Tra I Tributi Della Ace Questo E’ Uno Dei Più Belli. VV.AA. – Holding Things Together

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VV.AA – Holding Things Together: The Merle Haggard Songbook – Ace CD

La Ace è una meritoria etichetta indipendente londinese che si è specializzata in tributi ad artisti famosi, compilati però assemblando cover già edite, anche se molto spesso rare ed introvabili (ricordo i due omaggi a Bob Dylan, uno con solo cantanti di colore ed l’altro con cover inglesi degli anni sessanta, uno a Chuck Berry, uno ai primi anni dei Bee Gees, oltre a varie compilation a tema blues, rock’n’roll, doo-wop, eccetera). La due pubblicazioni più recenti targate Ace sono Hallelujah, tributo a Leonard Cohen, e questo Holding Things Together, che come recita il sottotitolo è dedicato alle canzoni del grande Merle Haggard.

Ed il disco è davvero ben fatto e godibile dalla prima all’ultima canzone: sono presenti ovviamente le canzoni storiche del songbook del grande countryman californiano, ma anche episodi meno noti, e la scelta delle cover è parecchio eterogenea, in quanto sono stati selezionati artisti di varia estrazione. C’è parecchio country chiaramente, ma anche soul, rock’n’roll, swing e blues (una diversificazione che aumenta il piacere dell’ascolto) e su 24 canzoni totali almeno la metà sono decisamente rare, come per esempio il brano di apertura, una registrazione del 1968 di Swinging Doors ad opera di Jerry Lee Lewis, uscita soltanto nel 1986 su un box della Bear Family: versione essenziale, solo piano, una sezione ritmica e la voce inconfondibile del Killer, puro honky-tonk. Okie From Muskogee, a parte il testo controverso, è una grande canzone, e la rilettura del singin’ cowboy Roy Rogers è splendida: voce profonda, arrangiamento western e la famosa melodia che svetta maestosa; il soul singer Barrence Whitfield si cimenta magnificamente anche con il country, e la sua Irma Jackson (presa dal tributo collettivo del 1994 Tulare Dust) è semplicemente deliziosa, e che voce, mentre Bettye Swann con Just Because You Can’t Be Mine si muove su territori a lei abituali, un soul-gospel intenso e di sicuro pathos, con la canzone che non perde un grammo della sua bellezza.

The Knitters, estemporaneo supergruppo degli anni ottanta con Dave Alvin e John Doe, forniscono una rilettura elettroacustica e molto rispettosa del superclassico Silver Wings, solo voce e varie chitarre, la grande Tammy Wynette rifà molto bene The Legend Of Bonnie And Clyde, con un coinvolgente arrangiamento bluegrass ed un coro maschile quasi gospel, la stupenda White Line Fever è invece presente nella nota versione dei Flying Burrito Brothers, puro country-rock in una delle sue migliori accezioni. La lenta Kern River era uno dei brani più belli e toccanti di West Of The West di Dave Alvin, esecuzione e voce da pelle d’oca, seguita dalla nota ripresa di Honky Tonk Night Time Man dei Lynyrd Skynyrd (era su Street Survivors), tra boogie e blues, e dall’altrettanto famosa Life In Prison dei Byrds, contenuta sul capolavoro Sweetheart Of The Rodeo (ma è sempre un piacere riascoltarla). Abbiamo anche lo stesso Haggard in persona con il brano che dà il titolo alla raccolta, un pezzo del 1974 finito all’epoca sulla b-side di un singolo e comunque una gran bella canzone in puro stile honky-tonk classico, mentre Brenda Lee si destreggia con la languida Everybody’s Had The Blues, gran voce ma arrangiamento un po’ troppo ridondante e nashvilliano. I Grateful Dead hanno suonato Mama Tried dal vivo un’infinità di volte, e qui è tratta del famoso live del 1971 soprannominato Skull & Roses; anche Chip Taylor è uno dei grandi, e lo dimostra con una rara Farmer’s Daughter del 1976, bella, intensa ed ottimamente eseguita.

Perfino Dean Martin si è cimentato con il songbook di Merle, e i Take A Lot Of Pride In What I Am è rifatta con gusto e swing, nel classico stile del crooner italo-americano, mentre con Dolly Parton torniamo ovviamente in territori country, con la limpida e solare Life’s Like Poetry. Wynn Stewart rifà in maniera classica la famosissima Today I Started Loving You Again, puro country, gli Everly Brothers alle prese con la mitica Sing Me Back Home (dal loro album Roots del 1968) non sbagliano il colpo e forniscono una interpretazione di gran classe e molto sentita, mentre Elvin Bishop lascia da parte per un attimo il blues e ci delizia con una splendida I Can’t Hold Myself In Line, country al 100%. Ecco Country Joe McDonald con l’incisione più recente del CD (2012), una discreta Rainbow Stew per voce e chitarra, seguita da George Thorogood che offre una rilettura guizzante ed estremamente godibile di Living With The Shades Pulled Down, tra country e rock’n’roll. Finale con il vocione di Hank Williams Jr. alle prese con una bella I’d Rather Be Gone, la International Submarine Band (il gruppo pre-Byrds di Gram Parsons) con la cristallina I Must Be Somebody Else You’ve Known, ed una deliziosa Emmylou Harris d’annata con The Bottle Let Me Down. Un ottimo tributo, che vale la pena accaparrarsi sia per la difficoltà di trovare molte delle registrazioni incluse, sia per il bel libretto che fornisce esaurienti note su tutti i pezzi, ma soprattutto per l’assoluta bellezza delle canzoni di Merle Haggard.

Marco Verdi

Come Attore E’ Bravissimo, Ma Come Cantautore…Pure! Kiefer Sutherland – Reckless & Me

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Kiefer Sutherland – Reckless & Me – BMG CD

La storia del cinema americano è piena di attori che, prima o dopo, si sono cimentati anche come musicisti e/o cantanti: senza dover per forza risalire all’epoca di Dean Martin e Robert Mitchum, in anni recenti abbiamo avuto, tra i tanti, i casi di Kevin Costner, Kevin Bacon, Johnny Depp, Hugh Laurie, Kevin Spacey, Jeff Bridges, Tim Robbins, Dennis Quaid, per finire con Russell Crowe che pur essendo australiano fa parte comunque del mondo di Hollywood. Tra gli ultimi arrivati nel doppio ruolo c’è anche Kiefer Sutherland, eccellente attore di cinema diventato però famosissimo con la serie tv 24, in cui interpreta il ruolo dell’agente Jack Bauer. Attore poliedrico, figlio d’arte (il padre Donald è uno dei più grandi di sempre, ed è per me il migliore nelle parti da “bastardo” insieme al già citato Spacey, Gene Hackman e Gary Oldman), Kiefer ha esordito come musicista nel 2016 con Down In A Hole, un bel disco di solido rock chitarristico, nel quale il nostro si scopriva anche valido songwriter https://discoclub.myblog.it/2016/08/23/sorpresa-ecco-altro-cantattore-bravo-pure-kiefer-sutherland-down-hole/ .

Che la carriera di rocker non sia per Sutherland Jr. una sorta di divertimento da dopolavoro lo hanno dimostrato i molti concerti tenuti in questi anni, ed ora Kiefer arriva anche a fare il bis discografico con Reckless & Me, un album che si rivela fin dal primo ascolto addirittura splendido nonché sorprendente visto che stiamo comunque parlando di uno che si guadagna da vivere recitando. Reckless & Me è un lavoro di vero rock’n’roll, chitarristico e vibrante, suonato alla grande da un manipolo di sessionmen di lusso (con nomi altisonanti come Waddy Wachtel alle chitarre, Greg Leisz alla steel, Brian MacLeod alla batteria ed il grande Jim Cox al piano e organo), con un tocco country che non fa mai male. Ma quello che più stupisce è la bravura di Sutherland come autore: infatti il nostro è il responsabile di nove brani su dieci (Open Road è scritta dal produttore Jude Cole), canzoni autentiche, intense e profonde, che sembrano quasi opera di un veterano del pentagramma. Un disco di alto livello professionale ed emotivo, che fa dunque balzare il nome di Sutherland tra i principali “singing actors” in circolazione. Si parte subito forte con la già citata Open Road, splendida ed intensa rock ballad da cantautore vero, con piano e chitarre in evidenza ed un suono elettrico di sicuro impatto: Kiefer canta benissimo con una voce arrochita e vissuta (molto alla John Mellencamp), e sembra davvero una vecchia volpe non del grande schermo ma delle sette note. Something You Love è più spedita, con il piano che si muove sinuoso nell’ombra e le chitarre che rispondono a tono, ma la differenza la fa una melodia trascinante ed il ritmo sostenuto, con echi di grandi storyteller rock, da Springsteen e Seger in avanti.

Faded Pair Of Blue Jeans è limpida e solare, potrebbe essere un brano degli Eagles fine anni settanta, ed è decisamente gradevole anche questa, la title track, una rock song cadenzata e grintosa, ha evidenti somiglianze proprio con lo stile di Mellencamp, le chitarre tirano di brutto (bello l’assolo di slide) ed il pathos è alto, mentre Blame It On Your Heart è puro rock’n’roll, trascinante e con un sapore country dato dalla steel e dall’uso del pianoforte degno di un bar texano. Ancora ritmo elevatissimo con This Is How It’s Done, un divertente mix tra country e rockabilly, con un motivo che sembra quasi un talkin’ dylaniano ed un tempo alla Johnny Cash; Agave inizia con una chitarra bella aggressiva e prosegue con un’andatura spezzettata e tracce di southern: grinta e bravura a braccetto, con il nostro sempre più convinto e convincente. Rimaniamo idealmente al sud con Run To Him, un pezzo tosto, elettrico e paludoso tra Texas e Louisiana ed un coro femminile dai toni gospel, mentre Saskatchewan è una ballata che parte con la voce di Kiefer nel buio, poi entra una strumentazione limpida ed il brano si rivela terso, piacevole e disteso, con un retrogusto country che non guasta. Chiusura con la deliziosa Song For A Daughter, tra folk e cantautorato puro, in cui appare anche una fisarmonica: uno dei brani più riusciti di un album sorprendente e bellissimo, in poche parole da non perdere.

Marco Verdi

Non Che Ci Volesse Molto, Ma Sono Meglio Adesso Di Prima! Brooks & Dunn – Reboot

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Brooks & Dunn – Reboot – Arista Nashville/Sony CD

Kix Brooks e Ronnie Dunn, provenienti rispettivamente da Louisiana e Texas ma da tempo trapiantati a Nashville, sono stati probabilmente il duo country più popolare di sempre, vendite alla mano almeno. Dal 1991 hanno infatti venduto svariati milioni di dischi, piazzando venti singoli e cinque album al numero uno, oltre ad essere stati protagonisti di una miriade di concerti sold out in tutta America, almeno fino alla separazione pacifica avvenuta nel 2010. Ora i due ci hanno ripensato e si sono rimessi insieme per un nuovo disco con tour al seguito, complice forse il fatto che le rispettive carriere soliste non sono mai veramente decollate (con Dunn comunque più attivo di Brooks, anche se il suo ultimo lavoro, Tattoed Heart, era una mezza porcheria): Reboot è dunque l’appropriato titolo del CD che fa ricominciare la carriera del duo, e che comprende dodici brani già pubblicati in passato come singoli, scelti senza una logica apparente, presentati in versioni nuove di zecca e con altrettanti ospiti a cantare con loro. Una via di mezzo quindi tra un greatest hits 2.0 e un disco di duetti, un’operazione commerciale tesa a raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo: l’album venderà tanto solo per il fatto che i nostri sono tornati insieme ed in più servirà come pretesto per lanciare la tournée, che poi è quello che a B&D interessa veramente dato che con i dischi oggi non si arricchisce più nessuno.

Devo ammettere che non sono mai stato un fan dei due countrymen, essendo la loro tipologia di musica troppo compromessa con il suono di Nashville e quindi troppo spesso tendente al pop, ma devo anche riconoscere che in Reboot (prodotto dall’esperto Dann Huff) le cose sono state fatte con criterio, dando alle canzoni un suono sì rotondo e radio-friendly, ma con gli strumenti giusti, le chitarre che si sentono e la batteria che è autentica e non programmata. Un ulteriore punto a favore è dato dal fatto che i due hanno limitato al minimo le ballate, privilegiando i pezzi più mossi del loro repertorio: gli ospiti non è che incidano più di tanto sul risultato finale (non c’è per esempio un Willie Nelson a fare la differenza), ma Reboot resta comunque un disco gradevole, pur non cambiando la storia della musica country (ma io in realtà temevo la ciofeca). L’album inizia con la pimpante Brand New Man, che è stato anche il loro primo singolo nel 1991, un rockin’ country potente e dal refrain contagioso, oltre ad un buon impatto chitarristico e la terza voce di Luke Combs. Brett Young si unisce ai nostri per Ain’t Nothing ‘bout You, un brano dal tempo cadenzato ed un motivo forse ruffiano ma piacevole, non molto country a dire il vero ma non disprezzabile (e poi il suono vigoroso fa la differenza). Anche My Next Broken Heart, con Jon Pardi, è decisamente riuscita, un honky-tonk elettrico e divertente, dall’approccio energico e quasi rock; Kacey Musgraves è brava e raffinata, ma nonostante faccia del suo meglio Neon Moon non è un granché, anche per un arrangiamento discutibile e un po’ finto,.

Molto meglio Lost And Found, una country ballad tersa e limpida, impreziosita dall’intervento di Tyler Booth: vero country, orecchiabile e ben fatto. Hard Workin’ Man è puro rockin’ country (non li ricordavo così grintosi): chitarre in tiro ed i Brothers Osborne che portano un sapore southern nonostante vengano dal Maryland, mentre la languida You’re Gonna Miss Me When I’m Gone è perfetta per la voce gentile di Ashley McBride, e non è neppure troppo mielosa. My Maria, con Thomas Rhett, ha una buona melodia di fondo ed un suono robusto che le dona una spinta in più, Red Dirt Road vede la partecipazione del bravo Cody Johnson, ma è un lento piuttosto nella norma, a differenza di Boot Scootin’ Boogie, tra honky-tonk e rockabilly, tosta e coinvolgente quanto basta grazie anche al trio texano Midland (e c’è una bella slide). Chiusura con Mama Don’t Get Dressed Up For Nothing, con la giovane band LANCO, che è un altro country-rock dal ritmo accattivante, e con lo slow Believe (con Kane Brown), non indispensabile. Reboot non mi farà certo cambiare idea sul passato discografico di Brooks & Dunn, ma si tratta comunque di un lavoro piacevole ed in grado di soddisfare anche i palati più esigenti.

Marco Verdi

Giù Lo Stetson Di Fronte A “The King Of Country”! George Strait – Honky Tonk Time Machine

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George Strait – Honky Tonk Time Machine – MCA Nashville/UMG CD

Non è facile recensire il nuovo lavoro di un artista che viene considerato quasi all’unanimità un mito vivente del genere musicale di sua competenza: sto parlando di George Strait, uno dei capisaldi mondiali della musica country, che a 66 anni di età ha ancora voglia di fare musica. George, musicalmente parlando erede diretto di Conway Twitty e George Jones, nella sua carriera ha infranto ogni tipo di primato, arrivando in cima alle classifiche 22 volte con gli album e ben 45 con i singoli (record assoluto, non solo country), e riuscendo a vendere più di cento milioni di album dal 1981 (anno del suo esordio): cifre impressionanti, ed il tutto senza scendere più di tanto a compromessi con sonorità pop e easy listening Da buon texano infatti, George ha continuato a fare vera musica country per non essendo mai stato un integralista alla Dwight Yoakam, ma non ha mai nemmeno venduto l’anima al diavolo come ha fatto ad esempio Kenny Rogers: certo, per avere così tanto successo un occhio alle sonorità radiofoniche lo ha sovente buttato, ma sempre con molta misura e senza perdere d’occhio la vera essenza della country music.

E Honky Tonk Time Machine, il nuovo album di George (trentesimo in studio) prosegue il discorso avviato 38 anni fa: puro country classico di matrice texana, con il giusto bilanciamento tra ballate e brani più mossi, una produzione super-professionale (Chuck Ainlay, uno che ha lavorato a lungo con Mark Knopfler, ma anche con Emmylou Harris, le Pistol Annies, Marty Stuart e Mary Chapin Carpenter) ed un manipolo di sessionmen che danno letteralmente del tu agli strumenti, con veri e propri “Nashville Cats” del calibro di Glenn Worf, Paul Franklin, Stuart Duncan, Greg Morrow e Mac McAnally. Il CD inizia con Every Little Honky Tonk Bar, che mantiene ciò che promette il titolo, un honky-tonk ritmato, terso e suonato alla grande, con melodia e refrain coinvolgenti e Strait che mostra di avere ancora una bella voce, chiara, limpida e decisamente giovanile. Two More Wishes (scritta da Jim Lauderdale) è un delizioso pezzo dal sapore anni sessanta e con un sentore di Messico, il tipo di brani che hanno fatto la fortuna dei Mavericks; Some Nights è una ballata dal suono sempre elettrico senza la benché minima deriva pop ed un ritornello evocativo, mentre God And Country Music è uno slow intimo e con un bel testo, punteggiato da steel e piano e con il supporto vocale del nipote di George, Harvey Strait, di appena sei anni!

Blue Water, country ballad limpida e solare, è eseguita con classe e misura, Sometimes Love è un lentone di quelli da suonare al crepuscolo quando i cavalli sono stanchi ed i cowboy si accampano per la notte, un brano che contrasta con la bella Codigo, frizzante honky-tonk texano al 100%, al quale il violino dona un tono swingato e la fisarmonica fornisce il tocco mexican. Old Violin è una cover di Johnny Paycheck, altro pezzo lento e toccante dal bel motivo centrale, cantato al solito con voce sicura; Take Me Away è un rockin’ country chitarristico e coinvolgente, tra le canzoni più immediate del CD, mentre The Weight Of The Badge riporta l’album dal lato delle ballate, un pezzo intenso e gentile allo stesso tempo. La trascinante title track, puro rock’n’roll with a country touch, e la soffusa What Goes Up, portano al gran finale del disco: Sing One With Willie, dove Willie è proprio Willie Nelson, che partecipa sia in veste di co-autore che di cantante, per una bella slow song di matrice texana in cui i due celebrano con orgoglio il fatto che, dopo aver duettato con mezzo mondo, finalmente sono riusciti ad incidere una canzone insieme. Altro bel disco, Mr. Strait.

Marco Verdi

Vero Country D’Autore…Da Parte Di Un Autore Non Country! Tim Bluhm – Sorta Surviving

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Tim Bluhm – Sorta Surviving – Blue Rose Music CD

Il fatto che Tim Bluhm, leader della nota rock band di San Francisco The Mother Hips, abbia pubblicato un album da solista non è di per sé quella gran notizia, dal momento che ne ha già una manciata all’attivo: la cosa però che colpisce è che Sorta Surviving è un disco di vero country di stampo classico, e pure molto bello. Il country è un genere che Tim ha sempre amato, ed anche in passato aveva mostrato influenze in questo senso, ma un lavoro tutto country non lo aveva mai fatto, e di sicuro non mi sarei aspettato che il risultato fosse di questo livello qualitativo. Sarà stato anche ispirato dai muri del Cash Cabin Studio, di proprietà del grande Johnny Cash (luogo nel quale Tim ha inciso l’album sotto la produzione di Dave Schools e la supervisione del figlio dell’Uomo in Nero, John Carter Cash), sarà il gruppo di musicisti che l’hanno accompagnato, con vere e proprie leggende come Dave Roe (a lungo bassista proprio di Cash) e Gene Chrisman (batterista per Elvis Presley, Aretha Franklin e molti altri) e nomi di primo piano come i chitarristi Jack Pearson e Jesse Aycock ed i backing vocalists Elizabeth Cook e Harry Stinson, ma Sorta Surviving è un country record perfettamente credibile, con un suono splendido ed una serie di canzoni di prima qualità, che mettono Bluhm come ultimo in ordine di tempo in un ipotetico gruppo di artisti capaci di passare da un genere all’altro con estrema disinvoltura.

Che il disco è di quelli giusti lo si capisce già dall’iniziale Jesus Save A Singer, un delizioso honky-tonk dal suono molto classico, guidato da un ottimo pianoforte (Jason Crosby) e con un motivo di grande piacevolezza. E Tim mostra anche di avere la voce adeguata, morbida, carezzevole ed espressiva. No Way To Steer è anche meglio, una splendida country song dal refrain scintillante e contraddistinta da un languido accompagnamento in cui dominano la steel ed ancora il piano; decisamente riuscita anche Jimmy West, un racconto di stampo western che ricorda molto lo stile di Tom Russell, una ballatona profonda cantata e suonata benissimo. Ancora honky-tonk che più classico non si può con Where I Parked My Mind, anche questa bella e cristallina, con un tocco di Texas: dischi country così non ne escono molti in un anno, sembra davvero di sentire un veterano del genere. Raining Gravel è un brano lento ed intenso, con un feeling da cantautorato anni settanta, la title track ha il sapore del country-rock californiano d’altri tempi ed è guidata da una delle migliori melodie del CD, mentre l’affilata Del Rio Dan è più rock, e spuntano anche un organo e un piano elettrico che spostano il disco su coordinate quasi sudiste. La vorticosa Squeaky Wheel, un bluegrass dal ritmo decisamente sostenuto, chiude il gruppo dei pezzi originali, ma come ciliegina abbiamo anche due cover: la splendida I Still Miss Someone proprio di Johnny Cash (in omaggio al luogo che ha ospitato Tim), che rimane un capolavoro in qualunque modo la si faccia, ed una lenta ed appassionata rilettura di Kern River, un classico minore di Merle Haggard.

Sorta Surviving è uno dei migliori album country di questa prima metà dell’anno, ed in assoluto una delle cose più riuscite della carriera di Tim Bluhm.

 Marco Verdi

Il Suo Album Precedente Era Così Così, Questo E’ Davvero Bello! Joy Williams – Front Porch

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Joy Williams – Front Porch – Sensibility/Thirty Tigers CD

Oltre ad essere una donna estremamente attraente, Joy Williams è anche una cantante ed autrice seria e preparata. In attività come solista dal 2001, è famosa principalmente per aver fatto parte insieme a John Paul White del duo folk-rock e Americana The Civil Wars, dal 2009 al 2014. Da sola Joy ha inciso quattro album e diversi EP: il suo ultimo lavoro, Venus (2015), aveva fatto storcere parecchio il naso ai suoi estimatori, in quanto segnava un distacco dalle sue abituali sonorità per uno stile più moderno tra il pop e il danzereccio; la stessa Williams non deve essere stata molto convinta del risultato, in quanto appena un anno dopo ha fatto uscire lo stesso album ma in versione acustica, con esiti artistici decisamente migliori. La stessa aria si respira in questo suo nuovissimo album, Front Porch, nel quale Joy dimostra fortunatamente che il suo amore per il pop era solo una sbandata temporanea: il disco infatti è composto da dodici brani originali di ottimo livello, affrontati davvero come se la protagonista fosse idealmente seduta nel portico di casa sua (come da titolo del CD).

Quindi atmosfere acustiche ed intime, con brani lenti e meditati in cui Joy si fa accompagnare al massimo da un paio di chitarre, una steel, un violino, un mandolino e un dobro (ma mai tutti insieme), e senza l’aiuto della batteria. Buona parte del merito va alla produzione di Kenneth Pattengale (ovvero metà del duo folk-rock The Milk Carton Kids), il quale si occupa anche della maggior parte degli strumenti, lasciando la steel nelle sapienti mani di Russ Pahl ed il violino e mandolino in quelle di John Mailander. Pochi strumenti quindi, ma dosati con gusto e misura e, soprattutto, un’attitudine da folksinger da parte della Williams che fa di Front Porch il disco migliore della sua carriera solista. Il CD è bello fin da subito: Canary è una canzone di chiaro stampo folk, dal sapore decisamente tradizionale, con chitarra, violino e poco altro, ed una prestazione vocale notevole da parte di Joy. La struttura musicale è la stessa in tutti i brani, e predominano le atmosfere lente e pacate, come la delicata title track, una ballata pura e cristallina dal motivo toccante, con la bella Joy che riesce ad emozionare anche con solo due chitarre ed un violino.

When Does A Heart Move On è soffusa, quasi sussurrata, ma di grande impatto emotivo, All I Need è molto simile, con l’aggiunta del mandolino e di una languida steel, mentre The Trouble With Wanting è strumentata in maniera ancora più spoglia, solo una chitarra e qualche backing vocals, ma il feeling se possibile aumenta, e vedo similitudini con l’ultima Emmylou Harris, meno country e più cantautrice. Il CD prosegue con lo stesso mood, ma non ci si annoia neppure per un momento in quanto la Williams è brava a tenere desta l’attenzione con una serie di canzoni molto ben scritte ed interpretate in maniera raffinata: meritano una citazione la struggente No Place Like You, solo voce e chitarra ma pathos notevole, la splendida One And Only, con un sapore d’altri tempi ed un sentore di Messico dato da una chitarra flamenco (uno di pezzi migliori), la vibrante When Creation Was Young, puro folk, la lenta e nostalgica Be With You e la conclusiva Look How Far We’ve Come, limpida e deliziosa nonostante la brevità.

Dopo le incertezze di Venus Joy Williams è tornata tra noi, dimostrando che è ancora perfettamente in grado di fare ottima musica e di regalare emozioni.

Marco Verdi

Molto Più Che Un Semplice Disco Country! Jack Ingram – Ridin’ High…Again

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Jack Ingram – Ridin’ High…Again – Beat Up Ford CD

Jack Ingram, countryman texano in giro dalla metà degli anni novanta, dal punto di vista musicale è sempre stato dalla parte giusta, ed anche il suo ultimo album risalente a tre anni fa, Midnight Motel, era decisamente sopra la media https://discoclub.myblog.it/2016/09/18/gradito-ritorno-jack-ingram-midnight-motel/ . Ma un conto è pubblicare ottimi album di country-rock, cosa che fanno ancora fortunatamente in molti, un conto è produrre dei capolavori: e Ridin’ High…Again, nuovissimo lavoro di Jack, è senza mezzi termini un capolavoro. Ingram al decimo full-length in studio ha voluto omaggiare il Texas ed i suoi cantautori storici, ma nello stesso tempo offrire anche qualcosa di nuovo: così Ridin’ High…Again (fin dal titolo un tributo a Jerry Jeff Walker, dato che Ridin’ High è uno dei suoi lavori più popolari) presenta tredici brani divisi tra cover e pezzi originali, ma non è il solito, seppur bello, disco country. Qui infatti Jack è ispirato come mai è successo prima, ha scritto canzoni di qualità eccelsa e le ha accoppiate con cover semplicemente strepitose, creando un’opera di livello superiore, inusuale anche nella durata di un’ora e diciassette minuti (di solito questi album durano la metà).

Eppure il disco fila via alla grande, ed alla fine ci si rammarica quasi per il fatto che non sia doppio: una serie di canzoni dunque magnifiche, suonate in maniera sontuosa da un manipolo di musicisti formidabili (tra i quali segnalerei Charlie Sexton, Chris Masterson e John Randall Stewart, che è anche il produttore, alle chitarre, Eleanor Whitmore al violino, lo straordinario pianoforte di Jimmy Wallace, tra i protagonisti del suono del CD, e le armonie vocali di Josh Abbott, Wade Bowen e Waylon Payne). La caratteristica del disco, oltre ad avere all’interno brani eccellenti, è che in molti casi troviamo lunghe code strumentali, vere jam country-rock che portano l’album a coprire quasi interamente il minutaggio a disposizione, e l’impressione è che sia stato proprio Ingram a volere questo e a dire ai vari musicisti di non fermarsi e di suonare in piena libertà. Non esagero, ma se Ridin High…Again fosse uscito negli anni settanta oggi non dico che lo metteremmo sullo stesso piano di lavori come Old No. 1, Red Headed Stranger e Lubbock (On Everything) (rispettivamente Guy Clark, Willie Nelson e Terry Allen, anche se non dovrei dirvelo), ma di sicuro non molto al di sotto.

Alright Alright Alright, scritta da Jack insieme a Todd Snider, fa capire subito di che pasta è fatto il disco, un rockin’ country elettrico e potente, ma nel contempo molto orecchiabile: Ingram canta con voce arrochita, la sezione ritmica pesta di brutto ed il pianoforte saltella che è una bellezza. Don’t It Make You Wanna Dance è il pezzo più noto di Rusty Wier (ma è stata anche una hit per Jerry Jeff Walker), ed è una limpida e vivace rock’n’roll song dal tocco country, texana al 100%, bella, coinvolgente e con parti chitarristiche “ruspanti”; Stay Outta Jail è più lenta e rilassata, quasi indolente, con Jack che un po’ canta un po’ parla e sullo sfondo si fa largo una bella chitarra slide (la quale ad un certo punto diventa assoluta protagonista insieme al piano elettrico), un suono più southern che texano. Desperados Waiting For A Train non ha bisogno di presentazioni, è forse il più grande brano di Guy Clark ed una delle più belle canzoni dei seventies, e questa rilettura del nostro è strepitosa, toccante, sentita: parte con pochi strumenti e si arricchisce man mano che prosegue per un crescendo emozionante: versione superiore anche a quella recente di Steve Earle; Where There’s A Willie è dedicata a Willie Nelson (ed anche a Waylon), inizia con una chitarra suonata nello stile del barbuto artista texano per poi trasformarsi in uno splendido honky-tonk dalla melodia deliziosa, grande pianoforte ed ottimo intervento di steel, in pratica un’altra goduria per le orecchie. Proprio di Nelson è la seguente Gotta Get Drunk, un brano poco noto risalente al 1970, un pezzo di puro Texas country elettrico, intenso e suonato al solito in maniera strepitosa, con un plauso particolare agli assoli di violino ed allo spettacolare piano di Wallace: dura ben otto minuti, ma alla fine ne vorrei ancora di più.

Tin Man è un brano che Jack ha scritto con Miranda Lambert, una ballata suonata con tre strumenti in croce, chitarra, batteria ed un bellissimo dobro che prende il sopravvento nel consueto eccellente intermezzo strumentale, mentre Down The Road Tonight, di Hayes Carll, è un rock’n’roll travolgente, elettrico e dal ritmo alto, in poche parole irresistibile. Never Ending Song Of Love è proprio il classico di Delaney & Bonnie (l’ha fatta anche John Fogerty qualche anno fa), con Jack che mantiene intatta la squisita melodia ma la riveste con un suono robusto e dominato dalle chitarre, in pieno stile Outlaw Country, e l’esito è pienamente riuscito, mentre con Sailor & The Sea il nostro si concede un momento di riposo, con una ballata notturna fluida ed intensa, dal pathos enorme ed accompagnamento in punta di dita che valorizza appieno il motivo centrale: ben dieci minuti, ma splendidi. L’ultimo brano originale, la solare ed accattivante Everybody Wants To Be Somebody, scritta ancora con Snider (e sicuramente con lo stile scanzonato di Jerry Jeff Walker in mente), precede le due cover che chiudono il CD: la rarefatta Shooting Stars di Keith Gattis, altro slow da pelle d’oca suonato e cantato con la solita maestria ed intensità, e la nota Jesus Was A Capricorn di Kris Kristofferson, rifatta con grande rispetto del’’originale (quindi benissimo).

Ho sempre apprezzato il lavoro di Jack Ingram, ma questa sua ultima fatica mi ha lasciato letteralmente a bocca aperta: tra i dischi del 2019, e non solo country.

Marco Verdi

Un Altro Bel Disco “Made In Auerbach”! Dee White – Southern Gentleman

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Dee White – Southern Gentleman – Warner Nashville CD

Dan Auerbach, leader dei Black Keys, sta a poco a poco diventando uno dei produttori più richiesti. Stabilitosi a Nashville, dove ha fondato gli Easy Eye Sound Studios, negli ultimi anni ha dapprima pubblicato un bellissimo album solista (Waitin’ On A Song), e poi prestato i suoi servigi sia alla produzione che al songwiting prima per Robert Finlay e più di recente per il sorprendente esordio di Yola. In tutti questi dischi si respira una deliziosa aria vintage che ricorda un periodo molto fecondo della nostra musica: gli anni a cavallo tra i sessanta e settanta, con un suono che va dal puro soul (Finlay), al mix tra country, gospel ed ancora soul (Yola), fino al lavoro solista di Dan che univa tutto insieme aggiungendo uno squisito gusto pop. Ma in tutti questi dischi c’è un elemento in comune, ed è l’umore sudista che si respira in ogni nota, per cui sembra quasi scontato che per il debut album di Dee White, intitolato appunto Southern Gentleman, non ci sia per una volta il solito Dave Cobb ma si sia scelto proprio Auerbach. White è un giovane musicista proveniente dall’Alabama, che si rifà palesemente al suono country degli anni settanta, usando strumenti classici come chitarre, violino e steel ma con un gusto melodico non comune, aiutato anche da una voce pulita e cristallina.

E’ stato Harold Shedd, ex presidente della Mercury Nashville e produttore affermato, a scoprire il talento di White e a segnalarlo ad Auerbach, che dal canto suo si è occupato di scrivere con Dee diversi brani nuovi (è un momento molto prolifico per Dan) e di rivestirli con il suono che ormai sta diventando il suo marchio di fabbrica. E Southern Gentleman si rivela essere un disco decisamente riuscito, in alcuni momenti addirittura ottimo, pieno di belle canzoni tra country, pop ed anche un pizzico di southern soul che non manca mai, suonato alla grande dal solito manipolo di grandi nomi che abitualmente Auerbach utilizza, gente che ha suonato, solo per fare qualche nome, con Elvis, Dylan e Cash: Gene Chrisman, Hargus “Pig” Robbins, Bobby Cook, Russ Pahl, Dave Roe, e con l’aggiunta dell’armonica di Michey Raphael e della seconda voce di Alison Krauss in più di un brano; last but not least, Auerbach è coadiuvato in consolle da David Ferguson, altro grande produttore che vanta collaborazioni con Cowboy Jack Clement, ancora Cash e John Prine. Il CD inizia con Wherever You Go, una bella country song cadenzata con i primi agganci al suono dei seventies, un motivo diretto ed un’atmosfera sudista: ottimo sia l’uso della steel che l’assolo chitarristico centrale. Rose Of Alabam è una suggestiva ballata, siamo sempre nei settanta come decade di riferimento, con una melodia bellissima ed una strumentazione perfetta, guidata da chitarre, piano, steel ed un uso leggero degli archi; molto riuscita anche Bucket Of Bolts, grazie anche alla doppia voce della Krauss e ad un accompagnamento acustico di gran classe.

Tre belle canzoni quindi, ma Crazy Man è anche meglio, una country ballad che più classica non si può, con la voce squillante del nostro che fornisce un elemento di ulteriore interesse ad un motivo già di suo diretto e godibilissimo, mentre Tell The World I Do ha un sapore più cantautorale ed un background sonoro da vera rock ballad, con un sapore meno country ma più vicino a certo southern soul con sfumature pop: classe e finezza a braccetto. Ol’ Muddy River è più grintosa, con l’accompagnamento che contrasta con la voce gentile di White, e si rivela presto una sorta di bluegrass elettrico molto coinvolgente; Road That Goes Both Ways è lenta e decisamente romantica, con la partecipazione di Ashley McBride con la sua voce cristallina, e si contrappone a Way Down, altro bellissimo pezzo tra country e pop, con gli archi che aggiungono pathos senza essere ridondanti: potrebbe essere un singolo vincente. Il CD, breve ma intenso (solo 33 minuti di durata), si chiude con Oh No, deliziosa ballata sixties del tipo che uno come Raul Malo canta anche mentre fa colazione, e con la gentile melodia della bucolica Under Your Skin, ancora con la Krauss in sottofondo ed un suono scintillante ed arioso.

Ultimamente tutto quello che esce dagli studi di Nashville di Dan Auerbach è garanzia di qualità, e questo album d’esordio da parte di Dee White non fa certo eccezione.

Marco Verdi

In Attesa Del “Nuovo” Album Stay Around In Uscita Il 26 Aprile, Ecco 8 Dischi Da Avere Se Amate La Musica Di JJ Cale! Parte I

jj cale naturally

Ce ne sarebbero anche più di 8, gran parte della sua discografia meriterebbe di  essere (ri)conosciuta, ma questi diciamo che sono gli essenziali, sette più il tributo postumo curato dal suo fan ed amico Eric Clapton.

Naturally – 1971 – Shelter/A&M/Mercury  – ****

Quando nel 1970 Eric Clapton pubblica sul suo omonimo disco di esordio solista la cover di After Midnight https://www.youtube.com/watch?v=AvxJ0TVvVzE , Cale era uno squattrinato musicista che viveva a Los Angeles, dove era letteralmente alla fame: quando sente il brano alla radio quasi non ci crede, e il suo amico produttore Audie Ashworth gli propone di entrare in studio di registrazione e capitalizzare quel successo con un proprio album che avrebbe proposto il Tulsa Sound prima negli Stati Uniti e poi in tutto al mondo. Soldi non ce n’erano per cui Cale ed Ashworth raccolgono un gruppo di musicisti pagati con le tariffe sindacali minime e in qualche brano JJ utilizza una primitiva drum machine da lui stesso “inventata”,  grazie ai suoi trascorsi come ingegnere del suono. Il disco, 12 brani firmati dallo stesso Cale, ha un suono minimale, spesso quasi come fossero dei demo (quali erano in effetti), ma contiene alcune delle canzoni più famose del songbook del musicista di Oklahoma City.

Call Me The Breeze (poi resa celeberrima dai Lynyrd Skynrd su Second Helping) è appunto uno dei brani che prevede l’utilizzo della drum machine, un riff e un ritornello tipici dello stile laidback di JJ, il suo tocco di chitarra raffinato, guizzante ed inconfondibile e quella voce quasi sussurrata che sarà sempre il suo marchio di fabbrica; l’album contiene anche la sua versione di After Midnight, più “pigra” e rilassata di quella di Clapton, ma deliziosa. Nel disco suonano molti musicisti di valore (Tim Drummond, Carl Radle, Norbert Puttnam, David Briggs, Mac Gayden, Weldon Myrick, Karl Himmel, tanto per ricordarne alcuni) e i risultati si sentono, il suono sarà anche minimale ma ricco di particolari e con una passione per i dettagli quasi minuziosa, che poi sarà sempre presente anche nelle sue opere successive. Parliamo di una versione molto personale delle 12 battute del blues riviste attraverso la sua ottica: tutti i brani sono ottimi, Call The Doctor e le vivaci, Woman I Love, Bringing It Back, con fiati e armonica, a metà tra Clapton e il sound futuro degli Steely Dan ridotto all’osso, ma anche la splendida ballata Magnolia (che ricordo in una versione meravigliosa su Crazy Eyes dei Poco https://www.youtube.com/watch?v=Pkh2hUbwTmo ), Crazy Mama, con un wah-wah malandrino, il suo unico successo nei Top 40 USA, un errebì inconsueto come Nowhere To Run, insomma tutto molto bello.

jj cale really

Really – 1972 – Shelter/A&M/Mercury – ***1/2

Really esce l’anno dopo, è ancora un ottimo album anche se non contiene molte canzoni celebri: I musicisti impiegati sono in metà dei brani  quelli dei  Muscle Shoals Sound Studios e gli altri dei Bradley’s Barn di Nashville, una delle mecche della country music, tra cui Josh Graves e Vassar Clements, due che JJ Cale ammirava moltissimo e per lui era stato un onore suonare con loro. L’iniziale Lies è uno dei suoi brani tipici, come pure la brillante I’ll Kiss The World Goodbye e la raccolta Changes che perfezionano il suo Tulsa Sound, mentre If You’re Ever In Oklahoma, Playin’ In The Streets e Louisiana Woman appartengono alla categoria bluegrass meets JJ Cale, e il resto è il “solito” ottimo stile laidback, ma brillante, del miglior JJ.

jj cale okie

Okie – 1974 – Shelter/A&M/Mercury – ***1/2

Okie, altro titolo stringato come d’uso nei suoi dischi, prevede ancora una volta l’uso più o meno degli stessi musicisti, e quindi con echi country e anche gospel, diversamente dal precedente contiene moltissimi brani famosi che saranno ripresi da altri artisti e una rara cover country di Ray Price, I’ll Be There (If You Ever Want Me): per il resto troviamo I Got The Same Old Blues, suonata anche da Clapton e brani ripresi dai Brother Phelps, da Herbie Mann, Bill Wyman, Poco, Randy Crawford, Tom Petty, a dimostrazione dell’ecumenismo della musica del nostro, canzoni tra cui spiccano Rock And Roll Records, The Old Men And Me, Cajun Moon, I’d Like To Love You Baby e Anyway The Wind Blowss, tanto per citarne alcune, oltre all’altra cover country della splendida Precious Memories.

jj cale troubadour

Troubadour –1976 –  Shelter/A&M/Mercury –  ***1/2

Troubadour “forse, “ma forse, non è tra I migliori album del nostro amico, però contiene Cocaine, che l’anno successivo diventerà un successo colossale per Clapton, uno dei riff più famosi della storia del rock e la futura tranquillità finanziaria garantita vita natural durante per Cale.

Nel disco c’è anche un altro brano che Slowhand inciderà su Reptile nel 2002, ovvero l’incalzante Travelin’ Light, brano ripreso anche dai Widespread Panic e usato, nella versione di JJ, come sveglia mattutina sullo shuttle spaziale. Tra l’altro il disco, per gli standard di Cale, ha un suono più variegato, tra country, R&B, rock, un pizzico di swing, oltre all’amato blues, e spiccano l’iniziale Hey Baby, con la pedal steel di Lloyd Green, la swingante Hold On, con quella di Buddy Emmons, nonché la quasi caraibica You Got Something, il R&R di Ride Me High, la cover sempre energica del pezzo blues I’m A Gypsy Man di Sonny Curtis, e il funky fiatistico Let Me Do It to You, a completare un altro ottimo album.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Sempre Raffinato E Ricercato, Nuovo Album Per Il “Ry Cooder” Svizzero. Hank Shizzoe – Steady As We Go

hank shizzoe steady as we go

Hank Shizzoe – Steady As We Go – Blue Rose Records

Hank Shizzoe, come è forse noto ai più, è un chitarrista e cantante svizzero di 52 anni, con una discografia cospicua (15 o 16 album, a seconda delle fonti, lui o la casa discografica, comunque parecchi dall’esordio del 1994 Low Budget): spesso nelle sue recensioni si fa riferimento a JJ Cale e Ry Cooder come musicisti che, se forse non sono stati fonti di ispirazione, sicuramente condividono un certo tipo di fare musica, ispirata dal blues, e dalla grande tradizione della musica americana in generale, con uno stile laidback, molto raffinato e ricercato. Shizzoe è un virtuoso delle chitarre, soprattutto suonate in stile slide con il bottleneck, ma è proficiente anche a lap steel, pedal steel, chitarre con accordatura tradizionale, e se la cava, per così dire, anche a banjo e bouzouki. E pure la voce non è male, abbastanza piana e senza sussulti, però in grado di evocare sensazioni ora dolci ed avvolgenti, ora più briose e mosse, come la sua musica d’altronde: il nostro Hank è un tipo eclettico, nel suo repertorio ha cantato e suonato di tutto, da Celentano a Hank Williams, l’amato JJ Cale, ma anche i Creedence, Marylin Monroe (!), Traveling Wilburys e classici del blues assortiti.

Anche per l’occasione di Steady As We Go Shizzoe ha spaziato un po’ ovunque: dai blues di Mississippi John Hurt, Washboard Sam, Lonnie Johnson, a brani di Tammy Wynette e Bob Nolan, passando per cover di Randy Newman e Tom Petty, di cui interpreta con passione ed amore California, e per completare il tutto anche tre pezzi originali. Nelle sue parole il nostro amico definisce questo album il proprio disco migliore di sempre, quello che voleva fare da decenni (ma come ho scritto altre volte i musicisti lo dicono sempre, e sarebbe strano il contrario): da quello che ho ascoltato potrebbe averci preso. Il CD ha un suono molto caldo ed intimo, sia per il fatto di essere stato registrato in presa diretta con i quattro musicisti insieme in studio a Berna, e soprattutto per l’eccellente lavoro di mastering fatto in California da Stephen Marcussen, uno dei maestri in questo tipo di lavoro che ha lavorato in passato con Johnny Cash per American Recordings, Rolling Stones, Tom Petty per Wildflowers, Ry Cooder, Willie Nelson. Careless Love è uno standard che è stato inciso decine di volte anche da nomi molti celebri, ma la versione di Shizzoe è ritagliata sull’arrangiamento di Lonnie Johnson, un blues raffinato che ricorda il miglior Ry Cooder anni ‘70/’80 (ma anche dell’ultimissimo periodo), cantato con voce felpata, con la chitarra accarezzata e il clarinetto di Tinu Heineger ad impreziosirla https://www.youtube.com/watch?v=O6Vjae_aqZw ; anche I Been Treated Wrong di Washboard Sam viaggia sempre su traiettorie blues, con la slide decisamente più guizzante, la ritmica più pressante, ma comunque sempre in modalità fine e ricercata.

 

On Top Of Old Smokey, che era anche nel repertorio di Hank Williams, qui riceve un trattamento sobrio e delicato, alla Willie Nelson per intenderci, anche nel cantato quasi forbito, una ballata tra country e l’american songbook classico, con in evidenza il piano di Hendrix Ackle e  la pedal steel suadente di Shizzoe, mentre Make Me A Pallet On Your Floor di Mississippi John Hurt rimanda ancora al Cooder più errebì e vivace https://www.youtube.com/watch?v=c67yN0RgKsA , con Days Of Heaven che è un gioiellino poco noto di Randy Newman che si trovava nel box con inediti del 1998, suonata e cantata con gran classe da Hank. La title track Steady As We Go, uno dei brani firmati da Shizzoe, si inserisce in questo filone di raffinata eleganza sonora, con il trombone di Michael Flury ad impreziosire le evoluzioni dei vari strumenti a corda suonati dal nostro amico, che nella successiva Cool Water, il brano di impronta country scritto da Bob Nolan, lo adorna di qualche tocco etnico con l’uso di percussioni e del shakuhachi che comunque non distolgono dalla bellezza quasi austera di questa ballata. Stand By Your Man è proprio il pezzo di Tammy Wynette, sempre in un arrangiamento morbido e soave che stempera il country dell’originale per un approccio ancora una volta di grande eleganza. Splendido addirittura Havre De Grace, un altro pezzo di Shizzoe cantato con grande trasporto e con un arrangiamento che testimonia di una classe quasi inattesa (ma non del tutto) di questo signore. Che poi si supera addirittura in una versione elettroacustica  ed incantevole della classica California di Tom Petty. Semplicemente un disco molto bello ed inatteso, non saprei che altro dire.

Bruno Conti