Un’Ottima String Band Direttamente Dai Monti Appalachi. Fireside Collective – Elements

fireside collective elements

Fireside Collective – Elements – Mountain Home CD

Uno dei filoni più attivi della musica americana è quello delle cosiddette “string bands”, cioè quei gruppi che suonano prevalentemente strumenti a corda e si ispirano alle tradizioni folk, country e bluegrass per creare qualcosa di nuovo. I capostipiti del genere sono senz’altro gli Old Crow Medicine Show, i migliori del lotto, gli Avett Brothers, che però negli ultimi anni hanno differenziato il suono aggiungendo abbondanti dosi di rock e pop, ed i Trampled By Turtles, che sono anche quelli che hanno cambiato meno negli anni (mentre i Mumford & Sons li abbiamo purtroppo persi da diverso tempo). Tra le band più promettenti di questo genere musicale vorrei segnalare i Fireside Collective, un quintetto che proviene direttamente dai monti Appalachi, precisamente dal North Carolina, e che con Elements pubblica il suo terzo lavoro dopo gli autodistribuiti Shadows And Dreams del 2014 e Life Between The Lines del 2017. I cinque ragazzi suonano una miscela molto creativa e coinvolgente appunto di country, bluegrass, folk e mountain music, e la loro caratteristica principale è quella di abbinare ad una strumentazione chiaramente tradizionale una serie di canzoni originali di stampo più moderno, così da creare un mix decisamente stimolante.

Il gruppo, che ha al suo interno ben tre lead vocalists, è formato dal leader Jesse Iaquinto al mandolino, Joe Cicero alla chitarra, Alex Genova al banjo, Tommy Maher al dobro e Carson White al basso: come avrete notato manca la batteria, ma vi posso assicurare che ascoltando il disco non ve ne accorgerete. Elements è prodotto da Travis Book (leader degli Infamous Stringdusters, altra string band) in maniera molto pulita, con le voci e gli strumenti che risaltano allo stesso modo, ed è un album che nel corso dei suoi tredici brani ci presenta una band che sa abbinare mirabilmente tecnica e feeling, ed in più è in grado di scrivere canzoni decisamente piacevoli. Dopo una breve introduzione in cui i nostri accordano gli strumenti si parte a tutta birra con Winding Road, una deliziosa country song dalla melodia accattivante ed immediata che ricorda la Nitty Gritty Dirt Band d’annata, con un ritornello corale e la band che inizia a darci dentro di brutto con gli assoli. Back To Caroline è un vivace bluegrass guidato dal banjo e suonato con notevole velocità e senso del ritmo, un pezzo che coniuga alla perfezione tradizione e modernità e che è seguito dalla limpida Circles, una country ballad che evidenzia la caratteristica principale dei Fireside, cioè pubblicare brani che mescolano una scrittura attuale ad un accompagnamento al 100% acustico, con le voci come ulteriore punto di forza.

Done Deal è ancora un bluegrass dalla linea melodica squisita che ricorda molto da vicino gli Old Crow (forse pure troppo dato che il motivo somiglia parecchio a quello di Wagon Wheel) ed uno splendido dobro, Bring It On Home è cadenzata e rimanda maggiormente al country delle origini, da Hank Williams in giù, Waiting For Tennessee è uno strepitoso brano tra folk e bluegrass con una melodia molto “appalachiana” ed una prestazione strumentale collettiva da applausi: con i suoi sei minuti è il brano più lungo del CD, ma scorre in un baleno. Where The Broad River Runs è puro folk d’altri tempi, intenso e drammatico (forse la più tradizionale finora dal punto di vista musicale), a differenza di Night Sky From Here che è un country-grass strumentale trascinante e dal ritmo acceso, con cambi di tempo e melodia assolutamente creativi (ottimo il banjo), mentre l’orecchiabile Don’t Stop Lovin’ Me è puro country-rock suonato acustico con il dobro in evidenza. High Time non è quella dei Grateful Dead, ma è ugualmente una bella canzone, tersa, fluida e con l’aggiunta di una steel suonata da Maher, She Was An Angel è l’ennesimo solare brano tra country e bluegrass ancora con gli Old Crow in mente; il CD si chiude con la forsennata Fast Train, nella quale i nostri suonano a velocità altissima, e con la ripresa strumentale di Winding Road.

E’ giunta l’ora di scoprire i Fireside Collective, soprattutto se un certo tipo di musica country “tradizionale” è pane per i vostri denti.

Marco Verdi

Dopo La Prima Sfornata, Altro Pane “Prelibato”. Carla Olson – Have Harmony Will Travel 2

carla olson have harmony will travel 2

Carla Olson – Have Harmony, Will Travel 2 – Sunset Blvd Records

A sette anni di distanza dal precedente Have Harmony, Will Travel (anche se devo ammettere che avevo perso quasi le speranze https://discoclub.myblog.it/2013/04/09/per-l-occasione-meglio-in-compagnia-che-sola-carla-olson-hav/ ), Carla Olson (una delle frequentatrici più assidue di questo blog, anche con la reunion dei Textones, https://discoclub.myblog.it/2018/11/01/sono-passati-piu-di-30-anni-ma-ma-non-hanno-dimenticato-come-si-fa-buona-musica-textones-old-stone-gang/) ha mantenuto la promessa e dato un seguito allo sforzo iniziale, riproponendosi con questo lavoro Have Harmony, Will Travel 2, dove, come nel precedente, si avvale di una schiera di “guest stars”, merito di una solida reputazione che si è costruita nel tempo, per attuare il progetto che abbiamo oggi a disposizione da ascoltare e recensire. E così la Olson riesce a portare nei suoi studi californiani di Woodland Hills il bassista degli Eagles Timothy b.Schmidt, l’icona giovanilistica britannica Peter Noone (Herman’s Hermits), Stephen McCarthy dei Long Ryders, il rocker Terry Reid, l’ex chitarrista dei Bee Gees Vince Melouney, con il contributo di Rusty Young dei Poco, e come vocalist la cantante multilingue Ana Gazzola, l’attrice Mare Winningham, e il cantautore Jim Muske, per una selezione di sette brani originali e quattro recuperati da dischi precedentemente pubblicati (in primis il sodalizio col suo vecchio amico Gene Clark e Percy Sledge, entrambi scomparsi).

Sostenuta dalla sua solida “line-up” attuale, Carla apre con una Timber, I’m Falling In Love del cantautore country americano di origine greca Kostas Lazarides (e portata al successo da Patty Loveless), qui riletta in una versione con un bel gioco di chitarre alla Byrds, e con la voce principale di Stephen McCarthy, seguita da A Child’s Claim To Fame di Richie Furay (membro dei Buffalo Springfield e Poco), dove brillano le corde di Rusty Young e la voce dell’ex Eagles Schmidt, una “pop-song” anni ’60 come Goodbye My Love (Searchers) cantata e suonata alla grande con Peter Noone, e omaggiare il compianto John Stewart con una versione “western” di Shackles & Chains, cantata con vigore dalla Olson sulle chitarre di Vince Melouney.

Il lavoro prende quota con una squisita versione di Uno Mundo di Stephen Stills ripresa dagli anni gloriosi dei Buffalo Springfield, con le voci di Ana Gazzola e Carla che seguono il buon lavoro di chitarra di Todd Wolfe (ultimo partner della Olson in The Hidden Hills Sessions https://discoclub.myblog.it/2019/07/19/un-set-musicale-acustico-suonato-e-cantato-con-grande-passione-carla-olson-todd-wolfe-the-hidden-hills-sessions/ ), recuperare una ballata come Scarlet Ribbons (cantata tra gli altri anche dal grande Harry Belafonte), eseguita con trasporto dal britannico Terry Reid (una voce incompresa del rock, mancato cantante dei Led Zeppelin per scelta personale e autore di un album splendido come River), riscoprire le atmosfere alla Roy Orbison con una Haunting Me cantata in duetto con l’autore Jim Muske, e recuperare dall’ album So Rebellious A Lover, inciso nel 1987 con Gene Clark la sua After The Storm, eseguita con l’eclettica Mare Winningham.

Con la bellissima Honest As Daylight rubata dall’album Reap The Whirlwind si alza (e di molto) la famosa asticella, una ballata “soul” che oltre alla voce di Percy Sledge si avvale della bravura alla “slide” dell’ex chitarrista dei Rolling Stones Mick Taylor, mentre la band di culto californiana I See Hawks In L.A. presta alla Olson una gradevole Bossier City ripresa dall’album Shoulda Been Gold, in un duetto che rimanda al suono che hanno forgiato gruppi come Flying Burrito Brothers, Poco, New Ryders Of The Purple Sage, e chiudere (e non poteva essere altrimenti) con un altro duetto con Gene Clark, una “country-ballad” come Del Gato un brano tratto dall’unico lavoro in studio del mai dimenticato musicista con la Olson, nel superbo e consigliabile So Rebellious A Lover, citato poc’anzi.

La voce di Carla Olson (come nella raccolta precedente) nel complesso non domina molto rispetto ai numerosi ospiti, con canzoni comunque ben eseguite e suonate al meglio da uno stuolo impressionante di musicisti di valore, una “signora” che nella sua vasta carriera solista ha collaborato oltre che con il citato Gene Clark, anche con personaggi come Bob Dylan, Don Henley, Mick Taylor e altri, sempre mantenendo una coerenza di fondo, poco riscontrabile nell’attuale panorama musicale. A volte i dischi di “duetti” funzionano e altre volte meno, ma in questo caso specifico di Have Harmony Will Travel 2, la Olson ha sicuramente prodotto un ottimo lavoro, che è una vera delizia per tutti i “fan” del genere “Americana”, confidiamo però di non aspettare altri sette anni per la terza raccolta.

Tino Montanari

Non E’ Mai Troppo Tardi Per Scoprirli. Eleven Hundred Springs – Here ‘Tis

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Eleven Hundred Springs – Here ‘Tis – State Fair CD

In passato non ci siamo mai occupati degli Eleven Hundred Springs, un sestetto di countrymen duri e puri provenienti da Dallas: eppure stiamo parlando di una band che è in giro da più di due decadi e che ha una discografia di ben dieci album di studio. A livello locale sono una piccola celebrità, grazie anche ai molti concerti che tengono durante l’anno ed al fatto che tra i loro ammiratori c’è anche un certo Lloyd Maines. Nel corso degli anni gli EHS hanno cambiato formazione più di una volta, ed attualmente gli unici membri fondatori ancora nel gruppo sono il cantante e chitarrista Matt Hillyer ed il bassista Steven Berg, coadiuvati da Chad Rueffer alla chitarra e voce, Jordan Hendrix al violino, Ray Austin a steel e dobro e Christian Dorn alla batteria. Here’Tis è il nuovissimo lavoro della band texana, ed è un perfetto esempio di pura country music del Lone Star State, una miscela vincente di honky-tonk, swing, rockabilly e bluegrass perfetta da ascoltare guidando su lunghe strade che si perdono nel nulla o anche a casa mentre si gusta una bella birra.

I nostri sanno il fatto loro, compongono canzoni che profumano di tradizione ma hanno il ritmo nel dna e se le producono da soli: il risultato sono 34 minuti di puro e coinvolgente Texas country fatto alla vecchia maniera e suonato in modo scintillante. L’iniziale This Morning It Was Too Late è una limpida e solare country ballad dalla melodia tersa ed aperta ed un accompagnamento elettroacustico d’altri tempi, con menzioni particolari per la steel ed il chitarrone anni cinquanta. Con All Jokes Aside aumenta il ritmo, ed il brano è dotato di un motivo immediato e da canticchiare dopo il primo ascolto, con ottimi interventi ancora di steel e di un violino quasi cajun; la cadenzata Miles Apart è musica texana doc, con l’influenza di Waylon Jennings, un train sonoro coinvolgente e la solita linea melodica estremamente gradevole, mentre Fair Weather Friend porta il disco agli albori della nostra musica, quando il country era rappresentato da Bob Wills e Bill Monroe, un pezzo suonato in punta di dita e con steel, chitarra elettrica e violino che si alternano negli assoli.

Let’s Move Out To The Country è puro rockin’ country ricco di ritmo e swing, la languida The Song You’ll Never Hear un delizioso honky-tonk caratterizzato da uno dei motivi migliori del lavoro, Looking Back una fresca e vivace country song dalla ritmica pimpante: gli EHS mi ricordano un po’ gli ormai sciolti BR5-49, per la bravura nel tessere melodie semplici ed immediate ed il sound in bilico tra tradizione e modernità https://www.youtube.com/watch?v=czRDZ4xEfXI . La frenetica Let Me Be Your Man è puro swing d’altri tempi https://www.youtube.com/watch?v=LIUV6bZYmx8 , Let Tomorrow Wait And See ha uno stile che appartiene più ai giorni nostri ma il ritmo non molla (ed anche qui violino e steel la fanno da padroni); la conclusiva Nobody Cares ci lascia con l’ennesimo brano diretto e fluido, di quelli che piacciono sin dai primi accordi e che ci fa venire voglia di rimettere il disco da capo.

Marco Verdi

Un Regista-Cantautore Di Belle Speranze! C.M. Talkington – Not Exactly Nashville

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C.M. Talkington – Not Exactly Nashville – Birs CD

Il titolo del post può anche essere letto come leggermente ironico, dato che stiamo parlando di un musicista (texano di Dallas) che esordisce alla “tenera” età di 53 anni. Ma se cercate informazioni su C.M. Talkington (le iniziali stanno per Clement McCarty) scoprirete che alla voce professione viene classificato come “regista”: infatti il nostro ha un passato dietro la macchina da presa, anche se la sua unica opera di un certo spessore è un film del 1994 intitolato Love And A 45, un road movie sulla scia di Pulp Fiction interpretato da Renée Zellweger e Peter Fonda. Il film non è famosissimo presso il grande pubblico, ma è presto diventato una sorta di cult movie grazie anche all’apprezzamento di Quentin Tarantino (cioè la principale fonte di ispirazione di Talkington), che in più di un’intervista ha citato il collega come “suo miglior imitatore”. E l’influenza tarantiniana si sente anche nell’album di debutto di C.M. Not Exactly Nashville, un disco che già dal titolo prende le distanze dal country classico, ma suona esattamente come se anche il buon Quentin si mettesse in testa di fare musica.

Quindi un lavoro dove il country & western non è totalmente estraneo, ma è presente al minimo sindacale lasciando spazio a ballate rock elettriche e “desertiche”, non lontane dal suono di gruppi come Calexico o Giant Sand, ma che a volte assumono anche tonalità urbane ed ancora più dure, in puro stile Dream Syndicate. Talkington non è un cantante professionista, in quanto ha una voce bassa e molto arrochita, ma il suo timbro è perfettamente adeguato al tipo di musica proposta: semmai la sorpresa riguarda il songwriting, che risulta di qualità medio-alta in almeno sei degli otto brani presenti nel CD. La produzione è affidata a Cisco Deluna, che suona anche la maggior parte degli strumenti tranne la sezione ritmica che è nelle mani del bassista James Carter della blues band The Imperial Crowns e del batterista John Hofer, membro dei Mother Hips. L’album inizia con Watching The Blind, una ballata elettrica e desertica dominata dalle chitarre e dalla voce non bella ma particolare del leader, e con un’atmosfera di fondo che richiama appunto i paesaggi sonori dei Calexico. La title track è l’unico pezzo veramente country del disco, ed è un delizioso brano dalla musicalità tersa e limpida dove l’unica cosa dissonante è il timbro cupo della voce di Talkington, che qui assume tonalità quasi dylaniane: intro di armonica, tempo cadenzato, chitarre acustiche, organo ed un motivo accattivante.

Brand New Skin è dura e spigolosa, una rock’n’roll song asciutta contraddistinta da un drumming secco ed una chitarra pulsante: un brano comunque coinvolgente grazie ad un approccio strumentale e vocale degno dei Replacements https://www.youtube.com/watch?v=tsAEb6kh4W0 . Non manca al nostro regista-cantante la versatilità, né la capacità di scrivere canzoni valide: Gonna Rain è una suggestiva ballata dal passo lento ma con le chitarre sempre in primo piano, e Clement che declama il testo in una sorta di talking urbano vicino allo stile di Steve Wynn e soci, mentre Ghost mantiene inizialmente l’atmosfera notturna, ma poi la sezione ritmica prende il sopravvento trasformando il pezzo in una rock ballad di tutto rispetto, con la voce che alterna canto e parlato in maniera decisamente efficace ed una slide che ricama alle spalle, uno dei momenti migliori del CD https://www.youtube.com/watch?v=VJcnfzh0Ndo . Le chitarre, sia slide che non, dominano anche la potente Are You Coming, rock song tesa e tagliente dai toni bluesati che non fa prigionieri https://www.youtube.com/watch?v=gJex07J8J4k ; il finale è riservato alla tenue ed interiore Don’t Be Late, in cui Talkington più che cantare racconta (un brano comunque minore, nonostante l’accompagnmento al solito impeccabile), ed a Given Sight, ballatona pianistica intensa ed ancora con un mood che richiama atmosfere western moderne e non convenzionali, pura “desert rock music”.

Not Exactly Nashville è quindi un buon dischetto, forse non per tutti ma che verrà senz’altro apprezzato dagli estimatori dei gruppi citati nel corso della recensione. Ed ovviamente anche dai fans di Tarantino.

Marco Verdi

Speriamo Che Abbia Portato Con Sé Il Banjo: Un Ricordo Di Eric Weissberg.

L’altro ieri è scomparso all’età di 80 anni (pare per complicazioni dovute al morbo di Alzheimer che lo affliggeva da anni) Eric Weissberg, un nome che forse al grande pubblico dice poco, ma che divenne celeberrimo nel biennio 1972/73 allorquando incise insieme a Steve Mandell lo strumentale Dueling Banjos per la colonna sonora del film di John Boorman Deliverance (in Italia Un Tranquillo Weekend Di Paura), famoso thriller “boscaiolo” con Burt Reynolds e Jon Voight, in cui una delle scene più famose fu proprio quella del duello banjo-chitarra con il brano in questione, dove però sullo schermo i contendenti erano Ronny Cox (uno dei quattro amici protagonisti) ed un bambino autistico. Fino a quel momento la carriera di Weissberg era simile a quella di molti altri sessionmen: originario di New York, Eric si laureò all’Università della Musica e Arte della Grande Mela ed entrò a far parte brevemente (inizialmente come bassista) dei Greenbriar Boys alla fine degli anni cinquanta, e soprattutto fu un membro dei Tarriers nei primi sixties, gruppo con il quale sviluppò una tecnica sopraffina nel suonare tutti gli strumenti a corda, con una particolare predilezione per il banjo, pubblicando anche un album nel 1963 insieme a Marshall Brickman ed al futuro Byrd Clarence White, New Dimensions In Banjo And Bluegrass. I Tarriers vennero ingaggiati da Judy Collins per un tour in Polonia e Russia e fu allora che Judy, impressionata dall’abilità strumentale di Eric, lo volle anche sul suo Fifth Album dando di fatto il via alla carriera di sessionman del musicista newyorkese.

Eric non era un songwriter ma “solo” un fuoriclasse dello strumento, ed era quindi ben lontano dall’essere considerato un pioniere del genere bluegrass come altri banjoisti famosi (Bill Monroe, Ralph Stanley, Earl Scruggs), e la sua carriera sarebbe quindi continuata come musicista per conto terzi se non fosse stato appunto per il suo coinvolgimento nel film di Boorman. Dueling Banjos andò al secondo posto nella classifica dei singoli sia in USA che in Canada diventando in breve tempo disco d’oro, ed Eric fu abile a capitalizzare il successo (a differenza di Mandell), pubblicando ben due album nel 1973: uno era una mezza truffa, nel senso che si trattava della ristampa del disco del 1963 con due pezzi in meno e con l’aggiunta appunto di Dueling Banjos (che fu anche il titolo dell’LP), l’altro era un nuovo lavoro vero e proprio e ad oggi l’unico “vero” album solista di Weissberg, intitolato Rural Free Delivery ed accreditato ad Eric insieme ai Deliverance (come il film che gli diede la celebrità), band creata per l’occasione e con la quale pubblicherà solo più un singolo nel 1975, una versione del classico Yakety Yak.

(NDM: Dueling Banjos fu anche oggetto di una causa legale da parte di Arthur “Guitar Boogie” Smith, autore del brano Feudin’ Banjos al quale Eric si ispirò per registrare il suo pezzo. La causa fu poi vinta da Smith che ottenne il diritto di inserire il suo nome tra gli autori del brano di Weissberg). Da lì in poi Eric divenne sempre più richiesto come sessionman, ed è famosa la sua partecipazione con tutti i Deliverance sul capolavoro di Bob Dylan Blood On The Tracks (anche se la collaborazione durò solo due giorni in quanto la band non si amalgamò con Dylan, e l’unico brano che venne pubblicato ufficialmente fu Meet Me In The Morning). Negli anni potremo trovare il nome di Weissberg negli album di Tom Paxton (con il quale andò anche in tour), Billy Joel (Piano Man), Richard Thompson, Nanci Griffith, Jim Croce, John Denver, Art Garfunkel, Doc Watson e perfino Frankie Valli ed i Talking Heads; l’ultimo lavoro in cui Eric compare con un brano a suo nome è Banjo Jamboree, una compilation del 1996 con dentro anche Roger McGuinn, Mike Seeger, David Lindley ed altri.

Spero che Weissberg salendo in cielo si sia ricordato di portarsi il banjo: Mandell lo sta aspettando da due anni per ricominciare a duellare.

Marco Verdi

Non Saranno Tanto “Soul-Grass”, Ma Sono Bravi! The Copper Tones – Home Again

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The Copper Tones – Home Again – The Copper Tones CD

Ecco un nuovo gruppo che può entrare di diritto a far parte del genere country-grass moderno di string band del calibro di Old Crow Medicine Show, Avett Brothers (che ultimamente stanno virando verso il pop-rock, seppur di qualità) e Trampled By Turtles: il livello non è ancora quello, ma dopo avere ascoltato attentamente Home Again (il loro secondo album) posso tranquillamente affermare che i Copper Tones sono sulla buona strada. Quartetto proveniente dalla Florida, i CT hanno tutte le caratteristiche per piacere ai fans dei gruppi citati poc’anzi, in quanto sono validissimi strumentisti, sanno comporre canzoni dalla struttura moderna ed arrangiarle in maniera tradizionale e soprattutto suonano con un ritmo ed un feeling notevoli, mischiando con disinvoltura country, folk, rock (non mancano le chitarre elettriche), bluegrass ed anche soul.

Anzi, i nostri (Dyllan Thieme, voce solista, basso e mandolino, Stefanie Smerkers, voce solista, chitarra e banjo, Daniel Gootner, chitarra solista e ukulele, Andu Annoied, batteria, più un paio di ospiti rispettivamente al violino e pianoforte) si sono autodefiniti un gruppo “soul-grass”, anche se a dire il vero in Home Again di brani che potessero avere elementi soul ne ho contati al massimo un paio. Ma l’album, classificazioni a parte, è bello e coinvolgente, con canzoni dalla struttura rock ma suonate con una strumentazione tradizionale e, soprattutto, con molta energia. Il CD parte molto bene con la squisita Home, un folk-grass dal ritmo velocissimo, strumentazione elettrica e melodia deliziosa, una miscela vincente che non li pone lontanissimi dagli Old Crow. Dopo una breve intro a cappella anche Tempting The Bottle parte a tutta velocità, un brano di puro bluegrass dal sapore western suonato con foga da punk band nonostante la spina staccata; The Gallows è una vera e propria rock song nello script anche se gli strumenti sono acustici (tranne l’assolo chitarristico), e ha un altro refrain decisamente piacevole e diretto.

La saltellante Home Again è una bella canzone dal chiaro sapore bucolico e dotata di un ottimo ritornello a due voci, un pezzo che fonde capacità nel songwriting ed abilità strumentale, mentre Big Sugar, Big Change si pone come una classica ballata che sembra provenire dai seventies, quando i Grateful Dead avevano abbandonato la psichedelia per dedicarsi a sonorità più roots. Southbound Train è una splendida folk ballad elettrificata, suonata in punta di dita e servita da un motivo centrale rimarchevole, al contrario di Just Can’t Stop che è la più roccata finora, con un potente riff elettrico che introduce le varie strofe. La lenta Johnny & June è un toccante e riuscito omaggio ai coniugi Cash, con i primi leggeri elementi soul nel suono, ma con Reckless Life riprende il ritmo forsennato per un rock-grass sanguigno e grintoso nonché orecchiabile. La fluida Living In Hell è la prima vera (ed unica) soul ballad del disco, molto ben cantata dalla Smerkers e con un bel crescendo in cui il piano si fa sentire in maniera limpida; finale con To Blame, lucida e profonda ballata country-rock, e Andouille Sausage, un pezzo annerito e funkeggiante che si stacca decisamente dal resto del disco, risultando comunque gradevole e ben eseguito.

I Copper Tones sono una bella scoperta, un gruppo che ha idee e creatività nonché un’ottima tecnica ed un notevole senso del ritmo: da seguire.

Marco Verdi

Ottimo Rockin’ Country Tutto Texano. Drew Fish Band – Wishful Drinkin’

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Drew Fish Band – Wishful Drinkin’ – Reel CD

Primo album per Drew Fish, altro giovane countryman proveniente da quella fucina di talenti che è il Texas, dopo un paio di EP usciti nel 2014 e 2016. Wishful Drinkin’ è un esordio col botto, un disco di puro country-rock texano di quelli che fanno saltare sulla sedia fin dal primo ascolto, in cui non manca l’apporto di violini e steel ma a dominare sono le chitarre ed il ritmo. Il suffisso “Band” fa figo e non impegna, dato che in realtà Drew è un solista che usa una lunga serie di sessionmen bravissimi anche se poco conosciuti, a parte Cody Braun dei Reckless Kelly e la cantante Pam Tillis, ma alla fine quello che più importa è che Wishful Drinkin’ è tra i migliori album di country elettrico da me ascoltati ultimamente, dieci brani originali dove, a parte un paio di ballate, il ritmo ed il feeling la fanno da padroni. La produzione poi è nelle sapienti mani di Adam Odor, che in passato ha collaborato con Dixie Chicks, Jason Boland, Pat Green e Randy Rogers, e che ha saputo valorizzare al massimo il suono diretto e potente del nostro.

Non c’è molto altro da dire, se non lasciare spazio alle canzoni dell’album, che iniziano alla grande con Lone Star Saturday Night, un country’n’roll irresistibile dal gran ritmo, voce sicura, chitarre in tiro ed il violino che fende l’aria, un avvio decisamente trascinante. La title track è un vivace honky-tonk elettrico sempre con il ritmo accentuato ed un gustoso botta e risposta a suon di riff tra chitarra elettrica e steel; la prima ballata è Every Damn Time, con il violino che si fa suadente ma la strumentazione resta asciutta e diretta e la seconda voce della Tillis aggiunge il tocco di soavità, ma con Better Place riparte subito il trip elettrico, un delizioso e cadenzato brano dal sapore western servito da una melodia vincente (e le chitarre, steel compresa, continuano a fare il loro lavoro alla grande). Devil You Know è un boogie-swing texano al 100% con il solito gran ritmo (non è più una sorpresa), train sonoro coinvolgente ed ottimi interventi di violino e pianoforte. 

Another You è un lento elettroacustico intenso e con tutti i suoni a posto, anche se io Drew lo preferisco in pezzi come la seguente High Rolling Home, altro rockin’ country decisamente elettrico e dal mood contagioso (con tracce di Waylon e Billy Joe Shaver): sentire per credere. One Beer At A Time è potente, grintosa e con una chitarra che cavalca il ritmo per tutta la durata del brano; il CD termina con Baby Just Let Go, ballatona elettrica davvero bella ed evocativa, e con la strepitosa Waiting For The Sun, puro country & western sferzato dal vento che evoca paesaggi a perdita d’occhio tra rocce, canyon, cactus e pompe di benzina abbandonate. Drew Fish Band: segnatevi questo nome, ne sentiremo parlare ancora.

Marco Verdi

Il Ragazzo Si Farà…Anzi E’ Già Bello Che Pronto! Chad Kostner – Highway 63

chad kostner highway 63

Chad Kostner – Highway 63 – Blue Whiskey Van CD

Dalla piccola cittadina rurale di Bloomer, Wisconsin (stato del Midwest poco presente sulle mappe del rock’n’roll) arriva questo esordio fulminante da parte di un giovane songwriter, Chad Kostner, che si è avvicinato alla musica quasi per caso, ossia dopo che all’età di 18 anni ha trovato una vecchia chitarra Silvertone nella soffitta dei genitori. A poco a poco Chad ha imparato a suonare lo strumento, ha iniziato ad avvicinarsi ad autori classici tra country, roots e rock come Hank Williams, John Prine, Steve Earle e John Mellencamp e ha lentamente iniziato a comporre i brani che oggi vanno a formare Highway 63, il suo sorprendente album di debutto. Chad ha assorbito alla grande la lezione dei suoi artisti preferiti, mostrando di covare al suo interno un talento non comune: Highway 63 è formato infatti da otto canzoni una più bella dell’altra, una serie di ballate tra country e rock che hanno il sapore soprattutto dei già citati Prine (per l’approccio nel songwriting ed una certa ironia di fondo) e Mellencamp (per la voce roca ed una buona propensione per il rock “stradaiolo”), un lavoro maturo e riuscito che non sembra affatto l’opera di un esordiente.

La strumentazione è quanto di più classico si possa trovare, chitarre acustiche ed elettriche, basso, batteria, piano ed organo alla bisogna e spesso una steel a sfiorare le canzoni, ma sono proprio i brani a fare la differenza: tra country, rock e radici, suoni profondi figli della provincia americana, che colpiscono fin dal primo ascolto. Canzoni belle e fiere come l’iniziale Demons, uno splendido country-rock dal ritmo e refrain decisamente coinvolgenti, voce arrochita e sonorità classiche che vedono le chitarre in primo piano. Different Dream è una ballata lenta e soffusa guidata da chitarra acustica, pianoforte e da una malinconica steel sullo sfondo, nonché da un motivo profondo che avvicina il nostro al miglior Ryan Bingham; Rambler’s Soul è folk (e qui si palesa l’influenza di Prine), una canzone bella e scorrevole pur nella sua estrema semplicità, con un arrangiamento elettroacustico di sicuro impatto, mentre con Highway 63 andiamo quasi in Texas per un rockin’ country elettrico e trascinante che si ascolta tutto d’un fiato, con un uso delizioso delle chitarre (Steven James Carlson è il solista in tutto il disco).

Summer è un valzerone splendido sotto ogni aspetto, dal motivo emozionante all’esecuzione in punta di dita basata su chitarra, piano e fisarmonica fino al pathos che il nostro ci mette: tra le più belle del CD. Old Movies è limpida, diretta e con l’ennesima melodia che piace al primo ascolto, ed un ottimo uso del piano elettrico, Yellow Water è un’altra splendida country tune che più classica non si può, dall’accompagnamento limpido che contrasta con la voce roca di Chad (e nel songwriting vedo tracce degli Old Crow Medicine Show), brano che precede la conclusiva Heading Home, finale struggente con una solida ballatona dai toni crepuscolari. Un piccolo grande esordio questo Highway 63: Chad Kostner compone con un piglio da veterano, ed è sicuramente tra le realtà da tenere d’occhio per l’immediato futuro.

Marco Verdi

 

 

 

Sarebbe Possibile Riprendere In Mano Le Classifiche Del 2019? Chadwick Stokes & The Pintos

chadwick stokes & the pintos

Chadwick Stokes & The Pintos – Chadwick Stokes & The Pintos – Ruff Shod/Thirty Tigers CD

Chad Stokes Urmston, meglio conosciuto come Chadwick Stokes, dalle nostre parti non è molto famoso ma negli Stati Uniti è una piccola celebrità, specie nell’area di Boston della quale è originario. Musicista iperattivo, è titolare di una discografia molto corposa nonostante sia ancora relativamente giovane (è del 1976) tra album, singoli, live ed EP, sia come solista che a capo di ben due gruppi, gli State Radio e i Dispatch. Ma Chadwick è, come dicono in America, “larger than life”, dato che a fianco della carriera musicale ha affiancato una vera e propria attività umanitaria che lo vede impegnato in vari settori; il nostro non si limita però a sparare qualche slogan e a sfilare alle manifestazioni a supporto di questa o quella causa come diversi suoi colleghi (anche illustri), ma ha investito in prima persona tempo e denaro costituendo ben due società non profit: la Elias Fund, che si occupa di fornire sviluppo ed istruzione ai bambini dello Zimbabwe (paese nel quale Chad ha anche vissuto per un anno), e la Calling All Crows, che cerca di aiutare le donne disoccupate di tutto il mondo a trovare lavoro.

Un personaggio tutto d’un pezzo, che gira il mondo ed è occupato in mille progetti diversi ma trova anche il tempo di curare la sua proposta musicale, anzi Chad è uno che vive per la musica, ma non ha atteggiamenti da star e preferisce vivere a contatto con la gente normale: poi però scopriamo che forse non è neppure così sconosciuto, dato che qualche anno fa è riuscito a fare ben tre sold-out consecutivi al Madison Square Garden. Ovviamente anche i testi delle sue canzoni sono profondamente impegnati, mentre dal lato musicale Chad ha assorbito tutte le influenze che ha incontrato nel suo girovagare: di base folk, la sua musica ha infatti diversi elementi che vanno dal country al rock, dai ritmi tribali africani al punk, passando anche per reggae e hip-hop, il tutto con una notevole sensibilità pop per le melodie. Tutto questo melting pot sonoro è riscontrabile nel suo nuovo lavoro Chadwick Stokes & The Pintos (dove i Pintos sono il fratello Willy Urmston al banjo, Jon Reilly alla batteria e Tommy Ng al basso), un disco che già al primo ascolto mi ha letteralmente fulminato per la sua bellezza, i suoi suoni gioiosi e colorati e le sue melodie perfette ed immediatamente fruibili. Non sto esagerando: Chadwick in questo disco dimostra di essere, oltre ad un uomo davanti al quale bisogna solo togliersi il cappello, anche un musicista coi controfiocchi, e del quale a questo punto penso occorra recuperare anche qualche lavoro degli anni passati.

Undici canzoni una più bella dell’altra che iniziano con Joan Of Arc (Cohen non c’entra), un brano stimolante e solare, una sorta di folk-pop diretto e dal refrain decisamente orecchiabile: poche note e ne sono già catturato (ed alla fine vorrei rimetterlo da capo). Un banjo strimpellato con vivacità introduce Chaska, altro pezzo contraddistinto da un gusto melodico non comune e dal ritmo forsennato, tra western e country-punk: irresistibile, a dir poco. Blanket On The Moon è una squisita ballata che fonde vari stili ma in cui prevale uno spiccato sapore pop di stampo beatlesiano, ancora (ma non è più una sorpresa) con la melodia in primo piano, Hit The Bell With Your Elbow è un midtempo dalla bella introduzione per chitarra elettrica ed uno sviluppo fluido, di nuovo contraddistinta da un refrain splendido con tracce di Tom Petty https://www.youtube.com/watch?v=KrfghpXv-lk , mentre Love And War è una semplice ma toccante folk song per voce, chitarra e coro.

La saltellante Lost And Found riporta allegria e vivacità nel disco (una sorta di fusione tra i Lumineers e gli Of Monsters And Men, ma in meglio), What’s It Going To Take è puro reggae, un genere che non mi fa impazzire ma il gusto melodico di Chadwick fa la differenza, brano che si contrappone al folk elettrificato e moderno di Let Me Down Easy, un brano che mi ricorda il primissimo Todd Snider. La lenta ed intensa Sand From San Francisco, altro pezzo senza sbavature (ed ancora con un ritornello corale da applausi) precede le conclusive Mooshiquoinox e Second Favorite Living Drummer, rispettivamente una breve folk tune acustica alla Simon & Garfunkel ed una rock song scorrevole e forse un po’ ruffiana nel refrain ma sempre decisamente piacevole. Dirò una banalità, ma se al mondo ci fossero più persone come Chadwick Stokes il mondo stesso sarebbe un posto migliore. E non solo musicalmente.

Marco Verdi

Folk Elegante E Classico, Begli Intrecci Vocali, Da Sentire. The Other Favorites – Live In London

the other favorites live in london

The Other Favorites – Live In London – Last Triumph   

The Other Favorites sono un duo folk basato a Brooklyn, New York, formato da Josh Turner (che cura anche la parte tecnica delle registrazioni) e Carson McKee, autori di un paio di album autogestiti, e molto popolari su YouTube, tanto che questo Live In London, registrato il 20/8/2019 alla Bush Hall di Londra, è integralmente disponibile anche in video gratuito, appunto su YouTube. Se però siete amanti del supporto fisico il concerto è stato pubblicato pure in CD. I due sono entrambi eccellenti chitarristi e le loro armonizzazioni vocali sono godibilissime nei vari brani, che sono un giusto mix di composizioni originali e cover molto celebri o inconsuete. Turner in particolare ha portato in Tour anche uno spettacolo basato su Graceland di Paul Simon, e in passato aveva già lavorato anche sul repertorio di Simon & Garfunkel, che come si intuisce facilmente sono tra le maggiori influenze a livello stilistico degli Other Favorites: nel 2019 Turner ha anche pubblicato il suo primo album solista As Good A Place As Any. In due brani dell’album appaiono anche le brave vocalist Reina Del Cid e Toni Lindgren, entrambe provenienti dal Minnesota, che si esibiscono insieme e spesso anche con Turner e McKee, anche loro appassionate di Simon & Garfunkel.

A questo punto vi aspetterete che tra le cover del CD ci sia qualche brano di Simon, e invece troviamo una sorprendente rilettura in chiave country-bluegrass della splendida 1952 Vincent Black Lightning di Richard Thompson con Mckee che passa al banjo, per intricati interscambi strumentali con il pard,  Don’t Think Twice, It’s Alright di Dylan è abbastanza fedele all’originale, benché più suadente di quella di Bob, con Turner che è sempre la voce solista, con il suo timbro caldo e carezzevole su cui si innestano comunque le armonizzazioni dei due. The Tennesse Waltz è un classico della musica country ed è uno dei due pezzi dove appaiono la Del Cid e la Lindgren che elevano ulteriormente la qualità vocale della esibizione, con Reina che ha un timbro vocale veramente squisito, mentre The Parting Glass è un brano tradizionale irlandese cantato a cappella che alcune volte è apparso anche nel repertorio live di Ed Sheeran.

Non manca neppure una vibrante versione di Folsom Prison Blues di Johnny Cash, sempre con in evidenza la risonante voce di Joshua Turner che invece fisicamente ricorda Marcus Mumford, e per completare le cover, come ultimo brano arriva una sorta di competizione tra i quattro in una frenetica versione bluegrass di Dooley dei non dimenticati (?) Dillards. Anche il materiale originale non è affatto male: l’intricato strumentale iniziale di MKee confluisce nella delicata Angelina, mentre la mossa Solid Ground mi ha ricordato molto le prime e migliori canzoni più acustiche degli America, The Ballad of John McCrae è, ehm, una intensa ballata, inserita nella grande tradizione del country-folk, con intrecci ed interscambi vocali e strumentali tra i due veramente interessanti. Flawed Recording è più dolce e sognante, ma sempre godibile, con The Levee, l’ultimo brano originale, che è una incantevole canzone di stampo cantautorale. Nell’insieme un disco molto piacevole, se vi piacciono i Milk Carton Kids, magari meno raffinati e complessi e comunque quel tipo di folk elegante e classico questi The Other Favorites potrebbero fare per voi.

Bruno Conti