Non E’ Mai Troppo Tardi Per Fare Il Miglior Disco Della Propria Carriera! Michael Martin Murphey – Austinology: Alleys Of Austin

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Michael Martin Murphey – Austinology: Alleys Of Austin – Wildfire CD

Michael Martin Murphey, texano di Dallas, veleggia ormai verso i cinquanta anni di carriera. Dopo una bella serie di lavori a tema country & western negli anni settanta, la decade seguente aveva visto Murphey pubblicare diversi album di carattere pop-country, di grande successo ma meno interessanti dal punto di vista musicale. Poi, dai novanta fino ad oggi, Michael si è prodotto in un meritorio recupero delle tradizioni, realizzando una lunga serie di dischi che, tra versioni di brani antichi e canzoni originali, trattavano il tema delle cowboy songs, con lavori come Sagebrush Symphony, The Horse Legends, Campfire On The Road, i due album a sfondo bluegrass Buckaroo Blue Grass 1 & 2, oltre naturalmente ai cinque episodi della serie Cowboy Songs. Ma un disco bello come Austinology: Alleys Of Austin, il suo nuovissimo full-length, probabilmente non lo aveva mai fatto. Austinology è una sorta di concept, un lavoro in cui il nostro omaggia la scena di Austin nel periodo pre-Outlaw, cioè dal 1968 al 1975, con una serie di brani originali (nuovi e non) e cover d’autore.

Un disco lungo (75 minuti), ma bello, intenso e prezioso, in cui Michael, in grandissima forma, ci porta letteralmente per mano nelle vie di Austin, attraverso canzoni che vanno dal puro country al bluegrass, dal pop raffinato alle ballate di stampo quasi californiano, con l’aiuto di musicisti di vaglia (tra i quali spiccano l’armonicista Mickey Raphael, lo steel guitarist Dan Dugmore, il chitarrista Kenny Greenberg ed il bassista Matt Pierson) e soprattutto di una serie impressionante di ospiti (che vedremo a breve), i quali impreziosiscono il disco con la loro presenza pur restando un passo indietro, così da non oscurare Murphey, che rimane il vero protagonista con le sue canzoni. Un’opera importante quindi, che va aldilà del concetto di country & western, e che per certi versi è equiparabile a The Rose Of Roscrae di Tom Russell. Alleys Of Austin apre benissimo il CD, una toccante ballata dall’accompagnamento classico a base di piano, chitarra e steel, un crescendo strumentale emozionante e la bella voce melodiosa del nostro, che cede volentieri il passo ad un vero e proprio parterre de roi: Willie Nelson, Lyle Lovett, i coniugi Kelly Willis e Bruce Robison, Gary P. Nunn e Randy Rogers. Inizio splendido. South Canadian River Song parte come una canzone folk sognante ed eterea, poi entra il resto della band ed il suono si fa pieno, con il piano a svettare, per un pop-rock per nulla melenso, anzi direi decisamente vigoroso.

Un bel pianoforte introduce la raffinatissima Wildfire, un pezzo di puro cantautorato, con uno stile simile a quello di James Taylor, che ospita un duetto vocale con Amy Grant: classe pura. Geronimo’s Cadillac è la rilettura di uno dei pezzi più noti di Murphey (ed è anche il titolo del suo debut album, 1972), una ballata limpida e cadenzata, dal refrain orecchiabilissimo e con Steve Earle a cantare con Michael, con le due voci, ruvida quella di Steve e dolce quella di Murphey, che contrastano piacevolmente. La lunga Texas Trilogy, scritta da Steve Fromholz, è uno dei pezzi centrali del disco, una sorta di epopea western divisa appunto in tre parti, che inizia con l’insinuante country-folk Daybreak, prosegue con la solare Trainride, tra bluegrass e country, e termina con la tenue e bellissima Bosque Country Romance, uno dei momenti più toccanti del CD. L’elettroacustica Backsliders Wine, con Randy Rogers, è puro country, un brano intenso, limpido e scorrevole, strumentato con gusto e con l’armonica di Raphael protagonista.

L.A. Freeway è una delle grandi canzoni di Guy Clark, e Michael l’affronta con indubbio rispetto, roccando il giusto e con l’accompagnamento vocale dei Last Bandoleros, mentre Texas Morning è interiore, quasi intima. Cosmic Cowboy è un altro dei brani di punta del lavoro, una deliziosa country song tutta giocata sugli interventi vocali di Nelson, Lovett, Nunn, Robison e con l’aggiunta del grande Jerry Jeff Walker con il figlio Django, e la bella steel di Dugmore a ricamare sullo sfondo. Proprio di Walker è Little Birds, altra canzone molto bella ed impreziosita dalla voce della Willis, mentre Quicksilver Daydream Of Maria sembra Tequila Sunrise degli Eagles con elementi messicani. La delicata Drunken Lady Of The Morning, solo voce e chitarra pizzicata, è nobilitata dalla presenza di Lyle Lovett, e ci prepara ad un finale col botto, ad opera della squisita e messicaneggiante Gringo Pistolero e dello strepitoso medley in stile bluegrass The Outlaw Medley, in cui Michael mescola alla grande pezzi come Red Headed Stranger (Willie Nelson), Ladies Love Outlaws (Lee Clayton) ed un trittico di classici di Waylon Jennings (Bob Wills Is Still The King, Are You Sure Hank Done It This Way e Don’t You Think This Outlaw Bit Has Done Got Out Of Hand): due brani che da soli valgono gran parte del CD.

Con Austinology: Alleys Of Austin Michael Martin Murphey ci ha forse consegnato il suo capolavoro: sarebbe un vero peccato ignorarlo.

Marco Verdi

Una Piccola Preziosa “Appendice” Di Un Album Comunque Bello. Blackberry Smoke – The Southern Ground Sessions

blackberry smoke southern ground sessions

Blackberry Smoke – The Southern Ground Sessions – 3 Legged Records/Thirty Tigers/Earache Records

I Southern Ground Studios sono a Nashville, una ex chiesa trasformata nel 1968 in studio di registrazione da Fred Foster, il fondatore della Monument Records, e acquistati poi da Zac Brown nel 2012 per farne il proprio quartier generale, oltre che una bellissima location dove incidere della musica “diversa” da quella dei soliti noti della Nashville più commerciale. Tra coloro che vi hanno registrato in tempi recenti le Pistol Annies, ma anche i Blackberry Smoke hanno deciso di farci una capatina per realizzare un mini album, propedeutico all‘ultimo disco della band Find A Light, uscito la scorsa primavera https://discoclub.myblog.it/2018/05/27/il-nuovo-southern-rock-colpisce-ancora-anche-da-nashville-tennessee-blackberry-smoke-find-a-light/ , di cui Charlie Starr e compagni hanno deciso di rivisitare in chiave elettroacustica cinque brani, oltre ad una cover molto sentita, e con l’aiuto di alcuni ospiti scelti con cura. In aggiunta all’amico ed abituale compagno di avventura, il chitarrista e tecnico del suono Benji Shanks, troviamo Amanda Shires, al violino e voce e Oliver Wood dei Wood Brothers, voce e chitarra.

Questa dimensione sonora meno rock e più intima e raccolta, ma non per questo meno coinvolgente, rende ancora più giustizia alle canzoni del gruppo, già di per sé molto valide anche in versione elettrica: sono solo venticinque minuti ma non sempre la maggiore durata corrisponde ad una migliore qualità, come si percepisce sin dall’iniziale Run Away From It All, uno dei brani firmati da Starr con Keith Nelson, un pezzo che cresce in questa dimensione dove le chitarre acustiche e l’organo sono assoluti protagonisti, insieme alle voci dei protagonisti, di questa versione più agreste e bucolica della loro musica, che rimane sudista ma acquisisce un piglio quasi di maggiore bellezza e serenità. Eccellente in questo senso anche Medicate My MInd, dove l’aria da pigra e ciondolante jam session fra amici viene ancor più arricchita dal lavoro delicato delle tastiere di Brandon Still che sottolineano la bella voce di Starr, del tutto a suo agio anche questo ambito più folkeggiante. Quindi arriva Amanda Shires per duettare con Charlie in una deliziosa Let Me Down Easy, dai contorni decisamente tra country e bluegrass, grazie anche ad una resonator malandrina che impreziosisce insieme al violino della Shires quella che di per sé era comunque una bella canzone.

Best Seat In The House è più mossa e conferma questa diversa prospettiva rispetto al suono elettrico di Find A Light, con un gusto maggiore per i particolari e il solito interscambio vincente tra piano, organo e chitarre acustiche; la perla di questo dischetto è comunque una versione molto partecipe e ricca di spunti emozionali di You Got Lucky di Tom Petty, dove il classico riff iniziale di questa bellissima canzone, rallentata ad arte per trasformarla quasi in una ballata dolente e che ne accarezza la melodia, viene ripreso dal violino guizzante di Amanda Shires che si intreccia con il piano elettrico e l’organo di Still e con le chitarre acustiche arpeggiate, oltre ad un mandolino, nella intensa parte finale strumentale, per una rilettura “magica” di questa canzone magnifica che riluce anche negli intrecci vocali tra Starr e Amanda, con il commento finale “that was beautiful”, che non si può non condividere. La chiusura è affidata a Mother Mountain, che in questa diversa veste sonora sembra quasi una perduta traccia della epopea West Coast di CSNY con gli intrecci vocali di Starr e Oliver Wood, ancora una volta raffinati e di grande fascino, sopra il tappeto sonoro delle consuete vibranti chitarre acustiche, in questa canzone ancora più affascinanti che nel resto del disco.

CD breve ma veramente intenso e bellissimo.

Bruno Conti

Un “Fuorilegge” Dalla Florida, Tra Country E Southern. Rick Monroe – Smoke Out The Window

rick monroe smoke out the window

Rick Monroe – Smoke Out The Window – Thermal Entertainment CD

Rick Monroe è un countryman proveniente dalla Florida, ed è in giro da ormai un ventennio, una lunga gavetta durante la quale è rimasto fieramente indipendente ed è perciò ancora relativamente sconosciuto. In questo lungo periodo Rick non è mai stato fermo un attimo, ha vissuto in almeno una decina di stati degli USA, e ha girato il mondo sia aprendo i concerti di artisti blasonati (tra cui Dwight Yoakam, Charlie Daniels e la Marshall Tucker Band) che suonando in proprio, e toccando anche latitudini molto distanti come i paesi dell’Est europeo ed Estremo Oriente. Dal punto di vista discografico i suoi album si possono contare sulle dita di una mano, e nell’ultimo lustro si è fatto vivo solo con un paio di EP: Smoke Out The Window è quindi a tutti gli effetti il suo secondo full-length della decade, e ci mostra un artista che fa del sano country elettrico, decisamente imparentato col rock, dove le chitarre hanno la preponderanza ed i suoni languidi e radiofonici sono assolutamente banditi.

Rick ha anche la buona abitudine di scrivere le canzoni in prima persona, cosa che nel dorato mondo di Nashville è ormai una rarità, facendo in modo di avere un songbook più legato ad esperienze personali; i suoni sono asciutti e diretti, chitarra, basso, batteria e talvolta piano ed organo, con le influenze sudiste del nostro che spiccano chiare, mentre in certi momenti sembra invece di avere a che fare con un country-rocker texano. I pochi, e bravi, musicisti rispondono ai nomi di Fred Boekhorst (chitarra), Sam Persons (basso), JD Shuff (batteria, ed è anche il produttore del disco) e le tastiere sono equamente divise tra Chris James e Lee Turner. Good As Gone fa iniziare il CD in maniera potente, una rock song robusta, molto più southern che country, ritmica pressante e chitarre al fulmicotone, con ampie tracce di Lynyrd Skynyrd. Cocaine Cold & Whiskey Shakes è ancora vigorosa, l’attacco ricorda un po’ Whiskey River di Willie Nelson, ma l’approccio è più quello di Waylon (insomma, sempre in ambito Outlaws siamo), Smoke Out The Window è un tantino statica e fin troppo attendista, ma Nothing To Do With You è una country ballad gradevole e solare, il classico pezzo che cattura fin dalle prime note.

I’ll Try è una bella canzone, un fluido slow pianistico con umori southern soul, dotato di un ottimo refrain corale, Truth In The Story, dal ritmo spezzettato, ci fa piombare di botto a New Orleans, in zona Little Feat, tra slide, piano guizzante e sonorità grasse, la cadenzata Stomp, ancora tra rock e country, è elettrica e vibrante, ma anche già sentita. Molto bella la lenta Rage On, che ci proietta idealmente nei mitici Fame Studios in Alabama, merito di un organo evocativo, un caldo sax ed un motivo vagamente gospel (forse il brano migliore del disco), mentre This Side Of The Dirt è puro rockin’ country, solido, chitarristico e grintoso; chiudono il CD l’intensa October, rock ballad dal suono pieno ed ancora ottime parti di chitarra, e con l’acquarello acustico di Tempt Me, finale con la spina staccata ma che comunque non difetta di feeling.

Dopo una carriera nell’ombra non sarà certo Smoke Out The Window a dare la fama a Rick Monroe, ma la speranza è che almeno venga notato da un numero sempre maggiore di amanti del vero country di qualità.

Marco Verdi

Un Sentito Omaggio Al Vecchio “Fiddlin’ Man”! VV.AA. – Volunteer Jam XX: A Tribute To Charlie Daniels

volunteer jam xx

VV. AA. – Volunteer Jam XX: A Tribute To Charlie Daniels – Blackbird 2CD

Come probabilmente molti di voi sapranno, la Volunteer Jam è un mega-concerto patrocinato dalla Charlie Daniels Band che dal 1974 si tiene annualmente a Nashville, una sorta di celebrazione della musica del Sud e non solo, che nel tempo ha visto alternarsi sul palco gruppi e solisti del calibro di Allman Brothers Band, Marshall Tucker Band, Stevie Ray Vaughan, Emmylou Harris, Carl Perkins, Don Henley, Nitty Gritty Dirt Band e molti altri, oltre naturalmente ai padroni di casa. Proposta quasi ininterrottamente fino al 1987 (solo il 1976 fu saltato), questa festa si è poi svolta appena tre volte negli anni novanta, per poi riprendere con cadenza annuale solo nel 2014: quest’anno è stato particolarmente importante, prima di tutto perché si trattava del ventesimo anniversario, e poi perché è stato deciso di trasformare la serata in un tributo allo stesso Charlie Daniels ed ai suoi 81 anni (82 quando leggerete queste righe). Volunteer Jam XX è dunque il resoconto di questo show, un doppio CD (non c’è la parte video, almeno per ora) registrato il 7 Marzo di quest’anno alla Bridgestone Arena di Nashville, una bellissima serata in cui una lunga serie di musicisti rock e country hanno pagato il loro tributo al barbuto cantante e violinista, con alle spalle una house band strepitosa: Jamey Johnson, Audley Freed e Tom Bukovac alle chitarre, Don Was al basso, Chuck Leavell alle tastiere, Sam Bush a violino e mandolino e Nir Z (?) alla batteria, oltre alle McCrary Sisters ai cori.

L’unica cosa che non capisco è perché non sia stato pubblicato il concerto intero, che ci stava comodamente su due CD, ma “solo” 22 canzoni, lasciando fuori performance come quella di Johnson (Long Haired Country Boy) ed ignorando completamente la partecipazione di Alison Krauss. Quello che c’è comunque è più che soddisfacente, anche se non tutte le prestazioni sono allo stesso livello: le canzoni del songbook di Daniels occupano circa l’80% della serata, ma ci sono anche diversi altri brani ormai entrati nella leggenda della musica southern, tra cui più di un omaggio agli Allman. Apertura in perfetto stile southern country con la sanguigna Trudy, ad opera dei Blackberry Smoke, sempre di più una garanzia, seguita dagli Oak Ridge Boys in gran spolvero con una coinvolgente Brand New Star, tra gospel e mountain music, e da Brent Cobb (cugino di Dave) con una liquida Sweet Louisiana, che vede un formidabile Leavell al piano ed il resto del gruppo in tiro, con la slide di Freed a dominare. Sara Evans, gran voce e grinta da vendere, affronta la vibrante Evangeline con ottimo piglio, Justin Moore rifà la robusta southern ballad Simple Man, non male ma ci voleva uno con più personalità, mentre Chris Janson si cimenta con la nota (What This World Needs Is) A Few More Rednecks, e lo fa con un approccio alla Waylon Jennings, puro Outlaw country-rock.

Gli Steep Canyon Rangers sono molto bravi, e la loro Texas è un rockabilly-bluegrass decisamente coinvolgente (e suonato alla grande), ma Eddie Montgomery, metà del duo Montgomery Gentry (Troy Gentry è tragicamente scomparso lo scorso anno in un incidente aereo) è fondamentalmente un mediocre, e la sua My Town pure; per fortuna che arriva Lee Brice il quale, pur non essendo un fenomeno, rilascia una buona versione della famosa The Legend Of Wooley Swamp. Il primo CD si chiude con una sorpresa: Devon Allman e Duane Betts, figli di Gregg e Dickey (ed è un bene che i rapporti tra di loro siano migliori di quanto non fossero quelli tra i genitori) si cimentano con due classici dei rispettivi padri, una fluidissima Blue Sky ed una Midnight Rider emozionante, un doppio omaggio più che riuscito e direi toccante. Il secondo dischetto inizia con i Lynyrd Skynyrd e la loro immortale Sweet Home Alabama, che si prende uno dei maggiori boati da parte del pubblico (splendida versione tra l’altro), dopodiché abbiamo un doppio Travis Tritt con due suoi classici, Modern Day Bonnie And Clyde e It’s A Great Day To Be Alive: Travis è sempre stato uno bravo, ed anche in quella serata non delude, grande voce e grinta da vero southern rocker. Molto bene anche Chris Young con la trascinante Drinkin’ My Baby Goodbye, tra country e rock’n’roll, mentre l’esperto Ricky Scaggs alle prese con We Had It All One Time non brilla particolarmente, anche per un lieve eccesso di zucchero; poi arriva Billy Gibbons e stende tutti con una roboante La Grange, sempre una grande canzone (ed il carisma di Billy non lo scopriamo oggi).

Gli Alabama non mi sono mai piaciuti molto, troppo pop la loro proposta musicale, ma alle prese con il superclassico di Daniels The South’s Gonna Do It Again tirano fuori le unghie e ci regalano una delle prestazioni più convincenti del doppio, tra rock e swing (ed anche la loro Mountain Music non delude, pur restando un gradino sotto). E’ finalmente la volta del festeggiato (e della sua band), che sa ancora tenere il palco con sicurezza, prima con una formidabile Tennessee Fiddlin’ Man e poi con la leggendaria The Devil Went Down To Georgia. Il gran finale è ancora un omaggio agli Allman con One Way Out (un classico sia per Sonny Boy Williamson che per Elmore James, ma anche un evergreen per la band di Macon), lunga e maestosa versione con tutti sul palco in contemporanea, ed un assalto chitarristico da urlo da parte dei vari axemen presenti. Finalmente anche Charlie Daniels ha avuto il suo tributo, e per di più nel suo ambiente naturale: lo stage della Volunteer Jam.

Marco Verdi

Per Un Natale (Texano) Diverso! Rodney Crowell – Christmas Everywhere

rodney crowell christmas everywhere

Rodney Crowell – Christmas Everywhere – New West CD

Secondo album pubblicato nel 2018 per il texano Rodney Crowell, a pochi mesi di distanza dal disco di “auto-covers” Acoustic Classics https://discoclub.myblog.it/2018/08/07/unautocelebrazione-di-grande-classe-rodney-crowell-acoustic-classics/ , e primo lavoro a carattere natalizio della sua carriera. Ma Christmas Everywhere non è un disco stagionale come gli altri, in quanto Rodney ha scelto di non fare come fanno quasi tutti, cioè affidarsi in gran parte a classici assodati e tuttalpiù scrivere una o due canzoni nuove, ma ha deciso di registrare un lavoro composto al 100% da brani nuovi di zecca. Una scelta dunque piuttosto coraggiosa, Rodney poteva andare su sicuro e farci sentire le sue interpretazioni di brani come Jingle Bells, White Christmas, Away In A Manger, O Come All Ye Faithful e così via, ma ha scelto la via più tortuosa ma che forse sentiva di più nelle sue corde, anche perché per lui non è mai stato un problema scrivere canzoni. Christmas Everywhere è quindi un disco natalizio diverso, molto più personale di altri dello stesso genere, ma nello stesso tempo vario negli stili e divertente all’ascolto: Crowell d’altronde è un autore coi fiocchi, e sa come coniugare belle canzoni ed intrattenimento, e con questo lavoro riesce a garantire lo spirito natalizio e nel contempo ad offrire qualcosa di più a livello di testi, facendo in modo di rendere l’album ascoltabile senza problemi anche in altri periodi dell’anno.

Prodotto da Dan Knobler, il CD vede Rodney accompagnato da una lunga serie di ottimi musicisti, tra cui alcuni nomi noti come Vince Gill, i coniugi Kelly Willis e Bruce Robison, i chitarristi Richard Bennett (spesso con Mark Knopfler), John Jorgenson (Desert Rose Band, Elton John Band e Chris Hillman) ed Audley Freed (ex Black Crowes) ed i bassisti Dannis Crouch e Tommy Sims. Clement’s Lament introduce il disco, un breve antipasto cantato da Tanya Hancheroff e Kim Keyes con un quartetto d’archi alle spalle, mentre la vera partenza si ha con la pimpante title track, un western swing che sembra provenire da un padellone degli anni quaranta, in cui Crowell mostra di divertirsi non poco, Jorgenson rilascia un bellissimo assolo di chitarra acustica e Lera Lynn canta una strofa verso la fine su un tema completamente diverso, lento ed orchestrato, prima che Rodney riprenda in mano le redini per il gran finale. L’ironica When The Fat Guy Tries The Chimney On For Size è un pezzo ritmato e coinvolgente, con sonorità calde di stampo quasi southern, un ottimo assolo di sax ed un vago sapore funky; Christmas Makes Me Sad è una deliziosa e limpida country song, diretta, spedita e sempre con uno sguardo al passato, mentre Merry Christmas From An Empty Bed è una toccante ballata, sempre di stampo country, ancora con una leggera orchestrazione e con la seconda voce di Brennen Leigh, un brano di indubbia finezza.

Very Merry Christmas è un trascinante rock’n’roll con tanto di fiati, un pezzo che farebbe la felicità di Brian Setzer (uno che quando non sa che fare incide un disco natalizio), Christmas In Vidor, che vede la partecipazione sia vocale che in sede di scrittura di Mary Karr (poetessa americana che con Rodney aveva già condiviso il progetto Kin nel 2012), è una rock song potente e chitarristica, che si divide tra talkin’ e parti cantate, e con un testo che forse non è proprio adatto da mettere in sottofondo quando i bambini aprono i regali sotto l’albero. Con la saltellante Christmas For The Blues torniamo a rassicuranti atmosfere vintage country, un’altra canzone decisamente orecchiabile, mentre Come Christmas è una splendida e cristallina folk song, solo voce, chitarra e bouzouki ma un feeling incredibile: tra le più belle del CD. La mossa e divertente Let’s Skip Christmas This Year, altro brano sbarazzino dallo spirito rock’n’roll, e la lenta e melodica Christmas In New York, fulgido esempio del songwriting del nostro, chiudono più che positivamente il disco, anche se c’è ancora lo spazio per un breve divertissement intitolato All For Little Girls & Boys ed accreditato a Daddy Cool & The Yule, che altri non sono che Rodney con le sue tre figlie piccole.

Se, musicalmente parlando, volete un Natale diverso, questo album fa al caso vostro.

Marco Verdi

Le Classiche Due Braccia Rubate All’Agricoltura! Jason Aldean – Rearview Town

jason aldean rearview town

Jason Aldean – Rearview Town – Broken Bow/BMG CD

Jason Aldean da Macon, Georgia (la città elettiva degli Allman, ma come vedremo tra breve le somiglianze finiscono qui) è uno degli esponenti più popolari del più becero country prodotto a Nashville, una musica che in realtà è pop dozzinale, buono per chi il vero country non sa neanche cosa sia. Già il fatto che ognuno dei suoi album, quando proprio va male, si piazzi al secondo posto delle classifiche dovrebbe far riflettere, ma quando poi andiamo a scorrere la lista dei musicisti che partecipano a questo nuovo Rearview Town (prodotto come al solito da Michael Knox) e ne troviamo ben nove (!) ad occuparsi del “drum programming”, cioè la batteria elettronica, la puzza di bruciato si fa sentire ancora prima di mettere il CD nel lettore (state tranquilli, ci sono anche i sintetizzatori).

Rearview Town non sposta quindi di un millimetro l’opinione che avevo di Aldean, un musicista dallo scarso talento (per non dire nullo), che non è capace neanche di scriversi una canzone e che esegue una musica che a questo punto penso non si capisca neanche cosa sia. Suoni finti, canzoni fatte con lo stampo, zero feeling ed una produzione ridondante, una musica che dovrebbe essere etichettata come nociva alla salute. Dirt To Dust, che apre il disco, dovrebbe essere un country elettrico mischiato col rock, ma i suoni sono artefatti, ed il tutto suona troppo prodotto e per nulla spontaneo, ma ancora peggio va con la ballata che segue, Set It Off, che non è country ma pop della peggior specie, con un insieme di effetti vocali e strumentali che con la vera musica non c’entrano una mazza. Alla terza canzone, la pessima Girl Like You (un lento da mani nei capelli), mi sono già stufato, ma vado avanti per dovere di cronaca; You Make It Easy dovrebbe avere un sapore soul anni sessanta, ma suona poco spontanea, come se il primo a non crederci fosse proprio Aldean (e comunque è una delle meno peggio).

Gettin’ Warmed Up ha delle chitarre dure, un tiro discreto ma una produzione eccessiva, mentre invece la mossa Blacktop Gone, sostenuta nel ritmo e con un refrain orecchiabile, non è malaccio, ma forse è l’unica che si salva veramente. Speravo che la brava Miranda Lambert risollevasse le sorti del CD, ma Drowns The Whiskey, nonostante la presenza di una pedal steel, è una canzone insignificante https://www.youtube.com/watch?v=p9xYYSAo7UU , così come la title track, che ha un motivo già ascoltato mille volte. Il disco è pure lungo, ne mancano ancora ben sette, ma le uniche che meritano una citazione (e devo fare fatica a districarmi, Like You Were Mine è una delle canzoni più brutte sentite ultimamente https://www.youtube.com/watch?v=ZEXOwEQxKE4 ) sono gli slow Better At Being Who I Am e High Noon Neon, che hanno perlomeno due melodie sufficientemente gradevoli, anche se gli arrangiamenti fanno acqua da tutte le parti. E’ inutile che Jason Aldean si faccia fotografare con la chitarra in mano ed in pose da cowboy maledetto e tormentato: è un fantoccio, e la sua musica è un’offesa per il vero country.

Marco Verdi

Se 65.000 Persone Vi Paiono Poche… Aaron Watson – Live At The World’s Biggest Rodeo Show

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Aaron Watson – Live At The World’s Biggest Rodeo Show – Big Label CD

Aaron Watson, countryman texano purosangue, ci ha messo diversi anni per assaporare il successo. Titolare di una dozzina di album circa (ha esordito nel 1999), Aaron non è mai approdato ad una major, in quanto restio a scendere a compromessi per quanto riguarda il tipo di musica proposta, un country-rock decisamente robusto e chitarristico, tipico per un artista proveniente dal Lone Star State. La costanza ha pagato, in quanto il suo album del 2015, The Underdog, è inaspettatamente andato al numero uno (di tutti i lavori precedenti appena uno era brevemente entrato nella Top Ten), successo inatteso in quanto, come ho già avuto modo di accennare, Aaron lo ha ottenuto senza modificare di una virgola il suono. Vaquero, il bel disco uscito lo scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/02/24/il-vero-erede-di-chris-ledoux-aaron-watson-vaquero/ , ha quasi bissato il risultato del precedente (si è fermato al secondo posto), e comunque ha contribuito a consolidare il nome di Watson presso gli abituali consumatori di country music.

Era quindi il momento propizio per pubblicare un disco dal vivo, cosa che è puntualmente avvenuta con questo Live At The World’s Biggest Rodeo Show, che come suggerisce il titolo è stato registrato lo scorso anno al Houston Livestock Show And Rodeo, la maggior competizione di rodeo del mondo, di fronte a ben 65.000 persone. E si tratta di un live vibrante, elettrico, da parte di un artista onesto e sincero, che forse non sarà mai sullo stesso piano dei grandi ma fa dell’ottima country music, supportato da una solida band e da un songwriting di buon livello. Musica coinvolgente, non compromessa con il suono di Nashville, che trova sul palco la sua valorizzazione naturale: aggiungiamo il fatto che Aaron si esibisce praticamente in casa (anche se Amarillo, città natale di Watson, dista quasi mille chilometri da Houston, ma sempre Texas è) ed il gioco è fatto. Ci sono tre canzoni prese da Vaquero: l’iniziale These Old Boots Have Roots, un rockin’ country dal ritmo galoppante che rende il pubblico già partecipe al massimo, con la ciliegina di un breve ma ficcante assolo di violino, alla Charlie Daniels, Outta Style, travolgente sin dalle prime note (ad oggi è il suo singolo più venduto), e They Don’t Make ‘em Like They Used To, che completa il trittico con una cowboy song elettrica e dal buon crescendo.

Freight Train è un bluegrass-rock dal ritmo forsennato, ritmo che non accenna a calare (anzi, aumenta) neanche nella successiva Real Good Time, puro country suonato con grinta ed energia da rock band; Raise Your Bottle è un robusto pezzo che Aaron dedica al padre, invalido di guerra (del Vietnam), mentre That’s Why God Loves Cowboys è la prima ballata, che però mantiene il mood elettrico. That Look è orecchiabile e “piaciona”, ed è in contrasto con l’acustica e tenue Bluebonnets, che Watson dedica alla nonna scomparsa due mesi prima; la limpida Fence Post, country-folk elettroacustico, alterna talkin’ a parti cantate, Wildfire è di nuovo chitarristica e dall’approccio rock, con un ritornello diretto e gradevole, Getaway Truck mantiene alta la temperatura, ed è una delle più acclamate. Il concerto termina con la toccante July In Cheyenne, tra le più belle del CD, ma c’è spazio ancora per un pezzo nuovo registrato in studio, Higher Ground, uno slow intenso e suonato in maniera rilassata, che chiude con una nota malinconica un CD all’insegna di ritmo ed energia.

Marco Verdi

*NDB E per la serie battere il ferro finché è caldo in questi giorni è in uscita anche un CD natalizio An Aaron Watson Family Christmas, con tutta la famiglia coinvolta nelle regsitrazioni.

Ma Anderson East Ha Un Fratello Gemello? Sam Lewis – Loversity

sam lewis loversity

Sam Lewis – Loversity – Sam Lewis CD

Sam Lewis è l’esempio vivente di come si possa vivere a Nashville e nello stesso tempo fare una musica non direttamente influenzata dall’ambiente che ti circonda. Spostatosi nel 2009 da Knoxville alla Music City del Tennessee in cerca di maggiori opportunità, Lewis ha inciso due album (più uno pre-Nashville, oggi introvabile), dei quali Waiting On You del 2015 si è fatto notare da più parti per la solidità del songwriting e per la sua miscela di influenze, che andavano dal country al soul. Ora esce il suo nuovo lavoro (in effetti è uscito maggio), dal titolo di Loversity, e Sam lascia da parte qualsiasi elemento di matrice roots e country, per proporci una stimolante miscela di soul ed errebi, con reminiscenze dei classici del genere, una serie di canzoni scritte benissimo e suonate ancora meglio da un manipolo di nashvilliani doc (Kenny Vaughan e Dan Cohen alle chitarre, Matt Coker  al piano ed organo, JT Cure al basso, Derek Mixon alla batteria, più una piccola sezione fiati), con la produzione di Brandon Bell.

Ed il disco è una vera sorpresa, uno scintillante album di vero blue-eyed soul, con Sam che dimostra di avere una bella voce “nera” ed un senso della melodia non comune: il genere è molto vicino a quello di Anderson East, e se Delilah è comunque di un livello superiore, Loversity non vale certo meno di Encore. Che Nashville sia solo la città dove il nostro risiede lo capiamo già da When Come The Morning, un limpido e gradevole esempio di puro white soul: bella voce, accompagnamento caldo a base di chitarre, piano elettrico e organo ed un’ottima melodia. Con Natural Disaster (una delle due cover del CD, è di Loudon Wainwright) il disco cambia leggermente registro, in quanto ci troviamo di fronte ad una vibrante rock song elettrica, dal bellissimo e prolungato intro di chitarra elettrica alla Neil Young, ma quando Sam inizia a cantare ci si sposta ancora verso il soul, merito anche della sua voce annerita (ma le chitarre continuano a ricamare sullo sfondo).

Great Ideas, introdotta da una bella slide, è uno splendido e solare errebi, davvero sorprendente in quanto sembra Johnny Rivers che canta un brano di Dan Penn: da godere dalla prima all’ultima nota; la title track è un altro pezzo a metà tra rock e soul, colorato da una sezione fiati, un coro femminile che dona un tocco gospel ed ancora un ottimo lavoro chitarristico, bellissima anche questa (sembra uscita da un vinile targato Atlantic dei primi anni settanta).Do It ha un leggero sapore funky, che la rende godibile ed immediata, ma Accidental Harmony (un brano del songwriter John Mann) è strepitosa, e non ho paura di venire deriso se dico che per un attimo mi è sembrato di sentire un inedito del grande Sam Cooke, con un motivo splendido e cantato magnificamente; deliziosa pure Talk About It, perfetta soul song dalla melodia diretta, suonata con grande classe.

Everything’s Going To Be Different mantiene lo stesso stile con un approccio più laidback, e gli strumenti ricamano con bravura dando un sapore squisitamente vintage. Some People è uno slow pieno d’anima, caldo ed intenso (sembra uscita dai FAME Studios), The Only One ha elementi blues al suo interno ed ottime parti di chitarra, Everything (Isn’t Everything) è fluida, distesa, e sembra provenire ancora dal passato. Il CD, un’ora di durata, volge al termine, ma c’è ancora tempo per One And The Same, puro soul, neanche tanto blue-eyed, la sensuale Living Easy, ennesimo pezzo dalla linea melodica deliziosa, per finire con la lunga (sette minuti) Little Too Much, altra canzone che mostra una classe sopraffina https://www.youtube.com/watch?v=WOqPRu3Hxr4 , e che conclude al meglio un disco splendido e stupefacente.

Marco Verdi

Il Ragazzo Sta Crescendo In Maniera Esponenziale! Colter Wall – Songs Of The Plains

colter wall songs of the plains

Colter Wall – Songs Of The Plains – Young Mary/Thirty Tigers CD

Una della più belle sorprese dello scorso anno è stato senza dubbio l’esordio omonimo di Colter Wall https://discoclub.myblog.it/2017/05/20/un-quasi-veterano-ed-un-quasi-esordiente-con-la-regia-di-dave-cobb-che-bravi-entrambi-chris-stapleton-from-a-room-vol-1colter-wall-colter-wall/  (che vero esordio non era, dato che c’era già un EP, Immaginary Appalachia, in seguito prontamente ristampato), giovanissimo songwriter canadese che aveva impressionato per la sua bravura e la sua sicurezza nello scrivere ed eseguire brani di assoluto spessore, una serie di western songs purissime come si usava fare più di cinquant’anni fa, in più cantate con una voce baritonale incredibile per uno poco più che ventenne (è del giugno del 1995), paragonata da molti a quella di Johnny Cash (io la vedo più somigliante a quella di Dave Alvin e, più alla lontana, di Peter LaFarge). Ora Colter bissa quel disco fulminante con Songs Of The Plains, un lavoro a mio parere ancora più riuscito, con una consapevolezza perfino maggiore del ragazzo nei suoi mezzi, ed una serie di canzoni splendide che, pur essendo nuove di zecca (tranne quattro), hanno il sapore di racconti western con più di mezzo secolo sulle spalle.

Già il titolo e la copertina rimandano questa volta sì a Cash, ed ai primi album dell’Uomo in Nero, veri e propri concept dedicati di volta in volta al West, ai treni, agli Indiani d’America, ecc. La produzione, così come nel disco precedente, è nelle mani del Re Mida Dave Cobb, che porta in studio con sé un numero limitato ma selezionato di musicisti: Chris Powell alla batteria, Jason Simpson al basso, Lloyd Green alla steel (bravissimo) ed il partner musicale di una vita di Willie Nelson, cioè Mickey Rapahael, ovviamente all’armonica. Ma il modo di produrre di Cobb è leggermente cambiato rispetto a Colter Wall, che era più basato sulla voce e chitarra del leader e poco altro, mentre qui c’è più spazio per gli altri strumenti (sebbene sempre dosati al millimetro), ed in un paio di casi ci sono anche delle code strumentali ed interscambi tra i vari musicisti che nel disco dell’anno scorso erano completamente assenti. Il resto lo fa Colter con la sua voce, la sua chitarra e, soprattutto, le sue canzoni: sei scritte da lui, due traditionals e due cover di brani abbastanza oscuri. L’album inizia alla grande con la splendida Plain To See Plainsman, chitarra acustica, armonica in lontananza, voce formidabile ed una melodia che profuma di tradizione al 100%: a poco a poco, quasi non ci si accorge, entrano in punta di piedi anche gli altri strumenti, una differenza sostanziale con il disco del 2017. Molto bella anche Saskatchewan In 1881, dedicata da Wall alla sua regione d’origine, una folk song pura e cristallina con voce in primo piano, chitarra, una percussione accennata e l’armonica di Raphael: sembra di tornare indietro di più di 50 anni, quando il folk revival dettava legge in America (qui però manca del tutto la componente politica).

La breve John Beyers (Camaro Song) vede una steel ricamare languida sullo sfondo, e per il resto abbiamo solo Colter e la sua chitarra, ma intensità e feeling non vengono meno; Wild Dogs è un brano semisconosciuto di Billy Don Burns, ed è una canzone straordinaria, lenta, drammatica, densa e piena di pathos, di nuovo con una splendida steel alle spalle: negli ultimi due minuti entra il resto della band, il ritmo sale ed assistiamo ad una favolosa jam elettroacustica, da brividi. Calgary Round-Up, del poco noto singing cowboy canadese Wilf Carter, è puro country, un honky-tonk (senza pianoforte) gustoso e diretto, dal solito delizioso sapore vintage, con tanto di yodel finale, Night Herding Song è un pezzo tradizionale eseguito quasi a cappella (la chitarra viene solo sfiorata un paio di volte), Wild Bill Hickok, bellissima anche questa, è un racconto tra folk e western, con appena un basso a dettare il ritmo al nostro (e devo dire che Colter non è male neanche come chitarrista), mentre la limpida The Trains Are Gone vede il ritorno di Raphael alle spalle del nostro: puro folk d’altri tempi. Thinkin’ On A Woman è un country tune asciutto e diretto, reso più morbido dall’uso della steel ed ancora dal feeling enorme, Manitoba Man è di nuovo intensa e drammatica, e vede Colter in perfetta solitudine; il CD si chiude con un altro traditional, Tying Knots In The Devil’s Tail, che è anche il pezzo più strumentato: infatti troviamo anche Cobb alla seconda chitarra e la partecipazione vocale di Corb Lund e Blake Berglund, ed il brano è quello che più di tutti ricorda Cash, essendo una scintillante e spedita country song con tanto di boom-chicka-boom.

Altro gran disco per Colter Wall, uno che se continuerà a crescere in questo modo non so dove potrà arrivare.

Marco Verdi

Greetings From Texas: Uno Splendido Tesoro Ritrovato! Joe Ely – Full Circle: The Lubbock Tapes

joe ely lubbock tapes

Joe Ely – Full Circle: The Lubbock Tapes – Rack’ em CD

Joe Ely, tra i maggiori singer-songwriters texani di sempre, quest’anno ha voluto fare un regalo ai suoi fans, pubblicando questo Full Circle: The Lubbock Tapes, che raccoglie quindici canzoni incise tra il 1974 ed il 1978 e mai pubblicate finora, almeno in questa veste, e registrate ai Caldwell Studios di Lubbock. Nel 1974 Joe cercava un contratto discografico, in quanto era finita l’avventura dei Flatlanders con Jimmie Dale Gilmore e Butch Hancock (almeno fino all’inattesa e più proficua reunion dei primi anni duemila) e si trovava ad esibirsi da solo in diverse coffee houses texane. Fu così che formò una band con il già grandissimo Lloyd Maines alla chitarra e steel, Greg Wright al basso e Steve Keeton alla batteria, ed incise alcuni demo che finiranno nelle mani del già leggendario Jerry Jeff Walker, il quale a sua volta li porterà alla MCA, che si convincerà della bontà di quelle canzoni e farà esordire Ely tre anni dopo con l’album omonimo. I pezzi del 1978 invece sono delle prime versioni di brani che finiranno poi su Down On The Drag, terzo album di Joe, e vedono alla band di cui sopra aggiungersi Ponty Bone alla fisarmonica e Jesse Taylor alla chitarra elettrica, che condividerà negli anni un lungo cammino con il nostro.

Il Joe Ely dei primi quattro dischi è ancora oggi da molti considerato il migliore di sempre, ed in questo Full Circle abbiamo la possibilità di assaporare alcune tra le più belle canzoni finite su quei lavori (Joe Ely, Honky Tonk Masquerade, Down On The Drag e Musta Notta Gotta Lotta), per di più incise in maniera davvero spettacolare, quasi come se si trattasse di un CD registrato un mese fa (anche perché ancora oggi Joe ha una voce parecchio giovanile). Un disco quindi imperdibile per i fans di Ely ma anche per quelli della buona musica in generale, anche se la quasi totalità delle canzoni era già nota in versioni diverse: queste però non suonano assolutamente come dei demo, anzi mi azzarderei a dire che sarebbero potute andar bene anche così. Una chicca è certamente la bellissima Windmills And Watertanks, brano di Butch Hancock che apre il CD e che Joe non aveva mai pubblicato prima, uno scintillante honky-tonk con un grande Maines alla steel. All’epoca il nostro si affidava spesso ai pezzi dell’amico Butch, e qui ne abbiamo altri cinque: lo scatenato rockabilly texano Road Hawg, gran ritmo e Maines al solito strepitoso, Standin’ At A Big Hotel, altra honky-tonk song di notevole spessore, le splendide Fools Fall In Love e If You Were A Bluebird, due delle più belle canzoni di Hancock e tra le migliori del periodo (almeno in Texas), per finire con la mossa e coinvolgente Down On The Drag, con la fisa di Bone in evidenza.

Anche Joe però era già un songwriter coi fiocchi, e lo dimostrano l’ariosa e limpida Because Of The Wind, che diventerà uno dei suoi classici, con quel Mexican touch che lo accompagnerà per tutta la carriera, e la trascinante Gambler’s Bride, una western tune cantata e suonata alla grande. Non sono certo da meno la languida I’ll Be Your Fool e la guizzante All My Love, due country songs dal sapore antico, il rock’n’roll da bar texano I Had My Hopes Up High, qui molto più country che nella versione che aprirà il primo album di Joe, o la swingata e divertente Joe’s Cryin’ Schottiche, altro brano che ascoltiamo qui per la prima volta. E poi c’è BBQ & Foam, che è scritta dal sassofonista Ed Vizard ma è sempre stata legata a doppio filo a Joe, una straordinaria ed intensa country ballad, piena di pathos e con una melodia di prim’ordine. Forse questo CD non lo troverete nel negozio sotto casa (ammesso che di negozi così ce ne siano ancora molti), ma credetemi se vi dico che vale la pena sbattersi un po’ per cercarlo.

Marco Verdi