Tra Bluegrass E Country-Rock:The Dillards! Parte II

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Seconda Parte

dillards roots and branches

Roots And Branches – 1972 United Artists ***1/2

Finito il contratto con la Elektra esce questo album, dove Billy Ray Latham sostituisce Herb Pedersen, prodotto in California da Richard Podolor: ci sono tre brani di Rodney Dillard il resto sono tutte cover, non celeberrime, Redbone Hound con banjo elettrificato ha sonorità inconsuete ma atmosfere tipiche del gruppo, tra country e bluegrass, con le solite eccellenti armonie, Forget Me Not di Bill Martin è una bella ballatona intensa che ricorda il Gene Clark di quel periodo, One A.M. di tale Paul Parrish è comunque un altro brano di buona fattura, elettrico e pulsante. Come pure la piacevole ma inconsistente Last Morning scritta da Shel Silverstein per Dr. Hook & The Medicine Show, Get Out On The Road scritta da Keith Allison del giro Paul Revere, è una sorta di cowboy song elettrica e vibrante, Big Bayou tra Poco e Nitty Gritty, scritta da Gib Gilbeau di Swampwater e Flying Burrito, è una canzone dedicata alla sua Louisiana. Anche I’ve Been Hurt scritta da Gary Itri, che francamente non conosco, si ascolta con piacere, come la successiva Billy Jack scritta da Rodney, che firma anche la conclusiva a cappella Man Of Costant Sorrow, non quella di Dylan parrebbe, per quanto. Stranamente questo è l’unico disco dei Dillards ad entrare nelle classifiche di vendita americane https://www.youtube.com/watch?v=g0S_iI3AJgU . L’anno successivo esce per la Poppy, l’etichetta di Townes Van Zandt

dillards tribute to an american duck

Tribute To The American Duck – 1973 Poppy/U.A.***

Mitch Jayne molto meno impegnato come bassista, firma con Dillard e Webb ben sei brani, ed è la voce solista nella conclusiva What’s Time A Hog, che si poteva evitare : la formula e la formazione sono le stesse del disco precedente, meno i risultati. Anche in questo caso c’è una ripresa elettrica della vecchia Dooley, e tra i brani nuovi, molti non memorabili, si salvano a fatica l’iniziale Music Is Music, Caney Creek, la morbida Love Has Gone Away, il veloce bluegrass You’ve Gotta Be Strong, arrivando alla sufficienza di stima https://www.youtube.com/watch?v=CBuxBK4NVlk .

La “Seconda Ondata” 1977-1981

Dillards_1977

dillards vs, the incredible

Dopo una pausa di 4 anni i Dillards ci riprovano di nuovo: non c’è più Mitch Jayne che ha lasciato il gruppo nel 1974, a causa di una parziale sordità (ma negli anni va e viene), sostituito da Jeff Gilkinson. La qualità dei dischi inizia a declinare, in modo lento ma quasi inesorabile, però ci sono ancora dischi di buona qualità e soprassalti di eccellenza: The Dillards vs. The Incredible L.A. Time Machine – 1977 Flying Fish ***ha i suoi momenti, come l’iniziale Gunman’s Code, scritta da Larry Murray, Do, Magnolia, Do scritta da Severine Browne, fratello di Jackson, la delicata Softly cantata dal suo autore Gilkinson, che spesso è la voce solista al posto di Rodney, Old Cane Press che rimanda al vecchio bluegrass della band, e la conclusiva Let The Music Flow, l’unica scritta da Dillard https://www.youtube.com/watch?v=6ef9sXfv_Tk , me niente per cui strapparsi le vesti, comunque un disco dignitoso, mai uscito in CD.

dillards decade waltz

Decade Waltz – 1979 Flying Fish *** Vede il rientro in formazione di Herb Pedersen, mentre Latham viene sostituito dal multistrumentista Douglas Bounsall a mandolino, violino, chitarre e voce. Producono Pedersen e Dillard: una bella versione di Greenback Dollar, Easy Ride di Pedersen, la “parodia” Gruelin’ Banjos, e due altri brani di Gilkinson, Hymn To The Road e Mason Dixon, e la solita cover dei Beatles We Can Work It Out https://www.youtube.com/watch?v=zu24jfOot-w , tra i momenti salienti.

dillards mountain rock

Lo stesso anno esce Mountain Rock – 1979 Crystal Clear/Sierra/Laserlight ***1/2 un disco curioso, perché fu registrato con la tecnica del direct-to-disk, in pratica un live in presa diretta, stessa formazione con Bounsall cha lascia il violino a Ray Parks: probabilmente il disco migliore del periodo, con l’ottima Caney Creek ad aprire, tra mandolino, violino, steel ed elettrica, ottime il bluegrass spericolato di Don’t You Cry, la cover di Reason To Believe di Tim Hardin con Gilkinson all’armonica. Le riprese di Big Bayou di Guilbeau e I’ve Just Seen A Face dei Beatles hanno echi del vecchio splendore, come pure High Sierra di Pedersen, uno strumentale bluegrass vorticoso, Fields Have Turned Brown della Carter Family, con le vecchie armonie vocali di nuovo magicamente in azione https://www.youtube.com/watch?v=5KF7wKLUHn0&t=3s . Nella versione in CD viene aggiunta anche una colossale versione di oltre 12 minuti di Orange Blossom Special.

dillards homecoming

L’ultimo disco del periodo è Homecoming and Family Reunion – 1981 Flying Fish ***, con tutta la famiglia Dillard e vecchi e nuovi membri della band: torna Doug, ma ci sono anche Homer Dillard Sr. E Jr., Earl Jay, Brian, Earline (Sissy), Linda, ma quanti sono, spero di averli citati tutti, presenti pure John Hartford, Mitch Jayne, Herb Pedersen, Dean Webb, Jeff Gilkinson e altri, per una sorta di celebrazione cumulativa di tutta la famiglia allargata, dubito sulla reperibilità, ma mai dire mai. Per la più parte si tratta di un ritorno ai suoni tradizionali del passato, il tutto registrato dal vivo: il repertorio, dove i vari protagonisti si alternano alla guida, è costituito da traditionals, con l’eccezione delle ultime tre canzoni Old Man At The Mill, Listen To The Sound, Daddy Was A Mover, scritte da Doug, Rodney, Mitch Jayne e Herb Petersen. Poi per tutta la decade anni ‘80 un lungo silenzio, fino al

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L’Utimo” Ritorno 1990-1992

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Let It Fly – 1990 Vanguard ***1/2 Per quella che avrebbe potuto essere l’ultima avventura della band, a fianco dei veterani Rodney Dillard, Dean Webb e Mitch Jayne, arriva anche Steve Cooley, mentre Herb Pedersen, che produce l’album, suona anche le chitarre, il dobro e canta in molti brani. Il disco presenta pezzi nuovi e anche versioni rivisitate di loro classici: in Darlin’ Boys una pimpante canzone scritta da Jayne/Dillard/Pedersen, canta Rodney, mentre Byron Berline è al violino; molto bella anche la ripresa di Close The Door Lightly di Eric Andersen, un ennesimo perfetto esempio del loro country-rock, Old Train scritta e cantata da Pedersen, è un’altra eccellente bluegrass song, Big Ship è una ballata corale cantata di nuovo da Rodney, come la successiva, delicata Missing You. In Out On A Limb, altra ottima country song, fa la sua apparizione la pedal steel di Tom Brumley, mentre la band indulge nella proprie classiche armonie vocali https://www.youtube.com/watch?v=f43pO8eOElY , eccellente picking in Ozark Nights, mentre Tears Won’t Dry In The Rain ha un approccio quasi cantautorale con la bella voce di Dillard in evidenza e Brumley va di nuovo di steel, seguita da un altro ottimo esempio di country-rock come Livin’ In The House, scritta da Chris Hillman, e non manca neppure un Bob Dylan d’annata come quello interpretato in One Too Many Mornings, “dillardizzato” alla grande https://www.youtube.com/watch?v=2HMhj-_Nlq0 , e per concludere un album tra i loro migliori, molto bella anche la title track Let It Fly, altro brano di impianto bluegrass progressivo, con Cooley a banjo ed acustica, Berline al violino e Dean Webb al mandolino, cantata ancora un ispirato Rodney Dillard https://www.youtube.com/watch?v=GWhrh95DN7w , voce solista anche nella collettiva Wizard Of Song, altro brano elettroacustico di eccellente fattura.

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Take Me Along For The Ride 1992 Vanguard ***1/2 sarebbe stato l’ultimo capitolo della loro lunga saga (a parte un Live e una antologia) se non ci fosse stato, come ricordato all’inizio, il clamoroso recente ritorno targato 2020 dell’ottimo Old Road New Again di cui avete letto qualche numero fa sul Buscadero. Venendo a Take Me Along For A Ride, siamo di fronte ad un altro buon album, stessa formazione, senza Pedersen e con Cooley e Rodney alla produzione: con il jingle- jangle dell’iniziale Someone’s Throwing Stones https://www.youtube.com/watch?v=F8QPRkEYhUE , l’immancabile canzone dei Beatles, questa volta In My Life https://www.youtube.com/watch?v=289K0Z4BP0E , Like A Hurricane, non quella di Neil Young, ma il brano di Pat Alger, Take Me Along For A Ride sembra un brano dei primi Eagles https://www.youtube.com/watch?v=O7j8wEep_lk , Against The Grain un folk-rock elettrico, Hearts Overflowing un’altra tipica loro ballata mid-tempo, Banks Of The Rouge Bayou sempre nella linea sonora del passato, rivisitato anche nello strumentale bluegrass Wide Wide Dixie Highway e nella cristallina country song Food On The Table. Nel complesso un altro buon album, leggermente inferiore al precedente. Direi che è tutto, si spera di non dover aspettare altri 28 anni per il prossimo album, perché non credo che ce la potremo fare.

Bruno Conti

Tra Bluegrass E Country-Rock:The Dillards! Parte I

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Quando nel 1963 appaiono nello show televisivo The Andy Griffith Show, come l’immaginaria famiglia Darling, i Dillards contribuiscono alla diffusione del genere bluegrass, uno stile musicale che alla sua apparizione negli anni ‘40, attraverso la personalità carismatica di Earl Scruggs (nel cui gruppo militava anche Lester Flatt) e quella dei loro arci rivali The Stanley Brothers, aveva vissuto una prima lunga fase di popolarità, inserita nel filone tra folk ed hillbilly music, e con influenze anche di old-time music, tutti influenzati da quello che fu definito “The Father Of Bluegrass”, ovvero Bill Monroe.

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Nei primi tre album, pubblicati tra il 1963 e il 1965 la band sfruttò anche la sempre più popolare presenza del Festival di Newport, che da jazz era diventato Folk, ma accoglieva anche blues, i primi gruppi, strumentali e vocali, e vari sottogeneri. Forti di un contratto con la Elektra, una delle etichette più “avventurose” dell’epoca, il quartetto iniziò a pubblicare tre album, prodotti da Jim Dickson (futuro manager e mentore dei Byrds e tra i “colpevoli” dell’avvento del country-rock). Anche nel loro caso l’occasione per (ri)parlare del gruppo è stata la recente uscita di un nuovo CD Old Road New Again, dopo un silenzio discografico durato quasi 30 anni e interrotto solo da alcune antologie e da una certa attività concertistica, rallentata negli anni, ma mai cessata del tutto https://www.youtube.com/watch?v=S6VJDEVWUrs .

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Le origini 1963-1965

La band era formata da Rodney Dillard, voce solista e chitarra acustica, dal fratello Doug, virtuoso del banjo, Dean Webb al mandolino e Mitchell Jayne al contrabbasso.

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Back Porch Bluegrass – 1963 Elektra ***1/2

è il loro esordio, quindici brani per 32 minuti scarsi, con le canzoni che come per il coevo R&R faticavano a superare i due minuti. Un misto di materiale tradizionale e qualche composizione originale, tra i brani contenuti c’era una delle prime versioni discografiche di quella Duelin’ Banjo che qualche anno dopo https://www.youtube.com/watch?v=F0rTTgcK0rg , con una s in più nel titolo, nella colonna sonora di Un Tranquillo Week-end di Paura (titolo originale Deliverance) avrebbe avuto un successo clamoroso. Ma già allora i quattro musicisti del gruppo affrontavano i loro brani a velocità siderali, con banjo, mandolino, chitarra e basso che si inseguivano e si inerpicavano in incroci strabilianti, come nella iniziale strumentale Old Joseph https://www.youtube.com/watch?v=b77s8n-KvYo  e nel brano appena citato, ma anche nei pezzi cantati erano ottimi, grazie alle intricate armonie vocali come in Somebody Touched Me https://www.youtube.com/watch?v=1ANStAB_7SU , in canzoni dove il tempo rallentava come Polly Vaughan, nei quali il folk tradizionale anglo-scoto-irandese incontra la musica dei Monti Appalachi https://www.youtube.com/watch?v=PTvFBqQt2CA , discorso che vale non solo per questo brano ma per tutta la musica bluegrass dei Dillards. Quando è il banjo a guidare, come in Banjo In The Hollow, Hickory Hollow o nella più lenta Doug’s Tune, il mandolino insegue affannosamente, ma chi ascolta si diverte comunque; ogni tanto Rodney , Dean e Mitch riescono ad infilare qualche loro composizione, ma nell’insieme il gruppo è molto unito e la musica scorre senza soluzione di continuità.

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Live…Almost!!! – 1964 Elektra ***1/2

Per il “difficile”secondo album giocano subito la carta del disco dal vivo, registrato alla Mecca di Los Angeles, di fronte ad un pubblico che chiaramente apprezza il virtuosismo dei quattro: confrontato con le regole del mercato, poi codificate negli anni a venire, non c’è neppure un brano già presente nel disco precedente, il concetto di promozione, forse esclusi i nomi importantissimi che apparivano in TV o all’interno dei film, era del tutto sconosciuto all’epoca, soprattutto per chi non faceva musica “commerciale”. E quindi ecco scorrere una selezione di 13 brani, al solito un misto di traditionals e materiale originale: la qualità del suono, per essere un live del 1964 è eccellente, si parte a tutta birra con lo strumentale Black Eyed Susie, il pubblico apprezza anche le battute della band, che si presentano come un gruppo di hillbillies https://www.youtube.com/watch?v=VMZ_3lx4eAU , benché vengano da Missouri e Indiana, ma sono già temprati dalle esperienze televisive come Darling e molto disinvolti, comunque un po’ di nostalgia di casa traspare, come testimonia la bella Never See My Home Again https://www.youtube.com/watch?v=bVZR7uZiC-I , scritta da Rodney e Mitch, autori anche della successiva There Is A Time, dove l’approccio si fa più ricercato, anche grazie alle armonie vocali che affiancano l’immancabile virtuosismo strumentale https://www.youtube.com/watch?v=sXFG5KCbl8k .

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Old Blue è l’occasione per presentare un brano sentito girando per Festival, attraverso le interpretazioni di Joan Baez e Pete Seeger, forse gli intermezzi parlati sono fin troppo lunghi https://www.youtube.com/watch?v=RMw2Fdylb4E , ma la musica fluisce sempre in modo brillante; Sinkin’ Creek è un altro strumentale eccellente di Doug, mentre The Whole World Round, scritta da Mitch Jayne è ispirata dagli Ozarks, mountain music di squisita fattura, prima di ripartire a tutta velocità con lo strumentale Liberty e con la cover della celeberrima Dixie Breakdown di Don Reno, dove gli intrecci degli strumenti sono fantastici. Nel frattempo hanno scoperto anche “Bobby” Dylan (giuro!), di cui rifanno in chiave bluegrass una deliziosa Walkin’ Down The Line https://www.youtube.com/watch?v=jynISJFUpmg  e dal folk tradizionale pescano anche la bellissima Pretty Polly, al solito con la presentazione più lunga della canzone. Nel 1965 la band si trova presa tra due fuochi: da una parte il loro desiderio di innovare il suono, con le nuove tendenze in ambito country e dintorni, dall’altra la richiesta della Elektra (e dei loro fans più tradizionalisti) di avere un nuovo disco strettamente di bluegrass. A questo punto, obtorto collo, decidono di registrare un nuovo album tutto di brani strumentali unendo le forze con l’amico Byron Berline, un violinista che era tra i talenti emergenti del settore, in modo che tutti, letteralmente nelle parole di Rodney Dillard all’epoca “si potessero prendere il disco e infilarselo su per il c…”, se mi passate il francesismo. Comunque

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Pickin’ & Fiddlin’ with Byron Berline – 1965 Elektra ***1/2

Al di là delle premesse, è un signor disco come gli altri, anzi, con l’aggiunta di un violinista gli interscambi tra i vari musicisti si fanno ancora più intricati e gli appassionati, benché un po’ doloranti per dove se lo erano dovuto infilare, godettero comunque. Scusate per i commenti scatologici, la musica rimane eccellente: il violino spesso guida le danze, dall’iniziale Hamilton County passando per Fisher’s Hornpipe, Paddy On The Turnpike, le variazioni di Jazz Bow Rag, la divertente Tom And Jerry, la cowboy song Cotton Patch, la giga Durang’s Hornpipe e così via, forse un po’ ripetitivo, per cercare il pelo nell’uovo, ma molto godibile https://www.youtube.com/watch?v=Wz13efY5kIw . Per chi volesse i tre album insieme si trovano riuniti in un doppio CD della BGO, che vedete sopra.

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A questo punto, per preparare la svolta, iniziano a girare dal vivo insieme ai Byrds, con Doug Dillard che dal banjo passa ad una versione elettrica dello strumento costruita dalla Rickenbacker e aggiungono il futuro batterista dei Buffalo Springfield Dewey Martin, ma Doug non è d’accordo con la nuova direzione della band e lascia, curiosamente per andare a suonare lo stesso tipo di musica nel duo Dillard And Clark https://www.youtube.com/watch?v=ai31IX3vBrE , ma come direbbe Obelix, SPQM, Sono Pazzi Questi Musicisti https://www.youtube.com/watch?v=KMtCrVUtmDg . E così rinnovata la fiducia con la Elektra con un nuovo contratto si passa

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Dal Bluegrass Al Country-Rock 1968-1970

Anche se il genere venne presentato come progressive bluegrass, tra di noi possiamo dircelo era country-rock.

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Wheatstraw Suite – 1968 Elektra ****

Certo gli elementi bluegrass non mancano, ma erano comunque presenti anche in parecchie altre band che iniziavano ad approcciare lo stile: al posto di Doug Dillard arriva l’ottimo Herb Pedersen, voce solista, chitarra ritmica e banio, Rodney Dillard aggiunge chitarra elettrica, dobro e pedal steel, e mentre Dean Webb mandolino e Mitch Jayne contrabbasso rimangono l’area più tradizionalista del gruppo, come ospiti appaiono Buddy Emmons alla pedal steel, Joe Osborn al basso elettrico e alla batteria si alternano Toxey French e Jim Gordon, da lì a poco con Derek And Dominos. Sono solo 13 brani, neppure 28 minuti in tutto, ma insieme al disco della International Subamarine Band di Gram Parsons, ai primi dischi della Nitty Gritty, ai Byrds di Sweetheart Of The Rodeo, gli Everly Brothers di Roots, furono tra i primi ad inquadrare il genere country-rock che poi sarebbe esploso nel 1969. La breve I’ll Fly Away cantata a cappella, è una vecchia gospel song, ma è l’occasione per gustare subito le armonie vocali dei “nuovi” Dillards, Nobody Knows è splendida, banjo e mandolino convivono con il sound più elettrico, la melodia è deliziosa, la parte cantata pure, in Hey Boys la parte bluegrass è ancora prevalente, ma l’approccio è più moderno e meno tradizionale e rigoroso guardate il video live a Playboy After Dark (!!!) https://www.youtube.com/watch?v=PfUpQsGCInE , The Biggest Whatever anticipa Poco e Flying Burrito Brothers (con qualche rimando ai Buffalo Springfield) grazie alla bella voce di Rodney e anche Herb Pedersen ci regala una dolcissima ballata come Listen To The Sound, con qualche piccolo tocco orchestrale, mentre Little Pete anticipa, a tutta pedal steel, quanto farà 20 anni dopo con la Desert Rose Band. Tra le cover spiccano una affascinante e corale Reason To Believe, sempre con uso di archi https://www.youtube.com/watch?v=r4YHyqdUyXw , e anche I’ve Just Seen A Face dei Beatles si presta alla perfezione al sound dei Dillards https://www.youtube.com/watch?v=oAzRJ6vcSdY . Troviamo qualche riempitivo ma nell’insieme il disco è veramente molto bello, ottimo anche il bluegrass -rock di Don’t You Cry e la grande ballata country She Sang Hymns Out Of Time scritta da Jesse Lee Kincaid https://www.youtube.com/watch?v=blihFiUvX0s . Come ottimo è pure il successivo album

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Copperfields – 1970 Elektra ****

Il suono si fa più elettrico, Andy York è il nuovo batterista, Herb Pedersen suona anche la chitarra elettrica e il nuovo produttore John Boylan anticipa i suoi futuri lavori con Linda Ronstadt, Pure Prairie League e Commander Cody. Apre una bella cover di Rainmaker di Harry Nilsson, tra guizzanti steel e chitarre elettriche, oltre alle solite eccellenti armonie vocali https://www.youtube.com/watch?v=xOQT3ivUoKM , segue l’elettroacustica In Our Time di Rodney Dillard che ricorda di nuovo i primi Poco  , e The Old Man At The Mill, un brano firmato coralmente dalla band, con l’aggiunta di Pedersen, già presente come traditional nel primo album del gruppo, qui banjo e mandolino sono ancora gli strumenti principali ma il suono è elettrificato. Touch Her If You Can, con una leggera orchestrazione, sembra quasi un pezzo di CSN https://www.youtube.com/watch?v=vIKvWidhbxY , mentre l’incalzante Woman Turn Around è un tipico country-rock dell’epoca, seguito da una cover di Yesterday dei Beatles, cantata a cappella dalla band in una suggestiva rilettura https://www.youtube.com/watch?v=SphbXd6-IuY , mentre Brother John e Copperfields di Herb Pedersen sembrano quasi dei brani di David Crosby o Gene Clark, entrambi molto belli. West Montana Hanna di Jayne e Pedersen si regge sempre sulle armonie a tre/quattro parti tipiche dei Dillards https://www.youtube.com/watch?v=Cn7maErbtgQ , che poi affrontano la squisita Close The Door Lightly di Eric Andersen, sempre con pedal steel pronta alla bisogna https://www.youtube.com/watch?v=M38LUKpfFkE . Pictures è una avvolgente ballata di stampo westcoastiano, con acustiche arpeggiate e la voce delicata di Doug in evidenza, mentre Ebo Walker, con Byron Berline ospite al violino, dedicata al futuro membro dei New Grass Revival, è effettivamente un bluegrass progressivo, e la conclusiva Sundown di Pedersen è una malinconica ed epica ballata strumentale.

Fine prima parte, segue…

Bruno Conti

Meno Male Che I Dischi Belli Li Sa Ancora Fare! Sturgill Simpson – Cuttin’ Grass Vol. 1

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Sturgill Simpson – Cuttin’ Grass Vol. 1 – High Top Mountain/Thirty Tigers CD

Dire che Sturgill Simpson, dopo gli esordi con i Sunday Valley (con i quali comunque non ha mai pubblicato alcunché), ha avuto una carriera qualitativamente altalenante è usare un eufemismo. Infatti dopo i primi due ottimi album di puro Outlaw Country il musicista del Kentucky ha spiazzato un po’ tutti nel 2016 con A Sailor’s Guide To Earth, nel quale deviava decisamente verso un pop-errebi dal suono fine anni sessanta, un lavoro più sulla falsariga di Anderson East e Nathaniel Rateliff senza però essere a quei livelli. Non un brutto disco, ma una digressione inattesa che poteva far venire qualche dubbio su chi fosse il vero Simpson; le incertezze sono poi cresciute a dismisura nel 2019, quando Sturgill ha pubblicato il pessimo Sound & Fury, un album orripilante a base di hard rock, grunge, dance e rock elettronico che lo aveva ancora più allontanato dai fans della prima ora senza peraltro fargliene acquisire di nuovi https://discoclub.myblog.it/2019/11/08/probabilmente-uno-dei-dischi-piu-brutti-dellanno-sturgill-simpson-sound-fury/ .

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Quest’anno il nostro ha prodotto l’eccellente terzo album di Margo Price, That’s How Rumors Get Started https://discoclub.myblog.it/2020/07/11/nuovi-e-splendidi-album-al-femminile-parte-1-margo-price-thats-how-rumors-get-started/ , e poche settimane fa ha dato alle stampe un po’ a sorpresa un album di puro bluegrass, inciso nei piccoli Butcher Shoppe Studios di Nashville insieme ad un manipolo di accompagnatori noti (Stuart Duncan al violino, Mark Howard e Tim O’Brien alle chitarre, la cantautrice Sierra Hull alla voce e mandolino) e meno noti (Mike Bub al basso, Scott Vestal al banjo e Miles Miller alle percussioni). Cuttin’ Grass Vol. 1 è un disco assolutamente sorprendente, che ci rivela l’ennesimo lato musicale di Sturgill: non si tratta infatti di un album di country music moderna con elementi bluegrass, bensì un lavoro di puro bluegrass al 100%, suonato e cantato come si faceva in mezzo alle montagne circa 60-70 anni fa. E, cosa più importante, il disco risulta bello e credibile, suonato benissimo e cantato in maniera ottima dal leader che dimostra quindi di non avere abbandonato la retta via.

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Non ci sono canzoni nuove in Cuttin’ Grass Vol. 1 (mentre scrivo queste righe è già uscito il secondo volume, ma solo in streaming, per il fisico bisognerà aspettare l’aprile 2021), né brani appartenenti alla tradizione: Simpson infatti ha scelto venti canzoni dai suoi dischi passati (ma niente da Sound & Fury), aggiungendo perfino qualche cosa dei Sunday Valley, e le ha riarrangiate in stile bluegrass facendole sembrare composizioni scritte apposta per questo progetto e dimostrando anche di avere una voce decisamente duttile ed un’attitudine da vero tradizionalista. Nel CD trovano spazio ballate cristalline come All Around You https://www.youtube.com/watch?v=kXGugEWmnSg , Breakers Roar (ariosa e splendida), le nostalgiche I Don’t Mind https://www.youtube.com/watch?v=xYcmf9cRp7A  e I Wonder, il valzer d’altri tempi Old King Coal, la western-oriented Voices e la malinconica Water In A Well.

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Ma soprattutto ci sono brani dal ritmo coinvolgente (sia con che senza le percussioni) e gran dispendio di assoli di chitarre, violino, mandolino e banjo, come All The Pretty Colors, Just Let Go, Life Ain’t Fair And The World Is Mean (deliziosa) https://www.youtube.com/watch?v=HQ2i54in27Q , A Little Light, puro esempio di mountain music con elementi gospel, la super-tradizionale Long White Line (unica non scritta da Sturgill ma da Buford Abner, uno dei padri del bluegrass), che sembra quasi fondersi con la scintillante Living The Dream, Sometimes Wine, che conta su strepitose performance strumentali https://www.youtube.com/watch?v=_oTovhnxDg4 , o pezzi ritmicamente forsennati come Railroad Of Sin e The Storm. Senza tralasciare Time After All e Turtles All The Way Down che hanno due tra le melodie più dirette ed orecchiabili del CD.

Con Cuttin’ Grass Vol. 1 Sturgill Simpson ha dunque dimostrato di essere ancora in grado di dire la sua, anche se questo saltare di palo in frasca non mi lascia del tutto tranquillo per il futuro.

Marco Verdi

Il 2020 Non E’ Ancora Finito: Il Giorno Di Natale E’ Morto Tony Rice, Maestro Del Bluegrass.

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Questo maledetto 2020 è agli sgoccioli, ma non ha ancora terminato di far sentire in maniera nefasta la sua presenza: tre giorni dopo la scomparsa di Leslie West dobbiamo infatti registrare un’altra grave perdita nel mondo della nostra musica, in quanto il giorno di Natale si è spento all’età di 69 anni (pare di infarto mentre si faceva il caffé, ma erano anni che si trascinava vari problemi di salute) David Anthony Rice, meglio conosciuto come Tony Rice, chitarrista acustico sopraffino ed uno dei musicisti più influenti di sempre in ambito bluegrass https://www.youtube.com/watch?v=-GdfCNKuJzo . Nato in Virginia ma cresciuto in California in una famiglia che mangiava pane e musica, il giovane Tony si interessa da subito al genere bluegrass che è anche il preferito dal padre Herb, ed in particolare all’opera dei Kentucky Colonels, band nella quale milita il futuro Byrd Clarence White. Diventato in pochi anni un eccellente chitarrista, Rice nel 1970 si sposta in Kentucky dove entra a far parte prima dei Bluegrass Alliance ed in seguito dei New South di J.D. Crowe, un gruppo in cui militano anche nomi del calibro di Jerry Douglas al dobro e Ricky Skaggs al mandolino, violino e voce: il loro omonimo album del 1974 è considerato uno dei capolavori del bluegrass dell’epoca.

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In particolare il nome di Rice (i cui tre fratelli sono ugualmente musicisti) inizia a circolare nell’ambiente grazie alla sua notevole abilità chitarristica, sviluppata per mezzo della tecnica del “flatpicking”, che consiste nel colpire le corde ad una ad una col plettro tenuto tra pollice ed indice. In pochi anni quindi Tony diventa un musicista molto richiesto ed entra a far parte del David Grisman Quintet, con il quale registra tre album tra il 1977 ed il 1981 ponendo quindi anche il suo marchio nella nascita e sviluppo della cosiddetta “Dawg Music” https://www.youtube.com/watch?v=x05z27blg80 ; ma Rice è anche un abile cantante e quindi comincia a costruirsi una carriera sia come solista che come capo del Tony Rice Unit, attraverso una serie di pregevoli album pubblicati in uno spazio di tempo molto ampio, dal 1973 al 2000 https://www.youtube.com/watch?v=TFBWOvSuCE8 . Come se ciò non bastasse, nel 1981 forma la Bluegrass Album Band, un supergruppo con Crowe, Todd Phillips, Doyle Lawson e Bobby Hicks, i quali si occupano di riprendere classici del passato di gente come Bill Monroe, Lester Flatt, Earl Scruggs, Ralph Stanley ed altri: The Bluegrass Album non è un successo di vendite (nulla nel corso della carriera di Rice lo sarà), ma i cinque si divertono a tal punto da pubblicare ben cinque seguiti fino al 1996  https://www.youtube.com/watch?v=8VEmXV8Dx_4.

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Instancabile, Tony riesce a trovare il tempo di registrare due pregevoli album con Norman Blake, altrettanti con i suoi fratelli a nome, appunto, The Rice Brothers, di unirsi a Grisman ed a Jerry Garcia per l’ottimo The Pizza Tapes (inciso nel 1993 e pubblicato nel 2000 https://www.youtube.com/watch?v=TXi5Wh_uDKQ ) e, tra il 1997 ed il 2001, di incidere tre splendidi lavori insieme al fratello Larry Rice, Chris Hillman e Herb Pedersen (Rice, Rice, Hillman & Pedersen: Out On The Woodward, Rice, Rice, Hillman & Pedersen e Runnin’ Wild, uno più bello dell’altro https://www.youtube.com/watch?v=DX0880QYhI8 ). Dulcis in fundo, nel nuovo millennio si unisce ad un altro grande chitarrista, Peter Rowan, per due album, l’ultimo dei quali (Quartet, 2007) è anche l’ultima testimonianza su disco della sua sublime tecnica chitarristica https://www.youtube.com/watch?v=tyfRpnvbW8I .

Rest in peace, old pickin’ man.

Marco Verdi

Un Ritorno A Sorpresa Ma Molto Gradito, Anche Se Per Il CD Bisognerà Aspettare. Gillian Welch & David Rawlings – All The Good Times

gillian welch & david rawlings all the good times are past & gone

Gillian Welch & David Rawlings – All The Good Times – Acony Records Download

Lo scorso 10 luglio, pochi giorni fa, la bravissima folksinger Gillian Welch ha messo online senza alcun preavviso All The Good Times, un intero album registrato con il partner sia musicale che di vita David Rawlings (ed è la prima volta che un lavoro viene accreditato alla coppia) e per ora disponibile solo come download, anche se i pre-ordini per la versione in CD e vinile sono già aperti (mentre la data di pubblicazione è ancora incerta, si parla di fine settembre-inizio ottobre). Il fatto in sé è un piccolo evento in quanto Gillian mancava dal mercato discografico addirittura dal 2011, anno in cui uscì lo splendido The Harrow & The Harvest, ultimo lavoro con brani originali dato che Boots No. 1 del 2016 era una collezione di outtakes, demo ed inediti inerenti al suo disco di debutto Revival uscito vent’anni prima (benché comunque Gillian è una delle colonne portanti del gruppo del compagno, la David Rawlings Machine, più attiva in anni recenti https://discoclub.myblog.it/2017/08/22/altre-buone-notizie-da-nashville-david-rawlings-poor-davids-almanack/ ).

Il dubbio che la Welch soffrisse del più classico caso di blocco dello scrittore mi era venuto, e questo All The Good Times non contribuisce certo a chiarire le cose dato che si tratta di un album di cover, dieci canzoni prese sia dalla tradizione che dal songbook di alcuni grandi cantautori, oltre a qualche brano poco noto: a parte queste considerazioni sulla mancanza di pezzi nuovi scritti da Gillian, devo dire che questo nuovo album è davvero bello, in quanto i nostri affrontano i brani scelti non in maniera scolastica e didascalica ma con la profondità interpretativa ed il feeling che li ha sempre contraddistinti, e ci regalano una quarantina di minuti di folk nella più pura accezione del termine, con elementi country e bluegrass a rendere il piatto più appetitoso. D’altronde non è facile proporre un intero disco con il solo ausilio di voci e chitarre acustiche senza annoiare neanche per un attimo, ma Gillian e David riescono brillantemente nel compito riuscendo anche ad emozionare in più di un’occasione. Un cover album in cui sono coinvolti i due non può certo prescindere dai brani della tradizione, ed in questo lavoro ne troviamo tre: la deliziosa Fly Around My Pretty Little Miss (era nel repertorio di Bill Monroe), con Gillian che canta nel più classico stile bluegrass d’altri tempi ed i due che danno vita ad un eccellente guitar pickin’, l’antica murder ballad Poor Ellen Smith (Ralph Stanley, The Kingston Trio e più di recente Neko Case), tutta giocata sulle voci della coppia e con le chitarre suonate in punta di dita, e la nota All The Good Times Are Past And Gone, con i nostri che si spostano su territori country pur mantenendo l’impianto folk ed un’interpretazione che richiama il suono della mountain music più pura.

Non è un traditional nel vero senso della parola ma in fin dei conti è come se lo fosse il classico di Elizabeth Cotten Oh Babe It Ain’t No Lie (rifatta più volte da Jerry Garcia sia da solo che con i Grateful Dead), folk-blues al suo meglio con la Welch voce solista e Rawlings alle armonie, versione pura e cristallina sia nelle parti cantate che in quelle chitarristiche. Lo stile vocale di Rawling è stato più volte paragonato a quello di Bob Dylan, ed ecco che David omaggia il grande cantautore con ben due pezzi: una rilettura lenta e drammatica di Senor, una delle canzoni più belle di Bob, con i nostri che mantengono l’atmosfera misteriosa e quasi western dell’originale, pur con l’uso parco della strumentazione, e la non molto famosa ma bellissima Abandoned Love, che in origine era impreziosita dal violino di Scarlet Rivera ma anche qui si conferma una gemma nascosta del songbook dylaniano. Ginseng Sullivan è un pezzo poco noto di Norman Blake, una bella folk song che Gillian ripropone con voce limpida ed un’interpretazione profonda e ricca di pathos, mentre Jackson è molto diversa da quella di Johnny Cash e June Carter, meno country e più attendista ma non per questo meno interessante; l’album si chiude con Y’all Come, una country song scritta nel 1953 da Arlie Duff e caratterizzata dal botta e risposta vocale tra i due protagonisti, un pezzo coinvolgente nonostante la veste sonora ridotta all’osso.

Ho lasciato volutamente per ultima la traccia numero quattro del CD (anzi, download…almeno per ora) in quanto è forse il brano centrale del progetto, un toccante omaggio a John Prine con una struggente versione della splendida Hello In There, canzone scelta non a caso dato che parla della solitudine delle persone anziane, cioè le più colpite dalla recente pandemia (incluso lo stesso Prine).

Nell’attesa di un nuovo album di inediti di Gillian Welch, questo All The Good Times è dunque un antipasto graditissimo quanto inatteso, anche se per gustarmelo meglio attendo l’uscita del supporto fisico.

Marco Verdi

Un’Ottima Band Che Porta Avanti Le Tradizioni Montanare. Appalachian Road Show – Tribulations

appalachian road show tribulation

Appalachian Road Show – Tribulations – Billy Blue Records/New Day CD

Ormai quella delle string bands (ovvero quei gruppi che rielaborano la tradizione folk e bluegrass utilizzando perlopiù strumenti a corda acustici) è diventata una delle nicchie più importanti della musica roots americana, data la grande quantità di nuovi nomi che quasi mensilmente decidono di seguire le orme di Old Crow Medicine Show, Avett Brothers e colleghi vari. Ma se nella maggior parte dei casi i gruppi in questione adattano quel tipo di suono alle loro esigenze aggiungendo talvolta dosi di country-rock e perfino di pop, ce ne sono altri che decidono di non muoversi dalle sonorità di 70-80 anni fa. Tra questi un posto di primo piano lo occupano certamente gli Appalachian Road Show, un quintetto che ha esordito due anni fa con l’album omonimo e che ora decide di concedere il bis con Tribulations. Gli ARS non sono però una band di novellini, bensì una sorta di supergruppo formato da tre sessiomen che forse diranno poco al grande pubblico ma hanno suonato con gente del calibro di Dolly Parton, Josh Turner e Rhonda Vincent e hanno vinto anche alcuni Grammy: si tratta del banjoista e cantante Barry Abernathy, del mandolinista e cantante Darrell Webb e del violinista Jim VanCleve (completano il quintetto il bassista Todd Phillips, in passato membro del David Grisman Quintet, e del giovane chitarrista Zeb Snyder, che per la sua abilità con lo strumento è stato paragonato addirittura a Doc Watson e Norman Blake).

Il nome del gruppo non è casuale, in primo caso perché i tre componenti principali provengono tutti dai Monti Appalachi (Abernathy dal versante georgiano, VanCleve da quello del North Carolina e Webb dal West Virginia), ma soprattutto in quanto il loro repertorio è basato esclusivamente su brani della tradizione montanara con canzoni che vanno indietro anche di più di un secolo, ed anche i pochi pezzi originali si basano sullo stesso tema. Tribulations è quindi una sorta di concept album con tanto di parti narrate qua e là nel quale i nostri raccontano a modo loro le tradizioni degli Appalachi e le storie inerenti a quella zona geografica, e dal punto di vista musicale è un album da godere dalla prima all’ultima nota. I cinque sono infatti dei virtuosi dei rispettivi strumenti (pare che le loro esibizioni live siano imperdibili), ma la loro tecnica non è fine a sé stessa bensì messa al servizio delle canzoni scelte, con montagne (tanto per stare in tema) di feeling e passione. Non cercate in questo lavoro contaminazioni rock e pop: qui c’è solo purissima musica bluegrass, folk e country, con qualche elemento gospel qua e là.

Il disco si apre, dopo una breve introduzione narrata, con il noto traditional Don’t Want To Die In The Storm, che inizia a cappella e poi si rivela un godibilissimo folk-grass che sembra uscito da un disco di ottanta anni fa, con ottimi intrecci strumentali. In Goin’ To Bring Her Back (scritta da VanCleve, ma la melodia è tradizionale al 100%) i nostri cominciano a suonare a velocità supersonica, con chitarra, banjo e mandolino che vanno talmente spediti che sembra che qualcuno abbia accelerato il nastro; Sales Tax On The Women (brano degli anni trenta dei Dixon Brothers) è un pezzo decisamente allegro e ritmato pur in assenza di batteria, un brano ricco di swing che si pone tra i più riusciti, mentre Wish The Wars Were All Over è intensa, drammatica e dal sapore irlandese, con il violino protagonista (ed è uno dei brani più moderni, essendo stato scritto da Tim Eriksen e pubblicato anche da Joan Baez nel suo ultimo Whistle Down The Wind). Goin’ Across The Mountain è un traditional della guerra civile inciso in passato anche da Pete Seeger, e qui è una deliziosa folk tune, pura e cristallina come appunto l’acqua di montagna, brano che sfocia nella magnifica The Appalachian Road, uno strumentale bluegrass originale che però si rifà chiaramente a modelli antichi, con assoli che si sprecano di tutti gli strumenti tranne il basso (e con Snyder che si conferma un chitarrista provetto).

Gospel Train è un canto del 1800 dalle origini afroamericane che qui viene eseguito interamente a cappella, Beneath The Willow Tree (conosciuta anche come Bury Me Beneath The Willow) ha una strumentazione countreggiante che si contrappone alla melodia tesa e drammatica, con il mandolino a dettare legge; con 99 Years And One Dark Day (di Jesse Fuller) siamo ancora in territori bluegrass, un pezzo orecchiabile e diretto eseguito in maniera scintillante e con il violino che fa i numeri, mentre Hard Times Come Again No More è una delle più note canzoni del songbook americano e gli ARS la rileggono con un accompagnamento scarno volto ad evidenziare la splendida melodia: bella versione, sentita e profonda. L’album si chiude con la lenta title track, un brano fluido e limpido che è il degno finale di un disco che mantiene alta la bandiera della tradizione folk e bluegrass, dando finalmente visibilità ad un gruppo di sessionmen dalle notevoli capacità.

Marco Verdi

Un’Ottima String Band Direttamente Dai Monti Appalachi. Fireside Collective – Elements

fireside collective elements

Fireside Collective – Elements – Mountain Home CD

Uno dei filoni più attivi della musica americana è quello delle cosiddette “string bands”, cioè quei gruppi che suonano prevalentemente strumenti a corda e si ispirano alle tradizioni folk, country e bluegrass per creare qualcosa di nuovo. I capostipiti del genere sono senz’altro gli Old Crow Medicine Show, i migliori del lotto, gli Avett Brothers, che però negli ultimi anni hanno differenziato il suono aggiungendo abbondanti dosi di rock e pop, ed i Trampled By Turtles, che sono anche quelli che hanno cambiato meno negli anni (mentre i Mumford & Sons li abbiamo purtroppo persi da diverso tempo). Tra le band più promettenti di questo genere musicale vorrei segnalare i Fireside Collective, un quintetto che proviene direttamente dai monti Appalachi, precisamente dal North Carolina, e che con Elements pubblica il suo terzo lavoro dopo gli autodistribuiti Shadows And Dreams del 2014 e Life Between The Lines del 2017. I cinque ragazzi suonano una miscela molto creativa e coinvolgente appunto di country, bluegrass, folk e mountain music, e la loro caratteristica principale è quella di abbinare ad una strumentazione chiaramente tradizionale una serie di canzoni originali di stampo più moderno, così da creare un mix decisamente stimolante.

Il gruppo, che ha al suo interno ben tre lead vocalists, è formato dal leader Jesse Iaquinto al mandolino, Joe Cicero alla chitarra, Alex Genova al banjo, Tommy Maher al dobro e Carson White al basso: come avrete notato manca la batteria, ma vi posso assicurare che ascoltando il disco non ve ne accorgerete. Elements è prodotto da Travis Book (leader degli Infamous Stringdusters, altra string band) in maniera molto pulita, con le voci e gli strumenti che risaltano allo stesso modo, ed è un album che nel corso dei suoi tredici brani ci presenta una band che sa abbinare mirabilmente tecnica e feeling, ed in più è in grado di scrivere canzoni decisamente piacevoli. Dopo una breve introduzione in cui i nostri accordano gli strumenti si parte a tutta birra con Winding Road, una deliziosa country song dalla melodia accattivante ed immediata che ricorda la Nitty Gritty Dirt Band d’annata, con un ritornello corale e la band che inizia a darci dentro di brutto con gli assoli. Back To Caroline è un vivace bluegrass guidato dal banjo e suonato con notevole velocità e senso del ritmo, un pezzo che coniuga alla perfezione tradizione e modernità e che è seguito dalla limpida Circles, una country ballad che evidenzia la caratteristica principale dei Fireside, cioè pubblicare brani che mescolano una scrittura attuale ad un accompagnamento al 100% acustico, con le voci come ulteriore punto di forza.

Done Deal è ancora un bluegrass dalla linea melodica squisita che ricorda molto da vicino gli Old Crow (forse pure troppo dato che il motivo somiglia parecchio a quello di Wagon Wheel) ed uno splendido dobro, Bring It On Home è cadenzata e rimanda maggiormente al country delle origini, da Hank Williams in giù, Waiting For Tennessee è uno strepitoso brano tra folk e bluegrass con una melodia molto “appalachiana” ed una prestazione strumentale collettiva da applausi: con i suoi sei minuti è il brano più lungo del CD, ma scorre in un baleno. Where The Broad River Runs è puro folk d’altri tempi, intenso e drammatico (forse la più tradizionale finora dal punto di vista musicale), a differenza di Night Sky From Here che è un country-grass strumentale trascinante e dal ritmo acceso, con cambi di tempo e melodia assolutamente creativi (ottimo il banjo), mentre l’orecchiabile Don’t Stop Lovin’ Me è puro country-rock suonato acustico con il dobro in evidenza. High Time non è quella dei Grateful Dead, ma è ugualmente una bella canzone, tersa, fluida e con l’aggiunta di una steel suonata da Maher, She Was An Angel è l’ennesimo solare brano tra country e bluegrass ancora con gli Old Crow in mente; il CD si chiude con la forsennata Fast Train, nella quale i nostri suonano a velocità altissima, e con la ripresa strumentale di Winding Road.

E’ giunta l’ora di scoprire i Fireside Collective, soprattutto se un certo tipo di musica country “tradizionale” è pane per i vostri denti.

Marco Verdi

Speriamo Che Abbia Portato Con Sé Il Banjo: Un Ricordo Di Eric Weissberg.

L’altro ieri è scomparso all’età di 80 anni (pare per complicazioni dovute al morbo di Alzheimer che lo affliggeva da anni) Eric Weissberg, un nome che forse al grande pubblico dice poco, ma che divenne celeberrimo nel biennio 1972/73 allorquando incise insieme a Steve Mandell lo strumentale Dueling Banjos per la colonna sonora del film di John Boorman Deliverance (in Italia Un Tranquillo Weekend Di Paura), famoso thriller “boscaiolo” con Burt Reynolds e Jon Voight, in cui una delle scene più famose fu proprio quella del duello banjo-chitarra con il brano in questione, dove però sullo schermo i contendenti erano Ronny Cox (uno dei quattro amici protagonisti) ed un bambino autistico. Fino a quel momento la carriera di Weissberg era simile a quella di molti altri sessionmen: originario di New York, Eric si laureò all’Università della Musica e Arte della Grande Mela ed entrò a far parte brevemente (inizialmente come bassista) dei Greenbriar Boys alla fine degli anni cinquanta, e soprattutto fu un membro dei Tarriers nei primi sixties, gruppo con il quale sviluppò una tecnica sopraffina nel suonare tutti gli strumenti a corda, con una particolare predilezione per il banjo, pubblicando anche un album nel 1963 insieme a Marshall Brickman ed al futuro Byrd Clarence White, New Dimensions In Banjo And Bluegrass. I Tarriers vennero ingaggiati da Judy Collins per un tour in Polonia e Russia e fu allora che Judy, impressionata dall’abilità strumentale di Eric, lo volle anche sul suo Fifth Album dando di fatto il via alla carriera di sessionman del musicista newyorkese.

Eric non era un songwriter ma “solo” un fuoriclasse dello strumento, ed era quindi ben lontano dall’essere considerato un pioniere del genere bluegrass come altri banjoisti famosi (Bill Monroe, Ralph Stanley, Earl Scruggs), e la sua carriera sarebbe quindi continuata come musicista per conto terzi se non fosse stato appunto per il suo coinvolgimento nel film di Boorman. Dueling Banjos andò al secondo posto nella classifica dei singoli sia in USA che in Canada diventando in breve tempo disco d’oro, ed Eric fu abile a capitalizzare il successo (a differenza di Mandell), pubblicando ben due album nel 1973: uno era una mezza truffa, nel senso che si trattava della ristampa del disco del 1963 con due pezzi in meno e con l’aggiunta appunto di Dueling Banjos (che fu anche il titolo dell’LP), l’altro era un nuovo lavoro vero e proprio e ad oggi l’unico “vero” album solista di Weissberg, intitolato Rural Free Delivery ed accreditato ad Eric insieme ai Deliverance (come il film che gli diede la celebrità), band creata per l’occasione e con la quale pubblicherà solo più un singolo nel 1975, una versione del classico Yakety Yak.

(NDM: Dueling Banjos fu anche oggetto di una causa legale da parte di Arthur “Guitar Boogie” Smith, autore del brano Feudin’ Banjos al quale Eric si ispirò per registrare il suo pezzo. La causa fu poi vinta da Smith che ottenne il diritto di inserire il suo nome tra gli autori del brano di Weissberg). Da lì in poi Eric divenne sempre più richiesto come sessionman, ed è famosa la sua partecipazione con tutti i Deliverance sul capolavoro di Bob Dylan Blood On The Tracks (anche se la collaborazione durò solo due giorni in quanto la band non si amalgamò con Dylan, e l’unico brano che venne pubblicato ufficialmente fu Meet Me In The Morning). Negli anni potremo trovare il nome di Weissberg negli album di Tom Paxton (con il quale andò anche in tour), Billy Joel (Piano Man), Richard Thompson, Nanci Griffith, Jim Croce, John Denver, Art Garfunkel, Doc Watson e perfino Frankie Valli ed i Talking Heads; l’ultimo lavoro in cui Eric compare con un brano a suo nome è Banjo Jamboree, una compilation del 1996 con dentro anche Roger McGuinn, Mike Seeger, David Lindley ed altri.

Spero che Weissberg salendo in cielo si sia ricordato di portarsi il banjo: Mandell lo sta aspettando da due anni per ricominciare a duellare.

Marco Verdi

Folk Elegante E Classico, Begli Intrecci Vocali, Da Sentire. The Other Favorites – Live In London

the other favorites live in london

The Other Favorites – Live In London – Last Triumph   

The Other Favorites sono un duo folk basato a Brooklyn, New York, formato da Josh Turner (che cura anche la parte tecnica delle registrazioni) e Carson McKee, autori di un paio di album autogestiti, e molto popolari su YouTube, tanto che questo Live In London, registrato il 20/8/2019 alla Bush Hall di Londra, è integralmente disponibile anche in video gratuito, appunto su YouTube. Se però siete amanti del supporto fisico il concerto è stato pubblicato pure in CD. I due sono entrambi eccellenti chitarristi e le loro armonizzazioni vocali sono godibilissime nei vari brani, che sono un giusto mix di composizioni originali e cover molto celebri o inconsuete. Turner in particolare ha portato in Tour anche uno spettacolo basato su Graceland di Paul Simon, e in passato aveva già lavorato anche sul repertorio di Simon & Garfunkel, che come si intuisce facilmente sono tra le maggiori influenze a livello stilistico degli Other Favorites: nel 2019 Turner ha anche pubblicato il suo primo album solista As Good A Place As Any. In due brani dell’album appaiono anche le brave vocalist Reina Del Cid e Toni Lindgren, entrambe provenienti dal Minnesota, che si esibiscono insieme e spesso anche con Turner e McKee, anche loro appassionate di Simon & Garfunkel.

A questo punto vi aspetterete che tra le cover del CD ci sia qualche brano di Simon, e invece troviamo una sorprendente rilettura in chiave country-bluegrass della splendida 1952 Vincent Black Lightning di Richard Thompson con Mckee che passa al banjo, per intricati interscambi strumentali con il pard,  Don’t Think Twice, It’s Alright di Dylan è abbastanza fedele all’originale, benché più suadente di quella di Bob, con Turner che è sempre la voce solista, con il suo timbro caldo e carezzevole su cui si innestano comunque le armonizzazioni dei due. The Tennesse Waltz è un classico della musica country ed è uno dei due pezzi dove appaiono la Del Cid e la Lindgren che elevano ulteriormente la qualità vocale della esibizione, con Reina che ha un timbro vocale veramente squisito, mentre The Parting Glass è un brano tradizionale irlandese cantato a cappella che alcune volte è apparso anche nel repertorio live di Ed Sheeran.

Non manca neppure una vibrante versione di Folsom Prison Blues di Johnny Cash, sempre con in evidenza la risonante voce di Joshua Turner che invece fisicamente ricorda Marcus Mumford, e per completare le cover, come ultimo brano arriva una sorta di competizione tra i quattro in una frenetica versione bluegrass di Dooley dei non dimenticati (?) Dillards. Anche il materiale originale non è affatto male: l’intricato strumentale iniziale di MKee confluisce nella delicata Angelina, mentre la mossa Solid Ground mi ha ricordato molto le prime e migliori canzoni più acustiche degli America, The Ballad of John McCrae è, ehm, una intensa ballata, inserita nella grande tradizione del country-folk, con intrecci ed interscambi vocali e strumentali tra i due veramente interessanti. Flawed Recording è più dolce e sognante, ma sempre godibile, con The Levee, l’ultimo brano originale, che è una incantevole canzone di stampo cantautorale. Nell’insieme un disco molto piacevole, se vi piacciono i Milk Carton Kids, magari meno raffinati e complessi e comunque quel tipo di folk elegante e classico questi The Other Favorites potrebbero fare per voi.

Bruno Conti

La Più Grande Famiglia Musicale Di Sempre…Ulteriormente Allargata! The Carter Family – Across Generations

carter family across generations

The Carter Family – Across Generations – Reviver Legacy CD

Non sono mai stato un grande estimatore di John Carter Cash, unico figlio di Johnny Cash e June Carter, anche se devo dire che negli ultimi anni ha intrapreso una solida carriera di produttore (tra i suoi migliori lavori in tal senso ci sono gli ultimi album di Loretta Lynn): d’altronde quando sei un discendente di due delle più grandi famiglie musicali, i Cash e soprattutto la Carter Family, prima o poi i tuoi cromosomi vengono fuori. Il nuovo progetto a cui ha lavorato John riguarda proprio la Carter Family, mitica dinastia di musicisti che ha influenzato centinaia di artisti di matrice country, folk, gospel e bluegrass, una leggenda nata in Virginia alla fine degli anni venti su iniziativa di A.P. Carter, della moglie Sara Carter e della sorella di lei Maybelle Carter, e che ci ha lasciato canzoni indimenticabili del calibro di Will The Circle Be Unbroken, Wildwood Flower, Keep On The Sunny Side, Wabash Cannonball, Worried Man Blues e molte altre, arrivando fino ai giorni nostri con la quarta generazione.

Sto parlando nello specifico di Across Generations, un disco molto particolare in cui John ha messo insieme in maniera mirabile diverse generazioni di Carter (arrivando perfino ad aggiungerne una quinta), partendo da alcune incisioni inedite dei primi anni sessanta da parte della madre June insieme alle sorelle Anita ed Helen Carter (tutte figlie di Maybelle), alle quali ha aggiunto parti vocali e strumentali sia edite che inedite (alcune incise ex novo con l’aiuto della sorellastra Carlene Carter e di Dale Jett, figlio di Janette Carter che era a sua volta figlia di A.P. e Sara). Io di solito non impazzisco per i dischi costruiti “in laboratorio”, anche se ci sono valide eccezioni come quando è l’artista stesso a chiederlo ai suoi discendenti (penso all’ultimo album postumo di Leonard Cohen o all’analoga operazione del 2015 con protagonista Pops Staples), ma qui è stato fatto un lavoro stupendo, pieno di amore e rispetto per i capostipiti della famiglia Carter ma con uno sguardo verso presente e futuro. Across Generations presenta dodici tracce che si dividono tra country, folk e gospel, e John ha deciso giustamente di privilegiare le voci e di rivestirle con arrangiamenti sobri e strumentazioni essenziali (chitarre acustiche, autoharp e qualche volta il contrabbasso, ma niente batteria), con incisioni antiche e moderne che vedono suonare insieme tra gli altri Norman Blake, Dave Roe, Carlene Carter, Johnny Cash e lo stesso John Carter.

E poi ovviamente ci sono le voci, le vere protagoniste del CD, una miscellanea splendida che parte da Sara e Maybelle per finire con nipoti e pronipoti, allargando il tributo anche ai Cash: troviamo infatti anche discendenti meno noti (o proprio sconosciuti) delle due famiglie come Tiffany Anastasia Lowe (figlia di Carlene), David Carter Jones, Jack Ezra Cash, Danny Carter Jones, Lorrie Carter Bennet e moltissimi altri. L’album è bellissimo, si ascolta tutto d’un fiato e giunti alla fine viene voglia di rimetterlo subito da capo: dopo l’iniziale Farther On, un brano tradizionale in cui la voce della fondatrice Sara Carter si fonde con quella del già citato Dale Jett (il più presente nel disco insieme a Carlene) e della pronipote Adrianna Cross, abbiamo undici canzoni scritte da A.P. Carter o comunque a lui attribuite (tranne due eccezioni), titoli come My Clinch Mountain Home, in cui Carlene duetta virtualmente con le zie Anita ed Helen, Gold Watch And Chain, dove risentiamo Johnny Cash dividere il microfono con June con dietro una sfilza di Carter e Cash di “ultima generazione”, o la famosissima Worried Man Blues, dove i vocalist sono più di venti https://www.youtube.com/watch?v=IMYuQuZYEJU .

Il bello è che i vari brani suonano come incisi oggi (John ha fatto un lavoro egregio), ed in un caso è effettivamente così: Maybelle, scritta da Danny e David Carter Jones in onore della capostipite della famiglia e da loro cantata insieme a Carlene e John Carter. Helen e Anita sono protagoniste in diversi pezzi, talvolta con Carlene (Winding Stream, la splendida Diamonds In The Rough https://www.youtube.com/watch?v=N3Kwiul8NJs , la famosa Foggy Mountain Top) oppure con Jett (Amber Trees), mentre Carlene si riunisce idealmente alla madre June nella pura e cristallina Don’t Forget This Song. Finale con la strepitosa Will The Circle Be Unbroken (un brano talmente popolare da essere praticamente diventato di dominio pubblico), in cui a cantare sono la metà di mille, e con uno strumentale inedito del 1970 che vede Maybelle esibirsi in solitaria all’autoharp elettrica, brano intitolato opportunamente Maybelle’s New Tune.

Un omaggio sincero e riuscito quindi, con una serie di canzoni splendide che riescono ad emozionare e coinvolgere ancora una volta nonostante facciano parte del songbook americano da quasi un secolo.

Marco Verdi