L’Erba (Tagliata) Del Vicino E’ Sempre Più…Blu! Sturgill Simpson – Cuttin’ Grass Vol. 2

sturgill simpson cuttin' grass vol. 2

Sturgill Simpson – Cuttin’ Grass Vol. 2 – High Top Mountain/Thirty Tigers CD

A pochi mesi dal primo volume https://discoclub.myblog.it/2021/01/08/meno-male-che-i-dischi-belli-li-sa-ancora-fare-sturgill-simpson-cuttin-grass-vol-1/  (ma per il download era già disponibile da fine 2020) esce il secondo episodio del progetto Cuttin’ Grass, due album nei quali l’ormai noto singer-songwriter Sturgill Simpson reinterpreta una serie di brani del suo songbook in chiave bluegrass. E quando dico bluegrass intendo il termine nella sua accezione più pura e tradizionale, senza la benché minima traccia di contaminazione rock o di altro genere: Sturgill ha scelto canzoni dal suo passato anche remoto (ma non recente: il pessimo Sound & Fury è ignorato anche in questo secondo volume) e le ha totalmente reinventate secondo i canoni della mountain music di settanta e passa anni fa, con una strumentazione totalmente acustica e con la batteria usata col contagocce.

sturgill simpson cuttin' grass vol. 2 1

Cuttin’ Grass Vol. 2 è quindi il logico prosieguo della prima parte, con gli stessi musicisti (Stuart Duncan al violino, Mark Howard e Tim O’Brien alle chitarre, Mike Bub al basso, Sierra Hull al mandolino, Scott Vestal al banjo e Miles Miller alle percussioni, e tutti quanti alle armonie vocali) ma diversa location di registrazione: se infatti il primo episodio era stato inciso ai piccoli Butcher Shoppe Studios di Nashville, per il seguito la combriccola si è spostata ai Cowboy Arms Studios, che erano di proprietà del grande Cowboy Jack Clement e di recente sono stati trasferiti ad un nuovo indirizzo ma sempre a Nashville. L’album, assolutamente gradevole e suonato benissimo così come il precedente, vede Simpson omaggiare soltanto due album della sua discografia, arrotondando il tutto come vedremo a breve con un inedito assoluto e due “quasi”: il disco a cui attinge maggiormente con sei pezzi su dodici è A Sailor’s Guide To Earth del 2016, con canzoni che se originariamente riflettevano il mood soul-pop-errebi di quel lavoro, qui si trasformano in perfette bluegrass songs, tra pezzi suonati a velocità supersonica con assoli a raffica (Call To Armshttps://www.youtube.com/watch?v=P7VYILfhh3w , brani cadenzati tra country e folk (Brace For Impact, la deliziosa Sea Stories, e la vibrante Keep It Between The Lines, dalla struttura melodica contemporanea) e limpide e cristalline ballate dal sapore bucolico (Oh Sarah, dal ritmo comunque sostenuto, e Welcome To Earth (Polliwog), lenta e struggente ma con una notevole accelerata dalla metà in avanti).

sturgill simpson cuttin' grass vol. 2 2

Dal suo primo album, High Top Mountain, Sturgill riprende tre canzoni: le bellissime Hero e You Can Have The Crown https://www.youtube.com/watch?v=gRk4-sIaL7Y , che mantengono la struttura country originale anche se in veste “unplugged”, e Some Days, energica nel ritmo e dal motivo diretto ed immediato. Ci sono anche due pezzi risalenti al periodo dei Sunday Valley, la prima band del nostro che però non ha lasciato testimonianze su disco: Jesus Boogie, che a dispetto del titolo inizia come uno slow decisamente suggestivo, salvo poi crescere nel ritmo dopo un minuto grazie al banjo che dà il via alle danze, e la fulgida country ballad Tennessee https://www.youtube.com/watch?v=bo8DDMFC-9Q . Dulcis in fundo, Simpson propone l’inedita Hobo Cartoon, pezzo scritto insieme nientemeno che a Merle Haggard ma rimasto nei cassetti fino ad oggi, una splendida ed intensa ballata western che ha in ogni nota della toccante melodia i cromosomi del grande Hag https://www.youtube.com/watch?v=85c9-9UBazo . Un ottimo modo per concludere un secondo volume allo stesso livello del primo, e che ci fa sperare ancora di più che Sound & Fury sia stato soltanto un brutto incidente di percorso.

Marco Verdi

Uno Straordinario Viaggio Musicale Nel Tempo. Tony Trischka – Shall We Hope

tony trischka shall we hope

Tony Trischka – Shall We Hope – Shefa

Annunciato da tempo, ecco finalmente il CD di Shall We Hope un progetto al quale Tony Trischka stava lavorando da più di 12 anni: quello che comunemente si definisce un concept album, incentrato sulle vicende della Civil War americana di due secoli fa, per il quale lo stesso Trischka ha composto, musica e parole, un ciclo di brani che, partendo dalla battaglia di Gettysburg del luglio 1863, e andando avanti e indietro nel tempo, per esempio la foto di un ritrovo di veterani in occasione del 75° Anniversario dell’avvenimento nello studio del presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1938, in una sorta di fiction storica di fantasia ricostruisce le traversie di alcuni personaggi che avrebbero potuto partecipare a quelle vicende. Il nostro amico ha poi coinvolto diversi musicisti e attori per interpretare i personaggi di questo acquarello, utilizzando gli stilemi sonori del bluegrass, del country, della old time music, del gospel, in definitiva della musica popolare americana, anche del blues e qualche elemento orchestrale, per questo progetto che ha subito un drammatica accelerazione dopo gli eventi a Capitol Hill, in quel di Washington, dell’inizio di gennaio del 2021, che si sono intrecciati proprio con le tematiche della Guerra Civile.

tony trischka shall we hope 1

Trischka, molto succintamente, è una sorta di leggenda del bluegrass americano, una carriera che discograficamente inizia 50 anni fa quando Tony pubblica il primo disco con i Country Cooking, ma già in precedenza era considerato uno dei banjoisti più influenti delle nuove generazioni con i Down City Ramblers, tra gli eredi dei nomi storici del bluegrass, influenzato dai grandi dello strumento, da Earl Scruggs in giù, ma soprattutto dal Kingston Trio e a sua volta una influenza su Bela Fleck, con compagni di avventura come Richard Greene, David Grisman, Kenny Kosek, Andy Statman e via dicendo. Il nostro amico è stato molto prolifico negli anni ‘70, ‘80 e ‘90, e nella prima decade degli anni 2000, poi ha rallentato l’attività, ma ha comunque realizzato, sempre per la Rounder, sua etichetta storica, un album come Great Big World nel 2014, ricco di ospiti e tra i migliori della decade scorsa, mentre già lavorava a questo nuovo progetto, dove, come detto, ha coinvolto molti “amici”. Il risultato è un disco dove il bluegrass non è forse preminente come uno potrebbe pensare, benché il banjo di Trischka sia abbastanza presente nei brani che attraverso diversi intrecci, raccontano le storie di amore, morte, guerra, dissidi, schiavismo, che portano alla battaglia di Gettysburg, raffigurata nella copertina dell’album.

michael daves

michael daves

Con i protagonisti che si alternano al proscenio nei 18 brani, attraverso le figure dei vari artisti che li impersonano, con una scelta di stili musicali impiegati quantomai eclettica: nel breve preludio Clouds Of War, tra rumori di battaglia, l’attore John Lithgow recita alcuni versi con una orchestra sullo sfondo, il primo brano, This Favored Land, ambientato nel cimitero di Gettysburg nel 1938, con il banjo protagonista, assieme a mandolino e violino, con Phoebe Hunt che è la voce solista nella canzone, saltando altri interludi ricorrenti nella narrazione https://www.youtube.com/watch?v=Jvm70KIqYds , On The Mississippi (Gambler’s Song), una mossa ed intricata bluegrass tune che ci introduce al personaggio di Cyrus, un soldato, la cui storia d’amore con Maura è il trait d’union della vicenda, interpretato dall’ottimo Michael Daves, voce squillante e chitarra, uno dei musicisti più interessanti della nuova scena acustica americana https://www.youtube.com/watch?v=k5DHQlqUdUg , Maura, manco a farlo apposta è interpretata dalla bravissima Maura O’Connell, irlandese, ma da anni trasferita a Nashville, che purtroppo nel 2013 ha annunciato il suo ritiro dalla carriera solista, ma che ogni tanto ci regala la sua splendida voce, come nella superba ed evocativa ballata Carry Me Over The Sea dove il bluegrass si intreccia con la musica celtica https://www.youtube.com/watch?v=lZcC0w5Za4E .

maura o'connell

maura o’connell

La successiva The General, cantata ancora da Daves, racconta la storia della famosa locomotiva impiegata durante la guerra, altro limpido esempio del bluegrass complesso impiegato nell’album https://www.youtube.com/watch?v=SgsHrY80lS0 , I Know Moon-Rise, cantata dalla brava Catherine Russell, è un gospel a cappella con coro, che narra la sepoltura di una schiava morta durante il conflitto e il cui corpo torna in Africa https://www.youtube.com/watch?v=GOYSSisH27I . Leaving This Lonesome Land è cantata con pathos dal grande bluesman Guy Davis, anche all’armonica https://www.youtube.com/watch?v=QcFfW52gddQ , che poi legge la lettera all’amata inviata da John Boston, uno schiavo scampato alla guerra, ma non si è mai saputo se riuscì a ricongiungersi con la moglie, mentre Gotta Get Myself Right Back To You conclude il segmento di brani cantati da Davis. A seguire troviamo Big Round Top March/Drummer Boys un brano fiatistico ed eccentrico scritto da Van Dyke Parks, e dedicato ai tamburini impiegati nel conflitto, con la seconda parte, quella che annuncia l’arrivo della battaglia cantata da Brian O’Donovan, il papà di Aoife, e sembra quasi un pezzo dei Pogues https://www.youtube.com/watch?v=c_20ALj5N2I .

tony trischka shall we hope 2

Torna Daves per Christmas Cheer (This Weary Year), una deliziosa ballata folk, sempre con violino, mandolino e il banjo guizzante di Trischka https://www.youtube.com/watch?v=XYn0zQddryo , e poi si unisce a Maura O’Connell nella bellissima e struggente Dearest Friend And Only Lover che racconta l’incontro dei due amanti, brano orchestrale accompagnato da una sezione archi https://www.youtube.com/watch?v=1zQT_p6PAQc , e ancora la breve Soldier’s Song cantata a cappella dai Violent Femmes, un altro breve interludio narrato da Lithgow relativo a John Boston, e infine i due brani che concludono la vicenda, entrambi cantanti da Michael Davis, la sospesa e sognante Clouds Still Drift Across The Sky, ricca di archi e la mossa Captain, Oh My Captain, ancora dai chiari contorni sonori bluegrass ,con il banjo di Tony in evidenza e anche gli ottimi Dominick Leslie al mandolino e Brittany Haas al violino, eccellenti in tutto il disco https://www.youtube.com/watch?v=bCh0hxQygqk , che termina con il postludio F.D.R, In Gettysburg, 1938, che è il discorso di Roosevelt letto da John Litghow. Veramente un disco mirabile realizzato in modo perfetto.

Bruno Conti

Tra Irlanda E Appalachi…Ma Dal Canada! The Dead South – Served Live

dead south served live

The Dead South – Served Live – Six Shooter/Universal Canada 2CD

Dopo un EP e tre acclamati dischi in studio (l’ultimo dei quali, Sugar & Joy, risalente al 2019) anche i Dead South sono giunti all’appuntamento con quello che negli anni settanta era un must: il doppio album dal vivo. Canadesi della regione del Saskatchewan (la stessa di Colter Wall), i DS non sono un gruppo che suona musica cantautorale tipica della nazione del Nord America alla quale appartiene, ma in realtà sono una bluegrass band moderna con elementi folk ed anche rock, una notevole perizia strumentale ed un senso del ritmo non comune nonostante l’assenza di una sezione ritmica. I quattro (Nathaniel Hilts, voce solista, chitarra e mandolino, Scott Pringle, mandolino, chitarra e voce, Danny Kenyon, cello e voce, Colton Crawford, banjo e voce – con Kenyon che dallo scorso agosto ha lasciato il gruppo in quanto oggetto di una serie di accuse di molestie sessuali) sono stati paragonati come stile agli Old Crow Medicine Show, ma io vedo nel loro sound anche qualcosa dei Pogues, sia per le discendenze irlandesi di un paio di membri, sia per la foga con cui suonano ed anche per il timbro di voce parecchio arrochito di Hilts.

dead south served live 1

Served Live è un doppio CD registrato a cavallo tra il 2019 ed il 2020 (appena prima che la pandemia decretasse lo stop ai concerti) in varie località di USA, Canada, Inghilterra ed Irlanda, 17 canzoni durante le quali i nostri mettono sul piatto tutta la loro bravura e la capacità di improvvisare jam strumentali con un’attitudine da rock band. Il palco è chiaramente la loro dimensione ideale, e ciò viene fuori alla grande nei due brani centrali del doppio, i sette minuti di Broken Cowboy, bellissima ballad cadenzata dal motivo di base decisamente coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=mHiOjCuQzzA , ed i nove minuti e mezzo della superba Honey You, country-folk dal crescendo costante con una velocità di esecuzione impressionante, assoli a profusione ed una serie di stop & go che mandano in visibilio il pubblico https://www.youtube.com/watch?v=fa8BwgLBMUc .

Michael Skocay

Michael Skocay

Ma il disco è anche molto altro: Diamond Ring, che sembra un traditional folk dell’anteguerra, viene suonato ai mille all’ora e cantato con grande grinta, il puro bluegrass Blue Trash, con ottimi cambi di ritmo e melodia, la fulgida ballata Black Lung, tesa ma coinvolgente, la formidabile The Recap, tra western e Messico, la creativa Boots, che in pochi minuti si trasforma da bluegrass a folk a puro country, oppure lo strepitoso western tune Spaghetti, tra i pezzi più trascinanti del doppio https://www.youtube.com/watch?v=Lqk4tTTubtY . Senza dimenticare le forsennate e travolgenti The Bastard Son e Snake Man, suonate con un approccio da punk band, Heaven In A Wheelbarrow, delizioso ed orecchiabile country-grass, la divertente cowboy song In Hell I’ll Be In Good Company, fino al gran finale con le irresistibili Travellin’ Man e Banjo Odyssey, un titolo che è tutto un programma. I Dead South sono una bella realtà, e questo Served Live li consacra come uno degli acts più interessanti in ambito folk-bluegrass contemporaneo.

Marco Verdi

Un Lavoro Fatto Con L’Amore Dei Fans. The Steel Wheels – Everyone A Song Vol. One

steel wheels everyone a song vol.1

The Steel Wheels – Everyone A Song Vol. One – Big Ring CD

Pur non essendo mai entrati nelle parti alte della classifica, gli Steel Wheels sono ormai uno dei più affermati gruppi roots americani essendo in giro da più di quindici anni. Originari delle Blue Ridge Mountains in Virginia, i nostri fanno parte dell’apprezzato movimento delle “string bands” che ha come capostipiti Old Crow Medicine Show, Avett Brothers e Trampled By Turtles, anche se il loro approccio non è del tutto tradizionale dal momento che amano inserire spesso e volentieri una strumentazione elettrica, per non dire rock. Nel 2020 il quintetto (Trent Wagler, voce, chitarra e banjo, Jay Lapp, mandolino e chitarra, Eric Brubaker, violino, Brian Dickel, basso e Kevin Garcia, batteria e tastiere) non aveva in programma un nuovo album, dal momento che Over The Trees era ancora abbastanza recente, ma la pandemia ed il lockdown hanno dato al gruppo una brillante idea: hanno infatti aperto una piattaforma online a disposizione dei fans, ognuno dei quali avrebbe postato la richiesta di una canzone da dedicare ad una persona amata o ad un parente o amico portato via dal virus, canzone che poi la band avrebbe dovuto appositamente scrivere ed incidere.

Steel-Wheels 2

L’iniziativa, decisamente originale e lodevole, ha avuto un bel successo, cosa che ha “costretto” i nostri a scrivere più canzoni del previsto e ad inciderle rispettando le regole del lockdown (quindi ognuno a casa sua, per poi mixare tutto alla fine): Everyone A Song Vol. One è dunque la prima testimonianza tangibile di questa bella iniziativa, un dischetto nel tipico stile degli Steel Wheels, ma con i testi personalizzati a seconda del destinatario, che è stato anche diligentemente indicato sul retro della confezione. Nove belle canzoni, spesso malinconiche visti i presupposti non certamente allegri, ma che in più di una occasione sono portatrici di un gradito raggio di sole. L’iniziale My Name Is Sharon è una rock ballad suonata con strumenti tradizionali (ma non mancano né la sezione ritmica né la chitarra elettrica), con un motivo corale di matrice folk lento e nostalgico ed il violino ad insinuarsi nelle pieghe del suono https://www.youtube.com/watch?v=Nv_SaDhCvJc . The Healer, tra folk e bluegrass, è guidata da banjo, mandolino e violino e conserva una certa malinconia di fondo, al contrario di Don’t Want To come Back Down che pur mantenendo un ritmo lento ha un background sonoro solare e leggermente reggae.

Steel-Wheels 3

The Man Who Holds Up The World è un pezzo godibile che fonde molto bene country, folk ed un pizzico di cajun (vedo l’influenza della Band), voci limpide e melodia diretta e piacevole https://www.youtube.com/watch?v=tNfx4dwz34s , Water And Sky è nuovamente uno slow ma stavolta lo script è di qualità superiore, una splendida via di mezzo tra una folk song alla Woody Guthrie ed il brano Evangeline appunto della Band, mentre Florida Girl (Work For It) è una rock ballad elettrificata con un suggestivo uso delle voci ed un accompagnamento decisamente “californiano” https://www.youtube.com/watch?v=9n0fNUWdPbw . Lucy è country-grass puro e limpido, con i nostri che dopo un inizio attendista si lanciano in una canzone dal ritmo acceso e coinvolgente, e precede le conclusive Genevieve, altra ballatona di grande spessore, struggente e bellissima https://www.youtube.com/watch?v=SdhDop9xy5Y , e l’acustica e profonda Family Is Power, contraddistinta dall’ennesimo motivo di ottimo livello. Un dischetto riuscito ed originale quindi, scaturito da una encomiabile iniziativa che ha permesso agli Steel Wheels di stare vicino ai propri fans nonostante il distanziamento obbligato.

Marco Verdi

Un Piacevole Lavoro Di Moderno Bluegrass. Ray Cardwell – Just A Little Rain

ray cardwell just a little rain

Ray Cardwell – Just A Little Rain – Bonfire CD

Ray Cardwell è un musicista figlio d’arte originario del Missouri: suo padre, Marvin Cardwell, negli anni sessanta era a capo di un gruppo bluegrass, e questo ha trasmesso al figlio la passione per quel genere fin dai primi anni. Ray ha poi iniziato a scrivere canzoni e a girare l’America con diversi gruppi fin dalla metà dei seventies, intraprendendo una vita quasi da nomade che lo ha portato a vivere in diverse città per poi tornare in Missouri allorquando ha messo su famiglia. Una gavetta lunghissima se pensiamo che Ray è riuscito soltanto nel 2017 a pubblicare il suo album d’esordio Tennessee Moon, facendolo seguire due anni dopo da Stand On My Own, due lavori che hanno attirato l’attenzione a livello locale per quanto riguarda la musica bluegrass. Ray infatti ha deciso di continuare l’opera del padre, ma aggiungendo un tocco personale: il genitore infatti aveva un approccio decisamente tradizionale con il tipo di musica proposta, mentre Ray ha optato per un taglio più moderno per quanto riguarda la struttura compositiva, dal momento che dal punto di vista strumentale le sonorità sono assolutamente vintage.

ray cardwell 1

Just A Little Rain, terzo e nuovo album del nostro, è perfettamente indicativo di quanto sto dicendo: dieci canzoni (otto nuove più due cover) che dal punto di vista sonoro non vanno oltre la classica configurazione tipica del bluegrass, un quartetto formato da chitarra, banjo, violino e mandolino, con Cardwell al basso (e non c’è la batteria), mentre dal lato compositivo la scrittura è attuale, contemporanea. Ed il disco è godibile dall’inizio alla fine, poco più di mezz’ora di musica pura suonata con grande perizia e con ottime armonie vocali che sono il vero quid in più che fa di Just A Little Rain un album che non deluderà gli appassionati del genere. Prendete l’introduttiva e vivace The Grass Is Greener: l’accompagnamento è tradizionale al 100% con le voci amalgamate alla perfezione, ma lo script è moderno ed il brano si reggerebbe sulle proprie gambe anche con una base strumentale rock. Standing On The Rock è la cover di un pezzo degli Ozark Mountain Daredevils, puro bluegrass godibile dalla prima all’ultima nota con assoli a raffica dei vari strumenti, ed anche se la melodia originale è di matrice blues qui siamo idealmente in piena mountain music. La creatività del nostro spicca ancora di più nella seguente rilettura del classico di Al Green Take Me To The River, canzone che qui viene spogliata dei suoi elementi soul-errebi per diventare una folk song di stampo tradizionale dal sapore d’altri tempi, con Ray che canta con voce limpida https://www.youtube.com/watch?v=T9iJW_-GxRk .

ray cardwell 2

I Won’t Send You Flowers è una delicata ballad, una country tune moderna  in tutto e per tutto contraddistinta da un motivo toccante, ma con Born To Do siamo ancora in pieno bluegrass a tutto ritmo nonostante l’assenza della batteria, ed il brano è quasi un pretesto per lanciarsi in assoli al fulmicotone. La title track inizia come uno slow attendista, poi il tempo si fa più veloce ed il pezzo si tramuta in una riuscita miscela tra folk e blues; Rising Sun ricorda un po’ la Nitty Gritty Dirt Band più tradizionale, puro country nobilitato da un refrain diretto ed immediato https://www.youtube.com/watch?v=T9iJW_-GxRk , mentre Shoulda Known Better è dotata di un motivo splendido, legato a doppio filo alle canzoni di settanta e più anni fa. Il dischetto si conclude con Thief In The Night, altra bluegrass tune suonata ai cento all’ora, e con la lenta e malinconica Constant State Of Grace (scritta insieme a Darrell Scott), che ha uno sviluppo melodico simile a certe cose di Jackson Browne https://www.youtube.com/watch?v=FGI3uBuToyE . Ray Cardwell è quindi un musicista da tenere d’occhio, in quanto riesce a rendere attuale un genere musicale legato al passato grazie ad una scrittura piacevole e moderna.

Marco Verdi

Tra Bluegrass E Country-Rock:The Dillards! Parte II

dillards 2

Seconda Parte

dillards roots and branches

Roots And Branches – 1972 United Artists ***1/2

Finito il contratto con la Elektra esce questo album, dove Billy Ray Latham sostituisce Herb Pedersen, prodotto in California da Richard Podolor: ci sono tre brani di Rodney Dillard il resto sono tutte cover, non celeberrime, Redbone Hound con banjo elettrificato ha sonorità inconsuete ma atmosfere tipiche del gruppo, tra country e bluegrass, con le solite eccellenti armonie, Forget Me Not di Bill Martin è una bella ballatona intensa che ricorda il Gene Clark di quel periodo, One A.M. di tale Paul Parrish è comunque un altro brano di buona fattura, elettrico e pulsante. Come pure la piacevole ma inconsistente Last Morning scritta da Shel Silverstein per Dr. Hook & The Medicine Show, Get Out On The Road scritta da Keith Allison del giro Paul Revere, è una sorta di cowboy song elettrica e vibrante, Big Bayou tra Poco e Nitty Gritty, scritta da Gib Gilbeau di Swampwater e Flying Burrito, è una canzone dedicata alla sua Louisiana. Anche I’ve Been Hurt scritta da Gary Itri, che francamente non conosco, si ascolta con piacere, come la successiva Billy Jack scritta da Rodney, che firma anche la conclusiva a cappella Man Of Costant Sorrow, non quella di Dylan parrebbe, per quanto. Stranamente questo è l’unico disco dei Dillards ad entrare nelle classifiche di vendita americane https://www.youtube.com/watch?v=g0S_iI3AJgU . L’anno successivo esce per la Poppy, l’etichetta di Townes Van Zandt

dillards tribute to an american duck

Tribute To The American Duck – 1973 Poppy/U.A.***

Mitch Jayne molto meno impegnato come bassista, firma con Dillard e Webb ben sei brani, ed è la voce solista nella conclusiva What’s Time A Hog, che si poteva evitare : la formula e la formazione sono le stesse del disco precedente, meno i risultati. Anche in questo caso c’è una ripresa elettrica della vecchia Dooley, e tra i brani nuovi, molti non memorabili, si salvano a fatica l’iniziale Music Is Music, Caney Creek, la morbida Love Has Gone Away, il veloce bluegrass You’ve Gotta Be Strong, arrivando alla sufficienza di stima https://www.youtube.com/watch?v=CBuxBK4NVlk .

La “Seconda Ondata” 1977-1981

Dillards_1977

dillards vs, the incredible

Dopo una pausa di 4 anni i Dillards ci riprovano di nuovo: non c’è più Mitch Jayne che ha lasciato il gruppo nel 1974, a causa di una parziale sordità (ma negli anni va e viene), sostituito da Jeff Gilkinson. La qualità dei dischi inizia a declinare, in modo lento ma quasi inesorabile, però ci sono ancora dischi di buona qualità e soprassalti di eccellenza: The Dillards vs. The Incredible L.A. Time Machine – 1977 Flying Fish ***ha i suoi momenti, come l’iniziale Gunman’s Code, scritta da Larry Murray, Do, Magnolia, Do scritta da Severine Browne, fratello di Jackson, la delicata Softly cantata dal suo autore Gilkinson, che spesso è la voce solista al posto di Rodney, Old Cane Press che rimanda al vecchio bluegrass della band, e la conclusiva Let The Music Flow, l’unica scritta da Dillard https://www.youtube.com/watch?v=6ef9sXfv_Tk , me niente per cui strapparsi le vesti, comunque un disco dignitoso, mai uscito in CD.

dillards decade waltz

Decade Waltz – 1979 Flying Fish *** Vede il rientro in formazione di Herb Pedersen, mentre Latham viene sostituito dal multistrumentista Douglas Bounsall a mandolino, violino, chitarre e voce. Producono Pedersen e Dillard: una bella versione di Greenback Dollar, Easy Ride di Pedersen, la “parodia” Gruelin’ Banjos, e due altri brani di Gilkinson, Hymn To The Road e Mason Dixon, e la solita cover dei Beatles We Can Work It Out https://www.youtube.com/watch?v=zu24jfOot-w , tra i momenti salienti.

dillards mountain rock

Lo stesso anno esce Mountain Rock – 1979 Crystal Clear/Sierra/Laserlight ***1/2 un disco curioso, perché fu registrato con la tecnica del direct-to-disk, in pratica un live in presa diretta, stessa formazione con Bounsall cha lascia il violino a Ray Parks: probabilmente il disco migliore del periodo, con l’ottima Caney Creek ad aprire, tra mandolino, violino, steel ed elettrica, ottime il bluegrass spericolato di Don’t You Cry, la cover di Reason To Believe di Tim Hardin con Gilkinson all’armonica. Le riprese di Big Bayou di Guilbeau e I’ve Just Seen A Face dei Beatles hanno echi del vecchio splendore, come pure High Sierra di Pedersen, uno strumentale bluegrass vorticoso, Fields Have Turned Brown della Carter Family, con le vecchie armonie vocali di nuovo magicamente in azione https://www.youtube.com/watch?v=5KF7wKLUHn0&t=3s . Nella versione in CD viene aggiunta anche una colossale versione di oltre 12 minuti di Orange Blossom Special.

dillards homecoming

L’ultimo disco del periodo è Homecoming and Family Reunion – 1981 Flying Fish ***, con tutta la famiglia Dillard e vecchi e nuovi membri della band: torna Doug, ma ci sono anche Homer Dillard Sr. E Jr., Earl Jay, Brian, Earline (Sissy), Linda, ma quanti sono, spero di averli citati tutti, presenti pure John Hartford, Mitch Jayne, Herb Pedersen, Dean Webb, Jeff Gilkinson e altri, per una sorta di celebrazione cumulativa di tutta la famiglia allargata, dubito sulla reperibilità, ma mai dire mai. Per la più parte si tratta di un ritorno ai suoni tradizionali del passato, il tutto registrato dal vivo: il repertorio, dove i vari protagonisti si alternano alla guida, è costituito da traditionals, con l’eccezione delle ultime tre canzoni Old Man At The Mill, Listen To The Sound, Daddy Was A Mover, scritte da Doug, Rodney, Mitch Jayne e Herb Petersen. Poi per tutta la decade anni ‘80 un lungo silenzio, fino al

dillards 1990

L’Utimo” Ritorno 1990-1992

dillards let it fly

Let It Fly – 1990 Vanguard ***1/2 Per quella che avrebbe potuto essere l’ultima avventura della band, a fianco dei veterani Rodney Dillard, Dean Webb e Mitch Jayne, arriva anche Steve Cooley, mentre Herb Pedersen, che produce l’album, suona anche le chitarre, il dobro e canta in molti brani. Il disco presenta pezzi nuovi e anche versioni rivisitate di loro classici: in Darlin’ Boys una pimpante canzone scritta da Jayne/Dillard/Pedersen, canta Rodney, mentre Byron Berline è al violino; molto bella anche la ripresa di Close The Door Lightly di Eric Andersen, un ennesimo perfetto esempio del loro country-rock, Old Train scritta e cantata da Pedersen, è un’altra eccellente bluegrass song, Big Ship è una ballata corale cantata di nuovo da Rodney, come la successiva, delicata Missing You. In Out On A Limb, altra ottima country song, fa la sua apparizione la pedal steel di Tom Brumley, mentre la band indulge nella proprie classiche armonie vocali https://www.youtube.com/watch?v=f43pO8eOElY , eccellente picking in Ozark Nights, mentre Tears Won’t Dry In The Rain ha un approccio quasi cantautorale con la bella voce di Dillard in evidenza e Brumley va di nuovo di steel, seguita da un altro ottimo esempio di country-rock come Livin’ In The House, scritta da Chris Hillman, e non manca neppure un Bob Dylan d’annata come quello interpretato in One Too Many Mornings, “dillardizzato” alla grande https://www.youtube.com/watch?v=2HMhj-_Nlq0 , e per concludere un album tra i loro migliori, molto bella anche la title track Let It Fly, altro brano di impianto bluegrass progressivo, con Cooley a banjo ed acustica, Berline al violino e Dean Webb al mandolino, cantata ancora un ispirato Rodney Dillard https://www.youtube.com/watch?v=GWhrh95DN7w , voce solista anche nella collettiva Wizard Of Song, altro brano elettroacustico di eccellente fattura.

dillards take along for the ride

Take Me Along For The Ride 1992 Vanguard ***1/2 sarebbe stato l’ultimo capitolo della loro lunga saga (a parte un Live e una antologia) se non ci fosse stato, come ricordato all’inizio, il clamoroso recente ritorno targato 2020 dell’ottimo Old Road New Again di cui avete letto qualche numero fa sul Buscadero. Venendo a Take Me Along For A Ride, siamo di fronte ad un altro buon album, stessa formazione, senza Pedersen e con Cooley e Rodney alla produzione: con il jingle- jangle dell’iniziale Someone’s Throwing Stones https://www.youtube.com/watch?v=F8QPRkEYhUE , l’immancabile canzone dei Beatles, questa volta In My Life https://www.youtube.com/watch?v=289K0Z4BP0E , Like A Hurricane, non quella di Neil Young, ma il brano di Pat Alger, Take Me Along For A Ride sembra un brano dei primi Eagles https://www.youtube.com/watch?v=O7j8wEep_lk , Against The Grain un folk-rock elettrico, Hearts Overflowing un’altra tipica loro ballata mid-tempo, Banks Of The Rouge Bayou sempre nella linea sonora del passato, rivisitato anche nello strumentale bluegrass Wide Wide Dixie Highway e nella cristallina country song Food On The Table. Nel complesso un altro buon album, leggermente inferiore al precedente. Direi che è tutto, si spera di non dover aspettare altri 28 anni per il prossimo album, perché non credo che ce la potremo fare.

Bruno Conti

Tra Bluegrass E Country-Rock:The Dillards! Parte I

dillards 1

Quando nel 1963 appaiono nello show televisivo The Andy Griffith Show, come l’immaginaria famiglia Darling, i Dillards contribuiscono alla diffusione del genere bluegrass, uno stile musicale che alla sua apparizione negli anni ‘40, attraverso la personalità carismatica di Earl Scruggs (nel cui gruppo militava anche Lester Flatt) e quella dei loro arci rivali The Stanley Brothers, aveva vissuto una prima lunga fase di popolarità, inserita nel filone tra folk ed hillbilly music, e con influenze anche di old-time music, tutti influenzati da quello che fu definito “The Father Of Bluegrass”, ovvero Bill Monroe.

dillards darlings

Nei primi tre album, pubblicati tra il 1963 e il 1965 la band sfruttò anche la sempre più popolare presenza del Festival di Newport, che da jazz era diventato Folk, ma accoglieva anche blues, i primi gruppi, strumentali e vocali, e vari sottogeneri. Forti di un contratto con la Elektra, una delle etichette più “avventurose” dell’epoca, il quartetto iniziò a pubblicare tre album, prodotti da Jim Dickson (futuro manager e mentore dei Byrds e tra i “colpevoli” dell’avvento del country-rock). Anche nel loro caso l’occasione per (ri)parlare del gruppo è stata la recente uscita di un nuovo CD Old Road New Again, dopo un silenzio discografico durato quasi 30 anni e interrotto solo da alcune antologie e da una certa attività concertistica, rallentata negli anni, ma mai cessata del tutto https://www.youtube.com/watch?v=S6VJDEVWUrs .

dillards old road new again

Le origini 1963-1965

La band era formata da Rodney Dillard, voce solista e chitarra acustica, dal fratello Doug, virtuoso del banjo, Dean Webb al mandolino e Mitchell Jayne al contrabbasso.

dillards Back_Porch_Bluegrass

Back Porch Bluegrass – 1963 Elektra ***1/2

è il loro esordio, quindici brani per 32 minuti scarsi, con le canzoni che come per il coevo R&R faticavano a superare i due minuti. Un misto di materiale tradizionale e qualche composizione originale, tra i brani contenuti c’era una delle prime versioni discografiche di quella Duelin’ Banjo che qualche anno dopo https://www.youtube.com/watch?v=F0rTTgcK0rg , con una s in più nel titolo, nella colonna sonora di Un Tranquillo Week-end di Paura (titolo originale Deliverance) avrebbe avuto un successo clamoroso. Ma già allora i quattro musicisti del gruppo affrontavano i loro brani a velocità siderali, con banjo, mandolino, chitarra e basso che si inseguivano e si inerpicavano in incroci strabilianti, come nella iniziale strumentale Old Joseph https://www.youtube.com/watch?v=b77s8n-KvYo  e nel brano appena citato, ma anche nei pezzi cantati erano ottimi, grazie alle intricate armonie vocali come in Somebody Touched Me https://www.youtube.com/watch?v=1ANStAB_7SU , in canzoni dove il tempo rallentava come Polly Vaughan, nei quali il folk tradizionale anglo-scoto-irandese incontra la musica dei Monti Appalachi https://www.youtube.com/watch?v=PTvFBqQt2CA , discorso che vale non solo per questo brano ma per tutta la musica bluegrass dei Dillards. Quando è il banjo a guidare, come in Banjo In The Hollow, Hickory Hollow o nella più lenta Doug’s Tune, il mandolino insegue affannosamente, ma chi ascolta si diverte comunque; ogni tanto Rodney , Dean e Mitch riescono ad infilare qualche loro composizione, ma nell’insieme il gruppo è molto unito e la musica scorre senza soluzione di continuità.

Dillards-live-almost-cover

Live…Almost!!! – 1964 Elektra ***1/2

Per il “difficile”secondo album giocano subito la carta del disco dal vivo, registrato alla Mecca di Los Angeles, di fronte ad un pubblico che chiaramente apprezza il virtuosismo dei quattro: confrontato con le regole del mercato, poi codificate negli anni a venire, non c’è neppure un brano già presente nel disco precedente, il concetto di promozione, forse esclusi i nomi importantissimi che apparivano in TV o all’interno dei film, era del tutto sconosciuto all’epoca, soprattutto per chi non faceva musica “commerciale”. E quindi ecco scorrere una selezione di 13 brani, al solito un misto di traditionals e materiale originale: la qualità del suono, per essere un live del 1964 è eccellente, si parte a tutta birra con lo strumentale Black Eyed Susie, il pubblico apprezza anche le battute della band, che si presentano come un gruppo di hillbillies https://www.youtube.com/watch?v=VMZ_3lx4eAU , benché vengano da Missouri e Indiana, ma sono già temprati dalle esperienze televisive come Darling e molto disinvolti, comunque un po’ di nostalgia di casa traspare, come testimonia la bella Never See My Home Again https://www.youtube.com/watch?v=bVZR7uZiC-I , scritta da Rodney e Mitch, autori anche della successiva There Is A Time, dove l’approccio si fa più ricercato, anche grazie alle armonie vocali che affiancano l’immancabile virtuosismo strumentale https://www.youtube.com/watch?v=sXFG5KCbl8k .

dillards bgo

Old Blue è l’occasione per presentare un brano sentito girando per Festival, attraverso le interpretazioni di Joan Baez e Pete Seeger, forse gli intermezzi parlati sono fin troppo lunghi https://www.youtube.com/watch?v=RMw2Fdylb4E , ma la musica fluisce sempre in modo brillante; Sinkin’ Creek è un altro strumentale eccellente di Doug, mentre The Whole World Round, scritta da Mitch Jayne è ispirata dagli Ozarks, mountain music di squisita fattura, prima di ripartire a tutta velocità con lo strumentale Liberty e con la cover della celeberrima Dixie Breakdown di Don Reno, dove gli intrecci degli strumenti sono fantastici. Nel frattempo hanno scoperto anche “Bobby” Dylan (giuro!), di cui rifanno in chiave bluegrass una deliziosa Walkin’ Down The Line https://www.youtube.com/watch?v=jynISJFUpmg  e dal folk tradizionale pescano anche la bellissima Pretty Polly, al solito con la presentazione più lunga della canzone. Nel 1965 la band si trova presa tra due fuochi: da una parte il loro desiderio di innovare il suono, con le nuove tendenze in ambito country e dintorni, dall’altra la richiesta della Elektra (e dei loro fans più tradizionalisti) di avere un nuovo disco strettamente di bluegrass. A questo punto, obtorto collo, decidono di registrare un nuovo album tutto di brani strumentali unendo le forze con l’amico Byron Berline, un violinista che era tra i talenti emergenti del settore, in modo che tutti, letteralmente nelle parole di Rodney Dillard all’epoca “si potessero prendere il disco e infilarselo su per il c…”, se mi passate il francesismo. Comunque

Dillards Pickin'_&_Fiddlin'

Pickin’ & Fiddlin’ with Byron Berline – 1965 Elektra ***1/2

Al di là delle premesse, è un signor disco come gli altri, anzi, con l’aggiunta di un violinista gli interscambi tra i vari musicisti si fanno ancora più intricati e gli appassionati, benché un po’ doloranti per dove se lo erano dovuto infilare, godettero comunque. Scusate per i commenti scatologici, la musica rimane eccellente: il violino spesso guida le danze, dall’iniziale Hamilton County passando per Fisher’s Hornpipe, Paddy On The Turnpike, le variazioni di Jazz Bow Rag, la divertente Tom And Jerry, la cowboy song Cotton Patch, la giga Durang’s Hornpipe e così via, forse un po’ ripetitivo, per cercare il pelo nell’uovo, ma molto godibile https://www.youtube.com/watch?v=Wz13efY5kIw . Per chi volesse i tre album insieme si trovano riuniti in un doppio CD della BGO, che vedete sopra.

dillard & clark

A questo punto, per preparare la svolta, iniziano a girare dal vivo insieme ai Byrds, con Doug Dillard che dal banjo passa ad una versione elettrica dello strumento costruita dalla Rickenbacker e aggiungono il futuro batterista dei Buffalo Springfield Dewey Martin, ma Doug non è d’accordo con la nuova direzione della band e lascia, curiosamente per andare a suonare lo stesso tipo di musica nel duo Dillard And Clark https://www.youtube.com/watch?v=ai31IX3vBrE , ma come direbbe Obelix, SPQM, Sono Pazzi Questi Musicisti https://www.youtube.com/watch?v=KMtCrVUtmDg . E così rinnovata la fiducia con la Elektra con un nuovo contratto si passa

dillards 1968

Dal Bluegrass Al Country-Rock 1968-1970

Anche se il genere venne presentato come progressive bluegrass, tra di noi possiamo dircelo era country-rock.

Dillards Wheatstraw_Suite

Wheatstraw Suite – 1968 Elektra ****

Certo gli elementi bluegrass non mancano, ma erano comunque presenti anche in parecchie altre band che iniziavano ad approcciare lo stile: al posto di Doug Dillard arriva l’ottimo Herb Pedersen, voce solista, chitarra ritmica e banio, Rodney Dillard aggiunge chitarra elettrica, dobro e pedal steel, e mentre Dean Webb mandolino e Mitch Jayne contrabbasso rimangono l’area più tradizionalista del gruppo, come ospiti appaiono Buddy Emmons alla pedal steel, Joe Osborn al basso elettrico e alla batteria si alternano Toxey French e Jim Gordon, da lì a poco con Derek And Dominos. Sono solo 13 brani, neppure 28 minuti in tutto, ma insieme al disco della International Subamarine Band di Gram Parsons, ai primi dischi della Nitty Gritty, ai Byrds di Sweetheart Of The Rodeo, gli Everly Brothers di Roots, furono tra i primi ad inquadrare il genere country-rock che poi sarebbe esploso nel 1969. La breve I’ll Fly Away cantata a cappella, è una vecchia gospel song, ma è l’occasione per gustare subito le armonie vocali dei “nuovi” Dillards, Nobody Knows è splendida, banjo e mandolino convivono con il sound più elettrico, la melodia è deliziosa, la parte cantata pure, in Hey Boys la parte bluegrass è ancora prevalente, ma l’approccio è più moderno e meno tradizionale e rigoroso guardate il video live a Playboy After Dark (!!!) https://www.youtube.com/watch?v=PfUpQsGCInE , The Biggest Whatever anticipa Poco e Flying Burrito Brothers (con qualche rimando ai Buffalo Springfield) grazie alla bella voce di Rodney e anche Herb Pedersen ci regala una dolcissima ballata come Listen To The Sound, con qualche piccolo tocco orchestrale, mentre Little Pete anticipa, a tutta pedal steel, quanto farà 20 anni dopo con la Desert Rose Band. Tra le cover spiccano una affascinante e corale Reason To Believe, sempre con uso di archi https://www.youtube.com/watch?v=r4YHyqdUyXw , e anche I’ve Just Seen A Face dei Beatles si presta alla perfezione al sound dei Dillards https://www.youtube.com/watch?v=oAzRJ6vcSdY . Troviamo qualche riempitivo ma nell’insieme il disco è veramente molto bello, ottimo anche il bluegrass -rock di Don’t You Cry e la grande ballata country She Sang Hymns Out Of Time scritta da Jesse Lee Kincaid https://www.youtube.com/watch?v=blihFiUvX0s . Come ottimo è pure il successivo album

Dillards Copperfields

Copperfields – 1970 Elektra ****

Il suono si fa più elettrico, Andy York è il nuovo batterista, Herb Pedersen suona anche la chitarra elettrica e il nuovo produttore John Boylan anticipa i suoi futuri lavori con Linda Ronstadt, Pure Prairie League e Commander Cody. Apre una bella cover di Rainmaker di Harry Nilsson, tra guizzanti steel e chitarre elettriche, oltre alle solite eccellenti armonie vocali https://www.youtube.com/watch?v=xOQT3ivUoKM , segue l’elettroacustica In Our Time di Rodney Dillard che ricorda di nuovo i primi Poco  , e The Old Man At The Mill, un brano firmato coralmente dalla band, con l’aggiunta di Pedersen, già presente come traditional nel primo album del gruppo, qui banjo e mandolino sono ancora gli strumenti principali ma il suono è elettrificato. Touch Her If You Can, con una leggera orchestrazione, sembra quasi un pezzo di CSN https://www.youtube.com/watch?v=vIKvWidhbxY , mentre l’incalzante Woman Turn Around è un tipico country-rock dell’epoca, seguito da una cover di Yesterday dei Beatles, cantata a cappella dalla band in una suggestiva rilettura https://www.youtube.com/watch?v=SphbXd6-IuY , mentre Brother John e Copperfields di Herb Pedersen sembrano quasi dei brani di David Crosby o Gene Clark, entrambi molto belli. West Montana Hanna di Jayne e Pedersen si regge sempre sulle armonie a tre/quattro parti tipiche dei Dillards https://www.youtube.com/watch?v=Cn7maErbtgQ , che poi affrontano la squisita Close The Door Lightly di Eric Andersen, sempre con pedal steel pronta alla bisogna https://www.youtube.com/watch?v=M38LUKpfFkE . Pictures è una avvolgente ballata di stampo westcoastiano, con acustiche arpeggiate e la voce delicata di Doug in evidenza, mentre Ebo Walker, con Byron Berline ospite al violino, dedicata al futuro membro dei New Grass Revival, è effettivamente un bluegrass progressivo, e la conclusiva Sundown di Pedersen è una malinconica ed epica ballata strumentale.

Fine prima parte, segue…

Bruno Conti

Meno Male Che I Dischi Belli Li Sa Ancora Fare! Sturgill Simpson – Cuttin’ Grass Vol. 1

sturgill simpson cuttin' grass 1

Sturgill Simpson – Cuttin’ Grass Vol. 1 – High Top Mountain/Thirty Tigers CD

Dire che Sturgill Simpson, dopo gli esordi con i Sunday Valley (con i quali comunque non ha mai pubblicato alcunché), ha avuto una carriera qualitativamente altalenante è usare un eufemismo. Infatti dopo i primi due ottimi album di puro Outlaw Country il musicista del Kentucky ha spiazzato un po’ tutti nel 2016 con A Sailor’s Guide To Earth, nel quale deviava decisamente verso un pop-errebi dal suono fine anni sessanta, un lavoro più sulla falsariga di Anderson East e Nathaniel Rateliff senza però essere a quei livelli. Non un brutto disco, ma una digressione inattesa che poteva far venire qualche dubbio su chi fosse il vero Simpson; le incertezze sono poi cresciute a dismisura nel 2019, quando Sturgill ha pubblicato il pessimo Sound & Fury, un album orripilante a base di hard rock, grunge, dance e rock elettronico che lo aveva ancora più allontanato dai fans della prima ora senza peraltro fargliene acquisire di nuovi https://discoclub.myblog.it/2019/11/08/probabilmente-uno-dei-dischi-piu-brutti-dellanno-sturgill-simpson-sound-fury/ .

sturgill-simpson

Quest’anno il nostro ha prodotto l’eccellente terzo album di Margo Price, That’s How Rumors Get Started https://discoclub.myblog.it/2020/07/11/nuovi-e-splendidi-album-al-femminile-parte-1-margo-price-thats-how-rumors-get-started/ , e poche settimane fa ha dato alle stampe un po’ a sorpresa un album di puro bluegrass, inciso nei piccoli Butcher Shoppe Studios di Nashville insieme ad un manipolo di accompagnatori noti (Stuart Duncan al violino, Mark Howard e Tim O’Brien alle chitarre, la cantautrice Sierra Hull alla voce e mandolino) e meno noti (Mike Bub al basso, Scott Vestal al banjo e Miles Miller alle percussioni). Cuttin’ Grass Vol. 1 è un disco assolutamente sorprendente, che ci rivela l’ennesimo lato musicale di Sturgill: non si tratta infatti di un album di country music moderna con elementi bluegrass, bensì un lavoro di puro bluegrass al 100%, suonato e cantato come si faceva in mezzo alle montagne circa 60-70 anni fa. E, cosa più importante, il disco risulta bello e credibile, suonato benissimo e cantato in maniera ottima dal leader che dimostra quindi di non avere abbandonato la retta via.

sturgill-simpson-bluegrass-band

Non ci sono canzoni nuove in Cuttin’ Grass Vol. 1 (mentre scrivo queste righe è già uscito il secondo volume, ma solo in streaming, per il fisico bisognerà aspettare l’aprile 2021), né brani appartenenti alla tradizione: Simpson infatti ha scelto venti canzoni dai suoi dischi passati (ma niente da Sound & Fury), aggiungendo perfino qualche cosa dei Sunday Valley, e le ha riarrangiate in stile bluegrass facendole sembrare composizioni scritte apposta per questo progetto e dimostrando anche di avere una voce decisamente duttile ed un’attitudine da vero tradizionalista. Nel CD trovano spazio ballate cristalline come All Around You https://www.youtube.com/watch?v=kXGugEWmnSg , Breakers Roar (ariosa e splendida), le nostalgiche I Don’t Mind https://www.youtube.com/watch?v=xYcmf9cRp7A  e I Wonder, il valzer d’altri tempi Old King Coal, la western-oriented Voices e la malinconica Water In A Well.

Sturgill-Late-Show-Wide

Ma soprattutto ci sono brani dal ritmo coinvolgente (sia con che senza le percussioni) e gran dispendio di assoli di chitarre, violino, mandolino e banjo, come All The Pretty Colors, Just Let Go, Life Ain’t Fair And The World Is Mean (deliziosa) https://www.youtube.com/watch?v=HQ2i54in27Q , A Little Light, puro esempio di mountain music con elementi gospel, la super-tradizionale Long White Line (unica non scritta da Sturgill ma da Buford Abner, uno dei padri del bluegrass), che sembra quasi fondersi con la scintillante Living The Dream, Sometimes Wine, che conta su strepitose performance strumentali https://www.youtube.com/watch?v=_oTovhnxDg4 , o pezzi ritmicamente forsennati come Railroad Of Sin e The Storm. Senza tralasciare Time After All e Turtles All The Way Down che hanno due tra le melodie più dirette ed orecchiabili del CD.

Con Cuttin’ Grass Vol. 1 Sturgill Simpson ha dunque dimostrato di essere ancora in grado di dire la sua, anche se questo saltare di palo in frasca non mi lascia del tutto tranquillo per il futuro.

Marco Verdi

Il 2020 Non E’ Ancora Finito: Il Giorno Di Natale E’ Morto Tony Rice, Maestro Del Bluegrass.

tony rice 1

Questo maledetto 2020 è agli sgoccioli, ma non ha ancora terminato di far sentire in maniera nefasta la sua presenza: tre giorni dopo la scomparsa di Leslie West dobbiamo infatti registrare un’altra grave perdita nel mondo della nostra musica, in quanto il giorno di Natale si è spento all’età di 69 anni (pare di infarto mentre si faceva il caffé, ma erano anni che si trascinava vari problemi di salute) David Anthony Rice, meglio conosciuto come Tony Rice, chitarrista acustico sopraffino ed uno dei musicisti più influenti di sempre in ambito bluegrass https://www.youtube.com/watch?v=-GdfCNKuJzo . Nato in Virginia ma cresciuto in California in una famiglia che mangiava pane e musica, il giovane Tony si interessa da subito al genere bluegrass che è anche il preferito dal padre Herb, ed in particolare all’opera dei Kentucky Colonels, band nella quale milita il futuro Byrd Clarence White. Diventato in pochi anni un eccellente chitarrista, Rice nel 1970 si sposta in Kentucky dove entra a far parte prima dei Bluegrass Alliance ed in seguito dei New South di J.D. Crowe, un gruppo in cui militano anche nomi del calibro di Jerry Douglas al dobro e Ricky Skaggs al mandolino, violino e voce: il loro omonimo album del 1974 è considerato uno dei capolavori del bluegrass dell’epoca.

tony-rice-600x315-cropped

In particolare il nome di Rice (i cui tre fratelli sono ugualmente musicisti) inizia a circolare nell’ambiente grazie alla sua notevole abilità chitarristica, sviluppata per mezzo della tecnica del “flatpicking”, che consiste nel colpire le corde ad una ad una col plettro tenuto tra pollice ed indice. In pochi anni quindi Tony diventa un musicista molto richiesto ed entra a far parte del David Grisman Quintet, con il quale registra tre album tra il 1977 ed il 1981 ponendo quindi anche il suo marchio nella nascita e sviluppo della cosiddetta “Dawg Music” https://www.youtube.com/watch?v=x05z27blg80 ; ma Rice è anche un abile cantante e quindi comincia a costruirsi una carriera sia come solista che come capo del Tony Rice Unit, attraverso una serie di pregevoli album pubblicati in uno spazio di tempo molto ampio, dal 1973 al 2000 https://www.youtube.com/watch?v=TFBWOvSuCE8 . Come se ciò non bastasse, nel 1981 forma la Bluegrass Album Band, un supergruppo con Crowe, Todd Phillips, Doyle Lawson e Bobby Hicks, i quali si occupano di riprendere classici del passato di gente come Bill Monroe, Lester Flatt, Earl Scruggs, Ralph Stanley ed altri: The Bluegrass Album non è un successo di vendite (nulla nel corso della carriera di Rice lo sarà), ma i cinque si divertono a tal punto da pubblicare ben cinque seguiti fino al 1996  https://www.youtube.com/watch?v=8VEmXV8Dx_4.

Tony-Rice

Instancabile, Tony riesce a trovare il tempo di registrare due pregevoli album con Norman Blake, altrettanti con i suoi fratelli a nome, appunto, The Rice Brothers, di unirsi a Grisman ed a Jerry Garcia per l’ottimo The Pizza Tapes (inciso nel 1993 e pubblicato nel 2000 https://www.youtube.com/watch?v=TXi5Wh_uDKQ ) e, tra il 1997 ed il 2001, di incidere tre splendidi lavori insieme al fratello Larry Rice, Chris Hillman e Herb Pedersen (Rice, Rice, Hillman & Pedersen: Out On The Woodward, Rice, Rice, Hillman & Pedersen e Runnin’ Wild, uno più bello dell’altro https://www.youtube.com/watch?v=DX0880QYhI8 ). Dulcis in fundo, nel nuovo millennio si unisce ad un altro grande chitarrista, Peter Rowan, per due album, l’ultimo dei quali (Quartet, 2007) è anche l’ultima testimonianza su disco della sua sublime tecnica chitarristica https://www.youtube.com/watch?v=tyfRpnvbW8I .

Rest in peace, old pickin’ man.

Marco Verdi

Un Ritorno A Sorpresa Ma Molto Gradito, Anche Se Per Il CD Bisognerà Aspettare. Gillian Welch & David Rawlings – All The Good Times

gillian welch & david rawlings all the good times are past & gone

Gillian Welch & David Rawlings – All The Good Times – Acony Records Download

Lo scorso 10 luglio, pochi giorni fa, la bravissima folksinger Gillian Welch ha messo online senza alcun preavviso All The Good Times, un intero album registrato con il partner sia musicale che di vita David Rawlings (ed è la prima volta che un lavoro viene accreditato alla coppia) e per ora disponibile solo come download, anche se i pre-ordini per la versione in CD e vinile sono già aperti (mentre la data di pubblicazione è ancora incerta, si parla di fine settembre-inizio ottobre). Il fatto in sé è un piccolo evento in quanto Gillian mancava dal mercato discografico addirittura dal 2011, anno in cui uscì lo splendido The Harrow & The Harvest, ultimo lavoro con brani originali dato che Boots No. 1 del 2016 era una collezione di outtakes, demo ed inediti inerenti al suo disco di debutto Revival uscito vent’anni prima (benché comunque Gillian è una delle colonne portanti del gruppo del compagno, la David Rawlings Machine, più attiva in anni recenti https://discoclub.myblog.it/2017/08/22/altre-buone-notizie-da-nashville-david-rawlings-poor-davids-almanack/ ).

Il dubbio che la Welch soffrisse del più classico caso di blocco dello scrittore mi era venuto, e questo All The Good Times non contribuisce certo a chiarire le cose dato che si tratta di un album di cover, dieci canzoni prese sia dalla tradizione che dal songbook di alcuni grandi cantautori, oltre a qualche brano poco noto: a parte queste considerazioni sulla mancanza di pezzi nuovi scritti da Gillian, devo dire che questo nuovo album è davvero bello, in quanto i nostri affrontano i brani scelti non in maniera scolastica e didascalica ma con la profondità interpretativa ed il feeling che li ha sempre contraddistinti, e ci regalano una quarantina di minuti di folk nella più pura accezione del termine, con elementi country e bluegrass a rendere il piatto più appetitoso. D’altronde non è facile proporre un intero disco con il solo ausilio di voci e chitarre acustiche senza annoiare neanche per un attimo, ma Gillian e David riescono brillantemente nel compito riuscendo anche ad emozionare in più di un’occasione. Un cover album in cui sono coinvolti i due non può certo prescindere dai brani della tradizione, ed in questo lavoro ne troviamo tre: la deliziosa Fly Around My Pretty Little Miss (era nel repertorio di Bill Monroe), con Gillian che canta nel più classico stile bluegrass d’altri tempi ed i due che danno vita ad un eccellente guitar pickin’, l’antica murder ballad Poor Ellen Smith (Ralph Stanley, The Kingston Trio e più di recente Neko Case), tutta giocata sulle voci della coppia e con le chitarre suonate in punta di dita, e la nota All The Good Times Are Past And Gone, con i nostri che si spostano su territori country pur mantenendo l’impianto folk ed un’interpretazione che richiama il suono della mountain music più pura.

Non è un traditional nel vero senso della parola ma in fin dei conti è come se lo fosse il classico di Elizabeth Cotten Oh Babe It Ain’t No Lie (rifatta più volte da Jerry Garcia sia da solo che con i Grateful Dead), folk-blues al suo meglio con la Welch voce solista e Rawlings alle armonie, versione pura e cristallina sia nelle parti cantate che in quelle chitarristiche. Lo stile vocale di Rawling è stato più volte paragonato a quello di Bob Dylan, ed ecco che David omaggia il grande cantautore con ben due pezzi: una rilettura lenta e drammatica di Senor, una delle canzoni più belle di Bob, con i nostri che mantengono l’atmosfera misteriosa e quasi western dell’originale, pur con l’uso parco della strumentazione, e la non molto famosa ma bellissima Abandoned Love, che in origine era impreziosita dal violino di Scarlet Rivera ma anche qui si conferma una gemma nascosta del songbook dylaniano. Ginseng Sullivan è un pezzo poco noto di Norman Blake, una bella folk song che Gillian ripropone con voce limpida ed un’interpretazione profonda e ricca di pathos, mentre Jackson è molto diversa da quella di Johnny Cash e June Carter, meno country e più attendista ma non per questo meno interessante; l’album si chiude con Y’all Come, una country song scritta nel 1953 da Arlie Duff e caratterizzata dal botta e risposta vocale tra i due protagonisti, un pezzo coinvolgente nonostante la veste sonora ridotta all’osso.

Ho lasciato volutamente per ultima la traccia numero quattro del CD (anzi, download…almeno per ora) in quanto è forse il brano centrale del progetto, un toccante omaggio a John Prine con una struggente versione della splendida Hello In There, canzone scelta non a caso dato che parla della solitudine delle persone anziane, cioè le più colpite dalla recente pandemia (incluso lo stesso Prine).

Nell’attesa di un nuovo album di inediti di Gillian Welch, questo All The Good Times è dunque un antipasto graditissimo quanto inatteso, anche se per gustarmelo meglio attendo l’uscita del supporto fisico.

Marco Verdi