Torna Il “Profeta” Con Un Altro Bel Disco. Chuck Prophet – The Land That Time Forgot

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Chuck Prophet – The Land That Time Forgot – Yep Roc CD

Bobby Fuller Died For Your Sins, uscito nel 2017, aveva ricevuto ovunque ottime critiche ed era stato giudicato come uno dei lavori più riusciti della corposa discografia di Chuck Prophet, singer-songwriter e chitarrista californiano noto per essere stato dal 1985 al 1992 l’alter ego di Dan Stuart nei magnifici Green On Red, semplicemente una delle migliori rock band di quel periodo (oggi colpevolmente dimenticati dalle case discografiche, cosa ancora più incredibile dato che ultimamente vengono ristampati anche album sconosciuti di oscure band psichedeliche degli anni 60 e 70). Prophet non ha mai assaporato il successo come solista, né ha mai inciso per una major, ma ha sempre fatto la musica che ha voluto nei tempi scelti da lui, e pur con alti e bassi fisiologici di una discografia che conta circa una quindicina di album in trent’anni https://discoclub.myblog.it/2012/03/01/l-altra-meta-del-cielo-chuck-prophet-temple-beautiful1/ , non ha mai veramente deluso arrivando in qualche episodio ad entusiasmare (come nel caso di Balinese Dancer, uno dei più bei dischi di rock “indipendente” del 1992).

Ora Chuck torna tra noi con un lavoro nuovo di zecca intitolato The Land That Time Forgot, un album davvero riuscito che conferma il suo ottimo stato di forma, dodici canzoni in cui il biondo musicista non cerca contaminazioni di sorta o suoni alla moda, ma ci regala circa tre quarti d’ora di sano e classico rock’n’roll chitarristico senza fronzoli, ben bilanciato tra ballate e pezzi più mossi e con un songwriting decisamente ispirato frutto della collaborazione a livello di testi con il poeta e scrittore Kurt Lipschutz. Prodotto dallo stesso Prophet insieme a Kenny Siegal e Matt Winegar e masterizzato dal leggendario Greg Calbi, The Land That Time Forgot può contare sul contributo di una lunga serie di sessionmen che danno al disco un suono ricco ed articolato, tra i quali segnalerei Dave Sherman al piano, organo e tastiere varie, Rob Stein alla steel guitar, Jesse Murphy al basso, Vicente Rodriguez alla batteria, James DePrato alla seconda chitarra e slide e Dave Ryle al sassofono. Il CD parte molto bene con la brillante Best Shirt On, una solare rock song chitarristica dal ritmo sostenuto, jingle-jangle byrdsiano e tracce di Tom Petty (anche per il timbro vocale di Chuck, simile a quello del compianto rocker), oltre ad un motivo davvero godibile ed immediato.

Un intreccio di chitarre introduce la lenta High As Johnny Thunders, ballatona fluida e distesa in cui il nostro parla e canta con disinvoltura e con un bell’intermezzo strumentale nel quale la sei corde del leader duetta col sax; la nervosa Marathon ha un intro potente degno degli Stones, ritmica pressante e Chuck che viene doppiato dalla voce femminile di Stephanie Finch, per un brano all’insegna del rock’n’roll in cui grinta e bravura vanno di pari passo. Nella languida Paying My Respects To The Train compare una steel in lontananza, ed il pezzo è uno slow crepuscolare guidato dal solito bel gioco di chitarre e con la complicità di un piano elettrico: canzone evocativa che mette in evidenza il songwriting maturo del nostro. Willie And Nilli è ancora un lento, ma di qualità ancora superiore: un pezzo intenso, struggente ed eseguito superbamente, dotato di una melodia che colpisce dritta al cuore; Fast Kid è invece una rock song ficcante e diretta, estremamente gradevole e con una slide malandrina, mentre Love Doesn’t Come From A Barrel Of A Gun è un midtempo elettroacustico decisamente ruspante e di nuovo con le chitarre che doppiano benissimo l’orecchiabile motivo.

Nixonland è uno degli highlights del disco, una ballata di grande spessore e potenza che inizia in maniera suggestiva con la chitarra acustica affiancata dal pianoforte, subito raggiunti dall’elettrica suonata in modalità “twang” e dalla sezione ritmica, mentre Prophet sciorina una melodia molto incisiva: ottima anche la coda strumentale. La delicata Meet Me At The Roundabout è una folk song acustica e cristallina, un momento di pace prima della gustosa Womankind, piacevole canzone guidata da chitarra e piano con echi di Jersey Sound springsteeniano e perfino un tocco di doo-wop alla Dion & The Belmonts. Chiusura con lo slow Waving Goodbye, che l’uso della steel rende vagamente country, e con Get Off The Stage, altra rock ballad pettyana dal notevole impatto emotivo.

Credo di non dire una bestialità se affermo che Chuck Prophet è uno dei musicisti più sottovalutati del panorama americano, ma lui come al solito va dritto per la sua strada e con The Land That Time Forgot ci consegna un altro prezioso tassello di una discografia di tutto rispetto.

Marco Verdi

Dal Cuore Dell’Irlanda Una Toccante Serata A Scopo Benefico. Mick Flannery – Alive Cork Opera House 2019

mick flannery alive

Mick Flannery – Alive Cork Opera House 2019 – Rosaleen Records – CD – LP

Sono passati quindici anni da quando Mick Flannery ha pubblicato il suo album di debutto il bellissimo (ma passato quasi inosservato) Evening Train (05), comunque era già chiaro fin da allora che il nativo di Blarney, nei suoi testi e nelle sue melodie era influenzato dai Van Morrison, Leonard Cohen, Tom Waits (tutti grandi di quel periodo passato ma da non dimenticare), con una voce “burberamente” affascinante che completava il suo stile di “songwriter”. Dall’uscita del suo ultimo disco omonimo dello scorso anno https://discoclub.myblog.it/2019/07/11/dalla-contea-di-cork-torna-lultimo-storyteller-mick-flannery-mick-flannery/ , il buon Mick con la sua band, ha eseguito oltre 100 concerti tra Irlanda, Regno Unito, Stati Uniti e Canada, e questo CD che andiamo a recensire è un lavoro completamente indipendente con 17 tracce live registrate lo scorso anno, nel mitico Opera House Theatre di Cork, con la meritevole iniziativa di Flannery di devolvere i proventi delle vendite del disco a tutti i componenti della sua band (compresa anche la troupe), che improvvisamente, causa “Covid-19”, si sono ritrovati senza lavoro nei mesi seguenti. Poteta acquistarlo qui https://mickflannery.bandcamp.com/album/alive-cork-opera-house-2019

Così la sera del 26 Settembre 2019, Flannery voce, chitarra e pianoforte si porta sul palco la sua fidata band composta da Alan Comerford alla chitarra elettrica, Mike O’Connell al basso, Phil Christie alle tastiere, Christian Best alla batteria, Matthew Berrill al sassofono e clarinetto, Karen O’Doherty al violino, e come vocalist sua zia Yvonne Daly, sotto la supervisione dell’ingegnere del suono e produttore John Fitzgerald. Il concerto si apre con uno dei brani più toccanti di Flannery, Wasteland tratta dall’album omonimo dello scorso anno, con un suono rock più potente e che termina con un assolo di chitarra, cosa che si ripete nella “morrisionana” There Must Be More con tanto di sassofono in sottofondo, per poi recuperare dall’album di debutto una sempre commovente Take It On The Chin, a cui segue Get What You Give, riletta con un ricco tessuto sonoro. Con One Of The Good Ones si scopre la parte più rock di Mick, per poi tornare subito alle atmosfere più calde e ovattate di una sofferta I’ll Be Out Here valorizzata dal sassofono di Berrill e dalla soave voce di zia Yvonne, e dopo una presentazione parlata va a recuperare dall’album Red To Blue, un valzer romantico come Boston, solo pianoforte e voce, mentre How High viene presentata con il coinvolgimento di tutta la band.

Dopo una breve conversazione con il pubblico, Flannery recupera da Evening Train un altro dei suoi brani più noti e amati dal pubblico, la sempre commovente In The Gutter, per poi divertire i presenti con il testo spiritoso di una divertente e inedita Christy Skull Hits, ritornare nei suoi panni abituali con l’ariosa melodia di Come Find Me, e meritoriamente portare alla luce da un EP poco conosciuto come Mickmas (18), una potente Star To Star cantata e suonata al meglio con in evidenza il sassofono del bravo Berrill nella parte conclusiva. Dopo la presentazione dei componenti della band, la parte finale del concerto vede Flannery saccheggiare un album importante come Red To Blue con l’omonima title track, con una sezione ritmica più potente, proseguire nel segno del rock con No Way To Live, commuovere il pubblico in sala con le note lamentose del sassofono di una Small Fire dall’intrigante finale “psichedelico”, e andare a chiudere un concerto splendido con I Own You, dove si manifesta ancora una volta la parte meno conosciuta e più “rock” del cantautore Irlandese.

Per il sottoscritto uno dei pericoli degli album dal vivo è mettere fianco a fianco le canzoni dell’ultimo album in studio, con quelle registrate magari quindici anni prima, ma in questo caso specifico il pericolo non sussiste, in quanto c’è sempre stata qualità in tutti i suoi album nel corso degli anni, compreso questo Alive, At Cork Opera House, ulteriore esempio dell’immenso talento di Mick Flannery come cantautore, che lo fa aggiungere a quella lunga lista di piccoli e grandi tesori nascosti nel panorama della musica Irlandese.

Tino Montanari

In Attesa Del Bellissimo Box Di Richard Thompson Ecco Un Ennesimo Concerto Degno Di Menzione. Richard Thompson – Live At Rock City, Nottingham November 86

richard thompson live at rock city nottingham

Richard Thompson – Live At Rock City, Nottingham November 86 – 2CD Angel Air

All’incirca un anno fa, più o meno in questo periodo, usciva un fantastico doppio CD dal vivo Across A Crowded Room Live At Barrymore’s 1985, pubblicato dalla Real Gone Music (e del quale purtroppo, per un disguido, non fu pubblicata la recensione sul Buscadero) https://discoclub.myblog.it/2019/08/21/il-recupero-di-un-raro-ma-bellissimo-disco-dal-vivo-dal-passato-richard-thompson-across-a-crowded-room-live-at-barrymores-1985/ : si trattava del tour di Richard Thompson immediatamente antecedente a quello contenuto nel doppio CD di cui andiamo ad occuparci, in origine negli anni ‘80 uscito solo su Laser Disc, mentre questo Live At Rock City proviene da un broadcast radiofonico (ma mancano quattro brani del concerto), per il quale la qualità sonora è diciamo molto buona, anche se non al livello della serata canadese al Barrymore.

La formazione è la stessa del concerto del 1985, Clive Gregson e Christine Collister, voci di supporto, acustiche e organo, Rory McFarlane al basso, Gerry Conway alla batteria, con una aggiunta significativa, il grande John Kirkpatrick alla fisarmonica, o button accordion se preferite il termine inglese (che nelle note, per un refuso, diventa accordian): quindi è una rara, se non rarissima, occasione per ascoltare Richard Thompson e Kirkpatrick dividere il palco. Il tour era per promuovere l’album “americano” Daring Adventures, prodotto da Mitchell Froom, ma come d’abitudine si pescavano brani da tutta la sua immensa discografia: si parte subito forte con Man In Need, tratto da Shoot Out The Light, brano accolto da un boato del pubblico, che coniuga come d’abitudine il suo approccio Folk (i tocchi fisa di Kirkapatrick) alla assoluta maestria alla chitarra elettrica con un suo tipico assolo, mentre Collister e Gregson aggiungono le loro celestiali armonie vocali. When The Spell Is Broken viene da Across A Crowded Room, una delle sue splendide, uniche, inconsuete ed intense ballate, con lavoro sublime alla solista e grande esecuzione della band.

Two Left Feet da Hand Of Kindness è uno dei pezzi più mossi e brillanti, una moderna giga con ampio spazio per Kirkpatrick, la poco conosciuta Jennie viene da Daring Adventures ed è comunque una delle sue tipiche malinconiche elegie all’amore tormentato, con la Collister ispirata al controcanto ed un altro assolo da urlo, seguita da A Bone Through Her Nose, altro pezzo nuovo per l’epoca, titolo meraviglioso, brano di impianto rock, quasi funky, al quale Thompson fa seguire Calvary Cross, uno dei miei brani preferiti in assoluto, molto amato anche dal pubblico inglese, che Richard ripaga con una esibizione superba e assolo lancinante in crescendo che raggiunge il Paradiso (dei chitarristi). Al Bowlly’s In Heaven, all’epoca nuova, sarebbe diventata negli anni una delle sue canzoni più belle (peccato per i problemi tecnici), e come rarità per la serata il medley folk strumentale Whitefriar’s Hornpipe/Shreds and Patches con Kirkpatrick al centro del palco.

Il secondo CD parte con You Don’t Say, sempre dall’album del 1985, con Thompson, Collister e Gregson impegnati in armonizzazioni vocali di grande pregio: cosa dire di Wall Of Death? Basta ascoltare, uno dei suoi capolavori assoluti, versione come sempre superba, con il plus della fisa di Kirkpatrick e la Collister che fa la Linda Thompson della situazione, ottima anche la vorticosa Fire In The Engine Room con solista in overdrive e la rarissima The Life And Loves Of A She Devil, che all’epoca era il tema di una serie TV, con Thompson che va di pedali e vibrato con la chitarra, mentre Christine Collister la canta divinamente, anche The Angels Took My Racehorse Away è una sorpresa assoluta, un brano da Henry The Human Fly del 1972 che non ricordavo affatto, ma che definire stupenda è quasi farle un torto, diciamo un’altra piccola meraviglia di Richard Thompson, ma quanto è bravo questo uomo? Che poi cala un altro asso con Shoot Out The Lights, in una versione intensa, avvolgente, buia e perigliosa, con chitarra e voce minacciose che quasi travolgono l’ascoltatore, che non fa in tempo a riprendersi perché arriva una altrettanto magistrale, ma esuberante e gioiosa Nearly In Love, con un ritornello quasi cantabile e con un altro assolo intricatissimo della solista.

A chiudere la serata una galoppante Tear Stained Letter, dove lui e Kirkpatrick si sbizzarriscono a rivedere le regole non scritte della musica folk. Un ennesimo (mezzo) capolavoro dal vivo, ma c’erano dei dubbi? Nel prossimo fine settimana vi aspetto per l’articolo in due parti sul superbo cofanetto Hard Luck Stories, in uscita l’11 settembre.

Bruno Conti

Al Decimo Anno Di Carriera, Ecco Il Loro Disco Migliore. The Harmed Brothers – Across The Waves

harmed brothers across the waves

The Harmed Brothers – Across The Waves – Fluff & Gravy CD

La prima cosa da dire riguardo agli Harmed Brothers è che di fratelli all’interno della band non c’è traccia: stiamo infatti parlando di un duo formato alla fine della scorsa decade, quando Ray Vietti ha incontrato Alex Salcido (originari rispettivamente del Missouri e di Los Angeles) e, dopo aver constatato di condividere le stesse visioni musicali, hanno deciso di formare un gruppo insieme. Dal 2010 ad oggi i nostri hanno pubblicato quattro album ed un EP, i primi due in via autogestita mentre dal 2013 sotto l’egida della Fluff & Gravy, un’etichetta indipendente di Portland, Oregon, che ha tra le sue fila alcune importanti band del circuito Americana come Richmond Fontaine e The Parson Red Heads. Tutti i lavori del duo formato da Vietti e Salcido hanno incontrato negli anni buone recensioni ed un discreto successo a livello sotterraneo, ma con il loro nuovissimo Across The Waves ci hanno indubbiamente consegnato il loro lavoro più completo fino ad oggi.

Prodotto dagli stessi Harmed Brothers insieme a Inaiah Lujan, Across The Waves è infatti un ottimo dischetto di pura Americana, in cui i nostri ci intrattengono per circa quaranta minuti con una serie di canzoni che coniugano mirabilmente rock, pop, folk, country, blue-eyed soul e chi più ne ha più ne metta. La cosa che salta maggiormente all’orecchio è l’estrema facilità dei due leader di scrivere canzoni di immediata fruibilità pur non scadendo mai nel banale e nello scontato, il tutto suonato in maniera diretta e senza troppi fronzoli da una backing band di quattro elementi formata da Ben Knight alle chitarre, Matthew McClure al basso, Ryan Land alla batteria e Steve Hauke alla steel guitar, mentre gli stessi Vietti e Salcido, oltre a cantare, si cimentano alle chitarre ed Alex anche a banjo e tastiere. Il CD si apre in maniera più che positiva con Skyline Over, un vivace e piacevole pop rock dal ritmo spedito e melodia intrigante, e prosegue sulla medesima falsariga con Picture Show, che sembra la continuazione del brano precedente ma con una vena chitarristica più accentuata: puro power pop vibrante ed orecchiabile, non lontano da certe cose dei R.E.M. del penultimo periodo (quelli di Reveal e Around The Sun).

Funnies è deliziosa, un perfetto connubio tra la base rock chitarristica ed una melodia pop gradevole ed immediata, un cocktail solo all’apparenza semplice ma che anzi denota una buona dose di creatività; River Town è una gradevole e limpida ballata sfiorata dal country (grazie all’uso della steel), ancora contraddistinta da una linea melodica di facile presa, così come Born A Rotten Egg che però è ulteriormente impreziosita da un bell’uso di piano ed organo che le donano un sapore da soul song sudista (ed il motivo centrale è quasi perfetto). Organo e chitarre caratterizzano il suono anche nella pimpante In A Staring Contest, ennesima prova della facilità dei nostri di coniugare arie musicali accattivanti ad un background sonoro di tutto rispetto; Where You’re Going è una profonda ed affascinante ballata dall’atmosfera rarefatta e crepuscolare, in aperto contrasto con la seguente All The Same, uno strepitoso folk-rock dove tutto, dalla strumentazione tersa e fluida alla melodia fresca, risulta vincente.

Il CD si chiude in crescendo con la trascinante Ride It Out, una rock’n’roll song alla Tom Petty dotata di un ottimo riff e con il solito motivo eccellente, e con l’acustica Time, sette minuti intensi dove non mancano improvvise svisate elettriche in sottofondo. Quindi un dischetto assolutamente da tenere in considerazione questo Across The Waves, il modo migliore per gli Harmed Brothers di festeggiare i loro primi dieci anni di carriera.

Marco Verdi

Replacements – Pleased To Meet Me. Altro Box “Ibrido” 3CD/1LP In Ristampa Per La Rhino il 9 Ottobre

replacements pleased to meet me

Replacements – Pleased To Meet Me – 3 CD + 1 LP Sire/Rhino – 09-10-2020

Altro cofanetto in uscita nella prima parte di ottobre, si tratta della ristampa di Pleased To Meet Me dei Replacements, l’album del 1987 della band di Minneapolis, l’ultimo con Bob Stinson in formazione alla chitarra e l’unico ad essere registrato come un trio, con lo stesso Stinson e Paul Westerberg a dividersi le parti di basso, oltre a Chris Mars alla batteria, più alcuni ospiti chiamati negli studi Ardent di Memphis dal produttore Jim Dickinson (che suonò anche le tastiere): i Memphis Horns, il loro idolo Alex Chilton, a cui dedicano anche una canzone, un giovanissimo Luther Dickinson che a 14 anni fece il suo esordio discografico con un assolo durissimo in Shooting Dirty Pool https://www.youtube.com/watch?v=avU5p9p6Z9A , e sempre ai fiati James Lancaster, Steve Douglas e Prince Gabe. Uno dei loro dischi più acclamati dalla critica, in particolare da David Fricke di Rolling Stone, che non ha scritto le nuove note del libro allegato alla ristampa: purtroppo chi lo vuole si deve beccare anche il vinile aggiunto. Nel primo CD, rimasterizzato nel 2019 in occasione della pubblicazione del box Dead Man’s Pop, è stato aggiunto il remix del singolo Can’t Hardly Wait di Jimmy Iovine.

Il secondo CD contiene i 15 Blackberry Way Demos registrati nel 1986 agli studios omonimi di Minneapolis in preparazione dell’album, mentre il terzo CD riporta altri 23 brani, tra outtakes, alternates takes e primi abbozzi delle canzoni, che porta a 29 il totale delle tracce mai pubblicate prima in queste versioni.

Ecco la lista completa dei contenuti del cofanetto.

Tracklist
[CD1: Pleased to Meet Me (2020 Remaster) + Rare, Single-Only Tracks]
1. I.O.U.
2. Alex Chilton
3. I Don’t Know
4. Nightclub Jitters
5. The Ledge
6. Never Mind
7. Valentine
8. Shooting Dirty Pool
9. Red Red Wine
10. Skyway
11. Can’t Hardly Wait
12. Election Day
13. Jungle Rock
14. Route 66
15. Tossin’ n’ Turnin’
16. Cool Water
17. Can’t Hardly Wait – Jimmy Iovine Remix

[CD2: Blackberry Way Demos]
1. Bundle Up – Demo
2. Birthday Gal – Demo
3. I.O.U. – Demo *
4. Red Red Wine – Demo *
5. Photo – Demo
6. Time Is Killing Us – Demo *
7. Valentine – Demo
8. Awake Tonight – Demo *
9. Hey Shadow – Demo *
10. I Don’t Know – Demo *
11. Kick It In – Demo 1 *
12. Shooting Dirty Pool – Demo *
13. Kick It In – Demo 2 *
14. All He Wants To Do Is Fish – Demo *
15. Even If It’s Cheap – Demo *

[CD3: Rough Mixes, Outtakes, & Alternates]
1. Valentine – Rough Mix *
2. Never Mind – Rough Mix *
3. Birthday Gal – Rough Mix *
4. Alex Chilton – Rough Mix *
5. Election Day – Rough Mix *
6. Kick It In – Rough Mix *
7. Red Red Wine – Rough Mix *
8. The Ledge – Rough Mix *
9. I.O.U. – Rough Mix *
10. Can’t Hardly Wait – Rough Mix *
11. Nightclub Jitters – Rough Mix *
12. Skyway – Rough Mix *
13. Cool Water – Rough Mix *
14. Birthday Gal
15. Learn How To Fail *
16. Run For The Country *
17. All He Wants To Do Is Fish
18. I Can Help – Outtake *
19. Lift Your Skirt *
20. ‘Til We’re Nude
21. Beer For Breakfast
22. Trouble On The Way *
23. I Don’t Know – Outtake

[LP]
1. Valentine – Rough Mix *
2. Never Mind – Rough Mix *
3. Birthday Gal – Rough Mix *
4. Alex Chilton – Rough Mix *
5. Election Day – Rough Mix *
6. Kick It In – Rough Mix *
7. Red Red Wine – Rough Mix *
8. The Ledge – Rough Mix *
9. I.O.U. – Rough Mix *
10. Can’t Hardly Wait – Rough Mix *
11. Nightclub Jitters – Rough Mix *
12. Skyway – Rough Mix *
13. Cool Water – Rough Mix *

Ovviamente la presenza del LP alza il costo del box intorno a una 70ina di euro, forse troppi, anche se è un gran bel disco.

Bruno Conti

Doors – Morrison Hotel. Edizione Del 50° Anniversario: Purtroppo Sempre Formato Misto, 2 CD + LP

doors morrison hotel box

Doors – Morrison Hotel 50th Anniversary Deluxe Edition 2CD/1LP Elektra Rhino – 09-10-2020

Tornano le ristampe dei Doors per il 50° Anniversario degli album originali (siamo quasi alla fine del percorso, poi manca solo L.A. Woman), e riprendono le vecchie brutte abitudini della Rhino di pubblicare queste versioni dove CD e vinile convivono nella stessa confezione, scontentando così gli appassionati di entrambi i formati. Ovviamente il fatto di inserire il LP fa lievitare il prezzo, ben oltre i 50 euro, oltre a tutto riproponendo l’identico contenuto musicale per due volte.

Fortunatamente c’è il secondo CD, quello del materiale “inedito”, che anche questa volta pare interessante (e differente da quello pubblicato nella edizione uscita per il 40° dell’album), benché 9 diverse versioni di Queen Of The Highway e 5 di Roadhouse Blues sono decisamente indirizzate verso i fans sfegatati e i “completisti”. Ci sono anche le cover di Money (That’s What I Want), il vecchio brano Motown di Barrett Strong e mille altri, tra cui pure i Beatles, e Rock Me di Muddy Waters, e poi come Rock Me Baby, di B.B. King, oltre a due alternate takes di Peace Frog e I Will Never Be Untrue, già apparsa in versione live nel box quadruplo del 1997.

Comunque, al solito, ecco il contenuto completo del cofanetto.

Tracklist
[CD1]
1. Roadhouse Blues
2. Waiting For The Sun
3. You Make Me Real
4. Peace Frog
5. Blue Sunday
6. Ship Of Fools
7. Land Ho!
8. The Spy
9. Queen Of The Highway
10. Indian Summer
11. Maggie M’Gill

[CD2]
1. Queen Of The Highway (Take 1) [She Was A Princess]
2. Queen Of The Highway (Various Takes)
3. Queen Of The Highway (Take 44) [He Was A Monster]
4. Queen Of The Highway (Take 12) [No One Could Save Her]
5. Queen Of The Highway (Take 14) [Save The Blind Tiger] [With
6. Queen Of The Highway (Take 1) [American Boy – American Girl]
7. Queen Of The Highway (Takes 5, 6 & 9) [Dancing Through The M
8. Queen Of The Highway (Take 14) [Start It All Over]
9. I Will Never Be Untrue
10. Queen Of The Highway (Take Unknown)
11. Roadhouse Blues (Take 14) [Keep Your Eyes On The Road]
12. Money (That’s What I Want)
13. Rock Me Baby
14. Roadhouse Blues (Takes 6 & 7) [Your Hands Upon The Wheel]
15. Roadhouse Blues (Take 8) [We’re Goin’ To The Roadhouse]
16. Roadhouse Blues (Takes 1 & 2) [We’re Gonna Have A Real Good
17. Roadhouse Blues (Takes 5, 6 & 14) [Let It Roll, Baby, Roll]
18. Peace Frog/Blue Sunday (Take 4)
19. Peace Frog (Take 12)

[LP]
1. Roadhouse Blues
2. Waiting For The Sun
3. You Make Me Real
4. Peace Frog
5. Blue Sunday
6. Ship Of Fools
7. Land Ho!
8. The Spy
9. Queen Of The Highway
10. Indian Summer
11. Maggie M’Gill

Come detto, in uscita per il 9 ottobre.

Bruno Conti

Si Torna A Parlare Di Una Piccola Leggenda Sotterranea Del (Folk) Rock Britannico. Levellers – Peace

levellers peace

Levellers – Peace – On The Fiddle Recordings – LP – CD – 2 CD + DVD (Deluxe Edition)

Come già detto in altre occasioni, chi scrive ha conosciuto i Levellers in un concerto tenuto davanti a pochi intimi in quel di San Colombano Al Lambro, in occasione di un tour che promuoveva il secondo album della loro discografia, l’ottimo Levelling The Land (91), e da allora ho sempre seguito il loro percorso musicale (per onestà, con alcuni album non sempre all’altezza di quello appena menzionato). Peace arriva inaspettato a otto anni di distanza dal loro ultimo lavoro in studio, Static On The Airwaves (12), e due anni dopo We The Collective (18) https://discoclub.myblog.it/2018/04/15/30-anni-di-combat-folk-riletti-in-forma-acustica-levellers-we-the-collective/ , un disco con i loro “classici” rifatti con una bella sezione d’archi; il nuovo CD come sempre registrato negli abituali Metway Studios della natia Brighton, e prodotto dal collaboratore di lunga data Sean Lakeman (fratello del più noto cantautore Seth). Passano gli anni, ma la “line-up” del gruppo rimane sempre quella storica, composta da Simon Friend al mandolino e banjo, Mark Chadwick chitarra e voce, Jeremy Cunningham al basso, Matt Savage alle tastiere, Charlie Heather alla batteria, e il bravissimo Jon Sevink al violino, con il contributo di Ronan Le Bars alle pipes, Stephen Boakes al didgeridoo (strumento a fiato australiano), e come vocalist aggiunta in alcuni brani la brava Kathryn Roberts

Il repertorio propone come al solito canzoni con testi fortemente “politicizzati”, con storie ed eventi di vita reale radicali, suonate come sempre con la consueta energia e furore agonistico (marchio di fabbrica sin dall’esordio della band). Nella traccia di apertura Food Roof Family è immediatamente palpabile l’energia che sprigiona il gruppo, riportandoci alle atmosfere dell’esordio di A Weapon Called The World (90), seguito subito dai “riff” delle chitarre in una Generation Fear dall’arrangiamento quasi hard-rock, per poi passare ad una radiofonica Four Boys Lost, dove imperversa il violino di Jon Sevink (da sempre l’arma in più della band), mentre Burning Hate Like Fire è un brano scorrevole e accattivante dal suono molto “diverso”. Le storie proseguono con Born That Way, un brano interessante con un bel connubio di voce e strumenti, come pure nella “danzante” Our New Day”, perfetta da ballare nei Pub londinesi, magari dopo la fine della pandemia (dove è proprio impossibile non muovere il piedino), mentre Calling Out è il primo singolo di turno che sta viaggiando nelle radio inglesi, con un suono che può essere trasmesso in qualsiasi tipo di programmazione ( benché in tipico stile anni ’80).

A questo punto arrivano le chitarre acustiche di un brano folk-rock come Ghosts In The Water, un pezzo che rimanda al periodo di Zeitgeist (95). Con The Men Who Would Be King si torna a respirare le atmosfere “folk-punk-rock” degli esordi, mentre Albion & Phoenix è un altro tassello di vita reale (racconta la storia di un birraio abusivo), con uno sfondo musicale che ricorda gli anni formativi della band, brano dove tutti gli strumenti girano a mille, per andare a concludere con una traccia finale come Our Future, una canzone di speranza dall’arrangiamento intrigante e originale, che gira in forma acustica intorno agli strumenti a corda e alla bella voce di Mark Chadwick. Una delle caratteristiche distintive di Peace è l’uso di sonorità non convenzionali, privilegiando un sound folk più tradizionale basato su chitarra acustica e violino, e un cambiamento discreto tra gli stili vocali, tra la voce melodiosa di Chadwick e quella più spigolosa di Friend, dando ad ogni brano una piacevole miscela di voci contrastanti. I Levellers insomma, sono ancora una piccola istituzione della musica britannica, dopo trent’anni di carriera, la maggior parte passati “on the road” (restando per lunghi periodi uno dei live-act più richiesti in Europa), e udite, udite, senza aver mai cambiato la formazione, sintomo di un gruppo di musicisti in grado di condividere filosofie di vita e ideali politici, in modo inossidabile.

Per chi, come me, segue i Levellers, Peace può essere accostato ad periodo di Truth & Lies (05) e Letters From The Underground (08), un disco elettrico, vecchio stile, dove la vitalità, la grinta e la passione ci sono ancora (come nei due album di studio sopra ricordati), e nonostante gli anni che passano, i capelli ingrigiti e i figli a carico, ancora suonano musica per divertirsi e far divertire, con il risultato che almeno al sottoscritto fanno ancora battere il cuore. La copertina del disco, come tutte le altre dei Levellers, è opera di Jeremy Cunningham. E questo “dipinto” in modo specifico ricorda quella di Zeitgeist, sia pure con tonalità diverse.

Tino Montanari

“Liquido” Ma Anche Solido, Soprattutto Dal Vivo Un Vero Virtuoso Della 6 Corde. Michael Landau – Liquid Quartet Live

michael landau liquid quartet live

Michael Landau – Liquid Quartet Live – Players Club/Mascot Label Group

Altro album chiaramente indirizzato agli appassionati della chitarra, dopo quello recente, sempre dal vivo, pubblicato da David Grissom https://discoclub.myblog.it/2020/06/13/per-la-gioia-degli-appassionati-della-chitarra-se-riescono-a-trovarlo-david-grissom-trio-live-2020/ , o quello uscito alcuni mesi fa di Sonny Landreth https://discoclub.myblog.it/2020/02/23/e-intanto-sonny-landreth-non-sbaglia-un-disco-sonny-landreth-blacktop-run/ : tre virtuosi assoluti, perché anche Michael Landau ha un passato (e anche un presente, visto il recente Rock Bottom del 2018 https://discoclub.myblog.it/2018/02/23/sempre-a-proposito-di-chitarristi-michael-landau-rock-bottom/ ) di dischi dove l’utilizzo della chitarra elettrica è elevato a livelli quasi “sublimi”, ovviamente per chi ama questo tipo di approccio molto sofisticato alla musica, che per quanto abbia importanti sfumature jazz, però non manca di nerbo e di una varietà di tematiche musicali ispirate da tutta la lunga carriera musicale di Landau, che negli ultimi anni lo avevano portato anche a formare una band con Robben Ford, i Renegade Creation, dove i due stili convivevano appunto alla perfezione https://discoclub.myblog.it/2010/12/27/posso-solo-confermare-michael-landau-robben-ford-jimmy-hasli/ .

Come mi è capitato di dire in passato il buon Michael è una sorta di “chitarrista dei chitarristi” e nei suoi dischi come titolare ama mettere in mostra tutta la tecnica imparata in oltre 45 anni di onorata carriera, suonando di tutto, con tutti. Ma in questo disco dal vivo ha voluto privilegiare soprattutto la componente jazz(rock) della propria musica: nel disco troviamo, come nel precedente CD del 2018, il vecchio amico David Frazee, cantante e chitarrista aggiunto, già con lui nei Burning Water sin dagli anni ‘90, ma anche una nuova sezione ritmica con due pezzi da 90 come il batterista Abe Laboriel Jr (nella band di Paul McCartney da quasi 20 anni) e Jimmy Johnson, bassista nei dischi del compianto Allan Holdsworth da metà anni ‘80 in avanti. La presenza di questi musicisti naturalmente alza l’asticella dei contenuti tecnici della musica a livelli molto alti. Aiuta anche il fatto chi il CD sia stato registrato, lo scorso novembre, in un piccolo locale, il Baked Potato Jazz Club di Los Angeles, famoso per i suoi intimi concerti dove il pubblico presente può apprezzare nitidamente nei dettagli il fluire della musica che viene dispensata agli appassionati presenti.

La serata si apre con Can’t Buy My Way Home, un pezzo quasi after hours del repertorio dei Burning Water, dove rock, blues e jazz convivono mirabilmente nella “musicalità” dei vari componenti la band che si scambiano da subito acrobatici interscambi sonori con nonchalanche ma anche con impeto, interagendo tra loro in modo quasi telepatico, con Landau che lavora di fino su timbriche e sonorità quasi al limite dell’impossibile, per non parlare di Greedy Life un brano dei Renegade Creation dove Landau riproduce la sua parte e quella di Robben Ford in una vorticosa jam da power trio, dove Laboriel e Johnson creano un tappeto ritmico in crescendo da sentire per credere. Well Let’s Just See è uno dei brani nuovi, dove rock hendrixiano e sonorità alla Allan Holdsworth si intrecciano goduriosamente, con Killing Time che rivisita nuovamente il repertorio dei Burning Water in una ballata spaziale e delicata dove si apprezza una volta di più la tecnica prodigiosa del musicista californiano, un vero maestro della chitarra.

Bad Friend viene da Rock Bottom, un brano grintoso e tempestoso cantato a due voci da Michael e Frazee, sempre con la ritmica che imperversa e anche nell’altra canzone nuova Can’t Walk Away From It Now, più flessuosa e sinuosa, Landau esplora i toni e i vibrati della sua chitarra in maniera magistrale e in Renegade Creation quello più carnale e vicino al rock più “riffato” e tradizionale, si fa per dire visto che la chitarra viaggia a velocità supersoniche sostenibili per pochi. One Tear Away è l’altro pezzo estratto da Rock Bottom, un’altra ballata “astrale” di una raffinatezza e sciccheria nuovamente sublimi che mi ha ricordato certe cose dei King Crimson dell’epoca di Adrian Belew. Il concerto si chiude con due brani strumentali Tunnel 88 e Dust Bowl dove Michael Landau esplora sentieri quasi sperimentali con la chitarra in viaggio verso la stratosfera nel primo brano e nelle volute del jazz nel secondo. Che dire? “Cazzarola” se è bravo! Esce al 21 agosto.

Bruno Conti

Saranno Anche Fuori Di Testa, Ma Quando Suonano Sono Serissimi! The Texas Gentlemen – Floor It!!!!

texas gentlemen floor it

The Texas Gentlemen – Floor It!!!! – New West CD

Tornano a distanza di tre anni dal loro debutto TX Jelly i Texas Gentlemen https://discoclub.myblog.it/2017/11/27/un-bellesempio-di-follia-musicale-con-metodo-the-texas-gentlemen-tx-jelly/ , un quintetto di pazzi scatenati proveniente, mi sembra ovvio, dal Lone Star State, e composto dai due leader, il cantante e chitarrista Nik Lee ed il cantante e pianista Daniel Creamer, dall’altro chitarrista Ryan Ake e dalla sezione ritmica formata da Scott Edgar Lee Jr. al basso e Paul Grass alla batteria. Nonostante abbia parlato di esordio i cinque non sono certo di primo pelo, dal momento che stiamo parlando di un gruppo di sessionmen che si sono messi insieme quasi per gioco (hanno suonato anche con una leggenda vivente come Kris Kristofferson), ma da quando hanno iniziato ad incidere per conto proprio hanno dimostrato di fare sul serio. TX Jelly era un disco completamente fuori dagli schemi, in cui i nostri affrontavano qualsiasi genere musicale venisse loro in mente, dal rock al country al pop al blues al funky al folk e chi più ne ha più ne metta, il tutto proposto con un’attitudine scanzonata e divertita ed indubbiamente coinvolgente.

Musica creativa e non scontata quindi, e questo loro secondo album Floor It!!!! prosegue nello stesso modo, con una serie di canzoni in cui affiorano diversi stili anche all’interno dello stesso brano, e dove si nota rispetto al lavoro precedente una maggiore inclinazione verso la pop song di qualità, con uso anche di archi e fiati seppur senza esagerare. A volte essere troppo eclettici può essere considerato un difetto, ma quando come nel caso appunto dei Texas Gentlemen ci sono la bravura nello scrivere e nel suonare, la creatività e l’abbondanza di idee è certamente un vantaggio. I TG si divertono, e riversano questo loro divertimento sull’ascoltatore. Floor It!!!! dura più di un’ora e presenta una serie di brani medio-lunghi, ma grazie proprio al fatto che uno non sa mai cosa aspettarsi dalla canzone seguente il disco riesce a non annoiare. La breve Veal Cutlass, poco più di un minuto, è puro dixieland anni trenta, un pezzo un po’ spiazzante che confluisce nel vibrante strumentale Bare Maximum, un misto di rock’n’roll e funky che si pone nel mezzo tra Little Feat e Frank Zappa, con i fiati a rinforzare un suono già bello tosto; Ain’t Nothin’ New è una ballata ariosa e sognante, guidata dal piano e con un motivo lineare e godibile (e qui il paragone è coi Phish), bella e creativa.

Anche Train To Avesta è un’ottima slow song pianistica tra roots e pop, come se i Jayhawks si fossero fatti produrre da Jeff Lynne; l’intro pianistico di Easy St. rimanda all’Elton John d’annata, ma il resto è puro pop alla McCartney con un leggero sapore vaudeville, fresco e decisamente gradevole: finora di Texas c’è davvero poco, ma non è che mi lamenti. Sir Paul resta a livello di influenza anche in Hard Rd., altro riuscito pezzo di puro pop guidato dal piano e con una orchestrazione alle spalle, a differenza dello strumentale Dark At The End Of The Tunnel, che nonostante si lasci ascoltare senza grandi problemi sembra più una backing track alla quale i nostri si sono dimenticati di aggiungere le parole che una canzone fatta e finita, anche se non mancano cambi di ritmo e di tema musicale. Meglio la cadenzata ballad Sing Me To Sleep, sempre col piano in evidenza ed un gradevole refrain, anche se sembra mixata in maniera un po’ rozza.

Last Call è pop-rock con orchestra, un genere molto poco texano ma proposto con un elevato gusto per la melodia ed un buon ritornello corale, mentre She Won’t è un delicato brano elettroacustico che mescola folk e pop in modo disinvolto. Il CD si chiude con i due pezzi più lunghi (inframezzati da Skyway Streetcar, solare ballata dal sapore californiano guidata ottimamente da piano e chitarre), ovvero i sette minuti di Charlie’s House, delicato slow al quale gli strumenti elettrici, i fiati e gli archi conferiscono potenza (e con un bel finale in crescendo), e gli otto della title track, che parte in maniera coinvolgente in stile rock-boogie sudista (ma con somiglianze anche con Marc Bolan & T-Rex) e poi aggiunge di tutto dal pop al gospel con una parte finale tra i Beatles ed una leggera psichedelia. Già TX Jelly era un album pieno di idee e di soluzioni accattivanti, ma con Floor It!!!! i Texas Gentlemen sono riusciti a proporre qualcosa di completamente diverso, e con la massima nonchalance.

Marco Verdi

Anche Agli Extraterrestri Piace Il Rock & Roll! Jack The Radio – Creatures

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Jack The Radio – Creatures – Pretty Money CD

Non so quanti, soprattutto dalle nostre parti, si ricordino dei Jack The Radio, rock band proveniente da Raleigh (North Carolina), dal momento che il loro ultimo CD risale ormai ad un lustro fa. Eppure il quartetto guidato dal chitarrista-cantante-songwriter George Hage (con Danny Johnson alla chitarra solista, steel e tastiere, Dan Grinder al basso e Kevin Rader alla batteria) dal 2011 al 2015 si era fatto notare con quattro album di puro roots-rock made in USA, una miscela stimolante di rock’n’roll, country e folk che aveva loro permesso di farsi un nome se non altro a livello locale; poi, dopo Badlands del 2015, il silenzio (interrotto solo da un paio di singoli in streaming), un lungo periodo di cinque anni in cui i nostri hanno comunque continuato ad esibirsi dal vivo, oltre a mettere in commercio una loro personale marca di birra! Ora però i JTR tornano più pimpanti che mai con il loro nuovo lavoro Creatures, un vero progetto multimediale dato che in abbinamento esce anche un’antologia di fumetti che si rifanno alle storie di extraterrestri sci-fi degli anni cinquanta-sessanta, con i vari racconti ispirati dai titoli delle canzoni.

Ma a noi ciò che interessa di più è la parte musicale, e devo dire che Creatures è davvero un bel dischetto di rock’n’roll chitarristico, diretto e senza fronzoli, che rivela influenze che vanno dai Rolling Stones a John Mellencamp e nel quale anche le ballate sono eseguite con grinta ed un approccio elettrico. In più, data la provenienza di Hage e compagni, l’elemento sudista è molto presente nei vari brani, sia come suono che come stile di scrittura. Dopo una durissima introduzione di soli 42 secondi in stile quasi heavy metal si parte sul serio con Don’t Count Me Out, altra rock song ma più vicina al suono Americana, con la sezione ritmica che picchia sicura e le chitarre in tiro: il motivo centrale è fluido e coinvolgente ed il pezzo presenta i primi connotati southern. Trouble è una ballatona ariosa ma sempre di stampo elettrico, con la steel a stemperare la tensione e la doppia voce di Jeanne Jolly, mentre la partner femminile per i due brani seguenti è Tamisha Waden: il primo, Creatures, è una bella rock song dal ritmo cadenzato sullo stile di Gimme Shelter degli Stones (con la Waden a fare le veci di Lisa Fisher), a differenza di We’re Alright che è un rock-blues sanguigno e tosto, sempre con le chitarre che riffano che è un piacere.

Niente male anche Let’s Be Real, altra rock ballad distesa e piacevole ma senza tentazioni zuccherine (anzi, il tasso elettrico è sempre alto); Paint The Sky è di nuovo uno slow ma di qualità superiore, una canzone davvero bella e ricca di pathos che ricorda le ballate sudiste dei seventies, peccato duri solo tre minuti. Swimming With The Sharks è un godibile folk-rock elettrificato dalla melodia tersa, Getting Good è l’ennesimo lentaccio di ottima fattura stavolta sfiorato dal country e con l’aiuto vocale della brava Lydia Loveless https://discoclub.myblog.it/2016/08/21/lydia-loveless-real-country-punk-bene/ , mentre Hurricane è un notevole midtempo con dietro una slide malandrina, che mischia in egual misura southern music e Tom Petty. La tostissima Elevator arrota le chitarre allo spasimo ma forse è un gradino più in basso rispetto alle altre (sembrano gli ultimi Lynyrd Skynyrd quando fanno i metallari), meglio la ritmata Socks e soprattutto il puro rock’n’roll di In The Trees, tra le più coinvolgenti del CD.

L’ottima ballata d’atmosfera Secret Cities, un pezzo crepuscolare che risente dell’influenza di Springsteen, chiude in maniera intima un dischetto che ogni amante del rock’n’roll con implicazioni sudiste dovrebbe ascoltare, con l’unico fattore negativo al solito rappresentato dalla scarsa reperibilità.

Marco Verdi