Al Decimo Anno Di Carriera, Ecco Il Loro Disco Migliore. The Harmed Brothers – Across The Waves

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The Harmed Brothers – Across The Waves – Fluff & Gravy CD

La prima cosa da dire riguardo agli Harmed Brothers è che di fratelli all’interno della band non c’è traccia: stiamo infatti parlando di un duo formato alla fine della scorsa decade, quando Ray Vietti ha incontrato Alex Salcido (originari rispettivamente del Missouri e di Los Angeles) e, dopo aver constatato di condividere le stesse visioni musicali, hanno deciso di formare un gruppo insieme. Dal 2010 ad oggi i nostri hanno pubblicato quattro album ed un EP, i primi due in via autogestita mentre dal 2013 sotto l’egida della Fluff & Gravy, un’etichetta indipendente di Portland, Oregon, che ha tra le sue fila alcune importanti band del circuito Americana come Richmond Fontaine e The Parson Red Heads. Tutti i lavori del duo formato da Vietti e Salcido hanno incontrato negli anni buone recensioni ed un discreto successo a livello sotterraneo, ma con il loro nuovissimo Across The Waves ci hanno indubbiamente consegnato il loro lavoro più completo fino ad oggi.

Prodotto dagli stessi Harmed Brothers insieme a Inaiah Lujan, Across The Waves è infatti un ottimo dischetto di pura Americana, in cui i nostri ci intrattengono per circa quaranta minuti con una serie di canzoni che coniugano mirabilmente rock, pop, folk, country, blue-eyed soul e chi più ne ha più ne metta. La cosa che salta maggiormente all’orecchio è l’estrema facilità dei due leader di scrivere canzoni di immediata fruibilità pur non scadendo mai nel banale e nello scontato, il tutto suonato in maniera diretta e senza troppi fronzoli da una backing band di quattro elementi formata da Ben Knight alle chitarre, Matthew McClure al basso, Ryan Land alla batteria e Steve Hauke alla steel guitar, mentre gli stessi Vietti e Salcido, oltre a cantare, si cimentano alle chitarre ed Alex anche a banjo e tastiere. Il CD si apre in maniera più che positiva con Skyline Over, un vivace e piacevole pop rock dal ritmo spedito e melodia intrigante, e prosegue sulla medesima falsariga con Picture Show, che sembra la continuazione del brano precedente ma con una vena chitarristica più accentuata: puro power pop vibrante ed orecchiabile, non lontano da certe cose dei R.E.M. del penultimo periodo (quelli di Reveal e Around The Sun).

Funnies è deliziosa, un perfetto connubio tra la base rock chitarristica ed una melodia pop gradevole ed immediata, un cocktail solo all’apparenza semplice ma che anzi denota una buona dose di creatività; River Town è una gradevole e limpida ballata sfiorata dal country (grazie all’uso della steel), ancora contraddistinta da una linea melodica di facile presa, così come Born A Rotten Egg che però è ulteriormente impreziosita da un bell’uso di piano ed organo che le donano un sapore da soul song sudista (ed il motivo centrale è quasi perfetto). Organo e chitarre caratterizzano il suono anche nella pimpante In A Staring Contest, ennesima prova della facilità dei nostri di coniugare arie musicali accattivanti ad un background sonoro di tutto rispetto; Where You’re Going è una profonda ed affascinante ballata dall’atmosfera rarefatta e crepuscolare, in aperto contrasto con la seguente All The Same, uno strepitoso folk-rock dove tutto, dalla strumentazione tersa e fluida alla melodia fresca, risulta vincente.

Il CD si chiude in crescendo con la trascinante Ride It Out, una rock’n’roll song alla Tom Petty dotata di un ottimo riff e con il solito motivo eccellente, e con l’acustica Time, sette minuti intensi dove non mancano improvvise svisate elettriche in sottofondo. Quindi un dischetto assolutamente da tenere in considerazione questo Across The Waves, il modo migliore per gli Harmed Brothers di festeggiare i loro primi dieci anni di carriera.

Marco Verdi

Una Sorta Di Antologia Rivisitata Per Celebrare Un Grande Cantautore. Grayson Capps – South Front Street A Retrospective 1977-2019

grayson capps south front street

Grayson Capps – South Front Street: A Retrospective 1997-2019 – Royal Potato Family Records

Grayson Capps è il classico artista di culto: questo non è per dire che non sia (o non sia stato) conosciuto, in fondo la sua vicenda si sviluppa da quella del padre Everett, predicatore battista, ma anche uomo dai mille lavori per mantenere la famiglia in quel di Opelika, Alabama (dove il figlio Grayson nasce nel 1967), autore di un romanzo inedito, da cui in seguito è stata tratta la sceneggiatura del film, sempre di culto, A Song For Bobby Long (con Scarlett Johansson e John Travolta) nel quale Capps figlio appariva anche come attore ed autore di quattro brani della colonna sonora. Quindi diciamo che il suo background culturale ha sempre fatto da sfondo a canzoni che raccontano storie, anche dure e al limite, provenienti dal profondo Sud degli Stati Uniti, sia zone rurali che vicino a fiumi e al mare, dal Mississippi all’amata New Orleans, dove ha vissuto a lungo, fino all’arrivo dell’Uragano Katrina che gli ha distrutto la casa dove abitava con la famiglia.

Famiglia, da allora trasferita a Mobile, Alabama, dove vive con lui, sono una coppia da una ventina di anni, anche la moglie Trina Shoemaker, produttore ed ingegnere del suono, con tre Grammy vinti ed altrettante nomination, tra le più popolari nel mondo della musica di qualità, famosa soprattutto per i suoi lavori con Sheryl Crow, ma anche con una lista di clienti lunga come un elenco telefonico (se esistessero ancora), e che comunque in passato ha lavorato spesso con il marito, ma per l’occasione ha deciso di creare questa inconsueta antologia (o retrospettiva, come rimarca il sottotitolo del CD). Trina ha preso sedici canzoni dal repertorio di Grapps, ci ha costruito una sequenza intorno, le ha remixate, ripulite dove occorreva, pescando anche tra quelle meno note, e il risultato, pur essendo già noto in gran parte ai cultori di Grayson, che ha pubblicato dischi sotto forma di antologia anche per l’italiana Appaloosa (il secondo dischetto di Love Songs, Mermaids and Grappa del 2015), o solo in digitale nella raccolta Best of Grayson Capps: A Love Song for Bobby Long, uscita per il download nel 2011.

Sembra quasi un album nuovo, da scoprire e gustare anche per chi non conoscesse i talenti di questo splendido cantautore, tra blues, southern, Americana, country, con una voce caratteristica ma che potrebbe rimandare, come attitudine almeno, a quelle di John Hiatt, Anders Osborne (un altro che frequenta la Louisiana), o al Tom Waits meno ermetico, financo il re dello swamp Tony Joe White, insomma uno bravo, anzi molto bravo. Come detto in South Front Street, perfetto anche il titolo, troviamo 16 canzoni, non in ordine cronologico, di cui alcune splendide e alcune “solo” molto belle: Get Back Up, scritta in Louisiana “Yesterday was a very fine day indeed, I got a pint of beer, went outside and brushed my teeth”, è un tipico esempio dello stile più laidback e bluesy di Capps (che qui secondo me presenta anche delle analogie con Mellencamp), apparsa sul “debutto” If You Knew My Mind del 2005 e prima anche nel CD degli Stavin Chain, chitarra acustica, resonator guitar e armonica, una sezione ritmica discreta e l’ascoltatore è subito ben servito; May We Love una delicata e deliziosa canzone d’amore, degna del meglio della canzone d’autore americana, con controcanto femminile e mandolino in evidenza, era sul doppio Appaloosa Love Songs, Mermaids and Grappa, mentre Train Song, era sempre sul disco Stavin Chain, è una blues song degna del miglior Ry Cooder, di nuovo con slide in bella mostra.

La poetica New Again, dall’ultimo disco del 2017, il trascurato Scarlett Roses  https://discoclub.myblog.it/2018/04/03/rose-rosse-che-profumano-di-ottima-musica-grayson-capps-scarlett-roses/ , è un’altra splendida ballata con chitarra arpeggiata e armonica e, con Dylan LeBlanc, uno spirito affine alle armonie vocali, cantata in modo rilassato e partecipe da Grayson. Viene recuperata anche Junior and the Old African Queen da Songbones del 2007, un altro acquarello sudista di impronta bayou, con armonica, violino e chitarra acustica ad evidenziare la splendida voce di Capps, che poi scatena il suo fascino di storyteller nel blues marcato e quasi danzante, sempre segnato da chitarre elettriche sognanti, di Hold Me Darlin’, mentre Arrowhead, dal poco noto Rott’n’Roll del 2008, solo voce e acustica, è sempre deliziosa. A Love Song For Bobby Long, oltre che nella colonna sonora del film, era presente anche in If You Knew My Mind, un’altra canzone da storyteller solitario, Psychic Channel Blues, di nuovo da Songbones, presenta un altro dei suoi tipici personaggi che popolano le strade e i vicoli di New Orleans, una malinconica ballata in crescendo, degna del miglior Tom Waits, con grande interpretazione vocale del nostro e un bel solo di chitarra, come pure Washboard Lisa in pochi tratti presenta un altro “carattere” ai margini, con una narrazione sonora attraversata da un violino intrigante e dall’armonica, un insieme che mi ha ricordato il miglior Dirk Hamilton.

I Can’t Hear You è uno dei rari brani rock, presente nel primo album come pure in Songbones, un pezzo vibrante con chitarre e ritmica pressanti, una voce femminile di supporto (forse Trina), e Rock’n’Roll da The Last Cause Minstrels del 2011, è un folk-rock palpipante con retrogusti blues, dove si apprezza la chitarra del fedele Corky Hughes, Daddy’s Eyes, da Wail And Ride del 2006, come la precedente, è tra le più belle canzoni di Grayson (ma ce ne sono di scarse?). If You Knew My Mind, la title track del primo album (il più rappresentato con quattro canzoni) è un’altra blues ballad con uso di resonator, sempre con la voce maschia del nostro in grande spolvero, e sempre dallo stesso disco I See You un altro brano che ricorda grandi cantautori dimenticati degli anni ‘70, oltre a quelli citati finora, tra cui Dirk Hamilton, ricorderei anche Guthrie Thomas, al solito esiziale l’uso dell’armonica. In chiusura la lunga Harley Davidson, altra rock song, con elettrica fremente sullo sfondo, degli Stavin Chain, che chiude alla grande un disco da ascoltare e riascoltare a lungo.

Bruno Conti

Un Country-Rocker Coi Baffi (E Barba)! Jack Grelle – If Not Forever

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Jack Grelle – If Not Forever – Jack Grelle Music CD

Anche se la lunga barba da hipster e la presenza fisica potrebbero far pensare ad un musicista rock alternativo, Jack Grelle è in realtà un convinto esponente del genere Americana, con in più un tocco sudista dato che viene da St. Louis nel Missouri. Grelle non è un esordiente, ma ha all’attivo già tre album, l’ultimo dei quali (Got Dressed Up To Be Let Down) risale a ben quattro anni fa: If Not Forever in realtà era già pronto nel 2018, ma Jack non si sentiva sicuro di pubblicarlo allora e ha voluto tornarci sopra per apportare alcune modifiche, ed ora finalmente possiamo ascoltare il risultato finale, una godibile e stimolante miscela di country, folk e rock’n’roll suonata in maniera diretta e coinvolgente (purtroppo non sono in possesso dei nomi dei musicisti coinvolti), e prodotto in maniera asciutta dall’amico e conterraneo Cooper Crain, leader della band psichedelica Cave. If Not Forever è davvero un bel disco di country-rock fatto alla maniera sudista, con il nostro che dichiara influenze che vanno dai Creedence Clearwater Revival a Doug Sahm, ma che a mio giudizio comprendono anche gli Outlaw Country texani ed i Rolling Stones.

L’album era annunciato come il lavoro più introspettivo tra quelli pubblicati finora da Grelle, ma forse ci si riferiva ai testi dato che dal punto di vista musicale pur non mancando le ballate stiamo decisamente dalla parte del country più elettrico e ruspante, spesso ai confini con il rock’n’roll e con un alone di southern soul che aleggia in tutto il lavoro. Loss Of Repetition fa iniziare l’album in maniera deliziosa, con un incantevole country song elettrica e chitarristica dal ritmo sostenuto (la batteria picchia che è un piacere), nobilitata da un motivo di quelli che ti prendono subito: davvero un ottimo avvio. I Apologize abbassa i toni, in quanto si tratta di una folk song costruita intorno alla voce e chitarra acustica, con l’aggiunta di una sezione fiati usata in maniera decisamente originale (all’inizio mi sembrava una steel guitar), e la canzone è bella anche se breve; Mess Of Love è una irresistibile fusione tra country e rock, con un background sonoro che rivela in modo abbastanza palese l’influenza dei Creedence, con chitarre in primo piano e tempo cadenzato, mentre It Ain’t Workin’ è un altro acquarello acustico, puro folk suonato e cantato in maniera intima ma con un feeling innegabile ed un quartetto d’archi ad accrescere il pathos.

La vibrante Space And Time ha un attacco stonesiano ed un prosieguo elettrico e grintoso, un brano che dimostra l’assoluta disinvoltura del nostro nel passare dal puro cantautorato alla rock’n’roll song più trascinante: gli ultimi due minuti di canzone offrono una coda strumentale imperdibile, con ben tre chitarre a scambiarsi i licks. Good Enough For Now è sempre introdotta dalla chitarra elettrica, ma è una classica slow song di sapore country con elementi sudisti ed una melodia molto lineare e distesa, Out Where The Buses Don’t Run ha un attacco degno di John Fogerty ed uno sviluppo in puro stile country-boogie con tanto di armonica bluesy, To Be That Someone riporta il CD su lidi folk cantautorali per un brano puro e limpido. L’album termina con Same Mistakes, altra rock’n’roll song coinvolgente e sanguigna che vi farà battere mani, piedi e quant’altro, e con No Time, No Storm, chiusura intimista per voce, chitarra (elettrica) ed un french horn che fa molto The Band (cioè il più sudista tra i gruppi canadesi del passato).

Spero vivamente che If Not Forever apra qualche nuova porta al bravo Jack Grelle: per esempio mi piacerebbe un giorno vederlo prodotto da Dave Cobb o Dan Auerbach.

Marco Verdi

 

Uno E Trino, Bravissimo Sempre E Comunque. Mike Mattison – Afterglow

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Mike Mattison – Afterglow – Landslide Records

Potremmo definire Mike Mattison come un artista uno e trino, visto che divide la sua attività in tre diverse direzioni: come voce di supporto e autore nella Tedeschi Trucks Band, come leader degli eccellenti Scrapomatic https://discoclub.myblog.it/2012/10/08/gregari-di-lusso-o-qualcosa-di-piu-scrapomatic-i-m-a-strang/  e anche con una carriera solista. In questo ambito Afterglow è il suo secondo disco in proprio, dopo l’ottimo You Can’t Fight Love, uscito nell’ormai lontano 2014, sempre per la Landslide Records. Diciamo in proprio anche se poi a ben vedere, oltre a Mattison, che ovviamente, canta e suona la chitarra ritmica (regalatagli da Derek Trucks), lo affiancano Tyler Greenwell della TTB, e anche degli Scrapomatic. alla batteria, nonché co-produttore dell’album (e qualcuno non ha apprezzato fino in fondo il tipo di suono utilizzato per il CD), Dave Yoke, anche lui compagno di avventura in entrambe le formazioni, che vengono aiutati da Frahner Joseph, bassista degli ottimi Delta Moon, Paul Olsen chitarra e co-autore con Dave e Derek Trucks della title-track, mentre le parti di tastiera aggiunte in un paio di brani sono di Kofi Burbridge, lo scomparso membro (nel gennaio 2019), della TTB e nel resto del disco di Rachel Eckroth della band di Rufus Wainwright.

Quindi potremmo dire i “soliti noti”, ma quello che è inatteso è lo stile o meglio gli stili musicali impiegati nell’album, non il rock-blues con venature R&B della TTB, non lo swamp-blues-rock degli Scapomatic o del precedente album solista, ma un folk-country-roots, dove non mancano le componenti sonore appena citate, ma il suono è decisamente più minimale e intimo, anche se la voce di Mike ha comunque modo di mettersi in evidenza: come nella iniziale Charlie Idaho, una sorta di bellissima murder ballad ispirata da una storia riportata nel libro di Alan Lomax The Land Where The Blues Was Born, ricca di pathos e suonata con classe e raffinatezza dai vari musicisti, con una specie di “chitarrone” ricorrente e il piano, che caratterizzano l’atmosfera sospesa della canzone. Afterglow addirittura vira verso il country, con un andatura brillante e gioiosa sempre percorsa da una chitarra sbarazzina e da preziosi intrecci vocali, ovviamente a questo punto mi dissocio dal mancato apprezzamento del sound espresso prima, in quanto questo approccio rootsy e quasi campagnolo è proprio uno degli atout dell’album; Deadbeat, a dispetto del titolo, è un altro dei brani più mossi del disco, su una base di chitarre acustiche ed elettriche e di voci stratificate, il piano della Eckroth sempre presente e una andatura deliziosamente ondeggiante, Mattison canta con grande souplesse e classe, degna di certe canzoni sudiste della Band.

World’s Coming Down è un country-blues taglio Americana, sempre soffuso di quello stile southern laidback e pigro, raffinato ma anche con un piglio autorevole e gagliardo nella voce di Mike e negli arrangiamenti corposi; All You Can Do Is Mean It è una specie di sognante ballata, quasi con retrogusti beatlesiani, in particvolare quelli delle canzoni di Harrison, da sempre innamorato del suono “americano”, con elettrica e piano a sottolineare questa sorta di valzerone delicato https://www.youtube.com/watch?v=t0ni3tFlYnE , mentre Kiss You Where You Live ha ancora quel tocco twangy ed esuberante, con elementi roots e pettyani, una batteria con il “phasing” che rievoca ricordi di leggera psichedelia, veramente squisito poi l’intervento della solista di Yoke nella parte centrale. I Was Wrong, con la voce prima in leggero falsetto e poi con un inquietante distorsione rilascia impressioni di uno psych blues, scandito e minaccioso, lasciando a On Pontchartrain il compito di riportarci di nuovo verso quel suono country-blues delle radici, che mi ha ricordato anche il Bob Dylan del periodo Nashville, malgrado la voce naturalmente sia molto diversa, bellissimo il lavoro della chitarra. Per I Really Miss You, il brano firmato con Kofi Burbridge, qui impegnato alle tastiere, Mattison sfodera il suo falsetto d’ordinanza, tra Prince e Al Green, per una morbida soul ballad che illustra anche il suo lato più black, poi ribadito nella decisamente più rude e cattiva Got Something For You, dal suono più grintoso, con batteria e chitarre elettriche molto più presenti e decisive.

Un album complessivamente dal suono eclettico e che potrebbe risultare dispersivo ma che mi sembra alla fine funzioni in modo egregio.

Bruno Conti

Un Altro Di Quelli Che Non Sbagliano Un Colpo! Jason Isbell And The 400 Unit – Reunions

jason isbell reunions

Jason Isbell And The 400 Unit – Reunions – Southeastern/Thirty Tigers

Da quando nel 2007 ha lasciato i Drive-By Truckers per dedicarsi alla carriera solista, Jason Isbell si è creato la meritata reputazione di uno dei migliori giovani songwriters in circolazione, con una serie di album che manifestano una crescita costante fino al suo ultimo lavoro, il bellissimo The Nashville Sound del 2017 https://discoclub.myblog.it/2018/01/15/da-nashville-con-orgoglio-jason-isbell-and-the-400-unit-the-nashville-sound/ . The Nashville Sound è il classico album che segna l’apice di una carriera, uno splendido esempio di cantautorato in puro stile Americana con il quale Jason ci ha dimostrato che la vera musica della capitale del Tennessee non è certo il becero pop da classifica spacciato come country, ma quel sound tra folk, country e rock che deriva direttamente dagli album di fine anni sessanta nei quali spopolavano i cosiddetti Nashville Cats (ovvero quell’insieme di grandi sessionmen di stanza nella Music City in grado di portare il suono giusto a qualsiasi album). The Nashville Sound ha avuto un notevole successo di critica ed anche di pubblico, risultando l’album più venduto della carriera del nostro a dimostrazione che ogni tanto anche la “nostra” musica si sa ancora far valere.

Nel 2018 l’esposizione mediatica di Jason è pure aumentata, in quanto è stato coinvolto nella colonna sonora del film multimilionario A Star Is Born (scrivendo Maybe It’s Time per il protagonista maschile Bradley Cooper), godendo quindi di un ottimo ritorno di popolarità. Ora Isbell torna a fare quello che gli riesce meglio, sempre a capo dei 400 Unit (che a parte la moglie Amanda Shires al violino e voce sono Sadler Vaden alla chitarra, Derry DeBorja alle tastiere, Jimbo Hart al basso e Chris Gamble alla batteria) e ci consegna un lavoro nuovo di zecca intitolato Reunions, un album in gran parte introspettivo soprattutto nei testi, che parlano di come l’autore stesso sia progredito negli anni sia come artista che come essere umano in termini di relazioni col prossimo (amanti, figli, genitori o amici) ed anche per quanto riguarda il suo equilibrio interiore, ma nello stesso tempo affronta la complicata situazione politica americana con brani come la dura (nel testo) Be Afraid, nella quale sembra rivolgersi tanto ai colleghi artisti (compreso sé stesso) quanto ai fans, chiedendo loro di non ignorare il momento ma di prendere delle posizioni nette. Il disco, che per la quarta volta di fila vede il quasi onnipresente Dave Cobb alla produzione, è quindi maggiormente incentrato sulle ballate rispetto ai lavori passati, anche se non mancano i brani più mossi ed un certo gusto pop qua e là.

Forse Reunions ad un primo approccio può risultare meno immediato di The Nashville Sound, ma se gli concederete più di un ascolto non potrete che metterlo comunque molto in alto nelle vostre classifiche di gradimento: personalmente la prima volta che l’ho infilato nel lettore l’avevo giudicato buono ma leggermente inferiore al predecessore, ma dopo altri ascolti le canzoni hanno cominciato a crescere dentro di me a poco a poco ed ora lo metto tranquillamente sullo stesso piano. Nel disco suonano solo Jason, i 400 Unit e qualche chitarra aggiunta da parte di Cobb, ma come ospiti alle backing vocals abbiamo Jay Buchanan (leader del gruppo hard rock Rival Sons, che ha come unico punto in comune con Isbell il fatto di essere prodotto da Cobb) e soprattutto David Crosby, che abbellisce con il suo inconfondibile timbro l’iniziale What’ve I Done To Help, un’affascinante ballata tra pop e musica cantautorale cantata e suonata con molta forza, con la frase del titolo ripetuta in modo insistente ed un feeling anni settanta dato dall’uso particolare degli archi in sottofondo: più che di Cobb, lo stile di produzione sembra quello di Dan Auerbach, con la parte finale che mi ricorda la conclusione della mitica Ohio di CSN&Y, non tanto per la melodia che è molto diversa ma per il fatto che la voce di Crosby si staglia sulle altre ripetendo più volte la frase del titolo. Dreamsicle è una ballata limpida e distesa dall’arrangiamento elettroacustico e cantata molto bene, con un bel background basato su chitarre e piano e sempre quel gradevole sapore d’altri tempi; Only Children è un delizioso bozzetto acustico cantato a due voci con Amanda ed eseguito con grande finezza (ed un apprezzabile intervento di chitarra elettrica), mentre Overseas è uno splendido brano in puro stile Americana, un folk-rock dal ritmo cadenzato dalla melodia scintillante e con un paio di assoli chitarristici decisamente coinvolgenti.

Isbell ormai è diventato un songwriter sul quale contare ad occhi chiusi, in grado di passare con grande disinvoltura dalle ballate più intense ai brani rock più coinvolgenti con la massima naturalezza, oltre ad essere un provetto chitarrista. Running With Our Eyes Closed ha un inizio soffuso ed attendista che ricorda certe cose dei Fleetwood Mac “californiani”, un pezzo che fa uscire un’anima pop-rock da non sottovalutare; River è una tenue ballata che ci riporta allo stile tipico di Jason, un racconto strumentato con gusto e misura in cui a dominare sono il piano di DeBorja ed il violino della Shires, il tutto eseguito con intensità e pathos notevoli. La già citata Be Afraid ha un ritmo cadenzato ed è decisamente più elettrica, e non manca anche qui l’elemento pop che rimanda a paesaggi sonori cari a Lindsey Buckingham, a differenza di St. Peter’s Autograph che è un delicato pezzo cantautorale al 100% in cui la voce del nostro è circondata dal minimo sindacale di strumenti. L’album si chiude con la mossa e gradevole It Gets Easier, rock ballad elettrica tra le più immediate del lavoro, e con la toccante Letting You Go, sorta di valzerone folk dal pathos notevole (altro brano da inserire tra i migliori), finale splendido per un altro disco di elevato spessore da parte di Jason Isbell, che lavoro dopo lavoro si conferma come uno dei maggiori songwriters oggi in America. Esce il 15 maggio.

Marco Verdi

Dopo La Prima Sfornata, Altro Pane “Prelibato”. Carla Olson – Have Harmony Will Travel 2

carla olson have harmony will travel 2

Carla Olson – Have Harmony, Will Travel 2 – Sunset Blvd Records

A sette anni di distanza dal precedente Have Harmony, Will Travel (anche se devo ammettere che avevo perso quasi le speranze https://discoclub.myblog.it/2013/04/09/per-l-occasione-meglio-in-compagnia-che-sola-carla-olson-hav/ ), Carla Olson (una delle frequentatrici più assidue di questo blog, anche con la reunion dei Textones, https://discoclub.myblog.it/2018/11/01/sono-passati-piu-di-30-anni-ma-ma-non-hanno-dimenticato-come-si-fa-buona-musica-textones-old-stone-gang/) ha mantenuto la promessa e dato un seguito allo sforzo iniziale, riproponendosi con questo lavoro Have Harmony, Will Travel 2, dove, come nel precedente, si avvale di una schiera di “guest stars”, merito di una solida reputazione che si è costruita nel tempo, per attuare il progetto che abbiamo oggi a disposizione da ascoltare e recensire. E così la Olson riesce a portare nei suoi studi californiani di Woodland Hills il bassista degli Eagles Timothy b.Schmidt, l’icona giovanilistica britannica Peter Noone (Herman’s Hermits), Stephen McCarthy dei Long Ryders, il rocker Terry Reid, l’ex chitarrista dei Bee Gees Vince Melouney, con il contributo di Rusty Young dei Poco, e come vocalist la cantante multilingue Ana Gazzola, l’attrice Mare Winningham, e il cantautore Jim Muske, per una selezione di sette brani originali e quattro recuperati da dischi precedentemente pubblicati (in primis il sodalizio col suo vecchio amico Gene Clark e Percy Sledge, entrambi scomparsi).

Sostenuta dalla sua solida “line-up” attuale, Carla apre con una Timber, I’m Falling In Love del cantautore country americano di origine greca Kostas Lazarides (e portata al successo da Patty Loveless), qui riletta in una versione con un bel gioco di chitarre alla Byrds, e con la voce principale di Stephen McCarthy, seguita da A Child’s Claim To Fame di Richie Furay (membro dei Buffalo Springfield e Poco), dove brillano le corde di Rusty Young e la voce dell’ex Eagles Schmidt, una “pop-song” anni ’60 come Goodbye My Love (Searchers) cantata e suonata alla grande con Peter Noone, e omaggiare il compianto John Stewart con una versione “western” di Shackles & Chains, cantata con vigore dalla Olson sulle chitarre di Vince Melouney.

Il lavoro prende quota con una squisita versione di Uno Mundo di Stephen Stills ripresa dagli anni gloriosi dei Buffalo Springfield, con le voci di Ana Gazzola e Carla che seguono il buon lavoro di chitarra di Todd Wolfe (ultimo partner della Olson in The Hidden Hills Sessions https://discoclub.myblog.it/2019/07/19/un-set-musicale-acustico-suonato-e-cantato-con-grande-passione-carla-olson-todd-wolfe-the-hidden-hills-sessions/ ), recuperare una ballata come Scarlet Ribbons (cantata tra gli altri anche dal grande Harry Belafonte), eseguita con trasporto dal britannico Terry Reid (una voce incompresa del rock, mancato cantante dei Led Zeppelin per scelta personale e autore di un album splendido come River), riscoprire le atmosfere alla Roy Orbison con una Haunting Me cantata in duetto con l’autore Jim Muske, e recuperare dall’ album So Rebellious A Lover, inciso nel 1987 con Gene Clark la sua After The Storm, eseguita con l’eclettica Mare Winningham.

Con la bellissima Honest As Daylight rubata dall’album Reap The Whirlwind si alza (e di molto) la famosa asticella, una ballata “soul” che oltre alla voce di Percy Sledge si avvale della bravura alla “slide” dell’ex chitarrista dei Rolling Stones Mick Taylor, mentre la band di culto californiana I See Hawks In L.A. presta alla Olson una gradevole Bossier City ripresa dall’album Shoulda Been Gold, in un duetto che rimanda al suono che hanno forgiato gruppi come Flying Burrito Brothers, Poco, New Ryders Of The Purple Sage, e chiudere (e non poteva essere altrimenti) con un altro duetto con Gene Clark, una “country-ballad” come Del Gato un brano tratto dall’unico lavoro in studio del mai dimenticato musicista con la Olson, nel superbo e consigliabile So Rebellious A Lover, citato poc’anzi.

La voce di Carla Olson (come nella raccolta precedente) nel complesso non domina molto rispetto ai numerosi ospiti, con canzoni comunque ben eseguite e suonate al meglio da uno stuolo impressionante di musicisti di valore, una “signora” che nella sua vasta carriera solista ha collaborato oltre che con il citato Gene Clark, anche con personaggi come Bob Dylan, Don Henley, Mick Taylor e altri, sempre mantenendo una coerenza di fondo, poco riscontrabile nell’attuale panorama musicale. A volte i dischi di “duetti” funzionano e altre volte meno, ma in questo caso specifico di Have Harmony Will Travel 2, la Olson ha sicuramente prodotto un ottimo lavoro, che è una vera delizia per tutti i “fan” del genere “Americana”, confidiamo però di non aspettare altri sette anni per la terza raccolta.

Tino Montanari

In Una Sola Parola: Bentornati! Eric Brace & Last Train Home – Daytime Highs And Overnight Lows

eric brace last train home daytime highs

Eric Brace & Last Train Home – Daytime Highs And Overnight Lows – Red Beet CD

Chi di voi si ricorda dei Last Train Home? Bisogna tornare con la mente alla seconda metà degli anni novanta, quando il cosiddetto movimento alternative country/Americana era ai suoi massimi livelli ed i LTH, formatisi a Washington D.C. nel 1997, ne erano tra i più lucidi esponenti con ottimi album come il loro esordio omonimo del 1998 o anche True North e Travelogue. All’indomani dell’EP Six Songs del 2009 il leader dei LTH Eric Brace lasciò la band (che di fatto cessò di esistere) per intraprendere un’intensa carriera solista, con ben cinque album registrati insieme al songwriter Peter Cooper, l’ultimo dei quali (Riverland, con anche il musicista tedesco Thomm Jutz) uscito appena pochi mesi fa. Ora Brace però ha deciso di dare una svolta al suo cammino discografico tornando al passato e riformando il suo gruppo iniziale per un lavoro nuovo di zecca intitolato suggestivamente Daytime Highs And Overnight Lows: oltre ad Eric, i membri del gruppo (usati qui un po’ alla stregua di backing band di Brace, infatti il disco è accreditato ad Eric Brace & Last Train Home, ma anche Six Songs era così) sono ben sette: i chitarristi Scott McKnight e Jared Bartlett, la sezione ritmica di Jim Carson Gray ed Evan Pollack, lo steel guitarist Dave Van Allen ed i fiati di Chris Watling e Kevin Cordt.

La cosa che però conta di più e che, nonostante i dieci anni di lontananza, la scintilla tra Brace ed i suoi compagni non si è affatto spenta, e Daytime Highs And Overnight Lows è un disco bello e maturo, un lavoro intenso tra rock, country e Americana con la prevalenza di ballate sui brani mossi, ed un’atmosfera di fondo spesso malinconica e crepuscolare. Ma il disco non è affatto noioso e si lascia ascoltare con facilità nonostante duri quasi un’ora, grazie soprattutto alla bontà delle canzoni in esso contenute, che sono il frutto delle esperienze maturate dai nostri durante gli anni: Brace è l’autore principale, ma il fatto che anche i suoi compagni abbiano partecipato alla stesura dei brani smentisce in parte il fatto che i Last Train Home siano solo il suo gruppo d’accompagnamento. L’iniziale Sleepy Eyes è una rilassata ballata dal sapore folk e ritmo accelerato, un motivo piacevole e strumentazione corposa, con chitarre e fisarmonica a guidare il gruppo (il brano è una cover dei Frog Holler, una band della Pennsylvania, per usare un eufemismo, non molto nota). Caney Fork è puro country, una deliziosa canzone di stampo agreste, tersa e limpida e con bell’uso di slide, nonché un ottimo refrain; anche Distance And Time è un gran bel pezzo, sempre in bilico tra folk, country e musica d’autore, una melodia splendida e la fisa a ricamare leggera sullo sfondo.

Dear Lorraine è uno slow pianistico di ampio respiro che fa venire in mente immense praterie al tramonto, con la ciliegina di un azzeccato assolo di sax subito doppiato dalla steel, canzone seguita a ruota dalla saltellante Happy Is, tra country-rock (per l’uso del banjo) ed errebi (i fiati). Floodplains è una rock ballad elettrica e distesa, con le chitarre dietro la voce del leader, Hudson River (un pezzo dei Brindley Brothers) è un lento che non manca di pathos, e che dopo un avvio attendista e musicalmente spoglio (solo piano e chitarra) si sviluppa fluido ed in modalità full band, mentre What Am I Gonna Do With You è la classica cover che non ti aspetti, essendo proprio il classico di Barry White: i nostri mantengono lo spirito R&B dell’originale grazie ai fiati, ma spogliano il brano di ogni tentazione radiofonica e lo trasformano portandolo su territori a loro più consoni. L’album prosegue senza cadute di tono con la ballatona in odore di country Old Railroads, la bucolica e folkeggiante I Like You, pura e cristallina, la mossa ed orecchiabile B&O Man, di nuovo con l’ottima steel di Van Allen a caratterizzare il suono. Il CD volge al termine, ma c’è spazio ancora per Sailor, un country-swing suonato con finezza, la discreta ballata Taking Trains e Wake Up, We’re In Love, il brano più movimentato e che più si stacca dallo stile del lavoro, essendo una vivace pop song dominata da un organo farfisa tipicamente anni sessanta.

Un gradito ed inatteso ritorno questo dei Last Train Home, sperando che non si tratti di un evento estemporaneo.

Marco Verdi

Il “Supergruppo” Canadese Ci Regala Un Altro Disco Splendido! Blackie And The Rodeo Kings – King Of This Town

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Blackie And The Rodeo Kings – King Of This Town – Warner Canada

All’incirca ogni tre anni si ritrovano per pubblicare un nuovo album: questo King Of This Town è il loro nono disco (decimo, se contiamo anche Let’s Frolic Again, mentre il precedente, l’ottimo https://discoclub.myblog.it/2017/01/28/passano-gli-anni-e-dopo-le-regine-questa-volta-tocca-ai-re-ed-e-sempre-grande-musica-blackie-and-the-rodeo-kings-kings-and-kings/  risale a tre anni fa), in effetti l’avventura partì con quella che doveva essere una opera unica High or Hurtin’: The Songs of Willie P. Bennett, per omaggiare un loro illustre (ma quasi sconosciuto fuori dai confini canadesi) connazionale, però da allora Stephen Fearing, Colin Linden e Tom Wilson, in rigoroso ordine alfabetico, ci deliziano puntualmente con una serie di album che collettivamente sono superiori alla somma della parti dei partecipanti, che non sono insignificanti. Linden, giusto in questi giorni, ha visto Oklahoma, la sua produzione per Keb’ Mo’, vincere il Grammy nella categoria Americana https://discoclub.myblog.it/2019/07/15/sempre-della-serie-non-solo-blues-keb-mo-oklahoma/ , e lo scorso anno ha pubblicato pure il delizioso Amour, insieme a Luther Dickinson (per non parlare della produzione dell’ultimo disco del suo amico Bruce Cockburn Crowing Ignites), Tom Wilson, sempre nel 2019, ha pubblicato Mohawk l’ultima fatica della sua altra band, i Lee Harvey Osmond, nominato ai Juno Awards canadesi, e Stephen Fearing, proprio sul finire del 2019 ha rilasciato la sua nuova prova solista, l’eccellente The Unconquerable Past.

Ma quando sono insieme, pur mantenendo le loro diverse caratteristiche stilistiche, Linden tra Americana e blues, Wilson l’anima più rock e Fearing quella più folk, quando aggiungono alle loro influenze anche quelle favolose armonie vocali a due e tre parti, elementi country e cajun acadienne, e il consueto apporto di una serie di collaborati fantastici, riescono a trasfigurare il tutto. Questa volta troviamo le armonie vocali delle McCrary Sisters, le tastiere di Janice Powers, la moglie di Colin Linden, che si alterna a Kenneth Pearson, Thompson Wilson, il figlio di Tom, come la Powers co-autore di un paio di brani, uno insieme a Hawksley Workman, per non parlare della superba sezione ritmica formata da Gary Craig alla batteria e Johnny Dymond al basso, che pure loro contribuiscono alla scrittura delle canzoni, e infine il multistrumentista Jim Hoke, impegnato a sax, organo, armonica e fisarmonica. Il risultato finale è una goduria unica: dalla iniziale Hard Road, cantata con voce ”scura” da Wilson, tra rock atmosferico e sapori sudisti, grazie all’apporto del New Orleans soul delle sorelle McCrary, passando per la solare e corale Cold 100, cantata a voce spiegata da tutti e tre che l’hanno scritta collettivamente, con un drive da perfetta rock song da suonare a tutto volume sulle (auto)strade di tutto il mondo, con il dobro e la slide di Linden ad impreziosirla, mente le McCrary armonizzano come solo loro sanno fare.

Trust Yourself, il primo contributo di Fearing, con Hoke a al sax e all’organo, è un sinuoso folk-rock con tracce blues, che ricorda il miglior Cockburn, quando alza la sua quota elettrica, grazie agli interventi puntuali di Colin alla solista; World Gone Mad (scritta da Linden con l’ex Family e Band Jim Weider), con tutti e tre ancora impegnati a tratti in un cantato collettivo che rende irresistibile il brano, con le chitarre dell’autore che imperversano di nuovo alla grande in un brano superbo, mentre Baby I’m Your Devil, scritta dai due Wilson, babbo e figlio con Workman, screziata dalle armonie vocali di Rachael Davis, l’armonica di Hoke e l’acidissima chitarra di Linden che contribuiscono alle atmosfere dark e sospese della canzone. North Star, l’altro brano firmato dal trio è una stupenda ballata cantata dal vocione di Wilson, con il supporto degli altri due, dedicata alla ricerca della donna con la Stella del Nord nei suoi occhi (il Canada), romantica ed evocativa  https://www.youtube.com/watch?v=Yd_TWpsb8Ww , King Of This Town di Linden è un perfetto esempio di antemico roots-rock, vogliamo chiamarlo Americana, con le sue chitarre a dispensare piccole meraviglie, sostenute da un florilegio di tastiere.

La malinconica, quasi triste, visto l’argomento trattato, Walking On Our Graves, è una bellissima canzone, tra Dylan e la Band, cantata con grande trasporto da un ispirato Stephen Fearing, un ennesimo gioiellino, impreziosito da un assolo di Linden calcolato con il goniometro https://www.youtube.com/watch?v=4AEeaXx0vJc , seguito da un tuffo a New Orleans per la travolgente Kick My Heart Around , scritta da Linden che la canta, con il contributo della famiglia Wilson, tra sbuffi di armonica e fisarmonica ed una allegria quasi palpabile https://www.youtube.com/watch?v=v77GJ1YytYY . Medicine Hat della premiata ditta Linden/Wilson, tra country-rock cosmico e un divertente e mosso groove di vintage R&R si ascolta con grande piacere, prima di farci congedare dai BARK con la soffusa ed elegiaca ballata Grace, cantata in solitaria da un pensoso Fearing che, anche sulle ali della struggente armonica di Hoke, conferma la sua anima più riflessiva e gentile. Come al solito un album affascinante e consistente, da ricordare per ie liste dei migliori di fine anno, l’unico neo è che non si trova con facilità alle nostre latitudini.

Bruno Conti

Il Miglior Lavoro Di Sempre Del Nostro Amico Ormai Mezzo Italiano! Jono Manson – Silver Moon

jono manson silver moon

Jono Manson – Silver Moon – Appaloosa/Ird CD

Jono Manson ha da anni un rapporto speciale con la nostra penisola, avendo collaborato più volte con alcuni dei migliori musicisti nostrani come i Mandolin’ Brothers (è anche il produttore del loro ultimo 6), i Gang (Jono era dietro la consolle sia per Sangue E Cenere che per il bellissimo Calibro 77, e pare che concederà il tris anche per il prossimo lavoro dei fratelli Severini), Andrea Parodi e Paolo Bonfanti, oltre ad aver fatto parte del supergruppo Barnetti Bros. Band con Parodi, Massimiliano Larocca e Massimo Bubola e non mancare quasi mai nelle kermesse annuali del Buscadero Day. Ma Jono non vive in Italia, abita da anni a Santa Fe (New Mexico), e si ritrova a dover mandare avanti anche la sua carriera di musicista in proprio, ormai ferma al 2016 con l’ottimo The Slight Variations https://discoclub.myblog.it/2017/02/09/variazioni-lievi-ma-significative-sempre-ottima-musica-jono-manson-the-slight-variations/ : Manson si è preso del tempo, ha scelto le canzoni che reputava migliori ed è riuscito a fare ciò che si era prefissato, cioè il capolavoro di una vita. Sì, perché Silver Moon (questo il titolo del suo nuovo album, sempre distribuito dalla Appaloosa, altro punto di contatto con l’Italia) è un grande disco, il più bello, il più convinto di sempre per quanto riguarda il songwriter newyorkese, un lavoro dal respiro internazionale in cui la sua consueta miscela di ballate e brani rock in puro stile Americana toccano il vertice artistico massimo.

Jono questo lo sapeva, se lo sentiva, ed è per questo che per arricchire ancora di più il piatto ha chiamato attorno a lui una serie di ospiti da far tremare i polsi: non ci sono superstar (non aspettatevi Clapton o Knopfler), ma comunque non è da tutti avere contemporaneamente in un proprio album Warren Haynes, Terry Allen, James Maddock, Eliza Gilkyson, Joan Osborne, Eric “Roscoe” Ambel, oltre al nostro Bonfanti, al chitarrista degli Spin Doctors Eric Schenkman, all’altro axeman Eric McFadden fino al bravissimo tastierista Jason Crosby ed agli abituali collaboratori di Manson (Ronnie Johnson al basso, Paul Pearcy alla batteria e Jon Graboff alle chitarre e steel). Ma gli ospiti danno solo quel qualcosa in più, servirebbero a poco se non ci fossero le canzoni, ed in Silver Moon ne troviamo di bellissime, a partire da Home Again To You, scintillante pezzo che porta alla mente il primo Steve Earle, quello a metà tra country e rock: ritmo spedito, melodia accattivante e squisito accompagnamento chitarristico jingle-jangle. Only A Dream è cantata a due voci con Maddock, ed è una sontuosa rock ballad elettrica di stampo classico con il passo di quelle dei grandi della nostra musica, davvero bella, mentre la title track è una luccicante ballatona sudista, calda nei suoni ed impreziosita dagli splendidi organo e piano elettrico di Crosby e soprattutto dall’inconfondibile slide di Haynes: altra grande canzone.

Si rimane al sud con la goduriosa Loved Me Into Loving Again, saltellante e gustoso errebi con la voce di Manson doppiata dalla Osborne e l’aggiunta di una sezione fiati di quattro elementi; I Have A Heart è tosta ed elettrica, puro rock’n’roll di quelli che trascinano fin dalle prime note, con Springsteen come ispirazione principale, a differenza di I Believe che è un’intensa slow ballad dalle leggere reminiscenze dylaniane (ma vedo anche Butch Hancock) e con un motivo toccante e bellissimo. Con la cadenzata I’m A Pig siamo in territori rock-blues per un brano decisamente grintoso dominato dal piano di Crosby e dalla chitarra di Schenkman (e con un refrain corale vincente), Shooter è ancora più rock, una ballata elettrica e chitarristica di notevole impatto con Bonfanti che fa il bello e il cattivo tempo, mentre The Christian Thing è un lento strepitoso che sa un po’ di Messico ed un po’ di southern country, reso ancora più bello dalle voci di Terry Allen e della Gilkyson. Face The Music è ancora puro rock’n’roll ed è una delle più immediate ed irresistibili, Everything That’s Old (Again Is New) introduce un’atmosfera pop ed una slide degna di George Harrison, e porta alle due canzoni conclusive: la country ballad Every Once In A While, tersa e limpida, ed il blues elettrico e “texano” The Wrong Angel, di nuovo con Bonfanti alla solista. Jono Manson con questo Silver Moon è dunque riuscito perfettamente nel suo intento di regalarci il suo disco più bello di sempre (non disdegnando “a little help from his friends”), un lavoro che conferma la sua bravura nella scrittura, la sua competenza ed il suo amore per la vera musica.

Marco Verdi

Blues-Rock-Americana Da Un Illustre “Sconosciuto”. Jim Roberts And The Resonants – A Month Of Sundays

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Jim Roberts & The Resonants – A Month Of Sundays – Bo$$ PoGG Music

Jim Roberts, come si intuisce dalla foto di copertina, non è proprio uno di primo pelo, in pratica ha avuto due vite, prima musicista part time fino al 1992, poi con il suo vero nome di James R. Poggensee, per mantenere la famiglia, venti anni come ufficiale di polizia, infine il ritorno (definitivo?) alla musica: residente a  Los Angeles, dove ha registrato finora tre album, compreso questo A Month Of Sundays con i Resonants, vive alcuni mesi dell’anno anche in Francia (in cui sono state registrate parti di questo disco), da cui si muove per portare la sua musica anche in giro per l’Europa. Già ma che tipo di musica direte voi? Catalogato sul suo sito come” Blues-Rock-Americana”, direi che il termine è abbastanza esplicativo del suo stile. Un altro nome “sconosciuto” da aggiungere alla infinità lista di bravi musicisti che costellano ancora, anche in tempo di crisi acuta del mercato, la scena musicale indipendente americana.

Roberts è un ottimo chitarrista slide, che inizia subito ad impiegare nel blues urbano di Skeeters, dove una coppia di fiati si aggiunge alla sezione ritmica di Rick Hollander, bassista e co-autore di Jim in metà dei brani  del CD e Mike Michael Leasure alla batteria (dove si alterna con Mike Harvey), per un solido tuffo nelle 12 battute sudiste, in cui si apprezza anche la voce calda e vissuta del leader; in What Her Evil Do Roberts impiega una Cigar Box Guitar acustica con bottleneck per un tuffo a metà strada tra Chicago e Mississippi, con il bassista Hollander anche al mandolino e l’ottimo Joey G.(Joey Gomez) che aggiunge pure  la sua armonica. Intendiamoci niente per cui stracciarsi le vesti, ma il disco si ascolta con piacere, come ribadisce il mid-tempo sapido della insinuante Belle Of the Ball, o una rotonda A Month Of Sundays, dove il pulsante groove del basso di Hollander permette alla chitarra di Roberts una raffinata serie di divagazioni strumentali sempre in modalità slide, che mi hanno ricordato gli ottimi Delta Moon, anche senza la doppia trazione bottleneck che però viene impiegata nella gagliarda Miss Detroit City 1963, dove Grant Cihlar, che ha firmato il brano con Roberts, aggiunge una seconda slide alle procedure.

Non mancano neppure una bella ballata sudista dalle melodie ariose, cantata a voce spiegata, come l’avvolgente Made A Promise, scritta nuovamente con il bassista Hollander, oppure la grintosa e “cattiva” Long Haired Mississippi Hippie, dove impazza nuovamente il bottleneck di Jim. O ancora la malinconica e atmosferica Miss Her Love dove Roberts è impegnato anche al mandolino , mentre la sua voce assume un timbro che mi ha ricordato quello di Michael Chapman, sempre con la slide che continua ad impazzare, nella storia di una vendetta amorosa raccontata in Pay The Price, con Moonshine Maiden che ci fa poi rituffare nelle atmosfere minacciose del blues del delta e si apprezza pure il funky-jazz-blues di  I’m Walkin’ On , con basso slappato e un breve assolo di sax di Pat Zicari nel finale, con la immancabile slide lavoratissima di Roberts in bella evidenza. Il breve stompin’ blues acustico di Steppin’ Out , con solo acustica slide e banjolele a duettare, chiude in modo spensierato questo piacevole album.

Bruno Conti