Sarà Anche “Illegale”, Ma Musicalmente E’ Una Goduria! Ry Cooder & The Moula Banda Rhythm Aces – Santa Cruz

ry cooder santa cruz

Ry Cooder & The Moula Banda Rhythm Aces – Santa Cruz – Leftfield Media CD

Ho già avuto modo di scrivere in passato che non sono mai stato un grande fan dei CD dal vivo tratti da broadcast radiofonici, in quanto fanno parte di una pratica semi-legale per le leggi europee, ma in definitiva trattasi di bootleg. Qualche strappo lo faccio anche io, sia per musicisti che prediligo in maniera particolare (soprattutto Bob Dylan e Tom Petty – il cui triplo CD San Francisco Serenades era qualcosa di formidabile https://discoclub.myblog.it/2018/01/07/supplemento-della-domenica-il-piu-bel-disco-dal-vivo-dello-scorso-anno-anche-se-non-e-ufficiale-ed-e-registrato-nel-1997-tom-petty-and-the-heartbreakers-san-francisco-serenades/  – dato che Springsteen, Stones e Grateful Dead ci pensano già loro ad inondarci di live d’archivio ufficiali), sia per altri la cui discografia dal vivo “legale” è piuttosto lacunosa. Tra gli appartenenti alla seconda categoria c’è sicuramente il grande Ry Cooder, uno dei migliori musicisti a 360 gradi in circolazione da ormai 50 anni: buon cantante, eccezionale chitarrista, ma anche fantastico esploratore musicale e uomo di smisurata cultura.

Il CD di cui mi occupo oggi è tratto da un concerto tenuto dall’artista californiano al Catalyst di Santa Cruz il 25 Marzo del 1987, durante un breve tour non in supporto di Get Rhytym (che sarà il suo ultimo disco “rock” fino a Chavez Ravine del 2005), che uscirà a Novembre, ma con alle spalle gli stessi musicisti che ritroveremo poi sull’album, un combo ribattezzato The Moula Banda Rhythm Aces. E stiamo parlando di un gruppo formidabile, composto da nomi da leccarsi i baffi solo a leggerli: Jim Keltner alla batteria, Van Dyke Parks alle tastiere (purtroppo spesso elettroniche), Steve Douglas al sax, Jorge Calderon al basso, Miguel Cruz alle percussioni, Flaco Jimenez alla fisarmonica, George Bohannon al trombone ed un coro maschile formato da Terry Evans, Bobby King, Arnold McCuller e Willie Greene Jr. (con Evans e King che saltuariamente si occupano anche delle parti soliste). Un gruppo perfetto per Cooder e per la sua passione per mescolare stili e sonorità differenti: la base è rock, ma non manca certo il blues (grande passione di Ry), mentre la quota tex-mex è garantita da Flaco ed il quartetto di voci sposta il suono verso lidi più spiccatamente soul-gospel-errebi. Ed il CD, che dura ben 81 minuti (smentendo quindi il fatto che sia obbligatorio stare sotto gli 80), è davvero splendido, con il nostro che ci regala dodici performances di livello elevatissimo, passando con disinvoltura da un genere all’altro e rivelando un’intesa perfetta con la band stellare che lo accompagna:

In più, la qualità dell’incisione è eccellente (*NDB Era un famoso filmato per la televisione americana), anche meglio di tanti live ufficiali. Il concerto parte con Let’s Have A Ball (originariamente incisa dai Wheels, un oscuro gruppo degli anni cinquanta da non confondersi con gli omonimi irlandesi dei sixties), unico pezzo tratto dall’allora imminente Get Rhythm e perfetto per scaldare i motori: ritmo spezzettato e botta e risposta vocale tra Ry ed i quattro “black singers” per un blues decisamente sanguigno, con il nostro che dà inizio alla sua strepitosa prestazione come chitarrista slide, uno spettacolo nello spettacolo (ed anche Flaco si ritaglia un breve intervento, molto acclamato). Il classico gospel Jesus On The Mainline è sempre stato un brano centrale nei concerti di Cooder ed anche qui non si smentisce: puro gospel-rock, caldo e profondo, con un bell’assolo di trombone e la solita slide graffiante (e purtroppo anche l’uso del synth, un pegno da pagare dato che si era in pieni anni ottanta: in quel periodo anche una band “pura” come i Grateful Dead faceva abbondante uso di tali sonorità). Il primo highlight è una versione di nove minuti del classico folk della Grande Depressione How Can A Poor Man Stand Such Times And Live, rilettura da pelle d’oca, lenta, toccante, malinconica, cantata con il cuore in mano, un sottofondo perfetto del coro ed un assolo davvero fenomenale da parte di Cooder.

La breve Jesus Hits Like An Atom Bomb (del cantante e conduttore radiofonico nei fifties Lowell Blanchard) è un coinvolgente gospel a cappella, in cui Ry ed il quartetto la fanno da padroni, ed è seguita da altri due pezzi da novanta: Down In Mississippi (J.B. Lenoir), un bluesaccio sporco, annerito ed appiccicaticcio, con la slide che mena fendenti a destra e a manca (mannaggia a quel synth!), ed una versione strumentale di Maria Elena, deliziosa ballata popolare messicana degli anni trenta, vero showcase per Flaco e con Cooder che si sposta al bajo sexto. La scura ed annerita Just A Little Bit, una canzone degli anni cinquanta tra errebi e blues (l’ha incisa anche Elvis), precede altri due brani da sette minuti l’uno, cioè la trascinante ed elettrica The Very Thing That Makes You Rich di Sidney Bailey, sontuoso rock-blues con Ry che fa i numeri (ed il pubblico approva convinto) ed il vibrante rock’n’roll tinto di gospel Crazy ‘Bout An Automobile (Billy “The Kid” Emerson), altro classico nelle esibizioni del nostro. Una splendida e solare versione della famosa Chain Gang di Sam Cooke, con sonorità quasi caraibiche, prelude al finale del concerto con una monumentale Down In Hollywood (unico pezzo scritto da Ry tra quelli eseguiti), ben 16 minuti ad altissima temperatura tra funky, rock ed errebi con improvvisazioni degne di Frank Zappa ed una lunga presentazione dei membri della band durante la quale ognuno si ritaglia un piccolo assolo, e con una favolosa Goodinight Irene (Leadbelly, of course) davvero struggente, degna conclusione di una serata splendida.

So che le vostre tasche sono già provate dalle tante uscite discografiche “ufficiali”, ma per questo Santa Cruz vale la pena fare un’eccezione.

Marco Verdi

Il Suo Disco Migliore (Non Ci Voleva Molto): Diciamo Una Sufficienza Piena? Don Felder – American Rock’n’Roll

don felder american rock'n'roll

Don Felder – American Rock’n’Roll – BMG CD

Don Felder, noto per essere stato una delle due chitarre soliste degli Eagles dal 1974 al 1980 prima e dal 1994 al 2001 poi, ha sempre vissuto di rendita sull’appartenenza al famoso gruppo californiano. Originario della Florida (nativo di Gainesville, proprio come Tom Petty), Felder è sempre stato un ottimo chitarrista, ma mai un vero cantante e neppure un compositore prolifico: con le Aquile l’unico brano scritto e cantato interamente da lui è Visions, non esattamente un pezzo indimenticabile, mentre le canzoni della band che lo vedono come co-autore si contano sulle dita di una mano, anche se una di esse è nientemeno che Hotel California (ma è noto che l’accredito gli è stato concesso da Henley e Frey per via del meraviglioso assolo finale, del quale Don è il solo responsabile). Come artista solista ha sempre confermato di non essere molto prolifico, e di preferire al limite l’attività di sessionman di lusso: appena due dischi dalla prima separazione fino all’anno scorso, il non certo imperdibili Airborne (1983) e Road To Forever (2012), entrambi lavori all’insegna di un soft-rock piuttosto banale, ed il primo dei due pure infarcito da sonorità tipicamente anni ottanta.

Per questi motivi inizialmente la notizia di un nuovo album di Felder in uscita non mi aveva fatto vibrare più di tanto, ma poi sia il titolo, American Rock’n’Roll, che la copertina, evocativa anche se un po’ ruffiana, avevano attirato la mia attenzione, ed ancora di più aveva fatto l’ascolto in anteprima del brano che dà il titolo al CD: una canzone che mantiene quello che promette, chitarre a manetta, gran ritmo, suono molto potente anche se un po’ bombastico ed un testo che nomina un po’ tutti (da Hendrix a Santana, passando per Grateful Dead, Janis Joplin, Seger, Springsteen e finendo con Guns’n’Roses e Motley Crue), un pezzo che fa di tutto per essere “piacione” ma che non manca di trascinare chi lo ascolta. Devo comunque ammettere che il resto dell’album non è tutto a questo livello, in quanto Felder si dimostra un cantante appena sufficiente (ed infatti negli Eagles era l’unico che non cantava, ma è comunque migliore di altri sidemen, penso, per esempio, a Bill Wyman) ed un compositore che fatica a scrivere un intero disco senza incappare in alti e bassi. Musicalmente l’album è diverso dai due precedenti, in quanto spinge parecchio l’acceleratore sul rock, con sonorità spesso un po’ grezze e tamarre, tra hard rock e AOR non troppo levigato: va in ogni caso detto che le parti chitarristiche sono egregie e la grinta non manca, anche se siamo parecchio lontani dal sound delle Aquile.

Un’altra caratteristica peculiare è il fatto che American Rock’n’Roll sia letteralmente pieno zeppo di ospiti illustri, e se da una parte c’è gente dal pedigree immacolato o quasi (Bob Weir, Mick Fleetwood, Peter Frampton, Nathan East, Steve Gadd, Greg Leisz, Jim Keltner, Lenny Castro, Mike Finnigan, i due Toto Steve Porcaro e David Paich), dall’altra troviamo elementi che non si immaginerebbero su un disco di un ex Eagle, come i chitarristi Slash, Alex Lifeson (dei Rush), Richie Sambora e Joe Satriani, il batterista Chad Smith (Red Hot Chili Peppers) e l’ugola di Sammy Hagar. Un gruppo di musicisti che dà quindi un’idea abbastanza chiara del fatto che Don ha cercato di fare un disco mischiando capre e cavoli, con ballate (poche) in odore di California e soprattutto tanto rock di grana un po’ grossa. La cosa buona è che il disco alla fine non è poi così brutto, si lascia ascoltare abbastanza bene, e pur non avvicinandosi neanche per un istante alla parola “capolavoro” riesce a rimanere comunque al di sopra della sufficienza. Della title track ho già detto, ma anche Charmed è un pezzo a tutto rock, possente e con i riff tagliati con l’accetta, un suono forse più adatto ad una band hard rock che ad un ex californiano degli anni settanta, ma non posso dire che il tutto mi dispiaccia; Falling In Love è una ballatona quasi AOR, ma dal punto di vista compositivo non è malaccio (forse necessiterebbe di un cantante più dotato), e Don rilascia un lungo assolo molto lirico, che da solo vale il brano. Hearts On Fire ha una ritmica un po’ finta a causa della batteria elettronica, ma è dotata di un ritornello abbastanza piacevole anche se sembra più una canzone di Bryan Adams (che tra l’altro ha in repertorio un pezzo con lo stesso titolo), Limelight è dura e granitica (c’è Sambora, non proprio uno raffinato), sembra una rock song “hair metal” degli anni ottanta, non una grande canzone ma suonata con molta energia.

Little Latin Lover ha delle velleità, appunto, latine, grazie alla fisarmonica e ad una bella chitarra spagnoleggiante, ma anche qui è meglio la confezione del contenuto. Rock You è decisamente hard e un po’ tamarra, con la presenza di Satriani ed un duetto vocale con Hagar, sempre un po’ sguaiato ma più cantante di Felder (ai cori c’è Weir, che immagino un po’ spaesato in mezzo a queste sonorità), mentre con She Just Doesn’t Get It siamo ancora dalle parti di Adams, ma il brano non è male, ha il giusto tiro ed un discreto refrain; Sun è in assoluto il pezzo più vicino agli Eagles, una ballatona corale molto californiana di buon livello sia compositivo che esecutivo (ed infatti in session ci sono East, Gadd e Leisz, gente giusta quindi), di sicuro la canzone migliore insieme alla title track. The Way Things Have To Be è un altro lentone che inizia pianistico e con la strumentazione che si arricchisce a poco a poco, ancora un pezzo di buona fattura e cantato abbastanza bene, con Don che viene assistito da Frampton sia alla chitarra che alla voce; chiusura con You’re My World, pop song elettroacustica gradevole e diretta.  Al terzo lavoro da solista Don Felder non è ancora riuscito a consegnarci un lavoro senza sbavature dall’inizio alla fine, anche se stavolta qualche buona canzone c’è, e chi ama i suoni di chitarra (magari non proprio per palati finissimi) troverà trippa per i suoi gatti, mentre i fans degli Eagles e di un certo rock californiano continueranno a guardare altrove.

Marco Verdi

Ma E’ Già Natale? Il “Manolenta Natalizio” Però Non Convince Del Tutto. Eric Clapton – Happy Xmas

eric clapton happy xmas

Eric Clapton – Happy Xmas – Polydor/Universal CD

Parlare di musica natalizia a poco più di metà Ottobre suona un po’ strano, per di più con un clima che si avvicina molto di più alla primavera che all’autunno, ma si sa che gli artisti quando decidono di pubblicare dischi a tema festivo si muovono sempre per tempo. In più, stiamo parlando di uno dei maggiori musicisti al mondo, Eric Clapton, che se da una parte ha deciso di non intraprendere più tournée lunghe e faticose (ma concerti singoli o brevi tour, per esempio in Giappone, quelli sì), dall’altra è ancora molto attivo in studio, dato che il suo ultimo album I Still Do è di appena due anni fa. Happy Xmas è il primo lavoro a carattere natalizio per Eric, ed è un lavoro suonato ovviamente benissimo e prodotto anche meglio (il suono è spettacolare) da Clapton stesso insieme all’ormai inseparabile Simon Climie, ma dal punto di vista artistico secondo me non tutto funziona alla perfezione. Eric sceglie di mescolare classici stagionali a canzoni più contemporanee, e non manca di arrangiarne qualcuna in chiave blues, ma non trova il coraggio di fare un disco tutto di blues (probabilmente per arrivare ad una maggiore fetta di pubblico) e così inserisce anche diverse ballate, ma non sempre tiene a bada il tasso zuccherino, usando anche, talvolta a sproposito una sezione archi.

Quindi il disco si divide tra brani ottimi, altri buoni, ed alcuni piuttosto nella media; poi, proprio nel bel mezzo del lavoro, un episodio incomprensibile, un brano elettronico che ci sta come i cavoli a merenda in un album del nostro, e che rischia di gettare un’ombra su tutta l’operazione. Il CD, la cui copertina è disegnata dallo stesso Eric (e ad occhio e croce è meglio come chitarrista che come disegnatore) vede all’opera un manipolo di vecchi amici del nostro, fra cui Jim Keltner alla batteria, Doyle Bramhall II alla chitarra, Nathan East al basso, Dirk Powell alla fisarmonica, violino e pianoforte e Tim Carmon all’organo Hammond. La partenza è ottima, con il superclassico White Christmas rivoltato come un calzino: intro potente di chitarra, ritmica tosta, ed Eric che riesce a dare un sapore blues ad un pezzo che di blues non ha mai avuto nulla, pur senza snaturare la melodia originale. Away In A Manger diventa un delizioso e raffinato blue-eyed soul, e Clapton canta divinamente, grande classe; For Love On Christmas Day è l’unico brano nuovo, scritto da Eric insieme a Climie, un’elegante ballata lenta, pianistica e con una spolverata di archi, però fin troppo sofisticata e leccata: mi ricorda la fase in cui Clapton ne azzeccava poche (il periodo di dischi come Pilgrim, Reptile e Back Home). Molto meglio Everyday Will Be Like A Holiday, una splendida soul song di William Bell, con Manolenta che canta ancora alla grande e ricomincia a graffiare con la chitarra, mentre Christmas Tears è un vero blues, di Freddie King, ed Eric (che l’aveva già fatta in passato sulla compilation A Very Special Christmas Live) la suona come va fatta, cioè come se si trovasse in un club di Chicago (anche se King era texano), grande chitarra e grande feeling.

Home For The Holidays è una canzone antica, la faceva Perry Como, e Clapton la trasforma in una squisita e limpida rock ballad, tra le migliori del CD, sia per la bella melodia sia per il fatto che è suonata in maniera perfetta. Per contro Jingle Bells, forse la canzone natalizia più famosa di sempre, è una porcheria innominabile: Eric la dedica ad Avicii, il giovane DJ svedese morto suicida lo scorso Aprile, e forse proprio per questo la arrangia in modo assurdo, un pezzo techno-disco-dance elettronico che è un pugno nello stomaco https://www.youtube.com/watch?v=2h0Ksg_vy8A . Va bene ricordare una persona scomparsa in maniera così tragica, ma qui corro seriamente il rischio di vomitare il panettone dell’anno scorso. Meno male che si torna con i piedi per terra grazie ad una ancora deliziosa Christmas In My Hometown (di Charley Pride), a metà tra dixieland e country d’altri tempi, davvero bella, e con It’s Christmas, una rock song pura e semplice, originariamente di Anthony Hamilton, diretta, godibile e con ben poco di natalizio, testo a parte. Sentimental Moments (la cantava Joan Bennett nel film Non Siamo Angeli del 1955, con Humphrey Bogart) è una ballatona cantata con trasporto, chitarra slide sullo sfondo e tasso zuccherino tenuto a bada un po’ faticosamente, mentre Lonesome Christmas (Lowell Fulson) è ovviamente puro blues, ritmato, coinvolgente e “grasso”, suonato con la solita classe sopraffina. Chiudono il CD tre classici assoluti: Silent Night, versione cadenzata eseguita da Eric con un coro femminile al quale partecipano anche la moglie Melia e la figlia Sophie, non indispensabile, una solida Merry Christmas Baby trasformata in uno slow blues sanguigno e chitarristicamente godurioso, seppur con il freno a mano un po’ tirato (e poi gli archi che c’entrano?), e finale con una Have Yourself A Merry Little Christmas cantata con stile da crooner, raffinata ma un tantino stucchevole.

Quindi un omaggio al Natale con diversi alti e qualche basso da parte di Eric Clapton, che però prevediamo venderà di più dei suoi ultimi lavori, maggiormente riusciti. Ma quella Jingle Bells elettronica grida vendetta.

Marco Verdi

Più Che Fuori, Dentro Al Blues, E Anche Al Blue Eyed Soul Più Raffinato. Boz Scaggs – Out Of The Blues

boz scaggs out of the blues

Boz Scaggs – Out Of The Blues – Concord/Universal

Boz Scaggs, viene da Canton, Ohio, e dopo una giovinezza passata con la sua famiglia, girando anche per Oklahoma e Texas, dove incontra per la prima volta Steve Miller, di cui sarà il cantante nei primi due album registrati a San Francisco, dove approda nell’epopea gloriosa della musica psichedelica: prima ancora, in una trasferta europea che lo aveva portato brevemente a Londra e poi in Svezia, aveva registrato già nel 1965, il suo primo album Boz, un album di blues acustico immediatamente scomparso nella notte dei tempi e di cui si sono perse le tracce. Ma al di là delle ottime prove nei due dischi come cantante della Steve Miller Band, Children Of The Future Sailor, entrambi del 1968, parte della sua fama (forse meglio dire reputazione, visto che l’album non vendette molto), risiede in Boz Scaggs, un LP omonimo registrato nel 1968 e pubblicato l’anno successivo, ai leggendari Muscle Shoals Sound Studios di Sheffield, Alabama, con gli splendidi musicisti che vi suonavano, tra cui spiccava la presenza di Duane Allman all’epoca sessionman di lusso in quegli studi. E come ho ricordato altre volte, in un disco comunque molto bello di country got soul e blues, spiccava la presenza di una canzone come Loan Me A Dime, un slow blues formidabile scritto da Fenton Robinson, dove sia Scaggs che Duane Allman (superlativo quest’ultimo) rilasciavano delle rispettive performance di una intensità e di una classe veramente superbe.

Poi nel corso degli anni il nostro amico, lentamente, attraverso una serie di album interlocutori, è arrivato nel 1976 al grandissimo successo con un disco, Silk Degrees, che ha venduto più di 5 milioni di copie, dove suonavano dei musicisti che poi avrebbero fondato i Toto, e che era l’epitome del sound edonistico di quegli anni, tra rock, funky, le prime avvisaglie della disco music, un suono vellutato infarcito di blue eyed soul felpato e soft rock, che poi Scaggs ha “sfruttato” ancora negli anni a venire. Dischi per certi versi sicuramente commerciali, ma anche suonati benissimo e con la voce splendida del nostro che certamente era uno degli atout di queste prove discografiche. Passato il grande successo, sempre più decrescente fino al 1980, Boz si è preso una prima lunga pausa fino al 1988, anno in cui è ritornato con un disco come Other Roads, dal sound tipicamente e orribilmente anni ’80, prima della svolta definitiva della sua carriera, con due album eccellenti come Some Change del 1994 e soprattutto Come On Home, disco del 1997 che si può considerare come un preludio (riuscitissimo) del nuovo Out Of The Blues: entrambi immersi tra cover di blues e soul e qualche brano originale. Da allora Boz Scaggs ha realizzato ancora ottime prove come Dig, il jazzato But Beautiful Speak Low, ma è con la trilogia iniziata con l’eccellente https://discoclub.myblog.it/2013/02/27/la-classe-non-e-acqua-boz-scaggs-memphis/  (dove per primo rendeva omaggio al recentemente scomparso Willy DeVille con una sua canzone), proseguita con il riuscitissimo A Fool To Care del 2015 e ora completata con Out Of The Blues, il 19° album di studio della carriera di uno dei più bravi cantanti americani in circolazione, ancora oggi a 74 anni in possesso di una delle voci più emozionanti ed espressive che sia dato sentire, sempre in bilico tra musica bianca e nera, uno strumento unico.

Scaggs ha anche sempre (o quasi sempre) saputo scegliere i suoi collaboratori; in questo caso partendo dall’autore dei quattro brani originali, l’amico di lunga data Jack “Applejack” Walroth, co-autore di canzoni in passato anche con Elvin Bishop. E pure la produzione, a differenza dei due dischi precedenti dove era affidata a Steve Jordan, questa volta è divisa tra lo stesso Boz, Michael Rodriguez Chris Tabarez, che era stato l’ingegnere del suono di parecchi degli ultimi album, quindi il sound rimane inalterato, caldo ed avvolgente, intimo ma incisivo, con delle analogie con gli album precedenti e l’ottimo Come On Home. Ed eccellente è anche la scelta dei musicisti: grandissima sezione ritmica con Willie Weeks al basso e Jim Keltner alla batteria, due dei migliori al mondo, Jim Cox alle tastiere, Charlie Sexton Doyle Bramhall II alle chitarre (e Steve Freund in un brano), oltre ad una piccola sezioni fiati impiegata in alcune tracce. Il risultato complessivo è delizioso, con delle punte di eccellenza in alcune canzoni; non tanto dissimile da quello dei dischi dell’amato Bobby “Blue” Bland, già avvicinato stilisticamente in alcune delle prove più riuscite di Scaggs, quelle citate nella recensione: l’apertura è affidata a Rock And Stick, uno shuffle bluesato e raffinato con il cantato che ondeggia tra voce normale e falsetto alla Al Green, mentre gli strumentisti accarezzano i loro strumenti e l’autore del brano Walroth soffia nell’armonica con classe e souplesse, ricorda quel blue eyed soul and blues frequentato anche con gli amici Donald Fagen Michael McDonald nei Dukes Of September. I’ve Just Got To Forget You, di Don Robey alias Deadric Malone, è uno dei brani tratti dal repertorio di Bobby Bland, una perla di soul fiatistico cantata divinamente da Scaggs il cui timbro vocale sembra oscillare tra quello di Art e Aaron Neville, mentre I’ve Just Got To Know di Jimmy McCracklin è un jump blues classico. di nuovo con uso fiati, quasi alla Van Morrison (altro seguace di Bland), molto bello e pungente l’inserto chitarristico di Charlie Sexton.

Radiator 110 di nuovo di Walroth, è più funky-rock, nella migliore accezione del termine, e “riffata”, con un bel tiro di chitarre suonate da Scaggs, Walroth e Steve Freund che le danno un impianto molto godibile, mentre l’organo lavora di fino sullo sfondo, come pure l’armonica. Little Miss Night And Day, l’unico brano con lo zampino del nostro amico come autore, ricorda certi brani di Chuck Berry, un R&R scandito cantato con la classica flemma da Boz Scaggs, che lascia anche ampio spazio al piano di Cox e alle chitarre di Sexton e Bramhall che non si fanno certo pregare con ficcanti assoli. Forse il brano più bello dell’album è una splendida e sorprendente rilettura di On The Beach, con il brano di Neil Young che diventa una ballata notturna cantata con stile quasi da crooner, uno che però ama molto anche il blues, con la sezione ritmica minimale e perfetta, l’organo che scivola quasi sui lati più scabrosi del testo e la chitarra  appena accarezzata, con passione. Down In Virginia è l’omaggio sentito ad un altra delle grandi passioni di Boz, Jimmy Reed, uno dei maestri assoluti del blues, con un brano che profuma delle 12 battute più classiche, sempre con armonica e chitarre a dividersi equamente le parti strumentali mentre il cantato è rilassato e mai sopra le righe, con la voce vissuta di Scaggs che compensa la forza del passato con l’esperienza acquisita nello scorrere del tempo. Those Lies l’ultimo brano di Walroth è un altro ritmato blues-rock nel classico stile del cantante, scandito dall’uso dei fiati sincopati e sempre con l’uso molto piacevole dell’organo e delle chitarre, misurate ma come sempre efficaci,mentre la chiusura è affidata ad un’altra composizione sempre di Robey, pure questa proveniente dal repertorio di Bobby Blue Bland, notturna e jazzata, nuovamente con l’approccio quasi da crooner di Boz Scaggs che lascia che la sua voce galleggi negli spazi lasciati liberi dagli interventi di sax, piano e organo. Se amate le belle voci e le belle canzoni qui trovate entrambi gli elementi in abbondanza.

Bruno Conti

 

Una Colonna Sonora “Strana”, Ma Qualcuno Si Aspettava Il Contrario? Neil Young & Promise Of The Real – Paradox

neil young promise of the real paradox

Neil Young & Promise Of The Real – Paradox – Reprise/Warner CD – 2LP

Quello tra Neil Young e le colonne sonore non è mai stato un rapporto normale, se escludiamo i film-concerto come Rust Never Sleeps e Year Of The Horse: il musicista canadese ha spesso scelto la strada più tortuosa anche per i suoi album “regolari”, figuriamoci per quelli di commento alle immagini. A partire dal “mitico” Journey Through The Past, passando per il quasi dimenticato Where The Buffalo Roam (nel cui soundtrack album erano però presenti diversi classici della musica americana), per finire con Dead Man di Jim Jarmush (per chi scrive il lavoro più pesante e noioso in assoluto di Neil), il Bisonte ha sempre seguito il credo del “famolo strano”: forse l’unico caso di disco fruibile separatamente dalla pellicola è quello di Greendale, album del 2003 con i Crazy Horse. Ed anche la colonna sonora di Paradox, film girato per Netflix dall’attrice Daryl Hannah (fidanzata di Young), non sfugge alla regola; non ho visto il film, che dovrebbe essere un bizzarro western futuristico/ambientalista interpretato dallo stesso Neil con i Promise Of The Real (cioè i figli di Willie Nelson, Lukas e Micah…e nel film c’è pure Willie), ma il disco con i brani tratti dal lungometraggio non è privo di stranezze, anche se tutto sommato non è indispensabile vedere il film per ascoltarlo. Neil è accompagnato da una versione un po’ spuria dei POTR (che con questo giungono quindi al quarto album con il Bisonte, dopo The Monsanto Years, The Visitor ed il live Earth), in quanto tra i musicisti presenti figurano anche il bassista Paul Bushnell ed il grande batterista Jim Keltner.

Paradox è quindi un disco strano, forse non indispensabile se non siete dei fan sfegatati di Neil, ma che contiene diverso materiale interessante ed almeno un capolavoro, oltre però a diverse bizzarrie (e vere e proprie canzoni nuove non ce ne sono). L’album si può dividere in tre sezioni: i pezzi incisi in studio, quelli dal vivo e le stranezze vere e proprie. I primi iniziano con Show Me, breve ripresa acustica (ma con la sezione ritmica) di un brano presente su Peace Trail, album del 2016 di Young, direi discreta ma nulla più; dallo stesso album è presente anche un rifacimento della title track, un brano tipico del nostro, dalla melodia scorrevole ed un buon ritornello, forse meglio dell’originale. Poi troviamo Hey, uno strano strumentale tra il distorto e l’allucinato, non particolarmente accattivante, una country song eseguita come se fossero tutti riuniti attorno ad un falò (Diggin’ In The Dirt), un altro strumentale, stavolta interessante, tra rock e blues (Running To The Silver Eagle), che sembra Bo Diddley sotto l’effetto di qualche sostanza proibita, ed una riuscita ripresa per voce, ukulele ed un accenno di orchestra di Tumbleweed (era su Storytone). Oltre a sei diversi brani strumentali intitolati Paradox Passage, quasi esclusivamente per chitarra elettrica solista (o, come nel caso del # 3, acustica), di difficile ascolto se separati dalle immagini. Il capitolo “stranezze” inizia con la breve introduzione parlata Many Moons Ago In The Future, con la voce narrante di Willie Nelson, il quale è solista anche nella sua Angels Flying Too Close To The Ground, uno dei suoi pezzi più noti, che però qui è eseguita in maniera fin troppo informale ed eccessivamente rilassata.

Lo stesso trattamento low-fi viene riservato al classico di Jimmy Reed Baby What You Want Me To Do?, cantata quasi sottovoce, ed a Happy Together dei Turtles, appena accennata e poi tutti giù a cazzeggiare. Offerings sembrava l’inizio di una bella folk song, ma si interrompe dopo appena cinquanta secondi, mentre il blues acustico How Long? è più un esercizio fine a sé stesso che una vera canzone. E veniamo ai brani dal vivo, che sono solo due ma fanno la differenza (registrati entrambi al Desert Trip di due anni fa): una suggestiva Pocahontas per voce ed organo a pompa, sempre bellissima anche in questa veste insolita, e soprattutto una strepitosa Cowgirl Jam, che altro non è che una rilettura solo strumentale di Cowgirl In The Sand, dieci minuti di puro rock infuocato alla maniera del nostro, con i POTR che sembrano i migliori Crazy Horse (ma con più tecnica), assoli a ripetizione ed un feeling mostruoso, il classico pezzo che da solo varrebbe l’acquisto https://www.youtube.com/watch?v=vQxfoRpbijM .(*NDB Anche se la canzone completa al Desert Trip era durata più di 21 minuti!) La versione in doppio vinile di Paradox è appena uscita, ma solo in America: nel nostro continente arriverà il 13 Aprile in LP ed una settimana dopo in CD: non è un disco indispensabile, ma la bellezza dei due brani dal vivo (soprattutto Cowgirl Jam) è tale che un pensierino ce lo potreste anche fare.

Marco Verdi

Uscite Prossime Venture 8: Eccolo Di Nuovo. Doppia Razione Di Neil Young Al 20 Aprile. Roxy Tonight’s The Night Live + Paradox (Original Music From The Film) With Promise Of The Real.

neil young roxy tonight's the night live

Neil Young – Roxy Tonight’s The Night Live – Reprise/Rhino CD

Neil Young + Promise Of The Real – Paradox (Original Music From The Film) – Reprise

Erano già ben tre mesi (facciamo quattro per arrivare alla data di uscita, il prossimo 20 aprile), che uno dei due “Hardest Working Musicians In The Business”, almeno a livello di uscite discografiche, non si faceva sentire: ma ecco che Neil Young a breve pubblicherà non uno ma ben due “nuovi” album. Se siete curiosi di sapere chi è l’altro (a parte il defunto Jerry Garcia con i Grateful Dead, che è il più prolifico di di tutti), ovviamente parliamo di Joe Bonamassa (ma niente paura, anche per lui, dopo il disco con Beth Hart, al 18 maggio è prevista la pubblicazione di un doppio CD, doppio DVD, Blu-Ray British Blues Explosion – Live, relativa al breve tour inglese del 2016, ma ne parliamo più avanti, come pure del Live della Hart, anche lei in azione di nuovo, che uscirà ad Aprile). Torniamo però al soggetto del post odierno: il canadese ormai è sempre più “intrippato” in un inestricabile viluppo di uscite, sia di di materiale nuovo, come pure d’archivio (ma il seguito del box Archive, uscito nel lontano 2009, latita, visto che il buon Neil è impegnato anche con il proprio sito dove sta rendendo disponibili tonnellate di cose). Comunque cosa volete che sia per lui trovare il tempo di pubblicare non uno ma ben due dischi “nuovi”? E quindi, detto fatto ecco arrivare questi due CD singoli, ma anche in doppi vinili e download digitale.

Partiamo con Roxy:Tonight’s The Night, il dischetto dedicato ai concerti tenuti al Roxy di LA il 20-21-22 settembre del 1973., locale sul Sunset Strip all’epoca appena aperto, anzi fu inaugurato da loro con ben tre serate di doppi concerti, quindi sei in tutto, dove Neil Young con i  Santa Monica Flyers, come faceva chiamare la sua band a quel tempo, e che era composta da  Nils Lofgren (piano), Ben Keith (pedal steel guitar), Billy Talbot (basso) e Ralph Molina (batteria), presentava in anteprima il suo nuovo album Tonight’s The Night, appena registrato, disco che però poi non sarebbe uscito fino al 20 giugno del 1975. Ecco la lista completa dei brani contenuti nell’album dal vivo di prossima uscita:

1. Intro
2. Tonight’s the Night
3. Roll Out the Barrel
4. Mellow My Mind
5. World on a String
6. Band Intro
7. Speakin’ Out
8. Candy Bar Rap
9. Albuquerque
10. Perry Como Rap
11. New Mama
12. David Geffen Rap
13. Roll Another Number (For the Road)
14. Candy Bar 2 Rap
15. Tired Eyes
16. Tonight’s the Night (Pt. II)
17. Walk On
18. Outro

neil young promise of the real paradox

Altro discorso per Paradox, che è la colonna sonora del film (documentario?) girato dalla compagna Daryl Hanna e previsto per la piattaforma Netflix. Presentato come una sorta di western contro gli ogm e il suono di internet, il film contiene materiale d’archivio molto più recente, registrato con i Promise Of The Real, ovvero i fratelli Lukas Nelson e Micah Nelson, sotto gli pseudonimi di “Jail Time”e “The Particle Kid”, oltre a Jim Keltner alla batteria e Paul Bushnell al basso. Il CD contiene pure del materiale dal vivo registrato al Desert Trip di due anni fa, e Neil Young live è sempre una forza della natura, a giudicare dalla versione strepitosa di Cowgirl In the Sand che qui diventa Cowgirl Jam. Ma come direbbe Marzullo, una domanda sommessa, non sarebbe stato meglio pubblicare quel concerto completo? Qui l’ho detto e qui lo nego, perché poi il vecchio Neil mi sgrida. Comunque nel CD della colonna sonora ci sono anche sei segmenti da Paradox Passage 1 Paradox Passage 6, come pure cover di
Angel Flying Too Close To The Ground di Willie Nelson (che appare nel film come Red), non memorabile, meglio Peace Trail, Show Me, Pocahontas, con Young all’organo a pedali, la versione di Tumbleweed da Storytone, suonata all’ukulele, e anche versioni acustiche di Baby What You Want Me To Do di Jimmy Reed How Long di Lead Belly, oltre a qualche brano strumentale, ma spesso sono versioni brevi o frammenti, tipo la cover di Happy Together dei Turtles, che dura 30 secondi e finisce con tutti che ridono come dei pirla, va bene il cinema verità, ma almeno nella colonna sonora si poteva fare meglio. In ogni caso l’album esce tra un mesetto e lascio a Marco Verdi il compito di parlarne all’uscita. Per il momento ecco la lista completa anche dei brani di Paradox, oltre al trailer del film:

1. Many Moons Ago In The Future
2. Show Me
3. Paradox Passage 1
4. Hey
5. Paradox Passage 2
6. Diggin’ In The Dirt (Chorus)
7. Paradox Passage 3
8. Peace Trail
9. Pocahontas
10. Cowgirl Jam
11. Angel Flying Too Close To The Ground
12. Paradox Passage 4
13. Diggin’ In The Dirt
14. Paradox Passage 5
15. Running To The Silver Eagle
16. Baby What You Want Me To Do?
17. Paradox Passage 6
18. Offerings
19. How Long?
20. Happy Together
21. Tumbleweed

 Nel suo sito, finché è gratuito, si può già ascoltare, e lì ho curiosato anch’io https://www.neilyoungarchives.com/#/album?id=A_102&_k=qffovl, non brutto comunque, devo dire.

Alla prossima.

Bruno Conti

Supplemento Del Sabato: L’Apoteosi Del Dylan Performer! Bob Dylan – Trouble No More: The Bootleg Series Vol. 13/1979-1981 Parte I

bob dylan trouble no more

Bob Dylan – Trouble No More: The Bootleg Series Vol. 13/1979-1981 – Columbia/Sony 2CD – 4LP – Box Set 8CD/DVD

Il periodo più controverso della lunga carriera di Bob Dylan, più ancora della famosa “svolta elettrica” del 1965, è sicuramente stato quello del triennio 1979-1981, durante il quale il grande cantautore, in preda ad una violenta crisi mistica che lo portò anche ad aderire alla setta dei Cristiani Rinati, pubblicò tre album a carattere gospel, sia dal punto di vista musicale che da quello dei testi (Slow Train Coming, Saved e Shot Of Love, quest’ultimo peraltro con il ritorno di alcuni brani dal carattere “laico”). Ma se la musica contenuta in quei tre dischi ottenne diversi riconoscimenti (compreso un Grammy per Gotta Serve Somebody) sia per il suono “caldo” dei Muscle Shoals Studios (dove vennero incisi i primi due) sia per la qualità delle canzoni, le critiche vennero rivolte più che altro alle parole, piene di lodi al Signore e con toni talvolta da predicatore, ed in gran parte anche alla discutibile copertina di Saved. Ma i commenti più feroci il nostro li ebbe a seguito della lunga tournée che intraprese per promuovere i tre lavori, in primo luogo perché tra un brano e l’altro si produceva in lunghi e stucchevoli sermoni di stampo ultra-conservatore (famosa una sua tiritera contro gli omosessuali), ma soprattutto in quanto decise di proporre solo le canzoni a sfondo religioso, compresi parecchi inediti, ed eliminando dalla setlist ogni traccia di classici del passato anche recente, cosa che mandò in bestia più di un fan (ma Bob non si scompose, anzi: una sera, introducendo una rara performance di Mary Of The Wild Moor, canzone popolare del 1800, disse beffardo “Mi chiedete sempre le vecchie canzoni: ecco, questa è vecchia davvero”).

Queste critiche misero però in secondo piano il fatto secondo me più importante, e cioè che le performances di Dylan erano tra le migliori della sua carriera: infatti il nostro era in forma vocale strepitosa, come forse mai prima d’ora (eccetto il periodo con la Rolling Thunder Revue) e mai più dopo (tranne in parte il tour con Tom Petty del 1986-1987), ed in più le sue prestazioni erano letteralmente arse dal sacro fuoco, come se cantare quei pezzi a sfondo biblico fosse l’ultima cosa della sua vita. E, dulcis in fundo, il gruppo che lo accompagnava era la sua migliore band di sempre (esclusi ovviamente gli Heartbreakers e The Band) con luminari degli studi di Muscle Shoals come il bassista Tim Drummond e l’organista Spooner Oldham, il chitarrista dei Little Feat, Fred Tackett, il grandissimo Jim Keltner alla batteria ed il pianista Terry Young (nel 1981 si aggiunsero Steve Ripley alla chitarra, mentre i due tastieristi furono rimpiazzati da Willie Smith e, soprattutto, da Al Kooper); la vera novità del suono però fu da imputare al coro gospel femminile, un vero muro del suono vocale che nel corso dei tre anni vide avvicendarsi Clydie King, Carolyn Dennis, Helena Springs, Madelyn Quebec, Regina McCrary, Mona Lisa Young, Mary Elizabeth Bridges e Gwen Evans. Oggi finalmente la Columbia rimette le cose a posto con questo splendido tredicesimo volume delle Bootleg Series dylaniane, intitolato Trouble No More e dedicato per la quasi totalità dei suoi 8 CD (il Bignami di due dischetti, o quattro LP, non lo prendo neanche in considerazione) alle performances dal vivo di quel controverso triennio (fortunatamente senza sermoni), ben cento canzoni in versione mai sentita e con una moltitudine di highlights, anche nei brani che si ripetono (ma Dylan è sempre stato famoso per non suonare mai una canzone per due volte allo stesso modo), e con la chicca nel terzo e quarto CD, di outtakes e versioni alternate del trittico di album di studio. Inutile spendere però altre parole, e mi lancio quindi in una disamina dettagliata del cofanetto (che include anche un DVD con il film che dà il titolo al box, un interessantissimo documentario di un’ora realizzato quest’anno dalla regista Jennifer LeBeau, e due bellissimi libri pieni di splendide foto inedite e con le note brano per brano dei primi quattro CD).

CD 1-2: Live – due dischetti con il meglio del lungo tour (che è anche la stessa tracklist della versione doppia “economica”), che iniziano con una Slow Train molto più energica e potente che in studio, con un grande Tackett. Il meglio si ha con la splendida ballata I Believe In You, tra le più belle melodie mai scritte da Bob, qui cantata alla grande, una When You Gonna Wake Up? più tonica e roccata di quella in studio, quasi infuocata nella performance vocale, When He Returns, già in Slow Train Coming con una prestazione magnifica da parte di Dylan, e da pelle d’oca anche dal vivo, la bellissima e gioiosa Precious Angel (con Tackett che tenta di emulare Mark Knopfler, che suonava nella versione originale), oppure la squisita Covenant Woman, uno dei brani più sottovalutati del periodo, dotata di un motivo toccante. Poi abbiamo le trascinanti Solid Rock e Saved (quest’ultima con un ottimo Young al piano), le emozionanti In The Garden e Pressing On, entrambe con un crescendo strepitoso, ed una Gotta Serve Somebody in Germania nel 1981 da brividi. Tra i pezzi tratti da Shot Of Love spiccano la fantastica Every Grain Of Sand (tra le più belle del songbook dylaniano), nell’unica volta in cui è stata suonata in tutto il tour, una granitica The Groom’s Still Waiting At The Altar con Carlos Santana alla solista, e la splendida Caribbean Wind nella sola versione live di sempre. E poi ci sono le canzoni inedite, a partire dalla magnifica Ain’t Gonna Go To Hell For Anybody, un trascinante gospel cantato in maniera superba, la saltellante Ain’t No Man Righteous, No Not One, dalla melodia diretta ed istantanea e la potente Blessed Is The Name, tra rock’n’roll e gospel.

segue>

Marco Verdi

Ma Lo Sapete Che E’ Pure Brava?!? Carla Bruni – French Touch

carla bruni french touch

*NDB Una breve premessa del titolare del Blog: come dice Marco alla fine della recensione, il “personaggio” non gode delle simpatie musicali del sottoscritto (per il resto nulla da dire, anche se il suo appoggio, più volte espresso, per Cesare Battisti, non me la rende ancora più attraente anche sul lato umano). Comunque come diceva, non Voltaire, a cui è stata attribuita la frase, ma una delle sue biografe, tale Evelyn Beatrice Hall: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”. Oddio, magari proprio la vita no, ma una pagina del Blog sì, e aggiungo che non condivido quasi nulla di quanto detto nel Post anche sui contenuti musicali, ma concludo con una seconda citazione colta “de gustibus non disputandum est”, quindi buona lettura (ammetto di avere aggiunto un punto di domanda ed uno esclamativo al titolo).

Carla Bruni – Franch Touch – Verve/Universal CD – CD/DVD

Quel “pure” nel titolo del post è riferito al fatto che ci troviamo di fronte indiscutibilmente ad una delle donne più belle del mondo, e che per qualche anno, cioè quando l’attuale marito Nicolas Sarkozy era presidente della repubblica francese, anche delle più potenti. Carla Bruni (nata Bruni Tedeschi) era già famosissima prima di sposare l’ormai ex presidente transalpino, non tanto per la sua carriera di musicista, quanto per il fatto che è stata per anni una delle più importanti modelle in circolazione, ed anche in secondo luogo per aver frequentato di sfuggita il mondo del rock sotto forma di flirt amorosi, si dice, con Eric Clapton e Mick Jagger. Nel nostro paese non riscuote molte simpatie, più che altro per il fatto di aver preferito la nazionalità francese a quella italiana (è infatti originaria di Torino), ma chi lo dice forse non sa che Carla vive in Francia da quando ha sette anni, e quindi ha tutto il diritto di sentirsi appartenente al paese d’oltralpe (e, bisogna riconoscerlo, non ha mai rinnegato le sue radici italiche). Appassionata di musica, la Bruni ha esordito nel 2002 con Quelqu’Un M’A Dit, un album che ha avuto un buon successo, soprattutto nei paesi francofoni, anche se l’attenzione su di sé come cantante (anche del sottoscritto) l’ha attirata cinque anni dopo con No Promises, un bel disco in lingua inglese con una serie di adattamenti in musica di testi di vari poeti (Yeats, Emily Dickinson, ecc.) in uno stile pacato, raffinato e melodico che qua e là poteva ricordare anche Leonard Cohen.

Dopo altri due dischi meno interessanti ed ancora in lingua francese, Carla torna tra noi con questo French Touch, nel quale reinterpreta alcuni famosissimi brani contemporanei di stampo pop, country ed anche rock, ma arrangiando il tutto con uno stile ancora raffinato, quasi jazz, e decisamente piacevole. Quando ho visto che il produttore era David Foster ho avuto qualche brivido di paura, dato che stiamo parlando di uno che è abituato a lavorare con Celine Dion, Whitney Houston, Madonna, Mariah Carey ed anche i nostri Andrea Bocelli e Laura Pausini, quindi uno che di solito ha la mano pesante: in French Touch però è tutto il contrario, e riveste le canzoni con lo stretto necessario, una chitarra acustica, percussioni, pianoforte, fiati ed archi quanto basta, ed al centro la voce di Carla, che è uno strumento a sé. Infatti non stiamo parlando di una voce bella nel senso puro del termine, non è Janis JoplinLiza Minnelli né tantomeno Edith Piaf (per restare in Francia), a volte è più un sussurro che un canto vero e proprio, ma l’intonazione c’è e poi, cosa che a noi maschietti suscita scosse telluriche nelle parti intime, una bella dose di sensualità. Alcuni pezzi di French Touch sono stati incisi a Parigi con musicisti locali, ma altri ai Capitol Studios di Hollywood e con dentro vere e proprie icone come il grande Jim Keltner alla batteria e il formidabile chitarrista Dean Parks. L’album dura solo 34 minuti, ma c’è anche una versione con DVD allegato, con dentro un paio di videoclip ed alcune canzoni suonate in acustico durante uno special televisivo francese.

Apre il disco Enjoy The Silence, uno dei brani più noti dei Depeche Mode: la melodia è molto conosciuta, e qua l’attacco è dato da una chitarra acustica e da malinconici rintocchi di piano, poi entra la voce sexy di Carla ed il resto della band che avvolge il brano in maniera emozionante, con archi non invadenti ed un breve assolo di slide. Un ottimo avvio. Jimmy Jazz è proprio quella dei Clash (nel booklet interno Carla spiega canzone per canzone le sue scelte), e qui l’arrangiamento la fa diventare un delizioso pop afterhours di classe, jazzato come da titolo e godibilissimo, con uno splendido pianoforte ed uno squisito intervento di fiati in puro stile dixieland. Love Letters (l’ha fatta anche Elvis) ricorda certe cose di Rickie Lee Jones quando vuole jazzare, altra bella versione, fluida e distesa, con una chitarrina che fa capolino ogni tanto; Miss You è la prima sorpresa, con la Bruni che spoglia il brano degli Stones del ritmo da discoteca lasciando intatta la melodia, e trasformandolo in una bossa nova davvero raffinatissima e con un feeling ispanico (*NDB Scusate se mi intrometto ancora, ma a proposito di voci femminili, Etta James ai tempi ne aveva fatta una versione leggerissamente migliore, a mio parere https://www.youtube.com/watch?v=ZMT4mwvAIWQ), mentre The Winner Takes It All, proprio il successo degli ABBA, è in versione rallentata, con la voce particolare di Carla in primo piano, una chitarra arpeggiata ed un violoncello, un pezzo che, spogliato delle frequenti sonorità pacchiane del quartetto svedese, risulta malinconico e struggente.

Crazy era già raffinata nella versione del suo autore Willie Nelson (o di Patsy Cline, che fu colei che la portò al successo), qui Carla la movimenta un pochino, ancora con un leggero tocco pop-jazz e, sorpresa sorpresa, compare anche Willie in persona a duettare con lei (portandosi dietro anche Mickey Raphael all’armonica), e la temperatura sale ulteriormente; che dire di Highway To Hell degli AC/DC ripresa in versione jazz-lounge, con il riff di chitarra di Angus Young sostituito da una sezione fiati? Un po’ spiazzante a dire il vero, e qui forse è l’unico caso in cui si sfiora l’effetto-parodia (vi ricordate i Big Daddy?). Ma Carla riprende subito in mano il gioco con la splendida Perfect Day di Lou Reed, rifatta come un valzerone francese, una situazione che si addice alla perfezione a Madame Sarkozy (anche se nel ritornello il brano riprende la sua forma conosciuta, e Carla canta benissimo). Sembra strano ma Stand By Your Man, uno dei brani country al femminile più famosi di sempre (immortale la versione di Tammy Wynette) è rifatta con buona aderenza all’originale, con tanto di piano honky-tonk e dobro: una delle più riuscite. Please Don’t Kiss Me era interpretata da Rita Hayworth nel film La Signora Di Shanghai, e la Bruni la rifà in maniera giustamente vintage, con una strumentazione simile a quella di Bob “Sinatra” Dylan; chiude il CD la famosissima Moon River, scritta da Johnny Mercer con Henry Mancini per il film Colazione Da Tiffany, un pezzo che hanno rifatto sia lo stesso Sinatra che Sarah Vaughan, ma Carla non si lascia intimorire e la rifà alla sua maniera, voce in primo piano e poco altro.

Sono perfettamente conscio del fatto che la figura di Carla Bruni  possa non godere delle simpatie del titolare di questo blog e dei suoi abituali lettori, ma credetemi se vi dico che nel trasporto con cui ho giudicato questo French Touch il mio indiscutibile debole per il fascino femminile c’entra fino ad un certo punto.

Marco Verdi

Peccato Perché E’ Bravo, Ma Non Basta. John Mayer – The Search For Everything

john mayer the search for everything

John Mayer – The Search For Everything – Columbia/Sony

Mmmhhh, maaah?! Perché questa presentazione quasi onomatopeica? Non lo so, mi è venuta così. O meglio un’idea ce l’avrei: di solito in una recensione la prima cosa che si scrive è il giudizio critico, le classiche stellette o il voto numerico, ebbene, se vi interessa, tradotto in voti scolastici è forse un 5- -, il classico “il ragazzo è bravo, ma non si impegna”!. A parte a cercare di accontentare la sua casa discografica, a cui ha dato una serie di album che quando sono andati male sono arrivati comunque al 2° posto delle classifiche di Billboard, ma le cui vendite, in un mercato in continuo calo, dai 2 milioni e passa di Heavier Things del 2003 sono arrivati alle 500.000 copie circa dell’ultimo Paradise Valley, ma al giorno d’oggi bisogna contare anche i download e le visualizzazioni su YouTube e Spotify. Perché in fondo John Mayer deve vivere in due mondi diversi: il “bel fioeu” (si dice così al nord), fidanzato con Jessica Simpson, Jennifer Aniston, Katy Perry e Taylor Swift, per citarne solo alcune, e il grande appassionato di Eric Clapton, nonché il nuovo chitarrista dei  Dead & Co, che si è imparato tutto il repertorio dei Grateful Dead, per andare in tour con loro.

Dopo due album come Born And Raised e il citato Paradise Valley, dove, anche grazie alla produzione di Don Was, sembrava avere prevalso il secondo, in questo The Search For Everything torna il Mayer più tamarro, il quasi “gemello” di Keith Urban, in quel caso un country-pop pasticciato e mediocre, nel disco in esame un neo-soul-pop-rock, molto morbido e all’acqua di rose, dove il ritorno di Steve Jordan, alla batteria, ma non alla produzione, e Pino Palladino al basso, oltre al bravo Larry Goldings  alle tastiere, non serve a salvare il lavoro a livello qualitativo. Anche la presenza di Cary Grant alla tromba in un brano (ma non era morto? Si scherza) non risolleva le sorti del disco, peraltro già parzialmente pubblicato a rate in due EP usciti nella prima parte del 2017 come Wave One e Wave Two, quindi otto dei dodici brani totali si erano già sentiti, e i restanti quattro non sono così formidabili da ribaltare il giudizio. Siamo di fronte al classico disco da ascoltare come musica di sottofondo in qualche party sofisticato (non disturba neanche) o se esistesse ancora la filodiffusione negli ospedali sarebbe l’ideale per anestetizzare le preoccupazioni dei pazienti.

E se mi passate il gioco di parole bisogna essere veramente pazienti per ascoltare questo The Search For Everything: dal malinconico (nel testo, e questo è il sentimento che prevale nell’album) neo-soul soporifero con “ardito” falsetto di una Still Feel Like Your Man dedicata alla non dimenticata Katy Perry, alla morbida ballata acustica Emoji Of A Wave, che non è disprezzabile, intima e delicata, anche se al solito forse troppo carica nella produzione a cura dello stesso Mayer e del suo storico ingegnere del suono Chad Franscowiak,, non male comunque, anche grazie alle armonie vocali di Al Jardine dei Beach Boys. Helpless è un funky-rock non malvagio dove John Mayer arrota la chitarra nel suo miglior stile alla Clapton, ma poi vira verso un sound alla Clapton anni ’80 o Lenny Krarvitz, con coretti insulsi, però la solista viaggia, peccato non la suoni di più nel disco, lui è veramente bravo come chitarrista. Love On The Weekend ripristina il John Mayer Trio solo con Jordan e Palladino, ma purtroppo è un’altra ballata “moderna” con suoni molto pensati per la radio di oggi, poca grinta e molto pop. Meglio In The Blood, non un capolavoro, ma la lap steel di Greg Leisz e la seconda voce di Sheryl Crow aggiungono un poco di pepe al brano, che comunque fatica a decollare, molto Nashville Pop Country, con la solita chitarra che non basta a salvare il tutto.

Changin’, nonostante il titolo, non cambia molto, ma è una ballata piacevole e ben suonata, con Mayer al piano oltre che alla chitarra, Goldings all’organo e Leisz che passa al dobro, forse il brano che ricorda di più gli ultimi due dischi. Theme For “Search For Everything”, è un breve strumentale, con arrangiamento di archi aggiunto, dove Mayer si produce all’acustica, senza infamia e senza lode. Moving On And Getting Over sembra un brano del George Benson anni ‘80, funky “sintetico” e mellifluo, ma non è un complimento, e pure il falsetto non fa impazzire, a meno che non amiate il genere. Ancora piano e archi per una ballata strappalacrime come Never On The Day You Leave, molto simile a mille altre già sentite. Rosie è un mosso mid-tempo in cui qualcuno ha ravvisato analogie con Hall & Oates, ma a me sembra sempre il Clapton anni ’80, nonostante i fiati con Cary Grant. Finalmente un po’ di vita e di rock in Roll It On Home con doppia batteria, uno è Jim Keltner, più Greg Leisz alla pedal steel, sembra sempre Clapton, ma quello buono. You’re Gonna Live Forever On Me è una ennesima ballata, solo voce, piano e archi, ricorda vagamente un brano à la Billy Joel, discreto. Speriamo nel prossimo album.

Bruno Conti  

Se Lo Dicono Tutti Sarà Veramente Così Bello? Questa Volta Direi Proprio Di Sì! Conor Oberst – Salutations

conor oberst salutations

Conor Oberst – Salutations – Nonensuch/Warner

Come sapete al sottoscritto non piace uniformarsi per forza ai giudizi critici (che comunque leggo per documentarmi) relativi ai nuovi dischi in uscita: preferisco sempre adottare l’infallibile metodo “San Tommaso”, o se preferite Guido Angeli, ovvero provare per credere, anzi meglio, ascoltare per credere. E quindi, se posso, compatibilmente con le qualità industriali di dischi che “devo” sentire ogni mese, cerco di ascoltare gli album che per vari motivi hanno stuzzicato la mia curiosità, anche se poi non sempre riesco a scrivere il resoconto delle mie impressioni: ma questa volta, come dico nel titolo, sì! Perché l’album in questione, nello specifico parliamo del nuovo Salutations, a firma Conor Oberst, mi pare proprio un ottimo album. Disco che nasce sulla scia della prova acustica Ruminations, pubblicata solo alcuni mesi or sono e che che conteneva dieci delle canzoni ora riproposte in versione elettrica nel CD, con l’aiuto del grande batterista Jim Keltner, che ha curato anche la co-produzione dell’album insieme a Oberst, e alla band roots-rock dei Felice Brothers, veri spiriti affini di Conor e di cui l’estate scorsa vi avevo segnalato l’eccellente Life In The Dark, un piccolo gioiellino http://discoclub.myblog.it/2016/07/06/antico-dylaniano-sempre-gradevole-felice-brothers-life-the-dark/, che si muoveva, come questo, su territori cari alla Band Bob Dylan, ma non solo. Quindi il solito retro-rock? Direi di sì, ma quando è fatto così bene è difficile resistere, e le 17 canzoni contenute in questo disco (le dieci di Ruminations più altre sette aggiunte per l’occasione) sono tutte veramente belle e non si riscontrano momenti di noia dovuti alla eccessiva lunghezza dell’album.

Oltre ai Felice Brothers e Keltner nell’album appaiono parecchi altri musicisti di pregio: dall’ottimo Jim James Blake Mills, Gillian Welch Maria Taylor alle armonie vocali, nonché M. Ward e il quasi immancabile, in un disco di questo tipo, Jonathan Wilson, a chitarre e tastiere in due dei brani più belli del disco, uno dei due, Anytime Soon, dove è anche coautore del pezzo, con lo stesso Oberst, Taylor Goldsmith dei Dawes, Johnathan Rice, frequente collaboratore di Jenny Lewis, in una sorta di meeting di alcuni dei “nuovi” talenti del suono westcoastiano, considerando pure che il tutto è stato registrato ai famosi Shangri-La Studios di Malibu. Quindi Dylan+Band+California, risultato: ottimo disco, che lo riporta ai fasti dei migliori album fatti con i Bright Eyes. Partiamo proprio con la citata Anytime Soon, un bel pezzo rock di impianto californiano, con la slide pungente di Wilson, che ricorda quella di David Lindley, a percorrerla e una melodia solare che si rifà al sound dei Dawes o del loro mentore Jackson Browne, ma anche con spunti beatlesiani.

Comunque fin dall’apertura deliziosa della valzerata Too Late For Fixate, con in evidenza il violino di Greg Farley e la fisarmonica di James Felice, che uniti all’armonica dello stesso Oberst, crea subito immediati rimandi alla musica del Dylan anni ’70 ( e anche la Band, ovviamente, grazie all’uso della doppia tastiera, affidata spesso a Felice); contribuiscono ampiamente alla riuscita anche i testi visionari e surreali, sentite che incipit: “Tried Some Bad Meditation/ Sittin’ Up In The Dark/They Say To Picture An Island/Cuz That’s One Place To Start/I Guess I Could Count My Blessings/I Don’t Sleep In The Park/With All My Earthly Possessions/In One Old Shopping Cart”, e ditemi chi vi ricorda. Anche la seconda canzone Gossamer Thin mantiene questa atmosfera sonora, con il riff circolare a tempo di valzer, sempre impreziosito dall’uso di violino, fisa ed armonica, oltre alle armonie vocali di Jim James, che rimane poi anche per la successiva Overdue, dove si apprezza il lavoro delle chitarre elettriche e quello di un piano Wurlitzer, molto alla Neil Young anni ’70, con il ritornello che ti rimane subito in testa.

Afterthought in veste full band acquisisce ulteriore fascino, anche grazie al lavoro preciso e variegato di Jim Keltner, uno dei più grandi batteristi della storia del rock, ancora splendide le armonie vocali corali dei Felice Brothers assortiti, il violino guizzante di Farley e l’armonica insinuante di Conor, sembra quasi di essere capitati in qualche outtake di Blonde On Blonde. Molto coinvolgente anche la delicata ballata Next Of Kin, già presente in Ruminations, che rimanda ai pezzi più belli di un altro cantautore che quando viene colto dall’ispirazione può regalare canzoni stupende, penso a Ryan Adams, e pure in questo testo ci sono deliziose citazioni d’epoca:  “Yeah I met Lou Reed and Patti Smith/It didn’t make me feel different/I guess I lost all my innocence/Way too long ago”. In Napalm il ritmo si fa più incalzante e bluesy, per continuare il parallelo con Dylan ci tuffiamo in Highway 61 con l’organo di Felice e le chitarre di Oberst a ricreare il sound dell’accoppiata Kooper/Bloomfield, con i dovuti distinguo, e senza dimenticare Farley che si dà sempre da fare con il suo violino.

Blake Mills aggiunge il suo guitaron e la baritone guitar per una intima e raccolta Mamah Borthwick (A Sketch), dove si apprezza anche la voce di Gillian Welch, splendida. Mentre nelle successive Till St. Dymphna Kicks Us Out e Barbary Coast (Later) appare anche un quartetto di archi e il pianoforte assurge a ruolo di protagonista, nel primo brano, a fianco degli immancabili violino, fisarmonica e armonica, senza dimenticare la chitarra elettrica di Ian Felice, sempre presente, con un lavoro sia di raccordo quanto solista; Barbary Coast addirittura mi ha ricordato certe cose del primo Van Morrison, quello californiano, con il prezioso apporto della voce di Maria Taylor. Tachycardia è un’altra ballata di ampio respiro, con doppia tastiera e armonica sempre in evidenza (ma è difficile trovare un brano non dico scarso, ma poco riuscito), mentre Conor Oberst canta sempre con grande trasporto e convinzione, mentre il violino e la chitarra di Mills ricamano sullo sfondo. Serena ed avvolgente anche la dolcissima Empty Hotel By The Sea, con mille particolari sonori gettati nel calderone sonoro di una ennesima riuscita canzone, con gli strumenti sempre usati con una precisione quasi matematica.

Del pezzo con Jonathan Wilson abbiamo detto. Counting Sheep è una ulteriore variazione sul tema sonoro dell’album, e nonostante il titolo è meno “sognante” di altri episodi, con le chitarre elettriche più graffianti e la bella voce della Taylor che ben supporta il nostro. Rain Follows The Plows, di nuovo con la presenza del quartetto di archi, assume un carattere quasi più barocco e complesso, grazie all’uso del piano elettrico e della chitarra elettrica di Blake Mills, presente per l’ultima volta, a fianco di violino,, armonica e tastiere, che, l’avrete ormai capito, sono gli strumenti più caratterizzanti dell’album. Di nuovo Gillian Welch a duettare con Oberst in You All Loved Him Once, altra love ballad di elevata qualità e delicatezza, con armonica e chitarra elettrica che deliziano i nostri padiglioni auricolari ancora una volta, una delle più belle canzoni del disco.

A Little Uncanny, con video prodotto dal bassista del disco (e dei Felice Brothers) Josh Rawson è uno dei pezzi più rock e mossi di questo Salutations, chitarristico ed incalzante, prima del commiato, Salutations appunto, dove ritornano il piano, la chitarra ed il synth di Jonathan Wilson, per un altro tuffo nel sound da singer songwriter californiano degli anni ’70, a conferma della qualità di questo lavoro che si candida fin d’ora tra le migliori prove di questo inizio 2017, e che vi consiglio caldamente!

Bruno Conti