Al “Solito” Buon Rock Californiano, Ma Possono Fare Meglio. Dawes – Passwords

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Dawes – Passwords – Hub Records           

Sesto album per i californiani Dawes, band guidata dai fratelli Goldsmith, Taylor, chitarra, voce solista e leader indiscusso del gruppo, visto che compone anche la quasi totalità delle canzoni, mentre Griffin si occupa della batteria.  Completano la formazione il bassista storico Wylie Gelber e l’ultimo arrivato, il tastierista Lee Pardini. Per questo album, dopo averne cambiati tre nei precedenti album (Blake Mills, David Rawlings e Jacquire King), torna in camera di regia Jonathan Wilson, che aveva prodotto i primi due dischi ed era stato anche loro compagno di jam sessions a Laurel Canyon, nonché di avventure musicali con Jackson Browne, da sempre un punto di riferimento, con Crosby, Stills, Nash, e Young, Joni Mitchell, gli Eagles, il sound West Coast in generale, quasi tutte influenze in comune con il loro produttore, che nell’ultimo anno ha condiviso studio di registrazione e palchi con Roger Waters. In effetti il primo brano, Living In The Future, più rock mainstream e tirato del solito, ha delle sonorità che potrebbero rimandare a Is This The Life We Really Want?, con chitarre e ritmica più grintose del solito, e la presenza più marcata delle tastiere, anche synth, affidati a Wilson, che però rimangono per ora nei limiti della decenza.

Il disco ha avuto critiche discordanti: Mojo e Allmusic gli hanno dato addirittura 4 stellette, mentre qualche sito musicale americano è stato molto meno tenero. Diciamo che siamo ancora lontani dalle svolte oltremodo “moderniste” e poco amate, almeno dal sottoscritto, degli ultimi Decemberists, Kings Of Leon, Mumford And Sons, Arcade Fire e altre band che hanno pompato negli anni il loro sound, ma la china potrebbe diventare quella, a scapito del suono, magari citazionista e old style dei primi album https://discoclub.myblog.it/2015/06/03/from-los-angeles-california-the-dawes-all-your-favourite-bands/ , comunque eseguito con brio e passione, per certi versi lontano da stereotipi solo fini a sé stessi, con belle aperture sonore e interessanti intrecci vocali. Che per esempio ritornano nel suono targato seventies Eagles della morbida Stay Down, non esaltante magari, ma estremamente piacevole, o nella ballata pianistica e introspettiva Crack The Case, che ricorda moltissimo il loro nume tutelare Jackson Browne, anche se pare mancare loro un po’ di nerbo, ma l’amore per le belle melodie è pur sempre presente, con fin troppo rigogliose tastiere e la slide insinuante di Trevor Menear che cerca di ricreare un effetto Lindley ; Feed The Fire vira nuovamente verso il lato più orecchiabile del country-rock, quello degli America del secondo periodo o di Dan Fogelberg, con Taylor Goldsmith al sitar/guitar e Wilson alla seconda chitarra, per un brano sinuoso, per quanto sempre leggerino.

In My Greatest Invention, la presenza di una sezione archi, già utilizzata nel precedente brano, conferisce un effetto fin troppo zuccheroso alla canzone, che, unito all’impiego di un falsetto molto marcato, non depone a favore di una canzone esageratamente soporifera, anche se la parte strumentale centrale non è male, con chitarre e tastiere ben miscelate; Telescope, più incalzante, grazie ad un giro di basso vorticoso, e con un suono che potrebbe ricordare i Fleetwood Mac più avventurosi a guida Buckingham del periodo di Tusk, è più complessa e dalle sonorità inconsuete, assolo di Thumb Jam (qualsiasi cosa sia) di Wilson e baritone guitar di Taylor Goldsmith inclusi https://www.youtube.com/watch?v=wqq6WjN0wh4 . Diciamo che un certo edonismo sonoro è spesso presente, ma ci sono comunque brani piacevoli, come la romantica I Can’t Love, che potrebbe avvicinarsi al Don Henley anni ’80, forse non il migliore, ma c’era in giro di peggio, e il piano di Lee Pardini è il protagonista principale della canzone, ma  in Mistakes We Should Have Made si sfiora e si supera il limite con la canzonetta radiofonica, mentre la love song Never Gonna Say Goodbye sembra una novella Romeo And Juliet dei Dire Straits, meno bella e Time Flies Either Way ritorna nuovamente a citare, con ottimi risultati (piacevole l’uso del sax alto di Josh Johnson),  le belle ballate di mastro Jackson Browne https://www.youtube.com/watch?v=qfsCOk3gwrs  e il suono dei primi album dei Dawes. Diciamo promossi con ma con riserva.

Bruno Conti  

Il Gabbiano Jonathan Vola Sempre Alto! Jonathan Wilson – Rare Birds

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Jonathan Wilson – Rare Birds – Bella Union Records

La prima volta che vidi sul palco Jonathan Wilson non sapevo neppure chi fosse. Mi trovavo con alcuni amici a San Sebastian per assistere ad un concerto di Jackson Browne , che, per l’occasione, doveva suonare insieme alla giovane band californiana dei Dawes, talentuosi esordienti il cui secondo disco, Nothing Is Wrong, era stato prodotto proprio da Jonathan Wilson. Il calendario datava 24 luglio ma sembrava ottobre inoltrato, la magnifica spiaggia su cui torreggiava il grande palco del festival Jazzaldia era zuppa per la pioggia che era caduta quasi incessantemente tutto il giorno, accompagnata dal vento freddo proveniente dall’oceano. A riscaldarci furono prima gli stessi Dawes, con un’esibizione sanguigna e coinvolgente, poi, a mezzanotte e mezza passata (ma per gli spagnoli è ancora presto…), il buon Jackson con i suoi classici immortali, supportato egregiamente dal gruppo dei fratelli Goldsmith e dal loro produttore. Alto e magro, capello lungo e barba incolta, Wilson sembrava una di quelle tipiche icone californiane degli anni settanta. Mostrò subito la stoffa del leader, come ottimo chitarrista e corista, e Browne gli cedette la scena per fargli eseguire Gentle Spirit, la lunga e affascinante ballad che dà il titolo all’ album che sarebbe stato pubblicato di lì a poco https://discoclub.myblog.it/2011/08/08/un-jonathan-tira-l-altro-da-laurel-canyon-e-dintorni-jonatha/ .

Esattamente due anni dopo la scena si è ripetuta al Carroponte, spazio concertistico alle porte di Milano, con la sostanziale differenza che stavolta Jonathan era l’unico protagonista della serata con la sua band. Io, gli amici e ciascuno dei presenti ci siamo goduti un’esibizione esaltante di rock imbevuto di psichedelia e divagazioni folk di chiara matrice californiana. I brani, spesso dilatati da pregevoli parti strumentali in cui giganteggiava la chitarra del leader, ben coadiuvato dai suoi compagni, davano l’idea di un musicista maturo, abile riesumatore di suoni del passato assemblati con gusto ed intelligenza. Questa impressione fu pienamente confermata dall’uscita del successivo album Fanfare, nell’ottobre del 2013, che fece incetta di critiche positive un po’ ovunque, generando al contempo un equivoco che perdura ancora oggi, ovvero il considerare Jonathan Wilson come una sorta di erede del suono californiano degli anni d’oro di quella comunità di musicisti che si era formata nei dintorni di Los Angeles nell’area di Laurel Canyon (dove tuttora Jonathan possiede uno studio di registrazione, rinomato per le sue preziose apparecchiature analogiche). La varietà delle fonti d’ispirazione da cui Wilson attinge è molto più ampia e complessa, riguarda tanto il contesto americano quanto quello britannico, come testimonia la sua produzione e collaborazione con una colonna del folk rock inglese come Roy Harper, oppure la recente partecipazione all’ultimo album di Roger Waters e al successivo tour che è appena andato in scena nei palasport italiani, dove Jonathan si esibisce come seconda chitarra, cantando le parti che erano di David Gilmour.

Rare Birds , il nuovo album pubblicato all’inizio di marzo, lo evidenzia ancora di più, nelle tredici lunghe tracce che il suo autore ha definito cosmiche, originate da uno stato d’animo spesso non positivo, il tentativo di superare una situazione di abbandono e di solitudine. Wilson mescola sapientemente sonorità vintage usando l’elettronica accanto a strumenti tradizionali, creando un connubio quasi sempre riuscito e piacevole. L’iniziale Trafalgar Square si apre come una citazione della pinkfloydiana Breathe, con le voci registrate e la languida steel guitar sullo sfondo, poi una sventagliata di mandola apre la strada ad un’elettrica dal suono sporco e la canzone prende corpo in modo efficace. Ancora meglio Me, che parte sonnacchiosa e si sviluppa in modo avvolgente fino all’esplosione finale che vede protagonista una chitarra distorta e urticante. Over The Midnight, coi suoi furbi campionamenti stile anni ottanta, ha una struttura melodica che inevitabilmente conquista e invita a premere sull’acceleratore durante le guide notturne. There’s A Light ci rituffa in California, con una bella lap steel a condurre le danze e una melodia ancora accattivante, con le belle armonie vocali delle Lucius. Il pianoforte domina la nostalgica Sunset Blvd, fino alla conclusiva stratificazione di suoni che rimanda a certe composizioni del suo quasi omonimo, l’inglese Steven Wilson. La title track offre acide sventagliate di chitarra che è facile accostare al maestro Neil Young, nulla di nuovo, ma certamente gradevole. 49 Hairflips scava ancora nel melodramma di un amore finito, il piano si fonde in un magma di tastiere dall’effetto evocativo e malinconico.

In Miriam Montague convivono i Kinks e l’Electric Light Orchestra in una specie di mini suite non particolarmente esaltante. Meglio il mantra ipnotico Loving You che, grazie ai vocalizzi del guru della new age Laraaji ci conduce in territori insoliti ed evocativi. Ancora atmosfere notturne dominano la successiva Living With Myself che gioca sul contrasto tra le strofe crepuscolari ed un ritornello solare. Il synth sullo sfondo sembra rubato a quello che Roy Bittan suonava in Downbound Train o in I’m On Fire  Boss, e che dire allora della rullata di batteria campionata su cui si basa tutta la ritmica della successiva Hard To Get Over? Andate a riascoltare l’intro di Don’t Come Around Here No More di Tom Petty (e Dave Stewart) e non potrete ignorarne la somiglianza. Dall’episodio meno riuscito del disco ad uno dei più positivi, il country scanzonato e un po’ ruffiano di Hi Ho To Righteous, in cui convivono lap steel e disturbi rumoristici quasi a voler parodiare inni del passato come Teach Your Children. Notevole anche qui il finale in crescendo che ci conduce alla rarefatta e conclusiva Mulholland Queen, una intensa e disperata confessione che si sviluppa sulle note del piano e dell’orchestra in sottofondo. Fra echi e rimandi non si può dire che Rare Birds sia un disco innovativo e neppure un capolavoro (e certo non merita le critiche negative che qualcuno, pochi, a torto gli hanno appioppato), eppure ascoltarlo fa lo stesso effetto che guidare su una strada panoramica: ad ogni curva ti puoi imbattere in uno scorcio bello ed emozionante.

Marco Frosi

Preziosi (E Costosi) Tesori D’Oriente. Jackson Browne – (Standing On The Breach) +The Road East – Live In Japan

jackson brown the road east live in japan

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Jackson Browne – The Road East-Live in Japan – Inside Recordings/Sony Japan Blu-spec CD2

In 45 anni di prestigiosa carriera, Jackson Browne non ha mai pubblicato universalmente un live album che possa testimoniare  il valore dei musicisti che lo hanno supportato durante innumerevoli tournée al di qua e al di là degli oceani, Atlantico e Pacifico. Il suo disco di maggior successo, Running On Empty, del lontano 1977, era sì dal vivo, ma in modo atipico, in quanto formato da brani mai incisi prima e per metà registrato in stanze d’albergo (Cocaine, Shaky Town e quasi tutta The Road), durante il soundcheck (Rosie) o addirittura sul bus che  li trasferiva da una città all’altra (Nothing But Time). Del 2005 e 2008 erano i due volumi denominati Solo Acoustic, in cui Jackson si esibiva in solitudine accompagnandosi con il piano ed una nutrita schiera di chitarre che si divertiva a cambiare ad ogni canzone. Nel 2010 un altro splendido doppio live acustico Love Is Strange, fotografava egregiamente un tour in Spagna tenuto quattro anni prima insieme al maestro e mentore David Lindley ed al percussionista Tino Di Geraldo, con la partecipazione di alcuni validi ospiti spagnoli come Luz Casal e Carlos Nunez. Che deve fare quindi il povero fan che desiderasse avere una registrazione di una Jackson Browne Band, non proveniente da registrazioni pirata? Deve esplorare il web e prepararsi a spendere parecchi soldini per procurarsi (cosa ormai molto difficile) la versione australiana dell’album Looking east del 1996 che contiene un bonus cd live con undici brani registrati in Europa e negli U.S.A. tra il ’94 e il ’96.

Oppure ordinare la doppia ristampa giapponese dell’ultimo lavoro in studio di Jackson, Standing In The Breach, uscita in concomitanza dei concerti tenuti lo scorso ottobre in terra nipponica, e che comprende un dischetto aggiuntivo con dieci episodi tratti dalle date giapponesi del 2015 (*NDB Eventualmente la parte dal vivo, sempre in Giappone, è uscita anche come CD singolo, comunque costoso). Ed è proprio questo che vado a descrivervi sgombrando subito ogni dubbio: l’oggetto in questione, pur nella sua incompletezza, vale assolutamente la spesa. Chi ha potuto gustarsi le date italiane del maggio di due anni fa è consapevole che la band che accompagna Jackson dalle sessions di registrazione di Standing In The Breach fino ad oggi è la migliore dai tempi del già citato Running On Empty, un gruppo di eccellenti musicisti e coriste in grado di creare il perfetto live sound per ogni gioiello uscito dalla penna del cantautore californiano (d’adozione). E’ lo stesso Browne a definirli la sua dream band al termine dello strepitoso brano di apertura, The Barricades Of Heaven. Dieci minuti di puro godimento dove l’alternanza e l’intreccio delle chitarre, l’acustica del protagonista insieme all’elettrica di Val McCallum e alla lap steel di Greg Leisz, producono un crescendo emotivo da standing ovation. Un delicato arpeggio introduce uno dei migliori classici giovanili di Jackson, These Days. Ne ho ascoltate decine di versioni, ma questa le supera tutte per intensità. Mentre Val e Greg lavorano di fino con le chitarre, il protagonista colpisce a fondo con un’interpretazione vocale da antologia. Qualcuno tra il pubblico urla Call It A Loan! e Jackson, come fa spesso, cambia scaletta e lo accontenta.

Raramente è stata eseguita full band in assenza del suo co-autore David Lindley e qui gode di una resa perfetta, con un gioco di chitarre che ti entra sottopelle e quel  refrain a più voci che strappa applausi. Segue un’altra perla, The Crow On The Cradle, una folk ballad antimilitarista scritta dal poeta e cantautore inglese Sydney Carter negli anni sessanta e già incisa da Browne per l’album dei concerti antinucleari No Nukes, nel ’79. Manca il violino di Lindley, ma qui ci pensa la sei corde di Val McCallum ad impreziosirne la solenne andatura con un assolo da brividi. Dalla sala giunge un’altra esortazione, Don’t Forget Hiroshima!, e a chi non conoscesse ancora l’estrema sensibilità e l’impegno sociale che Jackson Browne ha portato avanti con dedizione per tutta la sua carriera, consiglio di ascoltare bene la sua accorata risposta, prima di attaccare una Looking East mai così efficace e rabbiosa. Mauricio Lewak picchia duro sui tamburi ben supportato dal basso di Bob Glaub, mentre Jeff Young lancia strali col suo Hammond e i due chitarristi si sfidano in un esaltante duello, nel finale di questa potente requisitoria contro il cinismo e l’ipocrisia di chi gestisce il potere negli U.S.A. In seguito, due brani “classici” che il tempo non ha minimamente scalfito, I’m Alive e In The Shape Of A Heart , riproposti con arrangiamenti limpidi ed essenziali. Poi Jackson introduce Lives In The Balance, presentandola come un atto di accusa per coloro che finanziano nell’ombra le “secret wars” che incendiano tante parti del mondo, a cominciare dal Centro America.

Da una dozzina d’anni, questa drammatica ballad si è arricchita nel testo di due strofe che vengono eseguite da Chavonne Stewart e Alethea Mills, le splendide vocalist di colore che sono ormai elementi stabili ed imprescindibili del gruppo e che trascinano il pubblico all’immancabile ovazione finale. Come autentica sorpresa di questo Live in Japan, troviamo Far From The Arms Of Hunger, atto conclusivo dell’album del 2008 Time The Conqueror,  una canzone eseguita dal vivo assai di rado, che qui ci seduce con il suo incedere lento ed avvolgente. Le parole dolenti ma cariche di speranza di Jackson sono sottolineate dal pregevole lavoro all’organo di Jeff Young e dal perfetto accompagnamento delle coriste. Per concludere, la consueta cover di I Am A Patriot, scritta negli anni ottanta da Little Steven e definitivamente adottata da Browne come manifesto del suo impegno civile, lontano da partiti e schieramenti politici. And the river opens for the righteous, someday… così, a ritmo di scintillante reggae, Jackson Browne e la sua band si accomiatano lasciandoci l’unico rimpianto di non aver potuto ascoltare un’intera performance di questo eccellente livello. Mancano i pezzi, ottimi nella loro resa dal vivo, dell’ultimo Standing In The Breach e tanti classici imprescindibili che non sto neppure ad elencare perché la lista sarebbe troppo lunga. Per ora accontentiamoci, sperando di non dover più attendere l’ennesima special edition Made in Japan!

Marco Frosi

Un Altro “Nuovo” Cantautore Di Buon Livello. Aaron Burdett – Refuge

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Aaron Burdett – Refuge – Organic/Crossroads CD

Quando ho visto la copertina di Refuge, nuovo album del songwriter Aaron Burdett, ho pensato si trattasse di un disco country. Niente di più sbagliato: Burdett è in realtà un cantautore classico, sul genere di gente come James Taylor (nativo come lui del North Carolina) o Jackson Browne, ma che alla fine non assomiglia molto né all’uno né all’altro. Burdett usa anche il country, ma non è un countryman, in quanto un certo suono è al massimo funzionale in alcuni brani; Aaron predilige scrivere canzoni classiche, che esegue accompagnandosi sia con la chitarra acustica che con quella elettrica (è anche un bravo chitarrista), usando talvolta una piccola band, ma spesso presentandosi in totale solitudine. E si sa che, se sei da solo in scena, o hai feeling, bravura e capacità interpretativa o non vai da nessuna parte. Burdett è tutt’altro che un esordiente, in quanto è attivo dal 2005, e Refuge è già il suo settimo album: non conosco i lavori precedenti, ma dopo aver ascoltato quest’ultimo posso senz’altro pensare che possa essere il disco della maturità, sperando  che possa portargli un minimo di notorietà, almeno a livello di culto (anche se non ci credo molto).

La produzione, asciutta e lineare, è nelle mani di Tim Surrett, ed in studio con Aaron ci sono pochi ma validi sessionmen, tanto utili quanto sconosciuti, tra i quali spiccano lo steel guitarist Jackson Dulaney, il violinista David Johnson e la sezione ritmica formata da Jeff Hinkle (basso) e James Kylen (batteria). Ma al centro di tutto c’è Burdett con le sue canzoni, dieci esempi di puro cantautorato americano, come l’iniziale Pennies On The Tracks, una ballata (il genere da lui prediletto) molto ben strutturata e con una melodia fluida, con solo una chitarra, un violino e la voce gentile del nostro, una bella canzone che colpisce per la sua semplicità. E Refuge è tutto così, con brani più o meno mossi che rivelano la capacità da parte di Burdett di emozionare anche con una strumentazione parca. It’s A Living è più elettrica, ha il passo di una vera country song d’altri tempi, con una steel evocativa, ed il brano stesso è scorrevole e con un bel refrain diretto; Looking For Light è tenue e delicata, solo voce e due chitarre, anche se non serve altro per costruire una canzone degna di nota (in questo suo essere semplice ma incisivo Aaron mi ricorda un po’ Garnet Rogers, grande cantautore canadese, dalla fama inversamente proporzionale alla bravura).

Last Refuge è ancora un lento, ma la chitarra è elettrica (anche se oltre ad Aaron non c’è nessuno), e la canzone sta in piedi ugualmente, grazie anche all’ottima prova vocale, Rock And Roll nonostante il titolo si mantiene sullo stesso stile, un pezzo acustico di stampo folk, anche se dopo un minuto entra la band e si sente anche una slide, mentre Another Nail In The Coffin è una piacevolissima rock ballad, tersa e scorrevole, suonata e cantata benissimo e con uno dei motivi centrali migliori del CD. A Couple Broken Windows, ancora acustica, è semplice ed intensa al tempo stesso, Poor Man è una splendida ballata dal suono classico, molto anni settanta, con quell’impasto di organo e chitarre ed un leggero sapore southern: forse la migliore del lotto; l’album si chiude con la brillante Thieves And Charlatans, con un bel violino a guidare lo sviluppo del brano, e con Wolves At The Door, ennesimo slow fluido e “soulful”. Un gran bel dischetto, che dimostra ancora una volta quanto il sottobosco musicale americano sia pieno di talenti che fanno una fatica immensa ad emergere.

Marco Verdi

Il Risveglio Di Un’Eroina Degli Anni Sessanta! Joan Baez – The Complete Gold Castle Masters

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Joan Baez – The Complete Gold Castle Masters – Razor & Tie/Concord/Proper 3CD

Gli anni ottanta sono stati una decade parecchio difficile per molti artisti che appena vent’anni prima avevano il mondo (musicale) nelle loro mani, a causa della tendenza tipica di quegli anni di staccare con il passato e di vivere il presente in maniera esagerata, creando mode effimere che però nel periodo rischiarono di cancellare intere carriere (per fortuna gli anni novanta, sebbene lontani dall’essere definiti indimenticabili, rimisero parecchie cose al loro posto). Tra i musicisti più in difficoltà ci fu sicuramente Joan Baez, vera e propria icona della musica folk nei sixties, e titolare di una buona discografia “di gestione” nei seventies, che negli ottanta era considerata una vera e propria has been, buona solo per essere chiamata quando c’era da sfilare in qualche corteo e cantare canzoni di protesta in qualche evento specifico: Joan non interessava più come artista, discograficamente parlando, e per ben sette anni non pubblicò alcunché, priva com’era anche di un contratto (anche la sua partecipazione al tour europeo del 1984 di Bob Dylan e Santana finì solo con il compromettere definitivamente i rapporti tra lei e Bob). Nel 1987 la svolta: Joan accettò la proposta di Danny Goldberg, proprietario della piccola etichetta Gold Castle e grande appassionato di folk (altri artisti sotto contratto per la stessa label in quel periodo erano Peter, Paul & Mary, Judy Collins ed Eric Andersen), ed entrò in studio con il produttore Alan Abrahams ed un manipolo di sessionmen (tra cui Fred Tackett, Caleb Quaye ed Abraham Laboriel), uscendone con Recently, un discreto album che ci faceva ritrovare un’artista in buona forma e con una voce ancora eccezionale, disco che non fu un grande successo di pubblico ma ottenne buone critiche e contribuì a rimettere in circolo il nome della Baez, al punto che dopo due anni Joan bisserà con Speaking Of Dreams, un disco anche migliore del precedente, e che le darà la fiducia necessaria per continuare, anche se con altre etichette, fino ad oggi con la pubblicazione di un nuovo album ogni cinque anni (anche se è ormai ferma all’ottimo Day After Tomorrow del 2008, ma pare che stia lavorando ad un nuovo disco che potrebbe uscire nel 2018 e comunque qualche giorno fa è stata inserita nella Rock And Roll Hall Of Fame, come vedete nel video sotto).

Oggi la Razor & Tie (e la Proper in Europa) ripubblica in un triplo CD quei due dischi ormai fuori catalogo (la Gold Castle è fallita da tempo), aggiungendo quattro bonus tracks ed anche un disco dal vivo uscito all’epoca giusto in mezzo ai due album di studio, Diamonds & Rust In The Bullring. Recently (ed anche Speaking Of Dreams) propone, come d’abitudine per la Baez, una miscela di brani originali (pochi, Joan non è mai stata un’autrice prolifica), qualche traditional e diversi pezzi di autori contemporanei, con arrangiamenti al passo coi tempi, anche se talvolta un po’ fuori posto per lo stile della cantante. Joan sceglie di cominciare con il classico dei Dire Straits Brothers In Arms, in cui sopperisce con il pathos e la purezza della sua voce all’assenza della chitarra di Mark Knopfler (e poi il pezzo è già bello di suo). Quelli erano anche gli anni delle canzoni contro l’apartheid in Sudafrica, e la Baez non si chiama certo fuori, riprendendo Asimbonanga (del musicista sudafricano Johnny Clegg, all’epoca molto popolare), un canto che alterna cori di stampo tradizionale ad una veste sonora moderna (pure troppo) ed il celebre inno di Peter Gabriel Biko, in uno squisito arrangiamento dal sapore irlandese. Ci sono anche due canzoni non collegate direttamente al Sudafrica, ma usate ugualmente come canti di libertà: il medley tradizionale Let Us Bread Together/Oh Freedom, dal vivo e con un bel coro gospel alle spalle, e MLK degli U2, voce e synth, che sebbene sia dedicata a Martin Luther King non è una grande canzone. Completano il disco due brani scritti da Joan, Recently e James And The Gang, due cristalline ballate di stampo folk (meglio la seconda, la prima è un po’ zuccherosa) e due classici del songbook americano: The Moon Is A Harsh Mistress di Jimmy Webb, in un’intensa rilettura pianistica (anche qui gli archi sono superflui, ma non esagerano) ed un’ottima Do Right Woman, Do Right Man, famoso errebi scritto da Dan Penn, in una vibrante versione soul che è anche un tributo ad Aretha Franklin.

Paradossalmente il brano migliore è la bonus track pubblicata in questa ristampa, una cover di Lebanon, brano scritto da David Palmer (songwriter e musicista con un passato negli Steely Dan), una ballata di stampo quasi rock, dal suono classico ed elettrico ed una melodia coinvolgente, un mistero come sia rimasta inedita sino ad oggi. Speaking Of Dreams, sempre prodotto da Abrahams, è come ho già detto più bello di Recently, e con un suono migliore: ben tre canzoni sono scritte da Joan, la fulgida China, dedicata ai fatti di Tienanmen Square, il gradevole reggae di Warriors Of The Sun e la title track, raffinata ballata pianistica. Due sono i traditionals, un’intensissima versione piano e chitarra del brano popolare irlandese Carrickfergus ed il medley Rambler Gambler /Whispering Bells, con la partecipazione di Paul Simon, che ha anche arrangiato il brano in puro stile Graceland usando i suoi musicisti africani; splendida El Salvador, una sontuosa ballata di Greg Copeland, impreziosita dal duetto vocale con Jackson Browne, anch’egli in quel periodo molto impegnato politicamente con album come Lives In The Balance e World In Motion, mentre Fairfax County, del cantautore David Massengill, è una delicata folk song, con Joan perfettamente calata nel suo ambiente naturale. Pollice verso invece per Hand To Mouth: già la scelta di rifare un brano di George Michael (per di più un lato B di un singolo) è di per sé discutibile, ma poi la canzone è brutta e l’arrangiamento molto anni ottanta. Ben tre sono le bonus tracks (due già edite in una precedente antologia della Baez ed una nelle varie edizioni CD dell’album): una versione alternata di Warriors Of The Sun unita in medley con She’s Got A Ticket di Tracy Chapman, una Goodnight Saigon molto bella, potente e roccata, anche meglio dell’originale di Billy Joel, ed una rilettura in spagnolo di My Way di Paul Anka, intitolata A Mi Manera ed in cui Joan è accompagnata dai Gipsy Kings (bella? Ma anche no…).

Molto bello infine il live Diamonds And Rust In The Bulling (a parte il titolo da bootleg), registrato nel 1988 nella Plaza de Toros di Bilbao, in Spagna, un live elettrico con Joan in ottima forma e con una voce ancora potentissima. Nella prima parte (il vecchio lato A) troviamo splendide versioni di Diamonds And Rust, la più bella tra le canzoni scritte da Joan, una commovente No Woman, No Cry di Bob Marley ed una meravigliosa Let It Be (Beatles, of course) in versione gospel, oltre ad una rilettura a cappella del traditional Swing Low, Sweet Chariot ed una bellissima e toccante Famous Blue Raincoat di Leonard Cohen, cantata dalla Baez per la prima volta. La seconda parte propone cinque canzoni in spagnolo (Joan, grazie anche alle sue origini messicane, ha un’ottima padronanza della lingua ispanica) ed una, Txoria Txori, addirittura in basco: oltre alla nota Gracias A La Vida, appesantita un po’ dalla debordante presenza vocale di Mercedes Sosa, un’interessante Elles Danzas Solas, versione spagnola di They Dance Alone di Sting (brano di protesta contro il dittatore cileno Augusto Pinochet) ed una deliziosa El Preso Numero Nueve con un arrangiamento flamenco. The Gold Castle Masters è dunque un’ottima opportunità per riscoprire alcune pagine poco note, ma fondamentali per la sua carriera, di Joan Baez, considerando anche il fatto che costa come un doppio CD.

Marco Verdi

Niente Di Nuovo Sotto Il Sole, Forse Solo Per I Fans Dei Doors! Robby Krieger – In Session

robby krieger in session

Robby Krieger  – In Session – Purple Pyramid/Cleopatra

In alto nella recensione avrete letto il nome dell’etichetta e quindi potete immaginare che i “miei amici” californiani ne hanno combinata un’altra delle loro! Robby Krieger nella sua carriera post-Doors ha inciso sei/sette album, a seconda delle discografie, nessuno particolarmente memorabile (forse agli inizi i due con la Butts Band, precedenti alla carriera solista, i migliori, insieme con Versions del 1982): album di solito strumentali, o con la presenza di vocalist aggiunti, perché la parola cantare e Robby Krieger non sono mai stati sinonimi, anche se ci ha provato alcune volte, un brano anche in questo CD In Session (peraltro l’unico vero “inedito” del dischetto, una Back Door Man dal vivo registrata nel 1988, non tra le migliori, diciamo trecento versioni che mi è capitato di sentire del classico di Willie Dixon, pure incisa maluccio).  Il resto del disco, come lascia intendere e presagire il titolo, è tratto da svariate collaborazioni del chitarrista dei Doors, prese da alcuni dischi del catalogo della Cleopatra Records, principalmente dai loro innumerevoli tributi a questo e quel artista o album. Nell’insieme l’album comunque risulta piacevole, per cui alla fine il giudizio è financo favorevole, in considerazione pure del fatto che gli eventuali fan di Robby e dei Doors (e pure di Beatles Pink Floyd) non devono comprarsi tutti gli album dove appaiono questi brani, ma in virtù della loro rarità li trovano raccolti in unico CD.

Due o tre canzoni sono anche notevoli: per esempio l’iniziale cover di Across The Universe, cantata da un ispirato Jackson Browne è veramente molto bella, con gli arpeggi delicati della chitarra di Krieger, quello che sembra un flauto o un mellotron, tastiere varie non accreditate e il coro di voci bianche, un filo tamarro (ma parliamo della Cleopatra) che sottolinea l’intervento della solista, molto lirico; il tutto si trovava su un album, Abbey Road – A Tribute To The Beatles, uscito nel 2009 e curato da Billy Sherwood, noto per essere stato molto brevemente un membro degli Yes, e produttore e deus ex machina di tutti questi “tributi” della Cleopatra. Dallo stesso album è estratta anche una onesta versione di All You Need Is Love, cantata molto bene dal recentemente scomparso John Wetton, con Alan White ottimo alla batteria e Sherwood che suona tutto il resto, sul tutto si libra la solista di Robby Krieger. Hypernova (Inner Space Mix), che tradotto vuol dire che ne hanno brutalmente tagliato tre minuti dalla versione originale, che appariva su Space Fusion Odyssey, è un buon brano strumentale prog, tratto dal disco del sassofonista degli Hawkwind, Nik Turner, ma con la chitarra vera protagonista assoluta del brano. Saltando di palo in frasca si passa a Empty Spaces, un brano non memorabile tratto dal tributo a The Wall dei Pink Floyd, eseguita da Sherwood, e che vive tutta soprattutto sui “ghirigori” della chitarra, d’altronde questa è la funzione della compilation di cui stiamo parlando.

Da un altro tributo, questa volta a Dark Side Of The Moon, viene una Where We Belong, scritta da Sherwood e posta misteriosamente come appendice al capolavoro della band inglese, il brano non è neppure male, con l’organo di Tony Kaye, il primo tastierista degli Yes, a sottolineare le evoluzioni del sitar elettrico di Krieger. Don’t Leave Me Now, di nuovo dal tributo a The Wall, vede la presenza di Tommy Shaw degli Styx e di un altro Yes, Geoff Downes, si salva giusto l’assolo di chitarra. Molto meglio una fedele Brain Damage, ancora da Dark Side Of The Moon e di nuovo con Downes, anche voce solista, Vinnie Colaiuta alla batteria e gradevoli interventi del sitar e delle chitarre di Robby https://www.youtube.com/watch?v=ejSL3Srfi3w . E niente male pure la versione di School dei Supertramp, tratta dal loro tributo e in origine su Crime Of The Century (che era comunque un gran disco nel suo genere), con le tastiere e la voce di Rod Argent che fanno la loro porca figura accanto alla solista di Krieger  . Deep Down, tratta dal tributo a William Shatner (ebbene sì, il mitico Capitano Kirk di Star Trek), è più che altro una curiosità, se ne ignoravate l’esistenza, sembra un pezzo degli Yes,  ma con la voce recitante di Kirk. Stendiamo un velo pietoso su Little Drummer Boy, tipico brano stagionale tratto da una compilation natalizia della Cleopatra, cantata da Sherwood e fatta in versione prog, mah, forse si salvano solo il sitar e le chitarre di Krieger,  ma forse. Degli ultimi due brani abbiamo detto, per il resto, diciamo alcune buone canzoni e un lodevole lavoro complessivo della solista del nostro, può bastare? Se collezionate i Doors e non volete comprarvi una decina di dischi extra, probabilmente sì.

Bruno Conti

Dopo Trent’Anni E’ Ancora Una Goduria! Roy Orbison – Black & White Night 30

roy orbison black and white night

Roy Orbison – Black & White Night 30 – Legacy/Sony CD/DVD – CD/BluRay

Nella seconda metà degli anni ottanta ci fu una meritoria operazione di revival per quanto riguardava il grande Roy Orbison, uno degli originali rock’n’roller del periodo d’oro della Sun Records: dopo i fasti (e le tragedie personali) degli anni cinquanta e sessanta, la figura di Roy cadde nel dimenticatoio per tutti i settanta (anche se in quel periodo continuò ad incidere) e soprattutto nel primo lustro degli eighties; il primo a tirare fuori il nostro dalla naftalina fu il regista David Lynch, che nel suo controverso ma famoso film Blue Velvet diede una parte centrale alla canzone In Dreams. Poi ci fu il Grammy vinto per il duetto con k.d. lang in Crying, e nel 1987 il doppio album In Dreams, contenente versioni rifatte da capo a piedi dei suoi classici. Ma la parte centrale dell’operazione di recupero di “The Big O” fu il concerto tenutosi nel Settembre del 1987 al piccolo Cocoanut Grove di Los Angeles, un evento che rimarrà negli annali come Black & White Night, in quanto il bianco e nero era sia il dress code della serata che la tecnica con cui venne girato il filmato. Il concerto ebbe un enorme successo (passò via cavo per la HBO ed uscì anche al cinema), tanto che dopo due anni uscì anche in CD e VHS (ed in DVD diversi anni dopo): peccato che nel 1989 il vecchio e malandato cuore di Orbison avessa già ceduto, senza avere il tempo di godersi il successo del suo vero e proprio comeback album, lo splendido Mystery Girl (invece riuscì a vedere il suo nome di nuovo in testa alle classifiche con il primo disco del supergruppo dei Traveling Wilburys, formato con George Harrison, Bob Dylan, Tom Petty e Jeff Lynne).

Oggi i figli di Roy, curatori degli archivi dopo la morte della madre Barbara (che era anche la manager del nostro, oltre che la seconda moglie), ripubblicano quella storica serata nel trentennale del suo svolgimento (ma sono già passati trent’anni? Quasi), in un’elegante confezione contenente sia il CD che il DVD (o, per la prima volta, il BluRay), ed aggiungendo anche dei bonus per rendere il piatto ancora più succulento. Le cose che saltano all’occhio (e all’orecchio) sono la nitidezza dell’immagine nonostante il bianco e nero e la purezza del suono, completamente rimasterizzato, ma soprattutto il fatto che per questa edizione tutto il filmato sia stato rimontato da capo a piedi, utilizzando riprese inedite effettuate con telecamere diverse da quelle del video originale, rendendolo quindi accattivante anche per chi possedeva il vecchio DVD o VHS. Ed è un immenso piacere godere nuovamente di quella magica serata, che vede in Roy un frontman carismatico ed in forma smagliante, accompagnato da una house band coi controfiocchi, la TCB Band, ovvero il backing group di Elvis Presley negli ultimi anni di carriera: Glen D. Hardin al piano, Jerry Scheff al basso, Ron Tutt alla batteria e soprattutto l’inarrivabile chitarrista James Burton, che sarà il vero protagonista della serata, dopo Roy ovviamente.

Ma questa Black & White Night è passata alla storia anche per la quantità impressionante di “amici” sul palco ad accompagnare Orbison, un vero e proprio parterre de roi che comprende un insieme di backing vocalists composto da Jackson Browne, J.D. Souther, Steven Soles, Bonnie Raitt, Jennifer Warnes e k.d. lang, più un trio di chitarristi formato da Bruce Springsteen, Elvis Costello e T-Bone Burnett (che è anche il cerimoniere), e Tom Waits all’organo e chitarra acustica (completano il quadro Mike Utley alle tastiere, Alex Acuna alle percussioni ed un quartetto d’archi). E la cosa che si nota è che nessuno degli ospiti invade lo spazio di Roy, non ci sono neppure duetti (solo il Boss armonizza con il leader in due brani, Uptown eDream Baby https://www.youtube.com/watch?v=ANy4x3wgTSA ), anzi guardano al nostro con immenso rispetto e devozione, quasi intimoriti dal suo particolare carisma (Orbison ha sempre avuto una presenza magnetica pur non muovendo un muscolo durante le sue esibizioni, tanto bastava la sua voce formidabile per entusiasmare): la sola presenza di Waits, uno che fa fatica a muoversi anche per promuovere sé stesso, è indicativa in tal senso. E’ quindi, lo ribadisco, un immenso piacere riascoltare (e rivedere) il grande Roy alle prese con le sue inimitabili ballate, veri e propri classici quali Only The Lonely https://www.youtube.com/watch?v=4YG__LBJVZ0 , In Dreams, Crying (cantata da solo nonostante la presenza della lang), It’s Over, Running Scared, Blue Bayou, canzoni nelle quali la voce allo stesso tempo gentile e potente del nostro è davvero l’arma in più; ma se Roy è famoso più che altro come balladeer, in questo concerto ha grande spazio anche l’Orbison rocker, con versioni strepitose e coinvolgenti Dream Baby, Mean Woman Blues (durante la quale Roy gigioneggia e si diverte con il suo tipico brrrrrrrr), e due incredibili versioni di Ooby Dooby e Go!Go!Go! (Down The Line), con Burton che fa letteralmente i numeri con la sua sei corde.

Ci sono anche un paio di brani nuovi, che finiranno due anni dopo su Mystery Girl (la marziale The Comedians, scritta da Costello, e la pimpante (All I Can Do Is) Dream You), ed un gran finale con una Oh, Pretty Woman da urlo, più di sei minuti di grande rock’n’roll con Burton che sotterra tutti nella jam finale, entusiasmando non poco il pubblico del piccolo club (nel quale si riconoscono Kris Kristofferson, Billy Idol e l’attore Patrick Swayze). Abbiamo detto dei bonus, sia nella parte audio che video: due nel concerto principale (la lenta Blue Angel, assente anche dalla trasmissione televisiva dell’epoca, ed una versione alternata e più sintetica di Oh, Pretty Woman), più un mini-concerto segreto tenutosi a fine serata e con un pubblico ristretto, cinque canzoni che erano presenti anche nella setlist principale, ed eseguiti più o meno allo stesso modo (ma Claudette secondo me è più riuscita), che nel CD sono assenti ma proposti a parte come download digitale con tanto di codice, una pratica piuttosto antipatica a mio parere. Conclude il tutto un documentario di poco più di dieci minuti con immagini tratte dalle prove e brevi interviste ad alcuni ospiti della serata, un filmato interessante ma forse non indispensabile. Black & White Night era uno dei migliori live degli anni ottanta, ed in assoluto una delle cose migliori della carriera di Roy Orbison, e questa ristampa ce lo riconsegna in tutto il suo splendore.

Marco Verdi

Non Molto Conosciuta, Ma Dal Grande Talento. Sabato 4 Marzo Ci Ha Lasciato Anche Valerie Carter, Aveva 64 Anni!

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valerie carter the way it isvalerie carter midnight over honey river

Lo scorso 4 Marzo è morta a St. Petersburg in Florida, lo stesso stato dove era nata 64 anni prima, Valerie Carter, cantautrice che ha svolto gran parte della sua attività nell’area della West Coast, grande amica di Lowell George, e di tutti i Little Feat, che suonarono nei suoi dischi (purtroppo tutti difficili da recuperare in CD, in quanto pubblicati quasi esclusivamente per il mercato giapponese), di Jackson Browne (è presente in Running On Empty) e soprattutto di James Taylor (forse qualcosa di più di un amico), che ne ha tratteggiato un commosso ricordo sul proprio profilo Twitter.

Valerie Carter, come ha annunciato la sorella Janice, è morta per un infarto, e comunque soffriva di problemi cardiaci da tempo, tanto che aveva molto rallentato la sua peraltro mai frenetica attività nell’ambito musicale: si potrebbe dire, pochi ma buoni, come vedete dalla sua discografia riportata per immagini all’inizio del Post. Con Taylor aveva condiviso anche i problemi con le droghe che si erano protratti fino al 2009, quando era stata arrestata e poi inserita in un programma di recupero del Tribunale, che era lo stesso a cui aveva partecipato tanti anni prima, proprio James, che nel 2011 fu presente alla cerimonia in cui le consegnarono una sorta di attestato di “buona condotta”. Ma per lei parlano i suoi dischi, le sue collaborazioni, oltre che con Taylor, Browne e i Little Feat, anche con Nicolette Larson, Christopher Cross, Tom Jans, Randy Newman, Don Henley in The End Of the Innocence, Aaron Neville, Glenn Frey, Neil Diamond, Shawn Colvin, Willie Nelson, Judy Collins e altri luminari della musica americana. Ma soprattutto parla la sua voce che potete ascoltare nei video che ho inserito nel Post.

howdy moon

Nella sua prima band, gli Howdy Moon, di cui uscì l’omonimo album nel 1974, era affiancata da Jon Lind e Richard Hovey, ma soprattutto nel disco appaiono come musicisti anche i Little Feat al completo, con Lowell George presente anche come produttore, e tantissimi altri ottimi musicisti del rock californiano, Van Dyke Parks, Sneaky Pete, Andrew Gold, Jim Keltner, John Sebastian, Chuck Rainey. E nonostante il disco, uscito per la A&M vendette molto poco, poi ottenne un contratto per la Columbia che le pubblicherà i due dischi successivi, veramente splendidi, Just A Stone’s Throw Away, del 1977, co-prodotto ancora da Lowell George con Maurice White degli Earth, Wind And Fire, e nel disco suonano, e cantano, Jackson Browne, Linda Ronsatdt, Tom Jans, John Hall, Herb Petersen, Jeff Porcaro, Bob Glaub, e potremmo andare avanti per ore. Il disco contiene il suo brano più “famoso” Ooh Child, un classico del soul e la bellissima title track.

Molto bello anche il disco del 1978, Wild Child, prodotto da James Newton Howard, un filo inferiore al suo predecessore, ma sempre ottima musica, più commerciale e leggera, con quasi tutti i Toto impegnati nell’album.

Dopo quasi venti anni di silenzio esce The Way It Is, prodotto da Eddy Offord, quello storico degli Yes, e vi riporto solo per curiosità la lista di alcuni dei cantanti presenti Jackson Browne, James Taylor, Linda Ronstadt, Phoebe Snow e Lyle Lovett, in una versione splendida di Into The Mystic di Van Morrison.

Nel 2003, pubblicato solo per il mercato giapponese, esce un doppio CD dal vivo Midnight Over Honey River e poi, a mia conoscenza, solo qualche saltuaria collaborazione con nomi minori, fino alla notizia della scomparsa di pochi giorni fa. Basta e avanza per riservarle un posto tra “gli angeli” della canzone, tra nomi forse più famosi ma certo non di maggiore talento, che possa Riposare In Pace

Bruno Conti

Come Un Fulmine A Ciel Sereno! Ben Bedford – The Pilot And The Flying Machine

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Ben Bedford – The Pilot And The Flying Machine – Waterbug Records/CSC Continental Song City/Ird CD

Questo disco in realtà è uscito nella tarda primavera dello scorso anno ma, un po’ perché non ne ha parlato quasi nessuno (almeno dalle nostre parti), un po’ perché da noi è stato distribuito lo scorso autunno, non credo sia troppo tardi se me ne occupo adesso…soprattutto perché è un album che merita davvero! Anzi, già dopo un ascolto il CD ha scatenato in me quello che chiamo “l’effetto Garnet Rogers” (vado a spiegare per chi non ne ha mai sentito parlare, cioè tutti: anni fa avevo comprato All That Is, antologia del cantautore canadese in questione, di cui colpevolmente non avevo mai sentito parlare, e l’ascolto mi aveva entusiasmato a tal punto che avevo subito ordinato sul suo sito la discografia integrale). Per Ben Bedford, cantautore dell’Illinois, mi è capitata quasi la stessa cosa: una volta ultimato l’ascolto di The Pilot And The Flying Machine, mi è venuta la voglia di approfondire il discorso con i suoi primi tre album. Bedford è un songwriter molto classico, dalla marcata vena poetica e con un gusto innato per la melodia, con le influenze giuste (Townes Van Zandt su tutte, ma io direi anche Jackson Browne, anche per il timbro di voce simile, e Gordon Lightfoot, mentre non ho trovato tracce dei pianisti Vladimir Horowitz e Thelonious Monk citati sul suo sito) ed un feeling non comune.

Ma ciò che colpisce di più in questo CD è che Ben non ha scelto la via più facile, cioè accompagnare le sue composizioni con una band canonica e dando loro un sapore roots (soluzione che sarebbe comunque stata ben accetta), bensì le ha avvolte con arrangiamenti classicheggianti, quasi cameristici. Non spaventatevi, in quanto la scelta si è rivelata vincente, e le canzoni, già belle di loro, hanno assunto uno spessore ed un’intensità ancora maggiore, per di più senza rischiare di annoiare l’ascoltatore. Merito, oltre che dell’abilità notevole del nostro come autore e performer, anche del ristretto gruppo di musicisti che lo ha accompagnato: oltre a Ben stesso alla chitarra acustica, troviamo la moglie Kari Bedford alle armonie vocali, Ethan Jodziewicz al contrabbasso e soprattutto il bravissimo Diederik Van Wassenaer, che non è il discendente di qualche gerarca nazista ma un formidabile violinista (e violista, nel senso che suona anche la viola) dall’impostazione classica, il vero tocco in più strumentale delle undici canzoni del disco. Un disco, ripeto, sorprendente, anche se siamo lontanissimi da atmosfere di stampo rock, al massimo io avrei aggiunto un pianoforte ogni tanto.

A me è bastato sentire poche note della title track, posta all’inizio del lavoro, per entrare subito dentro all’album, un suggestivo mix sonoro tra arpeggio chitarristico e lo strepitoso violino di Van Wassenaer, con qualche tocco di basso ogni tanto ed una melodia purissima e toccante, di chiaro stampo cantautorale. Letters From The Earth è semplicemente splendida, e bisogna fare tanto di cappello per il geniale arrangiamento cameristico scelto, dato che sarebbe stato più facile ma anche più scontato utilizzare basso elettrico e batteria: il violino sopperisce alla mancanza di una strumentazione “rock” con una prestazione straordinaria. High And Low è solo voce e chitarra, ma non per questo è meno intensa: Bedford riesce a tenere desta l’attenzione, scrive melodie di grande impatto e le esegue con disarmante semplicità; e che dire della struggente The Fox? Un motivo puro e limpido, di derivazione folk, alla quale la viola dona un sapore antico, per un risultato finale da pelle d’oca. La lunga e distesa The Voyage Of John And Emma sembra provenire direttamente dal songbook degli anni settanta di qualche songwriter blasonato, così come Blood On Missouri (bellissima), che proietta l’album addirittura una decade prima, in pieno folk revival. Grandissima musica in ogni caso. Orrery è un intenso strumentale tra folk e musica classica, gradevole e per nulla ostico, e precede gli ultimi quattro pezzi (tra cui una ripresa leggermente diversa della title track), il migliore dei quali è senz’altro la profonda ed avvolgente Long Blue Hills, che chiude il CD in purezza.

Ben Bedford è uno davvero bravo, e questo disco, se mi crederete, potrà farvi compagnia a lungo.

Marco Verdi

Una Grande Serata Per Chiudere Il Cerchio! Nitty Gritty Dirt Band & Friends – Circlin’ Back

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Nitty Gritty Dirt Band & Friends – Circlin’ Back: Celebrating 50 Years – NGDB/Warner CD – DVD

Oggi si parla molto poco della Nitty Gritty Dirt Band, e ci si dimentica spesso che nei primi anni settanta fu una delle band fondamentali del movimento country-rock californiano in voga all’epoca, che vedeva Byrds e Flying Burrito Brothers come esponenti di punta. Formatisi nel 1966 a Long Beach (e con un giovanissimo Jackson Browne nel gruppo, con il quale purtroppo non esistono testimonianze discografiche), la NGDB stentò parecchio durante i primi anni, trovando poi quasi per caso un inatteso successo con la loro versione del classico di Jerry Jeff Walker Mr. Bojangles (ancora oggi il loro brano più popolare), tratto dall’ottimo Uncle Charlie And His Dog Teddy. Ma, bei dischi a parte (All The Good Times ed il doppio Stars & Stripes Forever sono due eccellenti album del periodo), la loro leggenda iniziò quando nel 1972 uscì Will The Circle Be Unbroken, un triplo LP magnifico, nel quale il gruppo rivisitava brani della tradizione country con un suono più acustico che elettrico e come ospiti vere e proprie leggende come Mother Maybelle Carter, Merle Travis, Roy Acuff, Earl Scruggs, Jimmy Martin e Doc Watson, e che anticipava quella riscoperta della musica e delle sonorità dei pionieri che oggi è molto diffusa, ma all’epoca era quasi rivoluzionaria: un disco che, senza esagerare, potrebbe essere definito da isola deserta, e che negli anni ha avuto due seguiti (1989 e 2002), entrambi splendidi ed a mio giudizio imperdibili, ma che non ebbero l’impatto del primo volume.

Dalla seconda metà degli anni settanta la carriera del gruppo prese una china discendente (fino al 1982 si accorciarono pure il nome, ribattezzandosi The Dirt Band), per poi ridecollare nella seconda parte degli ottanta, in coincidenza con la rinascita del country, con ottimi album di successo come Hold On e Workin’ Band. Negli ultimi 25 anni la loro produzione si è alquanto diradata, anche se sempre contraddistinta da una qualità alta, portando però il gruppo a non essere più, per usare un eufemismo, sotto i riflettori: lo scorso anno però i nostri hanno deciso di riprendersi la scena festeggiando i 50 anni di carriera con un bellissimo concerto, il 14 Settembre, al mitico Ryman Auditorium (che sta a Nashville come la Royal Albert Hall sta a Londra), preludio ad una lunga tournée celebrativa in corso ancora oggi. Circlin’ Back è il risultato di tale concerto, un bellissimo CD dal vivo (esiste anche la versone con Dvd aggiunto) nel quale la NGDB riprende alcune tra le pagine più celebri della sua storia, con l’aiuto di una bella serie di amici e colleghi. I nostri avevano già celebrato i 25 anni nel 1991 con l’eccellente Live Two Five, che però vedeva sul palco solo i membri del gruppo, ma con questo nuovo CD siamo decisamente ad un livello superiore.

Il nucleo storico dalla band è rappresentato da Jeff Hanna e Jimmy Fadden, ed è completato da John McEuen, vera mente musicale del gruppo e comunque con loro dal 1967 al 1986 e poi di nuovo dal 2001 ad oggi, e da Bob Carpenter, membro fisso dai primi anni ottanta (mentre l’altro dei compagni “storici” Jimmy Ibbotson, fuori dal 2004, è presente in qualità di ospite), con nomi illustri a completare la house band quali Byron House al basso, Sam Bush al mandolino e violino e Jerry Douglas al dobro e steel, i quali contribuiscono a dare un suono decisamente “roots” alle canzoni. La serata si apre con una vivace versione di You Ain’t Goin’ Nowhere di Bob Dylan, più veloce sia di quella di Bob che dei Byrds, con assoli a ripetizione di mandolino, dobro, violino e quant’altro, una costante per tutta la serata: ottima partenza, band subito in palla e pubblico subito caldo. Il primo ospite, e che ospite, è John Prine, con la mossa e divertente Grandpa Was A Carpenter (era sul secondo volume di Will The Circle Be Unbroken) e la splendida Paradise, una delle sue più belle canzoni di sempre: John sarà anche invecchiato male, ma la voce c’è ancora (a dispetto di qualche scricchiolio) e la classe pure. My Walkin’ Shoes, un classico di Jimmy Martin, è il primo brano tratto dal Will The Circle del 1972, ed è uno scintillante bluegrass dal ritmo forsennato, un bell’assolo di armonica da parte di Fadden e McEuen strepitoso al banjo; sale poi sul palco Vince Gill, che ci allieta insieme ai “ragazzi” con la famosissima Tennessee Stud (Jimmy Driftwood), nella quale ci fa sentire la sua abilità chitarristica, dopo aver citato Doc Watson come fonte di ispirazione, e la fa seguire da Nine Pound Hammer, di Merle Travis, altro bluegrass nel quale duetta vocalmente con Bush, e tutti suonano con classe sopraffina, con il pubblico che inizia a divertirsi sul serio.

Buy For Me The Rain è una gentile e tersa country ballad tratta dal primo, omonimo album dei nostri, molto gradevole ed anche inattesa dato che come dice Hanna non la suonavano da 35 anni; è il momento giusto per l’arrivo di Jackson Browne, accolto da una vera e propria ovazione, il quale propone il suo classico These Days, in una versione decisamente intima e toccante, e poi si diverte con l’antica Truthful Parson Brown, un brano degli anni venti dal chiaro sapore old time tra country e jazz, davvero squisito. E’ la volta quindi della sempre bella e brava Alison Krauss, che ci delizia con una sublime e cristallina Keep On The Sunny Side, notissimo country-gospel della Carter Family, e con la bella Catfish John, scritta da Bob McDill (ed incisa da tanti, tra cui anche Jerry Garcia), country purissimo con ottima prestazione di Douglas al dobro; Alison rimane sul palco, raggiunta da Rodney Crowell, che esegue due suoi pezzi, la solare e godibilissima An American Dream, un brano che sembra scritto per Jimmy Buffett, e la bellissima ed intensa Long Hard Road.

Poteva forse mancare Mr. Bojangles? Assolutamente no, così come non poteva mancare il suo autore, Jerry Jeff Walker, che impreziosisce con la sua grande voce ed il suo carisma una canzone già splendida di suo: uno dei momenti più emotivamente alti della serata. Fishin’ In The Dark è stato uno dei maggiori successi della NGDB, che in questa rilettura torna ad essere un quintetto in quanto è raggiunta da Jimmy Ibbotson, e la canzone rimane bella e coinvolgente anche in questa veste meno radio-friendly di quella originale del 1987. Il vivace medley Bayou Jubilee/Sally Was A Goodun, dove il gruppo si lascia andare ad un suono più rock, prelude al gran finale di Jambalaya, il superclassico di Hank Williams (in una travolgente versione tutta ritmo) ed alla conclusiva, e non poteva che essere così, Will The Circle Be Unbroken, con tutti quanti sul palco a celebrare la carriera di uno dei più importanti gruppi country-rock di sempre, altri sei minuti di puro godimento sonoro.

Gran bel concerto, inciso tra l’altro benissimo: praticamente imperdibile.

Marco Verdi