Brillante Blues Sudista. Scott Ellison – Good Morning Midnight

scott ellison good morning midnight

Scott Ellison – Good Morning Midnight – Red Parlor Records

Da quella zona vengono anche JJ Cale e Leon Russell, benchè una delle canzoni più famose dedicate a Tulsa, Oklahoma sia ovviamente Tulsa Time, brano scritto da Danny Flowers per Don Williams, ma resa imperitura da Eric Clapton con la sua versione apparsa su Backless. Anche Jamie Oldaker, Carl Radle e altri musicisti del giro di Clapton, come Jim Keltner, venivano da Tulsa, oltre a Garth Brooks e Elvin Bishop: la città dell’Ovest è famosa per avere dato i natali anche al Western Swing e a quel genere ibrido definito “Tulsa Sound”, un misto di R&R, rockabilly, R&B e Blues, “inventato” da JJ Cale e Leon Russell, e che ha fortemente influenzato il nostro amico Manolenta. Scott Ellison è un veterano della zona, uno che agli inizi di carriera ha suonato country con la figlia di Conway Twitty e poi è stato a lungo nella band di Clarence “Gatemouth” Brown, fino ad inaugurare negli anni ’90 una carriera solista, ai margini del grande mercato, ma con una serie di album di buona fattura.

Questo Good Morning Midnight è il suo nono album, credo (non conosco molto bene la sua produzione passata), ma il sound è quello tipico della zona, dove il disco è stato registrato, e vede la partecipazione di un cospicuo numero di musicisti, quattro bassisti, cinque batteristi, quattro tastieristi, una sezione fiati, che naturalmente si alternano nei vari brani, nomi magari non notissimi, ma piuttosto validi, spulciando tra i nomi scopriamo che alcuni hanno suonato con JJ Cale, Joe Cocker, Freddie King, il cantante Chris Campbell era il bassista e corista di Bob Seger negli anni ’70, ma il nome più noto è  forse quello di Marcy Levy, cantante e corista, che ha scritto uno dei pezzi più belli di questo genere Lay Down Sally. E il disco ha un suono brillante e piacevole, che titilla l’ascoltatore con una serie di canzoni, quasi tutte di Ellison, scritte con diversi collaboratori, e che sprizzano blues e soul a destra e manca, con la chitarra pungente e brillante di Scott che si innesta su ritmi ondeggianti, dove il groove è quasi importante come la melodia, tra voci femminili, la citata Marcy Levy, organo e piano insinuanti, percussioni incombenti e fiati quando occorre, qualche tocco di New Orleans sound, sentire l’iniziale Sanctified per avere una idea.

Ma anche il blues è importante, come testimonia l’ottima No Man’s Land dove l’ombra di Freddie King (e del suo discepolo Eric Clapton) è molto evidente, e la solista di Ellison viaggia spedita e brillante durante tutto il brano. Gone For Good è il classico blues lento che non può mancare in un disco incentrato sulle 12 battute classiche, cantata dallo stesso Ellison, mentre Last Breath è un rock-blues più mosso e direi sempre claptoniano, con Hope & Faith che tenta anche la strada di un piacevole reggae-rock, come piace al nostro amico Enrico. Another Day In Paradise è un buon shuffle orientato più sul rock con la solista al solito in bella evidenza, You Made A Mess (Outta Me) ha anche qualche influenza alla Fleetwood Mac, sia pre che post Peter Green, molto di atmosfera, con qualche rimando anche al BB King più orchestrato https://www.youtube.com/watch?v=iA3dORdR53c .  .

La title-track, con l’inserimento di Jimmy Junior Markham all’armonica è marcatamente più blues e Tangled con una bella slide tangenziale sembra quasi un pezzo rock della Steve Miller Band; non manca neppure lo swing a tutto fiati del divertente strumentale Wheelhouse, dove tutti i solisti hanno i loro spazi. Big City è più dura e tirata con una solista dal suono “grasso”, quasi distorto, che caratterizza un altro brano di buona caratura, prima di avviarci al finale con la cadenzata Mysterious, a tutto wah-wah, con la band che spalleggia con classe il bravo Scott Ellison, e poi When You Love Me Like This di nuovo con armonica di ordinanza, si lancia in una sorta di Texas blues shuflle alla Fabulous Thunderbirds vecchia maniera.

Bruno Conti

Oltre Alla Mano E’ Vincente Pure Il Resto Del Disco. Tinsley Ellis – Winning Hand

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Tinsley Ellis – Winning Hand – Alligator/Ird

Tinsley Ellis a memoria d’uomo (almeno la mia) credo non abbia mai sbagliato un disco, forse non ha neppure realizzato un capolavoro assoluto, ma la sua produzione è sempre rimasta solida e di qualità medio-alta: all’interno dei suoi dischi spesso troviamo dei brani veramente strepitosi dove il musicista di Atlanta, Georgia (ma cresciuto in Florida) estrae dalle sue chitarre (sia Gibson che Fender) limpidi esempi dell’arte dell’improvvisazione. In possesso di un fraseggio ricco e corposo, rodato da decine di anni on the road, è il classico prototipo del chitarrista rock-blues, uno che ha fatto del blues elettrico una missione, un “claptoniano” doc che a differenza di Eric non ha mai lasciato la retta via per tentare altre strade più commerciali, anche se il chitarrista inglese gli è indubbiamente superiore per talento e per quanto ha realizzato nella sua carriera. Ma pure Ellis, per chi ama il suono puro della chitarra elettrica nella musica rock, è una certezza assoluta: non a caso nel libretto del CD dove sono riportati i titoli delle canzoni non trovate il nome dell’autore (che a parte un brano comunque è sempre lui) ma i modelli di chitarra che ha usato all’interno del pezzo.

Se aggiungiamo che Tinsley ha pure una eccellente voce, come mi è  già capitato di dire in passato (avendo recensito spesso i suoi dischi), una sorta di Chris Rea meno soggetto alle leziosità del musicista britannico; non guasta neppure che il nostro amico utilizzi una band fantastica, con Kevin McKendree alle tastiere, nonché co-produttore dell’album, Steve Mackey al basso e Lynn Williams alla batteria,lo stesso gruppo che usa abitualmente Delbert McClinton. Ellis è anche un fedelissimo della Alligator, ha registrato con loro in tre diversi periodi, ed ora rientra per questo Winning Hand, che forse è il suo miglior disco di sempre, un fior di album di blues elettrico, di quello tosto e grintoso, influenzato dai suoi amori giovanili, Yardbirds, Animals, Cream, Stones, a cui Ellis ha comunque aggiunto forti componenti alla Freddie o alla BB King, e una vocalità che rimanda a gente come Robert Cray. Gli stili utilizzati sono quindi diversi, come le chitarre usate: c’è il sound caldo e intriso di soul dell’iniziale Sound Of A Broken Man, con il continuo lavoro della chitarra di Ellis, ben sostenuta dall’organo di McKendree, che poi sfocia in una serie di assoli dove il timbro “grasso” della Les Paul viene arricchito nel finale da un intervento poderoso con il wah-wah, proprio molto à la Clapton. Saving Grace, indicata nel libretto come ultimo brano, ma in effetti è il secondo sul CD, è anche meglio, un lungo blues lento di quelli che rimandano ai primi Allman Brothers, oppure anche alla splendida Loan Me A Dime di Boz Scaggs dove appunto Duane Allman era la chitarra solista, un po’ più breve, ma l’intensità è quella.

Ancora Gibson per Nothing But Fine, un pezzo più rock anni ’70, con un bel piano elettrico e una andatura ondeggiante, sempre gratificata da continui inserti della chitarra solista limpida e bruciante, splendida nel suo dipanarsi anche in un altro lento da manuale come Gamblin’ Man, di nuovo vicino allo stile del Cray più rigoroso, in ogni caso veramente un bel sentire. I Got Mine è il primo brano dove Ellis passa alla Stratocaster, il suono è più “trillante” ma la qualità è sempre elevata, come pure nella vorticosa Kiss This World, molto British Blues, e ancora nella più sognante Autumn Run, altra ballata blues melodica che potrebbe ricordare il BB King di The Thrill Is Gone, meno incisiva ma nobilitata dal solito lavoro di grande finezza della solista. Che divenuta una Telecaster nella vibrante Satisfied, “inventa” un R&R alla Chuck Berry con il piano di McKendree nel ruolo che fu di Johnnie Johnson. Don’t Turn Off The Light è un altro lento d’atmosfera, tra Rea, Gary Moore o Robin Trower, con la Gibson di Ellis impegnata in un pregevole assolo che al sottoscritto ha ricordato moltissimo (quasi al limite del plagio, ma le note si sa sono sette) quello di Carlos Santana in Europa; l’unica cover è Dixie Lullaby, un vecchio brano di Leon Russell, tipico del pianista di Tulsa, ricco di influenze sudiste, e con il piano e l’organo di McKendree al solito pronti a spalleggiare egregiamente la solista di Tinsley Ellis, molto alla Freddie King per l’occasione, pezzo che conclude degnamente un album di notevole sostanza.

Bruno Conti

Prosegue La “Striscia” Del Blues. Popa Chubby – Two Dogs

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Popa Chubby – Two Dogs – earMusic/Edel

Popa Chubby o se preferite Ted Horowitz, visto che in teoria il nome d’arte dovrebbe appartenere al gruppo (come racconta lui stesso, attribuendo la paternità del nickname al grande tastierista di Parliament/Funkadelic Bernie Worrell), poi, per estensione, è ovvio che essendo Horowitz l’unico membro fisso della band, il nomignolo è rimasto legato a lui. Confesso che non saprei dirvi che numero sia questo nuovo album nella sua discografia, direi almeno 25 in circa altrettanti anni di carriera deve averli pubblicati. Come sempre i migliori sono i primi, e quelli dal vivo, ma Popa Chubby, a parte forse un paio di volte, con l’ex moglie Galea, non è mai andato sotto il livello di guardia, ed i suoi dischi sono sempre abbastanza soddisfacenti, con delle punte di eccellenza. Anche questo Two Dogs non devia dalla regola aurea del “Blues according to Popa Chubby”, che è stato anche il titolo di un suo disco: per l’occasione Horowitz ha inciso solo materiale originale (ma poi non ha resistito, e alla fine dell’album comunque ci sono un paio di cover di pregio). Dopo Catfish dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/11/19/il-solito-popa-chubby-the-catfish/ , il primo per la earMusic, quindi dai gatti si passa ai cani, ma il risultato di fondo non cambia: il tastierista è il “solito” Dave Keyes, un nome, una garanzia, da molti anni con il “Chubby”, per il resto, si segnala la presenza alla batteria di Sam Bryant, uno ha che suonato per diversi anni nella band di Kenny Wayne Shepherd, e quindi è abbastanza uso al blues-rock diciamo energico di Popa Chubby, che comunque incorpora anche da sempre elementi soul e R&B.

L’album si apre con It’s Alright, un classico pezzo blues alla Horowitz, chitarra fluida e pungente, un ritmo influenzato, come ricorda lo stesso Chubby nel filmato, dai vecchi ritmi Detroit della Motown, quel pop errebì gioioso che imperava negli anni ’60, con le tastiere di Keyes molto presenti a controbilanciare il lavoro della solista, uno dei suoi pezzi migliori degli ultimi anni; Rescue Me dovrebbe essere una vecchia canzone mai incisa in passato per svariati problemi, che questa volta trova la via del nuovo disco, altro brano positivo e vibrante, tra R&R e blues, a tutto riff, con la chitarra sempre pungente del nostro, mentre Preexisting Order un brano che verte sull’health care americana, ha un ritmo quasi da soul revue, con l’intervento di fiati rotondi a dare corpo ad un’altra canzone dove si respira un’aria musicale brillante e positiva. Sam Lay’s Pistol è un altro pezzo che viene dal passato, scritto con l’ex moglie Galea, narra le vicende incredibili e grottesche di Sam Lay, il vecchio batterista che fu con i grandi della Chess e del blues (pure con Butterfield Blues Band e quindi presente alla svolta elettrica di Dylan) che aveva l’abitudine di portare sempre con sé una pistola, con cui una volta si sparò per sbaglio, anche negli zebedei, brano leggero e piacevole ancora una volta, ma suonato con il solito piglio deciso che sembra caratterizzare questo Two Dogs;la cui title-track è un bel esempio del classico blues degli episodi più funky del nostro, giro rotondo di basso, ancora i fiati presenti e chitarrina insinuante con wah-wah in evidenza.

Niente male pure Dirty Old Blues un rock-blues tirato e brioso, con Popa Chubby che va alla grande di slide, un pezzo da “Instant Grat” lo definisce, e in effetti la gratificazione è immediata; e il groove è potente e coinvolgente anche nella successiva Shakedown, un wah-wah hendrixiano incontra un ritmo da Memphis e dintorni e il divertimento è assicurato. Wound Up Getting High è la preferita dello stesso Horowitz, una sorta di southern ballad, solo piano e chitarra acustica, con piccoli interventi dell’elettrica; Clayophus Dupree è il primo dei due strumentali del disco, dove si apprezza tutta la tecnica del nostro che è chitarrista di pregio e dal feeling unico, molto piacevole anche il lavoro dell’organo di Dave Keyes che fa molto Booker T & The Mg’s, mentre lo stesso Popa Chubby siede alla batteria, novello Al Jackson. Me Won’t Back Down  rientra nell’agone più funky-rock della musica del nostro, ma mi sembra uno degli episodi meno convincente del disco, al di là del solito buon lavoro al wah-wah, eecellente Chubby’s Boogie, l’altro pezzo strumentale dell’album, un tributo a Freddie King, ma pure con rimandi alla musica degli Allman Brothers, grazie alle twin guitars suonate dallo stesso Horowitz, notevole anche Keyes al piano, una delle migliori tracce del CD, che comunque segnala in generale un ritorno alla miglior forma del nostro. Come testimoniamo anche le due bonus tracks dal vivo poste in coda all’album: una Symphathy For The Devil, tratta dal tour di Big, Bad And Beautiful, con il classico brano degli Stones che riceve un trattamento Deluxe e una più intima e raccolta Hallelujah, il brano di Leonard Cohen via Jeff Buckley, solo per chitarra e piano, quasi dieci minuti per una versione molto sentita e commovente.

Bruno Conti

Formato Piccolo, Ma Voce Sempre Grande. Janiva Magness – Blue Again

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Janiva Magness – Blue Again – Blue Elan Records

Mini album, “mini” recensione, ma non mini nella qualità dei contenuti, questo nuovo disco della sempre più brava Janiva Magness, una delle migliori voci in ambito soul e blues in circolazione al momento. Il precedente disco Love Wins Again, era stato pubblicato all’incirca un anno fa http://discoclub.myblog.it/2016/05/11/piu-che-lamore-la-voce-che-vince-volta-janiva-magness-love-wins-again/ , ma per l’occasione la cantante di Detroit ha interrotto la cadenza biennale con cui stavano uscendo i suoi dischi nell’ultima decade e oltre: d’altronde se con un mini album ha dimezzato il tempo che di solito passava tra un’uscita e l’altra; non la possiamo certo definire prolifica, per quello dobbiamo guardare a un Bonamassa (sta arrivando il nuovo disco), oppure gruppi od artisti che da quando sono morti pubblicano più album di quando erano in vita, penso ai Grateful Dead o Frank Zappa, comunque nel passato era normale che i dischi uscissero con maggiore frequenza, senza pregiudicare la qualità dei contenuti.

E mi sembra che anche in questo caso la Magness centri il colpo: prodotta al solito dal bravo Dave Darling, che per l’occasione non suona nel CD, dove troviamo invece Zach Zunis e Garrett Deloian alle chitarre, Gary “Scruff” Davenport al basso, Matt Tecu alla batteria e l’ottimo Arlan Schierbaum, ex tastierista proprio della band di Bonamassa., con il solo batterista “nuovo” rispetto al precedente disco. Si diceva di un mini album: sei brani in tutto, tutte cover questa volta, per festeggiare 20 anni di carriera, visto che il primo disco, inciso con Jeff Turmes, It Takes One To Know One, usciva nel 1997, quando Janiva aveva già 40 anni (quindi stavolta in teoria non vi ho detto l’età, però i conti si fanno presto), ma era già una “signora” cantante, e con il tempo è solo migliorata, come dimostra la recente nomination ai Grammy e i sette Blues Music Awards vinti. E come si evince subito anche dalla potente I Can Tell, che pure essendo scritta da tale Samuel Smith, gira intorno a un riff alla Bo Diddley, che infatti era stato il primo ad inciderla, tra R&R e Blues, con una grinta vocale inconsueta nelle sue canzoni, più rauca e “cattiva” del solito, aiutata dall’eccellente lavoro di David “Kid” Ramos, ospite alla chitarra solista.

I Love You More Than You’ll Ever Know, la più bella canzone del disco, è quella splendida ballata blues’n’soul che appariva nel primo album dei Blood, Sweat & Tears, scritta da “Al Cooper” (, ma per favore,come hanno fatto a ciccare il nome dell’autore nelle note del dischetto?), e che ricordiamo in grandi versioni di Donny Hathaway e in quella più recente di Beth Hart con Joe Bonamassa, splendida, e la nostra Janiva rivaleggia proprio con Beth Hart, grazie ad una interpretazione calda e intensa come poche. Altro ospite presente nel CD è Sugaray Rayford che duetta con la Magness in una magnifica rilettura di If I Can’t Have You di Etta James, con i due cantanti che si stimolano a vicenda nel call and response tipico della grande soul music, raffinato e delicato anche il lavoro dei due chitarristi e di Schierbaum al piano; chitarristi che tirano di brutto anche nel rock-blues sanguigno ed inatteso della poco nota Tired Of Walking, dove Janiva canta come se fosse posseduta dal Dio del rock. Piu raffinata e bluesy Buck, un brano inciso ai tempi da Nina Simone, qui impreziosito da un intervento dell’armonica di TJ Norton, con la Magness che gigioneggia in grande souplesse. Chiusura dedicata ancora al blues con una cover di Pack It Up, un pezzo del repertorio di Freddie King, dove i due chitarristi si dividono tra una elettrica lancinante ed un’acustica di supporto, mentre Schierbaum è impegnato al piano elettrico e le nostra amica canta ancora in modo ricco di pathos. Come si suole dire, breve ma intenso.

Bruno Conti

Difficile Suonare Il Blues Meglio Di Così. Freddie King – Ebbet’s Field Denver ‘74

freddie king ebbet's field denver 74

Freddie King – Ebbet’s Field Denver ’74 – 2 CD Klondike

Mentre Little Freddie King, quello “minore” (benché comunque nato solo sei anni dopo quello vero, scomparso nel lontano 1976) continua imperterrito a sfornare nuovi album di buona qualità, del Freddie King originale ogni tanto (ri)appaiono delle testimonianze Live degli ultimi anni della sua carriera. Dopo l’ottimo  Going Down At Onkel Po’s, pubblicato un paio di anni fa dalla Rockbeat,  relativo ad un concerto del 1975, e di cui si era parlato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2015/08/27/il-meno-famoso-dei-re-del-blues-freddie-king-going-down-at-onkel-pos/, ecco sbucare dalle nebbie del tempo un altro eccellente concerto, questa volta registrato all’Ebbet’s Field di Denver il 27 maggio del 1974, tratto da un broadcast radiofonico, visto che quel locale della città americana spesso era teatro di eventi trasmessi dalle emittenti regionali ed esistono moltissimi CD dal vivo registrati in quella location. Freddie King quando è scomparso aveva solo 42 anni, quindi era ancora nel pieno del suo fulgore artistico, a maggior ragione in questo concerto registrato due anni prima della morte, quando era in imminente uscita il suo primo album per la RSO Burglar, prodotto da Tom Dowd e con la partecipazione del suo “pupillo” Eric Clapton e una schiera di musicisti di valore ad accompagnarlo.

Ovviamente in questa data King è accompagnato dalla sua touring band, e anche se le note del dischetto non sono molte precise e dettagliate, per quanto annuncino, al contrario, di esserlo, dovrebbero esserci, sicuramente il fratello di Freddie (Fred King all’anagrafe) l’immancabile Benny Turner al basso, Charlie Robinson alla batteria, al piano Lewis Stephens (ipotizzo in base ai musicisti che King impiegava dal vivo all’epoca, ma anche alle presentazioni durante il concerto ) Alvin Hemphill all’organo, anche se viene presentato come Babe (?), e Floyd Bonner alla seconda chitarra, ma tiro ad indovinare come Giucas Casella, quindi potrei sbagliarmi, però non credo. Quello su cui non si sbaglia è la qualità del concerto: sia a livello di contenuti, soprattutto, ma anche di quello della registrazione, di buona presenza sonora per quanto un filo rimbombante, con una partenza fantastica grazie ad una I’m Ready sparatissima, dove la band, come al solito tira la volata al leader che inizia subito ad estrarre note magiche dalle corde della sua Gibson. A seguire una versione splendida e assai bluesata, come è ovvio, di un classico di quegli anni, una bellissima Ain’t No Sunshne, il brano di Bill Withers, dove Freddie King distilla note dalla sua chitarra come neppure il suo discepolo Manolenta, e poi canta con passione ed ardore quella meravigliosa perla della soul music; molto bella anche una versione di Ghetto Woman, preceduta da una lunghissima introduzione, un brano  di “fratello” B.B. King, con un liquido piano elettrico e uno svolazzante organo, che ben spalleggiano la solista di King, sempre incisiva nelle sue improvvisazioni inimitabili. Eccellente anche la ripresa di Let The Good Times Roll, grande versione con un sound sanguigno e vicino al rock, e la Freddie King Band che dimostra il suo valore. Pack It Up è uno dei brani presenti su Burglar, un funky-blues gagliardo, peccato per la voce che è poco amplificata, ma la musica compensa alla grande.

E poi arriva una delle sue signature songs, Have You Ever Loved A Woman, in una versione sontuosa, dodici minuti di pura magia sonora, con il classico slow blues di King che viene rivoltato come un calzino in questa versione monstre, grande interpretazione vocale , e con la chitarra di uno dei maestri dell’electric blues che si libra autorevole e ricca di feeling in questo brano straordinario. La seconda parte del concerto (e secondo CD) si apre su un brano riportato come Blues Instrumental nel libretto, un’altra lunga improvvisazione con tutta la band in grande evidenza, una grinta ed una potenza d’assieme veramente ammirevoli; bellissima anche TV Mama, un altro dei cavalli di battaglia di Freddie King, presente pure nel repertorio di Eric Clapton, ce n’è una versione incredibile registrata in coppia, nel box di Eric Give Me Strength, comunque pure questa versione non scherza, intensa e di grande vivacità. Un altro dei classici live di King era Going Down (presente anche nel disco dal vivo all’Onkel Po, con cui comunque non ci sono moltissimi brani in comune), uno dei suoi brani più amati dagli Stones, anche questo presente in una versione travolgente; Wee Baby Blues è un classico, lancinante, slow blues, con la chitarra sempre in grado di stupire per la sua eloquenza sonora, seguita da un brano riportato semplicemente come Instrumental sul CD, dove King si arrampica in una velocissima serie di scale sul manico della sua chitarra, prima di accomiatarsi dal pubblico presente alla serata con una scintillante That’s Alright, altro blues lento di grande caratura, con un crescendo fantastico,  a conferma del fatto che era difficile suonare il blues meglio di Freddie King, qui preservato per i posteri!

Bruno Conti       

Finché Fa Dischi Così Belli, Può Farne Quanti Ne Vuole! Joe Bonamassa – Live At The Greek Theater

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Joe Bonamassa – Live At The Greek Theatre – 2 CD – 2 DVD – Blu-Ray – 3 LP – Mascot/Provogue

Credo che per Joe Bonamassa il disco dal vivo sia come una religione (o forse vuole battere i record assoluti di uscite, ma gente come Grateful Dead, Phish o gli stessi Gov’t Mule saranno difficilmente superabili, anche se a questi ritmi potrebbe farcela): in fondo è ancora giovane, 39 anni quest’anno, e fino ad oggi a nome suo ne già ha pubblicati 13, compreso quello con Beth Hart (14 con questo) più la collaborazione con i Rock Candy Funk Party. Comunque al di là dei fattori numerici quello che conta è la qualità degli album, e quella ultimamente non manca mai, e dietro questi album dal vivo c’è spesso una idea intrigante: il disco acustico alla Vienna Opera House, la collaborazione con una grande vocalist come la Hart, il disco nell’anfiteatro di Red Rocks, che è anche un omaggio alla musica di Howlin’ Wolf e Muddy Waters, nel caso di Live At The Greek Theatre, l’oggetto del concerto è la musica dei tre grandi King del blues, B.B., Freddie e Albert, in una selezione dei loro brani migliori, più qualche chicca, estratti dal tour di 14 date negli anfiteatri americani dell’estate del 2015. E per sapere cosa ci/vi aspetta per il futuro, nel 2016 Bonamassa ha girato i palcoscenici europei (compresa una data italiana) con uno spettacolo incentrato sui grandi della British Blues Invasion, ovvero Beck, Clapton e Page, non aggiungo altro.

Ma concentriamoci su questo doppio CD ( e nel DVD doppio ci sono vari extra musicali, oltre ad una intervista con i genitori di Joe): Bonamassa è accompagnato dalla sua fantastica band, Anton Fig, batteria, Michael Rhodes, basso, Reese Wynans, tastiere, oltre a Lee Thornburg, Paulie Cerra e Ron Dziubla, alla sezioni fiati, Kirk Fletcher, chitarra aggiunta e le coriste Jade Mcrae e Juanita Tippins, guidate dalla bravissima Mahalia Barnes (la figlia di Jimmy, che duetta anche con Joe in una spumeggiante versione di Let The Good Times Roll, uno dei super classici di B.B. King). Brano che troviamo solo verso metà concerto, l’apertura è affidata a See See Baby, dal repertorio del forse meno noto, ma sempre grandissimo, dei tre re, Freddie King, versione compatta e swingante, con i fiati a manetta, Dziubla e Cerra anche al proscenio e il piano di Wynans subito sul pezzo, poi entra la solista di Joe, limpida ed inventiva, come richiede il repertorio. Anche Some Other Day Some Other Time era di Freddie, Federal 1964, forse meno conosciuta della precedente, la cantava pure Tony Bennett, ma qui Bonamassa comincia a scaldare le mani con un paio di soli dei suoi e il ritmo ha tocchi latineggianti. Ormai si sarà capito che la prima parte del concerto è dedicata a Freddie King, Lonesome Whistle Blues è un lento di quelli atmosferici e sofferti, tutto chitarra lancinante e torrida e piano, ma Joe canta anche bene e con voce sicura in tutto il concerto, ben spalleggiato a richiesta da Mahalia, per esempio in Sittin’ On The Dock Boat di nuovo danzabile e R&B, con formidabili inserti di chitarra, che poi assurge a protagonista assoluta in You’ve Got To Love Her With A feeling, uno slow dove la solista vi fa il pelo e il contropelo, e Going Down l’avrà anche scritta Don Nix ma la versione di riferimento era quella di Freddie, blues e rock a braccetto.

Cambia il soggetto, si passa ad Albert King, ma partendo da I’ll Play The Blues For You si rimane in quel blues misto soul di cui l’omone di Indianola era maestro assoluto nelle sue incisioni Stax, con tanto di Flyng V sfoderata da Joe https://www.youtube.com/watch?v=qoX0Olfqziw , e anche I Get Evil era uno dei classici assoluti del blues, qui rifatto con grinta da leone e assolo di organo di Wynans da sballo. Breaking Up Somebody’s Home è in una versione lunga e torrida, con la band che crea un train sonoro dove Bonamassa può scaricare la solista alla grande e in Angel Of Mercy la febbre sale ancora, il concerto comincia a scaldarsi, il blues si tinge di rock e si comincia a godere https://www.youtube.com/watch?v=kUJsi4vuGjY , mentre il funky-jazz-soul di Cadillac Assembly Line, ancora Albert, conclude la prima parte https://www.youtube.com/watch?v=bSLXTxKHDS4 .

Per il secondo CD è B.B. King time, ma all’inizio del dischetti c’è ancora una Oh Pretty Woman di Albert King da manuale del blues, di Let The Good Times Roll abbiamo detto, ma non vogliamo parlare di una Never Make Your Move Too Soon bella cattiva https://www.youtube.com/watch?v=HW9qLOfHabI ? Poi tocca allo spiritual meets blues di Ole Time Religion, che uno di solito non assocerebbe a lui, ma era su un disco del 1959 B.B. King Sings Spirituals e qui le tre coriste prima di lasciare il proscenio alla solista di Joe ci danno dentro di gusto.. Poi a seguire una versione in crescendo torrenziale di Nobody Loves Me But My Mother, quattro minuti di assolo da spellarsi le mani per gli applausi prima della parte cantata, una divertente Boogie Woogie Woman per stemperare la tensione, prima di una colossale Hummingbird, dieci minuti di pura magia sonora, dove Bonamassa dà fondo a tutte le sue riserve di feeling, splendida versione. E i tre bis diciamo pure che non sono malaccio neanche quelli: Hide Away, velocissima e fulminante, Born Under A Bad Sign, in una versione da “Creaminologo”, ma con fiati, coriste e tastiere aggiunte ad allargarne lo spettro sonoro, e per finire in gloria The Thrill Is Gone, che fin che verrà fatta così bene il brivido non se ne andrà mai. Riding With The Kings, posta in coda come bonus è un adattamento del pezzo di John Hiatt, una versione sapida cantata a due voci con Mahalia Barnes. Fino a che fa dei dischi così  belli come si fa a rimproverarlo, forse per la copertina un po’ pacchiana!

Bruno Conti

Era Ora, Finalmente Un Bel Johnny Winter Dal Vivo: Woodstock Revival 10 Year Anniversary Festival 1979

johnny winter woodstock revival

Johnny Winter – Woodstock Revival 10 Year Anniversary Festival 1979 – Klondike

Oh, finalmente un bel Johnny Winter dal vivo! Ironie a parte (ma non troppo, se è la verità), anche questo Live radiofonico relativo ad un broadcast del 1979 è molto buono. Leggendo le note, l’estensore ci ricorda che per il Festival di Woodstock ci sono stati concerti per festeggiare i 10, 25 e 30 anni (ma anche nel 2009, quello per il 40° Anniversario, e già progettano il 50° per il 2019): ma poi ci informa che però quello del decennale è stato uno dei migliori in assoluto perché la memoria dell’evento era fresca e i partecipanti ancora in forma e pimpanti (più o meno, a parte quelli morti). Ci viene comunicato che l’evento si tenne ai Park Meadows Racetrack di Long Island, Brookhaven, stato di New York e non nel sito originale, e che, a dimostrazione del fatto che i tempi erano cambiati, la Pepsi era lo sponsor della serata. Comunque, come detto, dettagli a parte, il concerto dell’8 settembre è decisamente buono; Johnny Winter si presenta con il suo classico trio dell’epoca, Jon Paris, basso e armonica e Bobby T Torello, alla batteria.

Non vi ricordo per l’ennesima volta l’immenso talento di Winter (ma l’ho appena fatto) sia come chitarrista che come portabandiera del blues più sanguigno, ma anche del R&R più selvaggio, entrambi ottimamente rappresentati in questa serata. Quindi se non ne avete ancora abbastanza di concerti del musicista texano, questo si situa su una fascia medio-alta, sia come contenuti che come qualità sonora, eccellente (tra le migliori dei molti broadcast a lui dedicati), e il menu della serata comprende l’apertura affidata a una sparatissima Hideaway di Freddie King, presa a velocità di crociera elevatissima e con rimandi e citazioni anche per Peter Gunn e inserti wah-wah hendrixiani, gran versione, con la ritmica che pompa di brutto, assolo di basso di Paris incluso. Messin’ With The Kid, il brano di Junior Wells, era di recente apparso su Red Hot & Blue, il disco del 1978, ma dal vivo è tutta un’altra storia, Winter è in gran forma anche a livello vocale e dopo il vorticoso pezzo di Wells si lancia subito nel riff immortale di Johnny B. Goode, preceduto dal suo classico urlo “Rock and Roll” e quello è, la sua versione sempre una tra le più belle di questo standard del R&R.

Ma pure l’omaggio al blues e a Robert Johnson con una splendida Come On In My Kitchen è da manuale, con Jon Paris anche all’armonica e Winter che passa alla slide, dove è uno dei maestri assoluti dello stile, come dimostra la turbinosa ripresa di Rollin’ And Tumblin’, un Muddy Waters d’annata, in cui il bottleneck di Winter viaggia come un treno senza guidatore, a livelli di intensità micidiali, in uno dei momenti migliori di un concerto comunque sempre ad alto livello. Help Me rallenta i tempi ma non il vigore della performance, il classico groove del pezzo viene illuminato da altri sprazzi di bravura di Johnny con la sua solista. Perfino un brano “minore” come Stranger, che era su John Dawson Winter III, riceve un trattamento sontuoso, con la solista accarezzata, titillata, strapazzata, con grande ardore, e il nostro che canta con verve decisa, in una serata di quelle ottime, senza lati negativi, solo musica di grande qualità. Serata che si conclude con una versione squassante di Jumpin’ Jack Flash che forse neppure gli Stones migliori avrebbero potuto pareggiare, quanto a potenza e grinta. E, non contento, richiamato a gran voce dal pubblico, ritorna per un altro mezzo terremoto R&R (breve drum solo di Torello annesso) sotto forma di Bony Moronie di Little Richard via Larry Williams, altro devastante esempio di quello che poteva regalare Johnny Winter quando era in una serata giusta, e questa lo era. Solo 63 minuti, ma non un secondo superfluo!

Bruno Conti

A Proposito Di Ritorni: Ancora Lui, Eccolo Di Nuovo! Joe Bonamassa – Live At The Greek Theater

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Joe Bonamassa – Live At The Greek Theatre – 2 CD – 2 DVD – Blu-Ray Mascot/Provogue EU JR Adventures USA – 23/09/2016

Ormai non vi propongo più il giochino del “Eravate preoccupati?”: puntuale come un orologio svizzero, almeno due volte all’anno Joe Bonamassa ci propone una nuova uscita discografica. Dopo il notevole Blues Desperation, uscito ad inizio primavera http://discoclub.myblog.it/2016/03/20/supplemento-della-domenica-anteprima-nuovo-joe-bonamassa-ormai-certezza-blues-of-desperation-uscita-il-25-marzo/, questa volta tocca ad un album (o video) dal vivo: solo per citare i luoghi più famosi dove Bonamassa ha suonato, dopo la Royal Albert Hall, il Beacon Theatre, la Vienna Opera House, il Carré Theatre di Amsterdam con Beth Hart, le quattro venue di Londra del tour 2013, Red Rocks, con il tributo a Muddy Waters e Howlin’ Wolf, la Radio City Music Hall, questa volta tocca al Greek Theatre di Los Angeles. Una sorta di giro del mondo in alcune delle più grande locations concertistiche sparse per il globo terracqueo, che probabilmente nei prossimi anni si arricchirà di nuovi capitoli. Come nella serata al Red Rocks a due passi da Denver, in Colorado, anche in questo caso si tratta di un concerto evento, dedicato ai tre grandi “King” del Blues, Albert, Freddie B.B, tre vere leggende che Joe omaggia rileggendo il loro repertorio, con la consueta grande perizia tecnica, ma anche con passione e devozione, da parte di quello che è ormai considerato l’ultimo grande “guitar hero” del blues (e del rock).

Io, per essere sincero, mi aspettavo qualcosa di nuovo delle sue collaborazioni con Beth Hart, magari un disco nuovo di studio, oppure estratti dalla serie di concerti registrati in crociera per la Keeping the Blues Alive at Sea, ma probabilmente è solo questione di tempo. E per non farsi mancare nulla Joe Bonamassa, questa estate, nel nuovo tour, ha dedicato una serie di concerti alla British Blues Explosion, ovvero Eric Clapton, Jeff Beck Jimmy Page, in ordine di apparizione. E questo sarà presumo uno dei prossimi progetti del nostro https://www.youtube.com/watch?list=PLe1oL2lSY_Fv2zNaya13D8jZLhn-B8bnk&v=n_KLvqPVuGQ

Ma nel frattempo prepariamoci a gustarci il nuovo Live At The Greek Theatre, registrato nel suo tour Three Kings durante l’estate del 2015, accompagnato dalla sua fantastica band: Anton Fig (drums), Michael Rhodes (bass), Reese Wynans (Keys), Lee Thornburg (trumpet), Paulie Cerra (saxophone), Ron Dziubla (saxophone), Kirk Fletcher (Guitar), Mahalia Barnes  (la figlia di Jimmy, che è quella che canta con Joe nel primo video all’interno del Post), Jade MaCrae e Juanita Tippins (Vocals). Il concerto uscirà nei consueti formati: doppio CD, doppio DVD, con un secondo dischetto bonus, che contiene vari dietro le quinte registrati durante le prove, un video intitolato Riding With The Kings e una inedita conversazione con i genitori di Bonamassa. Stesso discorso per il Blu-Ray. Naturalmente tutti i formati contengono i 22 brani che sono stati registrati per il concerto:

Tracklist
[CD1]
1. See See Baby
2. Some Other Day, Some Other Time
3. Lonesome Whistle Blues
4. Sittin’ On The Boat Dock
5. You’ve Got To Love Her With A Feeling
6. Going Down
7. I’ll Play The Blues For You
8. I Get Evil
9. Breaking Up Somebody’s Home
10. Angel Of Mercy
11. Cadillac Assembly Line

[CD2]
1. Oh, Pretty Woman
2. Let The Good Times Roll
3. Never Make Your Move Too Soon
4. Ole Time Religion
5. Nobody Loves Me But My Mother
6. Boogie Woogie Woman
7. Hummingbird
8. Hide Away
9. Born Under A Bad Sign
10. The Thrill Is Gone
11. Riding With The Kings

[DVD or Blu-ray]
1. Beginnings
2. See See Baby
3. Some Other Day, Some Other Time
4. Lonesome Whistle Blues
5. Sittin’ On The Boat Dock
6. You ve Got To Love Her With A Feeling
7. Going Down
8. I’ll Play The Blues For You
9. I Get Evil
10. Breaking Up Somebody’s Home
11. Angel Of Mercy
12. Cadillac Assembly Line
13. Oh, Pretty Woman
14. Let The Good Times Roll
15. Never Make Your Move Too Soon
16. Ole Time Religion
17. Nobody Loves Me But My Mother
18. Boogie Woogie Woman
19. Hummingbird
20. Hide Away
21. Born Under A Bad Sign
22. The Thrill Is Gone
23. Riding With The Kings (Credits)

Quindi non ci resta che attendere il prossimo 23 settembre per godere ancora una volta come ricci!

Bruno Conti

Da Una Costola Degli Allman Brothers Vennero I Sea Level – Live In Chicago 1977

sea level live in chicago 1977

Sea Level – Live In Chicago 1977 –Live Wire 

Nel 1976, a seguito di varie tensioni interne tra i membri della band, si scioglievano una prima volta gli Allman Brothers (poi di nuovo insieme dal 1979 al 1981). Nell’interregno, tre componenti del gruppo, Chuck Leavell, Lamar Williams e Jaimoe, pensarono di dare vita ad una nuova formazione chiamata We Three, optando poi, con l’aggiunta dell’ottimo chitarrista Jimmy Nalls, per il nome Sea Level.  Già in quell’anno fecero molti tour, poi pubblicando l’anno successivo per la Capricorn il loro album di debutto omonimo, seguito, sempre nel 1977, da un ampliamento della band a sette elementi e la pubblicazione di Cats On the Coast, che con il successivo On The Edge è stato ristampato in CD come un twofer dalla Real Gone Music. Il primo omonimo album, quello più bello, a mio parere, era uscito in CD bervemente a fine anni ’90 per la Capricorn, ma è sparito da tempo: proprio da quel disco viene gran parte del materiale contenuto in questo Live In Chicago 1977, il solito broadcast radiofonico registrato nel luglio di quell’anno, inciso veramente benissimo e con un repertorio che riprende anche alcuni brani della Allman Brothers Band, con versioni notevoli di Statesboro Blues e Hot ‘Lanta, oltre ad altre escursioni nel blues con Hideaway e I’m Ready.

 

Per il resto si tratta perlopiù di brani strumentali con la band che usa uno stile che fonde un jazz-rock più “umano” di quello di gruppi come i Return To Forever di Chick Corea o gli Eleventh House di Larry Coryell, con il classico southern del gruppo madre, grazie al virtuosismo spinto dei vari componenti della formazione. Lamar Williams era un bassista formidabile, che unito al drive inarrestabile di Jay Johanny Johanson (sarebbe Jaimoe con il suo vero nome per esteso), consentiva ai due solisti, Chuck Leavell, tuttora uno dei tastieristi migliori e più ricercati in ambito rock (chiedere agli Stones) e Jimmy Nalls, chitarrista sottovalutato, ma di grande valore, di dare libero sfogo alle loro capacità, senza eccedere troppo in un virtuosismo fine a sé stesso, diciamo il giusto. Si parte con una scintillante Tidal Wave dove l’intrecciarsi tra il liquido piano elettrico di Leavell, che si rifà molto al sound di Chuck Corea e la chitarra fantastica di Nalls, ricordano proprio i citati Return To Forever, anche se con un approccio meno cerebrale e più rock, anche vicino alle fughe strumentali degli Allman. E pure Rain In Spain ha quell’aura spagnoleggiante tipica del grande Chick e del suo socio dei tempi Al Di Meola, e comunque, se suonavano i ragazzi! Scarborough Fair, sempre tratta dal primo album è la ripresa di quel pezzo tradizionale, che tutti conosciamo nella versione di Simon & Garfunkel, sognante e delicata come si addice al pezzo, anche se la chitarra di Nalls è sempre pungente e la sezione ritmica indaffaratissima.

Si rimane nell’ambito dei pezzi strumentali con una cover fantastica della classica Hideaway di Freddie King che ci riporta al classico blues-rock della band di provenienza, come pure una vorticosa Hot ‘Lanta dove le tastiere magiche di Leavell si sostituiscono alla solista di Duane Allman in uno sfoggio di forza e bravura, prima di lasciare spazio al riff ricorrente del brano poi sviluppato in modo eccellente da Nalls. La lunga Patriotic Flag Weaver (quasi 10 minuti), con i suoi ritmi tra il marziale e il jazzato, rivisita l’inno nazionale a tempo di rock, con una lunga parentesi delle tastiere di Leavell nella parte centrale. Anche con Gran Larceny rimaniamo sempre in questo ambito jazz-rock virtuosistico per poi lasciare spazio al leggendario riff di Statesboro Blues, con Jimmy Nalls alla slide e la voce umana che fa la sua prima gradita apparizione in un concerto per il resto tutto strumentale, gran bella versione, ricca di grinta e stamina, e niente male anche la vorticosa Midnight Pass che ricorda i classici brani strumentali di Dickey Betts per gli Allmans. Si chiude a tempo di blues con I’m Ready, il pezzo del vecchio Muddy Waters che non manca di alzare la quota emotiva del concerto. Bella serata, preservata in modo perfetto per i posteri.

Bruno Conti

Se Fosse Anche Inciso Bene Sarebbe Perfetto, 2! Stevie Ray Vaughan & Double Trouble – Live…Texas ’87

stevie ray vaughan live...texas '87

Stevie Ray Vaughan & Double Trouble – Live…Texas ’87 2CD Rox Vox 

Un altro? Ebbene, pare di sì, ormai questi CD relativi a broadcast radiofonici paiono spuntare come funghi, e i concerti di Stevie Ray Vaughan sono tra i più gettonati da queste etichette fantasma. Comunque, finché dura, gli appassionati e i fans hanno di che gioire, soprattutto quando la qualità, musicale e in parte sonora, è di questo spessore. Prendiamo il dischetto, anzi i dischetti in questione: per prima cosa il concerto è completo, fatto abbastanza raro in queste (ri)pubblicazioni, la qualità sonora è buona, sia pure con un po’ di statica e soffio della trasmissione radiofonica, ma soprattutto il contenuto è veramente notevole. Siamo al 1° febbraio del 1987, Majestic Theatre di San Antonio, Texas, SRV quindi gioca in casa, è il tour relativo a Live/Alive, il doppio album ufficiale della sua discografia, pubblicato nel 1986 dalla Columbia, ma siamo nella seconda parte di quella tournée, il nostro amico sembra essersi liberato dai suoi problemi di dipendenza da alcol e droghe e suona in modo superbo, nettamente superiore al contenuto del doppio Columbia. In effetti il concerto, trasmesso dall’emittente texana KZEP-FM, è veramente fantastico: accompagnato dai soliti Double Trouble, Layton, Shannon e Wynans, Vaughan dà vita ad una delle migliori esibizioni che mi è capitato di sentire, sia da dischi ufficiali, come da bootleg, e probabilmente i due compact meriterebbero anche, in una ipotetica valutazione, una mezza stelletta in più, se fossero incisi meglio, per quanto…

Dopo l’introduzione dell’emittente radiofonica che racconta brevemente il ritorno del figliol prodigo a casa sua e la presentazione sul palco dal MC della serata, ci tuffiamo a capofitto in una versione vorticosa dello strumentale Scuttle Buttin’, seguita dall’orgia wah-wah di Say What, più hendrixiana che mai. Poi, a seguire, una grandissima e lunghissima versione, oltre tredici minuti, dello slow blues Ain’t Gone’N’Give Up On Love, veramente ispirata dallo spirito dei grandi chitarristi che lo hanno preceduto. Lookin’ Out The Window è solo normale, ma Look At Little Sister, pur con qualche problema tecnico nella registrazione, è decisamente sopra alla media, come pure una ferocissima Mary Had A Little Lamb, dove Stevie Ray strapazza la sua Fender in modo quasi delicato, prima di lanciarsi in una inconsueta, ma non rarissima e gagliarda, rilettura, del classico di Freddie King Hideaway.

Pausa, e il secondo dischetto riparte con la sua versione di Superstition, sempre tiratissima, prima di lanciarsi in una fantasmagorica Willie The Wimp, veramente “cattiva” e nello slow blues intensissimo di Dirty Pool, per non parlare di una Cold Shot da antologia, una altrettanto eccellente cavalcata nel rock-blues leggendario di Couldn’t Stand The Weather, anche questa presa dal libretto di istruzioni, “come suonare, quasi, come Jimi Hendrix”. Non manca una lunghissima versione di Life Without You, che era tratta da Soul To Soul, il disco allora più recente, e che dal vivo era diventata uno dei nuovi cavalli di battaglia del suo repertorio, mentre Testify. che conclude il concerto, è/era uno dei suoi brani migliori in assoluto, qui in una versione scintillante con SRV e i Double Trouble, presentati a fine canzone, al meglio delle loro possibilità. Breve intermission radiofonica e si torna per i bis: Come On Part III, il brano di Earl King ma che tutti conosciamo nella versione di Hendrix e una scoppiettante Love Struck Baby (peccato per la qualità sonora che qui peggiora leggermente) che conclude degnamente una serata memorabile.

Bruno Conti