Rimandato E Ora Finalmente Pubblicato, Tra Doors, Zappa E Jazz-Rock. Robby Krieger – The Ritual Begins At Sundown

robby krieger the ritual begins at sundown

Robby Krieger – The Ritual Begins At Sundown – Mascot/ Players Club

*NDB Annunciato tempo fa, e poi rinviato di ben quattro mesi, finalmente la settimana prossima esce questo CD. Visto che la recensione era pronta dall’epoca ho preferito (ri)proporvela così come l’avevo scritta prima dell’esplosione della pandemia.

Per parafrasare una delle frasi più famose di Highlander, “alla fine ne rimarrà una sola”, evidenziando la campagna acquisti che sta effettuando la Mascot/Provogue, la quale settimana dopo settimana sta mettendo sotto contratto molti dei più importanti chitarristi in circolazione in ambito rock, blues e dintorni; l’ultimo arrivato è Robby Krieger, il grande solista dei Doors, che esordisce per la etichetta euro-americana con questo The Ritual Begins At Sundown, in uscita a breve, un disco strumentale, il nono (così dice la sua biografia) della carriera del musicista californiano, sempre incentrato in un ambito che potremmo definire jazz-rock-fusion. Scritto e co-prodotto con il suo grande amico Arthur Barrow, con cui collabora sin dalla metà degli anni ‘70: Barrow, che suona il basso nell’album, si è portato appresso parecchi altri alunni zappiani, dal tastierista Tommy Mars al batterista Chad Wackerman (che per un refuso nella cartella stampa viene chiamato Joel, e ovviamente in rete l’errore è diventato virale), e ancora anche i fiatisti Jock Ellis al trombone e Sal Marquez alla tromba.

A completare la line-up ci sono poi diversi musicisti impiegati ai fiati: AeB Byrne, una gentile donzella al flauto e Chuck Manning e Vince Denim al sax, oltre a Joel Taylor che si alterna alla batteria con Wackerman (forse da qui nasce il nome errato del drummer), per un disco che vista la presenza massiccia dei fiati ha un suono che in parecchi brani vira pure verso il funky, ma per la maggior parte sembra ispirato proprio dal sound dello Zappa di fine anni ‘70, prima metà anni ‘80, quello di dischi come Joe’s Garage, You Are What You Is, Them Or Us, ma anche lo strumentale Shut Up ‘N Play Yer Guitar, periodo in cui spesso suonavano con Frank anche Mars e Wackerman. L’ultimo album pubblicato da Krieger Singularity, è uscito dieci anni fa nel 2010 (anche se nel 2017 l’ineffabile Cleopatra ha pubblicato un raffazzonato disco In Session, che constava di brani pescati dagli album più disparati, soprattutto tributi vari, in cui Robby si limitava a suonare la chitarra, e che per motivi che sfuggono la mia comprensione è stato pure candidato ai Grammy), ma lo stile, come vi dicevo poc’anzi è rimasto il suo solito. A partire dal jazz-rock in salsa funky dell’iniziale What Was That?, con profluvio di fiati, le tastiere liquide di Mars e il basso rotondo di Barrow che fanno da sfondo alle divagazioni di Krieger che dimostra la sua eccellente tecnica chitarristica con un assolo appunto molto zappiano, con grande controllo di toni e suoni, fluido e complesso e alternato a quello del sax di Manning (o è Denim?).

Slide Home, con il flauto della Byrne in evidenza, è più etereo e spaziale, con la slide che disegna traiettorie sempre molto ricercate, mente l’unica cover presente, ca va sans dire di Frank Zappa, è una gagliarda Chunga’s Revenge, sempre con lo stile del baffuto musicista ben in mente e reso con la giusta carica da tutti i musicisti, con Robby che ci regala un altro assolo dove brillano la sua tecnica e il suo feeling sopraffini. Ma prima troviamo un’altra funky tune molto seventies jazz-rock come The Drift, dove gli arrangiamenti sono impeccabili anche se un po’ di maniera e a tratti datati, benché gli assoli siano sempre ben realizzati; Yes The River Knows presenta un altro assolo da urlo di Krieger, su un tema musicale dai ritmi più lenti, ma comunque di notevole suggestione, The Hitch vira verso un suono più rock e sincopato con qualche deriva errebì, con Hot Head che fa riferimento più alla fusion di gruppi come Spyrogyra, Yellow Jackets o dei vecchi LA Express di Tom Scott e Robben Ford (di cui Krieger a tratti ricorda il tocco, o è viceversa?), con un assolo di piano elettrico di Mars che rimanda anche ai Doors di Riders On The Storm https://www.youtube.com/watch?v=pHaFBYk9c_o . Dr. Noir è vicina al suono più jazzy dei primi album di Krieger, con gli sbuffi di organo e l’uso all’unisono di fiati e chitarra, che poi rilascia un altro assolo di notevole spessore e pure Bianca’s Dream rimane più o meno su queste coordinate sonore, lasciando alla conclusiva Screen Junkie una maggiore ricerca di temi vicini al buon Frank, senza però i tocchi di genio di Zappa.

Bruno Conti

Al 4 Settembre Esce Un Altro Cofanetto, Sui Loro “Anni Di Mezzo”: Fleetwood Mac 1969 to1974

fleetwood mac 1969-1974

Fleetwood Mac – 1969 to 1974 – 8 CD Reprise/Rhino – 04-09-2020

Sembra che l’uscita di nuovi box abbia ripreso vigore, dopo quelli di McCartney e Cat Stevens usciti in questi giorni, ne sono previsti parecchi altri, dai Rolling Stones di Goats Head Soup di cui vi ho parlato (e dei quali al 25/9 è prevista un’altra uscita, a breve sul Blog), ecco che anche per i Fleetwood Mac c’è questo soprassalto di attività: oltre alla ristampa di Then On Play On, di cui vi ho parlato all’interno dell’articolo commemorativo dedicato alla scomparsa di Peter Green https://discoclub.myblog.it/2020/07/25/se-ne-e-andato-silenziosamente-nella-notte-peter-green-uno-dei-piu-grandi-chitarristi-del-rock-fondatore-dei-fleetwood-mac/ ), la Reprise/Rhino, sempre del gruppo Warner, ne pubblica uno sugli anni, chiamiamoli di mezzo della band, del passaggio da essere un gruppo inglese a diventare una band “americana”.

Curiosamente all’interno di questo cofanetto, di cui vi parlo fra un attimo, è contenuta anche l’ennesima ristampa di Then Play On. Però visto che parliamo degli anni dal 1969 al 1974, e questo album sta giustamente venendo rivalutato come uno dei migliori appunto del 1969, in un certo senso ci sta. Oltre a tutto ha pari pari le stesse quattro bonus tracks che avrà la ristampa della BMG Rights Management in uscita al 18 settembre, che sono poi le stesse della edizione Rhino del 2013. Gli altri album contenuti nel box illustrano i vari cambiamenti di organico dei Fleetwood Mac: in Kiln House del 1970, uno degli ultimi a venire registrato nel Regno Unito, ai De Lane Lea Studios di Londra.

La formazione è quella di Then Play On, senza Green: ovvero Danny Kirwan, voce e chitarra solista (da rivalutare anche lui) che divide la leadership del gruppo con Jeremy Spencer (che a breve abbandonerà pure lui, per unirsi alla setta religiosa dei Children Of God nel febbraio 1971, e in seguito brutte storie di pedopornografia), naturalmente Mick Fleetwood alla batteria e John McVie al basso, che si era appena sposato con Christine Perfect, diventando Christine McVie (altro che Dynasty, come dimostrerano le future vicende della band quando arriveranno anche Buckingham e Nicks), la quale, pur non essendo ancora un membro ufficiale, disegna la copertina del disco, oltre a suonare le tastiere, non essendo neppure accreditata nelle note. Disco buono, ma non eccelso, comunque non mi dilungo troppo, visto che ne parleremo più diffusamente, dopo l’uscita della ristampa, prevista per il 4 settembre.

Nell’estate del 1971, ancora a Londra, viene registrato il nuovo album Future Games, che oltre a sancire l’entrata ufficiale di Christine McVie nella formazione, che scrive e compone due delle canzoni, segnala l’arrivo del chitarrista americano Bob Welch, e la trasformazione dello stile in quel (brillante) soft-rock californiano con il quale verranno identificati da allora in avanti. A marzo del 1972, esce velocemente Bare Trees, ancora inciso in quel di Londra, formazione sempre a due chitarre, con Welch e Danny Kirwan, che appare per l’ultima volta in un LP del gruppo: va detto che entrambi gli album sono buoni (a me personalmente sono sempre piaciuti, grazie ad alcuni lampi del vecchio splendore, e in Bare Trees c’è Sentimental Lady, che è una bellissima canzone), anche se con Green era ovviamente un’altra cosa. Successo scarso per entrambi anche se nel corso degli anni arriveranno a vendere rispettivamente 500.000 e 1 milione di copie.

Dopo l’uscita di Kirwan l’anno dopo, ancora in Inghilterra, aggiungono alla seconda chitarra Bob Weston, e come nuovo cantante, solo in questo album e per due canzoni, Dave Walker, dei “rivali” Savoy Brown, entrambi inglesi; il nuovo disco Penguin, più energico e rock, entra nei primi 50 delle classifiche americane (va beh, 49°). E anche il LP dell’anno successivo, Mystery To Me, ha diciamo un “moderato” successo, sempre registrato nel Regno Unito al Rolling Stones Mobile Studio, ma ancora con il nuovo suono americano, è l’ultimo con Bob Weston in formazione.

Welch scrive sempre delle belle canzoni (Hypnotized nel disco del 1973), suona la chitarra alla grande, ma il successo non arriva, per cui si trasferiscono negli States, per registrare il loro primo vero album californiano: registrato a Los Angeles Heroes Are Hard To Find, esce nel settembre del 1974, per la prima volta entra nei Top 40 delle classiche USA, e quindi giustamente dopo questo album Bob Welch, alla fine del successivo tour abbandona i Fleetwood Mac, dove nel 1975 verrà sostituito da Lindsey BuckinghamStevie Nicks, all’epoca coppia di scarso successo musicale, ma evidentemente stava per arrivare il loro momento:però questa è un’altra storia, già raccontata più volte.

La chicca del box (oltre al fatto che tutti gli album contengono alcune bonus tracks, a parte Penguin), è la presenza di un concerto dal vivo registrato a fine 1974 ai Record Plant di Sausalito, California, per venire trasmesso in radio, quindi un Live in Studio, dove ancora una volta si apprezza la bravura di Welch, alle prese anche con alcuni pezzi dell’era Peter Green, e la voce soave di Christine McVie, una delle più belle voci femminili di sempre.

A seguire ecco il contenuto completo del cofanetto che, indicativamente, costerà circa una cinquantina di euro, forse meno, al momento dell’uscita di inizio settembre (salvo eventuali spostamenti di data, che in questo turbulento e difficile periodo, non sono da escludere).

[CD1: Then Play On (1969)]
1. Coming Your Way
2. Closing My Eyes
3. Show-Biz Blues
4. My Dream
5. Underway
6. Oh Well
7. Although The Sun Is Shining
8. Rattlesnake Shake
9. Searching For Madge
10. Fighting For Madge
11. When You Say
12. Like Crying
13. Before The Beginning
Bonus Tracks:
14. Oh Well Pts I & II
15. The Green Manalishi (With The Two Prong Crown)
16. World In Harmony

[CD2: Kiln House (1970)]
1. This Is The Rock
2. Station Man
3. Blood On The Floor
4. Hi Ho Silver
5. Jewel Eyed Judy
6. Buddy’s Song
7. Earl Gray
8. One Together
9. Tell Me All The Things You Do
10. Mission Bell
Bonus Tracks:
11. Dragonfly
12. Purple Dancer
13. Jewel Eyed Judy (Single Version)
14. Station Man (Single Version)

[CD3: Future Games (1971)]
1. Woman Of 1000 Years
2. Morning Rain
3. What A Shame
4. Future Games
5. Sands Of Time
6. Sometimes
7. Lay It All Down
8. Show Me A Smile
Bonus Tracks:
9. Sands Of Time (Single Version)
10. Sometimes (Alt. Version)
11. Lay It All Down (Alt. Version)
12. Stone
13. Show Me A Smile (Alt. Version)
14. What A Shame (Unedited)

[CD4: Bare Trees (1972)]
1. Child Of Mine
2. The Ghost
3. Homeward Bound
4. Sunny Side Of Heaven
5. Bare Trees
6. Sentimental Lady
7. Danny’s Chant
8. Spare Me A Little Of Your Love
9. Dust
10. Thoughts On A Grey Day
Bonus Tracks:
11. Trinity
12. Sentimental Lady (Single Version)

[CD5: Penguin (1973)]
1. Remember Me
2. Bright Fire
3. Dissatisfied
4. (I’m A) Road Runner
5. The Derelict
6. Revelation
7. Did You Ever Love Me
8. Night Watch
9. Caught In The Rain

[CD6: Mystery To Me (1973)]
1. Emerald Eyes
2. Believe Me
3. Just Crazy Love
4. Hypnotized
5. Forever
6. Keep On Going
7. The City
8. Miles Away
9. Somebody
10. The Way I Feel
11. For Your Love
12. Why
Bonus Tracks:
13. For Your Love (Mono Promo Edit)
14. Good Things (Come To Those Who Wait)

[CD7: Heroes Are Hard To Find (1974)]
1. Heroes Are Hard To Find
2. Coming Home
3. Angel
4. Bermuda Triangle
5. Come A Little Bit Closer
6. She’s Changing Me
7. Bad Loser
8. Silver Heels
9. Prove Your Love
10. Born Enchanter
11. Safe Harbour
Bonus Track:
12. Heroes Are Hard To Find (Single Version)

[CD8: Live From The Record Plant 12-15-74]
1. Green Manalishi (With The Two Prong Crown)
2. Angel
3. Spare Me A Little Of Your Love
4. Sentimental Lady
5. Future Games
6. Bermuda Triangle
7. Why
8. Believe Me
9. Black Magic Woman/Oh Well
10. Rattlesnake Shake
11. Hypnotized

Alla prossima.

Bruno Conti

Saranno Anche Fuori Di Testa, Ma Quando Suonano Sono Serissimi! The Texas Gentlemen – Floor It!!!!

texas gentlemen floor it

The Texas Gentlemen – Floor It!!!! – New West CD

Tornano a distanza di tre anni dal loro debutto TX Jelly i Texas Gentlemen https://discoclub.myblog.it/2017/11/27/un-bellesempio-di-follia-musicale-con-metodo-the-texas-gentlemen-tx-jelly/ , un quintetto di pazzi scatenati proveniente, mi sembra ovvio, dal Lone Star State, e composto dai due leader, il cantante e chitarrista Nik Lee ed il cantante e pianista Daniel Creamer, dall’altro chitarrista Ryan Ake e dalla sezione ritmica formata da Scott Edgar Lee Jr. al basso e Paul Grass alla batteria. Nonostante abbia parlato di esordio i cinque non sono certo di primo pelo, dal momento che stiamo parlando di un gruppo di sessionmen che si sono messi insieme quasi per gioco (hanno suonato anche con una leggenda vivente come Kris Kristofferson), ma da quando hanno iniziato ad incidere per conto proprio hanno dimostrato di fare sul serio. TX Jelly era un disco completamente fuori dagli schemi, in cui i nostri affrontavano qualsiasi genere musicale venisse loro in mente, dal rock al country al pop al blues al funky al folk e chi più ne ha più ne metta, il tutto proposto con un’attitudine scanzonata e divertita ed indubbiamente coinvolgente.

Musica creativa e non scontata quindi, e questo loro secondo album Floor It!!!! prosegue nello stesso modo, con una serie di canzoni in cui affiorano diversi stili anche all’interno dello stesso brano, e dove si nota rispetto al lavoro precedente una maggiore inclinazione verso la pop song di qualità, con uso anche di archi e fiati seppur senza esagerare. A volte essere troppo eclettici può essere considerato un difetto, ma quando come nel caso appunto dei Texas Gentlemen ci sono la bravura nello scrivere e nel suonare, la creatività e l’abbondanza di idee è certamente un vantaggio. I TG si divertono, e riversano questo loro divertimento sull’ascoltatore. Floor It!!!! dura più di un’ora e presenta una serie di brani medio-lunghi, ma grazie proprio al fatto che uno non sa mai cosa aspettarsi dalla canzone seguente il disco riesce a non annoiare. La breve Veal Cutlass, poco più di un minuto, è puro dixieland anni trenta, un pezzo un po’ spiazzante che confluisce nel vibrante strumentale Bare Maximum, un misto di rock’n’roll e funky che si pone nel mezzo tra Little Feat e Frank Zappa, con i fiati a rinforzare un suono già bello tosto; Ain’t Nothin’ New è una ballata ariosa e sognante, guidata dal piano e con un motivo lineare e godibile (e qui il paragone è coi Phish), bella e creativa.

Anche Train To Avesta è un’ottima slow song pianistica tra roots e pop, come se i Jayhawks si fossero fatti produrre da Jeff Lynne; l’intro pianistico di Easy St. rimanda all’Elton John d’annata, ma il resto è puro pop alla McCartney con un leggero sapore vaudeville, fresco e decisamente gradevole: finora di Texas c’è davvero poco, ma non è che mi lamenti. Sir Paul resta a livello di influenza anche in Hard Rd., altro riuscito pezzo di puro pop guidato dal piano e con una orchestrazione alle spalle, a differenza dello strumentale Dark At The End Of The Tunnel, che nonostante si lasci ascoltare senza grandi problemi sembra più una backing track alla quale i nostri si sono dimenticati di aggiungere le parole che una canzone fatta e finita, anche se non mancano cambi di ritmo e di tema musicale. Meglio la cadenzata ballad Sing Me To Sleep, sempre col piano in evidenza ed un gradevole refrain, anche se sembra mixata in maniera un po’ rozza.

Last Call è pop-rock con orchestra, un genere molto poco texano ma proposto con un elevato gusto per la melodia ed un buon ritornello corale, mentre She Won’t è un delicato brano elettroacustico che mescola folk e pop in modo disinvolto. Il CD si chiude con i due pezzi più lunghi (inframezzati da Skyway Streetcar, solare ballata dal sapore californiano guidata ottimamente da piano e chitarre), ovvero i sette minuti di Charlie’s House, delicato slow al quale gli strumenti elettrici, i fiati e gli archi conferiscono potenza (e con un bel finale in crescendo), e gli otto della title track, che parte in maniera coinvolgente in stile rock-boogie sudista (ma con somiglianze anche con Marc Bolan & T-Rex) e poi aggiunge di tutto dal pop al gospel con una parte finale tra i Beatles ed una leggera psichedelia. Già TX Jelly era un album pieno di idee e di soluzioni accattivanti, ma con Floor It!!!! i Texas Gentlemen sono riusciti a proporre qualcosa di completamente diverso, e con la massima nonchalance.

Marco Verdi

Classico Rock-Blues Di Stampo Sudista. Mark May Band – Deep Dark Demon

mark may band deep dark demon

Mark May Band – Deep Dark Demon – Gulf Coast Records

Nativo dell’Ohio, ma trasferitosi quasi subito in Texas per svolgere la sua attività musicale, Mark May, un tipico esponente della scena locale di Houston, si è poco alla volta creato una notevole reputazione per essere uno dei migliori tra le nuove leve del southern rock, tanto che gli Allman Brothers, anche grazie al suo disco di debutto del 1995 Call Of The Blues, dove Mark già evidenziava le influenze di alcuni suoi preferiti come Albert Collins e Jimi Hendrix, lo vollero come gruppo di spalla nel loro tour del 1997/98, dove si conquistò il rispetto di Dicket Betts che poi lo prese come secondo chitarrista dei Great Southern in una successiva edizione della sua band, dove May ha perfezionato il suo stile con twin lead guitars, anche armonizzanti tra loro, mutuato dallo stile degli Allman. Con questo Deep Dark Demon, il settimo della serie, la Mark May Band approda alla Gulf Coast Records, l’etichetta di Mike Zito, che ultimamente grazie al suo occhio lungo per musicisti suoi spiriti affini in un blues-rock sanguigno e corposo, lo ha messo sotto contratto insieme, tra i tanti, a Albert Castiglia, autore di un eccellente Live https://discoclub.myblog.it/2020/05/09/un-album-dal-vivo-veramente-selvaggio-albert-castiglia-wild-and-free/ , e al quintetto poderoso dei Proven Ones https://discoclub.myblog.it/2020/06/16/una-nuova-band-strepitosa-tra-le-migliori-attualmente-in-circolazione-the-proven-ones-you-aint-done/ , ai link trovate le mie recensioni sul blog.

Sono con Mark May, voce e chitarra solista, rude e vissuta la prima, composita ed eclettica nelle proprie derive la seconda, il bassista Darrell Lacy, Brandon Jackson e Geronimo Calderon alla batteria, e il secondo chitarrista Billy Wells, altro manico notevole, perfetto contrappunto alle divagazioni soliste del nostro (senza dimenticare Zito che se serve dà una mano). Betts indica tra le influenze che intravede nel suo protetto, oltre a quelle citate poc’anzi, anche Stevie Ray Vaughan, Carlos Santana e sé stesso, tutte cose vere e verificabili all’ascolto del CD, dove contribuisce alla riuscita dell’album anche l’uso costante delle tastiere, organo in prevalenza, suonate dall’ottimo Shawn Allen. Undici brani in tutto, spesso tra i sei e i sette minuti di durata, in modo da consentire alla band consistenti divagazioni strumentali senza comunque entrare nel superfluo o nel virtuosismo fine a sé stesso, quindi sempre a a favore di un sound che tiene avvinto l’ascoltatore.

Si parte con una gagliarda e potente Harvey Dirty’s Side, allmaniana e superba nel suo dipanarsi, con costanti citazioni anche a Jimi Hendrix grazie all’uso prolungato del wah-wah, in una canzone che racconta le vicende legate all’uragano Harvey (e non a Weinstein come si poteva supporre), che devastò Houston nel 2017, e che le atmosfere ricche di pathos ben individuano, con un riff di apertura che è puro southern rock vecchia maniera con una slide malandrina, poi declamato in un rock-blues robusto, che immette anche elementi alla Led Zeppelin o soprattutto Gov’t Mule, con l’organo che inziga le chitarre di Mark May e del suo socio Billy Wells, in un call and response corposo, prima che venga innestato il pedale wah-wah a manetta e, come nelle buone tradizioni del genere, non si fanno prigionieri.

Non tutto l’album è ai livelli di questa apertura incendiaria, ma BBQ And Blues è un ondeggiante shuflle tra boogie-rock e 12 battute classiche, più leggero e scanzonato, comunque sempre di buona fattura, le armonizzazioni delle due soliste sono più contenute ma godibili, poi in Back si scatena una festa latina, senza Carlos, ma con lo spirito di Santana evocato dalle fluide linee soliste, spesso all’unisono, delle chitarre, e percussioni (Al Pagliuso) e tastiere a ricordare il sound del baffuto californiano; la title track è un tipico slow blues di quelli duri, puri e tosti, tra SRV e vecchio British Blues, sempre con soliste molto impegnate, mentre l’incalzante Sweet Music rimanda di nuovo ai duelli Allman/Betts o Haynes/Trucks con May che sfodera anche una interpretazione vocale degna di Gregg, altro brano di qualità sopraffina. Qualità che non scema neppure nella sinuosa Rolling Me Down, di nuovo con le chitarre “gemelle”, slide e tradizionale, in bella evidenza, sostenute da un pianino malandrino, prima di ribadire ulteriormente il migliore spirito southern della vecchia ABB nella lunga e superba My Last Ride, ritmo incalzante, grandi giri armonici e raffinato lavoro delle soliste, altro pezzo sopra la media.

Four Your Love inserisce anche elementi R&B, in una ballata che evidenzia l’eclettismo imperante in questo album, con un sax insinuante, suonato da Erik Demmer, e tocchi più morbidi, forse fuori contesto, benché non disprezzabili, comunque la MMB si riprende subito con le volute blues-rock gagliarde della nuovamente allmaniana Walking Out The Door, dove le chitarre urlano e strepitano ancora alla grande, sempre con raffinate improvvisazioni armoniche di pregiata eleganza e potenza al contempo, con May che poi nel finale parte per la tangente. Something Good è un’altra bella ballata sudista, questa volta di stampo più consistente, organo di ordinanza, voce che emoziona mentre intona la bella melodia, uso lirico e carezzevole della slide, e per non farsi mancare nulla nella conclusiva super funky Invisible Man Mark May cosa ti va a “inventare”, l’uso di un talk box che non sentivo dai tempi di Frampton e Joe Walsh, che unito al groove coinvolgente del brano fa venire voglia di muovere mani e piedi per seguire il ritmo. Come si suol dire, niente di nuovo, ma fatto molto bene, prendere nota.

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica: Un Boss In Tono Minore, Più Folksinger Che Rocker. Bruce Springsteen – Stockholm 2005

bruce springsteen stockholm 2005

*NDB Causa problemi tecnici di connessione, ovviamente non dipendenti dalla mia volontà, ma generalizzati nella zona di Milano, da cui opero con il Blog, per un paio di giorni non è stato possibile inserire aggiornamenti con nuovi Post. In extremis, visto il titolo, aggiorno con questo nuovo articolo scritto da Marco, sulla serie dei concerti ufficiali del Boss. Poi da domani, sperando che il problema sia risolto in modo definitivo, provvederò a recuperare i Post mancanti. Per il momento buona lettura, e scusate il titardo.

Bruce Springsteen – Stockholm 2005 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Sono pronto a scommettere che se doveste chiedere a cento fans di Bruce Springsteen quale tournée tra quelle intreprese dal loro idolo sia la preferita, nessuno sceglierà i due tour acustici rispettivamente del 1995-1997 e del 2005: questo non perché in quelle due serie di spettacoli in solitaria il Boss abbia deluso, ma non si può ignorare che la fama di più grande intrattenitore dal vivo al mondo il nostro se la sia fatta come rocker a capo della E Street Band. Io stesso, che ho visto Bruce una decina di volte, pur avendone la possibilità non ho mai preso i biglietti per i due tour di cui sopra, in quanto a mio parere anche per un fuoriclasse come lui è dura mantenere desta l’attenzione per due ore e mezza da solo sul palco. Questo cappello serve per introdurre la penultima uscita della serie live tratta dagli archivi del Boss, che documenta appunto una serata presa dalla tournée del 2005 seguita alla pubblicazione dell’album Devils And Dust, e per l’esattezza uno show del 25 giugno all’Hovet, un impianto polisportivo che sorge a Stoccolma (comincio a pensare che tra i curatori di questa serie ci sia qualche scandinavo, dato che è la quinta uscita a riguardare un concerto tenuto nella penisola nordica, tre in Svezia e due in Finlandia).

Bruce come ho già detto in altre occasioni si presenta da solo (c’è però una tastiera “off-stage”, suonata da Alan Fitzgerald), ma a differenza del tour di The Ghost Of Tom Joad in cui si limitava a strimpellare la chitarra acustica ed a soffiare nell’armonica, qui si cimenta con chitarre sia acustiche che elettriche, ovviamente ancora armonica, ukulele, piano ed organo a pompa. Il pubblico svedese è caldo e partecipe, ed il Boss si presenta in buona forma anche se, come ho già accennato, lo Springsteen rocker è tutt’altra cosa rispetto alla versione folksinger: la classe però è la stessa e lo show è comunque godibile anche se qualche momento meno riuscito c’è, soprattutto a causa della decisione del nostro di stravolgere l’arrangiamento di alcuni pezzi con risultati alterni. I brani di Devils And Dust la fanno prevedibilmente da padroni, con ben otto selezioni (ed un cenno speciale lo meritano Long Time Comin’, Black Cowboys, Jesus Was An Only Son e Matamoros Banks), mentre stranamente da Tom Joad viene suonata solo la peraltro bellissima Across The River e da Nebraska (che poi è l’unico album di studio di Bruce veramente acustico) una Reason To Believe solo per armonica e voce filtrata, uno stravolgimento che reputo poco riuscito e difficilmente digeribile.

Ci sono altri arrangiamenti particolari, come l’opening track Downbound Train molto rallentata per voce ed organo, una The River pianistica (non male) ed una Point Blank in cui il Boss si accompagna al piano elettrico togliendole un pizzico di pathos; per contro, la My Hometown eseguita anch’essa al piano (acustico) è forse addirittura meglio di quella “lavorata” di Born In The U.S.A. Non mancano le rarità in scaletta, sia rispetto alle setlist abituali di questo tour (la discreta Empty Sky e la sempre stupenda Lucky Town) che in assoluto, come la b-side Part Man, Part Monkey e la pochissimo eseguita Walk Like A Man (tratta da Tunnel Of Love). E poi, visto che siamo pur sempre parlando di un concerto di Springsteen, ci sono anche diversi “magic moments” come la pianistica e toccante The Promise, un’intensa The Rising, convincente anche in questa veste spoglia, e la folkeggiante This Hard Land. La parte finale dello show inizia benissimo, con una coinvolgente Ramrod arrangiata quasi cajun, un’ottima Bobby Jean molto folk ed una pimpante ed energica Blinded By The Light, ma poi a mio parere si sgonfia negli ultimi due brani (cosa inaudita per un live del Boss, che è abituato a dare il meglio proprio nei bis), cioè una The Promised Land rallentatissima ed irriconoscibile (e francamente noiosa) ed una rilettura per voce ed organo di Dream Baby Dream dei Suicide, ripetitiva e troppo lunga.

Gli estimatori dello Springsteen elettrico (cioè tutti) si potranno ampiamente rifare con la prossima uscita, che documenterà una delle serate considerate migliori del famoso Reunion Tour del 1999 con la E Street Band.

Marco Verdi

Anche Agli Extraterrestri Piace Il Rock & Roll! Jack The Radio – Creatures

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Jack The Radio – Creatures – Pretty Money CD

Non so quanti, soprattutto dalle nostre parti, si ricordino dei Jack The Radio, rock band proveniente da Raleigh (North Carolina), dal momento che il loro ultimo CD risale ormai ad un lustro fa. Eppure il quartetto guidato dal chitarrista-cantante-songwriter George Hage (con Danny Johnson alla chitarra solista, steel e tastiere, Dan Grinder al basso e Kevin Rader alla batteria) dal 2011 al 2015 si era fatto notare con quattro album di puro roots-rock made in USA, una miscela stimolante di rock’n’roll, country e folk che aveva loro permesso di farsi un nome se non altro a livello locale; poi, dopo Badlands del 2015, il silenzio (interrotto solo da un paio di singoli in streaming), un lungo periodo di cinque anni in cui i nostri hanno comunque continuato ad esibirsi dal vivo, oltre a mettere in commercio una loro personale marca di birra! Ora però i JTR tornano più pimpanti che mai con il loro nuovo lavoro Creatures, un vero progetto multimediale dato che in abbinamento esce anche un’antologia di fumetti che si rifanno alle storie di extraterrestri sci-fi degli anni cinquanta-sessanta, con i vari racconti ispirati dai titoli delle canzoni.

Ma a noi ciò che interessa di più è la parte musicale, e devo dire che Creatures è davvero un bel dischetto di rock’n’roll chitarristico, diretto e senza fronzoli, che rivela influenze che vanno dai Rolling Stones a John Mellencamp e nel quale anche le ballate sono eseguite con grinta ed un approccio elettrico. In più, data la provenienza di Hage e compagni, l’elemento sudista è molto presente nei vari brani, sia come suono che come stile di scrittura. Dopo una durissima introduzione di soli 42 secondi in stile quasi heavy metal si parte sul serio con Don’t Count Me Out, altra rock song ma più vicina al suono Americana, con la sezione ritmica che picchia sicura e le chitarre in tiro: il motivo centrale è fluido e coinvolgente ed il pezzo presenta i primi connotati southern. Trouble è una ballatona ariosa ma sempre di stampo elettrico, con la steel a stemperare la tensione e la doppia voce di Jeanne Jolly, mentre la partner femminile per i due brani seguenti è Tamisha Waden: il primo, Creatures, è una bella rock song dal ritmo cadenzato sullo stile di Gimme Shelter degli Stones (con la Waden a fare le veci di Lisa Fisher), a differenza di We’re Alright che è un rock-blues sanguigno e tosto, sempre con le chitarre che riffano che è un piacere.

Niente male anche Let’s Be Real, altra rock ballad distesa e piacevole ma senza tentazioni zuccherine (anzi, il tasso elettrico è sempre alto); Paint The Sky è di nuovo uno slow ma di qualità superiore, una canzone davvero bella e ricca di pathos che ricorda le ballate sudiste dei seventies, peccato duri solo tre minuti. Swimming With The Sharks è un godibile folk-rock elettrificato dalla melodia tersa, Getting Good è l’ennesimo lentaccio di ottima fattura stavolta sfiorato dal country e con l’aiuto vocale della brava Lydia Loveless https://discoclub.myblog.it/2016/08/21/lydia-loveless-real-country-punk-bene/ , mentre Hurricane è un notevole midtempo con dietro una slide malandrina, che mischia in egual misura southern music e Tom Petty. La tostissima Elevator arrota le chitarre allo spasimo ma forse è un gradino più in basso rispetto alle altre (sembrano gli ultimi Lynyrd Skynyrd quando fanno i metallari), meglio la ritmata Socks e soprattutto il puro rock’n’roll di In The Trees, tra le più coinvolgenti del CD.

L’ottima ballata d’atmosfera Secret Cities, un pezzo crepuscolare che risente dell’influenza di Springsteen, chiude in maniera intima un dischetto che ogni amante del rock’n’roll con implicazioni sudiste dovrebbe ascoltare, con l’unico fattore negativo al solito rappresentato dalla scarsa reperibilità.

Marco Verdi

Arriva Il Blues, Con Una Valanga Di Amici! Joe Louis Walker – Blues Comin’ On

joe louis walker blues comin' on

Joe Louis Walker – Blues Comin’ On – Cleopatra Blues

Anche se nell’ambito del blues, causa sempre tardivi debutti, si viene spesso considerati “giovani” anche in età matura, è pur vero che Joe Louis Walker ormai i 70 anni li ha raggiunti e anzi il giorno di Natale del 2020 ne compie 71, per cui possiamo inserirlo a diritto nella categoria veterani. Nativo di San Francisco, era già attivo nella scena musicale della Bay Area negli anni ‘60, insieme al suo compagno di stanza ed amico Mike Bloomfield, suonando sin da allora sul palco con i grandi, John Lee Hooker, Willie Dixon, Muddy Waters, anche Jimi Hendrix, poi dopo una lunga parentesi seguita al conseguimento della laurea, si è dedicato ad altre attività, pur mantenendo una passione per il gospel, fino al suo ritorno con il primo lavoro solista del 1986, il notevole Cold Is The Night. Da allora non si è più fermato e attraverso una ventina di album, spesso ottimi e alcuni che sfioravano l’eccellenza assoluta, si è costruito la reputazione di uno dei migliori chitarristi e vocalist della “nuova” scena blues, diciamo la terza generazione, quella più elettrica ed influenzata profondamente anche dal rock.

Blues Comin’ On è il secondo album che esce per la Cleopatra Blues (uhm!) dopo il DVD+CD dello scorso anno Viva Las Vegas Live: come è usanza della etichetta californiana Walker è stato circondato da un impressionante numero di ospiti per questo nuovo disco e perfino i miei amici della Cleopatra non sono riusciti a fare troppi danni. Non è tutto oro che cola quello che esce dai dodici brani del CD, ma si tratta di un album consistente e che conferma l’eclettico approccio del nostro alle 12 battute, con ampie concessioni al rock, al soul, al R&B e al funky, e magari non si raggiungono i livelli di Everybody Wants A Piece nominato ai Grammy nel 2016 https://discoclub.myblog.it/2015/10/13/il-solito-joe-louis-walker-quindi-bello-everybody-wants-piece/  o dei due precedenti usciti per la Alligator, ma siamo di fronte ad una prova più che soddisfacente. Non è dato di sapere quando e dove è stato registrato il tutto, ma visto che i nomi dei musicisti che suonano nei brani sono abbastanza ricorrenti, in particolare il bassista John Bradford e il batterista Dorian Randolph, con Eric Finland alle tastiere, si ha l’impressione che non si tratti dal solito materiale raffazzonato che spesso la Cleopatra assembla, ma di un progetto definito.

Certo la pletora di ospiti difficilmente si sarà trovata insieme per incidere lìalbum, ma il risultato finale, come detto, è sovente di ottima qualità: Walker in alcune interviste ha detto che il testo del brano di apertura Feed The Poor, che tocca temi sociali, era di Jorma Kaukonen, ma leggendo i credits sul CD vengono riportati come autori Gabe Jagger e Joe Louis Walker, comunque questo non inficia il livello del brano, uno dei migliori, tra rock, soul e derive psych. con il vecchio Hot Tuna sempre gagliardo alla solista, spesso in modalità wah-wah. Molto bella anche la title track, firmata da Dion Dimucci, in pieno trip creativo dopo il suo recente album https://discoclub.myblog.it/2020/06/17/un-altro-giovanotto-pubblica-uno-dei-suoi-migliori-album-di-sempre-dion-blues-with-friends/ , che divide anche la parte vocale con Walker, mentre alla chitarra solista troviamo un ispirato e pungente Eric Gales, aiutato da Waddy Wachtel, senza dimenticare Tom Hambridge alla batteria; Someday, Someway è una gradevole e melliflua gospel soul ballad cantata in duetto con Carla Cooke, la figlia del grande Sam, niente per cui stracciarsi le vesti, benché Lee Oskar dei War fa del suo meglio all’armonica.

E anche il super funky The Thang firmato dallo stesso JLW, al di là di alcune gagliarde evoluzioni chitarristiche di Jesse Johnson, vecchio chitarrista dei Time di Prince, non resterà negli annali, decisamente meglio l’elettroacustica Old Time Used To Be, dove il nostro unisce le forze con Keb’ Mo’ alla slide e John Sebastian all’armonica, in blues che profuma di blues delle radici, grazie anche al contributo di Bruce Katz al piano (pard di Joe nel recente Journeys To The Heart Of The Blues https://discoclub.myblog.it/2020/06/17/un-altro-giovanotto-pubblica-uno-dei-suoi-migliori-album-di-sempre-dion-blues-with-friends/ ). Anche Come Back Home è l’occasione per riascoltare il vecchio leone di Detroit Mitch Ryder, ancora in gran forma in un ficcante brano tra errebì e rock, non male anche il Chicago Blues di Bobby Rush Bowlegged Woman, Knock-Kneed Man dove Walker ci dà dentro di gusto con i colleghi Waddy Watchel, Rick Estrin e Bruce Katz, mentre non resto convinto a fondo neppure dal secondo contributo di Carla Cooke, una Wake Me, Shake Me, cantata bene, ma a tratti troppo “leccata”, al di là di un ottimo solo di JLW.

Lonely Weekends, il classico di Charlie Rich, prevede la presenza di David Bromberg, un country blues got gospel molto godibile anche se irrisolto, non si capisce perché dopo tre minuti l’ultima parte viene sfumata per oltre un minuto, misteri della Cleopatra; Seven More Steps è l’occasione per ascoltare una inedita accoppiata con Albert Lee, in un buon pezzo di impronta rock, e anche la pur sanguigna Uptown To Harlem, l’ospitata con l’altro ex componente dei Time Jellybean Johnson, non brilla per originalità. Temevo il peggio per la cover finale di 7 & 7 Is il classico dei Love, vista la presenza come vocalist aggiunto di Charlie Harper, il vecchio cantante del gruppo punk UK Subs, che francamente mi chiedevo cosa c’entrasse, e invece risulta uno dei brani migliori del disco, grazie anche alla presenza come secondo solista del grande Arlen Roth, e che conferma il buon livello complessivo del CD, a parte quei pochi piccoli passi falsi, avvalorando la statura di artista di culto di Joe Louis Walker.

Bruno Conti

Il Ritorno, Inatteso, Di Uno Dei Gruppi Di Culto Per Antonomasia Degli Anni Ottanta, Ora Anche In CD. X – Alphabetland

x alphabetland

X – Alphabetland – Fat Possum Download/CD da fine luglio/inizio agosto

Durante la lunga e maledetta quarantena alla quale buona parte del mondo è stata costretta negli ultimi mesi, diversi musicisti hanno pensato di alleviare le pene di chi era costretto a casa anticipando via streaming e download uscite discografiche che si spera saranno seguite anche dal supporto “fisico” (come per esempio Phish, Cowboy Junkies e Joe Ely) o pubblicando a sorpresa nuovi singoli, sempre in formato digitale (Bob Dylan e Rolling Stones). Tra le varie anticipazioni (le versioni in CD e vinile escono tra fine luglio e agosto, anche se su Bandcamp sono già ordinabili) questo nuovo Alphabetland degli X è da considerarsi un piccolo evento, in quanto la punk-rock band di Los Angeles non pubblicava un nuovo album di studio da ben 27 anni, che diventano 35 se andiamo a cercare l’ultimo disco con la formazione originale (Ain’t Love Grand): infatti in questo Alphabetland troviamo proprio i quattro membri che fondarono il gruppo nel lontano 1977, e cioè i cantanti ed ex coniugi John Doe (anche bassista) ed Exene Cervenka, il chitarrista Billy Zoom ed il drummer DJ Bonebrake.

I quattro in realtà avevano ricominciato ad esibirsi insieme dal vivo con tour sporadici e spettacoli “one-off” già dal 2004, ma un album nuovo non sembrava nei programmi nemmeno quando lo scorso anno era uscito il singolo Delta 88 Nightmare, che tra parentesi è l’unico pezzo tra quelli presenti su Alphabetland a risalire ai tardi anni settanta, in quanto gli altri dieci sono stati scritti tutti negli ultimi 18 mesi. Prodotto da Rob Schnapf (Elliott Smith, Beck), Alphabetland ci fa ritrovare un gruppo che non è mai stato popolarissimo ma che negli anni ottanta era arrivato ad un buon livello di culto, oltre a godere della stima di molti colleghi (Dave Alvin aveva perfino fatto parte della band, anche se per un solo disco). I quattro sono in ottima forma, e ci consegnano un lavoro che fonde in maniera esplosiva punk e rock’n’roll, con brani suonati a mille all’ora, le chitarre sempre in tiro e la sezione ritmica che non molla un secondo: per chi non li conoscesse (o se li fosse dimenticati), la loro musica si potrebbe paragonare a quella dei Ramones, anche se forse la band dei Queens era più monotematica per ciò che riguarda il songwriting.

Un album fresco, corroborante ma anche di piacevole ascolto, benché la durata di 27 miseri minuti sia forse fin troppo esigua, in pratica un minuto di musica per ogni anno che li separava dal loro ultimo album di inediti, Hey Zeus. Il lavoro inizia con la title track (canta Exene), che dà subito il via al ritmo sostenuto e con la chitarra che riffa alla grande, ma il brano non è affatto ostico ed anzi si rivela godibile, con tanto di ritornello a due voci e coretti nel bridge. Free vede Doe alla voce solista, ed è di nuovo una scarica elettrica con le chitarre che fendono l’aria, ma il motivo di fondo mantiene il marchio di rock’n’roll song suonata con foga da punk band. Water & Wine è puro punk’n’roll, divertente, trascinante e con un assolo di chitarra breve ma godurioso (e spunta anche un sax), Strange Life, cantata a due voci, è coinvolgente sin dalle prime note e presenta un riff accattivante, così come I Gotta Fever che nei suoi due minuti e mezzo scarsi non fa prigionieri, mostrando che la grinta è ancora quella di un tempo.

La già citata Delta 88 Nightmare è una corsa forsennata ai 200 all’ora che si ferma ben al di sotto dei due minuti, Star Chambered, pur mantenendo un ritmo acceso, ha una struttura più lineare ed un motivo ben definito, mentre Angel On The Road ha una delle melodie più articolate del lavoro, e sembra uscita dal periodo classico della band. L’album si chiude con Cyrano DeBerger’s Back, che è il pezzo più diverso essendo un funk-rock cadenzato ed orecchiabile, la forsennata Goodbye Year, Goodbye e la bizzarra All The Time In The World, uno strano talkin’ con sullo sfondo un piano suonato in modalità jazz-lounge e licks di chitarra da parte dell’ospite Robby Krieger, che conferma il legame degli X con i Doors dato che Ray Manzarek aveva prodotto i loro primi quattro album.

Un ritorno quindi inatteso e di buon livello questo degli X: Alphabetland è un lavoro che nonostante la scarsa durata ci procura una salutare scarica di adrenalina, molto utile in questi tempi cupi.

Marco Verdi

Dopo Lunghi Rinvii E Parecchie Traversie, A Fine Mese Esce Il Cofanetto Di Back To Earth Di Cat Stevens

cat stevens back to earth frontcat stevens back to earth box

Cat Stevens – Back To Earth – Bmg Rights Management Superdeluxe Edition 5 CD/2LP/Blu-ray/Libro rilegato 50 pagine E Memorabilia Varia- 31-07-2020

Doveva uscire nel 2018 in una edizione finanziata con il crowfunding e gestita da Pledge Music: poi la piattaforma ha avuto vari problemi finanziari e alla fine ne è stato annunciato il fallimento, con grande scorno di tutti coloro che avevano pagato anticipatamente per avere il Box. Dopo qualche mese di incertezza è intervenuto direttamente il sito di Yusuf/Cat Stevens che ha annunciato, in accordo con la casa discografica, che il progetto sarebbe statp portato a termine e chi aveva ordinato il cofanetto avrebbe ricevuto la Superdeluxe Edition. A questo punto si era arrivati alla fine del 2019 e tutti coloro che avevano aderito hanno ricevuto una mail in cui veniva annunciato che al più presto possibile sarebbero stati evasi tutti gli ordini in sospeso. E a dimostrazione della buona volontà il 25 ottobre dello scorso anno è stata pubblicata la ristampa rimasterizzata di Back To Earth in versione singolo CD o LP.

Poi, mentre veniva annunciata per il 10 aprile l’uscita del cofanetto, è scoppiata la pandemia e l’uscita del box era stata rinviata a data da destinarsi, verso la fine del 2020: però, a sorpresa, in quel periodo è stata spedita a tutti coloro che avevano effettuato il crowfunding l’edizione speciale per i sottoscrittori, che in più rispetto a quella che verrà rilasciata sul mercato aveva un T-Shirt speciale, un 45 giri e un certìficato di garanzia. Infine la pubblicazione è stata fissata per la fine di Luglio e quindi a breve dovrebbe essere in vendita. Il contenuto lo vedete nell’immagine ad inizio Post, comunque si tratta dell’album originale rimasterizzato in CD dai nastri analogici agli Abbey Road Studios, e posso confermare, essendo uno dei possessori, della qualità superba del suono (anche il disco non è male, l’ultimo di Cat Stevens ad uscire prima del ritiro dalle scene nel 1978, il dodicesimo della discografia, del cambio del nome in Yusuf Islam per la sua conversione.

Seguito da un lungo stop durato 29 anni, interrotto di tanto in tanto da dichiarazioni non proprie felici, tipo l’adesione almeno parziale alla Fatwa contro la scrittore Salman Rushdie, l’appoggio del regime iraniano, i problemi, dopo le Torri Gemelle, ad avere il visto per recarsi negli Stati Uniti nel 2004. Però ha fondato anche diverse associazioni benefiche per la raccolta di fondi contro le carestie, ha donato i proventi di alcune uscite disografiche avvenute nel frattempo. Poi è rientrato sulle scene e lentamente si è riappropriato anche del suo vecchio repertorio, del nome d’arte,e poi dei vecchi fans, tanto che il 18 settembre 2020 come Yusuf/Cat Stevens è annunnciata l’uscita, per la sua vecchia etichetta, diTea for the Tillerman² , dove ha reinciso ex novo tutte le canzoni dell’album originale in nuove versioni: ma ne parleremo quando sarà il momento.

Torniamo ai contenuti del box di Back To The Earth: il CD 2 Return To Earth è l’originale stereo master del 2001, i CD 3 4 e 5 contengono materiale raro ed inedito, dal vivo e in studio, di cui trovate il dettaglio a seguire, il Blu-Ray contiene Year Of The Child Concert at Wembley Arena 1979, che è il concerto presente anche in versione audio nel CD 5, oltre alla versione lossless dell’album, mentre i due vinili riportano l’album originale e sempre il concerto per l’Unicef a Wembley del 1979, con Richard Thompson tra gli ospiti.

Ecco la tracklist completa con tutti i contenuti

[CD1: Remastered – Original album remastered from analogue tapes]
1. Just Another Night
2. Daytime
3. Bad Brakes
4. Randy
5. The Artist
6. Last Love Song
7. Nascimento
8. Father
9. New York Times
10. Never

[CD2: Return to Earth – The original stereo mix]
1. Just Another Night
2. Daytime
3. Bad Brakes
4. Randy
5. The Artist
6. Last Love Song
7. Nascimento
8. Father
9. New York Times
10. Never

[CD3: Unearthed – Live tracks, rare demos and two beautiful, completely unheard recordings]
1. Butterfly (previously unreleased)
2. Toy Heart (previously unreleased)
3. New York Times (new mix) previously unreleased
4. Just Another Night (demo) previously unreleased
5. Last Love Song (Session Mix) previously unreleased
6. Daytime (Live 2017 Adelaide)
7. Bad Brakes (Live 2011 Albert Hall)
8. Last Love Song (Live 2014 Toronto)
9. Nascimento (Solto) previously unreleased
10. Just Another Night (Live 2016 Nashville)
11. Bad Brakes (instrumental) previously unreleased

[CD4: Alpha Omega (A Musical Revelation) – Completion of the circle. Cat helps his brother David realise his own musical ambition by producing the 1978 album Alpha Omega, featuring the much loved ‘Child For A Day’]
1. Universe
2. I Who Am I
3. Paradise
4. Inventions
5. I See That Face
6. Child For A Day
7. Sing, Love Is Everywhere
8. Alpha Omega
9. Music Is The 7th Wonder
10. Dreamer
11. World
12. Listen To Me
13. I Believe

[CD5: UNICEF Year Of The Child Concert at Wembley Arena 1979 – The last love song. Cat performs under this name, what will be his final farewell at UNICEF’s 1979 Year Of The Child charity concert at London’s Wembley Arena.]
1. The Wind with intro from Paul Gambaccini
2. On The Road To Find Out
3. Just Another Night
4. Daytime/Where Do The Children Play?
5. Father & Son
6. Morning Has Broken (with Belmont Junior School Choir)
7. Peace Train
8. Child For A Day (with Richard Thompson and David Essex)

[BLU-RAY]
The Year Of The Child – Historical concert footage + original album lossless audio

[LP1: Remastered – Original album remastered for vinyl from analogue tapes]
1. Just Another Night
2. Daytime
3. Bad Brakes
4. Randy
5. The Artist
6. Last Love Song
7. Nascimento
8. Father
9. New York Times
10. Never

[LP2: Year Of The Child Concert at Wembley Arena 1979]
1. The Wind with intro from Paul Gambaccini
2. On The Road To Find Out
3. Just Another Night
4. Daytime/Where Do The Children Play?
5. Father & Son
6. Morning Has Broken (with Belmont Junior School Choir)
7. Peace Train
8. Child For A Day (with Richard Thompson and David Essex)

La recensione completa dopo l’uscita del manufatto.

Bruno Conti

Siete Pronti Per “The Dark Side Of McBroom”? McBroom Sisters – Black Floyd

mcbroom sisters black floyd

McBroom Sisters – Black Floyd – RecPlay CD

(Piccola premessa ironica, ma non troppo: il titolo di mia invenzione celato nell’intestazione del post odierno poteva essere una valida alternativa per questo CD, dato che con i casini che ci sono in America chiamare un disco Black Floyd forse non è stata una grande idea). Se il nome Durga McBroom risveglia qualcosa nei cassetti della vostra memoria avete ragione: stiamo infatti parlando di una cantante di colore diventata popolare come corista dei Pink Floyd guidati da David Gilmour, avendo collaborato con la storica band inglese negli album A Momentary Lapse Of Reason e The Division Bell e relativi tour a seguire (e anche nel “postumo” The Endless River). Ma il curriculum di Durga non si ferma ai Floyd, dato che sia lei che sua sorella Lorelei (anch’ella dietro a Gilmour e soci ma solo dal 1987 al 1989), insieme o separate, hanno negli anni collaborato con Mick Jagger, Lou Reed, Billy Idol, Steve Hackett e Rod Stewart qui potete trovare molte delle loro collaborazioni http://www.mcbroomsisters.com/media , anche se il loro contributo più famoso rimane appunto quello dato alle ultime opere dell’ex gruppo di Roger Waters. Le due sorelle questo lo sanno perfettamente, a tal punto che hanno deciso di intitolare il loro debutto come duo (a nome McBroom Sisters) proprio Black Floyd, un disco di tredici brani diviso a metà tra originali e cover della band britannica.

Il lavoro nonostante sia autogestito è inciso e prodotto in maniera decisamente professionale dalle due sorelle insieme al tastierista Dave Kerzner, e vede al suo interno alcuni nomi che i fans dei Floyd conoscono bene come Jon Carin e Guy Pratt, ma soprattutto è la presenza di Nick Mason alla batteria in alcuni pezzi a dare un senso di legittimità al tutto (sempre che ce ne fosse stato bisogno). Dopo un attento ascolto devo però fare una considerazione, e cioè che la parte più sorprendente è quella dei sei brani nuovi (tutti scritti dalle sorelle da sole, con i già citati Carin e Pratt e, nel caso di Forgotten How To Smile, addirittura con lo scomparso ex leader dei Motorhead Lemmy Kilmister), tutti caratterizzati da un gradevole gusto pop-rock che non farà gridare al capolavoro ma neppure rimpiangere i soldi spesi per accaparrarsi il CD (* NDB Al solito purtroppo non sarà facile da trovare visto che verrà venduto alla modica cifra di 20 o 25 dollari + spedizione , da agosto, solo sul sito personale delle sorelle, oppure sul Bandcamp di Kerzner, dove potete ascoltare anche i brani https://sonicelements.bandcamp.com/album/black-floyd  ) . Il pericolo più grande infatti in questo tipo di album “ibridi” è che ci sia un grande dislivello tra le cover dei brani famosi ed i pezzi originali con relativi cali di tensione quando l’artista in questione affronta il materiale suo: anzi, se vogliamo dirla tutta, i brani dei Floyd (che poi è la ragione principale dell’interesse per questo lavoro) non riescono mai neppure ad avvicinare le versioni note (e ci mancherebbe), ed in più di un caso si verifica un chiaro effetto karaoke.

Il disco nel complesso risulta dunque piacevole e ben fatto, grazie anche alle voci delle due protagoniste ed alla solidità della band che le accompagna, con una particolare menzione per le chitarre di Billy Sherwood, Fernado Perdomo e Randy McStine e del sassofono di Mike Kidson, oltre che per i già citati Mason, Kerzner, Carin e Pratt, e tra gli ospiti troviamo anche Louise Goffin, la figlia di Carole King. I pezzi originali iniziano con Gods And Lovers, una fluida ballata pop-rock orecchiabile e strumentata con gusto, che mi ricorda in parte certe cose di Joan Armatrading; Money Don’t Make The Man è invece un sofisticato funk-rock con fiat,i decisamente godibile e cantato in maniera raffinata: il suono è forse leggermente addomesticato, ma gli strumenti sono veri e non programmati e comunque il tasso zuccherino è ampiamente sotto controllo. Non male neanche Love Of A Lifetime, altra pimpante e piacevole canzone tra pop e gospel suonata con buon approccio elettroacustico basato su piano e chitarra, mentre A Girl Like That è un’ottima soul ballad, calda al punto giusto ed eseguita con grande classe sia dal punto di vista vocale che strumentale. Chiudono il lotto dei brani originali la già citata Forgotten How To Smile, intensa ballata rock dalla melodia impeccabile ed accompagnamento ricco di pathos (non il pezzo che uno si aspetterebbe dalla penna di Lemmy) e la lunga Cocoon, toccante slow pianistico che si sviluppa disteso e suggestivo per nove minuti, cantato al solito in maniera impeccabile ed impreziosito da un malinconico violino (ed il finale chitarristico è la ciliegina sulla torta).

E veniamo ai brani dei Pink Floyd, che come ho già detto in molti casi perdono il raffronto con le versioni conosciute: prendete ad esempio Wish You Were Here, canzone tra le più belle dei Floyd (e non solo) che viene riproposta quasi pari pari all’originale se non fosse per la voce di Durga e Lorelei e per l’assolo di chitarra che è elettrico anziché acustico, con il risultato di lasciare parecchi dubbi sull’opportunità di affrontare un pezzo così famoso e non magari uno meno scontato. What Do You Want From Me? e Poles Apart, entrambe tratte da The Division Bell, non sono mai state due grandi canzoni e anche se le Sisters le affrontano con grinta la prima e con profondità la seconda io resto della mia idea, mentre è ottimo il risultato con Have A Cigar, che i Floyd avevano affidato alla voce di Roy Harper in quanto Waters temeva di non arrivare a prendere le note più alte: le due sorelle ci arrivano eccome e se la cavano brillantemente, aiutate dalla buona prestazione della backing band. Goodbye Blue Sky viene ripresa in maniera delicata e senza la tensione latente di The Wall, solo due voci ed una chitarra acustica; restano The Great Gig In The Sky, in cui l’effetto cover band è palese (e quindi se devo scegliere vado a risentirmi l’originale), e la straordinaria On The Turning Away, per il sottoscritto il miglior brano del “periodo Gilmour”, una ballata maestosa dal crescendo emozionante e gran finale chitarristico, anche se a mio parere la versione live di Delicate Sound Of Thunder è imbattibile. Black Floyd è quindi un album piacevole e riuscito, anche se paradossalmente i momenti più interessanti sono quelli non strettamente legati al famoso gruppo a cui fa riferimento.

Marco Verdi