E Questa Sarebbe Una Edizione Deluxe? Neil Young – After The Gold Rush 50

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Neil Young – After The Gold Rush 50 – Reprise/Warner CD

Il 2020 appena trascorso ha visto un Neil Young molto attivo dal punto di vista discografico: a parte il secondo volume degli Archivi che è stato l’apice delle varie pubblicazioni abbiamo avuto il leggendario unreleased album Homegrown (che però poi è stato inserito anche nel cofanettone degli Archives, creando così un poco gradito doppione), l’EP registrato in lockdown The Times ed il doppio Greendale Live con i Crazy Horse. Per quest’anno ci sono già in calendario diverse cose, tra cui altri due live (Way Down In The Rust Bucket ancora con il Cavallo Pazzo e l’acustico Young Shakespeare) e l’inizio di una serie di Bootleg Series sempre dal vivo, anche se al momento non sono state annunciate date di pubblicazione (ma proprio ieri mentre scrivevo queste righe il buon Neil ha confermato che il doppio Way Down In The Rust Bucket uscirà il 26 febbraio).

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lo scorso dicembre però il cantautore canadese, avendo forse deciso che non aveva inondato abbastanza il mercato, ha fatto uscire una versione deluxe per i 50 anni del suo famoso album del 1970, After The Gold Rush, cosa insolita per lui dal momento che né l’esordio Neil Young né il seguente Everybody Knows This Is Nowhere avevano beneficiato dello stesso trattamento. C’è un problema però, grosso come una casa, e cioè che chiamare deluxe una ristampa (ok, in digipak) aggiungendo appena la miseria di due bonus tracks, delle quali solo una inedita, necessita di una buona dose di fantasia per non dire faccia di tolla. E chiaro comunque che è sempre un piacere immenso riascoltare un disco epocale, che molti considerano il migliore di Young (io posso essere d’accordo, anche se sullo stesso piano ci metto Harvest e forse Rust Never Sleeps), un album inciso assieme ai suoi consueti collaboratori dell’epoca, cioè i Crazy Horse al completo (Danny Whitten, Billy Talbot e Ralph Molina), Nils Lofgren, l’amico Stephen Stills, Jack Nitzsche e Greg Reeves, oltre a Bill Peterson che suona il flicorno in un paio di pezzi e prodotto insieme al fido David Briggs.

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After The Gold Rush è principalmente un disco di ballate, e la magnifica trilogia all’inizio è uno splendido esempio in tal senso: Tell Me Why https://www.youtube.com/watch?v=sSWxU-mirqg , la title track (uno dei più bei lenti pianistici di sempre) https://www.youtube.com/watch?v=d6Zf4D1tHdw  e Only Love Can Break Your Heart, tre classici assoluti del songbook del Bisonte e del cantautorato in generale https://www.youtube.com/watch?v=364qY0Oz-xs . Ma anche le meno note Birds e I Believe In You sono due ballad fantastiche, completate dalla malinconica e riuscita cover di Oh Lonesome Me di Don Gibson. Detto di due piacevoli bozzetti di poco più di un minuto ciascuno (Till The Morning Comes e Cripple Creek Ferry), l’album non dimentica comunque il Neil Young rocker, con la tesa Don’t Let It Bring You Down https://www.youtube.com/watch?v=eVy1h2FcRiM  e soprattutto le mitiche Southern Man (dal famoso e controverso testo, al quale i Lynyrd Skynyrd risponderanno con Sweet Home Alabama) https://www.youtube.com/watch?v=-KTpIQROSAw  e When You Dance I Can Really Love.

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Le due bonus tracks riguardano due versioni della stessa canzone, vale a dire l’outtake Wonderin’, un gustoso e cadenzato honky-tonk: la prima era già uscita sul volume uno degli Archivi, mentre la seconda (più rifinita, dal tempo più veloce ed in definitiva migliore) è inedita https://www.youtube.com/watch?v=2hE5w-2sz-w . Tutto qui? Ebbene sì, ma se avete dei soldi da buttare via a marzo uscirà una versione a cofanetto con l’album in LP a 180 grammi ed un 45 giri con le due takes di Wonderin’, il tutto alla “modica” cifra di 90-100 euro! Attendiamo dunque pubblicazioni più stimolanti da parte di Neil Young, anche se è abbastanza evidente che se per qualche strana ragione non possedete After The Gold Rush, questa è l’occasione giusta per riparare alla mancanza.

Marco Verdi

Un Altro Piccolo Cofanetto Godurioso Per Il “Re Del Folk Irlandese”! Christy Moore – The Early Years 1969-81

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Christy Moore – The Early Years 1969-1981 – Tara Music/Universal Music Ireland 2CD + DVD – 2 CD

Nel 2017 e 2019, nel periodo appena prima del Natale, Christy Moore ha pubblicato due bellissimi album doppi dal vivo, On The Road https://discoclub.myblog.it/2018/01/14/supplemento-della-domenica-forse-il-miglior-disco-ufficiale-dal-vivo-del-2017-christy-moore-on-the-road/  e Magic Nights https://discoclub.myblog.it/2020/01/14/un-altro-doppio-cd-dal-vivo-formidabile-per-il-musicista-irlandese-christy-moore-magic-nights/ , poi uniti in un box Magic Nights On The Road, sempre edito dalla Columbia Sony irlandese. Anche quest’anno ne esce uno della rivale Universal Ireland, attraverso la propria etichetta Tara Music, che gestisce il catalogo del musicista dal 1969 al 1981, mentre gli anni centrali sono appannaggio della Wea, anche se il cofanetto da 6 CD The Box Set 1969-2004, copriva tutti i periodi. Vediamo cosa contiene The Early Years 1969-1981 (ricordando che ne esiste anche un versione solo con i 2 CD) https://www.youtube.com/watch?v=wlEg9Rz7cD8 .

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Partiamo dal DVD non lunghissimo, circa 73 minuti, ma con diverso prezioso materiale della RTE, la televisione irlandese e una breve session della BBC del 1979, il resto viene dal 1979-1980-1981, meno due brani registrati nel 1969. Una piccola miniera d’oro per gli appassionati del folk e di Christy Moore in particolare: i primi dieci brani, i più interessanti, sono due sessions alla Abbey Tavern di Dublino Nord del 1980, con Declan McNelis e il compianto Jimmy Faulkner che si alternano alle chitarre, materiale in gran parte tradizionale, ma ci sono un paio di brani scritti da Ewan MacColl, in tre pezzi Paul Brady è presente a piano, harmonium e chitarra acustica, in particolare in una versione bellissima a tre chitarre di The Ballad Of Tim Evans, con grande assolo di Brady https://www.youtube.com/watch?v=w6iPvBoUak4 , mentre in Dark Eyed Sailor l’angelica seconda voce è quella di una giovanissima Mary Black https://www.youtube.com/watch?v=b249xyB75j0 . In Saint Patrick Was A Gentleman ci sono gli Stockton Wings ad accompagnare un sudatissimo Christy, mentre tra i brani più belli anche The Raggle Taggle Gypsy dei Planxty, 1913 Massacre di Woody Guthrie https://www.youtube.com/watch?v=PvnazELFb5k , due brani antinucleari (erano gli anni) The Sun Is Burning e House Down In Carne (The Ballad Of Nuke Power).

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Negli altri segmenti del DVD spiccano una splendida Last Cold Kiss, il vecchio pezzo scritto da Gail Collins e Felix Pappalardi per i Mountain, una sontuosa Deportee (Plane Wreck At Los Gatos) di nuovo di Woody Guthrie https://www.youtube.com/watch?v=f-pdyXnv1wg , per la BBC, Wave Up In The Shore a cappella, scritta dal fratello Barry Moore, molto più noto a noi tutti come Luka Bloom, ma pure tutto il resto del contenuto è da godere. Io sarei già contento così, ma ci sono anche i due CD (che potete acquistare, come dettto, anche a parte), con ben 38 canzoni, delle quali 14 mai uscite in questo supporto, e tutte le altre comunque di difficile reperibilità, solo in Irlanda, peraltro su dischetti digitali. Sarebbe troppo lungo parlare dei contenuti completi comunque vediamo almeno una disamina delle cose più interessanti: come curiosità gli ultimi tre brani del secondo CD, che cronologicamente sono i più vecchi, tratti da Paddy On The Road del 1969, disponibile solo come CDR riversato da vinile sul suo sito, e dove Moore è accompagnato da un gruppo di vecchi jazzisti, che in comune con Christy avevano solo la passione per la birra, comunque piacevoli e la classe già si intravede, anche se sembra di ascoltare i Dubliners  . Tra gli “inediti”: da Whatever Tickles Your Fancy del 1975, l’intensa Home By Bearna che sembra una canzone dei Planxty, One Last Cold Kiss, in versione elettrica, con Jimmy Faulkner alla solista, che anticipa il sound dei Moving Hearts, grazie all’intreccio tra il violino di Kevin Burke della Bothy Band e la sezione ritmica più rock, con un sound che ricorda Fairport Convention e Steeleye Span https://www.youtube.com/watch?v=nvV0pUIRrtY , stesso discorso anche per The Ballad Of Tim Evans, il pezzo di MacColl e Peggy Seeger e la ballata What Put The Blood, peccato non ci sia dallo stesso album Van Diemen’s Land.

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Dal disco omonimo del 1976, registrato oltre che con Burke, con Andy Irvine e Donal Lunny, che segna un ritorno ad un suono più folk, molto belle Nancy Spain, la cover di Sacco & Vanzetti di nuovo di Woody Guthrie, i due brani tradzionali Boys Of Mullabawn e Galtee Mountain Boy, oltre a Dalesman’s Litany, dove c’è anche Jimmy Faulkner. Se dovessi fare un appunto, peccato che i brani non siano in ordine cronologico, ma assolutamente alla rinfusa: comunque ci sono anche ben cinque canzoni dal bellissimo Live In Dublin 1978, tra le quali una sublime Black Is The Colour Of My True Love’s Hair (anche nel repertorio del fratello Luka Bloom) https://www.youtube.com/watch?v=_BSayZKazMI , l’intensa Clyde’s Bonnie Banks e una intricata Bogey’s Bonnie Belle, con tre chitarre acustiche, altri cinque brani vengono da The Iron Behind The Velvet, la deliziosa musicalmente The Sun Is Burning, presente anche nel DVD https://www.youtube.com/watch?v=gg5UN8xoE00 , la sognante (visto il titolo) John O’Dreams, che non si trovava nel vinile originale, e il medley tra Trip To Jerusalem con Two Reels: The Mullingar Races; The Crooked Road, con una grande prestazione anche strumentale di Christy a chitarra e bouzouki, il fratello Barry alla chitarra, Andy Irvine al mandolino, Noel Hill alla concertina, Tony Linnane al violino, Gabriel McKeon alle uilieann pipes e Jimmy Faulkner alla chitarra, sentire per credere.

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In gran parte di questi brani appariva come ingegnere del suono e produttore Nicky Ryan, eminenza grigia della musica irlandese e futura “mente” dei Clannad e di Enya. Le ultime due chicche sono le versioni in studio di House Down In Carne, (con Faulkner alla slide e Basil Kendricks alla pedal steel) https://www.youtube.com/watch?v=b_uFP_rh2l8  e 90 Miles To Dublin, i due brani antinucleari che ai tempi uscirono come singolo. Che dire, se volete conoscere il “primo” Christy Moore, quello che era più un interprete (ma poi nelle decadi successive avrebbe rimediato) che un autore, anche se tutti i brani tradizionali venivano arrangiati in preziose scritture dal musicista irlandese, e anche se avete già quasi tutto, vale le pena, perché il DVD è totalmente inedito e le canzoni, sentite tutte insieme, sono veramente rappresentative dell’arte di questo grande musicista. Quindi come lo giriate, ancora una volta un indispensabile ascolto per chi ama la buona musica.

Nei prossimi giorni anche un bel articolo retrospettivo sul grande folksinger irlandese.

Bruno Conti

Recuperi Di Fine Anno 2: Una Delle Più Belle Sorprese Del 2020. Jess Williamson – Sorceress

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Jess Williamson – Sorceress – Mexican Summer CD

Il 2020 è stato un anno molto positivo per quanto riguarda il rock al femminile, dal momento che abbiamo potuto godere di lavori splendidi come i nuovi album di Margo Price, Mary Chapin Carpenter ed Emma Swift, oltre a Lucinda Williams che nonostante non sia tra le mie preferite ci ha dato con Good Souls Better Angels uno dei suoi dischi migliori. Tra le “release” più positive dell’anno appena trascorso per quanto riguarda il gentil sesso merita anche di essere inserito Sorceress, ultimo lavoro della cantautrice texana Jess Williamson, album del quale non ci siamo occupati al momento dell’uscita, direi colpevolmente visto il livello eccelso della proposta. Devo confessare che, pur avendo alle spalle già tra dischi, non avevo mai sentito parlare della Williamson, e sono rimasto incuriosito leggendo diverse recensioni entusiastiche di Sorceress, entusiasmo che mi sento di condividere appieno. Jess è una cantautrice classica, cresciuta ascoltando i dischi di folk e country del padre, e negli anni ha maturato uno stile che fonde mirabilmente i due generi appena citati con uno squisito gusto pop di stampo californiano, cosa che è forse dovuta al fatto di essersi trasferita da anni a Los Angeles.

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Il suo penultimo album Cosmic Wink (2018) aveva già avuto critiche molto positive, ma Sorceress pone Jess su un livello decisamente superiore: stiamo infatti parlando di un disco davvero splendido, in cui lo stile classico della Williamson (che non è una cantautrice voce-chitarra-sonno, ma ha dalla sua verve e creatività) si sposa alla perfezione con la produzione moderna ma con sonorità “vere” nelle mani di Shane Renfro, Al Carson e Dan Duszynski, che non sono alla consolle tutti e tre contemporaneamente ma si dividono le varie canzoni occupandosi anche in gran parte delle parti strumentali. Un album maturo quindi, che riesce a coniugare in modo impeccabile una scrittura profonda ed intensa con linee melodiche immediate e fruibili, il tutto condito dalla voce di Jess, bellissima e sensuale. L’iniziale Smoke è una moderna folk song che parte per voce e chitarra e dopo un minuto circa si aggiunge una sezione ritmica pressante, una steel ed una chitarra baritono, per un crescendo sonoro costante e coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=vINgxOeiCoQ . As The Birds Are è una deliziosa ballata d’atmosfera sognante ed eterea, dotata di un bel motivo superbamente cantato ed un alveo musicale avvolgente, con i synth usati nel modo giusto; splendida Wind On Tin, pop-rock cadenzato ed orecchiabile, una canzone solare dal sapore californiano che ci fa entrare definitivamente nel disco https://www.youtube.com/watch?v=X9RXQcbzniA , mentre la title track è un’altra bellissima folk song nobilitata da un’esecuzione da brividi, perfetta nella sua essenzialità https://www.youtube.com/watch?v=-cwnCcMwBeg .

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Infinite Scroll sembra un brano anni 70, con un arrangiamento d’archi tipico del periodo ed una melodia di qualità che rivela l’influenza dei Fleetwood Mac https://www.youtube.com/watch?v=C8oFdsv-ZR8 ; Love’s Not Hard To Find è uno slow pianistico di grande effetto sia per la strumentazione piena e rotonda sia per la voce espressiva di Jess, veramente brava. Splendida e suggestiva anche How Ya Lonesome, ballatona che tra chitarre acustiche, pianoforte, un mood crepuscolare ed un motivo di base affascinante risulta tra le più riuscite (sembra quasi una versione femminile di Chris Isaakhttps://www.youtube.com/watch?v=S-nH1a6YUNM ; Rosaries At The Border è di nuovo un pezzo limpido e folkeggiante, stavolta con l’aggiunta di una leggera spolverata di psichedelia californiana, a differenza di Ponies In Town che è un incantevole bozzetto per voce, chitarra e poco altro. Chiusura con Harm None, soave ballata dallo sviluppo fluido e disteso con una steel che miagola sullo sfondo ed un maestoso crescendo finale con tanto di coro, e con Gulf Of Mexico, ennesima melodia magnifica esaltata da un arrangiamento che definire toccante è dir poco: un mezzo capolavoro, forse il brano migliore di un CD che, ascolto dopo ascolto, si conferma come uno dei più belli degli ultimi dodici mesi.

Marco Verdi

Senza O Con Amici E’ Sempre Un Gran Bel Sentire! Duke Robillard And Friends – Blues Bash!

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Duke Robillard And Friends – Blues Bash! – Stony Plain

Duke Robillard è sempre una certezza, anno dopo anno continua a pubblicare nuovi album, sempre di eccellente qualità: dopo l’ottimo Ear Worms dello scorso anno, dedicato alla musica dei 60’s https://discoclub.myblog.it/2019/05/17/uno-dei-migliori-dischi-di-sempre-del-duca-duke-robillard-band-ear-worms/  e quello con le voci femminili del 2017 …And His Dames Of Rhytm, entrambi dischi collaborativi con vari ospiti, anche per questo nuovo Blues Bash, Robillard chiama a raccolta vari amici, a partire dalla sezione fiati dei Roomful Of Blues, la band che lui stesso ha contribuito a lanciare, e anche un secondo gruppo di fiatisti tra cui spiccano Al Basile e Sax Gordon, oltre all’armonicista Mark Hummel, lo specialista dello stride piano Mark Braun (Mr.B.), come Basile e Gordon presente solo in un brano, l’omaggio spiritato a New Orleans Ain’t Gonna Do It, scritta da una delle glorie della Louisiana come Dave Bartholomew e da Pearl King.

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Tra gli ospiti anche due vocalist di pregio come Michelle Williams e Chris Cote, senza dimenticare i fedelissimi della sua band Bruce Bears e Mark Teixeira, oltre ai bassisti Jesse Williams e Marty Ballou che si alternano. Il risultato, registrato in veloci sessions, ciascuna di sole otto ore, ha la spontaneità e l’immediatezza dei migliori dischi del Duke, quelli in cui ci si diverte come ad una festa (vedi titolo, che riporta anche “And Dance”) senza andare troppo alla ricerca di raffinatezze, che comunque ci sono, o di particolari sonorità filologiche, nelle quali ogni tanto Robillard indulge. Quindi l’ascoltatore è invitato a godersi dieci brani che pescano tra classici (minori, perché il nostro è un “enciclopedico” del blues) e tre sue composizioni: Do You Mean It, cantata dal bravissimo Chris Cote, è uno scintillante tuffo nel blues delle origini, scritto da Ike Turner, quanto inventava le 12 battute miste al R&R negli anni ‘50, con Robillard autore di puntuali sottolineature con la sua chitarra https://www.youtube.com/watch?v=mCRNCqusf5s , prima di lanciarsi in un proprio brano, la torrida No Time, sostenuto dall’armonica di Hummel e dal piano di Robert “Bob” Welch (non lo avevamo nominato), mentre Duke titilla la solista con libidine e classe https://www.youtube.com/watch?v=tpj1fdiO20Q .

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What Can I Do, ancora con Cote voce solista, e un gioioso e scatenato jump blues dal repertorio di Roy Milton , con le mani di Bruce Bears che volano sulla tastiera del suo piano, mentre Greg Piccolo, Rich Lataille e Doug James soffiano con forza nei loro sassofoni e Mr. Robillard guida le operazioni con la sua 6 corde; non può mancare ovviamente un bel bluesone lento di quelli intensi e magnetici, come Everybody Ain’t Your Friend, di un King che mancava alla mia raccolta, tale Al, autore di questo pezzo del 1966 dove la solista di Duke rincorre i grandi interpreti delle 12 battute, in questo caso del West Coast style, visto che King veniva da L.A. https://www.youtube.com/watch?v=ZiCBT2henHQ  Divertente e piacevole lo strumentale Chicago Blues fine anni ‘50 di Lefty Bates Rock Alley, con Robillard che si alterna con i fiati alla guida del combo, mentre nella swingante You Played On My Piano, con break jazzato del Duca, la calda voce solista è quella della deliziosa Michelle Wilson https://www.youtube.com/watch?v=ptKMvqJ3VOU , brano seguito da quella Ain’t Gonna Do It citata all’inizio, il suono del Sud che usciva dai dischi di Professor Longhair, Huey Smith e Fats Domino https://www.youtube.com/watch?v=iemoX4yzuqM , poi ancora eccellente la cover di un brano di T-Bone Walker You Don’t Know What You’re Doing, ancora con la solista di Duke e i fiati sincopati sugli scudi, nonché la calda voce di Chris Cote https://www.youtube.com/watch?v=TwYCp1aTvgg . In chiusura ci sono un paio di brani firmati dal musicista del Rhode Island, la scandita e di nuovo swingata Give Me All The Love You Got, sempre caratterizzata dal suo fraseggio pulito, poi in grande evidenza nel lunghissimo (quasi 10 minuti) strumentale Just Chillin’, che illustra il suo lato più raffinato, in un brano di jazz blues notturno, dove anche gli altri strumentisti, a partire dal sax di Greg Piccolo e dall’organo di Bruce Bears, si prendono i loro spazi https://www.youtube.com/watch?v=-pJ6m6-pcK4 . Musica senza tempo.

Bruno Conti

Recuperi Di Fine Anno 1: Un Brillante E Riuscito Esercizio Di Puro Swing D’Altri Tempi. Loudon Wainwright III – I’d Rather Lead A Band

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Loudon Wainwright III With Vince Giordano & The Nighthawks – I’d Rather Lead A Band – Search Party/Thirty Tigers CD

Loudon Wainwright III è sempre stato un cantautore di culto: attivo dal 1970, ha ormai consolidato una certa popolarità (soprattutto in America), ma il successo lo ha assaporato solo di sfuggita nel 1972 con il singolo Dead Skunk, unico suo disco tra LP e 45 giri ad entrare nella Top 20 https://www.youtube.com/watch?v=nssSIKOrSNk . Come tutti gli artisti di culto che non devono per forza portare risultati in termini di vendite, Loudon si sente giustamente libero di fare quello che vuole (a maggior ragione ora che ha 74 anni), e quest’anno ha deciso di unire le forze con Vince Giordano & The Nighthawks, una band di New York specializzata nel recupero di sonorità swing-jazz tipiche degli anni 20 e 30, e ha pubblicato I’d Rather Lead A Band, un album sorprendente e tra i più riusciti della lunga carriera del nostro. Loudon e Giordano avevano già collaborato all’inizio del millennio comparendo in una scena del film The Aviator di Martin Scorsese, ed in seguito anche nella serie HBO Boardwalk Empire, ma un disco intero insieme non lo avevano mai fatto.

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Che Giordano e i suoi siano un combo di musicisti formidabili non lo si scopre certo oggi (sono in sedici: tre sassofoni compreso il leader, tre trombe, due tromboni, cinque tra oboe e clarinetti, una chitarra, piano e batteria, più David Mansfield come violinista aggiunto), ma la vera sorpresa è proprio Wainwright, che alle prese con uno stile che in passato non aveva mai esplorato se la cava con grande bravura e classe, come se non avesse mai fatto altro in vita sua. I’d Rather Lead A Band è quindi un godibilissimo e divertente album che va a riprendere 14 brani antichi, la maggioranza dei quali risalenti a 80-90 anni fa: non c’è nulla comunque che vada oltre gli anni 50, ed in un caso, A Perfect Day, abbiamo anche un pezzo del 1910! Canzoni note e meno note, scritte da mostri sacri del calibro di Irving Berlin, Hoagy Carmichael, Johnny Mercer, Jimmy Van Heusen, Frank Loesser ed il duo Rodgers & Hart, ed interpretate negli anni da vere e proprie leggende come Frank Sinatra, Bing Crosby, Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Louis Armstrong, Fred Astaire, Cab Calloway, Tony Bennett, Fats Waller e la Count Basie Orchestra, ma anche da artisti contemporanei come John Fogerty (You Rascal You nell’omonimo John Fogerty del 1975), George Harrison (Between The Devil And The Deep Blue Sea nel postumo Brainwashed) e Paul McCartney (More I Cannot Wish You in Kisses On The Bottom del 2012).

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Che il disco sia un’operazione seria e fatta con tutti i crismi lo si capisce fin dall’iniziale How I Love You, uno swing ritmato e solare in cui la voce perfettamente in parte di Loudon entra dopo una lunga intro strumentale e prende subito possesso del brano, mentre i Falchi della Notte stendono un bellissimo tappeto di fiati. A Ship Without A Sail è una limpida jazz ballad eseguita con eleganza, così come Ain’t Misbehavin’ che vede il nostro prendere sempre più confidenza con il genere “revue” https://www.youtube.com/watch?v=2c9OQZHWbn8  e con i Nighthawks che suonano in punta di dita, con fiati e pianoforte protagonisti. Il CD è godibile dalla prima all’ultima canzone e non ha momenti di stanca, proponendo brani a tutto swing come I’m Going To Give It To Mary With Love, So The Bluebirds And The Blackbirds Got Together, l’irresistibile title track https://www.youtube.com/watch?v=cSpNfzoAfRI , la già citata Between The Devil And The Deep Blue Sea, resa in maniera perfetta https://www.youtube.com/watch?v=lzpnnlzpdd0 , e la coinvolgente You Rascal You https://www.youtube.com/watch?v=jXT1YUgfwa0 , ed alternandoli con momenti all’insegna della raffinatezza, piccole gemme d’altri tempi rilette in esecuzioni da manuale: The Little Things In Life, I Thought About You, My Blue Heaven e Heart And Soul https://www.youtube.com/watch?v=LBiDoHPqEIk .

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Photo Credit Ross Halfin

I’d Rather Lead A Band è quindi un disco da gustare tutto d’un fiato, ed è senza dubbio tra i più divertenti dell’anno appena trascorso.

Marco Verdi

Tra Bluegrass E Country-Rock:The Dillards! Parte II

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Seconda Parte

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Roots And Branches – 1972 United Artists ***1/2

Finito il contratto con la Elektra esce questo album, dove Billy Ray Latham sostituisce Herb Pedersen, prodotto in California da Richard Podolor: ci sono tre brani di Rodney Dillard il resto sono tutte cover, non celeberrime, Redbone Hound con banjo elettrificato ha sonorità inconsuete ma atmosfere tipiche del gruppo, tra country e bluegrass, con le solite eccellenti armonie, Forget Me Not di Bill Martin è una bella ballatona intensa che ricorda il Gene Clark di quel periodo, One A.M. di tale Paul Parrish è comunque un altro brano di buona fattura, elettrico e pulsante. Come pure la piacevole ma inconsistente Last Morning scritta da Shel Silverstein per Dr. Hook & The Medicine Show, Get Out On The Road scritta da Keith Allison del giro Paul Revere, è una sorta di cowboy song elettrica e vibrante, Big Bayou tra Poco e Nitty Gritty, scritta da Gib Gilbeau di Swampwater e Flying Burrito, è una canzone dedicata alla sua Louisiana. Anche I’ve Been Hurt scritta da Gary Itri, che francamente non conosco, si ascolta con piacere, come la successiva Billy Jack scritta da Rodney, che firma anche la conclusiva a cappella Man Of Costant Sorrow, non quella di Dylan parrebbe, per quanto. Stranamente questo è l’unico disco dei Dillards ad entrare nelle classifiche di vendita americane https://www.youtube.com/watch?v=g0S_iI3AJgU . L’anno successivo esce per la Poppy, l’etichetta di Townes Van Zandt

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Tribute To The American Duck – 1973 Poppy/U.A.***

Mitch Jayne molto meno impegnato come bassista, firma con Dillard e Webb ben sei brani, ed è la voce solista nella conclusiva What’s Time A Hog, che si poteva evitare : la formula e la formazione sono le stesse del disco precedente, meno i risultati. Anche in questo caso c’è una ripresa elettrica della vecchia Dooley, e tra i brani nuovi, molti non memorabili, si salvano a fatica l’iniziale Music Is Music, Caney Creek, la morbida Love Has Gone Away, il veloce bluegrass You’ve Gotta Be Strong, arrivando alla sufficienza di stima https://www.youtube.com/watch?v=CBuxBK4NVlk .

La “Seconda Ondata” 1977-1981

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Dopo una pausa di 4 anni i Dillards ci riprovano di nuovo: non c’è più Mitch Jayne che ha lasciato il gruppo nel 1974, a causa di una parziale sordità (ma negli anni va e viene), sostituito da Jeff Gilkinson. La qualità dei dischi inizia a declinare, in modo lento ma quasi inesorabile, però ci sono ancora dischi di buona qualità e soprassalti di eccellenza: The Dillards vs. The Incredible L.A. Time Machine – 1977 Flying Fish ***ha i suoi momenti, come l’iniziale Gunman’s Code, scritta da Larry Murray, Do, Magnolia, Do scritta da Severine Browne, fratello di Jackson, la delicata Softly cantata dal suo autore Gilkinson, che spesso è la voce solista al posto di Rodney, Old Cane Press che rimanda al vecchio bluegrass della band, e la conclusiva Let The Music Flow, l’unica scritta da Dillard https://www.youtube.com/watch?v=6ef9sXfv_Tk , me niente per cui strapparsi le vesti, comunque un disco dignitoso, mai uscito in CD.

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Decade Waltz – 1979 Flying Fish *** Vede il rientro in formazione di Herb Pedersen, mentre Latham viene sostituito dal multistrumentista Douglas Bounsall a mandolino, violino, chitarre e voce. Producono Pedersen e Dillard: una bella versione di Greenback Dollar, Easy Ride di Pedersen, la “parodia” Gruelin’ Banjos, e due altri brani di Gilkinson, Hymn To The Road e Mason Dixon, e la solita cover dei Beatles We Can Work It Out https://www.youtube.com/watch?v=zu24jfOot-w , tra i momenti salienti.

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Lo stesso anno esce Mountain Rock – 1979 Crystal Clear/Sierra/Laserlight ***1/2 un disco curioso, perché fu registrato con la tecnica del direct-to-disk, in pratica un live in presa diretta, stessa formazione con Bounsall cha lascia il violino a Ray Parks: probabilmente il disco migliore del periodo, con l’ottima Caney Creek ad aprire, tra mandolino, violino, steel ed elettrica, ottime il bluegrass spericolato di Don’t You Cry, la cover di Reason To Believe di Tim Hardin con Gilkinson all’armonica. Le riprese di Big Bayou di Guilbeau e I’ve Just Seen A Face dei Beatles hanno echi del vecchio splendore, come pure High Sierra di Pedersen, uno strumentale bluegrass vorticoso, Fields Have Turned Brown della Carter Family, con le vecchie armonie vocali di nuovo magicamente in azione https://www.youtube.com/watch?v=5KF7wKLUHn0&t=3s . Nella versione in CD viene aggiunta anche una colossale versione di oltre 12 minuti di Orange Blossom Special.

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L’ultimo disco del periodo è Homecoming and Family Reunion – 1981 Flying Fish ***, con tutta la famiglia Dillard e vecchi e nuovi membri della band: torna Doug, ma ci sono anche Homer Dillard Sr. E Jr., Earl Jay, Brian, Earline (Sissy), Linda, ma quanti sono, spero di averli citati tutti, presenti pure John Hartford, Mitch Jayne, Herb Pedersen, Dean Webb, Jeff Gilkinson e altri, per una sorta di celebrazione cumulativa di tutta la famiglia allargata, dubito sulla reperibilità, ma mai dire mai. Per la più parte si tratta di un ritorno ai suoni tradizionali del passato, il tutto registrato dal vivo: il repertorio, dove i vari protagonisti si alternano alla guida, è costituito da traditionals, con l’eccezione delle ultime tre canzoni Old Man At The Mill, Listen To The Sound, Daddy Was A Mover, scritte da Doug, Rodney, Mitch Jayne e Herb Petersen. Poi per tutta la decade anni ‘80 un lungo silenzio, fino al

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L’Utimo” Ritorno 1990-1992

dillards let it fly

Let It Fly – 1990 Vanguard ***1/2 Per quella che avrebbe potuto essere l’ultima avventura della band, a fianco dei veterani Rodney Dillard, Dean Webb e Mitch Jayne, arriva anche Steve Cooley, mentre Herb Pedersen, che produce l’album, suona anche le chitarre, il dobro e canta in molti brani. Il disco presenta pezzi nuovi e anche versioni rivisitate di loro classici: in Darlin’ Boys una pimpante canzone scritta da Jayne/Dillard/Pedersen, canta Rodney, mentre Byron Berline è al violino; molto bella anche la ripresa di Close The Door Lightly di Eric Andersen, un ennesimo perfetto esempio del loro country-rock, Old Train scritta e cantata da Pedersen, è un’altra eccellente bluegrass song, Big Ship è una ballata corale cantata di nuovo da Rodney, come la successiva, delicata Missing You. In Out On A Limb, altra ottima country song, fa la sua apparizione la pedal steel di Tom Brumley, mentre la band indulge nella proprie classiche armonie vocali https://www.youtube.com/watch?v=f43pO8eOElY , eccellente picking in Ozark Nights, mentre Tears Won’t Dry In The Rain ha un approccio quasi cantautorale con la bella voce di Dillard in evidenza e Brumley va di nuovo di steel, seguita da un altro ottimo esempio di country-rock come Livin’ In The House, scritta da Chris Hillman, e non manca neppure un Bob Dylan d’annata come quello interpretato in One Too Many Mornings, “dillardizzato” alla grande https://www.youtube.com/watch?v=2HMhj-_Nlq0 , e per concludere un album tra i loro migliori, molto bella anche la title track Let It Fly, altro brano di impianto bluegrass progressivo, con Cooley a banjo ed acustica, Berline al violino e Dean Webb al mandolino, cantata ancora un ispirato Rodney Dillard https://www.youtube.com/watch?v=GWhrh95DN7w , voce solista anche nella collettiva Wizard Of Song, altro brano elettroacustico di eccellente fattura.

dillards take along for the ride

Take Me Along For The Ride 1992 Vanguard ***1/2 sarebbe stato l’ultimo capitolo della loro lunga saga (a parte un Live e una antologia) se non ci fosse stato, come ricordato all’inizio, il clamoroso recente ritorno targato 2020 dell’ottimo Old Road New Again di cui avete letto qualche numero fa sul Buscadero. Venendo a Take Me Along For A Ride, siamo di fronte ad un altro buon album, stessa formazione, senza Pedersen e con Cooley e Rodney alla produzione: con il jingle- jangle dell’iniziale Someone’s Throwing Stones https://www.youtube.com/watch?v=F8QPRkEYhUE , l’immancabile canzone dei Beatles, questa volta In My Life https://www.youtube.com/watch?v=289K0Z4BP0E , Like A Hurricane, non quella di Neil Young, ma il brano di Pat Alger, Take Me Along For A Ride sembra un brano dei primi Eagles https://www.youtube.com/watch?v=O7j8wEep_lk , Against The Grain un folk-rock elettrico, Hearts Overflowing un’altra tipica loro ballata mid-tempo, Banks Of The Rouge Bayou sempre nella linea sonora del passato, rivisitato anche nello strumentale bluegrass Wide Wide Dixie Highway e nella cristallina country song Food On The Table. Nel complesso un altro buon album, leggermente inferiore al precedente. Direi che è tutto, si spera di non dover aspettare altri 28 anni per il prossimo album, perché non credo che ce la potremo fare.

Bruno Conti

Tra Bluegrass E Country-Rock:The Dillards! Parte I

dillards 1

Quando nel 1963 appaiono nello show televisivo The Andy Griffith Show, come l’immaginaria famiglia Darling, i Dillards contribuiscono alla diffusione del genere bluegrass, uno stile musicale che alla sua apparizione negli anni ‘40, attraverso la personalità carismatica di Earl Scruggs (nel cui gruppo militava anche Lester Flatt) e quella dei loro arci rivali The Stanley Brothers, aveva vissuto una prima lunga fase di popolarità, inserita nel filone tra folk ed hillbilly music, e con influenze anche di old-time music, tutti influenzati da quello che fu definito “The Father Of Bluegrass”, ovvero Bill Monroe.

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Nei primi tre album, pubblicati tra il 1963 e il 1965 la band sfruttò anche la sempre più popolare presenza del Festival di Newport, che da jazz era diventato Folk, ma accoglieva anche blues, i primi gruppi, strumentali e vocali, e vari sottogeneri. Forti di un contratto con la Elektra, una delle etichette più “avventurose” dell’epoca, il quartetto iniziò a pubblicare tre album, prodotti da Jim Dickson (futuro manager e mentore dei Byrds e tra i “colpevoli” dell’avvento del country-rock). Anche nel loro caso l’occasione per (ri)parlare del gruppo è stata la recente uscita di un nuovo CD Old Road New Again, dopo un silenzio discografico durato quasi 30 anni e interrotto solo da alcune antologie e da una certa attività concertistica, rallentata negli anni, ma mai cessata del tutto https://www.youtube.com/watch?v=S6VJDEVWUrs .

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Le origini 1963-1965

La band era formata da Rodney Dillard, voce solista e chitarra acustica, dal fratello Doug, virtuoso del banjo, Dean Webb al mandolino e Mitchell Jayne al contrabbasso.

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Back Porch Bluegrass – 1963 Elektra ***1/2

è il loro esordio, quindici brani per 32 minuti scarsi, con le canzoni che come per il coevo R&R faticavano a superare i due minuti. Un misto di materiale tradizionale e qualche composizione originale, tra i brani contenuti c’era una delle prime versioni discografiche di quella Duelin’ Banjo che qualche anno dopo https://www.youtube.com/watch?v=F0rTTgcK0rg , con una s in più nel titolo, nella colonna sonora di Un Tranquillo Week-end di Paura (titolo originale Deliverance) avrebbe avuto un successo clamoroso. Ma già allora i quattro musicisti del gruppo affrontavano i loro brani a velocità siderali, con banjo, mandolino, chitarra e basso che si inseguivano e si inerpicavano in incroci strabilianti, come nella iniziale strumentale Old Joseph https://www.youtube.com/watch?v=b77s8n-KvYo  e nel brano appena citato, ma anche nei pezzi cantati erano ottimi, grazie alle intricate armonie vocali come in Somebody Touched Me https://www.youtube.com/watch?v=1ANStAB_7SU , in canzoni dove il tempo rallentava come Polly Vaughan, nei quali il folk tradizionale anglo-scoto-irandese incontra la musica dei Monti Appalachi https://www.youtube.com/watch?v=PTvFBqQt2CA , discorso che vale non solo per questo brano ma per tutta la musica bluegrass dei Dillards. Quando è il banjo a guidare, come in Banjo In The Hollow, Hickory Hollow o nella più lenta Doug’s Tune, il mandolino insegue affannosamente, ma chi ascolta si diverte comunque; ogni tanto Rodney , Dean e Mitch riescono ad infilare qualche loro composizione, ma nell’insieme il gruppo è molto unito e la musica scorre senza soluzione di continuità.

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Live…Almost!!! – 1964 Elektra ***1/2

Per il “difficile”secondo album giocano subito la carta del disco dal vivo, registrato alla Mecca di Los Angeles, di fronte ad un pubblico che chiaramente apprezza il virtuosismo dei quattro: confrontato con le regole del mercato, poi codificate negli anni a venire, non c’è neppure un brano già presente nel disco precedente, il concetto di promozione, forse esclusi i nomi importantissimi che apparivano in TV o all’interno dei film, era del tutto sconosciuto all’epoca, soprattutto per chi non faceva musica “commerciale”. E quindi ecco scorrere una selezione di 13 brani, al solito un misto di traditionals e materiale originale: la qualità del suono, per essere un live del 1964 è eccellente, si parte a tutta birra con lo strumentale Black Eyed Susie, il pubblico apprezza anche le battute della band, che si presentano come un gruppo di hillbillies https://www.youtube.com/watch?v=VMZ_3lx4eAU , benché vengano da Missouri e Indiana, ma sono già temprati dalle esperienze televisive come Darling e molto disinvolti, comunque un po’ di nostalgia di casa traspare, come testimonia la bella Never See My Home Again https://www.youtube.com/watch?v=bVZR7uZiC-I , scritta da Rodney e Mitch, autori anche della successiva There Is A Time, dove l’approccio si fa più ricercato, anche grazie alle armonie vocali che affiancano l’immancabile virtuosismo strumentale https://www.youtube.com/watch?v=sXFG5KCbl8k .

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Old Blue è l’occasione per presentare un brano sentito girando per Festival, attraverso le interpretazioni di Joan Baez e Pete Seeger, forse gli intermezzi parlati sono fin troppo lunghi https://www.youtube.com/watch?v=RMw2Fdylb4E , ma la musica fluisce sempre in modo brillante; Sinkin’ Creek è un altro strumentale eccellente di Doug, mentre The Whole World Round, scritta da Mitch Jayne è ispirata dagli Ozarks, mountain music di squisita fattura, prima di ripartire a tutta velocità con lo strumentale Liberty e con la cover della celeberrima Dixie Breakdown di Don Reno, dove gli intrecci degli strumenti sono fantastici. Nel frattempo hanno scoperto anche “Bobby” Dylan (giuro!), di cui rifanno in chiave bluegrass una deliziosa Walkin’ Down The Line https://www.youtube.com/watch?v=jynISJFUpmg  e dal folk tradizionale pescano anche la bellissima Pretty Polly, al solito con la presentazione più lunga della canzone. Nel 1965 la band si trova presa tra due fuochi: da una parte il loro desiderio di innovare il suono, con le nuove tendenze in ambito country e dintorni, dall’altra la richiesta della Elektra (e dei loro fans più tradizionalisti) di avere un nuovo disco strettamente di bluegrass. A questo punto, obtorto collo, decidono di registrare un nuovo album tutto di brani strumentali unendo le forze con l’amico Byron Berline, un violinista che era tra i talenti emergenti del settore, in modo che tutti, letteralmente nelle parole di Rodney Dillard all’epoca “si potessero prendere il disco e infilarselo su per il c…”, se mi passate il francesismo. Comunque

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Pickin’ & Fiddlin’ with Byron Berline – 1965 Elektra ***1/2

Al di là delle premesse, è un signor disco come gli altri, anzi, con l’aggiunta di un violinista gli interscambi tra i vari musicisti si fanno ancora più intricati e gli appassionati, benché un po’ doloranti per dove se lo erano dovuto infilare, godettero comunque. Scusate per i commenti scatologici, la musica rimane eccellente: il violino spesso guida le danze, dall’iniziale Hamilton County passando per Fisher’s Hornpipe, Paddy On The Turnpike, le variazioni di Jazz Bow Rag, la divertente Tom And Jerry, la cowboy song Cotton Patch, la giga Durang’s Hornpipe e così via, forse un po’ ripetitivo, per cercare il pelo nell’uovo, ma molto godibile https://www.youtube.com/watch?v=Wz13efY5kIw . Per chi volesse i tre album insieme si trovano riuniti in un doppio CD della BGO, che vedete sopra.

dillard & clark

A questo punto, per preparare la svolta, iniziano a girare dal vivo insieme ai Byrds, con Doug Dillard che dal banjo passa ad una versione elettrica dello strumento costruita dalla Rickenbacker e aggiungono il futuro batterista dei Buffalo Springfield Dewey Martin, ma Doug non è d’accordo con la nuova direzione della band e lascia, curiosamente per andare a suonare lo stesso tipo di musica nel duo Dillard And Clark https://www.youtube.com/watch?v=ai31IX3vBrE , ma come direbbe Obelix, SPQM, Sono Pazzi Questi Musicisti https://www.youtube.com/watch?v=KMtCrVUtmDg . E così rinnovata la fiducia con la Elektra con un nuovo contratto si passa

dillards 1968

Dal Bluegrass Al Country-Rock 1968-1970

Anche se il genere venne presentato come progressive bluegrass, tra di noi possiamo dircelo era country-rock.

Dillards Wheatstraw_Suite

Wheatstraw Suite – 1968 Elektra ****

Certo gli elementi bluegrass non mancano, ma erano comunque presenti anche in parecchie altre band che iniziavano ad approcciare lo stile: al posto di Doug Dillard arriva l’ottimo Herb Pedersen, voce solista, chitarra ritmica e banio, Rodney Dillard aggiunge chitarra elettrica, dobro e pedal steel, e mentre Dean Webb mandolino e Mitch Jayne contrabbasso rimangono l’area più tradizionalista del gruppo, come ospiti appaiono Buddy Emmons alla pedal steel, Joe Osborn al basso elettrico e alla batteria si alternano Toxey French e Jim Gordon, da lì a poco con Derek And Dominos. Sono solo 13 brani, neppure 28 minuti in tutto, ma insieme al disco della International Subamarine Band di Gram Parsons, ai primi dischi della Nitty Gritty, ai Byrds di Sweetheart Of The Rodeo, gli Everly Brothers di Roots, furono tra i primi ad inquadrare il genere country-rock che poi sarebbe esploso nel 1969. La breve I’ll Fly Away cantata a cappella, è una vecchia gospel song, ma è l’occasione per gustare subito le armonie vocali dei “nuovi” Dillards, Nobody Knows è splendida, banjo e mandolino convivono con il sound più elettrico, la melodia è deliziosa, la parte cantata pure, in Hey Boys la parte bluegrass è ancora prevalente, ma l’approccio è più moderno e meno tradizionale e rigoroso guardate il video live a Playboy After Dark (!!!) https://www.youtube.com/watch?v=PfUpQsGCInE , The Biggest Whatever anticipa Poco e Flying Burrito Brothers (con qualche rimando ai Buffalo Springfield) grazie alla bella voce di Rodney e anche Herb Pedersen ci regala una dolcissima ballata come Listen To The Sound, con qualche piccolo tocco orchestrale, mentre Little Pete anticipa, a tutta pedal steel, quanto farà 20 anni dopo con la Desert Rose Band. Tra le cover spiccano una affascinante e corale Reason To Believe, sempre con uso di archi https://www.youtube.com/watch?v=r4YHyqdUyXw , e anche I’ve Just Seen A Face dei Beatles si presta alla perfezione al sound dei Dillards https://www.youtube.com/watch?v=oAzRJ6vcSdY . Troviamo qualche riempitivo ma nell’insieme il disco è veramente molto bello, ottimo anche il bluegrass -rock di Don’t You Cry e la grande ballata country She Sang Hymns Out Of Time scritta da Jesse Lee Kincaid https://www.youtube.com/watch?v=blihFiUvX0s . Come ottimo è pure il successivo album

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Copperfields – 1970 Elektra ****

Il suono si fa più elettrico, Andy York è il nuovo batterista, Herb Pedersen suona anche la chitarra elettrica e il nuovo produttore John Boylan anticipa i suoi futuri lavori con Linda Ronstadt, Pure Prairie League e Commander Cody. Apre una bella cover di Rainmaker di Harry Nilsson, tra guizzanti steel e chitarre elettriche, oltre alle solite eccellenti armonie vocali https://www.youtube.com/watch?v=xOQT3ivUoKM , segue l’elettroacustica In Our Time di Rodney Dillard che ricorda di nuovo i primi Poco  , e The Old Man At The Mill, un brano firmato coralmente dalla band, con l’aggiunta di Pedersen, già presente come traditional nel primo album del gruppo, qui banjo e mandolino sono ancora gli strumenti principali ma il suono è elettrificato. Touch Her If You Can, con una leggera orchestrazione, sembra quasi un pezzo di CSN https://www.youtube.com/watch?v=vIKvWidhbxY , mentre l’incalzante Woman Turn Around è un tipico country-rock dell’epoca, seguito da una cover di Yesterday dei Beatles, cantata a cappella dalla band in una suggestiva rilettura https://www.youtube.com/watch?v=SphbXd6-IuY , mentre Brother John e Copperfields di Herb Pedersen sembrano quasi dei brani di David Crosby o Gene Clark, entrambi molto belli. West Montana Hanna di Jayne e Pedersen si regge sempre sulle armonie a tre/quattro parti tipiche dei Dillards https://www.youtube.com/watch?v=Cn7maErbtgQ , che poi affrontano la squisita Close The Door Lightly di Eric Andersen, sempre con pedal steel pronta alla bisogna https://www.youtube.com/watch?v=M38LUKpfFkE . Pictures è una avvolgente ballata di stampo westcoastiano, con acustiche arpeggiate e la voce delicata di Doug in evidenza, mentre Ebo Walker, con Byron Berline ospite al violino, dedicata al futuro membro dei New Grass Revival, è effettivamente un bluegrass progressivo, e la conclusiva Sundown di Pedersen è una malinconica ed epica ballata strumentale.

Fine prima parte, segue…

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica: Uno Show Più Breve Del Solito, Ma Non Per Questo Meno Appassionante. Bruce Springsteen & The E Street Band – Greensboro 2008

bruce springsteen 2008

Bruce Springsteen & The E Street Band – Greensboro, North Carolina April 28, 2008 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

(Piccola premessa: il “breve” del titolo riferito alla durata del concerto di cui mi occupo oggi è in relazione allo standard abituale del Boss, dato che comunque siamo di fronte ad uno show di due ore e mezza, timing inarrivabile per il 90% degli acts mondiali…e che è stato deciso di rappresentare su tre CD quando ci stava comodamente su due).

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Tra le miriadi di fans di Bruce Springsteen ce ne sono molti che io definisco scherzosamente “talebani”, soprattutto quando sostengono che le mitiche esibizioni dal vivo del loro idolo che hanno più valore sono quelle di inizio carriera e comunque fino al tour di The River (e fin qui posso essere abbastanza d’accordo), mentre il Boss post reunion con la E Street Band, quindi dal 1999 in avanti, è una rockstar di mezza età (ed oggi della terza età) senza più la fame di quando era giovane e con la tendenza ad autocelebrarsi in spettacoli troppo magniloquenti. Su questa seconda parte dissento, in quanto Springsteen oggi è ancora una formidabile macchina da spettacolo, e non ci trovo nulla di scandaloso nell’affermare che uno show degli anni duemila può coinvolgermi e divertirmi esattamente come uno del 1978, e siccome io ai concerti ci vado per essere intrattenuto a dovere sinceramente (ed egoisticamente, lo ammetto) mi interessa poco se chi è sul palco non sa cosa farà tra un mese o vive a mollo nei dollari come Zio Paperone.

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Ad esempio, il triplo CD di cui vi parlo oggi, terzultima uscita degli archivi dal vivo di Bruce, è riferito ad una tappa del Magic Tour del 2008 a Greensboro, North Carolina, una serata che non ha implicazioni leggendarie né riveste particolare importanza storica come altri episodi della serie, ma è comunque una goduria dalla prima all’ultima canzone. Lo show fa parte della tournée seguita alla pubblicazione di Magic, non il miglior disco del nostro ma comunque un album diretto e godibile, il classico CD da ascoltare in macchina (e certamente molto meglio dei futuri Working On A Dream e High Hopes), un lavoro che vedeva al suo interno per l’ultima volta Danny Federici, morto di melanoma all’indomani delle sedute di registrazione. Ed è proprio all’ex organista del gruppo che è dedicato l’inizio dello show, con una toccante versione della ballata Blood Brothers, che negli anni Bruce ha eseguito pochissime volte (era uno dei quattro inediti inclusi nel Greatest Hits del 1995), seguita da altre due rarità, una Roulette tagliente come una lama https://www.youtube.com/watch?v=ng_U0enAUeg  ed una bellissima Don’t Look Back (outtake di Darkness On The Edge Of Town) che è puro E Street sound https://www.youtube.com/watch?v=kC3pDMD5c1U .

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Magic è rappresentato da ben sette selezioni, non tutte allo stesso livello: se da una parte abbiamo la travolgente Radio Nowhere, vero e proprio inno da stadio, e le epiche Last To Die https://www.youtube.com/watch?v=O0SJQDdMIMM  e Long Walk Home (i due vertici dell’album del 2007), dall’altra sia Gypsy Biker che Devil’s Arcade sono due brani piuttosto nella media https://www.youtube.com/watch?v=OjEkx2TPKSU , mentre gradevole risulta Livin’ In The Future anche se ricorda parecchio Tenth Avenue Freeze-Out, e niente male Magic riletta in veste folk acustica. Chiaramente non mancano i classici che in un concerto del Boss ci sono quasi sempre (Out In The Street, The Promised Land, Darkness On The Edge Of Town, Badlands), ma anche le sempre acclamatissime Because The Night e Trapped (cover di Jimmy Cliff che ormai è un evergreen del Boss a tutti gli effetti) https://www.youtube.com/watch?v=lU48IdY0Xe0 , nonché un richiamo agli esordi con una splendida e vigorosa It’s Hard To Be A Saint In The City.

06/25/2008 - Bruce Springsteen - Bruce Springsteen in Concert at San Siro Stadium in Milan - June 25, 2008 - San Siro Stadium - Milan, Italy - Keywords: "The Boss", Bruce Springsteen and the E Street Band Steel Mill Miami Horns Southside Johnny Gary U.S. Bonds USA for Africa Artists United Against Apartheid The Sessions Band - False - ** WORLDWIDE SYNDICATION RIGHTS EXCLUDING UK & ITALY - NO PUBLICATION IN UK OR ITALY ** - Photo Credit: Solarpix / PR Photos - Contact (1-866-551-7827)

Photo Credit: Solarpix / PR Photos – Contact (1-866-551-7827)

Tre pezzi provengono dall’allora recente The Rising, e cioè l’epica title track, la coinvolgente Waitin’ On A Sunny Day (non ancora il singalong degli ultimi anni) e la lunga e trascinante Mary’s Place, una sorta di Rosalita degli anni 2000 https://www.youtube.com/watch?v=9vUAosIeVA4 . Nei bis come al solito i nostri sparano le ultime cartucce alla grande con la sempre eccelsa Backstreets seguita dalla “crowd-pleaser” Bobby Jean e dall’immancabile Born To Run, mentre il gran finale è riservato al rock’n’roll di Ramrod ed alla potente ed Irish-oriented American Land, che riesce a far saltare tutto il pubblico anche dopo due ore e mezza. Nella prossima uscita torneremo agli albori della leggenda del Bruce Springsteen performer, con una serata londinese del 1975…per la gioia dei “talebani” di cui sopra.

Marco Verdi

Un Ennesimo Ottimo Album Della Band Inglese, Nuovo Ma Vecchio Al Contempo. Fairport Convention – Fame And Glory

fairport conventio fame and glory

Fairport Convention – Fame And Glory Reissue 2020 – Explore Rights Managent Ltd/Cherry Red

Fame And Glory è una sorta di album matrioska: già pubblicato nel 2008 dalla Matty Grooves, l’etichetta personale dei Fairport Convention, che ha comunque una buon distribuzione (per quanto non capillare), praticamente si trattava già allora di una specie di compilation di brani della band inglese, estrapolati dalle produzioni di Alan Simon, un musicista bretone, molto noto in ambito folk- celtic – prog rock-world-new age, che tra il 1998 e il 2009 (e qui le date non coincidono) ha realizzato una serie di cinque album, tre della serie Excalibur, più Gaia e Anne De Bretagne, che trattano dei miti e delle leggende delle epoche cavalleresche. Ovviamente quindi non stiamo parlando di un vero e proprio album dei Fairport, ma di una sequenza di canzoni estrapolate, da questi dischi; dove peraltro appaiono molti altri musicisti famosi nei generi citati: e alla fine il risultato, ottimo, ha anche una sua logica, tanto che a dodici anni dal CD originale, togliendo (o aggiungendo) un’altra matrioska otteniamo un ulteriore variazione sul tema, con altre tre bonus aggiunte alla versione “originale”.

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Dave Pegg, basso e Gerry Conway (meno un brano dove c’è Dave Mattacks), batteria, Simon Nicol e Chris Leslie, chitarre acustiche ed elettriche, mandolino, bouzouki, e violino, equamente divisi tra i due, che si spartiscono anche le parti vocali, con Ric Sanders al violino, sono il nucleo della band in quella decade. Castle Rock è lo strumentale che apre idealmente questa lunga suite, una vibrante giga elettrica guidala dal violino e dalla solista pimpante di Chris Leslie, mentre un lirico Martin Lancelot Barre, all’epoca ancora nei Jethro Tull, è il chitarrista ospite in Pilgrims, dal secondo Excalibur, composto quasi interamente, come tutti i brani di questa saga, da Simon https://www.youtube.com/watch?v=PLViztoculY ; Celtic Dream, estratta dal terzo capitolo dal vivo, vede la presenza di ben due flautisti, lo stesso Simon e Brian Finnegan, per un’altra extravaganza folk strumentale, con interessanti intrecci tra i vari musicisti presenti, che potrebbero ricordare parecchio la musica di Alan Stivell https://www.youtube.com/watch?v=m5FxT0N7CF4 . The Geste Of Gauvain, cantata da Simon Nicol e con la presenza anche di una orchestra, viene sempre dal primo Excalibur https://www.youtube.com/watch?v=urlCo6jGOH8 , mentre Morgane, ancora dal live, vede la presenza di Dan Ar Braz alla chitarra e Jacqui McShee alla voce, in una epica ballata, dove si gusta anche la presenza del violinista jazz Didier Lockwood, che duetta con l’altro violino di Sanders https://www.youtube.com/watch?v=Lq1clF_lESk .

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Doppio flauto di nuovo per la breve Dragon Breath, dove partecipa anche il sassofonista dei Supertramp John Helliwell, pure al clarinetto, ottima anche la sognante Lugh, nella quale rimane Helliwell, e arriva John Wetton dei King Crimson, con Barre che esplode un assolo dei suoi nel finale, e di nuovo dal live la lunga Behind The Darkness, con testo di Simon e musica di Leslie e Sanders, che guidano le danze, nel vero senso della parola, molto bello anche questo brano https://www.youtube.com/watch?v=DH4v4vShfkA . La Guerre Folle, viene dalla rock opera Anne De Bretagne, uno strumentale con il franco-irlandese Pat O’May alla chitarra, Fame And Glory dal vivo è cantata da Nicol https://www.youtube.com/watch?v=ltAXFQHLlgs , mentre la bellissima Sacrifice con Andreas Vollenweider all’arpa, Jacqui McShee alla voce e Martin Barre alla chitarra è un altro gioiellino https://www.youtube.com/watch?v=k4A1AeScUrs . Danza Del Crepusculo (ma imparare l’italiano no!?) è un breve pezzo per violino solo di Sanders da Gaia, la deliziosa Marie La Cordeliere, cantata dal coautore James Woods, viene sempre da Anne De Bretagne, come pure la successiva Duchess Anne, altro brillante folk-rock in tipico stile FC, e a chiudere l’album originale l’epilogo della rock opera, The Soldier, cantata da Chris Leslie, che si accompagna con il solo bouzouki.

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Sarebbe già tutto molto bello (e vivamente consigliato nel caso non lo abbiate), ma ci sono anche tre bonus: una ulteriore giga rock strumentale come Beltaine, una diversa versione di Fame And Glory, registrata in studio, e Goodbye My Friends un’altra canzone inedita https://www.youtube.com/watch?v=KXWE-JdK-SU , sempre nel tipico stile dei Fairport Convention.

Bruno Conti

Meno Male Che I Dischi Belli Li Sa Ancora Fare! Sturgill Simpson – Cuttin’ Grass Vol. 1

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Sturgill Simpson – Cuttin’ Grass Vol. 1 – High Top Mountain/Thirty Tigers CD

Dire che Sturgill Simpson, dopo gli esordi con i Sunday Valley (con i quali comunque non ha mai pubblicato alcunché), ha avuto una carriera qualitativamente altalenante è usare un eufemismo. Infatti dopo i primi due ottimi album di puro Outlaw Country il musicista del Kentucky ha spiazzato un po’ tutti nel 2016 con A Sailor’s Guide To Earth, nel quale deviava decisamente verso un pop-errebi dal suono fine anni sessanta, un lavoro più sulla falsariga di Anderson East e Nathaniel Rateliff senza però essere a quei livelli. Non un brutto disco, ma una digressione inattesa che poteva far venire qualche dubbio su chi fosse il vero Simpson; le incertezze sono poi cresciute a dismisura nel 2019, quando Sturgill ha pubblicato il pessimo Sound & Fury, un album orripilante a base di hard rock, grunge, dance e rock elettronico che lo aveva ancora più allontanato dai fans della prima ora senza peraltro fargliene acquisire di nuovi https://discoclub.myblog.it/2019/11/08/probabilmente-uno-dei-dischi-piu-brutti-dellanno-sturgill-simpson-sound-fury/ .

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Quest’anno il nostro ha prodotto l’eccellente terzo album di Margo Price, That’s How Rumors Get Started https://discoclub.myblog.it/2020/07/11/nuovi-e-splendidi-album-al-femminile-parte-1-margo-price-thats-how-rumors-get-started/ , e poche settimane fa ha dato alle stampe un po’ a sorpresa un album di puro bluegrass, inciso nei piccoli Butcher Shoppe Studios di Nashville insieme ad un manipolo di accompagnatori noti (Stuart Duncan al violino, Mark Howard e Tim O’Brien alle chitarre, la cantautrice Sierra Hull alla voce e mandolino) e meno noti (Mike Bub al basso, Scott Vestal al banjo e Miles Miller alle percussioni). Cuttin’ Grass Vol. 1 è un disco assolutamente sorprendente, che ci rivela l’ennesimo lato musicale di Sturgill: non si tratta infatti di un album di country music moderna con elementi bluegrass, bensì un lavoro di puro bluegrass al 100%, suonato e cantato come si faceva in mezzo alle montagne circa 60-70 anni fa. E, cosa più importante, il disco risulta bello e credibile, suonato benissimo e cantato in maniera ottima dal leader che dimostra quindi di non avere abbandonato la retta via.

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Non ci sono canzoni nuove in Cuttin’ Grass Vol. 1 (mentre scrivo queste righe è già uscito il secondo volume, ma solo in streaming, per il fisico bisognerà aspettare l’aprile 2021), né brani appartenenti alla tradizione: Simpson infatti ha scelto venti canzoni dai suoi dischi passati (ma niente da Sound & Fury), aggiungendo perfino qualche cosa dei Sunday Valley, e le ha riarrangiate in stile bluegrass facendole sembrare composizioni scritte apposta per questo progetto e dimostrando anche di avere una voce decisamente duttile ed un’attitudine da vero tradizionalista. Nel CD trovano spazio ballate cristalline come All Around You https://www.youtube.com/watch?v=kXGugEWmnSg , Breakers Roar (ariosa e splendida), le nostalgiche I Don’t Mind https://www.youtube.com/watch?v=xYcmf9cRp7A  e I Wonder, il valzer d’altri tempi Old King Coal, la western-oriented Voices e la malinconica Water In A Well.

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Ma soprattutto ci sono brani dal ritmo coinvolgente (sia con che senza le percussioni) e gran dispendio di assoli di chitarre, violino, mandolino e banjo, come All The Pretty Colors, Just Let Go, Life Ain’t Fair And The World Is Mean (deliziosa) https://www.youtube.com/watch?v=HQ2i54in27Q , A Little Light, puro esempio di mountain music con elementi gospel, la super-tradizionale Long White Line (unica non scritta da Sturgill ma da Buford Abner, uno dei padri del bluegrass), che sembra quasi fondersi con la scintillante Living The Dream, Sometimes Wine, che conta su strepitose performance strumentali https://www.youtube.com/watch?v=_oTovhnxDg4 , o pezzi ritmicamente forsennati come Railroad Of Sin e The Storm. Senza tralasciare Time After All e Turtles All The Way Down che hanno due tra le melodie più dirette ed orecchiabili del CD.

Con Cuttin’ Grass Vol. 1 Sturgill Simpson ha dunque dimostrato di essere ancora in grado di dire la sua, anche se questo saltare di palo in frasca non mi lascia del tutto tranquillo per il futuro.

Marco Verdi