Un’Autocelebrazione Di Grande Classe. Rodney Crowell – Acoustic Classics

rodney crowell acoustic classics

Rodney Crowell – Acoustic Classics – RC1 CD

Rodney Crowell è dagli anni settanta uno dei songwriters più apprezzati sia dal pubblico che dalla critica, ma anche dai colleghi, che negli anni hanno “approfittato” più volte delle sue canzoni, e non sto parlando solo di gente che bazzica in territori country (due nomi su tutti: Bob Seger e Van Morrison). Ma Crowell ha anche una bella e prolifica carriera in proprio, e negli anni ottanta ha potuto assaporare perfino un certo successo ma senza mai scendere a compromessi con la qualità. Se negli ultimi anni le sue proposte non sono certo state campioni di vendite, il livello si è comunque mantenuto decisamente alto: Tarpaper Sky è stato per il sottoscritto uno dei migliori album del 2014, ed anche Close Ties dello scorso anno era un signor disco (in mezzo, due ottimi lavori di classico country-rock anni settanta con Emmylou Harris, Old Yellow Moon e The Traveling Kind). Ora Rodney decide di autocelebrarsi, ma alla sua maniera, e cioè staccando la spina: Acoustic Classics riprende infatti dieci brani del passato del nostro (più uno nuovo) dandone una rilettura decisamente fresca, creativa ed accattivante, e proseguendo il discorso sonoro intrapreso con Close Ties che era già in gran parte acustico https://discoclub.myblog.it/2017/04/22/un-disco-piu-da-cantautore-classico-ma-sempre-grande-musica-rodney-crowell-close-ties/ .

Ma Rodney non ha fatto come Richard Thompson che si è presentato da solo per i suoi tre dischi di rivisitazioni “unplugged”, bensì ha deciso di farsi accompagnare da una piccola band di quattro elementi (ai quali ha aggiunto tre voci femminili ai cori), formata da Jedd Hughes, Joe Robinson, Eamon McLoughlin e Rory Hoffman, i quali si sono cimentati con una bella serie di strumenti a corda (chitarre, violino, mandolino e cello), aggiungendo anche qua e là una fisarmonica ed una leggera percussione. Un suono quindi molto ricco, al quale hanno dato un contributo anche le tante voci, al punto che quasi non ci si accorge dell’assenza di una vera sezione ritmica. E poi naturalmente ci sono le canzoni del nostro, undici acquarelli di pura country music d’autore, alcune delle quali più note di altre, e che non sempre sono state rese note da Rodney medesimo. Earthbound introduce alla perfezione il mood del disco, una rilettura decisamente vitale e con intrecci di prim’ordine tra chitarre e mandolino, mentre Leaving Louisiana In The Broad Daylight, un successo per gli Oak Ridge Boys (ma l’ha fatta anche Emmylou) assume un delizioso sapore cajun grazie alla fisa di Hoffman ed è, manco a dirlo, splendida. Ma le canzoni sono tutte belle, e ne ha anche lasciate fuori tante (mancano ad esempio ‘Til I Gain Control Again, Stars On The Water, An American Dream), e questa veste spoglia e pura le valorizza oltremodo.

Anything But Tame (dalla country opera Kin, un disco che avevo quasi dimenticato) vede Crowell quasi in perfetta solitudine, ma il brano rimane bello, intenso e ricco di feeling, la toccante Making Memories Of Us era stata incisa sia da Tracy Byrd che da Keith Urban, ma Rodney è obiettivamente su un altro pianeta, mentre la vibrante Lovin’ All Night riesce ad essere trascinante anche senza basso e batteria. I due pezzi più famosi presenti nel CD sono senza dubbio Shame On The Moon (resa popolare da Bob Seger), riscritta nel testo ma con intatto il sapore honky-tonk che aveva in origine, e I Ain’t Livin’ Long Like This, che non ha bisogno di presentazioni, in quanto è uno dei classici assoluti del grande Waylon Jennings: rilettura strepitosa e trascinante, con un arrangiamento che si potrebbe definire “acoustic rock’n’roll”, ed il nostro che ci ricorda di essere anche un ottimo chitarrista. Ci sono poi ben tre pezzi da Diamonds & Dirt, il suo disco più famoso: la scintillante I Couldn’t Leave You If I Tried, puro country con violino, mandolini e quant’altro, il delizioso western swing di She’s Crazy For Leavin’ e la ballata After All This Time, intensa e struggente. Come già accennato, c’è anche un brano nuovo di zecca, una profonda folk song eseguita da solo ed intitolata Tennessee Wedding, scritta per il matrimonio della figlia più giovane.

Se la classe non è acqua, allora Rodney Crowell è un deserto. Texano, naturalmente.

Marco Verdi

Del Sano Country-Rock, Fatto Come Si Deve! Jason Boland & The Stagglers – Hard Times Are Relatives

jason boland hard times are relative

Jason Boland & The Stragglers – Hard Times Are Relative – Proud Souls/Thirty Tigers CD

Jason Boland, countryman dell’Oklahoma e tra i più autorevoli esponenti del cosiddetto movimento Red Dirt, è ormai sulla scena da un ventennio, periodo nel quale non ha mai cambiato di una virgola il proprio suono: un country-rock robusto e di spiccata propensione elettrica, con le chitarre sempre in primo piano ed una serie di dischi perfetti da suonare durante i lunghi viaggi in macchina. Hard Times Are Relative è il suo nono album di studio, tre anni dopo Squelch, e devo dire che siamo di fronte ad uno dei suoi lavori più positivi e riusciti. Con Jason, che si occupa delle chitarre oltre che delle parti vocali e del songwriting, troviamo gli inseparabili Stragglers (Grant Tracy al basso, Brad Rice alla batteria e Nick Worley al violino e mandolino), ma anche alcuni ospiti che arricchiscono la proposta sonora, come Bukka Allen (figlio di Terry) alla fisarmonica, Cody Angel, bravissimo alla steel, e David Percefull al piano, organo e chitarre aggiunte. Rockin’ country come piace a noi, belle canzoni eseguite in maniera trascinante, tante chitarre e feeling a profusione: questo è Hard Times Are Relative, dieci canzoni da godere tutte d’un fiato, con in più una ghost track finale decisamente sorprendente.

Il disco inizia ottimamente con I Don’t Deserve You, un gustosissimo honky-tonk elettrico e dal gran ritmo, steel guizzante e refrain delizioso (che ricorda vagamente quello di When Will I Be Loved degli Everly Brothers), il tutto dominato dal vocione di Jason. La title track è un lento senza cedimenti a sonorità zuccherine, e proprio per questo ancora più intenso: voce centrale, chitarre, dobro, banjo ed un languido violino, tutti al posto giusto (e verso la fine il ritmo aumenta pure). Decisamente bella e trascinante Right Where I Began, un rockin’ country chitarristico dal tempo veloce e feeling a mille: il Texas non è lontano dall’Oklahoma, e qui l’influenza del Lone Star State si sente tutta; Searching For You prosegue sulla stessa falsariga, ma se possibile il brano è ancora più coinvolgente, sembra di stare in un disco del miglior Dale Watson: ritmo e swing, impossibile tenere fermo il piede. Do You Remember When è una ballatona che più classica non si può, nello stile del grande George Jones (che, non dimentichiamo, era texano pure lui), mentre Dee Dee Od’d è uno dei pezzi più roccati del CD (notevole la chitarra), ancora con un refrain di ottimo livello, e non sto a dirvi del ritmo perché lo sapete già https://www.youtube.com/watch?v=PoKBPa3XBUU .

Going, Going, Gone non è quella di Dylan, ma una nuova canzone scritta insieme a Stoney LaRue (altro “red-dirter”), ed è un lentaccio di ampio respiro, solido e sufficientemente evocativo, con strumentazione rock (chitarre, organo e slide) appena stemperata dal violino; Tattoo Of A Bruise è un velocissimo brano a metà tra rockabilly e western swing, dalla ritmica al solito forsennata. Il disco, un vero piacere per le orecchie, termina con Predestined, fluida e toccante country ballad, dotata di uno dei motivi migliori dell’album, e con l’ambiziosa Grandfather’s Theme, un pezzo tra rock e country melodicamente complesso e dal tono quasi crepuscolare, caratterizzato da continui cambi di tempo ed un lungo ed intenso finale strumentale. Abbiamo detto della bonus track, che non è una canzone qualsiasi: si tratta infatti di una cover della splendida Bulbs, una delle canzoni più belle e meno conosciute di Van Morrison (era uno degli highlights del bellissimo Veedon Fleece, per chi scrive quanto di più simile ad Astral Weeks abbia mai pubblicato il grande irlandese), un brano strepitoso che qui viene reinventato e proposto come un vivace country tune elettroacustico, una rilettura che dà la misura del livello raggiunto da Jason Boland, e sigilla al meglio un disco tra i più godibili in ambito country-rock di quelli usciti ultimamente.

Marco Verdi

Non Male, Molto Raffinato, Anche Se Di Country Se Ne Vede Poco! Ashley Monroe – Sparrow

ashley monroe sparrow

Quarto album di studio (più un vinile a tiratura limitata pubblicato per la Third Man Records, l’etichetta di Jack White) per la bionda Ashley Monroe, country singer del Tennessee ed anche apprezzata autrice per conto terzi, oltre che componente insieme ad Angaleena Presley e Miranda Lambert delle Pistol Annies, un trio che vanta tra i suoi principali estimatori un certo Neil Young. Dopo due album prodotti da Vince Gill, Ashley ha deciso di cambiare, approdando anche lei nell’universo di Dave Cobb, uno che da qualche anno a questa parte sta davvero lavorando come un matto. E Cobb non sbaglia neppure stavolta, portando in session un numero limitato di musicisti (tra cui i fidati Chris Powell alla batteria e Mike Webb alle tastiere) e soprattutto facendo sì che il suono non prenda pericolose derive radiofoniche, cosa che a Nashville non è mai scontata. Proprio nel suono però ci sono le maggiori novità, in quanto la Monroe, un po’ come ha fatto di recente Kacey Musgraves https://discoclub.myblog.it/2018/05/22/dal-country-al-pop-senza-passare-dal-via-kacey-musgraves-golden-hour/ , ha optato per sonorità non necessariamente solo country, dando spesso ai brani (tutti scritti da lei, anche se in collaborazione con altri) un gradevole sapore pop anni sessanta-settanta, con un uso molto particolare in diversi pezzi di un quartetto d’archi.

E Sparrow è un disco molto piacevole, non solo per queste soluzioni sonore o per il fatto di avere Cobb in cabina di regia: gran parte del merito va infatti ad Ashley stessa, che si conferma una songwriter capace ed una cantante espressiva e dalla voce cristallina, voce che viene intelligentemente messa in primo piano dal produttore. Orphan, che apre il disco, è un brano pianistico dal passo lento e leggermente orchestrato, con una melodia profonda e toccante, ed un notevole crescendo nel ritornello, una bella canzone davvero. Hard On A Heart cambia completamente registro, il tempo è sostenuto ed il motivo quasi western, ma la melodia è protagonista anche qui, con la voce sempre in primo piano: il contrasto con la ritmica trascinante ed il quartetto d’archi sullo sfondo crea un effetto quasi discoteca anni settanta, comunque intrigante; la sinuosa Hands On You ha un sapore d’altri tempi, quasi fosse una versione femminile di Chris Isaak, mentre Mother’s Daughter è una country ballad limpida e tersa, strumentata in maniera perfetta (voce, chitarra, sezione ritmica e piano elettrico), con il ricordo dei brani classici di Dolly Parton https://www.youtube.com/watch?v=Hnn1hYbxYoo .

Gli archi introducono l’emozionante Rita, altro scintillante slow che non è lontano dalle ballate dei primi Bee Gees, solo più country, la cadenzata Wild Love è ancora decisamente originale, tra western e pop, con l’uso dei violini che rammenta addirittura gli ELO, This Heaven (scritta con Anderson East) è una ballata semplice ma intensa, strumentata con classe e dallo sviluppo fluido, oltre ad essere cantata al solito molto bene https://www.youtube.com/watch?v=BilmSxKghgQ . I’m Trying To è un altro pezzo decisamente melodico, evocativo e profondo, con piano e chitarre in evidenza, She Wakes Me Up è puro pop anni sessanta ma attualizzato con i suoni di oggi, deliziosa ed orecchiabile, mentre Paying Attention è una canzone orchestrata e di ampio respiro, pur senza essere ridondante. Il CD si chiude con Daddy I Told You (scritta insieme alla Presley), brano diretto e godibile ancora guidato dal piano, e con la tenue e gentile Keys To The Kingdom, caratterizzata da un motivo semplice ma immediato.

Un buon disco comunque, raffinato sia nei suoni che nel songwriting, non solo per amanti del country.

Marco Verdi

Come Da Titolo, Era Ora! Jerry Jeff Walker – It’s About Time

jerry jeff walker it's about time

Jerry Jeff Walker – It’s About Time – Tried & True CD

Jerry Jeff Walker, anche se è nato nello stato di New York, è uno dei grandi texani della nostra musica, ed uno dei pochi ancora in vita insieme a Willie Nelson, Kris Kristofferson e Billy Joe Shaver. Il suo ultimo album, Moon Child, risaliva ormai al 2009, e negli ultimi anni Jerry Jeff (che in realtà si chiama Ronald Clyde Crosby, forse non tutti lo sanno) ha dovuto combattere contro un pericoloso cancro alla gola, per fortuna uscendone vincitore. Ora, quando comunque si pensava che il nostro si stesse godendo una meritata pensione, ecco a sorpresa il nuovo CD, It’s About Time (era ora, appunto), per il momento disponibile solo sul suo sito e per una cifra non proprio economica (30 dollari spese comprese, almeno per noi europei), ed in più con una confezione che definire spartana è poco, simile a quella dell’ultimo album di studio di John Mellencamp, Sad Clowns & Hillbillies. Ma quello che conta è il contenuto musicale, e devo dire che, alla bella età di 76 anni suonati, Walker ha ancora voglia di scrivere e fare ottima musica e la sua voce, nonostante la malattia, non ha subito più di tanto l’avanzare del tempo.

Si sa che Jerry sarà associato per sempre alla splendida Mr. Bojangles, la sua canzone in assoluto più nota, ma questo sarebbe ingiusto e riduttivo dato che negli anni settanta la sua discografia contava notevoli esempi di puro Texas country come Viva Terlingua!, Ridin’ High e A Man Must Carry On, ed anche negli anni novanta e nella prima decade dei duemila i suoi lavori erano di livello più che buono. It’s About Time, la cui copertina che ritrae Jerry con l’ancora giovanile moglie Susan è una sorta di aggiornamento di una famosa foto scattata negli anni settanta, vede dunque all’opera il cantautore texano al suo meglio, con sei pezzi nuovi di zecca e cinque cover di brani non conosciutissimi ma perfettamente funzionali al progetto; il gruppo che lo accompagna è formato da Chris Gage alle chitarre, tastiere e basso, il grande Lloyd Maines alla chitarra, steel e dobro, e Steve Samuel alla batteria: una band limitata nel numero dei componenti, ma perfettamente adatta ad accompagnare la voce carismatica del nostro. L’avvio affidato a That’s Why I Play è ottimo, una scintillante country-rock song che parte lenta ma che vede il ritmo crescere a poco a poco, fino al bel ritornello, diretto e tipico del suo autore, e con un magistrale lavoro di Maines alla steel. Con California Song siamo già in zona nostalgia, con una toccante ballata, strumentata in maniera elegante e dominata dalla voce profonda di Jerry, così come Because Of You, un altro lento forse ancora più bello del precedente, struggente nella melodia e perfetto nell’accompagnamento, con un ottimo Gage alla solista: grande musica d’autore, da parte di un maestro del genere.

La splendida My Favorite Picure Of You è una delle ultime canzoni del grande Guy Clark, amico storico di Jerry (brano dedicato in origine alla scomparsa moglie di Clark, Susanna, e qui da Walker allo stesso Guy), una ballad raffinata e quasi d’atmosfera, con i soliti validi interventi dei due chitarristi; la solare Something ‘Bout A Boat (che tra i vari autori vede il figlio di Jerry, Django Walker, e vanta una versione recente da parte di Jimmy Buffett) è una deliziosa country song suonata in punta di dita e con un refrain corale che si adatta benissimo allo stile scanzonato del nostro, mentre But For The Time è un lento carezzevole e di classe, con aperture melodiche che ricordano abbastanza quelle di Mr. Bojangles. Ballad Of Honest Sam, del misconosciuto songwriter Paul Siebel (*NDB quello di Louise per intenderci https://www.youtube.com/watch?v=qjNR-Vn9JF8 ), è un pezzo country saltellante, con un piano da taverna ed un mood cameratesco, come ai bei tempi, South Coast (un vecchio folk tune noto per essere stato inciso dagli Easy Riders e dal Kingston Trio) è qui una bellissima canzone di stampo western, caratterizzata da una melodia intensa ed una performance di alto livello da parte del ristretto gruppo di musicisti, con Jerry che conferma che il momento di appendere chitarra e cappello al chiodo non è ancora arrivato. Il CD si chiude con altri due brani originali (la languida Rain Song e la vivace Old New Mexico, dall’assolo chitarristico piuttosto rockeggiante) e con una rilettura decisamente bella di Old Shep, canzone scritta da Red Foley e resa nota da Hank Snow (ma l’ha fatta anche Elvis), con pochi strumenti ma tanto feeling.

Un inatteso e gradito ritorno dunque per Jerry Jeff Walker, con un bel dischetto il cui alto costo spero non si traduca in un ostacolo all’acquisto.

Marco Verdi

Il “Ritorno” Della Sua Prima Prova Da Cantautrice. Emmylou Harris – The Ballad Of Sally Rose (Expanded Edition)

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Emmylou Harris – The Ballad Of Sally Rose (Expanded Edition) – Rhino/Warner 2CD

Nella prima metà degli anni ottanta la stella di Emmylou Harris non era al massimo del suo splendore dal punto di vista delle vendite, ma c’è da dire che tutta la musica country in quel periodo stava vivendo il suo momento più difficile di sempre, anche se la “riscossa” guidata da gente come Dwight Yoakam e Steve Earle era dietro l’angolo. Nel 1985 la Harris diede alle stampe un po’ in sordina il suo dodicesimo album (contando anche l’esordio in parte rinnegato Gliding Bird del 1969 ed il disco natalizio del 1979, ed infatti il suo disco seguente lo chiamerà Thirteen), cioè The Ballad Of Sally Rose, un lavoro che all’epoca non ebbe un grande successo, ma che rappresentava un passo importante per Emmylou. Grandissima cantante, dotata di una voce di una purezza cristallina, la Harris era sempre stata essenzialmente un’interprete di brani altrui, ma questo disco, a suo dire influenzato dall’ascolto di Nebraska di Bruce Springsteen, fu il primo con tutti i pezzi scritti di suo pugno, insieme all’allora marito Paul Kennerley (e va detto, anche l’ultimo fino a Red Dirt Girl del 2000). Non solo, The Ballad Of Sally Rose era anche un concept album, una pratica poco diffusa in ambito country, che narrava la storia della cantante del titolo, il cui amante, alcolizzato, rimaneva ucciso in un incidente stradale: storia in parte autobiografica, ispirata alla sua tormentata relazione dei primi anni settanta con Gram Parsons (e Sally Rose era lo pseudonimo usato da Emmylou per prenotare gli alberghi quando era in tour).

Oggi la Rhino, senza un particolare anniversario da celebrare, pubblica questa versione espansa a due CD, con nel primo il disco originale (rimasterizzato alla grande) e sul secondo dieci bellissimi demo inediti di pezzi dell’album: l’unica cosa, non capisco perché un doppio, dato che il tutto dura circa 65 minuti e ci stava comodamente su un solo dischetto (*NDB Forse per farlo pagare di più?). Risentito oggi, Sally Rose è un gran bel disco, con tredici canzoni di ottimo livello, che rivelano che Emmylou non era proprio una pivellina come autrice, nonostante la scarsa pratica (anche se penso che molto del merito vada a Kennerley, lui sì autore affermato), ed il CD di demo non è un’aggiunta tanto per allungare il brodo, ma un validissimo e godibile complemento. Due parole per la band in session, davvero da sogno: tra i numerosi nomi coinvolti troviamo infatti Albert Lee, Vince Gill, Emory Gordy Jr. e addirittura Waylon Jennings alle chitarre, Russ Kunkel alla batteria, John Jarvis al piano, Gary Scruggs all’armonica e, alle armonie vocali (oltre a Gail Davis), Dolly Parton e Linda Ronstadt, collaborazione che getterà le basi per lo splendido Trio che uscirà due anni dopo. Il disco inizia in maniera splendida con la title track, una scintillante ballata che ha qualche vaga rassomiglianza con Deportee di Woody Guthrie, tutta costruita intorno alla voce di Emmylou, qui al massimo della sua bellezza ed espressività, e con un bel ritornello corale.

Rhythm Guitar è più roccata ed elettrica (Albert Lee ha uno stile riconoscibilissimo, molto influenzato dal “chicken picking” di James Burton), anche se come canzone è piuttosto nella norma, la brevissima I Think I Love Him confluisce in Heart To Heart, splendida country ballad, pura, cristallina e cantata in maniera sontuosa, così come Woman Walk The Line, uno slow di grande impatto emotivo e suonato in maniera potente, che ci mostra che la Harris non è proprio una sprovveduta nel songwriting. La vivace Bad News si sviluppa su un tempo quasi rock’n’roll, ed è tanto coinvolgente quanto breve, Timberline è un delizioso pezzo sullo stile elettroacustico che di lì a due anni la nostra proporrà con Dolly e Linda, Long Tall Sally Rose (bel titolo) è quasi un bluegrass dal gran ritmo e sotto una cascata di strumenti a corda, immediata e godibilissima (anche se dura solo un minuto e mezzo), mentre White Line è giustamente il brano più popolare del disco, una splendida canzone country-rock dal motivo squisito e con un bellissimo accompagnamento chitarristico, in assoluto tra i brani più belli di Emmylou. Diamond In My Crown è uno slow profondo ed intenso (e che voce), The Sweetheart Of The Rodeo un perfetto ed elegante honky-tonk, anch’esso tra i pezzi migliori, K-S-O-S un breve e trascinante brano che termina con uno stupendo medley strumentale che comprende Wildwood Flower della Carter Family, Ring Of Fire di Johnny Cash e la classica truckin’ song Six Days On The Road., mentre Sweet Chariot, che chiude il disco originale, è un altro lento che non manca di regalare emozioni.

Il secondo CD, come già detto, propone dieci canzoni su tredici (mancano I Think I Love Him, Long Tall Sally Rose e K-S-O-S), incise tra il 1983 ed il 1984 da Emmylou solo con la sua chitarra e qualche occasionale backing vocal (tranne Rhythm Guitar e Bad News, che sono full band), eseguite in maniera superba, e nelle quali risaltano ancora di più bellezza e purezza: le migliori a mio giudizio sono Timberline, The Sweetheart Of The Rodeo, The Ballad Of Sally Rose, Heart To Heart e White Line, che comunque la si faccia rimane un brano formidabile. Ristampa quindi graditissima, e non mi dispiacerebbe che fosse solo la prima di una serie di album di Emmylou Harris da rivalutare, dato che comunque stiamo parlando di una che non ha mai fatto un disco brutto.

Marco Verdi

Torna Il Vecchio Folksinger, E Fa Quasi Un Capolavoro! Tom Rush – Voices

tom rush voices

Tom Rush – Voices – Appleseed CD

Tom Rush a 77 anni suonati non ha ancora perso la voglia di fare musica, anzi, è stato più attivo negli ultimi dieci anni che nei precedenti trenta. Grande cantautore, protagonista dell’età d’oro del folk revival degli anni sessanta e poi del folk-rock, ha attraversato quella decade in prima linea con una serie di dischi e canzoni che risultano belli ancora oggi (la sua No Regrets è giustamente considerata un classico https://www.youtube.com/watch?v=XKU0S5K5aYE ), anche se i suoi album erano spesso suddivisi tra brani suoi e di altri. Dalla metà degli anni settanta fino al nuovo millennio Tom sembrava quasi essersi ritirato: pochi dischi e profilo bassissimo, fino al suo ritorno sulle scene nel 2009 con l’ottimo What I Know, seguito a distanza di quattro anni dal bellissimo live celebrativo 50 Years Of Music. Ora Tom torna tra noi con Voices, prodotto come What I Know dall’esperto Jim Rooney (80 anni, un altro giovanotto), ed il risultato è ancora meglio che nel lavoro di nove anni fa. Rush per la prima volta scrive tutte le canzoni di suo pugno, tranne un paio di traditionals che ha inserito “per non compromettere la mia reputazione di folksinger” (come ha scherzosamente scritto nelle liner notes del CD), e sono canzoni una più bella dell’altra, nel suo tipico stile tra folk e country, che rendono Voices il suo disco più bello dagli anni settanta ad oggi.

Tom ha ancora una bella voce, solo leggermente arrochita dagli anni, ed è ancora in grado di scrivere canzoni belle, profonde ed intense, basate principalmente sul suono della sua chitarra: un disco di cantautorato classico, come si usava fare una volta. Per impreziosire ulteriormente il tutto, Rooney ha messo a disposizione del nostro una superband, con nomi che solo a leggerli c’è da leccarsi i baffi: Al Perkins al dobro, Sam Bush al mandolino, Dave Pomeroy al basso, Richard Bennett alle chitarre, il meno conosciuto (ma bravissimo) Matt Nakoa al piano ed organo, e le backing vocals di Kathy Mattea e Suzy Ragsdale. Il disco inizia con un traditional, Elder Green (che poi è la nota Alabama Bound con parole diverse), una sorta di folk-grass vivace e dal ritmo sostenuto, con un ottimo intreccio strumentale tra dobro, banjo e mandolino. Come See About Me è una deliziosa folk ballad, cantata in maniera calda e suonata in punta di dita, con il dobro di Perkins grande protagonista, doppiato abilmente dal pianoforte di Nakoa; molto bella My Best Girl (canzone d’amore dedicata alla sua…chitarra!), pimpante, tersa e contraddistinta da una melodia squisita e parti strumentali strepitose, puro pickin’ di gran classe, mentre Life Is Fine è cadenzata e decisamente orecchiabile, con qualcosa che rimanda allo stile di John Prine (che viene anche citato nel testo), ed un’aria scanzonata e solare: un avvio che conferma che Tom è in forma smagliante, e che non siamo davanti ad una stanca prova da parte di una vecchia gloria.

Cold River, country song limpida, è nuovamente azzeccata dal punto di vista melodico, specie nel refrain, mentre Far Away è splendida, una toccante ballata dal motivo perfetto, semplice ma di grande effetto, ed il solito lussuoso accompagnamento da parte della band: sembra di tornare indietro di cinquant’anni, grande canzone. Heaven Knows (But It Ain’t Tellin’) è un irresistibile ed ironico bluegrass, in cui Tom un po’ parla un po’ canta, mostrando di divertirsi non poco, Corina, Corina è il famoso traditional che hanno fatto in mille, ed il nostro rispetta la sua origine country-blues sfoderando la consueta classe, mentre la breve If I Never Get Back To Hackensack è un altro strepitoso e coinvolgente pezzo in bilico tra folk e country, di impatto immediato come tutti i brani di questo CD (davvero, non ce n’è uno sottotono). Purtroppo il disco volge al termine, ma c’è tempo ancora per la vibrante Going Down To Nashville, fulgido esempio di cantautorato doc e suonata in modo splendido, la sorprendente How Can She Dance Like That?, il pezzo più elettrico, quasi un rock’n’roll, davvero trascinante (grande pianoforte, e spunta pure un sax), e la conclusiva Voices, uno slow di grande intensità e cristallina bellezza, pura poesia musicale. Non ho idea se Voices sarà l’ultimo lavoro per Tom Rush, ma quello che è certo è che si tratta di un grande disco, senza dubbio alcuno.

Marco Verdi

Un’Ora Di Divertimento Assicurato! Webb Wilder & The Beatnecks – Powerful Stuff!

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Webb Wilder & The Beatnecks – Powerful Stuff! – Landslide CD

Webb Wilder, nato John McMurry 64 anni fa in Mississippi, è un musicista (ed attore a tempo perso) che non ha mai assaporato neppure per un attimo alcunché di lontanamente paragonabile al successo, e nemmeno ha conseguito una grande notorietà. Eppure è sulle scene da oltre trent’anni, e la sua miscela di rock’n’roll, country, pop, blues e rockabilly avrebbe meritato maggior fortuna. Una decina di album in totale, quasi tutti prodotti da R.S. Field, songwriter e produttore molto noto a Nashville, ma nessuno di essi è mai entrato in nessun tipo di classifica. Ma giustamente Webb se ne è sempre fregato, ed è andato avanti a proporre il suo mix a tutta adrenalina, un tipo di musica che nell’approccio non può non ricordare quella di Commander Cody & His Lost Planet Airmen, anche se il Comandante negli anni d’oro era diversi livelli più in alto, oltre che dal suono molto più country. Ma Wilder non è uno che si tira indietro, è un valido cantante e buon chitarrista, e ha un senso del ritmo notevole, ma anche feeling, idee e creatività.

Powerful Stuff! non è un disco nuovo, e neppure un’antologia, ma una collezione di brani inediti registrati tra il 1985 ed il 1993, comunque in definitiva suona fresco e stimolante come se le canzoni in esso contenute avessero poche settimane di vita. Merito va sicuramente anche alla band che lo accompagnava, The Beatnecks, un trio composto da Donny Roberts alla chitarra, Denny Blakely al basso e Jimmy Lester alla batteria, un combo tutta potenza e feeling, che rende l’ascolto dei sedici brani contenuti in questo CD (alcuni dei quali dal vivo) estremamente piacevole; come ciliegina, abbiamo anche diversi ospiti di gran nome, tra cui il noto bassista Willie Weeks, il grande axeman David Grissom e soprattutto il leggendario Al Kooper all’organo in un pezzo. Inizio a bomba con Make That Move, un rock’n’roll dal ritmo pulsante ed un’atmosfera da garage band anni sessanta, subito seguita dall’elettrica New Day, rock song con tanto di chitarra distorta, ma comunque immediata e con un retrogusto pop. Anche No Great Shakes prosegue sulla stessa linea, puro rock’n’roll con chitarre in primo piano, suono ruspante e gran ritmo, mentre la cadenzata Lost In The Shuffle è un gustosissimo errebi con tanto di fiati ed organo (Kooper è riconoscibilissimo), un brano che dimostra che Wilder non è affatto monotematico.

Powerful Stuff è in linea con il titolo, chitarre, ritmo, grinta e feeling, Ain’t That A Lot Of Love è un soul-rock vibrante e solido, mentre I’m Wild About You Baby è puro boogie, che sarebbe irresistibile se non fosse penalizzato da una registrazione quasi amatoriale (ma è un caso isolato). Non mancano le cover: Nutbush City Limits, versione al fulmicotone del classico di Ike & Tina Turner, suonata con foga da punk band, Catbird Seat di Steve Forbert, oltremodo accelerata ed elettrificata, l’irresistibile rockabilly Hey Mae, un vecchio brano country di Rusty & Doug Kershaw rivoltato come un calzino (sembrano i Blasters) ed una scatenatissima Lucille di Little Richard. Altri highlights sono il gradevole power pop di Animal Lover, decisamente chitarristico, i vibranti rock’n’roll High Rollin’ e Revenoor Man (e qui le similitudini con il gruppo del Comandante George Frayne sono molte), la deliziosa e tersa country ballad Is This All There Is?, davvero bella, e l’incalzante Dead And Starting To Cool. Un ottimo dischetto di rinfrancante rock’n’roll, perfetto se di Webb Wilder non avete nulla, ma anche se siete fra i pochi che lo conoscevano già.

Marco Verdi

La Ragazza Sa Benissimo Dove Andare! Ashley McBryde – Girl Going Nowhere

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Ashley McBryde – Girl Going Nowhere – Atlantic/Warner Music Nashville CD

Quando mi imbatto in una newcomer in ambito country che al suo esordio incide subito per una major e con un produttore affermato, mi insospettisco all’istante. E’ quello che ho fatto anche quando ho avuto tra le mani questo Girl Going Nowhere, disco d’esordio di Ashley McBryde, giovane musicista dell’Arkansas (avrebbe due album autogestiti alle spalle, ma sono introvabili), che vede alla produzione il noto Jay Joyce, uno abituato a passare dall’oro allo stagno, avendo nel curriculum gente di livello come John Hiatt, Emmylou Harris e Wallflowers ed altra molto meno interessante, come Keith Urban, Cage The Elephant e Carrie Underwood. Ma questa volta i miei sospetti erano, con mio grande piacere, infondati: Girl Going Nowhere è davvero un dischetto pienamente riuscito, da parte di un’artista che sa il fatto suo, scrive molto bene, canta anche meglio e passa con disinvoltura dalla ballata più toccante al brano rock più trascinante, uscendo spesso anche dall’ambito del country di Nashville (dove risiede attualmente).

Ed il disco non contiene il solito fiume di musicisti che timbrano il cartellino, né vede la presenza di strumenti che poco hanno a che vedere con la vera musica (come synth e drum machines), ma presenta una ristretta e solidissima band di appena quattro elementi (cinque compresa Ashley), coordinati da Joyce con mano sicura ed esperta: due chitarristi (Andrew Sovine e Chris Harris), un bassista (Jasen Martin) ed un batterista (Quinn Hill). Non ci sono neppure le tastiere. Ed il disco ha pertanto un suono solido, vigoroso ed unitario, perfetto per accompagnare le ottime canzoni scritte dalla McBryde: in poche parole, un album da gustare dal primo all’ultimo brano. La title track non fa iniziare il disco col botto, bensì con una dolce ed intensa ballata acustica https://www.youtube.com/watch?v=9s830jmiqnw , molto cantautorale, sullo stile di Rosanne Cash: dopo due minuti entra il resto della band in maniera discreta, ed il pezzo acquista ulteriore pathos. Per contro Radioland ha un bel riff chitarristico ed un ritmo decisamente sostenuto, un rockin’ country pulito e trascinante al tempo stesso: Ashley ha voce e grinta, ed in questi due brani dimostra anche una certa versatilità; molto bella anche American Scandal, una ballata fluida, potente e di sicuro impatto, con un refrain di pima qualità ed un arrangiamento elettrico che la veste alla perfezione.

Southern Babylon è notturna ed intrigante, cantata con voce quasi sensuale, The Jacket è invece solare, orecchiabile, dallo spirito californiano e similitudini con certe cose dei Fleetwood Mac, uno di quei pezzi che si canticchiano dopo appena un ascolto; Livin’ Next To Leroy ha marcati elementi sudisti, con un motivo che ricorda, forse volutamente, Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd, ed è manco a dirlo tra le più riuscite. La McBryde si dimostra una gradita sorpresa, è brava, ha personalità e sa scrivere belle canzoni, come A Little Dive Bar In Dahlonega, una notevole ballad dalla melodia distesa (neanche tanto country), o Andy (I Can’t Live Without You), altro momento acustico e pacato, ma dal feeling ben presente. El Dorado è roccata ed energica, con una ritmica a stantuffo e la solita grinta, Tired Of Being Happy è uno straordinario slow dal sapore southern country (con un tocco soul), perfetto sotto tutti i punti di vista, un brano splendido e suonato alla grande che non fatico ad eleggere come il migliore del CD. Chiude l’intensa ed emozionante Home Sweet Highway, ancora molto soul nel suono: Girl Going Nowhere è dunque un disco, come ho già detto, sorprendente, ed Ashley McBryde una musicista di cui spero sentiremo parlare ancora.

Marco Verdi

Non E’ Solo Fortunata, E’ Proprio Brava! Carter Sampson – Lucky

carter sampson lucky

Carter Sampson – Lucky – Continental Song City/CRS

Come faceva giustamente notare l’amico Marco Verdi recensendo il precedente album Wilder  https://discoclub.myblog.it/2016/06/11/dallaspetto-fisico-lo-si-direbbe-la-musica-country-pure-bella-carter-sampson-wilder-side/ (e nel frattempo è uscito anche Queen Of Oklahoma & Other Songs, una compilation di canzoni dagli introvabili primi album ed EP), Carter Sampson non ha certamente il phisyque du role della classica cantante country: occhialini e taglio di capelli che le conferiscono l’allure di una cantautrice intellettuale e raffinata, e fin qui potremmo esserci perché due o tre brani che viaggiano su queste coordinate li troviamo in questo Lucky. Per il resto, anche se viene dall’Oklahoma, come ha orgogliosamente ribadito nella canzone che dà il titolo alla raccolta ricordata poc’anzi, il suo suono, comunque con elementi “roots” ed Americana, rimanda più a quello classico di Nashville, anche se dal lato giusto della città, quello abitato da Emmylou Harris e Dolly Parton, ma anche Patsy Cline e il lontano parente Roy Orbison sono stati accostati alla genuina Okie.

Che anche in questo album usa una pattuglia di musicisti provenienti dal suo stato: non riporto i nomi di tutti, ma il co-produttore dell’album, con la stessa Sampson, Jason Scott, opera proprio in Oklahoma, insieme ad altri talenti locali come Kyle Reid, John Calvin Abney, Lauren Barth, Jesse Aycock e Jared Tyler, tutti anche cantautori in proprio (e alcuni di loro li trovate pure nel disco di Levi Parham), e non escluderei la presenza del polistrumentista Travis Linville che aveva prodotto il precedente disco, e tutti costoro dovrebbero coprire la presenza cospicua di chitarre, acustiche, elettriche, ma anche dobro, mandolino, pedal steel che punteggiano questo Lucky, che se privilegia per l’occasione l’uso della canzone uptempo, forse eccelle ancor di più nelle ballate, dove la voce di Carter Sampson assume dei timbri vocali che al sottoscritto tanto hanno ricordato Norah Jones, un’altra che ha sempre frequentato la musica country. Chiunque si voglia ricordare, poi la Sampson ha comunque una propria personalità che la rende una delle migliori portabandiera delle nuove generazioni del fuori Nashville. Il disco, come si diceva, privilegia i tempi mossi ma è appunto nelle ballate che si gusta ancor di più la deliziosa voce della nostra amica: la bellissima Hello Darlin’, scritta da Zac Copeland, dove si canta di malinconie d’amore, da sempre uno dei temi più usati nella migliore country music, una ballata che scivola voluttuosa su una magnifica ed avvolgente pedal steel, con tocchi di mandolino e piano, delicate chitarre acustiche e la voce sognante ed evocativa di Carter che tanto rimanda alla più languida e trasognata Norah Jones, un piccolo gioiellino.

E anche la cover conclusiva della classica Queen Of The Silver Dollar di Shel Silverstein, che ricordiamo in una bellissima versione di Emmylou Harris su Pieces Of The Sky, è una vera leccornia di sapori e languori country, tra pedal steel e piano la voce quasi galleggia sulle onde della musica. Ma anche quando i ritmi sono più serrati, ad esempio nel trittico iniziale, tutto a firma Carter Sampson, non si può fare a meno di apprezzarne il talento e la voce, sempre espressiva e incalzante, come nella title track che viaggia sulle ali di chitarre elettriche e dobro, con un corposo contrabbasso in evidenza, o su Anything Else che dopo una partenza attendista si assesta su un mid-tempo invitante, o sul train time  della incantevole Peaches, scritta con Scott. Ten Penny Nail, di nuovo firmata con Jason, è più bluesy ed intricata, mentre All I Got è una sorta di country got soul da cantautrice classica e Tulsa, scritta da Kalyn Fay, una specie di gloria locale, è un’altra splendida ballata mid-tempo di puro stampo country, con un’armonica e l’organo che fanno capolino nella ricca strumentazione. Di fattura squisita pure Wild Ride, di nuovo con la voce in splendida evidenza e notevole anche Rattlesnake Kate dove il dobro tratteggia con puntualità una ennesima canzone dove si apprezzano i talenti vocali e compositivi della bravissima Carter Sampson. Se passa di nuovo dalle nostre parti nelle lande italiche non mancate all’appuntamento, nel frattempo gustiamoci questo ottimo album.

Bruno Conti

Tra Canada E Messico, Un Gran Bel Disco! Lindi Ortega – Liberty

lindi ortega liberty

Lindi Ortega – Liberty – Shadowbox CD

Lindi Ortega è una brava cantautrice canadese di origine messicana, autrice da inizio millennio di una mezza dozzina di pregevoli album di musica country, ma con all’interno diverse contaminazioni, cosa che avviene anche con la sua nuova fatica, intitolata Liberty. Con questo disco la Ortega ha voluto creare un cocktail di tutte le influenze avute nella sua vita musicale, passando con disinvoltura dal country al Messico, al rock, alla musica western di stampo cinematografico, fino alla ballata, e regalandoci probabilmente il suo lavoro più maturo e riuscito. L’album, prodotto da Skylar Wilson, vede dunque Lindi spaziare con bravura in diversi generi condendo il tutto con la sua voce particolare (che in certi momenti ricorda molto quella di Dolly Parton), per un lavoro di ottimo livello, che cresce brano dopo brano, e che non annoia neppure per un attimo, anzi durante l’ascolto si è incuriositi da come potrebbe essere il pezzo seguente. I musicisti presenti sono scelti con cura, ed una menzione d’onore se la meritano il bravissimo steel guitarist Spencer Collum Jr., il chitarrista Jeremy Fetzer ed il leggendario armonicista Charlie McCoy, uno che fa parte dei cosiddetti Nashville Cats e che in carriera ha suonato praticamente con chiunque.

Through The Dust dà inizio al disco in maniera decisamente stimolante, uno strumentale in puro stile western morriconiano, breve ma di sicuro impatto (ci saranno anche la seconda e terza parte nel corso dell’album, con qualche differenza nel suono), seguita da Afraid Of The Dark, in cui entra in gioco la voce della protagonista, una ballata sognante ed eterea, con un’atmosfera quasi onirica ma molto interessante. You Ain’t Foolin’ Me ha una ritmica più accentuata ma il solito modo rilassato di porgere il brano, un arrangiamento particolare (molto più rock che country, con un tocco di pop) ed un notevole assolo finale di slide; ‘Til My Dyin’ Day è una ballata decisamente languida, di stampo quasi hawaiano ed un mood d’altri tempi, mentre Nothing’s Impossible (scritta come Afraid Of The Dark insieme a John Paul White, ex Civil Wars) rimane in territori sixties, un valzerone intenso come lo farebbe Chris Isaak, diretto e godibile. The Comeback Kid è pop-rock ancora dall’alone vintage, diretta, per nulla scontata e di sicuro effetto.

La cupa Darkness Be Gone mi ricorda certe ballate scarne del primo Leonard Cohen, specie nell’arpeggio chitarristico (e se scrivi canzoni e sei canadese non puoi prescindere dal grande Lenny). Forever Blue è un affascinante slow crepuscolare, ancora con elementi western, tra le più piacevoli. In The Clear è ancora lenta e languida, quasi angelica (e melodicamente impeccabile), Pablo una deliziosa western song dal pathos notevole, con spunti degni della migliore Jessi Colter e la classe di Emmylou Harris, Lovers In Love una cristallina ballad elettroacustica che sembra invece presa dal repertorio classico della Parton (ed anche con la voce siamo lì), altra ottima canzone, forse la più bella di tutte https://www.youtube.com/watch?v=fO87T44tAY4 . Il CD si chiude con Liberty, un mix gustoso e vincente tra western, Messico e musica surf anni cinquanta, e con una versione spoglia ma intensissima (voce, chitarra flamenco e tromba mariachi) di Gracias A La Vida, il classico di Violeta Parra reso celebre da Joan Baez, che la nostra canta in uno spagnolo impeccabile. Gran bel dischetto questo Liberty: è ora che il mondo si accorga finalmente di Lindi Ortega.

Marco Verdi