La Musica Di Qualità E’ Davvero Nelle Sue “Corde”! Billy Strings – Home

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Billy Strings – Home – Rounder CD

“Ho visto il futuro del bluegrass, il suo nome è Billy Strings!” Nessuno in realtà, che io sappia, ha mai pronunciato questa frase, ho semplicemente adattato la celeberrima sentenza con la quale l’allora critico Jon Landau definì un giovane Bruce Springsteen dopo un concerto a Cambridge in cui il futuro Boss apriva per Bonnie Raitt, e l’ho applicata a Billy Strings, musicista ventisettenne originario del Michigan. In realtà il nostro si chiama William Apostol, ed il soprannome Strings gli è stato appioppato dallo zio che era rimasto impressionato dalla sua abilità con gli strumenti a corda. D’altronde non poteva essere altrimenti, in quanto William fin da bambino è stato cresciuto a pane e bluegrass dal patrigno, musicista per diletto e grande appassionato di Doc Watson, Del McCoury, Bill Monroe e Ralph Stanley. Billy crescendo si è avvicinato anche al rock (da Jimi Hendrix in giù), ed il suo modo di suonare risente di queste molteplici influenze, in quanto stiamo parlando di un musicista con una tecnica straordinaria, che riesce a giostrarsi brillantemente con qualsiasi tipo di strumento tradizionale palesando una grinta ed un approccio da vero rocker, ed introducendo all’interno di una musica che è acustica al 90% anche delle parti di chitarra elettrica: non siamo ancora di certo ai livelli degli Old Crow Medicine Show (una band alla quale il nostro è stato paragonato), ma neppure distanti anni luce.

A parte due album autodistribuiti e registrati insieme a Don Julin, Billy ha esordito con un EP nel 2016 ed un anno dopo ha dato alle stampe il suo vero e proprio debutto, Turmoil And Tinfoil, che lo ha subito fatto notare come una sicura promessa in ambito bluegrass, a tal punto che per questo nuovo Home il nostro è stato messo sotto contratto dalla prestigiosa Rounder. Prodotto da Glenn Brown, Home vede Billy circondarsi di colleghi che come lui danno del tu agli strumenti: Strings si occupa di chitarre e banjo, ed è aiutato da Billy Failing sempre al banjo, Jarrod Walker al mandolino, Royal Masat al basso e John Mailander al violino, mentre in un paio di pezzi compare anche il dobro del maestro Jerry Douglas. Quattordici canzoni, tutte quante a firma di Billy nonostante in certi momenti ci sembra di ascoltare vecchi brani della tradizione. Taking Water  ha un inizio attendista nel quale i nostri paiono accordare gli strumenti, poi il banjo dà il via alle danze per un country-grass diretto e godibile, dal refrain corale che pare preso da un vecchio canto appalachiano. Ogni brano dona spazio agli assoli dei vari musicisti, che rendono ancora più piacevole l’ascolto. Must Be Seven è vivace e ha dalla sua una scrittura moderna nonostante l’accompagnamento d’altri tempi (ed anche qui non mancano un paio di splendidi interventi di banjo e chitarra), a differenza della deliziosa Running che sembra un antica pickin’ tune degli anni cinquanta (e sentite come suonano).

Ma gli highlights del disco sono Away From The Mire e Home, due brani straordinari di quasi otto minuti l’uno in cui il gruppo letteralmente si supera, con i vari membri che si rincorrono idealmente a vicenda tentando di sfidarsi a duello l’un l’altro: Away From The Mire parte come una ballata, ma dopo solo un minuto il ritmo prende il sopravvento (e compare anche una chitarra elettrica per uno strepitoso intermezzo rock), mentre Home è addirittura quasi psichedelica, con elementi orientaleggianti ed un finale anche qui elettrico, da applausi a scena aperta. Non solo tecnica, ma anche feeling e creatività a mille. Dopo due pezzi così il resto è in discesa, ma non sarebbe giusto ignorare tracce come la limpida Watch It Fall, puro country, il bluegrass a tutta velocità di Long Forgotten Dream (altro brano suonato con un approccio rock pur avendo la spina staccata), la strana Highway Hypnosis, che parte tradizionale al massimo e poi diventa un insieme di sonorità ipnotiche (come da titolo), per poi riprendere il tema iniziale e chiudere in scioltezza. Enough To Leave è una country ballad molto suggestiva, Hollow Heart riporta il ritmo a livelli altissimi, mentre Love Like Me è una folk song pura e fresca. Il CD si chiude con Everything’s The Same, altra canzone in cui Billy e compagni si divertono a suonare ad alta velocità, il fantastico strumentale Guitar Piece, vero pezzo di bravura ed abilità chitarristica per il nostro (e qui vedo addirittura l’influenza di John Fahey), e con Freedom, un bellissimo brano che fonde folk e gospel, con tanto di botta e risposta tra voce e coro, pura mountain music.

Home è un album fulminante, e Billy Strings un nome sul quale contare sicuramente per il futuro. Per quanto mi riguarda, anche per il presente.

Marco Verdi

Un Cognome, Una Garanzia! Edgar Loudermilk Band – Lonesome River Boat

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Edgar Loudermilk Band – Lonesome Riverboat Blues – Rural Rhythm CD

Edgar Loudermilk, cantante e bassista, non è un musicista alle prime armi, in quanto nel recente passato ha militato in ben tre gruppi (Carolina Crossfire, Full Circle e IIIrd Tyme Out), oltre a collaborare a lungo con Rhonda Vincent ed incidere anche qualche album come solista ed uno in duo con il chitarrista Dave Adkins. Se il suo cognome vi ricorda qualcosa, avete fatto centro: Edgar è in effetti parente alla lontana del noto cantautore John D. Loudermilk (scomparso nel 2016), ma soprattutto è un diretto discendente dei Louvin Brothers, un duo tra i più importanti della storia della country music (infatti il vero cognome dei fratelli Charlie ed Ira Louvin era proprio Loudermilk). Anche nonno e padre di Edgar erano strumentisti, e quindi è facile capire il perché il nostro sia nato con la musica nel sangue, ed una passione per country e bluegrass.

Coinvolto come abbiamo visto in mille progetti, nel 2016 ha formato la Edgar Loudermilk Band, un combo in puro stile bluegrass il cui primo album, Georgia Maple, ha ottenuto ottime critiche. Il gruppo propone una musica di chiaro stampo tradizionale pur suonando canzoni originali, il tutto con abbondanti dosi di feeling e con una notevole tecnica: oltre ad Edgar fanno parte della band l’eccellente chitarrista Jeff Autry, un altro con un’attiva carriera (e la cui presenza viene annunciata orgogliosamente anche sulla copertina dei CD del gruppo), il figlio di quest’ultimo, Zach Autry, al mandolino, Curtis Bumgarner al banjo e Dylan Armour al dobro, e la particolarità è che sia Edgar che Jeff che Zach cantano, così da ricreare le armonie tipiche dei gruppi della mountain music di un tempo. Lonesome Riverboat Blues è il nuovo album della ELB, ed è uno scintillante esempio di moderna old-time music, con brani che mischiano ottimamente country, bluegrass, folk e gospel, una tecnica sopraffina da parte dei cinque musicisti ed una serie di canzoni scritte oggi ma che sembrano risalire a più di sessant’anni fa, controbilanciate anche da brani di stampo più contemporaneo.

La title track è sintomatica, un pezzo cristallino tra folk e bluegrass con grande uso di strumenti a corda ed un motivo dl sapore decisamente tradizionale: il mandolino tiene il ritmo, mentre agli assoli ci pensano il banjo, la chitarra e il dobro. The House My Daddy Built ha una struttura più moderna, essendo una limpida country ballad dalla melodia gentile e squisita con il dobro che si eleva a strumento principale, ma con All I’m Missing Is You siamo ancora in territorio bluegrass, attacco tipico di banjo, poi entrano gli altri strumenti ed Edgar intona un motivo piacevole e diretto. Dinah ha un ritmo veloce nonostante l’assenza di batteria e si distinguono elementi western swing, con splendide prestazioni di mandolino e dobro: tecnica raffinata ma anche creatività e feeling. Have You Seen My Blueridge Girl è una tersa e spedita country song, deliziosa nella melodia e frizzante nell’accompagnamento.

I Missed My Chance è un lento intenso  con un sound più attuale ed ottimo motivo corale, mentre con The Winter Wind torniamo in piena festa bluegrass, sembra di sentire il live inedito dei Good Old Boys uscito di recente, con gli strumenti suonati a velocità supersonica. Since I Left Virginia è una country song pura, immediata ed orecchiabile, Singing To The Scarecrow una tenue ballata che per un attimo riproietta il disco ai giorni nostri (bello e toccante il refrain), mentre Until I Can Find My Way Back To You è un altro pezzo dal ritmo alto con dobro e banjo sugli scudi e solito ritornello corale. Chiudono un dischetto fresco, creativo e stimolante Living Life Without You, ancora un bluegrass davvero piacevole, e la limpida When I Grow Too Old To Dream, tra country e folk e con un assolo di gran classe da parte di Jeff Autry. Edgar Loudermilk: buon sangue non mente.

Marco Verdi

Ecco Un Altro Gruppo Che Non Sbaglia Un Disco Neanche Volendo! Marley’s Ghost – Travelin’ Shoes

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Marley’s Ghost – Travelin’ Shoes – Sage Arts CD

Quando si parla di gruppi che rielaborano la tradizione country, folk e bluegrass in chiave moderna la mente va subito a Old Crow Medicine Show, Avett Brothers e Trampled By Turles, ma spesso ci si dimentica di citare i Marley’s Ghost, sestetto californiano in giro da più di trent’anni. Una band di veterani quindi, ed infatti i capelli dei membri sono ormai irrimediabilmente grigi (quando non del tutto assenti), ma la loro forza nel suonare ed abilità nel produrre grande musica è pari a quella dei gruppi citati sopra. I Marley’s Ghost (Mike Phelan, chitarre, dobro, basso, violino e voce, Ed Littlefield Jr., chitarre, steel, basso e voce, Jon Wilcox, mandolino, chitarre e voce, Dan Wheetman, basso, steel, chitarra e voce, Jerry Fletcher, piano e voce, Bob Nichols, batteria) sono meno rock sia degli Old Crow che dei Fratelli Avett, pur avendo una sezione ritmica ed usando qua e là anche la chitarra elettrica, ma si rifanno più direttamente a sonorità tradizionali di generi come country, bluegrass, folk, gospel e old time music, rilette comunque con grande forza ed eccellente perizia strumentale.

 

Non hanno inciso moltissimo in 32 anni, appena una dozzina di album, ma proprio per questo quando esce una loro pubblicazione si può stare certi che non sarà una delusione. I loro ultimi due lavori, i bellissimi Jubilee e The Woodstock Sessions, erano prodotti da Larry Campbell, uno che con questo tipo di musica va a nozze, ed infatti i nostri lo hanno voluto a bordo anche per questo nuovissimo Travelin’ Shoes, un album davvero splendido, forse ancora più bello dei precedenti, in cui il sestetto rivisita a modo suo una serie di brani della tradizione gospel, con l’aggiunta di appena due brani originali. Il risultato è di altissimo livello, una strepitosa collezione di brani che rivedono il gospel aggiungendo cospicue dosi di ritmo, passando dal country al rock al bluegrass con estrema disinvoltura, e senza un attimo di tregua. Che non ci troviamo di fronte ad un disco qualsiasi lo si capisce fin dalla title track posta in apertura, che inizia per voce e banjo, poi entra il resto del gruppo ed anche la sezione ritmica comincia a farsi sentire: il binomio tra l’accompagnamento grintoso e la melodia tipicamente folk è vincente, in gran parte grazie alla fusione delle varie voci. Hear Jerusalem Moan è un traditional molto noto, ed è eseguito con uno splendido arrangiamento tra gospel e bluegrass, con alternanza tra parti vocali ed assoli strumentali (particolarmente belli quelli di violino e pianoforte);You Can Stand Up Alone, dopo un lungo intro a cappella, è eseguita in maniera cadenzata e con una deliziosa veste doo-wop anni sessanta (e la chitarra è elettrica), rilettura irresistibile, tra le più belle del CD.

Someday è scritta da Campbell, ed è un saltellante country-gospel contraddistinto da una performance in punta di dita ed all’insegna della classe sopraffina di cui i nostri sono provvisti in grande quantità. So Happy I’ll Be è un vecchio pezzo di Flatt & Scruggs, un coinvolgente gospel sullo stile di brani come Will The Circle Be Unbroken e Amazing Grace, superbamente eseguito e cantato alla perfezione; nell’insinuante Shadrack i nostri sembrano degli epigoni di Tennessee Ernie Ford, con quel tipico approccio old style ed un bel botta e risposta tra voce solista e coro, il tutto con un vago sapore jazzato. Run Come See Jerusalem è un capolavoro, sembra uscita di botto da un disco anni settanta di Ry Cooder, dall’intro di chitarra elettrica, all’atmosfera a metà tra Hawaii e Messico (c’è anche una fisarmonica), ed il coro fa la parte che fu di Bobby King e Terry Evans: magnifica. Judgement Day, unico pezzo originale dei nostri (ad opera di Wheetman), è un altro highlight assoluto, una splendida western ballad elettrica che sarebbe piaciuta a Johnny Cash, vibrante e dalla melodia epica, When Trouble’s In My Home richiama ancora Cooder (quello di Boomer’s Story), canzone tra folk, gospel e blues, con slide acustica ed intesa vocale perfetta, mentre Standing By The Bedside Of A Neighbor è uno scintillante e ritmato western swing con il grande Bob Wills come riferimento principale. Chiudono l’album la cristallina A Beautiful Life, puro country con un tocco di gospel, e con Sweet Hour Of Prayer, un toccante slow pianistico e corale che ha quasi il sapore di un brano natalizio.

Con Travelin’ Shoes i Marley’s Ghost hanno aggiunto un altro gioiello ad una collezione già preziosissima: tra i dischi più belli di questa prima parte di 2019, almeno nel genere country e derivati.

Marco Verdi

Un Gradito Ripescaggio Dal Recente Passato Di Un’Ottima Band. Hackensaw Boys – The Old Sound Of Music Sessions

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Hackensaw Boys – The Old Sound Of Music Sessions – Valley Entertainment CD

Questo non è il nuovo album degli Hackensaw Boys (anche se a tre anni di distanza da Charismo sarebbe stato lecito pensarlo), ma la ristampa di due introvabili EP, The Old Sound Of Music Vol 1 & 2, incisi nel 2009 ma pubblicati nel 2011 dal gruppo originario della Virginia. Per chi non li conoscesse, gli Hackensaw Boys sono una string band che fa parte dello stesso filone dei vari Old Crow Medicine Show, Avett Brothers e Trampled By Turtles, un combo che propone nuove canzoni con uno stile da old-time band: musica country, folk e bluegrass suonata con una gran dose di forza ed inventiva ed un innato senso del ritmo. In una ventina d’anni hanno inciso sette album in studio e tre EP, due dei quali sono appunto riuniti in questo The Sound Of Music Sessions, che è da trattare un po’ come se fosse un lavoro nuovo in quanto i due dischetti del 2011 sono da tempo fuori catalogo e non erano facili da reperire all’epoca dell’uscita.

E la musica contenuta in questa ristampa e davvero piacevole e riuscita, dodici canzoni in cui i nostri passano con grande disinvoltura da un genere all’altro, ma sempre rimanendo ben ancorati alla tradizione, e con la particolarità che su sei elementi (Ferd Moyse, Justin Neuhardt, Jesse Fiske, Shawn Galbraith, Ward Harrison e Robert Bullington) ben quattro scrivono le canzoni e le cantano da solisti, garantendo una maggiore varietà di stili. C’è da dire che i sei nomi che ho appena citato facevano parte del gruppo in quel periodo, ma oggi solo Moyse è rimasto alla guida, trattando la band più come un collettivo dal quale si può liberamente entrare ed uscire che come una formazione stabile. Over The Road è un bluegrass suonato a velocità forsennata, ci sono anche basso e batteria, con una melodia corale di stampo tradizionale (ma il brano è originale, come tutti gli altri), subito seguito dalla cristallina Spring Fruit, una ballata tutta giocata sull’intreccio degli strumenti a corda ed un motivo anche qua cantato a più voci, e con Can’t Catch Me, in cui il leader è Moyse (che ha un timbro molto simile a quello di Levon Helm), un pezzo inizialmente dal passo lento e cadenzato ma che all’improvviso si trasforma in un altro bluegrass limpido e travolgente.

Ritmo altissimo anche in End Times, che se fosse suonata da strumenti elettrici sarebbe sicuramente un grintoso rock’n’roll; Silver Lining è una spedita country song dallo script più moderno ma sempre coinvolgente al massimo, mentre Restaurant Girl è più malinconica, e sostenuta da un bell’interscambio tra violino e banjo, una melodia profonda ed un ottimo assolo di mandolino. Con Going Home rientriamo in zona rockin’ country, ennesima bluegrass song suonata con un’attitudine quasi punk, impossibile tenere il piede fermo, Knoxville Blues è una limpida e gentile country ballad, che dimostra che i nostri non sono bravi solo a pigiare il piede sull’acceleratore. Do You Care? è ancora rock’n’roll acustico travestito da brano country, tempo cadenzato e botta e risposta voce-coro, mentre con la vertiginosa Chains On riprende il viaggio sul treno in corsa; il dischetto si chiude con la soffusa On Our Own (il ritmo è sempre alto, ma la batteria è spazzolata) e con Noon Or Midnight, che si stacca dal resto essendo un country-rock decisamente più moderno ed in cui spunta anche una chitarra elettrica.

Una gradevole occhiata nello specchietto retrovisore per gli Hackensaw Boys, nell’attesa di poter ascoltare un disco totalmente nuovo.

Marco Verdi

Coniugare Quantità E Qualità Si Può! Jim Lauderdale – Time Flies

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Jim Lauderdale – Time Flies – Yep Roc CD

Jim Lauderdale è da diversi anni una delle figure più popolari della country music d’autore. Attivo da quasi una trentina d’anni, Jim ha incominciato all’alba degli anni novanta come una delle nuove promesse del country di Nashville, ma si è a poco a poco allontanato dalla strada del successo, continuando ad incidere dischi di qualità, con una prolificità rara ed una media spesso superiore ad un album all’anno. Nel corso della carriera Jim ha collaborato con molti artisti di primissima fascia, il che lo ha portato indubbiamente a crescere sia come autore che come musicista: Buddy Miller, Rodney Crowell, Ralph Stanley & The Clinch Mountain Boys, James Burton e Robert Hunter (proprio il paroliere di Jerry Garcia, con il quale Jim ha scritto diversi album) sono solo alcuni dei nomi che hanno incrociato il cammino di Lauderdale; in America è piuttosto conosciuto, negli anni ha anche venduto bene, ma ha avuto molto meno successo di tanti burattini senza talento che sfornano dischi in fotocopia ogni anno. Ora il nostro mette sul mercato ben due album, il primo inciso insieme al mandolinista bluegrass Roland White (il bluegrass è una delle grandi passioni di Jim), e questo Time Flies, che propone undici nuove canzoni di classico country.

Ovviamente Lauderdale non cambia il suo stile, ma il suo tipo di musica è comunque abbastanza variegato e con una qualità che si mantiene su livelli medio-alti: Jim infatti spazia con disinvoltura dal country puro, allo swing, alla musica western, fino al rockabilly, e Time Flies (prodotto da Jim insieme a Tim Weaver), riassume con disinvoltura tutti questi generi, con una band che ha i suoi punti di forza nelle chitarre di Chris Scruggs e Kenny Vaughn, nella steel di Tommy Hannum e nelle tastiere di Micah Hulscher e Robbie Crowell. L’album inizia con la title track, ballatona dal passo lento ma strumentazione ricca, con un bel tappeto di chitarre acustiche, gradevoli interventi di piano e steel ed un’atmosfera d’altri tempi. The Road Is A River è più elettrica e contrappone una chitarra ritmica quasi funky ad un tempo western, creando una miscela stimolante impreziosita da un bel refrain ed un paio di ottimi assoli di Scruggs; Violet è una tenue e dolce ballad suonata in maniera diretta e con l’organo che dona un sapore soul, mentre Slow As Molasses è un godibilissimo honky-tonk acustico con un arrangiamento volutamente vintage, alla Hank Williams (Senior, naturalmente).

La spedita Where The Cars Go By Fast è una country song elettrica e roccata, come è solito fare Marty Stuart quando si ispira a Johnny Cash (ed è una delle migliori), When I Held The Cards In My Hand è una deliziosa western tune dal ritmo strascicato ed un chitarrone twang che profuma di anni sessanta, mentre Wearing Out Your Cool cambia registro, essendo una sorta di boogie a cui i fiati danno un sapore da big band, un mix accattivante al quale partecipa anche la steel. Con la ritmata Wild On Me Fast Lauderdale torna al country puro e semplice, con un tocco di swing, swing che aumenta con la gustosa While You’re Hoping, che ricorda certe incursioni di Willie Nelson nel jazz; il CD si chiude con l’elettrica It Blows My Mind, che contrappone una melodia classicamente country ad una chitarra dai toni quasi psichedelici, e con la languida If The World’s Still Here Tomorrow, un lentaccio pianistico alla George Jones. Per Jim Lauderdale quantità e qualità vanno di pari passo, anche con una certa dose di creatività: e meno male, dato che forse solo Joe Bonamassa è più prolifico di lui.

Marco Verdi

Affascinante “Vera Ed Antica” Country Music Dagli Altopiani Australiani. Kasey Chambers & The Fireside Disciples – Campfire

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Kasey Chambers & The Fireside Disciples – CampfireWarner Music Australia/Essence

Kasey Chambers è una delle più popolari (e brave) cantautrici australiane, i suoi dischi sono regolarmente ai primi posti nelle classifiche down under, questo Campfire è il suo dodicesimo disco di studio, ed esce dopo l’ottimo e complesso doppio dello scorso anno Dragonfly https://discoclub.myblog.it/2017/02/05/sempre-dallaustralia-una-libellula-di-prima-grandezza-kasey-chambers-dragonfly/ . Ma nel passato della brava Kasey c’è anche un passaggio cruciale nella band di famiglia, la Dead Ringer Band, in azione soprattutto negli anni ’80 e ’90, e che vedeva in formazione anche la mamma Diane, il fratello Nash e il babbo Bill, partendo proprio dagli stessi presupposti che stanno alla base di questo Campfire: ovvero, riassunto molto in sintesi, nel 1976, quando Kasey era un infante e Nash aveva due anni, la coppia Chambers decise di andare a vivere in una zona dell’Australia rurale nota come Nullarbour Plain, un altopiano in mezzo al nulla, dove per sostenersi si erano dedicati alla caccia alla volpe e ad altre attività molto primitive, alla sera prima di dormire tutta la famiglia si riuniva intorno al falò del campo, da cui il Campfire del titolo, Bill estraeva la chitarra e tutta la famiglia armonizzava al ritmo dei grandi classici del country, del bluegrass, del folk e della OTM. Quindi cosa ti ha pensato la vulcanica nostra amica: perché non realizzare un album interamente basato su questa tradizione delle canzoni intorno al falò?

Detto fatto e, a merito della Chambers, va detto che questo disco, acustico, scarno, basato su pochi strumenti e l’armonizzazione deliziosa delle voci, in primis è molto riuscito, e poi è arrivato anche fino al 6° posto della classifica australiana: pensate ad un disco di Iris DeMent o Gillian Welch, ma scarnificatelo ancora di più, oppure al suono di un progetto come Brother Where Art Thou (Fratello Dove Sei?), incentrato su una serie di brani scritti appositamente dalla Chambers per l’occasione, che viene aiutata dal babbo Bill , chitarra, dobro, mandolino, da Brandon Dodd dei Grizzly Train, chitarra e banjo, e da Alan Pigram, un aborigeno degli Yavuru, che collettivamente si fanno chiamare The Fireside Disciples, e integrano con le loro intricate armonie vocali Kasey Chambers, in brani che spaziano appunto tra country, mountain music, bluegrass, folk, anche gospel, in alcune occasioni cantato a cappella , mentre altre canzoni sono cantate in solitaria. Un disco non facile, ma affascinante, che si apre, e non poteva essere diversamente, con The Campfire Song, una delicata canzone che rimanda alle canzoni della Carter Family, ma anche ai brani più acustici di Emmylou Harris e Dolly Parton, che da sole (o come trio, insieme alla Ronstadt) hanno esplorato questo repertorio più acustico e tradizionale: la Chambers non ha una voce straordinaria, piuttosto sottile, ma “garbata” ed evocativa, e l’intermezzo parlato di Pigram aggiunge fascino ad un brano già ammaliante di suo. Go On Your Way vive solo sulle voci disadorne ma seducenti dei protagonisti, mentre Orphan Heart, introdotta da un banjo e da una chitarra acustica, vive ancora sulle splendide armonizzazioni dei musicisti coinvolti, e poi il dobro di Bill Chambers diventa protagonista del brano.

La quasi biblica Goliath Is Dead va a ritmo di un  mosso gospel, con il call and response di Kasey e dei suoi soci, su cui si inserisce una frizzante armonica. Abraham, cantata dalla sola Kasey, è uno dei brani centrali del disco, una ballata splendida di sei minuti, fragile ma forte al contempo, sui guai di questo mondo, forse senza speranza, dove viviamo, cantata in solitaria dalla Chambers, ma con le voci e gli strumenti che a tratti la sostengono con vigore in una atmosfera per altri versi, soffusa; Early Grave è un’altra bella canzone di stampo country-folk, come pure la successiva The Harvest And The Seed, dove come ospite appare una Emmylou Harris che mostra una voce meno frizzante del solito, più rotta e vissuta, che testimonia che anche per lei il tempo scorre, anche se il fascino e la classe non mancano mai. Big Fish, solo voci e percussioni e un dobro nel finale, come pure The Little Chicken (featuring My  Dad!), ricordano appunto quelle canzoni  spensierate che probabilmente si cantavano intorno al fuoco nei tempi che furono. E anche Junkyard Song introdotta dai dialoghi in presa diretta dei protagonisti, come pure la musica ha quella freschezza tipica della canzone popolare, con Now That You’re Gone, che è un’altra splendida ed intensa traccia da folksinger pura di grande caratura, cantata con impeto e grande partecipazione dalla Chambers, che poi si rilassa nuovamente nella elegante, minimale e favolistica Fox And The Bird, solo un banjo e la voce sussurrata di Kasey. Che ci saluta nella conclusiva, corale Happy, dove come The Little Pilgrims appaiono quelli che hanno tutta l’aria di essere figli e nipoti, per chiudere idealmente questo incantevole viaggio nel passato e proiettarlo nel futuro.

Bruno Conti

A Vent’Anni Era Già Un Fenomeno! Jerry Garcia – Before The Dead

jerry garcia before the dead

Jerry Garcia – Before The Dead – Round/JGF 4CD – 5LP

Quando, verso la fine del 2016, ho recensito su questo blog lo splendido album Folk Time, una collezione di incisioni effettuate da Jerry Garcia con gli Hart Valley Drifters, alla fine del post Bruno, con fare umoristico, ha scritto “Ora attendiamo qualche bella jam di Jerry all’asilo!”, ma senza volerlo non è andato lontanissimo dal prevedere il futuro, in quanto in questi giorni è stato pubblicato questo Before The Dead, un quadruplo CD che contiene tutto quello che Jerry ha inciso appunto prima di iniziare l’avventura con i Grateful Dead (tranne i brani degli Mother McCree Uptown Jug Champions, che erano già usciti e poi comunque non sono in linea musicalmente con il contenuto di questo box), che anche se non parte dall’asilo comincia comunque da quando il nostro aveva solo diciannove anni. Ed il disco, che può anche vantare su una qualità sonora che va dal discreto (il primo CD) all’ottimo, è decisamente imperdibile se siete dei fan di Jerry, in quanto il contenuto è quasi totalmente inedito, e mostra per la prima volta al completo le sue radici e la musica con la quale si è formato, canzoni della tradizione folk, country, bluegrass e blues, brani che già all’epoca avevano decine e decine di anni, per non dire centinaia, sul groppone. Negli anni Jerry avrebbe manifestato spesso queste influenze, solo in parte con i Dead (ma il live acustico del 1981 Reckoning ne è pieno), ed in misura maggiore con gli Old & In The Way, la Jerry Garcia Acoustic Band e soprattutto nei dischi pubblicati negli anni prima della prematura morte ed incisi insieme a David Grisman. Ma qui abbiamo gli inizi di Jerry, i suoi primi passi, ed è bellissimo notare disco dopo disco la sua evoluzione, in quanto dopo qualche timidezza agli esordi già nel secondo dischetto abbiamo un musicista formidabile che sa perfettamente il fatto suo. E poi Garcia non stava mai fermo, cambiava in continuazione i compagni di viaggio (molto di quello che c’è nel box è dal vivo), e di conseguenza in Before The Dead sono rappresentati una miriade di gruppi diversi e con i nomi più disparati (la fantasia non gli mancava di certo): ma vediamo nel dettaglio il meglio dei ben 84 brani presenti nel quadruplo.

CD 1 (1961): si parte con otto brani, registrati ad una festa di compleanno (!), a nome Bob & Jerry, dove Bob in realtà è il futuro partner di Garcia nel songwriting, Robert Hunter: due voci ed una chitarra, per otto brani della tradizione tra cui alcuni molto noti come Oh, Mary Don’t You Weep, All My Trials e Trouble In Mind, con Jerry ancora acerbo ma che già lasciava intravedere il suo talento, specie nel pickin’ chitarristico (ascoltate l’intensa Blow The Candles Out, brano di origini celtiche, e capirete). Poi ci sono due pezzi nei quali ai due si aggiunge Marshall Leicester alla chitarra e banjo (ottima la loro rilettura quasi bluegrass di Jesse James), ed altri cinque con Jerry ed un bassista sconosciuto, con due superlative Long Lonesome Road e Railroad Bill, nelle quali il futuro Captain Trips si dimostra già un chitarrista provetto.

CD 2 (1962): le prime otto canzoni sono a nome Sleepy Hollow Hog Stompers, un trio formato da Jerry con ancora Leicester e Dick Arnold al violino, con il nostro già più convinto e sicuro di sé, e deliziose versioni di Cannonball Blues (Carter Family) e dei traditionals Shady Grove e Man Of Constant Sorrow, quest’ultima cantata a cappella, oltre ad una notevole Hold That Woodpile Down, puro folk. I restanti brani altro non sono che la riproposizione di Folk Time degli Hart Valley Drifters, sedici pezzi strepitosi che però erano già usciti meno di due anni fa, e la loro inclusione in questo box rende Folk Time praticamente inutile (e per il commento vi rimando alla mia recensione del 2016) https://discoclub.myblog.it/2016/11/29/molto-piu-che-altro-disco-jerry-garcia-hart-valley-drifters-folk-time/ .

CD 3 (1963): l’inizio è appannaggio di altre otto splendide canzoni registrate dal vivo a Palo Alto con una nitidezza incredibile, stavolta a nome The Wildwood Boys (Garcia, Hunter e gli ex Hart Valley Drifters David Nelson – in seguito membro dei New Riders Of The Purple Sage – e Norm Van Maastricht): una cristallina fusione tra country, folk, bluegrass e mountain music, con una velocissima Roll In My Sweet Baby’s Arms, il gospel Standing In The Need Of Prayer, la nota Muleskinner Blues di Jimmie Rodgers (strepitosa), ed uno scintillante strumentale per chitarra, Saturday Night Shuffle, scritto da Merle Travis. Abbiamo anche la prima canzone in assoluto scritta da Jerry, uno straordinario brano per solo banjo intitolato Jerry’s Breakdown, nel quale il nostro sembra che abbia venti dita. Completano il CD sei canzoni a nome Jerry & Sara, dove Sara è Sara Garcia, prima moglie di Jerry, che aiuta il marito alla seconda chitarra e voce, con punte come una fulgida Deep Elem Blues (che Jerry riprenderà negli anni a venire, anche coi Dead) e due vibranti riletture delle note Long Black Veil e Foggy Mountain Top, con Garcia davvero magnifico sia che suoni chitarra, banjo o mandolino (ma è molto bella anche la folk ballad Will The Weaver, pura e limpida come l’acqua).

CD 4 (1963/64): il dischetto più lungo dei quattro, trenta brani, di cui ben 26 appannaggio dei Black Mountain Boys in varie configurazioni (Garcia, Hunter, Nelson, Eric Thompson, Geoff Levin ed il futuro compagno nella Jerry Garcia Acoustic Band Sandy Rothman), con una qualità sonora non perfetta ma più che accettabile, che però viene compensata dalle straordinarie performance dei nostri. Un vero e proprio combo di puro bluegrass, ispirato a gruppi come gli Stanley Brothers, una prova di bravura eccezionale, con versioni al fulmicotone di brani tradizionali, della Carter Family, dei Louvin Brothers, di Ralph Stanley e di Bill Monroe, una vera goduria per le orecchie (non mi metto ad elencare le canzoni, ci vorrebbe una recensione a parte). Stesso discorso per i quattro pezzi finali, incisi a nome Asphalt Jungle Mountain Boys, un quintetto nel quale, oltre a Jerry, militava anche un giovane Herb Pedersen, che è anche voce solista in These Men Of God.

Una pubblicazione da non perdere dunque questo Before The Dead, anche per il costo abbastanza contenuto: oltre ad essere bellissimo, ci sono le radici di uno dei musicisti più importanti del secolo scorso, ed è quindi da considerarsi anche un’operazione culturale.

Marco Verdi

Sempre Più Bravi Ed Innovativi. Trampled By Turtles – Life Is Good On The Open Road

trampled by turtles life is good on the open road

Trampled By Turtles – Life Is Good On The Open Road – Banjodad Records

Da quando si sono fatti conoscere dal grande pubblico con l’ottimo Stars And Satellites (12), e il successivo Live At First Avenue (13), recensiti puntualmente su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2013/11/24/i-cantori-del-new-bluegrass-trampled-by-turtles-live-at-first-avenue/ , i Trampled By Turtles non hanno più sbagliato un colpo (in senso musicale), come certificato anche dal più recente e sempre valido Wild Animals uscito nel 2014, sino ad arrivare a questo ultimo lavoro Life Is Good On The Open Road, in cui danno vita ad una nuova forma innovativa di bluegrass progressivo. Per chi non ha familiarità con questo sestetto di Minneapolis, i Trampled By Turtles si sono formati nel lontano 2003 in quel di Duluth (è questo dovrebbe già essere sinonimo di garanzia, visto il concittadino), e sin dagli esordi il loro stile è stato un “cocktail” assai riuscito di folk, bluegrass, rock e country, generi che negli anni si sono fusi creando nel tempo una loro particolare impronta unica e distintiva. La formazione nell’attuale line-up è composta dal frontman Dave Simonett alla chitarra, voce solista e armonica, Tim Saxhaug al basso e cori, Dave Carroll al banjo e cori, Erik Barry al mandolino e cori, Ryan Young al violino e cori, e Eamonn McLain al violoncello e cori, ricordando che il trio Simonett, Saxhaug e Young, sono parte anche di un progetto parallelo i bravissimi Dead Man Winter https://discoclub.myblog.it/2011/09/28/progetti-collaterali-dead-man-winter-bright-lights/ , autori di due album di rilievo come Bright Lights (11) e Furnace (17).

Registrato in una capanna nei bei boschi del Minnesota (i Panchyderm Studios di Cannon Falls), il percorso musicale si apre nell’occasione con la veloce Kelly’s Bar, la traccia più bluegrass del disco, per poi passare alla ballata country We All Get Lonely, una canzone strabiliante che mette in evidenza i punti di forza della band, che sviluppa il “sound” degli Avett Brothers nella coinvolgente e trascinante The Middle, e poi ritorna alla ballata agrodolce con Thank You, John Steinbeck (un delizioso omaggio al celebre scrittore di Uomini e Topi e Furore). Il viaggio prosegue con l’accattivante ritornello di una infuocata Annihilate, alimentata dal banjo del bravissimo Dave Carroll, il folk agreste di Right Back Where We Started, la luminosa bellezza della title track Life Is Good On The Open Road (dove ancora una volta eccelle il songwriting di Simonett), per poi ritornare a suonare veloci come un fulmine nell’intrigante punk-bluegrass di una fiammeggiante Blood In The Water. Il viaggio sonoro si avvia alla conclusione con la disillusione stile country di I Went To Hollywood, non prima di commuoverci nuovamente con la triste e bellissima I’m Not Here Anymore, far muovere i piedini degli ascoltatori disposti a ballare sulle note “celtiche” dello strumentale Good Land, e poi terminare il percorso con un’altra dolente e struggente ballata come I Learn The Hard Way, dove gli intrecci di banjo, violino, mandolino, e la voce particolare di Simonett, rapiscono anche l’ascoltatore più distratto.

Appurato che spesso le migliori band non si formano come iniziative imprenditoriali, ma come gruppi di amici che si riuniscono per suonare della musica insieme, i Trampled By Turtles dopo 15 anni in studi di  registrazione, accattivanti e energici spettacoli dal vivo, si sono costruiti una vasta e fedele base di “fans”, che li seguono da una costa all’altra dell’America. Life Is Good On The Open Road è l’ottavo disco in studio dei TBT, tutti prodotti con la stessa casa discografica la loro Banjodad Records, con cui si sono potuti permettere di avere sempre il controllo creativo dei dischi, e anche se, unico appunto che forse si può fare, la voce del leader non è particolarmente memorabile, ma complessivamente le armonie vocali sono formidabili, questo nuovo lavoro è comunque un’ulteriore riprova del fatto che questo talentuoso sestetto è composto da musicisti onesti, oltre che capaci, che continuano a mettere il loro cuore e la loro anima in ogni disco, per scrivere grandi canzoni e rimanere fedeli a sé stessi.

Tino Montanari

Straordinari…Come Sempre! Old Crow Medicine Show – Volunteer

old crow medicine show volunteer

Old Crow Medicine Show – Volunteer – Columbia/Sony CD

E’ da anni che considero gli Old Crow Medicine Show la migliore band di Americana in circolazione, superiore anche ai bravissimi Avett Brothers: una conferma l’hanno data lo scorso anno quando è stato pubblicato lo splendido tributo dal vivo a Blonde On Blonde di Bob Dylan, dato che non è da tutti affrontare uno dei dischi più importanti della storia del rock e riproporlo con una tale inventiva, bravura e creatività https://discoclub.myblog.it/2017/05/09/come-rinfrescare-degnamente-un-capolavoro-assoluto-old-crow-medicine-show-50-years-of-blonde-on-blonde/ . E poi il sestetto guidato da Ketch Secor e Critter Fuqua (le due menti creative, gli altri sono Kevin Hayes, Chance McCoy, Morgan Jahnig e Cory Younts) è in continua crescita, disco dopo disco: il loro ultimo album Remedy era meglio di Carry Me Back, che a sua volta era meglio di Tennessee Pusher. Volunteer è il nuovissimo lavoro degli OCMS, giunge a quattro anni da Remedy e manco a dirlo è il più bello mai registrato dal gruppo: i nostri sono andati ad inciderlo nel mitico RCA Studio A di Nashville, facendosi produrre per la prima volta da Dave Cobb.

Era logico che prima o poi il miglior gruppo Americana ed il miglior produttore del genere si incontrassero, e se Cobb ha messo a disposizione tutte le sue capacità e la sua esperienza, i nostri hanno portato in dote alcune tra le loro migliori canzoni di sempre: se poi aggiungete il fatto che dal punto di vista della tecnica sono sempre più bravi (e qui sono coadiuvati in tutti i pezzi da Joe Andrews che funge quasi da settimo Corvo), capirete perché Volunteer si può definire il più bel disco dei nostri. La loro miscela di country, bluegrass, folk e rock non ha eguali al momento, ed ormai hanno maturato una capacità nel songwriting che consente loro di sfornare grandi canzoni con estrema facilità. Flicker & Shine, il primo singolo estratto, è un bluegrass irresistibile dal ritmo forsennato, suonato con piglio da vera rock band, un ritornello corale dal sapore deliziosamente tradizionale ed uno spettacolare cambio di ritmo a circa metà canzone. A World Away è strepitosa, una rock song fatta e finita ma suonata con strumenti della tradizione (comunque c’è anche una chitarra elettrica, per la prima volta dal 2004), dotata di un motivo di prim’ordine ed il solito feeling smisurato; la guardia non si abbassa neppure con la magnifica Child Of The Mississippi, altra coinvolgente e cadenzata country song con marcato accento sudista, dotata ancora di un ritornello eccellente.

La saltellante Dixie Avenue è un vivace honky-tonk elettroacustico, anch’esso dalla squisita linea melodica, Look Away dicono gli OCMS essergli stata ispirata dai Rolling Stones, ed in effetti è una ballatona sul genere di Wild Horses, davvero stupenda e suonata alla grande, come si usava fare negli anni settanta (c’è anche un limpidissimo pianoforte), mentre Shout Mountain Music è un altro di quei bluegrass al fulmicotone che dal vivo fanno saltare tutta la platea. Mi rendo conto che sto usando aggettivi altisonanti, ma album come questo non si ascoltano tutti i giorni (e fortunatamente di dischi belli ne ascolto parecchi). The Good Stuff è un pimpante e gustoso western swing, in cui i nostri sembrano dei veri texani (ed il ritmo è sempre elevato), Old Hickory è una fulgida country ballad che sembra una outtake di Sweetheart Of The Rodeo (la melodia assomiglia ad una You Ain’t Goin’ Nowhere rallentata), Homecoming Party inizia come una folk song acustica, poi entra la band al completo ed il brano assume la veste di un intensa e limpida country tune, pur mantenendo l’aria malinconica dell’inizio. Il CD termina con il breve strumentale Elzick’s Farewell (unico traditional), altro bluegrass velocissimo e con un non so che di irlandese (ma sentite come suonano), e con Whirlwind, ancora una ballata country-rock decisamente bella, che ricorda non poco la Nitty Gritty Dirt Band dell’epoca d’oro

Non solo Volunteer è il disco più bello degli Old Crow Medicine Show, ma credo che a fine anno sarà difficile scalzarlo dalla mia Top Three.

Marco Verdi

Vera Musica Di Montagna…Ed Il Suono Ci Guadagna! Wild Ponies – Galax

wild ponies galax

Wild Ponies – Galax – Gearbox CD

Terzo album per i Wild Ponies, un gruppo della Virginia che in realtà è un duo formato da Doug e Telisha Williams, che nella vita sono anche marito e moglie. Galax, il titolo dell’album, è anche il nome di una città limitrofa al luogo nel quale i due sono nati, una località collinare non distante dai monti Appalachi: ed il disco è proprio un omaggio dei due alle loro radici, ed alla musica di quelle montagne, una miscela di folk, bluegrass, country ed old-time music davvero stimolante, registrata insieme a musicisti locali ed a veri e propri maestri di Nashville come Fats Kaplin e Will Kimbrough. La maggior parte dei brani è scritto dai due Pony Selvaggi, anche se il sapore è del tutto tradizionale, merito delle melodie che hanno agganci con il passato e della strumentazione quasi esclusivamente acustica e suonata con la perizia di autentici pickers, con la batteria che interviene solo ogni tanto (ad opera di un altro nome molto conosciuto a Nashville, Neilson Hubbard).

Un CD fresco e piacevole, con i nostri che ci danno dentro con grande forza e feeling indiscutibile. L’unico traditional del disco è posto proprio in apertura: Sally Ann è un godibilissimo bluegrass che più classico non si può, un tripudio di chitarre, mandolino, violino e banjo, il tutto eseguito con grande energia e con un bel botta e risposta tra la voce di Telisha ed il coro, sembra di trovarsi di fronte ad una vecchia registrazione dei Weavers o dei New Lost City Ramblers. Tower And The Wheel è sempre dominata da una strumentazione folk-grass, ma la melodia la fa sembrare un racconto western, con gran lavoro di banjo e violino; Pretty Bird è un noto brano della grande folksinger Hazel Dickens, reso come un autentico field recording (si sente perfino il frinire dei grilli), che inizia solo con Telisha alla voce e Doug alla chitarra, tempo lento e drammatico, poi a metà canzone arriva Kaplin con il suo violino e dona il tocco che mancava. Molto bella anche la vivace To My Grave, un’altra deliziosa western song, e stavolta c’è anche la batteria; l’intensa Will They Still Know Me vede finalmente Doug alla voce solista, una voce vissuta, non bella come quella della moglie ma particolare, e poi il brano è profondo ed evocativo, tra country e folk d’antan (e spunta perfino una chitarra elettrica).

Hearts And Bones (non è quella di Paul Simon) è una ballata folk purissima e cristallina, perfetta per la voce limpida di Telisha, Jacknife, del giovane cantautore Jon Byrd, è dotata di una melodia meno d’altri tempi, più sullo stile di Kris Kristofferson, mentre Mamma Bird è puro folk, con un ritornello immediato ed il solito prezioso apporto di banjo, violino e quant’altro. Il CD termina con Goodnight Partner, la più attuale fra le canzoni proposte, un ottimo honky-tonk con tanto di steel e chitarra twang, e con Here With Me, altra ballata pura come l’acqua dei monti Appalachi, il secondo motivo cantato da Doug ed uno dei più toccanti di tutto il lavoro. Se in altri settori (per esempio quello culinario) tradizione ed innovazione possono anche andare a braccetto, con i Wild Ponies ci possiamo anche dimenticare per un attimo dell’innovazione, senza che questo vada però ad incidere sulla piacevolezza e sul divertimento.

Marco Verdi