L’ex Bambino Prodigio Del Blues Conferma Il Suo Talento! Ryan Perry – High Risk, Low Reward

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Ryan Perry High Risk, Low Reward –  Ruf Records

Alzi la mano chi di voi si ricorda il nome di Ryan Perry? Io in particolare lo ricordo perché una dozzina di anni fa avevo recensito il debutto della Homemade Jamz Blues Band Pay Me No Mind, uscito appunto nel 2008 per la NorthernBlues Music: si trattava dell’opera prima di questo trio di fratelli che veniva da Tupelo, Mississippi, in cui il più “vecchio” era proprio Ryan, che di anni ne aveva 16, e cantava e suonava la chitarra, mentre il fratello Kyle che suonava il basso ne aveva 14 e la sorella Tanya, la batterista, ben 9 (!!). Ma i tre erano già veramente bravi, il disco aveva una freschezza invidiabile, e anche i suoni erano comunque per certi versi “contemporanei”, con Ryan che suonava una muffler guitar, “fatta in casa”, assemblandola utilizzando pezzi di marmitta recuperati da vecchie automobili Ford, che contribuivano a quel sound ruvido e crudo figlio del blues più genuino.

Ryan era in possesso di una bella voce già allora, e oggi è anche migliorata, dopo una dozzina di anni on the road, migliaia di concerti più o meno fino al 2015 (ma il gruppo dovrebbe essere ancora in attività) e tante apparizioni a fianco di nomi importanti (non ultima quella nel disco tributo a Chuck Berry di Mike Zito)! Il contratto da solista per la Ruf (che se la batte con la Mascot/Provogue per chi mette sotto contratto o “arraffa” più chitarristi) gli ha permesso di acquistare una Gibson Les Paul nuova fiammante, con la quale appare sulla copertina dell’esordio High Risk, Low Reward, dove forse di rischi ne hanno corsi pochi, ma le ricompense per gli ascoltatori sono peraltro molteplici: il suono molto professionale a tratti entra in una comfort zone fin troppo rassicurante, ma d’altra parte ci sono alcuni brani dove Ryan scatena tutta la potenza di suono del suo stile spumeggiante e ricco di feeling e tecnica. Prendiamo la versione fantastica del classico del blues Evil Is Going On di Howlin’ Wolf via Willie Dixon, una cover “hendrixiana”, dove Perry innesta il pedale del wah-wah e non prende prigionieri in una rilettura gagliarda che sono sicuro Jimi avrebbe approvato, cantata con voce scura e potente, sostenuto dalla sezione ritmica guidata dal bassista Roger Inniss, che è anche il produttore del disco, mentre dietro la batteria siede la giovane e brava batterista inglese Lucy Piper, rodata da alcuni Blues Caravan dell’etichetta Ruf.

Per il resto si spazia in tutte le gradazioni del Blues: da quello raffinato e ricercato della fluida Ain’t Afraid To Eat Alone dove la solista scorre che è un piacere, in modo sinuoso e con retrogusti jazzy, mentre Homesick vira verso un funky lite anni ‘70, sempre suonato con grande padronanza anche se un po’ di maniera. Anche Pride ha questo approccio laidback e pigro, tra blue eyed soul e derive pop, con la chitarra che comunque cerca di vivacizzare il tutto; A Heart I Didn’t Break è più mossa e incalzante sempre “moderna” e con spunti più rock. Estremamente piacevole anche la cover di Why I Sing The Blues, il classico di B.B. King dove si coglie qualche analogia anche con il Gary Clark Jr. più spensierato, benché a tratti manchi un po’ di nerbo, One Thing’s For Certain introduce qualche elemento R&B su una base rock, il tutto cantato e suonato in modo eccellente, ma non mi convince appieno.

High Risk, Low Reward è viceversa uno dei brani più convincenti, grintoso e carico, con una atmosfera sospesa e minacciosa e folate di chitarra distorta e cattiva, Changing è una ballata solenne, quasi notturna, con un lavoro di fino della solista che però non decolla del tutto, lasciando alla lancinante Oh No il compito di esplorare le 12 battute più classiche in un intenso crescendo che ci porta ad un breve assolo di buona fattura. Del brano di Howlin’ Wolf abbiamo detto, manca per concludere il CD un altro brano potente come Hard Times che va a toccare le contraddizioni e le sfide dei tempi duri dell’America di oggi, e qui Perry lascia andare di nuovo la potenza della sua Gibson. Consigliato, sia pure con qualche piccola riserva espressa nella recensione, comunque uno bravo!

Bruno Conti

Una Serata Blues Speciale A Londra Nel 2009. Gary Moore – Live From London

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Gary Moore – Live From London – Mascot/Provogue – 31-01-2020

Al 31 gennaio 2020 (pare posticipata al 7 febbraio all’ultimo momento in alcuni paesi) è prevista l’uscita di Live From London, ennesimo disco dal vivo postumo dedicato a Gary Moore. Non ricorre nessuna evenienza particolare: il musicista irlandese era nato a Belfast il 4 aprile del 1952, ed è morto a Estepona,una località di vacanza vicino a Malaga, in Spagna, il 6 febbraio del 2011, per un infarto, probabilmente causato dalla fortissima quantità di alcol ingerita nel corso della serata precedente (gli è stata trovata nel sangue una percentuale letale di alcol pari al 3,8%). Nel corso degli anni sono già usciti alcuni album postumi dal vivo di Moore: penso all’ottimo Blues For Jimi, uscito nel 2012 e relativo ad un concerto del 2007, una serata speciale dedicata ad tributo alla musica di Hendrix https://discoclub.myblog.it/2012/09/12/due-grandi-chitarristi-al-prezzo-di-uno-gary-moore-blues-for/ , e nel 2011 era stato pubblicato Live At Montreux 2010, con  la registrazione di una data del luglio 2010, la più recente rispetto alla data della sua scomparsa https://discoclub.myblog.it/2011/10/22/un-ultimo-saluto-gary-moore-live-at-montreux-2010/ , tutte della sorte di one-off, serate speciali, come anche questo Live From London, un evento organizzato dalla emittente radio Planet Rock, con una attenzione speciale riservata al materiale blues, pur non mancando alcuni brani dall’ultimo album di studio del 2008 Bad For You Baby, e la classica Parisienne Walkways in chiusura del set di 13 brani.

Ovviamente, e parlo per me, questo è il repertorio di Gary Moore che prediligo, ma il chitarrista ha fans sparsi per il mondo che amano anche il suo repertorio più robusto, diciamo pure hard-rock. La tecnica non si discute, ma dal 1990 della “conversione”, o del ritorno al blues, il nostro ha realizzato una serie di album eccellenti, inframmezzati ad altri più scontati: qui siamo di fronte al suo lato migliore. Aiuta anche il fatto che la serata si sia svolta alla 02 Academy di Islington, una venue più raccolta ed accogliente rispetto ad arene e palazzetti, quindi più adatta al tipo di repertorio. Non ho ancora informazioni precise sulla formazione, ma visto che si tratta del Bad For You Baby World Tour, e si sente chiaramente la presenza di un tastierista, azzardo Vic Martin a piano e organo, Pete Rees al basso e Sam Kelly alla batteria: partenza sparatissima con una poderosa Oh Pretty Woman, con potenti sventagliate della Gibson di Moore, versione gagliarda ma di ottima fattura, Bad For You Baby e Down The Line sono due dei brani nuovi  tratti dall’album in promozione, entrambe sempre tirate ma senza esagerazioni o “durezze” fuori luogo, la seconda veloce e compatta con chitarra ed organo ad interagire con le scale velocissime della solista di Gary in primo piano.

A questo punto parte la sezione blues, già inaugurata dalla cover di Oh, Pretty Woman di Albert King, da After Hours arriva l’omaggio a B.B. King, che appariva anche nel CD originale, con una solida e pungente Since I Met You Baby, seguita da un uno-due strepitoso dedicato al primo album di Mayall con i Bluesbreakers, prima una lunga e fluente Have You Heard, con la chitarra che improvvisa in grande libertà, e poi l’altrettanto classica All Your Love di Otis Rush, con il suo riff inconfondibile e le continue accelerazioni, grande lavoro nuovamente di Moore alla solista, e anche eccellente interpretazione vocale di Gary, brillante nel corso di tutta la serata. Seguono altre due canzoni dal disco del 2008, Mojo Boogie di JB Lenoir, dove il nostro mette in mostra anche la sua destrezza nell’uso del bottleneck, e una fantasmagorica versione di quasi 12 minuti di I Love You More Than You’ll Ever Know, il celebre slow blues scritto da Al Kooper per il primo album dei Blood, Sweat And Tears,  poi interpretato da Donny Hathaway e da decine di altri artisti, in anni recenti da Joe Bonamassa e Beth Hart, sia in studio che dal vivo, grande prestazione di Moore alla solista in una serie di assoli da sballo.

Di Too Tired, un brano di Johnny Guitar Watson, ricordiamo delle notevoli versioni con Albert Collins, sia in Still Got The Blues come nel Live At Montreux, uno shuffle dalla grande carica, e non manca neppure la title track del suo album più famoso, la splendida blues ballad Still Got The Blues (For You), prima di chiudere il concerto con una trascinante Walking By Myself. I due bis prevedono la pimpante e coinvolgente The Blues Is Alright, una dichiarazione di intenti  verso il suo grande amore per le 12 battute, e infine Parisieenne Walkways, la canzone scritta insieme al suo grande amico Phil Lynott, la lirica, struggente e malinconica ballata dedicata  al padre di Phil e alla Parigi del dopoguerra, caratterizzata da un lungo e lancinante assolo dove Moore tira le note fino all’inverosimile. Veramente un bel concerto che rende ancora una volta merito alla bravura e alla classe del musicista nord-irlandese. Esiste anche una edizione speciale cartonata del disco, con quattro plettri, due sottobicchieri personalizzati, un adesivo ed una cartolina, però mi sembra una cosa per feticisti.

Bruno Conti

Una Dichiarazione Di Intenti Sin Dal Titolo: A “Sorpresa” Un Eccellente Disco! Peter Frampton Band – All Blues

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Peter Frampton Band – All Blues – Universal Music Enterprises

Sono passati quasi 50 anni (anzi sono cinquanta proprio quest’anno) dall’uscita del primo album degli Humble Pie (celebrata recentemente anche su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2019/03/25/humble-pie-la-quintessenza-del-rock-agli-inizi-e-poi-un-lungo-lento-declino-parte-i/ ), e per l’occasione Peter Frampton torna al blues, sempre condito da una forte componente rock, ma nell’occasione, visto che si tratta di un album incentrato quasi completamente su una selezione di famosi standard delle 12 battute, ancora più rigoroso, almeno nella scelta del materiale. L’album è attribuito alla Peter Frampton Band, ovvero Adam Lester (seconda chitarra/voce), Rob Arthur (tastiere/chitarra/voce) e Dan Wojciechowski (batteria), nomi direi non celeberrimi, ma…ci sono alcuni ospiti, per certi versi anche sorprendenti, come Kim Wilson, Larry Carlton, Steve Morse e Sonny Landreth, e il risultato mi sembra quello del miglior disco di Peter Frampton, da molto tempo a questa parte, magari con l’eccezione di qualche CD dal vivo celebrativo. Il nostro amico non ha più quei bei boccoli vaporosi che erano un suo tratto distintivo, ma non ha perso il tocco eccellente alla solista, tocco che ne aveva fatto uno dei chitarristi più gagliardi in ambito rock-blues, e pure con le migliori cifre di vendita, grazie all’ottimo Peter Frampton Comes Alive, multidisco di platino con oltre undici milioni di copie vendute, ma poi anche con una serie di altri buoni dischi, soprattutto negli anni ’70.

Ma bando alle nostalgie, anzi forza con la nostalgia, visto che questa volta è per una buona causa, il blues, che sembra essere uno dei generi che stranamente (e per fortuna) non passa mai di moda: I Just Want To Make Love To You era uno dei cavalli di battaglia di Muddy Waters e Etta James, ma l’hanno incisa decine di altri artisti, in ambito rock-blues per esempio i Foghat, e Frampton, nel presentare il disco, ha ricordato che la sua passione per i brani blues è stata rivitalizzata anche dal fatto di averne suonati una manciata a serata, nel recente tour insieme alla Steve Miller Band. La versione del brano appena ricordato si situa giusto al crocevia tra quella classica di Waters, grazie anche alla presenza di Kim Wilson all’armonica, e un suono più grintoso e vicino al rock, in ogni caso una versione sapida e potente, con la ritmica sul pezzo, le tastiere ben inserite, la voce di Peter che si è irrobustita con il passare degli anni e la chitarra che lavora di fino ma anche di forza su uno dei riff più celebrati del genere. She Caught The Katy è è uno standard scritto da Taj Mahal e Yank Rachell, che ricordiamo anche nella versione dei Blues Brothers, la parafrasi (mi è scappato) di Frampton, con la chitarra molto impegnata in continui soli e rilanci, mi ha ricordato, per strane associazioni di idee, un sound alla Jeff Healey, ma anche con rimandi a certo southern rock di qualità, mentre Georgia On My Mind non si può certo definire uno standard blues, o meglio uno standard lo è di certo, e giustamente non potendo misurarsi con la versione di Ray Charles, Frampton decide saggiamente di trasformarlo in una ballata strumentale suadente e struggente, con la sua chitarra che confeziona un assolo dove tecnica e feeling vanno a braccetto con gusto sopraffino, grande assolo.

Can’t Judge A Book By The Cover in origine era stata scritta da Willie Dixon per Bo Diddley, poi negli anni, dai Cactus in giù, è diventato un must anche per i rockers, il nostro amico decide quindi di unire il riff e il drive alla Diddley con un sound più muscolare e tirato, con grande lavoro di slide che ricorda un poco i suoi trascorsi negli Humble Pie; Me And My Guitar, se la memoria non mi inganna era un pezzo di Freddie King, un altro brano ricco d vigore, con la chitarra di Frampton sempre in grande spolvero, a conferma che il tocco magico non si perde con il trascorrere degli anni, ragazzi se suona. E che dire di una ricercata e soave traccia strumentale come All Blues, tutta tecnica e tocco, un duetto jazzato dove Frampton rivaleggia con Larry Carlton a chi è più raffinato nel trattare questo classico di Miles Davis, entrambi ben spalleggiati dal piano di Arthur; eccellente anche la rilettura di The Thrill Is Gone, una fantastica versione di questa meraviglia di B.B. King, rispettosa il giusto, ma con Frampton (ottimo anche a livello vocale) e Sonny Landreth a scambiarsi licks e soli di chitarra con una fluidità quasi disarmante.

E in Going Down Slow, il duetto con Steve Morse, l’atmosfera si fa più rovente, sempre senza esagerare e trasformare il tutto in caciara, le chitarre ci danno dentro alla grande, ma il suono rimane chiaramente e decisamente ancorato al miglior blues elettrico, quasi rigoroso nel suo dipanarsi, con Peter e Chuck Ainlay, che hanno prodotto il disco negli studi Phoenix di Frampton a Nashville, optando per un tipo di suono molto caldo e ben delineato. Altro omaggio a Mastro Muddy in una vibrante I’m A King Bee, la quintessenza del Chicago Blues, anche se forse per l’occasione manca un poco di nerbo, ma è un parere personale e comunque il breve ritorno della chitarra in modalità talk box (giusto un assaggino in ricordo di Show Me The Way) giunge quasi a sorpresa, potremmo dire “Show Me The Waters  https://www.youtube.com/watch?v=NaeNQifZp5I . Gran finale con un altro super classico di Freddie King, la magnifica  ballatona Same Old Blues, suonata quasi alla Clapton https://www.youtube.com/watch?v=EuU1hwJkBRU , con la chitarra che viaggia fluida che è un piacere, ottimo finale per un album veramente bello ed inaspettato, e che mi sento di consigliarvi caldamente.

Bruno Conti

Non “Solo” Una Ristampa, Un Piccolo Tesoro Ritrovato E Potenziato. Roy Buchanan – Live At Town Hall

roy buchanan live at town hall

Roy Buchanan – Live At Town Hall – 2 CD Real Gone Music

Come chi legge questo blog avrà sicuramente notato, leggendo i vari Post dedicati ad alcuni album, più o meno ufficiali, pubblicati negli ultimi anni, https://discoclub.myblog.it/2016/01/02/dal-vivo-raro-formidabile-roy-buchanan-lonely-nights-my-fathers-place-1977/ e https://discoclub.myblog.it/2017/04/02/sempre-piu-raro-formidabile-e-sconosciuto-anche-a-quasi-30-anni-dalla-morte-roy-buchanan-telemaster-live-in-75/, il sottoscritto considera Roy Buchanan uno dei più grandi chitarristi che abbiano mai graziato l’orbe terracqueo e i suoi palchi e studi di registrazione, sin dalla nascita del R&R (infatti le sue prime registrazioni risalgono addirittura al 1957), meritandosi gli appellativi, entrambi meritati per diversi ragioni, di “Master Of The Telecaster” e di essere “il più grande chitarrista sconosciuto del mondo”. Se volete approfondire andate a rileggervi le varie recensioni che gli ho dedicato e quindi entriamo direttamente nei contenuti di questo splendido Live A Town Hall, non prima comunque di una breve premessa. La carriera solista di Buchanan, dopo una lunghissima carriera di sideman, tracciata, almeno negli anni iniziali in https://discoclub.myblog.it/2016/08/24/completare-la-storia-roy-buchanan-the-genius-of-the-guitar-his-early-recordings/ e da varie frequentazioni, anche con Jimi Hendrix, che condurranno ad inizio anni ’70 ad un contratto con la Polydor ed a essere tra i papabili ad entrare negli Stones a sostituire Mick Taylor: i primi quattro album di studio, soprattutto il secondo e il terzo, entrambi pubblicati nel 1973, cementano la sua reputazione e molti colleghi lo citano come un influenza, Jeff Beck, Gary Moore, Danny Gatton, Arlen Roth, Jerry Garcia e svariati altri, ed è proprio con l’album che doveva concludere il suo contratto con la Polydor, Live Stock, che Roy Buchanan realizza il suo miglior disco e anche quello di maggior successo.

Registrato nel novembre del 1974 alla Town Hall e pubblicato l’anno dopo, il disco avrebbe dovuto essere un doppio dal vivo, ma l’etichetta preferì pubblicare un singolo album, comunque formidabile, con soli sei brani tratti da quella serata, più uno registrato all’Amazingrace Coffeehouse, di  Evanston (IL), invece dei due set completi che contavano su ben 21 brani. A distanza di oltre 40 anni da quell’evento la Real Gone Music ha affidato la produzione di questa ristampa a Bill Levenson, uno dei maggiori specialisti nel lavoro di recupero e rimasterizzazione di album classici (tra gli artisti che hanno usufruito del suo lavoro Cream, Eric Clapton, Allman Brothers, B.B. King, giusto per citarne alcuni) che ha fatto un lavoro splendido nel restaurare le due differenti esibizioni di quel fatidico 27 novembre del 1974 a New York. Nella ottima band che accompagna Buchanan, oltre a Malcolm Lukens alle tastiere, John Harrison al basso e Ronnie “Byrd” Foster alla batteria, spicca un giovane Billy Price ala voce solista, di cui di recente vi ho magnificato l’ultimo album in studiohttps://discoclub.myblog.it/2018/07/24/cantanti-cosi-non-ne-fanno-piu-billy-price-reckoning/ .

Il primo CD si apre con un poderoso R&R firmato dallo stesso Roy, una scintillante Done Your Daddy Dirty, un brano strumentale dove Buchanan comincia a scaldare la sua Telecaster a furia di riff e brevi assoli, con quello stile unico e impossibile da imitare con la chitarra che inizia a seguire quelle sue traiettorie sonore ai limiti dell’umano, segue Reelin’& Rockin, swingata e brillante, cantata in modo brillante da Price, un altro strumentale delizioso come la sinuosa Hot Cha, tra rock e soul, e poi ancora la sua versione eccellente di Further On Up The Road, un classico di Clapton, ma sentite come la fa il nostro amico. A questo punto del  concerto arriva uno dei suoi cavalli di battaglia assoluti Roy’s Bluz, che come i tre precedenti era nel Live Stock originale, nella stessa sequenza, un blues lento eccezionale, preceduto da un breve cantato di Buchanan, che, diciamolo, era un cantante francamente scarso, ma sentite come suona la sua solista, quasi posseduto da un’altra entità, con scale musicali impossibili, sonorità lancinanti, miagolii, strepiti e fragori chitarristici che fanno rizzare i peli sulla nuca (degli altri colleghi) e un crescendo sonoro fenomenale, otto minuti di pura magia, sentire per credere. E anche la successiva Can I Change My Mind, per usare un eufemismo, non è niente male, un glorioso R&B cantato splendidamente da Price, prima di arrivare alla sua versione di Hey Joe di Jimi Hendrix, che non era nell’album originale, una rilettura colossale, Buchanan è stato uno dei pochissimi, forse l’unico che poteva suonare i brani di Jimi. (quasi) meglio dell’originale, anche perché era arrivato alle stesse soluzione sonore, in particolare l’uso forsennato del wah-wah, quasi contemporaneamente al mancino di Seattle, che peraltro ammirava e rispettava.

Un attimo per riprenderci con la leggera Too Many Drivers e poi si riprende alla grande con un’altra rilettura quasi criminale e illegale nella sua bellezza, Down By The River di Neil Young, un fiume di note in un crescendo inarrestabile e dolcissimo che probabilmente, forse, supera pure  l’originale del canadese, anche per il cantato veramente ispirato di Price, altri nove minuti memorabili. E che dire di I’m A Ram, presente nel Live Stock originale, altro blues-rock lancinante dal repertorio di Al Green, la suadente In the Beginning, un altro strumentale, quasi alla Santo & Johnny, quasi, e per concludere il primo dischetto un altro lentone veramente splendido e raffinato come Driftin’ & Driftin’, sempre costruito intorno ai crescendo strumentali quasi preternaturali della sua chitarra. Il secondo concerto si apre con un altro blues di quelli folgoranti come I’m Evil, altro brano dove la sua Telecaster viene strapazzata e portata ancora una volta ai limiti delle capacità tecniche del 99% dei chitarristi viventi e vissuti. Poi troviamo altre differenti, ma sempre ottime,  versioni di Too Many Drivers, Done Your Daddy Dirty, Roy’s Bluz, ancora più indemoniata del precedente set, Furthre On Up The Road, Hey Joe, Can I Change My Mind, In The Beginning e per concludere in gloria il tutto, in omaggio a B.B. King, una sontuosa All Over Again (I’ve Got A Mind to Give Up Living), un altro lunghissimo  slow blues di nuovo cantato con passione da Billy Price e con Roy Buchanan che inchioda un’altra performance da sballo alla solista, fluida, ricca di inventiva, dal timbro unico, e con una tecnica e un misto di  feeling e finezza veramente sopraffini, per quello che è stato, devo ribadirlo, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock, conosciuti e sconosciuti, qui ai suoi vertici assoluti. Mi tocca, ma ci sta: ristampa imperdibile!

Bruno Conti

E Ora Riesportiamo Anche Il Blues A Chicago: Da Roma Alla Windy City, Con Classe. Breezy Rodio – Sometimes The Blues Got Me

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Breezy Rodio – Sometimes The Blues Got Me – Delmark Records

In una mia recensione di una decina di anni fa per il Buscadero, riferendomi a Linsey Alexander, vecchio bluesman di stanza a Chicago, avevo scritto “ma dove si era nascosto Linsey Alexander in tutti questi anni?”. La stessa frase potrei riproporla per Breezy Rodio, ma nel suo caso la risposta la so: ha suonato la chitarra nei tre dischi incisi da Alexander per la Delmark tra il 2012 e il 2017, oltre ad avere pubblicato tre album di blues come solista ed anche uno di reggae (?!?). Come il cognome lascia intendere Rodio più che di origini è proprio italiano, nato a Roma, si è trasferito prima a New York e poi a Chicago, per vivere il blues. Il nostro Breezy, o Fabrizio, come risulta all’anagrafe, è veramente bravo: chitarrista sopraffino, cantante duttile e dal timbro vocale ora morbido, ora grintoso, buon autore, suoi ben 10 dei 17 brani contenuti nell’album, a livello di testi molto “bluescentrici”, ma troviamo pure ballate quasi da crooner, pezzi con abbondante uso di fiati, e quindi ricchi di soul e R&B.

Insomma nel menu sono presenti tutti gli ingredienti della musica di Chicago: che sia la splendida canzone d’apertura Don’t Look Now, But I’ve Got The Blues, scritta da Lee Hazlewood, ma resa celebre da B.B. King, in una incisione del 1958, un lento con fiati, dove risalta anche l’ottimo pianista Sumito “Ariyo” Ariyoshi”, che ci delizia per tutto l’album, e in alcuni brani si gusta un organo vintage veramente efficace suonato da Chris Forman. Ma tra i collaboratori di Rodio, niente male la sezione ritmica, con Light Palone al basso, e Lorenzo Francocci alla batteria (ma allora ditelo che siete italiani!), oltre agli eccellenti Constantine Alexander, che si alterna con Art Davis alla tromba, Ian “The Chief” McGarrie ai vari tipi di sax e Ian Letts al sax tenore,  indaffarati pure nella versione quartetto della pianistica Change Your Ways, puro Chicago Blues con l’armonica aggiunta di Simon Noble, cantata con voce scandita e sicura da Rodio, che poi si fa più appassionata nell’ottima cover di Wrapped Up In Love Again, un brano di Albert King dove si apprezza anche la solista pungente del bravo chitarrista italiano, che poi dimostra di conoscere a menadito il jump blues in una felpata e mossa I Walked Away di T-Bone Walker, e di nuovo il repertorio di B.B. King in un tiratissimo lento come Make Me Blue. E poi ci racconta il suo amore accorato per il blues in una quasi autobiografica e didascalica Let Me Tell You What’s Up, con assolo di McGarrie al sax, doppiato dallo stesso Breezy alla solista.

L’argomento viene ribadito nello slow Sometimes The Blues Got Me, dove sembra di riascoltare il South Side sound degli anni d’oro di Magic Sam o di Mike Bloomfield, con la chitarra che viaggia spedita e sicura, mentre in I Love You So, altro brano di B.B. King, si respira aria di doo-wop, delle ballate da crooner quasi alla Sam Cooke. Non manca lo shuffle travolgente della ficcante You Drink Enough, dove Rodio e un travolgente Ariyoshi si superano, spalleggiati dal vivace intervento della tromba di Art Davis, per non dire di una sinuosa The Power Of The Blues, dal sound più moderno,  che ruota intorno a un giro di basso veramente funky, con l’organo di Forman a sostenere le divagazioni della solista , grande tecnica e feeling, al di là dei testi forse naif. Ma nello strumentale  A Cool Breeze In Hell sembra quasi di sentire una outtake della leggendaria Super Session di Bloomfield, Kooper e Stills; tra i 17 brani, tanti ma tutti molto belli, citerei ancora una scintillante cover del brano dei Delmore Brothers Blues Stay Away From Me, che diventa un magistrale blues fiatistico, e la delicata Fall In British Columbia, una ballata struggente che illustra il lato più intimo della musica di Fabrizio “Breezy” Rodio, con tanto di intermezzo swing ed assolo magico di tromba, e l’elettroacustica, quasi folk-blues Not Going To Worry: un altro “cervello in fuga” che è andato a Chicago per registrare uno dei migliori dischi di blues urbano che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi anni, come ribadisce anche l’ultimo brano Chicago Is Loaded With The Blues. Consigliato vivamente.

Bruno Conti

Blues-Rock Veramente Di Prima Classe. Mike Zito – First Class Life

mike zito first class life

Mike Zito – First Class Life – Ruf Records

Questo First Class Life dovrebbe essere il 15° album di Mike Zito: dico dovrebbe, perché la sua discografia pubblicata a livello indipendente ad inizio carriera non è così conosciuta, ma è lo stesso artista di St. Louis, ormai texano di adozione, a dirlo anche sul suo sito, per cui sarà sicuramente così. Altra cosa certa è che il musicista, dopo una nomination nel 2014, ha appena vinto a maggio i Blues Music Awards a Memphis come miglior Artista Rock-Blues dell’anno, e direi che alla luce dell’album del 2016 Make Blues Not War il premio è più che meritato https://discoclub.myblog.it/2016/12/26/come-si-puo-dargli-torto-mike-zito-make-blues-not-war/ . E anche il nuovo album conferma il periodo di grande creatività di Zito, praticamente è dal Live From The Top del 2010 che non sbaglia un album (compresi quelli con i Royal Southern Brotherhood  e comunque pure i dischi precedenti non erano male), anzi ogni nuova uscita indica una crescita qualitativa rispetto al disco precedente e se Make Blues… era un signor disco First Class Life quanto meno lo pareggia.

Uno dei grandi amori di Mike è il Blues, visto che se lo è pure tatuato su una mano, ma rock, country, musica sudista, soul e R&B convivono tutti nella sua musica e l’hanno resa più ricca e corposa, cosa che conferma anche il nuovo CD: Zito è notevole chitarrista, ma è in possesso anche di una ottima voce, come ha detto il collega Anders Osborne “una voce che ti risuona nell’anima”. Mississippi Nights con un groove alla Creedence, una slide malandrina e tagliente, una voce alla Bob Seger, è una apertura di grande forza, la band lavora di fino e non manca comunque un forte spirito blues. Rispetto al disco precedente, che era prodotto da Tom Hambrdige, la band è cambiata completamente: i nuovi sono Matthew Johnson alla batteria, Terry Dry al basso e Lewis Stephens alle tastiere, l’unico che era già presente nei dischi dei Wheel, la produzione è affidata allo stesso Zito, ma il sound non cambia di molto, forse è maggiore l’influenza delle 12 battute classiche, come conferma il torrido slow Damn Shame con gran lavoro della solista e pure la cover di I Wouldn’t Treat a Dog (The Way You Treated Me), un vecchio brano di Bobby “Blue” Bland, non scherza, cadenzata e vicina allo spirito R&B dell’originale,  con la chitarra a sostituire le parti dei fiati, e con il risultato sonoro che mi ricorda ancora moltissimo le canzoni del miglior Bob Seger anni ’70 o anche il sound  soul meets blues-rock di Delbert MClinton.

The World We Live In sembra una di quelle blues ballads alla B.B. King, miste ad un stile “bianco”, diciamo blue eyed soul per intenderci, con una chitarra fluida che ricorda il tocco classico del vecchio Riley, mentre Mama Don’t Like No Wah Wah, scritta con Bernard Allison, che suona anche la seconda chitarra nel brano, nasce da un aneddoto raccontato dallo stesso Allison, che ricorda che Koko Taylor non amava l’uso di effetti nella chitarra e quando beccava i suoi musicisti a usarli, li mazziava, ma in questa versione molto funky e grintosa il wah-wah c’è e tira pure di brutto.  Nella title track Zito dice “I stole from the rich, and baby I gave to the poor”, nel ricordare le alluvioni che hanno colpito il Texas e per cui ha raccolto fondi per aiutare gli amici musicisti che vivevano nell’area di Houston, il tutto a ciondolante tempo di country meets rock, sempre con una bella slide e la voce in evidenza; Old Black Graveyard sin dal titolo è più buia e tempestosa, con una atmosfera sospesa ancora garantita dall’ottimo lavoro della slide, con Dying Day che è un brillante e pimpante shuffle dedicato alla moglie Laura, con la solista che viaggia sempre. Back Problems gioca sul doppio senso del testo ed è un super funky non memorabile ma solido, e Time For A Change torna al gagliardo Seger sound dei brani migliori del CD, un altro pezzo rock di quelli gustosi. A chiudere un ottimo album l’altra cover del disco Trying To Make a Living, un vecchio pezzo anni ’60 che dall’originale shuffle blues diventa un grintoso R&R a tutta velocità e grinta.

Bruno Conti

Che Band, Che Musica E Che Cantante, Divertimento Assicurato! The Love Light Orchestra featuring John Nemeth – Live from Bar DKDC in Memphis, TN!

love light orchestra live

The Love Light Orchestra featuring John Nemeth – Live from Bar DKDC in Memphis, TN! – Blue Barrel

Ogni tanto appare una nuova band che decide di rinverdire i fasti di generi (o sottogeneri) che rischierebbero di scomparire dalla scena musicale attuale: in questo caso parliamo di “Memphis Sound”, come dicono le note, che non è quello della Stax o della Sun Records, ma di quel filone particolare del blues che rimanda al Big Band Blues, uno stile che si avvicina a gruppi come la Bobby “Blue” Bland Orchestra o le band di B.B. King e Junior Parker, ma anche, per dare un’idea ai lettori, alla Caledonia Soul Orchestra di Van Morrison, da sempre grande estimatore di questo genere musicale. Un bel gruppo folto di musicisti, quatto o cinque (come nel disco in questione) musicisti impegnati ai fiati, un pianista, un chitarrista, la sezione ritmica, e se possibile, un grande cantante: stiamo parlando della Love Light Orchestra, band che prende il proprio nome da uno dei brani più celebri di Bobby Bland, Turn On Your Love Light, canzone che ha infiammato intere generazioni di ascoltatori, dal 1961 in cui apparve per la prima volta: l’hanno suonata in tanti, da Van Morrison che la faceva già con i Them, ai Grateful Dead, i Rascals, Jerry Lee Lewis, perfino i Grand Funk, Bob Seger, Edgar Winter, Tom Jones, Blues Brothers, in versione strumentale Lonnie Mack e di recente Jeff Beck, ma in questo CD il brano non c’è, o perbacco!

Però ci sono altre due brani estratti dal repertorio di Bland, I’ve Been Wrong So Long e Poverty, oltre ad una a testa di quelle che suonavano  BB King e Junior Parker, rispettivamente Bad Breaks e Sometimes: il disco che, diciamolo subito, è trascinante, è stato registrato in un Bar DKDC a Memphis, dove a giudicare dagli effetti sonori del pubblico presente, forse c’era più gente sul palco (ammesso che ci fosse), dieci musicisti, di quelli che erano lì per ascoltare. Ciò nondimeno si tratta di un disco veramente molto bello e scoppiettante: i musicisti coinvolti, sono tra i migliori in circolazione, Marc Franklin alla tromba, Art Edmaiston al sax, Kirk Smothers al sax, Scott Thompson alla tromba e Joe Restivo alla chitarra, fanno parte anche dei Bo-Keys, ma hanno suonato pure nell’ultimo disco di John Nemeth (e in altri precedenti), incensato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2017/06/27/blues-got-soul-da-una-voce-sopraffina-john-nemeth-feelin-freaky/ , ed alcuni di loro, di recente ma anche in passato, li troviamo proprio con l’ultimo Bland degli anni ‘90, insieme al batterista Earl Lowe, come pure nei dischi di Gregg Allman, JJ Grey & Mofro, Robert Cray, Melissa Etheridge. Quando hanno bisogno di rappresentare il Memphis sound, nuovo e vecchio, chiamano loro, che rispondono alla grande. Il sound in questo Live è volutamente vintage, la chitarra di Restivo, limpida e lancinante, si rifà al vecchio BB King, i fiati al sound di Duke Ellington e altri jazzisti, il deep soul non c’è, arriva solo nell’ultimo brano, una scintillante Love And Happiness di Al Green: le altre canzoni sono quelle dei loro “antenati”, oltre a quelli citati, anche Percy Mayfield, di cui viene ripresa la splendida e maestosa love ballad Please Send Me Someone To Love, cantata meravigliosamente da John Nemeth,   ma non manca qualche brano scritto dai componenti del gruppo.

Per esempio l’iniziale See Why I Love You, firmata da Joe Restivo, che ci rimanda alle grandi R&B Revue, diciamo ancora Blues Brothers, così capiscono tutti, ma pensate a fiati impazziti, brevi assoli e tanto ritmo, oppure Lonesome And High, un blues per fiati, scritto da Nemeth, ma con la chitarra del bravissimo Restivo e il piano di Gerald Stephens in grande spolvero, con un suono volutamente pre-rock, comunque tirato di brutto, oppure la divertente e sincopata Singin’ For My Supper di Marc Franklin, dove Nemeth canta sempre divinamente. Non manca qualche tocco “esoterico” come nella pimpante e misteriosa It’s Your Voodoo Working, che viene dalla New Orleans primi anni ’60, con florilegi fiatistici deliziosi, e ancora This Little Love Of Mine, un successo minore per tale Buddy Ace, nel 1960, nella preistoria del soul, quando si chiamava ancora R&B; per il resto c’è tanto blues alla BB King, come quando nei suoi concerti innestava la sua Orchestra che partiva verso vette inarrivabili, che spesso la Love Light Orchestra riesce ad emulare. Quindi fatevi un favore e cercate questo Live from Bar DKDC in Memphis, TN!, una quarantina di minuti di buona musica e divertimento sono assicurati, non mancate!

Bruno Conti

Il Meglio Degli Anni Del Blues, Fase Due, Raccolto In Un Box. Gary Moore – Blues And Beyond

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Gary Moore – Blues And Beyond – Santuary/BMG Rights Management 4CD/2 CD

Robert William Gary Moore, come altri giovani artisti nati in Irlanda (ma anche e soprattutto in Inghilterra) e vissuti a cavallo tra la fine anni ’60 e i primi ’70, ha vissuto le ultime propaggini dell’epopea del cosiddetto British Blues: Moore si presentava come un arrivo tardivo, visto che la sua carriera inizia intorno al 1968, quando entra negli Skid Row, band dove militava il suo futuro pard Phil Lynott, un gruppo ritagliato sulla falsariga dei Taste di Rory Gallagher, ma soprattutto dei Fleetwood Mac del suo idolo Peter Green, che durante un tour dove la band irlandese faceva da supporto proprio ai Mac lo presentò alla CBS/Columbia, che fece incidere un paio di dischi a Moore e soci. Poi, rimanendo sempre in un ambito blues-rock, pubblicherà un eccellente album solista nel 1973 Grinding Stone, prima di entrare nei Thin Lizzy in sostituzione di Eric Bell (che proprio in questi giorni ha pubblicato un album solo), ma rimanendo brevemente in formazione, per ritornare in pianta più stabile nel periodo di Black Rose, incidendo però con il gruppo la prima versione di Still In Love With You, il suo brano più celebre, per quanto accreditato a Phil Lynott, la cui carriera si intersecherà a più riprese con quella di Moore. Nel frattempo, dopo l’esperienza con i Colosseum II, Gary Moore prosegue la sua carriera solista che però approda ad un hard-rock, per il sottoscritto, abbastanza di maniera e non sempre brillante, per quanto la sua chitarra era sempre in grado di infiammare le platee, soprattutto dal vivo.

Nel 1990 il nostro amico (ri)approda al Blues con una serie di album veramente belli, Still Got The Blues, After The Hours e Blues For Greeny, uscito nel 1995 e dedicato al suo mentore Peter Green, che dopo l’abbandono dei Fleetwood Mac gli aveva affidato la sua Gibson Les Paul del 1959, strumento dal suono splendido. Però i brani contenuti in questo box antologico non vengono da quel periodo, ma dal “secondo ritorno” al blues, quello avvenuto tra il 1999 e il 2004, attraverso quattro album pubblicati per la Sanctuary e di cui, nei primi due CD di questo quadruplo, c’è una abbondante scelta, sempre orientata verso il lato più blues del chitarrista irlandese, per quanto meno limpidi e genuini del periodo Virgin anni ’90, comunque nobilitati da un eccellente scelta di brani Live aggiunti “inediti” inseriti nel CD 3 e 4 del cofanetto, che rivisitano classici delle 12 battute misti a molti dei brani migliori del suo repertorio. Nella bella confezione è anche contenuto un libro, I Can’t Wait, che è la sua biografia autorizzata. Nei primi due dischetti, che si possono acquistare anche a parte, come una buona doppia antologia di quel periodo, spiccano l’iniziale Enough Of The Blues, l’hendrixiana (altro pallino di Moore) Tell Woman, a tutto wah-wah, una lancinante versione di Stormy Monday dove la chitarra scivola maestosa e sicura, una sincera That’s Why I Play The Blues (molti pensano che la svolta blues di Gary fosse dovuta ad a una sorta di opportunismo, ma BB King, che ha suonato spesso con lui dal vivo, la pensava diversamente).

Troviamo ancora Power Of The Blues, tra Gallagher e i Thin Lizzy, una chilometrica Ball And Chain (non quella della Joplin e Big Mama Thornton), di nuovo molto ispirata dall’opera di Jimi Hendrix, la pimpante Looking Back di Johnny Guitar Watson, il lungo e sognante strumentale Surrender, molto alla Peter Green via Santana, la tirata Cold Black Night, un altro slow come There’s A Hole, Memory Pain di Curtis Mayfield, di nuovo molto hendrixiana, l’ottima The Prophet, l’omaggio a BB King nella fiatistica You Upset Me Baby e quello a Otis Rush (e ai Led Zeppelin) in una carnale I Can’t Quit You Baby, un’altra delle sue classiche e sognanti ballate come Drowning In Tears, una cattivissima Evil di Howlin’ Wolf, ma più o meno tutti i brani contenuti nel doppio antologico sono di eccellente fattura, fino alla versione Live di Parisienne Walways del Montreux Festival 2003.

Il doppio CD dal vivo inedito è ancora meglio: versioni fantastiche di Walking By Myself, Oh Pretty Woman veramente ottima, una splendida Need Your Love So Bad che forse neppure Green (forse) avrebbe saputo fare meglio, All Your Love brillantissima e una struggente Still Got The Blues, molto vicina a Santana, lo shuffle perfetto di Too Tired e una devastante versione di 13 minuti diThe Sky Is Crying, con una serie di assoli veramente magistrali, e poi ancora Further On Up The Road, una scatenata Fire di Jimi Hendrix, la trascinante The Blues Is Alright e le versioni dal vivo di Enough Of The Blues e dello strumentale The Prophet. Insomma Gary Moore era uno di quelli di bravi e questo cofanetto lo certifica una volta ancora.

Bruno Conti

Un Incontro Tra Due Grandi Della Chitarra. Son Seals With Johnny Winter – Live…Chicago 1978

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Son Seals With Johnny Winter – Live…Chicago 1978 – Air Cuts

Nel flusso consistente di uscite relative a vecchi broadcast radiofonici, ovviamente anche il blues è stato saccheggiato ripetutamente, soprattutto andando a pescare nei concerti dei nomi classici più importanti, sia neri che bianchi, e quindi è uscito materiale di B.B. King, Muddy Waters, John Lee Hooker, ma anche Freddie & Albert King, tanto per citare alcuni nomi tra i più noti, ma anche Stevie Ray Vaughan e Johnny Winter sono tra i più gettonati. Proprio il chitarrista albino texano è ospite in un paio di brani (ma di oltre dieci minuti ciascuno) in questo concerto di Son Seals, un nome che forse non si ricorda spesso, ma è stato uno dei più grandi chitarristi e cantanti del blues elettrico di Chicago, dai primi anni ’70 in avanti: nativo di Osceola, Arkansas, ha comunque svolto tutta la sua carriera nella Windy City, e ha inciso una lunga serie di album tutti (meno uno) per la Alligator, dischi di grande blues urbano e contemporaneo, tosto e di notevole spessore musicale, caratterizzati da un uso continuo della sua Gibson, in grado di distillare note ricche di feeling e tecnica sopraffina, nonché in possesso di una voce maschia e virile, fortemente espressiva.

Questo concerto del 1978 al Wise Fools Pub di Chicago (lo stesso locale dove sempre nel ‘78 fu inciso il Live And Burning ufficiale per la Alligator) ne è prova inconfutabile; registrato quando Seals era al massimo della sua potenza (in seguito il nostro amico ha avuto una vita tribolata, unico sopravvissuto di quattordici fratelli, con la moglie che gli sparò nella mascella, parte della gamba sinistra gli fu amputata per problemi legati al diabete, poi nell’incendio della sua casa perse quasi tutte le sue proprietà, e parte della sua chitarre gli furono rubate, per la serie “vivere il blues pericolosamente”): ma in quella serata Seals suona come un uomo posseduto dal “genio delle 12 battute”, un concerto fantastico, inciso benissimo, con una band di grande consistenza, dove brillano anche il sax di A.C. Reed, la seconda chitarra di Lacy Gibson e il piano di Alberto Gianquinto (già con James Cotton e tra gli ospiti di Abraxas dei Santana). Tra l’altro lo scrittore e giallista americano Andrew Vachss, grande fan, lo ha spesso inserito nei suoi racconti, narrando della sua gesta, e questa serata con Johnny Winter avrebbe meritato di venire raccontata: Seals era un maestro dei blues lenti, ma anche nei funky blues non scherzava, con le influenze di Albert King. Earl Hooker e Hound Dog Taylor che citava tra i suoi modelli e mentori, e in questo concerto, armato della sua Gibson verde Cadillac, ce ne regala alcuni di grande intensità. I due slow blues con Winter, posti quasi a fine concerto, sono semplicemente meravigliosi, prima una Stormy Monday dove l’interplay tra le due chitarre è magnifico, con Johnny che canta e poi apre le danze con la sua chitarra e Seals che gli risponde da par suo, poi una colossale versione di You Can’t Lose What You Never Had, questa volta cantata da Son, con le due soliste che raggiungono livelli di impeto e vigore chitarristico veramente maiuscoli.

Ma anche nel resto nel concerto ci sono grandi brani: dall’apertura con la tiratissima Everything I Do Is Wrong (un brano legato a B.B. King) dove Seals inizia a strapazzare la sua Gibson con le classiche linee soliste lunghe e lancinanti del blues elettrico di Chicago, seguita da una poderosa I Can’t Hold Out, un pezzo scritto da Willie Dixon, nota anche come Talk To Me Baby, nel repertorio di Elmore James, ma che anche Clapton la faceva alla grande, questa versione di Seals non ha nulla da invidiare ad entrambi, con la solista che scorre fluida ed inarrestabile, veramente blues all’ennesima potenza che attizza il pubblico presente. E non si scherza neppure in Blue Shadows Falling, un altro lentone di Junior Parker, dove Son divide il proscenio con il sax di A.C. Reed, e gigioneggia e scherza con il pubblico mentre esegue un assolo da sballo; per non dire della mossa Nobody Wants A Loser, un brano dove il nostro ripercorre le tracce del suo maestro Albert King, o ancora in una versione rallentata, cadenzata e splendida del classico Gangster Of Love, che diventa quasi un brano alla Muddy Waters. Mother-In-Law-Blues era un pezzo di Don Robey detto anche Deadric Malone, di nuovo Chicago Blues della più bell’acqua e Heart Fixing Blues è un altro lento formidabile di Albert King che Son Seals esegue alla perfezione. Dopo i due pezzi con Winter, Seals e la band tornano per una conclusiva Pretty Woman, di nuovo dal repertorio di King, che poi sfocia in uno strumentale poderoso che suggella una performance veramente superba ed imperdibile per un artista da rivalutare assolutamente.

Bruno Conti

Quasi Un Piccolo Classico Del Rock! Steve Azar & The Kings Men – Down At The Liquor Store

steve azar down at the liquor store

Steve Azar & The Kings Men – Down At The Liquor Store – Ride Records

Steve Azar non è un novellino, nonostante dalle foto sembri molto più giovane, in effetti il nostro amico è nato a Greenville, Mississippi l’11 aprile del 1964, ed è sulla breccia già dagli anni ’90, quando nella sua prima carriera come country singer, anche per etichette importanti come A&M e Mercury, ebbe un certo successo nelle classifiche, pure come autore. Poi la sua musica progressivamente si è spostata verso uno stile dove prevalgono il blues, la roots music, ma anche il soul, magari blue-eyed e altre forme sonore che creano un genere forse ibrido e meticciato, ma che poi alla fine lo accomuna con i cantautori classici: se non siamo ai livelli di Springtseen, Petty, Mellencamp, Seger o Jackson Browne, e forse neppure in seconda fascia con “talenti sfortunati” come Michael McDermott, Matthew Ryan, o anche un meno noto James House, con cui Azar ha firmato parecchie canzoni. Non siamo a quei livelli si diceva, ma questo Down At The Liquor Store è veramente un gran bel dischetto, registrato con una gruppo di musicisti veterani che in passato hanno suonato con Elvis Presley, B.B. King. Little Milton e altri luminari della musica nera (per la maggior parte) e bianca: per esempio David Briggs, il nome di punta di questi Kings Men, uno dei “Nashville Cats” originali coloro hanno suonato con Elvis, ai Muscle Shoals Studios, con B.B. King, Johnny Cash, Kristofferson e una miriade di altri, ma anche Walter King ai fiati, che è il nipote di B.B., Ray Neal, il chitarrista, dalla Louisiana, fratello di Kenny, anche con Little Milton e BB King, di cui ha avuto l’onore di suonare Lucille e altri bluesmen di pregio, Regi Richards al basso, anche lui nelle band di King e Bobby Blue Bland, come pure il batterista Herman Jackson (l’altro bianco) e ancora, il  sassofonista e trombettista Dr. Alphonso Sanders..

Il tutto è stato registrato nello storico locale Club Ebony, un ritrovo nella zona del Mississippi, a Indianola, la città natale di B.B: King, trasformato per l’occasione in studio di registrazione, e dove è stato filmato anche un documentario sulla realizzazione dell’album. Disco che, oltre ad avere un suono magnifico, contrariamente a quanto si possa pensare, non ha una componente soul e blues preponderante, ma come detto all’inizio ha un sound da cantautore tipo,  sia purecon elementi blue-eyed e country got soul molto presenti, ma anche richiami a gente come Seger, Mellencamp e i cantanti-autori del country del lato giusto di Nashville. Ci sono brani di qualità superiore, tipo la splendida Rena Lara, un country-rock got soul dal ritmo incalzante, con tocchi magistrali di chitarra e organo, e inserti libidinosi dei fiati, il tutto cantato con voce partecipe e vellutata da Steve Azar, ma anche la bluesata Start To Wanderin’ My Way ha il fascino del “country” robusto e fiatistico del Lyle Lovett in versione big band, oppure Tender And Tough, una canzone notturna, tenera e raffinata, percorsa dalla tromba di Sanders,.con una aura da blue-eyed soul anni ’70, delicato e quasi mellifluo, ma di grande fascino., Azar ha definito la sua musica “Delta soul” e direi che ci sta. Ma anche la mossa Wake From The Dead, una via di mezzo tra i primi Doobie Brothers e un blues-rock made in Memphis, sempre con i fiati sincopati in bella evidenza, oltre ad una solista pungente e reiterata come il ritmo del pezzo; Down At The Liquor Store è un’altra bellissima canzone, con la seconda voce del percussionista James Young a sottolineare quella di Azar, sembra un pezzo di Tom Jans o di nuovo del Lyle Lovett più romantico.

She Just Rolls With Me parte su una chitarra acustica arpeggiata poi entra l’organo che ci trasporta dalle parti di Nashville o di Muscle Shoals, quasi profondo Sud, altro brano di grande fascino; anche I Don’t Mind (Most Of The Time) ha questo mood avvolgente, grazie agli arrangiamenti sontuosi con cui i Kings Men avvolgono la musica di Azar, tra citazioni di “The Night They Drove Old Dixie Down” e ritmi dove la soul music non ha un ruolo secondario, di nuovo con la chitarra a punteggiare la melodia. Chance I’ll Take è di nuovo blue-eyed soul misto a country, contagioso e solare, con belle armonie vocali e i fiati sempre ben delineati, oltre alla chitarra deliziosa e presente senza essere invadente. Anche quando i tempi si fanno più malinconici e meditativi, quasi nostalgici dei vecchi tempi che furono, come in Over It All, la qualità delle canzoni non scende e Azar si conferma autore dalle penna ispirata, come ribadisce la quasi elegiaca The Road Isn’t There Anymore, altro brano dall’arrangiamento sontuoso e sinuoso, o la melodica These Crossroads, ancora giocata sul lavoro eccellente di piano e organo e con un assolo di sax struggente, il tutto condito dalla voce sempre partecipe di Steve. Ode To Sonny Boy sembra un brano del James Taylor più movimentato e Greenville ricorda forse il Jackson Browne più intimo, comunque ancora due canzoni di qualità, per concludere un album veramente riuscito e consigliato.

Bruno Conti