Anche Meglio Dell’Album Precedente! Tyler Childers – Country Squire

tyler childers counrty squire

Tyler Childers – Country Squire – RCA/Sony CD

Tyler Childers, giovane musicista originario del Kentucky, è uno dei più fulgidi talenti venuti fuori negli ultimi anni in ambito Americana. Indicato da Colter Wall come suo artista preferito, Tyler (che aveva alle spalle un poco fortunato album d’esordio uscito nel 2011, Bottles And Bibles) aveva risposto agli elogi pubblicando l’ottimo Purgatory, validissimo lavoro di moderno country d’autore https://discoclub.myblog.it/2017/09/04/eccone-un-altro-bravo-questa-volta-dal-kentucky-e-lo-manda-sturgill-simpson-tyler-childers-purgatory/  prodotto da Sturgill Simpson (*NDB Anche se l’ultimo album di Simpson, di cui leggerete prossimamente, è secondo me uno dei dischi più brutti degli ultimi anni, uomo avvisato!)  e David Ferguson, un disco che aveva fatto notare il nostro in giro per l’America facendolo entrare anche nella Top 20 country. E siccome squadra vincente non si cambia, Tyler ha ora bissato quel disco con Country Squire, album nel quale il ragazzo si fa ancora aiutare da Simpson e Ferguson e che mentre scrivo queste righe è già arrivato al numero uno della classifica country ed al dodicesimo posto della hit parade generale di Billboard.

Childers però non ha cambiato una virgola del suo suono per entrare in classifica, ma ha proseguito il discorso intrapreso con Purgatory (copertina orrenda compresa, forse bisognerebbe consigliargli un buon grafico): musica al 100% country, con elementi rock, folk e bluegrass nel suono ed una facilità incredibile nello scrivere canzoni belle ed orecchiabili ma non banali. Ed a mio parere Country Squire è ancora meglio del già positivo Purgatory, con il suo country moderno ma con più di un occhio al passato: merito innanzitutto della bellezza delle canzoni, ma anche del lavoro in consolle dei due produttori che hanno messo a disposizione una serie di musicisti dal pedigree notevole, gente del calibro di Stuart Duncan al violino e mandolino, Russ Pahl alle chitarre e steel, David Roe al basso e Bobby Wood alle tastiere. Nove canzoni per 35 minuti di musica e non un secondo da buttare (anzi, non mi sarei di certo offeso con una decina di minuti in più). L’inizio del CD, ad opera della title track, è splendido: una limpida e spedita country song di stampo classico e con un motivo di presa immediata, voce adeguata ed un antico sapore di Bakersfield Sound, con apprezzabili interventi di violino, piano e steel.

Bus Route, pur rimanendo in ambito country, è più attendista e presenta cromosomi sudisti: strumentazione acustica e gran lavoro di violino; Creeker è una delicata ballata quasi texana nel suo incedere, dallo sviluppo fluido ed una linea melodica intrigante, mentre Gemini è una deliziosa e saltellante country tune che ha il sapore antico dei brani di Hank Williams, anche se l’arrangiamento è attuale e non manca la chitarra elettrica. Con House Fire siamo in ambito bluegrass, un brano suonato con perizia degna di consumati pickers ed un alone tradizionale, anche se dopo poco più di un minuto la canzone si elettrifica spostandosi decisamente al Sud; Ever Lovin’ Hand è puro country d’altri tempi, ancora con elementi californiani nel suono (la vedrei bene rifatta da Dwight Yoakam), Peace Of Mind riporta invece il disco in Texas, per una sorta di valzerone davvero godibile e ben eseguito. L’album si chiude con All Your’n, bellissima ballad pianistica in puro stile country-got-soul, dal suono caldo e con un motivo ad ampio respiro (tra le più belle del CD), e con Matthew, slow song acustica con ottimi intrecci sonori tra chitarre, mandolino, violino e banjo.

Con Country Squire non solo Tyler Childers ha migliorato la sua proposta musicale, ma da artista promettente si è trasformato in nome su cui contare quasi a scatola chiusa.

Marco Verdi

Un Countryman Di Talento Con Nobili Discendenze! Charley Crockett – The Valley

charley crockett the valley

Charley Crockett – The Valley – Son Of Davy/Thirty Tigers CD

Charley Crockett (che, ci crediate o no, è un discendente del leggendario Davy Crockett) è un musicista di stampo country-folk-Americana che, nonostante abbia esordito solo nel 2015, ha un passato piuttosto impegnativo. Nato e cresciuto in Texas, Charley ha vissuto a lungo anche a New Orleans e New York e perfino in Francia e Marocco, dove ha occasionalmente intrapreso la carriera di busker esibendosi per le strade. Ha avuto anche problemi con la giustizia, essendo stato arrestato una volta per possesso di cannabis ed una seconda addirittura con l’accusa di frode assicurativa (ma poi è stato giudicato in buona fede, mentre invece il fratello si è beccato sette anni); a metà della corrente decade Crockett ha finalmente deciso di venire a patti con la sua vita e ha iniziato a pubblicare dischi, tre a suo nome e due come Lil G.L. (una sorta di alter ego, come Luke The Drifter lo era per Hank Williams, due album di cover di brani perlopiù blues).

A Gennaio di quest’anno, tanto per non farsi mancare niente, Charley ha sostenuto un intervento chirurgico a cuore aperto (con esiti fortunatamente positivi), ma solo pochi giorni prima aveva fatto in tempo ad ultimare le registrazioni di The Valley, il suo nuovo lavoro in uscita in questi giorni, un album di vero country d’autore, con testi spesso autobiografici e musiche che si ispirano ai grandi del genere. Crockett è bravo, ha talento e sa metterlo al servizio della sua musica: The Valley è egregiamente bilanciato tra antico e moderno, è ben suonato (ho in mano un CD promo senza i nomi dei musicisti) ed è completato da una serie di cover rivelatrici del fatto che il nostro ha le influenze giuste. Puro country quindi, godibile e diretto, che non strizza l’occhio al sound nashvilliano ma rimane autentico dalla prima all’ultima canzone. Borrowed Time apre il CD, ed è una limpida country song che sembra presa pari pari da un vecchio padellone degli anni cinquanta, melodia diretta e strumentazione vintage, un avvio intrigante. Con la title track non ci spostiamo molto in avanti, per un languido brano che ha il sapore degli esordi di Merle Haggard, con una bella steel ed un chitarrone twang; la frenetica 5 More Miles è più moderna ed elettrica pur restando in ambito country.

Big Gold Mine è invece un gustoso western swing di quelli che si suonavano una volta nelle feste texane di paese, mentre 10.000 Acres è un godibilissimo honky-tonk che più classico non si può. Decisamente riuscita anche The Way I’m Livin’, puro country con sentori di Bakersfield Sound, brano che precede If Not The Fool, un lentaccio anni sessanta di quelli che piacciono tanto a Raul Malo. Maybelle è di nuovo swingata e dal sapore antico, River Of Sorrow ha la struttura di un country-gospel alla Will The Circle Be Unbroken ed un pregevole intervento di sax, mentre Change Yo’ Mind è ancora honky-tonk al 100%. Abbiamo detto delle cover: 7 Come 11 è l’unica contemporanea (una canzone del countryman Vincent Neil Emerson) ma fatica ad emergere, la bella Excuse Me di Buck Owens è decisamente rispettosa dell’originale, It’s Nothing To Me (Leon Payne) diventa una ballatona country & western, la celeberrima 9 Pound Hammer (portata al successo da Merle Travis) per sola voce e banjo ha il sapore di una autentica folk song dell’anteguerra, e Motel Time Again, di Bobby Bare, è rifatta in maniera molto aderente alla versione di Johnny Paycheck. 

C’è ancora spazio in America per chi fa del vero country, e The Valley lo dimostra in maniera chiara e netta.

Marco Verdi

Ottimo Rock Sudista Con Forti Venature Country, In Europa Esce Il 18 Ottobre. Whiskey Myers – Whiskey Myers

whiskey myers whiskey myers

Whiskey Myers – Whiskey Myers – Wiggy Thump/Spinefarm/Universal

Sono in sei, a seconda delle biografie il nucleo iniziale della band, formato da Cody Cannon, Cody Tate e John Jeffers viene della piccola cittadina di Elkhart, Texas, ma secondo altre bio nascono a Palestine, prima si facevano chiamare Lucky Southern, nome presto cambiato in Whiskey Myers: barbe e capelli lunghi, ma non per tutti, idem per i cappelloni tipicamente sudisti, sono in pista con questa denominazione dal 2007, il primo album è del 2008, ma il successo e la “fama” sono arrivati con i tre successivi, gli ottimi Firewater, Early Morning Shales e Mud, gli ultimi due entrambi prodotti da Dave Cobb https://discoclub.myblog.it/2014/02/18/vero-southern-rock-whiskey-myers-early-morning-shakes/ . Per l’occasione di questo quinto omonimo disco hanno deciso di fare in proprio e si sono ritirati per una ventina di giorni al Sonic Ranch Studio di El Paso, dove autoproducendosi hanno registrato le 14 nuove canzoni , firmate da loro stessi, ma con aiuti qui e là, tra gli altri, da parte di Ray Wylie Hubbard, Adam Hood e Brent Cobb. Nel frattempo, nel 2018, hanno partecipato anche a quattro episodi della serie televisiva di Kevin Costner Yellowstone,cosa che ha fatto sì che tutti i loro quattro album siano arrivati nella Top 10 delle classifiche country di iTunes https://www.youtube.com/watch?v=fVKIe9hodr4 . Quindi, per chi non li conoscesse, fanno country?

Non proprio, o non solo, direi che sono tra i migliori rappresentanti del nuovo southern rock, insieme ai più “raffinati” (si fa per dire) Blackberry Smoke. Non a caso il loro brano più celebre, e forse migliore, si chiama Ballad Of A Southern Man https://www.youtube.com/watch?v=Gj7Zft8aiRc , un pezzo che ha più di un rimando a Simple Man dei Lynryrd Skynyrd, ma tra le altre influenze, citate più volte, a fianco di Hank Williams Jr. e Waylorn Jennings,  ci sono anche Led Zeppelin e Allman Brothers, e probabilmente Neil Young, visto che negli encore dei loro infuocati concerti spesso suonano una gagliarda Rockin’ In The Free World. La formula è quella classica: due chitarre, Jeffers, con maggiori tocchi blues e Tate, più duro, dal 2016 anche la doppia batteria, e un buon bassista come Jamey Gleaves, arrivato nel 2017. L’iniziale Die Rockin’, composta dal bravissimo cantante Cody Cannon, dalla voce roca e vissuta,  con l’aiuto di Hubbard, è un tipico esempio del loro stile, un brano rabbioso a tutto riff, dove le chitarre sono taglienti, il ritmo è incalzante, c’è anche qualche elemento gospel  con le voci delle McCrary Sisters, e nel finale le soliste portano a casa il risultato; Mona Lisa del solo Cannon è sempre gagliarda anziché no, molto boogie e poco country, sempre con la chitarra pronte a scattare, anche in modalità slide, insomma si, per ora si fanno pochi prigionieri.

Ma  se serve Jeffers passa alla lap steel, viene aggiunto qualche tocco di chitarra acustica, anche una armonica che porta ricordi dylaniani, e le influenze country della bellissima Rolling Stone, scritta con Adam Hood, sono servite https://www.youtube.com/watch?v=r3uD7OSJkgA , a seguire, di nuovo con bottleneck insinuante e ritmi feroci,  arriva la strana e cadenzata Bitch, scritta da Jeffers che imperversa con la sua chitarra. Gasoline, nuovamente del solo Cannon, ha ancora un suono decisamente duro e dai timbri quasi hard rock, anche se sembra più scontata, però l’assolo di wah-wah è cattivo il giusto, mentre, nella giusta alternanza, Bury My Bones, scritta da Jeffers con il countryman dell’Oklahoma  TJ McFarland è una bella e malinconica hard Ballad alla Lynyrd Skynyrd sul tema “Casa dolce casa”, con uso mandolino e steel https://www.youtube.com/watch?v=ZScyBxjpnzQ . Poi c’è la bluesata e distorta Glitter And Gold del ritmo scandito, Houston Country Boy che sembra un brano uscito da qualche album country-rock dell’era dorata anni ‘70, tutto pedal steel e belle armonie vocali.

Sempre nell’ambito dei brani più raffinati e rifiniti anche l’eccellente mid-tempo della deliziosa Little More Money, cantata con autorevolezza da Cannon, ben sostenuto dalle McCrary e dal lavoro di raccordo delle chitarre e molto bella anche California To Caroline, dall’incedere elegante, Kentucky Gold, più vibrante e tipicamente sudista, ancora con le McCray che ci mettono del loro. Running, scritta con Brent Cobb,  è un altro piccolo gioiellino elettroacustico, lasciando al blues-rock con armonica di Hammer ed alla dolce ed insinuante ballata Bad Weather, un pezzo quasi alla Eagles del primo periodo, avvolgente e squisita nel suo dipanarsi, con grande crescendo chitarristico finale, il compito di chiudere in gloria un album che si lascia soprattutto apprezzare per la varietà dei temi musicali affrontati.

Bruno Conti

Ecco Un Altro Che Migliora Disco Dopo Disco! Drew Holcomb & The Neighbors – Dragons

drew holcomb neighbors

Drew Holcomb & The Neighbors – Dragons – Magnolia/Thirty Tigers CD

A poco più di due anni dall’ottimo Souvenir https://discoclub.myblog.it/2017/03/30/saluti-da-nashville-il-meglio-nel-genere-americana-drew-holcomb-the-neighbors-souvenir/ , si rifà vivo con un lavoro nuovo di zecca Drew Holcomb, musicista originario di Memphis ma trapiantato a Nashville da diversi anni. Prolifico come pochi (Dragons è il suo tredicesimo album dal 2005 ad oggi, includendo però anche i live ed un paio di CD natalizi), Holcomb è un cantautore classico che fonde in maniera mirabile rock, country e Americana, ed è dotato di una facilità di scrittura che lo porta a costruire dischi pieni di canzoni belle e dirette, di quelle che piacciono al primo ascolto e che in maniera ciclica viene voglia di rimettere nel lettore (scusate se faccio riferimento a queste arcaiche azioni di fruizione della musica, è già tanto che non abbia detto “viene voglia di rimettere sul piatto del giradischi”).

Dragons vede il barbuto songwriter all’opera in dieci nuovi brani per una durata complessiva di 34 minuti, accompagnato come sempre dai fedeli Neighbors (Nathan Dugger, chitarre, piano, steel, tastiere ed quant’altro, Rich Brinsfield, basso, e Will Sayles, batteria, mentre Cason Cooley produce il disco e funge da membro aggiunto suonando il piano ed altre cosucce) e con l’aggiunta di qualche ospite perlopiù femminile che vedremo illustrando le canzoni. E l’album è davvero bellissimo, piacevole e ben fatto, un lavoro che conferma il talento compositivo di Drew e si pone sin dal primo ascolto come il suo lavoro più riuscito (almeno secondo il mio parere), a partire dall’iniziale Family, un pezzo allegro, gioioso e profondamente coinvolgente, uno sorta di folk-rock elettrificato e corale dal train sonoro irresistibile. End Of The World è una rock ballad ad ampio respiro, arrangiata in modo arioso e potente, cantata benissimo e caratterizzata da un motivo fluido e diretto, ancora influenzato dal folk (lo stile è simile a quello dei Lumineers, ma a livello compositivo siamo su un altro pianeta); But I’ll Never Forget The Way You Make Me Feel è il primo di cinque brani consecutivi con ospiti, nella fattispecie la moglie di Drew, Ellie Holcomb, per una deliziosa canzone dal tempo cadenzato e con un luccicante pianoforte alle spalle, il tutto suonato e cantato con estrema finezza: splendida.

La title track è un sontuoso slow di chiara matrice country, una melodia bellissima (ricorda un po’ Paradise di John Prine) ed un arrangiamento semplice basato su chitarra, piano e sulla partecipazione vocale dei Lone Bellow al completo (ed il pezzo è scritto insieme al leader del trio di Brooklyn Zach Williams): una delle più belle canzoni da me sentite ultimamente, e non esagero. See The World vede il ritorno di Ellie per un altro brano dallo sviluppo disteso e rilassato, con un songwriting classico che si rifà direttamente agli anni settanta ed un bell’assolo chitarristico, mentre You Want What You Can’t Have, in cui la partecipazione vocale è di Lori McKenna, è l’ennesima canzone splendida, una ballatona country-rock vibrante e dal ritmo acceso. In Maybe Drew viene raggiunto dalla brava Natalie Hemby (che con Brandi Carlile, Amanda Shires e Maren Morris ha appena pubblicato l’album d’esordio delle Highwomen, altro gran disco tra l’altro), la quale è anche co-autrice del brano, una rock song lenta ma dall’emozionante crescendo elettrico, mentre Make It Look So Easy ripresenta di nuovo Holcomb in compagnia esclusiva dei suoi “Vicini Di Casa”, per un pezzo dal ritmo sostenuto e contraddistinto dalla solita melodia vincente, puro rock chitarristico con ottimo assolo di Dugger.

Il CD termina con You Never Leave My Heart, toccante ballata pianistica dal pathos notevole, e con Bittersweet, unico pezzo del disco con sonorità moderne e leggermente “sintetizzate”, che però non va ad inficiare la qualità complessiva di un album che potremmo anche ritrovare nelle classifiche di fine anno.

Marco Verdi

Ristampa Di Un Piccolo (E Sconosciuto) Gioiello Dal Canada. Zachary Lucky – The Ballad Of Losing You

zachary lucky the ballad of losing you

Zachary Lucky – The Ballad Of Losing You – Nordvis CD

L’ottimo successo di critica ottenuto da Colter Wall ha messo sotto i riflettori anche il Saskatchewan, regione del Canada dalla quale proviene il giovane songwriter. Dalla stessa zona (per l’esattezza da Saskatoon, la città più estesa della regione) ha origine anche Zachary Lucky, altro autore poco conosciuto che però a differenza di Wall ha già quattro album e tre EP alle spalle, avendo iniziato ad incidere nel 2008. Nipote d’arte (il nonno era il countryman Smilin’ Johnny Lucky, una piccola leggenda in Canada), Zachary è un cantautore nel più puro significato del termine, in grado di comporre brani intensi ai quali basta poco per emozionare: ci sono delle similitudini con Wall, nel senso che entrambi usano una strumentazione ristretta per accompagnare le loro canzoni, ma Colter ha uno stile che si ispira direttamente alle ballate western del primo Johnny Cash, mentre Lucky è più orientato verso il folk classico. The Ballad Of Losing You non è il nuovo album di Zachary (che uscirà il prossimo 18 Ottobre e si intitolerà Midwestern), ma la ristampa del suo penultimo lavoro, uscito originariamente nel 2013 e quasi impossibile da trovare, con l’aggiunta di una bonus track incisa di recente.

Ma per noi che non lo conoscevamo è come se The Ballad Of Losing You fosse un disco nuovo di zecca, ed è sicuramente un album di livello notevole, con una serie di ballate lente, profonde e di grande forza interiore nelle quali il nostro si fa accompagnare, oltre che dalla sua chitarra, da pochi altri strumenti: una steel (Aaron Goldstein, molto bravo), un banjo, un violino e solo occasionalmente pianoforte e basso, ma niente batteria. E l’album (autoprodotto) non risulta per nulla noioso nonostante possa sembrare ad un ascolto distratto un po’ monocorde, in quanto Zachary ha il piglio del songwriter vero, che sa usare la penna ed il pentagramma ed è in grado di emozionare anche con pochi accordi, ed in alcuni momenti si capisce chiaramente che una delle sue influenze principali è sicuramente quella del grande Townes Van Zandt (non a caso l’unica cover del CD è dello scomparso autore texano). Un esempio in tal senso è subito il brano d’apertura, Ramblin Man’s Lament (titolo molto alla Townes), una canzone lenta che inizia con Zach in perfetta solitudine ad intonare una melodia decisamente intensa, poi entrano con estrema discrezione banjo, violino ed una languida steel che viene appena sfiorata e fornisce un background sonoro di grande effetto.

Anche Salty Air è uno slow, molto più folk che country, nel quale rispetto al brano precedente c’è un maggior spazio per la strumentazione; puro folk anche con la bella After All The Months We’ve Shared, con sfumature western ed un motivo di sicuro impatto, voce-chitarra-dobro e nulla più. Le atmosfere del disco sono queste, ma ripeto la noia non affiora mai: Woke Up è intima, profonda ed ancora sottolineata dalla steel, un brano crepuscolare di cristallina bellezza, così come More Than Enough Road, splendida ballata con i suoni calibrati al millimetro, e Merry Month Of May, che sembra un’oscura folk song degli anni sessanta spuntata fuori da qualche polveroso archivio. Anche i restanti quattro brani del CD originale sono molto belli, poetici e profondi: Morning Words è resa ancora più suggestiva da un raro intervento di chitarra elettrica, Come Back Around e Sun’s Coming Up hanno entrambe un motivo di stampo tradizionale e sono tra le più riuscite, mentre Waitin’ For The Day è il già citato brano di Van Zandt, che si colloca alla perfezione nel mood del disco, aggiungendo un delizioso sapore country. Chiusura con la bonus track, la recente Helsinki, che presenta le stesse caratteristiche delle canzoni precedenti: puro folk cantautorale.

Un’apprezzata ristampa quindi per un talento che non conoscevamo, ed ottimo antipasto per il nuovo album che uscirà in autunno.

Marco Verdi

Un Ottimo Debutto Per Questo “Imponente” Giovanotto. Joshua Ray Walker – Wish You Were Here

joshua ray walker wish you were here

Joshua Ray Walker – Wish You Were Here – State Fair CD

Esordio col botto per questo giovane countryman texano, uno dei migliori album di genere da me ascoltati ultimamente. Ma andiamo con ordine: Joshua Ray Walker, originario di Dallas, dimostra molto meno dei suoi 28 anni, anzi direi che a prima vista sembra un ventenne (con discreti problemi di linea, quelli che si definiscono “personcine”), ma invece è uno che si fa il mazzo da circa quindici anni. Joshua ha infatti iniziato ancora adolescente a suonare, e per anni ha girato in lungo e in largo con una band di quasi coetanei, arrivando a suonare anche 200 date all’anno, fino a quando è stato notato dal conterraneo John Pedigo (che di recente ha prodotto il disco natalizio degli Old 97’s) e portato in studio ad incidere il suo album d’esordio. Ed il lavoro in questione, intitolato Wish You Were Here, è un piccolo grande disco, dieci canzoni originali di puro country, che spaziano dalle ballate ai pezzi più mossi, con influenze non solo texane. La strumentazione è classica, chitarre acustiche ed elettriche, piano e steel in quasi tutti i brani (non sto a citare i musicisti, i nomi non vi direbbero nulla), con un approccio moderno e vigoroso ma anche un gusto non comune per la melodia.

Vero country, come oggi in pochi fanno ancora: Joshua non sembra affatto un esordiente, sa scrivere con il piglio del cantautore esperto e possiede la voce giusta per questo tipo di suono. Forse non lo vedremo mai nelle classiche pose da cowboy (anche perché non vorrei essere al posto del suo cavallo), ma dal punto di vista musicale sa il fatto suo eccome. L’album inizia con una ballata, Canyon, lenta e ricca di pathos, con una melodia di quelle che colpiscono subito: l’arrangiamento è essenziale, voce, chitarra acustica ed una bella steel sullo sfondo. Trouble è un delizioso valzerone texano del tipo più classico, davvero gustoso e punteggiato da uno scintillante pianoforte: sostituite idealmente la voce del nostro con quella di Willie Nelson e non troverete grosse differenze nella struttura musicale, e questa credo non sia una cosa da poco. Molto bella anche Working Girl, tersa e solare country song dal ritmo spedito, un motivo irresistibile ed un mood elettrico che profuma di Bakersfield Sound, mentre Pale Hands è un’intensa ballatona dal passo lento ed alla quale l’organo dona un sapore southern, altro brano dalla scrittura decisamente adulta.

Joshua dimostra di avere talento e numeri, e continua a deliziarci con la tenue e cadenzata Lot Lizard, molto melodica e suonata in maniera raffinata, con rimandi alle ballate californiane degli anni settanta da Jackson Browne in giù; Burn It è invece un trascinante boogie elettrico, diretto e chitarristico, perfetto da ascoltare in un bar di Austin, mentre  Keep è un’altra fulgida country ballad di stampo classico, con un ottimo motivo di fondo e la solita steel a dare un tono malinconico. Strepitosa Love Songs, una canzone in puro stile tex-mex con tanto di fisarmonica e fiati mariachi, un tipo di brano che solo un texano e Tom Russell (e anche i Mavericks) sono in grado di scrivere, splendida e coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=y6me6pkgN64 . Il CD termina con l’ennesimo ottimo pezzo, la fluida Fondly, dall’accompagnamento elettroacustico e banjo in evidenza, e con la saltellante Last Call, puro country nuovamente impreziosito da una melodia di prim’ordine ed un refrain decisamente accattivante.

Gran bel debutto: ora dopo tanta gavetta (e, ne sono certo, tante battutine più o meno cattive a proposito della sua stazza) auguro a Joshua Ray Walker di raccogliere quanto seminato.

Marco Verdi

Un Tipico Cantautore Americano Ma Con Un “Tocco” Italiano. Jaime Michaels – If You Fall

jaime michaels if you fall

Jaime Michaels – If You Fall Appaloosa/Ird

A tre anni di distanza dal precedente Once Upon A Different A Time, un buon album di folk, country ed Americana https://discoclub.myblog.it/2016/09/09/cerano-volta-ci-i-bravi-cantautori-jaime-michaels-once-upon-different-time/ , torna Jaime Michaels, cantautore di Boston, da anni trasferito nel Sud degli States, ancora una volta sotto l’egida dell’italiana Appaloosa, e con l’ottima produzione di Jono Manson, il tutto registrato negli studi casalinghi del musicista di Santa Fe, nel New Mexico. Per l’occasione Manson ha utilizzato una pattuglia di musicisti ancora migliore di quella peraltro eccellente del CD precedente: il nome di spicco è l’ottimo Jon Graboff, a lungo nei Cardinals di Ryan Adams, ma utilizzato anche da Norah Jones, Laura Cantrell, Shooter Jenningsi, un vero mago di tutti i tipi di chitarra, ma soprattutto della pedal steel. Tra i musicisti impiegati anche il bravissimo Radoslav Lorkovic alle tastiere e alla fisarmonica, il nostro Paolo Ercoli al dobro, una sezione ritmica dove ritorna Mark Clark, che si alterna alla batteria con Paul Pearcy, e Ronnie Johnson, il bassista di James McMurtry, più qualche altro collaboratore saltuario. Il disco si ascolta con grande piacere, un album scritto quasi interamente da Michaels, con due o tre sorprese che ora vediamo: i punti di riferimento sono i cantautori anni ’70, il suo idolo Tom Rush in primis, ma anche i componenti della famiglia Taylor, qualche tocco di Graham Nash, Paul Simon e del Jimmy Buffett meno scanzonato.

Le cover illustrano anche questa passione per la musica d’autore: They Call Me Hank è una deliziosa e sentita ripresa di un brano del non dimenticato e compianto Greg Trooper, uno splendido pezzo tra folk e country, dove la fisarmonica di Lorkovic, il mandolino di Graboff e il dobro di Ercoli sottolineano l’afflato melodico e malinconico di questo piccolo gioiellino, cantato in punta di fioretto, se mi passate l’espressione. In coda al CD, come bonus, troviamo anche una elegiaca e delicata Snowing On Raton di Townes Van Zandt, una delle sue più belle e suggestive country songs, con la pedal steel magica di Graboff e le armonie vocali avvolgenti  di Claudia Buzzetti e Jono Manson, una piccola meraviglia; la terza ed ultima cover è la più sorprendente, una versione, tradotta in inglese per l’occasione, di Rimmel di Francesco De Gregori, testo di Andrea Parodi, Jono Manson, Michaels e la collaborazione dello stesso cantautore romano. E tutto funziona a meraviglia, anche se è difficile superare l’originale, una delle canzoni più belle in assoluto di De Gregori, una capolavoro della musica italiana, qui ci si sposta verso un approccio tra Dylan e il country, con risultati di grande fascinazione, la pedal steel è sempre lo strumento guida, ma piano e tastiere accompagnano la voce evocativa per l’occasione di Jaime che convoglia lo spirito dell’originale con risultati eccellenti.

Questi tre brani varrebbero già da soli l’acquisto del CD, che al solito riporta i testi originali e la traduzione in italiano, le altre nove canzoni confermano lo status di cantautore di culto del bravo Jaime Michaels. Come la title-track If You Fall, un incalzante country-rock, dove pedal steel e chitarra elettrica guidano le danze, mentre l’organo propone le sue coloriture sullo sfondo, profondo anche il testo, sulla inevitabilità della vita, veramente una bella partenza, poi ribadita nel country-folk sognante della dolce Any Given Moment, sempre segnata da arrangiamenti di eccellente fattura, con chitarre, tastiere ed armonie vocali a segnarne il sound raffinato, ottima anche la cantautorale Red Buddha Laughs e le volute bluegrass-folk-cajun della divertente Bag o’Bones, con il violino di Gina Forsythe e la fisa di Lorkovic a menare le danze. Almost Daedalus è più intima e raccolta, con qualche rimando al primo James Taylor e anche a Paul Simon, mentre la divertente So It Goes si muove tra blues e ragtime e I Am Only (What I Am) è una pura folk song con un bel fingerpicking di chitarra, You Think You Know una bella ballata soffusa e sempre suonata e cantata con grande classe, come pure Carnival Town un brano più mosso e “roccato” dove si intuisce la mano di Jono Manson.

Nel complesso veramente un bel dischetto.

Bruno Conti

Finché La Barca (Country) Va, Lasciala…Suonare! VV. AA. – A Tribute To The Bakersfield Sound Live!

a tribute to the bakersfield sound live

VV.AA. – A Tribute To The Bakersfield Sound Live! – TimeLife CD

Non sono certo io a dovervi spiegare l’importanza che ha avuto il cosiddetto Bakersfield Sound (dal nome della cittadina californiana di Bakersfield, da cui tutto ebbe origine) nell’ambito della musica country: movimento nato negli anni cinquanta in contrapposizione con il crescente suono di Nashville, era caratterizzato da un suono comunque classico ma con una strumentazione diretta e “rock”, senza le melensaggini tipiche della capitale del Tennessee. I due pionieri del genere furono sicuramente Buck Owens e Merle Haggard, due grandissimi autori e performers che influenzarono notevolmente le generazioni di musicisti a venire, Dwight Yoakam e Marty Stuart su tutti. Lo scorso anno si è tenuta in acque americane una crociera a tema country, la StarVista Live Country Music Cruise, con veri concerti e serate a tema: uno degli eventi di punta è stato sicuramente il tributo al suono di Bakersfield, fortemente voluto dai musicisti Wade Hayes e Chuck Mead (quest’ultimo ex leader dei bravissimi BR5-49), concerto che oggi possiamo goderci anche noi grazie a questo A Tribute To The Bakersfield Live!

Il dischetto è decisamente ben fatto ed estremamente gradevole, con Hayes e Mead che si alternano come voce solista, ben sostenuti dai Grassy Knoll Boys (la band che solitamente accompagna Mead dal vivo): musica pimpante e coinvolgente, con chitarre, piano e steel in evidenza e ritmo spesso elevato, con alla fine della serata (anzi, mattinata, il concerto si è tenuto al mattino) una serie di ospiti a rendere più appetitoso il piatto. Il disco è anche una sorta di tributo ad Owens e Haggard, dato che il 90% delle canzoni incluse proviene dai loro songbook: si parte subito con una tripletta di Buck, prima con una vivace versione strumentale della classica Buckaroo (con la steel in gran spolvero), seguita da una bellissima rilettura della leggendaria Streets Of Bakersfield, in odore di Messico, e da una scintillante I’ve Got A Tiger By The Tail. Swinging Doors è una delle più note di Haggard, e Hayes si destreggia decisamente bene supportato al meglio da Mead & Band: puro country; Above And Beyond è ricca di swing, e certifica l’ottima intesa tra i due leader, mentre The Bottle Let Me Down, ancora Hag, è una delle più famose drinkin’ songs di sempre, puro honky-tonk di gran classe.

Close Up The Honky Tonks è uno dei pezzi più famosi di Owens, versione limpida e godibilissima, Big, Big Love è la prima di due canzoni a non essere né di Buck né di Merle, bensì di Wynn Stewart, ed è un trascinante e ritmato brano tra country e rockabilly, così come Big City (torniamo a Haggard), swingata e di fattura squisita. La guizzante Hello Trouble vede il primo ospite, cioè il cantante e pianista di Nashville Tim Atwood, che se la cava egregiamente, seguito a ruota da Emily West, che nobilita con la sua bella voce la languida ballad Together Again; Johnny Lee presta il suo vocione vissuto a Carolyn, raffinata e suonata in punta di dita, mentre lo slow Cryin’ Time è affidato a Rudy Gatlin. Gran finale con Ray Benson, mitico leader degli Asleep At The Wheel, che sprizza carisma da ogni nota nell’intensa Misery And Gin, e poi tutti insieme sul palco per il superclassico di Joe Maphis Dim Lights, Thick Smoke (And Loud, Loud Music), gioiosa e coinvolgente come sempre.

Bel dischetto, fresco e rigenerante.

Marco Verdi

Un Ex Metallaro Che Ha Trovato La Sua Reale Dimensione. Aaron Lewis – State I’m In

aaron lewis state i'm in

Aaron Lewis – State I’m In – Big Machine/Universal CD

Aaron Lewis, dopo aver capitanato per sedici anni un gruppo metal, gli Staind (con i quali ha pubblicato ben sette album), nel 2012 si è reinventato musicista country, una cosa possibile solo in America anche perché lo ha fatto in maniera assolutamente credibile. Il suo debutto, The Road, è stato infatti uno dei più positivi lavori di country-rock del 2012, da parte di un artista che sembrava un veterano e non un esordiente nel genere: un disco robusto e chitarristico che assorbiva pienamente la lezione del movimento Outlaw degli anni settanta, prodotto da una mezza leggenda del settore come James Stroud. Sinner, del 2016, confermava quanto di buono The Road aveva fatto intravedere, e questa volta in consolle c’era Buddy Cannon, l’uomo che ultimamente è dietro ai dischi di Willie Nelson: State I’m In è il nuovissimo lavoro di Lewis, un album che nelle sue dieci canzoni non fa che continuare il percorso di crescita del nostro. Ancora con Cannon in cabina di regia, State I’m In è un ottimo esempio di country-rock vigoroso, vibrante e chitarristico, con canzoni molto dirette e piacevoli, da parte di un musicista che se non sapessi che è del Vermont potrei pensare che fosse texano.

Musica country vera dunque, con il passato metallaro che è ormai un lontano ricordo, e con sessionmen di gran nome che fanno capire che Aaron non è uno qualunque: Dan Tyminsky, chitarrista degli Union Station di Alison Krauss, Vince Gill, Pat Buchanan, il grandissimo steel guitarist Paul Franklin, il piano e l’organo di Jim “Moose” Brown, l’armonicista di Willie, Mickey Raphael e, a cantare con Lewis nella title track, la stessa Alison Krauss con Jamey Johnson. Si inizia nel modo migliore con la bella e coinvolgente The Party’s Over, country song spedita dal mood elettrico e con una melodia di prima qualità: Aaron ha una voce splendida, baritonale e profonda, e la strumentazione classica con chitarre, steel e violino è perfetta. Can’t Take Back è un grintoso pezzo quasi bluesato e con indubbie influenze sudiste, cantato da Aaron con voce leggermente più arrochita, sezione ritmica potente e canzone che scorre che è un piacere https://www.youtube.com/watch?v=2ir-Zkvj7sQ ; Lewis sarà anche un ex hard rocker, ma dimostra di essere credibile anche in ballate come Reconsider (scritta da Keith Gattis), uno slow intenso e con un accompagnamento ricco alle spalle, mentre It Keeps On Workin’ è ancora sul versante rockin’ country, con un approccio maschio, da texano, e più di una rimembranza di Waylon Jennings: davvero bella.

State I’m In è languida e dal passo lento, impreziosita dalle voci della Krauss e di Johnson, God And Guns (che ha un testo che piacerà a chi ha votato per Trump) non aumenta il ritmo ma accresce notevolmente la dose di elettricità, e di nuovo si sentono elementi southern con l’aggiunta di un ritornello molto diretto https://www.youtube.com/watch?v=glPPQdjEx-Q , mentre Love Me è acustica e pacata, e mostra la faccia più romantica del nostro. If I Were The Devil, cadenzata e di stampo rock (ed ancora con più di un rimando al compianto Waylon), precede Burnt The Sawmill Down, luccicante ballata elettrica contraddistinta da una splendida steel ed il solito motivo di impatto immediato; il CD termina con The Bottom (di Waylon Payne), altro slow di buon livello e con un accompagnamento più languido che nei brani precedenti. Ormai Aaron Lewis ha trovato la sua strada artistica definitiva, e State I’m In lo conferma in pieno.

Marco Verdi

Forse L’Unico Modo Per Fermarlo E’ Sparargli! Willie Nelson – Ride Me Back Home

willie nelson ride me back home

Willie Nelson – Ride Me Back Home – Legacy/Sony CD

Alla bella età di 86 anni suonati il grande texano Willie Nelson non ha la minima intenzione non solo di fermarsi, ma neppure di rallentare. Se ormai dal vivo fa fatica e si prende le sue (comprensibilissime) pause, in studio continua a viaggiare al ritmo di almeno un disco all’anno, quando non ne fa due (tipo lo scorso anno, prima con lo splendido Last Man Standing e poi con My Way, raffinato omaggio a Frank Sinatra), e sempre con una qualità piuttosto alta. Ora il barbuto countryman inaugura il suo 2019 con questo Ride Me Back Home, album in studio numero 69 per lui, un altro ottimo lavoro che, pur non raggiungendo forse i picchi creativi di Last Man Standing (che era però uno dei suoi migliori in assoluto, almeno negli ultimi venti anni https://discoclub.myblog.it/2018/05/07/non-solo-non-molla-ma-questo-e-uno-dei-suoi-dischi-piu-belli-willie-nelson-last-man-standing/ ), si posiziona tranquillamente molto in alto nella classifica qualitativa dei suoi dischi. Prodotto dall’ormai inseparabile Buddy Cannon, Ride Me Back Home è la solita prova di bravura, un lavoro decisamente raffinato e suonato con classe immensa da un gruppo di musicisti coi controfiocchi (tra i quali spiccano i formidabili Jim “Moose” Brown e Matt Rollings, entrambi al piano ed organo, James Mitchell alla chitarra, la sezione ritmica formata da Larry Paxton al basso e Fred Eltringham alla batteria, Bobby Terry alla steel e l’immancabile Mickey Raphael all’armonica) e cantato da Willie con una voce che, pur mostrando i segni dell’età, riesce ancora a dare i brividi ed a sprizzare carisma da ogni nota.

L’album, undici canzoni, si divide in maniera equilibrata tra brani originali scritti dal nostro a quattro mani con Cannon, più il rifacimento di un vecchio pezzo, un paio di canzoni nuove da parte di songwriters esterni ed una manciata di cover. I tre brani a firma Nelson-Cannon sono inaugurati da Come On Time, country song dal ritmo vivace e coinvolgente, texana al 100%, con una bella chitarrina ed un ritornello tipico del nostro; Seven Year Itch è un pezzo dal passo cadenzato ed atmosfera old-time, sembra quasi provenire dal songbook di Tennessee Ernie Ford, mentre One More Song To Write è una squisita country ballad dalla veste che richiama atmosfere sonore al confine col Messico. Stay Away From Lonely Places è un remake di un brano che Willie aveva scritto nel 1971: puro jazz d’alta classe con la band che sfiora appena gli strumenti, batteria spazzolata e Rollings che lavora di fino al piano, con Willie che si destreggia alla perfezione nel suo ambiente naturale. I due pezzi nuovi ma non scritti da Willie sono la title track (che apre l’album), bellissimo slow pianistico sfiorato dalla steel e valorizzato da una deliziosa melodia, e Nobody’s Listening, una canzone sempre dall’incedere lento ma con un arrangiamento atipico quasi più rock che country, un pianoforte liquido ed uno sviluppo fluido e rilassato.

Poi abbiamo due canzoni del grande Guy Clark, che Willie non aveva ancora omaggiato da dopo la scomparsa avvenuta nel 2016: My Favorite Picture Of You è uno dei brani più personali della carriera del grande songwriter texano (era dedicata alla moglie Susanna, mancata prima di lui), una ballatona intensa sempre con il piano in evidenza ed un arrangiamento raffinato, da brano afterhours, mentre Immigrant Eyes è davvero splendida, un pezzo toccante e superbamente eseguito, con un ispiratissimo assolo di Willie con la sua Trigger. Infine le altre cover: non ho mai amato particolarmente Just The Way You Are, una delle canzoni più popolari di Billy Joel, ma Willie la spoglia delle originali sonorità da sottofondo per un cocktail party e riesce a farla sua, anche se rimane quel retrogusto di artefatto, molto meglio It’s Hard To Be Humble (di Mac Davis) un tipico e scintillante valzerone texano cantato a tre voci da Nelson con i figli Lukas e Micah, un tipo di brano in cui il nostro è maestro indiscusso; chiude il CD Maybe I Should’ve Been Listening, un pezzo scritto da Buzz Rabin nel 1977, altro lento molto intenso e cantato in maniera toccante e profonda  Ennesimo bel disco dunque per il vecchio Willie, anche se sono sicuro che mentre noi siamo qui che lo ascoltiamo lui sta già pensando al prossimo.

Marco Verdi