Come Il Buon Vino, Invecchiando Migliora! Elvin Bishop – Elvin Bishop’s Big Fun Trio

elvin bishop's big fun trio

Elvin Bishop – Elvin Bishop’s Big Fun Trio – Alligator/Ird

L’idea di base di partenza è interessante e stimolante: fare un disco di blues in trio, con tre ospiti all’armonica. Ovviamente è la formazione che è “strana”: a fianco di Elvin Bishop, voce e chitarra, ci sono Bob Welsh, pianista, che si disbriga con abilità, quando serve, anche alla chitarra, e Willy Jordan al cajòn, voce solista e armonie vocali (il cajòn è quello strumento a percussione di origine Peruviana, a forma di cassetta, e che si suona sedendoci sopra). I tre armonicisti ospiti, ciascuno presente in un brano, sono Charlie Musselwhite, Rick Estrin e Kim Wilson. Devo dire che il disco, pur non essendo un capolavoro assoluto, ha un suo perché: Elvin Bishop ormai ha una voce da vecchio maestro del blues (quale è diventato), una specie di roco ghigno un po’ sfiatato, ma vissuto e divertito, al quale si accodano i suoi pard per l’occasione, in grado di regalarci un piccolo ripasso del blues, del soul e del R&R, oltre a sette brani a sua firma, tra i quali una ripresa di Ace In The Hole, la title track del suo terzo album per la Alligator, pubblicato nel 1995. Al solito, se volete il mio parere, che vi do comunque, preferisco il Bishop “elettrico” dell’ultimo Can’t Even Do Wrong Right, pubblicato sempre per l’etichetta di Chicago, e che era un ritorno in parte al sound dei suoi dischi targati anni ’70 http://discoclub.myblog.it/2014/08/23/siamo-sulla-stessa-barca-del-blues-elvin-bishop-cant-even-do-wrong-right/ , ma questo Elvin Bishop’s Big Fun Trio non è niente male.

Questa volta il sound è più intimo e raccolto, peraltro non privo di brillantezza e suonato con la giusta forza, insomma non si corre il rischio di appisolarsi. Fin dall’iniziale vorticoso boogie, per piano e chitarra, Keep On Rollin’, i tre si divertono, con la chitarra di Bishop che svolge anche un supporto ritmico al lavoro di Jordan (che ha pure una ottima voce, cosa che non guasta), oltre a ritagliarsi i suoi spazi solisti. A seguire una ripresa di Honey Babe, un vecchio brano di Lightnin’ Hopkins, sempre caratterizzato da questo suono elettroacustico ma vibrante; It’s You è il brano con Kim Wilson all’armonica, classico Chicago blues, con l’ottimo Welsh al piano e uno scatenato Jordan che oltre a tenere il tempo con brio, come detto poc’anzi, ha una voce da gran cantante. Ace In The Hole, più lenta e sorniona, è cantata da Elvin, mentre Let’s Go, con un bel groove R&R, è un brano mezzo strumentale e mezzo parlato, con retrogusti alla Bo Diddley prima maniera. Delta Lowdown, con Rick Estrin all’armonica, come da titolo, è di nuovo blues puro della più bell’acqua, uno strumentale brillante dove si apprezza l’interscambio dei vari solisti; It’s All Over Now è una ripresa del vecchio classico di Bobby Womack (e degli Stones), che nonostante l’approccio sonoro raccolto del trio, non perde nulla del vigore delle versioni più conosciute, con Jordan che canta alla grande e Bishop che si inventa un assolo di gran classe anche in questa dimensione semi-unplugged.

100 Years of Blues vede la presenza di Charlie Musselwhite all’armonica e voce solista, il classico blues lento e cadenzato che si suona da almeno 100 anni, a giudicare dal titolo, con Bishop che lancia l’assist vocale con un talkin’ blues e Musselwhite che raccoglie e rilancia; Let The Four Winds Blow non avrà 100 anni (solo 55) ma il classico di Fats Domino viaggia a tutto ritmo sulle ali del piano di Welsh e della slide di Bishop, per una versione di gran classe. Il trittico finale di brani firmati da Bishop forse (ma forse) non ha la forza di quanto ascoltato finora, però la divertente That’s What I’m Talkin’ About si lancia anche su derive R&B e gospel, senza dimenticare l’immancabile blues misto a R&R, con Jordan che si conferma non solo percussionista di pregio, ma anche vocalist di talento, forgiato da lunghi anni di militanza sui palchi di New Orleans e dintorni. E pure il blues sanguigno di Can’t Take No More, dove Jordan si lancia in un ardito falsetto, non manca di entusiasmare, più di quanto mi sarei aspettato da un disco così particolare. Il finale, manco a dirlo, è affidato a una Southside Slide, uno strumentale dove Elvin Bishop ci delizia con la sua abilità alla bottleneck guitar. Lo dico di nuovo? Meglio di quanto mi aspettassi, viste le premesse: ancora una volta, 74 anni e non sentirli! Esce ufficialmente il 10 febbraio.

Bruno Conti

Di Nuovo In Forma Come Ai Vecchi Tempi! Fabulous Thunderbirds – Strong Like That

fabulous thunderbirds strong like that

Fabulous Thunderbirds – Strong Like That – Severn

Per parafrasare una volta di più il titolo di un disco, non pensavo fosse “così forte”!! Di nuovo alla guida della sua creatura i Fabulous Thunderbirds, Kim Wilson colpisce ancora: passano gli anni ma la vecchia band texana non accenna a mollare, Jimmie Vaughan non c’è più dal 1990, proprio ad agosto è stato annunciato che Preston Hubbard, uno dei bassisti storici della formazione è stato trovato morto nella sua casa di St Louis. E considerando che Wilson è originario di Detroit, Michigan, l’attuale chitarrista Johnny Moeller (bravissimo) credo sia l’unico texano rimasto in formazione, con Kevin Anker (che viene dall’Indiana), tastierista e co-produttore, una delle tre punte della attuale formazione. Steve Gomes, il bassista (a lungo con Ronnie Earl), e Wes Watkins, il batterista, non so da dove vengano, ma non credo dal Texas, comunque sono entrambi bravissimi e contribuiscono al miglioramento già iniziato con il precedente, seppur buono On The Verge, del 2013. In questo Strong Like That c’è una ulteriore decisa virata verso il soul e il R&B, grazie anche alla massiccia presenza dei fiati, Wilson canta decisamente bene, come forse non aveva mai fatto durante la sua carriera, e il disco, grazie anche alla presenza di alcune di cover mirate, si gusta veramente tutto d’un fiato.

L’armonica forse si sente meno rispetto al passato, ma quella Wilson la riserva maggiormente per i suoi dischi solisti, più tesi verso il blues, come dimostrato nel disco in coppia con Barrelhouse Chuck e nel tributo a Muddy Waters, registrato con il figlio Mud. Qui siamo più orientati verso una soul music di stampo Stax, ma anche con puntatine verso la Motown, come dimostra l’eccellente cover iniziale di un brano dei Temptations (I Know) I’m Losing You ( ma la facevano anche Rod Stewart e i Rare Earth), versione sapida e grintosa, con Gomes, prodigioso al basso e Watkins, eccellente alla batteria, che trovano un groove di quelli “grassi” che ti colpiscono allo sterno, il resto lo fanno le linee del piano elettrico, e soprattutto l’armonica di Wilson e le evoluzioni della steel dell’ospite Roosevelt Collier, un altro virtuoso sulla lunghezza d’onda di Robert Randolph: Kim canta anche veramente bene e il brano è indiscutibilmente una goduria nell’insieme. La successiva Don’t Burn Me vede la presenza di un altro ospite, Anson Funderburgh, alla solista, per un’altra capatina nel psychedelic soul di inizio anni ’70, con coretti deliziosi, tocchi funky delle due chitarre, Anson e Moeller, un organo Hammond d’ordinanza e di nuovo un suono d’assieme veramente godibile. You’re Gonna Miss Me ci permette di gustare appieno l’armonica di Wilson, ma anche il suo cantato assolutamente ispirato come poche altre volte, molto smooth, nella migliore accezione del termine, una perfetta fusione di blues e soul, grazie anche al prezioso lavoro dell’ottimo Moeller alla chitarra.

Un organo “scivolante” e i fiati guidati da Kenny Rittenhouse ci introducono al sound quasi Muscle Shoals della gagliarda Drowning On Dry Land, un vecchio brano di O.V. Wright se non vado errando, quindi lato Memphis Hi Records, ma la faceva anche Albert King, bella in ogni caso https://www.youtube.com/watch?v=qXE1WkHk4S0 . Mentre Smooth è fermamente l’epitome di quello stile profondamente soul, classico, che percorre molti dei brani presenti in questo album, con fiati sincopati, una sezione ritmica perfetta, le tastiere di Anker, la chitarra di Moeller e l’armonica di Wilson a cesellare e il buon Kim che canta da blue-eyed soul man fatto e finito. Massicci cori gospel-R&B per una intensa Somebody’s Getting It cantata in modo decisamente centrato da un appassionato Kim Wilson, che poi ci regala un ritorno alle classiche atmosfere più bluesate tipiche dei migliori Fabulous Thunderbirds in Meet Me On The Corner, eccellente ancora Gomes al basso e lo stesso Kim che si spende con vigore all’armonica; Where’s Your Love Been, con l’acida chitarra di Moeller ripetutamente in azione, è un esempio di rock-blues moderno che poi grazie all’ingresso dei fiati vira velocemente di nuovo verso il soul, per poi tornare al blues (rock), mentre la cover del brano di Eddie Floyd I’ve Never Found A Girl (To Love Me Like You Do) è un vero tuffo nella musica soul del profondo sud, quella targata Stax, e Wilson e soci non la eseguono come un compitino, ma la vivono davvero, con tutti i crismi del genere, fiati, coretti, chitarrine insinuanti, tastiere d’ordinanza, perfetto. Si conclude con la title-track, un funky-blues sinuoso e turgido https://www.youtube.com/watch?v=BaL_AzMe1Nw che conclude alla grande un album che, sia pure con uno stile decisamente diverso, ci riporta ai fasti dei migliori Fabulous Thunderbirds.

Bruno Conti

E Dopo Il Piccolo Questa Volta Tocca Al “Grande Walter”! Various Artists – Blues For Big Walter

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Various Artists – Blues For Big Walter – Eller Soul Records

Dopo il tributo al “piccolo Walter” Remembering Little Walter, dedicato dalla Blind Pig nel 2013 a questo fenomenale armonicista http://discoclub.myblog.it/2013/05/18/e-dopo-i-chitarristi-una-pioggia-di-armonicisti-remembering/ , era quasi inevitabile che prima o poi ne giungesse uno anche per il Walter più grande (non nella accezione della Litizzetto), in tutti i sensi, quel Big Walter Horton che, non uno che passa per caso per strada o il vostro umile recensore, ma il “signor” Willie Dixon ha definito “il migliore che abbia ma sentito”. Forse meno celebrato di Little Walter, anche perché la sua discografia come solista è veramente, scarna, mi pare cinque o sei dischi in tutto, di cui nessuno è rimasto negli annali della storia del disco, anche se l’Alligator del 1972 con Carey Bell e lo Stony Plain del 1974 sono degni di nota, la carriera del grande armonicista, nato sul Mississippi e morto a Chicago, è stata soprattutto quella di un grande, anzi grandissimo, gregario, in pista dagli anni ’30, ma arrivato alla consacrazione quando sostituì nel 1952 Junior Wells nella band di Muddy Waters, e poi suonando con chi lo richiedeva (anche con Martin Stone dei Savoy Brown, con i Fleetwood Mac e Johnny Winter), sia in studio che dal vivo, con l’ultima registrazione effettuata nel 1980, un anno prima della morte.

Questo tributo, curato e  prodotto da Ronnie Owens, è strutturato in modo diverso rispetto a quello a Little Walter: in quel disco Mark Hummel aveva radunato un certo numero di armonicisti per partecipare ad una session in cui tutti suonavano insieme, magari alternandosi alla guida, mentre per questo Blues For Big Walter l’approccio è diverso. Diciamo che il nucleo dell’album è stato registrato in una seduta unica il 18 gennaio del 2016 al Montrose Studio di Richmond, Virginia, con varie sezioni ritmiche, chitarristi, pianisti e, ovviamente, armonicisti, che si alternano nei vari brani, ma ci sono anche alcuni pezzi registrati in altre locations, e alcune registrazioni provengono dal passato. Ma veniamo al dettaglio: diciamo che in questo caso non si è voluto calcare la mano sui classici (qualcuno c’è pero), privilegiando anche brani meno conosciuti; per esempio l’iniziale Someday era uno dei brani che Big Walter suonava con Koko Taylor, e per riproporla abbiamo uno dei migliori armonicisti di oggi, Kim Wilson, che si accompagna al giovane chitarrista Big Jon Atkinson, che è anche la voce solista della canzone, un classico Chicago Blues di quelli duri e puri. She Loves Another Woman, viceversa viene dagli archivi di Bob Corritore, si tratta di una registrazione dell’ottobre del 1992 con il grande Jimmy Rogers alla chitarra e alla voce, ancora ruspante e in gran forma, mentre Worried Life (Blues) era uno dei classici che Horton suonava con Johnny Shines, qui ripresa da Mark Wenner dei Nighthawks, altro grande virtuoso dello strumento, ma chi non lo è in questo disco?

Per esempio Steve Guyger non è un nome celeberrimo, ma la sua prestazione in If It Ain’t Me, registrata in Finlandia (!) è da manuale. In un disco come questo non poteva mancare Mark Hummel, un altro dei grandi contemporanei dello strumento, la sua Hard Headed Woman è calda e vibrante come poche, sia la voce che l’armonica sprizzano blues a denominazione di origine controllata, mentre ammetto che Kurt Crandall, registrato in Olanda con musicisti locali, mi era del tutto sconosciuto, ma la sua versione di Great Shakes è ottima, con un suono dell’armonica arioso e potente. Bravo anche Ronnie Owens (in arte Li’l Ronnie Owens) l’ideatore del tributo, alle prese con una lenta e cadenzata We’re Gonna Move To Kansas City e fantastico il contributo di Sugar Ray Norcia & The Bluetones, con Mike Welch alla chitarra, con un Sugar Ray Medley di oltre 18 minuti, dove Norcia (soprattutto), Welch e il pianista Anthony Geraci suonano il blues alla grandissima, tra soli, ritmo e sudore, come le dodici battute classiche richiedono, il tutto registrato in quel di Quincy, Massachusetts, non una delle culle del blues, ma se suonano così chi se ne frega.

Anche Andrew Alli, alle prese con Evening Shuffle, mai sentito ma bravo; di nuovo Mark Hummel impegnato in Easy uno strumentale con Sue Foley, che dal fruscio iniziale sembra provenire da qualche vecchio vinile (ma è una impressione, è inciso benissimo, come tutto il CD) e poi Walking By Myself ancora con Mark Wenner e l’intenso Little Boy Blues, uno dei rari slow blues con Steve Guyger. Ma tutti i brani sono buoni, anche le ulteriori proposte di Owens ed Alli, oltre all’altra chicca di Corritore, questa volta con Robert Lockwood Jr. in Rambling On My Mind. Veramente un bel disco di armonica blues.

Bruno Conti

Ci Hanno Preso Gusto…E Pure Noi! The Rides – Pierced Arrow

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The Rides – Pierced Arrow – Provogue CD

Quando tre anni fa è uscito Can’t Get Enough, il CD di debutto del supergruppo The Rides (formato da Stephen Stills con Kenny Wayne Shepherd ed il grandissimo pianista/organista Barry Goldberg, uno dei sessionmen più richiesti della storia e, tra le altre cose, membro fondatore degli Electric Flag), sinceramente pensavo che si trattasse di uno sforzo isolato, ma, vuoi per l’ottimo successo di vendite ottenuto, vuoi perché era davvero un grande disco (per quel che può valere, era anche nella mia Top Ten annuale), i tre ci riprovano ora con Pierced Arrow, contravvenendo tra l’altro alle normali abitudini di Stills, abituato ad incidere con cadenze molto più blande. Can’t Get Enough era davvero bello, un disco potente di rock-blues come si faceva una volta, con una serie di canzoni originali di ottimo livello a qualche cover scelta con cura, dove i due chitarristi della band (due generazioni a confronto) si intendevano a meraviglia, e Goldberg ricamava in sottofondo con la consueta maestria. Ebbene, dopo un paio di ascolti di Pierced Arrow, posso affermare senza dubbi che ci troviamo di fronte ad un album che, se non è addirittura superiore al precedente, è almeno sullo stesso livello: canzoni superbe, un paio di cover (nella versione “normale”, quattro in quella deluxe) di cui una assolutamente galattica, assoli chitarristici come se piovesse e feeling a palate. Forse qui c’è più rock ed un po’ meno blues, ma alla fine è il risultato quello che conta, e devo dire che qualche anno fa non avrei mai pensato di ritrovarmi ancora di fronte ad uno Stills così in forma (nel 2005 lo avevo visto con Crosby & Nash al Beacon Theatre di New York, ed era in uno stato pietoso, completamente senza voce e più grosso di Crosby), mentre Shepherd è forse meno esposto di uno come Bonamassa, che fa un disco a settimana, ma di certo a talento siamo lì.

La sezione ritmica è la stessa del primo disco, con Kevin McCormick al basso (già con John Mayall, Jackson Browne, CSN e Crosby solista) e Chris Layton alla batteria, ex Double Trouble di Stevie Ray Vaughan ed attuale drummer di Shepherd; in più, abbiamo le armonie vocali che danno un tocco quasi gospel ad opera di Raven Johnson e Stephanie Spruill, e come ospite speciale all’armonica in un paio di pezzi Kim Wilson, leader dei Fabulous Thunderbirds. La produzione è nelle mani dei Rides stessi insieme a McCormick. Grande inizio con Kick Out Of It, un brano di puro rock alla Stills (e la voce di Stephen è in buono stato), gran ritmo, chitarre poderose ed il piano di Goldberg che si fa sentire, e poi iniziano i duelli a suon di assoli, insomma un godimento assoluto. Riva Diva è puro rock’n’roll, travolgente come pochi, con Kenny voce solista (non è Stills, ma se la cava egregiamente), grande performance di Goldberg e solite chitarre fiammeggianti; Virtual World l’avevo già sentita dal vivo con CSN lo scorso autunno a Milano, l’atmosfera è più soffusa, ma il ritmo è sempre presente, e con una chitarra ed un mood quasi alla Neil Young, gran bella canzone e classe da vendere. By My Side (canta Kenny), ancora energica, è un gospel-rock di grande potenza emotiva, con elementi swamp nel suono, un motivo che entra sottopelle ed un crescendo notevole, splendida canzone; Mr. Policeman è ancora molto spedita, anche se dal punto di vista compositivo inferiore alle precedenti, ma comunque un ottimo showcase per la chitarra di Stills, mentre I’ve Got To Use My Imagination è proprio il successo di Gladys Knight (ma l’autore è Goldberg, insieme all’ex marito di Carole King, Gerry Goffin), e la versione dei Rides è un soul-blues molto ricco dal punto di vista sonoro, con un bel botta e risposta voce-coro nel ritornello ed assoli superbi dei due leader e di Barry all’organo: una delle cover dell’anno, da sentire fino alla nausea.

La cadenzata Game On è la più blues finora, con Kim Wilson che “armonicizza” da par suo, un altro pezzo decisamente vigoroso ma grondante feeling, e poi le chitarre sono una goduria nella goduria; I Need Your Lovin’ è ancora rock’n’roll, con la solita superba prestazione da parte di tutti (specialmente Goldberg, un fenomeno…ma vogliamo parlare delle chitarre?) e la quasi impossibilità per il sottoscritto di stare fermo. There Was A Place è uno slow-blues di gran classe, e sebbene Stills non abbia più la voce di un tempo sopperisce con il resto: un brano caldo e vibrante, molto anni settanta; la versione regolare del CD si chiude con My Babe, noto successo di Little Walter (scritta da sua maestà Willie Dixon), rilasciata dai nostri con buona aderenza all’originale, gran lavoro di Barry e performance nel complesso molto sciolta e rilassata. L’edizione deluxe aggiunge tre brani, a partire da Same Old Dog, un rock-blues potente e tonico, un pretesto per far cantare le chitarre dato che come canzone è più canonica; chiudono due cover, Born In Chicago, scritta da Nick Gravenites e presente sul disco d’esordio della Paul Butterfield Blues Band, spedita e fluida, con Wilson nei panni di Butterfield ed il binomio Stills-Shepherd che tenta di emulare Mike Bloomfield Elvin Bishop (mentre Goldberg non ha paura di Mark Naftalin), e la nota Take Out Some Insurance di Jimmy Reed (ma incisa anche dai primi Beatles con Tony Sheridan), un bluesaccio sporco e sudato, che Stephen canta con voce un po’ impastata ma suona, eccome se suona.

Che altro dire? Che molto probabilmente anche per il 2016 nei dieci migliori dischi di fine anno i posti a disposizione sono solo più nove…

Marco Verdi

Quattro Decadi Del Miglior Blues Contemporaneo Dal Vivo. Robert Cray Band – 4 Nights Of 40 Years Live

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Robert Cray Band – 4 Nights Of 40 Years Live – 2CD+DVD/2CD+Blu-Ray/” LP – Provogue/Mascot

In effetti, a ben vedere, gli anniversari discografici sono sempre abbastanza vaghi, prendiamo il caso di questo peraltro bellissimo piccolo box dedicato a Robert Cray: da dove si parte a contare? Dalle prime apparizioni di Cray con band regionali assolutamente sconosciute ai più (lui nel video racconta che tutto iniziò nel gennaio 1974), però il primo album Who’s Been Talkin’? risale al 1980 e i primi riconoscimenti arrivano con Bad Influence del 1983! Certo, nelle varie brevi interviste che corredano la versione in DVD, Bonnie Raitt, Jimmie Vaughan, Eric Clapton magnificano il giovane Cray come una speranza del blues già dagli anni ’70, ma ho seri dubbi che lo conoscessero. Comunque sofismi e lamentele del vostro recensore a parte, questo 4 Nights Of 40 Years Live è una eccellente dimostrazione del perché il nostro sia sempre stato giustamente considerato uno dei “futuri del blues”, sin dalle sue prime apparizioni negli anni ’80. Keith Richards lo ha voluto nella house band per il film Hail! Hail!Rock’n’Roll su Chuck Berry, Clapton lo considera un suo pari e lo ho invitato spesso nei suoi Crossroads Guitar Festival, John Lee Hooker, Muddy Waters e B.B. King erano suoi amici ed estimatori, Buddy Guy ne esalta senza riserve le doti di chitarrista e cantante nel suo intervento nel video, dove appaiono anche alcune testimonianze sonore dal vivo del giovane Robert, con baffi e afro, nelle sue prime apparizioni al SFO Blues Festival di San Francisco del 1982, alle prese con versioni già da manuale del perfetto bluesman di T-Bone Shuffle e Too Many Cooks, con la sua Fender Stratocaster dal suono inconfondibile in bella evidenza, e una formazione con fiati, che ritorna poi per il concerto recente registrato a Los Angeles, prodotto da Steve Jordan, presente in un paio di filmati delle prove che aprono il DVD e nel concerto, con i musicisti che in giro in automobile raccontano episodi della carriera di Cray, integrati da vecchi interventi dello stesso Robert e poi da spezzoni tratti da un concerto per la televisione olandese nello spettacolo “Showdown” del 1987.

Se volete la sequenza esatta, l’ideale è ascoltare il doppio CD, ma il DVD ha comunque una immagine nitida, un suono perfetto e segue le evoluzioni di Cray e soci con dovizia di telecamere. Per l’occasione sul palco ci sono Richard Cousins, il suo bassista sin dai tempi dell’infanzia (va bene, facciamo dal ’79), il “nuovo” tastierista Dover Weinberg che era nella band nei primordi, dal 1974 al 1979 e il batterista Les Falconer che si alterna con Jordan sullo sgabello. Detto tutto questo ci possiamo tranquillante sparare una novantina di minuti di blues and soul dal vivo come solo Robert Cray sa fare: è pur vero che nella sua discografia in studio ci sono stati alti e bassi, comunque da quando è arrivato alla Provogue solo album eccellenti, ma in concerto il nostro amico è sempre stato una forza della natura e questo ennesimo disco Live è uno dei suoi migliori in assoluto. Shiver e Love Gone To Waste, presi dalle prove, danno subito una idea di quello che ci aspetta, poi seguono delle versioni da antologia di I’ll Always Remember You e di una intensa e sofferta Your Good Thing Is About To End, con la stupenda voce soul di Cray e la chitarra Fender dal suono cristallino e ricco di feeling, tecnica e forza, come il suo maestro e mentore Albert Collins gli ha insegnato,  ci deliziano come nel blues contemporaneo è difficile riscontrare. Le locations si susseguono, quattro diverse come ricorda il titolo, al Belly Up di Aspen arriva Kim Wilson dei Fabulous Thunderbirds per una versione fantastica della loro Wrap It Up, senza dimenticare che i musicisti impiegati ai fiati sono Trevor Lawrence, Steve Madaio e Tom Scott, non certo i primi che passano per strada https://www.youtube.com/watch?v=uuAf7lJFAD0 .

Tra gli ospiti, all’armonica appare anche il leggendario Lee Oskar dei War. Per inciso, come ricorda lo stesso Robert nelle interviste del video, ormai il nostro amico non è più un giovanissimo (62 anni compiuti all’inizio di agosto) e quindi oggi i giovani e le famiglie mostrano verso di lui la stessa deferenza che aveva il giovane Cray verso Buddy Guy & Junior Wells, Collins e gli altri grandi del Blues. Tornando al concerto Won’t Be Coming Home è una delle sue consuete blues ballads, ricche di soul e del suono limpido della sua chitarra, Smoking Gun, uno dei classici, viene dal concerto olandese, anche se il suono eighties fa un po’ a pugni con il lavoro ottimo della chitarra. Sittin’ On Top Of The World è quella con Lee Oskar all’armonica, una versione rispettosa ma ricca di fuoco https://www.youtube.com/watch?v=sORnx51VECA , mentre Two Steps From The World, molto bella, viene da Twenty, a conferma che il concerto va a pescare in tutta la produzione, nuova e vecchia, e non manca, con l’introduzione di Clapton che ricorda di averla incisa per August, Bad Influence, un brano che come puntualizza lo stesso Eric ha qualche parentela con il repertorio dei Dire Straits dell’epoca, gran bella canzone.

Altro classico di Cray, These Things, versione tirata e ad altissima densità chitarristica, prima di entrare nella fase finale con un trittico fantastico, Right Next Door (Because Of Me) viene da Strong Persuader, il suo album più celebre ed è una classica canzone tra soul e blues, tipicamente alla Robert Cray, chiamiamolo contemporary blues, con la solista che si lancia in saliscendi vorticosi di inarrivabile tecnica chitarristica, anche The Forecast (Calls For Pain) come These Things, viene da Midnight Stroll, e con i fiati sincopati ci rimanda a quel Memphis Soul & blues tanto amato dal nostro (Otis Redding un altro mito che Cray ricorda a tratti nel timbro vocale), infine, a chiudere, Time Makes Two, altra ballata che unisce i due amori di Robert Cray, la soul music e il blues, esecuzione fantastica, come peraltro in tutto il concerto https://www.youtube.com/watch?v=uuAf7lJFAD0 . Si dice spesso, ma per questa volta (non la sola) si può dire: imperdibile!

Bruno Conti

L’Ultimo Dei “Veri” Chitarristi Blues, In Gran Forma! Buddy Guy – Born To Play Guitar

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Buddy Guy – Born To Play Guitar – RCA/Silvertone/Sony

La foto di copertina è probabilmente un omaggio al suo “discepolo” Hendrix, mangiatore di chitarre, nel disco vengono ricordati due grandi che non ci sono più, come Muddy Waters B.B. King, e tutto il disco è incentrato sul suono di uno dei più grandi chitarristi che il Blues abbia mai prodotto, forse l’ultimo dei grandissimi ancora in vita, ora che BB ci ha lasciato. Buddy Guy, 79 anni compiuti il 30 luglio, il giorno primo della pubblicazione di questo Born To Play Guitar, quarto album di studio consecutivo prodotto dal bravo Tom Hambridge (oltre al Live del 2012), ennesima dimostrazione che se questi artisti vengono affidati ad un produttore capace sono ancora in grado di fare faville. Hambridge, oltre a produrre, suona la batteria, arrangia e compone gran parte del materiale di questo album, sceglie i musicisti, tutti eccellenti: Billy Cox al basso (un omonimo o l’originale?), Kenny Greenberg, Bob Britt, Rob McNelley Doyle Bramhall II, alle chitarre aggiunte, Tommy MacDonald, Michael Rhodes  e Glen Worf, che si alternano ancora al basso Kevin McKendree o Reese Wynans, alle tastiere, che sono coloro che Hambridge utilizza abitualmente nelle sue produzioni, oltre alle McCrary Sisters, alle armonie vocali. Ospiti speciali, Kim Wilson, Billy Gibbons, Joss Stone e Van Morrison. E il risultato è ancora una volta ottimo, come era stato per il precedente Rhythm And Blues di due anni fa http://discoclub.myblog.it/2013/07/25/buddy-guy-non-lascia-anzi-raddoppia-il-30-luglio-compie-77-a/, quasi 60 anni di carriera e 28 album di studio non hanno intaccato la voglia di Buddy Guy di fare buona musica blues!

Proprio Tom Hambridge, con l’aiuto di Richard Fleming, costruisce una sorta di piccola cronistoria autobiografica nella title-track, uno slow Chicago Blues di quelli duri e puri, dove Buddy racconta la sua vicenda di giovane virgulto nato a Lettsworth in Lousiana con le 12 battute già incorporate nelle sue vene, mentre Wear You Out è un poderoso boogie-rock-blues dove Guy, sempre in gran voce, e Billy Gibbons, un po’ meno, duellano però con le chitarre, nel pezzo del disco che più concede alle dinamiche del rock, ma quando ci vuole ci vuole, e qui i due fanno veramente sfracelli con le loro Stratocaster https://www.youtube.com/watch?v=hThlFYaUXds . Back Up Mama è un altro lento di quelli ad alta intensità con il nostro amico che gigioneggia e dispensa blues di gran qualità, spalleggiato dai musicisti citati sopra, tutti che si dannano l’anima per tenere botta ad un Buddy in gran spolvero, ottimi Bramhall e Wynans (o è McKendree?) al piano. Too Late è un  brano che porta la firma di Charles Brown e Willie Dixon, vecchio cavallo di battaglia di Little Walter, permette a Guy, grazie alla presenza di uno scatenato Kim Wilson all’armonica, di ricreare i vecchi duetti con Junior Wells. Whiskey, Beer And Wine, uno dei cinque brani co-firmati da Buddy Guy è un’altra poderosa costruzione sonora con la solista che dispensa sciabolate di blues, ma grazie alla precisa costruzione di Hambridge non è mai sopra alle righe, come in passato succedeva di tanto in tanto nei vecchi dischi. E anche Kiss Me Quick, il secondo duetto con Kim Wilson, è un perfetto esempio di come deve suonare il blues elettrico nel ventunesimo secolo https://www.youtube.com/watch?v=DYOkbVwkLuk : come lo si suonava sul finire anni cinquanta a Chicago con il grande Muddy.

Addirittura Crying Out Of One Eye, ancora con la firma Guy/Hambridge, e con l’aiuto di una sostanziosa sezione fiati, suona come un brano tratto dal vecchio Blues Jam At Chess registrato a Chicago con i Fleetwood Mac di Peter Green, un blues dove la chitarra è alla ricerca di sonorità lente e spaziali. Sempre a proposito di Chess Records, (Baby) You Got What It Takes, il duetto con una Joss Stone finalmente in grado di esprimere i suoi talenti in modo efficace e misurato, sembra un brano tratto dal vecchio repertorio di Etta James o ancor più Koko Taylor, con Hambridge che aggiunge un pizzico di genio nella trovata di aggiungere una sezione di archi https://www.youtube.com/watch?v=fYfWNYecvJA . In Turn Me Wild  Buddy Guy innesta il pedale wah-wah e lascia andare la sua solista in modalità più selvaggia, come solo lui sa fare, uno dei maestri della moderna chitarra elettrica, quello che ha insegnato a Jimi due o tre trucchetti su come si suona il blues, qui lo dimostra ancora una volta https://www.youtube.com/watch?v=c7yfVy0Fm24 . Crazy World, con la voce filtrata e carica di eco, sospesa su un tappeto di organo, e di nuovo con il wah-wah più atmosferico di Guy, ci illustra una ulteriore sfaccettattura di questo artista sempre in grado di variare il suo stile all’interno delle grande strade della musica del diavolo (o del Signore). Smarter Than I Was, altro brano autobiografico costruito ad hoc da Hambridge, mostra ancora una volta perché gente come gli Stones e Clapton idolizzano questo signore di quasi ottanta anni, una vera leggenda vivente, in grado di cavare dalla sua chitarra torrenti di note ribollenti, come se il tempo per lui si fosse fermato.

Negli ultimi tre brani è tempo di ricordare e commemorare: prima con una Thick Like Mississippi Mud che ricorda le folate elettriche anni cinquanta, anche con fiati, del suo vecchio datore di lavoro e maestro, quel McKinley Morganfield con cui Guy ha lavorato relativamente poco, apparendo però in alcuni degli album migliori del Muddy Waters inizio anni ’60, nello specifico Muddy Waters Sings Big Bill Broonzy e Folk Singer, due capolavori di equlibri sonori. Non c’entra quasi nulla con il resto a livello sonoro, in teoria, ma Flesh And Bone (Dedicated To B.B. King), il duetto con Van Morrison, è una ballata quasi celtic soul, tipica del rosso irlandese, cantata meravigliosamente da entrambi, con Buddy Guy che ricama arabeschi con la sua chitarra e i fiati e le McCray Sisters che aggiungono quello spirito cerimoniale tipico del miglior gospel, un omaggio sentito e realizzato con classe immensa, bellissima canzone. E anche la seconda dedica a Waters, una delicata e quasi acustica Come Back Muddy, si riappropria dello stile di Folk Singer con assoluta naturalezza e un pizzico di nostalgia, per concludere in gloria un album che si candida come uno dei migliori della carriera di Buddy Guy: signori, questo è il vero Blues, con la B maiuscola, è lui è veramente nato per suonare la chitarra!

Bruno Conti

L’Unione Fa La Forza! Mannish Boys – Wrapped Up And Ready

mannish boys wrapped up

Mannish Boys – Wrapped Up And Ready – Delta Groove Music

Questa volta il grande capo, Randy Chortkoff, il boss della Delta Groove, ma anche componente dei Mannish Boys, aveva detto: “semplifichiamo, riduciamo le cose ai fondamentali, diminuiamo le dimensioni del progetto e della band”. Purtroppo Finis Tasby, che ha avuto problemi di cuore a fine 2012, dopo avere partecipato alle registrazioni del precedente Double Dynamite http://discoclub.myblog.it/2012/06/16/una-sorta-di-mini-supergruppo-questo-si-che-e-blues-mannish/ , non ci sarà, quindi saremo solo in sei in studio, all’Ardent di Torrance, California. Questo quanto detto prima. Poi: che dite, invitiamo qualche ospite? Voi che pensate, quanti ce ne saranno, conoscendo la struttura dei precedenti sei album della band e viste le premesse? “Venti”, ce ne sono venti, li ho contati, ok, compresi cinque background vocalist, ma mi sembrano le “semplificazioni” dei governi italiani! Anche se i risultati danno ragione al capo. Siamo di fronte al solito grande disco di blues, non quelli timidi e molto, troppo, legati alla tradizione, ma bello tosto, con tutte le variazioni delle dodici battute ben presenti, grandi cantanti, solisti a chitarre, piano, armoniche, delle più svariate provenienze, con una netta preponderanza di artisti bianchi, anche se il cantante, Sugaray Rayford e una delle due chitarre soliste, Kirk Fletcher, sono neri. Ad ennesima dimostrazione del famoso assunto che “i bianchi non possono suonare il blues”, che fa il paio con “non ci sono più le mezze stagioni”, per quanto la seconda mi paia più attendibile.

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Sedici brani, 74 minuti e spiccioli di ottima musica, il classico suono Delta Groove, pulito e ben definito, che ti spara la musica direttamente in faccia, a cura di Chortkoff, questa volta aiutato da Jeff Scott Fleenor, belle canzoni, un misto di originali e cover pescate nello sterminato serbatoio del blues, e poi tutti gli ospiti, usati nel modo migliore, per creare un piccolo gioiellino destinato agli appassionati ma che può essere goduto anche da chi si avvicina con sospetto alle dodici battute, me li vedo già, che palle il blues! E invece, almeno in questo CD non c’è occasione per annoiarsi. Caron “Sugar Ray” Rayford viene dal gospel, ma in breve tempo è diventato uno dei migliori vocalist in circolazione, come dimostrato subito dall’ondeggiante e gagliarda I Ain’t Sayin’, firmata dall’ex bambino prodigio Monster Mike Welch, che rilascia una scarica di chitarrate di inaudita potenza, con Fred Kaplan al piano, e gli altri Mannish Boys che cercano più che contenerne l’irruenza di elevarla all’ennesima potenza. Everything’s Alright, un classico blues swingato di Roy Brown è più contenuta, con le chitarre di Nico Duportal e Kid Ramos in punta di dita, Willie J. Campbell al contrabbasso e non al basso elettrico e Ron Dziubla che aggiunge con i suoi sax una ulteriore patina vintage.

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Frank “Paris Slim” Goldwasser assume la guida del gruppo, voce e chitarra solista, per una propria composizione, Struggle In My Hometown, con il piano e il Wurlitzer di Rich Wenzel che donano una maggiore profondità e modernità ai continui cambiamenti di tempo del brano. Wrapped Up And Ready, la canzone, ancora firmata da Rayford, ci introduce ai talenti dell’armonica di Kim Wilson che duetta con la chitarra di Kirk “Eli” Fletcher, per un brano che ci riporta agli splendori dei primi Fabulous Thunderbirds https://www.youtube.com/watch?v=qPBAyRMyYak . It Was Fun, più lenta e rilassata, firmata da Chortkoff, è l’occasione per ascoltare l’ottimo lavoro della solista di Steve Freund, altro maestro del genere, mentre in I Can Always Dream, sempre del boss, niente ospiti, solo i Mannish Boys duri e puri, con Goldwasser impegnatissimo alla solista e i risultati si sentono, ottimo come sempre Sugar Ray. Candye Kane, con la sua chitarrista Laura Chavez al seguito, ci propone una salace rilettura della famosa I Idolize You firmata da Ike Turner, con Randy Chortkoff all’armonica, in una delle sue rare apparizioni in mezzo a tanti ospiti.

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You Better Watch Yourself non la conosco, ma è l’occasione per Chortkoff per introdurre una sua nuova scoperta, tale Jacob “Walters” Huffman, armonicista, un nome, una promessa, niente male. Però quando torna l’originale, Kim Wilson, ben spalleggiato da Welch, alle prese con una cover di Something For Nothing di Robert Ward, siamo dalle parti del Chicago Blues più osservante, con piano, fiati e tutto il gruppo in grande spolvero. Il capo si riserva una solo canzone https://www.youtube.com/watch?v=nF4woyfLB8M , Can’t Make A Livin’, dove conferma di non essere poi questo gran cantante, discreto armonicista, e quindi lascia spazio alla voce di Trenda Fox e alle chitarre di Fletcher e Welch, in modalità tremolo. The Blues Has Made Me Whole, di nuovo con e di Steve Freund, dà piena conferma al proprio titolo e vi pareva che in un disco di blues recente non ci fosse Bob Corritore? Ci sta, ci sta, con la sua armonica a spalleggiare Welch e il rientrante Rayford in una potente I Have Love, prima di lasciare il posto a Wilson per uno dei rari lenti del disco, Troubles; ottima anche la cover di She Belongs To Me un Magic Sam d’annata con Kid Ramos che sembra Peter Green. Don’t Say You’re Sorry con Goldwasser alla slide e alla voce è un’ulteriore variazione sul tema blues e la conclusiva, strumentale Blues For Michael Bloomfield, firmata da Fletcher è una occasione per tutti i chitarristi di lasciarsi andare in un sentito e bellissimo omaggio ad uno dei grandi dello strumento https://www.youtube.com/watch?v=G3FCtvr1aIk .

Bruno Conti

Brava Anche Lei, Altra Voce Di Classe! Cathy Lemons – Black Crow

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Cathy Lemons – Black Crow – Vizztone

Cathy Lemons non è una “giovane pischella del bigoncio” è una veterana (“Mistress of The Blues” recita il suo sito) che da oltre 25 anni si muove in quel territorio che sta tra Blues (principalmente), soul, rock, funky e un pizzico di gospel. Nella sua carriera ha cantato con Stevie Ray Vaughan, John Lee Hooker (già nel lontano 1987), Tommy Castro, Anson Fundeberbergh, con cui ha mosso i primi passi, Doug James e Volker Strifler che appaiono anche come ospiti in questo Black Crow, il terzo album della sua discografia.

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Definita una sorta di Howlin’ Wolf in gonnella e dalla voce vellutata e ipnotica, ma le iperboli sono all’ordine del giorno, soprattutto nella critica blues, direi che si tratta “semplicemente” di una brava cantante, tanto per avere una idea potremmo essere più o meno dalle parti di una Janiva Magness (forse non così brava, per onestà): nativa del Wisconsin, ma cresciuta musicalmente in Texas (dove ha conosciuto Funderburgh e SRV), la Lemons, già dalla seconda metà degli anni ’80 opera soprattutto nella Bay Area, San Francisco e dintorni. Anche la brava Cathy, come altre donne nel blues, pure la Magness appena citata, è stata una “late starter”: il primo disco, Dark Road è uscito nel 2000, quando di anni ne aveva già 42 (sempre dire l’età delle signore, per par condicio). Il secondo, Lemonace, esce nel 2010, poi ha sciolto la sua partnership musicale ed affettiva con il bassista Johnny Ace, che durava da 17 anni ed è iniziata la parte tre della sua carriera, con dolori d’amore e nella vita che sono spesso l’oggetto di canzoni struggenti e ricche di pathos: la nostra amica Cathy ne ha scritte sei per questo nuovo album, registrato con la sua nuova band che vede Stevie Gurr alla chitarra, Paul Olguin al basso (che ha lavorato con Maria Muldaur e Bonnie Raitt, altre due donne che trattano bene l’argomento), Theron Person  alla batteria, Kevin Zuffi alle tastiere, tutti bravi ma non particolarmente conosciuti, più Doug James al sax (dalla band di Jimmie Vaughan e dai Roomful Of Blues).

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Il risultato è un disco solido e piacevole, uscito da poco per la Vizztone, una etichetta che ultimamente ha pubblicato i lavori di Bob Corritore, Candye Kane, della Ruff Kutt Blues Band, Dave Riley, in passato Bob Margolin, che è uno dei fondatori della piccola casa, ed è una certezza in questo ambito musicale. Il suono è bello pimpante, come la voce, quindi si parte con una I’m A Good Woman, scritta da Kim Wilson, un bel errebì dal groove poderoso, con ritmica e gli interventi delle due chitarre e del sax che sostengono la voce sicura e grintosa della Lemons https://www.youtube.com/watch?v=eWPlwi88c_w . Ain’t Gonna Do It ha un’aria più country got soul, porta la firma di Kieran Kane ed è più rilassata della precedente ma sempre ben arrangiata, con armonica e chitarre che si dividono la scena, nell’arrangiamento molto memphisiano. La title-track, Black Crow, è una bella ballata quasi di stampo sudista, potrebbe ricordare certe cose à la Lynyrd Skynyrd o Gregg Allman, rarefatte ma ricche di atmosfera, con quei crescendo tipici delle migliori cose del genere https://www.youtube.com/watch?v=ycrCDnswEDE . Stevie Gurr si divide tra chitarra ed armonica, come nell’ottima Hip Check Mama, a tempo di boogie, dove tutta la band ci dà dentro di gusto e la Lemons arrochisce la sua voce, tra Raitt e Magness, per rendere più rovente il tono della canzone.

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Non manca uno slow super classico come You’re In My Town Now dove Cathy gigioneggia come richiesto dal tipo di canzone, con Gurr alla chitarra e Zuffi al piano che la istigano nel giusto modo. Notevole anche la cover di It All Went Down The Drain un brano di Earl King che riceve nuovamente quel trattamento country-soul, tra New Orleans e Memphis anche grazie alla chitarra slide di Volker Strifler, che aggiunge quel pizzico di pepe alle procedure, molto bella, come la precedente peraltro. The Big Payback è proprio quella di James Brown, e quindi vai col funky, chitarrina con wah-wah, voci femminili di supporto, il sax di Doug James, il piano, tutti perfetti nel titillare la Lemons, che ci mette del suo https://www.youtube.com/watch?v=qMtrS6n2hfI . I’m Going To Try è un’altra ballatona di quelle emozionanti, un poco Etta e un poco Janis, con chitarra, organo e sax che disegnano le loro linee per permettere la migliore resa alla voce di Cathy Lemons. Texas Shuffle, come da titolo, è un omaggio all’arte di SRV, un bel blues con la chitarra di Volker Strifler che pompa alla grande. Ancora le dodici battute in evidenza con The Devil Has Blue Eyes, un brano che riprende le leggende dei classici di Robert Johnson, solo voce, acustica ed armonica, usati con gusto e perizia, che sono i tratti più evidenti di questo bel disco. Un altro nome da tenere d’occhio, prendere nota!

Bruno Conti   

Altro Texano, Sono Ovunque! Jim Suhler – Panther Burn

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Jim Suhler – Panther Burn – Underworld Records

Jim Suhler, texano, 53 anni (è nato a Dallas alla fine del 1960) è un veterano di quella scena che sta a cavallo tra rock e blues: da quindici anni è il secondo chitarrista dei (Delaware) Destroyers di George Thorogood (quindi un sudista infiltrato), ma ha anche una sua band, i Monkey Beat, un power trio che è in pista dall’inizio anni ’90 http://www.youtube.com/watch?v=G8hYm3Lbu9w ed ha esordito con un eccellente Radio Mojo nel 1992 (forse l’ho anche recensito per il Buscadero ai tempi, non ho tenuto un archivio di tutti gli articoli, ma forse era un altro titolo, comunque ho già incrociato la mia penna con la sua chitarra). Eh sì, perché Suhler è un chitarrista di quelli tosti, profondamente influenzato, tra gli altri, dal corregionale Steve Ray Vaughan, con il quale non ha mai diviso il palco (secondo un aneddoto che racconta lo stesso Jim si sono incrociati solo una volta, quando Vaughan entrò nel negozio del padre di Suhler per farsi riparare l’orologio). Comunque che l’incontro sia avvenuto o meno, già dagli anni ’80 il nostro amico calcava i palcoscenici del Texas con gente come Bugs Henderson, Anson Funderburgh, Jimmie Vaughan, Rocky Hill, se ve lo state chiedendo, sì, è il fratello di Dusty, il bassista degli ZZ Top, altra grande influenza, con Rory Gallagher, Led Zeppelin, Allman Brothers, tutta gente la cui musica si sente riverberarare in quella di Jim Suhler, ma ne parliamo tra un attimo, “sfogliando” il disco http://www.youtube.com/watch?v=rBxNj5FfMec .

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Oltre che con Thorogood, Suhler ha collaborato a livello discografico con Alan Haynes (in questo caso nessuna parentela, almeno credo, con Warren), Elvin Bishop, Joe Bonamassa, Buddy Whittington, tutta gente “bravina”! Questo Panther Burn però non è a nome dei Monkey Beat, ma come solista. Cosa diavolo è “panther burn”? Dalla copertina si direbbe una marca di whiskey fatta in casa, ma secondo il titolare dell’album dovrebbe essere il nome di una piccola cittadina lungo il Mississippi: altro luogo fisico e della fantasia, che influenza molto la musica del buon Jim. Che, forse non l’ho detto, è anche un ottimo produttore, come testimonia il suo lavoro con il bravissimo Jason Elmore e i suoi Hoodoo Witch, di cui Suhler ha prodotto l’esordio Upside Your Head ed è stato il supervisore per il secondo, Tell You What http://discoclub.myblog.it/tag/jason-elmore/ . Poteva mancare il suddetto per un pirotecnico duetto nella micidiale Between Midnight And Day, il brano dove le influenze di Led Zeppelin, ZZ Top, ma anche Deep Purple e dei contemporanei Black Crowes scorrono più fluenti? Certo che no? Ed infatti i due ci danno dentro di brutto in quel pezzo, con le chitarre usate come si dovrebbe nel miglior rock-blues http://www.youtube.com/watch?v=izrrdKch3UM !

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Tom Hambridge aveva prodotto il precedente Tijiuana Bible (quello dove appare anche Bonamassa) http://www.youtube.com/watch?v=tcKASk8DwMs , mentre per questo Panther Burn ha fatto tutto Suhler, produzione, autore dei brani, bassista quando serve, e, naturalmente, chitarra solista di rara varietà sonora. Il disco, ad un primo ascolto, mi era parso che non decollasse subito, invece direi che il posizionamento dei brani è voluto, per creare un giusto crescendo, tra picchi e vallate sonori, momenti più tranquilli, attimi strumentali, in definitiva un disco assai riuscito, non solo per amanti della chitarra nuda e cruda http://www.youtube.com/watch?v=7xFO74sPIZI . Dalla title-track che mescola con maestria elementi blues classici come la slide ricorrente, ad altri più tipicamente rock grazie all’organo di Tim Alexander e alla batteria cadenzata di Beau Chadwell che conferiscono un’atmosfera vagamente tra lo swamp e i migliori pezzi rock dell’appena citato Bonamassa, con tanta chitarra, ovviamente. I Declare è un classico blues, con l’armonica dell’ottimo Kim Wilson ad aumentarne la credibilità, anche se il pianino a tempo di shuffle del bravo Alexander per certi versi mi ha ricordato alcune delle cose più canoniche del grande Rory Gallagher, uno molto stimato dai musicisti americani, per esempio anche Jason Elmore è un adepto.

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Across The Brazos ha un bel tiro blues, riff alla Spoonful di claptoniana memoria, un organo “trattato” a spalleggiare la solista di Suhler, una slide che fa capolino, ancora l’ottimo Alexander in evidenza, questa volta pure alla fisarmonica e al piano, per un suono molto composito e poi il “solito” assolo di chitarra che non può mancare. Leave My Blues Behind, con l’altro organista Shawn Phares e un paio di fiati aggiunti, ha una costruzione sonora molto swingata ma mi ha ricordato anche certe sonorità del British Blues, tipo Bluesbreakers o i Fleetwood Mac di Peter Green, anche per la voce di Suhler che li ricorda vagamente. I see you è uno dei brani più complessi (dedicata alla figlia Brittany, scomparsa in un incidente d’auto nel 2002), con una costruzione che oscilla tra il jazzato ed il modale e che ricorda la Butterfield Blues Band di Bloomfield o i Groundhogs di Tony McPhee, con slide acustiche ed elettriche orientaleggianti, interessante, a conferma della notevole varietà di temi proposti in questo CD. Remember Mama è uno strumentale principalmente acustico, ma con chitarre elettriche, tastiere, viola e percussioni aggiunte che danno un’aria sognante al pezzo che oscilla tra psichedelia gentile e prog-rock classicheggiante.

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Texassippi, già dal titolo, è una riuscita fusione tra country texano e blues acustico del Delta, eseguita alla perfezione, mentre Sky’s Full of Crows ribalta ancora i tempi, sembra un pezzo degli Allman Brothers di Brothers And Sisters, country, southern rock, una slide insinuante, un bel organo, la solista molto “Bettsiana”, tutti frullati insieme con grande abilità da Suhler che mantiene anche, come produttore, una notevole chiarezza nel suono, mai troppo sopra le righe. L’unica concessione è la già citata Between Midnight and Day, dove viene dato libero sfogo alla ferocia più sana dell’hard-rock migliore. Dinosaur Wine è un country-boogie-rock, con pianino e slide ad inseguirsi continuamente, reminiscente dell’Alvin Lee più dedito al R&R, Amen Corner è una intramuscolo di meno di un minuto, solo organo e chitarra e fa da introduzione al gospel blues di All God’s Children (Get The Blues Sometimes) che tiene fede al proprio nome, una seconda voce femminile (la brava Carolyn Wonderland) alle spalle di quella sempre godibile di Suhler (molto bene anche come cantante in tutto l’album), più Ray Benson degli Asleep At The Wheel e tutti i salmi finiscono in blues. Jump Up, Sister con tanto di finto fruscio del vinile aggiunto è della famiglia roots rock, con due chitarre malandrine e il lavoro di Alexander a completarsi in modo perfetto. Conclude la poderosa Worlwide Hoodoo, uno di quei pezzi rock fiammeggianti che ti fanno godere, chitarra a manetta, organo e via andare!

Non voglio darvi l’impressione che si tratti di un capolavoro (anche se siamo decisamente sopra la media), però è un disco estremamente ben fatto e piacevole di musica rock (e blues), destinato ai forti consumatori della nostra musica e quindi a loro consigliato, però se qualcuno vuole provare…

Bruno Conti

E Anche Questa “Canta”! Ursula Ricks – My Street

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Ursula Ricks – My Street – Severn Records

Il suo nome è Ricks, Ursula Ricks, viene da Baltimora, Baltimore per gli americani, una importante città fluviale del Maryland, nel nord-est degli States, una delle più “antiche”, sede di una importante Università, la John Hopkins, musicalmente è la patria di gente come Frank Zappa, Philip Glass, Billie Holiday (ma solo come città adottiva, negli anni dell’infanzia, è nata a Filadelfia), quindi non una scena musicale attivissima. Perché vi dico tutto questo, se non c’entra con il resto? Perché un incipit è importante, attira il lettore verso quello che è il contenuto successivo. In effetti, a ben guardare, un ulteriore nesso con Ursula Ricks c’è, Annapolis, dove è stato registrato il disco per la Severn (che è anche il nome del fiume della città, fine della lezione di geografia), è la capitale del Maryland.

Proprio la Severn, ultimamente, si sta segnalando come una delle etichette più attive ed interessanti della scena indipendente blues & soul americana: tra i loro progetti recenti, l’ottimo ultimo album di Bryan Lee, di cui vi ho parlato nei mesi scorsi, l’ultima fatica dei Fabulous Thunderbirds, la doppia antologia di Alan Wilson ed ora questo My Street che segna l’esordio di Ursula Ricks. Dopo oltre venti anni di attività nei locali con il suo Ursula Ricks Project, un gruppo dedito all’interpretazione di cover soul, R&B e blues, la nostra amica, non più giovanissima, pubblica il suo primo album di materiale originale (con solo un paio di cover), un po’ come era successo per Charles Bradley (visto dal vivo di recente, è veramente bravo) pochi anni orsono. Magari la Ricks è un poco più giovane, ma lei e i suoi amici “paciarotti” del progetto, come potete vedere da molti video che si trovano in rete, è una notevole interprete di musica nera: presenza scenica, gran voce, bassa, risonante e potente, feeling a tonnellate.

Quelli della Severn le hanno messo intorno la loro house band, più alcuni ospiti di spicco e voilà, ecco questo piacevole e trascinante My Street, un disco di funky blues, se così vogliamo definirlo. Producono Kevin Anker, anche alle tastiere, Steve Gomes, pure al basso e il boss, David Earl, gli arrangiamenti di fiati ed archi sono del grande musicista di Chicago Willie Henderson, lo stesso team di Bryan Lee, ed i risultati sono eccellenti. Dal vigoroso blues iniziale, Tobacco Road (non quella famosa, un caso di omonimia), con Kim Wilson ospite all’armonica e Johnny Moeller alla chitarra, peraltro presente in tutto il disco, che con l’aggiunta del veterano Rob Stupka alla batteria garantiscono un sound bluesy alle procedure, che però spesso e volentieri virano verso motivi soul ed errebì veramente sanguigni. Come ad esempio nella ballata soul Sweet Tenderness dove la vociona espressiva della Ricks (che, modestamente, ringrazia l’Universo (!) per i suoi talenti, nelle note) assume quasi delle tonalità alla Nina Simone (una che ha fatto un disco intitolato Baltimore, per i corsi e ricorsi della vita), carezzata dagli archi e dai fiati di Henderson e dalle deliziose armonie vocali di Christal Rheams e Caleb Green, sembra un brano di Al Green o di Isaac Hayes del primo periodo. Mary Jane non sembra, è proprio una cover di una canzone di Bobby Rush, funky e ritmata il giusto, con un basso sinuoso, la chitarra di Moeller che fa lo Steve Cropper della situazione e tutto il gruppo che gira alla grande.

Sempre il giusto ritmo anche nella title-track My Street che ci permette di gustare appieno la vocalità della Ricks. Che è ancora più avvolgente in Due, un altro dei brani dove archi e fiati, più l’organo di Anker contribuiscono a creare quel mood raffinato à la Stax anni d’oro, Mike Welch, un altro degli ospiti nell’album, ci piazza un assolo dei suoi. E si ripete nella decisamente più bluesata Right Now dove lui e Moeller si scambiano licks chitarristici di gran classe intorno alle evoluzioni vocali della brava Ursula. The NewTrend ha di nuovo quell’afflato soul Staxiano se mi passate il termine, ma quello degli anni ’70, meno ruspante e più raffinato. Make Me Blue, di nuovo con le raffinate traiettorie orchestrali di Henderson, ha un qualcosa del miglior Barry White, quello “soffice” pre-disco, con chitarrine e fiati che colorano la performance vocale di gran qualità della Ricks. Che si ripete ancora alla grande in un brano come Just A Little Bit Of Love, che ti fa esclamare Curtis Mayfield ancora prima di avere letto l’autore del brano, bellissima e con una nota di merito ancora per Johnny Moeller che con la sua chitarra wah-wah pennella un sound vecchio stile di gran classe. Di nuovo Moeller sugli scudi nella ondeggiante What You Judge, ma tutto il gruppo suona come un orologio di marca, preciso e puntuale intorno alla vocalità corposa di Ursula Ricks, una veramente brava e meritevole di essere scoperta, se ne avete voglia segnatevi il nome!                                              

 Bruno Conti