Un Tipico Cantautore Americano Ma Con Un “Tocco” Italiano. Jaime Michaels – If You Fall

jaime michaels if you fall

Jaime Michaels – If You Fall Appaloosa/Ird

A tre anni di distanza dal precedente Once Upon A Different A Time, un buon album di folk, country ed Americana https://discoclub.myblog.it/2016/09/09/cerano-volta-ci-i-bravi-cantautori-jaime-michaels-once-upon-different-time/ , torna Jaime Michaels, cantautore di Boston, da anni trasferito nel Sud degli States, ancora una volta sotto l’egida dell’italiana Appaloosa, e con l’ottima produzione di Jono Manson, il tutto registrato negli studi casalinghi del musicista di Santa Fe, nel New Mexico. Per l’occasione Manson ha utilizzato una pattuglia di musicisti ancora migliore di quella peraltro eccellente del CD precedente: il nome di spicco è l’ottimo Jon Graboff, a lungo nei Cardinals di Ryan Adams, ma utilizzato anche da Norah Jones, Laura Cantrell, Shooter Jenningsi, un vero mago di tutti i tipi di chitarra, ma soprattutto della pedal steel. Tra i musicisti impiegati anche il bravissimo Radoslav Lorkovic alle tastiere e alla fisarmonica, il nostro Paolo Ercoli al dobro, una sezione ritmica dove ritorna Mark Clark, che si alterna alla batteria con Paul Pearcy, e Ronnie Johnson, il bassista di James McMurtry, più qualche altro collaboratore saltuario. Il disco si ascolta con grande piacere, un album scritto quasi interamente da Michaels, con due o tre sorprese che ora vediamo: i punti di riferimento sono i cantautori anni ’70, il suo idolo Tom Rush in primis, ma anche i componenti della famiglia Taylor, qualche tocco di Graham Nash, Paul Simon e del Jimmy Buffett meno scanzonato.

Le cover illustrano anche questa passione per la musica d’autore: They Call Me Hank è una deliziosa e sentita ripresa di un brano del non dimenticato e compianto Greg Trooper, uno splendido pezzo tra folk e country, dove la fisarmonica di Lorkovic, il mandolino di Graboff e il dobro di Ercoli sottolineano l’afflato melodico e malinconico di questo piccolo gioiellino, cantato in punta di fioretto, se mi passate l’espressione. In coda al CD, come bonus, troviamo anche una elegiaca e delicata Snowing On Raton di Townes Van Zandt, una delle sue più belle e suggestive country songs, con la pedal steel magica di Graboff e le armonie vocali avvolgenti  di Claudia Buzzetti e Jono Manson, una piccola meraviglia; la terza ed ultima cover è la più sorprendente, una versione, tradotta in inglese per l’occasione, di Rimmel di Francesco De Gregori, testo di Andrea Parodi, Jono Manson, Michaels e la collaborazione dello stesso cantautore romano. E tutto funziona a meraviglia, anche se è difficile superare l’originale, una delle canzoni più belle in assoluto di De Gregori, una capolavoro della musica italiana, qui ci si sposta verso un approccio tra Dylan e il country, con risultati di grande fascinazione, la pedal steel è sempre lo strumento guida, ma piano e tastiere accompagnano la voce evocativa per l’occasione di Jaime che convoglia lo spirito dell’originale con risultati eccellenti.

Questi tre brani varrebbero già da soli l’acquisto del CD, che al solito riporta i testi originali e la traduzione in italiano, le altre nove canzoni confermano lo status di cantautore di culto del bravo Jaime Michaels. Come la title-track If You Fall, un incalzante country-rock, dove pedal steel e chitarra elettrica guidano le danze, mentre l’organo propone le sue coloriture sullo sfondo, profondo anche il testo, sulla inevitabilità della vita, veramente una bella partenza, poi ribadita nel country-folk sognante della dolce Any Given Moment, sempre segnata da arrangiamenti di eccellente fattura, con chitarre, tastiere ed armonie vocali a segnarne il sound raffinato, ottima anche la cantautorale Red Buddha Laughs e le volute bluegrass-folk-cajun della divertente Bag o’Bones, con il violino di Gina Forsythe e la fisa di Lorkovic a menare le danze. Almost Daedalus è più intima e raccolta, con qualche rimando al primo James Taylor e anche a Paul Simon, mentre la divertente So It Goes si muove tra blues e ragtime e I Am Only (What I Am) è una pura folk song con un bel fingerpicking di chitarra, You Think You Know una bella ballata soffusa e sempre suonata e cantata con grande classe, come pure Carnival Town un brano più mosso e “roccato” dove si intuisce la mano di Jono Manson.

Nel complesso veramente un bel dischetto.

Bruno Conti

Finché La Barca (Country) Va, Lasciala…Suonare! VV. AA. – A Tribute To The Bakersfield Sound Live!

a tribute to the bakersfield sound live

VV.AA. – A Tribute To The Bakersfield Sound Live! – TimeLife CD

Non sono certo io a dovervi spiegare l’importanza che ha avuto il cosiddetto Bakersfield Sound (dal nome della cittadina californiana di Bakersfield, da cui tutto ebbe origine) nell’ambito della musica country: movimento nato negli anni cinquanta in contrapposizione con il crescente suono di Nashville, era caratterizzato da un suono comunque classico ma con una strumentazione diretta e “rock”, senza le melensaggini tipiche della capitale del Tennessee. I due pionieri del genere furono sicuramente Buck Owens e Merle Haggard, due grandissimi autori e performers che influenzarono notevolmente le generazioni di musicisti a venire, Dwight Yoakam e Marty Stuart su tutti. Lo scorso anno si è tenuta in acque americane una crociera a tema country, la StarVista Live Country Music Cruise, con veri concerti e serate a tema: uno degli eventi di punta è stato sicuramente il tributo al suono di Bakersfield, fortemente voluto dai musicisti Wade Hayes e Chuck Mead (quest’ultimo ex leader dei bravissimi BR5-49), concerto che oggi possiamo goderci anche noi grazie a questo A Tribute To The Bakersfield Live!

Il dischetto è decisamente ben fatto ed estremamente gradevole, con Hayes e Mead che si alternano come voce solista, ben sostenuti dai Grassy Knoll Boys (la band che solitamente accompagna Mead dal vivo): musica pimpante e coinvolgente, con chitarre, piano e steel in evidenza e ritmo spesso elevato, con alla fine della serata (anzi, mattinata, il concerto si è tenuto al mattino) una serie di ospiti a rendere più appetitoso il piatto. Il disco è anche una sorta di tributo ad Owens e Haggard, dato che il 90% delle canzoni incluse proviene dai loro songbook: si parte subito con una tripletta di Buck, prima con una vivace versione strumentale della classica Buckaroo (con la steel in gran spolvero), seguita da una bellissima rilettura della leggendaria Streets Of Bakersfield, in odore di Messico, e da una scintillante I’ve Got A Tiger By The Tail. Swinging Doors è una delle più note di Haggard, e Hayes si destreggia decisamente bene supportato al meglio da Mead & Band: puro country; Above And Beyond è ricca di swing, e certifica l’ottima intesa tra i due leader, mentre The Bottle Let Me Down, ancora Hag, è una delle più famose drinkin’ songs di sempre, puro honky-tonk di gran classe.

Close Up The Honky Tonks è uno dei pezzi più famosi di Owens, versione limpida e godibilissima, Big, Big Love è la prima di due canzoni a non essere né di Buck né di Merle, bensì di Wynn Stewart, ed è un trascinante e ritmato brano tra country e rockabilly, così come Big City (torniamo a Haggard), swingata e di fattura squisita. La guizzante Hello Trouble vede il primo ospite, cioè il cantante e pianista di Nashville Tim Atwood, che se la cava egregiamente, seguito a ruota da Emily West, che nobilita con la sua bella voce la languida ballad Together Again; Johnny Lee presta il suo vocione vissuto a Carolyn, raffinata e suonata in punta di dita, mentre lo slow Cryin’ Time è affidato a Rudy Gatlin. Gran finale con Ray Benson, mitico leader degli Asleep At The Wheel, che sprizza carisma da ogni nota nell’intensa Misery And Gin, e poi tutti insieme sul palco per il superclassico di Joe Maphis Dim Lights, Thick Smoke (And Loud, Loud Music), gioiosa e coinvolgente come sempre.

Bel dischetto, fresco e rigenerante.

Marco Verdi

Un Ex Metallaro Che Ha Trovato La Sua Reale Dimensione. Aaron Lewis – State I’m In

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Aaron Lewis – State I’m In – Big Machine/Universal CD

Aaron Lewis, dopo aver capitanato per sedici anni un gruppo metal, gli Staind (con i quali ha pubblicato ben sette album), nel 2012 si è reinventato musicista country, una cosa possibile solo in America anche perché lo ha fatto in maniera assolutamente credibile. Il suo debutto, The Road, è stato infatti uno dei più positivi lavori di country-rock del 2012, da parte di un artista che sembrava un veterano e non un esordiente nel genere: un disco robusto e chitarristico che assorbiva pienamente la lezione del movimento Outlaw degli anni settanta, prodotto da una mezza leggenda del settore come James Stroud. Sinner, del 2016, confermava quanto di buono The Road aveva fatto intravedere, e questa volta in consolle c’era Buddy Cannon, l’uomo che ultimamente è dietro ai dischi di Willie Nelson: State I’m In è il nuovissimo lavoro di Lewis, un album che nelle sue dieci canzoni non fa che continuare il percorso di crescita del nostro. Ancora con Cannon in cabina di regia, State I’m In è un ottimo esempio di country-rock vigoroso, vibrante e chitarristico, con canzoni molto dirette e piacevoli, da parte di un musicista che se non sapessi che è del Vermont potrei pensare che fosse texano.

Musica country vera dunque, con il passato metallaro che è ormai un lontano ricordo, e con sessionmen di gran nome che fanno capire che Aaron non è uno qualunque: Dan Tyminsky, chitarrista degli Union Station di Alison Krauss, Vince Gill, Pat Buchanan, il grandissimo steel guitarist Paul Franklin, il piano e l’organo di Jim “Moose” Brown, l’armonicista di Willie, Mickey Raphael e, a cantare con Lewis nella title track, la stessa Alison Krauss con Jamey Johnson. Si inizia nel modo migliore con la bella e coinvolgente The Party’s Over, country song spedita dal mood elettrico e con una melodia di prima qualità: Aaron ha una voce splendida, baritonale e profonda, e la strumentazione classica con chitarre, steel e violino è perfetta. Can’t Take Back è un grintoso pezzo quasi bluesato e con indubbie influenze sudiste, cantato da Aaron con voce leggermente più arrochita, sezione ritmica potente e canzone che scorre che è un piacere https://www.youtube.com/watch?v=2ir-Zkvj7sQ ; Lewis sarà anche un ex hard rocker, ma dimostra di essere credibile anche in ballate come Reconsider (scritta da Keith Gattis), uno slow intenso e con un accompagnamento ricco alle spalle, mentre It Keeps On Workin’ è ancora sul versante rockin’ country, con un approccio maschio, da texano, e più di una rimembranza di Waylon Jennings: davvero bella.

State I’m In è languida e dal passo lento, impreziosita dalle voci della Krauss e di Johnson, God And Guns (che ha un testo che piacerà a chi ha votato per Trump) non aumenta il ritmo ma accresce notevolmente la dose di elettricità, e di nuovo si sentono elementi southern con l’aggiunta di un ritornello molto diretto https://www.youtube.com/watch?v=glPPQdjEx-Q , mentre Love Me è acustica e pacata, e mostra la faccia più romantica del nostro. If I Were The Devil, cadenzata e di stampo rock (ed ancora con più di un rimando al compianto Waylon), precede Burnt The Sawmill Down, luccicante ballata elettrica contraddistinta da una splendida steel ed il solito motivo di impatto immediato; il CD termina con The Bottom (di Waylon Payne), altro slow di buon livello e con un accompagnamento più languido che nei brani precedenti. Ormai Aaron Lewis ha trovato la sua strada artistica definitiva, e State I’m In lo conferma in pieno.

Marco Verdi

Forse L’Unico Modo Per Fermarlo E’ Sparargli! Willie Nelson – Ride Me Back Home

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Willie Nelson – Ride Me Back Home – Legacy/Sony CD

Alla bella età di 86 anni suonati il grande texano Willie Nelson non ha la minima intenzione non solo di fermarsi, ma neppure di rallentare. Se ormai dal vivo fa fatica e si prende le sue (comprensibilissime) pause, in studio continua a viaggiare al ritmo di almeno un disco all’anno, quando non ne fa due (tipo lo scorso anno, prima con lo splendido Last Man Standing e poi con My Way, raffinato omaggio a Frank Sinatra), e sempre con una qualità piuttosto alta. Ora il barbuto countryman inaugura il suo 2019 con questo Ride Me Back Home, album in studio numero 69 per lui, un altro ottimo lavoro che, pur non raggiungendo forse i picchi creativi di Last Man Standing (che era però uno dei suoi migliori in assoluto, almeno negli ultimi venti anni https://discoclub.myblog.it/2018/05/07/non-solo-non-molla-ma-questo-e-uno-dei-suoi-dischi-piu-belli-willie-nelson-last-man-standing/ ), si posiziona tranquillamente molto in alto nella classifica qualitativa dei suoi dischi. Prodotto dall’ormai inseparabile Buddy Cannon, Ride Me Back Home è la solita prova di bravura, un lavoro decisamente raffinato e suonato con classe immensa da un gruppo di musicisti coi controfiocchi (tra i quali spiccano i formidabili Jim “Moose” Brown e Matt Rollings, entrambi al piano ed organo, James Mitchell alla chitarra, la sezione ritmica formata da Larry Paxton al basso e Fred Eltringham alla batteria, Bobby Terry alla steel e l’immancabile Mickey Raphael all’armonica) e cantato da Willie con una voce che, pur mostrando i segni dell’età, riesce ancora a dare i brividi ed a sprizzare carisma da ogni nota.

L’album, undici canzoni, si divide in maniera equilibrata tra brani originali scritti dal nostro a quattro mani con Cannon, più il rifacimento di un vecchio pezzo, un paio di canzoni nuove da parte di songwriters esterni ed una manciata di cover. I tre brani a firma Nelson-Cannon sono inaugurati da Come On Time, country song dal ritmo vivace e coinvolgente, texana al 100%, con una bella chitarrina ed un ritornello tipico del nostro; Seven Year Itch è un pezzo dal passo cadenzato ed atmosfera old-time, sembra quasi provenire dal songbook di Tennessee Ernie Ford, mentre One More Song To Write è una squisita country ballad dalla veste che richiama atmosfere sonore al confine col Messico. Stay Away From Lonely Places è un remake di un brano che Willie aveva scritto nel 1971: puro jazz d’alta classe con la band che sfiora appena gli strumenti, batteria spazzolata e Rollings che lavora di fino al piano, con Willie che si destreggia alla perfezione nel suo ambiente naturale. I due pezzi nuovi ma non scritti da Willie sono la title track (che apre l’album), bellissimo slow pianistico sfiorato dalla steel e valorizzato da una deliziosa melodia, e Nobody’s Listening, una canzone sempre dall’incedere lento ma con un arrangiamento atipico quasi più rock che country, un pianoforte liquido ed uno sviluppo fluido e rilassato.

Poi abbiamo due canzoni del grande Guy Clark, che Willie non aveva ancora omaggiato da dopo la scomparsa avvenuta nel 2016: My Favorite Picture Of You è uno dei brani più personali della carriera del grande songwriter texano (era dedicata alla moglie Susanna, mancata prima di lui), una ballatona intensa sempre con il piano in evidenza ed un arrangiamento raffinato, da brano afterhours, mentre Immigrant Eyes è davvero splendida, un pezzo toccante e superbamente eseguito, con un ispiratissimo assolo di Willie con la sua Trigger. Infine le altre cover: non ho mai amato particolarmente Just The Way You Are, una delle canzoni più popolari di Billy Joel, ma Willie la spoglia delle originali sonorità da sottofondo per un cocktail party e riesce a farla sua, anche se rimane quel retrogusto di artefatto, molto meglio It’s Hard To Be Humble (di Mac Davis) un tipico e scintillante valzerone texano cantato a tre voci da Nelson con i figli Lukas e Micah, un tipo di brano in cui il nostro è maestro indiscusso; chiude il CD Maybe I Should’ve Been Listening, un pezzo scritto da Buzz Rabin nel 1977, altro lento molto intenso e cantato in maniera toccante e profonda  Ennesimo bel disco dunque per il vecchio Willie, anche se sono sicuro che mentre noi siamo qui che lo ascoltiamo lui sta già pensando al prossimo.

Marco Verdi

Quantità E Qualità: Non Sbaglia Un Colpo! Chip Taylor – Whiskey Salesman

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Chip Taylor – Whiskey Salesman – Train Wreck CD/DVD

L’appuntamento annuale con un nuovo album di Chip Taylor è ormai diventata una piacevole abitudine: il cantautore di Yonkers fratello del noto attore Jon Voight, attivo dagli anni settanta ma completamente fermo negli ottanta, ha ricominciato ad incidere con regolarità verso la fine del secolo scorso, e dal 2012 ha pubblicato un disco all’anno (avrebbe saltato il 2015, ma il precedente The Little Prayers Trilogy era addirittura triplo). Una cadenza da orologio svizzero per il buon Chip, ma anche una qualità media molto alta, con i suoi album che sono più di una volta finiti nella Top Ten annuale del sottoscritto, ultimo dei quali il bellissimo Fix Your Words dello scorso anno https://discoclub.myblog.it/2018/04/25/uno-dei-lavori-piu-belli-del-signor-james-wesley-voight-chip-taylor-fix-your-words/ . Qualcuno potrebbe obiettare che i dischi di Taylor (nato James Wesley Voight) sono tutti molto simili tra loro, ma se il suo stile è quello non ci si può fare nulla: ballate perlopiù lente (e spesso con cenni autobiografici nei testi), cantate con voce calda, profonda e pastosa, con anche parti parlate o quasi sussurrate ed il gruppo alle spalle del nostro che accompagna il tutto in punta di dita e con la massima rilassatezza.

Chip è un cantautore classico, che ha avuto il suo momento di notorietà come performer nei seventies (e come autore ancora prima, avendo scritto la classica Wild Thing portata al successo dai Troggs), ed ancora oggi è in grado di emozionare esclusivamente con il suono della sua voce e poche note di accompagnamento, grazie ad una indubbia capacità di maneggiare il pentagramma ed al possesso di un feeling notevole. Whiskey Salesman è il suo nuovissimo lavoro, che prevedibilmente non cambia le carte in tavola, e che non mancherà di piacere agli estimatori del nostro: ballate lente, rilassate e distese, suonate dal solito manipolo di amici (tra i quali spiccano il produttore Goran Grini, eccellente pianista, il chitarrista John Platania, in passato al servizio di Van Morrison, la discreta sezione ritmica formata da  Grayson Walters, che si alterna al basso con Tony Mercadante, e dalla batterista Katrine Grini, moglie di Goran). Per la prima volta Taylor include anche un DVD, che presenta un video per ognuna delle undici canzoni del disco, filmati girati tra la casa del nostro ed il suo bar preferito, nei quali compaiono la moglie e gli amici, nel massimo della rilassatezza e tranquillità. La title track apre l’album con una chitarra acustica subito doppiata da un pianoforte, con Chip che parla con voce narrante: eppure il brano è ugualmente toccante ed emotivamente degno di nota, con tanto di “twist” improvviso nel refrain nel quale il ritmo aumenta ed il tutto si trasforma in un allegro honky-tonk.

Hold Her è dotata di una melodia tenue e limpida e l’accompagnamento è sempre discreto al massimo, in modo da mettere in primo piano la voce vissuta del leader, doppiata solo da chitarra, basso e piano elettrico. I Love You Today è una splendida ballata in cui Chip conferma la sua straordinaria capacità di costruire melodie struggenti con estrema semplicità (e la band dietro a sfiorare appena gli strumenti), Some Hearts sembra la continuazione della canzone precedente, ma è ancora più lenta e la voce di Taylor è un sussurro (ed è molto bello il tappeto sonoro steso da Grini, a base di piano, vibrafono e glockenspiel). Naples è di nuovo narrata, con Platania e Grini che ricamano con classe sullo sfondo, poi alla fine Chip si mette a cantare ed il brano cresce in maniera esponenziale; A Sip Or Two Of Good Scotch ha più ritmo, spunta addirittura una chitarra elettrica (Platania, che si concede anche due brevi assoli) ed è decisamente godibile ed immediata, Whiskey Dreams è ancora lenta e resa più intensa da un languido violino, mentre Turn The Clock Back Again è tra le più tristi e toccanti del disco, e tra violino, piano e la voce unica del nostro la pelle d’oca è assicurata. I Like Ridin’ è cadenzata e raffinatissima, con elementi country non estranei ed il piano sempre protagonista, See The Good Side Of The Guy è di nuovo parlata, ma la voce dà i brividi e la base strumentale è splendida (c’è anche una tromba); In The Stillness Of The Night chiude l’album con l’ennesima canzone malinconica ma emozionante al tempo stesso.

A fine ascolto non nascondo di avere voglia di rimettere il CD da capo, stavolta magari accompagnandolo da un bicchiere di buon whiskey, con molto ghiaccio (siamo pur sempre in estate).

Marco Verdi

Un Cognome, Una Garanzia! Edgar Loudermilk Band – Lonesome River Boat

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Edgar Loudermilk Band – Lonesome Riverboat Blues – Rural Rhythm CD

Edgar Loudermilk, cantante e bassista, non è un musicista alle prime armi, in quanto nel recente passato ha militato in ben tre gruppi (Carolina Crossfire, Full Circle e IIIrd Tyme Out), oltre a collaborare a lungo con Rhonda Vincent ed incidere anche qualche album come solista ed uno in duo con il chitarrista Dave Adkins. Se il suo cognome vi ricorda qualcosa, avete fatto centro: Edgar è in effetti parente alla lontana del noto cantautore John D. Loudermilk (scomparso nel 2016), ma soprattutto è un diretto discendente dei Louvin Brothers, un duo tra i più importanti della storia della country music (infatti il vero cognome dei fratelli Charlie ed Ira Louvin era proprio Loudermilk). Anche nonno e padre di Edgar erano strumentisti, e quindi è facile capire il perché il nostro sia nato con la musica nel sangue, ed una passione per country e bluegrass.

Coinvolto come abbiamo visto in mille progetti, nel 2016 ha formato la Edgar Loudermilk Band, un combo in puro stile bluegrass il cui primo album, Georgia Maple, ha ottenuto ottime critiche. Il gruppo propone una musica di chiaro stampo tradizionale pur suonando canzoni originali, il tutto con abbondanti dosi di feeling e con una notevole tecnica: oltre ad Edgar fanno parte della band l’eccellente chitarrista Jeff Autry, un altro con un’attiva carriera (e la cui presenza viene annunciata orgogliosamente anche sulla copertina dei CD del gruppo), il figlio di quest’ultimo, Zach Autry, al mandolino, Curtis Bumgarner al banjo e Dylan Armour al dobro, e la particolarità è che sia Edgar che Jeff che Zach cantano, così da ricreare le armonie tipiche dei gruppi della mountain music di un tempo. Lonesome Riverboat Blues è il nuovo album della ELB, ed è uno scintillante esempio di moderna old-time music, con brani che mischiano ottimamente country, bluegrass, folk e gospel, una tecnica sopraffina da parte dei cinque musicisti ed una serie di canzoni scritte oggi ma che sembrano risalire a più di sessant’anni fa, controbilanciate anche da brani di stampo più contemporaneo.

La title track è sintomatica, un pezzo cristallino tra folk e bluegrass con grande uso di strumenti a corda ed un motivo dl sapore decisamente tradizionale: il mandolino tiene il ritmo, mentre agli assoli ci pensano il banjo, la chitarra e il dobro. The House My Daddy Built ha una struttura più moderna, essendo una limpida country ballad dalla melodia gentile e squisita con il dobro che si eleva a strumento principale, ma con All I’m Missing Is You siamo ancora in territorio bluegrass, attacco tipico di banjo, poi entrano gli altri strumenti ed Edgar intona un motivo piacevole e diretto. Dinah ha un ritmo veloce nonostante l’assenza di batteria e si distinguono elementi western swing, con splendide prestazioni di mandolino e dobro: tecnica raffinata ma anche creatività e feeling. Have You Seen My Blueridge Girl è una tersa e spedita country song, deliziosa nella melodia e frizzante nell’accompagnamento.

I Missed My Chance è un lento intenso  con un sound più attuale ed ottimo motivo corale, mentre con The Winter Wind torniamo in piena festa bluegrass, sembra di sentire il live inedito dei Good Old Boys uscito di recente, con gli strumenti suonati a velocità supersonica. Since I Left Virginia è una country song pura, immediata ed orecchiabile, Singing To The Scarecrow una tenue ballata che per un attimo riproietta il disco ai giorni nostri (bello e toccante il refrain), mentre Until I Can Find My Way Back To You è un altro pezzo dal ritmo alto con dobro e banjo sugli scudi e solito ritornello corale. Chiudono un dischetto fresco, creativo e stimolante Living Life Without You, ancora un bluegrass davvero piacevole, e la limpida When I Grow Too Old To Dream, tra country e folk e con un assolo di gran classe da parte di Jeff Autry. Edgar Loudermilk: buon sangue non mente.

Marco Verdi

La Bella Favola Musicale Continua! Doug Seegers – A Story I Got To Tell

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Doug Seegers – A Story I Got To Tell – BMG CD

Se siete abituali frequentatori di questo blog forse vi ricorderete della vera e propria favola che vede protagonista Doug Seegers, country singer-songwriter. Ve la riassumo comunque in breve: Seegers era un musicista dotato di talento ma di scarsa fortuna che si esibiva per le strade di Nashville, proprio come un busker, fino a quando fu notato nel 2014 (pare su sollecitazione di un venditore ambulante di hot-dog) da Jill Johnson, stella svedese della musica country e della TV popolarissima in madrepatria, intenta a girare un documentario di sei puntate sulla Music City del Tennessee. Jill e la sua troupe rimasero folgorati da Doug, al punto che gli fecero incidere un album con le sue canzoni, Going Down To The River, al quale parteciparono anche Emmylou Harris e Buddy Miller. Il resto è storia: il disco andò al numero uno in Svezia, e Seegers diventò in poco tempo una superstar nel paese scandinavo (merito anche di un secondo album, In Tandem, inciso con la Johnson), ed anche negli Stati Uniti cominciarono ad accorgersi di lui.

Altri due ottimi lavori ricevuti molto positivamente dalla critica, Walking On The Edge Of The World https://discoclub.myblog.it/2016/11/20/dalle-strade-nashville-agli-studi-capitol-il-passo-breve-doug-seegers-walking-on-the-edge-of-the-world/  e l’omaggio al suo idolo assoluto Sings Hank Williams https://discoclub.myblog.it/2017/10/31/due-ottimi-lavori-nel-segno-del-padre-della-musica-country-doug-seegers-sings-hank-williamswillie-nelson-willies-stash-vol-2-willie-the-boys/ , ed ecco che Doug alla tenera età di 67 anni è pronto a fare il grande salto anche in America. E l’album che potrebbe dargli la meritata popolarità interna è sicuramente il nuovo A Story I Got To Tell, un disco davvero splendido nel quale Seegers ci delizia con undici canzoni di perfetto country d’autore, con la produzione nientemeno che nelle mani di Joe Henry. Proprio la presenza di Henry, uno che si muove solo per prodotti di qualità, vi può far capire lo status raggiunto dal nostro: nonostante le sonorità country non siano proprio il suo pane quotidiano, il buon Joe ha accettato di buon grado di mettersi al servizio di Doug, mettendogli a disposizione un gruppo di strumentisti coi baffi (Martin Bjorklund alle chitarre, Tyler Chester alle tastiere, Russ Pahl alla steel, David Pilch al basso e Jay Bellerose alla batteria, più una sezione fiati in un paio di pezzi con la presenza del figlio Levon Henry al sax) e cucendogli addosso un suono perfetto.

Dal canto suo Seegers ha risposto con le sue migliori canzoni di sempre, ed è per questo che A Story I Got To Tell è per il sottoscritto uno dei più bei dischi del 2019, e non solo in ambito country. White Line (una delle due cover del CD, è di Willie P. Bennett) parte lenta e meditata, voce e chitarra, poi entra un mandolino ed a poco a poco il resto degli strumenti, con la ballata che assume toni di grande bellezza grazie anche ad un refrain toccante ed alla presenza alla seconda voce di, udite udite, Jackson Browne. Give It Away è semplicemente splendida, una ballata dai toni country cantata e suonata con feeling straordinario e dotata di una melodia bellissima, con il nostro che tira fuori una voce che va dritta al cuore (mi ricorda non poco quella del povero Jimmy LaFave): tra le canzoni dell’anno. Strepitosa anche Demon Seed, una fantastica western song con arrangiamento tra Morricone e gli Shadows, pelle d’oca assicurata; Six Feet Under è puro country anni settanta, una ballata dal suono classico sfiorata da piano e steel, mentre con Angel From A Broken Home abbiamo un’altra canzone splendida, dal ritmo cadenzato ed atmosfera nuovamente western, strumentazione piena e ritornello formidabile: mi rendo conto di stare usando aggettivi importanti, ma se ascoltate questi brani non potrete che convenire con me che uno come Seegers era più che sprecato a cantare per strada.

Out On The Street è puro country che più classico non si può, e ci mostra l’abilità di Henry a destreggiarsi anche con suoni che non sono proprio il suo pane, My Little Falling Star vede invece il nostro alle prese con una ballatona anni cinquanta, sempre con il medesimo grado di credibilità; Poor Side Of Town è un brano di Johnny Rivers (che è sempre stato principalmente un interprete ma qualche canzone l’ha scritta anche lui), ed è una raffinata e deliziosa pop song dal retrogusto soul, che Doug rende alla perfezione. Rockabilly Bug, come suggerisce il titolo, è un divertissement tutto ritmo e chitarre dal passo irresistibile, Can’t Keep Running (Back To You) ci riporta in pieno West, un brano elettrico e dall’incedere quasi drammatico, con un motivo di grande impatto, mentre Life Is A Mystery (potrebbe essere benissimo il titolo della futura autobiografia del nostro) chiude l’album con una country ballad nella quale malinconia e finezza vanno a braccetto. Con A Story I Got To Tell Doug Seegers dimostra di essere un songwriter come non ce ne sono molti: peccato averlo scoperto così tardi.

Marco Verdi

Tra I Tributi Della Ace Questo E’ Uno Dei Più Belli. VV.AA. – Holding Things Together

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VV.AA – Holding Things Together: The Merle Haggard Songbook – Ace CD

La Ace è una meritoria etichetta indipendente londinese che si è specializzata in tributi ad artisti famosi, compilati però assemblando cover già edite, anche se molto spesso rare ed introvabili (ricordo i due omaggi a Bob Dylan, uno con solo cantanti di colore ed l’altro con cover inglesi degli anni sessanta, uno a Chuck Berry, uno ai primi anni dei Bee Gees, oltre a varie compilation a tema blues, rock’n’roll, doo-wop, eccetera). La due pubblicazioni più recenti targate Ace sono Hallelujah, tributo a Leonard Cohen, e questo Holding Things Together, che come recita il sottotitolo è dedicato alle canzoni del grande Merle Haggard.

Ed il disco è davvero ben fatto e godibile dalla prima all’ultima canzone: sono presenti ovviamente le canzoni storiche del songbook del grande countryman californiano, ma anche episodi meno noti, e la scelta delle cover è parecchio eterogenea, in quanto sono stati selezionati artisti di varia estrazione. C’è parecchio country chiaramente, ma anche soul, rock’n’roll, swing e blues (una diversificazione che aumenta il piacere dell’ascolto) e su 24 canzoni totali almeno la metà sono decisamente rare, come per esempio il brano di apertura, una registrazione del 1968 di Swinging Doors ad opera di Jerry Lee Lewis, uscita soltanto nel 1986 su un box della Bear Family: versione essenziale, solo piano, una sezione ritmica e la voce inconfondibile del Killer, puro honky-tonk. Okie From Muskogee, a parte il testo controverso, è una grande canzone, e la rilettura del singin’ cowboy Roy Rogers è splendida: voce profonda, arrangiamento western e la famosa melodia che svetta maestosa; il soul singer Barrence Whitfield si cimenta magnificamente anche con il country, e la sua Irma Jackson (presa dal tributo collettivo del 1994 Tulare Dust) è semplicemente deliziosa, e che voce, mentre Bettye Swann con Just Because You Can’t Be Mine si muove su territori a lei abituali, un soul-gospel intenso e di sicuro pathos, con la canzone che non perde un grammo della sua bellezza.

The Knitters, estemporaneo supergruppo degli anni ottanta con Dave Alvin e John Doe, forniscono una rilettura elettroacustica e molto rispettosa del superclassico Silver Wings, solo voce e varie chitarre, la grande Tammy Wynette rifà molto bene The Legend Of Bonnie And Clyde, con un coinvolgente arrangiamento bluegrass ed un coro maschile quasi gospel, la stupenda White Line Fever è invece presente nella nota versione dei Flying Burrito Brothers, puro country-rock in una delle sue migliori accezioni. La lenta Kern River era uno dei brani più belli e toccanti di West Of The West di Dave Alvin, esecuzione e voce da pelle d’oca, seguita dalla nota ripresa di Honky Tonk Night Time Man dei Lynyrd Skynyrd (era su Street Survivors), tra boogie e blues, e dall’altrettanto famosa Life In Prison dei Byrds, contenuta sul capolavoro Sweetheart Of The Rodeo (ma è sempre un piacere riascoltarla). Abbiamo anche lo stesso Haggard in persona con il brano che dà il titolo alla raccolta, un pezzo del 1974 finito all’epoca sulla b-side di un singolo e comunque una gran bella canzone in puro stile honky-tonk classico, mentre Brenda Lee si destreggia con la languida Everybody’s Had The Blues, gran voce ma arrangiamento un po’ troppo ridondante e nashvilliano. I Grateful Dead hanno suonato Mama Tried dal vivo un’infinità di volte, e qui è tratta del famoso live del 1971 soprannominato Skull & Roses; anche Chip Taylor è uno dei grandi, e lo dimostra con una rara Farmer’s Daughter del 1976, bella, intensa ed ottimamente eseguita.

Perfino Dean Martin si è cimentato con il songbook di Merle, e i Take A Lot Of Pride In What I Am è rifatta con gusto e swing, nel classico stile del crooner italo-americano, mentre con Dolly Parton torniamo ovviamente in territori country, con la limpida e solare Life’s Like Poetry. Wynn Stewart rifà in maniera classica la famosissima Today I Started Loving You Again, puro country, gli Everly Brothers alle prese con la mitica Sing Me Back Home (dal loro album Roots del 1968) non sbagliano il colpo e forniscono una interpretazione di gran classe e molto sentita, mentre Elvin Bishop lascia da parte per un attimo il blues e ci delizia con una splendida I Can’t Hold Myself In Line, country al 100%. Ecco Country Joe McDonald con l’incisione più recente del CD (2012), una discreta Rainbow Stew per voce e chitarra, seguita da George Thorogood che offre una rilettura guizzante ed estremamente godibile di Living With The Shades Pulled Down, tra country e rock’n’roll. Finale con il vocione di Hank Williams Jr. alle prese con una bella I’d Rather Be Gone, la International Submarine Band (il gruppo pre-Byrds di Gram Parsons) con la cristallina I Must Be Somebody Else You’ve Known, ed una deliziosa Emmylou Harris d’annata con The Bottle Let Me Down. Un ottimo tributo, che vale la pena accaparrarsi sia per la difficoltà di trovare molte delle registrazioni incluse, sia per il bel libretto che fornisce esaurienti note su tutti i pezzi, ma soprattutto per l’assoluta bellezza delle canzoni di Merle Haggard.

Marco Verdi

Come Attore E’ Bravissimo, Ma Come Cantautore…Pure! Kiefer Sutherland – Reckless & Me

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Kiefer Sutherland – Reckless & Me – BMG CD

La storia del cinema americano è piena di attori che, prima o dopo, si sono cimentati anche come musicisti e/o cantanti: senza dover per forza risalire all’epoca di Dean Martin e Robert Mitchum, in anni recenti abbiamo avuto, tra i tanti, i casi di Kevin Costner, Kevin Bacon, Johnny Depp, Hugh Laurie, Kevin Spacey, Jeff Bridges, Tim Robbins, Dennis Quaid, per finire con Russell Crowe che pur essendo australiano fa parte comunque del mondo di Hollywood. Tra gli ultimi arrivati nel doppio ruolo c’è anche Kiefer Sutherland, eccellente attore di cinema diventato però famosissimo con la serie tv 24, in cui interpreta il ruolo dell’agente Jack Bauer. Attore poliedrico, figlio d’arte (il padre Donald è uno dei più grandi di sempre, ed è per me il migliore nelle parti da “bastardo” insieme al già citato Spacey, Gene Hackman e Gary Oldman), Kiefer ha esordito come musicista nel 2016 con Down In A Hole, un bel disco di solido rock chitarristico, nel quale il nostro si scopriva anche valido songwriter https://discoclub.myblog.it/2016/08/23/sorpresa-ecco-altro-cantattore-bravo-pure-kiefer-sutherland-down-hole/ .

Che la carriera di rocker non sia per Sutherland Jr. una sorta di divertimento da dopolavoro lo hanno dimostrato i molti concerti tenuti in questi anni, ed ora Kiefer arriva anche a fare il bis discografico con Reckless & Me, un album che si rivela fin dal primo ascolto addirittura splendido nonché sorprendente visto che stiamo comunque parlando di uno che si guadagna da vivere recitando. Reckless & Me è un lavoro di vero rock’n’roll, chitarristico e vibrante, suonato alla grande da un manipolo di sessionmen di lusso (con nomi altisonanti come Waddy Wachtel alle chitarre, Greg Leisz alla steel, Brian MacLeod alla batteria ed il grande Jim Cox al piano e organo), con un tocco country che non fa mai male. Ma quello che più stupisce è la bravura di Sutherland come autore: infatti il nostro è il responsabile di nove brani su dieci (Open Road è scritta dal produttore Jude Cole), canzoni autentiche, intense e profonde, che sembrano quasi opera di un veterano del pentagramma. Un disco di alto livello professionale ed emotivo, che fa dunque balzare il nome di Sutherland tra i principali “singing actors” in circolazione. Si parte subito forte con la già citata Open Road, splendida ed intensa rock ballad da cantautore vero, con piano e chitarre in evidenza ed un suono elettrico di sicuro impatto: Kiefer canta benissimo con una voce arrochita e vissuta (molto alla John Mellencamp), e sembra davvero una vecchia volpe non del grande schermo ma delle sette note. Something You Love è più spedita, con il piano che si muove sinuoso nell’ombra e le chitarre che rispondono a tono, ma la differenza la fa una melodia trascinante ed il ritmo sostenuto, con echi di grandi storyteller rock, da Springsteen e Seger in avanti.

Faded Pair Of Blue Jeans è limpida e solare, potrebbe essere un brano degli Eagles fine anni settanta, ed è decisamente gradevole anche questa, la title track, una rock song cadenzata e grintosa, ha evidenti somiglianze proprio con lo stile di Mellencamp, le chitarre tirano di brutto (bello l’assolo di slide) ed il pathos è alto, mentre Blame It On Your Heart è puro rock’n’roll, trascinante e con un sapore country dato dalla steel e dall’uso del pianoforte degno di un bar texano. Ancora ritmo elevatissimo con This Is How It’s Done, un divertente mix tra country e rockabilly, con un motivo che sembra quasi un talkin’ dylaniano ed un tempo alla Johnny Cash; Agave inizia con una chitarra bella aggressiva e prosegue con un’andatura spezzettata e tracce di southern: grinta e bravura a braccetto, con il nostro sempre più convinto e convincente. Rimaniamo idealmente al sud con Run To Him, un pezzo tosto, elettrico e paludoso tra Texas e Louisiana ed un coro femminile dai toni gospel, mentre Saskatchewan è una ballata che parte con la voce di Kiefer nel buio, poi entra una strumentazione limpida ed il brano si rivela terso, piacevole e disteso, con un retrogusto country che non guasta. Chiusura con la deliziosa Song For A Daughter, tra folk e cantautorato puro, in cui appare anche una fisarmonica: uno dei brani più riusciti di un album sorprendente e bellissimo, in poche parole da non perdere.

Marco Verdi

Non Che Ci Volesse Molto, Ma Sono Meglio Adesso Di Prima! Brooks & Dunn – Reboot

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Brooks & Dunn – Reboot – Arista Nashville/Sony CD

Kix Brooks e Ronnie Dunn, provenienti rispettivamente da Louisiana e Texas ma da tempo trapiantati a Nashville, sono stati probabilmente il duo country più popolare di sempre, vendite alla mano almeno. Dal 1991 hanno infatti venduto svariati milioni di dischi, piazzando venti singoli e cinque album al numero uno, oltre ad essere stati protagonisti di una miriade di concerti sold out in tutta America, almeno fino alla separazione pacifica avvenuta nel 2010. Ora i due ci hanno ripensato e si sono rimessi insieme per un nuovo disco con tour al seguito, complice forse il fatto che le rispettive carriere soliste non sono mai veramente decollate (con Dunn comunque più attivo di Brooks, anche se il suo ultimo lavoro, Tattoed Heart, era una mezza porcheria): Reboot è dunque l’appropriato titolo del CD che fa ricominciare la carriera del duo, e che comprende dodici brani già pubblicati in passato come singoli, scelti senza una logica apparente, presentati in versioni nuove di zecca e con altrettanti ospiti a cantare con loro. Una via di mezzo quindi tra un greatest hits 2.0 e un disco di duetti, un’operazione commerciale tesa a raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo: l’album venderà tanto solo per il fatto che i nostri sono tornati insieme ed in più servirà come pretesto per lanciare la tournée, che poi è quello che a B&D interessa veramente dato che con i dischi oggi non si arricchisce più nessuno.

Devo ammettere che non sono mai stato un fan dei due countrymen, essendo la loro tipologia di musica troppo compromessa con il suono di Nashville e quindi troppo spesso tendente al pop, ma devo anche riconoscere che in Reboot (prodotto dall’esperto Dann Huff) le cose sono state fatte con criterio, dando alle canzoni un suono sì rotondo e radio-friendly, ma con gli strumenti giusti, le chitarre che si sentono e la batteria che è autentica e non programmata. Un ulteriore punto a favore è dato dal fatto che i due hanno limitato al minimo le ballate, privilegiando i pezzi più mossi del loro repertorio: gli ospiti non è che incidano più di tanto sul risultato finale (non c’è per esempio un Willie Nelson a fare la differenza), ma Reboot resta comunque un disco gradevole, pur non cambiando la storia della musica country (ma io in realtà temevo la ciofeca). L’album inizia con la pimpante Brand New Man, che è stato anche il loro primo singolo nel 1991, un rockin’ country potente e dal refrain contagioso, oltre ad un buon impatto chitarristico e la terza voce di Luke Combs. Brett Young si unisce ai nostri per Ain’t Nothing ‘bout You, un brano dal tempo cadenzato ed un motivo forse ruffiano ma piacevole, non molto country a dire il vero ma non disprezzabile (e poi il suono vigoroso fa la differenza). Anche My Next Broken Heart, con Jon Pardi, è decisamente riuscita, un honky-tonk elettrico e divertente, dall’approccio energico e quasi rock; Kacey Musgraves è brava e raffinata, ma nonostante faccia del suo meglio Neon Moon non è un granché, anche per un arrangiamento discutibile e un po’ finto,.

Molto meglio Lost And Found, una country ballad tersa e limpida, impreziosita dall’intervento di Tyler Booth: vero country, orecchiabile e ben fatto. Hard Workin’ Man è puro rockin’ country (non li ricordavo così grintosi): chitarre in tiro ed i Brothers Osborne che portano un sapore southern nonostante vengano dal Maryland, mentre la languida You’re Gonna Miss Me When I’m Gone è perfetta per la voce gentile di Ashley McBride, e non è neppure troppo mielosa. My Maria, con Thomas Rhett, ha una buona melodia di fondo ed un suono robusto che le dona una spinta in più, Red Dirt Road vede la partecipazione del bravo Cody Johnson, ma è un lento piuttosto nella norma, a differenza di Boot Scootin’ Boogie, tra honky-tonk e rockabilly, tosta e coinvolgente quanto basta grazie anche al trio texano Midland (e c’è una bella slide). Chiusura con Mama Don’t Get Dressed Up For Nothing, con la giovane band LANCO, che è un altro country-rock dal ritmo accattivante, e con lo slow Believe (con Kane Brown), non indispensabile. Reboot non mi farà certo cambiare idea sul passato discografico di Brooks & Dunn, ma si tratta comunque di un lavoro piacevole ed in grado di soddisfare anche i palati più esigenti.

Marco Verdi