John Mayall Retrospective, Il Grande Padre Bianco Del Blues Parte I

john mayall photo david gomez Photo David Gomez

In questo scorcio del 2019 stiamo assistendo ad un soprassalto di attività legate a John Mayall che, dopo avere compiuto 85 anni lo scorso 29 novembre, anziché rallentare sembra avere intensificato le operazioni: prima pubblicando un nuovo album Nobody Told Me, che probabilmente è il suo migliore degli ultimi 40 anni e oltre https://discoclub.myblog.it/2019/02/21/85-e-non-sentirli-il-suo-miglior-album-da-oltre-40-anni-john-mayall-nobody-told-me/ , poi riprendendo la sua comunque sempre intensa serie di tour, dove sta presentando anche pezzi del nuovo album, con la presenza di Carolyn Wonderland, il ritorno di un chitarrista nella formazione e la prima volta di una donna in quel ruolo nei Bluesbreakers (anche se il nome non è più in uso, e un paio di presenze femminili c’erano già state negli anni’70, quelli più bui a livello qualitativo). Al musicista di Macclesfield (nel Cheshire, che quindi oltre al famoso gatto, ci ha regalato quantomeno un altro personaggio importante) ci è parso a questo punto doveroso dedicare un articolo, una lunga retrospettiva (che leggerete in tre parti), che tracciasse la carriera di una delle vere leggende della musica blues (ma anche rock): facendo un calcolo a grandi linee della sua produzione, mi pare di avere individuato quasi cento album pubblicati, in una carriera iniziata a livello discografico più di 55 anni fa, nel 1963. Parliamo di dischi di studio, live, antologie, qualche EP, e quindi ecco un resoconto ampio, ma non necessariamente esaustivo della sua produzione, cercando di individuare le fasi salienti di un percorso musicale che lo ha reso una delle figure più importanti nella storia del “Blues Bianco”!

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John Mayall in questo senso non è forse un musicista formidabile: buon cantante e tastierista, discreto chitarrista ritmico, pregevole armonicista, probabilmente non eccelle in nessuno di questi strumenti, armonica esclusa ma la sua importanza si misura nel fatto di essere stato uno scopritore di talenti, un catalizzatore, un divulgatore delle 12 battute dei grandi musicisti neri sul suolo britannico (insieme a Cyril Davies, con cui dice di non avere intrattenuto particolari rapporti, e al suo buon amico Alexis Korner, altro talento scout formidabile, senza dimenticare Chris Barber, uno dei primi ad introdurre nel jazz inglese elementi blues e rock).

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I Gloriosi Anni ’60 Dei Bluesbreakers.

Già nel 1963 (peraltro quando aveva comunque compiuto 28 anni) e saltando gli anni formativi in giro per locali dal 1956 al 1962, Mayall, dopo aver visto la band di Alexis Korner in un club di Manchester prova ad intraprendere una carriera musicale a tempo pieno, in un una band dove con lui c’erano Peter Ward, John McVie al basso, Bernie Watson alla chitarra e Martin Hart alla batteria, i quali pubblicano un singolo Crawling Up A Hill b/w Mr. James, nel maggio 1964. Subito dopo però Watson viene sostituito da Roger Dean (proprio il futuro grande disegnatore di copertine) alla chitarra e Hart da Hughie Flint alla batteria. Questa formazione registra il 7 dicembre 1964…

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John Mayall Plays John Mayall – Decca 1965 – ***1/2

Un buon disco, registrato dal vivo al Klooks Kleek, lo storico club londinese, utilizzando primitive tecniche di registrazione. Dean ha raccontato che c’erano cavi che uscendo da una finestra del locale arrivavano direttamente fino agli studi della Decca, che erano quasi a d un centinaio di metri di distanza. Comunque l’album illustra, sia pure in modo embrionale, quella miscela di R&B, R&R, blues e materiale originale di Mayall (ben 9 brani su 12) che di lì a breve sarà la carta vincente dei futuri Bluesbreakers, non appena un certo “Manolenta” non entrerà in modo dirompente nella formazione. Il disco comunque trasuda energia e grinta, presentando alcuni degli elementi delle future band inglesi che fonderanno blues, rock e R&B. come Dr. Feelgood, Nine Below Zero e altri: canzoni come la pimpante Crawling Up A Hill, I Wanna Teach You e When I’m Gone di Smokey Robinson, mostrano un eccellente armonicista in Mayall ,che suona anche organo e cembalett , e che canta anche con impeto, un buon chitarrista nella persona di Dean e una sezione ritmica con un paio dei futuri grandi del british blues, come McVie e Flint, e c’è anche Nigel Stanger al sax. I Need Your Love è il primo blues intenso, preso dal repertorio di B,B. King, con un buon solo di Roger Dean, R&B Time: Night Train/Lucille, un vibrante medley dei brani di James Brown e Little Richard, Runaway e Heartache tra i primi strumentali  con armonica che impazza ,che saranno poi tipici nella carriera del nostro, nonché il gran finale di Chicago Line

Nel corso del 1965 perdono il contratto con la Decca, ma nell’ottobre del 1965 esce per la Immediate il primo 45 giri attribuito a John Mayall & The Bluesbreakers I’m Your Witchdoctor, un gagliardo pezzo prodotto da Jimmy Page dove appare per la prima volta Eric Clapton alla chitarra, con un sostanziale cambio nel sound che si fa decisamente più torrido (la trovate nella versione Deluxe doppia del primo album, quello qui sotto, con la Decca che li ha rimessi subito sotto contratto). L’anticamera della registrazione di uno degli album epocali della storia del rock, ovvero

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John Mayall – Blues Breakers With Eric Clapton – Decca 1966 – *****

Un capolavoro. Un disco da 5 stellette che ancora oggi mantiene una freschezza ed una forza dirompenti. La sequenza dei 12 brani originali rimane una delle più indimenticabili nella storia delle 12 battute: si apre con il riff devastante di All Your Love di Otis Rush, dove Eric Clapton può dare libero sfogo al suo amore per il blues elettrico più genuino, quello che negli Yardbirds per certi versi aveva dovuto stemperare, con un assolo memorabile che ne mostra già perfettamente sviluppati i futuri splendori. Hideaway, lo strumentale di Freddie King è anche meglio, la mano è tutt’altro che lenta sul manico della chitarra, anzi vola, con una tecnica ed un feeling incredibili ed eleganti, veramente un uno-due da stendere al tappeto chiunque e che permise al Beano Album (dal fumetto in copertina) di arrivare fino al sesto posto delle classifiche UK, segnando l’inizio del British Blues. Litte Girl, un originale di Mayall è ancora intriso di elementi rock, mentre Another Man, ancora di John, solo voce e armonica, è un tuffo nel blues più duro e puro, prima di unire le forze con Clapton per un lento di quelli torridi come Double Crossin’ Time, dove la voce appassionata di John e il suo piano duettano con un ispiratissimo Eric.

A chiudere la vecchia prima facciata del LP una pimpante rilettura del classico di Ray Charles What I’d Say, ottima, anche se è uno dei pochi brani del disco che non supera la versione originale, anche se “God”, come chiamavano Clapton all’epoca ci mette del suo. Un album che sicuramente contribuì al (ri)lancio dei grandi musicisti blues neri sul continente europeo e poi di rimbalzo anche in America. Key To Love, ancora di Mayall, è uno dei primi esempi del blues fiatistico di alcuni dischi che seguiranno, anche Clapton è sempre in modalità sfrenata, e non manca l’omaggio a Mose Allison in una vorticosa Parchman Farm dagli spunti jazzati, prima di una morbida e fantastica blues ballad come Have You Heard con la sezione fiati di Alan Skidmore, Derek Healey e Johnny Almond a spalleggiare il solito infervorato Eric, ma un altro dei momenti topici del disco è sicuramente la versione di Ramblin’ On My Mind , uno dei primi esempi della “elettrificazione” per ora ancora “morbida” dell’opera di Robert Johnson, con “Enrico” voce solista per l’occasione, che poi si scatena nuovamente in una devastante Steppin’ Out, un brano strumentale che era già apparso su What’s Shakin’ e che sarà uno dei futuri cavalli di battaglia delle esibizione live dei Cream e tra i prodromi dell’invenzione del rock-blues e del power trio.

Mayall, che non sta a guardare, omaggia uno dei suoi  maestri Little Walter, con una briosa e scintillante It Ain’t Right. In pratica un album perfetto, che si trova in varie edizioni, quella con mono e stereo in sequenza, oppure l’ideale sarebbe quella in doppio CD Deluxe, ricca di chicche: alcuni dei singoli citati prima, a cui si aggiungono il 45 giri di Bernard Jenkins, sei brani dal vivo poi usciti su Primal Solos, con Jack Bruce al basso e svariate BBC Sessions. Clapton va e viene dalla Grecia, finché non lascia definitivamente il gruppo, ma il buon John ha già pronto il sostituto, un altro giovanissimo fenomeno della chitarra di soli 20 anni chiamato Peter Green, con il quale registra un altro disco epocale come…

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John Mayall Bluesbreakers – A Hard Road – Decca 1967 – *****

Forse le cinque stellette sono troppe, forse, ma la presenza di Peter Green, uno dei miei preferiti in assoluto alla chitarra, lo rende un altro album indispensabile nella discografia di Mayall. Il disco è stato registrato in soli 4 giorni tra ottobre e novembre 1966 ai soliti studi della Decca di Londra, e con la produzione di  Mike Vernon, che aveva curato anche il precedente album, e sarà una sorta di deus ex machina di tutto il filone del British Blues, anche grazie alla propria etichetta Blue Horizon, che nascerà proprio per lanciare i Fleetwood Mac di Peter Green, dove troverà ad attenderlo John Mc Vie e Mick Fleetwood, anche loro fuoriusciti dai Bluesbreaker, con Fleetwood ,che in quel periodo si era alternato alla batteria con Hughie Flint e  Colln Allen, e Ainsley Dunbar, che era il titolare nell’album originale, mentre nelle due Deluxe edition del CD, entrambe doppie, uscite nel 2003 e 2006, c’è anche molto materiale dell’epoca, sempre con Peter Green, uscito su Raw Blues, Looking Back, Thru The Years,4/ 5 brani sono quelli dell’EP con Paul Buttefield, l’omologo americano di Mayall per il blues bianco, un duello di armonicisti e cantanti, mini che esce il 6 gennaio del 1967, poche settimane prima di A Hard Road, nei negozi dal 17 febbraio, e di nuovo un successo in classifica, arrivando fino all’ottavo posto. In alcuni brani ai fiati ci sono di nuovo Alan Skidmore e Johnny Almond, più Ray Warleigh, e il disco è di nuovo splendido: per la serie Mike Vernon ci sapeva fare anche nella scelta della sequenza delle canzoni.

Il LP si apriva con una coppia di pezzi di John, A Hard Road, cantata in leggero falsetto da Mayall, che era uno slow degno dei migliori brani che arrivavano da oltre oceano, con Peter Green che iniziava ad estrarre dalla sua Les Paui del 1959 quel magico timbro che lo renderà unico per sempre, e anche It’s Over è un ottimo Chicago shuffle, ma i due capolavori arrivano subito dopo. You Don’t Love Me è un pezzo di Willie Cobbs dal riff inconfondibile, che negli anni successivi entrerà nell’immaginario collettivo degli amanti del rock grazie alla versione degli Allman Brothers nel Live At Fillmore East, ma in questa versione, cantata da Peter Green, è una sorta di anticipo del sound che avranno i futuri Fleetwood Mac, con in più l’armonica scoppiettante di Mayall; The Stumble è un altro pezzo strumentale di Freddie King, con Green che rivaleggia con Clapton per chi ha il timbro di chitarra più bello e lo stile più versatile, una bella lotta che fa la gioia degli ascoltatori. Another Kinda Love, Hit The Highway e Leaping Christine, sono altri pezzi che confermano il momento magico di John come autore, e sono suonate splendidamente dalla band, con il ventenne Green in pieno volo improvvisativo, come evidenziano soprattutto una Dust My Blues di Elmore James, dove Peter va di slide, e la magnifica The Supernatural, un pezzo strumentale scritto dal musicista di Bethnal Green, dove la chitarra del nostro galleggia quasi nella stratosfera, sognante e liquida, anticipando il riff e il sound di Black Magic Wowan, con quelle note lunghe e vibrate, su cui lo stesso Peter e poi Carlos Santana ci costruiranno almeno mezza carriera.

Nelle pieghe dell’album e nelle varie edizioni potenziate ci sono parecchie altre gemme sonore, una per tutte la fiatistica Someday After A While, sempre di King, ma mi fermo qui, se no l’articolo diventa un romanzo.

Fine Prima Parte.

Bruno Conti

Ma E’ Già Natale? Il “Manolenta Natalizio” Però Non Convince Del Tutto. Eric Clapton – Happy Xmas

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Eric Clapton – Happy Xmas – Polydor/Universal CD

Parlare di musica natalizia a poco più di metà Ottobre suona un po’ strano, per di più con un clima che si avvicina molto di più alla primavera che all’autunno, ma si sa che gli artisti quando decidono di pubblicare dischi a tema festivo si muovono sempre per tempo. In più, stiamo parlando di uno dei maggiori musicisti al mondo, Eric Clapton, che se da una parte ha deciso di non intraprendere più tournée lunghe e faticose (ma concerti singoli o brevi tour, per esempio in Giappone, quelli sì), dall’altra è ancora molto attivo in studio, dato che il suo ultimo album I Still Do è di appena due anni fa. Happy Xmas è il primo lavoro a carattere natalizio per Eric, ed è un lavoro suonato ovviamente benissimo e prodotto anche meglio (il suono è spettacolare) da Clapton stesso insieme all’ormai inseparabile Simon Climie, ma dal punto di vista artistico secondo me non tutto funziona alla perfezione. Eric sceglie di mescolare classici stagionali a canzoni più contemporanee, e non manca di arrangiarne qualcuna in chiave blues, ma non trova il coraggio di fare un disco tutto di blues (probabilmente per arrivare ad una maggiore fetta di pubblico) e così inserisce anche diverse ballate, ma non sempre tiene a bada il tasso zuccherino, usando anche, talvolta a sproposito una sezione archi.

Quindi il disco si divide tra brani ottimi, altri buoni, ed alcuni piuttosto nella media; poi, proprio nel bel mezzo del lavoro, un episodio incomprensibile, un brano elettronico che ci sta come i cavoli a merenda in un album del nostro, e che rischia di gettare un’ombra su tutta l’operazione. Il CD, la cui copertina è disegnata dallo stesso Eric (e ad occhio e croce è meglio come chitarrista che come disegnatore) vede all’opera un manipolo di vecchi amici del nostro, fra cui Jim Keltner alla batteria, Doyle Bramhall II alla chitarra, Nathan East al basso, Dirk Powell alla fisarmonica, violino e pianoforte e Tim Carmon all’organo Hammond. La partenza è ottima, con il superclassico White Christmas rivoltato come un calzino: intro potente di chitarra, ritmica tosta, ed Eric che riesce a dare un sapore blues ad un pezzo che di blues non ha mai avuto nulla, pur senza snaturare la melodia originale. Away In A Manger diventa un delizioso e raffinato blue-eyed soul, e Clapton canta divinamente, grande classe; For Love On Christmas Day è l’unico brano nuovo, scritto da Eric insieme a Climie, un’elegante ballata lenta, pianistica e con una spolverata di archi, però fin troppo sofisticata e leccata: mi ricorda la fase in cui Clapton ne azzeccava poche (il periodo di dischi come Pilgrim, Reptile e Back Home). Molto meglio Everyday Will Be Like A Holiday, una splendida soul song di William Bell, con Manolenta che canta ancora alla grande e ricomincia a graffiare con la chitarra, mentre Christmas Tears è un vero blues, di Freddie King, ed Eric (che l’aveva già fatta in passato sulla compilation A Very Special Christmas Live) la suona come va fatta, cioè come se si trovasse in un club di Chicago (anche se King era texano), grande chitarra e grande feeling.

Home For The Holidays è una canzone antica, la faceva Perry Como, e Clapton la trasforma in una squisita e limpida rock ballad, tra le migliori del CD, sia per la bella melodia sia per il fatto che è suonata in maniera perfetta. Per contro Jingle Bells, forse la canzone natalizia più famosa di sempre, è una porcheria innominabile: Eric la dedica ad Avicii, il giovane DJ svedese morto suicida lo scorso Aprile, e forse proprio per questo la arrangia in modo assurdo, un pezzo techno-disco-dance elettronico che è un pugno nello stomaco https://www.youtube.com/watch?v=2h0Ksg_vy8A . Va bene ricordare una persona scomparsa in maniera così tragica, ma qui corro seriamente il rischio di vomitare il panettone dell’anno scorso. Meno male che si torna con i piedi per terra grazie ad una ancora deliziosa Christmas In My Hometown (di Charley Pride), a metà tra dixieland e country d’altri tempi, davvero bella, e con It’s Christmas, una rock song pura e semplice, originariamente di Anthony Hamilton, diretta, godibile e con ben poco di natalizio, testo a parte. Sentimental Moments (la cantava Joan Bennett nel film Non Siamo Angeli del 1955, con Humphrey Bogart) è una ballatona cantata con trasporto, chitarra slide sullo sfondo e tasso zuccherino tenuto a bada un po’ faticosamente, mentre Lonesome Christmas (Lowell Fulson) è ovviamente puro blues, ritmato, coinvolgente e “grasso”, suonato con la solita classe sopraffina. Chiudono il CD tre classici assoluti: Silent Night, versione cadenzata eseguita da Eric con un coro femminile al quale partecipano anche la moglie Melia e la figlia Sophie, non indispensabile, una solida Merry Christmas Baby trasformata in uno slow blues sanguigno e chitarristicamente godurioso, seppur con il freno a mano un po’ tirato (e poi gli archi che c’entrano?), e finale con una Have Yourself A Merry Little Christmas cantata con stile da crooner, raffinata ma un tantino stucchevole.

Quindi un omaggio al Natale con diversi alti e qualche basso da parte di Eric Clapton, che però prevediamo venderà di più dei suoi ultimi lavori, maggiormente riusciti. Ma quella Jingle Bells elettronica grida vendetta.

Marco Verdi

Brillante Blues Sudista. Scott Ellison – Good Morning Midnight

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Scott Ellison – Good Morning Midnight – Red Parlor Records

Da quella zona vengono anche JJ Cale e Leon Russell, benchè una delle canzoni più famose dedicate a Tulsa, Oklahoma sia ovviamente Tulsa Time, brano scritto da Danny Flowers per Don Williams, ma resa imperitura da Eric Clapton con la sua versione apparsa su Backless. Anche Jamie Oldaker, Carl Radle e altri musicisti del giro di Clapton, come Jim Keltner, venivano da Tulsa, oltre a Garth Brooks e Elvin Bishop: la città dell’Ovest è famosa per avere dato i natali anche al Western Swing e a quel genere ibrido definito “Tulsa Sound”, un misto di R&R, rockabilly, R&B e Blues, “inventato” da JJ Cale e Leon Russell, e che ha fortemente influenzato il nostro amico Manolenta. Scott Ellison è un veterano della zona, uno che agli inizi di carriera ha suonato country con la figlia di Conway Twitty e poi è stato a lungo nella band di Clarence “Gatemouth” Brown, fino ad inaugurare negli anni ’90 una carriera solista, ai margini del grande mercato, ma con una serie di album di buona fattura.

Questo Good Morning Midnight è il suo nono album, credo (non conosco molto bene la sua produzione passata), ma il sound è quello tipico della zona, dove il disco è stato registrato, e vede la partecipazione di un cospicuo numero di musicisti, quattro bassisti, cinque batteristi, quattro tastieristi, una sezione fiati, che naturalmente si alternano nei vari brani, nomi magari non notissimi, ma piuttosto validi, spulciando tra i nomi scopriamo che alcuni hanno suonato con JJ Cale, Joe Cocker, Freddie King, il cantante Chris Campbell era il bassista e corista di Bob Seger negli anni ’70, ma il nome più noto è  forse quello di Marcy Levy, cantante e corista, che ha scritto uno dei pezzi più belli di questo genere Lay Down Sally. E il disco ha un suono brillante e piacevole, che titilla l’ascoltatore con una serie di canzoni, quasi tutte di Ellison, scritte con diversi collaboratori, e che sprizzano blues e soul a destra e manca, con la chitarra pungente e brillante di Scott che si innesta su ritmi ondeggianti, dove il groove è quasi importante come la melodia, tra voci femminili, la citata Marcy Levy, organo e piano insinuanti, percussioni incombenti e fiati quando occorre, qualche tocco di New Orleans sound, sentire l’iniziale Sanctified per avere una idea.

Ma anche il blues è importante, come testimonia l’ottima No Man’s Land dove l’ombra di Freddie King (e del suo discepolo Eric Clapton) è molto evidente, e la solista di Ellison viaggia spedita e brillante durante tutto il brano. Gone For Good è il classico blues lento che non può mancare in un disco incentrato sulle 12 battute classiche, cantata dallo stesso Ellison, mentre Last Breath è un rock-blues più mosso e direi sempre claptoniano, con Hope & Faith che tenta anche la strada di un piacevole reggae-rock, come piace al nostro amico Enrico. Another Day In Paradise è un buon shuffle orientato più sul rock con la solista al solito in bella evidenza, You Made A Mess (Outta Me) ha anche qualche influenza alla Fleetwood Mac, sia pre che post Peter Green, molto di atmosfera, con qualche rimando anche al BB King più orchestrato https://www.youtube.com/watch?v=iA3dORdR53c .  .

La title-track, con l’inserimento di Jimmy Junior Markham all’armonica è marcatamente più blues e Tangled con una bella slide tangenziale sembra quasi un pezzo rock della Steve Miller Band; non manca neppure lo swing a tutto fiati del divertente strumentale Wheelhouse, dove tutti i solisti hanno i loro spazi. Big City è più dura e tirata con una solista dal suono “grasso”, quasi distorto, che caratterizza un altro brano di buona caratura, prima di avviarci al finale con la cadenzata Mysterious, a tutto wah-wah, con la band che spalleggia con classe il bravo Scott Ellison, e poi When You Love Me Like This di nuovo con armonica di ordinanza, si lancia in una sorta di Texas blues shuflle alla Fabulous Thunderbirds vecchia maniera.

Bruno Conti

Oltre Alla Mano E’ Vincente Pure Il Resto Del Disco. Tinsley Ellis – Winning Hand

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Tinsley Ellis – Winning Hand – Alligator/Ird

Tinsley Ellis a memoria d’uomo (almeno la mia) credo non abbia mai sbagliato un disco, forse non ha neppure realizzato un capolavoro assoluto, ma la sua produzione è sempre rimasta solida e di qualità medio-alta: all’interno dei suoi dischi spesso troviamo dei brani veramente strepitosi dove il musicista di Atlanta, Georgia (ma cresciuto in Florida) estrae dalle sue chitarre (sia Gibson che Fender) limpidi esempi dell’arte dell’improvvisazione. In possesso di un fraseggio ricco e corposo, rodato da decine di anni on the road, è il classico prototipo del chitarrista rock-blues, uno che ha fatto del blues elettrico una missione, un “claptoniano” doc che a differenza di Eric non ha mai lasciato la retta via per tentare altre strade più commerciali, anche se il chitarrista inglese gli è indubbiamente superiore per talento e per quanto ha realizzato nella sua carriera. Ma pure Ellis, per chi ama il suono puro della chitarra elettrica nella musica rock, è una certezza assoluta: non a caso nel libretto del CD dove sono riportati i titoli delle canzoni non trovate il nome dell’autore (che a parte un brano comunque è sempre lui) ma i modelli di chitarra che ha usato all’interno del pezzo.

Se aggiungiamo che Tinsley ha pure una eccellente voce, come mi è  già capitato di dire in passato (avendo recensito spesso i suoi dischi), una sorta di Chris Rea meno soggetto alle leziosità del musicista britannico; non guasta neppure che il nostro amico utilizzi una band fantastica, con Kevin McKendree alle tastiere, nonché co-produttore dell’album, Steve Mackey al basso e Lynn Williams alla batteria,lo stesso gruppo che usa abitualmente Delbert McClinton. Ellis è anche un fedelissimo della Alligator, ha registrato con loro in tre diversi periodi, ed ora rientra per questo Winning Hand, che forse è il suo miglior disco di sempre, un fior di album di blues elettrico, di quello tosto e grintoso, influenzato dai suoi amori giovanili, Yardbirds, Animals, Cream, Stones, a cui Ellis ha comunque aggiunto forti componenti alla Freddie o alla BB King, e una vocalità che rimanda a gente come Robert Cray. Gli stili utilizzati sono quindi diversi, come le chitarre usate: c’è il sound caldo e intriso di soul dell’iniziale Sound Of A Broken Man, con il continuo lavoro della chitarra di Ellis, ben sostenuta dall’organo di McKendree, che poi sfocia in una serie di assoli dove il timbro “grasso” della Les Paul viene arricchito nel finale da un intervento poderoso con il wah-wah, proprio molto à la Clapton. Saving Grace, indicata nel libretto come ultimo brano, ma in effetti è il secondo sul CD, è anche meglio, un lungo blues lento di quelli che rimandano ai primi Allman Brothers, oppure anche alla splendida Loan Me A Dime di Boz Scaggs dove appunto Duane Allman era la chitarra solista, un po’ più breve, ma l’intensità è quella.

Ancora Gibson per Nothing But Fine, un pezzo più rock anni ’70, con un bel piano elettrico e una andatura ondeggiante, sempre gratificata da continui inserti della chitarra solista limpida e bruciante, splendida nel suo dipanarsi anche in un altro lento da manuale come Gamblin’ Man, di nuovo vicino allo stile del Cray più rigoroso, in ogni caso veramente un bel sentire. I Got Mine è il primo brano dove Ellis passa alla Stratocaster, il suono è più “trillante” ma la qualità è sempre elevata, come pure nella vorticosa Kiss This World, molto British Blues, e ancora nella più sognante Autumn Run, altra ballata blues melodica che potrebbe ricordare il BB King di The Thrill Is Gone, meno incisiva ma nobilitata dal solito lavoro di grande finezza della solista. Che divenuta una Telecaster nella vibrante Satisfied, “inventa” un R&R alla Chuck Berry con il piano di McKendree nel ruolo che fu di Johnnie Johnson. Don’t Turn Off The Light è un altro lento d’atmosfera, tra Rea, Gary Moore o Robin Trower, con la Gibson di Ellis impegnata in un pregevole assolo che al sottoscritto ha ricordato moltissimo (quasi al limite del plagio, ma le note si sa sono sette) quello di Carlos Santana in Europa; l’unica cover è Dixie Lullaby, un vecchio brano di Leon Russell, tipico del pianista di Tulsa, ricco di influenze sudiste, e con il piano e l’organo di McKendree al solito pronti a spalleggiare egregiamente la solista di Tinsley Ellis, molto alla Freddie King per l’occasione, pezzo che conclude degnamente un album di notevole sostanza.

Bruno Conti

Prosegue La “Striscia” Del Blues. Popa Chubby – Two Dogs

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Popa Chubby – Two Dogs – earMusic/Edel

Popa Chubby o se preferite Ted Horowitz, visto che in teoria il nome d’arte dovrebbe appartenere al gruppo (come racconta lui stesso, attribuendo la paternità del nickname al grande tastierista di Parliament/Funkadelic Bernie Worrell), poi, per estensione, è ovvio che essendo Horowitz l’unico membro fisso della band, il nomignolo è rimasto legato a lui. Confesso che non saprei dirvi che numero sia questo nuovo album nella sua discografia, direi almeno 25 in circa altrettanti anni di carriera deve averli pubblicati. Come sempre i migliori sono i primi, e quelli dal vivo, ma Popa Chubby, a parte forse un paio di volte, con l’ex moglie Galea, non è mai andato sotto il livello di guardia, ed i suoi dischi sono sempre abbastanza soddisfacenti, con delle punte di eccellenza. Anche questo Two Dogs non devia dalla regola aurea del “Blues according to Popa Chubby”, che è stato anche il titolo di un suo disco: per l’occasione Horowitz ha inciso solo materiale originale (ma poi non ha resistito, e alla fine dell’album comunque ci sono un paio di cover di pregio). Dopo Catfish dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/11/19/il-solito-popa-chubby-the-catfish/ , il primo per la earMusic, quindi dai gatti si passa ai cani, ma il risultato di fondo non cambia: il tastierista è il “solito” Dave Keyes, un nome, una garanzia, da molti anni con il “Chubby”, per il resto, si segnala la presenza alla batteria di Sam Bryant, uno ha che suonato per diversi anni nella band di Kenny Wayne Shepherd, e quindi è abbastanza uso al blues-rock diciamo energico di Popa Chubby, che comunque incorpora anche da sempre elementi soul e R&B.

L’album si apre con It’s Alright, un classico pezzo blues alla Horowitz, chitarra fluida e pungente, un ritmo influenzato, come ricorda lo stesso Chubby nel filmato, dai vecchi ritmi Detroit della Motown, quel pop errebì gioioso che imperava negli anni ’60, con le tastiere di Keyes molto presenti a controbilanciare il lavoro della solista, uno dei suoi pezzi migliori degli ultimi anni; Rescue Me dovrebbe essere una vecchia canzone mai incisa in passato per svariati problemi, che questa volta trova la via del nuovo disco, altro brano positivo e vibrante, tra R&R e blues, a tutto riff, con la chitarra sempre pungente del nostro, mentre Preexisting Order un brano che verte sull’health care americana, ha un ritmo quasi da soul revue, con l’intervento di fiati rotondi a dare corpo ad un’altra canzone dove si respira un’aria musicale brillante e positiva. Sam Lay’s Pistol è un altro pezzo che viene dal passato, scritto con l’ex moglie Galea, narra le vicende incredibili e grottesche di Sam Lay, il vecchio batterista che fu con i grandi della Chess e del blues (pure con Butterfield Blues Band e quindi presente alla svolta elettrica di Dylan) che aveva l’abitudine di portare sempre con sé una pistola, con cui una volta si sparò per sbaglio, anche negli zebedei, brano leggero e piacevole ancora una volta, ma suonato con il solito piglio deciso che sembra caratterizzare questo Two Dogs;la cui title-track è un bel esempio del classico blues degli episodi più funky del nostro, giro rotondo di basso, ancora i fiati presenti e chitarrina insinuante con wah-wah in evidenza.

Niente male pure Dirty Old Blues un rock-blues tirato e brioso, con Popa Chubby che va alla grande di slide, un pezzo da “Instant Grat” lo definisce, e in effetti la gratificazione è immediata; e il groove è potente e coinvolgente anche nella successiva Shakedown, un wah-wah hendrixiano incontra un ritmo da Memphis e dintorni e il divertimento è assicurato. Wound Up Getting High è la preferita dello stesso Horowitz, una sorta di southern ballad, solo piano e chitarra acustica, con piccoli interventi dell’elettrica; Clayophus Dupree è il primo dei due strumentali del disco, dove si apprezza tutta la tecnica del nostro che è chitarrista di pregio e dal feeling unico, molto piacevole anche il lavoro dell’organo di Dave Keyes che fa molto Booker T & The Mg’s, mentre lo stesso Popa Chubby siede alla batteria, novello Al Jackson. Me Won’t Back Down  rientra nell’agone più funky-rock della musica del nostro, ma mi sembra uno degli episodi meno convincente del disco, al di là del solito buon lavoro al wah-wah, eecellente Chubby’s Boogie, l’altro pezzo strumentale dell’album, un tributo a Freddie King, ma pure con rimandi alla musica degli Allman Brothers, grazie alle twin guitars suonate dallo stesso Horowitz, notevole anche Keyes al piano, una delle migliori tracce del CD, che comunque segnala in generale un ritorno alla miglior forma del nostro. Come testimoniamo anche le due bonus tracks dal vivo poste in coda all’album: una Symphathy For The Devil, tratta dal tour di Big, Bad And Beautiful, con il classico brano degli Stones che riceve un trattamento Deluxe e una più intima e raccolta Hallelujah, il brano di Leonard Cohen via Jeff Buckley, solo per chitarra e piano, quasi dieci minuti per una versione molto sentita e commovente.

Bruno Conti

Formato Piccolo, Ma Voce Sempre Grande. Janiva Magness – Blue Again

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Janiva Magness – Blue Again – Blue Elan Records

Mini album, “mini” recensione, ma non mini nella qualità dei contenuti, questo nuovo disco della sempre più brava Janiva Magness, una delle migliori voci in ambito soul e blues in circolazione al momento. Il precedente disco Love Wins Again, era stato pubblicato all’incirca un anno fa http://discoclub.myblog.it/2016/05/11/piu-che-lamore-la-voce-che-vince-volta-janiva-magness-love-wins-again/ , ma per l’occasione la cantante di Detroit ha interrotto la cadenza biennale con cui stavano uscendo i suoi dischi nell’ultima decade e oltre: d’altronde se con un mini album ha dimezzato il tempo che di solito passava tra un’uscita e l’altra; non la possiamo certo definire prolifica, per quello dobbiamo guardare a un Bonamassa (sta arrivando il nuovo disco), oppure gruppi od artisti che da quando sono morti pubblicano più album di quando erano in vita, penso ai Grateful Dead o Frank Zappa, comunque nel passato era normale che i dischi uscissero con maggiore frequenza, senza pregiudicare la qualità dei contenuti.

E mi sembra che anche in questo caso la Magness centri il colpo: prodotta al solito dal bravo Dave Darling, che per l’occasione non suona nel CD, dove troviamo invece Zach Zunis e Garrett Deloian alle chitarre, Gary “Scruff” Davenport al basso, Matt Tecu alla batteria e l’ottimo Arlan Schierbaum, ex tastierista proprio della band di Bonamassa., con il solo batterista “nuovo” rispetto al precedente disco. Si diceva di un mini album: sei brani in tutto, tutte cover questa volta, per festeggiare 20 anni di carriera, visto che il primo disco, inciso con Jeff Turmes, It Takes One To Know One, usciva nel 1997, quando Janiva aveva già 40 anni (quindi stavolta in teoria non vi ho detto l’età, però i conti si fanno presto), ma era già una “signora” cantante, e con il tempo è solo migliorata, come dimostra la recente nomination ai Grammy e i sette Blues Music Awards vinti. E come si evince subito anche dalla potente I Can Tell, che pure essendo scritta da tale Samuel Smith, gira intorno a un riff alla Bo Diddley, che infatti era stato il primo ad inciderla, tra R&R e Blues, con una grinta vocale inconsueta nelle sue canzoni, più rauca e “cattiva” del solito, aiutata dall’eccellente lavoro di David “Kid” Ramos, ospite alla chitarra solista.

I Love You More Than You’ll Ever Know, la più bella canzone del disco, è quella splendida ballata blues’n’soul che appariva nel primo album dei Blood, Sweat & Tears, scritta da “Al Cooper” (, ma per favore,come hanno fatto a ciccare il nome dell’autore nelle note del dischetto?), e che ricordiamo in grandi versioni di Donny Hathaway e in quella più recente di Beth Hart con Joe Bonamassa, splendida, e la nostra Janiva rivaleggia proprio con Beth Hart, grazie ad una interpretazione calda e intensa come poche. Altro ospite presente nel CD è Sugaray Rayford che duetta con la Magness in una magnifica rilettura di If I Can’t Have You di Etta James, con i due cantanti che si stimolano a vicenda nel call and response tipico della grande soul music, raffinato e delicato anche il lavoro dei due chitarristi e di Schierbaum al piano; chitarristi che tirano di brutto anche nel rock-blues sanguigno ed inatteso della poco nota Tired Of Walking, dove Janiva canta come se fosse posseduta dal Dio del rock. Piu raffinata e bluesy Buck, un brano inciso ai tempi da Nina Simone, qui impreziosito da un intervento dell’armonica di TJ Norton, con la Magness che gigioneggia in grande souplesse. Chiusura dedicata ancora al blues con una cover di Pack It Up, un pezzo del repertorio di Freddie King, dove i due chitarristi si dividono tra una elettrica lancinante ed un’acustica di supporto, mentre Schierbaum è impegnato al piano elettrico e le nostra amica canta ancora in modo ricco di pathos. Come si suole dire, breve ma intenso.

Bruno Conti

Difficile Suonare Il Blues Meglio Di Così. Freddie King – Ebbet’s Field Denver ‘74

freddie king ebbet's field denver 74

Freddie King – Ebbet’s Field Denver ’74 – 2 CD Klondike

Mentre Little Freddie King, quello “minore” (benché comunque nato solo sei anni dopo quello vero, scomparso nel lontano 1976) continua imperterrito a sfornare nuovi album di buona qualità, del Freddie King originale ogni tanto (ri)appaiono delle testimonianze Live degli ultimi anni della sua carriera. Dopo l’ottimo  Going Down At Onkel Po’s, pubblicato un paio di anni fa dalla Rockbeat,  relativo ad un concerto del 1975, e di cui si era parlato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2015/08/27/il-meno-famoso-dei-re-del-blues-freddie-king-going-down-at-onkel-pos/, ecco sbucare dalle nebbie del tempo un altro eccellente concerto, questa volta registrato all’Ebbet’s Field di Denver il 27 maggio del 1974, tratto da un broadcast radiofonico, visto che quel locale della città americana spesso era teatro di eventi trasmessi dalle emittenti regionali ed esistono moltissimi CD dal vivo registrati in quella location. Freddie King quando è scomparso aveva solo 42 anni, quindi era ancora nel pieno del suo fulgore artistico, a maggior ragione in questo concerto registrato due anni prima della morte, quando era in imminente uscita il suo primo album per la RSO Burglar, prodotto da Tom Dowd e con la partecipazione del suo “pupillo” Eric Clapton e una schiera di musicisti di valore ad accompagnarlo.

Ovviamente in questa data King è accompagnato dalla sua touring band, e anche se le note del dischetto non sono molte precise e dettagliate, per quanto annuncino, al contrario, di esserlo, dovrebbero esserci, sicuramente il fratello di Freddie (Fred King all’anagrafe) l’immancabile Benny Turner al basso, Charlie Robinson alla batteria, al piano Lewis Stephens (ipotizzo in base ai musicisti che King impiegava dal vivo all’epoca, ma anche alle presentazioni durante il concerto ) Alvin Hemphill all’organo, anche se viene presentato come Babe (?), e Floyd Bonner alla seconda chitarra, ma tiro ad indovinare come Giucas Casella, quindi potrei sbagliarmi, però non credo. Quello su cui non si sbaglia è la qualità del concerto: sia a livello di contenuti, soprattutto, ma anche di quello della registrazione, di buona presenza sonora per quanto un filo rimbombante, con una partenza fantastica grazie ad una I’m Ready sparatissima, dove la band, come al solito tira la volata al leader che inizia subito ad estrarre note magiche dalle corde della sua Gibson. A seguire una versione splendida e assai bluesata, come è ovvio, di un classico di quegli anni, una bellissima Ain’t No Sunshne, il brano di Bill Withers, dove Freddie King distilla note dalla sua chitarra come neppure il suo discepolo Manolenta, e poi canta con passione ed ardore quella meravigliosa perla della soul music; molto bella anche una versione di Ghetto Woman, preceduta da una lunghissima introduzione, un brano  di “fratello” B.B. King, con un liquido piano elettrico e uno svolazzante organo, che ben spalleggiano la solista di King, sempre incisiva nelle sue improvvisazioni inimitabili. Eccellente anche la ripresa di Let The Good Times Roll, grande versione con un sound sanguigno e vicino al rock, e la Freddie King Band che dimostra il suo valore. Pack It Up è uno dei brani presenti su Burglar, un funky-blues gagliardo, peccato per la voce che è poco amplificata, ma la musica compensa alla grande.

E poi arriva una delle sue signature songs, Have You Ever Loved A Woman, in una versione sontuosa, dodici minuti di pura magia sonora, con il classico slow blues di King che viene rivoltato come un calzino in questa versione monstre, grande interpretazione vocale , e con la chitarra di uno dei maestri dell’electric blues che si libra autorevole e ricca di feeling in questo brano straordinario. La seconda parte del concerto (e secondo CD) si apre su un brano riportato come Blues Instrumental nel libretto, un’altra lunga improvvisazione con tutta la band in grande evidenza, una grinta ed una potenza d’assieme veramente ammirevoli; bellissima anche TV Mama, un altro dei cavalli di battaglia di Freddie King, presente pure nel repertorio di Eric Clapton, ce n’è una versione incredibile registrata in coppia, nel box di Eric Give Me Strength, comunque pure questa versione non scherza, intensa e di grande vivacità. Un altro dei classici live di King era Going Down (presente anche nel disco dal vivo all’Onkel Po, con cui comunque non ci sono moltissimi brani in comune), uno dei suoi brani più amati dagli Stones, anche questo presente in una versione travolgente; Wee Baby Blues è un classico, lancinante, slow blues, con la chitarra sempre in grado di stupire per la sua eloquenza sonora, seguita da un brano riportato semplicemente come Instrumental sul CD, dove King si arrampica in una velocissima serie di scale sul manico della sua chitarra, prima di accomiatarsi dal pubblico presente alla serata con una scintillante That’s Alright, altro blues lento di grande caratura, con un crescendo fantastico,  a conferma del fatto che era difficile suonare il blues meglio di Freddie King, qui preservato per i posteri!

Bruno Conti       

Finché Fa Dischi Così Belli, Può Farne Quanti Ne Vuole! Joe Bonamassa – Live At The Greek Theater

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Joe Bonamassa – Live At The Greek Theatre – 2 CD – 2 DVD – Blu-Ray – 3 LP – Mascot/Provogue

Credo che per Joe Bonamassa il disco dal vivo sia come una religione (o forse vuole battere i record assoluti di uscite, ma gente come Grateful Dead, Phish o gli stessi Gov’t Mule saranno difficilmente superabili, anche se a questi ritmi potrebbe farcela): in fondo è ancora giovane, 39 anni quest’anno, e fino ad oggi a nome suo ne già ha pubblicati 13, compreso quello con Beth Hart (14 con questo) più la collaborazione con i Rock Candy Funk Party. Comunque al di là dei fattori numerici quello che conta è la qualità degli album, e quella ultimamente non manca mai, e dietro questi album dal vivo c’è spesso una idea intrigante: il disco acustico alla Vienna Opera House, la collaborazione con una grande vocalist come la Hart, il disco nell’anfiteatro di Red Rocks, che è anche un omaggio alla musica di Howlin’ Wolf e Muddy Waters, nel caso di Live At The Greek Theatre, l’oggetto del concerto è la musica dei tre grandi King del blues, B.B., Freddie e Albert, in una selezione dei loro brani migliori, più qualche chicca, estratti dal tour di 14 date negli anfiteatri americani dell’estate del 2015. E per sapere cosa ci/vi aspetta per il futuro, nel 2016 Bonamassa ha girato i palcoscenici europei (compresa una data italiana) con uno spettacolo incentrato sui grandi della British Blues Invasion, ovvero Beck, Clapton e Page, non aggiungo altro.

Ma concentriamoci su questo doppio CD ( e nel DVD doppio ci sono vari extra musicali, oltre ad una intervista con i genitori di Joe): Bonamassa è accompagnato dalla sua fantastica band, Anton Fig, batteria, Michael Rhodes, basso, Reese Wynans, tastiere, oltre a Lee Thornburg, Paulie Cerra e Ron Dziubla, alla sezioni fiati, Kirk Fletcher, chitarra aggiunta e le coriste Jade Mcrae e Juanita Tippins, guidate dalla bravissima Mahalia Barnes (la figlia di Jimmy, che duetta anche con Joe in una spumeggiante versione di Let The Good Times Roll, uno dei super classici di B.B. King). Brano che troviamo solo verso metà concerto, l’apertura è affidata a See See Baby, dal repertorio del forse meno noto, ma sempre grandissimo, dei tre re, Freddie King, versione compatta e swingante, con i fiati a manetta, Dziubla e Cerra anche al proscenio e il piano di Wynans subito sul pezzo, poi entra la solista di Joe, limpida ed inventiva, come richiede il repertorio. Anche Some Other Day Some Other Time era di Freddie, Federal 1964, forse meno conosciuta della precedente, la cantava pure Tony Bennett, ma qui Bonamassa comincia a scaldare le mani con un paio di soli dei suoi e il ritmo ha tocchi latineggianti. Ormai si sarà capito che la prima parte del concerto è dedicata a Freddie King, Lonesome Whistle Blues è un lento di quelli atmosferici e sofferti, tutto chitarra lancinante e torrida e piano, ma Joe canta anche bene e con voce sicura in tutto il concerto, ben spalleggiato a richiesta da Mahalia, per esempio in Sittin’ On The Dock Boat di nuovo danzabile e R&B, con formidabili inserti di chitarra, che poi assurge a protagonista assoluta in You’ve Got To Love Her With A feeling, uno slow dove la solista vi fa il pelo e il contropelo, e Going Down l’avrà anche scritta Don Nix ma la versione di riferimento era quella di Freddie, blues e rock a braccetto.

Cambia il soggetto, si passa ad Albert King, ma partendo da I’ll Play The Blues For You si rimane in quel blues misto soul di cui l’omone di Indianola era maestro assoluto nelle sue incisioni Stax, con tanto di Flyng V sfoderata da Joe https://www.youtube.com/watch?v=qoX0Olfqziw , e anche I Get Evil era uno dei classici assoluti del blues, qui rifatto con grinta da leone e assolo di organo di Wynans da sballo. Breaking Up Somebody’s Home è in una versione lunga e torrida, con la band che crea un train sonoro dove Bonamassa può scaricare la solista alla grande e in Angel Of Mercy la febbre sale ancora, il concerto comincia a scaldarsi, il blues si tinge di rock e si comincia a godere https://www.youtube.com/watch?v=kUJsi4vuGjY , mentre il funky-jazz-soul di Cadillac Assembly Line, ancora Albert, conclude la prima parte https://www.youtube.com/watch?v=bSLXTxKHDS4 .

Per il secondo CD è B.B. King time, ma all’inizio del dischetti c’è ancora una Oh Pretty Woman di Albert King da manuale del blues, di Let The Good Times Roll abbiamo detto, ma non vogliamo parlare di una Never Make Your Move Too Soon bella cattiva https://www.youtube.com/watch?v=HW9qLOfHabI ? Poi tocca allo spiritual meets blues di Ole Time Religion, che uno di solito non assocerebbe a lui, ma era su un disco del 1959 B.B. King Sings Spirituals e qui le tre coriste prima di lasciare il proscenio alla solista di Joe ci danno dentro di gusto.. Poi a seguire una versione in crescendo torrenziale di Nobody Loves Me But My Mother, quattro minuti di assolo da spellarsi le mani per gli applausi prima della parte cantata, una divertente Boogie Woogie Woman per stemperare la tensione, prima di una colossale Hummingbird, dieci minuti di pura magia sonora, dove Bonamassa dà fondo a tutte le sue riserve di feeling, splendida versione. E i tre bis diciamo pure che non sono malaccio neanche quelli: Hide Away, velocissima e fulminante, Born Under A Bad Sign, in una versione da “Creaminologo”, ma con fiati, coriste e tastiere aggiunte ad allargarne lo spettro sonoro, e per finire in gloria The Thrill Is Gone, che fin che verrà fatta così bene il brivido non se ne andrà mai. Riding With The Kings, posta in coda come bonus è un adattamento del pezzo di John Hiatt, una versione sapida cantata a due voci con Mahalia Barnes. Fino a che fa dei dischi così  belli come si fa a rimproverarlo, forse per la copertina un po’ pacchiana!

Bruno Conti

Era Ora, Finalmente Un Bel Johnny Winter Dal Vivo: Woodstock Revival 10 Year Anniversary Festival 1979

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Johnny Winter – Woodstock Revival 10 Year Anniversary Festival 1979 – Klondike

Oh, finalmente un bel Johnny Winter dal vivo! Ironie a parte (ma non troppo, se è la verità), anche questo Live radiofonico relativo ad un broadcast del 1979 è molto buono. Leggendo le note, l’estensore ci ricorda che per il Festival di Woodstock ci sono stati concerti per festeggiare i 10, 25 e 30 anni (ma anche nel 2009, quello per il 40° Anniversario, e già progettano il 50° per il 2019): ma poi ci informa che però quello del decennale è stato uno dei migliori in assoluto perché la memoria dell’evento era fresca e i partecipanti ancora in forma e pimpanti (più o meno, a parte quelli morti). Ci viene comunicato che l’evento si tenne ai Park Meadows Racetrack di Long Island, Brookhaven, stato di New York e non nel sito originale, e che, a dimostrazione del fatto che i tempi erano cambiati, la Pepsi era lo sponsor della serata. Comunque, come detto, dettagli a parte, il concerto dell’8 settembre è decisamente buono; Johnny Winter si presenta con il suo classico trio dell’epoca, Jon Paris, basso e armonica e Bobby T Torello, alla batteria.

Non vi ricordo per l’ennesima volta l’immenso talento di Winter (ma l’ho appena fatto) sia come chitarrista che come portabandiera del blues più sanguigno, ma anche del R&R più selvaggio, entrambi ottimamente rappresentati in questa serata. Quindi se non ne avete ancora abbastanza di concerti del musicista texano, questo si situa su una fascia medio-alta, sia come contenuti che come qualità sonora, eccellente (tra le migliori dei molti broadcast a lui dedicati), e il menu della serata comprende l’apertura affidata a una sparatissima Hideaway di Freddie King, presa a velocità di crociera elevatissima e con rimandi e citazioni anche per Peter Gunn e inserti wah-wah hendrixiani, gran versione, con la ritmica che pompa di brutto, assolo di basso di Paris incluso. Messin’ With The Kid, il brano di Junior Wells, era di recente apparso su Red Hot & Blue, il disco del 1978, ma dal vivo è tutta un’altra storia, Winter è in gran forma anche a livello vocale e dopo il vorticoso pezzo di Wells si lancia subito nel riff immortale di Johnny B. Goode, preceduto dal suo classico urlo “Rock and Roll” e quello è, la sua versione sempre una tra le più belle di questo standard del R&R.

Ma pure l’omaggio al blues e a Robert Johnson con una splendida Come On In My Kitchen è da manuale, con Jon Paris anche all’armonica e Winter che passa alla slide, dove è uno dei maestri assoluti dello stile, come dimostra la turbinosa ripresa di Rollin’ And Tumblin’, un Muddy Waters d’annata, in cui il bottleneck di Winter viaggia come un treno senza guidatore, a livelli di intensità micidiali, in uno dei momenti migliori di un concerto comunque sempre ad alto livello. Help Me rallenta i tempi ma non il vigore della performance, il classico groove del pezzo viene illuminato da altri sprazzi di bravura di Johnny con la sua solista. Perfino un brano “minore” come Stranger, che era su John Dawson Winter III, riceve un trattamento sontuoso, con la solista accarezzata, titillata, strapazzata, con grande ardore, e il nostro che canta con verve decisa, in una serata di quelle ottime, senza lati negativi, solo musica di grande qualità. Serata che si conclude con una versione squassante di Jumpin’ Jack Flash che forse neppure gli Stones migliori avrebbero potuto pareggiare, quanto a potenza e grinta. E, non contento, richiamato a gran voce dal pubblico, ritorna per un altro mezzo terremoto R&R (breve drum solo di Torello annesso) sotto forma di Bony Moronie di Little Richard via Larry Williams, altro devastante esempio di quello che poteva regalare Johnny Winter quando era in una serata giusta, e questa lo era. Solo 63 minuti, ma non un secondo superfluo!

Bruno Conti

A Proposito Di Ritorni: Ancora Lui, Eccolo Di Nuovo! Joe Bonamassa – Live At The Greek Theater

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Joe Bonamassa – Live At The Greek Theatre – 2 CD – 2 DVD – Blu-Ray Mascot/Provogue EU JR Adventures USA – 23/09/2016

Ormai non vi propongo più il giochino del “Eravate preoccupati?”: puntuale come un orologio svizzero, almeno due volte all’anno Joe Bonamassa ci propone una nuova uscita discografica. Dopo il notevole Blues Desperation, uscito ad inizio primavera http://discoclub.myblog.it/2016/03/20/supplemento-della-domenica-anteprima-nuovo-joe-bonamassa-ormai-certezza-blues-of-desperation-uscita-il-25-marzo/, questa volta tocca ad un album (o video) dal vivo: solo per citare i luoghi più famosi dove Bonamassa ha suonato, dopo la Royal Albert Hall, il Beacon Theatre, la Vienna Opera House, il Carré Theatre di Amsterdam con Beth Hart, le quattro venue di Londra del tour 2013, Red Rocks, con il tributo a Muddy Waters e Howlin’ Wolf, la Radio City Music Hall, questa volta tocca al Greek Theatre di Los Angeles. Una sorta di giro del mondo in alcune delle più grande locations concertistiche sparse per il globo terracqueo, che probabilmente nei prossimi anni si arricchirà di nuovi capitoli. Come nella serata al Red Rocks a due passi da Denver, in Colorado, anche in questo caso si tratta di un concerto evento, dedicato ai tre grandi “King” del Blues, Albert, Freddie B.B, tre vere leggende che Joe omaggia rileggendo il loro repertorio, con la consueta grande perizia tecnica, ma anche con passione e devozione, da parte di quello che è ormai considerato l’ultimo grande “guitar hero” del blues (e del rock).

Io, per essere sincero, mi aspettavo qualcosa di nuovo delle sue collaborazioni con Beth Hart, magari un disco nuovo di studio, oppure estratti dalla serie di concerti registrati in crociera per la Keeping the Blues Alive at Sea, ma probabilmente è solo questione di tempo. E per non farsi mancare nulla Joe Bonamassa, questa estate, nel nuovo tour, ha dedicato una serie di concerti alla British Blues Explosion, ovvero Eric Clapton, Jeff Beck Jimmy Page, in ordine di apparizione. E questo sarà presumo uno dei prossimi progetti del nostro https://www.youtube.com/watch?list=PLe1oL2lSY_Fv2zNaya13D8jZLhn-B8bnk&v=n_KLvqPVuGQ

Ma nel frattempo prepariamoci a gustarci il nuovo Live At The Greek Theatre, registrato nel suo tour Three Kings durante l’estate del 2015, accompagnato dalla sua fantastica band: Anton Fig (drums), Michael Rhodes (bass), Reese Wynans (Keys), Lee Thornburg (trumpet), Paulie Cerra (saxophone), Ron Dziubla (saxophone), Kirk Fletcher (Guitar), Mahalia Barnes  (la figlia di Jimmy, che è quella che canta con Joe nel primo video all’interno del Post), Jade MaCrae e Juanita Tippins (Vocals). Il concerto uscirà nei consueti formati: doppio CD, doppio DVD, con un secondo dischetto bonus, che contiene vari dietro le quinte registrati durante le prove, un video intitolato Riding With The Kings e una inedita conversazione con i genitori di Bonamassa. Stesso discorso per il Blu-Ray. Naturalmente tutti i formati contengono i 22 brani che sono stati registrati per il concerto:

Tracklist
[CD1]
1. See See Baby
2. Some Other Day, Some Other Time
3. Lonesome Whistle Blues
4. Sittin’ On The Boat Dock
5. You’ve Got To Love Her With A Feeling
6. Going Down
7. I’ll Play The Blues For You
8. I Get Evil
9. Breaking Up Somebody’s Home
10. Angel Of Mercy
11. Cadillac Assembly Line

[CD2]
1. Oh, Pretty Woman
2. Let The Good Times Roll
3. Never Make Your Move Too Soon
4. Ole Time Religion
5. Nobody Loves Me But My Mother
6. Boogie Woogie Woman
7. Hummingbird
8. Hide Away
9. Born Under A Bad Sign
10. The Thrill Is Gone
11. Riding With The Kings

[DVD or Blu-ray]
1. Beginnings
2. See See Baby
3. Some Other Day, Some Other Time
4. Lonesome Whistle Blues
5. Sittin’ On The Boat Dock
6. You ve Got To Love Her With A Feeling
7. Going Down
8. I’ll Play The Blues For You
9. I Get Evil
10. Breaking Up Somebody’s Home
11. Angel Of Mercy
12. Cadillac Assembly Line
13. Oh, Pretty Woman
14. Let The Good Times Roll
15. Never Make Your Move Too Soon
16. Ole Time Religion
17. Nobody Loves Me But My Mother
18. Boogie Woogie Woman
19. Hummingbird
20. Hide Away
21. Born Under A Bad Sign
22. The Thrill Is Gone
23. Riding With The Kings (Credits)

Quindi non ci resta che attendere il prossimo 23 settembre per godere ancora una volta come ricci!

Bruno Conti