Quando Il Canada Confina Con Il Texas. Parte 1: Del Barber – Easy Keeper

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Del Barber – Easy Keeper – Acronym/Universal Canada CD

Del Barber è un nome quasi sconosciuto dalle nostre parti, ma anche negli Stati Uniti non è famosissimo, mentre in Canada, sua terra d’origine, è decisamente più popolare. Infatti Barber nel corso della sua carriera decennale (ha esordito nel 2009 con Where The City Ends) ha avuto diversi premi e riconoscimenti nell’ambito della musica roots cantautorale; nato a Winnipeg, Barber non si ispira alla pur prestigiosa scuola dei cantautori canadesi, ma affonda le sue radici musicali nel suono Americana, con nomi del calibro di Townes Van Zandt, Steve Earle, John Prine e Merle Haggard nel suo bagaglio di influenze, e nel corso degli anni si è costruito un’ottima reputazione che viene confermata anche in questo nuovo Easy Keeper, album numero sei della sua discografia inciso come gli altri in maniera indipendente ma stavolta distribuito dalla filiale canadese della Universal (anche se questo non ne migliora la reperibilità, Canada a parte). Del è un cantautore roots di stampo classico, ed il suo suono è un mix di folk, country ed un pizzico di rock dato dalla chitarra elettrica di Grant Siemens (che è anche il co-produttore del CD insieme a Barber stesso), mentre il resto del gruppo è formato dalla steel di Bill Western, il piano e l’organo di Geoff Hilhorst, la sezione ritmica di Bernie Thiessen e Ivan Burke, oltre alle voci femminili di Haley Carr e Andrina Turenne.

Nomi che vi diranno poco o niente, ma stiamo parlando di gente che gira con il nostro da diversi anni ed è quindi ormai un tutt’uno con le sue canzoni: Easy Keeper è perciò un bel dischetto di pura roots music a stelle e strisce ma fatta da musicisti canadesi, undici brani dal suono classico, pulito e mai ridondante, tutto costruito intorno alla voce del leader. L’opening track Dancing In The Living Room è una ballata classica e di buon livello, tra country e musica cantautorale, un suono elettroacustico ed un motivo piacevole che ricorda un po’ lo stile di Kevin Welch. Patient Man è più strumentata ma sempre dal mood tenue e pacato, con un bel background sonoro fatto di chitarre, organo ed una sezione ritmica discreta; Everyday Life è una folk song pura e cristallina dalla melodia toccante e suggestivi rintocchi elettrici sullo sfondo, nobilitata ulteriormente dal controcanto femminile: molto bella.

Con Louise siamo invece in territori country, ritmo spedito, refrain vincente ed ottimo uso della steel, brano seguito a ruota da Leads You Home, altra ballatona elettroacustica intensa ed eseguita con strumentazione parca; Lucky Prairie Stars è il pezzo più elettrico finora, un country-rock cadenzato e godibile con entrambi i piedi più in Texas che in Canada, mentre Juanita è uno slow che ha l’andatura del valzer lento, ed anche qui siamo più vicini al confine col Messico che dalle parti di Manitoba (la regione dove sorge Winnipeg). Ronnie And Rose è un folk-grass purissimo ancora dal ritmo sostenuto e con un motivo trascinante, uno dei brani più immediati con in più una fisarmonica a colorare il sound, Blood On The Sand è ancora lenta e decisamente profonda, grazie anche ad un bell’uso del pianoforte; il CD termina con No Easy Way Out, che ci porta inaspettatamente dentro atmosfere country-got-soul tipiche del sud, e con l’acustica e deliziosa title track, una chiusura da perfetto storyteller per un disco piacevole e ben fatto da parte di un cantautore dal sangue canadese ma con il cuore in America.

Marco Verdi

I Dischi Belli Sono Un’Altra Cosa, Ma Anche Le Porcherie! Old Dominion – Old Dominion

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Old Dominion – Old Dominion – RCA/Sony CD

Gli Old Dominion sono una giovane band di cinque elementi con origini che vanno da Nashville alla Virginia, e che hanno conosciuto un successo immediato con i loro primi due album pubblicati nel 2015 e 2017, lavori che hanno rispettivamente occupato la terza e la prima posizione delle classifiche country (entrando anche nella Top Ten della hit parade generalista). Il quintetto (Matthew Ramsey, voce e chitarra, Brad Tursi, chitarra, Trevor Rosen, chitarra e tastiere, Geoff Sprung, basso e Whit Sellers, batteria) non ha però raggiunto la popolarità per merito del talento, ma grazie ad un tipo di musica che purtroppo a Nashville detta legge, cioè pop radiofonico che con il country ha veramente poco da spartire, un genere che vede tra i suoi massimi esponenti (si fa per dire) due pupazzi ammaestrati come Jason Aldean e Keith Urban. Sapendo ciò, mi sono avvicinato all’omonimo terzo album degli Old Dominion (che in America è subito balzato in vetta) con una certa circospezione e con ben poche speranze, anche perché tra gli strumenti suonati nel disco comparivano anche i tanto temuti sintetizzatori e drum programming anche per il fatto che il produttore è Shane McAnally, uno dei più in voga a Nashville, ma non sempre garanzia di qualità.

Una volta ultimato l’ascolto devo dire però che il giudizio non è del tutto negativo, in quanto alcuni brani sono orecchiabili e ben costruiti pur non essendo dei capolavori ed avendo poco a che fare col country, e gli arrangiamenti non sono sempre disastrosi come pensavo. La qualità è certamente altalenante, ed Old Dominion non fa comunque parte dei dischi che mi sento di consigliare, ma sinceramente io paventavo una porcheria assoluta. Make It Sweet è il primo singolo, ed è una country song corale e decisamente orecchiabile che ha anche un buon ritmo, un brano piacevole nel quale si sentono anche le chitarre (cosa non scontata). Smooth Sailing è una ballatona elettrica che vede anche l’organo alle spalle dei nostri, un brano che scorre senza grossi problemi; lo slow One Man Band è leggermente più lavorato nei suoni e sembra più un errebi-pop che country, ma devo ammettere che non mi dispiace, mentre Never Be Sorry non è il massimo, un pezzo chiaramente pop ma dai suoni un po’ finti ed un’atmosfera artefatta.

La pianistica My Heart Is A Bar è una ballata dignitosa, Midnight Mess Around è una godibile soul song all’acqua di rose dal ritmo cadenzato, di country ce n’è ben poco ma il brano si lascia ascoltare, al contrario di Do It With Me che è un lento piuttosto insulso. Il CD continua così, con alti e bassi che conducono fino alla fine senza sussulti particolari e con qualche caduta di tono: Hear You Now è pop-rock terso e piacevole, la mossa I’ll Roll ci ricorda che questo in teoria è un disco country, mentre meno interessanti sono American Style, troppo leggerina, Paint The Grass Green, che ha un ritornello non brutto ma un arrangiamento troppo perfettino, e Some People Do, una ballata piuttosto qualunque. Ribadisco: gli Old Dominion sono una band che probabilmente non entrerà mai nella mia collezione di dischi, ma questo loro terzo album non è neppure la schifezza che temevo.

Marco Verdi

Il “Lungo Addio”: Un Bel Modo Per Ricordare Un Amico Scomparso. Montgomery Gentry – Outskirts

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Montgomery Gentry – Outskirts – Average Joe’s Entertainment CD

Nonostante Eddie Montgomery continui ad esibirsi dal vivo con il nome di Montgomery Gentry, pensavo che la storia discografica del popolarissimo duo country si fosse esaurita l’8 Settembre 2017, data in cui Troy Gentry ha perso la vita in un tragico incidente d’elicottero. I due avevano però fatto in tempo a registrare un nuovo album, Here’s Yo You, ed un’antologia di vecchi successi re-incisi per l’occasione intitolata 20 Years Of Hits. Ma i cassetti non erano stati ancora svuotati del tutto, e così Montgomery nel Giugno di quest’anno ha pubblicato Outskirts, un EP di sette brani inediti uscito però solo in digitale. Il buon successo dell’operazione ha in seguito convinto il nostro a far uscire Outskirts anche in CD, con l’aggiunta di due brani dall’ultima antologia ed altri due non presenti su precedenti album del duo https://discoclub.myblog.it/2015/08/12/ripassi-le-vacanze-3-montgomery-gentry-folks-like-us/ .

Il risultato è un CD che non sembra affatto un’operazione commemorativa e neppure una mossa commerciale atta a sfruttare il momento di commozione dovuto alla scomparsa di Gentry (anche se in fondo lo è), ma un disco fatto e finito di robusto rockin’ country, con canzoni di buona fattura che non sembrano per nulla delle outtakes. Musica tosta, chitarristica, cantata e suonata benissimo ed adatta sia alle classifiche di settore che agli appassionati di vero country: i due non usano (o dovrei dire usavano) diavolerie come sintetizzatori, drum programming e boiate varie, e pur avendo tutti i requisiti per i passaggi radiofonici le loro canzoni suonano autentiche dalla prima all’ultima nota. Non ho remore a definire la title track Outskirts una grande canzone, un rockin’ country potente e chitarristico dalla melodia epica ma nel contempo orecchiabile, il tutto coronato da una solida prestazione vocale. Nel disco troviamo due canzoni scritte da Darrell Scott, la ballatona elettrica River Take Me, dal sapore western sul genere del compianto Chris LeDoux, e You’ll Never Leave Harlan Alive, altro brano di puro country sferzato dal vento, evocativo e con un breve ma incisivo assolo chitarristico centrale, mentre What Am I Gonna Do With The Rest Of My Life, proprio il brano di Merle Haggard, è uno slow intenso dalla strumentazione classica e con una resa vocale perfetta.

Never Been Nothing Else è un country-rock ritmato e molto godibile, perfetto per accontentare anche i palati più esigenti, King Of The World prosegue sulla stessa linea risultando ancora più coinvolgente e vede addirittura la presenza dell’axeman Steve Vai, che si cala benissimo nei panni richiesti dal brano dimenticandosi delle atmosfere hard rock alle quali è abituato; l’EP originale termina con Joe Six-Pack, forse il pezzo dall’arrangiamento più ruffiano e commerciale ma comunque non disprezzabile. Il CD viene completato da due vecchi successi rifatti (Didn’t I e Roll With Me), già apparsi lo scorso anno su 20 Years Of Hits, l’errebi Shakey Ground in collaborazione con Ronnie Milsap uscito qualche mese fa sull’album di duetti del countryman non vedente, e soprattutto una rilettura bella e vigorosa del classico di Waylon Jennings Good Ol’ Boys, da un tributo di sette anni fa dedicato al grande Outlaw texano. Un dischetto quindi piacevole nonché inatteso, ulteriore tributo da parte di Eddie Montgomery al partner artistico di una vita.

Marco Verdi

La Più Grande Famiglia Musicale Di Sempre…Ulteriormente Allargata! The Carter Family – Across Generations

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The Carter Family – Across Generations – Reviver Legacy CD

Non sono mai stato un grande estimatore di John Carter Cash, unico figlio di Johnny Cash e June Carter, anche se devo dire che negli ultimi anni ha intrapreso una solida carriera di produttore (tra i suoi migliori lavori in tal senso ci sono gli ultimi album di Loretta Lynn): d’altronde quando sei un discendente di due delle più grandi famiglie musicali, i Cash e soprattutto la Carter Family, prima o poi i tuoi cromosomi vengono fuori. Il nuovo progetto a cui ha lavorato John riguarda proprio la Carter Family, mitica dinastia di musicisti che ha influenzato centinaia di artisti di matrice country, folk, gospel e bluegrass, una leggenda nata in Virginia alla fine degli anni venti su iniziativa di A.P. Carter, della moglie Sara Carter e della sorella di lei Maybelle Carter, e che ci ha lasciato canzoni indimenticabili del calibro di Will The Circle Be Unbroken, Wildwood Flower, Keep On The Sunny Side, Wabash Cannonball, Worried Man Blues e molte altre, arrivando fino ai giorni nostri con la quarta generazione.

Sto parlando nello specifico di Across Generations, un disco molto particolare in cui John ha messo insieme in maniera mirabile diverse generazioni di Carter (arrivando perfino ad aggiungerne una quinta), partendo da alcune incisioni inedite dei primi anni sessanta da parte della madre June insieme alle sorelle Anita ed Helen Carter (tutte figlie di Maybelle), alle quali ha aggiunto parti vocali e strumentali sia edite che inedite (alcune incise ex novo con l’aiuto della sorellastra Carlene Carter e di Dale Jett, figlio di Janette Carter che era a sua volta figlia di A.P. e Sara). Io di solito non impazzisco per i dischi costruiti “in laboratorio”, anche se ci sono valide eccezioni come quando è l’artista stesso a chiederlo ai suoi discendenti (penso all’ultimo album postumo di Leonard Cohen o all’analoga operazione del 2015 con protagonista Pops Staples), ma qui è stato fatto un lavoro stupendo, pieno di amore e rispetto per i capostipiti della famiglia Carter ma con uno sguardo verso presente e futuro. Across Generations presenta dodici tracce che si dividono tra country, folk e gospel, e John ha deciso giustamente di privilegiare le voci e di rivestirle con arrangiamenti sobri e strumentazioni essenziali (chitarre acustiche, autoharp e qualche volta il contrabbasso, ma niente batteria), con incisioni antiche e moderne che vedono suonare insieme tra gli altri Norman Blake, Dave Roe, Carlene Carter, Johnny Cash e lo stesso John Carter.

E poi ovviamente ci sono le voci, le vere protagoniste del CD, una miscellanea splendida che parte da Sara e Maybelle per finire con nipoti e pronipoti, allargando il tributo anche ai Cash: troviamo infatti anche discendenti meno noti (o proprio sconosciuti) delle due famiglie come Tiffany Anastasia Lowe (figlia di Carlene), David Carter Jones, Jack Ezra Cash, Danny Carter Jones, Lorrie Carter Bennet e moltissimi altri. L’album è bellissimo, si ascolta tutto d’un fiato e giunti alla fine viene voglia di rimetterlo subito da capo: dopo l’iniziale Farther On, un brano tradizionale in cui la voce della fondatrice Sara Carter si fonde con quella del già citato Dale Jett (il più presente nel disco insieme a Carlene) e della pronipote Adrianna Cross, abbiamo undici canzoni scritte da A.P. Carter o comunque a lui attribuite (tranne due eccezioni), titoli come My Clinch Mountain Home, in cui Carlene duetta virtualmente con le zie Anita ed Helen, Gold Watch And Chain, dove risentiamo Johnny Cash dividere il microfono con June con dietro una sfilza di Carter e Cash di “ultima generazione”, o la famosissima Worried Man Blues, dove i vocalist sono più di venti https://www.youtube.com/watch?v=IMYuQuZYEJU .

Il bello è che i vari brani suonano come incisi oggi (John ha fatto un lavoro egregio), ed in un caso è effettivamente così: Maybelle, scritta da Danny e David Carter Jones in onore della capostipite della famiglia e da loro cantata insieme a Carlene e John Carter. Helen e Anita sono protagoniste in diversi pezzi, talvolta con Carlene (Winding Stream, la splendida Diamonds In The Rough https://www.youtube.com/watch?v=N3Kwiul8NJs , la famosa Foggy Mountain Top) oppure con Jett (Amber Trees), mentre Carlene si riunisce idealmente alla madre June nella pura e cristallina Don’t Forget This Song. Finale con la strepitosa Will The Circle Be Unbroken (un brano talmente popolare da essere praticamente diventato di dominio pubblico), in cui a cantare sono la metà di mille, e con uno strumentale inedito del 1970 che vede Maybelle esibirsi in solitaria all’autoharp elettrica, brano intitolato opportunamente Maybelle’s New Tune.

Un omaggio sincero e riuscito quindi, con una serie di canzoni splendide che riescono ad emozionare e coinvolgere ancora una volta nonostante facciano parte del songbook americano da quasi un secolo.

Marco Verdi

Tra Texas E Oklahoma, Sempre Ottima Musica Country! Stoney LaRue – Onward

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Stoney LaRue – Onward – One Chord Song CD

Texano di nascita ma cresciuto nella vicina Oklahoma, Stoney LaRue è sempre stato associato al cosiddetto movimento Red Dirt, grazie anche alla sua amicizia con colleghi come Cody Canada, Jason Boland e Bob Childers. E poi il titolo del disco che nel 2005 lo fece conoscere ad una platea più grande, The Red Dirt Album, lasciava ben poco spazio all’interpretazione. LaRue è ormai attivo da più di quindici anni, ed ogni suo lavoro riesce ad ottenere buone critiche ed ultimamente anche un discreto successo di pubblico: countryman dal pelo duro, Stoney non ha mai modificato il suo suono per aver più passaggi in radio, ma è riuscito a ritagliarsi una buona fetta di popolarità rimanendo sé stesso. Musica country vera, di chiara appartenenza texana, con brani dal suono robusto ed elettrico anche nelle ballate ed un sapore rock sudista che emerge spesso: tutti elementi che troviamo anche in questo nuovo Onward, album che segue di quattro anni US Time e che ha tutte le carte in regola per soddisfare i palati più esigenti.

Oltre ad avere portato in studio il solito numero di ottime canzoni, in Onward LaRue ha fatto le cose in grande, facendosi produrre dall’esperto Gary Nicholson, uno dei nomi più di rilievo a Nashville anche come songwriter, e chiamando Ray Kennedy al mixer: in più, in session troviamo gente del calibro di Kenny Greenberg (marito di Ashley Cleveland, nonché produttore del bellissimo Blood di Allison Moorer) alle chitarre, Dan Dugmore alla steel, Mickey Raphael all’armonica, Mike Rojas al piano ed organo e, in un brano, Colin Linden alla chitarra. Il disco inizia benissimo con You Oughta Know Me By Now, una country song tersa e limpida che si dipana in maniera scorrevole e viene gratificata da una melodia immediata ed da una bella steel guitar; Hill Country Boogaloo ci mostra invece il lato rock di Stoney, un pezzo elettrico e cadenzato dal deciso sapore southern accentuato dal coro femminile nel refrain. La vivace Falling And Flying è puro country-rock caratterizzato da un motivo che prende fin dalle prime note, ed una fisarmonica sullo sfondo fornisce l’elemento tex-mex, mentre la gradevole Not One Moment, è un midtempo dallo sviluppo melodico fluido e con un’atmosfera d’altri tempi.

Segue Meet In The Middle, un grintoso country’n’roll in cui in nostro duetta con Tanya Tucker. Message In A Bottle non è il noto successo dei Police ma uno scintillante honky-tonk di stampo classico nello stile di George Jones, uno dei pezzi più riusciti del CD; Evil Angel è un gustosissimo e coinvolgente southern gospel nobilitato dalle voci delle McCrary Sisters e del leader degli Asleep At The Wheel Ray Benson https://www.youtube.com/watch?v=UEJX-6kpImA , mentre Drowning In Moonlight è un languido slow che stempera un po’ la tensione elettrica ed offre un momento di quiete. Worry Be Gone è ancora puro country dallo sviluppo contagioso, gran lavoro di piano e dobro ed una tromba a dare un sapore dixieland, la pianistica I Can’t Help You Say Goodbye è ancora una ballata di buon valore e Let’s Chase Each Other Around The Room è un trascinante honky-tonk dal gran ritmo, texano al 100%. Chiusura con la struggente Thought You’d Want To Know, forse il migliore tra i brani lenti del CD, e con la deliziosa High Time, country song elettroacustica in cui il nostro duetta con Brandon Jenkins, altro noto Red Dirt Man.

Stoney LaRue è uno che non tradisce mai, ma questo già lo sapevamo.

Marco Verdi

Garantisce Un Certo John Prine! Kelsey Waldon – White Noise/White Lines

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Kelsey Waldon – White Noise/White Lines – Oh Boy/Thirty Tigers CD

Quando la gavetta porta risultati: Kelsey Waldon è una musicista del Kentucky che ha esordito discograficamente nel 2010, ma per anni i suoi album sono stati distribuiti da lei stessa ed oggi sono pertanto introvabili, con l’eccezione del suo penultimo lavoro I’ve Got A Way del 2016 (ma anch’esso al momento è irreperibile, almeno a prezzi accessibili). La fortuna di Kelsey è girata allorquando è stata notata dal grande John Prine, che ne è rimasto talmente impressionato da volerla come opening act per i suoi concerti e, soprattutto, le ha fatto firmare il primo contratto stipulato dalla sua casa discografica, la Oh Boy Records, negli ultimi quindici anni. White Noise/White Lines è quindi il risultato di questa collaborazione, ed è un buon dischetto di country music d’autore, suonato con perizia da un manipolo di strumentisti poco conosciuti (il più noto è il chitarrista e produttore del disco Dan Knodler, già nel recente passato con Rodney Crowell) e cantato dalla Waldon con una bella voce squillante e leggermente nasale, perfetta per la sua musica.

Non c’è Prine nel CD, ma non serve, in quanto Kelsey è assolutamente in grado di camminare con le sue gambe, e le canzoni che ha scritto per questo album (tutte sue tranne una) lo dimostrano: musica country diretta e piacevole ma non solo, in quanto qua e là troviamo anche robuste tracce di folk e rock, con le chitarre elettriche che spesso e volentieri assumono il ruolo di protagoniste al pari di violini e steel, e la titolare del lavoro che riesce ad essere intimista in alcuni momenti  e vigorosa in altri, con uguale credibilità. L’energica Anyhow apre l’album in maniera grintosa, un country-rock spedito ed elettrico che è un tripudio di chitarre e steel, oltre ad avere un motivo decisamente immediato. Nella title track Kelsey sembra invece una versione femminile di Tom Petty: il brano è rock, ma il mood è attendista e suadente e la Waldon si destreggia molto bene tra chitarre che arrivano da più parti ed un drumming non pressante ma continuo.

Kentucky, 1988 è una ballata tersa e distesa, cantata e suonata in maniera rilassata ma senza perdere di vista il gusto per la melodia diretta e piacevole, Lived And Let Go è un delicato intermezzo dal sapore folk e dalla strumentazione essenziale (voce e chitarra), mentre Black Patch, che unisce con disinvoltura violino e chitarra elettrica, è una vibrante country song alla maniera degli Outlaw degli anni settanta, ed infatti il paragone che ho in mente è con Jessi Colter che un “fuorilegge” lo aveva anche sposato. Un breve assolo di banjo introduce la limpida Run Away, un brano lento e country al 100%, ma sempre con chitarre e steel a dettare il motivo di base; Sunday’s Children ha un inizio quasi funky, ma nel prosieguo assume tonalità sudiste, con il ritmo sempre cadenzato da un basso molto pronunciato, un pezzo che non ti aspetti e che precede la bella Very Old Barton, che invece sembra in tutto e per tutto un classico valzerone texano. Chiusura con una languida versione di My Epitaph, brano della leggendaria folksinger Ola Belle Reed, un finale suggestivo con la voce in primo piano, la steel sullo sfondo ed il minimo indispensabile di strumenti aggiunti.

Al sesto album forse è venuto il momento che qualcuno si accorga di Kelsey Waldon, considerando anche che i margini di miglioramento sono ancora enormi: d’altronde se si è mosso uno come John Prine qualcosa vorrà pur dire.

Marco Verdi

Se Per Sbaglio Lo Chiamate Chris Non Si Offende Di Certo! Ned LeDoux – Next In Line

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Ned LeDoux – Next In Line – Powder River/Thirty Tigers CD

Quando due anni fa ho ascoltato il disco d’esordio di Ned LeDoux, Sagebrush, dopo qualche remora iniziale ne sono stato conquistato completamente https://discoclub.myblog.it/2018/01/13/e-proprio-il-caso-di-dire-tale-padre-tale-figlio-ned-ledoux-sagebrush/ . Figlio del compianto Chris LeDoux (per chi scrive uno dei migliori countrymen in circolazione quando era in vita), Ned ha avuto la consapevolezza di essere pienamente adeguato a portare avanti l’eredità musicale del padre e, complice un buonissimo talento compositivo ed una voce che somiglia in maniera impressionante a quella del genitore, ha intelligentemente iniziato la sua carriera nel segno della continuità con lo stile di Chris, il tutto con la massima naturalezza: in poche parole, si è fatto accettare senza problemi dai fans del padre quando molti avrebbero potuto accusarlo di essere derivativo.

Ed ora Ned ci riprova a distanza di due anni con Next In Line, che al primo ascolto si rivela anche meglio del già ottimo debutto: alla produzione c’è ancora l’amico Mac McAnally (noto cantautore in proprio e da anni collaboratore di Jimmy Buffett) e, anche se non conosco i nomi di chi suona nel disco in quanto ho tra le mani un advance CD, posso affermare che ci troviamo di fronte ad un riuscitissimo album di puro rockin’ country elettrico, con ballate di stampo western sferzate dal vento e brani caratterizzati da ritmo, feeling e chitarre. La voce profonda e le canzoni di Ned fanno il resto, facendo di Next In Line un album perfetto per l’ascolto in macchina o anche in casa con una bella birra ghiacciata in mano. Basta sentire l’iniziale Old Fashioned e si è già in pieno cowboy mood: infatti il brano è un country’n’roll chitarristico e coinvolgente, dal gran ritmo e con un refrain immediato. E poi la voce, sembra di sentire Chris redivivo. Worth It è una western song elettrica e cadenzata, niente violini e steel ma solo chitarre al vento, mentre un fiddle spunta nella saltellante Dance With You Spurs On, che infatti è molto più country anche se l’approccio è sempre vigoroso, ed in più c’è la presenza di Corb Lund in duetto (e come co-autore del pezzo).

Molto bella la title track, una ballata languida ma sempre dal tempo mosso, caratterizzata da una melodia eccellente e ricca di pathos; la deliziosa A Cowboy Is All è puro country, irresistibile sia nel ritmo che nel motivo, e sembra ancora una outtake di un vecchio album di papà Chris. Where You Belong è il primo singolo, ed è un rockin’ country potente, trascinante e tutto da godere, così come Travel Alone, dal ritmo galoppante e che fa pensare a lunghe cavalcate nelle praterie del Wyoming. Path Of Broken Dreams è una salutare oasi acustica, ma il disco riprende subito a rockeggiare con Just A Little Bit Better, nella quale il nostro duetta proprio con McAnally (e Chris Stapleton partecipa alla scrittura), e con una sanguigna e travolgente cover del classico di John Fogerty Almost Saturday Night. La limpida western ballad Great Plains precede l’omaggio finale di Ned al padre, la cui voce profonda introduce (per mezzo di una registrazione inedita) la sua Homegrown Western Saturday Night, eseguita dal figlio con attitudine da vero rock’n’roll cowboy: uno dei pezzi più avvincenti del CD.

Altro ottimo lavoro per Ned LeDoux: sul vostro scaffale mettetelo pure a fianco dei dischi di Chris.

Marco Verdi

Una Doppia Razione Di Country-Rock Come Si Deve: Parte Seconda. Cody Jinks – The Wanting

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Cody Jinks – The Wanting – Late August CD

Dopo essermi occupato di After The Fire, eccomi di nuovo a parlare del texano Cody Jinks, dal momento che, ad appena sette giorni di distanza dal disco appena citato, il nostro ne ha pubblicato un altro intitolandolo The Wanting. I due lavori sono stati incisi nelle medesime sessions e con gli stessi musicisti, ed in un certo senso sono due facce della stessa medaglia: se After The Fire era più incentrato sulle ballate, The Wanting è più rock, più elettrico, anche se non mancano i momenti più intimi. Anche la durata è diversa, dato che l’album di cui mi accingo a scrivere dura 44 minuti contro i 32 dell’altro, e ad un primo ascolto mi sembra anche più riuscito. Intendiamoci, sono entrambi bei dischi, ma io Jinks lo preferisco quando fa il texano duro e puro arrotando le chitarre ed alzando il ritmo, ed in The Wanting di momenti così ce ne sono a piene mani.

Proprio la title track apre l’album in maniera strepitosa, con un country-rock terso e limpido (scritto e cantato con Tennessee Jet, non Jed) dallo splendido ritornello che ha anche un tono epico, il tutto sostenuto da un ottimo riff di violino e da una bella steel sullo sfondo. Same Kind Of Crazy As Me è una western ballad elettrica e cadenzata dal notevole pathos, una strumentazione quasi da film ed un altro bellissimo refrain, Never Alone Always Lonely è invece una vibrante slow song dal suono sempre elettrico, con un bell’assolo chitarristico ed un’atmosfera che ricorda spazi aperti al tramonto, ed è seguita da Whiskey, country ballad solida e maschia, con le chitarre ancora in evidenza. Un ritmo pulsante e coinvolgente introduce Where Even Angels Fear To Fly, poi entrano violino e voce ed il brano si rivela essere un country-rock immediato e texano al 100%, tra i più riusciti del CD; Which One I Feed è un pezzo rock dal passo lento, ma intenso e sempre decisamente elettrico, con elementi quasi sudisti.

A Bite Of Something Sweet è viceversa puro country, con la steel che ricama da par suo dietro il vocione del nostro. The Plea è un’altra traccia che ha il sapore southern rock, complice anche una slide insinuante che percorre tutta la canzone, a differenza di It Don’t Rain In California (provate ad andare a San Francisco ad Agosto e poi mi dite se non piove), un lento dalla melodia toccante ed accompagnamento discreto in cui spiccano ancora steel e violino, brano che contrasta con la vigorosa Wounded Mind, rockin’ country che mantiene un mood da ballata ma è contraddistinto da improvvise sventagliate chitarristiche. Il disco si chiude con Ramble, pianistica e crepuscolare, e con la pimpante The Raven And The Dove, limpido e corale pezzo country & western come solo in Texas sanno fare, che reca tracce di Jerry Jeff Walker nell’orecchiabile ritornello.

Con questi due album pubblicati praticamente insieme per un po’ dovremmo essere a posto con Cody Jinks, anche se, vista la qualità, non mi dispiacerebbe ne uscisse un altro tra qualche mese.

Marco Verdi

Una Gran Bella Collezione Di Successi…Degli Altri! The Mavericks – Play The Hits

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The Mavericks – Play The Hits – Mono Mundo/Thirty Tigers CD

Quando ho letto che tra le uscite di Novembre c’era un album dei Mavericks intitolato Play The Hits ho subito pensato ad un’antologia o, meglio, ad un disco dal vivo incentrato sui loro brani più popolari, cosa che sarebbe stata anche logica dato il periodo pre-natalizio. Dopo essermi informato meglio ho invece constatato che Play The Hits è un lavoro nuovo di zecca da parte della band di Miami, nel quale i nostri rileggono alla loro maniera una serie di canzoni che sono stati dei successi nelle mani di altri artisti. Un album di cover in poche parole, scelta anche logica in quanto Raul Malo e compagni (Eddie Perez, Jerry Dale McFadden e Paul Deakin) fin dai loro esordi nell’ormai lontano 1991, quando venivano etichettati come country, erano in grado di interpretare qualunque tipo di musica, dal rock’n’roll al country, dal tex-mex alla ballata anni sessanta, passando per pop e ritmi latini (ricordo che Malo nasce da genitori cubani). Da quando i Mavericks si sono riformati nel 2003 la loro carriera è stata un continuo crescendo, ed il loro ultimo album di materiale originale, Brand New Day, è stato uno dei dischi più belli del 2017; lo scorso anno ci siamo divertiti con il loro album natalizio Hey! Merry Christmas! https://discoclub.myblog.it/2018/12/12/ancora-sul-natale-la-festa-e-qui-the-mavericks-hey-merry-christmas/ , ed ora Play The Hits ci fa vedere la bravura dei nostri nel prendere canzoni di provenienza abbastanza eterogenea e di plasmarle al punto da farle sembrare opera loro.

Con l’aiuto ormai abituale dei Fantastic Five (una sorta di gruppo-ombra che collabora con i nostri da diverso tempo, e che vede l’ottimo Michael Guerra alla fisarmonica, Ed Friedland al basso ed una sezione fiati di tre elementi) il quartetto ci regala 42 minuti di estrema piacevolezza, con undici brani scelti tra successi più o meno famosi rifatti con grande creatività ma senza stravolgere le melodie originali, nel segno quindi del massimo rispetto. Malo è ormai uno dei migliori cantanti in circolazione, una voce melodiosa e potente al tempo stesso che lo ha imposto da tempo come vero erede di Roy Orbison (ci sarebbe anche Chris Isaak, che però non può raggiungere l’estensione vocale di Raul), mentre i suoi tre compari sono in grado di suonare qualsiasi cosa. Il CD, prodotto da Malo con Niko Bolas (vecchio collaboratore di Neil Young), inizia in maniera decisa con Swingin’ (del countryman John Anderson), brano cadenzato che perde l’arrangiamento originale per acquistarne uno nuovo che si divide tra rock, swamp ed errebi, un mood trascinante e caldo grazie all’uso dei fiati e Raul che canta da subito alla grande. I fiati colorano ancora di rhythm’n’blues la mitica Are You Sure Hank Done It This Way di Waylon Jennings, con i nostri che mantengono il passo del compianto artista texano in mezzo ad un suono forte ed impetuoso; Blame It On Your Heart è un pezzo di Patty Loveless che qua diventa uno splendido tex-mex tutto ritmo, colore e grinta, con Guerra che fa il suo dovere alla fisa ed i nostri che confezionano una performance irresistibile.

Don’t You Ever Get Tired (Of Hurting Me), di Ray Price, è un delizioso honky-tonk lento con buona dose di romanticismo e solita prestazione vocale da favola di Malo, e Guerra che garantisce anche qui un sapore di confine. I nostri omaggiano anche Freddy Fender con una toccante versione di Before The Next Teardrop Falls: bellissima melodia cantata un po’ in inglese un po’ in spagnolo ed ancora la grandissima voce del leader a dominare (davvero, non ci sono molti cantanti a questo livello in circolazione), mentre è sorprendente la rilettura di Hungry Heart di Bruce Springsteen, che si tramuta in un country-swing con fiati dal sapore anni sessanta, con tanto di chitarra twang, una trasformazione decisamente riuscita che però non snatura l’essenza della canzone; Why Can’t She Be You è una versione jazzata e raffinatissima di un pezzo di Hank Cochran portato al successo da Patsy Cline (che ovviamente aveva cambiato il titolo volgendolo al maschile), con Mickey Raphael ospite all’armonica: grande classe. Once Upon A Time è un noto standard rifatto anche da Frank Sinatra, qui arrangiato come un ballo della mattonella in puro stile sixties, con l’aggiunta della seconda voce di Martina McBride, mentre Don’t Be Cruel non ha bisogno di presentazioni: famosissimo brano di Elvis che viene riproposto con un gustoso e trascinante arrangiamento tra country e big band sound, una meraviglia. Finale con un’intensa versione del classico di Willie Nelson Blue Eyes Crying In The Rain, solo Raul voce e chitarra (ma che voce), e con I’m Leaving It Up To You, una hit del dimenticato duo Dale & Grace che è una ballatona dal muro del suono potente ed un’atmosfera ancora d’altri tempi.

Quindi un altro ottimo disco in questo ricco autunno musicale.

Marco Verdi

Un Altro Figlio D’Arte, Però Di Quelli Bravi! Dustin Welch – Amateur Theater

ustin welch amateur theater

Dustin Welch – Amateur Theater – Super Rooster CD

Terzo album per Dustin Welch, singer-songwriter nato in Texas ma cresciuto a Nashville che non è altro che il figlio di Kevin Welch, musicista dalla lunga ed impeccabile carriera (e qui mi sono reso conto di quanto il tempo passi inesorabile, dato che ricordo come fosse ieri quando all’inizio degli anni novanta rimasi entusiasta dei primi due album di Kevin, Kevin Welch e Western Beat, ed ora mi trovo a recensire suo figlio). Dustin, che è cresciuto letteralmente a pane e musica, ha esordito nel 2009 con Whisky Priest, al quale ha dato seguito nel 2013 con Tijuana Bible: ora torna dopo ben sei anni di silenzio con questo Amateur Theater, e ci consegna quello che a tutti gli effetti è il suo disco migliore. Dustin evidentemente non è uno che ha fretta di incidere, ma preferisce lasciare crescere le canzoni dentro di lui ed andare in studio quando è veramente pronto; in questi sei anni poi è ulteriormente maturato, e Amateur Theater lo dimostra appieno racchiudendo in poco più di tre quarti d’ora tutte le sue influenze. Sì, perché Welch Jr. non è solo un cantautore con il country nelle vene come il padre (cosa che sarebbe peraltro ben accetta), ma il suo suono nasconde anche elementi rock, blues e perfino jazz, con momenti in cui sembra che la sua fonte di ispirazione principale sia addirittura Tom Waits.

Amateur Theater è quindi un lavoro creativo, nel quale vengono utilizzate anche strumentazioni non scontate, ed al quale hanno collaborato diversi artisti di nome: oltre al padre, che compare in più di un pezzo, troviamo infatti Cody Braun dei Reckless Kelly al violino, il bravissimo John Fullbright all’organo, Bukka Allen (figlio di Terry) al piano e Cary Ann Hearst, la metà femminile dei duo Shovels & Rope, alle backing vocals ed alla scrittura in un pezzo. L’inizio del disco, Stick To The Facts, è quasi spiazzante, con un’introduzione per quartetto d’archi che si trasforma in una rock song cadenzata e contraddistinta dalla voce quasi sgraziata (ma solo in questa canzone) di Dustin, davvero alla Waits: i violini non escono dal brano e fanno capolino qua e là, creando un effetto intrigante. Una tromba dal sapore jazzato introduce Forgotten Child, che nella melodia lascia intravedere tracce dello stile del genitore, anche se l’arrangiamento è quello di un brano urbano e notturno, a differenza di The Player che è rock al 100%, con ritmica pulsante ed uno sviluppo diretto e piacevole, nonostante una linea melodica complessa. Paranoid Heart è una tenue ballata, la prima decisamente da cantautore classico, con un bel accompagnamento basato su chitarra, dobro, piano ed organo ed un motivo molto bello (qui l’influenza del padre è abbastanza palese).

Dresden Snow è introdotta da un suggestivo coro e poi prosegue con il discorso da balladeer iniziato con il brano precedente, mentre Man Of Stone è una canzone attendista e con una certa tensione iniziale, alla quale la combinazione di chitarre, piano, violino e cello dona un sapore particolare. After The Music vede papà Kevin partecipare sia in qualità di autore (come nel pezzo precedente) che come chitarrista e voce di supporto, e non vorrei sembrare banale se dico che il brano, uno slow intenso e profondo, è tra i più riusciti del lavoro; Double Single Malt Scotch è diretta e discorsiva, con una bella apertura melodica favorita da un french horn, e precede la divertente Poster Child, pezzo che si avvicina a Waits non solo per la voce ma anche per l’atmosfera da cabaret mitteleuropeo. Finale con la potente Rock Hard Bottom, una sorta di boogie stralunato e sbilenco ma anche coinvolgente al massimo, la limpida Cannonball Girl, dal bellissimo refrain, e Far Horizon, che inizia come un brano folk d’altri tempi grazie all’uso di banjo e mandolino e poi man mano che prosegue si colora di elementi rock, con la ciliegina della voce solista di Kevin che duetta col figlio.

Sarebbe stato tutto sommato facile e poco rischioso per Dustin Welch seguire le orme musicali del padre, ma con Amateur Theater il ragazzo dimostra di avere personalità ed un proprio suono.

Marco Verdi