Un Ringo In Versione “Mini”, Ma Con Più Sostanza Del Solito! Ringo Starr – Zoom In

ringo starr zoom in

Ringo Starr – Zoom In – Universal CD EP

Inutile ribadire che la carriera solista di Ringo Starr ha rispettato in pieno le aspettative che i fans dei Beatles avevano dopo lo scioglimento del loro gruppo preferito: una lunga serie di album di piacevole ascolto, alcuni più riusciti di altri, ma con pochi titoli veramente imprescindibili (a mio parere si contano sulle dita di una mano: il countreggiante Beaucoup Of Blues del 1970, lo splendido Ringo del 1973, il suo seguito Goodnight Vienna, il comeback album del 1992 Time Takes Time e, forse, Vertical Man del 1998). In particolare, gli otto lavori pubblicati dal cantante-batterista di Liverpool tra il 2003 ed il 2019 sono tutti all’insegna di un pop-rock di facile assimilazione ma con poche vere zampate che li distinguano l’uno dall’altro, diciamo un livello medio di tre stellette https://discoclub.myblog.it/2019/11/16/sappiamo-cosa-aspettarci-e-sempre-lui-lex-beatle-ringo-starr-whats-my-name/ . Lo scorso anno Ringo si è trovato come tutti a fare i conti con la pandemia, e durante il lockdown ha messo insieme una manciata di canzoni nuove e le ha registrate come d’abitudine “with a little help from his friends”.

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Il risultato è Zoom In, il primo EP della carriera del nostro, cinque canzoni per la durata complessiva di 19 minuti che mostrano un Ringo ispirato ed in ottima forma: forse il fatto di concentrarsi su soli cinque pezzi ha reso il progetto più solido e compatto e senza i soliti riempitivi presenti nei vari album dell’ex Beatle, ma è un fatto che Zoom In, pur non essendo un capolavoro, è la cosa migliore messa su disco dal barbuto drummer dai tempi di Ringo Rama (2003). Cinque brani che toccano vari generi, tutti affrontati da Ringo con la consueta verve e l’innata simpatia che lo contraddistingue da sempre, e prodotti da lui stesso insieme a Bruce Sugar. L’iniziale Here’s To The Nights (rilasciata sul finire del 2020) è il brano portante dell’EP, una bellissima ed emozionante ballata tra le migliori di Ringo negli ultimi trent’anni https://www.youtube.com/watch?v=S6oqrbFzLaU , nonostante una melodia ed un arrangiamento un po’ ruffiani tipici dell’autrice del pezzo (cioè la nota hit-maker Diane Warren): Ringo è accompagnato da Steve Lukather dei Toto alla chitarra, Nathan East al basso e Benmont Tench al pianoforte, ma il meglio lo troviamo nel coro “alla We Are The World” con la partecipazione tra gli altri di Paul McCartney, Joe Walsh, Lenny Kravitz, Sheryl Crow, Yola, Chris Stapleton, Ben Harper e Dave Grohl.

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Ascoltate questa canzone almeno un paio di volte e farete fatica a togliervela dalle orecchie. Zoom In Zoom Out mostra il lato rock di Ringo, un brano cadenzato che vede ancora Tench al piano ed addirittura l’ex Doors Robby Krieger alla solista: la base è leggermente blues, ma poi Mr. Starkey intona una delle sue tipiche melodie saltellanti ben supportato dalle backing vocalist femminili, ed il risultato è una canzone solida e piacevole al tempo stesso https://www.youtube.com/watch?v=w3XaEPUmsFA . La pimpante Teach Me To Tango fonde mirabilmente una struttura da pop song con ritmi quasi latini, anche se una chitarrina insinuante mantiene alta anche la quota rock (ed il pezzo è, manco a dirlo, gradevolissimo) https://www.youtube.com/watch?v=zWrc9qRxx4Y , mentre Waiting For The Tide To Turn è un’inattesa incursione di Ringo nel reggae, un genere da lui molto amato (almeno così dice), ma che finora non aveva mai sfiorato: eppure il brano è riuscito, solare ed il nostro riesce a risultare credibile anche senza dreadlocks  . Chiude l’EP Not Enough Love In The World, scritta da Lukather insieme all’altro Toto Joseph Williams su misura per Ringo, in quanto si tratta di una deliziosa pop song dal ritmo guizzante ed un sapore decisamente beatlesiano https://www.youtube.com/watch?v=RJINbNKsAtc . Zoom In ci mostra quindi un Ringo Starr come di consueto fresco e piacevole ma, a differenza del solito, senza cali di qualità.

Marco Verdi

Miami Steve Al Cavern Di Liverpool Omaggia I Beatles… E Se La Gode Un Bel Po’! Little Steven And The Disciples Of Soul – Macca To Mecca!

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Little Steven And The Disciples Of Soul – Macca To Mecca! – CD + DVD Wicked Cool Records

Inutile sprecare tempo e parole per introdurvi Stevie Van Zandt, o Miami Steve, come tanti fans della E Street Band l’hanno sempre chiamato, o Little Steven come si fa accreditare sulle copertine dei suoi album. Tutti conosciamo l’importanza di questo amico e collaboratore del Boss sin dai lontani esordi e ne apprezziamo le doti di chitarrista, compositore, arrangiatore e produttore. La sua carriera solistica sembrava giunta a un punto morto dopo i primi due meritevoli episodi Men Without Women e Voice Of America dei primi anni ottanta (ristampati di recente con tanto di bonus DVD) https://www.youtube.com/watch?v=WAP-2yRvGD8  e i successivi assai meno convincenti Freedom No Compromise e Revolution. Un solo discreto ritorno nel ’99 con l’ingiustamente sottovalutato Born Again Savage e poi più nulla, se non gli esaltanti tour insieme a Bruce Springsteen e ai compagni della ricostituita E Street Band e il considerevole successo raggiunto come attore televisivo nel cast di importanti serial come I Sopranos e Lilyhammer. A sorpresa, nel 2017 arriva il disco della rinascita, un brillante compendio di rock, soul e rhythm ‘n’ blues intitolato Soulfire, seguito due anni dopo dall’altrettanto spumeggiante Summer Of Sorcery. Nel frattempo, mentre Bruce riempiva le sue serate di esibizioni solitarie a Broadway, il nostro Stevie ha rimesso in piedi una band coi fiocchi formata da quattordici elementi, i Disciples Of Soul, e ha girato in lungo ed in largo gli States e l’Europa portando il suo entusiasmante show anche dalle nostre parti, a Roma e Cortona, fino all’indimenticabile serata del 13 giugno 2019 all’Alcatraz di Milano.

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Prova tangibile dell’assoluto valore di queste sue esibizioni è il doppio CD (o triplo nella sua versione estesa) Soulfire Live!, probabilmente la miglior pubblicazione dell’intera sua discografia. A questa già monumentale prova di energia e talento, Stevie ha deciso di aggiungere un ulteriore dischetto che documenta la sua esibizione nel mitico Cavern di Liverpool, tenutasi all’ora di pranzo del 14 novembre 2017, un vero e proprio tributo ai Fab Four e ai loro esordi, realizzato con la devozione di un fan e l’entusiasmo di chi è consapevole di aver realizzato un sogno. Macca To Mecca prevede oltre agli otto brani eseguiti al Cavern anche un gustoso duetto con Paul McCartney registrato dieci giorni prima a Londra e un’ulteriore cover beatlesiana presa dalla data di Leeds dell’8 novembre https://www.youtube.com/watch?v=cBTL4IwOTaU . Il tutto è estremamente godibile, non solo in audio ma anche in video, grazie a un DVD di ottima qualità che ci rivela i notevoli sforzi logistici compiuti per far esibire una band di quindici elementi sul piccolo stage del Club di Liverpool.

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Ma lo sfizioso antipasto, come vi dicevo, si svolge sul palco della Roundhouse di Londra quando sir Paul raggiunge il visibilmente emozionato Miami Steve per lanciarsi in una ruspante versione di I Saw Her Standing There con tanto di solo all’elettrica. La band gira a mille, mentre il leader si gode la sua special guest supportandolo ai cori. Al Cavern invece i Disciples sono divisi in due settori, causa spazio claustrofobico della sala chiamata non a caso Tunnel: Little Steven, il chitarrista Marc Ribler e il bassista Jack Daley si spartiscono la prima linea e dietro di loro si accomodano, si fa per dire, i due tastieristi Andy Burton e Lowell Levinger, oltre al batterista Rich Mercurio e al percussionista Anthony Almonte. Nel corridoio laterale si devono giocoforza piazzare le tre notevoli coriste e il quintetto dei fiati guidato dal sassofonista Eddie Manion.

little steven macca to macca cd+dvd 1Proprio a loro è affidato il compito di introdurre un classico come Magical Mystery Tour, esecuzione da manuale e adeguata apertura di un omaggio che va a scavare nelle origini della band più famosa al mondo, quando la sua dimensione era ancora quella dei piccoli locali come il Cavern e il repertorio era infarcito di cover di artisti americani di soul e r&b. https://www.youtube.com/watch?v=jQLA-4ip7KI&list=OLAK5uy_kgydfMf_n6t2-kVyhqW9oF6SJ_-MslLNI  Questo spiega la scelta di una sequenza che parte con Boys, b-side delle Shirelles e prima incisione come lead vocalist di Ringo Starr sull’album d’esordio Please Please Me, poi Slow Down di Larry Williams, uno dei cinque artisti coverizzato sia dai Beatles sia dai Rolling Stones, Some Other Guy e Soldier Of Love, la prima dalla penna di Richard Barrett coadiuvato dalla premiata ditta Leiber & Stoller, la seconda dal repertorio di Arthur Alexander, entrambe presenti solo su Live At The BBC.

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Le versioni che di questi brani poco noti ci propongono Steven e i suoi compagni suonano fresche ed attuali, suscitando l’entusiasmo dello sparuto pubblico del Cavern. C’è ancora qualche piacevole sorpresa da menzionare come l’ottimo recupero da Sgt. Pepper di Good Morning Good Morning, con i suoi continui cambi di ritmo, e la perfetta resa in stile Motown di Got To Get You Into My Life, con una superlativa performance della sezione fiati, autentico valore aggiunto al suono dei Disciples. Per chiudere, Miami Steve sceglie l’inno ecumenico beatlesiano per eccellenza, All You Need Is Love, perfetto suggello di una performance impeccabile. Sul CD e DVD c’è ancora spazio per una sanguigna Birthday, registrata alla 02 Academy di Leeds con dedica alla moglie Maureen nel giorno del suo compleanno. Durante i saluti finali, il ghigno felice di Little Steven è l’immagine perfetta per quest’ulteriore riprova della sua rinascita artistica.

Marco Frosi

Definirlo Controverso E’ Un Eufemismo, Ma Di Certo Era “IL” Produttore Rock Per Antonomasia: A 81 Anni E’ Morto Phil Spector.

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Ho già scritto diversi necrologi per questo blog, ma questa forse è la prima volta in cui non so da che parte cominciare, per la grandezza del personaggio ma anche per il suo essere decisamente controverso e scomodo: il fatto che la morte, per complicazioni dovute al Covid, lo abbia colto lo scorso sabato 16 gennaio nel carcere di Corcoran in California dove era rinchiuso dal 2009 per omicidio della modella ed attrice Lana Clarkson è sintomatico del tipo di soggetto.

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Sto parlando di Harvey Philip Spector, che tutto il mondo però conosceva come Phil Spector, produttore rock con la P maiuscola ed il primo a mettere la figura di chi stava dietro la consolle sullo stesso piano dell’artista in sala di incisione in fatto di importanza, ed in alcuni casi perfino ad un livello superiore. Spector era senza mezzi termini un genio, un personaggio visionario ed eccezionalmente avanti coi tempi (anche nel vestire), inventore del celeberrimo “Wall Of Sound”, un vero e proprio muro del suono creato usando strumenti rock come chitarre, basso, tastiere e batteria ma duplicandoli ed anche triplicandoli usando una vera e propria folla di musicisti in studio così da creare una sorta di “orchestra rock” (e molto spesso aggiungendo anche sezioni di archi e fiati), facendo anche un ampio uso del riverbero, una tecnica che secondo lui aveva più efficacia con le registrazioni in mono rispetto a quelle in stereo, che non amerà mai.

phil spector Backtomono 1958-1969

Ma Spector non inventò solo un suono (dal quale in seguito presero spunto una miriade di musicisti: Brian Wilson, per esempio, credo che gli dedicherebbe volentieri un monumento, ed anche Bruce Springsteen dichiarò più volte che per Born To Run si era ispirato al Wall Of Sound), ma fu anche uno dei primi produttori a co-scrivere spesso i brani in cui era coinvolto e, specie nei primi tempi, ad orientare le scelte commerciali dei gruppi da lui seguiti e spesso da lui scoperti, così da diventare una sorta di producer-talent scout-manager. Maniaco della perfezione, Spector era capace di far suonare una canzone anche cinquanta volte di fila per trovare la take giusta, esasperando non poco i musicisti in studio con lui, che però si guardavano bene dal dirgli qualcosa, intimoriti dal suo approccio “vagamente” dittatoriale e dal fatto che spesso si presentava in studio armato (pare per sicurezza personale dopo un episodio di bullismo di cui fu vittima nel 1958). Nato nel 1939 nel Bronx da una famiglia ebrea di origine russa non troppo benestante, Phil all’età di dieci anni subisce il trauma del suicidio del padre, ed in seguito si trasferisce con la madre e la sorella a Los Angeles, dove impara a strimpellare la chitarra e comincia ad interessarsi attivamente alla musica rock’n’roll e pop, formando con tre amici di scuola il suo primo gruppo, i Teddy Bears, i quali grazie all’amicizia del nostro con il produttore Stan Ross riescono a registrare e pubblicare qualche singolo: uno di questi, To Know Him Is To Love Him (epitaffio scritto sulla tomba del padre), raggiunge addirittura il primo posto in classifica vendendo ben un milione di copie https://www.youtube.com/watch?v=tIUf6dOGc1c .

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Il successivo singolo ed album non sono però un successo e Phil, sempre più interessato alle tecniche di produzione piuttosto che a stare sotto la luce dei riflettori, scioglie la band, va a New York ed inizia a lavorare sotto le dipendenze dei leggendari songwriters Leiber & Stoller, scrivendo con Jerry Leiber Spanish Harlem che diventerà una hit per Ben E. King https://www.youtube.com/watch?v=OGd6CdtOqEE ; dopo qualche contributo in session come chitarrista unito ad alcune produzioni minori incoraggiato proprio dai due autori, il successo di How Love How You Love Me delle Paris Sisters convince Spector ad intraprendere la carriera di produttore a tempo pieno.

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Tornato a Hollywood, fonda la Philles Records insieme al discografico ed amico Lester Sill, e si specializza nella produzione di singoli pop in cui si trovano le prime tracce del Wall Of Sound, contribuendo al successo di “girl groups” come The Crystals (Uptown, Da Doo Ron Ron, Then He Kissed Me e He’s A Rebel i pezzi volati più in alto in classifica) https://www.youtube.com/watch?v=v-qqi7-Q19k  e The Ronettes (la classica Be My Baby, Walking In The Rain, Baby I Love You), delle quali sposerà la leader Veronica Bennett che ancora oggi a molti anni dal divorzio si fa chiamare Ronnie Spector https://www.youtube.com/watch?v=jSPpbOGnFgk . Altri nomi che conosceranno la popolarità grazie alle produzioni di Phil sono Darlene Love, Connie Francis, Bob B. Soxx & The Blue Jeans e soprattutto il duo vocale maschile dei Righteous Brothers (che non erano affatto fratelli), specie con le famosissime You’ve Lost That Lovely Feelin’ https://www.youtube.com/watch?v=xbg1gkWb0Wo  e Unchained Melody (che conoscerà un eccezionale rigurgito di popolarità nel 1990 grazie al film Ghost), e con la nota River Deep, Mountain High di Ike & Tina Turner, dei quali produce anche l’album dallo stesso titolo https://www.youtube.com/watch?v=e9Lehkou2Do .

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Non è l’unico LP ad avere il nome di Phil alla consolle in questi anni anche se il nostro è sempre stato considerato uno da 45 giri: per esempio il suo A Christmas Gift For You From Philles Records del 1963, con dentro incisioni ad hoc da parte di Ronettes, Darlene Love, Crystals e Bob B. Soxx, è giustamente considerato un ultra-classico della canzone stagionale https://www.youtube.com/watch?v=si_dOztgx9c .

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Se volete una esauriente panoramica del periodo, a parte le varie antologie, se proprio non riuscite a trovare lo splendido box Back To Mono 1958-1969  effigiato sopra (fuori catalogo da una vita, ma usato si trova ancora), dovreste almeno procurarvi il cofanetto del 2011 The Philles Album Collection.

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Nel 1969 arriva una svolta nella carriera di Spector (non necessariamente con risvolti solo positivi) quando John Lennon e George Harrison lo scelgono per produrre quello che diventerà l’ultimo album dei Beatles, cioè Let It Be (Paul McCartney è abbastanza freddino, mentre a Ringo Starr come al solito va bene tutto). E qui cominciano ad arrivare le prime critiche anche feroci nei confronti del lavoro di Spector, a causa delle orchestrazioni che appesantiscono notevolmente soprattutto The Long And Winding Road (Paul, che l’ha scritta, quando la sente per la prima volta inorridisce) e Across The Universe, critiche che arriveranno anche ai giorni nostri al punto che nel 2003 è stata pubblicata una versione remixata e “de-spectorizzata” del disco, intitolata Let It Be…Naked.

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Esiti migliori anche a livello di commenti Spector li avrà con i primi due album solisti di Lennon: in John Lennon/Plastic Ono Band il suono è talmente essenziale che il contributo di Phil è quasi impalpabile, mentre con Imagine del 1971 la produzione è equilibrata in maniera quasi perfetta (anche se per il sottoscritto l’apice della collaborazione Lennon-Spector si ha con il singolo Instant Karma!). Anche George sceglie Phil Per il suo debutto, lo strepitoso triplo All Things Must Pass, e qui arrivano ancora diverse critiche negative riguardo a certi arrangiamenti: io non sono d’accordo, in quanto il disco, già grandissimo di suo, è secondo me prodotto in modo magnifico, anche se obiettivamente a brani come Wah-Wah, What Is Life e Awaiting You All avrebbe giovato una mano più leggera.

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Di Harrison Phil produce anche il singolo Bangla Desh https://www.youtube.com/watch?v=eqaDRYDPU5s  e sovrintende alla versione audio del mitico The Concert For Bangladesh  , mentre il ritorno in studio con John per Some Time In New York City patirà l’insuccesso di pubblico e critica dell’album. Il resto della decade vede Spector poco attivo, un po’ per il mutare delle mode musicali ma soprattutto per il suo comportamento imprevedibile ed eccentrico. Nel 1974 entra in studio con Dion per il quale produce Born To Be With You, che esce l’anno successivo al termine di session caotiche ed interminabili, un disco che viene disconosciuto dallo stesso cantante newyorkese che lo definisce “musica da funerale” https://www.youtube.com/watch?v=IyErVrHE0eM .

john lennon rock'n'roll

Nello stesso periodo Lennon chiama ancora Phil perché lo vuole alla consolle per il suo nuovo progetto, un album con canzoni dell’epoca d’oro del rock’n’roll con un sound vintage: qui le cose vanno anche peggio in quanto Spector si conferma del tutto inaffidabile, presentandosi in studio a volte ubriaco, altre vestito da chirurgo, mentre una volta arriva perfino a sparare un colpo di pistola al soffitto proprio vicino alle orecchie di Lennon, che non la prende benissimo. Dulcis in fundo, ad un certo punto John scopre che tutte le sere il produttore trafuga i nastri delle sessions e se li porta a casa per manipolarli a suo piacimento nella notte, per poi riconsegnarli il mattino dopo come se niente fosse: questa, unita all’esasperazione dei vari musicisti per il fatto che Phil faccia loro risuonare all’infinito le canzoni, costringe Lennon a licenziare Spector ed a finire il disco da solo (ed infatti su Rock’n’Roll, 1975, solo quattro pezzi su tredici appartengono alle sessions originali).

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Le controversie continuano quando nel 1977 Leonard Cohen decide di affidare al nostro l’incarico di produrrre il suo quinto album Death Of A Ladies’ Man e anche di mettere in musica i testi di tutti i brani, ma il risultato finale è piuttosto confuso e magniloquente, oltre che inadatto allo stile intimista del poeta canadese (ma Memories mi è sempre piaciuta assai) https://www.youtube.com/watch?v=imHpLMRYknc . Nel 1980 a sorpresa troviamo il nome di Spector come produttore di End Of The Century dei Ramones, un connubio stranissimo visto il tipo di sonorità punk-rock molto diretta del gruppo di New York, ma che, a dispetto delle critiche, secondo me funziona perché dona una luce diversa alle loro canzoni fino a quel momento molto “basiche” https://www.youtube.com/watch?v=Gi9a7IdRiBI . Le nuove tendenze musicali degli anni ottanta escludono completamente il nostro dagli studi di registrazione mandandolo virtualmente in pensione (fatta eccezione per l’album Season Of Glass di Yoko Ono), e per trovare il suo nome su un disco dobbiamo arrivare fino al 2003 quando il non famosissimo gruppo indie inglese Starsailor lo chiama per produrre due brani del loro secondo album Silence Is Easy e lui, inaspettatamente, accetta (anche se il suo contributo non è così evidente) https://www.youtube.com/watch?v=fglU5Ngd-Pk .

Helen Mirren and Al Pacino star in the new HBO film Phil Spector, which was written and directed by David Mamet.

Helen Mirren and Al Pacino star in the new HBO film Phil Spector, which was written and directed by David Mamet.

Nello stesso anno, come ho accennato all’inizio, avviene il fattaccio dell’omicidio della Clarkson, trovata morta a casa di Spector pare a seguito di un gioco pericoloso finito male. Il processo diventa mediatico a causa della fama di Phil, che cade in parecchie contraddizioni e non riesce ad evitare la condanna ad una pena che va dai 19 anni all’ergastolo (ma che lo avrebbe probabilmente portato alla libertà vigilata nel 2024 anche a causa delle precarie condizioni di salute), e di certo non lo aiutano un comportamento sempre più eccentrico ed una serie di improbabili parrucche che Phil sfoggia in aula: la vicenda è stata rappresentata da Phil Spector, un interessante film per la HBO (ma passato anche in Italia) con un Al Pacino formidabile come sempre nella parte del protagnonista. Una vita molto “rock” dunque per colui che, aldilà delle sue malefatte, è stato un vero genio ed innovatore della nostra musica, un’esistenza le cui ultime fasi si potrebbero riassumere con un titolo altrettanto rock: From Jail To Hell.

Marco Verdi

Torna La Band Di Austin Con Un Ennesimo Ottimo Album. The Band Of Heathens – Stranger

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The Band Of Heathens – Stranger – BOH Records

Nel 2018 avevano rivisitato con garbo e classe A Message From The People, uno dei capolavori assoluti di Ray Charles, riproposto attraverso la loro ottica sonora più rootsy e rock https://discoclub.myblog.it/2018/10/23/un-disco-storico-di-ray-charles-rivisitato-con-garbo-e-classe-band-of-heathens-a-message-from-the-people-revisited/ : due anni dopo i Band Of Heathens ritornano, con la produzione di Tucker Martine, che ha messo il suo stampo musicale, più etereo e ricercato sonicamente, con il nuovo album Stranger, registrato in trasferta per loro a Portland in Oregon, considerando che i cinque, originari di Austin, vivono tra California, North Carolina e Tennessee, e durante la pandemia si sono comunque abilmente ingegnati a realizzare una serie di video di deliziose cover, spesso con ospiti aggiunti, ognuno impegnato dalla propria casa, anche in concerti trasmessi in streaming (cercate su YouTube, perché meritano, per esempio una splendida versione di My Sweet Lord con Raul Malo, che vedete qui sotto.

Pandemia che indirettamente è in tema con il titolo del disco, che però è ispirato dal romanzo di Camus e da Straniero In Terra Straniera di Heinlein: Ed Jurdi e Gordy Quist, con le loro voci e chitarre, sono sempre alla guida della band, coadiuvati dalle tastiere di Trevor Nealon, che anche lui contribuisce vocalmente, come pure il bassista Jesse Wilson e il batterista Richard Milssap, alle intricate armonie che sono uno dei marchi di fabbrica del gruppo. Il suono è più complesso e con soluzioni più lavorate aggiunte da Martine, ma l’iniziale Vietnorm, scritta dal bassista Wilson, e con un marcato, benché non invasivo, impegno politico e sociale inconsueto nel loro songbook, immagina il ritorno di questo veterano del Vietnam Norm, che era un personaggio della sitcom Cheers, il tutto a tempo di scandito rock classico, con le solite influenze beatlesiane dei BOH, tra chitarre vibranti e fuzzy, tastiere insinuanti e melodie comunque molto piacevoli.

Ritmi sempre mossi anche in Dare, che tratta di fake news, di cui The Donald è (stato) uno specialista, armonie vocali mirabili, euforiche sonorità 60’s pop tra British invasion e Byrds/Buffalo Springfield, con chitarre tintinnanti e sound avvolgente.

La divertente Black Cat racconta la storia di un immigrato portoghese di più di 2 metri che fu tra i lavoratori impiegati nella costruzione del ponte di Brooklyn e poi entrò nella leggenda perché uccise a mani nude una pantera in un combattimento sotterraneo, il tutto naturalmente descritto a tempo di morbida psichedelia, tra spolverate di archi, tastiere misteriose, influssi orientaleggianti e chitarre che appaiono e scompaiono ai comandi di Martine.

Anche How Do You Sleep? tratta dei problemi della cattiva informazione, in una affascinante ballata elettroacustica, con goduriosi interscambi vocali tra Jurdy e Quist e spolverate di pop barocco, Call Me Gilded è una sorta di folk tune a tempo di valzer, sempre con le splendide armonie vocali della band presenti, magari con un leggero aumento del tasso zuccherino, ma sopportabile. South By Somewhere e Asheville Nashville Austin, sono entrambi brani che trattano della vita on the road, tra continui spostamenti per portare in giro la loro musica, e l’approccio è quello del sound classico della band, più roots e rock, anche se il produttore lavora più per aggiunta che per detrazione, benché mai in modo fastidioso, con una strumentazione ricca e ricercata, che vira in un country southern brillante nel secondo, dove appare anche una pedal steel https://www.youtube.com/watch?v=79uXntmFOYQ ; anche Truth Left tratta del tema dell’informazione, questa volta della sua eccessiva politicizzazione, una canzone vivace di impianto rock, con chitarre e tastiere a sorreggere le usuali ed eleganti divagazioni vocali del gruppo, con i consueti inserti orchestrali ed “effettistici” di Tucker Martine.

Today Is Our Last Tomorrow, tra arditi falsetti e le immancabili derive beatlesiane dei BOH, è sempre molto godibile, grazie anche a degli interventi decisi delle chitarre, mentre la conclusiva sognante ed ottimista Before The Day Is Done, con una voce femminile a renderla ancora più eterea, conferma questa svolta più ricercata e meno immediata del loro sound. Piacerà? Vedremo, comunque i Beatles avrebbero approvato e anche il sottoscritto ha apprezzato questo nuovo ottimo album della band di Austin.

Bruno Conti

Qui Di “X-Pensive” Non Ci Sono Solo I Winos! Keith Richards & The X-Pensive Winos – Live At The Hollywood Palladium

keith richards live at the hollywood palladium

Keith Richards & The X-Pensive Winos – Live At The Hollywood Palladium, December 15, 1988 – Mindless/BMG CD – 2LP – CD/DVD/10” Vinyl Box Set

L’industria musicale lamenta una crisi che va avanti da anni specie per quanto riguarda i supporti “fisici”, ma bisogna dire che in molti casi i problemi le varie case discografiche se li vanno a cercare con politiche dei prezzi che definire discutibili è far loro un complimento. In particolare, mi sembra che sia un po’ sfuggita di mano la situazione inerente alle edizioni deluxe e super deluxe di album storici e meno storici del passato: io stesso sono spesso vittima di questo meccanismo, disposto ad investire piccole fortune nell’acquisto di pubblicazioni lussuose (e costose) per poter godere di musica inedita dei miei artisti preferiti, ma lo sono molto meno quando la differenza di prezzo riguarda solo la confezione e non il contenuto. Per esempio, ho speso volentieri quei cento euro in più per la recente versione esclusiva del box di Tom Petty Wildflowers And All The Rest, che includeva un CD in più rispetto all’edizione quadrupla (e che CD!), ma non ho mai voluto farmi fregare con le ristampe “super deluxe” dei Led Zeppelin, di Hotel California degli Eagles ed anche, l’anno scorso, del primo album solista di Keith Richards Talk Is Cheap, tutti casi in cui non c’era neppure un minuto di musica in più rispetto alle versioni in doppio CD.

keith richards live at the hollywood palladium box

Non ho citato Richards a caso, in quanto il leggendario chitarrista dei Rolling Stones è il protagonista del post di oggi, ed anche di un’iniziativa che definire ridicola è riduttivo: infatti è da poco uscita la ristampa del suo noto disco dal vivo Live At The Hollywood Palladium, registrato con i suoi X-Pensive Winos il 15 dicembre del 1988 ma pubblicato solo tre anni dopo (pare per fermare il proliferare di bootleg dell’evento), un lavoro eccellente che però viene rimesso in commercio con delle modalità assurde. Infatti, oltre alla riedizione del disco originale in singolo CD senza bonus tracks (ma rimasterizzato a dovere dal grande Greg Calbi e con una bella confezione in digipack con copertina dura, tipo libro rilegato) ed in doppio LP (sia in vinile nero che rosso), è stato pubblicato l’ormai immancabile cofanetto che, all’incredibile prezzo di circa 160-170 euro, presenta sia CD che doppio LP, e tre-canzoni-tre in più su un altro dischetto in vinile da 10 pollici, oltre al solito bel librone ed una sfilza di gadgets inutili. In effetti ci sarebbe anche il DVD del concerto, disponibile per la prima volta in assoluto, ma stiamo pur sempre parlando di circa 150 euro di differenza rispetto al CD normale, il tutto per avere la miseria di tre canzoni esclusive e neppure come bonus tracks del dischetto digitale, ma solo su un vinile a parte! Inutile dire che questa volta ho soprasseduto…

Dal punto di vista musicale Live At The Hollywood Palladium è un lavoro ottimo, che vede Richards cavarsela alla grande nell’insolita veste di frontman, spalleggiato da una band formidabile che poi è quella con cui aveva registrato Talk Is Cheap: Waddy Wachtel alla chitarra, Steve Jordan alla batteria, Ivan Neville alle tastiere, Charley Drayton al basso, Bobby Keys al sax e Sarah Dash ai cori. Un gruppo con le contropalle quindi, ed una performance eccellente favorita anche dal crescente affiatamento cementatosi on stage tra i vari membri: infatti quella serata ad Hollywood era la penultima di un breve tour che aveva toccato dodici città americane, una sorta di toccata e fuga dato che Keith avrebbe poi dovuto raggiungere in studio gli altri Stones per registrare Steel Wheels. Un’ora abbondante di grande rock’n’roll, sporco e ruvido, eseguito con maestria da un gruppo magnifico, e con Richards che, nonostante un timbro di voce neanche paragonabile a quello del suo compare Mick Jagger, tiene la scena con grande sicurezza ed indubbio carisma. Degli undici brani totali di Talk Is Cheap, Keith ed i suoi “Beoni Costosi” ne suonano ben nove, allungando talvolta il minutaggio originale e fornendo performance grintose e trascinanti, con il rock’n’roll di matrice stonesiana che la fa chiaramente da padrone in pezzi come la riffatissima Take It So Hard, la potente How I Wish, Struggle, I Could Have Stood You Up, molto Chuck Berry, e Whip It Up (che con il gran lavoro di Keys al sassofono sembra quasi una outtake di Sticky Fingers).

Non manca il Richards in modalità vizioso, sudato ed appiccicaticcio, che si manifesta nella funkeggiante Big Enough, decisamente meglio della sua controparte in studio, nel caldo errebi Make No Mistake, cantata in duetto con la Dash, nella cadenzata ed annerita Rockawhile e soprattutto nella splendida e strascicata Locked Away, la migliore ballata di Talk Is Cheap ed in generale un brano che sarebbe stato bene su qualsiasi album delle Pietre Rotolanti. A proposito di Stones, ovviamente Keith omaggia anche il gruppo che gli ha dato la fama, con le classiche Happy (in una torrida rilettura di sette minuti) e Connection (molto più sintetica ed essenziale), la splendida ed inattesa Time Is On My Side (scritta da Jerry Ragovoy sotto lo pseudonimo di Norman Meade ma resa popolare nei sixties proprio da Jagger e soci), affidata alla voce solista della Dash e proposta in uno scintillante adattamento blues, e l’allora recente cover di Too Rude del musicista giamaicano Half Pint, un solare reggae-rock che era uno dei due pezzi cantati da Richards su Dirty Work, qui in una versione dilatata a quasi otto minuti. I tre brani extra esclusivi del cofanetto sono You Don’t Move Me, altra rock’n’roll song proveniente da Talk Is Cheap, la stonesiana Little T&A (era su Tattoo You), e la cover di I Wanna Be Your Man dei Beatles, che nei primi anni 60 fu ceduta dai Fab Four ai cinque ragazzi londinesi.

Per concludere, una ristampa da non perdere solo se non possedete l’album originale (o se come me avete solo il vinile), ma questa volta vi conviene lasciar perdere il box ed accontentarvi della versione in singolo CD.

Marco Verdi

Dopo Ziggy E Prima Del Duca Bianco C’Era David “L’Americano”. David Bowie – I’m Only Dancing (The Soul Tour 74)

david bowie i'm only dancing the soul tour

David Bowie – I’m Only Dancing (The Soul Tour 74) – Parlophone/Warner Record Store Day 2CD – 2LP

Aldilà del dolore per l’improvvisa scomparsa del loro idolo nel gennaio del 2016, negli ultimi anni i fans di David Bowie hanno avuto di che leccarsi i baffi tra live inediti, i quattro cofanetti retrospettivi con gli album della sua discografia ed anche qualche aggiunta (una serie che però è ferma a Loving The Alien del 2018, che prendeva in esame gli anni ottanta della popstar inglese) ed il bellissimo box quintuplo dello scorso anno Conversation Piece, con le sessions ed i demo casalinghi inerenti all’album del 1969 Space Oddity. Quest’anno si è invece deciso di celebrare (si fa per dire) The Man Who Sold The World, disco del 1970 di Bowie che il sei novembre verrà rimesso sul mercato, remixato ma senza mezza bonus track, con il titolo di Metrobolist (che sembra fosse il nome originale dell’album) e la copertina cambiata con una tra l’altro delle più brutte viste ultimamente: in poche parole, un’iniziativa ridicola.

Gli estimatori del Duca Bianco si possono comunque consolare con un nuovo live inedito uscito a fine agosto in occasione della prima parte del Record Store Day (che quest’anno a causa del Covid è stato diviso in tre), sia in doppio LP che in doppio CD: I’m Only Dancing (The Soul Tour 74) come suggerisce il titolo si occupa di uno show tratto dalla tournée del 1974 per promuovere l’album Diamond Dogs, e precisamente del concerto del 20 ottobre al Michigan Palace di Detroit (al quale manca la parte finale per problemi tecnici, sostituita però da quella registrata al Municipal Auditorium di Nashville il 30 novembre). Non è la prima volta che questo tour, che si svolse esclusivamente tra Canada e Stati Uniti, viene documentato ufficialmente, e la sua particolarità fu quella di essere diviso in tre parti con tre band diverse: il famoso album dal vivo dell’epoca David Live si occupava di un concerto a Philadelphia nel primo periodo (giugno-luglio), la seconda parte (settembre) è stata presa in esame tre anni fa in Cracked Actor, mentre il CD di cui mi occupo oggi è inerente alla terza fase.

Un’altra caratteristica fu che tra il primo e secondo segmento (quindi in agosto) Bowie incise le canzoni che avrebbero formato l’anno seguente l’album Young Americans, un disco con un suono influenzato dal soul ed errebi di Philadelphia, e la restante parte del tour da settembre in poi sarà ispirata da questo tipo di sound: da qui il nomignolo “The Soul Tour” (o anche “The Philly Tour”). I’m Only Dancing vede Bowie in ottima forma (con una voce leggermente arrochita dai molti concerti) accompagnato da un gruppo di prima qualità, cosa normale per il nostro che si è sempre affidato a musicisti formidabili: Earl Slick alla chitarra solista, Carlos Alomar alla ritmica, Mike Garson alle tastiere, la futura star del sax David Sanborn, il noto bassista Willie Weeks, Dennis Davis alla batteria, Pablo Rosario alle percussioni e ben sei backing vocalists, tra i quali spicca l’allora sconosciuto Luther Vandross, anch’egli destinato ad una carriera di grande successo.

Il doppio CD, poco meno di 90 minuti in tutto, è piacevole dalla prima all’ultima canzone grazie ad una miscela accattivante tra rock, soul, errebi e funky, un concerto scoppiettante che inizia con la classica Rebel Rebel e continua con l’altrettanto popolare John, I’m Only Dancing (Again), mettendo in fila in maniera brillante brani la cui fama è arrivata fino ad oggi come Changes, The Jean Genie (dall’arrangiamento quasi blues), Suffragette City, Rock’n’Roll Suicide e Diamond Dogs ed altri meno noti come la funkeggiante 1984, la potente rock ballad Moonage Daydream (con grande assolo finale di Slick), la soulful Rock’n’Roll With Me, che a dispetto del titolo è uno slow, e, vista la location, non poteva mancare la roccata Panic In Detroit.David offre anche in anteprima quattro pezzi da Young Americans: la title track, puro blue-eyed soul, l’elegante ballata Can You Hear Me, l’inedito It’s Gonna Be Me (che uscirà sulle future ristampe), e l’annerita Somebody Up There Likes Me, con Sanborn protagonista. Dulcis in fundo, Bowie si diverte a proporre cover abbastanza eterogenee infilandole qua e là, alcune appena accennate ed altre in medley creati appositamente: ascoltiamo quindi una suadente Sorrow dei McCoys, la celeberrima Knock On Wood di Eddie Floyd, la meno nota Foot Stompin’ (The Flares) ed uno standard jazz degli anni venti intitolato I Wish I Could Shimmy Like My Sister Kate; infine, c’è anche un doppio omaggio a Beatles e Rolling Stones, rispettivamente con Love Me Do e It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It).

Un buon live quindi, forse non indispensabile per l’acquirente occasionale (anche perché non costa pochissimo), ma che gli appassionati di David Bowie si saranno probabilmente già accaparrati.

Marco Verdi

Doors – Morrison Hotel. Edizione Del 50° Anniversario: Purtroppo Sempre Formato Misto, 2 CD + LP

doors morrison hotel box

Doors – Morrison Hotel 50th Anniversary Deluxe Edition 2CD/1LP Elektra Rhino – 09-10-2020

Tornano le ristampe dei Doors per il 50° Anniversario degli album originali (siamo quasi alla fine del percorso, poi manca solo L.A. Woman), e riprendono le vecchie brutte abitudini della Rhino di pubblicare queste versioni dove CD e vinile convivono nella stessa confezione, scontentando così gli appassionati di entrambi i formati. Ovviamente il fatto di inserire il LP fa lievitare il prezzo, ben oltre i 50 euro, oltre a tutto riproponendo l’identico contenuto musicale per due volte.

Fortunatamente c’è il secondo CD, quello del materiale “inedito”, che anche questa volta pare interessante (e differente da quello pubblicato nella edizione uscita per il 40° dell’album), benché 9 diverse versioni di Queen Of The Highway e 5 di Roadhouse Blues sono decisamente indirizzate verso i fans sfegatati e i “completisti”. Ci sono anche le cover di Money (That’s What I Want), il vecchio brano Motown di Barrett Strong e mille altri, tra cui pure i Beatles, e Rock Me di Muddy Waters, e poi come Rock Me Baby, di B.B. King, oltre a due alternate takes di Peace Frog e I Will Never Be Untrue, già apparsa in versione live nel box quadruplo del 1997.

Comunque, al solito, ecco il contenuto completo del cofanetto.

Tracklist
[CD1]
1. Roadhouse Blues
2. Waiting For The Sun
3. You Make Me Real
4. Peace Frog
5. Blue Sunday
6. Ship Of Fools
7. Land Ho!
8. The Spy
9. Queen Of The Highway
10. Indian Summer
11. Maggie M’Gill

[CD2]
1. Queen Of The Highway (Take 1) [She Was A Princess]
2. Queen Of The Highway (Various Takes)
3. Queen Of The Highway (Take 44) [He Was A Monster]
4. Queen Of The Highway (Take 12) [No One Could Save Her]
5. Queen Of The Highway (Take 14) [Save The Blind Tiger] [With
6. Queen Of The Highway (Take 1) [American Boy – American Girl]
7. Queen Of The Highway (Takes 5, 6 & 9) [Dancing Through The M
8. Queen Of The Highway (Take 14) [Start It All Over]
9. I Will Never Be Untrue
10. Queen Of The Highway (Take Unknown)
11. Roadhouse Blues (Take 14) [Keep Your Eyes On The Road]
12. Money (That’s What I Want)
13. Rock Me Baby
14. Roadhouse Blues (Takes 6 & 7) [Your Hands Upon The Wheel]
15. Roadhouse Blues (Take 8) [We’re Goin’ To The Roadhouse]
16. Roadhouse Blues (Takes 1 & 2) [We’re Gonna Have A Real Good
17. Roadhouse Blues (Takes 5, 6 & 14) [Let It Roll, Baby, Roll]
18. Peace Frog/Blue Sunday (Take 4)
19. Peace Frog (Take 12)

[LP]
1. Roadhouse Blues
2. Waiting For The Sun
3. You Make Me Real
4. Peace Frog
5. Blue Sunday
6. Ship Of Fools
7. Land Ho!
8. The Spy
9. Queen Of The Highway
10. Indian Summer
11. Maggie M’Gill

Come detto, in uscita per il 9 ottobre.

Bruno Conti

Saranno Anche Fuori Di Testa, Ma Quando Suonano Sono Serissimi! The Texas Gentlemen – Floor It!!!!

texas gentlemen floor it

The Texas Gentlemen – Floor It!!!! – New West CD

Tornano a distanza di tre anni dal loro debutto TX Jelly i Texas Gentlemen https://discoclub.myblog.it/2017/11/27/un-bellesempio-di-follia-musicale-con-metodo-the-texas-gentlemen-tx-jelly/ , un quintetto di pazzi scatenati proveniente, mi sembra ovvio, dal Lone Star State, e composto dai due leader, il cantante e chitarrista Nik Lee ed il cantante e pianista Daniel Creamer, dall’altro chitarrista Ryan Ake e dalla sezione ritmica formata da Scott Edgar Lee Jr. al basso e Paul Grass alla batteria. Nonostante abbia parlato di esordio i cinque non sono certo di primo pelo, dal momento che stiamo parlando di un gruppo di sessionmen che si sono messi insieme quasi per gioco (hanno suonato anche con una leggenda vivente come Kris Kristofferson), ma da quando hanno iniziato ad incidere per conto proprio hanno dimostrato di fare sul serio. TX Jelly era un disco completamente fuori dagli schemi, in cui i nostri affrontavano qualsiasi genere musicale venisse loro in mente, dal rock al country al pop al blues al funky al folk e chi più ne ha più ne metta, il tutto proposto con un’attitudine scanzonata e divertita ed indubbiamente coinvolgente.

Musica creativa e non scontata quindi, e questo loro secondo album Floor It!!!! prosegue nello stesso modo, con una serie di canzoni in cui affiorano diversi stili anche all’interno dello stesso brano, e dove si nota rispetto al lavoro precedente una maggiore inclinazione verso la pop song di qualità, con uso anche di archi e fiati seppur senza esagerare. A volte essere troppo eclettici può essere considerato un difetto, ma quando come nel caso appunto dei Texas Gentlemen ci sono la bravura nello scrivere e nel suonare, la creatività e l’abbondanza di idee è certamente un vantaggio. I TG si divertono, e riversano questo loro divertimento sull’ascoltatore. Floor It!!!! dura più di un’ora e presenta una serie di brani medio-lunghi, ma grazie proprio al fatto che uno non sa mai cosa aspettarsi dalla canzone seguente il disco riesce a non annoiare. La breve Veal Cutlass, poco più di un minuto, è puro dixieland anni trenta, un pezzo un po’ spiazzante che confluisce nel vibrante strumentale Bare Maximum, un misto di rock’n’roll e funky che si pone nel mezzo tra Little Feat e Frank Zappa, con i fiati a rinforzare un suono già bello tosto; Ain’t Nothin’ New è una ballata ariosa e sognante, guidata dal piano e con un motivo lineare e godibile (e qui il paragone è coi Phish), bella e creativa.

Anche Train To Avesta è un’ottima slow song pianistica tra roots e pop, come se i Jayhawks si fossero fatti produrre da Jeff Lynne; l’intro pianistico di Easy St. rimanda all’Elton John d’annata, ma il resto è puro pop alla McCartney con un leggero sapore vaudeville, fresco e decisamente gradevole: finora di Texas c’è davvero poco, ma non è che mi lamenti. Sir Paul resta a livello di influenza anche in Hard Rd., altro riuscito pezzo di puro pop guidato dal piano e con una orchestrazione alle spalle, a differenza dello strumentale Dark At The End Of The Tunnel, che nonostante si lasci ascoltare senza grandi problemi sembra più una backing track alla quale i nostri si sono dimenticati di aggiungere le parole che una canzone fatta e finita, anche se non mancano cambi di ritmo e di tema musicale. Meglio la cadenzata ballad Sing Me To Sleep, sempre col piano in evidenza ed un gradevole refrain, anche se sembra mixata in maniera un po’ rozza.

Last Call è pop-rock con orchestra, un genere molto poco texano ma proposto con un elevato gusto per la melodia ed un buon ritornello corale, mentre She Won’t è un delicato brano elettroacustico che mescola folk e pop in modo disinvolto. Il CD si chiude con i due pezzi più lunghi (inframezzati da Skyway Streetcar, solare ballata dal sapore californiano guidata ottimamente da piano e chitarre), ovvero i sette minuti di Charlie’s House, delicato slow al quale gli strumenti elettrici, i fiati e gli archi conferiscono potenza (e con un bel finale in crescendo), e gli otto della title track, che parte in maniera coinvolgente in stile rock-boogie sudista (ma con somiglianze anche con Marc Bolan & T-Rex) e poi aggiunge di tutto dal pop al gospel con una parte finale tra i Beatles ed una leggera psichedelia. Già TX Jelly era un album pieno di idee e di soluzioni accattivanti, ma con Floor It!!!! i Texas Gentlemen sono riusciti a proporre qualcosa di completamente diverso, e con la massima nonchalance.

Marco Verdi

Ancora Prima Di Esordire, Sapeva Già Stare Sul Palco. Steve Goodman – Live ’69

steve goodman live '69

Steve Goodman – Live ’69 – Omnivore CD

Continua da parte della Omnivore la meritoria opera di recupero della figura di Steve Goodman, talentuoso quanto sfortunato cantautore di Chicago grande amico di John Prine, scomparso nel 1984 a causa di una subdola forma di leucemia contro la quale combatteva da anni: dopo le ristampe dell’anno scorso che riguardavano gli ultimi due lavori pubblicati in vita da Steve (Affordable Art ed il live Artistic Hair) ed i primi due postumi (Santa Ana Winds e Unfinished Businesshttps://discoclub.myblog.it/2019/09/18/un-piccolo-grande-cantautore-e-quattro-ristampe-per-ricordarlo-steve-goodman-artistic-hairaffordable-artsanta-ana-windsunfinished-business/ , l’etichetta indipendente di Los Angeles mette sul mercato un album dal vivo inedito che, come suggerisce il titolo Live ’69, prende in esame un concerto che Goodman tenne due anni prima del suo esordio discografico. Nel 1969 Rich Warren (autore delle liner notes di questo CD) era un giovane studente della University of Illinois a Champaign ma anche un appassionato di musica folk, ed ebbe quindi l’idea di creare e condurre un programma radiofonico da mandare in onda sulle frequenze universitarie, il cui titolo era Changes e lo scopo quello di presentare giovani talenti locali in esibizioni dal vivo, ispirandosi alla leggendaria trasmissione degli anni cinquanta The Midnight Special.

Una sera, durante lo show della folksinger Bonnie Koloc, Warren ascoltò una canzone intitolata Song For David che gli piacque molto, ed alla domanda su chi l’avesse scritta la Koloc face il nome di un ventunenne songwriter chiamato Steve Goodman che purtroppo stava soccombendo alla leucemia. Dopo la pausa estiva, una sera Warren si trovava in un locale di Chicago famoso per ospitare musica folk dal vivo, The Earl Of Old Town, e sul palco c’era un piccolo artista che ad un certo punto intonò proprio Song For David: quando poi Rich apprese che la persona davanti a lui era proprio Goodman (che stava sperimentando con successo una nuova cura per la sua malattia), lo scritturò immediatamente per il suo show radiofonico, impressionato dalla capacità di Steve di stare sul palco e di tenere in pugno il pubblico nonostante una figura non proprio imponente e carismatica. Live ’69 documenta proprio la partecipazione di Goodman allo spettacolo di Warren, un’esibizione tenutasi il 10 novembre presso il campus dell’Università dell’Illinois che vede Steve alla chitarra acustica accompagnato solo da Bob Hoban al basso, violino ed occasionalmente seconda voce.

Il concerto (inciso molto bene) ha la particolarità di presentare soltanto cover: evidentemente Steve non era ancora sicuro del suo materiale e preferiva affidarsi a canzoni che la gente conosceva bene, anche se qua e là ci sono delle scelte decisamente personali. Ma quello che colpisce all’ascolto è la capacità e la padronanza del palcoscenico che il nostro aveva già due anni prima del suo debutto ufficiale, sia quando suonava e cantava sia quando intratteneva il pubblico con l’umorismo e l’ironia che in futuro sarebbero diventati due dei suoi punti di forza. Lo show si apre con la nota You Can’t Judge A Book By Its Cover di Willie Dixon, che Steve spoglia delle originarie caratteristiche blues e fa diventare una pimpante folk song; subito dopo abbiamo la splendida Ballad Of Spiro Agnew di Tom Paxton, purtroppo solo accennata, ed i nove minuti di Bullfrog Blues, brano che verrà poi ripreso anche da Rory Gallagher. A seguire abbiamo un trio di folk songs, a partire dall’evocativa Fast Freight (in questo caso la versione famosa è quella del Kingston Trio), suonata con molta forza e decisione, e continuando con i traditional Byker Bill e John Barleycorn, entrambi eseguiti a cappella.

Steve affronta anche autori affermati come Bob Dylan (Country Pie, scelta insolita), Merle Haggard (la classica Mama Tried), e Lennon/McCartney con Eleanor Rigby che fa parte di un torrenziale medley di ben 19 minuti nel quale il nostro mescola anche i Jefferson Airplane di Somebody To Love, il brano tradizionale Where Are You Going e la nota I’m A Drifter di Travis Edmonson, intrattenendo il pubblico con apprezzati intermezzi quasi cabarettistici. Da citare anche una coinvolgente rilettura del classico country Truck Drivin’ Man, la scherzosa Wonderful World Of Sex di Mike Smith (che rimarrà nelle sue setlist anche in futuro) ed una esuberante The Auctioneer di LeRoy Van Dyke, che chiude la serata. Se siete dei neofiti per quanto riguarda Steve Goodman forse questo Live ’69 non è l’album da cui cominciare (mi rivolgerei piuttosto, se non siete tipi da antologie, ai suoi due primi lavori o alle quattro ristampe dello scorso anno), ma rimane comunque un’interessante testimonianza del talento in erba di un artista che ci ha lasciato troppo presto.

Marco Verdi

The Devil Went (Back) To Heaven: Ci Ha Lasciato Anche Charlie Daniels. Ed Un Augurio A Ringo Starr.

charlie daniels

In una fase di profonda crisi sociale (parlo degli USA), che però sta portando alcune persone su posizioni deliranti come il considerare razzista chiunque rivendichi le sue radici sudiste o far cambiare il nome a gruppi di seconda o terza fascia, vorrei celebrare la figura di Charlie Daniels, storico musicista scomparso ieri all’età di 83 per un ictus emorragico, un personaggio che in vita non aveva mai nascosto il suo orgoglio di “southern man”, né le sue tendenze conservatrici (posizioni che non escludono assolutamente il fatto di essere contro ogni tipo di razzismo, anche se molti soloni e buonisti un tanto al chilo pensano che ciò sia impossibile), e non aveva paura di usare la parola “Dixie” nelle sue canzoni.

Nato Charles Edward Daniels a Wilmington in North Carolina, il nostro è stato negli anni settanta con la sua Charlie Daniels Band uno dei massimi esponenti del movimento southern rock, anche se rispetto a gruppi come Allman Brothers Band e Lynyrd Skynyrd la componente country era molto più marcata, grazie al fatto che Charlie era un provetto violinista che talvolta operava anche per conto terzi (per esempio era diventato nei seventies uno presenza quasi fissa negli album della Marshall Tucker Band).

Man mano che passavano gli anni la sua musica (sia da solo che con la CDB, ma non ci sono mai state grandi differenze nel suono in un caso rispetto all’altro) era diventata sempre più country, ma lo spirito graffiante del rock’n’roll non lo aveva mai abbandonato, e ciò si notava specialmente nelle potenti esibizioni dal vivo. Attivo dagli anni sessanta, Daniels comincia principalmente come sessionman a Nashville (inizialmente come bassista, solo in seguito si sposta alla chitarra e come ho già detto al violino), suonando anche con Bob Dylan (negli album Nashville Skyline, Self Portrait e New Morning) e Leonard Cohen. Il suo esordio discografico omonimo avviene nel 1970, ma è con il quinto album Fire On The Mountain del 1974 che Charlie pubblica uno dei lavori cardine del southern rock di quel periodo, un lavoro splendido che contiene tre dei suoi brani più popolari: Caballo Diablo, Long Haired Country Boy e The South’s Gonna Do It.

Da lì in poi il suono diventa sempre più country (e le vendite iniziano ad aumentare), con dischi comunque di ottimo valore come Saddle Tramp, High Lonesome e soprattutto il pluripremiato Million Mile Reflections del 1979 che contiene la celebre The Devil Went Down To Georgia, unico singolo di Daniels a raggiungere il primo posto in classifica. Se gli album sono più country che rock, le esibizioni live pongono maggiormente l’accento su potenza ed elettricità, con il nostro che dà il via dalla metà dei seventies alle Volunteer Jam, una sorta di appuntamento annuale in cui i migliori gruppi del sud (e non solo) si trovano sullo stesso palco per lanciarsi appunto in jam infuocate, un rendez-vous che però negli anni verrà parecchio diradato. Negli anni ottanta Daniels continua a pubblicare album di buona qualità trovando anche ottimi riscontri di vendite (specialmente con Windows del 1982 e Simple Man del 1989), mentre dai novanta inizia a perdere qualche colpo con lavori che denotano un certo patriottismo da baci Perugina come lo stucchevole America, I Believe In You ma anche con buone cose come Renegade del 1991 (che contiene una bellissima versione country-rock di Layla di Eric Clapton) e By The Light Of The Moon, notevole e coinvolgente collezione di cowboy songs.

Nei duemila Charlie ribadisce la sua fede repubbicana (ma nei settanta aveva appoggiato la candidatura di Jimmy Carter) difendendo la politica estera di Geroge W. Bush e registrando addirittura un album dal vivo in Iraq davanti alle truppe americane; non mancano però le zampate, come il bel disco di duetti Deuces del 2007 e, negli ultimi anni, un eccellente tributo alle canzoni di Dylan (Off The Grid, 2014), bissato nel 2016 da un altro ottimo disco di canzoni western, questa volta dal suono più acustico (Night Hawk). Due anni fa è uscito il bellissimo tributo dal vivo a Charlie in occasione della pubblicazione della ventesima Volunteer Jam, un notevole doppio CD con ospiti del calibro di Blackberry Smoke, Lynyrd Skynyrd, Devon Allman con Duane Betts, Billy Gibbons oltre naturalmente al padrone di casa.

Riposa in pace, vecchio Charlie, ed insegna agli angeli come si suona il violino.

Marco Verdi

ringo starr 80

P.S: vorrei controbilanciare una brutta notizia con una lieta, facendo gli auguri a Ringo Starr per il suoi 80 anni, portati peraltro splendidamente. Non sto certo qui a spiegarvi di chi sto parlando (tutti sanno chi è ed in che gruppo ha militato), ma vorrei celebrarlo con due canzoni: la prima adattissima per via del titolo anche se non è lui a cantare (ma a suonare la batteria sì!), mentre la seconda è uno dei suoi classici assoluti e forse la mia preferita del suo repertorio solista, un brano il cui testo rivela che Ringo aveva capito fin da subito che il suo percorso artistico post-Beatles non sarebbe stata una passeggiata.