Un Disco Che Conferma Che La Ragazza E’ Una “A Posto”. Ashley McBryde – Never Will

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Ashley McBryde – Never Will – Warner Nashville CD

Quando due anni fa mi sono occupato dell’esordio “adulto” di Ashley McBryde Girl Going Nowhere (i primi due lavori autodistribuiti sono introvabili da tempo), avevo esternato i dubbi che avevo avuto prima dell’ascolto riguardo alla bontà della proposta, in quanto il fatto che la ragazza incidesse da subito per una major come la Warner e si fosse affidata alla produzione di Jay Joyce, uno che non è mai andato tanto per il sottile, mi aveva fatto sospettare che la sua musica fosse equiparabile al pop becero che a Nashville spacciano per country https://discoclub.myblog.it/2018/06/06/la-ragazza-sa-benissimo-dove-andare-ashley-mcbryde-girl-going-nowhere/ . Niente di più lontano dalla realtà, in quanto dopo poche note avevo constatato che Ashley era una country girl coi fiocchi, autrice di una musica elettrica, roccata e coinvolgente basata sulle chitarre e con un notevole senso del ritmo, e che anche nelle ballate non cedeva mai alla melassa, il tutto suonato con una band ristretta ma che sapeva il fatto suo.

Ora la ragazza originaria dell’Arkansas concede il bis con Never Will, presentandosi sempre con Joyce in cabina di regia: anche questa volta avevo qualche dubbio pure se di natura diversa, e cioè se il buon successo di critica e pubblico ottenuto da Girl Going Nowhere non avesse fatto girare la testa alla McBryde facendola passare al “lato oscuro della Forza”. Ma fortunatamente Ashley conferma di essere una che sta dalla parte giusta di Nashville, e con Never Will ci regala altri quaranta minuti di country music vigorosa e direttamente imparentata con il rock, grazie ad una serie di canzoni scritte all’80% da lei seppur in collaborazione con altri (tra i quali la brava Brandy Clark) e ad un suono solo leggermente più “rotondo” di quello dell’album precedente: Joyce ha comunque lavorato bene anche questa volta, suonando anche gran parte degli strumenti e facendosi aiutare ancora da un gruppo non molto ampio di musicisti tra i quali spiccano Chris Sancho e Quinn Hill alla sezione ritmica, Chris Harris alla chitarra acustica e mandolino e Matt Helmkamp alla chitarra elettrica (strumento con il quale si esibisce anche la stessa McBryde, altro punto a suo favore).

I miei dubbi residui sono stati fugati fin dalla prima canzone Hang In There Girl, che ha un attacco chitarristico degno dei Rolling Stones ed un organo hammond a dare calore al suono: un brano diretto ed orecchiabile che dimostra che la ragazza non è l’erede di Reba McEntire ma una che sa roccare come si deve. One Night Standards è una country ballad dal ritmo pulsante sostenuta da una melodia evocativa ed una strumentazione elettrica e molto ariosa che si arricchisce man mano che il brano procede; Shut Up Sheila è un lento d’atmosfera dalle sonorità moderne ma comunque sotto controllo, che dopo un paio di minuti rivela un’anima rock potente che porta ad un crescendo dominato dalle chitarre, mentre First Thing I Reach For è un pimpante e delizioso esempio di puro country-rock d’autore (anzi, d’autrice), ritmo spedito e motivo incantevole, tra i più accattivanti del CD.

L’elettroacustica Voodoo Doll è una rock ballad cadenzata di sicuro impatto, nuovamente con le chitarre in primo piano e la sezione ritmica che non si tira certo indietro, a differenza della delicata Sparrow, un lento più nashvilliano ma senza eccessi di zucchero, bensì con un arrangiamento diretto e sempre con un retrogusto rock. Martha Divine è introdotta da un drumming ossessivo ed è un ottimo e solido country’n’roll dall’incedere trascinante, la corale Velvet Red è bucolica e con una splendida atmosfera sospesa tra folk e country d’altri tempi, Stone è una toccante oasi melodica e deliziosamente malinconica. Il CD termina con la ruspante title track, in cui viene ancora fuori lo spirito da rocker di Ashley (brano in cui riscontro ben presente l’influenza di Stevie Nicks), e con la bizzarra Styrofoam, unico momento da pollice verso del disco, in cui la nostra parla e canta su una base strumentale troppo pop e con un synth fastidioso, una canzone che faccio finta di non aver sentito e che comunque non va ad inficiare il risultato finale di Never Will, altro validissimo lavoro che conferma il talento di Ashley McBryde.

Marco Verdi

Quando Gli “Scarti” Sono Meglio Dei Brani Originali! Lukas Nelson & Promise Of The Real – Naked Garden

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Lukas Nelson & Promise Of The Real – Naked Garden – Fantasy/Concord CD

Non credo sia un caso che il miglior disco della carriera di Lukas Nelson e dei suoi Promise Of The Real (Tato Melgar, Anthony LoGerfo, Corey McCormick e Logan Metz) sia il loro album omonimo uscito nel 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/09/19/con-babbo-fratello-zia-e-cugine-acquisite-al-seguito-non-male-lukas-nelson-and-promise-of-the-real/ , quarto in totale e primo per la Fantasy, e cioè il lavoro uscito al termine della loro esperienza sia live che in studio come backing band di Neil Young: Lukas ha indubbiamente imparato moltissimo dalla collaborazione con il Bisonte, e la sua maturazione era palese in quel disco che, pur non essendo un capolavoro, era un ottimo esempio di rock americano al 100%, con diverse canzoni di livello egregio. E non dimentichiamo che essere figlio di Willie Nelson se hai un minimo di talento e sai assorbire gli insegnamenti nel modo giusto può essere un enorme vantaggio, anche se è successo più volte che avere come padre una leggenda è stato come il “bacio della morte” per decine di giovani musicisti.

Lo scorso anno Lukas e i POTR hanno pubblicato Turn Off The News (Build A Garden), un lavoro che avrebbe dovuto confermare quanto di buono fatto nel disco del 2017, ma che in realtà si è rivelato una parziale delusione, in quanto sembrava di avere a che fare con un album di pop-rock californiano, che non sarebbe di per sé un difetto, ma l’approccio alle canzoni era troppo rilassato e piuttosto molle, e la sensazione era che i brani stessi non fossero di prima scelta. Ho avuto la fortuna di vedere i POTR dal vivo con Young, e mi sono reso conto di avere di fronte una rock band con le contropalle, perfetta tra l’altro per accompagnare il vecchio Neil (sono una specie di Crazy Horse meno rozzi e più tecnici), ma nel disco di un anno fa non ho ritrovato lo stesso gruppo bensì una band qualunque, senza grinta e mordente. Immaginatevi quindi il mio entusiasmo quando ho appreso che, a distanza di meno di un anno, i nostri sarebbero usciti con un nuovo lavoro che già dal titolo, Naked Garden, si riallacciava all’album del 2019, e nel quale avrebbero inserito outtakes di quelle sessions e versioni alternate di pezzi di Turn Off The News, il tutto con un suono meno lavorato e più crudo.

Temevo quindi il peggio, dato che già il CD di un anno fa non mi aveva entusiasmato e non avevo grandi aspettative per una collezione di brani scartati da quelle registrazioni, ma con mia grande sorpresa devo ammettere che Naked Garden si è rivelato fin dal primo ascolto come un signor disco, un lavoro diretto e piacevole che ci ha restituito il gruppo che aveva fatto ben sperare negli anni precedenti. Sarà il suono più grezzo e rock, con le chitarre di nuovo in primo piano, sarà l’approccio differente verso le versioni alternate dei brani già noti, ma questo disco è un piacere dalla prima all’ultima nota, ed una volta terminato l’ascolto mi viene anche il dubbio che l’anno scorso Lukas non sia stato proprio lungimirante nello scegliere i brani da inserire in Turn Off The News. Quindici pezzi in tutto, di cui sette già conosciuti (Speak The Truth i nostri la suonano dal vivo già da qualche anno, anche se in studio non era ancora stata pubblicata) e otto inediti: le canzoni nuove iniziano con Entirely Different Stars, avvio deciso e potente per un brano dal sapore sudista ed un giro chitarristico di stampo blues, con i primi due minuti acustici seguiti da un’entrata vigorosa della band che dona al pezzo tonalità addirittura psichedeliche. La saltellante Back When I Cared è quasi country e presenta un motivo decisamente orecchiabile ed un arrangiamento “rurale”; Movie In My Mind è una rock ballad tersa, rilassata e molto piacevole, con la strumentazione usata in maniera fluida, mentre Focus On The Music è una country ballad pianistica suonata in modo elegante che risente dell’influenza di papà Willie.

My Own Wave è un brano particolare, una ballata con elementi sia rock che funky che country, il tutto molto godibile e con un refrain immediato, Fade To Black mi ricorda invece certi midtempo cadenzati di Tom Petty, con in più un retrogusto blue-eyed soul. I brani inediti terminano con la solida Couldn’t Break Your Heart, bella rock’n’roll song dai toni crepuscolari, e con la sorprendente The Way You Say Goodbye, un valzerone d’altri tempi in cui Lukas sembra quasi Roy Orbison (voce a parte). E veniamo ai pezzi già noti: detto della già citata Speak The Truth (un gradevole brano funkeggiante ed annerito), ci sono due versioni alternate di Civilized Hell, una elettrica molto più diretta di quella dell’anno scorso, con un drumming possente ed una slide appiccicosa, ed una intensa e rallentata rilettura acustica (anche se il mio orecchio percepisce anche qui una chitarra elettrica). La solare Out In L.A. era già tra le più piacevoli di Turn Off The News, e questa versione extended non mi fa cambiare idea, così come la splendida rilettura alternata della bella Bad Case, decisamente trascinante e tra i migliori momenti del CD. Chiudono Naked Garden due missaggi differenti e più spontanei di Stars Made Of You e Where Does Love Go, quest’ultima bellissima, coinvolgente e con agganci alle produzioni di Jeff Lynne per Tom Petty e Traveling Wilburys.

Una bella sorpresa dunque questo Naked Garden, ed ennesima dimostrazione che a volte quello che viene lasciato fuori dai dischi è meglio di ciò che viene pubblicato.

Marco Verdi

A Volte, Fortunatamente, Ritornano Come Un Tempo! Ray LaMontagne – Monovision

ray lamontagne monovision

Ray Lamontagne – Monovision – Rca Records

I primi quattro album di Ray LaMontagne, da Trouble del 2004 a God Willin’ & The Creek Don’t Rise del 2010, mi erano piaciuti moltissimo, e non solo a me, perché erano dischi veramente bellissimi e furono anche di grande successo, perché complessivamente avevano venduto quasi 2 milioni di copie solo negli Usa, gli ultimi due arrivando fino al 3° posto delle classifiche, tanto che Ray (dopo una vita in cui aveva girovagato dal nativo New Hampshire, poi nello Utah e nel Maine) si era potuto permettere di comprare una fattoria di 103 acri a Ashfield, Massachusetts, per oltre un milione di dollari, dove vive tuttora e ci ha costruito anche uno studio di registrazione casalingo. Brani in serie televisive, colonne sonore, VH1 Storytellers, un duetto con Lisa Hannigan nel disco Passenger del 2011, Insomma lo volevano tutti: poi nel 2014 esce il disco Supernova, prodotto da Dan Auerbach, un disco dove il suono a tratti vira verso la psichedelia, un suono molto più “lavorato” e con derive pop barocche, non brutto nell’insieme, tanto che molte critiche sono ancora eccellenti e il disco arriva nuovamente al terzo posto delle classifiche di Billboard, alcuni brani ricordano il suo suono classico, ma nel complesso è “diverso”. Nel 2016 ingaggia Jim James dei My Morning Jacket per Ouroboros dove il pedale viene schacciato ulteriormente verso una psichedelia ancora più spinta, chitarre elettriche distorte, rimandi al suono dei Pink Floyd in lunghi brani con improvvisazoni strumentali, voce filtrata o utilizzata in un ardito falsetto, per chi scrive anche un po’ irritante, benché ci siano dei passaggi quasi bucolici e sereni che si lasciano apprezzare, sempre se non avesse fatto i primi quattro album.

Il disco va ancora abbastanza bene, per cui si ritira per la prima volta nel suo studio The Big Room e decide di proseguire con la sua svolta “cosmica” pubblicando nel 2018 Part Of The Light, che però cerca di coniugare lo spirito rock dei dischi precedenti ad altri momenti più intimi e ricercati che rimandano al folk astrale dei primi album, un ritorno alle sonorità più amate della prima decade. Che giungono a compimento in questo nuovo Monovision dove, come ricordo nel titolo, LaMontagne ritorna, per citare altre frasi celebri e modi di dire, sulla diritta via e lo fa tutto da solo (d’altronde “chi fa da sé fa per tre”) suonando tutti gli strumenti, chitarre, tastiere, sezione ritmica e componendo una serie di brani ispirati a sonorità più morbide, rustiche e “campagnole”, l’amato Van Morrison e il suo celtic soul, il primo Cat Stevens, mai passato di moda, la West Coast californiana e il Neil Young degli inizi, il tutto ovviamente rivisto nell’ottica di Ray che prende ispirazione da tutto quanto citato ma poi, quando l’ispirazione lo sorregge, come in questo disco, è in grado di emozionare l’ascoltatore anche con la sua voce particolare ed evocativa.

Prendiamo l’iniziale Roll Me Mama, Roll Me, una chitarra acustica arpeggiata, la voce sussurata che diventa roca e granulosa, un giro di basso palpitante che contrasta con l’atmosfera più intima ed improvvise aperture bluesy, che qualcuno ha voluto accostare, non sbagliando, ai Led Zeppelin più rustici e fok de terzo album. I Was Born To Love You è una di quelle ballate meravigliose in cui il nostro amico eccelle, un incipit acustico alla Cat Stevens che si trasforma all’impronta in una lirica melodia westcoastiana, con fraseggi deliziosi dell’elettrica e il cantato solenne di un ispirato LaMontagne che fa una serenata alla sua amata. Strong Enough è la canzone più mossa e ottimista del disco, un ritmo che prende spunto dalla soul music miscelato con il groove del rock classico dei Creedence, la voce di Ray che si fa “nera”, sfruttando al massimo la sua potenza di emissione.

Summer Clouds torna al suono di una solitaria acustica arpeggiata, alla quale il nostro amico aggiunge una tastiera che riproduce il suono degli archi, un cantato quieto ed avvolgente, uguale e diverso al contempo da quello malinconico di Nick Drake e dei folksingers britannici dei primi anni ’70, ma anche di un Don McLean; We’ll Make It Through, il brano più lungo con i suoi sei minuti, si avvale del suono dolcissimo di una armonica soffiata quasi con pudore, senza volere disturbare, un omaggio al soft rock delle ballate dolci e pacatamente malinconiche dei cantautori californiani dei primi anni ’70.

Misty Morning Rain ci riporta al suono dell’esordio Trouble, quando LaMontagne veniva giustamente presentato come un epigono del Van Morrison più mistico, con il suo celtic soul, dove la forza impetuosa del cantato solenne di Ray e la musica incalzante convergono in un tutt’uno assolutamente radioso ed affascinante, mentre Rocky Mountain Healin’ sembra uscire dai solchi di After The Gold Rush o di Harvest di Neil Young, LaMontagne armato di armonica, questa volta fa la serenata alle Montagne Rocciose, che anche il sottovalutato John Denver aveva cantato in una delle sue composizioni più belle e il nostro amico non è da meno in un altro brano di qualità eccellente. In Weeping Willow LaMontagne si sdoppia alla voce in una canzone che rende omaggio a gruppi vocali come Everly Brothers e Simon And Garfunkel in un adorabile quadretto sonoro demodé, ma ricco di affettuose sfumature. Delicata ed avvolgente anche la bucolica Morning Comes Wearing Diamonds è un piccolo gioiellino acustico di puro folk pastorale con Ray che ci regala ancora squisite armonie vocali di superba fattura. E nella conclusiva Highway To The Sun il buon Ray si avventura anche nelle languide atmosfere country-rock che avremo sentito mille volte ma quando sono suonate e cantate con questa passione e trasporto ti scaldano sempre il cuore. Semplicemente bentornato!

Bruno Conti

Per Il Momento, Il Cofanetto Dell’Anno! Johnny Cash – The Complete Mercury Recordings 1986-1991

johnny cash complete mercury albums

Johnny Cash – The Complete Mercury Recordings 1986-1991 – Mercury/Universal 7CD – 7LP Box Set

Nel 1986 Johnny Cash era senza un contratto discografico, in quanto era stato lasciato a piedi dalla Columbia dopo quasi trent’anni di onorato servizio, trattato come un ferrovecchio solo perché le sue vendite non erano più congrue con gli standard dell’etichetta (nonostante il livello sempre medio-alto dei dischi pubblicati dal nostro anche nella decade in questione, specialmente Rockabilly Blues e Johnny 99, ma anche The Adventures Of Johnny Cash non era affatto male). A nulla era servito l’inatteso successo del debut album degli Highwaymen, supergruppo formato con colleghi che in quel periodo non se la passavano certo meglio come vendite: Cash fu gentilmente accompagnato alla porta come un qualsiasi “has been”. In soccorso del nostro venne però la Mercury, che fu giudicata da Johnny come l’etichetta giusta per ripartire e rilanciarsi, anche se purtroppo l’impresa fallì miseramente, con cinque dischi tanto belli quanto ignorati dal pubblico, al punto che per molto tempo i cinque anni passati presso la label di Chicago sono stati considerati il punto più basso della carriera dell’Uomo In Nero.

johnny cash easy rider

Eppure quei cinque album erano tutti di qualità eccellente, e meritevoli di essere messi al pari dei suoi migliori lavori delle ultime due decadi: a posteriori l’errore di Cash fu forse quello di non voler rischiare più di tanto e di imbastire una sorta di “operazione nostalgia” invece di puntare su un produttore carismatico che lo avrebbe fatto uscire dall’anonimato (cioè quello che in sostanza farà negli anni novanta con Rick Rubin, tornando inaspettatamente in auge), ma anche la Mercury ci mise del suo promuovendo pochissimo l’artista ed in definitiva perdendo presto la fiducia in lui. Oggi quei cinque album (che da tempo erano fuori catalogo) vengono rimessi sul mercato opportunamente rimasterizzati in un piccolo box formato “clamshell” intitolato appunto The Complete Mercury Recordings 1986-1991, una ristampa curata con tutti i crismi dall’esperto Bill Levenson e che aggiunge ai cinque CD già conosciuti due altri dischetti (oltre a qualche bonus track sparsa qua e là): uno è un piacevole “intruso”, mentre il secondo è completamente inedito, anche se non troppo diverso da uno dei cinque originali. Un cofanettino che non esito quindi a definire imperdibile, un po’ per il prezzo contenuto (meno di quaranta euro, mentre la versione in LP è decisamente più costosa) ma soprattutto per la qualità della musica presente, che tende dal buono all’ottimo e rende finalmente giustizia ad un periodo bistrattato della vita artistica del grande countryman (*NDM: esiste anche una versione su singolo CD o doppio LP intitolata Easy Rider con il meglio dai sette album, ma per una volta visto il costo abbordabile mi sento di consigliare senza remore il box). Di seguito dunque una disamina disco per disco.

Class of ’55: Memphis Rock & Roll Homecoming (1986). Ecco l’intruso di cui parlavo prima, un album collettivo in cui Cash divide la scena con Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Roy Orbison, una rimpatriata di artisti che ad inizio carriera incidevano tutti per la mitica Sun Records e sorta di riedizione del Million Dollar Quartet, con Orbison al posto di Elvis Presley (ma nel 1981 c’era stato anche The Survivors, un live album accreditato a Cash, Lewis e Perkins). Class Of ’55 non è un capolavoro, ma un dischetto divertente da parte di quattro leggende in buona forma, suonato in maniera diretta da un manipolo di ottimi sessionmen di varie età, come Gene Chrisman, Bobby Emmons, Marty Stuart, Reggie Young e Jack Clement. Cash è presente come solista in due brani, un pimpante rifacimento di I Will Rock And Roll With You (da lui pubblicata in origine nel 1978) ed un omaggio ad Elvis con We Remember The King, scritta da Paul Kennerley. La sua voce si sente anche nella coinvolgente rilettura collettiva di Waymore’s Blues di Waylon Jennings e nella swingata Rock And Roll (Fais Do-Do), mentre i suoi compagni si difendono egregiamente: Perkins ci mette tutta la grinta possibile nel trascinante rock’n’roll con fiati Birth Of Rock And Roll e poi fa il balladeer nella gospel-oriented Class Of ’55, Orbison fa sé stesso nella ballatona Coming Home e Jerry Lee ondeggia tra country e rock nel classico Sixteen Candles ed in Keep My Motor Running di Randy Bachman. Finale strepitoso con una versione corale di otto minuti di Big Train (From Memphis), scritta l’anno prima da John Fogerty in omaggio ad Elvis ed eseguita con un coro che comprende lo stesso Fogerty, Dave Edmunds, Rick Nelson, June Carter Cash, le Judds ed il leggendario produttore Sun Sam Phillips.

Johnny Cash Is Coming To Town (1987). Il “vero” esordio di Cash per la Mercury, prodotto da Cowboy Jack Clement, è un tipico album anni ottanta del nostro, sulla falsariga di quelli pubblicati per la Columbia: ottimo dal punto di vista musicale ma poco remunerativo per quanto riguarda le vendite. Il brano più noto è indubbiamente la splendida The Night Hank Williams Came To Town, una trascinante country song elettrica caratterizzata dall’immancabile ritmo “boom-chicka-boom” ed uno spettacolare intervento vocale di Waylon Jennings. Tra le altre segnalo grintose riprese di canzoni di Elvis Costello (The Big Light), Merle Travis (la classica Sixteen Tons, proposta “alla Cash”), un doppio Guy Clark (Let Him Roll e Heavy Metal, entrambe ottime) e perfino James Talley con la rockeggiante W. Lee O’Daniel (And The Light Crust Dough Boys), mentre il Cash autore è presente in due occasioni, un luccicante rifacimento di The Ballad Of Barbara e la tipica ma deliziosa I’d Rather Have You.

Water From The Wells Of Home (1988). Visto l’insuccesso del disco precedente Johnny tenta la carta dell’album di duetti, ma le cose non andranno molto meglio. Water From The Wells Of Home è però un lavoro eccellente, con perle come l’iniziale Ballad Of A Teenage Queen, strepitoso rifacimento di un pezzo antico scritto da Clement (che produce ancora l’album) con la partecipazione della figlia di Cash Rosanne e degli Everly Brothers, e That Old Wheel, irresistibile country-rock proposto insieme a Hank Williams Jr., con i due vocioni che si integrano alla grande. Oltre a Rosanne, la famiglia Cash è presente nelle figure del figlio John Carter Cash, che duetta col padre in una coinvolgente rilettura di Call Me The Breeze di J.J. Cale e nella toccante ballata pianistica che intitola l’album, e della moglie June (con Carter Family al seguito) in Where Did We Go Right. Altre gemme sono la bella western song As Long As I Live, con la voce cristallina di Emmylou Harris (nonché i backing vocals di Waylon e signora, cioè Jessi Colter, e la partecipazione dell’autore del brano Roy Acuff), la rockeggiante The Last Of The Drifters, di e con Tom T. Hall, la suggestiva ballata dal sapore irlandese A Croft In Clachan con Glen Campbell, e soprattutto l’inattesa comparsata di Paul McCartney che scrive e canta con Johnny la deliziosa country ballad New Moon Over Jamaica, portandosi dietro la sua band dell’epoca (cioè quella di Flowers In The Dirt e successivo tour).

Come bonus per questo box abbiamo due missaggi alternati di Ballad Of A Teenage Queen e That Old Wheel, praticamente identici agli originali.

Classic Cash – Hall Of Fame Series (1988). Appena quattro mesi dopo l’album precedente Cash pubblica il disco più nostalgico del periodo Mercury: Classic Cash è infatti un lavoro tipico da vecchia gloria, in cui il nostro reincide con un gruppo attuale (ma anche due ex membri della sua antica backing band The Tennessee Three, Bob Wooton e W.S. Holland) venti classici del periodo Sun e Columbia. Un disco elettrico e bellissimo, suonato e cantato in maniera formidabile e forse con l’unico difetto di una produzione un po’ piatta (ad opera dello stesso Cash), che però la rimasterizzazione odierna ha migliorato notevolmente. In pieno 1988 questo non era certo l’album adatto a rilanciare la carriera del nostro, ma di fronte a titoli come Get Rhythm, Tennessee Flat Top Box, A Thing Called Love, I Still Miss Someone, I Walk The Line, Ring Of Fire, Folsom Prison Blues, Cry Cry Cry, Five Feet High And Rising, Sunday Morning Coming Down, Don’t Take Your Guns To Town, Guess Things Happen That Way e I Got Stripes bisogna solo stare zitti ed ascoltare.

Classic Cash – Early Mixes (2020). Questo è il disco “inedito”, nel senso che sono le stesse venti canzoni pubblicate su Classic Cash (ma in ordine diverso), presenti con il missaggio iniziale e non rifinito. I brani sono sempre ovviamente una goduria, e forse ancora più diretti in queste versioni, ma vi consiglio di non ascoltare i due Classic Cash uno di fila all’altro in modo da evitare una certa ripetitività.

Boom Chicka Boom (1990). Album all’epoca poco considerato in quanto privo dei numerosi ospiti di Water From The Wells Of Home (a parte The Jordanaires, gruppo vocale noto per i suoi trascorsi con Elvis), ma tra i migliori del periodo Mercury. Prodotto da Bob Moore, Boom Chicka Boom è un lavoro che fin dal titolo rivela la volontà di Johnny di tornare il più possibile al suo suono originale, ed il risultato finale è davvero ottimo. Puro Cash sound (e totale assenza di ballate), con energiche e convincenti versioni di Cat’s In The Cradle di Harry Chapin (*NDB Di recente rispolverata per la pubblictà di una nota birra) , Hidden Shame ancora di Costello, Family Bible di Willie Nelson, Harley di Michael Martin Murphey ed una strepitosa Veteran’s Day di Tom Russell (all’epoca uscita solo come b-side e presente qui come traccia aggiunta). Ma gli originali di Cash non sono da meno, come l’ironica e trascinante A Backstage Pass e le coinvolgenti Farmer’s Almanac e Don’t Go Near The Water, quest’ultima già incisa dal nostro negli anni settanta. E poi Johnny canta alla grande. Questo è anche il dischetto con più bonus tracks: oltre alla già citata Veteran’s Day abbiamo infatti un’altra b-side (I Shall Be Free), quattro prime versioni di A Backstage Pass, Harley, That’s One You Owe Me e Veteran’s Day, per finire con la scintillante I Draw The Line, un inedito assoluto che poteva benissimo essere incluso nel disco originale.

The Mystery Of Life (1991). Johnny chiude in bellezza il periodo Mercury (ma sempre con vendite deludenti) con quello che forse è il disco migliore dei cinque a parte Classic Cash che però come abbiamo visto si rivolgeva a brani del passato. Ancora con Clement in regia, The Mystery Of Life ci presenta un Cash tirato a lucido che ci delizia con dieci canzoni di notevole portata. L’album inizia con uno strepitoso rifacimento (l’aveva già pubblicata a fine anni settanta) di The Greatest Cowboy Of Them All, magnifica gospel song dotata di un maestoso arrangiamento in stile western. Ci sono altri due brani del passato, due toniche riletture di Hey Porter (appartenente al periodo Sun) e della collaborazione con Bob Dylan di Wanted Man; i nuovi pezzi scritti dal nostro sono I’m An Easy Rider, Beans For Breakfast e Angel And The Badman, uno meglio dell’altro, mentre tra le cover spiccano I’ll Go Somewhere And Sing My Songs Again di Tom T. Hall e The Hobo Song di John Prine, entrambe con la partecipazione dei rispettivi autori. Ed anche la ballata che dà il titolo al disco, scritta da tale Joe Nixon, è decisamente bella. Come bonus abbiamo The Wanderer, ovvero la famosa collaborazione di Johnny con gli U2, forse un po’ fuori contesto qui ma sempre affascinante da ascoltare.

Credo di essermi dilungato un po’, ma era d’uopo riservare il giusto tributo ad uno dei periodi più complicati della carriera di uno dei più grandi musicisti di sempre: The Complete Mercury Recordings 1986-1991 è un cofanetto che non deve mancare in nessuna collezione che si rispetti.

Marco Verdi

Una Cantautrice Molto Brava, Nel Segno Di Patty Ed Emmylou. Ruthie Collins – Cold Comfort

ruthie collins cold comfort

Ruthie Collins – Cold Comfort – Sidewalk/Curb CD

Ruthie Collins non è solo una bella ragazza con due splendidi occhi azzurri, ma è soprattutto una brava e dotata songwriter: originaria di Fredonia (piccolo centro nello stato di New York), Ruthie ha esordito nel 2014 con un EP ormai abbastanza difficile da trovare, ma si è fatta notare nel 2017 con il suo album d’esordio Get Drunk And Cry, nel quale rivelava la sua abilità come autrice e cantante dichiaratamente influenzata da Emmylou Harris e Patty Griffin. Ora la Collins pubblica il seguito di quel lavoro, e con Cold Comfort sale decisamente di livello, in quanto ci consegna un album intenso e poetico, pieno di canzoni caratterizzate da uno script di prima qualità ed eseguite in modo eccellente. Il CD è prodotto da Wes Harlee, che suona anche chitarre e tastieer (nonchré produttore anche del disco precedente), e mixato dal noto Ryan Freeland, uno che ha collaborato con artisti del calibro di Bonnie Raitt, Joan Baez, Ramblin’ Jack Elliott, Ray LaMontagne, Joe Henry e molti altri, e suonato benissimo da un manipolo di validi sessionmen di Nashville, decisamente validi anche se non molto conosciuti, ma il resto è tutta farina del sacco di Ruthie, che si dimostra una songwriter profonda, intensa e capace (talvolta sembra persino fragile) nonostante la giovane età.

La Collins è un’artista country, ma non nel senso stretto del termine, in quanto stiamo parlando di una musicista che scrive canzoni che andrebbero bene suonate in qualsiasi modo, usando poi una strumentazione di stampo country per accompagnarle; Cold Comford è un disco di ballate intense e ricche di feeling, e nonostante il susseguirsi di brani dall’incedere lento la noia non affiora neppure per un attimo: questo succede quando le canzoni sono di qualità e sono suonate e cantate nella maniera migliore. Joshua Tree fa iniziare il disco in modo suggestivo, con un’evocativa introduzione di piano e chitarra acustica ai quali si aggiunge subito la voce limpida di Ruthie ed un’orchestrazione non invadente, per un lento dal pathos decisamente alto con un testo ispirato alla tragica morte di Gram Parsons per overdose avvenuta appunto al Joshua Tree Inn. Il tono cambia con Cheater, una country song elettroacustica diretta, piacevole e dal ritmo cadenzato, ma proposta sempre con classe e delicatezza e con una bella steel guitar sullo sfondo; Dang Dallas è un delizioso slow dal motivo toccante e costruito intorno alla voce e a pochi strumenti (con uno splendido finale in crescendo), una canzone davvero bella che conferma la bravura della Collins come autrice.

Hey Little Girl è un midtempo elettrico teso ed affilato ma con il solito gusto melodico, un bel refrain chitarristico in primo piano ed un ottimo assolo di slide, Untold è un’altra ballata eterea e soffusa, dai toni crepuscolari ed un bel pianoforte, così come Bad Woman che è un acquarello gentile ed emozionante nello stesso tempo, tutto giocato sulla voce espressiva della Collins e su una strumentazione parca alla quale gli archi danno un importante contributo. Il mood del disco è malinconico e Ruthie predilige chiaramente le ballate, come la struggente Change, che prosegue sullo stesso tono di Bad Woman (e la voce è perfetta), o la bellissima title track, che ha un accompagnamento più vigoroso ed elettrico e si pone come una delle migliori del lavoro. La cristallina Wish You Were Here è più countreggiante e decisamente dalle parti di Emmylou, You Con’t Remember è pianistica, commovente e cantata in modo appassionato, mentre Beg Steal Borrow chiude il CD con un bozzetto acustico all’interno di un’atmosfera toccante.

Ruthie Collins è una cantautrice da tenere d’occhio: se vi è piaciuto l’ultimo album della Griffin e la Emmylou Harris introspettiva di fine carriera è il vostro pane, un disco come questo Cold Comfort è ciò che fa per voi.

Marco Verdi

Un Country-Rocker Coi Baffi (E Barba)! Jack Grelle – If Not Forever

jack grelle if not forever

Jack Grelle – If Not Forever – Jack Grelle Music CD

Anche se la lunga barba da hipster e la presenza fisica potrebbero far pensare ad un musicista rock alternativo, Jack Grelle è in realtà un convinto esponente del genere Americana, con in più un tocco sudista dato che viene da St. Louis nel Missouri. Grelle non è un esordiente, ma ha all’attivo già tre album, l’ultimo dei quali (Got Dressed Up To Be Let Down) risale a ben quattro anni fa: If Not Forever in realtà era già pronto nel 2018, ma Jack non si sentiva sicuro di pubblicarlo allora e ha voluto tornarci sopra per apportare alcune modifiche, ed ora finalmente possiamo ascoltare il risultato finale, una godibile e stimolante miscela di country, folk e rock’n’roll suonata in maniera diretta e coinvolgente (purtroppo non sono in possesso dei nomi dei musicisti coinvolti), e prodotto in maniera asciutta dall’amico e conterraneo Cooper Crain, leader della band psichedelica Cave. If Not Forever è davvero un bel disco di country-rock fatto alla maniera sudista, con il nostro che dichiara influenze che vanno dai Creedence Clearwater Revival a Doug Sahm, ma che a mio giudizio comprendono anche gli Outlaw Country texani ed i Rolling Stones.

L’album era annunciato come il lavoro più introspettivo tra quelli pubblicati finora da Grelle, ma forse ci si riferiva ai testi dato che dal punto di vista musicale pur non mancando le ballate stiamo decisamente dalla parte del country più elettrico e ruspante, spesso ai confini con il rock’n’roll e con un alone di southern soul che aleggia in tutto il lavoro. Loss Of Repetition fa iniziare l’album in maniera deliziosa, con un incantevole country song elettrica e chitarristica dal ritmo sostenuto (la batteria picchia che è un piacere), nobilitata da un motivo di quelli che ti prendono subito: davvero un ottimo avvio. I Apologize abbassa i toni, in quanto si tratta di una folk song costruita intorno alla voce e chitarra acustica, con l’aggiunta di una sezione fiati usata in maniera decisamente originale (all’inizio mi sembrava una steel guitar), e la canzone è bella anche se breve; Mess Of Love è una irresistibile fusione tra country e rock, con un background sonoro che rivela in modo abbastanza palese l’influenza dei Creedence, con chitarre in primo piano e tempo cadenzato, mentre It Ain’t Workin’ è un altro acquarello acustico, puro folk suonato e cantato in maniera intima ma con un feeling innegabile ed un quartetto d’archi ad accrescere il pathos.

La vibrante Space And Time ha un attacco stonesiano ed un prosieguo elettrico e grintoso, un brano che dimostra l’assoluta disinvoltura del nostro nel passare dal puro cantautorato alla rock’n’roll song più trascinante: gli ultimi due minuti di canzone offrono una coda strumentale imperdibile, con ben tre chitarre a scambiarsi i licks. Good Enough For Now è sempre introdotta dalla chitarra elettrica, ma è una classica slow song di sapore country con elementi sudisti ed una melodia molto lineare e distesa, Out Where The Buses Don’t Run ha un attacco degno di John Fogerty ed uno sviluppo in puro stile country-boogie con tanto di armonica bluesy, To Be That Someone riporta il CD su lidi folk cantautorali per un brano puro e limpido. L’album termina con Same Mistakes, altra rock’n’roll song coinvolgente e sanguigna che vi farà battere mani, piedi e quant’altro, e con No Time, No Storm, chiusura intimista per voce, chitarra (elettrica) ed un french horn che fa molto The Band (cioè il più sudista tra i gruppi canadesi del passato).

Spero vivamente che If Not Forever apra qualche nuova porta al bravo Jack Grelle: per esempio mi piacerebbe un giorno vederlo prodotto da Dave Cobb o Dan Auerbach.

Marco Verdi

 

Torna Il Rocker Del Mississippi Con Uno Dei Dischi Più Divertenti Dell’Anno. Webb Wilder – Night Without Love

webb wilder night without love

Webb Wilder – Night Without Love – Landslide CD

L’ultima volta che mi sono occupato di Webb Wilder (che a dirla tutta era anche la prima) è stato quando due anni fa ho recensito il divertentissimo Powerful Stuff, che non era un album nuovo ma una collezione di outtakes registrate tra il 1985 ed il 1993 https://discoclub.myblog.it/2018/06/08/unora-di-divertimento-assicurato-webb-wilder-the-beatnecks-powerful-stuff/ . Oggi però Wilder torna davvero tra noi a cinque anni di distanza dal suo ultimo lavoro (Mississippi Moderne) con questo Night Without Love, che fin dal primo ascolto si afferma come uno dei dischi più godibili ed “entertaining” (termine inglese intraducibile – intrattenevole? – ma che rende benissimo l’idea) del 2020. Se non avete mai sentito nominare Wilder non preoccupatevi, in quanto è uno dei tanti “signor nessuno” del mondo della musica mondiale: esordiente nel 1986 con l’album It Came From Nashville, Webb ha sempre tirato dritto infischiandosene del fatto che i suoi lavori non vendevano una cippa, proponendo la sua miscela spesso irresistibile di rock’n’roll, country, boogie e power pop al fulmicotone, che lo faceva sembrare una via di mezzo tra Commander Cody ed i Blasters.

Night Without Love dovrebbe essere il decimo album di Wilder, e posso affermare senza tema di smentita che è uno dei suoi migliori di sempre, undici canzoni divise tra cover e brani originali che ci fanno ritrovare un rocker che ha sempre fatto musica “just for fun”, riuscendoci peraltro perfettamente. Il disco (la cui copertina è disegnata da James Flournoy Holmes, l’uomo dietro alle copertine di Eat A Peach degli Allman, Fire On The Mountain della Charlie Daniels Band e In The Right Place di Dr. John) vede Webb accompagnato dal suo abituale collaboratore George Bradfute, che suona qualsiasi tipo di strumento oltre a produrre il lavoro, ma anche da Rick Schell alla batteria, Bob Williams alla steel ed il noto chitarrista Richard Bennett in un brano. Trentasette minuti di musica, non un secondo da buttare. Si parte alla grande con Tell Me What’s Wrong, trascinante rock’n’roll dalla ritmica potente cantato dal nostro con una voce alla Johnny Cash, per proseguire sullo stesso livello con la title track (scritta da R.S. Field, produttore dei primi album del nostro), energica ballata sfiorata dal country con un mood anni sessanta e tanta grinta, e con il rockin’ country a tutto ritmo e chitarre Hit The Nail On The Head, vigorosa cover di un pezzo dei quasi dimenticati Amazing Rhythm Aces.

Holdin’ On To Myself, scritta da Chip Taylor, è uno scintillante honky-tonk dominato dalla steel, ma il capolavoro del disco secondo me arriva con il brano seguente: per il sottoscritto Be Still era già nella sua versione originale uno dei migliori brani dei Los Lobos (lo trovate su The Neighborhood, 1990), ma questa rilettura di Webb è strepitosa, in quanto fa ancora di più uscire la splendida melodia non cancellando le radici messicane ma aggiungendo una patina malinconica da vero balladeer. In poche parole, una goduria. A questo punto abbiamo cinque canzoni consecutive scritte da Wilder da solo o in compagnia: la deliziosa e coinvolgente rock song “californiana” Illusion Of You, con uno stile che ricorda parecchio gli Heartbreakers di Tom Petty, la splendida Buried Our Love, country-rock bello come se ne sentono pochi, la squisita Sweetheart Deal, ballata guidata dall’organo con un sapore blue-eyed soul e scritta nientemeno che con Dan Penn, la contagiosa Ache And Flake, tra rock’n’roll e power pop con un refrain vincente, e la fluida folk-rock ballad The Big Deal. Chiusura con una travolgente rilettura del classico jump blues di Tommy Tucker (ma inciso tra gli altri anche da Elvis e Chuck Berry) Hi Heel Sneakers, nobilitata da un farfisa dal suono decisamente vintage ed un approccio che ricorda quello dei già citati Blasters.

Se dovessi fare una scommessa, forse Night Without Love non entrerà nella Top Ten dei migliori album del 2020, ma sono quasi certo che sarà uno dei CD che ascolterò di più.

Marco Verdi

Ottima Moderna Country Music Con Uno Sguardo Al Passato Per Un Esordio Fulminante! Logan Ledger – Logan Ledger

logan ledger

Logan Ledger – Logan Ledger – Rounder/Concord CD

Era da parecchio tempo, forse addirittura da qualche anno, che non mi capitava tra le mani un disco prodotto da T-Bone Burnett, uno che specialmente tra gli anni novanta e la prima decade dei duemila era senza dubbio il produttore più richiesto a livello internazionale. Anzi, pare che Burnett avesse intenzione di ritirarsi a vita privata, ma che abbia “dovuto” rimandare tale proposito quando ha avuto per le mani i demo di alcune canzoni scritte ed eseguite da un certo Logan Ledger, un illustre sconosciuto originario di San Francisco ma residente a Nashville: la reazione di T-Bone all’ascolto di quel nastro è stata tale da convincerlo a contattare Ledger per produrgli il disco d’esordio. Tra l’altro non è che Burnett si sia risparmiato nella scelta dei musicisti, in quanto ha portato in studio con sé il grande chitarrista Marc Ribot (a lungo con Tom Waits), il bassista Dennis Crouch, il batterista Jay Bellerose, il tastierista Keefus Ciancia e l’illustre steel guitarist Russ Pahl (ovvero, a parte Ciancia e Pahl, la stessa band che incise il capolavoro di Robert Plant ed Alison Krauss Raising Sand): ma non ci si deve stupire di tanta magniloquenza, in quanto Burnett è uno che il talento lo riconosce dopo poche note, e nel caso di Ledger di talento ce n’è in abbondanza.

Logan infatti non è un countryman qualsiasi, ma uno che sa scrivere canzoni di qualità eccelsa in puro stile country classico, bilanciando il tutto con una miscela sonora di antico e moderno: il gruppo che lo accompagna fornisce infatti un background quasi rock, che viene però stemperato dalla languida steel di Pahl e soprattutto dalla bellissima e profonda voce del leader, che a seconda dei momenti richiama gente come Elvis Presley, Roy Orbison, Chris Isaak e Raul Malo. Logan Ledger è quindi un disco di country al 100%, ma con una band come quella che c’è alle spalle del nostro il livello sale di botto, per non parlare del fatto di avere uno come Burnett in consolle e, soprattutto, l’avere portato in dote una manciata di brani di livello notevole. L’iniziale Let The Mermaids Flirt With Me comincia per sola voce e chitarra in tono confidenziale, poi entra la band ma con passo discreto e vellutato, per uno slow dal chiaro sapore anni cinquanta/sessanta in cui spicca la splendida steel di Pahl ed un raffinato assolo “ricamato” da Ribot. Starlight è un saltellante honky-tonk elettrico dalla strumentazione moderna e rockeggiante, che contrasta apertamente con la voce d’altri tempi di Logan, un connubio quasi irresistibile per la prima grande canzone del CD: il paragone coi Mavericks è il primo a venirmi in mente.

Invisible Blue è una ballata dai toni crepuscolari ma nello stesso tempo ariosa e distesa, di nuovo con la voce suadente e melodiosa di Ledger a dominare (tracce di Orbison) ed il solito tappeto sonoro di tutto rispetto; l’elettrica e coinvolgente I Don’t Dream Anymore presenta echi di country cosmico/psichedelico anni sessanta, con una prestazione vocale perfetta ed accompagnamento potente e decisamente ispirato dal suono della Bay Area, mentre Nobody Knows è un lento intenso e drammatico, eseguito con grandissimo pathos e, devo ripetermi, cantato in maniera sublime. (I’m Gonna Get Over This) Some Day, scritta da Burnett, è una deliziosa e solare country tune dal motivo immediato, suonata sempre con approccio da rock band, Electric Fantasy è più moderna sia nella parte vocale che in quella strumentale, con ottimi interventi chitarristici di Ribot che sanno di surf music e che rendono il pezzo ancora più bello e trascinante, Tell Me A Lie, scritto da Ledger insieme a John Paul White (ex Civil Wars), è invece un altro slow romantico ed elegante, di nuovo simile allo stile di Malo e soci.

Skip A Rope, altra pura e squisita country song dai connotati western, precede uno degli highlights del CD, e cioè la bellissima The Lights Of San Francisco (alla cui stesura Logan ha collaborato con Steve Earle), una country ballad di livello assoluto e suonata splendidamente, un brano che spiccherebbe con qualsiasi tipo di arrangiamento; chiusura con Imagining Raindrops, ancora un notevole honky-tonk di stampo classico, che rimanda alle pagine migliori del repertorio di George Jones e Merle Haggard. Logan Ledger dimostra quindi con questo suo debutto omonimo come fare in 44 minuti un perfetto album di country moderno ma con un occhio al passato, seppur con un “piccolo” aiuto da parte di un grande produttore e di un gruppo di musicisti formidabili.

Marco Verdi

Mai Giudicare Un Disco Dalla Faccia Del Suo Autore! Jason James – Seems Like Tears Ago

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Jason James – Seems Like Tears Ago – Melodyville CD

A vedere la faccia pulita da bravo ragazzo della porta accanto raffigurata sulla copertina di questo CD, si potrebbe pensare più ad un diligente impiegato di banca che ad un musicista country. Quando poi ho letto che Jason James è un texano doc ho iniziato a cambiare opinione, e già dopo le prime note del brano di apertura Seems Like Tears Ago (title track dell’album) i miei dubbi sono stati completamente fugati, in quanto mi sono trovato di fronte ad una scintillante honky-tonk ballad d’altri tempi, con grande uso di steel, violino e coretti anni sessanta. Jason James è proprio questo, uno che fa del vero country come si faceva una volta e che oggi purtroppo non fa quasi più nessuno, un musicista cresciuto a pane e George Jones, Webb Pierce, Ray Price oltre naturalmente a Hank Williams.

Se lo stile è antico, il suono è però attuale, con sessionman capaci di dare al disco quella marcia in più che valorizza i dieci brani in esso contenuti (tutti peraltro originali), gente che suona con grande padronanza e disinvoltura come Cody Braun (dei Reckless Kelly) al violino, T Jarrod Bonta al piano, John Evans alla chitarra (e produzione) e l’ottimo Geoff Queen alla steel. Seems Like Tears Ago segue di ben cinque anni l’omonimo esordio di James, e si rivela un album gradevolissimo e da ascoltare tutto d’un fiato, un lavoro di country classico non rielaborato in chiave moderna, ma proposto esattamente come si faceva sessanta anni fa. Della title track ho già detto, I Miss You After All ha un tempo più veloce ed una melodia squisita, puro honky-tonk texano del tipo che uno come Dale Watson canta sotto la doccia, ancora con la steel protagonista; Move A Little Closer è più elettrica e roccata e sfiora il territorio di Waylon, un brano diretto e coinvolgente fin dall’attacco: Jason è bravo, anzi molto bravo, ed il suo è country purissimo ed immacolato, da vero texano.

La saltellante We’re Gonna Honky Tonk Tonight è semplicemente deliziosa e sembra trarre ispirazione direttamente dal grande Hank, la languida Achin’ Takin’ Place mostra il lato tenero del nostro ma sempre con la barra dritta, senza cadute di tono o sdolcinature, mentre Simply Divine, di nuovo introdotta dalla steel, resta sul versante melodico-sentimentale, un pezzo che piacerebbe molto a Raul Malo e Chris Isaak. La pianistica Coldest Day Of The Year ha una delle melodie migliori e rimanda ancora ai grandi classici come i già citati Jones, Price ed anche il Merle Haggard più romantico, e si contrappone con la vivace Cry On The Bayou, dal ritmo sostenuto ed un arrangiamento cajun che fa muovere il piedino; il CD, 32 minuti spesi benissimo, termina con Foolish Heart e Ole Used To Be, due honky-tonk songs dal sound classico al 100% che confermano Seems Like Tears Ago come uno dei più piacevoli album di vero country pubblicati ultimamente.

Marco Verdi

La “Cura Auerbach” Ha Rivitalizzato Anche Lui. John Anderson – Years

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John Anderson – Years – Easy Eye Sound/BMG Rights Management CD

Vi ricordate di quando, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, Jeff Lynne era il produttore più ambito dalla crema del rock mondiale? O quando pochi anni dopo lo stesso ruolo passò a T-Bone Burnett? Ebbene, a quanto pare oggi il più richiesto dietro alla consolle (diciamo al 50% con Dave Cobb) è Dan Auerbach, leader dei Black Keys che negli ultimi anni ha affiancato alla carriera di musicista e songwriter quella appunto di produttore nonché di talent scout, grazie ad un orecchio non comune e ad una innata capacità di dare il suono giusto ad ognuno dei suoi “clienti”. Non abbiamo ancora quasi finito di assimilare l’ottimo debutto solista di Marcus King El Dorado, che Auerbach è già un passo avanti, ma questa volta si è occupato di rilanciare la carriera di un veterano: John Anderson, countryman della Florida non molto conosciuto da noi ma che in America è una piccola leggenda dato che è in attività da più di quaranta anni. Quando si elencano i grandi del country, il nome di Anderson viene spesso dimenticato, ma stiamo parlando di uno che dal 1977 ad oggi ha avuto diversi album e singoli ai primi posti della classifica, con titoli come Wild And Blue, Swingin’, Seminole Wind, Straight Tequila Night e Black Sheep (per chi non lo conosce consiglio la splendida antologia doppia uscita l’anno scorso, 40 Years And Still Swingin’, in cui il nostro ha anche reinciso ex novo alcuni vecchi successi).

Nelle ultime due decadi la sua produzione si è un po’ diradata (e di conseguenza sono calate le vendite), ma questo nuovo Years si conferma già dal primo ascolto come il suo lavoro migliore dai tempi di Seminole Wind. Auerbach ha fatto un lavoro splendido, producendo l’album nei suoi Easy Eye Sound Studios insieme al consueto partner David Ferguson, collaborando alla scrittura dei brani e mettendo a disposizione di Anderson il solito gruppo di “Nashville Cats” dal pedigree eccezionale (Stuart Duncan, Gene Chrisman, Bobby Wood, Ronnie McCoury, Dave Roe, Charlie McCoy, Russ Pahl e Mike Rojas), ma il resto è tutta farina del sacco di John, che forse stimolato dalla creatività di Dan ha scritto le sue migliori canzoni da diverso tempo a questa parte: Puro country classico, suonato e cantato in maniera impeccabile (Anderson ha ancora una grande voce), un album che alterna ballate a brani più mossi ma con tutti i nomi coinvolti al top della forma: il CD dura appena 32 minuti, ma è una mezz’ora pressoché perfetta. Si parte con I’m Still Hangin’ On (sono ancora in giro, una vera dichiarazione di intenti), una ballata fluida e suadente con strumentazione ariosa e mood rilassato: la voce è bellissima ed il background strumentale è vigoroso (c’è tutto ciò che serve: banjo, mandolino, violino, dobro, steel, ecc.), con i soliti agganci tipici di Auerbach al suono dei seventies.

Celebrate è distesa e ha di nuovo il sapore dei bei tempi andati, con un leggero arrangiamento orchestrale degno di Glen Campbell (uno che sta ricevendo più attestati di stima ora che non c’è più di quando era ancora tra noi) e la voce del nostro che accarezza il brano con classe; un piano wurlitzer introduce la title track, una splendida ballata dall’incedere maestoso ed un crescendo strumentale emozionante, che culmina con un ottimo assolo di chitarra elettrica: grande canzone, può diventare un nuovo classico di John. Tuesday I’ll Be Gone vede Anderson dividere il microfono con Blake Shelton per un country-rock terso, limpido e decisamente coinvolgente, un brano che richiama le atmosfere di Seminole Wind con in evidenza una splendida chitarra “harrisoniana”, mentre What’s A Man Got To Do (che vede tra gli autori Dee White, altro protegé di Auerbach) è una country song robusta quasi alla maniera texana, con un ottimo lavoro di chitarra acustica, steel e mandolino ed un’altra melodia di impatto immediato.

Decisamente bella anche Wild And Free, un honky-tonk elettrico dal motivo irresistibile, accompagnamento delizioso ed un refrain corale tra i più belli ed evocativi del CD (e Tyler Childers ospite ai cori). Slow Down è una ballatona romantica sfiorata dalla steel ed eseguita con classe ed eleganza ma senza risultare sdolcinata, All We’re Really Looking For una squisita country tune dal sapore western, tempo spedito ed ennesimo motivo accattivante così come Chasing Down A Dream, gustosissimo country-rock elettrico suonato con notevole forza. Il CD si chiude con You’re Nearly Nothing, toccante slow song di quelle che il nostro scrive ad occhi chiusi, con la strumentazione che si arricchisce man mano che il brano procede.

Bentornato John Anderson: Years sarà senza dubbio uno dei dischi country del 2020.

Marco Verdi