Il Disco Country Dell’Anno? Anche Qualcosa In Più! The Highwomen

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The Highwomen – The Highwomen – Elektra/Warner CD

Quando qualche mese fa ho visto che tra le pubblicazioni in arrivo c’era l’esordio di un supergruppo country al femminile che fin dal nome, The Highwomen, era un diretto omaggio agli Highwaymen di Willie, Waylon, Cash e Kristofferson ho inizialmente pensato che si stesse scherzando col fuoco, ma quando ho ascoltato il disco sono rimasto letteralmente fulminato. L’idea iniziale di formare una band del genere è venuta ad Amanda Shires un giorno che, durante un lungo viaggio, ha constatato che nelle radio country americane passavano molte più canzoni di artisti maschili che femminili; Amanda ne ha parlato col produttore Dave Cobb, che le ha suggerito di contattare Brandi Carlile (non il primo nome che mi sarebbe venuto in mente, non perché non sia brava, anzi la considero una delle migliori giovani songwriters in circolazione, ma perché non è prettamente country), che ha accettato all’istante con entusiasmo. Le due hanno poi chiamato Maren Morris, stellina del country in rapida ascesa, e Natalie Hemby che è la meno popolare delle quattro in quanto più nota nell’ambiente di Nashville come autrice per conto terzi.

Le quattro hanno trovato subito l’intesa e hanno cominciato a scrivere canzoni con estrema facilità, ed il risultato finale è a mio parere uno dei più bei dischi del 2019, e non solo in ambito country (tra l’altro il successo è stato immediato, dato che in America è balzato subito al numero uno in classifica). Un album intenso e godibile, con almeno cinque grandi canzoni ed una cover spettacolare, con la Carlile che è indubbiamente leader ed anima del progetto (al punto da sembrare una country artist in tutto e per tutto): non è il primo supergruppo country al femminile (penso alle Pistol Annies, o andando ancora più indietro al Trio Harris-Parton-Ronstadt), ma questo CD sprigiona una magia rara. La produzione è ovviamente nelle mani di Cobb, che compare come al solito anche come chitarrista, mentre Brandi ha portato con sé i gemelli Phil e Tim Hanseroth, suoi abituali collaboratori, ed Amanda ha fatto lo stesso con il marito Jason Isbell (completano il quadro il tastierista Peter Levin ed il batterista Chris Powell, un habitué di Cobb). Per rendere ancora più saporito il piatto, troviamo alla voce in un paio di pezzi Sheryl Crow e la bravissima cantante country-soul inglese Yola, che ha esordito pochi mesi fa con l’ottimo Walk Through Fire, prodotto da Dan Auerbach.

Il disco parte alla grandissima con Highwomen, che non è altro che Highwayman di Jimmy Webb con il testo cambiato al femminile da Brandi e Amanda (chiaramente col permesso dell’autore), in cui le protagoniste sono rispettivamente un’immigrata dall’Honduras, una guaritrice impalata a Salem come strega, una combattente per la libertà degli afroamericani nei sixties (ed infatti in questa strofa la voce solista è di Yola) ed una predicatrice. E la cover è semplicemente formidabile, eseguita con pathos enorme e cantata in maniera sontuosa: non arrivo a dire che questa versione è superiore a quella degli Highwaymen, ma non è di certo così distante. Redisigning Women è il primo singolo, un brano scritto dalla Hemby in cui le quattro si alternano al canto, ed è una splendida country song cadenzata e dalla melodia scintillante, di quelle che dopo mezzo ascolto non ti escono più dalla testa. E’ il turno della Morris con la deliziosa Loose Change, altro pezzo dal ritmo pulsante e con un ritornello vincente ed evocativo, impreziosito da un bel lavoro di steel ed organo, mentre Crowded Table, che vede ancora tutte e quattro alle lead vocals, è una toccante ballata corale con il suono che ha più di un rimando agli anni settanta ed un altro refrain strepitoso: quattro canzoni una più bella dell’altra, un grande inizio.

Le ragazze non danno tregua: My Name Can’t Be Mama è un trascinante honky-tonk che potrebbe benissimo provenire dal Texas, gran ritmo e voci superbe. If She Ever Leaves Me è un lento intenso che affronta con molta delicatezza il tema dell’amore tra donne, ed infatti il brano (che è scritto dalla Shires insieme al marito) è affidato alla Carlile, omosessuale dichiarata e paladina per i diritti femminili; Old Soul, di e con Maren voce solista, è una country ballad dal ritmo sostenuto e sviluppo disteso, e precede l’elettrica e chitarristica Don’t Call Me (Shires + Carlile), che sembra quasi una versione al femminile di Johnny Cash, boom-chicka-boom compreso. My Only Child è un languido slow con la Hemby protagonista ed il solito ritornello di notevole impatto emotivo, mentre Heaven Is A Honky Tonk (scritta insieme a Ray LaMontagne) è un altro strepitoso country-rock coinvolgente al massimo e con una strofa cantata dalla Crow: una delle più belle del disco. Finale con la tenue Cocktail And A Song, dedicata dalla Shires al padre, e con la maestosa Wheels Of Laredo, splendida ballatona di Brandi che ha lo stile epico di certe cose di Kristofferson.

Album bellissimo e sorprendente, che come dicevo prima va oltre il concetto di country, e che sono sicuro ci farà compagnia a lungo nei prossimi mesi.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 6. Sarà Veramente Il Suo Ultimo Disco? Gli “Amici” Sono Comunque Accorsi A Frotte. Sheryl Crow – Threads

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Sheryl Crow – Threads – Valory/Universal – 30-08-2019

Lo aveva annunciato ed era in preparazione da più in anno, questo Threads, stando a quanto ha dichiarato la stessa Sheryl Crow, dovrebbe essere il suo ultimo disco di studio in assoluto. Poi ha dichiarato in una intervista che in futuro si dedicherà solamente a dei singoli saltuari!! “Perché l’album come forma d’arte è più che altro una forma d’arte morente”, aggiungendo che “la gente è molto più interessata ai singoli” e quindi in futuro le sue nuove canzoni, perché non ha intenzioni di ritirarsi, usciranno solo come singoli, mano a mano che saranno pronte. Ammesso e non concesso che sia vero, non ci vedo molto la brava Sheryl a sfornare tormentoni per l’estate, duetti (magari con rappers ed hip-hoppers), insomma può darsi che i singoli funzionino, ma forse non nel suo genere musicale, salvo non abbia capito tutto lei, cosa di cui mi permetto di dubitare, e gli sviluppi futuri del mercato discografico saranno effettivamente questi, vedremo.

Comunque nel frattempo la Crow ha chiamato a raccolta molti musicisti importanti (e un paio un po’ meno), inclusi amici ed ex fidanzati, per registrare questo album di duetti, con una serie di nuove composizioni della cantante americana, qualcuna pescata anche dal passato, come il duetto virtuale con Johnny Cash, Redemption Day, che l’Uomo In Nero, aveva già inciso, ed era poi stata pubblicato nel suo album postumo American VI, e che la stessa Sheryl aveva scritto e registrato per il suo disco omonimo del 1996. A duettare nel disco ci sono molte icone della musica come Keith Richards, Willie Nelson, Kris Kristofferson, Emmylou Harris, James Taylor, Sting, Eric Clapton, ma anche Stevie Nicks, Bonnie Raitt, Mavis Staples, Joe Walsh, Vince Gill, molti con cui ha già inciso in passato. Tra i “nuovi” troviamo anche Maren Morris Brandi Carlile, che curiosamente hanno formato un nuovo supergruppo, le Highwomen, insieme ad Amanda Shires, di cui troviamo il marito nel disco, Natalie Hemby, il cui omonimo disco di esordio, con perfetto tempismo, uscirà il 6 settembre.

Tra coloro che duettano con Sheryl Crow c’è anche Jason Isbell, il marito appunto della Shires, la nuova stella del country Chris Stapleton, Chuck D, il rapper, che non si capisce cosa ci faccia in questa compagnia (forse è per il discorso dei singoli futuri, si porta avanti), tra l’altro in un brano, dove appaiono anche Andra Day (una cantante nera tra nu soul, disco, R&B) e Gary Clark Jr. Tra i nuovi troviamo anche St. Vincent, le Lucius Margo Price, curiosamente però solo nella versione in vinile di questo Threads, perché nel CD a duettare con lei in Cross Creek Road, troviamo Lukas Nelson. Dovrei averli citati tutti, comunque qui sotto trovate la lista completa dei brani e degli accoppiamenti dei diversi artisti.

 Tracklist
1. Prove You Wrong (featuring Stevie Nicks and Maren Morris)
2. Live Wire (featuring Bonnie Raitt and Mavis Staples)
3. Tell Me When It’s Over (featuring Chris Stapleton)
4. Story Of Everything (featuring Chuck D, Andra Day, and Gary Clark Jr.)
5. Beware Of Darkness (featuring Eric Clapton, Sting, and Brandi Carlile)
6. Redemption Day (featuring Johnny Cash)
7. Cross Creek Road (featuring Lukas Nelson)
8. Everything Is Broken (featuring Jason Isbell)
9. The Worst (featuring Keith Richards)
10. Lonely Alone (featuring Willie Nelson)
11. Border Lord (featuring Kris Kristofferson)
12. Still The Good Old Days (featuring Joe Walsh) 

13. Wouldn’t Want To Be Like You (featuring St. Vincent)
14. Don’t (featuring Lucius)
15. Nobody’s Perfect (featuring Emmylou Harris)
16. Flying Blind (featuring James Taylor)
17. For The Sake Of Love (featuring Vince Gill)

Potenzialmente potrebbe essere un album molto interessante, anche se ci sono musicisti provenienti dai generi più disparati, che comunque Sheryl Crow ha più o meno frequentato tutti in passato. Se deve uscire di scena vuole farlo con il botto: sentiremo se sarà vero dopo il 30 agosto, quando è prevista l’uscita del disco, che è prodotto insieme a Jeff Trott, dalla stessa Crwo, Nel Post comunque potete già ascoltare alcune canzoni per farvi un’idea.

Bruno Conti

Non Sarà Brava Come Il Marito, Ma Anche Lei Fa Comunque Della Buona Musica. Amanda Shires – To The Sunset

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Amanda Shires – To The Sunset – Silver Knife/Thirty Tigers

Amanda Shires dal 2013 è la moglie di Jason Isbell, ex Drive-by-Truckers, da qualche anno uno dei musicisti più interessanti del roots-rock, del southern ed in generale del rock americano dell’ultima decade. Entrambi vivono a Nashville, con la loro bambina, nata nel 2015, e sono una delle coppie più indaffarate del cosiddetto alternative country, spesso presenti in dischi di altri artisti come ospiti (le apparizioni più recenti, per entrambi, nei dischi 2018 di Tommy Emmanuel John Prine, mentre lei canta e suona anche nel nuovo Blackberry Smoke, che evidentemente di chitarristi ne hanno abbastanza), oltre che nei rispettivi album dove sono una reciproca presenza costante: Isbell in effetti suona tutte le chitarre e il basso (insieme a Cobb) in questo nuovo To The Sunset, settimo album (contando anche quello in coppia con Rod Picott del 2009), prodotto, come il precedente My Piece Of Land del 2016, dall’onnipresente Dave Cobb. Devo dire che il mio preferito della Shires rimane sempre Carrying Lightning https://discoclub.myblog.it/2011/06/03/un-altra-giovane-bella-e-talentuosa-songwriter-dagli-states/ , anche se i dischi della texana originaria di Lubbock sono sempre rimasti su un livello qualitativo più che valido, pur segnalando un progressivo spostamento dal country e dal folk della prima parte di carriera, che aveva suscitato paragoni con Emmylou Harris Dolly Parton (almeno a livello vocale), verso uno stile che comunque congloba un pop raffinato e melodioso, affiancato da un morbido rock classico al femminile, sferzato di tanto in tanto dalle sfuriate chitarristiche del marito Jason.

L’album ha avuto critiche eccellenti pressoché unanimi, tra l’8 e le quattro stellette (che poi sono la stessa cosa), ma non mi sembra personalmente questo capolavoro assoluto, pur ammettendo che il disco è estremamente piacevole e vario, lo stile forse a tratti si appiattisce un po’ troppo su un suono “moderno” e radiofonico, strano per uno come Cobb che di solito usa un approccio molto naturale e non lavorato eccessivamente nelle sonorità: la voce è anche spesso filtrata, rafforzata da riverberi vari, raddoppiata con il multitracking, che in alcune canzoni ne mascherano la deliziosa “fragilità” che potrebbe ricordare una cantante come Neko Case e forse anche Tift Merritt, o le derive più elettriche di certi vecchi dischi meno tradizionali nei suoni di Nanci Griffith, ma, ribadisco, si tratta di una impressione e di un parere personali, ad altri, visto quello che passa il convento del mainstream rock, il disco piacerà sicuramente. Forse il fatto che per il mio gusto ci siano troppe tastiere e sintetizzatori, suonate da Derry DeBorya dei 400 Unit del marito Jason Isbell, che per quanto non sempre necessariamente invadenti, conferiscono comunque un suono troppo rotondo che non sempre le chitarre riescono a valorizzare e rendere più incisivo, unito al fatto che il violino di Amanda spesso è filtrato da Cobb con pedali ed effetti vari che lo rendono quasi indistinguibile dalle chitarre, a parte in Eve’s Daughter, il brano decisamente più rock e tirato dell’album, dove la chitarra di Isbell suona quasi “burrascosa” e leggermente psichedelica ed interagisce con successo con il violino della Shires.

Altrove regna una maggiore calma, come nell’iniziale Parking Lot Pirouette, dove delle backwards guitars e della sottile elettronica segnalano un complesso arrangiamento, per una avvolgente ballata dove la voce della Shires tenta quasi delle piccole acrobazie vocali, ben sostenuta dal piano elettrico e dalle chitarre sognanti e sfrigolanti del marito, oppure nella nuova versione della dolce e melodica Swimmer, un brano che era già presente in Carrying Lighting e non perde il suo fascino misterioso in questa nuova versione. Molto gradevole il rock “alternativo” della incalzante Leave It Alone, sempre con intricate e complesse partiture costruite intorno a diversi strati di chitarre, tastiere ed al violino trattato, come pure la voce raddoppiata di Amanda. Charms è una delle rare oasi folk-rock del disco, una melodia accattivante che valorizza la voce partecipe della nostra amica e i delicati intrecci chitarristici elettroacustici, mentre l’ironica Break Out The Champagne è un delizioso mid-tempo rock che ha quasi il fascino di certe canzoni di Tom Petty, con un effervescente lavoro della chitarra di Isbell che aggiunge pepe ad una interpretazione vocale particolarmente riuscita di Amanda Shires.

Take On The Dark è più “buia e tempestosa” sin dal titolo, un altro incalzante rock chitarristico dove il drive di basso e batteria rende bene il mood drammatico della canzone; White Feather è una leggiadra pop song dalle gradevoli atmosfere che ricordano i brani più piacevoli di Neko Case, sempre con il lavoro di fino delle chitarre di Isbell e dell’organo di DeBorya e l’ukulele della Shires sullo sfondo. Mirror Mirror ha un suono quasi anni ’80, vagamente alla Kate Bush, quella meno ispirata, con tastiere che impazzano ovunque, ma, se mi passate il gioco di parole, non mi fa impazzire. In chiusura troviamo Wasn’t I Paying Attention, uno dei brani migliori del disco, con un riff circolare vagamente alla Neil Young, ma molto vagamente, un bel giro di basso rotondo, inserti di tastiere che fanno da preludio ad un ennesimo grintoso assolo chitarra di Isbell, per un brano che tratta con toni misteriosi ma moderati la vicenda di un suicidio inaspettato. Piace con moderazione.

Bruno Conti

Ripassi Estivi 3. In Poche Parole, Un Disco Semplicemente Fantastico! Tommy Emmanuel – Accomplice One

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Tommy Emmanuel – Accomplice One – CGP Sounds/ Mascot Music/Thirty Tigers

Tommy Emmanuel, chitarrista australiano di 63 anni, non è molto popolare dalle nostre parti, ma è giustamente considerato uno dei massimi esponenti mondiali dello strumento. Eletto più volte miglior chitarrista acustico del mondo, Emmanuel è un maestro della tecnica del fingerpicking, e nella sua carriera (iniziata alla fine degli anni settanta) ha suonato di tutto, passando dal jazz al country, al folk, al bluegrass ed anche al rock; amico del grande Chet Atkins, è stato insignito del prestigioso titolo di CGP (Certified Guitar Player), una riconoscenza che negli anni è stata riservata solo ad altri quattro musicisti (tra cui lo stesso Atkins), e che Tommy esibisce orgogliosamente anche sulle copertine dei suoi album, accanto al suo nome. Negli ultimi anni il nostro si è avvicinato ulteriormente alle atmosfere country e folk tradizionali, ed il suo nuovo lavoro Accomplice One può essere tranquillamente definito come uno dei più importanti della sua corposa discografia. Accomplice One è un album formidabile, lungo (sedici canzoni, più di un’ora di musica), in cui il nostro mescola in maniera straordinaria brani originali e cover, aiutato da una serie impressionante di ospiti, più o meno famosi. Ma il disco è bellissimo non solo per i nomi coinvolti, ma perché è suonato in maniera sublime e coinvolgente, pur essendo il materiale al 90% acustico, e con la sezione ritmica (suonata tra l’altro da Tommy stesso) il più delle volte assente.

Un disco magnifico quindi, spesso solo strumentale, a volte cantato (anche da Emmanuel) e per di più con una purezza di suono spettacolare: se avete dei parenti o conoscenti che stanno cercando di imparare a strimpellare la chitarra, non fategli ascoltare questo album, potrebbero scoraggiarsi ad un punto tale da riporre lo strumento in soffitta. Deep River Blues, noto brano di Doc Watson, vede Tommy duettare con Jason Isbell: melodia pura, d’altri tempi, ed il nostro che inizia a scaldare i motori con una prova chitarristica eccellente (la prima, come vedremo, di molte). Song And Dance Man, del songwriter australiano Mike McClellan, è già splendida, una country song cristallina e dal motivo coinvolgente, eseguita da Tommy con Ricky Scaggs; Saturday Night Shuffle, di Merle Travis, vede la partecipazione di Jorma Kaukonen (e di Pat Bergeson all’armonica), ed è un magistrale country-blues nel quale Tommy si cimenta anche con basso e batteria, e gli assoli strepitosi si sprecano (Jorma è uno sparring partner di tutto rispetto), Wheelin’ And Dealin’ è un brano originale (da qui in poi dove non dico nulla vuol dire che l’autore è Emmanuel stesso) ed è il primo di due pezzi con l’emergente e bravo J.D. Simo, il quale si presenta con la chitarra elettrica, che si combina alla grande con l’acustica di Tommy per un bluegrass-rock (c’è anche Charlie Cushman al banjo) davvero irresistibile, tra i più belli del disco.

Non può mancare in un album così David Grisman (che aveva già inciso un CD intero con Emmanuel), il quale porta il suo inseparabile mandolino per una stupenda versione tra folk e jazz di C-Jam Blues di Duke Ellington, con i due che si alternano agli assoli provocando nell’ascoltatore un senso di goduria difficile da descrivere. Ancora Simo affianca il nostro in una bellissima rilettura acustica (ma con sezione ritmica) di (Sittin’ On) The Dock Of The Bay, proprio il classico di Otis Redding, esecuzione superba anche se nessuno dei due ha la voce di Otis; dopo Isbell, ecco sua moglie Amanda Shires, nella cover più sorprendente del CD: si tratta di Borderline, un vecchio pezzo di Madonna (ed il cui autore, Reginald Grant Lucas, collaboratore storico di Lady Ciccone, è scomparso appena due mesi fa), che diventa un’intensa country ballad con Tommy sia all’acustica che all’elettrica ed Amanda al violino. Arriva anche Mark Knopfler, che doppia Tommy sia alla voce che alla chitarra acustica (entrambe suonate alla grande, ça va sans dire…straits!) in You Don’t Want To Get You One Of Those, canzone scritta da Mark per l’occasione; ancora due chitarre da sole, ma stavolta la seconda è di Clive Carroll, per Keepin’ It Reel, un fantasmagorico medley strumentale di brani tradizionali, sembra quasi impossibile che siano solo in due, e poi suonano ad una velocità tale che sembra che qualcuno abbia accelerato il nastro. La coinvolgente Looking Forward To The Past, di e con Rodney Crowell, tra country e rock, è il brano più strumentato ed elettrico del disco, ma è anche una gran bella canzone.

L’inimitabile dobro di Jerry Douglas raggiunge Tommy per una versione sensazionale di Purple Haze, proprio il classico di Jimi Hendrix, rivoltata come un calzino ma in maniera fantastica, con Emmanuel che fornisce la prestazione più incredibile del CD, non mi capacito davvero di come si possa suonare così. Un’oasi di tranquillità ci vuole a questo punto, e ci pensa a fornirla Jake Shimabukuro con il suo ukulele, dando a Rachel’s Lullaby un sapore hawaiano, mentre Djangology è, come da titolo, un raffinatissimo omaggio al grande Django Reinhardt, insieme alle chitarre di Frank Vignola e Vinny Raniolo, che non sono due personaggi usciti dai Sopranos ma due provetti musicisti di stampo jazz. Ancora Grisman con la cristallina Watson Blues (di Bill Monroe), tra folk e country, seguito dalla bluesata Tittle Tattle, un pezzo da applausi suonato insieme a Jack Pearson, chitarrista che in passato ha militato anche nella Allman Brothers Band, e dalla struggente ballata The Duke’s Message, cantata benissimo da Suzy Bogguss, ed in cui spunta anche un pianoforte. Accomplice One è un disco che definire imperdibile è poco, e che ci ritroveremo sicuramente “tra i piedi” fra qualche mese in sede di classifiche di fine anno.

Marco Verdi

Diamo Il Bentornato Ad Uno Degli Ultimi Grandi Cantautori! John Prine – The Tree Of Forgiveness

john prine the tree of forgiveness

John Prine – The Tree Of Forgiveness – Oh Boy/Thirty Tigers CD

John Prine è sempre stato uno dei miei cantautori preferiti, anzi arrivo a sostenere che negli anni settanta sopra di lui c’erano forse solo Bob Dylan e Paul Simon, ed è uno che in carriera ha avuto solo un centesimo dei riconoscimenti che avrebbe meritato. Dagli anni novanta in poi Prine ha diradato di molto la sua produzione, ed è addirittura dallo splendido Fair & Square del 2005 che non avevamo sue canzoni nuove: dischi sì, ma o erano di covers, come il CD con Mac Wiseman Standard Songs For Average People o quello di duetti con interpreti femminili For Better, Or Worse https://discoclub.myblog.it/2016/11/15/recuperi-fine-stagione-altro-album-duetti-molto-meglio-del-primo-john-prine-for-better-or-worse/ , o erano dal vivo, come In Person & On Stage ed il recente live d’archivio September 78 https://discoclub.myblog.it/2017/10/02/un-buon-live-anche-se-monco-john-prine-september-78/ , o collezioni di demo di inizio carriera (The Singing Mailman Delivers). In questi anni ha avuto anche problemi di salute che lo hanno minato nell’aspetto, rendendolo quasi irriconoscibile e comunque fatto invecchiare molto male, e quindi era lecito pensare che avesse appeso la penna al chiodo in maniera definitiva. Una parte di merito per il suo ritorno sulle scene credo ce l’abbia Dan Auerbach, che lo ha coinvolto nella scrittura di alcune canzoni per il suo splendido album solista dello scorso anno: insieme i due hanno composto addirittura una ventina di brani, anche se poi Dan ne ha usata una sola (Waiting On A Song, la title track del disco) ed un’altra l’ha data a Robert Finley, del quale ha anche prodotto il bel disco Goin’ Platinum.

John dal canto suo si è rimesso a scrivere, da solo o con altri, tirando anche fuori dai cassetti qualche vecchia canzone mai incisa (ed altre due di quelle con Auerbach), ed è riuscito finalmente a dare un seguito a Fair & Square: The Tree Of Forgiveness è un album altrettanto riuscito, con dieci canzoni di qualità eccelsa che ci fanno ritrovare il Prine classico, quello che sa essere divertente ed ironico ma anche profondo e toccante, con una voce che a differenza del fisico non ha risentito più di tanto del tempo trascorso, al punto che non sembra che siano passati tredici anni tra un disco e l’altro. Buona parte del merito va anche al produttore, cioè il ben noto Dave Cobb (ormai un maestro nel dosare i suoni in dischi di questo tipo), il quale ha circondato John di strumentazioni misurate, mai eccessive, in modo da far risaltare sempre e solo la canzone in sé stessa: i musicisti coinvolti sono un mix tra i “regulars” di Prine, come Jason Wilber e Pat McLaughlin e quelli di Cobb, come Mike Webb e Ken Blevins, oltre ad ospitare interventi sempre all’insegna della misura da parte di Brandi Carlile, di Jason Isbell e della consorte Amanda Shires. Poche note di Knocking On Your Screen Door e già ritroviamo il John Prine che più amiamo, una cristallina e cadenzata ballata di ispirazione country, con una melodia tipica del nostro ed un accompagnamento scintillante: miglior inizio non poteva esserci https://www.youtube.com/watch?v=vqb6qKRN8j4 . I Have Met My Love Today è un delizioso brano elettroacustico impreziosito dalla seconda voce della Carlile (che adora John Prine), dal motivo semplice e diretto ed il gruppo che accompagna con discrezione https://www.youtube.com/watch?v=FzKZXEIW4YQ , mentre Egg & Daughter Nite, Lincoln Nebraska 1967 (Crazy Bone), titolo mica male, è una di quelle canzoni per cui il nostro è famoso, una folk ballad con voce, chitarra e poco altro, humor a profusione ed un gusto melodico squisito.

Summer’s End è una tenue slow song nella tradizione di pezzi come Hello In There, dal ritornello splendido e toccante, Caravan Of Fools è più spoglia, due chitarre acustiche, basso e mellotron, ed un mood più drammatico e quasi western di grande intensità, mentre l’ironica Lonesome Friends Of Science è puro Prine, motivo folk, organo alle spalle e brano che si ascolta tutto d’un fiato. No Ordinary Blue è una di quelle filastrocche countryeggianti che John ha sempre scritto con grande facilità (con ben quattro chitarre, tra cui l’elettrica di Isbell), Boundless Love è splendida pur nella sua voluta semplicità, ma il nostro riesce sempre ad emozionare anche solo con la voce e poco altro, e qui è servito da una scrittura di prim’ordine e dalla bravura di Cobb nel calibrare i suoni. God Only Knows non è una cover del classico dei Beach Boys, bensì un pezzo che John aveva scritto negli anni settanta addirittura con Phil Spector e poi dimenticato, e direi che ha fatto molto bene a ripescarla in quanto si tratta di una grande canzone, che beneficia anche di una strumentazione più vigorosa del solito, con la ciliegina della presenza dei coniugi Isbell, Jason alla solista ed Amanda al violino e seconda voce: se non è la più bella del disco poco ci manca https://www.youtube.com/watch?v=4E39NOnCS1U . La scherzosa When I Get To Heaven, che alterna talkin’ ad un cantato pimpante, chiude in maniera positiva un lavoro davvero bellissimo https://www.youtube.com/watch?v=OaDGYFNmtyY , grazie al quale mi rendo conto di quanto mi mancasse uno come John Prine.

Marco Verdi

Dal Profondo Sud, Un Cantautore Sconosciuto Ma Bravissimo! Caleb Caudle – Crushed Coins

caleb caudle crushed coins

Caleb Caudle – Crushed Coins – Cornelius Chapel CD

Da non confondere con il quasi omonimo Caleb Klauder (ex leader dei Calobo), Caleb Caudle è un musicista del North Carolina che, a differenza di quanto uno potrebbe pensare, ha già ben sei album alle spalle, anche se al di fuori dalla sua regione di origine è ancora poco conosciuto. Paragonato a Jason Isbell e Ryan Adams, per il suo suono Americana tra il cantautorale ed il country, Caudle dimostra con questo nuovissimo Crushed Coins di essere un personaggio degno di nota. Non conosco i suoi album precedenti (che non sono proprio facilissimi da trovare), ma le undici canzoni che formano il suo ultimo lavoro sono davvero di notevole impatto, un cocktail di folk, country, rock (poco) e musica cantautorale che stupisce come abbia potuto rimanere nell’ombra fino ad ora. Caleb non è un artista country (come la copertina del disco potrebbe far presagire), ma è un cantautore che usa anche il country per dare un suono ai suoi brani, con l’aiuto in produzione di Jon Ashley ed in studio di validi quanto sconosciuti sessionmen (con una menzione speciale per Megan McCormick, chitarra elettrica, Brett Resnick, steel, e Greg Herndon, piano ed organo).

Il sound è scintillante e diretto, e gli arrangiamenti molto classici, nel rispetto della lunga tradizione di songwriters americani. Lost Without You inizia con una chitarra arpeggiata, poi la strumentazione si arricchisce, elettrificandosi il giusto, ed entra la voce limpida del nostro ad intonare una melodia delicata, rarefatta, quasi eterea, che ha più di un punto in comune con l’ultimo Sturgill Simpson. NYC In The Rain, costruita intorno a chitarra, piano e steel, è tersa e diretta, e dotata di un refrain delizioso, un brano di stampo classico, neanche troppo country, ma davvero piacevole (per avere un’idea, pensate ai Blue Rodeo); anche Headlights è molto bella, una ballata profondamente melodica, cantata in maniera espressiva e suonata con classe, mentre Empty Arms è elettrica e vibrante, ancora con un ritornello di ottima fattura e di fruibilità immediata, ma per nulla vicina a tentazioni radiofoniche. Una bella steel introduce Love That’s Wild, altro gradevolissimo slow elettroacustico che conferma il gusto del nostro per le melodie di facile ascolto ma nel contempo non banali: canzoni come quest’ultima, giusto a metà tra country e cantautorato, mi ricordano anche un po’ Kevin Welch, un altro illustre esponente del genere Americana.

La tilte track è un bozzetto acustico, Caleb voce, chitarra e poco altro, Way You Oughta Be Seen un altro deliziosa country ballad, fluida ed ottimamente costruita (e come sempre impreziosita da un bel controcanto femminile), mentre Stack Of Tomorrows è semplicemente splendida: limpida, diretta ed orecchiabile, con tracce sia di Tom Petty che di Jackson Browne, una canzone di livello assoluto, ed inoltre arrangiata in modo perfetto. Un violino rende ancora più gradevole la già interessante Madelyn, Six Feet From the Flowers è lenta, meditata, toccante, e con un leggero sapore southern soul donatole dall’organo (e poi Caleb è pur sempre un uomo del Sud), mentre la distesa Until It’s Over chiude l’album in chiave folk cantautorale, e con un bellissimo finale strumentale. Forse non è il caso di scapicollarsi per trovare i precedenti lavori di Caleb Caudle, ma almeno questo Crushed Coins la vostra attenzione la merita di sicuro.

Marco Verdi

Da Nashville, Con Orgoglio. Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound

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Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound – Southeastern Records

Jason Isbell, ormai giunto al sesto album da solista dopo la positiva parentesi come chitarrista e compositore nei Drive By Truckers dal 2001 al 2007, rivendica con forza e con le armi della buona musica la sua appartenenza ad una delle città musicali per eccellenza degli U.S.A., la celeberrima Nashville, da molti considerata il simbolo della musica country da classifica, banale e stereotipata, che spesso si mescola al pop. Jason sostiene che questa sia una falsa immagine, provocata dalle scelte di importanti case discografiche che investono su artisti fasulli mandandoli ad incidere nei rinomati studi nashvilliani, ma i musicisti veri, che a Nashville ci vivono e ci lavorano, come il grande veterano John Prine o l’emergente Chris Stapleton, sono fatti di altra pasta e producono musica di assoluto valore. Diventa allora pienamente giustificato, per il nostro songwriter originario della vicina Alabama, intitolare orgogliosamente la propria ultima fatica The Nashville Sound, pubblicato a metà dello scorso giugno e già premiato da critica e pubblico come uno dei migliori dischi di Americana dell’anno appena concluso (*NDB Di cui colpevolmente non avevamo recensito, per motivi misteriosi, neppure i due dischi precedenti e quindi rimediamo, nell’ambito della serie di recuperi “importanti” di album usciti nel 2017). Squadra che vince non si cambia, e così, per confermare i brillanti esiti dei due precedenti lavori, Southeastern del 2013 e Something More Than Free del 2015, Isbell ha rivoluto con sé in cabina di regia il richiestissimo Dave Cobb, produttore che sa plasmare il suono di un album con utili suggerimenti senza mai risultare troppo invadente.

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https://www.youtube.com/watch?v=w8mMXEUFWu0

Ad affiancare il protagonista, gli ormai fedeli e collaudati componenti della sua band, i 400 Unit (nome che deriva da un reparto psichiatrico dell’ospedale di Florence, in Alabama): la moglie Amanda Shires, al violino e ai cori, già autrice di cinque pregevoli dischi da solista più uno in coppia con Rod Picott, Sadler Vaden alle chitarre, già membro dei Drivin’ N’ Cryin’, Jimbo Hart al basso, Derry DeBorja tastierista co-fondatore dei Son Volt e Chad Gamble alla batteria. Come già accadeva nei due precedenti CDs, come brano di apertura viene scelta un’intensa e malinconica folk ballad: intitolata Last Of My Kind,  prende corpo lentamente fino al pregevole finale in cui ogni musicista dà il suo efficace contributo. Il suono si fa decisamente più duro ed elettrico nella successiva Cumberland Gap, che scorre veloce su territori che rimandano al grande ispiratore Neil Young, noto a tutti per le sue memorabili invettive chitarristiche. Nell’alternanza di ritmi ed atmosfere, si torna alla struttura della ballata con Tupelo (il richiamo nel titolo alla Tupelo Honey del maestro Van The Man non è, secondo me, per nulla casuale), un vero gioiello arrangiato in modo sopraffino, con una linea melodica che conquista al primo ascolto. Altra grande canzone è la drammatica White Man’s World, il cui testo denuncia il razzismo di cui ancora purtroppo sono permeati gli States, soprattutto i vasti territori agricoli del Sud. Notevole il duetto a metà del brano tra la slide di Vaden e il violino della Shires.

jason-isbell

https://www.youtube.com/watch?v=JV7c8V5XLk8

La delicata e acustica If We Were Vampires dà all’album un tocco di romanticismo che non guasta, Jason la canta con tono accorato ed il cuore in mano, doppiato nel ritornello dalla tenue voce della moglie. Anxiety è il pezzo più lungo e strutturato del disco, che ricorda certi epici episodi del mai troppo compianto Tom Petty. Si apre con un aggressivo attacco di chitarre per poi rallentare durante il cantato delle strofe, mantenendo comunque una bella tensione emotiva fino alla parte conclusiva che riesplode in un bel sovrapporsi di tastiera e sei corde acustiche ed elettriche. Molotov non lascia particolarmente il segno, è associabile ad una serie di canzoni elettro-acustiche che rimandano ad un altro illustre collega di Isbell, Ryan Adams. Meglio la graziosa e beatlesiana Chaos And Clothes, chitarra e voce, con qualche piacevole ricamo in sottofondo. Con Hope The High Road torniamo a correre, grazie ad una melodia vincente condotta dalle chitarre e dal limpido hammond sullo sfondo, una splendida song che esprime voglia di vivere e quella speranza a cui fa riferimento il titolo. Conclusione in chiave country-folk con la deliziosa Something To Love, altro fulgido esempio del notevole talento compositivo del suo autore che cresce disco dopo disco, confermandosi uno dei più validi protagonisti dell’attuale scena cantautorale americana. Orgogliosamente Made in Nashville!

Marco Frosi

Il Meglio Del 2017 In Musica Secondo Il Blogger Di Disco Club: Appendice Finale.

meglio del 2017 2

Mi ero riservato la possibilità di aggiungere una seconda lista di titoli che secondo il sottoscritto meritano di entrare tra i migliori usciti nel 2017 (e ce ne sarebbero molti altri): come per la precedente classifica non è in ordine preciso di preferenza ma in ordine sparso. Nel post dello scorso mese http://discoclub.myblog.it/2017/12/11/un-classico-come-tutti-gli-anni-il-meglio-del-2017-in-musica-secondo-disco-club-parte-ii/  l’unico titolo in evidenza era l’album postumo di Gregg Allman Southern Blood che sicuramente occupava la prima posizione: e vi do una anticipazione, è pure al n°1 del Poll annuale della redazione e dei collaboratori del Buscadero di Gennaio che sarà in edicola nei prossimi giorni. Ecco il meglio del resto, partiamo con un trio di cofanetti:

fairport convention come all ye the first ten years inside box

Fairport Convention – Come All Ye/The First Ten Years

https://www.youtube.com/watch?v=5zKpQa_n1E0

natalie merchant the collection

Natalie Merchant – The Collection

https://www.youtube.com/watch?v=_932kTYjRi8

dr. john atco alnum collection

Dr. John – Atco Album Collection

https://www.youtube.com/watch?v=G5zPqgQ67yo

Proseguiamo con il resto, sempre in ordine sparso, partendo da Bruce Cockburn di cui vi ho parlato ieri.

bruce cockburn bone on bone

Bruce Cockburn – Bone On Bone

jason isbell the nashville sound

Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound in arrivo

carole king tapestry live in hyde park

Carole King – Tapestry: Live In Hyde Park

https://www.youtube.com/watch?v=G5zPqgQ67yo

mitch woods friends along the way

Mitch Woods – Friends Along The Way

https://www.youtube.com/watch?v=RpueGuEccIU

father john misty pure comedy

Father John Misty – Pure Comedy

shannon mcnally black irish

Shannon McNally – Black Irish

zachary richard gombo

Zachary Richard – Gombo

https://www.youtube.com/watch?v=iRMY_Llzd-I

carrie newcomer - live at the buskirk-chumley theater with friends

Carrie Newcomer – Live At The Buskirk-Chumley Theater With Friends

https://www.youtube.com/watch?v=M1WrNisRhDU

weather station weather station

The Weather Station – The Weather Station

chris hillman bidin' my time

Chris Hillman – Bidin’ My Time prodotto da Tom Petty

https://www.youtube.com/watch?v=uLtLy4u45z0

winwood greatest hits

Steve Winwood – Greatest Hits Live

https://www.youtube.com/watch?v=FXoEnqldH1E

guy davis poggi Sonny & Brownie’s last train”

https://www.youtube.com/watch?v=omyMs__YPgE

Potremmo andare avanti per 50 anni, ma poi diventa una succursale dell’elenco telefonico (ormai in via di estinzione), per cui “last but not least” aggiungo anche l’album di Guy Davis Fabrizio Poggi Sonny & Brownie’s Last Train, entrato pochi giorni fa nella cinquina dei candidati ai Grammy nella categoria Best Traditional Blues Album, disco di cui potete leggere qui http://discoclub.myblog.it/2017/11/28/se-amate-il-blues-quasi-una-coppia-di-fatto-guy-davis-fabrizio-poggi-sonny-brownies-last-train/ , una bella soddisfazione per un italiano innamorato del Blues!

Per il 2017 è tutto (forse).

Bruno Conti

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Tanto Per Gradire, Un Altro Bel Tributo, Anche Da Parte Dei Nomi Meno “Sicuri”. Gentle Giants: The Songs Of Don Williams

gentle giants the songs of don williams

Various Artists – Gentle Giants: The Songs Of Don Williams – Slate Creek CD

Don Williams, cantautore texano in attività come solista dal 1971 (ma precedentemente membro dei Pozo-Seco Singers), è stato sempre considerato un personaggio di secondo piano, anche se nella sua lunga carriera i successi non sono certo mancati. Depositario di uno stile pacato e raffinato decisamente in contrasto con il suo imponente aspetto fisico (da cui il soprannome The Gentle Giant, niente a che vedere dunque con il gruppo prog britannico), Williams viene spesso dimenticato quando vengono stilate le classifiche dei grandi della country music, anche se lui c’è sempre stato, ha sempre fatto la sua musica senza rompere le scatole a nessuno, e si è ritagliato uno zoccolo duro di fans che non lo ha mai abbandonato: proprio lo scorso anno, su queste pagine virtuali, ho recensito il suo ultimo lavoro, un album dal vivo intitolato Don Williams In Ireland, nel quale il vecchio texano passava in rassegna con il suo tipico approccio tranquillo il meglio del suo repertorio http://discoclub.myblog.it/2016/06/18/bella-opportunita-chi-lo-conoscesse-don-williams-ireland-the-gentle-giant-concert/ . Ora Don viene finalmente omaggiato da una bella schiera di colleghi, in questo ottimo Gentle Giants: The Songs Of Don Williams, un tributo fatto con grande amore e rispetto e pubblicato in collaborazione con la nota associazione benefica MusiCares (proprio quella che ogni anno omaggia un big della musica con un grande concerto-tributo, quest’anno è toccato a Tom Petty), che si occupa di fornire assistenza sanitaria gratuita ai musicisti che hanno bisogno di cure e non possono pagarsele da soli (non avendo tutti il conto in banca di un Paul McCartney o di un Bruce Springsteen).

Un gran bel dischetto quindi, con interpretazioni molto rispettose degli originali, con dentro veri e propri fuoriclasse, qualche outsider e perfino due-tre nomi che di solito sono da evitare come la peste, ma che qui si dimenticano di essere delle superstars e fanno semplicemente i musicisti. Williams è anche un cantautore molto particolare, nel senso che non è che nel corso della propria carriera le sue canzoni le abbia scritte proprio tutte lui, anzi di quelle più note forse neppure una, ragione per la quale degli undici brani scelti per questo tributo nessuno porta la firma di Don. Il disco è prodotto, tranne in qualche caso, da Gary Fundis, ed oltre agli artisti coinvolti troviamo in session davvero tanti nomi molto noti, come Colin Linden (songwriter canadese e membro dei Blackie & The Rodeo Kings), Glenn Worf, Mickey Raphael, Fred Eltringham, Bryan Sutton, Sam Bush, Jerry Douglas, Dan Dugmore e Lee Roy Parnell, altro ottimo chitarrista e musicista per suo conto. Si parte molto bene con la famosa Tulsa Time, brano scritto da Danny Flowers e noto maggiormente nella versione di Eric Clapton: qui troviamo riunite per l’occasione le Pistol Annies (Miranda Lambert, Ashley Monroe ed Angaleena Presley) in una splendida rilettura country-rock piena di ritmo, grinta e passione ed un mood coinvolgente e molto texano, un inizio scintillante. La brava Brandy Clark ci regala una I Believe In You molto ben fatta, una ballata suonata in modo classico e dal motivo decisamente melodico, una versione di classe; quando ho letto che nel disco c’erano anche i solitamente pessimi Lady Antebellum ho pensato “ma che ca…spiterina c’entrano?”, ma il trio country-pop fortunatamente si contiene e rilascia una We’ve Got A Good Fire Goin’ di buon livello, cantata bene e suonata con gli strumenti giusti, con un leggero accompagnamento d’archi che non guasta, mentre Dierks Bentley, che quando vuole è bravo, convince con un bel arrangiamento elettroacustico della vivace honky-tonk song Some Broken Hearts Never Mend (e poi la voce c’è).

A proposito di grandi voci, ecco l’ottimo Chris Stapleton, in compagnia della moglie Morgane, alle prese con la celebre Amanda (brano di Bob McDill e portato al successo anche da Waylon Jennings), in una intensissima rilettura dal vivo, con pochi strumenti ma tanto pathos, e voce di Chris davvero strepitosa. Sempre parlando di ugole d’oro, ecco Alison Krauss con una dolce e toccante Till The Rivers All Run Dry, bellissimo slow pianistico che avrebbe ben figurato anche nell’ultimo album della bionda cantante e violinista; splendida Love Is On A Roll, squisita country ballad scritta nel 1983 da John Prine e Roger Cook appositamente per Williams, che qui viene riproposta in duetto proprio dai due autori: Prine mostra di essere in grande forma, facendomi sperare in un suo nuovo disco di brani originali al più presto. La coppia formata da Jason Isbell ed Amanda Shires (anche nella vita) ci delizia con una cristallina If I Needed You, prodotta da Dave Cobb (e ci mancava…); Trisha Yearwood, un’altra che non sempre è garanzia di qualità, ci dona invece una Maggie’s Dream molto misurata e di buona intensità (e la voce non si discute), mentre il bravissimo Keb’ Mo’ dimentica per un momento di essere un bluesman e con la saltellante e solare Lord I Hope This Day Is Good ci regala una delle migliori performance del disco, in puro country style. Quando ho letto che l’album era chiuso da Garth Brooks,  il re indiscusso del country commerciale (e marito della Yearwood), ho avuto paura, ma fortunatamente Garth non è uno stupido e sa quando è il momento di fare musica seriamente, e la sua Good Ole Boys Like Me, pianistica e vibrante, è di ottimo livello.

Un plauso agli artisti coinvolti ed alla MusiCares per questo sentito omaggio all’arte di Don Williams, un disco che mi sento di consigliare senza remore, anche perché il ricavato verrà speso per una buona causa.

Marco Verdi

Alcune Prossime Interessanti Uscite Estive, Parte II. Beach Boys, Jason Isbell, Joe Bonamassa, Jeff Tweedy, Willie Nile, Peter Perrett, Sonny Landreth

jason isbell the nashville sound

Proseguiamo con la disamina delle prossime uscite, sempre quelle in uscita dopo il 15 giugno. Le altre, tipo Roger Waters, Fleet Foxes (entrambe già pronte le recensioni), Gov’t Mule (in preparazione), Buckingham-McVie, Chuck Berry, e altre, le leggerete quanto prima sul Blog. Oggi partiamo con il nuovo album solista dell’ex Drive-by-Truckers.

Jason Isbell And The 400 Unit – Nashville Sound – Southeastern/Thirty Tigers

Contrariamente a quanto potrebbe far supporre il titolo, questo nuovo disco di Isbell è annunciato come il più rock e tirato della sua carriera solista (ma non mancano le ballate), l’aggancio con Nashville è dato dal fatto che l’album è stato registrato al famoso RCA Studio A, appunto nella capitale del Tennessee, con la produzione di Dave Cobb (ultimamente forse si fa prima a dire quelli che non ha prodotto), sinonimo di garanzia, e già dietro la consolle anche nei due precedenti dischi di Isbell. Lo accompagnano i 400 Unit: il tastierista Derry deBorja, il batterista Chad Gamble, il bassista Jimbo Hart, l’atro chitarrista Sadler Vaden e la violinista, nonché moglie di Jason, Amada Shires. Dieci brani nuovi, composti per l’occasione, dal due volte vincitore di Grammy, Jason Isbell.

Ecco i titoli dei brani del CD, previsto in uscita il 16 giugno:

1. Last Of My Kind
2. Cumberland Gap
3. Tupelo
4. White Man’s World
5. If We Were Vampires
6. Anxiety
7. Molotov
8. Chaos And Clothes
9. Hope The High Road
10. Something To Love

Dai tre brani che potete vedere ed ascoltare qui sopra mi sembra ottimo.

Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall An Acoustic Evening

Il 23 giugno uscirà anche il nuovo Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall: An Acoustic Evening, etichetta Mascot/Provogue/J&R Adventures, Sono già passati ben otto mesi, anzi quasi nove, dal precedente disco http://discoclub.myblog.it/2016/10/03/finche-fa-dischi-cosi-belli-puo-farne-quanti-ne-vuole-joe-bonamassa-live-at-the-greek-theater/ , ma il chitarrista di New York ci stupisce ancora una volta con un eccellente disco dal vivo, forse il migliore della sua carriera (e ne ha fatti parecchi “non male”, per usare un eufemismo, sempre molto diversi tra loro). Per l’occasione il concerto verrà pubblicato in tre diversi formati separati: doppio CD, doppio DVD o Blu-Ray.

La recensione la leggerete in anteprima sul Buscadero di giugno (sì, l’ho scritta io) e poi a seguire sul Blog. Nel frattempo ecco la lista completa dei brani:

[CD1]
1. This Train
2. Drive
3. The Valley Runs Low
4. Dust Bowl
5. Driving Towards The Daylight
6. Black Lung Heartache
7. Blue And Evil
8. Livin’ Easy
9. Get Back My Tomorrow

[CD2]
1. Mountain Time
2. How Can A Poor Man Stand Such Times And Live
3. Song Of Yesterday
4. Woke Up Dreaming
5. Hummingbird
6. The Rose

E i nomi dei musicisti impegnati nel concerto: Mahalia Barnes alla guida dei 3 backing vocalists australiani (gli altri due Juanita Tippins e Gary Pinto) , la cellista acustica ed elettrica di origine cinese Tina Guo (impegnata anche al erhu) e il percussionista egiziano Hossan Ramzy (che era quello utilizzato da Page & Plant per l’album No Quarter e nel Unledded Tour). Nella band di Bonamassa a fianco dei soliti Reese Wynans (piano), e Anton Fig batteria), troviamo anche Eric Bazilian, l’eccellente multistrumentista degli Hooters). Il concerto è fantastico ed elettrizzante, come si desume dai due video inseriti nel Post.

jeff tweedy together at last

“Strano” disco solista per Jeff Tweedy dei Wilco, Together At Last, in uscita il 23 giugno prossimo per la Anti/Epitaph, conterrà rivisitazioni acustiche di brani già incisi dal nostro con i gruppi in cui ha militato, Wilco appunto, Loose Fur e Golden Smog. Quest’anno anche il musicista di Belleville, Illinois (ma residente a Chicago) taglia anche lui il traguardo dei 50 anni ad agosto e decide di pubblicare questo disco particolare, forse non del tutto comprensibile, o forse sì. anche alla luce dell’ultimo Wilco Schmilco che era già un album intimista e a tratti acustico, ma questa volta Tweedy è proprio da solo, e si dovrebbe trattare del primo di una serie di album chiamati Loft Acoustic Sessions, Produce lo stesso Jeff, insieme a Tom Schick, per un totale di 11 brani.

1. Via Chicago
2. Laminated Cat
3. Lost Love
4. Muzzle Of Bees
5. Ashes Of American Flags
6. Dawned On Me
7. In A Future Age
8. I Am Trying To Break Your Heart
9. Hummingbird
10. I’m Always In Love
11. Sky Blue Sky

Sembra interessante, lo preferisco in versione elettrica, o quantomeno accompagnato da una band, ma comunque il primo brano rilasciato non è affatto male.

willie nile positively bob

Disco nuovo, sempre previsto per il 23 giugno, anche per Willie Nile: il titolo, e pure il sottotitolo, dicono tutto. Positively Bob, Willie Nile Sings Bob Dylan, autofinanziato con il solito sistema del crowdfunding via Pledge Music, parte dei proventi andrà alla The Light Of Day Foundation. Si sa abbastanza poco del disco, che uscirà su etichetta River House Records, ma dal teaser video qui sotto, sembra un album elettrico.

Nove brani in tutto, direi tutte prime scelte, ecco i titoli:

1. The Times Are A’ Changin’
2. Rainy Day Women #12 & 35
3. Blowin’ In The Wind
4. A Hard Rain’s A’ Gonna Fall
5. I Want You
6. Subterranean Homesick Blues
7. Love Minus Zero, No Limit
8. Every Grain Of Sand
9. You Ain’t Goin’ Nowhere

peter perrett how the west was won

Il prossimo album, previsto per il 30 giugno in questo caso, è quello di un’artista ignoto ai più, ma che al sottoscritto è sempre piaciuto molto: Peter Perrett, leader sul finire degli anni ’70 di una delle migliori e più misconosciute band inglesi dell’epoca, gli Only Ones, autori di alcuni splendidi album, dove a fianco della voce di Perrett si apprezzava anche il grande lavoro alla chitarra di John Perry. Senti che musica.

Tre dischi, tra il 1978 e il 1980, se vi capita cercateli, si trovano ancora facilmente in giro, poi tentativi di reunion varie, carriere soliste mai decollate per entrambi (in effetti Perrett avrebbe pubblicato nel 1996 anche un disco come Peter Perrett in The One – Woke Up Sticky, che non era neppure male, ma se ne sono accorti in pochi); per cui How The West Was Won deve essere considerato il suo esordio da solista. Non ho sentito l’album integralmente, ma a giudicare dallo splendida title track, che potete ascoltare di seguito, e anche da An Epic Story, mi sembra abbia tutte le carte in regola, se non per vendere, quanto meno per allietare le giornate degli appassionati della buona musica. Prodotto da Chris Kimsey (esatto, quello dei Rolling Stones), esce su etichetta Domino.

Accompagnato dai figli Jamie and Peter Jr., il disco ci propone dieci splendide canzoni (vado sulla fiducia, ma la classe non è acqua):

1. How The West Was Won
2. An Epic Story
3. Hard To Say No
4. Troika
5. Living In My Head
6. Man Of Extremes
7. Sweet Endeavour
8. C Voyeurger
9. Something In My Brain
10. Take Me Home

beach boys sunshine tomorrow

Nel post precedente, di due o tre giorni fa, dedicato soprattutto alle ristampe, questo era sfuggito: però a ben vedere, visto che uscirà il 30 giugno, per la Capitol/Universal, Sunshine Tomorrow dei Beach Boys è destinata a diventare un’altra delle ristampe più attese e sorprendenti della prossima estate: Un altro disco dei Beach Boys? Ebbene sì: si tratta della versione stereo del disco del 1967 Wild Honey, ma arricchito da una pletora di brani provenienti da varie fonti. Outtakes da quel album, ma anche da Smiley Smile, pezzi dal vivo registrati tra le Hawaii, Washington, DC e Boston, e tantissimo altro.

Leggete i contenuti, 65, dicasi, sessantacinque brani, tra cui moltissimo materiale inedito:

CD 1

Wild Honey (New Stereo Mix) (original mix released as Capitol ST 2859, 1967)
(New stereo mix, except as noted *. Recorded September 15 to November 15, 1967 at Brian Wilson’s house and at Wally Heider Recording in Hollywood, California)

1. Wild Honey (2:45)
2. Aren’t You Glad (2:16)
3. I Was Made To Love Her (2:07)
4. Country Air (2:21)
5. A Thing Or Two (2:42)
6. Darlin’ (2:14)
7. I’d Love Just Once To See You (1:49)
8. Here Comes The Night (2:44)
9. Let The Wind Blow (2:23)
10. How She Boogalooed It (1:59)
11. Mama Says * (Original Mono Mix) (1:08)

Wild Honey Sessions: September – November 1967 (Previously Unreleased)
12. Lonely Days (Alternate Version) (1:45)
13. Cool Cool Water (Alternate Early Version) (2:08)
14. Time To Get Alone (Alternate Early Version) (3:08)
15. Can’t Wait Too Long (Alternate Early Version) (2:49)
16. I’d Love Just Once To See You (Alternate Version) (2:22)
17. I Was Made To Love Her (Vocal Insert Session) (1:35)
18. I Was Made To Love Her (Long Version) (2:35)
19. Hide Go Seek (0:51)
20. Honey Get Home (1:22)
21. Wild Honey (Session Highlights) (5:39)
22. Aren’t You Glad (Session Highlights) (4:21)
23. A Thing Or Two (Track And Backing Vocals) (1:01)
24. Darlin’ (Session Highlights) (4:36)
25. Let The Wind Blow (Session Highlights) (4:14)

Wild Honey Live: 1967 – 1970 (Previously Unreleased)
26. Wild Honey (Live) (2:53) – recorded in Detroit, November 17, 1967
27. Country Air (Live) (2:20) – recorded in Detroit, November 17, 1967
28. Darlin’ (Live) (2:25) – recorded in Pittsburgh, November 22, 1967
29. How She Boogalooed It (Live) (2:43) – recorded in Detroit, November 17, 1967
30. Aren’t You Glad (Live) (3:12) – recorded in 1970, location unknown

31. Mama Says (Session Highlights) (3:08)
(Previously unreleased vocal session highlights. Recorded at Wally Heider Recording, November 1967)

CD 2

Smiley Smile Sessions: June – July 1967 (Previously Unreleased)
(Recorded June and July 1967 at Brian Wilson’s house, Western Recorders, SRS, and/or Columbia Studios, except as noted *)
1. Heroes And Villains (Single Version Backing Track) (3:38)
2. Vegetables (Long Version) (2:55)
3. Fall Breaks And Back To Winter (Alternate Mix) (2:28)
4. Wind Chimes (Alternate Tag Section) (0:48)
5. Wonderful (Backing Track) (2:23)
6. With Me Tonight (Alternate Version With Session Intro) (0:51)
7. Little Pad (Backing Track) (2:40)
8. All Day All Night (Whistle In) (Alternate Version 1) (1:04)
9. All Day All Night (Whistle In) (Alternate Version 2) (0:50)
10. Untitled (Redwood) * (0:35)
(Previously unreleased instrumental fragment. Studio and exact recording date unknown. Discovered in tape box labeled “Redwood”)

Lei’d In Hawaii “Live” Album: September 1967 (Previously Unreleased)
(Recorded September 11, 1967 at Wally Heider Recording in Hollywood, CA, with additional recording September 29, 1967 (except as noted *). Original mono mixes from assembled master ½” reel, dated September 29, 1967, discovered in the Brother Records Archives.)
11. Fred Vail Intro (0:24)
12. The Letter (1:54)
13. You’re So Good To Me (2:31)
14. Help Me, Rhonda (2:24)
15. California Girls (2:30)
16. Surfer Girl (2:17)
17. Sloop John B (2:50)
18. With A Little Help From My Friends * (2:21)
(Recorded at Brian Wilson’s house, September 23, 1967)
19. Their Hearts Were Full Of Spring * (2:33)
(Recorded during rehearsal, August 26, 1967, Honolulu, Hawaii)
20. God Only Knows (2:45)
21. Good Vibrations (4:13)
22. Game Of Love (2:11)
23. The Letter (Alternate Take) (1:56)
24. With A Little Help From My Friends (Stereo Mix) (2:21)

Live In Hawaii: August 1967 (Previously Unreleased)
(The Beach Boys recorded two complete concerts and rehearsals in Honolulu on August 25 and 26, 1967. Brian Wilson rejoined the group onstage for these shows; Bruce Johnston was not present. The following tracks derive from the original 1″ 8-track master reels discovered in the Brother Records Archives.)
25. Hawthorne Boulevard (1:05)
26. Surfin’ (1:40)
27. Gettin’ Hungry (3:19)
28. Hawaii (Rehearsal Take) (1:11)
29. Heroes And Villains (Rehearsal) (4:45)

Thanksgiving Tour 1967: Live In Washington, D.C. & Boston (Previously Unreleased)
(The touring Beach Boys – Mike, Carl, Dennis, Al, and Bruce – embarked on a Thanksgiving Tour immediately after delivering the finished Wild Honey album to Capitol Records. For this tour, the band was augmented by Ron Brown on bass and Daryl Dragon on keyboards.)
30. California Girls (Live) (2:32) – recorded in Washington, DC, November 19, 1967
31. Graduation Day (Live) (2:56) – recorded in Washington, DC, November 19, 1967
32. I Get Around (Live) (2:53) – recorded in Boston, November 23, 1967

Additional 1967 Studio Recordings (Previously Unreleased)
33. Surf’s Up (1967 Version) (5:25)
(Recorded during the Wild Honey sessions in November 1967)
34. Surfer Girl (1967 A Capella Mix) (2:17)
(Previously unreleased mix of Lei’d In Hawaii take from the Wally Heider Recording sessions in September 1967)

Per la gioia di grandi e piccini, ed estratti dal periodo più fertile e creativo della band di Brian Wilson, e avrà pure un prezzo speciale, un doppio CD al costo di uno. Non ci sono ancora video specifici dedicati a questa ristampa, ma due o tre canzoni (!!!) tra cui scegliere mi sembra si possano trovare

sonny landreth recorded live in lafayette

Un’altra uscita interessante prevista per il 30 giugno è questo Live In Lafayette, doppio CD dal vivo per uno dei migliori chitarristi in circolazione, maestro della slide guitar e non solo, Sonny Landreth registra questo album proprio nella sua città adottiva (perché, per la precisione, è nato a Canton, Mississippi). Un album con un disco acustico ed uno elettrico, pubblicato dalla Mascot/Provogue:

CD1: Acoustic]
1. Blues Attack
2. Hell At Home
3. Key To The Highway
4. Creole Angel
5. A World Away
6. The High Side
7. Bound By The Blues
8. The U.S.S. Zydecoldsmobile

[CD2: Electric]
1. Back To Bayou Teche
2. True Blue
3. The Milky Way Home
4. Brave New Girl
5. Überesso
6. Soul Salvation
7. Walkin’ Blues
8. The One And Only Truth

Peccato che non sia stato accluso anche un video con le riprese del concerto, visto che a giudicare dal filmato qui sopra, pare esista.

Fine della seconda parte, alla prossima.

Bruno Conti