Il Tipico Cofanetto Da Isola Deserta! The Allman Brothers Band – Trouble No More

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The Allman Brothers Band – Trouble No More. 50th Anniversary Collection – Mercury/Universal 5CD – 10LP Box Set

Eccomi finalmente a parlare dell’atteso cofanetto che celebra i 50 anni di carriera della leggendaria Allman Brothers Band, uno dei più grandi gruppi di sempre ed inventore del genere southern rock, una miscela irresistibile di rock, blues, jazz e soul che ha avuto centinaia di seguaci ma nessuno a quel livello (in realtà gli anni sarebbero 51, perché la ABB si è formata nel 1969, o 45 dato che si sono ufficialmente sciolti nel 2014, ma non è il caso di essere troppo pignoli). Gruppo fantastico in ognuna delle sue molte configurazioni, gli ABB oltre ad avere dato origine ad una lunga serie di grandissime canzoni sono stati uno degli acts dal vivo più memorabili (non per niente il loro mitico Live At Fillmore East del 1971 è probabilmente il miglior album live di sempre in assoluto), ma hanno avuto nella loro storia anche diverse tragedie, in particolare la drammatica scomparsa del fenomenale chitarrista e fondatore Duane Allman, uno che avrebbe potuto diventare il più grande axeman di sempre, seguita un anno dopo dall’ugualmente scioccante dipartita del bassista Berry Oakley in circostanze quasi identiche (un incidente di moto a pochi isolati di distanza uno dall’altro).

Non è però il caso che vi racconti qua la storia del gruppo (se siete abituali frequenatatori di questo blog li conoscete alla perfezione), ma voglio parlarvi nel dettaglio di questo splendido cofanetto intitolato Trouble No More, che attraverso cinque CD (o dieci LP, ma il box in vinile ha un costo davvero improponibile) ripercorre il meglio della loro storia dal primo demo inciso in studio fino all’ultima canzone suonata dal vivo, in una confezione elegante con un bellissimo libretto ricco di foto ed un lungo saggio scritto da John P. Lynskey, e con la produzione a cura del noto archivista Bill Levenson, specialista in questo genere di operazioni. Il box è una goduria dall’inizio alla fine, in quanto troviamo al suo interno quasi sette ore di grandissima musica: gli inediti non sono tantissimi, solo sette (ma uno meglio dell’altro), ma non mancano diverse chicche e rarità e poi diciamocelo, non ci sono tanti gruppi al mondo a potersi permettere una collezione di cinque CD a questo livello (ed il box funziona anche se possedete già Dreams, l’altro cofanetto degli Allman uscito nel 1989, un po’ perché là mancava ovviamente tutto il materiale dal 1990 in poi, ed anche perché si prendevano in esame anche cose dei vari gruppi pre-ABB e materiale solista di Gregg Allman e Dickey Betts, mentre Trouble No More si occupa esclusivamente della vita della band “madre”). Ma vediamo nel dettaglio il contenuto dei cinque dischetti.

CD1: The Capricorn Years 1969-1979 Part I. Si inizia subito col primo inedito, che è anche il primo demo in assoluto registrato dal gruppo nell’Aprile del 1969 (strano che non sia stato pubblicato prima), e cioè il brano di Muddy Waters che intitola il box, che non sembra affatto una prova ma vede i nostri già belli in tiro, con Duane e Dickey che si scambiano licks e assoli e la sezione ritmica di Oakley, Jaimoe e Butch Trucks che è già un macigno. Poi abbiamo quattro classici dal primo album omonimo e cinque da Idlewild South (con capolavori come It’s Not My Cross To Bear, Dreams, Whipping Post, Midnight Rider, Revival e Don’t Keep Me Wonderin’) inframezzati da una formidabile I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town di nove minuti dal famoso Live At Ludlow Garage. Il CD di chiude con tre brani dal leggendario Fillmore East (Statesboro Blues, Stormy Monday e la magnifica In Memory Of Elizabeth Reed), un lavoro dal quale il box non attinge più di tanto essendo già stato soggetto di un cofanetto sestuplo nel 2014.

CD2: The Capricorn Years 1969-1979 Part II. Unico dischetto senza inediti, ma non per questo privo di interesse : dopo la One Way Out ancora al Fillmore East abbiamo due pezzi tratti dal Live From A&R Studios 1971 (pubblicato nel 2016), una Hot’Lanta di “soli” sei minuti ed un monumentale medley You Don’t Love Me/Soul Serenade che di minuti ne dura quasi venti, uno degli highlights del box pur non essendo inedito. Da Eat A Peach abbiamo tre classici assoluti (Stand Back, Melissa e Blue Sky), per poi approdare ad una rara e bellissima Ain’t Wastin’ Time No More registrata dal vivo nel 1972 al Mar Y Sol Festival a Puerto Rico (tratta dal box Dreams), con Duane che ci aveva già lasciato ma Oakley ancora nel gruppo. I restanti cinque pezzi provengono da Brothers And Sisters, splendido album del 1973 che vedeva Betts ritagliarsi sempre di più il ruolo di co-leader insieme a Gregg, con capolavori come il roccioso rock-blues Southbound, la countreggiante Ramblin’ Man (il loro più grande successo a 45 giri) e la magnifica Jessica, mentre la conclusiva Early Morning Blues, con un grande Chuck Leavell al piano, è una outtake presa dalla deluxe edition di Brothers And Sisters del 2013.

CD3: The Capricorn Years 1969-1979 Part III/The Arista Years 1980-1981. Questo CD copre il periodo meno celebrato del gruppo, ma contiene anche l’inedito più interessante del box, cioè una straordinaria Mountain Jam registata al famoso Watkins Glen Festival del 1973, dodici minuti di goduria assoluta durante i quali i nostri condividono il palco con Jerry Garcia, Bob Weir e Robbie Robertson per una jam stratosferica (la chitarra di Jerry si riconoscerebbe su un milione, anzi in alcuni punti sembra che debba partire da un momento all’altro Sugar Magnolia). Anche Come And Go Blues è presa dal concerto a Watkins Glen, ma è tratta dal live Wipe The Windows, Check The Oil, Dollar Gas; a seguire troviamo tre brani presi da Win, Lose Or Draw, ultimo album dei nostri prima della temporanea separazione ed anche il meno fortunato fino a quel momento, anche se i pezzi qui presenti fanno la loro bella figura (Can’t Lose What You Never Had, ancora di Muddy Waters, la title track e soprattutto il quarto d’ora infuocato di High Falls di Betts). La reunion a cavallo tra i settanta e gli ottanta non fu molto proficua: tre album discreti ma lontani dai fasti di inizio decade (Enlightened Rogues, Reach For The Sky e Brothers Of The Road) in cui si tentava di dare al gruppo un suono più radiofonico, ma tra i brani scelti per questo box alcuni non sono affatto male, come il boogie Crazy Love, il godurioso strumentale Pegasus, la coinvolgente e soulful Hell & High Water e la grintosa Leavin’; chiude una fulgida Just Ain’t Easy dal vivo nel 1979, ancora dal box Dreams.

CD4: The Epic Years 1990-2000. Ecco la “vera” reunion, con Allman, Trucks, Betts e Jaimoe raggiunti da Warren Haynes ed Allen Woody (entrambi futuri Gov’t Mule) alla seconda chitarra e basso e dal tastierista Johnny Neel, per quella che a mio parere è la migliore formazione del gruppo dopo quella “mitica” dei primi anni. Con la guida del loro storico produttore Tom Dowd la nuova ABB pubblica due eccellenti album in meno di un anno, Seven Turns e Shades Of Two Worlds (quest’ultimo senza Neel ma con Marc Quinones alle percussioni), con brani del calibro di Good Clean Fun, trascinante boogie, Seven Turns (grandissima canzone), lo slow blues Gambler’s Roll, la solida End Of The Line e gli undici minuti strepitosi di Nobody Knows: tutti brani scelti per il cofanetto. Dopo una ruspante Low Down Dirty Mean dal vivo al Beacon e tratta dal doppio Play All Night abbiamo una delle chicche del box, ovvero una splendida versione acustica di Come On Into My Kitchen di Robert Johnson, tre chitarre (Gregg, Dickey e Warren) ed il basso di Woody, presa da un raro promo del 1992 diviso a metà con le Indigo Girls. Chiusura con quattro pezzi dall’ottimo Where It All Begins del 1994, tra cui le bellissime Back Where It All Begins e Soulshine (la signature song di Haynes), e con un’inedita I’m Not Crying live nel 1999, scritta e cantata da Jack Pearson che aveva sostituito proprio Haynes due anni prima.

CD5: The Peach Years 2000-2014. A parte High Cost Of Low Living e Old Before My Time, due tra i brani migliori di Hittin’ The Note del 2003 (ultimo album di studio dei nostri), questo CD è quello con più inediti e rarità. Si inizia con una rilettura strepitosa e mai sentita di Loan Me A Dime (live nel 2000), classico di Boz Scaggs che in realtà è un omaggio a Duane che suonò nella versione originale, con una grandissima prestazione dei due nuovi chitarristi della ABB Derek Trucks e Jimmy Herring. Segue un altro inedito, una favolosa Desdemona sempre dal vivo ma nel 2001, con Haynes che era rientrato definitivamente nel gruppo a fianco di Trucks: 13 minuti sensazionali. Le ultime due “unreleased songs” del box sono altrettante live versions stavolta del 2005, cioè un’insolita Blue Sky con Gregg alla voce solista ed un toccante omaggio a Duane con una breve Little Martha suonata da Derek e Warren con le chitarre acustiche. Gran finale con tre brani che non sono considerati inediti in quanto erano usciti come instant live, ma sono abbastanza rari: sto parlando dei tre pezzi conclusivi dell’ultimo concerto dei nostri nell’ottobre del 2014 al Beacon Theatre, cioè due magistrali Black Hearted Woman e The Sky Is Crying (classico di Elmore James) e, dopo i commossi discorsi d’addio, una tonica Trouble No More che chiude in un sol colpo carriera del gruppo e cofanetto così come si erano aperti.

Un box che, più di altre volte, si può riassumere con una sola parola: imperdibile.

Marco Verdi

Il Miglior Lavoro Di Sempre Del Nostro Amico Ormai Mezzo Italiano! Jono Manson – Silver Moon

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Jono Manson – Silver Moon – Appaloosa/Ird CD

Jono Manson ha da anni un rapporto speciale con la nostra penisola, avendo collaborato più volte con alcuni dei migliori musicisti nostrani come i Mandolin’ Brothers (è anche il produttore del loro ultimo 6), i Gang (Jono era dietro la consolle sia per Sangue E Cenere che per il bellissimo Calibro 77, e pare che concederà il tris anche per il prossimo lavoro dei fratelli Severini), Andrea Parodi e Paolo Bonfanti, oltre ad aver fatto parte del supergruppo Barnetti Bros. Band con Parodi, Massimiliano Larocca e Massimo Bubola e non mancare quasi mai nelle kermesse annuali del Buscadero Day. Ma Jono non vive in Italia, abita da anni a Santa Fe (New Mexico), e si ritrova a dover mandare avanti anche la sua carriera di musicista in proprio, ormai ferma al 2016 con l’ottimo The Slight Variations https://discoclub.myblog.it/2017/02/09/variazioni-lievi-ma-significative-sempre-ottima-musica-jono-manson-the-slight-variations/ : Manson si è preso del tempo, ha scelto le canzoni che reputava migliori ed è riuscito a fare ciò che si era prefissato, cioè il capolavoro di una vita. Sì, perché Silver Moon (questo il titolo del suo nuovo album, sempre distribuito dalla Appaloosa, altro punto di contatto con l’Italia) è un grande disco, il più bello, il più convinto di sempre per quanto riguarda il songwriter newyorkese, un lavoro dal respiro internazionale in cui la sua consueta miscela di ballate e brani rock in puro stile Americana toccano il vertice artistico massimo.

Jono questo lo sapeva, se lo sentiva, ed è per questo che per arricchire ancora di più il piatto ha chiamato attorno a lui una serie di ospiti da far tremare i polsi: non ci sono superstar (non aspettatevi Clapton o Knopfler), ma comunque non è da tutti avere contemporaneamente in un proprio album Warren Haynes, Terry Allen, James Maddock, Eliza Gilkyson, Joan Osborne, Eric “Roscoe” Ambel, oltre al nostro Bonfanti, al chitarrista degli Spin Doctors Eric Schenkman, all’altro axeman Eric McFadden fino al bravissimo tastierista Jason Crosby ed agli abituali collaboratori di Manson (Ronnie Johnson al basso, Paul Pearcy alla batteria e Jon Graboff alle chitarre e steel). Ma gli ospiti danno solo quel qualcosa in più, servirebbero a poco se non ci fossero le canzoni, ed in Silver Moon ne troviamo di bellissime, a partire da Home Again To You, scintillante pezzo che porta alla mente il primo Steve Earle, quello a metà tra country e rock: ritmo spedito, melodia accattivante e squisito accompagnamento chitarristico jingle-jangle. Only A Dream è cantata a due voci con Maddock, ed è una sontuosa rock ballad elettrica di stampo classico con il passo di quelle dei grandi della nostra musica, davvero bella, mentre la title track è una luccicante ballatona sudista, calda nei suoni ed impreziosita dagli splendidi organo e piano elettrico di Crosby e soprattutto dall’inconfondibile slide di Haynes: altra grande canzone.

Si rimane al sud con la goduriosa Loved Me Into Loving Again, saltellante e gustoso errebi con la voce di Manson doppiata dalla Osborne e l’aggiunta di una sezione fiati di quattro elementi; I Have A Heart è tosta ed elettrica, puro rock’n’roll di quelli che trascinano fin dalle prime note, con Springsteen come ispirazione principale, a differenza di I Believe che è un’intensa slow ballad dalle leggere reminiscenze dylaniane (ma vedo anche Butch Hancock) e con un motivo toccante e bellissimo. Con la cadenzata I’m A Pig siamo in territori rock-blues per un brano decisamente grintoso dominato dal piano di Crosby e dalla chitarra di Schenkman (e con un refrain corale vincente), Shooter è ancora più rock, una ballata elettrica e chitarristica di notevole impatto con Bonfanti che fa il bello e il cattivo tempo, mentre The Christian Thing è un lento strepitoso che sa un po’ di Messico ed un po’ di southern country, reso ancora più bello dalle voci di Terry Allen e della Gilkyson. Face The Music è ancora puro rock’n’roll ed è una delle più immediate ed irresistibili, Everything That’s Old (Again Is New) introduce un’atmosfera pop ed una slide degna di George Harrison, e porta alle due canzoni conclusive: la country ballad Every Once In A While, tersa e limpida, ed il blues elettrico e “texano” The Wrong Angel, di nuovo con Bonfanti alla solista. Jono Manson con questo Silver Moon è dunque riuscito perfettamente nel suo intento di regalarci il suo disco più bello di sempre (non disdegnando “a little help from his friends”), un lavoro che conferma la sua bravura nella scrittura, la sua competenza ed il suo amore per la vera musica.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 2020 2. The Allman Brothers Band Trouble No More 50th Anniversary Collection 5CD box Set: Esce Il 28 Febbraio, Il Solito Anniversario, “Tardivo” Ma Gradito.

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The Allman Brothers Band – Trouble No More: 50th Anniversary Collection – 5CD box set – Mercury/Universal – 28-02-2020

Il tardivo nel titolo del Post si riferisce al fatto che il 50° Anniversario sarebbe dovuto coincidere con l’effettiva nascita degli Allman Brothers, quindi con una jam session avvenuta nel marzo del 1969 a Jacksonville, Florida, senza Gregg Allman, ma con la presenza di Reese Wynans (futuro Double Trouble) alle tastiere, che però lascia subito il gruppo. Poco più di un mese dopo, il 1° di maggio, si trasferiscono, dopo il rientro in Florida avvenuto nel frattempo di Gregg, la band si trasferisce a Macon, Georgia, dove vengono messi sotto contratto per la nascente Capricorn Records di Phil Walden, e a novembre viene pubblicato il loro primo omonimo album. Ma questa è una storia raccontata mille volte. Era solo per ricordare che ancora una volta la data di uscita di questo cofanetto viene scelta in modo arbitrario, ma come abbiamo detto è ormai solo un optional per le case discografiche.

Quello che interessa è il fatto che per la prima volta questa è una antologia multilabel, ovvero raccoglie materiale di tutte le etichette per cui hanno inciso gli Allman Brothers nella loro storia: Capricorn, Arista, Epic e Peach Records. C’è da dire che gli inediti di questo cofanetto non sono molti, 7 in totale su 61 brani, anche perché, a partire da Dreams, il primo box uscito nel 1989 e passando per tutte le varie ristampe potenziate dei dischi uscite negli anni successivi, di materiale inedito e raro ne è uscito veramente tantissimo, comunque qualche chicca c’è anche questa volta, benché per impossessarsene bisognerà scucire indicativamente una cifra superiore ai 60 euro: in ogni caso come si vede dall’immagine ad inizio Post, molto bella la confezione, con libretto di 88 pagine che attraverso un saggio di John Lynskey e diverse foto inedite e memorabilia, traccia la storia del gruppo.

Ecco brevemente gli “inediti”: il primo demo di Trouble No More registrato nel 1969 e stranamente mai pubblicato prima, poi c’è una rara e lunghissima (23 minuti) Mountain Jam tratta dal concerto tenuto a Watkins Glen nel 1973, e cioé quella eseguita insieme ai Grateful Dead e a membri della Band. Dovrebbe essere questa.

E ancora I’m Not Crying (Live at the Beacon Theatre), dai tanti concerti tenuti nel famoso Teatro di New York negli anni ’90. Dalla stessa location sono tratti anche 4 tracce presenti nell’ultimo CD, quello dei Peach Years 2000-2014, tra i quali la rarissima Loan Me A Dime (penso nella versione che vedete sotto in due parti) il brano di Boz Scaggs dal suo album omonimo del 1969 (a proposito di anniversari mancati) in cui era presente Duane Allman alla chitarra, per un assolo leggendario; Desdemona, Blue Sky Little Marta completano i brani dal vivo inediti. Comunque, come al solito, ecco la lista completa dei contenuti del cofanetto.

[CD1: The Capricorn Years 1969 – 1979 Part I]
1. Trouble No More (Demo)*
2. Don’t Want You No More
3. It’s Not My Cross To Bear
4. Dreams
5. Whipping Post
6. I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town (Live At Ludlow Garage)
7. Midnight Rider
8. Revival
9. Don’t Keep Me Wonderin’
10. Hoochie Coochie Man
11. Please Call Home
12. Statesboro Blues (Live At Fillmore East)
13. Stormy Monday (Live At Fillmore East)
14. In Memory Of Elizabeth Reed (Live At Fillmore East)

[CD2: The Capricorn Years 1969 – 1979 Part II]
1. One Way Out (Live At Fillmore East)
2. You Don’t Love Me / Soul Serenade (Live At A&R Studios)
3. Hot ‘Lanta (Live At A&R Studios)
4. Stand Back
5. Melissa
6. Blue Sky
7. Ain’t Wastin’ Time No More (Live At Mar Y Sol)
8. Wasted Words
9. Ramblin’ Man
10. Southbound
11. Jessica
12. Early Morning Blues (Outtake)

[CD3: The Capricorn Years 1969 – 1979 Part III / The Arista Years 1980 – 1981]
1. Come And Go Blues (Live At Watkins Glen)
2. Mountain Jam (Live At Watkins Glen)*
3. Can’t Lose What You Never Had
4. Win, Lose Or Draw
5. High Falls
6. Crazy Love
7. Can’t Take It With You
8. Pegasus
9. Just Ain’t Easy (Live At Merriweather Post Pavilion)
10. Hell & High Water
11. Angeline
12. Leavin’
13. Never Knew How Much (I Needed You)

[CD4: The Epic Years 1990 – 2000]
1. Good Clean Fun
2. Seven Turns
3. Gambler’s Roll
4. End Of The Line
5. Nobody Knows
6. Low Down Dirty Mean (Live At The Beacon Theatre)
7. Come On Into My Kitchen (Live At Radio & Records Convention)
8. Sailin’ ‘Cross The Devil’s Sea
9. Back Where It All Begins
10. Soulshine
11. No One To Run With
12. I’m Not Crying (Live At The Beacon Theatre)*

[CD5: The Peach Years 2000 – 2014]
1. Loan Me A Dime (Live At World Music Theatre)*
2. Desdemona (Live At The Beacon Theatre)*
3. High Cost Of Low Living
4. Old Before My Time
5. Blue Sky (Live At The Beacon Theatre)*
6. Little Martha (Live At The Beacon Theatre)*
7. Black Hearted Woman (Live At The Beacon Theatre)
8. The Sky Is Crying (Live At The Beacon Theatre)
9. “Farewell” Speeches (Live At The Beacon Theatre)
10. Trouble No More (Live At The Beacon Theatre)

* Previously Unreleased

Il tutto è prodotto da Bill Levenson, John Lynskey e Kirk West e ne uscirà anche una versione in 10 LP. Per festeggiare l’evento, il 10 marzo si terrà un concerto al Madison Square Garden di New York, dove la band denominata The Brothers eseguirà una scelta di brani del repertorio degli ABB: formazione per l’occasione Jaimoe, Warren Haynes, Derek Trucks, Oteil Burbridge, Marc Quinones, più Reese Wynans Duane Trucks (in rappresentanza del babbo Dickey) e come ospite Chuck Leavell.

Per il momento è tutto, poi al momento dell’uscita ci ritorniamo.

Bruno Conti

Dickey Betts: L’Altro Grande Chitarrista Degli Allman Brothers, Parte II

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Seconda parte.

Per il successivo disco di studio dovremo aspettare dieci anni, quando uscirà

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Dickey Betts Band – Pattern Disruptive – Epic 1988 ***

Curiosamente anche in questo album ci sono due futuri componenti della allora imminente nuova edizione degli Allman, quella 1989-1990, ovvero Warren Haynes alla seconda solista e Johnny Neel alle tastiere, con Butch Trucks e Matt Abts alla batteria. Formazione della Madonna, le canzoni un po’ meno, anche se le prime quattro portano la firma Betts/Haynes/Neel, che in tutto firma come co-autore ben 8 dei 10 brani: però a livello strumentale il suono è solidissimo anche se un po’ pompato e commerciale a tratti (Heartbreak Line è quasi AOR rock), ma sentite come suonano nell’iniziale Rock Bottom, in Time To Roll e in Blues Ain’t Nothin.

Bello pure il tributo strumentale al vecchio amico in Duane’s Tune, ma forse complessivamente ci si poteva aspettare di più, anche se probabilmente anni di eccessi con droghe e alcol fanno sentire il proprio effetto, e mentre Gregg Allman provvederà a disintossicarsi, all’inizio degli anni ’00 gli altri della band lo metteranno (non tanto) gentilmente alla porta. A questo punto il nostro amico rimette subito in azione il suo altro gruppo, con nuovi elementi e fa uscire

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Dickey Betts Band – Let’s Get Together – 2001 Free Falls Entertainment – ***1/2

La band è composta da  Mark Greenberg e Frank Lombardi alle batterie, Kris Jensen, sax e flauto, Dave Stoltz al basso, Mark May alla seconda chitarra, e Matt Zeiner alle tastiere, più qualche ospite, e all’interno del libretto c’è una foto di gruppo con mogli e figli che vorrebbe ricordare gli anni felici della “comune” Allman Brothers. Il disco è piuttosto buono nell’insieme: Rave On è un grintoso blues shuffle strumentale dove l’uso di sax e fiati aggiunge profondità e l’interscambio tra un ispirato Betts, che come chitarrista non si discute certo, e May, entrambi impegnati a scambiarsi fendenti alle rispettive Les Paul, è eccellente, sembrano quasi gli Allman.

La title-track con Donna Bonelli alle armonie vocali è uno spiritato errebì con il riff “ispirato” dal vecchio brano di Wilbert Harrison, rimanda al suono dei migliori ABB, twin guitars a go-go e anche l’impiego di un inconsueto wah-wah aiutano; Immortal  e il lento Call Me Anytime, entrambe cantate con voce vissuta da Zeiner hanno chiari retrogusti soul. Ma i due pezzi forti del CD sono le lunghe, oltre i dieci minuti, One Stop Be-Bop, dove Il nostro rivisita con classe e grande perizia strumentale tutto lo scibile musicale, dal jazz in tutte le forme, be-bop, swing e fusion, al southern rock,  con un corposo aiuto dal sax di Jensen e dalla seconda chitarra di May, e anche i 12 minuti di Dona Maria riservano qualche sorpresa, con uno stile latin rock molto santaneggiante, suonato con grande souplesse e tecnica sopraffina.

Niente male anche la ballatona country-southern Tombstone Eyes, a dimostrazione che questi brani non li sapeva scrivere solo Gregg, e Betts la canta pure con grande enfasi e trasporto. Un bel disco che viene seguito l’anno successivo dal ritorno dei Great Southern con quello che è, e temo rimarrà, l’ultimo strano album di studio del musicista della Florida.

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Dickey Betts & Great Southern – The Collectors #1 –  2002 Self Released  ***1/2

In effetti si  tratta di uno “strano” disco registrato con lo stesso personale di Let’s Get Together, principalmente materiale elettroacustico, proveniente dalle stesse sessioni, qualche jam, qualche versione alternativa, molto materiale strumentale, tanto che poi è uscito in Inghilterra in un doppio CD della Evangeline del 2009, ora Retroworld, in un twofer appunto con Let’s Get Together. Dickey Betts suona la chitarra acustica in tutti i brani: tra cui una piacevole ed inconsueta Beyond The Pale che è un brano di raffinato folk celtico, una brillante versione western swing di Georgia On A Fast Train di Billy Joe Shaver, la parte 2 di One Step Bebop, sempre in modalità tra jazz e old time swing, un raro omaggio a Bob Dylan, con una bella versione di I Shall Be Released.

Non manca il blues del Delta con una sentita versione di Steady Rollin’ Man, solo voce, chitarra acustica e armonica, una lunghissima, oltre 14 minuti, e splendida versione del blues lento Change My Way Of Living, che in origine era uscita su Where It All Begins degli Allman Brothers, come pure Seven Turns, la title track del disco del disco del 1990 e un altro strumentale western swing come The Preacher. Forse inconsueto ma è un dischetto che vale la pena di cercare.

Questo è tutto per i suoi album di studio, ora una piccola

Selezione di Album Live, ufficiali, Instant, radiofonici, eccetera.

Senza voler essere esaustivi, perché a livello dischi dal vivo Betts è stato molto prolifico vediamo di segnalarne alcuni tra i più interessanti, anche in base alla attuale reperibilità. E dal vivo il nostro amico, nonostante i suoi  annosi problemi vari di dipendenza, e la comunque cospicua produzione con la ABB, sapeva sempre come dispensare emozioni a piene mani. Citando a caso tra i migliori il box da 2 DVD/3 CD Live At The Rockpalast 1978 & 2008 ***1/2, con i concerti dei Great Southern, con tutti i classici come In Memory Of Elizabeth Reed, Jessica, High Falls (30 minuti), Ramblin’ Man, Statesboro Blues, One Way Out e anche una lunga jam di 17 minuti con gli Spirit  in If I Miss This Train/Rockpalast Jam, tratta dal concerto della band di Randy California.

Sempre dal vivo in Germania Live From The Metropolis, Germany 2006***1/2, ancora con i Great Southern dove milita anche il figlio Duane Betts alla seconda solista e Andy Aledort addirittura alla terza chitarra, formula adottata negli ultimi anni. Tra i “radiofonici” ottimo il Live At The Coffee Pot 1983 ***1/2, iscito sia in doppio CD che in DVD ed attribuito ad una sorta di supergruppo con Dickey Betts, Jimmy Hall dei Wet Willie, Chuck Leavell e Butch Trucks (BHLT), che vista la presenza di Hall come cantante, a tratti vira anche verso soul e R&B.

Come saprete lo scorso anno Betts ha avuto seri problemi di salute, prima un leggero ictus, poi un incidente domestico per una caduta che gli ha provocato la frattura del cranio, da cui pare si sia ripreso, ma che ne hanno notevolmente limitato la capacità di essere autosufficiente e non si sa se sarà ancora in grado di suonare dal vivo, comunque poco prima di questi grossi problemi aveva fatto in tempo ad incidere un nuovo disco dal vivo CD + Blu-ray,  Ramblin’ Man: Live At The St. George Theatre ****, molto bello, probabilmente il migliore in assoluto, e di cui leggete in altra parte del Blog https://discoclub.myblog.it/2019/08/18/prima-delle-disavventure-andava-ancora-come-un-treno-the-dickey-betts-band-ramblin-man-live-at-the-st-george-theatre/

Bruno Conti

Un Trio Di Delizie Blues Alligator Per L’Estate 2. Coco Montoya – Coming In Hot

coco montoya coming in hot

Coco Montoya – Coming In Hot – Alligator/Ird 

Squadra vincente non si cambia e Henry “Coco” Montoya si è ben guardato dall’apporre qualche variazione al team che lo aveva accompagnato nel precedente album, sempre per la Alligator, l’ottimo https://discoclub.myblog.it/2017/04/11/la-dura-verita-un-gran-disco-di-blues-elettrico-coco-montoya-hard-truth/ : e quindi stesso produttore Tony Braunagel, che è anche il batterista, Bob Glaub al basso, il bravissimo Mike Finnigan alle tastiere, Johnny Lee Schell alla seconda chitarra. Non c’è Lee Roy Parnell come ospite, ma troviamo in un brano il grande Jon Cleary al piano e Shaun Murphy a duettare con Montoya in un’altra canzone. Il chitarrista californiano anche per questo Coming In Hot ha scelto una serie di canzoni non famosissime ma tutte di eccellente fattura, il resto lo fanno la sua voce e soprattutto la chitarra, pungente e variegata come di consueto, a conferma del fatto che John Mayall ci vide giusto quando lo volle nei riformati Bluesbreakers, nel periodo 1984-1993 (e per cinque anni con lui in formazione c’era anche il bravissimo Walter Trout, un altro dei migliori solisti in ambito blues-rock delle ultime decadi). Il disco ufficialmente è in uscita il 23 agosto, ma nelle nostre lande circola già regolarmente da qualche tempo.

L’apertura è affidata a Good Man Gone, un brano di Tom Hambridge, altro produttore e batterista di grande prestigio, che è anche autore molto prolifico: un classico uptempo di stampo R&B, con l’organo di Finnigan e le voci delle coriste Kudisan Kai Maxan Lewis a punteggiare la voce grintosa e vissuta di Montoya, che poi scatena la potenza della sua chitarra in uno dei suoi tipici assoli pungenti e fiammeggianti. La title track è l’unico brano originale firmato da Coco con Dave Steen, un classico e vigoroso esempio di Chicago blues elettrico, con Cleary al piano (che però non si sente molto), mentre la band nell’insieme tira alla grande con il nostro che continua a lavorare di fino alla solista, energia allo stato puro. Stop Running Away From My Love è uno shuffle elettrico, cadenzato e potente, benché scritto da Jeff Paris, un musicista di stampo metal, sempre con le coriste e Finnigan in bella evidenza, mentre Coco continua a darci dentro con forza anche in questo brano, con un assolo di grande fluidità e tecnica, e Finnigan è impegnato la piano Wurlitzer. Non manca l’omaggio al vecchio maestro Albert Collins (di cui Montoya fu batterista ad inizio carriera negli anni ’70), del quale viene ripreso con grande vigore il notevole blues lento Lights Are On But Nobody’s Home, il tipico slow dell’Iceman con la chitarra del nostro che viaggia spedita e in grande libertà, sostenuta dall’organo insinuante di Finnigan e con una interpretazione vocale di grande intensità, quasi sette minuti di pura magia.

Stone Survivor è una canzone di David Egan, cantautore americano scomparso nel 2016, molto amato dai bluesmen e dai cantanti soul (tra i suoi “clienti” anche Solomon Burke, Irma Thomas, Joe Cocker, Tab Benoit, Marc Broussard, Marcia Ball e moltissimi altri). un tipico brano di caldo blue eyed soul, di nuovo con le due coriste impegnate a sostenere la bella voce di Montoya, con Finnigan che per l’occasione passa al piano. Nel disco precedente c’era un brano di Warren Haynes Before The Bullets Fly, questa volta What Am I? porta la firma di Haynes e Johnny Neel, una canzone che appariva su un disco del 1993 del tastierista e cantante, una deliziosa southern ballad di grande pathos, incorniciata da un lirico assolo di chitarra del mancino californiano. Ain’t A Good Thing è un pezzo scritto da Don Robey (noto ai più anche come Deadric Malone), un errebì solido e movimentato che faceva parte del repertorio di Bobby “Blue” Band, con Shaun Murphy alla seconda voce e che conferma la grande ecletticità sonora di questo album. Forse la sola I Would’n Wanna Be You, una canzone del repertorio di Reba McEntire, non è all’altezza del resto del disco, una traccia leggerina che neppure il lavoro della solista riesce a risollevare. Eccellente invece la cover di Trouble, un pezzo dal repertorio del misconosciuto Frankie Miller, ancora solido blue eyed soul di notevole fattura, con Montoya sempre estremamente motivato sia nella parte vocale che nel lavoro della solista. Witness Protection è una canzone di Allison August, una poco conosciuta ma valida vocalist californiana, pezzo a cui Montoya aveva partecipato come voce duettante nel disco del 2016, e qui riprende in una propria versione, sempre calda e partecipe. A chiudere Water To Wine, un brano che porta la firma Washington e che francamente non ricordo, ma questo non impedisce che sia un ulteriore vibrante shuffle chitarristico di eccellente fattura, a conferma di un album caldamente consigliato agli amanti dei blues elettrico di gran classe.

Aggiornato con video del nuovo album.

Bruno Conti

Un Disco Dal Vivo Veramente “Mitico”, Anzi Due! Gov’t Mule – Bring On The Music – Live At The Capitol Theatre Parte 2

gov't mule bring on the music 2 cd 2 dvd

Gov’t Mule  – Bring On The Music – Live At The Capitol Theatre

2 CD + 2 DVD Deluxe/ Mascot/Provogue – Esce il 19 Luglio

Per chi non si accontenta della versione in 2 CD di cui abbiamo parlato ieri vediamo cosa troviamo in più e di diverso nella versione Deluxe 2 CD + 2 DVD, anzi prima vediamo cosa non c’è delle due serate tenute nello scorso aprile: manca la cover di Effigy dei Creedence, Unring The Bell, Mr. High And Mighty, il bis finale con I’ll Be The One, un brano solista di Haynes, che incorpora la Blue Sky Jam, è questo è un vero peccato, Rocking Horse dalla prima serata e anche una Tributary Jam, a favore di un paio pezzi ripetuti più volte, comunque in diverse versioni, sia nella parte audio che video. Per la serie “purtroppo”, parlo per i portafogli degli acquirenti, bisognerà avere entrambe le edizioni::quella Deluxe, seguendo sempre il formato CD doppio, inizia con Hammer And Nails, la cover del brano degli Staple Singers, che era su Deep End Vol. 2, dal soul dell’originale al blues a tutta slide della loro rilettura, seguita da una granitica e lunghissima Thorazine Shuffle, oltre dodici minuti di super jam per uno dei loro cavalli di battaglia sin dai tempi di Dose, sempre da quel disco anche Larger Than Life, altro pezzo rock di quelli tosti, Forsaken Savior da Shout, contiene una citazione della bellissima Sad And Deep As You di Dave Mason, Broke Down On The Brazos è un altro massiccio pezzo rock costruito su un pantagruelico riff di basso di Carlsson, Endless Parade è una splendida ballata ripresa da High And Mighy, lirica e malinconica, con un altro assolo da manuale di Haynes, Lola Leave Your Light On è un’altra scarica zeppeliniana da Dèjà Voodoo e Blind Man In The Dark è la quintessenza del suono dei Gov’t Mule, potenza devastante, classe, improvvisazione alla ennesima potenza, tra wah-wah impazziti e ritmica in libertà, e sempre da quel periodo arriva anche Raven Black Night, altro limpido e complesso esempio della loro musica, traccia che chiude il primo CD della versione Deluxe quadrupla.

In apertura del secondo CD, TravelingTune, versione alternata, ancora più allmaniana, e una durissima Stone Cold Rage, nuovamente dal disco del 2017, di Whisper In Your Soul su Shout c’era una bella versione cantata con Grace Potter, qui viene forgiata in una strana ed inconsueta versione quasi psych-soul, sorniona e ricercata, mentre molto bella è la blues and soul ballad Little Toy Brain, con Warren sempre splendido alla solista, canzone che placa un attimo gli animi prima del pezzo forte dell’intero concerto, un magnifico e lunghissimo medley di oltre 17 minuti di Trane ed Eternity Breath della Mahavishnu Orchestra, che poi sfocia in una jam costruita intorno a una sontuosa St. Stephen dei Grateful Dead, con tutti e quattro i musicisti in grande spolvero ai rispettivi strumenti, per un quarto d’ora di grandissima musica (come se il resto non bastasse), minchia se suonano, scusate il francesismo (però, delitto di lesa maestà, questo medley non è stato inserito nella parte video del doppio DVD) . Un attimo per riprenderci e arriva un altro brano da Revolutions, una breve ma epica Pressure Under Fire e pure Fool’s Moon da Deep End Vol. 1 non è malaccio, si fa per dire, sempre rock magistrale, che precede l’altra versione di Revolutions Come…Revolutions Go, ancora 10:45 magici tanto per gradire e dallo stesso album anche Bring On The Music che dà il titolo a questo Live, altro brano notevole, dall’inizio in sordina, solo percussioni e chitarre e tastiere accarezzate, fino all’ingresso vigoroso della ritmica e il “consueto” crescendo strumentale, tra pause ed improvvise ripartenze che poi confluiscono nella ripresa di Traveling Tune (Part 2) che concludeva il concerto del 28 aprile e pure questo doppio CD magnifico.

Il doppio DVD splendidamente ripreso con ben nove telecamere dal fotografo e regista Danny Clinch riporta un corposo estratto dai due concerti, pizzicando sia dalla versione standard che da quella deluxe, 23 brani in tutto, sempre non seguendo la sequenza originale, ma con interviste con la band, riprese dietro le quinte, fotografie ed altre chicche,  pur se con la pecca appena citata. Concludendo, in ogni caso, in una parola, “mitico”.

Bruno Conti

Una Delle Sorprese Piacevoli Di Quest’Ultimo Periodo. E Che Voce! Ann Wilson – Immortal

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Ann Wilson – Immortal – BMG CD

Mi sono sempre piaciute le Heart, duo femminile formato dalle sorelle Ann e Nancy Wilson, sia nelle loro espressioni più rock (spesso influenzate dai Led Zeppelin), sia nelle pagine più AOR della loro carriera (la seconda metà degli anni ottanta) https://discoclub.myblog.it/2016/12/24/un-po-di-sano-classic-rock-al-femminile-heart-live-at-the-royal-albert-hall/ , anche se non le ho mai seguito più di tanto né i loro progetti collaterali (The Lovemongers) né i loro album solisti. Sono stato però da subito incuriosito da questo Immortal, nuova fatica di Ann Wilson senza la sorella Nancy (ad undici anni dal suo primo solo album Hope & Glory, mentre i due EP a nome Ann Wilson Thing sono storia recente), in quanto trattasi di un album di cover. Fin qui nulla di strano, anche Hope & Glory non presentava brani originali, ma qui Ann ha deciso di omaggiare artisti che l’hanno influenzata od altri che semplicemente le piacciono, però con il comune denominatore del fatto che tutti i dieci nomi omaggiati sono ormai passati a miglior vita. Un tributo quindi sentito a musicisti che non sono più tra noi, con alcune scelte logiche ed altre decisamente più sorprendenti (lo dico subito, gli Zeppelin non ci sono, forse Ann ha considerato John Bonham un personaggio “collaterale” per quanto riguarda le composizioni dello storico gruppo).

Il disco, prodotto dalla Wilson insieme a Mike Flicker, è decisamente riuscito, in quanto Ann nella maggior parte dei casi reinterpreta brani più o meno noti con indubbia personalità, senza riproporre delle copie carbone degli originali, ed in più confermando di avere una delle più belle e potenti voci dell’intero panorama rock femminile. Un valido aiuto glielo ha dato anche la house band (Craig Bartok, chitarre, Andy Stoller, basso, Daniel Walker, tastiere, e Denny Fongheiser, batteria) ed un ridotto numero di validissimi ospiti che vedremo tra poco. Da un cover album di Ann Wilson mi sarei forse aspettato una preponderanza di omaggi a cantanti donne, ma in realtà ne troviamo solo due: You Don’t Own Me, grande successo della quasi dimenticata Lesley Gore, apre il CD in maniera splendida, con nientemeno che Warren Haynes alla chitarra solista, una versione solida, potente e bluesata, molto diversa dall’originale, cantata in maniera divina da Ann e con Warren che fende l’aria da par suo (e la mente va alle migliori pagine della collaborazione tra Beth Hart e Joe Bonamassa), mentre la nota Back To Black, di Amy Winehouse, è tutta giocata sulla vocalità profonda e ricca di sfaccettature della Wilson, un’interpretazione drammatica e densa di pathos (il languido violino è di Ben Mink, noto per le sue collaborazioni con k.d. lang) che rende giustizia nel modo migliore alla cantautrice inglese entrata a far parte del cosiddetto “Club dei 27”.

Ann si ricorda anche di Chris Cornell, ma non ripropone un pezzo dei Soundgarden, bensì degli Audioslave, I Am The Highway, che diventa una toccante rock ballad elettroacustica, cantata ancora splendidamente e con voce leggermente arrochita, mentre l’accompagnamento è limpido e scintillante, quasi di stampo californiano: bella canzone e grandissima interpretazione, una delle migliori del disco. Non viene dimenticato Tom Petty, anche se viene scelta la poco nota Luna (dal disco d’esordio del 1976 del biondo rocker), ancora con Haynes protagonista: la struttura del pezzo rimane “pettyana”, ma Warren le dona un tocco blues ed Ann canta in maniera decisamente sensuale, aiutata anche dal ritmo soffuso del brano. Grande classe. Anche I’m Afraid Of Americans non è tra i pezzi più noti di David Bowie (scritta dal Duca Bianco con Brian Eno, era sul controverso Earthling del 1997), ed Ann elimina le sonorità techno e drum’n’bass dell’originale e la indurisce oltremodo, con un mood quasi zeppeliniano (eccallà, direbbero a Roma), complici anche certi passaggi strumentali orientaleggianti: versione tosta di un brano comunque non memorabile. Con Politician (Cream, l’omaggio è chiaramente per Jack Bruce) la Wilson è invece nel suo ambiente naturale: canzone che già in origine era possente e granitica, e la “sorellona” non deve far altro che sfoderare la sua voce più “plantiana” per portare a casa il risultato, aiutata anche dagli ottimi interventi alla solista di Doyle Bramhall II https://www.youtube.com/watch?v=5qLRh6vYqqU .

Cambio completo di registro con la soffusa A Thousand Kisses Deep di Leonard Cohen, guidata ancora dal violino di Mink e con un background musicale da club jazz-lounge (ed anche i rumori di sottofondo sembrano provenire dall’interno di un bar), con la Wilson che mostra di saper usare anche il fioretto, modulando la voce con un tono confidenziale da femme fatale. Forse per omaggiare Glenn Frey c’erano canzoni più rappresentative di Life In The Fast Lane, che vede sì Glenn tra gli autori ma è sempre stata una canzone più di Henley e Walsh: Ann elimina il noto riff chitarristico, rallenta il tempo e le dona un sapore funky ed un arrangiamento moderno che non mi convince molto, anche se un mezzo scivolone si può perdonare. Come chiusura dell’album ecco due brani che non mi aspettavo: A Different Corner è un pezzo di George Michael, uno che non mi sarebbe mai passato per la testa di omaggiare, ma Ann non la pensa come me e ne fornisce una rilettura fin troppo sofisticata, che non solleva i dubbi del sottoscritto né sulla canzone né sull’arrangiamento un po’ artefatto; meglio Baker Street, il classico per antonomasia di Gerry Rafferty: ritmo accelerato, arrangiamento anche qui moderno ma con un marcato mood folk-rock, ed un notevole crescendo elettrico che rinuncia al celebre riff di sax: quasi un’altra canzone.

A parte un paio di incertezze, Immortal è quindi un gran bel disco, ed Ann Wilson conferma di avere una voce straordinaria, unita ad una capacità interpretativa non comune.

Marco Verdi

E Pure Questi Sono “Duretti”, Sudisti E Picchiano, Ma Con Costrutto. Black Stone Cherry – Family Tree

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Black Stone Cherry – Family Tree – Mascot Records

I Black Stone Cherry si formano ufficialmente nel giugno del 2001 a Edmonton, Kentucky dall’incontro tra il chitarrista e cantante Chris Robertson e il batterista John Fred Young, un musicista cresciuto a pane e (country) rock, visto che il padre e lo zio di Young, anche loro chitarrista e batterista, erano tra i membri fondatori dei Kentucky Headhunters, storica formazione southern rock statunitense. Occorre dire che prima di approdare all’omonimo esordio discografico, pubblicato solo nel 2006, i BSC hanno fatto la lunga classica gavetta fatta di lunghi tour, culminata con un contratto con la Roadrunner, etichetta specializzata soprattutto in hard-rock e heavy metal nelle sue varie guise, anche alternative ed elementi sudisti carpiti dai Kentucky. Insomma i nostri amici non ci sono mai andati giù molto leggeri con il loro rock, anche se alcune cover disseminate nei vari album indicano la tendenza a buoni ascolti: Shapes Of Things degli Yardbirds, Can’t You See della Marshall Tucker Band, ma anche War di Edwin Starr e Mississippi Queen dei Mountain https://www.youtube.com/watch?v=NXNnYKqxy9g , entrambe presenti su Kentucky, il loro debutto per la Mascot del 2016, segnalano che il gruppo vorrebbe aprire anche altri orizzonti sonori. Poi spesso tra il dire e il fare, come si usa dire, c’è di mezzo il mare, visto che anche questo Family Tree è “duretto” anziché no, e i quattro “ragazzi” nel loro studio Barrick Recording, in quel di Glasgow, Kentucky, amano sempre picchiare di gusto, ma con costrutto.

Ben Wells è un secondo chitarrista di buona sostanza, come pure John Lawhon un bassista solido e centrato, e l’unico ospite presente nel disco, Warren Haynes, indica che la band comincia a godere di una buona reputazione tra i colleghi. Dancin’ In The Rain in effetti sembra un brano di quelli più cattivi dei Gov’t Mule, con la voce maschia e potente di Robertson che duetta con quella di Haynes, mentre un muro di chitarre si eleva massiccio, tra slide, wah e wah e soliste ovunque, secondo i migliori dettami del southern rock più sanguigno. In definitiva i poster dei vari Cream, Led Zeppelin, Uriah Heep, Stones, Montrose e  Faces che Young e soci dicevano di vedere sulle pareti dello spazio prove dei Kentucky Headhunters, alla fine sono serviti a qualcosa. A ben vedere ci sarebbe anche un altro ospite nell’album, il figlio di 5 anni di Robertson, alle “armonie vocali” nella cattiva You Got The Blues, il rock è sempre hard ma ci sono pure sostanza e buone vibrazioni nella musica dei Black Stone Cherry. Come spesso capita sto ascoltando l’album parecchio tempo prima dell’uscita, quindi vado a sensazioni: la band tiene fede al proprio stile fatto di riff granitici, chitarre fumanti e ritmi molto tirati, dal funky-rock bruciante dell’iniziale Bad Habit che profuma di rock anni ’70, con un cambio di tempo a metà brano che rimanda ai Led Zeppelin più ingrifati, mentre le chitarre di Robertson e Wells imperversano con buoni risultati e pure nella successiva Burnin’ non si bada molto alle sottigliezze, non si fanno prigionieri, tra chitarre, chitarre e ancora chitarre, cosa andiamo ad ascoltare è piuttosto chiaro, però c’è anche della classe nell’intermezzo delle twin guitars, siamo di fronte a del sano R&R ben fatto.

 

Con un pianino aggiunto nella saltellante New Kinda Feelin’, qualche tocco iniziale di percussione nell’”antemica” Carry Me On Down The Road, Robertson vocalmente mi ricorda un poco il giovane Jimmy Barnes, mentre la band tira alla grande con le chitarre che si intrecciano nei canali dello stereo; in My Last Breath fa capolino anche un piano elettrico e una slide tangenziale per una hard ballad di eccellente fattura, tra coretti e derive southern per nulla scontate. Southern Fried Friday Night, con un talk box minaccioso che non si sentiva da anni e una grassa atmosfera funky-groove, sa di Black Crowes, alle prese con la oro collezione di Stones, Faces e Zeppelin; Ain’t Nobody di nuovo con slide d’ordinanza in evidenza è ancora southern-rock misto hard, forse già sentito mille volte, ma questo non impedisce di lasciare andare il piedino con goduria https://www.youtube.com/watch?v=gi7nuWlxPwI . James Brown, niente soul nonostante il titolo, è un altro gagliardo esempio del poderoso rock dei BSC, a tutto riff e chitarre ed atmosfere ingrifate, e pure I Need A Woman non apporta molte variazioni al menu, se rock deve essere così sia, alzare il volume a 11 e procedere, come anche nella scandita Get Me Over You, altra ottima occasione per fare dell’air guitar davanti allo specchio, con pose alla Jimmy Page. Inutile dire che pure nella conclusiva Family Tree, con organo Hammond aggiunto, non c’è tregua, ancora rock duro come non ci fosse domani. Ma il disco esce oggi! E con questo concludiamo la giornata del rock.

Bruno Conti

Un Tributo Splendido Anche Se Tardivo! Strange Angels: In Flight With Elmore James

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Strange Angels: In Flight With Elmore James – Sylvan Songs/AMPED CD

Trovo abbastanza scandaloso che non fosse mai uscito prima d’ora un tributo fatto con tutti i crismi alla figura del grande Elmore James, uno dei bluesmen più leggendari della storia, uno che ha suonato con Robert Johnson e Sonny Boy Williamson, e che ha praticamente inventato la tecnica slide nel suonare la chitarra, influenzando generazioni di musicisti a venire (tra i quali gente del calibro di Eric Clapton, Peter Green, Brian Jones, Duane Allman, Stevie Ray Vaughan, Johnny Winter e Sonny Landreth). Ci ha dovuto pensare la piccola Sylvan Songs (?) a riparare al torto, mettendo a punto questo splendido Strange Angels: In Flight With Elmore James, un omaggio fatto in grande stile, con una serie di ospiti di alto profilo, che si sono mossi tra l’altro a titolo gratuito, in quanto il ricavato delle vendite andrà a finanziare MusiCares e la Edible Schoolyard NYC, un progetto grazie al quale a giovani studenti viene insegnato a coltivare la terra ed a prendersi cura di giardini situati nei cortili delle scuole, avvicinandoli così al mondo della natura. Strange Angels, come ho già detto, è un album strepitoso, nel quale tutti i partecipanti si sono esibiti al meglio delle loro possibilità, fornendo diverse prestazioni da antologia, ben coadiuvati da una house band da sogno, formata da una serie di musicisti dal pedigree eccezionale.

Troviamo infatti in studio, tra i tanti (i partecipanti si alternano nei vari brani), G.E. Smith, storico chitarrista del Saturday Night Live ed in seguito nelle touring bands di Bob Dylan e Roger Waters, Doug Lancio, per anni nella band di John Hiatt e recentemente con Patty Griffin e Tom Jones, Viktor Krauss, fratello di Alison e membro della sua band, Rick Holmstrom, attuale bandleader di Mavis Staples, Rudy Copeland, pianista di Solomon Burke e Johnny “Guitar” Watson, John Leventhal, stimato musicista e produttore nonché marito di Rosanne Cash, Charlie Giordano, tastierista della E Street Band, Jay Bellerose, il batterista preferito da Joe Henry, Larry Taylor, ex bassista dei Canned Heat e più di recente con Tom Waits, e Marco Giovino, ex membro dei Band Of Joy di Robert Plant, nonché produttore del tributo. E non li ho neanche citati tutti. L’album parte con Can’t Stop Loving You, che inizia subito con una slide lancinante (Lancio, quindi lancio-nante…), un ritmo vivace e la gran voce di Elayna Boynton, una giovane e brava soul singer: pochi secondi e siamo subito “dentro” al disco (peccato che il brano duri poco più di due minuti) La grandissima Bettye LaVette (che ha in uscita un disco di covers di Bob Dylan, non vedo l’ora) aggredisce subito Person To Person con la sua vocalità strepitosa, una potenza seconda forse solo a Mavis Staples, ed il gruppo la segue con un suono “grasso” e coinvolgente. Rodney Crowell non è mai stato associato al blues, ma ha una classe che gli permette di adattarsi al meglio anche in questa veste: Shake Your Money Maker è uno dei classici assoluti di James, e Rodney ne fornisce un’interpretazione fresca e saltellante, quasi rockabilly, doppiato alla grande dalla slide di Lancio, che si conferma uno dei protagonisti del CD.

Tom Jones è tornato tra noi, in termini di qualità musicale, da diversi anni, e la sua rilettura di Done Somebody Wrong è poderosa e piena di feeling, con la sua formidabile voce al servizio di un suono sporco al punto giusto: qui Lancio non c’è, ma Holmstrom e Taylor (che oltre ad essere bassista suona anche la slide) coprono benissimo la sua assenza. Sapevo che Mean Mistreatin’ Mama sarebbe stato un highlight assoluto già quando ho letto che era stata affidata a Warren Haynes e Billy Gibbons, ma non pensavo ad un tale grado di splendore: sia Warren che Billy si cimentano alla slide (Haynes è anche voce solista), ed il duello finisce in parità, ma non con uno 0-0 con poche emozioni, ma bensì un 3-3 spettacolare, con pali, traverse ed occasioni salvate sulla linea; la goduria è completata da Mickey Raphael, la cui armonica abbandona il tono country che ha di solito con Willie Nelson e si avvicina allo stile di Charlie Musslewhite. Dust My Broom è forse il brano più celebre di James (ne ricordo una versione indimenticabile negli anni novanta fatta da Willy DeVille, con Fabio Treves all’armonica, al vecchio City Square di Milano), e qui è affidato a Deborah Bonham, sorella di John (e quindi zia di Jason): forse non ha la stessa potenza vocale di quella che aveva il fratello ai tamburi, ma è comunque davvero brava (e vogliamo parlare di come suona la band?); It Hurts Me Too è un altro superclassico, ed alla slide troviamo ancora l’immenso Warren Haynes, che però stavolta cede il microfono a Jamey Johnson, e la coppia funziona eccome, ed in più abbiamo una incredibile jam finale, che rende la canzone tra le più riuscite del disco.

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Le sorelle Allison Moorer e Shelby Lynne dopo il bel disco in duo dell’anno scorso ci hanno preso gusto http://discoclub.myblog.it/2017/08/12/un-ottimo-esordio-per-due-promettenti-ragazze-shelby-lynne-allison-moorer-not-dark-yet/ , anche se all’apparenza le loro voci non si adattano a brani blues di questa forza: infatti la loro Strange Angels è arrangiata in maniera più leggera, quasi jazzata, anche se l’esito finale è sì discreto, ma meno convincente del resto. La cura Taj Mahal ha fatto bene a Keb Mo’, che si destreggia splendidamente con Look On Yonder Wall, suonata in maniera elettroacustica, con l’aggiunta di una fisarmonica che dona più colore al suono, proprio come avrebbe fatto il vecchio Taj. Mollie Marriott, figlia di Steve (Small Faces e Humble Pie), non la conoscevo http://discoclub.myblog.it/2017/12/15/una-figlia-darte-un-po-tardiva-mollie-marriott-truth-is-a-wolf/ , ma è molto brava e con un timbro vocale vicino a quello di Bonnie Raitt (una che in questo disco ci sarebbe stata alla grande), e la sua My Bleeding Heart è decisamente godibile; Chuck E. Weiss è un fuori di testa, ma quando canta è serissimo, anche se la sua presenza in Hawaiian Boogie, in cui si limita a borbottare qualche “Oh Yeah!” e “Boogie!” ed a grattare sulla washboard, è impalpabile, ma il pezzo è comunque trascinante. Addi McDaniel è una attrice ed anche cantante, e la sua Dark And Dreary è una vera sorpresa, un folk-blues-jazz molto raffinato, con tanto di violino, fisa e banjo: grande classe. Chiude l’album lo strumentale Bobby’s Rock, con la house band protagonista, per l’occasione autoribattezzatasi Elmore’s Latest Broomdusters Broomdusters era il nome dato alla backing band di James), un rock-blues solido e vibrante, con Lancio e Holmstrom sugli scudi. Un tributo dunque imperdibile, che sicuramente figurerà tra i dischi blues dell’anno.

Marco Verdi

Un “Eroe” Musicale Delle Due Coste? Michael McDonald – Wide Open

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Michael McDonald – Wide Open – BMG

Michael McDonald, da St. Louis, Missouri, è stato per certi versi, come Garibaldi fu “l’eroe dei due mondi”, una sorta di “eroe” musicale delle Due Coste, prima, ad inizio carriera, su quella orientale, come membro aggiunto degli Steely Dan, poi della West Coast, quando nel 1976 entrò nei Doobie Brothers come sostituto di Tom Johnson. In entrambe le band il suo stile si ispirava comunque alla soul music, se vogliamo il cosiddetto “blue eyed soul”, più raffinato e composito quello della band di Donald Fagen, più vicino al pop e al soft-rock nel gruppo californiano. Se devo essere sincero io ho sempre amato molto di più i Doobies quando facevano del sano rock misto a country e blues, quelli del primo periodo, ma anche nella fase a guida McDonald hanno regalato dei buoni album, più sofisticati e commerciali, ma con il baritono vellutato di Michael in grande spolvero. Poi il nostro ha intrapreso un carriera che attraverso undici album solisti (di cui due natalizi) ci porta ai giorni nostri. Non una produzione sterminata, ma Michael McDonald è anche stato l’uomo delle collaborazioni, e proprio in un paio di ensemble collettivi, come la New York Rock And Soul Revue (sempre con Fagen), e poi nei Dukes Of September, dove si aggiungeva anche Boz Scaggs, ha forse dato il meglio di sé http://discoclub.myblog.it/2014/03/26/band-tutte-le-stagioni-the-dukes-of-september-donald-fagen-michael-mcdonald-boz-scaggs-live-at-lincoln-center/ .

L’ultimo album, Wide Open, arriva dopo una pausa di nove anni dal precedente Soul Speak, e come i due che lo precedevano erano dischi di cover usciti per la rinnovata Motown, questo nuovo CD è il primo da vent’anni a questa parte a contenere materiale originale: nel disco, co-prodotto con Shannon Forrest, suonano uno stuolo di musicisti di pregio, tra cui spiccano Michael Landau, poi, li cito a caso, Larry Goldings, Willie Weeks, Steve Porcaro, Tom Scott, Michael Leonhart (storico collaboratore sempre di Fagen) che ha curato gli arrangiamenti dei fiati, insieme a Mark Douthit e, per non farsi mancare nulla, tra gli ospiti appaiono Robben Ford, Warren Haynes, Brandford Marsalis e Marcus Miller. Il disco, elaborato nel corso di vari anni, è buono, non possiamo negarlo, ma dovete forse, per apprezzarlo, essere estimatori dello stile comunque levigato e a tratti turgido del nostro, che ha sempre il suo classico vocione, scrive brani piacevoli, e se siete estimatori del blue-eyed soul lo apprezzerete sicuramente, ma anche gli ascoltatori “neutrali” troveranno motivi per godere della classe e dell’eleganza raffinata della musica contenuta in questo Wide Open. Dall’apertura classico groove tra le due coste di Hail Mary, che fonde il sound di Steely Dan e Doobie Brothers, con un suono vellutato come la musica del suo autore, tra voci femminili di supporto (la moglie Amy Holland), fiati, chitarre e tastiere accarezzate per ottenere quella versione bianca della soul music che McDonald ha sempre prediletto, e in questo disco ripropone con più vigore e rinnovata fiducia nei suoi mezzi, ottimo l’assolo di sax, di Mark Douthit, in un lungo brano che sfiora i sette minuti, mentre addirittura la successiva Just Strong Enough avvicina gli otto, per  una sorta di blues ballad con fiati e archi, sulla falsariga di certe cose di BB King, e che vede Warren Haynes e Robert Ford duettare brillantemente alle soliste in un pezzo molto cool, dove tutta la band lavora di fino.

L’album comunque contiene canzoni che superano regolarmente i cinque minuti (solo una è sotto questo minutaggio) e quindi i musicisti sono liberi di suonare al meglio delle loro possibilità: i due pezzi iniziali sono i migliori, ma anche la mossa Blessing In Disguise è eccellente, con un sound che richiama addirittura (con il dovuto rispetto) gli Steely Dan di Aja, funky-jazz soul music con Branford Marsalis al sax nel ruolo che fu di Wayne Shorter, notevole anche Shannon Forrest alla batteria, quasi un novello Steve Gadd. Find It In Your Heart si basa un sinuoso wah-wah a guidare le danze, mentre Marcus Miller pompa sul basso e l’assolo di sax è di Tom Scott è la classica ciliegina sulla torta; Half Truth, con lo stesso Michael McDonald all’armonica, è un avvolgente pezzo rock di grande impatto, con Ain’t No Good che ricade in certo easy listening che ogni tanto si insinua nei brani del nostro amico, e pure Honest Emotion, nonostante gli inserti acustici, fa sì che entrambe le canzoni siano meno valide, come pure Dark Side che però ha una bella melodia e qualche vago tocco alla Bacharach, grazie a fiati e archi. Anche If You Wanted To Hurt Me non mi piace molto, troppo simile al McDonald più leggerino del passato, meglio Beautiful Child dove si riprende il gusto per gli arrangiamenti complessi e raffinati al servizio della pop song, elementi che sono da sempre nel menu del buon Michael. Too Short ha sonorità Caraibiche e world miste all’errebì classico, quasi alla Paul Simon, con la conclusiva Free A Man, molto incalzante e ben suonata, che vira di nuovo verso una sorta di jazz-rock alla Steely Dan, grazie ad un liquido piano elettrico, al sax, ancora Scott e alla chitarra di Landau. Come per tutto il disco d’altronde, non parliamo di un capolavoro, ma di un album solido e molto piacevole, oltre che, come detto, assai raffinato.

Bruno Conti