Ci E’ Andata Anche Bene: Poteva Farlo Triplo! Morgan Wallen – Dangerous: The Double Album

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Morgan Wallen – Dangerous: The Double Album – Big Loud/Universal CD

A parte i dischi dal vivo, la pubblicazione di un album doppio è sempre stato un rischio sia per gli artisti che per le etichette discografiche. Certo, la storia del rock ha avuto diversi doppi che sono diventati capolavori immortali (Blonde On Blonde, The White Album, Electric Ladyland, Tommy, Exile On Main Street, The River) o comunque lavori di altissimo livello (Freak Out, Goodbye Yellow Brick Road, London Calling, The Wall, Tusk, Physical Graffiti), ma in generale si è sempre cercato di evitare una tipologia di pubblicazione problematica da gestire in quanto non è già facile garantire una qualità media alta in un disco singolo, figuriamoci in un doppio. E’ per questo che negli ultimi anni, anche per la lunghezza maggiore del CD rispetto all’LP, la pratica è quasi caduta in disuso (uno degli ultimi esempi è l’ottimo Hymns To The Silence di Van Morrison, che però risale ormai a trenta anni fa), e se artisti affermati non hanno più voglia di azzardare il formato multiplo, potete immaginare la mia sorpresa quando mi sono trovato per le mani il secondo album dell’ancora non conosciutissimo Morgan Wallen, un country singer che con il primo album If I Knew del 2018 ha subito fatto il botto andando al numero uno, ma che comunque non è ancora di certo una superstar da cui aspettarsi un doppio CD.

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E Dangerous: The Double Album (titolo quanto mai appropriato) è proprio questo: un lavoro decisamente lungo, trenta canzoni per cento minuti totali di musica, una mossa parecchio rischiosa dal punto di vista commerciale, ed ancora più strana perché ad avallarla è la Universal. Prodotto come il debutto da Joey Moi, Dangerous ci mostra quindi tutto lo spettro musicale di Wallen, un giovane musicista che però è depositario di un suono perfetto per le radio di settore e tipicamente nashvilliano, country sì ma con robuste iniezioni di pop. C’è da dire che le varie canzoni galleggiano tra il sufficiente e discreto in quanto gli arrangiamenti non sono esageratamente commerciali (niente schifezze alla Keith Urban quindi, a parte forse la “poppettara” Warning ed un paio di altre cosucce), ma a mio giudizio trenta brani sono veramente troppi, specie quando abbiamo a che fare con un artista che comunque non eccelle in personalità e carisma, ma anche per il fatto che Dangerous è al 75% un disco di ballate, che dopo un po’ finiscono con l’assomigliarsi tutte.

NASHVILLE, TENNESSEE: (FOR EDITORIAL USE ONLY) Morgan Wallen performs onstage at Nashville’s Music City Center for “The 54th Annual CMA Awards” broadcast on Wednesday, November 11, 2020 in Nashville, Tennessee. (Photo by Terry Wyatt/Getty Images for CMA)

NASHVILLE, TENNESSEE: (FOR EDITORIAL USE ONLY) Morgan Wallen performs onstage at Nashville’s Music City Center for “The 54th Annual CMA Awards” broadcast on Wednesday, November 11, 2020 in Nashville, Tennessee. (Photo by Terry Wyatt/Getty Images for CMA)

Qualche episodio che si eleva dalla media c’è, come l’iniziale Sand In My Boots, country ballad intensa dal mood toccante (forse la migliore del doppio) https://www.youtube.com/watch?v=ICWZfdZ5XI4 , l’elettrica More Suprised Than Me, con un refrain piacevole, la fluida Neon Eyes, Only Thing That’s Gone, con la seconda voce di Chris Stapleton a nobilitare un brano piuttosto nella norma https://www.youtube.com/watch?v=eiW_OPoM_SQ , una discreta rilettura di Cover Me Up di Jason Isbell https://www.youtube.com/watch?v=1RnChOf8RTs , le solari e rilassate 7 Summers e More Than My Hometown, l’ariosa Me On Whiskey, il gustoso rockin’ country Need A Boat https://www.youtube.com/watch?v=4uPUm4-RPTE  e l’acustica e gradevole Quittin’ Time. Il resto è musica dignitosa anche se lontana dal vero country e poi, ripeto, è abbastanza faticoso arrivare fino in fondo. Tre stelle quindi per il coraggio a Morgan Wallen, ma in tutta onestà devo ammettere che Dangerous: The Double Album è il classico disco che viene dimenticato sugli scaffali dopo un solo ascolto.

Marco Verdi

Tornano “Quella” Voce E “Quelle” Canzoni, In Versione Country-Pop. Barry Gibb – Greenfields Vol. 1

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Barry Gibb – Greenfields: The Gibb Brothers Songbook, Vol. 1 – Capitol/Universal CD

I Bee Gees sono stati senza dubbio uno dei gruppi più popolari di sempre e tra i pochi, insieme a Beatles, Rolling Stones e ABBA, ad essere conosciuti anche da chi compra sì e no un disco all’anno. Personalmente sono un estimatore del loro primo periodo, diciamo dal 1966 al 1971/72, quando i tre (i fratelli Barry, Robin e Maurice Gibb) erano fautori di un pop decisamente piacevole, elegante e melodicamente delizioso, prima di edulcorare in maniera eccessiva la loro proposta negli anni successivi fino a diventare nella seconda parte della decade i profeti assoluti della discomusic vendendo dischi a palate, per poi gestire la parte finale di carriera con una serie di album di pop commerciale abbastanza prescindibili. Barry è oggi rimasto l’ultimo dei fratelli ancora in vita dopo la scomparsa di Maurice nel 2003 e di Robin nel 2012 (mentre Andy, il quarto fratello che però non aveva mai fatto parte del gruppo, è morto appena trentenne nel 1988), ed invece di godersi una dorata pensione ha deciso di rifarsi vivo un po’ a sorpresa con un nuovo album.

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Anche se non si direbbe, Barry è sempre stato un appassionato di country e bluegrass, ed è proprio con un disco di country che ha deciso di tornare: tutto è avvenuto quando suo figlio Stephen, anch’egli musicista, gli ha fatto ascoltare una canzone di Chris Stapleton, brano che a Gibb Sr. è piaciuto così tanto da voler contattare subito il produttore Dave Cobb. I due hanno avuto l’idea di recarsi presso i mitici RCA Studios di Nashville ad incidere vecchie canzoni del songbook dei Bee Gees con nuovi arrangiamenti di stampo country-Americana e soprattutto con l’aiuto di numerosi musicisti di gran nome che hanno accettato di buon grado di duettare con Barry. Il risultato è Greenfields: The Gibb Brothers Songbook, Vol 1, dodici rivisitazioni di canzoni decisamente famose, alcune meno note ed anche un brano inedito, ad opera di un Barry in buona forma ed ancora titolare di una bella voce e di una serie di partner di indubbio livello (ma Stapleton non c’è, anche se quel Vol. 1 nel titolo lascia presagire un seguito), il tutto con l’ormai affidabilissima regia di Cobb, che ha cercato di togliere ai classici del nostro quella patina di pop radiofonico donando loro un sapore più americano, riuscendoci però solo in parte dal momento che, probabilmente, Gibb non se l’è sentita di abbandonare del tutto certe dinamiche musicali tipiche sue.

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Greenfields è comunque un album molto piacevole e ben fatto in cui il tasso zuccherino si alza notevolmente solo in due o tre brani, dimostrando che spesso il problema coi Bee Gees non erano le canzoni ma la loro veste sonora (va però detto che il periodo “disco” qui si limita ad un paio di ballate, e la maggior parte dei pezzi proviene dai primi anni della band). Il CD inizia bene con la classica I’ve Gotta Get A Message To You in una versione decisamente bella, fluida e suonata alla grande, dove perfino uno come Keith Urban riesce a non fare danni ricordandosi di avere comunque una buona voce https://www.youtube.com/watch?v=1mocrPhJBSM . Words Of A Fool è un inedito degli anni ottanta, uno slow profondo ed intenso dalla melodia splendida e con un organo a dare un sapore quasi southern soul, con l’aggiunta della voce e chitarra di Jason Isbell ad alzare ulteriormente il livello https://www.youtube.com/watch?v=OiBXS7q4qqY ; Run To Me è una delle ballate più belle dei Bee Gees, e qui viene nobilitata dalla bellissima voce di Brandi Carlile (sempre più brava ogni anno che passa), mentre l’arrangiamento è pop ma di gran classe. Too Much Heaven viceversa non mi ha mai fatto impazzire, troppo sofisticata per i miei gusti https://www.youtube.com/watch?v=PMOtZNeXUyU , e questo duetto tra Barry ed Alison Krauss non mi fa cambiare idea nonostante la voce splendida della cantante-violinista, ed inoltre gli archi sono piuttosto pesanti.

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Meglio la poco nota Lonely Days, in cui Gibb è doppiato dalle voci dei Little Big Town, uno slow pianistico che nel ritornello aumenta di ritmo ed è potenziato da una vigorosa sezione fiati; la famosa Words vede il nostro accompagnato da Dolly Parton per una rilettura di buona intensità ed un arrangiamento elegante tra country e pop https://www.youtube.com/watch?v=GnJqrLALsOc , mentre nella funkeggiante Jive Talkin’ Barry è raggiunto dalla strana coppia formata da Miranda Lambert e Jay Buchanan (cantante del gruppo hard rock Rival Sons, amici e protetti di Cobb), ma il trio funziona abbastanza bene. How Deep Is Your Love la conoscono anche i sassi: versione riuscita e piacevole, con il ritorno dei Little Big Town alle armonie vocali ed il cameo alla chitarra acustica del grande Tommy Emmanuel; Sheryl Crow non manca mai in dischi di questo tipo, ma è brava e fa di tutto per migliorare How Can You Mend A Broken Heart che non è un grande brano ed il suono è fin troppo raffinato. Per contro To Love Somebody è un capolavoro, forse la miglior canzone dei Bee Gees (ricordo una splendida rilettura dei Flying Burrito Brothers), e rimane bellissima comunque la si faccia (per la cronaca qui Barry è ancora con Buchanan) https://www.youtube.com/watch?v=b_kEQ9r-zuw . Finale con due rarità: Rest Your Love On Me (era un lato B dei fratelli Gibb), una discreta ballata nella quale ritroviamo la rediviva Olivia Newton-John, e Butterfly che è la prima canzone in assoluto scritta da Barry, Robin e Maurice ed è riproposta in una bellissima versione elettroacustica cantata a tre voci con Gillian Welch e David Rawlings: se tutto Greenfields fosse stato a questo livello avrebbe meritato le fatidiche quattro stellette https://www.youtube.com/watch?v=I12Ng0fz2ak . Invece dobbiamo “accontentarci” di un comunque piacevole compromesso tra il suono roots di Cobb e l’anima easy listening di Gibb, che in ogni caso è la cosa migliore messa su disco dall’ex Bee Gees dai primi anni settanta in poi.

Marco Verdi

Quando Non E’ Impegnato A Molestare Le Donne, Si Ricorda Di Essere Anche Un Grande Songwriter. Ryan Adams – Wednesdays: In CD Dal 19 Marzo

ryan adams wednesdays

Ryan Adams – Wednesdays – PAX AM Download – CD 19-03-2021

C’è stato un momento, compreso tra gli ultimi due album dei Whiskeytown ed i primi tre della sua carriera solista, in cui Ryan Adams sembrava destinato a diventare il musicista migliore della sua generazione. Il suo debutto senza la sua prima band, Heartbreaker (2000), era un grande disco, ma Gold dell’anno successivo era senza mezzi termini un capolavoro, un album geniale e creativo di cantautorato rock senza sbavature, il classico disco che se non raggiunge le cinque stellette ci va molto vicino. Anche Demolition del 2002 era ottimo, ma poi Adams ha cominciato a produrre fin troppo materiale badando più alla quantità che alla qualità, alternando bei dischi (Cold Roses, Jacksonville City Nights, Easy Tiger e Ashes & Fire, lavoro targato 2011 che forse è il suo ultimo grande album) ad altri decisamente meno riusciti quando non velleitari (Rock’n’Roll, i due EP Love Is Hell poi riuniti insieme, il pessimo Orion e l’omonimo Ryan Adams del 2014), oltre ad operare scelte abbastanza discutibili come 1989, cover album pubblicato nel 2015 che ricalcava canzone per canzone il disco di Taylor Swift uscito l’anno prima con lo stesso titolo, o come quando nel 2006 ha fatto uscire ben undici album sotto diversi pseudonimi, tutte porcherie tra hardcore e hip-hop.

LOS ANGELES, CA - FEBRUARY 10: (EXCLUSIVE COVERAGE) Mandy Moore and Ryan Adams attend The 2012 MusiCares Person Of The Year Gala Honoring Paul McCartney at Los Angeles Convention Center on February 10, 2012 in Los Angeles, California. (Photo by Kevin Mazur/WireImage)

LOS ANGELES, CA – FEBRUARY 10: (EXCLUSIVE COVERAGE) Mandy Moore and Ryan Adams attend The 2012 MusiCares Person Of The Year Gala Honoring Paul McCartney at Los Angeles Convention Center on February 10, 2012 in Los Angeles, California. (Photo by Kevin Mazur/WireImage)

Quando si parla di Adams bisogna poi separare l’artista dalla persona, visto che il nostro non è certo tra i più simpatici in circolazione, essendo soggetto a comportamenti talvolta irascibili (anche nei confronti dei fans) e talvolta tipici di una rockstar viziata, anche se il peggio Ryan lo ha dato negli ultimi anni dal momento che è stato accusato di molestie sessuali dall’ex moglie Mandy Moore, dalla cantautrice Phoebe Bridgers e da altre cinque donne, fatti che hanno poi avuto un’implicita conferma dalle vaghe ed imbarazzate scuse pubbliche dello stesso Adams. Questa controversia ha rischiato anche di mandargli a pallino la carriera, dal momento che il suo progetto di pubblicare ben tre album nel 2019 è stato sospeso ed il primo CD della trilogia, Big Colors, cancellato all’ultimo momento. Lo scorso 11 dicembre però Ryan a sorpresa ha messo a disposizione sulle principali piattaforme Wednesdays, un nuovo album che doveva essere il secondo dei tre programmati due anni fa (con dentro un paio di brani in origine su Big Colors), una mossa che avrà un seguito il prossimo 19 marzo quando uscirà la versione “fisica”.

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Ebbene, mettendo da parte per un attimo le considerazioni sul personaggio Ryan Adams, la sua controparte artistica in Wednesdays ha davvero dato il meglio, consegnandoci un disco di cantautorato coi fiocchi che lo pone senza molti dubbi come il suo lavoro migliore da Ashes & Fire ad oggi. Prodotto da Ryan insieme a Don Was (che suona anche il basso) e Beatriz Artola, Wednesdays è un disco di ballate intime, profonde e meditate, in cui non troverete il lato rock di Adams ma bensì quello più intenso e melodico, ed una serie di canzoni di limpida bellezza che forse hanno come unica controindicazione il fatto di non essere consigliabili a chi soffre di depressione. Gli strumenti sono quasi tutti nelle mani del nostro con poche ma importanti eccezioni: infatti, oltre al già citato Was, troviamo Benmont Tench al piano (e si sente), Jason Isbell alla chitarra ed Emmylou Harris alle armonie vocali in un paio di brani. La prima volta che ho ascoltato l’iniziale I’m Sorry And I Love You ho pensato di avere scaricato per sbaglio un inedito di Neil Young, dal momento che sia il timbro di voce che lo stile ricordano nettamente le ballate pianistiche del grande canadese (ed anche qualcosa di John Lennon): bella canzone, classica nel suono e con una leggera spolverata d’archi (o forse è un synth, usato però nel modo corretto) https://www.youtube.com/watch?v=vTwRrP9Ovq4 . Who Is Going To Love Me Now, If Not You è un piccolo bozzetto per voce e chitarra, un brano intimista ed interiore con una slide in lontananza che si fa sentire ogni tanto, ed anche When You Cross Over prosegue con lo stesso mood introverso ed il medesimo impianto sonoro scarno, con l’aggiunta del pianoforte, della seconda voce di Emmylou e, circa a metà, della sezione ritmica che contribuisce ad aumentare il pathos https://www.youtube.com/watch?v=NjcnSTn6zqA .

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Walk In The Dark è ancora un lento molto intenso, a confermare che siamo di fronte ad un lavoro serio e profondo e non alla fanfaronata di un artista che molto spesso si è fatto prendere la mano https://www.youtube.com/watch?v=pmC3Fo02fM0 ; Poison & Pain è pura folk music, una slow song suonata in punta di dita (e qui mi viene in mente Paul Simon, quello classico di Hearts And Bones), così come la title track che ha uno sviluppo molto simile https://www.youtube.com/watch?v=COYioAybALw . Birmingham è splendida: intanto è full band dall’inizio (c’è anche l’organo), ed è servita da una melodia straordinaria e da un suono che più classico non si può, un brano che ci fa ritrovare il Ryan Adams dal pedigree immacolato di inizio carriera https://www.youtube.com/watch?v=3RPZs25D3Gk . Con So, Anyways tornano le atmosfere intime e rarefatte, e spunta anche un’armonica ad impreziosire un pezzo dal motivo delizioso, Mamma, sempre acustica, è un po’ meno immediata ma è eseguita in maniera toccante, mentre Lost In Time è di nuovo un folk tune cristallino, nobilitato da una steel che fende l’aria qua e là. Chiude l’album la bellissima Dreaming You Backwards, voce, piano, batteria e feeling in dosi massicce (ed uno dei pochi interventi di chitarra elettrica), che la pongono tra le più riuscite del lavoro https://www.youtube.com/watch?v=hcoRDsy77-M .

In definitiva, se Ryan Adams come personaggio mi stava sulle balle anche prima delle accuse di molestie, devo ammettere che il musicista che è in lui ha dimostrato con questo Wednesdays di essere ancora a pieno titolo tra noi.

Marco Verdi

Probabilmente La Vera Erede Della Grandi Voci Nere Del Passato! Shemekia Copeland – Uncivil War

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Shemekia Copeland – Uncivil War – Alligator Records/Ird

Ormai Shemekia Copeland è entrata di diritto tra le voci più interessanti delle ultime generazioni blues (e non solo), con una serie di album, questo è il decimo, che spesso e volentieri sono stati candidati ai Grammy e hanno vinto molto premi di settore, l’ultimo come Female Artist Of The Year 2020 per Living Blues. Tutti di qualità elevata, con punte di eccellenza appunto nel precedente America’s Child, dove tra ospiti e collaboratori apparivano John Prine, Rhiannon Giddens, Mary Gauthier, Emmylou Harris, Steve Cropper, Gretchen Peters, Tommy Womack e svariati altri https://discoclub.myblog.it/2018/09/04/alle-radici-della-musica-americana-con-classe-e-forza-interpretativa-shemekia-copeland-americas-child/ . Disco che accentuava, come in precedenti album, ma in modo più marcato, la presenza di elementi rock, soul, country e “Americana” sound, quindi tutta la musica delle radici. Per questo nuovo Uncivil War la formula viene ripetuta: stesso produttore, l’ottimo Will Kimbrough, stessi studi di Nashville, massiccia presenza di ospiti di pregio e la scelta di un repertorio molto variegato, cercato con molta cura tra alcuni classici del passato e il nuovo materiale scritto principalmente dai due produttori John Hahn e Will Kimbrough.

Poi il resto lo fanno la bellissima voce di Shemekia e le sue sublimi capacità interpretative: Clotilda’s On Fire, è una storia vera, dalla penna di Kimbrough, che anche negli Orphan Brigade è un eccellente narratore, e racconta le vicende dell’ultima nave di schiavi che arrivò n America (a Mobile Bay, Alabama nel 1859, 50 anni dopo che il traffico di schiavi era stato ufficialmente bandito). La nave fu incendiata e distrutta dal capitano per nascondere l’evidenza dei fatti, e (ri)scoperta solo nel 2019: uno slow blues di grandissima intensità, cantato con passione dalla Copeland e con Jason Isbell superbo alla chitarra solista, mentre Kimbrough e la ritmica di Lex Price, basso e Pete Abbott, batteria, lavorano di fino, come in tutto l’album, grande canzone. E la successiva Walk Until I Ride non è da meno, come ospite troviamo Jerry Douglas ad una sinuosa lap steel, e la canzone, chiaramente ispirata da quelle degli Staple Singers, anche per l’uso di elementi gospel nei cori e il gran finale emozionante , tratta l’argomento dei diritti civili, sempre di attualità anche nell’America di oggi, e che voce, Mavis sono sicuro che approverà.

Ottima pure la title track Uncivil War, sulla attuale situazione di incertezza e paura che attanaglia il mondo: uno splendido country-folk-blugrass con Douglas che passa al dobro, con Sam Bush al mandolino, Steve Conn all’organo e gli Orphan Brigade alle armonie vocali, sempre cantata con impeto da Shemekia, basterebbero queste tre canzoni per celebrarne l’eccellenza, ma anche il resto del disco, per usare un eufemismo, non è male. Money Makes You Ugly ci introduce agli straordinari talenti del suo giovane compagno di etichetta, il bravissimo chitarrista Christone “Kingfish” Ingram https://discoclub.myblog.it/2019/06/24/lultima-scoperta-della-alligator-un-grosso-chitarrista-e-cantante-in-tutti-i-sensi-christone-kingfish-ingram-kingfish/ , che ci regala una incandescente serie di assoli di chitarra in questo travolgente rock-blues, mentre la Copeland dirige le operazioni con la sua voce potente; Dirty Saint è una commossa dedica a Dr. John, un amico che non c’è più, un brano di tipico New Orleans sound, con Phil Madeira all’organo, Will Kimbrough alla chitarra e slide e un terzetto di vocalist ad alzare la temperatura.

La prima cover è una raffinata ripresa di Under My Thumb degli Stones, rallentata e trasformata quasi in un R&B intimo e notturno, mentre Apple Pie And A .45, sulla proliferazione delle armi negli USA, è una poderosa rock song con Will Kimbrough che imperversa di nuovo a slide e solista a tutto riff, con un suono cattivo il giusto. Give God The Blues del terzetto Shawn Mullins, Phil Madeira e Chuck Cannon è una sorta di preghiera laica alle 12 battute, con Kimbrough e Madeira che si dividono le parti di chitarra, mentre la Copeland declama questo carnale rock-blues cadenzato, seguito dalla divertente e tirata ode al vecchio R&R, She Don’t Wear Pink firmata da Webb Wilder che incrocia anche la chitarra con il re del twang Duane Eddy, mentre No Heart At All vede aggiungersi alla coppia di autori Kimbrough e Hahn, anche il noto produttore/batterista Tom Hambridge, con Jerry Douglas di nuovo alla lap steel in un assolo da urlo e un suono sanguigno quasi alla Ry Cooder dei tempi d’oro del blues elettrico. Per chiudere un paio di altri blues d’annata, di Don Robey una sospesa e sognante In The Dark, con Steve Cropper a duettare con Kimbrough, mentre Shemekia emoziona con una interpretazione da brividi, prima di rendere omaggio al babbo Johnny Clyde Copeland con una deliziosa blues ballad come Love Song, dove Kimbrough ci mette ancora del suo alla chitarra. Il tutto cantato e suonato come Dio comanda.

Bruno Conti

Un Altro Di Quelli Che Non Sbagliano Un Colpo! Jason Isbell And The 400 Unit – Reunions

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Jason Isbell And The 400 Unit – Reunions – Southeastern/Thirty Tigers

Da quando nel 2007 ha lasciato i Drive-By Truckers per dedicarsi alla carriera solista, Jason Isbell si è creato la meritata reputazione di uno dei migliori giovani songwriters in circolazione, con una serie di album che manifestano una crescita costante fino al suo ultimo lavoro, il bellissimo The Nashville Sound del 2017 https://discoclub.myblog.it/2018/01/15/da-nashville-con-orgoglio-jason-isbell-and-the-400-unit-the-nashville-sound/ . The Nashville Sound è il classico album che segna l’apice di una carriera, uno splendido esempio di cantautorato in puro stile Americana con il quale Jason ci ha dimostrato che la vera musica della capitale del Tennessee non è certo il becero pop da classifica spacciato come country, ma quel sound tra folk, country e rock che deriva direttamente dagli album di fine anni sessanta nei quali spopolavano i cosiddetti Nashville Cats (ovvero quell’insieme di grandi sessionmen di stanza nella Music City in grado di portare il suono giusto a qualsiasi album). The Nashville Sound ha avuto un notevole successo di critica ed anche di pubblico, risultando l’album più venduto della carriera del nostro a dimostrazione che ogni tanto anche la “nostra” musica si sa ancora far valere.

Nel 2018 l’esposizione mediatica di Jason è pure aumentata, in quanto è stato coinvolto nella colonna sonora del film multimilionario A Star Is Born (scrivendo Maybe It’s Time per il protagonista maschile Bradley Cooper), godendo quindi di un ottimo ritorno di popolarità. Ora Isbell torna a fare quello che gli riesce meglio, sempre a capo dei 400 Unit (che a parte la moglie Amanda Shires al violino e voce sono Sadler Vaden alla chitarra, Derry DeBorja alle tastiere, Jimbo Hart al basso e Chris Gamble alla batteria) e ci consegna un lavoro nuovo di zecca intitolato Reunions, un album in gran parte introspettivo soprattutto nei testi, che parlano di come l’autore stesso sia progredito negli anni sia come artista che come essere umano in termini di relazioni col prossimo (amanti, figli, genitori o amici) ed anche per quanto riguarda il suo equilibrio interiore, ma nello stesso tempo affronta la complicata situazione politica americana con brani come la dura (nel testo) Be Afraid, nella quale sembra rivolgersi tanto ai colleghi artisti (compreso sé stesso) quanto ai fans, chiedendo loro di non ignorare il momento ma di prendere delle posizioni nette. Il disco, che per la quarta volta di fila vede il quasi onnipresente Dave Cobb alla produzione, è quindi maggiormente incentrato sulle ballate rispetto ai lavori passati, anche se non mancano i brani più mossi ed un certo gusto pop qua e là.

Forse Reunions ad un primo approccio può risultare meno immediato di The Nashville Sound, ma se gli concederete più di un ascolto non potrete che metterlo comunque molto in alto nelle vostre classifiche di gradimento: personalmente la prima volta che l’ho infilato nel lettore l’avevo giudicato buono ma leggermente inferiore al predecessore, ma dopo altri ascolti le canzoni hanno cominciato a crescere dentro di me a poco a poco ed ora lo metto tranquillamente sullo stesso piano. Nel disco suonano solo Jason, i 400 Unit e qualche chitarra aggiunta da parte di Cobb, ma come ospiti alle backing vocals abbiamo Jay Buchanan (leader del gruppo hard rock Rival Sons, che ha come unico punto in comune con Isbell il fatto di essere prodotto da Cobb) e soprattutto David Crosby, che abbellisce con il suo inconfondibile timbro l’iniziale What’ve I Done To Help, un’affascinante ballata tra pop e musica cantautorale cantata e suonata con molta forza, con la frase del titolo ripetuta in modo insistente ed un feeling anni settanta dato dall’uso particolare degli archi in sottofondo: più che di Cobb, lo stile di produzione sembra quello di Dan Auerbach, con la parte finale che mi ricorda la conclusione della mitica Ohio di CSN&Y, non tanto per la melodia che è molto diversa ma per il fatto che la voce di Crosby si staglia sulle altre ripetendo più volte la frase del titolo. Dreamsicle è una ballata limpida e distesa dall’arrangiamento elettroacustico e cantata molto bene, con un bel background basato su chitarre e piano e sempre quel gradevole sapore d’altri tempi; Only Children è un delizioso bozzetto acustico cantato a due voci con Amanda ed eseguito con grande finezza (ed un apprezzabile intervento di chitarra elettrica), mentre Overseas è uno splendido brano in puro stile Americana, un folk-rock dal ritmo cadenzato dalla melodia scintillante e con un paio di assoli chitarristici decisamente coinvolgenti.

Isbell ormai è diventato un songwriter sul quale contare ad occhi chiusi, in grado di passare con grande disinvoltura dalle ballate più intense ai brani rock più coinvolgenti con la massima naturalezza, oltre ad essere un provetto chitarrista. Running With Our Eyes Closed ha un inizio soffuso ed attendista che ricorda certe cose dei Fleetwood Mac “californiani”, un pezzo che fa uscire un’anima pop-rock da non sottovalutare; River è una tenue ballata che ci riporta allo stile tipico di Jason, un racconto strumentato con gusto e misura in cui a dominare sono il piano di DeBorja ed il violino della Shires, il tutto eseguito con intensità e pathos notevoli. La già citata Be Afraid ha un ritmo cadenzato ed è decisamente più elettrica, e non manca anche qui l’elemento pop che rimanda a paesaggi sonori cari a Lindsey Buckingham, a differenza di St. Peter’s Autograph che è un delicato pezzo cantautorale al 100% in cui la voce del nostro è circondata dal minimo sindacale di strumenti. L’album si chiude con la mossa e gradevole It Gets Easier, rock ballad elettrica tra le più immediate del lavoro, e con la toccante Letting You Go, sorta di valzerone folk dal pathos notevole (altro brano da inserire tra i migliori), finale splendido per un altro disco di elevato spessore da parte di Jason Isbell, che lavoro dopo lavoro si conferma come uno dei maggiori songwriters oggi in America. Esce il 15 maggio.

Marco Verdi

Il Disco Country Dell’Anno? Anche Qualcosa In Più! The Highwomen

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The Highwomen – The Highwomen – Elektra/Warner CD

Quando qualche mese fa ho visto che tra le pubblicazioni in arrivo c’era l’esordio di un supergruppo country al femminile che fin dal nome, The Highwomen, era un diretto omaggio agli Highwaymen di Willie, Waylon, Cash e Kristofferson ho inizialmente pensato che si stesse scherzando col fuoco, ma quando ho ascoltato il disco sono rimasto letteralmente fulminato. L’idea iniziale di formare una band del genere è venuta ad Amanda Shires un giorno che, durante un lungo viaggio, ha constatato che nelle radio country americane passavano molte più canzoni di artisti maschili che femminili; Amanda ne ha parlato col produttore Dave Cobb, che le ha suggerito di contattare Brandi Carlile (non il primo nome che mi sarebbe venuto in mente, non perché non sia brava, anzi la considero una delle migliori giovani songwriters in circolazione, ma perché non è prettamente country), che ha accettato all’istante con entusiasmo. Le due hanno poi chiamato Maren Morris, stellina del country in rapida ascesa, e Natalie Hemby che è la meno popolare delle quattro in quanto più nota nell’ambiente di Nashville come autrice per conto terzi.

Le quattro hanno trovato subito l’intesa e hanno cominciato a scrivere canzoni con estrema facilità, ed il risultato finale è a mio parere uno dei più bei dischi del 2019, e non solo in ambito country (tra l’altro il successo è stato immediato, dato che in America è balzato subito al numero uno in classifica). Un album intenso e godibile, con almeno cinque grandi canzoni ed una cover spettacolare, con la Carlile che è indubbiamente leader ed anima del progetto (al punto da sembrare una country artist in tutto e per tutto): non è il primo supergruppo country al femminile (penso alle Pistol Annies, o andando ancora più indietro al Trio Harris-Parton-Ronstadt), ma questo CD sprigiona una magia rara. La produzione è ovviamente nelle mani di Cobb, che compare come al solito anche come chitarrista, mentre Brandi ha portato con sé i gemelli Phil e Tim Hanseroth, suoi abituali collaboratori, ed Amanda ha fatto lo stesso con il marito Jason Isbell (completano il quadro il tastierista Peter Levin ed il batterista Chris Powell, un habitué di Cobb). Per rendere ancora più saporito il piatto, troviamo alla voce in un paio di pezzi Sheryl Crow e la bravissima cantante country-soul inglese Yola, che ha esordito pochi mesi fa con l’ottimo Walk Through Fire, prodotto da Dan Auerbach.

Il disco parte alla grandissima con Highwomen, che non è altro che Highwayman di Jimmy Webb con il testo cambiato al femminile da Brandi e Amanda (chiaramente col permesso dell’autore), in cui le protagoniste sono rispettivamente un’immigrata dall’Honduras, una guaritrice impalata a Salem come strega, una combattente per la libertà degli afroamericani nei sixties (ed infatti in questa strofa la voce solista è di Yola) ed una predicatrice. E la cover è semplicemente formidabile, eseguita con pathos enorme e cantata in maniera sontuosa: non arrivo a dire che questa versione è superiore a quella degli Highwaymen, ma non è di certo così distante. Redisigning Women è il primo singolo, un brano scritto dalla Hemby in cui le quattro si alternano al canto, ed è una splendida country song cadenzata e dalla melodia scintillante, di quelle che dopo mezzo ascolto non ti escono più dalla testa. E’ il turno della Morris con la deliziosa Loose Change, altro pezzo dal ritmo pulsante e con un ritornello vincente ed evocativo, impreziosito da un bel lavoro di steel ed organo, mentre Crowded Table, che vede ancora tutte e quattro alle lead vocals, è una toccante ballata corale con il suono che ha più di un rimando agli anni settanta ed un altro refrain strepitoso: quattro canzoni una più bella dell’altra, un grande inizio.

Le ragazze non danno tregua: My Name Can’t Be Mama è un trascinante honky-tonk che potrebbe benissimo provenire dal Texas, gran ritmo e voci superbe. If She Ever Leaves Me è un lento intenso che affronta con molta delicatezza il tema dell’amore tra donne, ed infatti il brano (che è scritto dalla Shires insieme al marito) è affidato alla Carlile, omosessuale dichiarata e paladina per i diritti femminili; Old Soul, di e con Maren voce solista, è una country ballad dal ritmo sostenuto e sviluppo disteso, e precede l’elettrica e chitarristica Don’t Call Me (Shires + Carlile), che sembra quasi una versione al femminile di Johnny Cash, boom-chicka-boom compreso. My Only Child è un languido slow con la Hemby protagonista ed il solito ritornello di notevole impatto emotivo, mentre Heaven Is A Honky Tonk (scritta insieme a Ray LaMontagne) è un altro strepitoso country-rock coinvolgente al massimo e con una strofa cantata dalla Crow: una delle più belle del disco. Finale con la tenue Cocktail And A Song, dedicata dalla Shires al padre, e con la maestosa Wheels Of Laredo, splendida ballatona di Brandi che ha lo stile epico di certe cose di Kristofferson.

Album bellissimo e sorprendente, che come dicevo prima va oltre il concetto di country, e che sono sicuro ci farà compagnia a lungo nei prossimi mesi.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 6. Sarà Veramente Il Suo Ultimo Disco? Gli “Amici” Sono Comunque Accorsi A Frotte. Sheryl Crow – Threads

sheryl crow threads

Sheryl Crow – Threads – Valory/Universal – 30-08-2019

Lo aveva annunciato ed era in preparazione da più in anno, questo Threads, stando a quanto ha dichiarato la stessa Sheryl Crow, dovrebbe essere il suo ultimo disco di studio in assoluto. Poi ha dichiarato in una intervista che in futuro si dedicherà solamente a dei singoli saltuari!! “Perché l’album come forma d’arte è più che altro una forma d’arte morente”, aggiungendo che “la gente è molto più interessata ai singoli” e quindi in futuro le sue nuove canzoni, perché non ha intenzioni di ritirarsi, usciranno solo come singoli, mano a mano che saranno pronte. Ammesso e non concesso che sia vero, non ci vedo molto la brava Sheryl a sfornare tormentoni per l’estate, duetti (magari con rappers ed hip-hoppers), insomma può darsi che i singoli funzionino, ma forse non nel suo genere musicale, salvo non abbia capito tutto lei, cosa di cui mi permetto di dubitare, e gli sviluppi futuri del mercato discografico saranno effettivamente questi, vedremo.

Comunque nel frattempo la Crow ha chiamato a raccolta molti musicisti importanti (e un paio un po’ meno), inclusi amici ed ex fidanzati, per registrare questo album di duetti, con una serie di nuove composizioni della cantante americana, qualcuna pescata anche dal passato, come il duetto virtuale con Johnny Cash, Redemption Day, che l’Uomo In Nero, aveva già inciso, ed era poi stata pubblicato nel suo album postumo American VI, e che la stessa Sheryl aveva scritto e registrato per il suo disco omonimo del 1996. A duettare nel disco ci sono molte icone della musica come Keith Richards, Willie Nelson, Kris Kristofferson, Emmylou Harris, James Taylor, Sting, Eric Clapton, ma anche Stevie Nicks, Bonnie Raitt, Mavis Staples, Joe Walsh, Vince Gill, molti con cui ha già inciso in passato. Tra i “nuovi” troviamo anche Maren Morris Brandi Carlile, che curiosamente hanno formato un nuovo supergruppo, le Highwomen, insieme ad Amanda Shires, di cui troviamo il marito nel disco, Natalie Hemby, il cui omonimo disco di esordio, con perfetto tempismo, uscirà il 6 settembre.

Tra coloro che duettano con Sheryl Crow c’è anche Jason Isbell, il marito appunto della Shires, la nuova stella del country Chris Stapleton, Chuck D, il rapper, che non si capisce cosa ci faccia in questa compagnia (forse è per il discorso dei singoli futuri, si porta avanti), tra l’altro in un brano, dove appaiono anche Andra Day (una cantante nera tra nu soul, disco, R&B) e Gary Clark Jr. Tra i nuovi troviamo anche St. Vincent, le Lucius Margo Price, curiosamente però solo nella versione in vinile di questo Threads, perché nel CD a duettare con lei in Cross Creek Road, troviamo Lukas Nelson. Dovrei averli citati tutti, comunque qui sotto trovate la lista completa dei brani e degli accoppiamenti dei diversi artisti.

 Tracklist
1. Prove You Wrong (featuring Stevie Nicks and Maren Morris)
2. Live Wire (featuring Bonnie Raitt and Mavis Staples)
3. Tell Me When It’s Over (featuring Chris Stapleton)
4. Story Of Everything (featuring Chuck D, Andra Day, and Gary Clark Jr.)
5. Beware Of Darkness (featuring Eric Clapton, Sting, and Brandi Carlile)
6. Redemption Day (featuring Johnny Cash)
7. Cross Creek Road (featuring Lukas Nelson)
8. Everything Is Broken (featuring Jason Isbell)
9. The Worst (featuring Keith Richards)
10. Lonely Alone (featuring Willie Nelson)
11. Border Lord (featuring Kris Kristofferson)
12. Still The Good Old Days (featuring Joe Walsh) 

13. Wouldn’t Want To Be Like You (featuring St. Vincent)
14. Don’t (featuring Lucius)
15. Nobody’s Perfect (featuring Emmylou Harris)
16. Flying Blind (featuring James Taylor)
17. For The Sake Of Love (featuring Vince Gill)

Potenzialmente potrebbe essere un album molto interessante, anche se ci sono musicisti provenienti dai generi più disparati, che comunque Sheryl Crow ha più o meno frequentato tutti in passato. Se deve uscire di scena vuole farlo con il botto: sentiremo se sarà vero dopo il 30 agosto, quando è prevista l’uscita del disco, che è prodotto insieme a Jeff Trott, dalla stessa Crwo, Nel Post comunque potete già ascoltare alcune canzoni per farvi un’idea.

Bruno Conti

Non Sarà Brava Come Il Marito, Ma Anche Lei Fa Comunque Della Buona Musica. Amanda Shires – To The Sunset

amanda shires to the sunset

Amanda Shires – To The Sunset – Silver Knife/Thirty Tigers

Amanda Shires dal 2013 è la moglie di Jason Isbell, ex Drive-by-Truckers, da qualche anno uno dei musicisti più interessanti del roots-rock, del southern ed in generale del rock americano dell’ultima decade. Entrambi vivono a Nashville, con la loro bambina, nata nel 2015, e sono una delle coppie più indaffarate del cosiddetto alternative country, spesso presenti in dischi di altri artisti come ospiti (le apparizioni più recenti, per entrambi, nei dischi 2018 di Tommy Emmanuel John Prine, mentre lei canta e suona anche nel nuovo Blackberry Smoke, che evidentemente di chitarristi ne hanno abbastanza), oltre che nei rispettivi album dove sono una reciproca presenza costante: Isbell in effetti suona tutte le chitarre e il basso (insieme a Cobb) in questo nuovo To The Sunset, settimo album (contando anche quello in coppia con Rod Picott del 2009), prodotto, come il precedente My Piece Of Land del 2016, dall’onnipresente Dave Cobb. Devo dire che il mio preferito della Shires rimane sempre Carrying Lightning https://discoclub.myblog.it/2011/06/03/un-altra-giovane-bella-e-talentuosa-songwriter-dagli-states/ , anche se i dischi della texana originaria di Lubbock sono sempre rimasti su un livello qualitativo più che valido, pur segnalando un progressivo spostamento dal country e dal folk della prima parte di carriera, che aveva suscitato paragoni con Emmylou Harris Dolly Parton (almeno a livello vocale), verso uno stile che comunque congloba un pop raffinato e melodioso, affiancato da un morbido rock classico al femminile, sferzato di tanto in tanto dalle sfuriate chitarristiche del marito Jason.

L’album ha avuto critiche eccellenti pressoché unanimi, tra l’8 e le quattro stellette (che poi sono la stessa cosa), ma non mi sembra personalmente questo capolavoro assoluto, pur ammettendo che il disco è estremamente piacevole e vario, lo stile forse a tratti si appiattisce un po’ troppo su un suono “moderno” e radiofonico, strano per uno come Cobb che di solito usa un approccio molto naturale e non lavorato eccessivamente nelle sonorità: la voce è anche spesso filtrata, rafforzata da riverberi vari, raddoppiata con il multitracking, che in alcune canzoni ne mascherano la deliziosa “fragilità” che potrebbe ricordare una cantante come Neko Case e forse anche Tift Merritt, o le derive più elettriche di certi vecchi dischi meno tradizionali nei suoni di Nanci Griffith, ma, ribadisco, si tratta di una impressione e di un parere personali, ad altri, visto quello che passa il convento del mainstream rock, il disco piacerà sicuramente. Forse il fatto che per il mio gusto ci siano troppe tastiere e sintetizzatori, suonate da Derry DeBorya dei 400 Unit del marito Jason Isbell, che per quanto non sempre necessariamente invadenti, conferiscono comunque un suono troppo rotondo che non sempre le chitarre riescono a valorizzare e rendere più incisivo, unito al fatto che il violino di Amanda spesso è filtrato da Cobb con pedali ed effetti vari che lo rendono quasi indistinguibile dalle chitarre, a parte in Eve’s Daughter, il brano decisamente più rock e tirato dell’album, dove la chitarra di Isbell suona quasi “burrascosa” e leggermente psichedelica ed interagisce con successo con il violino della Shires.

Altrove regna una maggiore calma, come nell’iniziale Parking Lot Pirouette, dove delle backwards guitars e della sottile elettronica segnalano un complesso arrangiamento, per una avvolgente ballata dove la voce della Shires tenta quasi delle piccole acrobazie vocali, ben sostenuta dal piano elettrico e dalle chitarre sognanti e sfrigolanti del marito, oppure nella nuova versione della dolce e melodica Swimmer, un brano che era già presente in Carrying Lighting e non perde il suo fascino misterioso in questa nuova versione. Molto gradevole il rock “alternativo” della incalzante Leave It Alone, sempre con intricate e complesse partiture costruite intorno a diversi strati di chitarre, tastiere ed al violino trattato, come pure la voce raddoppiata di Amanda. Charms è una delle rare oasi folk-rock del disco, una melodia accattivante che valorizza la voce partecipe della nostra amica e i delicati intrecci chitarristici elettroacustici, mentre l’ironica Break Out The Champagne è un delizioso mid-tempo rock che ha quasi il fascino di certe canzoni di Tom Petty, con un effervescente lavoro della chitarra di Isbell che aggiunge pepe ad una interpretazione vocale particolarmente riuscita di Amanda Shires.

Take On The Dark è più “buia e tempestosa” sin dal titolo, un altro incalzante rock chitarristico dove il drive di basso e batteria rende bene il mood drammatico della canzone; White Feather è una leggiadra pop song dalle gradevoli atmosfere che ricordano i brani più piacevoli di Neko Case, sempre con il lavoro di fino delle chitarre di Isbell e dell’organo di DeBorya e l’ukulele della Shires sullo sfondo. Mirror Mirror ha un suono quasi anni ’80, vagamente alla Kate Bush, quella meno ispirata, con tastiere che impazzano ovunque, ma, se mi passate il gioco di parole, non mi fa impazzire. In chiusura troviamo Wasn’t I Paying Attention, uno dei brani migliori del disco, con un riff circolare vagamente alla Neil Young, ma molto vagamente, un bel giro di basso rotondo, inserti di tastiere che fanno da preludio ad un ennesimo grintoso assolo chitarra di Isbell, per un brano che tratta con toni misteriosi ma moderati la vicenda di un suicidio inaspettato. Piace con moderazione.

Bruno Conti

Ripassi Estivi 3. In Poche Parole, Un Disco Semplicemente Fantastico! Tommy Emmanuel – Accomplice One

tommy emmanuel accomplice one

Tommy Emmanuel – Accomplice One – CGP Sounds/ Mascot Music/Thirty Tigers

Tommy Emmanuel, chitarrista australiano di 63 anni, non è molto popolare dalle nostre parti, ma è giustamente considerato uno dei massimi esponenti mondiali dello strumento. Eletto più volte miglior chitarrista acustico del mondo, Emmanuel è un maestro della tecnica del fingerpicking, e nella sua carriera (iniziata alla fine degli anni settanta) ha suonato di tutto, passando dal jazz al country, al folk, al bluegrass ed anche al rock; amico del grande Chet Atkins, è stato insignito del prestigioso titolo di CGP (Certified Guitar Player), una riconoscenza che negli anni è stata riservata solo ad altri quattro musicisti (tra cui lo stesso Atkins), e che Tommy esibisce orgogliosamente anche sulle copertine dei suoi album, accanto al suo nome. Negli ultimi anni il nostro si è avvicinato ulteriormente alle atmosfere country e folk tradizionali, ed il suo nuovo lavoro Accomplice One può essere tranquillamente definito come uno dei più importanti della sua corposa discografia. Accomplice One è un album formidabile, lungo (sedici canzoni, più di un’ora di musica), in cui il nostro mescola in maniera straordinaria brani originali e cover, aiutato da una serie impressionante di ospiti, più o meno famosi. Ma il disco è bellissimo non solo per i nomi coinvolti, ma perché è suonato in maniera sublime e coinvolgente, pur essendo il materiale al 90% acustico, e con la sezione ritmica (suonata tra l’altro da Tommy stesso) il più delle volte assente.

Un disco magnifico quindi, spesso solo strumentale, a volte cantato (anche da Emmanuel) e per di più con una purezza di suono spettacolare: se avete dei parenti o conoscenti che stanno cercando di imparare a strimpellare la chitarra, non fategli ascoltare questo album, potrebbero scoraggiarsi ad un punto tale da riporre lo strumento in soffitta. Deep River Blues, noto brano di Doc Watson, vede Tommy duettare con Jason Isbell: melodia pura, d’altri tempi, ed il nostro che inizia a scaldare i motori con una prova chitarristica eccellente (la prima, come vedremo, di molte). Song And Dance Man, del songwriter australiano Mike McClellan, è già splendida, una country song cristallina e dal motivo coinvolgente, eseguita da Tommy con Ricky Scaggs; Saturday Night Shuffle, di Merle Travis, vede la partecipazione di Jorma Kaukonen (e di Pat Bergeson all’armonica), ed è un magistrale country-blues nel quale Tommy si cimenta anche con basso e batteria, e gli assoli strepitosi si sprecano (Jorma è uno sparring partner di tutto rispetto), Wheelin’ And Dealin’ è un brano originale (da qui in poi dove non dico nulla vuol dire che l’autore è Emmanuel stesso) ed è il primo di due pezzi con l’emergente e bravo J.D. Simo, il quale si presenta con la chitarra elettrica, che si combina alla grande con l’acustica di Tommy per un bluegrass-rock (c’è anche Charlie Cushman al banjo) davvero irresistibile, tra i più belli del disco.

Non può mancare in un album così David Grisman (che aveva già inciso un CD intero con Emmanuel), il quale porta il suo inseparabile mandolino per una stupenda versione tra folk e jazz di C-Jam Blues di Duke Ellington, con i due che si alternano agli assoli provocando nell’ascoltatore un senso di goduria difficile da descrivere. Ancora Simo affianca il nostro in una bellissima rilettura acustica (ma con sezione ritmica) di (Sittin’ On) The Dock Of The Bay, proprio il classico di Otis Redding, esecuzione superba anche se nessuno dei due ha la voce di Otis; dopo Isbell, ecco sua moglie Amanda Shires, nella cover più sorprendente del CD: si tratta di Borderline, un vecchio pezzo di Madonna (ed il cui autore, Reginald Grant Lucas, collaboratore storico di Lady Ciccone, è scomparso appena due mesi fa), che diventa un’intensa country ballad con Tommy sia all’acustica che all’elettrica ed Amanda al violino. Arriva anche Mark Knopfler, che doppia Tommy sia alla voce che alla chitarra acustica (entrambe suonate alla grande, ça va sans dire…straits!) in You Don’t Want To Get You One Of Those, canzone scritta da Mark per l’occasione; ancora due chitarre da sole, ma stavolta la seconda è di Clive Carroll, per Keepin’ It Reel, un fantasmagorico medley strumentale di brani tradizionali, sembra quasi impossibile che siano solo in due, e poi suonano ad una velocità tale che sembra che qualcuno abbia accelerato il nastro. La coinvolgente Looking Forward To The Past, di e con Rodney Crowell, tra country e rock, è il brano più strumentato ed elettrico del disco, ma è anche una gran bella canzone.

L’inimitabile dobro di Jerry Douglas raggiunge Tommy per una versione sensazionale di Purple Haze, proprio il classico di Jimi Hendrix, rivoltata come un calzino ma in maniera fantastica, con Emmanuel che fornisce la prestazione più incredibile del CD, non mi capacito davvero di come si possa suonare così. Un’oasi di tranquillità ci vuole a questo punto, e ci pensa a fornirla Jake Shimabukuro con il suo ukulele, dando a Rachel’s Lullaby un sapore hawaiano, mentre Djangology è, come da titolo, un raffinatissimo omaggio al grande Django Reinhardt, insieme alle chitarre di Frank Vignola e Vinny Raniolo, che non sono due personaggi usciti dai Sopranos ma due provetti musicisti di stampo jazz. Ancora Grisman con la cristallina Watson Blues (di Bill Monroe), tra folk e country, seguito dalla bluesata Tittle Tattle, un pezzo da applausi suonato insieme a Jack Pearson, chitarrista che in passato ha militato anche nella Allman Brothers Band, e dalla struggente ballata The Duke’s Message, cantata benissimo da Suzy Bogguss, ed in cui spunta anche un pianoforte. Accomplice One è un disco che definire imperdibile è poco, e che ci ritroveremo sicuramente “tra i piedi” fra qualche mese in sede di classifiche di fine anno.

Marco Verdi

Diamo Il Bentornato Ad Uno Degli Ultimi Grandi Cantautori! John Prine – The Tree Of Forgiveness

john prine the tree of forgiveness

John Prine – The Tree Of Forgiveness – Oh Boy/Thirty Tigers CD

John Prine è sempre stato uno dei miei cantautori preferiti, anzi arrivo a sostenere che negli anni settanta sopra di lui c’erano forse solo Bob Dylan e Paul Simon, ed è uno che in carriera ha avuto solo un centesimo dei riconoscimenti che avrebbe meritato. Dagli anni novanta in poi Prine ha diradato di molto la sua produzione, ed è addirittura dallo splendido Fair & Square del 2005 che non avevamo sue canzoni nuove: dischi sì, ma o erano di covers, come il CD con Mac Wiseman Standard Songs For Average People o quello di duetti con interpreti femminili For Better, Or Worse https://discoclub.myblog.it/2016/11/15/recuperi-fine-stagione-altro-album-duetti-molto-meglio-del-primo-john-prine-for-better-or-worse/ , o erano dal vivo, come In Person & On Stage ed il recente live d’archivio September 78 https://discoclub.myblog.it/2017/10/02/un-buon-live-anche-se-monco-john-prine-september-78/ , o collezioni di demo di inizio carriera (The Singing Mailman Delivers). In questi anni ha avuto anche problemi di salute che lo hanno minato nell’aspetto, rendendolo quasi irriconoscibile e comunque fatto invecchiare molto male, e quindi era lecito pensare che avesse appeso la penna al chiodo in maniera definitiva. Una parte di merito per il suo ritorno sulle scene credo ce l’abbia Dan Auerbach, che lo ha coinvolto nella scrittura di alcune canzoni per il suo splendido album solista dello scorso anno: insieme i due hanno composto addirittura una ventina di brani, anche se poi Dan ne ha usata una sola (Waiting On A Song, la title track del disco) ed un’altra l’ha data a Robert Finley, del quale ha anche prodotto il bel disco Goin’ Platinum.

John dal canto suo si è rimesso a scrivere, da solo o con altri, tirando anche fuori dai cassetti qualche vecchia canzone mai incisa (ed altre due di quelle con Auerbach), ed è riuscito finalmente a dare un seguito a Fair & Square: The Tree Of Forgiveness è un album altrettanto riuscito, con dieci canzoni di qualità eccelsa che ci fanno ritrovare il Prine classico, quello che sa essere divertente ed ironico ma anche profondo e toccante, con una voce che a differenza del fisico non ha risentito più di tanto del tempo trascorso, al punto che non sembra che siano passati tredici anni tra un disco e l’altro. Buona parte del merito va anche al produttore, cioè il ben noto Dave Cobb (ormai un maestro nel dosare i suoni in dischi di questo tipo), il quale ha circondato John di strumentazioni misurate, mai eccessive, in modo da far risaltare sempre e solo la canzone in sé stessa: i musicisti coinvolti sono un mix tra i “regulars” di Prine, come Jason Wilber e Pat McLaughlin e quelli di Cobb, come Mike Webb e Ken Blevins, oltre ad ospitare interventi sempre all’insegna della misura da parte di Brandi Carlile, di Jason Isbell e della consorte Amanda Shires. Poche note di Knocking On Your Screen Door e già ritroviamo il John Prine che più amiamo, una cristallina e cadenzata ballata di ispirazione country, con una melodia tipica del nostro ed un accompagnamento scintillante: miglior inizio non poteva esserci https://www.youtube.com/watch?v=vqb6qKRN8j4 . I Have Met My Love Today è un delizioso brano elettroacustico impreziosito dalla seconda voce della Carlile (che adora John Prine), dal motivo semplice e diretto ed il gruppo che accompagna con discrezione https://www.youtube.com/watch?v=FzKZXEIW4YQ , mentre Egg & Daughter Nite, Lincoln Nebraska 1967 (Crazy Bone), titolo mica male, è una di quelle canzoni per cui il nostro è famoso, una folk ballad con voce, chitarra e poco altro, humor a profusione ed un gusto melodico squisito.

Summer’s End è una tenue slow song nella tradizione di pezzi come Hello In There, dal ritornello splendido e toccante, Caravan Of Fools è più spoglia, due chitarre acustiche, basso e mellotron, ed un mood più drammatico e quasi western di grande intensità, mentre l’ironica Lonesome Friends Of Science è puro Prine, motivo folk, organo alle spalle e brano che si ascolta tutto d’un fiato. No Ordinary Blue è una di quelle filastrocche countryeggianti che John ha sempre scritto con grande facilità (con ben quattro chitarre, tra cui l’elettrica di Isbell), Boundless Love è splendida pur nella sua voluta semplicità, ma il nostro riesce sempre ad emozionare anche solo con la voce e poco altro, e qui è servito da una scrittura di prim’ordine e dalla bravura di Cobb nel calibrare i suoni. God Only Knows non è una cover del classico dei Beach Boys, bensì un pezzo che John aveva scritto negli anni settanta addirittura con Phil Spector e poi dimenticato, e direi che ha fatto molto bene a ripescarla in quanto si tratta di una grande canzone, che beneficia anche di una strumentazione più vigorosa del solito, con la ciliegina della presenza dei coniugi Isbell, Jason alla solista ed Amanda al violino e seconda voce: se non è la più bella del disco poco ci manca https://www.youtube.com/watch?v=4E39NOnCS1U . La scherzosa When I Get To Heaven, che alterna talkin’ ad un cantato pimpante, chiude in maniera positiva un lavoro davvero bellissimo https://www.youtube.com/watch?v=OaDGYFNmtyY , grazie al quale mi rendo conto di quanto mi mancasse uno come John Prine.

Marco Verdi