Il Babbo Era Un’Altra Cosa, Ma Anche Lui Se La Cava. Mud Morganfield – They Call Me Mud

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Mud Morganfield  – They Call Me Mud – Severn Records

Quando si leggono le biografie dei musicisti, soprattutto quelle dei bluesmen, uno spesso non può fare a meno di farsi quattro risate: prendiamo i due figli di Muddy Waters (ce ne sarebbe anche un terzo, ex stella del basket al liceo, che ora ha lanciato pure lui una carriera nella musica, con i fratelli), entrambi sono nati verso la metà degli anni ’50, hanno avuto pochissimi contatti con il padre e, casualmente, hanno iniziato ad occuparsi di musica dopo la morte di Morganfield, avvenuta nel 1983. Quello che è curioso, leggendo queste biografie, soprattutto di  chi si muove nell’ambito del blues, è il fatto che nel caso di Big Bill Morganfield https://discoclub.myblog.it/2017/02/13/degno-figlio-di-tanto-padre-per-quanto-possibile-questa-volta-si-big-bill-morganfield-bloodstains-on-the-wall/  ci sono voluti circa 15 anni prima di pubblicare un album, nel 1997, mentre nel caso del figlio maggiore Mud Morganfield, l’album di esordio, autogestito, esce nel 2008: quindi non si può fare a meno di chiederci, ma cosa diavolo ha fatto in quei  trent’anni? Perché le biografie di solito non elaborano molto. Comunque accantoniamo questi quesiti e veniamo al quarto album (terzo per la Severn Records, l’etichetta di Chicago), anche se alcune discografie ne riportano sei, di Larry Williams a.k.a. Mud Morganfield: come nel caso dei dischi di Big Bill Morganfield, per questo They Call Me Mud ci troviamo di fronte ad un più che onesto album di blues elettrico di Chicago.

Per intenderci, anche se prendiamo i due figli e li sommiamo non otteniamo comunque un “vero” Muddy Waters. La voce, il timbro vocale, a tratti, è molto simile, ma la classe è ben altra cosa, comunque chi va alla ricerca di dischi comunque incentrati sulle 12 battute classiche troverà delle discrete sensazioni  nell’album: la produzione è affidata, insieme a Mud, al chitarrista Rick Kreher, marginalmente legato a Waters in quanto ha suonato nell’ultima band del grande bluesman (era presente anche nel  concerto al Checkerboard Lounge, il live con gli Stones del 1981), poi ha avuto una onesta carriera suonando con Studebaker John, presente anche lui in questo disco, insieme ad altri buoni musicisti locali, tra cui si segnalano Billy Flynn alla chitarra, Sumito Aryio Aryhoshi al piano e una piccola sezione fiati, presente nella metà dei brani, oltre agli ospiti Billy Branch all’armonica e Mike Wheeler alla chitarra, nonché la figlia di Mud Lashunda Williams che duetta con il babbo in un  brano. Inutile dire che i pezzi migliori sono le due cover estratte dal repertorio di Waters, per quanto le canzoni firmate da Mud Morganfield, che suona pure il basso in 3 brani, sono di passabile fattura.

Nella musica di Morganfield Jr. c’è anche una abbondante presenza di elementi soul e r&b, grazie alla presenza dei fiati segnalata poc’anzi, come evidenziano l’iniziale They Call Me Mud, cantata con piglio autorevole e brillantezza vocale dal nostro amico che ha imparato la lezione di famiglia con impegno, come viene ribadito nel funky blues della fluida 48 Days, con chitarre, piano, armonica e tastiere ben amalgamate nel sound d’assieme, ma anche nella deliziosa soul ballad Cheatin’ Is Cheatin, cantata con timbro mellifluo e piacevole. Meno memorabile Who’s Foolin’ Who, un funky blues più generico; viceversa più incisiva la cover di Howling Wolf di babbo Muddy, con una bella slide tangenziale e l’armonica a tirare le fila del sound, puro Chicago Blues, buon risultato ripetuto anche in Can’t Get No Grinding, sempre a firma Waters, con la guizzante armonica di Studebaker John e il piano di di Aryhoshi in evidenza, oltre alle chitarre di Flynn e Kreher. Detto del  duetto con la figlia Lashunda in Who Loves You, abbastanza zuccheroso e stucchevole, non dispiacciono la grintosa Oh Yeah, che ricorda molto l’augusto  genitore e il blues fiatistico di Rough Around The Edge e la piacevole Mud’s Groove, uno strumentale con Billy Branch all’armonica.

Bruno Conti

Forse La Migliore Band Di Blues Elettrico “Bianca” Di Tutti I Tempi, Al Top Della Forma! Paul Butterfield Blues Band & Mike Bloomfield – Born In Chicago/Live 1966

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Paul Butterfield Blues Band & Mike Bloomfield – Born In Chicago/Live 1966 – Live Recordings

Il nome dell’etichetta (?!?) già vi fa capire a cosa ci troviamo di fronte, ma il contenuto, sottolineato dalla scritta “Classic Radio Broadcast”, è, viceversa, splendido. Per il resto stendiamo un velo pietoso: il CD riporta solo i titoli dei brani, non ci sono i nomi dei musicisti, né tanto meno la data e il luogo in cui è stato registrato, e pure l’immagine di copertina è fuorviante, perché nonostante il disco annunci la Paul Butterfield Blues Band & Mike Bloomfield, poi la foto ritrae in primo piano Elvin Bishop. Comunque niente paura, l’anno coincide, è il 1966, secondo alcune fonti siamo al Fillmore West, secondo gli archivi del Concert Vault di Bill Graham, la location è il Winterland Ballroom di San Francisco, visto che la data coincide, il 30 settembre. Il materiale era già uscito in un doppio bootleg giapponese intitolato Droppin’ In With The Paul Butterfield Blues Band, in cui gli ultimi otto brani del secondo CD riportavano questa performance. E’ una delle ultime uscite di Bloomfield con la band e nel concerto viene eseguita anche Work Song dal LP East/West: il materiale è anche abbastanza differente dal live “ufficiale” Got a Mind To Give Up Living: Live 1966, pubblicato dalla Real Gone nel 2016, e che avevo recensito su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2016/07/09/ripescato-dalle-nebbie-del-tempo-suonavano-peccato-il-suono-the-paul-butterfield-blues-band-got-mind-to-give-up-living-live-1966/ , per me un eccellente documento anche se in quel caso la qualità del sonoro non era impeccabile, soprattutto la voce di Butterfield non svettava, ma il contenuto era fantastico.

Diciamo che qui la voce è molto più “presente”, anche se il suono è pur sempre quello di un broadcast registrato nel lontano 1966. I tre solisti, Butterfield, Bloomfield e Bishop, sono in gran forma, e Mark Naftalin alle tastiere, Jerome Arnold al basso e Billy Davenport alla batteria completano una line-up formidabile. Droppin’ Out, inedita su album all’epoca, uscirà solo su The Resurrection of Pigboy Crabshaw nel 1967, è un  impeccabile Chicago blues elettrico scritto da Butterfield, con qualche nuances psych-rock, vibrante e potente, con la voce “cattiva” del leader subito in bella evidenza, mentre Bloomfield e Bishop cominciano ad interagire con le loro soliste leggermente acide. La tracklist del CD riporta come secondo brano Baby, Please Don’t Go, il pezzo che quasi tutti ricordiamo nella versione dei Them di Van Morrison, ok scordiamocela, e anche quella originale di Big Joe Williams del 1935: nella tracklist del sito Concert Vault è riportata come Mother-In-Law Blues (sapete che nel blues i brani hanno mille vite e mille titoli diversi, ognuno piglia quello che può), direi che la versione della Butterfield Blues Band è ritagliata su quella di Muddy Waters per la Chess, primi anni ’50, con l’armonica di Paul pronta alla bisogna e in gran spolvero e la qualità sonora che, visto il periodo, ripeto, è più che buona, in tutto il CD, con la voce e gli strumenti bel delineati, grande blues elettrico di una band ai vertici del proprio rendimento.

(Our Love Is) Drifiting, dal primo album eponimo, è un blues lento magistrale con la chitarra di Mike Bloomfield limpida e cristallina, molto simile come timbro a come l’avremmo sentita nella Supersession con Stills e Al Kooper e nelle altre “avventure” di fine anni ’60, con la voce nera di Butterfield a guidare le danze. Born In Chicago è uno dei loro cavalli di battaglia, immancabile, e sul quale molti gruppi blues venuti dopo (anche in Italia) ci hanno costruito una carriera, sincopata e trascinante con un grande drive da parte di tutta la band e il call and response armonica, voce e le due pimpanti e swinganti chitarre, impeccabile; Willow Tree, inedita su album è un altro slow blues splendido, con le chitarre che centellinano note in risposta all’accorato cantato del leader, che soffia anche nell’armonica da par suo https://www.youtube.com/watch?v=1s5p2hfxywY . Anche My Babe, inedita su album, era uno dei punti di forza dei loro concerti, il classico brano di Willie Dixon scritto per Little Walter, uno dei brani più noti e più belli della storia del Chicago blues, grande versione. La cover di Kansas City è una rara occasione per sentire Mike Bloomfield alla voce solista, un pezzo che all’epoca faceva anche Jorma Kaukonen nei Jefferson Airplane, e l’approccio in entrambi i casi ha un che di psichedelico, come era tipico di quegli anni, un tocco che è presente in tutto il disco, blues va bene, ma anche rivisitato con classe e grinta. E per concludere in gloria, una versione fantasmagorica di Work Song, il brano di Cannonball Adderley che era uno dei punti di forza di East-West, 13 minuti di pura libidine sonora, con i solisti che improvvisano in modo libero ed incredibile (l’organo purtroppo si sente in lontananza), tra jazz, blues, rock e derive orientali, splendido, come tutto il CD: ritiro tutto quello che ho detto e pensato della etichetta Live Recordings. Da avere assolutamente.

Bruno Conti

Sempre Il “Blues Brother” Originale, Anche In Versione Più Intima. Curtis Salgado & Alan Hager – Rough Cut

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Curtis Salgado & Alan Hager – Rough Cut – Alligator/Ird

Ce lo siamo raccontati varie volte, Curtis Salgado è l’originale “Blues Brother”, il prototipo a cui John Belushi si ispirò per creare il suo personaggio di Joliet “Jake” Blues, ma è stato anche il cantante nella prima Robert Cray Band, nei Roomful Of Blues, è stato persino un anno con Santana, ma nel corso della sua lunga carriera ha avuto anche enormi problemi con la sua salute: tumori ai polmoni e al fegato, di cui ha subito un trapianto, e di recente, nel marzo 2017, anche un quadruplo bypass coronarico per problemi al cuore. Molti si sarebbero scoraggiati e avrebbero smesso da anni, ma Salgado da qualche anno, almeno a livello artistico, sembra vivere una seconda giovinezza, grazie alla Alligator che gli ha pubblicato due bellissimi dischi, Soul Shot e The Beautiful Lowdown http://discoclub.myblog.it/2016/04/06/il-blues-brother-originale-colpisce-curtis-salgado-the-beautiful-lowdown/ , intrisi di soul e R&B, con tocchi blues, ma soprattutto incentrati sulla sua splendida voce, una delle migliori tra i bianchi che praticano musica “nera”. Ora, sempre per la Alligator, pubblica questo Rough Cut, un disco di blues puro, registrato in coppia con Alan Hager, che abitualmente è il chitarrista della sua band, un album più intimo, quasi in solitaria a tratti, anche se in alcuni brani appaiono degli ospiti, che vediamo tra un attimo

Il disco, autoprodotto dal duo, è stato registrato in uno studio di Portland, Oregon, dove Salgado vive, e si apre con un brano che è una sorta di manifesto autobiografico, I Will Not Surrender, solo la voce disadorna e poderosa di Curtis, accompagnato dalla chitarra elettrica di Hager, per un brano che fa rivivere certi brani epici di John Lee Hooker, tipo Never Get Out These Blues Alive, una canzone tormentata ed intensa dove spicca l’abilità interpretativa del nostro. Non tutto il disco è a questi livelli di eccellenza, So Near To Nowhere, ancora firmata da Hager e Salgado, è comunque un ondeggiante country-blues, dove l’acustica di Alan è doppiata dall’armonica di Curtis per un limpido esempio di blues acustico classico, con One Night Only, scritta dal solo titolare, dove appaiono anche il piano di Jim Pugh, vecchio compagno di avventura di Robert Cray, e la batteria di Jimi Bott, brano più mosso ed incentrato sul suono dell’armonica, e sempre molto tradizionale nell’approccio, più espansivo ma sempre composto nell’arrangiamento. Nel successivo brano, dedicato ai cinofili (con la o) e ode ad uno dei più grandi amici dell’uomo, I Want My Dog To Live Longer (The Greatest Wish), si torna ad uno scanzonato ed affettuoso blues acustico, firmato di nuovo dal duo, prima di passare ai pezzi da 90, a partire da I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters, brano che sembra provenire da qualche vecchio vinile Chess, con la voce di Salgado che ricorda molto quella dell’autore, mentre la pungente slide di Alan Hager è affiancata dal contrabbasso di Keith Brush e dalla batteria di Russ Kleiner, per un tuffo salutare nelle migliori 12 battute classiche.

Poi ribadite in una sentita (anche nel titolo) Too Young To Die di Sonny Boy Williamson, dove Salgado conferma le sue virtù pure come armonicista, oltre a quelle riconosciute di vocalist di gran classe, solo una voce vissuta, una chitarra elettrica e una mouth harp e tanto sentimento; Depot Blues, un brano di Son House del 1942, va ancora più indietro, alle radici di questa musica, un delizioso walking blues nuovamente intenso ed appassionato, come brilla pure Morning Train, un traditional dove Curtis si fa affiancare dalla voce di Larhonda Steele ( e dalla batteria di Brian Foxworth), per un brano teso ed energico che ricorda certe cose del Ry Cooder di fine anni ‘70, grazie alla slide di Hager e ad un finale gospel che risveglia la voce evocativa del nostro amico. You Got To Move è quella di Elmore James, e prevede la presenza di una sezione ritmica, nonché di slide ed armonica, per uno dei brani più elettrizzanti di questa comunque robusta prova di Curtis Salgado, che conferma disco dopo disco le sue virtù di interprete sopraffino, anche con il proprio materiale, per esempio nella deliziosa Hell In A Handbasket, dove si presenta anche come consumato pianista barrelhouse. E lascia spazio al socio Alan Hager che canta Long Train Blues di Robert Wilkins, altro pezzo che viene dal Delta Blues delle origini; il chitarrista è l’autore dello strumentale The Gift Of Robert Charles, altro brano molto “cooderiano” dove si apprezza di nuovo la sua tecnica squisita alla slide. In conclusione un altro pezzo di una leggenda del blues, Big Bill Broonzy, per una I Want You By My Side che conferma la validità espressiva di questo Curtis Salgado “diverso” dal solito, ma sempre efficace.

Bruno Conti

In Piccolo, Ma Pure Loro Sono Re, Del Chicago Blues. Cash Box Kings – Royal Mint

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Cash Box Kings  – Royal Mint – Alligator Records/Ird

Li avevo lasciati nel 2015 su etichetta Blind Pig con l’album Holding Court http://discoclub.myblog.it/2015/05/07/vecchia-scuola-del-blues-elettrico-cash-box-kings-holding-court/ , e me li ritrovo nel 2017 con questo nuovo Royal Mint su Alligator. Dovrebbe essere il loro ottavo album, almeno stando alle discografie disponibili, ma nelle note interne del CD, Joe Nosek e Oscar Wilson, i due leader della band, scrivono che si tratta del nono, e chi siamo noi per contraddirli? Purtroppo non c’è più Barrelhouse Chuck, il pianista che aveva condiviso con loro una lunga parte di carriera, che ha dovuto soccombere ad una lunga battaglia con il cancro, ma per il resto non è cambiato molto, i Cash Box Kings sono sempre fieri rappresentanti di quel blues vecchia scuola di Chicago, sia pure fuso al rockabilly di Memphis (e aggiungo io, a soul, R&B e Jump) in quello che il gruppo definisce “bluesabilly”. La missione è quella di perpetrare la grande tradizione delle registrazioni Chess, che un po’ rappresentavano tutti questi stili, cercando di modernizzarlo, ma appena un poco, forse più dal lato delle tecniche di registrazione, e magari con l’iniezione, a fianco di brani classici, di composizioni che portano la firma di Nosek e Wilson, ma nello spirito sono identiche ai brani in modalità anni ’40 e ’50 che compongono il loro repertorio.

Per fare tutto ciò si avvalgono più o meno degli stessi musicisti del disco precedente: Billy Flynn, il solista, e Joel Paterson, l’altro chitarrista, Kenny “Beedy Eyes” Smith, presente solo in tre brani, viene affiancato alla batteria da Mark Haines, mentre c’è un nuovo bassista Brad Beer, che sostituisce Gerry Hundt. E. ovviamente, in sostituzione di Barrelhouse Chuck, c’è un nuovo tastierista aggiunto, Lee Kanahira, oltre ad una piccola sezione fiati, in un brano. L’apertura, House Party, un piccolo classico di Amos Milburn, uno dei veri re del jump blues, indica quale sarà l’atmosfera dell’album, allegra e divertita, con Al Falaschi presente al sax solo in questo pezzo, con il vocione poderoso di Oscar Wilson a guidare le danze e l’armonica amplificata del virtuoso Joe Nosek, a farsi largo tra piano e chitarra, mentre la ritmica swinga di brutto. I’m Gonna Get My Baby è classico Chicago blues, e anche se l’autore Jimmy Reed non ha mai inciso per la Chess,  il sound è quello di quei dischi, poi ribadito nel classico slow di una Flood, proveniente dal repertorio di Muddy Waters, ancora con la bella voce espressiva di Wilson in evidenza, ma anche la slide di Flynn, e gli altri solisti si danno da fare. Comunque il risultato sonoro non cambia neppure quando i Cash Box Kings cantano e suonano le proprie canzoni, come nel divertente rockabilly di Build That Wall, con la piacevole e squillante voce di Nosek e la chitarra twangy di Flynn, oppure nel solido Blues For Chi-Rag, scritta a quattro mani da Joe e da Oscar, che la canta con la sua potente ugola, mentre i fiati aggiungono spessore all’eccellente lavoro del sempre eccellente Billy Flynn.

Certo, un pezzo di Robert Johnson, come Travelling Riverside Blues, anche in una versione solo per voce e chitarra bottleneck, ha ben altro spessore autorale; poi ci si torna a divertire con la leggera e vorticosa If You Get A Jealous Facebook Woman Ain’t Your Friend (titolo che segue la “modernità” della Download Blues del precedente album, anche se il sound è pur sempre quello del secolo scorso). E pure la leggiadra Daddy Bear Blues, cantata in modo suadente da Nosek, è sempre musica da club degli anni ’50, con il pianino barrelhouse di Kanahira che si fa notare, come pure il mandolino di Flynn; altro “bluesaccio” torrido del grande Muddy in una pimpante Sugar Sweet, https://www.youtube.com/watch?v=vQI2o5oP35w sempre più o meno Chess Records metà anni ’50, fedele all’originale, forse fin troppo, e questo è per certi versi il (piccolo?) limite di questo album, fin troppo didascalico e citazionista a tratti, anche se assai godibile. I’m A Stranger è un buon slidin’ blues, con uso puree di armonica e piano, e la solita voce passionale di Wilson, che rilancia nella successiva I Come All The Way From Chi-Town, un omaggio alla propria città di origine, ovvero Chicago, sede della loro nuova etichetta Alligator, solo per voce, chitarra e armonica, prima di tornare al divertimento con la spensierata e scatenata All Night Long di Clifton Chenier e al “bluesabilly” di Don’t Let Life Tether You Down, affidata di nuovo a Joe Nosek.

Bruno Conti    

Supplemento Della Domenica Di Disco Club: Fabrizio Poggi – Quattro Chiacchiere, Ma Anche Di Più, Con Il Blues(man)!

Fabrizio Poggi foto di Riccardo Piccirillo 1

Foto di Riccardo Piccirillo

Credo che tutti quelli che leggono questo Blog sappiano chi sia Fabrizio Poggi, cantante, armonicista, soprattutto, ma non solo, un bluesman completo: Fabrizio è anche un divulgatore che ha scritto diversi libri sull’armonica, sul blues e sulla musica folk, è in attività da molti anni, ha inciso venti album (anzi ventuno), sotto varie “ragioni sociali” e ha suonato in Italia con Eugenio Finardi, Enrico Ruggeri, Gang, Luigi Grechi De Gregori, Danilo Sacco (Nomadi), Francesco Baccini e tanti altri. Ha anche svolto una fitta attività negli Stati Uniti, dove ha inciso parecchi dischi incrociando la sua strada con gente come i Blind Boys of Alabama, Charlie Musselwhite, Little Feat, Ronnie Earl, Kim Wilson, Marcia Ball, John Hammond, Sonny Landreth, Garth Hudson  della Band, Ruthie Foster, Guy Davis, Eric Bibb, Otis Taylor, Mike Zito, Bob Margolin, Flaco Jiménez, David Bromberg, Zachary Richard, Jerry Jeff Walker, Bob Brozman, e potremmo proseguire ad libitum, molti usciti a nome Chicken Mambo. All’inizio dell’anno, in seguito alla pubblicazione dell’ultimo disco Fabrizio Poggi And The Amazing Texas Blues Voices, si è recato di nuovo negli States dove ha suonato sulla nave della Legendary Blues Cruise, in coppia con Guy Davis, e a fianco di grandi artisti come Ruthie Foster, Taj Mahal, Lee Oskar, tra i tantissimi in azione durante la crociera. E poi, sempre con Davis, alla Carnegie Hall, per una serata speciale dedicata a Lead Belly. Il suo disco del 2016 http://discoclub.myblog.it/2016/08/31/piccolo-aiuto-dai-amici-gran-bel-disco-fabrizio-poggi-and-the-amazing-texas-blues-voices/ ha vinto il premio come miglior album internazionale negli ultimi JIMI Award (gli Oscar della prestigiosa rivista Blues411) e in passato è stato insignito del Premio Oscar Hohner Harmonicas e candidato ai Blues Music Awards (gli Oscar del Blues). Insomma non il primo che passa per strada, probabilmente il più conosciuto bluesman italiano negli Stati Uniti.

Per una volta vorrei partire addirittura da prima di quello che tu stesso hai definito il tuo “ammalarsi di blues”, sindrome che tu dici ti ha colpito da oltre 40 anni , in pratica quando eri un ragazzino, ma, andando ancora più indietro, proprio ai primordi della tua carriera di ascoltatore, ci sarà stata anche dell’altra musica che sentivi quando eri giovane? Cosa girava per casa, c’erano altri appassionati di musica in famiglia, o sei una sorta di “autodidatta”?

Vengo da una famiglia operaia povera e numerosa di una piccola e grigia città di provincia come ce ne sono tante nel mondo e la musica non era certo tra le cose prioritarie in casa mia. Non sono mai girati dischi e la musica che sentivo era quella leggera degli anni Sessanta che trasmettevano alla radio. Io non me ne ricordo ma mia madre dice che ho sempre comunque mostrato interesse per la musica tanto che seguivo la hit parade di Luttazzi battendo sulle pentole della cucina. Ho cominciato ad ascoltare la musica americana e i nostri cantautori attraverso i miei compagni delle medie “benestanti” che potevano permettersi di comprare dischi e bontà loro mi facevano le mitiche cassette. Non ho mai preso lezioni di nulla e sono completamente autodidatta tanto che c’ho messo anni ad avere informazioni su come suonare l’armonica. Ai miei tempi non c’era nulla e i pochi che avevano qualche informazione se la tenevano ben stretta, tanto che per tantissimi anni ho pensato che qui in Italia non vendessero le stesse armoniche che vendevano negli States e con cui sicuramente sarebbe stato più facile suonare il blues. A quattordici anni cominciai a lavorare in fabbrica, un amico mi prestò il primo disco dei Santana e così decisi di suonare le percussioni. Andai a Milano e mi comprai un paio di congas e altre piccole percussioni per poi accorgermi che nelle cantine dove si suonava, la musica che andava per la maggiore era l’hard rock e che quindi di me non sapevano che farsene. Vendetti tutto e a militare imparai a suonare la chitarra. All’epoca mi piacevano soprattutto i cantautori italiani e quelli americani. Guccini, De Gregori, Dylan, Neil Young e tutti gli altri. O almeno quelli che si riuscivano a trovare. Poi scoprii la chitarra jazz e Wes Montgomery e studiavo per conto mio la notte per suonare come lui. Un incidente in fabbrica mi lesionò la mano destra e dovetti abbandonare la chitarra. Fu un momento di grande tristezza e un’armonica che avevo in un cassetto mi aiutò molto in quel periodo. Avevo vent’otto anni e lì scoprii quasi senza rendermene conto che l’armonica e il blues erano la lingua più naturale per esprimere ciò che non riuscivo a dire con le parole.

Fabrizio Poggi foto di Mario Rota 1

Foto di Mario Rota

In altre interviste hai detto che è stata l’armonica a sceglierti, più che viceversa, e che uno degli elementi scatenanti è stata la visione del film “Last Waltz” e in particolare l’apparizione di Muddy Waters e il suono dell’armonica di Paul Butterfield, confermi, o c’erano stati altri prodromi, indizi premonitori, che quella sarebbe stata la tua strada maestra e la mouth harp il tuo strumento?

Forse un segno premonitore c’era stato e lo racconto in una mia vecchia canzone che si chiama Just a cowboy che credo si trovi facilmente in rete. Avevo su per giù dieci anni, quando mio padre mi regalò una bellissima pistola da cowboy. Era stupenda, aveva il manico di madreperla e costava un sacco di soldi. Come ho già scritto la mia famiglia non nuotava certo nell’oro, ma io avevo insistito così tanto che mio padre, tra mille sacrifici, me la comprò. Nel pomeriggio dello stesso giorno andai fuori a giocare, ed incontrai un ragazzino zingaro, che  seduto su una panchina suonava una vecchia armonica arrugginita. Mi innamorai subito di quel magico suono e gli chiesi se volesse scambiarla con la mia pistola nuova di zecca. Naturalmente lui disse subito di sì. Mio padre si arrabbiò molto, ma forse lì cominciò a succedere qualcosa dentro di me. Un mio amico texano a cui avevo raccontato questa storia un giorno mi disse: ”Forse sei solo un cowboy nato nel posto sbagliato, il tuo cavallo è un sogno, la tua pistola una canzone. A volte capita.” E da lì nacque quella canzone.

Parlando di armonica ho visto che citi tra i tuoi preferiti alcuni nomi direi immancabili, come i due Sonny Boy Williamson, James Cotton, Paul Butterfield e Charlie Musselwhite, ma non per esempio Little Walter e Big Walter Horton, che molti considerano i più importanti, a favore di nomi “oscuri” come Jazz Gillum e Noah Lewis (che però gli appassionati dei Grateful Dead conoscono perché è quello che ha scritto “New, New Minglewood Blues” e “Viola Lee Blues”. So che ce ne sono decine di altri bravissimi, ma si tratta di una scelta precisa o solo una mera dimenticanza?

Nessuna delle due, quello è solo un elenco assolutamente parziale di armonicisti che mi hanno particolarmente influenzato. Forse perché la maggior parte di loro suonava l’armonica acustica che prediligo. Ho ascoltato tantissimo Little e Big Walter e tutti quelli che sono venuti prima e dopo di loro. Tutti gli armonicisti sono importanti quando ci si avvicina all’armonica e tutti danno il loro contributo. Credo di aver espresso piuttosto compiutamente il mio rapporto con i grandi dell’armonica blues nel mio libro “Il soffio dell’anima” che ho scritto proprio per colmare un vuoto immenso che c’era e c’è intorno all’armonica nel nostro paese. E’ piuttosto curioso e interessante notare che appunto Lewis e Gillum che sono stati dei capiscuola, tanto che Little e Big Walter hanno dichiarato più volte di essere stati influenzati da loro, oggi siano pressoché dimenticati. E’ un peccato e anche un po’ ingiusto perché hanno avuto un ruolo importantissimo per lo strumento. Consiglio a chi mastica un po’ di inglese di leggere la bellissima biografia di Little Walter uscita qualche anno fa per scoprire cose assolutamente inaspettate.

Tornando a Noah Lewis, una curiosità: questo signore era famoso anche perché era in grado di suonare due armoniche contemporaneamente, una con la bocca e una con il naso, ci hai mai provato, magari con gravi risultati per la tua salute?

C’erano tanti armonicisti che all’epoca dei “medicine show” suonavano l’armonica usando naso e bocca contemporaneamente. Secondo la leggenda, lo facevano anche i due Sonny Boy, Walter Horton, Peg Leg Sam e tantissimi altri. Io non c’ho mai provato ma non mi stupirei se ancora oggi ci fosse qualcuno anche nel nostro paese che lo fa. Erano “trucchi del mestiere” come quelli dei chitarristi che suonavano la chitarra dietro la schiena o facendo la spaccata e che servivano ad attrarre anche coloro che non erano interessati alla musica.

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Foto di John Bull

Un altro armonicista importante, che ho astutamente saltato, è Sonny Terry: insieme al suo socio Brownie McGhee, è stato uno degli esponenti più importanti del blues acustico, vogliamo chiamarlo folk blues? I due hanno suonato insieme per quasi quarant’anni, fino al 1980, e nella mia qualità di “diversamente giovane” li ho visti proprio quell’anno, all’Anteo di Milano, in un concerto diciamo non memorabile in quanto i due non si parlavano praticamente più. Quindi tu, e la tua consorte Angelina, avete deciso di realizzare, in loro onore e insieme a Guy Davis, quello che è il tuo ultimo disco ( e di cui leggete a parte http://discoclub.myblog.it/2017/06/08/se-amate-il-blues-quasi-una-coppia-di-fatto-guy-davis-fabrizio-poggi-sonny-brownies-last-train/ ), intitolato  “SONNY & BROWNIE’S LAST TRAIN”. Come è nata l’idea?

Vidi anch’io Sonny e Brownie durante quel tour (credo che fosse l’aprile del 1980) in un piccolo cinema perso tra la nebbia delle risaie della Lomellina. Per me fu una grande esperienza. All’epoca non suonavo ancora l’armonica blues. Avrei voluto avvicinarli solamente per stringere loro la mano e ringraziarli per ciò che avevano dato alla musica, ma ero troppo giovane e timido per farlo. E poi all’epoca  conoscevo l’inglese a malapena. Il destino che, come non mi stancherò mai di dire, mi ha riservato una carriera al di sopra di ogni più rosea aspettativa, ha voluto che incontrassi in Guy Davis la persona giusta per “ringraziare” ora e finalmente dopo quasi quarant’anni Sonny & Brownie per ciò che hanno fatto per il blues e la musica in generale in un momento in cui il blues acustico è stato un po’ messo da parte. La mia compagna Angelina che è sempre stata parte fondamentale di tutti i miei percorsi aveva notato che quando ero on the road con Guy parlavamo spesso di questi due giganti del passato e di quanto sia io che Guy fossimo stati profondamente influenzati da loro. Angelina ci ha detto che era nostro “dovere” fare un disco per ricordarli e così abbiamo fatto. L’anno scorso ci siamo chiusi due giorni in uno studio a Milano e suonando dal vivo ma soprattutto improvvisando sul momento canzoni che non avevamo mai suonato è venuto fuori questo album in cui spero che lo spirito di Sonny e Brownie venga fuori con la debita riconoscenza che tutto il mondo del blues deve loro. Guy dice che è una “lettera d’amore” e io sono d’accordo con lui. Come canta nella prima canzone del disco e che dà il titolo all’album “Goodbye Sonny, Goodbye Brownie see you on the other side”.

Mi ricollego a quanto appena detto, citando il titolo di una canzone scritta da Muddy Waters, proprio con Brownie McGhee, “The Blues Had A Baby And They Named It Rock and Roll”, per ricordare che comunque i tuoi concerti dal vivo (di cui leggete un esempio sotto, a fine intervista), con i Chicken Mambo, hanno una forte componente “elettrica”, la band tira di brutto, versioni lunghissime dei pezzi, grande interazione con il pubblico e quindi anche il lato R&R della tua personalità musicale viene a galla, è vero?

Il blues è davvero la madre, la radice di tutto ciò che è venuto dopo. E’ quello che canto nel “nuovo” testo che ho scritto per “the blues is alright”. Il rock è nel mio DNA ed è la musica che ha fatto da colonna sonora alla mia adolescenza in cui amavo perdermi nei lunghi assoli di Duane Allman e Mike Bloomfield ed è un altro aspetto della mia personalità. Ho sempre ascoltato tutta la musica senza confini di genere. Parlando con molti dei miei eroi giovanili che ora sono diventati miei eroi ho scoperto che anche loro facevano la stessa cosa anche se poi magari si sono dedicati a un genere particolare. Anche i grandi bluesmen itineranti del passato non hanno mai suonato solamente blues ma tutto ciò che gli permetteva di far dimenticare alle persone almeno per un po’ il male di vivere. L’interazione con il pubblico è un importante aspetto del blues che ho imparato proprio in Mississippi, là dove il blues è nato. Lì davvero come dico spesso palco e platea non esistono. C’è una connessione quasi magica tra chi suona e chi ascolta. E quindi spesso si battono le mani e si canta tutti insieme. E’ un rito liberatorio, quasi salvifico. D’altronde blues e spiritual sono facce della stessa medaglia e davvero il blues è peccato e redenzione.

Ancora un paio di domande, la prima sul tuo passato anche in un ambito più folk, con i Turututela: è possibile che avrà ancora futuri sviluppi questa altra passione?

Molti considerano il blues la sola musica autoctona americana. Il loro folk più autentico, ed è probabilmente vero. Quindi diciamo che in realtà non ho mai smesso in di suonare musica folk. Per ora sono sceso dal treno della musica popolare, ma l’esperienza è stata davvero eccitante seppur dolorosa considerando lo scarso interesse che c’è intorno al genere e non è detto che un giorno, magari in un’altra vita, possa tornare a bordo.

E infine l’ultima, immancabile, sui classici cinque dischi da portare sull’isola deserta?

Domanda difficilissima anche perché cambio continuamente e domani l’elenco potrebbe essere completamente diverso. Ecco quello di oggi:

Muddy Waters (qualcuno dei suoi primi dischi)

Rolling Stones Exile on Main St.

The Band The Last Waltz

Bob Dylan The Freewheelin’

Sonny Boy Williamson II (le incisioni della Chess)

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Il Concerto, Spazio Teatro 89 – Milano – Sabato 18 Febbraio 2017

Dal vivo Fabrizio Poggi e i suoi compagni Chicken Mambo sono una vera macchina da blues, ma hanno anche tante connotazioni rock e un irrefrenabile spinta verso l’improvvisazione, tenete conto che nel corso della serata, durata circa due ore, hanno eseguito “solo” nove brani, quindi la lunghezza di ogni pezzo viene dilatata dalla capacità dei vari solisti di lanciare i loro strumenti in continui assoli e rilanci, ma anche dal dialogo tra Fabrizio e il pubblico, con incitamenti a tenere il tempo, battere le mani, cantare, insomma interagire con i musicisti sul palco, nella migliore tradizione delle 12 battute, ma anche un tiro e una potenza tipiche delle band rock (blues), questa sera ingigantita dalla presenza a sorpresa di Claudio Bazzari, alla seconda chitarra solista, a fianco del “titolare” Danny De Stefani, i due ingaggiano alcuni duetti poderosi che mi hanno ricordato quasi la verve degli Allman Brothers dei tempi d’oro (ho esagerato? Non credo!), ben sostenuti dall’organo di Claudio Noseda e dalla sezione ritmica di Tino Cappelletti, che pompa imperturbabile sul suo basso e Gino Carravieri, preciso e grintoso alla batteria, in più Fabrizio estrae dalla sua immancabile valigetta una serie quasi inesauribile di armoniche, aneddoti e storie di blues, a partire da una ritmata e scandita  Hole in Your Soul, che contiene nel testo uno dei motti di Poggi, ovvero “Chi non ama il blues ha un buco nell’anima”, trovata sul muro di un negozietto nel Mississippi, nel corso dei suoi viaggi americani. Checkin’ Up On My Baby scritta da Sonny Boy Williamson II, nel suo incedere ricorda molto Mastro Muddy e si avvale di un ottimo solo di De Stefani, che già nel precedente brano aveva scaldato l’attrezzo, in alternanza con l’organo di Noseda.

Entrambi protagonisti nuovamente in una pimpante rivisitazione di You Gotta Move (era su Mercy), al crocicchio tra Rev. Gary Davis, Fred McDowell e gli Stones, ovvero il blues e il rock più genuino. Poi sale sul palco anche Bazzari per una lunghissima Midnight Train, preceduta dagli sbuffi di armonica che ricreano lo stantuffo del treno, e con l’ottimo Claudio, armato di una Stratocaster, che ci regala un solo di tecnica e gusto squisito, in un continuo crescendo della sua solista. Bazzari rimane sul palco anche per la successiva I’m On The Road Again, che appare in diversi album di Fabrizio Poggi, e illustra il suo amore pure per la canzone Americana, rivista in questa occasione in una chiave più grintosa e tirata, che è il mood della serata, ma anche in generale dei concerti del nostro, che continua ad incitare il pubblico e i suoi musicisti a dare il meglio. Nobody’s Fault But Mine è l’unico brano tratto dal suo più recente album Amazing Texas Blues Voices, e il buon Fabrizio cerca di non far rimpiangere Carolyn Wonderland che la cantava sul CD. Nel corso della serata Poggi scende anche tra il pubblico del Teatro per un lungo e coinvolgente assolo di armonica non amplificata, per poi omaggiare la sua compagna di viaggio (in tutti i sensi) con una dolce e sentita ballata come Song For Angelina, deliziosa nella sua melodia. Torna Bazzari per il gran finale, prima con una chilometrica, vorticosa e scandita The Blues Is Alright, dove Claudio e Danny De Stefani si “affrontano” a colpi di chitarra, con Noseda che strapazza la sua tastiera da tutte le posizioni, mentre Fabrizio dirige le operazioni, presenta la band ripetutamente, sempre soffiando con forza nella sua armonica, prima di lasciare il palcoscenico alla band, per un finale strumentale di rara potenza, con assoli dei vari protagonisti, anche la sezione ritmica Le luci sembrano accendersi, ma, c’è ancora tempo per una fantastica Bye Bye Bird, ancora di Sonny Boy II, il testo è minimo, ma la musica è nuovamente vorticosa, con armonica, chitarre, organo a scatenarsi in continui soli e la ritmica, con Cappelletti (autore anche di simpatici siparietti con Fabrizio nel corso della serata) e Carravieri a legare il tutto, con classe e grande abilità. Insomma un grande showman, una band coesa e di rara efficacia, che non ha nulla d invidiare alle migliori formazioni americane, per una serata di blues che sarebbe stato un peccato non vedere. Se capitano dalle vostre parti non mancate, lo spettacolo è assicurato, e anche la musica.

Bruno Conti    

P.S Mi scuso per il ritardo con cui è stata postata, in effetti l’intervista avrebbe dovuto essere pubblicata qualche tempo fa, ma poi per vari motivi ci sono stati dei ritardi, quindi eccola alla fine, e comunque se volete altre informazioni, sulla discografia, anche sulle date dei concerti e in generale sull’attività di Fabrizio Poggi, potete andare qui http://www.chickenmambo.com/ nel suo bellissimo sito.

Giovane, Ma Tosto Pure Questo. Tom Killner – Live

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Tom Killner – Live – Cleopatra Records

Ultimamente i migliori nuovi chitarristi blues (e rock) vengono prodotti dalla scena musicale americana, anche per le dimensioni del bacino da cui pescare, ma ogni tanto pure dall’Inghilterra arriva qualche nome degno di nota: penso a Aynsley Lister, Oli Brown, Laurence Jones, tra le donne a Joanne Shaw Taylor, e tra quelli più affermati a Matt Schofield o Danny Bryant, tanto per ricordarne alcuni. Forse proprio a quest’ultimo si può avvicinare il giovane Tom Killner: ventuno anni, già con un album di studio pubblicato nel 2015, Killner è uno di quelli dal sound “tosto” e tirato, di scuola rock-blues, un repertorio che pesca nei classici (ma nel disco di studio c’erano anche sue composizioni), e infatti questo disco dal vivo, registrato alla Old School House di Barnsley, è composto solo di cover. Quando ho letto il nome dell’etichetta (la mitica Cleopatra!) ho temuto il peggio, ma questa volta devo dire tutto bene. Killner si presenta sul palco con il suo gruppo, un quintetto che prevede un secondo chitarrista e un tastierista: il suono è in effetti, almeno nei primi brani, piuttosto tirato anziché no. Si capisce che il giovane ha messo a frutto gli ascolti della collezione di dischi del babbo, dai Cream a Hendrix, ma anche i vecchi Fleetwood Mac e il southern rock, e per il modo di cantare e suonare, ruvido e grintoso, anche uno come Rory Gallagher (un po’ più “cicciotto”) viene citato dallo stile esuberante di Tom.

Questo almeno è il punto di partenza, ma poi gli ascolti e le influenze si sono ampliate per confluire in questo disco dal vivo: prendiamo la traccia di apertura, Like It This Way, un brano dei primi Fleetwood Mac, firmato da Danny Kirwan, e mai inciso dal gruppo di Peter Green, solo eseguito in concerto e poi uscito in un disco postumo, l’approccio di Killner e soci è quello ruspante e ispido che ci si potrebbe aspettare. Ritmica dura e cattiva, doppia chitarra solista (come i vecchi Fleetwood), voce sopra le righe, ma corposa per un 21enne, e via pedalare, l’organo lavora sullo sfondo e Killner comincia ad esplorare la sua solista con voluttà ; King Bee più che a Muddy Waters (debitamente citato) rimanda proprio al giovane Rory Gallagher, chitarra arrotata, un pianino saltellante e tanta grinta, manco fossero i giovani Taste. Ain’t No Rest For The Wicked non è qualche oscura perla del British Blues, ma un brano dei Cage The Elephant (già presente nel disco di studio), a dimostrazione che il buon Tom ascolta anche materiale contemporaneo, una bella hard ballad con umori southern di buona fattura, mentre Have You Ever Loved A Woman è il suo omaggio al grande blues, un lento legato quasi inestricabilmente a Eric Clapton, ma di cui Killner ci regala una versione calda e raffinata, con uno splendido lavoro in crescendo della sua chitarra che inanella assolo dopo assolo, ben coadiuvato dal secondo chitarrista Jack Allen e dal tastierista Wesley Brook.

Higher Ground di Stevie Wonder non è una scelta che ti aspetteresti, ma l’approccio funky ed hendrixiano, è brillante e riuscito. L’altro brano estratto dal disco di studio è una ripresa di Cocaine Blues, lenta ed atmosferica con un pregevole uso su toni e volumi. Poi tocca ad una esuberante ma rispettosa Crosstown Traffic di Mister Jimi Hendrix, suonata veramente bene. Segue un inatteso doppio omaggio al sound sudista e agli Allman Brothers, prima con una lirica ed intensa Soulshine di Warren Haynes, poi con una veemente e “riffata” Whipping Post, dove si apprezza l’ottimo lavoro di tutta la band, e anche se Killner non può competere con la voce di Gregg Allman, la parte strumentale è eccellente, come pure nella successiva The Weight, con il classico della Band ripreso con rispetto e il giusto approccio per questo capolavoro. Ancora Hendrix con una vorticosa e fumante Foxy Lady, che conferma le buone impressioni sollevate da questo giovane Tom Killner. La stoffa c’’è, come conferma anche la conclusione con una robusta versione di With A Little Help From My Friends di Joe Cocker (di cui sto guardando proprio in questi giorni il documentario relativo alla sua vita Mad With Soul, del quale a tempo debito vi riferirò sul sito) che se non raggiunge le vette di quella che fanno dal vivo i SIMO, ci si avvicina di parecchio. 70 minuti complessivi di rock e blues da gustare tutto d’un fiato, questa volta la Cleopatra non ha “ciccato”!

Bruno Conti

Una Garanzia Nell’Ambito Blues E Dintorni. John Primer & Bob Corritore – Ain’t Nothing You Can Do

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John Primer & Bob Corritore  – Ain’t Nothing You Can Do – Delta Groove Music/Ird

Il marchio dell’etichetta Delta Groove ormai è una garanzia nell’ambito blues e zone limitrofe, e questo nuovo album dell’accoppiata John Primer & Bob Corritore (come un altro titolo di cui avete letto a parte http://discoclub.myblog.it/2017/06/09/sempre-piu-un-mostro-della-chitarra-monster-mike-welch-and-mike-ledbetter-right-place-right-time/ ) ne è la riprova. Si tratta del secondo disco che i due registrano insieme, il primo, ottimo, Knockin’ Around These Blues, era uscito nel 2013, e se amate il classico Chicago Blues, elettrico e vibrante, ve lo consiglio vivamente. Ma pure questo nuovo Ain’t Nothing You Can Do si mantiene su livelli elevati. John Primer, nel frattempo, è stato alla guida di quel progetto collettivo Muddy Waters At 100, che celebrava il centenario della nascita di una delle pietre miliari del Blues. Musicista e uomo con il quale Primer aveva condiviso i palchi negli ultimi tre anni di carriera, da fine 1979 al 1983, apparendo anche nel Live At Checkerboard Lounge, la famosa serata con gli Stones, registrata nel locale di Chicago nel 1981, e uscita postuma nel 2012 in DVD, e in questi giorni pubblicata anche in CD. Poi Primer ha suonato per 14 anni con Magic Slim & The Teardrops, prima di avviare la sua carriera solista nel 1995 con The Real Deal.

E in effetti Alfonso “John” Primer è uno degli ultimi “veri affari” del blues di Chicago, pur essendo nato, come molti altri, nei pressi della zona del Delta, in quel di Camden, Mississippi, quindi nella patria delle 12 battute. Il nostro amico è uno degli ultimi “originali” della scena nata intorno a quei locali di Maxwell Street, Theresa’s, Checkerboard e Rosa’s Lounges, sviluppando uno stile che oggi è quanto di più vicino a come suonerebbe e canterebbe Muddy Waters (se non avesse 100 anni ovviamente, o forse sì): una voce ancora forte e decisa, ricca di grinta, uno stile chitarristico di buona fattura alla solista tradizionale e di grande spessore alla slide, e la capacità di circondarsi di buoni musicisti nei propri dischi. Anche Bob Corritore all’armonica, per quanto ultimamente una sorta di “prezzemolino” nei dischi di genere, non si può negare sia uno dei migliori che il mercato offra. Ma nel disco troviamo anche Henry Gray, al piano in tre brani, Barrelhouse Chuck, anche lui al piano, nei restanti pezzi, scomparso lo scorso dicembre e ricordato nelle note dell’album, Big John Atkinson e Chris James, alle chitarre, a rinforzare il sound del disco, che se non sfocia mai nel rock, ha comunque la forza ed elettricità tipiche del miglior blues urbano, insomma forse le chitarre non ruggiscono mai alla Buddy Guy, o come i tre King, ma sono comunque ben presenti nell’economia del suono, e anche la sezione ritmica con Troy Sandow e Patrick Rynn che si alternano al basso e Brian Fahey alla batteria, ha comunque la brillante “presenza” delle incisioni targate Delta Groove.

La prima e l’ultima canzone portano la firma di Alfonso Primer, ma non differiscono comunque nelle intenzioni da tutti gli altri classici presenti nell’album: il primo pezzo Poor Man Blues, è quasi più Muddy Waters dell’originale, sia per il groove dello shuffle come per la voce e l’uso di chitarre ed armonica, assomiglia in modo impressionante al Maestro, ed Elevate Me Mama un pezzo di Sonny Boy Williamson, ma anche questo nel repertorio di Waters, gode inoltre di uno splendido lavoro di Corritore e di Barrelhouse Chuck al piano, oltre che di John Primer che primeggia alla slide. Hold Me In Your Arms è un brano di Snooky Pryor, ma l’atmosfera è sempre quella del Chicago Blues, sia pure con una decisa vena R&R in questo pezzo, più mosso di quanto lo precede nel CD e con Henry Gray che può scatenare il suo piano in un brillante solo; ma si torna subito al repertorio di Muddy con un super slow di grande intensità come Big Leg Woman dove Primer brilla di nuovo a voce e bottleneck guitar, con gli altri solisti comunque in bella evidenza.

Gambling Blues è l’omaggio ad un altro dei vecchi datori di lavoro di Primer, ossia Magic Slim, un altro classico shuffle eseguito in grande scioltezza; poi è la volta di Bob Corritore, alle prese con un suo brano strumentale Harmonica Boogaloo, dove si apprezza la grande tecnica del musicista di Chicago (ma anche il resto della band non scherza), comunque in evidenza in tutto il disco. Ain’t Nothing You Can Do non è il famoso brano di Bobby “Blue” Bland ma un pezzo omonimo di Albert King, un lungo “lentone” dove i veri bluesmen soffrono e il nostro John non si esime, ben spalleggiato da Gray; anche la successiva For The Love Of A Woman era di King, uno dei suoi classici funky blues del periodo Stax, prodotto all’epoca da Don Nix che è anche l’autore del brano. Mancava un bel pezzo di Howlin’ Wolf ed allora ecco arrivare a tutta slide una poderosa May I Have A Talk With You che mostra anche l’influenza di Elmore James, mentre a chiudere il cerchio l’altro brano firmato da Primer, When I Leave Home, un altro intenso slow che avrebbe fatto un figurone sui vecchi album Chess di Muddy Waters, come peraltro tutto il contenuto di questo eccellente album.

Bruno Conti

E Anche Uno Degli Ultimi Grandi Del Blues Ci Ha Lasciato! E’ Morto James Cotton, Aveva 81 Anni.

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Se ne è andato ieri anche James Henry Cotton da Tunica, Mississippi, aveva 81 anni. E’ morto per i postumi di una polmonite al centro medico di Austin, Texas. E’ stato uno degli ultimi grandi del Blues, a lungo con Muddy Waters, ma anche con una carriera solista ricca di ottimi esempi. Non a caso il suo penultimo album si chiamava Giant. Visto che a maggio del 2013 era uscito il suo ultimo disco in assoluto Cotton Mouth Man, ho pensato di ripubblicare (con qualche piccolo ritocco) quanto avevo scritto per l’occasione, in tributo alla sua memoria, che Riposi In Pace anche lui.

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Il lungo titolo del Post nel-frattempo-la-alligator-continua-a-non-sbagliare-un-disco  è un composito tra un album di Luca Carboni e un film della Wertmuller, ma il contenuto è inequivocabilmente 100% Cotton, come riportava il titolo di uno dei suoi dischi migliori. Il vecchio leone del Mississippi può anche avere perso la voce per i problemi di salute legati ad un cancro alla gola contratto alla fine degli anni ’90, e l’ultima esecuzione vocale “seria” risale al 2000, ma come armonicista è nella categoria Giant, come ci ricordava anche il suo penultimo disco, e primo per la Alligator, del 2010.

James Cotton è stato sicuramente una delle ultime “leggende del blues”: nativo di Tunica, Mississippi, è stato però una delle colonne portanti del blues di Chicago dall’inizio degli anni ’50, prima con Howlin’ Wolf e poi, in alternanza con Little Walter, ma anche da solo, l’armonicista della band di Muddy Waters, nel periodo migliore di McKinley Morganfield, all’incirca fino a metà anni ’60. Tra il 1966 e il ’67 ha iniziato la sua carriera solista, mantenendo comunque una fittissima agenda di impegni (anche un ritorno con Waters per Hard Again) che gli permette di contare la bellezza di 914 credits nella lista delle collaborazioni su AllMusic (non saranno tutti veri perché non sempre il portale musicale è precisissimo ma rimane un numero ragguardevole)!

E sapete una cosa, secondo me, questo Cotton Mouth Man si inserisce nella Top 5 dei suoi migliori lavori all time. Tom Hambrige, il batterista, autore e produttore (anche di questo CD), che negli ultimi anni ha lavorato proficuamente con Joe Louis Walker, George Thorogood e Buddy Guy, confermandosi una sorta di Willie Dixon bianco, ha realizzato un piccolo capolavoro con questo album. Concepito come una sorta di concept album sulla vita di Cotton, questo escamotage permette di incorporare nella musica, che è tutta scritta ex novo, anche molti riff e fraseggi dai classici del blues, senza rischiare la denuncia per plagio. Lo stesso Cotton, Richard Fleming, Gary Nicholson e Delbert McClinton hanno collaborato come co-autori, ma il cuore dell’album risiede nell’opera di Hambridge. L’armonica di James, ancora in grandissima forma al suo strumento, ha un ruolo fondamentale, così come la presenza di un vero who’s who della musica tra gli ospiti che si alternano nel disco.

La partenza è fulminante: su un groove trascinante ordito dalla coppia Hambridge-Tommy McDonald, la voce dell’ottimo Darrell Nulisch e l’armonica poderosa di Cotton, la chitarra di Joe Bonamassa confeziona uno dei migliori solo della sua carriera, conciso ma fulminante come poche volte, l’epitome perfetta del blues(rock). Dopo una breve introduzione di quella che fu la voce del nostro amico, riparte un train sonoro inarrestabile, non per nulla Midnight Train, dove si ricompone la coppia Gregg Allman voce (efficace ma non fantastico per l’occasione) e Chuck Leavell al piano Wurlitzer, ben sorretta da due delle colonne portanti della band dello stesso Cotton, il chitarrista Tom Holland e il bassista Noel Neal. Leavell rimane, al piano acustico, per un sentito omaggio a Waters, Mississippi Mud, uno slow blues che ci permette di apprezzare quello che è, quando vuole, uno dei più grandi cantanti del blues contemporaneo, Keb’ Mo’, eccellente in questo brano. Anche nell’altro resoconto della vita di Cotton nella Chicago anni ’50, He Was There, possiamo ascoltare la James Cotton Blues Band al completo in questo caso, con Jerry Porter che si reimpossessa (per un brano) del seggiolino della batteria a scapito di Hambridge, Nulisch alla voce solista, Holland alla chitarra e l’ospite Leavell al piano, un blues “duro e puro”.

Fantastica è la tiratissima Something For Me con un drive alla Allman Brothers dei tempi di Duane garantito da un assatanato Warren Haynes alla chitarra slide e voce e con Cotton che soffia nella sua armonica come se non avesse i 78 anni che ha! Wrapped Around My Heart con Chuck Leavell che passa all’organo per l’occasione e Rob McNelley alla solista è un gagliardo slow blues cantato alla grande da Ruthie Foster, il sound ricorda quello dei migliori brani dell’ultimo Robert Cray, ben tipizzati dal recente Nothin But Love, di cui questo Cotton Mouth Man si candida come successore per il miglior disco blues elettrico contemporaneo del 2013, e che voce ragazzi, la Ruthie! Ancora Darell Nulisch si difende con classe in una vigorosa Saint On Sunday, dove la chitarra di Rob McNelley (una delle sorprese del disco, è il solista della band di McClinton, ma suona anche in un miliardo di dischi country, di quelli buoni) e l’armonica di Cotton hanno modo di mettersi in evidenza e anche il datore di lavoro di McNelley, ovvero Delbert McClinton, si conferma uno dei migliori cantanti bianchi tuttora in circolazione nella sapida Hard Sometimes, mentre l’armonica di Cotton giganteggia sul tutto.

I ritmi latin blues in apertura di Young Bold Women alleggeriscono per un attimo il mood del disco e si alternano con atmosfere più tirate in una gustosa varietà. Bird Nest On The Ground è l’unica cover del disco, un Muddy Waters minore, come notorietà della canzone, ma non per l’intensità dell’esecuzione, sempre garantita dalla house band del disco, senza ospiti in questo caso, se si esclude Leavell al piano (peraltro presente in quasi tutti i brani, meno due). L’unico ospite che non lascia ma raddoppia è l’ottimo Keb’ Mo’, anche alla chitarra, in una soffusa e leggermente vellutata Wasn’t My Time To Go. Vigorosa viceversa la atmosfera da puro electric Chicago Blues che si respira in Blues Is Good For You, quasi un manifesto di intenti, mentre la conclusione, in tono minore, è affidata al duetto tra James Cotton, anche alla voce, spezzata e vissuta, oltre che all’armonica e Colin Linden alla Resonator Guitar in Bonnie Blue.

La data di uscita ufficiale sarebbe il 7 maggio ma per i misteri del mercato discografico è già in circolazione nelle nostre lande. Un ottimo disco di blues, da 4 stellette nei primi 5 brani, ma eccellente nella sua totalità, candidato già fin d’ora alle liste dei migliori di fine anno e degno epilogo, se così sarà, ma non è detto, della carriera di uno dei più grandi armonicisti della storia del Blues, degno erede del suo mentore Sonny Boy Williamson!

Bruno Conti

Come Le Ciliegie, Un Otis Tira L’Altro ! Otis Taylor – Fantasizing About Being Black

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Otis Taylor – Fantasizing About Being Black – Trance Blues Festival/Inakustik/Ird

Per chi non lo conoscesse, Otis Taylor è un polistrumentista, nato a Chicago nel ’48, ma trasferitosi poi a Denver con la famiglia, dove cresce e impara a suonare giovanissimo il banjo, per passare in seguito alla chitarra ed armonica, formando quindi il suo primo gruppo nel ’64, che non poteva che chiamarsi Otis Taylor Blues Band. Dopo qualche delusione decide di abbandonare la musica e guadagnarsi da vivere lavorando come antiquario (specializzandosi in oggetti dei nativi americani e dei cowboy afro-americani), per poi ritornare sulle scene musicali soltanto nel ’95 in occasione di un concerto di beneficenza. L’avventura discografica di Taylor inizia solo nel ’96 con Blue Eyed Monster (un disco con Kenny Passarelli al basso e Eddie Turner alla seconda chitarra), che stranamente Otis, non si sa per quale motivo, ha sempre rinnegato, a cui fa seguire il blues minimale di When Negroes Walked The Earth (98), l’eccellente White African (01) e a breve termine Respect The Dead (02), dischi che segnalano l’avvento di un talento di prima grandezza della musica blues. Negli anni duemila, a seguire, escono ancora a breve distanza l’uno dall’altro, Truth Is Not Fiction (03), Double V (04), Bellow The Fold (05), Definition Of A Circle (07), Recapturing The Banjo (08) un viaggio sonoro affascinante, Pentatonic Wars And Love Songs (09), e Clovis People Vol.3 (dove tra i musicisti presenti spicca la collaborazione della figlia Cassie, *NDB Autrice anche di un album solista non particolarmente memorabile http://discoclub.myblog.it/2013/05/14/figli-a-d-arte-cassie-taylor-out-of-my-mind/), con la costante che in gran parte sono tutti caratterizzati dalla prevalenza di storie e canzoni tristi, che parlano di morte, malattie, solitudine e sofferenza.

Dopo un periodo difficile a causa di problemi personali, OtisTaylor ritorna in studio per incidere ottimi lavori come Contraband (12), dove blues e musica africana vanno di pari passo, My World Is Gone (13), un sentito omaggio ai suoni dei Nativi Americani, e il recente Hey Joe Opus Red Meat (15), un disco di blues che mischia sonorità folk e rock in modo personale, fino ad arrivare a questo ultimo Fantasizing About Being Black, un lavoro ambizioso dove Otis racconta la storia degli afro-americani dai tempi della schiavitù, sino ai fatti più recenti, un po’ come ha fatto di recente anche Rhiannon Giddens  http://discoclub.myblog.it/2017/02/22/un-viaggio-affascinante-lungo-strade-per-la-liberta-rhiannon-giddens-freedom-highway/ . I membri della band che accompagna Taylor, voce, chitarra e banjo, sono la brava Anne Harris al violino, il bassista Todd Edmunds, il batterista Larry Thompson, con il sostegno di musicisti del calibro del grande Jerry Douglas alla lap steel guitar, il cornettista Ron Miles, e il giovane virtuoso chitarrista Brandon Niederaurer, per un totale di undici brani (di cui quattro recuperati dai suoi precedenti lavori, e riproposti in diverse versioni), che formano una sorta di “concept-album” avvincente e poetico.

L’apertura di Fantasizing About Being Black è affidata al recupero di Twelve String Mile (era su When Negroes Walked The Earth), dove si nota subito il tocco di Jerry Douglas, mentre Walk On Water (la trovate su Clovis People), è rivoltata come un calzino, con un suono di chitarra quasi in stile “flamenco”, per poi passare alla prima nuova canzone Banjo Bam Bam, con il violino della Harris che segue il ritmo ripetitivo del banjo, e cambiare di nuovo passo con il tambureggiante rock-blues di Hands On Your Stomach, dove si manifesta la bravura alla chitarra di Niederaurer. Le “fantasie” si intensificano con l’intrigante “funky-blues” di Jump Jelly Belly, con un bel lavoro di Ron Miles (che non era presente nell’album Respect The Dead), mentre la seguente Tripping On This è in uno stile “Delta Blues” elettrico, cantata da Otis con Muddy Waters nel cuore, passando per una convincente D To E Blues, con un tessuto sonoro dove il violino scandisce il tempo, e il meraviglioso e ossessivo  caldo “groove” di Jump Out Of Line. Le chitarre di Otis e Brandon introducono e accompagnano una toccante Just Want To Live With You, per poi ritornare ad un “groove” mosso con la sincopata Roll Down The Hill, e chiudere in bellezza con la stratosferica Jump To Mexico, una ballata morbida e straziante con in evidenza, oltre alla voce di Taylor, la chitarra slide di “master” Jerry Douglas. Commovente!

Fantasizing About Being Black è un viaggio a ritroso sulla storia della comunità “afroamericana”, in compagnia di musicisti incredibili, impegnati a ripercorrere le strade della memoria, con canzoni che hanno il potere di risvegliare sensazioni antiche, con la musica sempre puntuale nel fornire emozioni relative alle storie, per un disco non facile, a tratti drammatico, ma forse per questo sicuramente affascinante. Sembra ormai appurato che Otis Taylor non è un artista facile da catalogare (all’interno delle varie forme del blues), un musicista rispettoso delle tradizioni delle 12 battute classiche, ma anche con un suo personale modo di rivisitarle ed interpretarle, ed in questo contesto i punti di forza sono il suo superbo “songwriting”, la maestria nell’uso degli strumenti (chitarra, banjo e armonica), con canzoni che evocano le sue origini e la matrice afroamericana delle proprie radici musicali. Per chi scrive Otis Taylor è una delle figure di maggior spessore della scena “blues” contemporanea. Un altro piccolo capolavoro, da parte di un grande artista.!

Tino Montanari

 

Degno Figlio Di Tanto Padre? Per Quanto Possibile, Questa Volta Sì! Big Bill Morganfield – “Bloodstains On The Wall”

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Big Bill Morganfield – “Bloodstains On The Wall” – Black Shuck Records                  

William “Big Bill” Morganfield è il figlio di Muddy Waters, anche se in vita ha avuto scarsi contatti con il padre ed è stato allevato dalla nonna in Florida. E la sua carriera nell’ambito musicale è partita solo parecchi anni dopo la dipartita dell’augusto genitore avvenuta nel 1983: infatti il suo primo disco esce solo nel 1997, quando aveva già 41 anni, e da allora ne ha pubblicati comunque sette, compreso questo “Bloodstains On The Wall”. Nessuno particolarmente memorabile, alcuni anche buoni (ricordo di averne recensiti credo un paio), forse quest’ultimo il migliore in assoluto, ma ovviamente McKinley Morganfield era tutta un’altra storia: va bene che non sempre, anzi assai raramente, i figli d’arte riescono a raggiungere o avvicinare i vertici di chi li ha preceduti, ma almeno ha avuto il buon gusto di non farsi chiamare Big Bill Waters. A 60 anni, l’età del nostro amico oggi, il babbo aveva già realizzato una serie di capolavori quasi ininterrotta, cosa che non possiamo certo pretendere dal suo erede e mi fermo prima di avventurarmi in qualche giudizio di cui potrei poi pentirmi, diciamo che l’album in questione è un onesto album di Chicago Blues, ben suonato e con quattro brani composti dallo stesso Big Bill.

In sei brani appare la Mofo Party Band, con i tre fratelli Clifton, oltre a Brian Bischel alla batteria e Bartek Szopinski a piano e organo. Nei restanti brani ci sono parecchi ospiti di nome e sostanza: oltre ad un altro paio di figli d’arte, Eddie Taylor Jr. sicuramente e Chuck Cotton probabilmente, troviamo anche Colin Linden e Bob Margolin alle chitarre, nonché Augie Meyers al piano in un brano e Jim Horn al sax, e, in alternativa a John Clifton all’armonica, l’ottimo Steve Guyger soffia di gusto in una brillante I Don’t Know Why che porta la firma di Willie Dixon. Per sgombrare da equivoci il mio commento devo precisare che Big Bill Morganfield ha una eccellente voce, il marchio di famiglia si percepisce e il disco si gusta tutto d’un fiato, ripeto, non aspettiamoci il capolavoro, ma il Blues viene trattato con gusto e perizia in questo CD e anche se il disco è stato registrato tra Nashville, la California e il North Carolina si respira l’aria dei club fumosi di Chicago dove il papà si era costruito la sua reputazione. E il “giovane” Big Bill ha pure un eccellente tocco alla slide come dimostra in un intenso slow blues come When You Lose Someone You Love che porta la sua firma, e dove si apprezza anche il piano di Szopinski. Ogni tanto viene inserito il guidatore automatico, come nell’iniziale Lost Without Love o nella cadenzata Too Much, dove lo stile non dico si faccia scolastico ma manca un po’ di nerbo.

Però nella vibrante Help Someone il pianoforte corre a tutto boogie e sembra quasi di ascoltare Pinetop Perkins o Otis Spann, mentre nella title-track, in  origine un country blues degli anni ’50, qui trasformato in un brano alla Muddy Waters (e ci mancherebbe) tutti i musicisti suonano alla grande, a partire da Augie Meyers al piano, il titolare alla slide acustica (o forse è Linden?), Jim Horn al sax, Doc Malone all’armonica, grande intensità veramente. Niente male anche Can’t Call Her Name, lo spirito è sempre quello giusto delle 12 battute classiche, con chitarre ovunque e la penna di Morganfield si conferma capace. Se occorre si pesca dal repertorio: una Keep Loving Me scritta da Otis Rush, tirata e chitarristica come poche, preceduta da una sorprendente Wake Up Baby, leggera e divertente e che porta la firma di Lisa Stansfield (proprio lei!); avviso per i naviganti, i due brani sono invertiti nel CD e nel libretto, ma nulla sfugge al vostro recensore preferito. I Am The Blues è uno dei manifesti assoluti di questa musica, scritta da Willie Dixon, e qui resa in una eccellente versione da Big Bill Morganfield, che nell’occasione reclama la sua eredità con la giusta intensità e gli assoli di chitarra sono veramente ricchi di gusto. Anche un tocco di West Coast Blues con una cover di Help The Bear di Jimmy McCracklin e siamo al finale, Hold Me Baby, un’altra composizione di Big Bill presentata come bonus track: la slide è acustica, ma il tocco di “modernità” della drum machine potevano risparmiarcelo. Per il resto un ottimo album, meglio di quanto mi aspettassi.

Bruno Conti