Il Ritorno Di Un Disco Bello Ma Quasi Dimenticato. Dave Mason & Cass Elliot

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Dave Mason & Cass Elliot – Dave Mason & Cass Elliot – Cherry Red/Universal CD

All’inizio del 1971 il cantante e chitarrista inglese Dave Mason, membro fondatore dei Traffic, era già entrato ed uscito ben due volte dal gruppo guidato da Steve Winwood e Jim Capaldi (ed era in procinto di unirsi a loro per la terza volta, anche se per un solo tour), oltre ad aver pubblicato l’anno prima il suo primo e più riuscito album solista, Alone Together, che aveva ottenuto anche un discreto successo. Ma Mason non era del tutto soddisfatto, ed avrebbe voluto aumentare la sua fama anche in America, e così ebbe l’idea di registrare un disco assieme a Cass Elliot (che aveva conosciuto da poco grazie ad un amico in comune), ancora molto popolare negli USA in quanto ex voce solista femminile dei Mamas And Papas. Dave entrò quindi con la giunonica cantante negli studi Record Plant di Los Angeles insieme ad un ristretto gruppo di musicisti (i noti Paul Harris e Russell Kunkel rispettivamente alle tastiere e batteria e Bryan Garo al basso) per registrare una decina di pezzi in puro West Coast style, un genere tra country e rock che all’epoca andava decisamente per la maggiore. “Mama” Cass ebbe l’onore di avere il disco accreditato a sé stessa nella stessa misura di Mason, anche se il suo contributo si limitava alle armonie vocali e con un solo pezzo cantato interamente da sola (ed anche dal punto di vista della scrittura il suo nome compariva come co-autrice in appena due brani).

Una mossa apparentemente da gentleman da parte di Dave, ma che nascondeva una certa paraculaggine in quanto il nostro sperava così di conquistare una fetta maggiore di pubblico statunitense. Dave Mason & Cass Elliot era da tempo fuori mercato (su CD era uscito brevemente nel 2008), ed ora la Cherry Red lo ripubblica con una rimasterizzazione degna di nota, pur non aggiungendo materiale extra (non so se ce ne fosse, di sicuro ci sarebbe stato dato che l’album dura poco più di mezz’ora). Ed il disco è ancora decisamente fresco e piacevole a quasi cinquant’anni dalla pubblicazione, un lavoro all’insegna di un country-rock suonato benissimo e cantato ancora meglio (c’è anche la presenza alla voce di Leah Kunkel, sorella di Cass e moglie del batterista Russell), con parti strumentali di grande finezza ed una serie di canzoni che mostrano la bravura con la penna di Mason, autore spesso sottovalutato. L’iniziale Walk To The Point è una ballata basata sul suono di chitarra e piano ed uno squisito mood californiano perfetto per l’epoca, con armonie vocali stratificate che ricordano non poco quelle di Crosby, Stills & Nash (anche se qui Mama Cass rimane abbastanza nelle retrovie). On And On è decisamente più elettrica e mossa, con un bel riff iniziale seguito da una melodia limpida ed orecchiabile che sfocia in un bellissimo refrain corale: puro pop-rock della West Coast, con l’aggiunta di una notevole performance chitarristica di Mason.

To Be Free è solare, piacevole e ha uno stile che rimanda parzialmente ai Byrds (ma quelli della fase finale della carriera), con la Elliot che si fa sentire maggiormente ed un bel finale pianistico e leggermente orchestrato, mentre Here We Go Again è di stampo più acustico e folk, ed è anche l’unico brano in cui la voce solista è esclusivamente di Cass, ancora con una sezione archi arrangiata con gusto e misura. La movimentata Pleasing You è un gradevole botta e risposta tra Dave e le sorelle Elliot (o Cohen, che è il loro vero cognome), e vede ancora il piano di Harris splendido protagonista (e Paul da lì a breve entrerà nei Manassas di Stephes Stills), Sit And Wonder è intensa e melodicamente impeccabile, una delle migliori dell’album, con un ritornello perfetto; Something To Make You Happy, nella quale i due leader duettano in maniera sicura denotando una certa intesa, è allegra ed immediata, e fu scelta all’epoca come primo singolo. Too Much Truth, Too Much Love, più intima, è dotata di un motivo delizioso ed un arrangiamento cristallino dai toni quasi caraibici, nonché di un irresistibile finale con ritmo in crescendo: bellissima. Chiudono l’album la rockeggiante Next To You, con Mason ancora ottimo alla chitarra elettrica, e con Glittering Facade, godibile e raffinata ballad contraddistinta da un vivace organo, dalle solite inappuntabili armonie vocali e da uno strepitoso finale in cui Dave rilascia un assolo acustico da applausi. Dopo questo disco la carriera di Mason continuerà fino ai giorni nostri, con ancora qualche successo minore a metà degli anni settanta, mentre Mama Cass sarà decisamente più sfortunata, in quanto un attacco cardiaco se la porterà via nel sonno nel 1974, a soli 32 anni.

Un motivo in più per non ignorare questa bella ristampa.

Marco Verdi

Una Nuova Speranza? Forse Più “L’Attacco Dei Cloni”! Greta Van Fleet – Anthem Of The Peaceful Army

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Greta Van Fleet – Anthem Of The Peaceful Army – Republic/Universal CD

Ho scelto di citare come intestazione del post odierno due titoli di film della saga di Star Wars, dato che a mio giudizio calzano entrambi alla perfezione per i Greta Van Fleet, che è nello stesso tempo considerata dalla critica una delle nuove frontiere del rock americano, ma pure una band il cui suono ricalca in maniera imbarazzante quello di un monumento del passato, vale a dire i Led Zeppelin. I GVF sono un quartetto proveniente da Frankenmuth, un paesino del Michigan di circa cinquemila abitanti, la maggior parte dei quali di origine tedesca (ed il nome del gruppo deriva da quello di una abitante della cittadina di loro conoscenza, leggermente modificato), ed è formata dai fratelli Joshua, Jacob e Samuel Kiszka (rispettivamente voce solista, chitarra e basso/piano/organo), con l’aggiunta dal batterista Danny Wagner, un combo la cui età media supera di pochissimo i vent’anni. I GVF si sono messi in grande evidenza lo scorso anno con From The Fires, un EP di otto canzoni (32 minuti, ci sono album che durano di meno) che riprendeva i quattro pezzi del precedente EP Black Smoke Rising aggiungendone altrettanti nuovi di zecca: la critica di tutto il mondo ha gridato al miracolo, eleggendoli in alcuni casi anche a migliore nuova rock band, non mancando però di far notare la somiglianza impressionante con gli Zeppelin.

Somiglianza che non è solo legata al timbro vocale di Josh, davvero sovrapponibile a quello di Robert Plant, ma anche per lo stile compositivo, il sound ed il modo di suonare degli altri tre componenti (specie la batteria, che a volte pare voler scimmiottare la tecnica di John Bonham): lo stesso Plant ha espresso ottime parole per loro, non mancando però di far notare che gli ricordavano “qualcuno”, ed aggiungendo scherzosamente di odiarli, più che altro per la loro giovanissima età. Il fatto di essere così simili ad uno dei gruppi storici del rock mondiale può essere però un’arma a doppio taglio, in quanto ci sarà sempre qualcuno pronto a rimarcare tale parallelo (che a volte è davvero impressionante, basti ascoltare le canzoni Safari Song e Highway Tune dall’EP dell’anno scorso, siamo a livelli da “Tale E Quale Show”), ed è un peccato in quanto i quattro ragazzi hanno indubbiamente un’ottima tecnica, ed in più rappresentano una boccata d’aria fresca nell’ambito di una generazione che sembra capace di sfornare solo artisti rap, hip-hop, trip-hop e belinate varie. Ora i nostri pubblicano il loro primo vero e proprio album, Anthem Of The Peaceful Army, un lavoro di puro classic rock anni settanta che a mio parere lascerà ognuno sulle proprie posizioni: i detrattori del gruppo continueranno a paragonarli alla storica band di Stairway To Heaven, mentre i fans li esalteranno come il futuro del rock.

Diciamo che forse è il caso di ascoltare questo loro primo full length in maniera obiettiva (anche se è difficile visto lo stile e soprattutto il timbro di voce “plantiano” di Josh) e giudicarlo per quello che è: un buon disco di sano rock americano (con influenze British, uno dei rari casi di ispirazione “al contrario”, dato che di solito erano le band inglesi che guardavano al Nuovo Continente), suonato in maniera tosta e vigorosa, cantato benissimo e con una produzione solida, un album che non sfigurerà di certo in qualsiasi collezione che si rispetti. I ragazzi sono consci dei paragoni con la band di Page, Plant, Jones e Bonham, e quindi in qualche episodio cercano anche di diversificare la proposta, con strumentazioni più acustiche ed atmosfere di vaga ispirazione West Coast: anche nell’EP dello scorso anno c’erano un paio di varianti, ma nella fattispecie si trattava di due cover, A Change Is Gonna Come di Sam Cooke e Meet On The Ledge dei Fairport Convention, mentre in Anthem Of The Peaceful Army i brani sono tutti originali. Un tentativo quindi apprezzabile, anche se poi l’impressione è che sia Robert Plant a cantare, e quindi si torna al punto di partenza. L’opening track Age Of Man ha un suggestivo intro per organo e voce, poi arriva la sezione ritmica, solida e sicura, e Josh intona una rock ballad molto classica, con i suoni giusti ed un crescendo di grande pathos: forse neanche troppo zeppeliniana. Con The Cold Wind siamo invece in pieno Dirigibile, il modo di cantare è plant al 100% e pure nella performance chitarristica ci sono palesi rimandi allo stile di Page, ma non nascondo di provare un certo piacere nell’ascoltare comunque un brano rock potente e ben fatto come questo; la cadenzata When The Curtain Falls non si sposta un millimetro dalla “Zeppelin Zone” (periodo secondo/terzo album), ma in ogni modo la prestazione dei nostri è notevole, specie Jake alla chitarra ed un super Wagner alla batteria.

Con Watching Over i GVF alzano leggermente il piede dall’acceleratore, e ci consegnano una fluida ballata elettrica per quanto sempre decisamente rock, cantata e suonata con grinta ed un paio di assoli chitarristici molto liquidi, mentre la tambureggiante Lover, Leaver (Taker, Believer) è puro hard rock anni settanta, indovinate da che parti stiamo (e qui si rasenta il plagio, anche se indubbiamente i ragazzi sanno suonare alla grande: sentite la chitarra, una vera goduria). You’re The One cambia registro, ed è una squisita ballata elettroacustica, sempre suonata con molta forza, ma dai cromosomi californiani (sempre seventies, da lì non ci si schioda), un ritornello di impatto immediato ed un ottimo organo alle spalle suonato da Sam, un pezzo che dimostra che i ragazzi, quando vogliono, sanno anche staccarsi dall’ombra di chi già sapete. The New Day mantiene i piedi nella West Coast, ma c’è da dire che anche nei dischi degli Zeppelin erano presenti sonorità più acustiche e bucoliche: bella canzone comunque, fresca, ariosa, con la solita splendida chitarra ed una performance vocale di livello egregio. La roboante Mountain Of The Sun, in cui appare anche una bella slide, è di nuovo hard rock con qualche elemento blues, mentre Brave New World, se non fosse per la voce di Josh, potrebbe anche essere un brano di Neil Young, ma di quelli belli tosti; il CD termina con Anthem, una scintillante canzone che parte con voce e chitarra acustica ma che a poco a poco si arricchisce strumentalmente, mantenendo comunque un profilo più basso e distaccandosi in maniera più netta rispetto al suono hard di gran parte del disco.

Vedremo se dal prossimo disco i Greta Van Fleet continueranno ad evocare sonorità zeppeliniane o intraprenderanno definitivamente una strada tutta loro: per il momento mi sento di promuoverli, dato che comunque questo Anthem Of The Peaceful Army non è una bufala, e la musica in esso contenuta è di livello più che buono.

Marco Verdi

Tra Prog Anni ’70 E West Coast Sound, Con Un’Ottica Moderna: Una Coppia Interessante. Field Music – Dark Matter Dreams

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Field Division – Dark Matter Dreams – Bella Union

Una nuova band dal mare magnum del rock Americano, o per meglio dire diciamo un duo: vengono dalla Iowa,  sono una coppia formata da Evelyn Taylor, voce e tastiere e da Nicholas Frampton, anche lui cantante e polistrumentista, impegnato a tutti i tipi di chitarre, mandolino, dulcimer, tastiere, synth, percussioni e basso. Hanno alle spalle un unico EP dalla distribuzione difficoltosa, pubblicato nel 2014, poi  anche questo primo album Dark Matter Dreams ha avuto una lunga gestazione, registrato in giro per gli Stati Uniti, semplicemente perché i due componenti dei Field Division non amano la vita stanziale, ma sono dei girovaghi, dei nomadi, sempre alla ricerca di nuovi territori e sensazioni da esplorare. La parte principale del disco è stata comunque registrata al Redwood Studio di Denton, Texas: se vi dice qualcosa non vi sbagliate, è il luogo dove di solito registrano i Midlake , ed in effetti il produttore nonché batterista di questo disco è Mackenzie Smith, componente del gruppo texano, di cui nell’album troviamo anche il tastierista Evan Jacobs e il chitarrista Joey  McClellan. Genere musicale? Considerate le premesse e le collaborazioni, potremmo situarlo tra alternative rock e dream pop, ma soprattutto come influenze principali il suono della West Coast e del prog degli anni ’70, quelli più morbidi, qualcosa di War On Drugs, Fleet Foxes e Jonathan Wilson, vista la presenza di una voce femminile, abbastanza eterea e sottile, anche qualche parentela con le First Aid Kit,  tutte impressioni e rimandi del tutto personali.

Disco che ha momenti stimolanti e compositi, altri più confusi e forse ripetitivi, ma nel complesso si ascolta con piacere: l’apertura è riservata ad uno dei brani più solari e mossi del CD, River In Reverse, una galoppata tra chitarre acustiche ed elettriche 6 e 12 corde, un ritmo incalzante, begli intrecci vocali tra la voce sottile ma intrigante della Taylor e quella più piana di Frampton, frementi inserti di chitarra elettrica e le tastiere che lavorano di raccordo, improvvise oasi di tranquillità avvolte dall’uso degli archi e poi ripartenze vibranti; Big Sur Golden Hour, fin dal titolo è più malinconica e riflessiva, ci porta nelle sonorità della West Coast più genuina https://www.youtube.com/watch?v=0khi8C3ee8s , i soliti intrecci vocali sognanti su cascate di chitarre acustiche arpeggiate e tastiere accennate che poi si fanno più solenni e che potrebbero anche ricordare i Genesis dei primi album. Farthest Moon, sempre cantata da Evelyn, con l’appoggio di Nicholas, è ancora vivace e fremente, con strati di strumenti che si aprono sulle improvvisazioni vibranti delle chitarre elettriche di Frampton (nomen omen?); Lately è nuovamente più malinconica e contenuta, un brano quasi da cantautore, cantato deliziosamente da Frampton che sfoggia un timbro vocale interessante e coinvolgente, mentre la favolistica ed utopistica Innisfree (Let Be The Peace Now), seguito di un brano dell’EP del 2014, sembra quasi un brano di una Stevie Nicks più onirica e surreale, con elementi più pop-rock rispetto al resto dell’album e nuovamente strati di tastiere, voci e chitarre a dare volume al suono.

Siddartha e poi più avanti nel CD la title-track, sono due brevi bravi strumentali, interessanti ma forse irrisolti e ripetitivi, Stay ci riporta al prog e alla psichedelia gentile dei migliori brani, con le solite aperture strumentali che vivacizzano la struttura morbida del pezzo, con la lunga Lay Cursed, bucolica e trepidante che alterna momenti brillanti ad altri più risaputi e non convincenti appieno, anche se non mancano soluzioni interessanti, da perfezionare. It’s Gonna Be Allright è una risposta sorridente e gentile alle difficoltà che hanno accompagnato la genesi di questo album, una folk song morbida e sognante, ancora affidata alla garbata vocalità di Evelyn Taylor, prima di congedarsi  con quella sorta di ninna nanna acustica e futuribile che è la lunga This Is How Your Love Destroys Me scritta quasi in un flusso unico di coscienza, come dice la Taylor, e che poi si anima nuovamente in un crescendo finale di ottima fattura https://www.youtube.com/watch?v=SWX-YZGTrpI . Non imprescindibile ma interessante.

Bruno Conti

Al “Solito” Buon Rock Californiano, Ma Possono Fare Meglio. Dawes – Passwords

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Dawes – Passwords – Hub Records           

Sesto album per i californiani Dawes, band guidata dai fratelli Goldsmith, Taylor, chitarra, voce solista e leader indiscusso del gruppo, visto che compone anche la quasi totalità delle canzoni, mentre Griffin si occupa della batteria.  Completano la formazione il bassista storico Wylie Gelber e l’ultimo arrivato, il tastierista Lee Pardini. Per questo album, dopo averne cambiati tre nei precedenti album (Blake Mills, David Rawlings e Jacquire King), torna in camera di regia Jonathan Wilson, che aveva prodotto i primi due dischi ed era stato anche loro compagno di jam sessions a Laurel Canyon, nonché di avventure musicali con Jackson Browne, da sempre un punto di riferimento, con Crosby, Stills, Nash, e Young, Joni Mitchell, gli Eagles, il sound West Coast in generale, quasi tutte influenze in comune con il loro produttore, che nell’ultimo anno ha condiviso studio di registrazione e palchi con Roger Waters. In effetti il primo brano, Living In The Future, più rock mainstream e tirato del solito, ha delle sonorità che potrebbero rimandare a Is This The Life We Really Want?, con chitarre e ritmica più grintose del solito, e la presenza più marcata delle tastiere, anche synth, affidati a Wilson, che però rimangono per ora nei limiti della decenza.

Il disco ha avuto critiche discordanti: Mojo e Allmusic gli hanno dato addirittura 4 stellette, mentre qualche sito musicale americano è stato molto meno tenero. Diciamo che siamo ancora lontani dalle svolte oltremodo “moderniste” e poco amate, almeno dal sottoscritto, degli ultimi Decemberists, Kings Of Leon, Mumford And Sons, Arcade Fire e altre band che hanno pompato negli anni il loro sound, ma la china potrebbe diventare quella, a scapito del suono, magari citazionista e old style dei primi album https://discoclub.myblog.it/2015/06/03/from-los-angeles-california-the-dawes-all-your-favourite-bands/ , comunque eseguito con brio e passione, per certi versi lontano da stereotipi solo fini a sé stessi, con belle aperture sonore e interessanti intrecci vocali. Che per esempio ritornano nel suono targato seventies Eagles della morbida Stay Down, non esaltante magari, ma estremamente piacevole, o nella ballata pianistica e introspettiva Crack The Case, che ricorda moltissimo il loro nume tutelare Jackson Browne, anche se pare mancare loro un po’ di nerbo, ma l’amore per le belle melodie è pur sempre presente, con fin troppo rigogliose tastiere e la slide insinuante di Trevor Menear che cerca di ricreare un effetto Lindley ; Feed The Fire vira nuovamente verso il lato più orecchiabile del country-rock, quello degli America del secondo periodo o di Dan Fogelberg, con Taylor Goldsmith al sitar/guitar e Wilson alla seconda chitarra, per un brano sinuoso, per quanto sempre leggerino.

In My Greatest Invention, la presenza di una sezione archi, già utilizzata nel precedente brano, conferisce un effetto fin troppo zuccheroso alla canzone, che, unito all’impiego di un falsetto molto marcato, non depone a favore di una canzone esageratamente soporifera, anche se la parte strumentale centrale non è male, con chitarre e tastiere ben miscelate; Telescope, più incalzante, grazie ad un giro di basso vorticoso, e con un suono che potrebbe ricordare i Fleetwood Mac più avventurosi a guida Buckingham del periodo di Tusk, è più complessa e dalle sonorità inconsuete, assolo di Thumb Jam (qualsiasi cosa sia) di Wilson e baritone guitar di Taylor Goldsmith inclusi https://www.youtube.com/watch?v=wqq6WjN0wh4 . Diciamo che un certo edonismo sonoro è spesso presente, ma ci sono comunque brani piacevoli, come la romantica I Can’t Love, che potrebbe avvicinarsi al Don Henley anni ’80, forse non il migliore, ma c’era in giro di peggio, e il piano di Lee Pardini è il protagonista principale della canzone, ma  in Mistakes We Should Have Made si sfiora e si supera il limite con la canzonetta radiofonica, mentre la love song Never Gonna Say Goodbye sembra una novella Romeo And Juliet dei Dire Straits, meno bella e Time Flies Either Way ritorna nuovamente a citare, con ottimi risultati (piacevole l’uso del sax alto di Josh Johnson),  le belle ballate di mastro Jackson Browne https://www.youtube.com/watch?v=qfsCOk3gwrs  e il suono dei primi album dei Dawes. Diciamo promossi con ma con riserva.

Bruno Conti  

I Luoghi Del Cuore Sono Sempre Quelli. Max Meazza – La Californie

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Max Meazza – La Californie – La Californie Records/Ird

Ogni tanto Max mi chiama (oppure mi manda una mail) dicendomi” “Bruno, guarda che ho preparato un nuovo album”, e il sottoscritto con impegno (e un pizzico di conflitto di interessi, visto che ci conosciamo da tanti anni) decide di parlarne su questo Blog, e spesso anche sul Buscadero, dove nel corso del tempo, dai lontani anni ’80, molte volte le mie recensioni sui suoi dischi sono apparse, agli inizi erano anche musicassette (vi giuro che esistevano) prima ancora LP e poi CD, che escono tuttora anche negli States e in Giappone http://discoclub.myblog.it/2015/05/21/la-california-musicale-altro-vista-dallitalia-max-meazza-charlie-parker-loves-me/ . Agli inizi furono i Pueblo, con Claudio Bazzari (ancora oggi uno dei più bravi e rispettati chitarristi italiani), poi una carriera solista che parte dagli anni ’80 e prosegue fino ai giorni nostri, sostenuta, credo, dalla passione, più che dai risultati economici. La passione (e le influenze) girano soprattutto intorno a quella parola “La California”, che questa volta viene declinata alla francese La Californie (oui), che è anche un famoso locale francese sulla Costa Azzurra, a Cannes, e sta a significare questo amore per una musica raffinata, solare e notturna al contempo, con spruzzate di jazz, un solido amore per il rock (ogni tanto le chitarre ruggiscono) ma soprattutto la West Coast e L.A., evocate ogni tanto nei titoli, come pure il rock americano, quello che si definisce AOR, e anche il blue eyed soul, senza dimenticare il pallino personale di Max per John Martyn, passione per questo cantautore che ci accomuna. Forse l’ho scritto altre volte, comunque, tanto per non fare nomi, siamo dalle parti di Mark Jordan, Michael Franks, Bill LaBounty, James Taylor e gli altri fratelli, gli Steely Dan, Michael McDonald, Ben Sidran Mark Winkler: alcuni di questi di tanto in tanto presenti nei suoi dischi, sia a livello fisico sia come autori di citazioni e commenti. E’ ovvio che tutte queste influenze e rimandi magari sono presenti in modo minimo e impercettibile, in altri casi in maniera più evidente, ma serve per inquadrare la musica di Max Meazza, dove non mancano anche momenti più rock e tirati.

Anche nel caso di La Californie il menu è sempre quello: il nostro amico si produce, scrive testi e musiche, inserisce questa volta ben 6 cover, e si fa aiutare da un manipolo di musicisti, alcuni in Italia, come Nicola Demontis (un giovane chitarrista e polistrumentista sardo, di stanza a Milano, diplomato al Conservatorio, ma anche “allievo” di Bazzari, viene un po’ dalla famiglia Lukather, Gambale e soci) e Enrico Panicucci al basso, altri a Nashville nello studio di Leonard Wolf, produttore, ingegnere del suono e musicista dell’area country-rock, qui impiegato alle tastiere in tre brani. Nei dischi solisti di Max degli ultimi anni ogni tanto prevale un tipo di “sound” sintetico che lui sa non amo particolarmente, ma il gusto per la melodia, anche per la canzone d’amore e la ballata non manca mai. Mark Winkler parlando di questo disco ha detto che la voce di Meazza sembra quasi quella di qualcuno che ha fatto dei gargarismi con le lamette, e l’immagine mi piace, tradotto vuole dire che con il passare degli anni la voce si è arrochita, è diventata più bassa e vissuta, e quindi quando viene spinta su traiettorie più mosse e spinte si ottiene quel risultato sonoro. Come evidenzia il brano d’apertura To Live And Die In L.A.https://www.youtube.com/watch?v=AlzDXtLwQuw (preceduta da un breve preludio strumentale, La Californie, dove si apprezza il suono sempre affascinante del Fender Rhodes, suonato da Neil Cody, ammetto di non conoscere), ma la canzone è proprio quella dei Wang Chung, devo dire non tra i miei preferiti, quel tipico sound pop-rock anni ’80, incalzante e da colonna sonora di Miami Vice e dintorni, la chitarra di Demontis è ficcante, ma le tastiere di Wolf e l’uso del synth sono troppo preminenti per i miei gusti, anche se ad altri piacerà, meglio Dark Stars, scritta da Max, una di quelle sue ballate romantiche, avvolgenti ed evocative, che ricordano la California https://www.youtube.com/watch?v=jt8kySmqlLk , ma anche il blue eyed soul e il John Martyn “elettrico” , con un bel piano appunto elettrico, una chitarra lirica e che colora deliziosamente il suono, mentre paesaggi americani scorrono sullo sfondo, da sentire magari in macchina su una highway, ma va bene anche su una delle nostre autostrade tra Brianza e i laghi lombardi, in qualche bella giornata soleggiata.

Mitsubishi Boy, scritta da Ben Sidran, ha quell’appeal funky-rock-jazz, mellifluo ed insinuante, tipico del pianista americano, con un assolo di synth vecchia scuola che in questo caso ci sta benissimo, ma poi quando entra il piano acustico l’atmosfera si fa più ricercata e definita, anche con un bel assolo di chitarra di Demontis (che si raddoppia alla solista) quasi alla Steely Dan, bel suono, nitido e rotondo. Present At My Door è ancora più blue eyed soul, grazie all’uso di una piccola sezione fiati, Martina e Filippo Daga, a sax e tromba, e qui potete andarvi a ripassare i nomi citati all’inizio, le coordinate sonore sono quelle, il groove è scandito e con tocchi jazz fini e raffinati e qualche rimando ancora agli SD.. Insensitive è un altro di quei pezzi malinconici e delicati che sono nel DNA del suo autore, un brano che scivola sul lavoro di una insinuante chitarra solista che punteggia la melodia della canzone, molto adatta allo spirito autunnale della stagione che stiamo vivendo. Poi arrivano un altro paio di cover: la prima, scritta da David Michael Tyson, Our World Our Times, è un vecchio pezzo di Alannah Myles (quella di Black Velvet), un pezzo rock a tutto riff, con tanto di chitarra con wah-wah, e con la voce solista di Amber Sweeney, bel timbro vocale, anche se non il genere che prediligo, però la grinta non manca e la chitarra si fa sentire nuovamente. Molto più vicina ai miei gusti, anzi è una delle canzoni che più mi piacciono in assoluto, tra quelle degli artisti considerati “minori e perdenti” è Loving Arms di Toms Jans, una delle ballate più belle e struggenti scritte negli anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=c42zPWLAocg  (interpretata da decine di cantanti, da Elvis Kris Kristofferson Rita Coolidge, passando per quelle soul di Dobie Gray, Etta James splendida https://www.youtube.com/watch?v=NT1_V_z22SI  e una altrettanto bella di Irma Thomas su I Believe To My Soul): so che a Max piace, perché me lo ha detto, quella di Livingston Taylor Leah Kunkel, comunque la canzone è talmente bella che come la metti non puoi fare a meno di goderla, anche questa versione molto blue eyed soul cantata in coppia con la giovane Shannon Callihan è deliziosa, mi ha ricordato certe cose molto ricercate quasi à la Anita Baker. 

Sad Clown, l’ultimo pezzo originale della raccolta è un altro pezzo dai sapori westcoastiani e rock, non lontanissimi dagli inizi con i Pueblo, sempre cantata con l’attuale voce scartavetrata di Max, che prova anche qualche breve ed ardito falsetto e con la chitarra di Demontis che cesella alcuni frasi armoniche coinvolgenti; Picture Postcards From L.A: scritta da Joshua Kadison, altro cantautore e pianista originario della Città degli Angeli e tratta dal suo lavoro di esordio del 1993, ha quelle volute soft -rock (non avevamo ancora usato il termine?) tipiche del rock californiano morbido, belle melodie e un ritornello accattivante, oltre ad un bel intreccio di chitarre acustiche ed elettriche, senza dimenticare le onnipresenti tastiere. A chiudere il CD un’altra cover, Devil In You Son, un brano scritto da Gary Hill, tratto da un “oscuro” album in vinile della metà anni ’70, Mountain Man uscito comunque per la Capitol (e che ai tempi possedevo e di cui ammetto di avere vaghissimi ricordi, ma rientrava in quello stile country-rock- west coast che andava per la maggiore ai tempi): nella versione attuale di Max Meazza troviamo Ben Babylon al Fender Rhodes, un musicista giovanissimo, noto forse più per essere il figlio di Guy Babylon, a lungo tastierista nella Elton John Band, forse non in uno dei periodi migliori dell’occhialuto cantante britannico, e la canzone diventa una sorta di ballata notturna, costruita attorno al suono liquido del piano elettrico e con un eccellente break della solista di Demontis che si conferma chitarrista dal tocco vellutato, comunque sempre con quella vena malinconica tipica di certi brani di Max Meazza, con il John Martyn anni ’80 nel cuore https://www.youtube.com/watch?v=H0-UHXPJwqU . Per la serie i “piaceri proibiti”, il genere di questo La Californie non è quello tipico di cui leggete su questo Blog, ma anche al sottoscritto, come ad altri, piace spaziare nei generi più disparati, diciamo che escludendo le canzoni dei Pigmei e in genere lo stile Afro e il reggae, a chi scrive piace ascoltare un po’ di tutto purché sia buona musica e nell’album in questione ne trovate abbastanza, per cui se volete regalarvi o regalare a qualcuno che potrebbe apprezzarlo, un “piccolo dischetto” da macchina, ma anche da pomeriggi e pigre serate in città, questo album potrebbe fare al caso vostro. Scusate se mi sono dilungato, sfiorando il conflitto di interessi.

Bruno Conti

Tra Brooklyn E La West Coast, Sopraffina American Music (Con Norah Jones Ospite)! The Candles – Matter + Spirit

candles matter + spirit

The Candles – Matter + Spirit – The End Records

In passato si sono spesi per loro lusinghieri pareri a livello critico (hanno già pubblicato due dischi, Between The Sounds del 2010 e La Candelaria del 2013), con richiami alla musica di Gin Blossoms, Whiskeytown e Big Star; spesso hanno aperto, ma anche fatto da backing band, per i tour di Alberta Cross, Cory Chisel e soprattutto Norah Jones, che rende il favore duettando con Josh Lattanzi, il loro frontman, nella dolce e languida Move Along, limpido esempio del loro stile tra roots music e Americana, ma aperto anche alle influenze dei cantautori classici degli anni ’70. Lattanzi è un ottimo autore, newyorkese come il resto della band, trae comunque spunto dal lato più gentile della Big Apple, anzi la sua musica sembra più abbeverarsi al West Coast sound della California, oltre che al più genuino folk e country-rock. Oltre a Lattanzi che suona basso, mandolino, chitarra ed è la voce solista, nei Candles troviamo Pete Remm, piano, organo e Wurlitzer (le tastiere hanno un peso notevole nel sound del gruppo), Jason Abraham Roberts è il chitarrista, mentre alla batteria e alle armonie vocali troviamo Greg Wieczorek, che è stato anche l’ingegnere del suono aggiunto, a fianco del produttore Ben Rice, anche lui di Brooklyn, e che vanta collaborazioni, che non depongono a suo favore, con Lady Gaga, Britney Spears e Ramazzotti, ma anche con Springsteen in High Hopes, Aoife O’Donovan, gli Skins, e comunque in questo Matter + Spirit ha svolto un ottimo lavoro, mai importuno ed invadente, ma sempre teso ad evidenziare il sound delicato del gruppo, il tutto registrato nei Degraw Studios dell’omonimo cantautore.

Quando occorre il quartetto utilizza dei musicisti esterni, come la pedal steel di Dan Iead (presente anche nell’ultimo album di Norah Jones), oltre che nella citata Move Along anche in Sunburned e Til’ It’s Gone, gli altri brani dove le radici country e folk sono più evidenti (ma anche il primo James Taylor sembra un punto di riferimento), canzoni calde ed avvolgenti, dolci senza essere zuccherose, con arrangiamenti semplici ed elaborati al tempo stesso, qualche richiamo ai primi Eagles, per l’uso di armonie vocali mai banali, per esempio quelle di Allison Pierce del duo basato a Los Angeles delle Pierces, nella deliziosa Til’ It’s Gone (occhio che se fate una ricerca in rete, vi appare anche il nome di una nota pornostar, ma questi sono i rischi di internet). Tornando al disco, breve e centellinato, nove brani per poco più di trenta minuti, ma nulla di sprecato, non è casuale anche la scelta della cover fatta da Lattanzi & Co: una bellissima Lost My Driving Wheel, lo splendido brano di David Wiffen, che oltre che nelle interpretazioni di Tom Rush, Cowboy Junkies, Roger McGuinn e Byrds, ricordiamo anche nella recente versione su Only Slightly Mad di David Bromberg, molto bella anche questa, grintosa il giusto, dei Candles.

Altro brano notevole è Something Good, sempre caratterizzato dall’uso della doppia tastiera, e che ricorda quelle ballate meravigliose del miglior Jackson Browne targato anni ’70. Non possiamo dimenticare l’iniziale, mossa, Back To The City, altro limpido esempio della classe di autore di Josh Lattanzi, che poi sa come rivestire nel modo migliore le sue composizioni, grazie al lavoro sopraffino dei suoi bandmates e anche degli amici aggiunti, come il grande fotografo Danny Clinch, che suona l’armonica in questo brano. Blue Skies And Sun, più elettrica, grintosa e cadenzata, anche grazie alla presenza della chitarra aggiunta di John Skibic dei Twilight Singers, ricorda persino certe atmosfere sonore alla Neil Young, quello magari più “morbido” e meno selvaggio, ma anche dei Whiskeytown e del loro leader Ryan Adams, comunque altra gran bella canzone. Da ricordare mancano la breve Followed, una folk song acustica ed intimista, con uso di mandolino, e la conclusiva You Won’t Remember Me, dove a duettare con Lattanzi troviamo Wes Hutchinson, in un altro brano che mi ha ricordato il suono dei primi Eagles, quelli non ancora giunti al grande successo. Segnatevi il nome dei Candles, potrebbero essere una delle sorprese di questo scorcio di 2017, anche se il disco è uscito a fine 2016, ma quando la musica è buona non ci formalizziamo.

Bruno Conti  

Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung. Affascinante Folk-Jazz-Rock Sospeso Tra Passato E Presente!

ryan walker golden sings

Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung (Deep Cuts Edition) – 2 CD Dead Oceans – 19-08-2016

Di questo disco si parla ormai da diverso tempo, anzi, molti siti e riviste specializzate lo hanno già recensito, quasi tutti in modo positivo e spesso entusiastico, in netto anticipo sulla uscita ufficiale che sarà questo venerdì 19 agosto. Io ho preferito aspettare l’imminenza della data di pubblicazione, visto che spesso quando se ne parla troppo presto quando poi il disco esce effettivamente è giù vecchio o ce ne siamo dimenticati. E in questo caso sarebbe un peccato, perché l’album è veramente bello. Questo signore, Ryley Walker, viene da Rockford, Illinois, una piccola cittadina nei dintorni di Chicago, ha iniziato con alcuni EP pubblicati a livello indipendente nel 2011 ed ora approda al terzo album di studio con questo Golden Sings That Have Been Sung. Walker è pure un abile chitarrista, e infatti nel 2015 ha pubblicato un album strumentale in coppia con Bill MacKay, ma nel corso degli anni ha sempre più curato anche il lato vocale della propria musica, diventando sempre più un cantante interessante e dalle molteplici influenze: sul lato chitarristico vengono citati Davey Graham, Sandy Bull, John Fahey, Bert Jansch e da quello vocale gente come Tim Buckey, Van Morrison, Tim Hardin John Martyn e i Pentangle, presenti in entrambi i campi, senza dimenticare, aggiungerei, l’Incredible String Band, e tra i musicisti contemporanei Jack Rose, Daniel Bachman, Steve Gunn, James Blackshaw, gruppi come Tortoise e Gastr Del Sol, e altri spiriti affini, legati a questa rinascita di un folk complesso, ricco di influenze jazz, psichedeliche, blues e rock, dove la melodia è importante ma anche il tessuto sonoro, l’improvvisazione, la ricerca di arrangiamenti sofisticati che guardano ai grandi del passato, cercando di riproporre questa musica che già negli anni ’70, più avventurosi a livello musicale, era comunque una musica di nicchia, pur se apprezzata dalla critica e dal pubblico più “curioso” ed attento. Quindi in teoria nulla di nuovo, ma se questa musica viene realizzata con passione e perizia è comunque in grado di costruire un ponte tra le diverse generazioni, continuando ad esplorare un filone che affascina sia l’ascoltatore più smaliziato e di vecchia militanza (quelli che hanno già sentito tutto, ma gradiscono in ogni caso l’arrivo di forze fresche) quanto gli ahimé non più numerosi adepti di una musica che richiede una soglia di attenzione più complessa di quella quasi istantanea delle generazioni digitali.

Per sgombrare i dubbi, anche il sottoscritto conferma che questo Golden Sings That Have Been Sung è un disco riuscito, otto brani di notevole valore (più una traccia dal vivo, nel secondo CD della cosiddetta Deep Cuts Edition): le influenze ed i rimandi ai vari nomi citati, pur essendo certamente presenti, non sono così evidenti e facilmente rintracciabili, in entrambi i sensi, ovvero, nell’insieme la musica ricorda e si riallaccia a questo tipo di musicisti e sonorità, ma non lo fa riferendosi a brani od album del passato specifici, quanto ad un comune intendere, ad una visione che dal passato si allunga sulla musica di Ryley Walker, che poi la rimodella secondo la propria sensibilità. Il nostro amico si è addirittura spinto quasi a prendere le distanze dal precedente, e ottimo album, Primrose Green, ma si sa che, per vari motivi, gli artisti sono sempre legati di più alla loro ultima prova discografica in ordine di tempo, magari poi rivalutando nel tempo il proprio lavoro, in un’ottica di lunga distanza. Il nuovo lavoro è prodotto dal polistrumentista LeRoy Bach, anche lui di Chicago, per il periodo 1997-2004 nella formazione dei Wilco, dove suonava chitarre e tastiere, che ha saputo unire lo spirito più avventuroso della musica di Walker con brani dal respiro più semplice e di attitudine folk, legati ai suoni del passato ma con lo sguardo al futuro, come è sempre più regola nella musica dei giorni nostri. I musicisti sono più o meno quelli utilizzati nel disco precedente, provenienti dalla attuale scena jazz contemporanea di Chicago: Brian Sulpizio alla chitarra elettrica, Ben Boye alle tastiere, Anton Hatwich al basso, Frank Rosaly Quin Kirchner alla batteria, Whitney Johnson alla viola e un altro multistrumentista Ryan Jewell, niente nomi altisonanti ma validi ed adatti alla bisogna.

Ed ecco quindi scorrere Halfwit In Me che fonde gli spiriti della West Coast più ruspante con le atmosfere raffinate di John Martyn o dei Pentangle più solari, soprattutto nell’approccio ritmico e jazzato, attraverso sognanti ma incisive derive strumentali dove la chitarra acustica di Ryley guida le danze, ma tutti gli strumenti sono importanti e la voce denota una ulteriore crescita a livello di personalità e di maturità. Anche A Choir Apart è legata al drive ritmico tra folk, jazz e blues dei Pentangle più sperimentali, quando Renbourn imbracciava l’elettrica, ma ricorda anche il Tim Buckley “liquido” di Starsailor Blue Afternoon, con inserti sonori tra raga e rock e una costruzione quasi circolare del brano che si avvolge su sé stesso in spire larghe ed affascinanti, con contrabbasso e batteria a dettare tempi jazzistici e il testo che contiene il titolo dell’album. Pure Funny Thing She Siad ha questo spirito pigro e quasi strascicato, intenso e notturno, con un cantato sommesso e quasi confidenziale, leggeri tratti blues, ma anche una bella melodia che entra sottopelle, con la chitarra elettrica che lascia ampi spazi a pianoforte e violoncello (o è una viola, o entrambi?) nella parte strumentale. Sullen Mind, che appare anche in una versione allungata, oltre 40 minuti (!?!) e dal vivo nel CD bonus, è una ulteriore fusione tra folk, derive psichedeliche e influenze orientali, un magma sonoro dove chitarre acustiche ed elettriche, tastiere e una ritmica agile e complessa, prima accarezzano la voce intensa di Ryley Walker e poi vengono scatenate in crescendi improvvisi ed acidi di pura improvvisazione, fino ad una affascinante accelerazione finale.

Musica forse non di facile approccio, che si stempera comunque nel leggero acquerello folk della breve e delicata I Will Ask You Twice, dove si agitano gli spiriti inquieti ma affascinanti di Tim Hardin o di Nick Drake, e anche le atmosfere pastorali di The Roundabout fanno rivivere le sonorità del folk-rock più raffinato ed ispirato degli anni d’oro della musica dei cantautori britannici più originali e visionari, sempre con gli arpeggi della chitarra di Ryley in bella evidenza.Torna la West Coast meno acida e sulfurea nelle serene e delicate note di una The Great And Undecided che sparge raffinate cascate di dolcezza nel suo incedere, per poi lasciare spazio nel finale del disco, nella lunga Age Old Tale, alle improvvisazioni di una sorta di “free-folk”  onirico ed improvvisato, dove gli strumenti e la voce sono di nuovo liberi da vincoli sonori e da melodie più definite e immerse in un dipanarsi sonoro quasi stordito e stralunato, che lentamente avvolge l’ascoltatore nella sua bruma fuori stagione (ma il disco è stato registrato lo scorso inverno).

Una conferma per Ryley Walker, un musicista per tutte le stagioni, forse non un genio assoluto ma un artigiano tra i più raffinati ed interessanti in circolazione.

Bruno Conti

E Ora A Quando Il Prossimo ? Emitt Rhodes – Rainbow Ends

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Emitt Rhodes – Rainbow Ends – Omninvore Recordings/Warner

Quando usciva l’ultimo album di questo signore, Farewell Paradise, era il 1973, il presidente degli Stati Uniti d’America era ancora Richard Nixon, “Tricky Dicky” per chi non lo amava, e Emitt Rhodes aveva 23 anni, di cui 7 già passati nell’ambito musicale, prima con i Merry-Go-Round e poi come solista, forse, anticipando i tempi, volle evitare, a breve, di entrare anche a lui a far parte di quel club dei 27 che in quegli anni stava mietendo molte vittime? Chi può dirlo, lui forse? Comunque se volete leggere in breve la storia della sua discografia, la trovate in questo Post pubblicato nel lontano 2009, ai primi tempi del Blog http://discoclub.myblog.it/2009/11/03/one-man-beatles-emitt-rhodes/The One Man Beatles era anche il titolo di un documentario uscito nel 2010, a cura di un regista italiano, Cosimo Messeri, che raccontava la storia di questo enigmatico personaggio.

Da allora sono passati altri sei anni, ma alla fine il nostro ce l’ha fatta, autofinanziatosi con il crowdfunding di Pledge Music e questo Rainbow Ends è il suo nuovo album: i capelli e la barba sono diventati bianchi, non suona più tutti gli strumenti come un tempo, ma la classe, pur invecchiando, è rimasta quella. Dalla freschezza che traspare dai “solchi digitali” (se mi passate l’ardita metafora) di questo nuovo album non pare siano passati 43 anni dall’ultima volta, subito, fin dall’iniziale Dog On A Chain, il “singolo” che ha preceduto l’uscita del CD, non sembra assolutamente di sentire un signore di 66 anni che non pubblica dischi da una vita, il sound è sempre quello della Sunny California o della West Coast più gloriosa, se preferite, con un tocco (anche molto di più) del classico british pop sound dei tempi che furono, tutto molto bello, sin dal primo assolo di chitarra, suonata dal bravissimo Jon Brion, intervento breve ma incisivo, la voce non è più quella di un giovane McCartney, ma ha la freschezza di un James Taylor o di un singer-songwriter di quelli bravi. If I Knew Then dice il secondo titolo, che potrebbe riferirsi tanto a vecchi amori passati quanto a dolci rimpianti per un tempo che passa e scorre inesorabile, ma il tutto ha una invidiabile freschezza, una andatura più mossa, tra florilegi di chitarre elettriche, un pianino intrigante e un walking bass che guida il ritmo brillante e con tocchi beatlesiani di questo brano, un tempo c’era un termine per descrivere questa musica, soft rock, una parola ora desueta ma che non si può evitare di usare accostata a tutto questo Rainbow Ends. Isn’t It So sembra un pezzo del McCartney solista dei primi anni ’70, cantato da James Taylor e con i 10cc come band di supporto, archi e cori celestiali sullo sfondo. The Wall Between Us, introduce anche dei fiati accanto agli archi, ma il risultato è sempre questo pop-rock, morbido ma intrigante nelle sue strutture eleganti e ricche di particolari sonori, un organo qui, una chitarra là e ovunque questo armonie vocali fantastiche.

Chris Price, il produttore, ha catturato alla perfezione lo spirito di queste sessions, e dopo aver guidato il ritorno di Linda Perhacs un paio di anni fa, ora è al timone di comando anche per l’album di Emitt Rhodes, che come ho ricordato poc’anzi non suona tutti gli strumenti come un tempo, ma si affida a molti musicisti di pregio, oltre al citato Brion, anche l’altro chitarrista Jason Falkner, come pure l’attuale Wilco Nels Cline e quello passato Pat Sansone, nonché l’ottimo bassista Fernando Perdomo, spesso utilizzato nei dischi di Price, e anche le avvolgenti tastiere affidate a Roger Joseph Manning, altro musicista di grande esperienza. Se aggiungiamo le armonie vocali fantastiche fornite da Aimee Mann, Susanna Hoffs, Taylor Locke dei Rooney, anche alla chitarra e di alcuni componenti della band di Brian Wilson, tutto l’assieme rende, per esempio, un brano come Someone Else una mini sinfonia di perfetto pop-rock, in bilico tra West Coast e Beatles lato McCartney, ma anche influenze Beach Boys. Non mancano ballate pianistiche malinconiche come la struggente I Can’t Tell My Heart, dove la voce vissuta ma ancora giovanile di Emitt Rhodes ci guida nel suo “perfect pop” che non tramonta mai, anche questa ballad è comunque impreziosita da ricami chitarristici che sono la costante di tutto l’album.

Poi il nostro si incoraggia da solo con una vivace Put Some Rhythm To It, un’altra bella costruzione di pop McCartneyano, che rimane comunque un punto di riferimento anche se la voce è cambiata e non è più simile come un tempo, le “buone abitudini” non si perdono mai!. It’s All Behind Us Now è un altro titolo che guarda al passato. con la musica qui più bluesata e meno scanzonata, sempre deliziosamente retrò nei suoi arrangiamenti molto seventies che però non hanno perso il loro fascino intramontabile, la musica buona non passa mai di moda. What’s A Man To Do è un altro esempio di questo pop in excelsis deo, di nuovo con quel suono che fa tanto California anni ’70, il lato più solare e disimpegnato, ma sempre godibilissimo anche dalle nostre latitudini. E pure Friday’s Love con quel suo piano elettrico che scivola su un tessuto morbido che ricorda molto anche il blue eyed soul, secondo me piacerebbe molto al mio amico Max Meazza appassionato di quei cantautori californiani di quell’era gloriosa, tipo Ned Doheny, JD Souther, Stephen Bishop e molti altri, tutta quella generazione. La fine dell’arcobaleno, anche Rainbow Ends la canzone conclusiva, magari non ci riserva il magico calderone pieno di monete d’oro, ma solo un disco pieno di belle melodie, suonato in modo perfetto e cantato con gran classe, e non è poco. Speriamo di non aver aspettare altri 43 anni per il prossimo capitolo, perché dubito che saremo ancora qui, anche se lo auguro a tutti!

Bruno Conti