, Harvey Mandel e Jerry McGee alla chitarra (futuro solista della band), Taylor al basso e Johnny Almond a sax e flauto, oltre a Sugarcane Harris al violino. I pezzi  con Clapton, manco a dirlo, sono tra i migliori: Prisons On The Road dove Eric duetta con Harris, Accidental Suicide che però senza batteria incide meno anche se Mick Taylor ed Eric suonano insieme, Home Again, solo armonica, piano e “Slowhand”, Looking At Tomorrow, che sembra proprio un pezzo di Clapton e Goodbye December.

Intendiamoci  niente di memorabile, anche se uniti agli ottimi contributi di Mick Taylor, il bel blues lento Marriage Madness, la vorticosa Full Spead Ahead, una sorta di Room To Move 2 ma elettrica, il gagliardo blues-rock di Mr. Censor Man e l’ottimo blues con uso slide di Force Of Nature, fanno sì che l’album sia più che positivo, uno degli ultimi in questo senso.

Memories – Polydor 1971 **1/2

Il disco successivo che esce sempre nel 1971 a novembre, con Mayall accompagnato ancora da Larry Taylor e da Jerry McGee alle chitarre, lo inseriamo nella discografia anche se certo non brilla per qualità, perché da qui in avanti per trovare dischi veramente belli di John Mayall bisognerà cercarli con il lanternino, almeno per una ventina di anni. Quindi vediamo in futuro cosa troveremo, anche se nel 1972 due dischi molto belli escono ancora, entrambi dal vivo, tratti dai concerti del 1971 a Boston e New York per il primo disco e quello del Whisky A Go Go del 1972, per il secondo

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Jazz Blues Fusion – Polydor 1972 ****

Moving On – Polydor 1972 ***1/2

Il titolo è programmatico ancora una volta e la (big) band che accompagna Mayall è strepitosa, una piccola orchestra che mescola musicisti neri e bianchi con risultati di conseguenza strepitosi. Secondo alcuni è addirittura forse il miglior album di Mayall di sempre: diciamo esclusi quelli con i Bluesbreakers. Comunque è un bel sentire: Clifford Solomon al sax, Blue Mitchell alla tromba, Freddy Robinson alla chitarra e Mayall ad armonica e piano sono i solisti, il solito fantastico Larry Taylor al basso e Ron Selico alla batteria, la sezione ritmica. Ragazzi se suonano: Country Road, la travolgente Good Time Boogie, la jazzata Change Your Ways, il lentone Dry Throat, l’improvvisazione immancabile nei concerti di Mayall di Exercise in C Major for Harmonica (sentire anche l’assolo di Larry Taylor!) e la conclusiva Got To To Be This Way, sono una meglio dell’altra.

Moving On è inferiore, sia pure di poco, ma solo perché la formula era già conosciuta e anche se la formazione si amplia ulteriormente, con l’aggiunta di Ernie Watts, Charles Owens e Freddie Jackson ai fiati, mentre Keef Hartley sostituisce Selico, il primo Live si fa ancora preferire: Worried Mind swinga subito di brutto, Keep Your County è dell’ottimo blues intriso di R&B, Christmas 71 un ottimo lento, Things Go Wrong più mossa ed irruenta, Moving On ha un suono più rock-jazz con ottimi interventi dei fiati, e notevole anche la conclusiva High Pressure Living, ma tutto l’album è comunque di eccellente fattura.

Gli Anni Americani Parte Seconda 1973… The Best Of The Rest

Andiamo poi a pescare gli album veramente interessanti che escono dal 1973 in avanti nel lunghissimo periodo americano che si protrae sino ad oggi, sia pure con qualche disavventura personale lungo il cammino, tipo l’incendio che nel 1979 ha distrutto la casa di Mayall a Laurel Canyon.

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Ten Years Are Gone – 2 LP Polydor -1973 ***1/2

Un buon album metà in studio e metà dal vivo all’ Academy Of Music di NY, che più o meno ripete lo stile dei precedenti, sempre con Freddy Robinson, Blue Mitchell e Keef Hartley, a cui si aggiunge il grande Red Holloway al sax e che vede il ritorno di Sugarcane Harris al violino. Tutti i pezzi meno uno sono firmati da Mayall e si segnalano nella parte live le lunghissime Harmonica Free Form, la “solita” improvvisazione in piena libertà di Mayall al suo strumento preferito ed i più di 17 minuti della jazzata e complessa Dark Of The Night, che contiene anche gli assoli dei vari musicisti. Sugli altri dischi degli anni ’70 direi di stendere un velo pietoso, quasi tutti usciti per la ABC, non ne ricordo uno che valga la pena di menzionare, e anche sui musicisti, a parte forse un giovane Rick Vito, non vale la pena soffermarsi, forse potrei ricordare il live The Last Of The British Blues, ma giusto perché ne ho parafrasato il titolo per usarlo nell’articolo. Bottom Line, uscito nel 1979 per la DJM, ha dei musicisti della madonna che suonano nel disco, Lukather, Tropea, i fratelli Brecker, Ritenour, Jeff Porcaro, un produttore come Bob Johnston, ma ci sarà un motivo per cui è l’unico che non è mai uscito in CD: John Mayall goes funky (giuro), terribile. E anche gli anni ’80 non partono bene, anche se nel 1985 esce per l’australiana AIM un disco che riporta in auge il nome del glorioso combo.

Return Of The Bluesbreakes –AIM 1985 ***

In sei pezzi alla chitarra c’è Mick Taylor, negli altri Don McMinn, registrato in quel di Memphis produce Don Nix, il suono è elettrico e vibrante, Mayall è in buona forma vocale e ha voglia di soffiare nell’armonica. I brani con Mick Taylor sono dal vivo in quel di Washington, DC nel 1982, e l’ex Stones non ha perso la mano. Il concerto completo poi uscirà in CD nel 1994 per la Repertoire con il titolo The 1982 Reunion Concert ***1/2, John McVie al basso e Colin Allen alla batteria.

Chicago Line – Island 1988 ***1/2

Qui si torna a ragionare dopo tanti anni, non c’è solo il nome Bluesbreakers, ma anche due validi chitarristi come Coco Montoya e Walter Trout. Esce in CD per la Castle nel 1990, quasi tutti i pezzi sono di Mayall, meno una cover di Jimmy Rogers e una di Blind Boy Fuller, oltre alla prima versione di uno dei cavalli di battaglia di Trout come Life In the Jungle. Blues-rock di buona fattura con due solisti finalmente degni degli anni d’oro dei Bluesbreakers.

A Sense Of Place – Island 1990 ***1/2

Altro disco di buona qualità e altro grande chitarrista che suona a fianco di Mayall: questa volta ad affiancare Coco Montoya c’è un altro eccellente musicista, reduce dai lavori con John Hiatt e Zachary Richard: arriva Sonny Landreth alla slide. Alla batteria, fisso dal 1985 al 2008 c’è sempre il fido Joe Yuele.

Wake Up Call – Silvertone 1993 ***1/2

Nuova etichetta, la Silvertone, per l’ultimo disco con Coco Montoya: per l’occasione Mayall chiama a raccolta parecchi amici per un altro album solido, ricco di energia e buona musica,  e chitarristi come piovesse: Buddy Guy, che è anche la seconda voce solista nel tiratissimo slow blues I Could Cry, Mick Taylor, Albert Collins e David Grissom, con Mavis Staples che canta la title track.

Da Spinning Coin ***1/2 del 1995, se mi passate la battuta, arriva un “grosso” chitarrista, Buddy Whittington che al di là delle dimensioni fisiche è anche un solista di indubbio valore, tanto che rimarrà con Mayall e i Bluesbreakers fino al 2007. Nel 2001 esce un altro album celebrativo della serie.

John Mayall & Friends – Along For The Ride – Eagle Records ***1/2

A fianco di Whittington troviamo Davy Graham, Peter Green, Steve Miller, Steve Cropper, Billy Gibbons, Gary Moore, Jeff Healey, Jonny Lang e l’immancabile Mick Taylor. E sono solo I chitarristi: altri ospiti Dick Heckstall-Smith al sax, Reese Wynans e Billy Preston alle tastiere, più qualche cantante assortito tipo Chris Rea, Otis Rush, Andy Fairweather-Low ed altri amici. Tredici brani e non ne ricordo uno scarso, aggiungere alla lista dei must have. E nel 2003, sempre a proposito di dischi celebrativi, per i 70 anni di Mayall esce,sia in CD che in DVD, il superbo disco dal vivo

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70th Birthday Concert – Eagle 2003 – ****

Serata memorabile che vede il ritorno sul palco dopo oltre 40 anni di Eric Clapton che si riunisce con il suo vecchio mentore.Tra gli ospiti anche Mick Taylor che è la chitarra solista in tutto il concerto, ben spalleggiato da Whittington, e tra le sorprese il vecchio “nemico” Chris Barber al trombone. Repertorio superlativo con Clapton che canta Hoochie Coochie Man e I’m Tore Down e maramaldeggia alla chitarra in splendide versioni  di Hide Away, All Your Love e in una chilometrica, oltre 18 minuti, Have You Heard, che è pura goduria. E il resto non è chi sia scarso, anzi, per usare un fine eufemismo, anche se non siamo di fronte a dei giovanotti, mi scappa un bel minchia se suonano! Direi che fa parte dei dischi imperdibili di John Mayall. Fino al recente Nobody Told Me ****,  36° disco di studio, che lo ha riportato ai vertici assoluti della sua produzione, direi che non ci sono altri album da ricordare, benché A Special Life del 2014 era comunque un buon disco.

Tra le innumerevoli antologie e dischi dal vivo, molti dei quali non sono più disponibili, andrebbero segnalati i due recenti volumi  Live In 1967 Vol. 1&2, peccato che non siano incisi molto bene. Tra le antologie, anche se non più disponibili da parecchio tempo, ma magari verranno ristampate prima o poi, vorrei ricordare ancora i due doppi London Blues 1964-1969 e Room To Move 1969-1974, entrambi ****.  Tra quelli già citati nell’articolo Looking Back ***1/2  del 1971, che raccoglie, singoli, b-sides e inediti. Viceversa tra le cose più recenti Live At The BBC ***1/2 CD della Decca/Universal del 2007, che riporta le registrazioni tra il 1965 e il 1967. Molto interessante anche l’antologia uscita nel 2010 per la Hip-O- Select del gruppo Universal , un cofanetto da 4 CD So Many Roads: An Anthology 1964-1974 ****, però pure questa era a tiratura limitata e non si trova più in commercio.

Quindi augurando lunga vita a John Mayall, magari sarebbe il momento ideale per pubblicare un bel box retrospettivo per festeggiare i suoi 85 anni compiuti.

Bruno Conti

John Mayall Retrospective, Il Grande Padre Bianco Del Blues Parte II

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Seconda Parte

A questo punto John  Mayall è praticamente di nuovo senza gruppo, ma il vecchio John si inventa un nuovo chitarrista, questa volta di 18 anni, e nei Bluesbreakers arriva Mick Taylor per registrare

220px-Crusade_(John_Mayall_album)_coverartThe_Blues_Alone

Crusade – Decca 1967 ****

E per l’occasione quel diavolo di un Mayall si inventa anche un sestetto con due fiati fissi in formazione, i sassofonisti Rip Kant e Chris Mercer, realizzando un disco, Crusade, che arriva fino all’ottavo posto delle classifiche nel settembre del 1967, anche perché comunque in quegli anni la concorrenza (Beatles e Stones per iniziare, ma pure il resto) non scherzava. John McVie è ancora il bassista, ma alla batteria c’è il nuovo Keef Hartley (che poi fonderà la sua ottima band basata su questo tipo di suono “Jazz-rock”). Nella solita edizione espansa in CD ci sono parecchie bonus, di cui ben otto ancora con Green, tutte estratte peraltro dalla compilation del 1971 Thru The Years, e per non farsi mancare nulla a novembre pubblica anche The Blues Alone ***, un album, come dice il titolo, registrato a maggio in solitaria, prima di A Hard Road, con il solo aiuto di Keef Hartley alle percussioni.

Il 1968 inizia come era finito l’anno precedente: dopo una pausa di qualche mese John Mayall ad aprile entra in studio, sempre con la produzione di Mike Vernon, per registrare quello che sarà l’ultimo album a portare la sigla Bluesbreakers. Si tratta di

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 Bare Wires – Decca 1968 ***1/2

Disco che accentua lo spostamento verso atmosfere più jazz e in un certo senso ancora una volta anticipa i fermenti della scena musicale inglese, che da lì a poco inizierà a proporre le prime band jazz-rock, una delle quali nascerà proprio dall’abbandono di tre dei componenti della band presenti in questo album, John Hiseman alla batteria, Tony Reeves al basso e Dick Hecktall-Smith al sax, tutti confluiranno nei Colosseum. Mick Taylor è ancora la chitarra solista, Chris Mercer e Henry Lowther (anche al violino) sono gli altri due musicisti impegnati ai fiati, e stranamente Bare Wires, uno degli album più “difficili”  incisi da Mayall fino a quel momento , diventa anche quello di maggior successo, arrivando fino al 3° posto delle charts.

Non male per un disco dove la prima facciata contiene una unica lunga suite di quasi 23 minuti Bare Wires Suite, anche se poi in effetti si tratta di un medley di sette brani uniti tra loro, che comunque vira decisamente verso un sound a tratti lontano dal blues abituale dei dischi precedenti, con qualche deriva prog grazie alla presenza del violino di Lowther, ma Taylor fa sentire sempre la sua presenza, sia nella suite che nella “strana” No Reply, solo armonica e chitarra wah-wah a duettare, o nel R&R strumentale Quits, scritto dallo stesso Mick, come pure nel lancinante blues lento Killing Time. Tra le bonus le più interessanti sarebbero quelle estratte da Primal Solos, che però sono incise veramente maluccio, molto meglio i due pezzi Knocker’s Step Forward e Hide And Seek, due potenti blues-rock con Taylor al meglio, che usciranno su Thru The Years nel 1971. In quel periodo era transitato in formazione anche il 15enne Andy Fraser, poi nei Free, ma per il disco successivo, l’ultimo con Mick Taylor, arrivano Colin Allen alla batteria e Stephen Thompson al basso. Il nuovo disco che esce sempre nel 1968 a novembre, nonostante il titolo non è registrato negli Stati Uniti (anche se poi Mayall andrà a vivere proprio in California dal 1969 al 1979), ma al solito a Londra negli studi della Decca, con Mike Vernon alla produzione.

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Blues From Laurel Canyon – Decca 1968 – ****

Ancora una volta oltre al blues ci sono altri elementi sonori, con Taylor impegnato anche alla pedal steel e Allen alle tablas. I testi raccontano dei viaggi e dei primi incontri californiani di John, mentre le canzoni sono tutte legate tra loro senza soluzione di continuità e Mick suona alla grande la solista in un album dal suono potente come testimoniano l’iniziale Vacation, una Walking On Sunset che ricorda molto il boogie dei Canned Heat, l’intima e sognante ballata Laurel Canyon Home, la tirata 2401, con ottimo lavoro di slide di Taylor, brano che ricorda il suono di band british blues come Ten Years After, Savoy Brown, Chicken Shack e per certi versi anche degli Stones, che evidentemente ascoltano attentamente il lavoro del loro futuro compagno. Ready To Rise è un” bluesaccio” Chicago Style alla Muddy Waters, mentre The Bear è sicuramente dedicata Bob Hite dei Canned Heat. In Long Gone Midnight c’è una rimpatriata di Peter Green sempre grande alla chitarra, lasciando per ultima la lunga Fly Tomorrow, quasi 9 minuti con introduzione orientaleggiante delle tablas di Allen e poi  una parte rock che si dipana su un esteso e splendido assolo di chitarra dove Mick Taylor prima di congedarsi dà il meglio di sé.

Gli Anni Americani Prima Parte 1969-1972

Dopo il divorzio dalla Decca, la casa inglese, prima, durante e anche dopo la fine del contratto, pubblica molti dischi che sono raccolte, antologie di materiale dal vivo e inedito, non sempre particolarmente interessanti e spesso incise anche con mezzi tecnici diciamo “poveri”. Comunque il primo album che esce per la Polydor nel 1969 è un (mezzo) capolavoro.

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The Turning Point – Polydor 1969 ****

Dopo il suo album più rock ed elettrico, Blues From Laurel Canyon, Mayall  per l’esordio con la Polydor decide di lanciarsi in un nuovo progetto di “low volume music”, senza batteria e chitarra elettrica, mantenendo Stephen Thompson al basso, e Johnny Almond al sax alto e tenore e flauto, oltre ad introdurre il nuovo membro Jon Mark, virtuoso della chitarra acustica e futuro socio di avventura di Almond, in quella splendida band che risponde al nome di Mark-Almond  che realizzerà una serie di meravigliosi album elettroacustici negli anni ’70. Per il momento Mayall e compagni si ritrovano il 12 luglio del 1969 al Fillmore East di New York per registrare questo disco acustico che segna davvero un “punto di svolta” nella musica rock dell’epoca, un po’ come sarà quasi contemporaneamente per il primo disco degli Hot Tuna.

Solo sette tracce (più le tre aggiunte nella ristampa in CD del 2000), ma una più bella dell’altra: la “politica” The Laws Must Change, ancorata come tutti i brani dal solido groove del basso di Thompson, vive sulle improvvisazioni dell’armonica di Mayall, del flauto di Almond e dell’acustica di Mark, usata anche in funzione ritmica. La musica è vivida ed “elettrica” anche in questa veste “unplugged”,  la delicata Saw Mill Gulch Road, con Mayall impegnato alla slide elettrica, I’m Gonna Fight for You J.B, dedicata a JB Lenoir, uno dei miti di John, un blues acustico che ricorda certe cose di Jansch e Renbourn, con e senza Pentangle, So Hard To Share, con un ottimo Johnny Almond al sax, è uno dei brani più complessi, mentre la splendida California, che apriva la seconda facciata del vecchio LP, come la precedente, anticipa il suono dei dischi di Mark-Almond, tra folk, jazz, rock e canzone d’autore, quasi dieci minuti di pura magia sonora.

Anche Thoughts About Roxanne  vede come autori Mayall, Thompson e Fischer Thompson, ed è un altro lungo brano meditativo e ricercato, prima di lasciare spazio a Room To Move, un brano devastante dove John Mayall rilascia alcune improvvisazioni  fenomenali  per voce ed armonica prese a velocità supersoniche, un pezzo che qualcuno ha definito “incomparabile”: concordo. Tra le bonus Sleeping By Her Side, dove si apprezzano il fingerpicking di Mark e il flauto di Almond.

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Empty Rooms – Polydor 1969 ***1/2

Empty Rooms esce alla fine dell’anno, stessa formazione, con l’aggiunta di Larry Taylor al basso in un pezzo, e cerca di replicare anche in studio il suono di Turning Point, in parte riuscendoci: spiccano la sinuosa Don’t Waste My Time, l’intensa Plan Your Revolution, il folk della sognante Don’t Pick A Flower, le 12 battute di Something New, Waiting For The Right Time, che anticipa certe atmosfere di John Martyn e Nick Drake, l’intricato finger picking di Counting The Days, anche se non tutti i brani sono al livello del  disco precedente.

 

USA Union – Polydor 1970 ***

Dopo quasi un anno esce questo album: sempre formazione senza batteria, Larry Taylor rimane al basso, portandosi dietro il vecchio socio dei Canned Heat, Harvey Mandel alla solista, ed arriva Don “Sugarcane” Harris al violino, dai Mothers Of Invention di Frank Zappa. Quindi nuove ricerche di differenti formule sonore, ma questa volta “l’esperimento” pare meno riuscito. Tutto composto di canzoni d’amore per la fiamma dell’epoca Nancy Throckmorton (già soggetto delle canzoni del precedente Empty Rooms) presenta però anche uno dei primi brani “ecologici” dell’epoca, anticipatore delle future lotte a favore della natura in pericolo, la profetica Nature’s Disappearing, che è anche il brano migliore del disco, con l’armonica di Mayall a duettare con la solista di Mandel e il violino di Harris, mentre il basso pulsante di Taylor è spesso prodigioso. In una sorta di “inseguimento” con gli Hot Tuna, che avevano introdotto Papa John Creach al violino, anche Sugarcane Harris è spesso protagonista con il suo strumento elettrificato di frequente usato con il pedale wah-wah come In You Must Be Crazy, nella romantica Night Flyer, mentre nel barrellhouse di Where Did My Legs Go il protagonista è il piano di John, ma nell’insieme il disco, risentito oggi, è in parte moscio e deludente.

Fine seconda parte, segue.

Bruno Conti

John Mayall Retrospective, Il Grande Padre Bianco Del Blues Parte I

john mayall photo david gomez Photo David Gomez

In questo scorcio del 2019 stiamo assistendo ad un soprassalto di attività legate a John Mayall che, dopo avere compiuto 85 anni lo scorso 29 novembre, anziché rallentare sembra avere intensificato le operazioni: prima pubblicando un nuovo album Nobody Told Me, che probabilmente è il suo migliore degli ultimi 40 anni e oltre https://discoclub.myblog.it/2019/02/21/85-e-non-sentirli-il-suo-miglior-album-da-oltre-40-anni-john-mayall-nobody-told-me/ , poi riprendendo la sua comunque sempre intensa serie di tour, dove sta presentando anche pezzi del nuovo album, con la presenza di Carolyn Wonderland, il ritorno di un chitarrista nella formazione e la prima volta di una donna in quel ruolo nei Bluesbreakers (anche se il nome non è più in uso, e un paio di presenze femminili c’erano già state negli anni’70, quelli più bui a livello qualitativo). Al musicista di Macclesfield (nel Cheshire, che quindi oltre al famoso gatto, ci ha regalato quantomeno un altro personaggio importante) ci è parso a questo punto doveroso dedicare un articolo, una lunga retrospettiva (che leggerete in tre parti), che tracciasse la carriera di una delle vere leggende della musica blues (ma anche rock): facendo un calcolo a grandi linee della sua produzione, mi pare di avere individuato quasi cento album pubblicati, in una carriera iniziata a livello discografico più di 55 anni fa, nel 1963. Parliamo di dischi di studio, live, antologie, qualche EP, e quindi ecco un resoconto ampio, ma non necessariamente esaustivo della sua produzione, cercando di individuare le fasi salienti di un percorso musicale che lo ha reso una delle figure più importanti nella storia del “Blues Bianco”!

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John Mayall in questo senso non è forse un musicista formidabile: buon cantante e tastierista, discreto chitarrista ritmico, pregevole armonicista, probabilmente non eccelle in nessuno di questi strumenti, armonica esclusa ma la sua importanza si misura nel fatto di essere stato uno scopritore di talenti, un catalizzatore, un divulgatore delle 12 battute dei grandi musicisti neri sul suolo britannico (insieme a Cyril Davies, con cui dice di non avere intrattenuto particolari rapporti, e al suo buon amico Alexis Korner, altro talento scout formidabile, senza dimenticare Chris Barber, uno dei primi ad introdurre nel jazz inglese elementi blues e rock).

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I Gloriosi Anni ’60 Dei Bluesbreakers.

Già nel 1963 (peraltro quando aveva comunque compiuto 28 anni) e saltando gli anni formativi in giro per locali dal 1956 al 1962, Mayall, dopo aver visto la band di Alexis Korner in un club di Manchester prova ad intraprendere una carriera musicale a tempo pieno, in un una band dove con lui c’erano Peter Ward, John McVie al basso, Bernie Watson alla chitarra e Martin Hart alla batteria, i quali pubblicano un singolo Crawling Up A Hill b/w Mr. James, nel maggio 1964. Subito dopo però Watson viene sostituito da Roger Dean (proprio il futuro grande disegnatore di copertine) alla chitarra e Hart da Hughie Flint alla batteria. Questa formazione registra il 7 dicembre 1964…

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John Mayall Plays John Mayall – Decca 1965 – ***1/2

Un buon disco, registrato dal vivo al Klooks Kleek, lo storico club londinese, utilizzando primitive tecniche di registrazione. Dean ha raccontato che c’erano cavi che uscendo da una finestra del locale arrivavano direttamente fino agli studi della Decca, che erano quasi a d un centinaio di metri di distanza. Comunque l’album illustra, sia pure in modo embrionale, quella miscela di R&B, R&R, blues e materiale originale di Mayall (ben 9 brani su 12) che di lì a breve sarà la carta vincente dei futuri Bluesbreakers, non appena un certo “Manolenta” non entrerà in modo dirompente nella formazione. Il disco comunque trasuda energia e grinta, presentando alcuni degli elementi delle future band inglesi che fonderanno blues, rock e R&B. come Dr. Feelgood, Nine Below Zero e altri: canzoni come la pimpante Crawling Up A Hill, I Wanna Teach You e When I’m Gone di Smokey Robinson, mostrano un eccellente armonicista in Mayall ,che suona anche organo e cembalett , e che canta anche con impeto, un buon chitarrista nella persona di Dean e una sezione ritmica con un paio dei futuri grandi del british blues, come McVie e Flint, e c’è anche Nigel Stanger al sax. I Need Your Love è il primo blues intenso, preso dal repertorio di B,B. King, con un buon solo di Roger Dean, R&B Time: Night Train/Lucille, un vibrante medley dei brani di James Brown e Little Richard, Runaway e Heartache tra i primi strumentali  con armonica che impazza ,che saranno poi tipici nella carriera del nostro, nonché il gran finale di Chicago Line

Nel corso del 1965 perdono il contratto con la Decca, ma nell’ottobre del 1965 esce per la Immediate il primo 45 giri attribuito a John Mayall & The Bluesbreakers I’m Your Witchdoctor, un gagliardo pezzo prodotto da Jimmy Page dove appare per la prima volta Eric Clapton alla chitarra, con un sostanziale cambio nel sound che si fa decisamente più torrido (la trovate nella versione Deluxe doppia del primo album, quello qui sotto, con la Decca che li ha rimessi subito sotto contratto). L’anticamera della registrazione di uno degli album epocali della storia del rock, ovvero

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John Mayall – Blues Breakers With Eric Clapton – Decca 1966 – *****

Un capolavoro. Un disco da 5 stellette che ancora oggi mantiene una freschezza ed una forza dirompenti. La sequenza dei 12 brani originali rimane una delle più indimenticabili nella storia delle 12 battute: si apre con il riff devastante di All Your Love di Otis Rush, dove Eric Clapton può dare libero sfogo al suo amore per il blues elettrico più genuino, quello che negli Yardbirds per certi versi aveva dovuto stemperare, con un assolo memorabile che ne mostra già perfettamente sviluppati i futuri splendori. Hideaway, lo strumentale di Freddie King è anche meglio, la mano è tutt’altro che lenta sul manico della chitarra, anzi vola, con una tecnica ed un feeling incredibili ed eleganti, veramente un uno-due da stendere al tappeto chiunque e che permise al Beano Album (dal fumetto in copertina) di arrivare fino al sesto posto delle classifiche UK, segnando l’inizio del British Blues. Litte Girl, un originale di Mayall è ancora intriso di elementi rock, mentre Another Man, ancora di John, solo voce e armonica, è un tuffo nel blues più duro e puro, prima di unire le forze con Clapton per un lento di quelli torridi come Double Crossin’ Time, dove la voce appassionata di John e il suo piano duettano con un ispiratissimo Eric.

A chiudere la vecchia prima facciata del LP una pimpante rilettura del classico di Ray Charles What I’d Say, ottima, anche se è uno dei pochi brani del disco che non supera la versione originale, anche se “God”, come chiamavano Clapton all’epoca ci mette del suo. Un album che sicuramente contribuì al (ri)lancio dei grandi musicisti blues neri sul continente europeo e poi di rimbalzo anche in America. Key To Love, ancora di Mayall, è uno dei primi esempi del blues fiatistico di alcuni dischi che seguiranno, anche Clapton è sempre in modalità sfrenata, e non manca l’omaggio a Mose Allison in una vorticosa Parchman Farm dagli spunti jazzati, prima di una morbida e fantastica blues ballad come Have You Heard con la sezione fiati di Alan Skidmore, Derek Healey e Johnny Almond a spalleggiare il solito infervorato Eric, ma un altro dei momenti topici del disco è sicuramente la versione di Ramblin’ On My Mind , uno dei primi esempi della “elettrificazione” per ora ancora “morbida” dell’opera di Robert Johnson, con “Enrico” voce solista per l’occasione, che poi si scatena nuovamente in una devastante Steppin’ Out, un brano strumentale che era già apparso su What’s Shakin’ e che sarà uno dei futuri cavalli di battaglia delle esibizione live dei Cream e tra i prodromi dell’invenzione del rock-blues e del power trio.

Mayall, che non sta a guardare, omaggia uno dei suoi  maestri Little Walter, con una briosa e scintillante It Ain’t Right. In pratica un album perfetto, che si trova in varie edizioni, quella con mono e stereo in sequenza, oppure l’ideale sarebbe quella in doppio CD Deluxe, ricca di chicche: alcuni dei singoli citati prima, a cui si aggiungono il 45 giri di Bernard Jenkins, sei brani dal vivo poi usciti su Primal Solos, con Jack Bruce al basso e svariate BBC Sessions. Clapton va e viene dalla Grecia, finché non lascia definitivamente il gruppo, ma il buon John ha già pronto il sostituto, un altro giovanissimo fenomeno della chitarra di soli 20 anni chiamato Peter Green, con il quale registra un altro disco epocale come…

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John Mayall Bluesbreakers – A Hard Road – Decca 1967 – *****

Forse le cinque stellette sono troppe, forse, ma la presenza di Peter Green, uno dei miei preferiti in assoluto alla chitarra, lo rende un altro album indispensabile nella discografia di Mayall. Il disco è stato registrato in soli 4 giorni tra ottobre e novembre 1966 ai soliti studi della Decca di Londra, e con la produzione di  Mike Vernon, che aveva curato anche il precedente album, e sarà una sorta di deus ex machina di tutto il filone del British Blues, anche grazie alla propria etichetta Blue Horizon, che nascerà proprio per lanciare i Fleetwood Mac di Peter Green, dove troverà ad attenderlo John Mc Vie e Mick Fleetwood, anche loro fuoriusciti dai Bluesbreaker, con Fleetwood ,che in quel periodo si era alternato alla batteria con Hughie Flint e  Colln Allen, e Ainsley Dunbar, che era il titolare nell’album originale, mentre nelle due Deluxe edition del CD, entrambe doppie, uscite nel 2003 e 2006, c’è anche molto materiale dell’epoca, sempre con Peter Green, uscito su Raw Blues, Looking Back, Thru The Years,4/ 5 brani sono quelli dell’EP con Paul Buttefield, l’omologo americano di Mayall per il blues bianco, un duello di armonicisti e cantanti, mini che esce il 6 gennaio del 1967, poche settimane prima di A Hard Road, nei negozi dal 17 febbraio, e di nuovo un successo in classifica, arrivando fino all’ottavo posto. In alcuni brani ai fiati ci sono di nuovo Alan Skidmore e Johnny Almond, più Ray Warleigh, e il disco è di nuovo splendido: per la serie Mike Vernon ci sapeva fare anche nella scelta della sequenza delle canzoni.

Il LP si apriva con una coppia di pezzi di John, A Hard Road, cantata in leggero falsetto da Mayall, che era uno slow degno dei migliori brani che arrivavano da oltre oceano, con Peter Green che iniziava ad estrarre dalla sua Les Paui del 1959 quel magico timbro che lo renderà unico per sempre, e anche It’s Over è un ottimo Chicago shuffle, ma i due capolavori arrivano subito dopo. You Don’t Love Me è un pezzo di Willie Cobbs dal riff inconfondibile, che negli anni successivi entrerà nell’immaginario collettivo degli amanti del rock grazie alla versione degli Allman Brothers nel Live At Fillmore East, ma in questa versione, cantata da Peter Green, è una sorta di anticipo del sound che avranno i futuri Fleetwood Mac, con in più l’armonica scoppiettante di Mayall; The Stumble è un altro pezzo strumentale di Freddie King, con Green che rivaleggia con Clapton per chi ha il timbro di chitarra più bello e lo stile più versatile, una bella lotta che fa la gioia degli ascoltatori. Another Kinda Love, Hit The Highway e Leaping Christine, sono altri pezzi che confermano il momento magico di John come autore, e sono suonate splendidamente dalla band, con il ventenne Green in pieno volo improvvisativo, come evidenziano soprattutto una Dust My Blues di Elmore James, dove Peter va di slide, e la magnifica The Supernatural, un pezzo strumentale scritto dal musicista di Bethnal Green, dove la chitarra del nostro galleggia quasi nella stratosfera, sognante e liquida, anticipando il riff e il sound di Black Magic Wowan, con quelle note lunghe e vibrate, su cui lo stesso Peter e poi Carlos Santana ci costruiranno almeno mezza carriera.

Nelle pieghe dell’album e nelle varie edizioni potenziate ci sono parecchie altre gemme sonore, una per tutte la fiatistica Someday After A While, sempre di King, ma mi fermo qui, se no l’articolo diventa un romanzo.

Fine Prima Parte.

Bruno Conti

In Attesa Del “Nuovo” Album Stay Around In Uscita Il 26 Aprile, Ecco 8 Dischi Da Avere Se Amate La Musica Di JJ Cale! Parte II

jj cale 5

Seconda parte.

5 – 1979 – Island/MCA – ***1/2

5 esce dopo una pausa di tre anni e presenta due novità sostanziali: una nuova etichetta discografica, dopo gli anni con la Shelter, e la prima apparizione su disco di Christine Lakeland,  che resterà  con lui, prima come musicista e in seguito  anche come moglie, fino alla sua morte avvenuta nel 2013. Non cambiano il solito produttore Audie Ashworth e molti dei musicisti utilizzati, mentre il suono si fa a tratti più “rotondo” e corposo, meglio definito, con la voce in primo piano e un approccio più vicino al rock, come testimoniano l’iniziale vigorosa Thirteen Days e I’ll Make Love To You Anytime sul cui sound i Dire Straits di Mark Knopfler hanno costruito una intera carriera.

Senza dimenticare la sinuosa Don’t Cry Sister, cantata in duetto con la Lakeland e che Cale inciderà di nuovo con Clapton in The Road To Escondido e la delicata e raffinata The Sensitive Kind con fiati e archi aggiunti e sul lato rock ancora l’ottima Friday, mentre Let’s Go To Tahiti ha qualche tocco etnico quasi alla Ry Cooder e Mona è un’altra di quelle ballate malinconiche in cui eccelle il nostro.

 

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Shades – 1981 – Island/MCA – ***1/2

 Il primo album della nuova decade completa un filotto di sei album che hanno cementato la reputazione di JJ Cale come artista di culto. Al solito ci sono decine di musicisti impiegati tra cui molti altri chitarristi, non ultimi Reggie Young e James Burton. La copertina riproduce una parodia dei pacchetti di sigarette Gitanes, mentre tra i brani l’iniziale vibrante Carry On è un altro dei suoi classici senza tempo, Deep Dark Dungeon è blues allo stato puro, Wish I Had Not Said That è un altra delle sue ballatone mid-tempo e la cover di Mama Don’t va di rock che è un piacere. Ma tutto l’album conferma la classe del musicista, che poi, tra lunghe pause, inciderà parecchi altri altri buoni album, senza forse più arrivare a questi livelli.

 

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The Road To Escondido with Eric Clapton – 2006 – Duck/Reprise – ***1/2

Gli anni 2000 vedono un ritorno in grande stile di Cale, che dopo l’eccellente To Tulsa And Back del 2004 realizza finalmente un disco in coppia con Eric Clapton: i due amici se lo producono e chiamano a raccolta un vero parterre de roi di musicisti, da Billy Preston che fa la sua ultima apparizione, ad altri “discepoli” come John Mayer, Derek Trucks e Doyle Bramhall II, Taj Mahal all’armonica e tutto il giro di musicisti di Manolenta. Oltre alle riprese di Don’t Cry Sister e Anyway The Wind Blows, brilla una cover di Sporting Life Blues di Brownie McGhee e anche se il suono a tratti è fin troppo “professionale”, a causa del tocco di Simon Climie, i due si divertono ad improvvisare e canzoni come l’iniziale Danger, Heads In Georgia, la bluesata Missing Person, sono quasi interscambiabili nel repertorio dei due, anche se portano la firma di JJ.

When The War Is Over ha sprazzi del vecchio Cale, e niente male il tuffo nel country-rock di Dead End Road, con violino in grande spolvero come pure la chitarra di Albert Lee, ma tutti suonano come delle cippe lippe; l’intero l’album è comunque ottimo, da It’s Easy a Hard To Thrill, scritta da Mayer e Clapton, passando per la morbida Three Little Sister, Last Will And Testament e la vibrante e chitarristica Ride The River. JJ Cale appare poi nel Crossroads Guitar Festival di Eric e partecipa al tour di Clapton del 2007 da cui verrà tratto l’ottimo Live In San Diego, prima di lasciarci per un attacco di cuore il 26 luglio del 2013.

eric clapton & friends the breeze

Eric Clapton & Friends –  2014 – The Breeze An Appreciation of JJ Cale – Bushbranch/Surfdog – ***1/2

L’anno dopo la morte di JJ Cale esce questo bellissimo tribute album creato da Eric Clapton e pubblicato sulla propria etichetta.  Call Me The Breeze del solo Eric apre il tributo, con la stessa intro della versione originale è uno dei classici brani del Clapton più ispirato, con Albert Lee alla seconda chitarra, Rock And Roll Records, cantata a due voci, propone una inconsueta accoppiata tra Enrico e Tom Petty che funziona alla grande; Someday è affidata ad un altro fedele discepolo come Mark Knopfler, con Christine Lakeland alla seconda chitarra e Mickey Raphael all’armonica. Lies è affidata al duo Clapton e John Mayer, mentre per la felpata Sensitive Kind viene rispolverato un vecchio amico e compagno di avventura come Don White, uno degli originatori del Tulsa Sound, con Cajun Moon che Clapton riserva nuovamente per sé con eccellenti risultati.

La versione di Magnolia è cantata con classe e stile da John Mayer, prima del ritorno della strana coppia Petty/Clapton con una vibrante I Got The Same Old Blues e del duo Willie Nelson/Eric Clapton che illustra il lato più country di Cale con una sognante Songbird,  lato poi ribadito nella saltellante I’ll Be There (If You Ever Want Me), cantata ancora da Don White con il supporto di Eric, che suona anche il dobro, lasciando la chitarra a Albert Lee.

Tom Petty in solitaria rilascia una delicata The Old Man And Me e il trio White/Knopfler/Clapton ci delizia in una raffinata Train To Nowhere, prima di lasciare spazio a Willie Nelson che accompagnato da Derek Trucks rilegge in modo “stiloso” Starbound, prima di tornare al rock chitarristico di Don’t Wait, affidata a John Mayer e Clapton. In chiusura niente Cocaine, ma una versione in punta di dita di Crying Eyes, cantata de Eric con la Lakeland, mentre Trucks lavora di fino alla slide. Tra pochi giorni esce il “nuovo” album di JJ Cale Stay Around e la storia continua.

Bruno Conti

In Attesa Del “Nuovo” Album Stay Around In Uscita Il 26 Aprile, Ecco 8 Dischi Da Avere Se Amate La Musica Di JJ Cale! Parte I

jj cale naturally

Ce ne sarebbero anche più di 8, gran parte della sua discografia meriterebbe di  essere (ri)conosciuta, ma questi diciamo che sono gli essenziali, sette più il tributo postumo curato dal suo fan ed amico Eric Clapton.

Naturally – 1971 – Shelter/A&M/Mercury  – ****

Quando nel 1970 Eric Clapton pubblica sul suo omonimo disco di esordio solista la cover di After Midnight https://www.youtube.com/watch?v=AvxJ0TVvVzE , Cale era uno squattrinato musicista che viveva a Los Angeles, dove era letteralmente alla fame: quando sente il brano alla radio quasi non ci crede, e il suo amico produttore Audie Ashworth gli propone di entrare in studio di registrazione e capitalizzare quel successo con un proprio album che avrebbe proposto il Tulsa Sound prima negli Stati Uniti e poi in tutto al mondo. Soldi non ce n’erano per cui Cale ed Ashworth raccolgono un gruppo di musicisti pagati con le tariffe sindacali minime e in qualche brano JJ utilizza una primitiva drum machine da lui stesso “inventata”,  grazie ai suoi trascorsi come ingegnere del suono. Il disco, 12 brani firmati dallo stesso Cale, ha un suono minimale, spesso quasi come fossero dei demo (quali erano in effetti), ma contiene alcune delle canzoni più famose del songbook del musicista di Oklahoma City.

Call Me The Breeze (poi resa celeberrima dai Lynyrd Skynrd su Second Helping) è appunto uno dei brani che prevede l’utilizzo della drum machine, un riff e un ritornello tipici dello stile laidback di JJ, il suo tocco di chitarra raffinato, guizzante ed inconfondibile e quella voce quasi sussurrata che sarà sempre il suo marchio di fabbrica; l’album contiene anche la sua versione di After Midnight, più “pigra” e rilassata di quella di Clapton, ma deliziosa. Nel disco suonano molti musicisti di valore (Tim Drummond, Carl Radle, Norbert Puttnam, David Briggs, Mac Gayden, Weldon Myrick, Karl Himmel, tanto per ricordarne alcuni) e i risultati si sentono, il suono sarà anche minimale ma ricco di particolari e con una passione per i dettagli quasi minuziosa, che poi sarà sempre presente anche nelle sue opere successive. Parliamo di una versione molto personale delle 12 battute del blues riviste attraverso la sua ottica: tutti i brani sono ottimi, Call The Doctor e le vivaci, Woman I Love, Bringing It Back, con fiati e armonica, a metà tra Clapton e il sound futuro degli Steely Dan ridotto all’osso, ma anche la splendida ballata Magnolia (che ricordo in una versione meravigliosa su Crazy Eyes dei Poco https://www.youtube.com/watch?v=Pkh2hUbwTmo ), Crazy Mama, con un wah-wah malandrino, il suo unico successo nei Top 40 USA, un errebì inconsueto come Nowhere To Run, insomma tutto molto bello.

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Really – 1972 – Shelter/A&M/Mercury – ***1/2

Really esce l’anno dopo, è ancora un ottimo album anche se non contiene molte canzoni celebri: I musicisti impiegati sono in metà dei brani  quelli dei  Muscle Shoals Sound Studios e gli altri dei Bradley’s Barn di Nashville, una delle mecche della country music, tra cui Josh Graves e Vassar Clements, due che JJ Cale ammirava moltissimo e per lui era stato un onore suonare con loro. L’iniziale Lies è uno dei suoi brani tipici, come pure la brillante I’ll Kiss The World Goodbye e la raccolta Changes che perfezionano il suo Tulsa Sound, mentre If You’re Ever In Oklahoma, Playin’ In The Streets e Louisiana Woman appartengono alla categoria bluegrass meets JJ Cale, e il resto è il “solito” ottimo stile laidback, ma brillante, del miglior JJ.

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Okie – 1974 – Shelter/A&M/Mercury – ***1/2

Okie, altro titolo stringato come d’uso nei suoi dischi, prevede ancora una volta l’uso più o meno degli stessi musicisti, e quindi con echi country e anche gospel, diversamente dal precedente contiene moltissimi brani famosi che saranno ripresi da altri artisti e una rara cover country di Ray Price, I’ll Be There (If You Ever Want Me): per il resto troviamo I Got The Same Old Blues, suonata anche da Clapton e brani ripresi dai Brother Phelps, da Herbie Mann, Bill Wyman, Poco, Randy Crawford, Tom Petty, a dimostrazione dell’ecumenismo della musica del nostro, canzoni tra cui spiccano Rock And Roll Records, The Old Men And Me, Cajun Moon, I’d Like To Love You Baby e Anyway The Wind Blowss, tanto per citarne alcune, oltre all’altra cover country della splendida Precious Memories.

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Troubadour –1976 –  Shelter/A&M/Mercury –  ***1/2

Troubadour “forse, “ma forse, non è tra I migliori album del nostro amico, però contiene Cocaine, che l’anno successivo diventerà un successo colossale per Clapton, uno dei riff più famosi della storia del rock e la futura tranquillità finanziaria garantita vita natural durante per Cale.

Nel disco c’è anche un altro brano che Slowhand inciderà su Reptile nel 2002, ovvero l’incalzante Travelin’ Light, brano ripreso anche dai Widespread Panic e usato, nella versione di JJ, come sveglia mattutina sullo shuttle spaziale. Tra l’altro il disco, per gli standard di Cale, ha un suono più variegato, tra country, R&B, rock, un pizzico di swing, oltre all’amato blues, e spiccano l’iniziale Hey Baby, con la pedal steel di Lloyd Green, la swingante Hold On, con quella di Buddy Emmons, nonché la quasi caraibica You Got Something, il R&R di Ride Me High, la cover sempre energica del pezzo blues I’m A Gypsy Man di Sonny Curtis, e il funky fiatistico Let Me Do It to You, a completare un altro ottimo album.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Humble Pie: La Quintessenza Del Rock Agli Inizi E Poi Un Lungo Lento Declino. Parte II

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Seconda parte.

Gli Anni Della Consacrazione 1971-1973

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Proprio il 28 e 29 maggio del 1971 vengono tenuti al Fillmore East di New York, quattro concerti leggendari  (due al pomeriggio e due alla sera, allora usava così), più o meno con delle scalette simili, come testimoniato dal cofanetto quadruplo in CD Performance Rockin’ The Fillmore, The Complete Recordings, uscito nel 2017, ma che all’epoca, nel classico formato del doppio album, fu pubblicato a novembre, e che arrivò al 21° posto delle classifiche di Billboard, vendendo più di mezzo milione di copie.

Si tratta di uno dei doppi Live forse meno conosciuti e celebrati di altri anche inferiori come qualità e contenuti, ma gli Humble Pie, ancora con Frampton in formazione, sono agli apici della loro potenza sonora, con un set incendiario che oltre alle riletture già citate di I’m Ready, Stone Cold Fever e Rollin’ Stone, comprende anche svariate altre cover: la breve Four Day Creep di Ida Cox,  che apre le procedure, con ugole spiegate e le chitarre a fronteggiarsi a tempo di boogie, con Ridley e Shirley che rispondono colpo sul colpo alla coppia Marriott/Frampton, dopo I’m Ready e Stone Cold Fever che rivaleggiavano come potenza di fuoco con i migliori Led Zeppelin, arriva una chilometrica, più di 23 minuti, versione di I Walk On Gilded Splinters di Dr. John, che dalle volute voodoo dell’originale si trasforma appunto in una devastante performance rock-blues, che tra lunghe pause, ripartenze improvvise, assoli di armonica e di chitarre strapazzate senza pietà, celebra il rito del rock-blues più focoso ed impulsivo che si poteva vedere all’epoca sui palcoscenici americani.

Dopo i 16 minuti di Rollin’ Stone, più soul che blues, arriva anche HallelujahI Love Her So, il brano classico di Ray Charles che la band piega con impeto ai propri voleri, pur mantenendo lo spirito dell’originale, per poi chiudere con un altro brano dal repertorio del “Genius”, una incandescente I Don’t Need No Doctor, piena della furia rock’n’rollistica di Steve Marriott, allora 24enne e non ancora provato dagli stravizi con alcol e droghe che da lì a poco gli faranno perdere il filo della storia.

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Ma nel 1972 tutto funziona ancora alla grande: Dave “Clem” Clempson, arrivato in precedenza dai Colosseum per sostituire Frampton nel tour europeo (approdato anche a luglio del 1971 al Vigorelli di Milano, pochi giorni dopo la mattanza dei Led Zeppelin, come spalla dei Grand Funk Railroad), si limita ad essere la seconda chitarra, mentre quasi tutte le composizioni di Smokin’ (****) sono di Steve Marriott, ed il disco, registrato a febbraio, esce a marzo ‘72, entrando per la prima volta al n° 6 negli States e al 20° posto in Inghilterra.

Diventando il loro disco di maggior successo ed enfatizzando quel tipo di sound su cui i Black Crowes hanno costruito, meritatamente, metà della loro carriera (l’altra metà con i Led Zeppelin, e qualche tocco di Faces): il disco è prodotto dallo stesso Steve che però comincia ad avere problemi di salute al termine delle registrazioni, dove spiccano il rock’n’soul con wah-wah di Hot’n’Nasty , il blues carico e selvaggio di The Fixer, la splendida ballata tra soul e gospel You’re So Good For Me con Doris Troy e Madeline Bell alle armonie vocali, con finale estatico https://www.youtube.com/watch?v=0L_AcS6zBSs .

C’mon Everybody di Eddie Cochran viene rallentata ad arte, ma è sempre di una potenza inaudita con Marriott che canta come un uomo posseduto dal R&R, Old Time Feelin’ è un blues acustico cantato da Ridley, con Alexis Korner al mandolino, mentre nella cover di Road Runner/Road Runner’s ‘G’ Jam, c’è Stills ospite alla chitarra, e non possiamo dimenticare 30 Days In The Hole, uno dei loro brani più famosi, a  tutto riff https://www.youtube.com/watch?v=sdXjm8pZMws , di cui ricordo una versione gagliarda dei Gov’t Mule, per non parlare di un lungo slow blues formidabile come I Wonder, con assolo di wah-wah da sballo https://www.youtube.com/watch?v=KE1y1AUoQrs .

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Eat It (***1/2), un altro doppio album, esce nella primavera del 1973, registrato nello studio casalingo di Marriott, è ancora un successo nelle charts americane, dove arriva fino al 13° posto, un disco che impiega in pianta stabile le Blackberries,  un trio composto da Venetta Fields, Clydie King e Sherlie Matthews, e che accentua l’anima R&B e soul della band, senza tralasciare il rock: il disco alternava una facciata di pezzi di Marriott, una di cover, di nuovo pezzi originali e poi cover, tra i pezzi di Steve molto buone l’iniziale Get Down To It, la dichiarazione di intenti Good Booze & Bad Women, la melliflua Is It For Love, l’ondeggiante Drugstore Cowboy, la vibrante Black Coffee di Ike & Tina Turner https://www.youtube.com/watch?v=oqWNGNRX_4s , e le sofferte I Believe To My Soul di Ray Charles e That’s How Strong My Love is, famosa nella versione di Otis Redding, ma l’hanno incisa anche gli Stones, che Marriott omaggia poi con una Honky Tonky Women scintillante, tratta dalla quarta facciata del disco, registrata dal vivo a Glasgow, concerto che si conclude con una versione monstre di oltre 13 minuti di Road Runner dove le chitarre di Clempson e Marriott ruggiscono con forza.

L’inizio della fine 1974-1975

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Nel  febbraio del 1974 esce Thunderbox (***), ancora un buon album che ha un discreto successo negli USA, ma in Inghilterra non viene neppure pubblicato: sette cover e cinque originali, ancora con la presenza delle Blackberries (dove è rimasta solo la Fields) e Mel Collins ospite al sax, la title track potrebbe passare con il suo riff e per il cantato di Marriott, per un brano degli AC/DC se decidessero di darsi al R&B, buone le cover di I Can’t Stand The Rain di Ann Peebles e della delicata Anna Go To Him di Arthur Alexander, che avevano fatto anche i Beatles, la voce di Steve è sempre eccellente ma il suono non è più quello potente dei dischi precedenti, fin troppo annerito e funky, comunque Ninety-Nine Pounds, Every Single Day e la cover bluesy con uso slide e armonica di No Money Down di Chuck Berry non dispiacciono.

Con la stonesiana Oh La-De-Da che ha lampi del vecchio splendore. In quel periodo Steve Marriott si candida ad entrare appunto negli Stones in sostituzione di Mick Taylor, ma ovviamente, per i problemi di compatibilità con un altro cantante non male, tale Mick Jagger, non se ne fa nulla. Anche il disco solista di Marriott registrato nei ritagli di tempo, tra un disco degli Humble Pie e l’altro, viene “confiscato” dalla A&M e i nastri appaiono ai giorni nostri nell’orrido album della Cleopatra intitolato Joint Effort, di cui leggete in altra parte del blog https://discoclub.myblog.it/2019/03/11/dischi-cosi-brutti-negli-anni-70-non-li-avrebbero-mai-pubblicati-ma-oggi-purtroppo-si-humble-pie-joint-effort/ . Nel frattempo Steve, che comincia a da avere grossi problemi con alcol e droga, di ritorno da un ennesimo tour negli Stati Uniti, scopre che non ci sono più soldi sul conto in banca, e quindi su sollecitazione del manager Dee Anthony decide di registrare un altro disco per la A&M, con la produzione e soprattutto il mixaggio del rientrante Andrew Loog Oldham.

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Il risultato finale del disco pubblicato non piace a nessuno all’interno della band e in effetti Street Rats (*1/2) che esce nel febbraio del 1975 è piuttosto bruttarello: forse, e dico forse, si salvano le tre cover “soulizzate” di brani dei Beatles, We Can Work It Out, Rain e Drive My Car, anche se quest’ultima drammatizzata e cantata da Ridley è alquanto penosa, Greg canta anche con risultati disastrosi Rock And Roll Music di Chuck Berry e altri tre brani. Dopo il tour di addio la band si scioglie, anche se si parla brevemente di proseguire con Bobby Tench, il vecchio cantante del Jeff Beck Group Mark II, ma non se ne fa nulla.

La Reunion Di Inizio Anni ’80.

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Però alla fine del 1979, proprio con Tench come secondo vocalist e chitarrista, e il nuovo bassista Anthony “Sooty” Jones, decidono di provarci ancora e registrano non uno ma ben due album, che in America escono per la Atco, mentre in Inghilterra, per la serie le sfighe non finiscono mai, vengono pubblicati dalla Jet Records di proprietà del primo manager degli Small Faces,  quel Don Arden (babbo di Sharon, la moglie di Ozzy Osbourne): On To Victory (**) esce nel 1980 e non è neppure orribile come Street Rats,  ma solo un filo migliore; la voce di Marriott è ancora il suo principale atout,però il sound per lunghi tratti è confuso e pasticciato, salverei forse Baby Don’t You Do It, un vecchio brano Motown, che faceva anche la Band e la struggente cover di My Lover’s Prayer dell’amato Otis Redding, ma gli anni ’80 sono iniziati e dal sound si sente, anche se il disco almeno vende.

Go For The Throat (**) , il loro decimo e ultimo album, che viene pubblicato a giugno 1981, non è molto meglio: c’è giusto un po’ di energia superiore nell’iniziale All Shook Up, dove quantomeno le chitarre si fanno sentire, e si salva anche la ripresa della vecchia Tin Soldier degli Small Faces che entra in classifica, e negli altri brani, anche se non c’è di nulla di memorabile almeno sembra che ci sia una maggiore convinzione e grinta, con le chitarre che a tratti ringhiano come ai vecchi tempi. Ma durante la tournée promozionale Marriott si ammala, scopre di avere l’ulcera e quindi le date rinviate, vengono poi cancellate e la casa discografica li scarica.

Una fine ingloriosa. Dopo alcuni anni difficili in cui si ritira nel circuito dei clubs e dei pubs, Marriott agli inizi degli anni ’90 contatta Frampton per scrivere alcune canzoni nuove ed un tentativo di reunion degli Humble Pie, ma il 20 aprile del 1991, Steve Marriott muore orribilmente nell’incendio che distrugge il suo cottage, causato forse da una sigaretta dimenticata accesa prima di andare a dormire. Stendiamo un velo pietoso sul tentativo di reunion del 2002 con l’album Back On Track, dove Ridley e Shirley, ancora una volta con Bobby Tench, tentano di far rivivere il vecchio marchio.

Meglio andarsi a cercare alcuni degli album dal vivo postumi pubblicati nel corso degli anni: Natural Born Boogie del 2000 con le vecchie BBC Sessions, il Live At The Whisky A Go-Go ’69 con un concerto strepitoso, solo 5 brani ma epici, uscito su CD nel 2000 per la Sanctuary, magari anche In Concert con il King Biscuit Flower registrato al Winterland di San Francisco nel 1973. E per i completisti più scatenati i due box della serie Official Bootleg, il primo da 3 CD e il secondo da 5 CD, la qualità sonora non è sempre eccellente, ma ci sono alcune performances memorabili.

That’s All.

Bruno Conti

Humble Pie: La Quintessenza Del Rock Agli Inizi E Poi Un Lungo Lento Declino. Parte I

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Quando nel gennaio del 1969 Steve Marriott, avendo appena terminato la sua avventura con gli Small Faces, decide di dare l’avvio ad una nuova band, ovvero gli Humble Pie, il musicista londinese ha da poco compiuto 22 anni, ma è tutti gli effetti un veterano sia del pop che del nascente rock britannico. Con gli Small Faces ha avuto un successo clamoroso, sia a livello di singoli che di album, ma in quattro anni di carriera intensa, a causa di uno sciagurato contratto firmato ad inizio carriera con Don Arden, e nonostante fosse anche un icona dello stile Mod e, si mi passate il bisticcio, della moda di Carnaby Street, Marriott si rende conto che il suo conto in banca non è particolarmente florido. E nonostante il passaggio con la Immediate di Andrew Loog Oldham le cose non erano migliorate di molto, quindi dopo l’uscita dello storico album Ogdens’ Nut Gone Flake, che rimane al primo posto della classifica inglese per sei settimane nell’estate del 1968 https://discoclub.myblog.it/2018/12/31/correva-lanno-1968-6-la-ristampa-speriamo-definitiva-di-un-piccolo-capolavoro-small-faces-ogdens-nut-gone-flake-50th-anniversary/ , e riceve anche giustamente critiche entusiaste per il suo stile psichedelico a cavallo tra rock e pop, il nostro amico decide che è tempo di voltare pagina, insoddisfatto della sua immagine troppo legata al pop imperante (per quanto di sopraffina fattura, aggiungo io, ma questa è un’altra storia), proprio durante il concerto di Fine Anno abbandona il palco per iniziare una nuova avventura.

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Gli Immediate Years.
Solo che commette un errore madornale: rimane con l’etichetta di Loog Oldham, ex manager degli Stones, e firma quindi un nuovo contratto con la Immediate Records, che però all’insaputa di Steve versa in cattive acque, visto che già in precedenza non aveva pagato molte delle royalties dovute agli Small Faces per le loro vendite, ma evidentemente questo lo si saprà solo sul finire del 1970, quando l’etichetta andrà in bancarotta. All’inizio dell’anno 1969 nasce però questa sorta di supergruppo (uno dei primi) formato oltre che da Marriott, da Peter Frampton, che non ha ancora compiuto 19 anni, ma è reduce dal successo di una band come gli Herd, con tre Top 20 nelle classifiche, benché molto legata, almeno nella visione di Peter, al pop adolescenziale (per quanto non fossero poi così male, ma anche i Beatles e gli Stones agli inizi non erano completamente soddisfatti della loro immagine).

Insieme a loro il bassista Greg Ridley, che arriva dagli Spooky Tooth, e il giovanissimo batterista Jerry Shirley, che di anni non ne aveva ancora compiuti 17. I quattro entrano negli Olympic Studios di Londra sotto la guida del produttore Andy Johns, fratello del leggendario Glyn, e a sua volta uno dei talenti emergenti in quel campo: per l’occasione iniziano a registrare vario materiale che poi verrà pubblicato nei due album e nel singolo di esordio Natural Born Bugie, che però arriva nei negozi solo ad agosto, preceduto dalle uscite di altre band affiliate a quel nuovo heavy-blues-rock che sta prendendo piede in Inghilterra (ma anche e soprattutto negli Stati Uniti), come quello di Free e Led Zeppelin, questi ultimi guidati dalla voce di Robert Plant, da sempre grande fan di Steve Marriott, fin dai tempi degli Small Faces, di cui gli Zeppelin avevano “utilizzato” il brano You Need Loving (a sua volta una “riscrittura” di un pezzo di Willie Dixon per Muddy Waters https://www.youtube.com/watch?v=tp0jZ4BGuDw ) in cui Plant, che lo ammise all’epoca, utilizzava un fraseggio vocale molto simile a quello di Marriott, che però non se la prese più di tanto.

Il singolo arrivò al 4° posto delle classifiche inglesi, ma il successo americano, come era stato per gli Small Faces, rimase una chimera. Comunque il singolo era già un ottimo esempio del rock sanguigno a doppia chitarra solista della band, cantato a turno dai due chitarristi e dal bassista, anche se firmato dal solo Marriott, ha qualche parentela sia con Get Back dei Beatles, per l’uso del piano elettrico, che con il nascente rock-blues, grazie alla voce negroide e potente di Steve. Il primo album As Safe As Yesterday Is (****) esce sempre ad agosto, ma arriva solo al 32° posto delle classifiche UK e ha zero successo negli States: dove però in una ottima recensione su Rolling Stone del 1970, firmata dal futuro punk negli Angry Samoans Mike Saunders, viene usato per una delle prime volte il termine heavy metal. Anche se l’album non è tra i più “duri” degli Humble Pie, che però in molti brani iniziano a “riffare” a destra e a manca, con grande forza e classe, mentre in altri indulgono in un folk-rock pastorale, post mod sound modificato e spunti dei sempre amati da Marriott, blues e soul: il disco, a mio modesto parere, è uno dei loro migliori in assoluto, la title track è un pezzo epico, di grande intensità, e anche Bang ha una forza devastante con le chitarre che mulinano, mentre Ridley pompa il basso alla grande e Shirley picchia come un disperato sui tamburi.

I’ll Go Alone ha un riff devastante simile a quello di Communication Breakdown degli Zeppelin, chi ci sarà arrivato prima https://www.youtube.com/watch?v=9_fBvAbf5d8 ? Mentre Alabama ’69 ha una prima parte folk-blues in linea con il titolo, poi con sitar e flauto aggiunti siamo in pieno trip tra orientale e pastorale; e all’inizio del disco c’è una cover fantastica di Desperation degli Steppenwolf (non a caso i primissimi a usare il termine heavy metal in Born To Be Wild https://www.youtube.com/watch?v=egMWlD3fLJ8 ) , cantata a piena ugola da Marriott, senza dimenticare lo psych-rock di Stick Shift con Marriott alla slide, la trascinante Butter Milk Boy, sempre con le twin guitars assatanate, insomma si fatica a trovare un brano debole, con Peter Frampton che anche a livello vocale risponde colpo su colpo. A differenza del precedente disco, Town And Country (***1/2), esce a sorpresa a  novembre sempre del ’69, sulle more dei grossi problemi della casa discografica, che lo pubblica sperando di bloccare la procedura di bancarotta.

Ma il disco, senza promozione, praticamente sparisce subito dai negozi: peccato perché l’album, concepito nel cottage di Arkesden, una dimora del 16° secolo, l’unica proprietà rimasta a Steve Marriott (credo la stessa dove troverà poi la morte nell’incendio appunto della sua casa nell’aprile del 1991), era diverso dal precedente, a tratti più morbido, ma non privo delle sferzate hard-rock tipiche della band, per parte della critica fu addirittura superiore al primo, che comunque il sottoscritto preferisce. Tra i brani da ricordare la raffinata ballata acustica Take Me Back di Peter Frampton, la bluesata The Sad Bag Of Shaky Jake, un brano di Marriott che i Black Crowes avranno sicuramente apprezzato, il blue eyed soul di Cold Lady, il rock-blues della gagliarda Down Home Again, l’intimista Every Mothers’ Son ancora di Steve, la potente cover di Heartbeat di Buddy Holly, la quasi psichedelica Silver Tongue e la quasi west-coastiana Home And Away https://www.youtube.com/watch?v=LG8VhDzP_LE .

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Gli Anni ” Americani”,  prima parte

Nel 1970 arriva un nuovo manager Dee Anthony, e una nuova etichetta americana, la A&M: il primo disco l’omonimo Humble Pie (***1/2), sempre prodotto da Glyn Johns e sempre registrato agli Olympic Studios di Londra, contiene anche una deliziosa ballata country-folk come la satirica e autoironica Theme from Skint (See You Later Liquidato)r di Steve Marriott, ovvero “Tema di Sono Al Verde (Ci Vediamo più Tardi Liquidatore! https://www.youtube.com/watch?v=cNK2Wc284E0 ), ed è un disco interlocutorio, ma comunque di buona fattura, che contiene un brano notevole come la loro cover di I’m Ready, dell’accoppiata degli amati Dixon/Waters, che sarà un cavallo di battaglia dei loro infuocati concerti negli USA.

Ottime anche l’iniziale Live With Me, una lunga rock ballad dalle atmosfere sospese, la delicata Only A Roach, una ode alla cannabis a tempo di country, con BJ Cole alla pedal steel, la dura e tirata One Eyed Trouser Snake Rumba, tipica del loro sound, mentre il lato più gentile e sognante è rappresentato dalla eterea Earth and Water Song, scritta da Peter Frampton, che lavora anche di fino alla sua elettrica, mentre il boogie-blues potente di  Red Light Mama, Red Hot!, ancora di Marriott, illustra il lato più sanguigno della band e l’ottima Sucking on the Sweet Vine di Greg Ridley, che la canta, sembra quasi un brano dei Genesis o dei King Crimson.

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L’anno successivo, a marzo del 1971, sempre registrato a Londra con Glyn Johns, esce Rock On (****), il primo disco a fare capolino nelle classifiche americane, solo al 118° posto, ma è un inizio, poi alimentato da una serie di concerti fantastici sul suolo americano che ne alimentano la leggenda di rockers intemerati: il disco contiene Shine On di Frampton, che poi farà parte del suo repertorio futuro (anche in Frampton Comes Alive), con tre formidabili vocalist aggiunte come P P Arnold, Doris Troy, Claudia Lennear, ma soprattutto i futuri cavalli di battaglia dal vivo, la devastante Stone Cold Fever, con un riff memorabile, e la epica Rollin’ Stone di Muddy Waters https://www.youtube.com/watch?v=ys-AXAry3Yk , con l’aggiunta delle robuste Sour Grain e Strange Days, della delicata A Song For Jenny, dedicata alla prima moglie di Marriott (inseguita a lungo), del funky-rock di The Light, ancora di Frampton, che sembra quasi un brano dei Little Feat, completano un album tra i loro migliori in assoluto.

Fine della prima parte, segue…

Bruno Conti

Jorma Kaukonen E Gli Hot Tuna: 50 Anni Tra Blues E Rock, Parte II.

jorma kaukonen 1974

Seconda parte.

Il disco “acustico”.

jorma kaukonen quah

Quah – Grunt 1974 ***1/2

Registrato in un lungo arco di tempo, tra l’ottobre del 1972 e il maggio del 1974, Quah doveva avere una facciata di canzoni dedicate a Jorma Kaukonen e la seconda a Tom Hobson, chitarrista e cantante molto meno noto, che fu il motivo per cui molti dei brani della seconda facciata, con l’eccezione di due, furono reincisi aggiungendo i contributi di Jorma. Il risultato è comunque quello di un altro piccolo classico, un disco dove alle chitarre acustiche in molti pezzi vengono aggiunti violini, violoncelli, viole, anche sezioni archi complete, senza rendere il disco troppo baroccheggiante o zuccherino. Nella ristampa rimasterizzata in CD del 2003, per arricchirlo ulteriormente, vengono aggiunte quattro tracce extra con Tom Hobson. Un album tra folk e blues, prodotto da Jack Casady, dove spiccano la malinconica e bellissima Genesis, gli immancabili blues del Rev. Gary Davis, I’ll Be All Right e l’ondeggiante In Am The Light Of This World, ma anche la sognante Song For The North Star, che grazie agli arrangiamenti di archi sembra quasi un brano di Nick Drake. Tra i contributi di Tom Hobson spicca il country di Sweet Hawaiian Sunshine, con un bel dobro aggiunto al picking delle due acustiche.

La svolta elettrica 1974-1977.

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Nei quattro anni successivi, arriverà in formazione un nuovo batterista, Bob Steeler, e il suono si farà decisamente più duro, quasi hard-rock atratti, a parte nell’ancora ottimo The Phosphorescent Rat ***1/2, uscito a gennaio del 1974, l’ultimo registrato con Piazza alla batteria, ed un sound meno granitico, album di cui si ricordano l’ottima I SeeThe Light, la deliziosa Letter To the North Star, già registrata come Lord Have Mercy per Quah, la tirata Easy Now, la lirica Corners Without Exit, con fiati e archi aggiunti, l’eccellente In The Kingdom, un paio di strumentali acustici, tra cui l’immancabile brano del Reverendo Gary Davis. America’s Choice ***1/2 del 1975 , anche se più “lavorato” come suono è comunque ancora un buon disco, l’iniziale Sleep Song, la tirata Funky #7 con Steeler che picchia come un ossesso e Kaukonen che va di wah-wah , la cover di Walkin’ Blues, Invitation che ricorda vagamente i pezzi rock di Lou Reed e l’hendrixiana I Don’t Wanna Go non sono male.

Yellow Fever *** ancora del 1975 alza ulteriormente la manopola del volume, la cover di Baby What You Want Me To Do è durissima, mentre Hot Jelly Roll Blues non è male, in Free Rein torna il sound da power trio, più West,Bruce & Laing che Cream, Sunrise Dance With The Devil vira decisamente sull’hard rock e anche in Bar Room Crystal Ball sembrano quasi i Black Sabbath, e in Half-Time Saturation i Thin Lizzy, niente di male perché Kaukonen e Casady sono due musicisti con i fiocchi, però… Hoppkorv **1/2 del 1976, oltre ad essere ancora più duro, ogni tanto sfocia anche nel banalotto, anche se qualche brano che si salva c’è sempre, per esempio la delicata Watch The Noth Wind Rise.

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Hot Tuna – Double Dose 1978 ***1/2

Invece nel 1978 esce il doppio dal vivo Double Dose, registrato a San Francisco nell’agosto del 1977, durante il loro ultimo Tour, prima di sciogliere la band e si tratta di un grande Live, uno di quelli “storici” degli anni ’70. Prodotto da Felix Pappalardi (con l’aiuto di un esordiente Don Gehman), che fece molti overdubs in studio, anche con notevoli ritocchi delle parti vocali di Kaukonen, con la prima facciata del vecchio vinile acustica, e le altre tre con la formazione elettrica, aumentata dal solito Nick Buck alle tastiere. I quattro pezzi acustici sono Winin’ Boy Blues, Keep Your Lamps Trimmed And Burning, il bellisimo vecchio brano dei  Jefferson  Embrionic Journey e la rara Killing Time In the Crystal City.

Nella parte elettrica ottime versioni di I Wish You Would, Genesis che anche in versione full band non perde il suo fascino, Talkin’ About You di Chuck Berry, con il sound d’insieme che ricorda molto il Lou Reed di Rock’n’Roll Animal, Funky #7 molto migliore della sua controparte in studio, la sinuosa, come titolo, Serpent Of Dreams, la cover a tutto wah-wah di Bowlegged Woman, Knock Kneed Man di Bobby Rush, e l’uno-due con le sempre splendide I See The Light e Watch The North Wind Rise, oltre al finale blues-rock con I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters. Meno di 80 minuti in tutto ma comunque un grande album.

A questo punto Jorma Kaukonen inizia una carriera solista diciamo non esaltante, con qualche disco di buona qualità ma niente per cui entusiasmarsi.  Jorma del 1979, solo voce e chitarre acustiche ed elettriche se lo ricordano in pochi, Barbeque King, l’ultimo per la RCA del 1981, e poi una sequenza  di dischi poco significativi, tra cui si salvano l’acustico Too Hot To Handle del 1985, che contiene due canzoni reincise per la buona reunion omonima del 1989 dei Jefferson Airplane. A proposito di reunion, dignitosa quella degli Hot Tuna per Pair A Dice Found, che contiene una versione di Eve Of Destruction di Barry McGuire, e i due Live At Sweetwater registrati in California nel 1992, con Michael Falzarano alla seconda chitarra, fino al piacevole Steady As She Goes, prodotto da Larry Campbell, che suona anche nel disco, pubblicato dalla Red House nel 2011 (e nel 2019 ci sarà un tour per festeggiare i 50 anni del gruppo). Tra gli album come solista, molto bello Blue Country Heart, un disco del 2002 influenzato dal bluegrass dove suonano Sam Bush, Jerry Douglas, Byron House e Bela Fleck, River Of Time del 2009, ancora prodotto da Campbell, e registrato a Woodstock negli studi di registrazione di Levon Helm, che appare anche in due brani. A oggi l’ultimo disco di Jorma Kaukonen è l’eccellente Ain’t In No Hurry, uscito nel 2015 sempre per la Red House, che conferma la ritrovata forma del nostro.

Vedremo cosa ci riserverà il futuro.

Bruno Conti

Jorma Kaukonen E Gli Hot Tuna: 50 Anni Tra Blues E Rock, Parte I.

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JORMA KAUKONEN E GLI HOT TUNA. 50 ANNI TRA BLUES E ROCK!

Lo scorso anno è uscita Been So Long: My Life and Music, l’autobiografia di Jorma Kaukonen (con prefazione di Grace Slick): non ho avuto occasione di leggerla, salvo alcuni estratti qui e là, e le critiche sono state comunque abbastanza positive, segnalando il giusto spazio riservato alla sua storia personale e ai problemi con droga e alcol, anche se alcuni hanno lamentato una certa ripetitività, poco spazio dedicato ai rapporti interpersonali all’interno dei Jefferson Airplane e la mancanza di un approfondimento più dettagliato delle dinamiche musicali nel gruppo, privilegiando forse troppo il suo “altro” gruppo, gli Hot Tuna, ma d’altronde è forse giusto così, visto che con il “Tonno Bollente”, tra alti e bassi, lunghe pause, ma anche ritorni clamorosi, ha passato giusto 50 anni, che si festeggiano quest’anno, anche con la pubblicazione di un CD Bear’s Sonic Journals: Before We Were Them, a nome Jorma Kaukonen & Jack Casady, registrato da Owsley Stanley, il famoso “soundman” dei Grateful Dead, nel giugno del 1969, quindi prima della nascita degli Hot Tuna, e con la presenza di Joey Covington dei Jefferson alla batteria, quindi in veste elettrica, disco di cui leggete in altra parte del Blog https://discoclub.myblog.it/2019/02/14/nuovi-dischi-live-dal-passato-6-prima-di-essere-gli-hot-tuna-erano-gia-formidabili-jorma-kaukonen-jack-casady-bears-sonic-journals-before-we-were-them-live-june-2/. Per l’occasione ci occupiamo proprio della parte di carriera, la più consistente di Kaukonen, con gli Hot Tuna: una discografia non copiosa, soprattutto a livello di album di studio, solo sette in tutto, oltre a quasi una quindicina di Live, sia ufficiali, che dischi diciamo di “archivio”, nonché una dozzina di album solisti di studio e tre dal vivo.

Gli Inizi.

La storia dell’ultimo dei grandi chitarristi dell’era dell’acid rock e della musica psichedelica, inizia il 23 dicembre del 1940, quando Jorma nasce a Washington, da una famiglia di origini finlandesi da parte paterna, e ebree russe da parte della madre: il padre era un diplomatico, quindi la famiglia Kaukonen ha vissuto in giro per il mondo (con il piccolo Jack, come lo chiamavano genitori e il fratello Peter, anche lui futuro musicista), tra Pakistan, Filippine e molte altre località sparse per il globo terracqueo, fino al ritorno a Washington negli anni ’50 e l’incontro con l’amico di una vita, Jack Casady, con il quale inizia a suonare nelle prime band, i Triumphs in particolare, in cui Jack era il solista e Jorma suonava la ritmica. Negli anni delle scuole superiori si sposta a Yellow Springs, Ohio, dove frequenta l’Antioch College e viene iniziato ai misteri del blues e nello specifico dello stile fingerpicking del Reverend Gary Davis da un amico. Nel 1962 arriva nella Bay Area per studiare alla Santa Clara University, e per mantenersi dava lezioni di chitarra e si esibiva dal vivo nei locali della zona, dove incontra Janis Joplin, evento documentato nelle famose “Typewriter Tapes”, quelle dove si sente la prima moglie Margareta (perché nel frattempo si era già sposato) impegnata a scrivere sulla macchina da scrivere.

Ma già nel 1965 il compagno di classe Paul Kantner lo invita a un unirsi ad un gruppo che sta formando insieme a Marty Balin: anche se all’inizio Jorma era riluttante ad entrare in un gruppo dove lui, come autoproclamato purista del blues, avrebbe dovuto passare ad un suono elettrico, stimolato però nello stesso tempo dalle possibilità di esplorare appunto il suono della chitarra elettrica e delle nuove tipologie di suono. Però poi aderisce alla idea, anzi è lui stesso a suggerire il nome Jefferson Airplane, ispirato da un amico che aveva un cane che si chiamava “Blind Lemon Jefferson Airplane”. E già che c’era chiama a raccolta l’amico Jack Casady per suonare il basso nella nascente formazione: ma quella dei Jefferson + un’altra storia, quindi saltiamo al 1969.

Nascono gli Hot Tuna.

La genesi della band è in una serie di concerti a metà di quell’anno, quando il gruppo era in stand-by perché Grace Slick era stata operata alle corde vocali e non poteva cantare, quindi gli altri componenti del gruppo per rimanere in attività sperimentavano altri incroci: in alcuni concerti, oltre a Kaukonen e Casady, suonavano (e cantavano) con loro, anche Paul Kantner e Joey Covington (e ogni tanto pure Marty Balin), una delle date è quella del concerto inedito di cui sopra. Quando però gli Airplane tornano a fare concerti, gli Hot Tuna si sono ritagliati uno spazio all’interno degli spettacoli, diventando l’opening act di sé stessi, con un set di brani classici blues e qualche composizione di Jorma. Nel settembre del 1969 arrivano per una serie di concerti alla New Orleans House in Berkeley, California, dai quali nasce il leggendario primo disco del gruppo, l’omonimo Hot Tuna, pubblicato nel maggio del 1970.

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Hot Tuna – Rca Victor  1970 ****

Nel concerto, come ospite, appare anche Will Scarlett all’armonica, e nella ristampa Deluxe in doppio CD pubblicata dalla Iconoclassic nel 2012, oltre all’album originale con le cinque bonus aggiunte, c’è anche un secondo dischetto con il concerto completo della serata del 19 settembre 1969, che è anche uscito, da solo, prima per Collector’s Choice e Friday Music, di recente per la Floating World, con un’altra sequenza dei brani e con il titolo Live At New Orleans House, Berkeley Ca 9/69. Come lo si voglia girare questo disco (e i relativi seguitii) rimane un piccolo capolavoro di equilibri sonori, suonato in modo splendido da Kaukonen e Casady che vanno ad esplorare le radici del blues in versioni impeccabili di classici come Hesitation Blues, dove si apprezzano il fingerpicking di Jorma, il contrabbasso secco e quasi percussivo di Jack e la voce particolare e unica di Kaukonen, non eccezionale ma ricca di calore ed umanità, splendida anche How Long Blues, dagli intricati arabeschi sonori dell’acustica, come pure Uncle Sam Blues, con Scarlett all’armonica, e il rumore di vetri infranti durante l’esibizione che darà al disco il soprannome di “breaking glass album”.

Ma tutto il disco è sontuoso, con il blues acustico suonato con una verve ed una solarità che è difficile riscontrare in molti album del genere: Death Don’t Have No Mercy del Rev. Gary Davis, con uno degli incipit più celebri delle 12 battute, l’incalzante traditional I Know You Rider, di nuovo con uno scintillante intreccio tra chitarra ed armonica, Winin’ Boy Blues, uno dei due brani ragtime di Jelly Roll Morton. Significativo che un disco per certi versi così rigoroso arriverà fino al 30° posto delle classifiche di Billboard, risultando il più venduto nella storia del gruppo.

hot tuna first pulled up

First Pull Up Then Pulled Down – Rca Victor 1971 ***1/2

Per il secondo disco, uscito nel 1971, la band svolta con un approccio elettrico, con Papa John Creach aggiunto al violino elettrico e Sammy Piazza alla batteria (oltre al solito Scarlett all’armonica). Di nuovo registrato dal vivo, questa volta allo Chateau Liberté di Los Gatos, California, il disco pesca ancora a piene mani nel repertorio blues, ma il suono è elettrico e vibrante, con il violino guizzante di Papa John Creach subito in azione nello strumentale vorticoso John’s Other, dove anche Kaukonen e Casady ci danno dentro alla grande e  si distingue con la sua armonica Will Scarlett, segue un altro brano dell’amato Rev. Gary Davis.

la deliziosa Candy Man cantata con la solita voce “lamentosa” da Jorma, sempre con il violino in grande evidenza e assolo di basso di Casady incorporato, Been So Long (titolo della sua autobiografia) è uno dei rari brani originali di Kaukonen del periodo, un classico pezzo dalla struttura rock. Non mancano vivaci e lunghe versioni elettriche di Keep Your Lamp Trimmed And Burning e Come Back Baby, dove si ascolta quasi il chitarrista acido e psych dei Jefferson, per brani  già apparsi in veste acustica nelle edizioni espanse del primo disco.

hot tuna burgers

Burgers – Grunt 1971 ****

Probabilmente il capolavoro assoluto degli Hot Tuna, un disco magnifico dove Kaukonen si rivela anche autore di notevole spessore, a cavallo tra folk-rock, blues-rock e canzone d’autore, con una serie di canzoni veramente incantevoli, dove la melodia si sposa ad arrangiamenti perfetti per un disco che ancora oggi si ascolta con grande piacere, una sorta di antesignano della Americana e roots music dei giorni nostri. In True Religion, dove l’interazione tra strumenti  acustici ed elettrici, le chitarre di Jorma e il violino ispiratissimo di Papa John Creach, ma anche il piano e l’organo di Nick Buck, è pressoché perfetta, si ottiene un suono caldo ed avvolgente, anche con un pizzico di influenze gospel; molto bella pure Highway Song, una canzone dove le armonie vocali sono di David Crosby, e le atmosfere ricordano quelle della Band o dei Creedence più rurali. Non manca il blues in 99 Year Blues, dalla pigra e ciondolante andatura, e quello più acido e psichedelico, a tutto wah-wah della vigorosa Ode For Billy Dean, in odore di Jefferson Airplane.

Ma anche il solito Rev. Gary Davis d’annata in una Let Us Get Together Right Down Here dove non mancano elementi country. Per non dire del rock vibrante di Sea Child e della deliziosa Keep On Truckin, sempre a cavallo tra blues, country e rock, oltre a due brani strumentali, la cristallina Water Song, con le chitarre acustiche a duettare con il basso di Casady, e Sunny Day Strut, una sferzata elettrica, sempre con assolo fiammeggiante di wah-wah che conferma lo status complessivo di album  di culto per questo Burgers, disco che non verrà più superato.

Fine della prima parte.

Bruno Conti