Cofanetti Autunno-Inverno 4. Uno Scrigno Di Tesori, Finalmente A Disposizione Di Tutti! Steve Miller Band – Welcome To The Vault

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Steve Miller Band – Welcome To The Vault – Capitol/Universal 3CD/DVD Box Set

Nel mese di Novembre Bruno vi intratterrà con una dettagliata retrospettiva dedicata a Steve Miller, musicista molto popolare negli anni settanta ed ottanta con la sua Steve Miller Band: io oggi mi occupo invece di Welcome To The Vault, nuovissimo cofanetto che per la prima volta vede pubblicate diverse canzoni provenienti dagli archivi del cantante-autore-chitarrista di Milwaukee. Siccome le note biografiche sul personaggio le potrete leggere già nel post del titolare di questo blog, io mi limiterò alla recensione “nuda e cruda” del contenuto del box, che in tre CD più un DVD (ma esiste anche una versione audio singola intitolata Selections From The Vault) ripercorre tutto il cammino di Steve ponendo però l’accento su parecchie tracce sconosciute, con versioni alternate di pezzi noti, riletture dal vivo, cover incise in studio e addirittura ben cinque canzoni originali mai sentite prima. Steve aveva già pubblicato in passato qualche brano inedito, ma mai con una tale generosità: infatti su 52 pezzi totali (parlo della parte audio) ben 38 compaiono qui per la prima volta, e la bellezza del manufatto (una splendida confezione formato libro con numerose foto, note del noto giornalista David Fricke e crediti canzone per canzone, con in omaggio anche un poster, diverse cartoline e dieci plettri multicolori, oltre ad una suggestiva copertina lenticolare) è la ciliegina sulla torta che fa sì che il box sia da considerarsi imperdibile.

Sì, perché al suo interno troviamo davvero tantissima grande musica, da parte di un artista spesso sottovalutato e bistrattato dalla critica per la sua scelta, specie dagli anni settanta in poi, di specializzarsi nella scrittura di brani pop-rock di stampo californiano di sicuro impatto e grande successo (come se la capacità di scrivere hits di qualità fosse un demerito), tralasciando in parte il blues e la psichedelia di inizio carriera. Ma il blues è sempre stata la sua vera passione, ed in questo cofanetto ce n’è a volontà, sia in studio che soprattutto dal vivo, spesso in versioni lunghe ed infuocate. Non dimentichiamo che la SMB ha sempre avuto ottimi musicisti al suo interno, ed è stata anche trampolino di lancio per nomi del calibro di Boz Scaggs, Ben Sidran e Ross Valory (che diventerà il bassista dei Journey fino ai giorni nostri), oltre ad ospitare nei seventies il noto armonicista Norton Buffalo. Il box comprende anche dei brani editi, un po’ come American Treasure di Tom Petty, ma mentre nel caso del compianto rocker della Florida la scelta cadeva su canzoni meno conosciute, qua le hits non mancano, e nelle versioni più note (The Joker, Fly Like An Eagle, Abracadabra): sinceramente non capisco questa scelta, in quanto un neofita difficilmente si comprerà questo box, mentre i fan di Steve conoscono già questi brani a menadito (anche se riascoltarli fa sempre piacere). Ma passiamo ad una disamina disco per disco, premettendo che mi limiterò soltanto alle tracce mai sentite prima.

CD1. Il cofanetto comincia subito con tre inediti dal vivo, il primo dei quali è una straordinaria Blues With A Feeling di Little Walter, dieci minuti registrati nel 1969 in trio con Lonnie Turner e Tim Davis, un torrido slow blues che ci fa subito capire che Steve nel compilare il box ha fatto le cose sul serio: grande performance chitarristica del leader, ed è solo l’inizio. Una tosta versione della vibrante Don’t Let Nobody Turn You Around precede altri nove imperdibili minuti della fantastica Super Shuffle (siamo nel 1967), uno strumentale chitarristico a tutto ritmo nel quale il nostro ed i suoi compagni andavano già come treni: tra le cose più belle del box. Ci sono diverse versioni alternate di brani noti di Steve, a partire dall’hendrixiana Industrial Miltary Complex Hex, per proseguire con un’intima rilettura acustica di Kow Kow Calculator (1973, quattro anni dopo la versione originale), un demo del 1966 di Going To Mexico in cui Miller suona tutti gli strumenti, il sognante pop psichedelico Quicksilver Girl (con Scaggs alla seconda chitarra), una strepitosa Jackson-Kent Blues di otto minuti e mezzo anche meglio dell’originale ed una Seasons ancora con solo Steve alla voce e chitarra. Dal vivo abbiamo anche una fenomenale rilettura del classico di Robert Johnson Crossroads che non ha tanta paura di quella dei Cream (ma come suona Steve?) ed una scintillante Never Kill Another Man, acustica e folkeggiante con quattro voci all’unisono, molto CSN&Y. Dulcis in fundo, questo primo dischetto offre anche le prime due canzoni totalmente inedite, e se Hesitation Blues è una tenue ballata acustica che dura meno di due minuti, Say Wow è un gradevole midtempo blues che avrebbe potuto benissimo trovare posto su qualsiasi album del nostro.

CD2. I primi brani unreleased che troviamo sono due versioni della nota Space Cowboy, la prima solo strumentale ed embrionale (dura poco più di un minuto), mentre la seconda è registrata dal vivo nel ’73, ed è trascinante sebbene non incisa benissimo. Le “alternate versions” continuano con una doppia Rock’n Me (uno dei più grandi successi della SMB), la prima full band con Buffalo all’armonica e la seconda a livello di demo, una True Fine Love non particolarmente rifinita ma sempre molto bella, la grintosa The Stake, un blues di gran lusso, e due riletture di classici come My Babe di Willie Dixon e All Your Love (I Miss Loving) di Otis Rush, non inferiori a quelle finite rispettivamente su Living In The 20th Century e Wide River. Le chicche di questo secondo CD sono però le cover inedite registrate in studio: una potente Killing Floor (Howlin’ Wolf), blues e ritmo che vanno a braccetto, un’intensa Tain’t The Truth di Allen Toussaint, che assume la veste di una ballata anni sessanta, la coinvolgente Freight Train Blues di Roy Acuff, decisamente più blues che country (ma perché non pubblicarla?), una vibrante Double Trouble ancora di Otis Rush, ed una squisita Love Is Strange (Mickey & Sylvia, ma anche i Wings di Wild Life) dall’arrangiamento quasi reggae. La ciliegina sono i due brani scritti da Steve e mai sentiti prima, cioè il godibile rock’n’roll strumentale Echoplex Blues e soprattutto That’s The Way It’s Got To Be, una canzone davvero ottima, una calda ballata melodicamente impeccabile ed impreziosita dalla slide di Les Dudek, altro pezzo che non mi spiego come possa essere rimasto nascosto fino ad oggi.

CD3. Si inizia con una bella e rilassata registrazione live (1990) del blues di Jimmy Reed I Wanna Be Loved, in cui il nostro duetta chitarristicamente con il leggendario Les Paul, solo due chitarre ed un basso ma godimento alle stelle. Gli inediti di questo terzo dischetto sono perlopiù versioni alternate, comunque decisamente interessanti, a partire da una Fly Like An Eagle dall’arrangiamento più funky rispetto all’originale e registrata due anni prima. Poi abbiamo un demo chitarra-basso-batteria di The Window (canzone splendida in ogni caso), due ottime e vitali prime versioni di Mercury Blues e Jet Airliner ed una fluida Swingtown. Finale in deciso crescendo con una sontuosa Take The Money And Run dal vivo nel 2016 al Lincoln Center di New York con Jimmie Vaughan come axeman aggiunto ed una sezione fiati, strepitosa rilettura ricca di swing, seguita dall’ultimo inedito assoluto del box, Bizzy’s Blue Tango, una scintillante rock song strumentale dal mood coivolgente che giustamente è stata tirata fuori dai cassetti (è del 2004). Il cofanetto si chiude in maniera particolare, e cioè con due versioni molto diverse del blues di T-Bone Walker Lollie Lou: la prima è una registrazione inedita del 1951 proprio dello stesso T-Bone (con un pianista ed un bassista non accreditati) e proprio a casa di Steve, di fronte al padre del nostro che era amico del grande bluesman, mentre la seconda è eseguita dalla SMB ancora nel 2016 a New York con Vaughan, adattamento jazzato e decisamente raffinato.

Il DVD (che non ho ancora visto) contiene diverse cose molto interessanti, a partire da un concerto del 1973 (Don Kirshner Rock Concert) di undici pezzi, seguito da due brani del 1990 con Les Paul e varie cose come la partecipazione della SMB al mitico Monterey Pop Festival del 1967, due canzoni al Fillmore West nel 1970, un pezzo del ’74 insieme a James Cotton, Abracadabra in Michigan nell’82 e due brani tratti dall’Austin City Limits del 2011.

Se quest’anno a Natale volete farvi fare un bel regalo, questo cofanetto potrebbe essere un’ottima idea.

Marco Verdi

Questo E’ Blues In Giacca E Cravatta! Jimmie Vaughan – Baby, Please Come Home

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Jimmie Vaughan – Baby, Please Come Home – Last Music Company CD

Essere fratello, per giunta maggiore, di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi non è facile, specie se fai il suo stesso mestiere: se poi tale fratello è scomparso ancora giovane in tragiche circostanze ed è diventato una leggenda, il rischio è quello di essere per sempre classificato come “il fratello di…”. Sto parlando di Jimmie Vaughan, grande bluesman e chitarrista texano, titolare di una lunga e rispettabilissima carriera prima con i Fabulous Thunderbirds e poi da solista, che per molti è ancora oggi solo il fratello dell’immenso Stevie Ray Vaughan, uno dei maestri assoluti di sempre dello strumento (personalmente lo metto nella mia Top 3 degli axemen dopo Jimi Hendrix – non sono mai stato un fan sfegatato dell’Hendrix musicista ma l’Hendrix chitarrista è inarrivabile ancora oggi – e Jimmy Page). Jimmie però se ne è sempre fregato dei paragoni ed è giustamente andato avanti per la sua strada, e d’altronde i due non avrebbero potuto essere più diversi: se Stevie Ray era un uragano che dal vivo rischiava di mandare metaforicamente a fuoco il palco ad ogni performance, l’approccio al blues di Jimmy è sempre stato più composto, classico ed elegante, pur non rinunciando anch’egli ad accendere la miccia negli spettacoli live, specie con i Thunderbirds.

Musicalmente il nostro era fermo addirittura dal 2011, anno della pubblicazione del secondo capitolo di Plays Blues, Ballads And Favorites (ma in mezzo c’è stato anche https://discoclub.myblog.it/2017/11/05/pochi-ma-buoni-ora-anche-dal-vivo-jimmie-vaughan-trio-featuring-mike-flanigin-live-at-c-boys/ ), e quindi è con grande piacere che ho accolto questo Baby, Please Come Home, nuovissimo capitolo di una discografia di tutto rispetto, album nel quale il chitarrista texano prosegue con la sua personale reinterpretazione di classici del blues e non, il tutto con la consueta classe e bravura. Infatti Baby, Please Come Home ci mostra un Jimmy in ottima forma, e che ci regala in 35 intensi minuti undici brani di blues ad alto livello, coadiuvato da una band che comprende musicisti che troviamo abitualmente nei suoi lavori ed anche qualche new entry: la sezione ritmica vede operare il batterista George Rains ed alternarsi due diversi bassisti (Ronnie James e Billy Horton), poi abbiamo l’eccellente Mike Flanigin all’organo e l’altrettanto bravo Jarrod Bonta al piano, Billy Pitman alla chitarra ritmica ed una corposa sezione fiati che dona calore e colore al disco, e che vede all’opera i sassofonisti Doug James, Greg Piccolo (quest’ultimo già con i Roomful Of Blues), John Mills e Kaz Kazanoff, i trombettisti Al Gomez e Jimmy Shortell e Randy Zimmerman al trombone.

Proprio i fiati sono grandi protagonisti di questo album e danno ancora più spessore a brani già ottimi di loro, a volte perfino “relegando” in secondo piano la chitarra del leader, che va detto non va mai sopra le righe ed offre sempre assoli brevi e misurati, restando quindi al servizio delle canzoni ed evitando qualsiasi atteggiamento da axeman fine a sé stesso. Si parte con una saltellante e ritmata versione della title track (brano di Lloyd Price), resa ancora più coinvolgente proprio dai fiati, mentre Jimmy rilascia un paio di assoli ficcanti ma assolutamente composti https://www.youtube.com/watch?v=h35qWP9GL70 . Just A Game (Jimmy Donley) è sempre cadenzata ma più lenta e vede ancora i fiati protagonisti con l’organo a rendere più caldo il suono: Vaughan non è forse il miglior blues vocalist sulla piazza, ma se la cava in ogni caso più che bene; No One To Talk To (But The Blues) nonostante sia di Lefty Frizzell viene “de-countryzzata” da Jimmy che la rivolta come un calzino e la trasforma in un bluesaccio sanguigno e davvero godibile, grazie anche alla solida performance della band, mentre Be My Lovey Dovey (scritta da Richard Berry ma resa nota da Etta James) è giusto a metà tra jump blues e rock’n’roll, con il classico botta e risposta voce/coro e ritmo sostenuto.

Decisamente trascinante What’s Your Name?, classico blues di Chuck Willis dal tempo veloce e che fa muovere il piedino, il tutto sempre affrontato in grande stile e con pregevoli assoli di sax e della sei corde di Jimmy; Hold It è una deliziosa rilettura di uno strumentale di Bill Doggett, in cui domina l’organo di Flanigin con una prestazione maiuscola, e con il nostro che rilascia un assolo in punta di dita, ed è seguita da I’m Still In Love With You (T-Bone Walker), puro slow blues dalle atmosfere afterhours ed un pianoforte dal sapore jazzato, altra prova di classe sopraffina. La mossa It’s Love Baby (24 Hours A Day), un classico inciso da mille artisti da Louis Brooks a Hank Ballard, passando per Ruth Brown e Jackie DeShannon, è blues nella sua accezione più classica, e per Jimmie è come bere un bicchiere d’acqua, So Glad è un omaggio del nostro a Fats Domino, un divertente pezzo in perfetto equilibrio tra blues ed un pizzico di rock’n’roll, con Vaughan che ci offre la miglior performance chitarristica del disco, mentre la strepitosa Midnight Hour (Clarence “Gatemouth” Brown), con grande lavoro del piano di Bonta, prelude alla conclusiva Baby, What’s Wrong di Jimmy Reed (registrata dal vivo), questa sì rock’n’roll al 100%, degno finale di un disco senza sbavature e suonato davvero a regola d’arte.

Marco Verdi

Ancora Una “Reginetta” Del Blues. Sue Foley – The Ice Queen

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Sue Foley – The Ice Queen – Stony Plain/Dixie Frog/Ird

Sono parecchi anni che la chitarrista e cantante canadese, ma di adozione texana, e che si è alternata appunto a vivere in quel di Austin, pur svolgendo parte della sua carriera anche nel nativo Canada, dove ha vinto svariati premi per i suoi album, non pubblicava nulla di nuovo in proprio. Gli ultimi avvistamenti erano stati per un paio di album in coppia con l’ottimo Peter Karp, gli eccellenti He Said She Said del 2010 e Beyond The Cossroads del 2012, entrambi per la Blind Pig https://discoclub.myblog.it/2012/08/12/un-altra-bella-accoppiata-peter-karp-sue-foley-beyond-the-cr/ , e prima ancora per Time Bomb, un disco del 2007 condiviso con Deborah Coleman e Roxanne Potvin; se aggiungiamo l’antologia The Queen Bee, con il meglio delle registrazioni effettuate per la Antone’s ad inizio carriera, l’ultimo vero album solista di Sue Foley, risale addirittura a New Used Car per la Ruf del 2006. Eppure in tutti questi anni la rossa musicista di Ottawa non ha perso il tocco, e questo Ice Queen, 15° album della sua carriera, antologie e collaborazioni incluse, risulta uno dei suoi dischi migliori in assoluto: registrato ancora una volta in quel di Austin, l’album vede la presenza di un terzetto di illustri colleghi texani a duettare con lei, Jimmie Vaughan, Billy F. Gibbons e Charlie Sexton. Il titolo è anche una sorta di omaggio all’Ice Man, il re della Telecaster, Albert Collins, e vede nello sgabello del produttore, il virtuoso del B3 Mike Flanigin, in prestito dall’organ trio con Vaughan, oltre a George ‘Big Beat’ Rains, una delle leggende del blues texano, alla batteria (e Chris Layton in un paio di brani), e Johnny Bradley, il bassista della band di Gary Clark Jr., in alternanza a Billy Horton e Chris Maresh.

Anche la Foley si è dovuta rivolgere all’autofinanziamento del crowdfunding tramite la Kickstarter Campaign, raccogliendo più di 35mila dollari: poi Sue è tornata in Canada per scrivere le canzoni e di nuovo ad Austin , con dieci nuovi brani pronti, per incidere il CD. Il disco, registrato live in studio, cattura tutti gli aspetti della musica della Foley, blueswoman tosta e grintosa, direi “elettrica”, quando serve, ma anche autrice di ballate e brani più intimi ed acustici all’occorrenza, voce felpata e birichina, ma chitarra pungente ed aggressiva alla bisogna, come dimostra subito l’iniziale Come To Me, con un beat aggressivo vagamente alla Bo Diddley e la minacciosa slide di Charlie Sexton subito impegnata a duellare con la Fender di Sue in un interscambio solistico di gran pregio, pigro ma intenso come richiede il blues di qualità, con tutta la band in spolvero. Sexton rimane anche per la successiva 81, bellissimo mid-tempo rock di grande intensità, la solita voce ammiccante della Foley non è cambiata di una virgola negli anni, le mani di Flanigin scivolano sull’organo e il brano si dipana con grande fluidità tra continui inserti delle chitarre, in puro spirito blues-rock texano della più bell’acqua. Pure quando non ci sono ospiti il livello rimane comunque elevato, come nel vigoroso R&R della tirata Run dove la solista viaggia incattivita o nel magnifico slow blues della lunga title-track Ice Queen, raffinata e dalle atmosfere sospese con assolo da urlo di grande tecnica.

Poi arriva il duetto con Jimmie Vaughan in una brillante The Lucky Ones, classico shuffle con uso d’organo e le voci pimpanti e le chitarre di Mr. Vaughan e Miss Foley a scambiarsi le loro storie con assoluta nonchalance; Gaslight ha un retrogusto R&B sottolineato dai fiati dei Texas Horns, poi di nuovo presenti nell’altro duetto con Vaughan in una pimpante rivisitazione del canone sonoro di  Bobby “Blue” Bland nella maestosa blues ballad orchestrale If I Have Forsaken You, molto 60’s, come piace al fratello di SRV che inchioda un assolo di gran classe. In mezzo c’è il duetto con Billy F. Gibbons degli ZZ Top, in una ciondolante Fool’s Gold, scritta con Flanigin, tutte le altre sono firmate dalla Foley, dove il barbuto canta quasi bene, in onore della sua ospite, e si cimenta con successo anche all’armonica, ed è misurato e pulito alla solista; Send Me to the ‘Lectric Chair, una delle due cover, dal repertorio di Bessie Smith, ha quella allure jazz & blues vecchia scuola che calza come un guanto con la voce senza tempo della nostra amica, perfettamente a proprio agio anche in questa ambientazione sonora, poi ribadita nella delicata Death Of A Dream, una deliziosa ballata jazzy da “fumosi” locali della Chicago anni ’30 o ’40, suonata in punta di dita all’acustica dalla bravissima Sue. L’altra cover Cannonball Blues, viene dal repertorio delle origini di A.P. Carter, fatta a tempo di ragtime chitarristico acustico e fa il paio con The Dance dove la nostra amica addirittura si cimenta con un brano in puro stile flamenco. Insomma, ancora una volta la classe non è acqua, neppure ghiacciata, ma sfocia in grande musica.

Bruno Conti

Tra Rock, Blues E Soul, 100% Made In Texas. Milligan Vaughan Project – MVP

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Milligan Vaughan Project – Milligan Vaughan Project – Mark One CD

Il Texas non è solo terra di outlaws e countrymen dal pelo duro, ma anche di bluesmen e soul singers: un valido esempio è sicuramente Malford Milligan, grande cantante attivo dagli anni novanta, in possesso di un’ugola potentissima ma anche piena di sfaccettature e sfumature, in grado quindi di affrontare con estrema disinvoltura soul, rock e blues. Milligan ha di recente stretto un’alleanza con Tyrone Vaughan, chitarrista dal nobile lignaggio: è infatti il figlio di Jimmie Vaughan, e quindi nipote del grandissimo Stevie Ray Vaughan (e fu proprio lo zio a regalare a Tyrone la sua prima chitarra https://www.youtube.com/watch?v=U6__Fcz_KC8 ), un giovane ma dotato axeman che ha esordito nel 2013 con il discreto Downtime. I due musicisti si sono incontrati qualche tempo fa e hanno capito di avere diverse passioni musicali in comune, ed il frutto della loro collaborazione è contenuto in questo Milligan Vaughan Project, che è anche il nome che si sono dati come band, un riuscito album che passa tranquillamente dal rock al blues al soul, suonato benissimo e cantato ancora meglio. Il gruppo che accompagna i due è di tutto rispetto: come seconda chitarra abbiamo nientemeno che il grande David Grissom, che produce anche parte del disco (il resto è nelle mani di Omar Vallejo) e collabora nella stesura di alcuni brani, mentre alla batteria troviamo il potente Brannen Temple, al basso Jeff Hayes e Chris Maresh, il tutto condito dalle ottime tastiere di Michael Ramos, uno che ha suonato anche con John Mellencamp).

Ma i leader sono loro, Milligan e Vaughan, che si intendono alla perfezione e ci regalano quaranta minuti di piacevolissimo rock-blues made in Texas, con la voce di Malford a dare quella nota soul che fa la differenza, e la chitarra di Tyrone che, se proprio non arriva ai livelli dello zio (che è ineguagliabile per chiunque), di certo è sulla buona strada per ripercorrere almeno le orme del padre; l’unico difetto, se proprio vogliamo, sono due-tre canzoni non all’altezza delle altre, più che altro a causa di un songwriting nella media, mentre nelle cover il gruppo viaggia che è un piacere. Si parte con Soul Satisfaction, un rock-soul potente e granitico, una maniera decisamente tonica di aprire il disco: fra Vaughan e Grissom è un bel suonare, ma anche la sezione ritmica picchia di brutto. La cadenzata Dangerous Eyes, un brano del bluesman texano Edwin Holt, è un rock-blues di quelli “grassi”, con il binomio voce-chitarra che funziona alla grande, e pure di feeling ce n’è a palate (peccato che l’assolo di Tyrone venga sfumato nel finale); Little Bit Of Heaven è un funkettone decisamente caldo ed annerito, con l’organo sugli scudi e tutti gli altri strumenti al posto giusto: Milligan canta come sempre alla grande e Vaughan rilascia un assolo breve ma ficcante.

Driving You è un jump-blues molto coinvolgente e godibile, con i nostri che ci danno dentro in maniera vibrante, e quando arriva il turno di Tyrone la temperatura si alza; Leave My Girl Alone è un classico di Buddy Guy (ma l’ha fatta anche Stevie Ray), ed è quindi materia pericolosa, ma i nostri omaggiano i due mostri sacri con rispetto e senza fargli il verso, anche perché ne uscirebbero sconfitti (l’assolo di chitarra comunque un applauso lo merita, e forse anche una standing ovation). Compared To What è un pezzo di Les Cann inciso anche da Ray Charles e da Roberta Flack, puro errebi, vivace, pimpante e con un gran lavoro di pianoforte, e la chitarra che porta l’elemento blues, Here I Am è una deliziosa soul ballad scritta da Grissom (una sorpresa, il chitarrista texano non è mai stato un grande autore), cantata splendidamente da Milligan e suonata con grande classe dal resto del gruppo, una delle migliori del CD. La parte in studio termina con la solida e possente Devil’s Breath, ben suonata come al solito ma un gradino sotto le precedenti, e con il gospel del reverendo James Cleveland Two Wings, trasformata in una ballata acustica, cantata in maniera straordinaria; come bonus abbiamo due brani dal vivo ad Austin, il rock-blues What Passes For Love (ancora scritta da Grissom), che non è tra le mie preferite anche se non presenta sbavature, e con una vigorosa versione di Palace Of The King, che invece non sfigura neppure vicino all’originale di Freddie King. Quindi un bel dischetto di solido rock-soul-blues elettrico, che con qualche brano originale in meno e qualche cover in più il giudizio sarebbe probabilmente stato anche migliore.

Marco Verdi

*NDB Mi permetto di aggiungere una piccola postilla per segnalare che Malford Milligan David Grissom hanno fatto parte negli anni ’90 degli Storyville, una band dalle grandi potenzialità (tre album nella loro discografia), non espresse compiutamente, dove militavano anche David Holt e la sezione ritmica dei Double Trouble di Stevie Ray Vaughan, ovvero Tommy Shannon Chris Layton. E aggiungo che Tyrone Vaughan è attualmente uno dei due chitarristi e cantanti dei Royal Southern Brotherhood.

Un Chitarrista Sopraffino, E Anche Gli Altri Non Scherzano. Koch Marshall Trio – Toby Arrives

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Koch Marshall Trio – Toby Arrives – The Players Club/Mascot

Gli americani li chiamano organ trios, ma in effetti lo strumento protagonista è principalmente la chitarra elettrica, anche se l’organo svolge una funzione tutt’altro che secondaria, quasi alla pari con la solista, e pure la batteria non scherza, quindi manca solo il basso, sostituito dai pedali dell’organo: per portare il paragone un po’ agli estremi potremmo dire che pure i Doors erano un organ trio, con cantante, mentre nel Koch Marshall Trio siamo in un ambito totalmente strumentale. Un altro album di cui abbiamo parlato recentemente, quello dal vivo del Jimmie Vaughan Trio, era molto simile come approccio http://discoclub.myblog.it/2017/11/05/pochi-ma-buoni-ora-anche-dal-vivo-jimmie-vaughan-trio-featuring-mike-flanigin-live-at-c-boys/ , anche se qualche brano cantato lì c’era, e in quel caso il repertorio era costituito interamente da cover, per lo più riprese da vecchi brani degli anni ’50 e ’60, mentre in questo disco è tutto materiale originale composto, o, se preferite, “improvvisato” per l’occasione. Altri praticanti, con qualche variazione, di questa materia, possono essere Ronnie Earl con la sua band, ma ultimamente aggiunge spesso vocalist e fiati, andando nel passato Danny Gatton con Joey DeFrancesco, anche Stevie Ray Vaughan e Reese Wynans oppure Roy Buchanan e Dick Heinze nei pezzi strumentali. Per non dire di un brano classico come Still Raining, Still Dreaming da Electric Ladyland, dove Jimi Hendrix veniva affiancato da Mike Finnigan e in Voodoo Chile c’era Steve Winwood, anche se il capostipite si potrebbe considerare Jimmy Smith, sia con Kenny Burrell che con Wes Montogomery: si potrebbe andare avanti per delle ore, ma quelli sono i punti di riferimento per Greg Koch, chitarra solista, il figlio Dylan Koch alla batteria, e il protagonista del titolo dell’album Toby Lee Marshall, vero virtuoso dell’organo Hammond B3 (e forzando un po’ il detto, veramente due braccia rubate all’agricoltura, in quanto si era ritirato dalla musica per lavorare in una fattoria).

Anche Greg Koch è un virtuoso della chitarra, solista dotato di grande tecnica, feeling e profonde conoscenze, tanto che sia la Fender che Guitar Player lo hanno usato a lungo come “esperto” dello strumento. Nel suo ultimo disco di quasi 5 anni fa fa Playing Well With Others era circondato da moltissimi amici (da Bonamassa a Robben Ford, passando per Paul Barrère e Jon Cleary) con ottimi risultati http://discoclub.myblog.it/2013/11/03/c-e-sempre-qualcuno-bravo-che-sfugge-greg-koch-band-plays-we/ , gli ospiti per questo Toby Arrives spariscono ma non i risultati, un sound spettacolare, caratterizzato proprio dalle gioie della improvvisazione pura, per gli amanti di chitarra e organo. Koch babbo per l’occasione utilizza una Gibson Les Paul del ’58 nei primi due brani, il sinuoso e potente shuffle Toby Arrives che è proprio un parente stretto del brano di Hendrix appena citato, con l’aggiunta di quel chicken pickin’ che era caratteristica di Buchanan e Gatton,  di cui non fa rimpiangere i virtuosismi estremi attraverso scale musicali quasi impossibili, mentre Marshall “scivola” di brutto con il suo organo e Koch junior swinga di gusto  e in Funk Meat, come da titolo, il sound si fa più rotondo come ritmi, ma la solista ha sempre un suono limpido, nitido e pungente come pochi chitarristi possono vantare, con un controllo dello strumento veramente magnifico e una fluidità di tocco impressionante con le note che escono dalla Gibson di Koch in un fiume inarrestabile.

Anche quando passa, per i restanti sette pezzi dell’album, alla amata Fender Telecaster con dei pickups modello Greg Koch (!), potenziata da un fuzz box: scusate i tecnicismi, ma qui per gli amanti della chitarra c’è veramente da godere, pur se il suono rimane caldo e coinvolgente, con un susseguirsi di assoli veramente splendidi, come nella divertente Heed The Boogaloo che corre su un ritmo che richiama i vecchi groove dei brani Stax di Wilson Pickett o ancor di più i brani strumentali di Booker T & Mg’s, ma con la solista che ha gli stessi virtuosismi del miglior Roy Buchanan, al limite del preternaturale https://www.youtube.com/watch?v=Svj-VZXjiOo  e pure l’organo non scherza. Let’s Go Sinister, sempre uno shuffle, è più sinuosa e swingante, ma la chitarra continua a creare mirabilie sonore, tipiche dei brani strumentali dei grandi virtuosi del blues. Mysterioso il brano più lungo, con i suoi quasi 10 minuti, entra nei territori cari ad un Robben Ford o ad un Allan Holdsworth, con sonorità decisamente più orientate verso il jazz-rock virtuosistico e qualcosa di Zappa; Enter The Rats introduce qualche elemento di country picking, ma giusto un tocco, il tutto comunque preso a velocità sbalorditive, mentre Boogie Yourself Drade, come il titolo lascia intuire, è un boogie southern alla ZZ Top o alla Thorogood, con il trio a tutto riff, e che non si risparmia ancora una volta. Ancora southern per la conclusiva Sin, Repent, Repeat, dove Greg Koch passato alla slide, ricostruisce le atmosfere dei fratelli Allman, Duane e Gregg, altro brano notevole per un album veramente da consigliare a chi ama la chitarra in tutte le sue coniugazioni. Esce il 23 febbraio.

Bruno Conti

Pochi Ma Buoni: Ora Anche Dal Vivo. Jimmie Vaughan Trio Featuring Mike Flanigin – Live At C-Boy’s

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Jimmie Vaughan Trio Featuring Mike Flanigin – Live At C-Boy’s – Proper Records           

Dire che Jimmie Vaughan sia un musicista prolifico significa essere degli inguaribili ottimisti: in effetti sette album in 30 anni non sono molti, specie se consideriamo che il primo disco da solista, quello del 1990, era a nome Vaughan Brothers (ovviamente insieme al fratello Stevie Ray), e che quello del 2007 On The Jimmy Reed Highway era più un disco di Omar Kent Dykes, e infine che i due dischi più recenti, entrambi della serie Blues, Ballads And Favorites erano degli sforzi di gruppo con i Tilt-A-Whirl, e comunque il secondo risale al lontano 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/07/28/capitolo-secondo-jimmie-vaughan-plays-more-blues-ballads-fav/ . Strano, se consideriamo che con i Fabulous Thunderbirds ne ha pubblicati ben sette in dieci anni, di cui i primi quattro in rapida sequenza, uno all’anno, tra il 1979 e il 1982. Forse perché fa una musica non particolarmente “di moda o di tendenza”, anche all’interno di un genere specializzato come il blues, o ancora perché, diciamocelo, non è che abbia mai fatto degli album straordinari: sempre piacevoli, suonati con classe e stile, ma lontani anni luce dallo stile vibrante dei Thunderbirds, per non dire del fratello SRV.

E lo dice uno che se forse non è un suo ammiratore sfegatato, ne ha comunque sempre apprezzato la musica e lo considera una dei chitarristi più sottovalutati della scena musicale, texana in particolare, e statunitense in generale, molto amato dai colleghi, e stimato da gente come Eric Clapton (con il quale condivide una passione per le automobili d’epoca, oltre a quella per il blues), che lo ha voluto nel suo Crossroads Guitar Festival del 2010 e da BB King e Muddy Waters che lo consideravano uno dei migliori chitarristi bianchi in ambito blues. E anche questo nuovo disco non credo che farà molto per far ricredere i suoi detrattori o gli ammiratori più blandi: si tratta di un disco di guitar/organ blues-jazz, principalmente strumentale, suonato alla grande, oltre che da Jimmie da Mike Flanigin, uno dei veri virtuosi dell’organo Hammond B3 (autore un paio di anni fa dell’eccellente The Drifter) e dal batterista Frosty Smith. Tra l’altro, quando guida la formazione il buon Mike, il gruppo si chiama Mike Flanigin Trio, della serie cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: anche la location è spesso quella, il C-Boy’s di Austin, Texas, un locale dello stesso proprietario del Continental Club e di altre venue della capitale texana. Otto pezzi in tutto, che spaziano dal groovy pop&soul dell’iniziale You Can’t Sit Down, un vecchio pezzo dei Dovells, che molti conoscono nella versione di Booker T & Mg’s, che potrebbero essere il gruppo di riferimento principale per il sound di questo CD, chitarra e organo che si fronteggiano con divertimento, mentre Smith esplora con gusto e libidine il suo kit percussionistico; sempre da quell’epoca viene anche Hey! Baby, altro brano dei primi anni ’60, con un testo molto complesso “Hey Baby, I Wanna To Know If You Be My Girl”, ripetuto ad libitum, su un ritmo tra pop e musica ballabile, presente nella colonna sonora di Dirty Dancing e pare amato da Lennon e dai Beatles.

E quindi non è forse un caso se il brano successivo è una versione di Can’t Buy Me Love dei Beatles, trasformata in un gioiellino jazz alla Jimmy Smith/Wes Montgomery. Saint James Infirmary nasce folk, passa per il blues, il jazz (Louis Armstrong), il gospel, un brano per tutte le stagioni, con la chitarra nella parte che fu della tromba, mentre l’organo suona la melodia principale, prima che entri la chitarra, intensa ma misurata com’è caratteristica di Jimmie Vaughan; Come On Rock Little Girl è un altro brano dell’epoca pre-rock https://www.youtube.com/watch?v=bpIbK3RZwMw , la facevano gli Smokey Brothers con Freddie King alla chitarra, e qui si entra a piedi uniti nel blues, il primo pezzo cantato, che avrebbe fatto il suo figurone anche nei dischi dei Fabulous Thunderbirs o di Stevie Ray Vaughan,  e già che ci siamo anche la successiva Dirty Work At The Crossroads, pure questa cantata, è un piccolo classico del blues, uno slow dal repertorio di Clarence “Gatemouth” Brown, suonata alla grande dal trio. Se tutto il disco fosse al livello dei brani conclusivi sarebbe ancora migliore: Frame Fot The Blues, un altro lento di grande classe ed impeto, uno strumentale di Maynard Fergsuon che diventa occasione per brillanti lavori solisti sia di Vaughan come di Flanigin, entrambi in grande spolvero di tecnica e feeling. Per finire un ulteriore pezzo strumentale, Cleo’s Mood, dal repertorio di Jr. Walker & The Allstars, per chiudere il concerto tra ritmo, R&B e divertimento, come era iniziato, volendo, per avere una idea di massima, siamo dalle parti dei dischi di Garcia con Merl Saunders. Non male, per gli amanti del genere una mezza stelletta oltre la sufficienza piena ci sta anche.

Bruno Conti           

Eccellente Chicago Blues Elettrico, Anche Se Nessuno Viene Da Lì. Rick Estrin & The Nightcats – Groovin’ In Greaseland

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Rick Estrin & The Nightcats – Groovin’ In Greaseland – Alligator Records

“Non c’è il tre senza il quattro” si potrebbe dire, per parafrasare ed aggiornare il famoso detto: in effetti questo è il quarto album della formazione di Chicago dopo il cambio di nome (anche se poi a ben guardare, il leader del gruppo Rick Estrin, è di San Francisco e il suo chitarrista Kid Andersen (che di recente ha co-prodotto anche l’ultimo bellissimo disco di Tommy Castro http://discoclub.myblog.it/2017/10/09/delaney-bonnie-e-pure-eric-clapton-avrebbero-approvato-tommy-castro-the-painkillers-stompin-ground/) è addirittura norvegese, ma lo stile è Electric Chicago Blues, come testimonia la loro etichetta, Alligator, questa sì della Windy City). Quanto detto nell’incipit non si riferisce solo allo stile musicale del quartetto, ma anche ad una inconsueta costanza nella qualità musicale degli ultimi dischi, uno migliore dell’altro. Se per l’ultimo, il Live You Asked For It… era quasi “obbligatorio” un album così fresco e pimpante http://discoclub.myblog.it/2014/06/29/lavete-chiesto-voi-rick-estrin-and-the-nightcats-you-asked-for-it-live/ , anche i precedenti Twisted e One Wrong Turn erano delle prove di studio  più che soddisfacenti e brillanti, ai livelli delle migliori uscite della Alligator, che negli anni 2000 sembra avere trovato una sorta di formula alchemica della eterna giovinezza per i propri prodotti, calati nel sound delle 12 battute classiche, ma con quel piccolo tocco di giusta modernità , quel quid che distingue il buon Blues, da quello spesso troppo scolastico o “filologico” a tutti i costi di molti, troppi dischi che vogliono sembrare i portatori di una tradizione che deve rimanere per forza inalterata nei decenni e nei secoli, come i Carabinieri.

Ma visto che ho detto quanto sopra molte altre volte non vi tedierò ulteriormente, limitandomi a dire che con questo Groovin’ In Greaseland il rischio non si corre, anzi, come già il titolo segnala, oltre allo stile conta anche il groove, che se seguiamo la traduzione letterale del termine inglese, vuole dire “divertirsi intensamente”, e nei tredici brani del disco il divertimento non manca. Greaseland è il nome dello studio a San Jose in California, dove è stato registrato l’album, composto da undici brani firmati da Estrin, e uno a testa da Andersen e Lorenzo Farrell, che oltre a suonare il basso si disimpegna con abilità anche alla tastiera, mentre il poderoso Alex Pettersen, il nuovo arrivato, pure lui arrivato dalla Norvegia, alla batteria, completa la formazione. Quindi tredici pezzi “nuovi”, ma il risultato è comunque classico: Estrin è un discepolo di Little Walter all’armonica, ma è anche un cantante dalla buona vocalità, Christoffer “Kid” Andersen, è un chitarrista completo, della scuola Gibson, degno erede di Jimmie Vaughan (se mai vorrà ritirarsi, ma tra poco sul Blog leggerete del nuovo Live del texano) come tipo di approccio sonoro, ma anche con nuances soul, un pizzico di rock e tanta tecnica. The Blues Ain’t Goin’ Nowhere posta in apertura, sembra un brano della migliore Butterfield Blues Band, con il soffio potente dell’armonica di Rick, il groove incalzante della sezione ritmica e un bel uno-due della chitarra di Andersen e dell’organo di Farrell; Looking For A Woman è un divertente pezzo tra funky e R&B.

Dissed Again fa parte di quelle canzoni quasi autobiografiche, su cui Estrin costruisce divertenti siparietti dal vivo, in questo caso a tempo di R&R e sempre con armonica e chitarra in evidenza. Tender Hearted è il classico slow blues d’atmosfera che non può mancare in un disco Alligator, con in più il tocco dell’organo di Farrell che quasi rimanda a Al Kooper o Ray Manzarek, ottimo, come pure il vorticoso strumentale MWAH!, dove appare anche un sax di fianco alla chitarra di Andersen e all’organo, per un sound molto anni ’60. I Ain’t All That è classico Chicago blues, con un pianino malandrino sullo sfondo e Estrin che gigioneggia come è sua usanza; un altro “lentone” Another Lonesome Day, alza di nuovo l’intensità dell’album, con Estrin e Andersen che danno il meglio di loro stessi ai rispettivi strumenti. Lo shuffle di Hands Of Time non molla la presa sull’attenzione dell’ascoltatore, mentre Cool Slaw, senza voler scomodare Smith e Montgomery è uno strumentale per organo e chitarra (senza dimenticare l’armonica) che ricorda molto Ronnie Earl. Big Money è un R&B leggerino con uso fiati, Hot In Here uno shuffle veloce, piacevole ma non memorabile, con la potente Living Hand To Mouth che alza nuovamente l’asticella della qualità con un elegante tourbillon dei vari solisti, prima di congedarci con un altro strumentale So Long (For Jay P.), dove Rick Estrin conferma la sua maestria alla mouth harp.

Bruno Conti

Non Tradiscono Mai. Gov’t Mule – Revolution Come…Revolution Go

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Gov’t Mule – Revolution Come…Revolution Go – 2 CD Fantasy/Universal 09-06-2017

Tornano i Gov’t Mule con un nuovo album, Revolution Come…Revolution Go, concepito nei giorni dell’elezione di Trump negli USA (e quindi come nel caso di quello di Roger Waters, influenzato a livello di testi dagli avvenimenti allora in corso), ma musicalmente sempre legato al classico rock del quartetto americano, uno stile dove confluiscono anche elementi blues, soul, funky, jazz e anche country, oltre alle improvvisazioni tipiche delle jam band: quindi, come si ricorda nel titolo del Post, per certi versi non tradiscono mai i loro estimatori. Dopo lo scioglimento degli Allman Brothers (reso ancor più definitivo dalla recente scomparsa di Gregg Allman http://discoclub.myblog.it/2017/05/28/lultima-corsa-del-viaggiatore-di-mezzanotte-ma-la-strada-continua-per-sempre-ci-ha-lasciato-anche-gregg-allman-aveva-69-anni/ ) Warren Haynes si è dedicato alla sua carriera solista, pubblicando tre album, uno in studio, un Live e quello insieme ai Railroad Earth http://discoclub.myblog.it/2015/07/29/il-disco-dellestate-dellautunno-dellinvernowarren-haynes-featuring-railroad-earth-ashes-and-dust/ , non tralasciando comunque una intensa attività di pubblicazione di materiale d’archivio della sua band principale, più o meno in concomitanza con il 20° Anniversario dalla nascita del gruppo http://discoclub.myblog.it/2016/08/05/dagli-archivi-inesauribili-dei-govt-mule-ecco-le-tel-star-sessions/ . L’ultimo album Shout!, uscito nel 2013 per la Blue Note, era stato un album particolare, in quanto a fianco del disco principale era accluso un secondo CD con tutte le canzoni (ri)cantate da una nutrita serie di ospiti. Per Revolution Come…Revolution Go, il loro decimo album di studio, si ritorna alla formula abituale (anche se, come da benemerita abitudine, sarà pubblicata pure una versione Deluxe con ben 6 tracce extra, altri tre brani nuovi, una versione alternata e due Live In Studio dei pezzi contenuti nel primo CD).

Per l’occasione il numero degli ospiti è contenuto al minimo: Jimmie Vaughan è la seconda chitarra solista nella bluesata e texana Burning Point, Don Was, se vogliamo considerarlo tale, co-produce due brani del CD, alternandosi con Gordie Johnson che è il co-produttore con Haynes in altri sei. La formazione è la solita: Matt Abts alla batteria, una garanzia, Jorgen Carlsson al basso, sempre più impegnato, riuscendoci, a non fare rimpiangere Allen Woody Danny Louis alle tastiere, seconda chitarra e occasionalmente alla tromba. Il risultato, si diceva, è più che soddisfacente: a partire dalla ferocissima Stone Cold Rage, il primo “singolo” dell’album, che ci riporta al sound hard dei primi anni della formazione, a tutto wah-wah, con una carica che mi ha ricordato gli Humble Pie, Bad Company e gli amati Free, con le svisate dell’organo di Louis che si sovrappongono alle chitarre di Haynes con effetti devastanti, mentre Warren canta con la solita foga. Drawn That Way è un altro potente rock-blues cadenzato, tra la James Gang di Joe Walsh e le band citate prima, senza dimenticare il southern degli Allman e il classico rock seventies in generale, con un bel cambio di tempo, una decisa accelerazione nella seconda parte,  che prelude ad una bella jam con doppia chitarra solista; nel finale Pressure Under Fire è il secondo brano influenzato, a livello di testi, dai recenti eventi politici e sociali americani, ancora il classico rock dei Mule, un mid-tempo sospeso dalle atmosfere intense e curate dalla produzione di Don Was, con un ottimo lavoro nuovamente di Louis all’organo, alternato alla solista di Warren, mentre The Man I Want To Be è una splendida ballata in crescendo, giocata anche sui toni e i pedali della solista di Haynes, ma pure con un fervore quasi gospel e qualche retrogusto che ricorda il Jimi Hendrix più “melodico”, comunque la si veda una delle migliori canzoni del nuovo album, con un assolo fantastico di chitarra.

Traveling Tune, con l’uso della steel guitar e un’aura rustica e country è quella che più si avvicina a Ashes And Dust, il disco con i Railroad Earth, una ballata southern che ricorda anche certe cose di Dickey Betts con gli Allman, molto bella la melodia; viceversa Thorns Of Life è uno dei brani più lunghi dell’album e più improvvisati, inizio dark e quasi jazzato, con la ritmica che lavora di fino per preparare l’arrivo della voce di Haynes, molto misurato nella parte iniziale, poi entra la solista di Warren e il tempo inizia ad accelerare, si placa brevemente di nuovo e poi si ricarica per il finale di grande intensità sonora, tra picchi e momenti di quiete. Dreams And Songs, l’altro brano co-prodotto con Don Was, è una ulteriore eccellente ballata di stampo sudista, con un bel lavoro di piano elettrico e la lirica chitarra in modalità slide a sottolineare la dolce melodia della canzone che mi ha quasi ricordato il Dylan di Pat Garrett, e pure Sarah Surrender è un ottimo esempio dell’Haynes autore, non solo il chitarrista, ma anche l’amante della classica soul musicstranamente per l’unico brano non registrato nelle sessions dell’album tenute a Austin, Texas, ma in una appendice a New York nel gennaio del 2017: atmosfera ondeggiante, armonie vocali femminili, congas e organo a punteggiare l’impronta nera della canzone, scelta come secondo singolo del CD, persino qualche tocco santaneggiante nel lavoro della solista. Revolution Come…Revolution Go è l’altro brano che supera gli otto minuti, nuovamente tipico dello stile dei Gov’t Mule, partenza rock swingata su un deciso groove di basso, poi un improvviso cambio di tempo e si passa ad un blues shuffle cadenzato, sempre con la solista in grande evidenza, ulteriore cambio per una breve improvvisazione jazzata guidata dall’interscambio organo/chitarra nella parte centrale e poi nel finale si ritorna al tema iniziale.

Rimangono gli ultimi tre brani, Burning Point, quello con il duetto con Jimmie Vaughan, un brano dall’impronta blues, ma stranamente dall’anima rock, per il fratello più “tradizionale” rispetto alle 12 battute della famiglia, Warren Haynes è impegnato ad un wah-wah nuovamente quasi hendrixiano, ma anche Jimmie risponde da par suo con il suo tipico sound texano, mentre il ritmo ha pure un feeling funky, quasi à la New Orleans, grazie anche all’organo di Louis, come doveva essere nella intenzione originale espressa dall’autore nella presentazione del disco. Che si conclude con Easy Times, altra bella blues ballad dall’aria riflessiva, cantata con trasporto da Haynes, supportato nuovamente dalle voci femminili già impiegate in precedenza, prima di rilasciare un ennesimo assolo dei suoi nel finale. Anzi, per la precisione, l’ultimo brano è anche l’unica cover del disco, una rielaborazione del classico blues di Blind Willie Johnson Dark Was The Night, Cold Was The Ground, a cui Warren ha aggiunto un nuovo testo per renderlo più vicino ai tempi che stiamo vivendo, trasformandolo in una sorta di gospel-rock epico e futuribile, dove i florilegi del piano cercano di mitigare l’urgenza della chitarra e del cantato che portano l’album al suo climax: “soliti” Gov’t Mule, quindi ottimo album.

Nel secondo CD (che non ho ancora sentito, esce questo venerdì 9 giugno), come detto, altri 6 brani:

Bonus CD:
1. What Fresh Hell
2. Click-Track
3. Outside Myself
4. Revolution Come, Revolution Go (Alternate Version)
5. The Man I Want To Be (Live In Studio Version)
6. Dark Was The Night, Cold Was The Ground (Live In Studio Version) 

Bruno Conti

Texas O Rhode Island Che Sia, Questi Comunque Non Scherzano! Knickerbocker All-Stars Featuring Jimmie Vaughan And Duke Robillard – Texas Rhody Blues

knickerbocker all-stars featuring jimmie vaughan & duke robillard texas rhody blues

Knickerbocker All-Stars Featuring Jimmie Vaughan And Duke Robillard – Texas Rhody Blues – JP Cadillac Records

Come direbbero quelli che parlano (e scrivono) bene, questa più che una band vera e propria è un “progetto”! Ovvero, un gruppo di musicisti che suonano nel disco ovviamente c’è, ma sempre quello di prima direbbe che si tratta di una formazione aperta, e assai numerosa aggiungo io: nel disco infatti si alternano ed appaiono, non tutti insieme, la bellezza di 16 musicisti. Intanto vediamo chi sono, sempre per il famoso assunto che i nomi non saranno importanti, ma noi che non ci crediamo ve li scioriniamo tutti: gli unici due fissi, presenti in tutti i brani, sono Marc Teixeira, batteria e Brad Hallen, contrabbasso e basso elettrico, vale a dire la sezione ritmica della band di Duke Robillard, anche lui presente come special guest in tre brani, e anche Bruce Bears appare al piano in tre pezzi. Potremmo dire quindi che è un disco della Duke Robillard Band con ospiti? Direi di no: il famoso “progetto” parte molto indietro nel tempo, quando alcuni musicisti bianchi scoprono, attraverso le varie edizioni dei Festival di Newport, molti dei grandi del Blues e si innamorano della loro musica.

Tra i tanti, oltre a Bloomfield, Kooper, Butterfield, Goldberg e molti altri, c’è anche un giovane chitarrista del Rhode Island, Robillard appunto, che decide che questa musica sarà quella della sua vita; qualche anno dopo dal Rhode Island arriva anche Johnny Nicholas, il cantante degli Asleep At The Wheel, e pure Fran Christina, il batterista dei Fabulous Thunderbirds veniva dal RI, mentre lo stesso Duke suonerà sia con i Fabulous e prima ancora con i Roomful Of Blues, creando questo intreccio di stili che dà il nome al disco Texas Rhody Blues, quindi blues texano suonato (e registrato) da musicisti del Rhode Island, misti a quelli texani. Perché nel disco l’altro ospite importante è Jimmie Vaughan, anche lui impiegato in tre brani, con il chitarrista principale dell’album che è Monster Mike Welch, nato a Austin, ma cresciuto musicalmente a Boston; in questo intreccio ecumenico di artisti, provenienti da tutti gli States, ci sono anche gli eccellenti cantanti Sugaray Rayford, Brian Templeton e Willie J Laws, che si dividono le parti vocali con Robillard, una sezione fiati di quattro elementi guidata da Doug James, utilizzata nella quasi totalità dei brani del CD, e ancora Matt McCabe e Al Copley che si alternano con Bears al piano. Il tutto è stato registrato al Lakewest Recording Studio di West Greenwich, RI appunto, ed esce per la JP Cadillac Records, con reperibilità molto scarsa, come i due precedenti dischi a nome Knickerbocker All-Stars.

Ma voi fregatevene e cercate di recuperarlo perché merita: un bel disco di blues elettrico tradizionale infarcito di brani classici (vecchi e “nuovi”), tutte cover, che si apre con la poderosa Texas Cadillac, una canzone di Smokin’ Joe Kubek che ci permette di apprezzare la voce di Sugaray Rayford (cantante dei Mannish Boys) e la chitarra di Mike Welch, un blues texano pungente, sincopato e vivace, punteggiato dai fiati, che indica subito quale sarà il contenuto dell’album, mentre You’ve Got Me Licked, scritta da Jimmy McCracklin, è il classico slow blues, sempre con uso di fiati, ed era nel repertorio di Freddie King e John Mayall, la canta Willie J Laws, altro texano Doc dall’ottima voce, ma il protagonista è Mike Welch con la sua chitarra. Altro blues lento e lancinante è Respirator Blues, un pezzo della Phillip Walker Band, ancora con Rayford e Welch sugli scudi; poi a seguire due dei tre brani dove opera l’accoppiata Robillard/Vaughan, prima un classico swing blues a firma Dave Bartholomew (l’autore dei brani di Fats Domino) Going To The Country, cantato da Duke e con i due solisti che si titillano a vicenda, poi I Have News For You di Roy Milton, uno dei pionieri del jump blues e R&B anni ’40-’50.

I Still Love You Baby di Lowell Fulson, di nuovo con Rayford, rimane sempre in territori texani, ma la voce di Sugaray fa la differenza, e, quasi stesso titolo, I Got News For You, cantata da Laws e con la tromba di Doc Chanonhouse che se la vede con la chitarra di Welch, poi I Trusted You Baby, uno dei due brani cantati da Brian Templeton, più “jazzy” e raffinata; l’altro della coppia Vaughan e Robillard è un blues primevo come l’intenso Blood Stains On The Wall. E non mancano neppure gli omaggi a Clarence “Gatemouth” Brown con lo strumentale Ain’t That Dandy e a Guitar Slim con Reap What You Sow, altro lentone dove si esaltano Laws e Welch. Infine breve intermezzo parlato di T-Bone Walker, prima della ripresa di uno dei suoi classici, Tell Me What’s The Reason, a completare un disco di blues, magari non indispensabile, ma solido e ben fatto.

Bruno Conti

Anche Questo Potrebbe Il Disco Blues Del Mese! Duke Robillard And His All-Star Combo – Blues Full Circle

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Duke Robillard and his all-star combo – Blues Full Circle – Stony Plain/Dixiefrog/Ird

Non per citarmi, ma così concludevo la mia recensione dello scorso anno di The Acoustic Blues & Roots of Duke Robillard: “Come sapete lo preferisco elettrico, ma questo dischetto è veramente piacevolissimo!” ( qui la potete leggere tuttahttp://discoclub.myblog.it/2015/10/31/disco-acustico-elettrizzante-duke-robillard-the-acoustic-blues-roots-of/)  Ed infatti, quasi mi avesse sentito, a distanza di circa un anno dal precedente, ecco Duke Robillard presentarsi di nuovo con un album, questa volta elettrico, e anche tra i suoi migliori in assoluto, intitolato Blues Full Ciircle. Come ha raccontato lo stesso chitarrista americano, il nostro amico era reduce da un intero anno di inattività in seguito ad un intervento chirurgico, e dopo la riabilitazione si è presentato più in forma ed agguerrito che mai. Nel disco, oltre al suo all-star combo, ovvero Bruce Bears (piano, Hammond organ), Brad Hallen (acoustic and electric bass) e Mark Teixeira (drums), ci sono alcuni ospiti di pregio come Kelley Hunt, piano e voce, Jimmie Vaughan alla chitarra, Sugar Ray Norcia alla voce in un brano e Gordon Beadle e Doug James, ciascuno al sax in due diverse canzoni. L’album ha poi la particolarità di presentare tre pezzi scritti oltre 30 anni fa, quando Robillard era il leader dei Roomful Of Blues, ma che per vari motivi non erano mai state incisi.

Ovviamente non dobbiamo aspettarci niente di nuovo, dal numero di volte che la parola Blues appare nei titoli dei suoi dischi sappiamo cosa aspettarci nei CD di Duke da un bel po’ di tempo a questa parte, ma nel disco in questione il musicista del Rhode Island sembra particolarmente ispirato e voglioso di deliziarci con la sua sopraffina tecnica chitarristica. Si parte con una tosta Lay A Little Lovin’ On Me dove il blues è sanguigno e tirato come non capitava da tempo, la solista di Robillard, dal classico sound pieno e ricco di tonalità, è subito in evidenza con un assolo dove il nostro tira la note alle grande. Anche nella successiva Rain Keeps Falling si torna alle origini del miglior blues elettrico del nostro amico, e anche la voce appare in grande spolvero, mentre la chitarra inanella un assolo dietro l’altro con grande libidine. E pure in Mourning Dove, uno slow blues introdotto dal piano di Bears, sembra quasi di ascoltare il Mike Bloomfield più ispirato, con la chitarra che ci regala un assolo di quelli importanti, fluido, lancinante e tirato, come prevede il manuale del perfetto bluesman, con continui rilanci, mentre No More Tears è il tipico shuffle Chicago-style, pimpante e vivace come ai bei tempi (che non erano secoli fa, basta tornare a pochi anni or sono).

In Last Night troviamo Gordon Beadle che poi sarebbe Sax Gordon e Sugar Ray Norcia alla voce solista, per un jump blues ricco di ritmo, dove Duke Robillard si prende ancora le sue soddisfazioni, veramente voglioso di strapazzare di gusto la sua solista. Senza soluzioni di continuità troviamo una “cattiva” Fool About My Money, dove tra la voce del Duke e il piano di Bruce Bears sembra quasi di ascoltare un brano del Randy Newman più elettrico; eccellente anche The Mood Room, uno dei brani ripescati dal passato, dove il boogie la fa da padrone, grazie al pianino scatenato e alla voce splendida di Kelley Hunt, una delle blues woman più brave della scena americana, più volte incensata dal sottoscritto su queste pagine, e anche Robillard e Bears si scatenano ai rispettivi strumenti. I’ve Got A Feelin’ That You’re Foolin’, con un titolo tipico dei brani blues, è un altro lentone di quelli duri e puri, con la chitarra di nuovo protagonista assoluta. E anche nella successiva Shufflin’ And Scufflin’ non si scherza, un brano strumentale dove Jimmie Vaughan e Duke Robillard si scambiano fendenti a colpa di chitarra, in un brano raffinato e di classe, dove ancora l’organo di Bruce Bears e il sax baritono dell’ospite Doug James (anche lui uno dei membri fondatori dei Roomful Of Blues) hanno i loro giusti spazi. Blues For Eddie Jones è un sentito omaggio a Guitar Slim, la cui storia tragica, culminata con la morte a soli 32 anni, Robillard rivisita in questo intenso lento: molto buona anche la swingante You Used To Be Sugar https://www.youtube.com/watch?v=UndSnxzqzRY , ma non c’è un brano scarso in questo Blues Full Circle, sempre con la chitarra in primo piano. Come nella splendida soul ballad che risponde al nome di Worth Waitin’ On, dove anche la parte vocale è perfetta e sfocia in un assolo ricco di feeling come solo i grandi sanno fare. La conclusione è affidata ad un altro classico slow blues intitolato Come With Me Baby, che conferma lo stato di grazia ritrovata sfoderato per questo album da uno dei maestri contemporanei dello strumento e dello stile.

Bruno Conti