Tra Canada E Texas Ancora Della Ottima Musica. Craig Moreau – A Different Kind Of Train

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Craig Moreau – A Different Kind Of Train – Craig Moreau Music

Craig Moreau è un artista canadese, viene da Calgary, Alberta, ma ha svolto parte della sua (breve) carriera discografica anche negli Stati Uniti, soprattutto nell’area di Nashville, come autore di canzoni prima, e poi come interprete anche ad Austin, Texas e dintorni. Si diceva di una carriera breve, perché il nostro amico aveva esordito discograficamente nel lontano 2001 con un disco, Every Now And Then, che aveva anche avuto buone critiche, ma poi per formare una famiglia e mantenerla si era ritirato quasi subito dalle scene, tornando solo nel 2014 con l’ottimo The Daredevil Kid, registrato in quel di Austin, con la produzione di Mark Hallman, pure lui eccellente cantautore in proprio, e la partecipazione, tra gli altri di  Kevin Welch, Gurf Morlix, Kimmie Rhodes, Kim Deschamps, Ben Tagseth e Andre Moran, un disco dove i profumi del country texano si sposavano con quello meno becero di Nashville, grazie anche alla voce di Moreau che è stata avvicinata come timbro ed approccio musicale a quella di George Strait.

Per questo nuovo A Different Kind Of Train si è pensato di ripetere l’operazione, e anche se i nomi più noti non sono presenti, Hallman, che suona anche quasi tutti gli strumenti, Moran e Deschamps sono ancora della partita, mentre per alcuni brani, quelli più elettrici, registrati live in studio a Lehtbridge, Alberta, e suonati con la Craig Moreau Band, la produzione è affidata al compatriota Leeroy Stagger, altro profondo conoscitore del country, con un risultato finale più che soddisfacente sia per chi ama il buon country che l’Americana di pregio, sia per chi apprezza i suoni cantautorali , mediati con lo spirito texano. Proprio Off The Rack, la canzone che apre l’album è uno dei pezzi più rockeggianti, con la band che sciorina un rockin’ country vibrante, ma anche elegante, con fini intrecci vocali e le due chitarre di Ben Tagseth e Orlando Agostino (è uno dei nostri?) che interagiscono gustosamente tra loro e con il piano di Michael Ayotte. I brani sono tutti firmati dallo stesso Moreau (meno uno), e The Best Of Me, il primo di quelli prodotti da Hallman, ha un sound decisamente più raffinato, da cantautore classico, una bella ballata dal suono avvolgente, dove si apprezzano  le delicate armonie vocali di Barbara Nesbitt e le chitarre di Andre Moran, oltre alle tastiere di Hallman, veramente una splendida canzone da gustare appieno https://www.youtube.com/watch?v=fQLHLytaaq0 .

Molto bella anche l’elettroacustica Another Fence To Mend, più intimista e raccolta, sempre con una piacevole melodia cantabile, con quelle atmosfere tra roots e vecchi e nuovi outlaws (Guy Clark, Tom Russell, Billy Joe Shaver, Waylon Jennings e Darrell Scott vengono citati tra le sue influenze, mica male); l’unica cover, The L & N Don’t Stop Here Anymore di Jean Ritchie, è un altro dei pezzi “canadesi”, e viene presentato in un incalzante arrangiamento elettrico che rimanda a Lee Clayton o al JJ Cale più mosso, tra chitarre e batteria che viaggiano alla grande, sorprendente e decisamente riuscito, lui poi la canta veramente bene https://www.youtube.com/watch?v=HhQNM8P9Sdo . A Different Kind Of Train Song è aperta dal suono di una malinconica armonica, poi entra il vocione di Moreau accompagnato solo dall’arpeggio di una chitarra acustica e di un dobro appena accennato, con risultati ancora una volta vincenti, The Muse, sulle ali della pedal steel di Kim Deschamps, è una radiosa country ballad che ricorda quelle migliori di Michael Martin Murphey https://www.youtube.com/watch?v=eO4X01ItpTk , mentre la lunga The Old Man And The Fiver, l’ultimo brano “canadese” è un southern boogie blues di notevole intensità, giocato sugli intrecci tra organo e chitarre, con eccellenti parti strumentali https://www.youtube.com/watch?v=4s7GPrpa9NE . Shadows Left Behind è un’altra ballata sontuosa, stile nel quale il nostro eccelle, con Thirsty Soul che vira verso un outlaw honky-tonk energico, con pedal steel in spolvero e le ottime armonie della Nesbitt, per andare a chiudere con una ulteriore ballata di splendida fattura come Missing You In Texas, con vaghi rimandi anche ai brani di Jim Croce, a conferma della bravura di Craig Moreau: se lo trovate potrebbe essere veramente una bella sorpresa.

Bruno Conti

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 2. Linda Ronstadt – Live In Hollywood

linda ronstadt live in hollywood

Linda Ronstadt – Live In Hollywood – Rhino/Warner CD

Sembra quasi impossibile che un’artista dalla lunga e luminosa carriera (purtroppo interrotta da diversi anni a causa del morbo di Parkinson) come Linda Ronstadt non avesse mai pubblicato un disco dal vivo, pratica quasi obbligatoria per ogni musicista di successo negli anni settanta. E di successo Linda ne ha avuto per davvero, in quanto stiamo parlando probabilmente della cantante donna più popolare in America almeno nella seconda parte dei seventies, con diversi album e singoli andati al numero uno (e quello era ancora il periodo in cui i dischi si vendevano ed in classifica ci andavi solo se eri bravo). Questa mancanza è stata oggi in parte riparata dalla sempre benemerita Rhino con l’uscita di questo Live In Hollywood, testimonianza audio di un concerto televisivo tenuto dalla Ronstadt nell’aprile del 1980 ai Television Center Studios, ed andato in onda all’epoca per il canale via cavo HBO.

Una performance coi fiocchi, i cui nastri si pensava che fossero stati persi da anni, fino a quando il produttore e tecnico del suono John Boylan si è imbattuto quasi per caso nel classico scatolone il cui contenuto non rifletteva quanto c’era scritto all’esterno; Boylan aveva cercato per diverso tempo le bobine originali di questo show, specie dopo aver assistito ad una versione di esso uscita in un bootleg DVD di pessima qualità, ed è riuscito nel suo intento proprio quando aveva cominciato a perdere le speranze. Il risultato finale dimostra però che i suoi sforzi sono valsi a qualcosa, in quanto siamo di fronte ad una performance coi fiocchi da parte di un’artista al massimo del suo potenziale, la cui importanza si capisce ancora di più se si leggono i nomi della band stellare che l’accompagna: Danny “Kootch” Kortchmar alla chitarra, Dan Dugmore alla steel, Billy Payne (dei Little Feat) alle tastiere, Bob Glaub al basso, Russell Kunkel alla batteria, l’ex compagno di Linda negli Stone Poneys Kenny Edwards a banjo e chitarra, oltre al noto produttore Peter Asher alle percussioni e lo stesso Asher con Wendy Waldman alle voci, un gruppo di veri e propri habitué nei dischi dei musicisti che all’epoca contavano, specie in California.

Il concerto originale era durato un’ora e venti, ma per questo CD Boylan ha selezionato con l’aiuto della Ronstadt stessa le dodici performance a loro giudizio migliori (più una bonus track che però altro non è che la presentazione dei musicisti da parte di Linda), per quasi cinquanta minuti di ottimo country-pop-rock made in California, cantato e suonato alla grande, e con la ciliegina di un suono reso eccellente dalle moderne tecnologie. Si inizia con una splendida versione, puro rock californiano, di I Can’t Let Go (di Chip Taylor, come saprete la Ronstadt è sempre stata essenzialmente un’interprete), chitarre in primo piano e prestazione grintosa: Linda è in forma vocale top ed i membri della band si dimostrano subito degni della loro fama. La rilettura da parte della cantante di Tucson del classico di Buddy Holly It’s So Easy è uno dei grandi brani degli anni settanta, e quella sera Linda ne offre una versione più trascinante che mai, mentre tutti sappiamo che Willin’ dei Little Feat è un capolavoro assoluto, e la cantante la riprende con classe e maestria, guidata sapientemente dal piano liquido di Payne (che credo conoscesse la canzone piuttosto bene): interpretazione strepitosa di un brano monumentale.

La sbarazzina e solare Just One Look, un successo di Doris Troy, è un’altra grande hit di Linda, e mantiene il suo sapore anni sessanta, Blue Bayou di Roy Orbison (cantante che all’epoca non era ancora stato riscoperto), con ultimo verso cantato un spagnolo, non è esplosiva come quella di Roy, ma resta comunque una bella resa, mentre Faithless Love è una deliziosa country ballad scritta da J.D. Souther. A quell’epoca Linda aveva appena pubblicato un nuovo album, Mad Love, dal quale sono tratte la sinuosa Hurt So Bad (di Little Anthony & The Imperials), puro soft rock californiano di classe, e la roccata e coinvolgente How Do I Make You, scritta da Billy Steinberg, songwriter poco noto al grande pubblico ma responsabile, tra le altre, di vere e proprie hit come Alone delle Heart, Like A Virgin di Madonna, Eternal Flame delle Bangles e True Colors di Cyndi Lauper. Poor Poor Pitiful Me è una delle grandi canzoni di Warren Zevon, e Linda la riprende in modo vivace e ruspante, ma l’highlight del CD è una notevole versione della classica You’re No Good (Dee Dee Warwick), con una strepitosa jam finale guidata da Kortchmar che porta la durata del pezzo a sei minuti. Finale a tutto rock’n’roll con Back In The U.S.A. di Chuck Berry e con l’evergreen degli Eagles Desperado, versione lenta per sola voce e piano, cantata al solito splendidamente.

Ci sono voluti cinquant’anni per avere un disco dal vivo di Linda Ronstadt, e Live In Hollywood ha il merito di farci tornare idealmente nel bel mezzo di un periodo in cui la California, musicalmente parlando, era al centro dal mondo.

Marco Verdi

Lo Avevo Quasi Dato Per Disperso! Kevin Welch – Dust Devil

kevin welch dust devil

Kevin Welch – Dust Devil – Dead Reckoning CD

L’ultima volta che Kevin Welch aveva pubblicato un disco (A Patch Of Blue Sky, 2010), il sottoscritto non collaborava ancora a questo blog. Eppure c’era stato un momento all’inizio degli anni novanta che il musicista californiano sembrava una delle “next big things” del cantautorato americano: l’omonimo esordio Kevin Welch (1990) era già molto bello, anche se ancora decisamente country, ma il seguente Western Beat era stato per chi scrive uno dei dischi più belli del 1992, uno splendido album di puro rockin’ country a stelle e strisce, in cui Joe Ely incontrava idealmente John Prine. Life Down Here On Earth (1995) era ancora un lavoro di grande livello, ma i due seguenti, Beneath My Wheels (1999) e Millionaire (2001), pur validi, erano qualche gradino sotto; la scorsa decade Kevin l’ha poi dedicata alla collaborazione con Kieran Kane (e Fats Kaplin), due album di studio ed uno dal vivo, ed è tornato appunto nel 2010 con il già citato A Patch Of Blue Sky, un passo avanti rispetto a Millionaire.

Otto anni di silenzio assoluto, ed ora finalmente Welch ritorna tra noi con Dust Devil (uscito lo scorso Ottobre, ma piuttosto difficile da trovare), un album di puro cantautorato in cui non solo il nostro dimostra di non aver perso il tocco, ma addirittura ci consegna il suo disco migliore da Life Down Here On Earth in avanti. Persona gentile e modesta (ve lo posso confermare dato che ho avuto la fortuna di viaggiarci a fianco durante un volo Milano-Atlanta proprio nel 2010, io per lavoro e lui tornava a casa da una breve tournée italiana: cortese, disponibilissimo, zero atteggiamenti da star, perfino onorato e stupito del fatto che lo avessi riconosciuto), Kevin è uno che non ha mai voluto fare il salto quando avrebbe anche potuto, ma ha scelto di fare la sua musica con i suoi amici, nel modo più rilassato possibile, senza pressioni. E, come dicevo, in Dust Devil, di ottima musica ce n’è a iosa: otto brani originali e due cover, Welch ispiratissimo ed una backing band davvero da leccarsi i baffi, che comprende il già citato Fats Kaplin al mandolino, steel, violino e banjo, Glenn Worf al basso, Harry Stinson alla batteria, il grande Matt Rollings al piano ed organo ed il chitarrista Kenny Vaughan, leader dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart, oltre ai backing vocals di Eliza Gilkyson e dei figli di Kevin, Dustin e Savannah Welch (quest’ultima di professione attrice e ragazza bellissima, cercate le sue foto su Google e ne converrete con me).

La cadenzata Blue Lonesome apre bene il CD, un brano suadente e caratterizzato da un insistente riff di mandolino ed un ritmo crescente, con gli strumenti che a poco a poco si inseriscono fino a dare al pezzo un suono pieno e corposo (c’è anche un sax), il tutto per sei minuti di durata. Just Because It Was A Dream è una bellissima e toccante ballata dal sapore anni sessanta, leggermente country e cantata con grande intensità da Kevin, The Girl In The Seashell è una struggente slow song pianistica dalla melodia deliziosa, suonata in punta di dita e con un languido violino che sa d’Irlanda, mentre High Heeled Shoes è la cover di un vecchissimo brano del Kingston Trio, ripreso con uno squisito arrangiamento dixieland, con tanto di clarinetto e batteria spazzolata: grande classe. Splendida Brother John, una rock song elettrica dal ritmo quasi marziale, un motivo evocativo ed emozionante ed un tappeto strumentale dominato da chitarre (ottimo l’assolo di Vaughan) e fiati; Dandelion Girl è una ballatona che Kevin canta con il consueto approccio pacato, mentre intorno a lui il gruppo cuce un vestito sonoro perfetto, con la batteria in levare e la solita bella chitarra. Anche True Morning è tenue e limpida, una country ballad dal motivo molto diretto, cantato sempre con voce espressiva ed un delizioso sapore d’altri tempi, mentre Sweet Allis Chalmers è la rilettura di un pezzo dei Country Gazette, musicalmente spoglia ma dall’indubbio pathos, con il piano di Rollings che guida la melodia. Siamo quasi alla fine, il tempo per l’avvolgente A Flower, intenso talkin’ di stampo western, e per la folkeggiante title track (con un bell’intervento di corno francese, molto The Band), che chiude positivamente un disco pieno di belle canzoni.

Kevin Welch è finalmente tornato tra noi, e Dust Devil merita ampiamente lo sforzo per accaparrarselo.

Marco Verdi

Meno Peggio Del Previsto, Anzi! Eric Church – Desperate Man

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Eric Church – Desperate Man – EMI Nashville CD

Eric Church non è di certo il mio countryman preferito, anzi non si avvicina neppure alle zone di medio-alta classifica, ma devo riconoscere che nel variegato panorama musicale americano ha saputo, fin dal suo debutto Sinners Like Me del 2006, ritagliarsi una fetta piuttosto grossa di popolarità, il tutto senza ricorrere a sonorità becere come fanno ad esempio Keith Urban e Jason Aldean. Certo, la sua musica non arriverà forse mai a livelli per i quali noi del Blog ci strapperemmo i capelli (almeno chi li ha ancora), ma se non altro i suoi CD si lasciano ascoltare senza far venire voglia di spegnere il lettore dopo tre canzoni https://discoclub.myblog.it/2017/07/21/lui-non-mi-fa-impazzire-ma-stavolta-non-e-malaccio-eric-church-mr-misunderstood-on-the-rocks/ . Desperate Man, il suo nuovo lavoro (il sesto in assoluto), conferma la tendenza di Eric di fare musica abbastanza gradevole, pur mantenendo un’aura di commercialità che lo allontana non poco dagli appassionati di vero country: d’altronde il suo produttore è Jay Joyce, molto noto a Nashville, uno che sa anche produrre artisti di qualità (Emmylou Harris, The Wallflowers, Brandy Clark, Patty Griffin), ma spesso ha la mano pesante e non va tanto per il sottile.

Comunque Church è un uomo del Sud (e nato infatti in North Carolina) nonché un amante del movimento Outlaw degli anni settanta, e quindi la sua musica ha una decisa componente rock, poco presente peraltro in Desperate Man: infatti questa ultima fatica di Eric si rivela essere un disco composto prevalentemente da ballate, anche se lo zucchero stratificato tipico di Nashville è fortunatamente tenuto a bada, e la durata limitata dell’album, 36 minuti, evita che la noia possa affiorare. Il CD in realtà si apre con Tha Snake, un brano di pura swamp music: un lungo arpeggio di chitarra acustica introduce la canzone, poi dopo un minuto il ritmo sale e ci troviamo immersi in un’atmosfera tesa ed inquietante, con un suono paludoso, cupo e profondamente annerito, chiaramente ispirato da uno come Tony Joe White. Un pezzo niente male. Hangin’ Around è molto meno scura, ma è anche la meno riuscita del disco: ritmica scattante e nervosa, una chitarrina funkeggiante ed uno stile un po’ confuso (ma non esattamente country), ed Eric che canta con una strana voce stridula, un deciso downgrade rispetto al brano iniziale; Heart Like A Wheel è una ballata elettrica dal sapore southern soul, abbastanza riuscita sia per il refrain che per l’uso delle voci femminili, anche se la sezione ritmica sembra faticare non poco a “trovare” la canzone.

Anche Some Of It è uno slow, più nello stile country-pop del nostro, ma è suonato con gli strumenti giusti e non sfigura, così come la tenue e gentile Monsters, che non è originalissima ma se non altro ha una buona melodia di fondo e si lascia ascoltare con piacere, mentre con Hippie Radio restiamo in tema di ballate, per un brano elettroacustico prodotto in maniera intelligente, ben suonato e con Church che canta con misura. Higher Wire ha ancora il passo lento ma è più rock, anche se Eric le costruisce intorno un arrangiamento discutibile, meglio la title track (scritta con Ray Wylie Hubbard), che sembra ispirata dai Rolling Stones, con le dovute proporzioni ovviamente, e ha un tiro discreto (peccato per il coretto idiota); Solid, che invece è composta insieme ad Anders Osborne, è uno slow disteso e con un bell’intro di chitarra quasi pinkfloydiano (!), ma poi il brano cambia registro quasi subito per diventare un country-rock ancora con diversi debiti verso il sound della Louisiana. Il CD si chiude con Jukebox And A Bar, gradevole country ballad (forse la più country del disco), e con Drowning Man, solido pezzo elettrico di nuovo con agganci al suono del Sud.

Un album di livello più che accettabile questo di Eric Church, non scevro da imperfezioni ed al quale un po’ più di brio avrebbe sicuramente giovato, ma di certo non quella ciofeca che sarebbe stato legittimo paventare.

Marco Verdi

Hill Country Punk Blues, Ma Da Portland, Oregon. Hillstomp – Monster Receiver

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Hillstomp – Monster Receiver – Fluff & Gravy Records               

Nonostante il nome possa far pensare che vengano dalle colline del Mississippi, gli Hillstomp sono in effetti un duo che proviene da Portland, Oregon (non conosco molto bene l’orografia della zona, ma più che colline, lì intorno ci sono delle montagne, ma per giustificare il nome una collinetta la possiamo sempre trovare): i due sono Henry “Hill” Kammerer, vocals and strings recitano le note del CD, quindi chitarre varie, elettriche ed acustiche, banjo, e John Johnson, percussioni, molto primitive e harmony vocals, che si professano grandi fans di R.L. Burnside (e a Portland, forse per un segno del destino, una delle strade principali si chiama Burnside Street), di cui riprendono a grandi linee gli insegnamenti, grazie ad uno stile che fonde sia il blues ruvido, grezzo e furioso del musicista nero, come certo punk e alternative rock, ma anche accenni di hillbilly e country molto sporco, tanto da essere definiti punk blues.

In effetti nei  loro 17 anni di carriera e nei cinque dischi precedenti, questo Moster Receiver è il sesto, il gruppo ha sempre avuto un approccio molto ruspante alla musica: canzoni brevi, prese spesso a velocità supersoniche, con rare oasi dove rallentano i ritmi, un suono volutamente inquieto e primordiale, ma anche una certa perizia tecnica, da artigiani della musica, appresa in lunghi anni on the road. Per l’occasione di questo album si sono concessi anche un produttore, John Shepski, e un ingegnere del suono, John Askew, ex dei Richmond Fontaine, coi quali condividono  etichetta e studi di registrazione. Il suono ogni tanto beneficia di qualche aggiunta, un violino qui, una pedal steel là, delle armonie vocali, un basso, ma i due insieme fanno comunque un bel “casino”. Hagler apre le danze con un groove che sembra quello dei Creedence di Willy And The Poor Boys, campagnolo e insistente, poi accelera ulteriormente, la batteria inizia a picchiare, la chitarra si infiamma, rallenta e riparte per un finale travolgente; The Way Home parte con il banjo di Kammerer che potrebbe ingannare sulle intenzioni dei due, Johnson traffica con le sue percussioni artigianali e il tutto potrebbe passare per un alternative country/hillbilly quasi tradizionale, mentre Angels con la sua chitarra elettrica riverberata in modalità slide, lavorata finemente, evoca atmosfere sospese da blues collinare primevo, la seconda voce di Amora Pooley Johnson (moglie?) che armonizza con quella di Kammerer, in possesso di una voce interessante ed espressiva https://www.youtube.com/watch?v=vKcNY6zMUC8 .

Comes A Storm è quasi una dichiarazione di intenti, si parte tranquilli, ma il tempo si fa frenetico e fremente, Johnson al basso rende il suono più rotondo ed incalzante, e il buon Henry strapazza la sua elettrica con vigore; Snake Eagle Blues, con slide ingrifata e percussioni in libertà, voce distorta e una grinta proprio da punk blues https://www.youtube.com/watch?v=BfYM6-okf7Y , lascia a Dayton, Ohio il compito di illustrare il lato più gentile della loro musica, con la pedal steel di Erik Clampitt che evoca scenari country di grande fascino e con una bella melodia che scorre liscia e quasi solare, prima di innestare nuovamente le sonorità più sporche e bluesate di Goddamn Heart, in cui è protagonista anche l’armonica volutamente incattivita di David Lipkind ( del gruppo I Can Lick Any Son of a Bitch in the House, un nome, un programma). Per l’hillbilly country sbilenco del traditional Chuck Old Hen, si aggiunge al banjo di Kammerer anche il violino di Anna Tivel e primitive percussioni che illustrano un suono volutamente “povero” https://www.youtube.com/watch?v=4z6ri1w1EHo . L’elettricità più palpitante dell’hill country blues da juke joints ritorna nella vibrante Pale White Rider, che potrebbe ricordare i primi Black Keys o il loro mentore RL Burnside, Lay Down Satan galoppa di nuovo a ritmi febbrili, con le voci di Kammerer e della Pooley Johnson che si intrecciano in un vivido gospel di stampo laico. Anna Tivel ritorna con il suo violino per una delicata e quasi leggiadra I’ll Be Around https://www.youtube.com/watch?v=hoC74N4GzZg  che chiude in modo fine e quasi garbato un album che si potrebbe addirittura definire “raffinato”.

Bruno Conti

Ci Dà Dentro La Ragazza! Sarah Borges & The Broken Singles – Love’s Middle Name

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Sarah Borges & The Broken Singles – Love’s Middle Name – Blue Corn CD

Sarah Borges, rocker in gonnella proveniente dal Massachusetts, è in giro dal 2005, anno in cui pubblicò il suo debut album Silver City, al quale sono seguiti una manciata di lavori tutti all’insegna di un rock’n’roll sanguigno e diretto, con una spruzzata di country ogni tanto. Le sue influenze infatti sono eterogenee, vanno da Dolly Parton agli X, da Merle Haggard ai Blasters, e la sua grinta è sempre venuta fuori sia su disco che nelle esibizioni dal vivo. Qualcuno l’ha paragonata a Lucinda Williams con i Georgia Satellites come backing band, e la similitudine non è così campata per aria, ed io aggiungerei che, alla fine dell’ascolto della sua ultima fatica intitolata Love’s Middle Name (registrata come sempre insieme al suo gruppo, The Broken Singles), altri due nomi che mi sono venuti in mente sono i Lone Justice ed i Del-Lords.

L’ultima band non l’ho citata a caso, in quanto il produttore di questo disco è proprio Eric “Roscoe” Ambel, che di quella band era leader e chitarrista, e che è l’elemento perfetto per la musica della Borges, in quanto riesce a donare alle canzoni, già belle grintose di suo, un suono tosto e prettamente basato appunto sulle chitarre. Love’s Middle Name ha un sound secco, quasi basico: due chitarre (Sarah e Roscoe), un basso (Binky) ed una batteria (Phil Cimino), e solo occasionalmente un pianoforte, suonato anch’esso da Ambel. Puro rock’n’roll, con alcuni (pochi) momenti più meditativi, qualcosa di country ed una grinta da fare invidia ad un toro: e d’altronde Sarah non è nata ieri, e Roscoe è uno che questa musica la mangia a colazione. House On A Hill ha un attacco alla Tom Petty, una rock song chitarristica diretta e vibrante, ma anche godibile dalla prima all’ultima nota. Mi viene in mente anche la Linda Ronstadt degli anni settanta, una che a grinta dava dei punti a diversi uomini.

Lucky Rocks è un pezzo potente dal riff insistito, tutto costruito intorno alle chitarre (ottimo l’assolo), l’elettroacustica Oh Victoria è più cantautorale e ricorda maggiormente lo stile della Williams, ma con Let Me Try It riprende alla grande il mood rocknrollistico: riff alla Rolling Stones, batteria granitica e Sarah che approccia il tutto con vigore e senso del ritmo. Anche Are You Still Takin’ Them Pills non abbassa la guardia, l’arrangiamento è più acustico ma la ritmica è sempre sostenuta, Get As Gone Can Get aumenta ancora i giri, ennesima rock’n’roll song secca e coinvolgente, con Ambel che duetta anche vocalmente con Sarah. Grow Wings è sempre elettrica, ma il passo è lento e qui le somiglianze con Lucinda sono più evidenti, Headed Down è velocissima e travolgente, siamo quasi in territori punk, anche se la voce della Borges stempera un po’ la tensione. L’album si chiude con il pop-rock elettrico di Girlie Book, altro pezzo diretto e fruibile, e con I Can’t Change It, una ballatona rock di buon livello che mette da parte per un attimo il ritmo per lasciare spazio al songwriting.

Se durante le vostre giornate vi capiterà di avere mezz’oretta libera, questo disco la riempirà a dovere.

Marco Verdi

Un Live “Riparatore” Di Ottimo Livello! Needtobreathe – Acoustic Live Vol. 1

needtobreathe acoustic live vol. 1

Needtobreathe – Acoustic Live Vol. 1 – Atlantic/Warner CD

L’ultimo album dei Needtobreathe, Hard Love, uscito un paio di anni fa  https://discoclub.myblog.it/2016/11/08/invece-veramente-brutto-needtobreathe-hard-love/ , era stato un fulmine a ciel sereno, ma in senso negativo. Infatti, dopo che la band del South Carolina guidata dai fratelli Bear e Bo Rinehart (insieme a Seth Bolt, Josh Lovelace e Randall Harris) si era costruita passo dopo passo una promettente carriera come uno dei gruppi di punta nel panorama americano, soprattutto con album come The Outsiders e The Reckoning (ma anche con https://discoclub.myblog.it/2015/06/16/doppi-dal-vivo-classici-needtobreathe-live-from-the-woods-at-fontanel/), aveva rovinato tutto con un lavoro che definire brutto è fargli un complimento, un’accozzaglia di suoni senza né capo né coda tra becero pop da classifica, rock sintetico e ritmi quasi dance. Una china che purtroppo negli ultimi anni è stata presa da più di un gruppo, come i Mumford & Sons, i Low Anthem, gli Arcade Fire e con l’ultimo disco anche dai Decemberists, nel tentativo di riuscire ad aumentare le vendite ma con il rischio di perdere tutti i vecchi fans senza necessariamente trovarne di nuovi.

Ora pero i Needtobreathe riparano in parte alla nefandezza di Hard Love pubblicando questo Acoustic Live Vol. 1, uno splendido resoconto della breve tournée acustica tenuta tra Novembre e Dicembre del 2017, il loro primo in assoluto senza strumenti elettrici. Ed il disco, un’ora di musica, funziona alla grande, in quanto ci permette di riascoltare la band che avevamo amato nei primi cinque album, senza filtri e con la possibilità di lasciare libera la loro tecnica strumentale e vocale, entrambe sopraffine. Musica folk, country e rock, suonata con indubbio feeling e grande energia, nonostante la strumentazione a spina staccata, con bellissimi intrecci vocali ed una spiccata creatività: anche i pezzi tratti da Hard Love suonano completamente diversi, dimostrando che il problema di quel disco non erano le canzoni ma bensì le sonorità. Si inizia alla grande proprio con un brano dall’ultimo album, Let’s Stay Home Tonight, che si rivela una magnifica country ballad, pura come l’acqua di montagna, con una melodia eccellente ed uno splendido pianoforte (Lovelace, grande protagonista del disco).

Drive All Night è contraddistinta da un gran ritmo, un brano rock coinvolgente e con un ritornello perfetto per il singalong: dopo un po’ non ci si accorge nemmeno che gli strumenti sono acustici; No Excuses era uno dei pezzi meno disastrosi di Hard Love, ed è inutile dire che in questa veste migliora ulteriormente, diventando una limpida ballata dal vago sapore soul, cantata decisamente bene (le voci fanno la differenza in questo CD) e con un organo che riscalda ulteriormente il suono: verso la fine della canzone, poi, i nostri piazzano una inattesa e vibrante cover del classico The House Of The Rising Sun, da brividi. Uno squillante mandolino introduce la mossa e solare State I’m In, che ha ancora nelle armonie vocali il suo punto di forza, oltre ad un refrain diretto e molto orecchiabile; Washed By The Water, introdotta dall’inno religioso I’m Free, è una magnifica gospel song pianistica, in cui Bear si supera come cantante, mentre Testify è una rock ballad cristallina, suonata con grande forza nonostante il suono stripped-down, terzo ed ultimo pezzo da Hard Love e terza trasformazione a 360 gradi.

Oh, Carolina è un travolgente rock’n’roll, e qui i nostri non si trattengono in quanto spunta anche una chitarra elettrica: brano altamente coinvolgente, ulteriormente impreziosito dall’inserimento al suo interno di un accenno a Squeeze Box degli Who, e dal solito formidabile pianoforte. C’è anche una cover “solitaria”, non in medley, e cioè la leggendaria Stand By Me di Ben E. King, in un limpido arrangiamento folk molto diverso dall’originale, ma ricco di pathos e decisamente emozionante. La toccante Stones Under Rushing Water vede la gradita partecipazione dei coniugi Drew ed Ellie Holcomb (e che voce lei), White Fences è puro folk-rock, dal suono solido e melodia di notevole impatto. La conclusione del CD è affidata a Cages, di nuovo pianistica e decisamente intensa (ed un limpido motivo di ispirazione vagamente irlandese), e con Brother, chiusura corale per un brano dall’accompagnamento ridotto all’osso.

Non so se i Needtobreathe siano rinsaviti  del tutto dopo il brutto passo falso di Hard Love: quello che è certo è che Acoustic Live, Vol. 1 è uno dei dischi dal vivo migliori del 2018.

Marco Verdi

Con Dave Cobb Si Va Sul Sicuro! Dillon Carmichael – Hell On An Angel

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Dillon Carmichael – Hell On An Angel – Riser House CD

Dave Cobb è ormai diventato un produttore richiestissimo per quanto riguarda un certo tipo di musica di qualità, ed ormai il suo nome si trova su una lunga serie di album di diversi generi, dal cantautorato puro, al rock, passando per il blue-eyed soul (Anderson East, per fare un esempio). Ma il genere in cui Cobb eccelle è il country, sia quando strettamente imparentato con il rock, come con Chris Stapleton, sia in album formati da cowboy songs dal sapore antico, come nel caso di Colter Wall. Quello che però è certo è che se troviamo il nome di Dave su un disco, possiamo stare tranquilli circa la validità della proposta: è questo il caso anche di Hell Of An Angel, album d’esordio di Dillon Carmichael, un ragazzone proveniente dal Kentucky che si rifà apertamente a certa country music degli anni d’oro, quando Waylon & Willie erano cool e Merle Haggard non sbagliava un colpo.

Carmichael ha una buona capacità di scrittura ed un bel vocione che ricorda un po’ quello di Jamey Johnson, e le dieci canzoni di questo lavoro d’esordio ci mostrano di che pasta è fatto: Dillon predilige le ballate, canzoni lente, meditate ed intense, ma suonate con piglio da rocker e senza alcun tentennamento, dimostrando però di avere anche il senso del ritmo e la capacità di trascinare a dovere quando serve. La solita produzione asciutta e pulita di Cobb fa il resto, con il consueto manipolo di fedelissimi: Leroy Powell alla chitarra elettrica, Brian Allen al basso, Chris Powell alla batteria, Robby Turner alla steel e Mike Webb alle tastiere. L’iniziale Natural Disaster è subito la più lunga del disco (oltre sei minuti), ed è una ballata lenta ma potente allo stesso tempo, cantata con voce piena e dalla strumentazione molto misurata ma impeccabile (il marchio di fabbrica di Cobb), uno slow elettrico con chitarre ed organo ben presenti. Anche It’s Simple è lenta, ma il suono dietro la voce è decisamente vigoroso e chiaramente ispirato dalle classiche sonorità degli anni settanta, quando la nuova frontiera del country era rappresentata dal movimento Outlaw.

Country Women è ritmata, elettrica e gradevolissima, con una guizzante steel ed un suono texano al 100%, mentre Hell On An Angel ha un approccio decisamente rock e chitarre che sventagliano che è un piacere (ottima la slide), per un brano che è quasi più southern che country. Dancing Away With My Heart è una ballata toccante, di quelle che emotivamente parlando lasciano il segno, ancora con apprezzabile lavoro di steel ed un assolo chitarristico degno di nota, Hard On A Hangover è un gustosissimo honky-tonk elettrico, dalla melodia vincente ed il solito accompagnamento perfetto: George Jones ne sarebbe andato fiero. La cupa What Would Hank Do è piuttosto attendista, Might Be A Cowboy, pur rimanendo nell’ambito dei brani lenti, è una country ballad lucida e di nuovo con gli strumenti dosati con maestria (specie chitarra ed organo). Il CD si chiude con Old Flame, altro country tune dal sound maschio e vigoroso, e con la pianistica Dixie Again, ennesimo vibrante pezzo che fin dal titolo è un chiaro omaggio al Sud.

C’è un nuovo countryman in città, si chiama Dillon Carmichael: garantisce Dave Cobb.

Marco Verdi

Un Bagno Rigenerante Nelle Acque Del Sud. Amy Ray – Holler

amy ray holler

Amy Ray – Holler – Daemon/Compass CD

Amy Ray, come saprete, è da più di trent’anni una metà del duo delle Indigo Girls insieme ad Emily Saliers ma, a differenza della compagna che ha pubblicato un solo album senza di lei, è titolare anche di una corposa discografia da solista che dal 2001 al 2014 ha prodotto cinque lavori. Ed Amy, che con le Ragazze Indaco porta avanti da anni un discorso fatto di musica folk-rock-cantautorale, da sola si cimenta a volte in generi differenti: per esempio, il suo primo disco, Stag, era quasi punk, mentre Lung Of Love aveva un suono da band di rock indipendente. Holler è il sesto solo album di Amy, e fin dal primo ascolto si pone come il più riuscito della sua carriera lontana dalla Saliers: infatti stiamo parlando di un lavoro davvero bello, nel quale la Ray va a riscoprire le sue radici del Sud (è nata in Georgia), mescolando abilmente rock, country, folk e addirittura mountain music, un cocktail stimolante e coinvolgente, che risulta riuscito anche grazie alle ottime canzoni che Amy ha scritto per il progetto.

Un disco impregnato nel profondo di suoni del Sud, che vede all’opera anche una serie di musicisti da leccarsi i baffi: oltre ai membri dell’abituale live band di Amy (Jeff Fielder alla chitarra, Matt Smith alla steel, Kerry Brooks al basso e Jim Brock alla batteria), abbiamo tre nomi legati a doppio filo alla Tedeschi Trucks Band, cioè il produttore Brian Speiser, il bravissimo Kofi Burbridge, alle tastiere in diversi pezzi, e soprattutto Derek Trucks stesso in un brano. In più, il determinante contributo della grande banjoista Alison Brown, ed una serie di guest vocals che rispondono ai nomi di Vince Gill, Brandi Carlile, The Wood Brothers e Justin Vernon, leader dei Bon Iver. Ma al centro di tutto c’è Amy, con le sue canzoni e la sua lunga esperienza come performer: Holler è dunque un piccolo grande disco, sicuramente il migliore della Ray, ma anche superiore alle ultime prove delle Indigo Girls (che, va detto, il livello di album come Rites Of Passage e Swamp Ophelia non lo hanno mai più raggiunto). Dopo un breve preludio strumentale che sa di country d’altri tempi (Gracie’s Dawn), l’album attacca con la potente Sure Feels Good Anyway, uno splendido country-rock dal ritmo alto, con chitarre, violino, steel e piano in evidenza ed una melodia importante: subito una grande canzone. Dadgum Down è un pezzo dall’approccio tradizionale (con il banjo della Brown a dominare) ma con un arrangiamento di stampo rock.

Last Taxi Fare invece è una ballata tersa e limpida, dal passo lento e con un chiaro sapore southern soul, impreziosita dai fiati e dalle armonie di Gill e della Carlile, mentre Old Lady è un toccante interludio che purtroppo dura solo un minuto, e che confluisce nella roccata Sparrow’s Boogie, un pezzo decisamente coinvolgente, sorta di bluegrass elettrico con lo splendido banjo della Brown doppiato ad arte dalla chitarra di Fielding, ed Amy che si dimostra in forma e perfettamente a suo agio. Niente male anche Oh City Man, canzone tra folk e country, con il solito banjo che viene affiancato da un bel dobro, il tutto in una limpida atmosfera bucolica; Fine With The Dark vede solo la Ray voce e chitarra, puro cantautorato di classe, Tonight I’m Paying The Rent è uno scintillante honky-tonk dal motivo irresistibile, con i fiati dietro la band ed un ottimo Burbridge: tra le più belle del CD. Notevole anche Holler, uno slow languido, accarezzato da una bella steel e con ricordi lontani dell’Elton John “americano” (quello di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The Water); che dire di Jesus Was A Walking Man? Uno spettacolare country-gospel, davvero coinvolgente, pura mountain music degna di Ralph Stanley (o della Nitty Gritty Dirt Band del primo Will The Circle Be Unbroken). Dopo i 54 secondi della struggente Sparrow’s Lullaby, troppo breve, il CD si chiude con Bondsman (Evening In Missouri), fluida e crepuscolare ballata di nuovo con piano e steel in prima fila, e con Didn’t Know A Damn Thing, altro splendido pezzo di puro southern country, dal bellissimo refrain e con la chitarra di Trucks a rilasciare un breve ma ficcante assolo.

Veramente una bella sorpresa questo Holler: se anche negli ultimi anni avete un po’ perso di vista le Indigo Girls, bypassarlo sarebbe un vero peccato.

Marco Verdi

Eccone Un Altro Che Non Sbaglia Mai Un Disco! Cody Canada & The Departed – 3

cody canada & the departed 3

Cody Canada & The Departed – 3 – Blue Rose/Ird CD

Nuovo album per il texano trapiantato in Oklahoma Cody Canada e per la sua attuale band, The Departed, nata dalle ceneri dei Cross Canadian Ragweed (il bassista Jeremy Plato è l’altro membro in comune ai due gruppi insieme a Cody, ed il trio è completato dal batterista Eric Hansen). Il titolo non troppo fantasioso del CD, 3, è peraltro anche fuorviante, in quanto i lavori del gruppo sono in realtà quattro, anche se uno di essi, Adventus, è accreditato genericamente ai Departed, senza la menzione di Canada (e forse è questa la ragione della bislacca numerazione): a dirla tutta esiste anche un disco del 2016, In Retrospect, a nome Jeremy Plato & The Departed, con quindi il bassista come frontman. Ma, considerazioni a parte sulla discografia della band, la cosa più importante è che 3 si rivela essere un gran bel disco di Americana al 100%, con un suono decisamente diretto e chitarristico ed una serie di ottime canzoni. Canada è sempre stato un songwriter coi fiocchi, e questo lavoro è una sorta di riepilogo delle sue influenze, che vanno dalla musica texana, al country-rock di matrice californiana, un po’ di southern ed anche rock puro alla maniera di Tom Petty e John Fogerty (con il quale condivide l’acronimo dell’ex band di appartenenza, CCR).

L’album è prodotto dallo stesso Canada insieme all’amico Mike McClure (a sua volta valido musicista in proprio ed esponente del movimento Red Dirt dell’Oklahoma), il quale partecipa anche in veste di chitarrista aggiunto, insieme a Cody Angel alla steel e Danny Barnes al banjo. Prima ho citato indirettamente i Creedence, e proprio allo storico gruppo di San Francisco si rifà il brano d’apertura, Lost Rabbit, un rock-blues potente e dal ritmo alto, decisamente diretto e chitarristico. Molto bella Lipstick, un folk-rock limpido e cristallino, che rimanda ai classici californiani degli anni settanta, con gran spiegamento di chitarre, ottima melodia e coretti al posto giusto; con A Blackbird siamo in territori bluegrass, c’è un banjo a guidare le danze, anche se l’approccio strumentale del resto della band e la vocalità del nostro sono più dal lato rock. Decisamente gustosa e texana Daughter Of The Devil, un rockin’ country vibrante, elettrico e con elementi sudisti, un pezzo che dal vivo dovrebbe dare il meglio di sé, mentre One Of These Days è una tersa ballata acustica, intima e cantautorale, eseguita con feeling ed estrema finezza.

Splendida Footlights, cover di un brano non molto noto ma ugualmente bellissimo di Merle Haggard, una fulgida western ballad ulteriormente impreziosita dal duetto vocale con Robert Earl Keen, altro texano doc (la cui voce è immediatamente riconoscibile); con Paranoid siamo in territori decisamente rock, Cody usa sia il pedale wah-wah che il talkbox, ed il pezzo, diretto come un pugno, mostra che il nostro può anche roccare di brutto, benché se come songwriting siamo un gradino sotto al resto. La ritmata e scorrevole Satellites And Meteors  è un altro bell’esempio di rockin’ country texano, con Canada che ricorda il primo Steve Earle, così come nella solida Unglued, elettrica e coinvolgente, mentre Sam Hain è una grande canzone rock, una ballata con le chitarre in primo piano, un motivo vincente ed un chiaro feeling alla Tom Petty: forse la migliore del CD. Che dire di Song About Nothin’, altro splendido country-rock elettrico, tra Petty ed i Byrds, anche questa tra le più piacevoli ed immediate; la singolare e saltellante Better sta tra pop e rock, con un synth usato in maniera intelligente. Il CD termina con la mossa e funkeggiante Betty Was Black And Willie Was White (scritta tra gli altri da Will Kimbrough ed incisa anni fa anche da Todd Snider), non tra le migliori, e con l’intensa 1800 Miles, una ballata elettrica crepuscolare e dall’indubbio pathos.

Da quando ha iniziato a fare musica, Cody Canada non mi ha mai deluso, ed anche con 3 conferma la sua più che positiva tendenza nel fare ottima musica.

Marco Verdi