Una Dichiarazione Di Intenti Sin Dal Titolo: A “Sorpresa” Un Eccellente Disco! Peter Frampton Band – All Blues

peter frampton band all blues

Peter Frampton Band – All Blues – Universal Music Enterprises

Sono passati quasi 50 anni (anzi sono cinquanta proprio quest’anno) dall’uscita del primo album degli Humble Pie (celebrata recentemente anche su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2019/03/25/humble-pie-la-quintessenza-del-rock-agli-inizi-e-poi-un-lungo-lento-declino-parte-i/ ), e per l’occasione Peter Frampton torna al blues, sempre condito da una forte componente rock, ma nell’occasione, visto che si tratta di un album incentrato quasi completamente su una selezione di famosi standard delle 12 battute, ancora più rigoroso, almeno nella scelta del materiale. L’album è attribuito alla Peter Frampton Band, ovvero Adam Lester (seconda chitarra/voce), Rob Arthur (tastiere/chitarra/voce) e Dan Wojciechowski (batteria), nomi direi non celeberrimi, ma…ci sono alcuni ospiti, per certi versi anche sorprendenti, come Kim Wilson, Larry Carlton, Steve Morse e Sonny Landreth, e il risultato mi sembra quello del miglior disco di Peter Frampton, da molto tempo a questa parte, magari con l’eccezione di qualche CD dal vivo celebrativo. Il nostro amico non ha più quei bei boccoli vaporosi che erano un suo tratto distintivo, ma non ha perso il tocco eccellente alla solista, tocco che ne aveva fatto uno dei chitarristi più gagliardi in ambito rock-blues, e pure con le migliori cifre di vendita, grazie all’ottimo Peter Frampton Comes Alive, multidisco di platino con oltre undici milioni di copie vendute, ma poi anche con una serie di altri buoni dischi, soprattutto negli anni ’70.

Ma bando alle nostalgie, anzi forza con la nostalgia, visto che questa volta è per una buona causa, il blues, che sembra essere uno dei generi che stranamente (e per fortuna) non passa mai di moda: I Just Want To Make Love To You era uno dei cavalli di battaglia di Muddy Waters e Etta James, ma l’hanno incisa decine di altri artisti, in ambito rock-blues per esempio i Foghat, e Frampton, nel presentare il disco, ha ricordato che la sua passione per i brani blues è stata rivitalizzata anche dal fatto di averne suonati una manciata a serata, nel recente tour insieme alla Steve Miller Band. La versione del brano appena ricordato si situa giusto al crocevia tra quella classica di Waters, grazie anche alla presenza di Kim Wilson all’armonica, e un suono più grintoso e vicino al rock, in ogni caso una versione sapida e potente, con la ritmica sul pezzo, le tastiere ben inserite, la voce di Peter che si è irrobustita con il passare degli anni e la chitarra che lavora di fino ma anche di forza su uno dei riff più celebrati del genere. She Caught The Katy è è uno standard scritto da Taj Mahal e Yank Rachell, che ricordiamo anche nella versione dei Blues Brothers, la parafrasi (mi è scappato) di Frampton, con la chitarra molto impegnata in continui soli e rilanci, mi ha ricordato, per strane associazioni di idee, un sound alla Jeff Healey, ma anche con rimandi a certo southern rock di qualità, mentre Georgia On My Mind non si può certo definire uno standard blues, o meglio uno standard lo è di certo, e giustamente non potendo misurarsi con la versione di Ray Charles, Frampton decide saggiamente di trasformarlo in una ballata strumentale suadente e struggente, con la sua chitarra che confeziona un assolo dove tecnica e feeling vanno a braccetto con gusto sopraffino, grande assolo.

Can’t Judge A Book By The Cover in origine era stata scritta da Willie Dixon per Bo Diddley, poi negli anni, dai Cactus in giù, è diventato un must anche per i rockers, il nostro amico decide quindi di unire il riff e il drive alla Diddley con un sound più muscolare e tirato, con grande lavoro di slide che ricorda un poco i suoi trascorsi negli Humble Pie; Me And My Guitar, se la memoria non mi inganna era un pezzo di Freddie King, un altro brano ricco d vigore, con la chitarra di Frampton sempre in grande spolvero, a conferma che il tocco magico non si perde con il trascorrere degli anni, ragazzi se suona. E che dire di una ricercata e soave traccia strumentale come All Blues, tutta tecnica e tocco, un duetto jazzato dove Frampton rivaleggia con Larry Carlton a chi è più raffinato nel trattare questo classico di Miles Davis, entrambi ben spalleggiati dal piano di Arthur; eccellente anche la rilettura di The Thrill Is Gone, una fantastica versione di questa meraviglia di B.B. King, rispettosa il giusto, ma con Frampton (ottimo anche a livello vocale) e Sonny Landreth a scambiarsi licks e soli di chitarra con una fluidità quasi disarmante.

E in Going Down Slow, il duetto con Steve Morse, l’atmosfera si fa più rovente, sempre senza esagerare e trasformare il tutto in caciara, le chitarre ci danno dentro alla grande, ma il suono rimane chiaramente e decisamente ancorato al miglior blues elettrico, quasi rigoroso nel suo dipanarsi, con Peter e Chuck Ainlay, che hanno prodotto il disco negli studi Phoenix di Frampton a Nashville, optando per un tipo di suono molto caldo e ben delineato. Altro omaggio a Mastro Muddy in una vibrante I’m A King Bee, la quintessenza del Chicago Blues, anche se forse per l’occasione manca un poco di nerbo, ma è un parere personale e comunque il breve ritorno della chitarra in modalità talk box (giusto un assaggino in ricordo di Show Me The Way) giunge quasi a sorpresa, potremmo dire “Show Me The Waters  https://www.youtube.com/watch?v=NaeNQifZp5I . Gran finale con un altro super classico di Freddie King, la magnifica  ballatona Same Old Blues, suonata quasi alla Clapton https://www.youtube.com/watch?v=EuU1hwJkBRU , con la chitarra che viaggia fluida che è un piacere, ottimo finale per un album veramente bello ed inaspettato, e che mi sento di consigliarvi caldamente.

Bruno Conti

Non Solo Jazz! Un Disco Country Per Diane Schuur – The Gathering

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Diane Schuur – The Gathering – Vanguard

A proposito di belle voci, non tutti sanno che Diane Schuur, quando era ancora una teenager, ha iniziato la sua carriera come cantante country con un singolo Dear Mommy and Daddy” che dal titolo non promette grandi emozioni ma pare raggiunse il terzo posto delle classifiche country. Poi la Schuur ha iniziato una carriera che l’ha portata ad essere una delle migliori cantanti jazz dei nostri tempi e a collaborazioni con le orchestre di Count Basie e Duke Ellington, dischi con BB King, due Grammy vinti e molte nominations ma la passione per il country è rimasta.

D’altronde “se Ray Charles ha fatto un disco country perché non posso farlo io?” si chiede la nostra amica e io che sono educato non le rispondo per non essere irriverente (anche se hanno lo stesso problema e gli stessi occhiali scuri).

Comunque l’idea è buona, le condizioni si sono create con un nuovo contratto con la Vanguard e la possibilità di recarsi a Nashville per registrare questo The Gathering. Detto fatto, la brava Diane (che, scherzi a parte, ha una delle più belle voci in circolazione, in qualsiasi genere la vogliate inserire) il 6 dicembre del 2010 si è chiusa in uno studio di registrazione in compagnia di un manipolo di artisti fantastici e la sera il disco era pronto. Certo se i musicisti si chiamano Steve Gibson alla chitarra, Mike Rojas al piano elettrico Wurlitzer, Michael Rhodes al basso ed Eddie Bayers alla batteria. Steve Buckingham è l’altro chitarrista e cura la produzione, la Schuur si occupa del piano acustico. Qualche ospite nobilita ulteriormente il lavoro: Alison Krauss e Vince Gill alle armonie vocali, Mark Knopfler e Larry Carlton aggiungono le loro chitarre, Kirk Whalum si occupa del sax. Lei canta divinamente questi dieci brani scelti tra alcuni grandi della storia della musica country et voilà “i giochi sono fatti”.

Dalla struggente ballata iniziale di Hank Cochran Why Can’t Be You la Schuur dimostra a Norah Jones (e a tantissime altre, perché la Jones mi piace moltissimo) come si fa un disco di country con classe, passione e una voce da brividi. Healing Hands Of Time è un brano di Willie Nelson e lo capisci subito perché è inconfondibile, ma la versione è fantastica, scivola che è un piacere con le armonie vocali di Carmella Ramsey e le chitarre di Gibson e Buckingham a cesellare note con l’aiuto di Mark Knopfler alla terza solista e il sax di Whalum e il piano di Rojas che gli danno quel flavor anni ’70 alla Muscle Shoals Studios e lei che si diverte un mondo a raggiungere note impossibili. Beneath Still Waters è un’altra ballatona strappalacrime con Diane Schuur che si ispira per il suo stile pianistico a Floyd Cramer uno dei grandi del country di Nashville che ha suonato con tutti da Elvis a Roy Orbison a Patsy Cline e anche a livello vocale non ha nulla da invidiare ai nomi citati.

Til I Can make It on my own è uno dei due brani dal repertorio di Tammy Wynette mentre Don’t Touch Me è l’altro brano scritto da Hank Cochran e la seconda voce è quella di Alison Krauss e sinceramente non saprei dirvi chi canta meglio ma sicuramente l’ascoltatore gode. Today I Started Loving You Again è un altro brano delizioso scritto da Merle Haggard e dalla moglie Bonnie Owens con le armonie vocali curate da Vince Gill e con la chitarra di Larry Carlton che si ispira al George Benson di On Broadway fino a stimolare la Schuur che improvvisa all’impronta uno scat vocale e poi si lascia andare vocalmente alla grande con la chitarra che la spinge verso vette notevoli. Till I get it right è l’altro brano di Tammy Wynette sempre raffinato e di gran classe, un poco old school e demodè come certe cose dell’ultimo Willie Nelson, ma signori miei è veramente brava. Am I That Easy to Forget è uno standard fine anni ’50 ma non me la ricordo particolarmente, non memorabile. When Two Worlds Collide scritta da Roger Miller è un altro di quegli standard country malinconici forse un po’ troppo di maniera. Nobody Wins è un brano di Kris Kristofferson, un altro lentone da pista da ballo con la solita dicotomia piano elettrico-chitarra elettrica, sempre cantato con grande maestria da Diane Schuur ma gli manca quel guizzo di classe.

Un bel disco per gli amanti del genere e delle belle voci.

Bruno Conti

Scusate Se Insisto! Ma E’ Proprio Brutto. Anche Se… Doug Gray – Soul Of The Soul + Larry Carlton

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Come promesso ecco le ulteriori riflessioni sul disco di Doug Gray (che poi leggerete anche, forse, sul Buscadero) e no, non è un errore la copertina che vedete a fianco di quella dell’ex Marshall Tucker Band, è “l’anche se” dedicato a Larry Carlton…

Il CD, astutamente, nella sua “ragione sociale” riporta The Marshall Tucker Band’s (minuscolo) DOUG GRAY (maiuscolo): come a dire, hey fans della MTB questo è il disco solista del cantante del gruppo, ci sono pure loro! Infatti i nomi di Toy Caldwell, George McCorkle, Jerry Eubanks e Paul Riddle sono in bella vista, in cima alla lista dei musicisti presenti in questo mini album di 8 pezzi.

Ma, c’è un MA grande come un macigno, come una casa: non c’entra un tubo con i dischi della Marshall Tucker Band, neanche con i più brutti, quelli più commerciali, appunto quelli degli anni in esame. Siamo nel 1981, è morto da poco Tommy Caldwell, il gruppo è in pausa sabbatica e Doug Gray entra in studio per incidere un album solista, sotto la guida di Billy Sherrill (quello di George Jones e Tammy Wynette, Johnny Cash, Marty Robbins ma anche Ray Conniff, Andy Williams e Cliff Richard). Il produttore (e Gray che co-produce) si circondano di un gruppo di musicisti dove abbondano le tastiere, con ben due suonatori di synth in formazione, tali Cherry Sisters alle armonie vocali e arrangiamenti penosi, tipici di quegli anni, tra disco-music di seconda mano (altro che il soul citato nelle note di copertina), il rock FM annacquato che andava in quel periodo, non per nulla uno degli autori dei brani è un giovane Michael Bolton, ancora lungo crinito e prima della fase Pavarottiana che sarebbe seguita ma già letale nei suoi brani.

Doug Gray si lancia in falsetti arditi che avrebbero fatto felici i Bee Gees (c’è anche un brano omonimo che si chiama Guilty scritto da Bobby Whitlock non in uno dei suoi momenti di maggiore ispirazione). Avete presente i dischi di Boz Scaggs (ma i più brutti) o del Kenny Loggins più bieco con quelle batterie dal suono orrido, chitarre pseudo rock e coretti invadenti. D’altronde se questo disco non era stato mai completato ed è rimasto negli archivi della casa discografica 30 anni (ed era meglio se ci rimaneva) un motivo ci sarà pure stato.

Che altro posso dirvi, pensate ai dischi di Michael McDonald o dei Doobie Brothers di quel periodo (perché, forse, li conoscete), ma i più brutti, poi però peggiorateli in modo esponenziale e forse avrete un’idea di quello che vi aspetta. La ballata di Bolton Still Thinking of You è proprio l’esempio più fulgido, in senso negativo, di quanto detto. Se poi vi piace il genere o collezionate la Marshall Tucker Band però siete liberi di acquistarlo, almeno costa poco e dura anche poco, per fortuna, de gustibus!

Anche se…spendendo un po’ di soldini perché costa caro e si fatica molto a trovarlo potreste rivolgere le vostre attenzioni all’ultimo disco di Larry Carlton Plays The Sound Of Philadelphia (A Tribute To Kenny Gamble & Leon Huff) 335 Records.

L’etichetta è quella personale di Carlton e il disco, leggero e soffice, ma molto piacevole e ben suonato, è un tributo al leggendario Philly Sound, le ultime propaggini del soul più vellutato derivato da Stax, Motown e Hi Records e prima dell’avvento della disco music più becera. Parliamo dell’etichetta, quella degli MFSB, O’Jays, Billy Paul, Harold Melvin & The Blue Notes dove esordiva Theodore Pendergrass e tanti altri. Anche i Rolling Stones in anni recenti hanno ripreso dal vivo la loro (Gamble & Huff) irresistibile Love Train.

In questo album ce ne sono altre undici (di canzoni) e non tutte, nonostante il sottotitolo del CD, sono del noto duo di autori ma lo spirito musicale è quello. Pensate ai dischi degli anni ’70, i primi e migliori, di George Benson, per avere un’idea del genere, aggiungete la perizia strumentale di Larry Carlton (uno dei membri fondatori dei Crusaders), togliete la voce, perchè l’album è quasi completamente strumentale e avrete un disco gradevole, niente di straordinario ma un capolavoro se confrontato, in generi contigui, con quello di Gray. Parliamo di “fusion” mista a soul music con il pelato chitarrista californiano (ormai una sorta di gemello “postumo” separato alla nascita di James Taylor, almeno a livello fisico) che si circonda di alcuni ottimi musicisti a partire dal tastierista Paul Shaffer, una nutrita sezioni di fiati, uno stuolo di voci femminili che “gorgeggiano” à la Bacharach in alcuni brani mentre l’unico brano “vocale”, Drownin’ In The Sea of Love, è cantato dall’ottimo Bill LaBounty un cantante di culto dall’ugola di velluto molto apprezzato dai cultori del genere e assolutamente sconosciuto ai più!

Per il resto del disco Larry Carlton cesella una serie di assoli sulle note di brani inconfondibili da Could It Be I’m Falling In Love a Back Stabbers alla celeberrima if You Don’t Know Me By Now dove la solista di Carlton assume tonalità pefette. C’è anche I’ll Be Around, il brano degli Spinners che non era Philly Sound e neppure Gamble & Huff ma non per questo è meno bella. Non manca You Make Feel Me Brand New il brano degli Stylistics che è l’epitome del lentone “soul” e un terzetto di brani di Jerry Butler, già negli Impressions con Curtis Mayfield, autore di I’ve Been Loving You Too Long con Otis Redding e questo basterebbe a renderlo immortale, ma che qui ricordiamo soprattutto per  Only The Strong Survive che è l’altro brano cantato. Lo so, avevo detto che c’era un solo brano cantato ma mentivo: tra l’altro cantata alla grande ancora da LaBounty.

Potreste investire le vostre palanche in modi peggiori, anche se lo preferisco quando suona il Blues con l’amico Robben Ford.

Bruno Conti