Una Splendida Serata, Finalmente Disponibile: Give The People What They Want! David Bowie – Glastonbury 2000

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David Bowie – Glastonbury 2000 – Parlophone/Warner 2CD – 2CD/DVD – 3LP

Negli ultimi anni non sono mancati album live d’archivio accreditati a David Bowie, ma limitatamente a concerti degli anni settanta (Cracked Actor e Welcome To The Blackout) o inseriti all’interno dei cofanetti riepilogativi della carriera che escono annualmente dal 2015. Questa volta però il discorso è diverso, in quanto Glastonbury 2000 documenta (come da titolo) uno show del Duca Bianco del nuovo millennio (l’unico finora era il bellissimo A Reality Tour, registrato nel 2003 ma pubblicato nel 2010), e non un concerto normale, bensì la storica apparizione del nostro come headliner della serata del 25 Giugno 2000 del famoso festival rock inglese. Lo spettacolo, che esce sia in formato audio che video, girava da anni su bootleg di alterna qualità, ed era stato mostrato in televisione una volta sola, ma esclusivamente la prima mezz’ora: con questo doppio CD (e DVD) possiamo finalmente godere dello show completo, e devo dire che ne valeva assolutamente la pena.

Già il fatto di avere Bowie sul palco in quel periodo era una notizia, in quanto nel 2000 tenne solo quattro concerti (compreso questo), ma se aggiungiamo che Mr. Ziggy mancava dal palco di Glastonbury dal 1971 e che quella sera estiva del 2000 si trovò di fronte a 120.000 persone, capirete perché stiamo parlando di un vero e proprio evento (e fa impressione pensare che, a soli 53 anni, questo sarà uno dei suoi ultimi show, almeno di fronte a così tanto pubblico: il nostro intraprenderà infatti solo più due tour in seguito, nel 2002 e nel 2003/2004, e poi più nulla fino all’inattesa morte avvenuta all’inizio del 2016). E David ripaga il numeroso pubblico con una performance da ricordare, una serata in cui il nostro non prende più di tanto in considerazione le sperimentazioni degli anni novanta, ma regala una scaletta che è il sogno di ogni fan; in aggiunta, Bowie è in forma fisica e vocale strepitosa, e guida una band che è tra le migliori da lui mai avute, formata da Mark Plati ed Earl Slick alle chitarre, Gail Ann Dorsey al basso e voce, Sterling Campbell alla batteria, Mike Garson alle tastiere e con i cori di Emm Gryner e Holly Palmer. Grande musica quindi, versioni dei vari brani spesso allungate e con molto spazio per la band, che dona al concerto un’impronta decisamente rock e, come dicevo, una setlist che è il classico caso di “give the people what they want”.

E poi, ovviamente, c’è Bowie, un intrattenitore nato dalla classe sopraffina, che si presenta come al solito attentissimo anche al look, con una lunga e variopinta giacca rockdello stilista Alexander McQueen ed una folta chioma bionda in puro stile The Man Who Sold The World. L’inizio per la verità è quasi spiazzante, dato che Wild Is The Wind non è proprio uno dei brani più noti di David (era su Station To Station): una ballata molto ritmata, distesa e gradevole, in cui il nostro dimostra da subito di essere in forma eccellente, e con uno splendido lavoro al pianoforte di Garson. Station To Station sarà tra l’altro l’album di Bowie più omaggiato durante la serata, con altre tre tracce provenienti da esso: il funk-rock Stay, con ottima prestazione chitarristica, l’insinuante Golden Years e l’avvolgente title track. Con China Girl hanno inizio le hits, una versione decisamente più rock e meno pop di quella presente su Let’s Dance; a seguire abbiamo una serie incredibile di classici, suonati dal gruppo con rinnovato vigore: dalla famosissima Changes alla straordinaria ballata Life On Mars? (cantata decisamente bene), fino ad una strepitosa Absolute Beginners di otto minuti, uno dei brani più belli di Bowie.Un attimo di relax col la fluida Ashes To Ashes per poi essere piacevolmente assaliti dal rock’n’roll di Rebel Rebel https://www.youtube.com/watch?v=7CLTj-mDXVg , mentre Little Wonder, tratta dal controverso Earthling, non è esattamente il massimo, anche se qui suona più rock e meno drum’n’bass.

Il secondo CD si apre con la danzereccia Fame, anch’essa molto più elettrica in quella serata, e prosegue con una sontuosa versione di una delle più belle canzoni inglesi degli anni settanta, cioè All The Young Dudes, accolta da un prevedibile boato (e David canta splendidamente). Dopo una limpida The Man Who Sold The World elettroacustica, che non ricordavo così bella, e la già citata Station To Station, ecco Starman, uno dei brani di Bowie che preferisco, dotata di un ritornello memorabile e di una bellissima parte di chitarra https://www.youtube.com/watch?v=UwIlqtyxpnU . La poco nota Hallo Spaceboy, non un grande brano, precede una sequenza formidabile di hits che comprende la coinvolgente Under Pressure, successo planetario del nostro insieme ai Queen, la grande rock ballad Ziggy Stardust https://www.youtube.com/watch?v=_OZsiqiC2ME , il superclassico Heroes, sempre un piacere ascoltarla, e Let’s Dance, che inizia come un brano lento per poi assumere la veste conosciuta dopo la prima strofa; finale in tono minore, con la non eccelsa (ma dal suono potente) I’m Afraid Of Americans, che però non va ad inficiare una performance memorabile, che fa di Glastonbury 2000 uno dei migliori album dal vivo di David Bowie.

Marco Verdi

Prosegue La Storia Infinita Della Band Di Joe Camilleri, Sempre Una Garanzia. Black Sorrows – Citizen John

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Black Sorrows – Citizen John – Blue Rose Records/Ird

Album n° 21 per la band di Joe Camilleri, si chiama Citizen John e segue il valido album dello scorso anno Faithful Satellitehttps://discoclub.myblog.it/2017/02/01/l-ennesimo-capitolo-di-una-band-storica-australiana-black-sorrows-faithful-satellite/  : un ennesimo capitolo della saga dei Black Sorrows, iniziata all’incirca 35 anni fa con l’album Sonola. Ma per Camilleri, nelle sue varie incarnazioni, anche come Jo Jo Zep And The Falcons, The Revelators,  e sotto altri svariati pseudonimi, ci viene detto, e mi fido, che questo è il 49° album di una sterminata discografia. Il buon Joe, nato 70 anni fa a Malta, è diventato una delle leggende del rock australiano, in possesso di una voce che a tratti ricorda un riuscito incrocio tra quelle di Van Morrison, Elvis Costello e Graham Parker, e anche musicalmente viaggia su questa lunghezza d’onda, magari inserendo su una base rock pure elementi blues, soul e R&B, senza dimenticare una sorta di unità di intenti con Willy DeVille che è sempre stato un punto di riferimento per lo stile di Camilleri. Il nuovo album, co-prodotto da Joe con il fido John McCall, che è anche il tastierista della band, comprende una decina di nuove composizioni di Camilleri e Nick Smith, il suo paroliere abituale, e tre cover che dimostrano l’eclettismo della band australiana.

Partiamo proprio da queste ultime: abbiamo una bella rilettura della canzone di Nina Simone Do I Move You, un brano dall’album N.S. Sings The Blues, e quindi un classico slow della grande cantante nera, interpretato con grinta dai Black Sorrows che pongono l’accento su armonica, chitarra e piano, in questa versione solida ed elettrica. La scelta di un brano di Bob Dylan cade su una canzone tra le sue meno note, Silvio, ma Camilleri e soci rendono la canzone di Down In The Groove una vivace e galoppante roots song, con in evidenza la slide di Claude Carranza, voci di supporto pimpanti, tra cui quella di Sandy Keenan, e un impianto elettroacustico al quale organo ed acustiche donano un aura divertita e “paesana”. Sitting On Top On The World di solito viene accostata a Howlin’ Wolf, ma in effetti viene dalla tradizione più antica di inizio ‘900 del blues e la versione della band  si rifà a questo canone sonoro, intensa e suggestiva, ma anche intima e gentile, con la bella e profonda voce di Camilleri in primo piano e un flauto che fa le veci dell’armonica. Tra le canzoni originali l’iniziale Wedsneday’s Child  è la tipica composizione alla Camilleri, dal chiaro substrato blues, con chitarre e tastiere, nonché le voci di supporto, guidate dalla Keenan, che si confrontano con la scura voce del leader in uno stile che rimanda appunto al DeVille più bluesy https://www.youtube.com/watch?v=n7oVa72_OTU ; non può certo mancare una delle classiche ed accorate ballate di impianto soul tanto care a Camilleri, e Lover I Surrender ne conferma la classe https://www.youtube.com/watch?v=X5APygIwD_Q .

Messiah ha echi gospel, che al tipico afflato tra soul e blues delle sue canzoni più potenti, affianca un eccellente lavoro di Carranza alla solista. Storm The Bastille, con il violino struggente di Xani Kolac e il mandolino di Kerryn Tolhurst che affiancano la slide di Carranza è un altro ottimo esempio del canzoniere del bravo Joe, che poi fa ricorso all’uso dei fiati per un’altra bella ballata come Way Below The Heavens, dove una tromba struggente affianca il violino, mentre un coro sontuoso avvolge con dolcezza lo spirito quasi celtic rock e morrisoniano di questa  canzone https://www.youtube.com/watch?v=yOZZnCe5uUg . Citizen John è uno swamp blues con uso fiati, tra Chris Rea e Tony Joe White, con il call and response di Camilleri e la Keenan ad insaporire il menu, dove spiccano un liquido piano elettrico e un bel assolo del sax di Wilbur Wilde. Una diversa sezione fiati, The Horns Of Leroy, fa la sua apparizione per un tuffo nel divertente jazz anni ’30 sbucato da qualche fumoso locale di New Orleans dell’era della Depressione, per la deliziosa Brother Moses Sister Mae, con la notturna e soffusa Nothin’ But The Blues, che in modo felpato ci fa apprezzare il lato più intimo del nostro, che poi va di latin rock molto alla DeVille nella mossa e coinvolgente Month Of Sundays  e poi nel rock più classico della brillante Worlds Away, sempre con quel retrogusto blues chitarristico che non manca mai nella sua canzoni migliori, e in questo disco ce ne sono parecchie. Una garanzia.

Bruno Conti

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 8. La Prima Delle Due Carriere Di Una Grande Rock’n’Roll Band! Mott The Hoople – Mental Train: The Island Years 1969-1971

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Mott The Hoople – Mental Train: The Island Years 1969-1971 – Island/Universal 6CD Box Set

Pur trattandosi dello stesso gruppo, esistono due fasi distinte nella carriera dei Mott The Hoople, storica rock band inglese, e lo spartiacque tra queste due fasi si chiama All The Young Dudes. Infatti è grazie alla splendida canzone regalata loro da David Bowie, e all’album con lo stesso titolo, che il combo britannico nel 1972 ha spiccato il volo verso l’immortalità, diventando uno degli act di punta dell’allora imperante movimento glam (anche se i nostri non condividevano più di tanto questa appartenenza, essendo sempre rimasti coi piedi ben saldi nel rock’n’roll) e servendo in un secondo momento come trampolino di lancio per la carriera solista del leader Ian Hunter. Ma esistono anche i Mott degli inizi, una band dalle enormi potenzialità e titolare di quattro album di grande musica rock, nonché responsabile di esibizioni dal vivo al limite dell’infuocato: un gruppo che però non riuscì ad andare oltre al ruolo di “cult band”, e che rischiò di veder svanire i suoi sogni quando, all’indomani dell’album Brain Capers, era provata da forti tensioni interne e non aveva una direzione precisa da seguire. Eppure i nostri (oltre a Hunter, che sostituì il precedente vocalist Stan Tippins su iniziativa di Guy Stevens vulcanico e geniale – al limite dello schizofrenico – manager e produttore del gruppo, i componenti erano il chitarrista Mick Ralphs, secondo songwriter dopo Hunter, il bassista Pete Overend Watts, scomparso l’anno scorso, l’organista Verden Allen ed il batterista Dale Griffin) ci sapevano fare alla grande, sia nelle ballate che nei pezzi più elettrici e roccati, ed il loro suono è sempre stato visto come se Bob Dylan (grande ispirazione per Hunter, anche dal punto di vista vocale) avesse avuto i Rolling Stones come backing band.

Mott The Hoople Mental Train box

Ora i primi quattro lavori dei Mott vengono raccolti in questo bellissimo cofanetto, con diverse bonus tracks per ogni disco e due CD aggiuntivi, uno di rarità ed uno contenente materiale dal vivo: già nel 2003 questi album avevano beneficiato della ristampa (ad opera della Angel Air), ma allora i bonus per ogni disco erano al massimo un paio, mentre qui alla fine ci troviamo ad avere ben trenta brani inediti in totale, senza contare quelli rari (rispetto a quella serie di ristampe, manca l’antologia ricca di inediti Two Miles From Heaven del 1980, i cui brani sono però sparpagliati tra le bonus tracks di questo box). In più, è stato fatto un lavoro egregio di rimasterizzazione, al punto che sembra di avere per le mani dischi incisi da solo pochi mesi. Ecco dunque una disamina album per album, con in evidenza le (tante) canzoni salienti. CD1 – Mott The Hoople (1969): il gruppo esordisce subito con un disco di notevole valore, che inizia con una frustata, cioè una potentissima versione strumentale di You Really Got Me dei Kinks, suonata come se ci trovassimo di fronte ad una punk band ante litteram, con la chitarra di Ralphs a sostituire la linea vocale di Ray Davies. Non è l’unica cover, dato che abbiamo una sontuosa At The Crossroads (Sir Douglas Quintet), ancora meglio dell’originale e con una coda strumentale strepitosa, e soprattutto una stupenda Laugh At Me, scritta da Sonny Bono e più dylaniana che mai, quasi fosse tratta dalle sessions di Highway 61 Revisited (e poi anche l’ex marito di Cher era un dylaniano doc).

Tra i brani originali spiccano senz’altro la ballatona Backsliding Fearlessly, ancora puro Dylan (pensate a The Times They Are A- Changin’), la scatenata Rock And Roll Queen di Ralphs, e soprattutto Half Moon Bay, vibrante rock ballad di più di dieci minuti, che alterna momenti di tranquillità ad altri in cui la tensione si taglia con il coltello. Come bonus, oltre a varie single versions e mix alternativi, il centro della scena se lo prende indubbiamente la take completa di You Really Got Me, ben undici minuti di rock’n’roll ad altissimo tasso adrenalinico (e c’è spazio anche per una versione più breve della stessa canzone, questa volta cantata anche se da Stevens e non da Hunter o Ralphs). CD2 – Mad Shadows (1970): disco carico di tensione, nato in seguito a sessions dominate da comportamenti al limite della follia di Stevens (in pieno trip di droghe pesanti), e con una copertina a dir poco inquietante. Ma è anche il mio disco preferito della prima fase, un album bellissimo che si apre con la devastante Thunderbuck Ram, un pezzo di puro hard rock scritto e cantato da Ralphs. Ma è Hunter il grande protagonista (tra l’altro meno dylaniano che nel primo album), innanzitutto con la coinvolgente Walking With A Mountain, uno dei suoi classici futuri, ma in misura maggiore con le ballate, come la pianistica No Wheels To Ride, splendida ed emozionante, la potente You Are One Of Us, sempre uno slow ma dal suono rock, la maestosa I Can Feel, sette minuti di pura bellezza, con un coro a donare un sapore gospel, o ancora When My Mind’s Gone, tutta costruita intorno a voce e piano, intensa come poche.

Tra i brani aggiunti, il demo di No Wheels To Ride, già bello di suo, la take 9 di You Are One Of Us, che dura il doppio dell’originale ed è decisamente più rock, ed una fulminante versione di  studio mai sentita del classico di Little Richard Keep A-Knockin’. CD3 – Wildlife (1971): un album meno problematico del precedente, ma comunque di buon livello (e molto meno rock); il contributo di Hunter come autore si limita a tre canzoni: la tenue Angel Of Eighth Avenue, che riflette il clima bucolico della copertina, così come la countryeggiante The Original Mixed- Up Kid, mentre Waterlow è un mezzo capolavoro, una ballata da pelle d’oca, di un’intensità incredibile e tra le più belle di Ian. Anche Ralphs è in ottima forma, e lo dimostra con l’energica Whiskey Women, posta in apertura, la bella ed evocativa rock ballad Wrong Side Of The River, che inconsciamente anticipa un certo suono southern in voga di lì a breve in America, ed il puro country di It Must Be Love. Due le cover: una vigorosa rilettura pianistica e corale di Lay Down della folksinger Melanie, e soprattutto una fluiviale Keep A- Knockin’ dal vivo, dieci minuti di puro rock’n’roll.

Le bonus tracks annoverano tra le altre due singoli dell’epoca, la luccicante Midnight Lady (che per sbaglio è stata inserita in una versione strumentale!) e la più ruspante Downtown, cover di un pezzo scritto da Neil Young con Danny Whitten. Tra gli inediti assoluti spiccano la scatenata Growing Man Blues e The Ballad Of Billy Joe, che aveva delle potenzialità ma Hunter non si è preoccupato di finirla. Se Mad Shadows aveva venduto pochissimo, questo disco andrà anche peggio. CD3 – Brain Capers (1971): ultimo album prima del rilancio commerciale che avverrà pochi mesi dopo, ma con i nostri già pronti al grande salto. Brain Capers infatti contiene la straordinaria The Journey, una ballata fantastica, nove minuti di pura poesia ed uno dei vertici assoluti di Hunter. Ma il riccioluto (ed occhialuto) rocker si distingue anche per Death May Be Your Santa Claus, un rock’n’roll suonato con piglio da garage band, la mossa e coinvolgente (e dylaniana) Sweet Angeline, e con l’elettrica The Moon Upstairs, dal sound potentissimo dominato da chitarra ed organo, e con Griffin che sembra Keith Moon. Le cover sono due: una resa ancora molto Dylan (e con organo alla Al Kooper) di Your Own Backyard di Dion, ed una epica ed evocativa Darkness, Darkness (Jesse Colin Young) cantata da Ralphs.

Tra i brani aggiunti troviamo due canzoni che in veste differente finiranno su All The Yound Dudes, cioè la nota One Of The Boys ed una prima versione di Momma’s Little Jewel intitolata Black Scorpio, oltre ad una embrionale The Moon Upstairs, devastante come quella pubblicata e dal titolo di Mental Train (mentre How Long? è forse anche meglio della sua controparte, cioè Death May Be Your Santa Claus). CD5 – The Ballads Of Mott The Hoople: dodici canzoni, gran parte delle quali inedite. Ci sono due ottime live versions di No Wheels To Ride e The Original Mixed-Up Kid, alternate takes di Angel Of Eighth Avenue e The Journey (sempre grandissima quest’ultima, con quella finita su Brain Capers è una bella lotta), e Blue Broken Tears che non è altro che Waterlow, quindi ancora brividi lungo la schiena. Ma il pezzo centrale è la maestosa Can You Sing The Song That I Sing, uno slow di straordinaria intensità che dura ben sedici minuti, e che dimostra che in nostri non erano un gruppo qualsiasi. Per finire, non dimenticherei la scintillante soul ballad Ill Wind Blowing, con uno splendido pianoforte. CD6 – It’s Live And Live Only: che dire di questo dischetto? Altri dodici pezzi che confermano che i Mott erano anche una grande live band, con superlative riletture di No Wheels To Ride in medley con Hey Jude (8 minuti), Keep A-Knockin’ (altri 8 minuti), You Really Got Me (quasi 10 minuti) e The Journey (9 minuti), oltre ad una lucida versione di Ohio di Neil Young.

Mental Train è un cofanetto che corre il rischio di passare inosservato a causa dell’invasione di box set importanti di questa fine 2018, e la cosa sarebbe ingiusta in quanto al suo interno c’è tantissima grande musica, il cui ascolto non fa altro che infittire il mistero sul come mai i Mott The Hoople in quel periodo fossero sull’orlo dello scioglimento.

Marco Verdi

Ennesimo Album Raffinato E Di Gran Classe Da Parte Di Un Vero Gentiluomo Inglese. Mark Knopfler – Down The Road Wherever

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Mark Knopfler – Down The Road Wherever – Virgin/Universal CD

Mark Knopfler è il classico musicista che non tradisce mai, e dal quale sai esattamente cosa aspettarti: in inglese quelli come lui li chiamano “acquired taste”, gusto acquisito, cioè artisti che, pur non ripetendo all’infinito lo stesso disco, hanno uno stile ed un approccio ben riconoscibile; tanto per fare un esempio con due songwriters che in passato hanno duettato con Knopfler, pensate a Van Morrison e James Taylor. Ed anche l’ex leader dei Dire Straits ha una maniera collaudata di costruire i suoi dischi, usando cioè sonorità molto classiche ed altamente raffinate, eseguendo i suoi brani con estrema pacatezza e mescolando in modo assolutamente naturale rock, folk, country ed un pizzico di blues ogni tanto. E poi non cambia quasi mai collaboratori, e questo alla fine si sente, in quanto non ha bisogno di così tante prove per trovare un suono compatto ed unitario: anche in questo ultimo Down The Road Wherever i compagni del nostro sono i soliti noti (Guy Fletcher, Richard Bennett, Jim Cox, Glenn Worf, Ian Thomas), e quindi l’ascolto si rivela foriero di sensazioni già provate, ma sempre piacevoli. Quello che al limite può cambiare da un disco all’altro è il livello delle canzoni, che dipende dall’ispirazione del momento: se per esempio i suoi due primi album solisti, Golden Heart e Sailing To Philadelphia, erano ottimi, i tre lavori centrali (The Ragpicker’s Dream, Shangri-La, Kill To Get Crimson) stavano a mio giudizio un gradino sotto, mentre con gli ultimi tre, Get Lucky, Privateering e Tracker, Mark era tornato ad alti livelli (ed eccellente, anzi uno dei suoi album migliori, era anche il disco insieme ad Emmylou Harris, All The Roadrunning).

Dopo un attento ascolto, anche Down The Road Wherever può rientrare a pieno diritto nella categoria dei lavori più riusciti di Knopfler, che non ha assolutamente perso il tocco per un certo tipo di musica d’alta classe, suonata come al solito alla grande (il timbro della sua chitarra si riconosce dopo due note) e cantato con voce sempre più calda e profonda. Il disco è abbastanza lungo, 71 minuti nella versione normale (14 canzoni) e quasi ottanta in quella deluxe di 16 brani, che è quella che vado ad esaminare. L’inizio è buonissimo, con la ritmata Trapper Man, un brano fluido, disteso e cantato con la pacatezza di sempre, magari la melodia non è niente di rivoluzionario ma il tutto si ascolta con piacere (e poi quando entra “quel” suono di chitarra la temperatura sale immediatamente). Back On The Dance Floor è un brano rock d’atmosfera che può anche ricordare gli esordi dei Dire Straits, un bel gioco di percussioni, piano elettrico, la solita inimitabile chitarra ed un ritornello diretto: una canzone di quelle che crescono a poco a poco, ma crescono. A tal punto che una volta finita la rimetto da capo. Nobody’s Child è una deliziosa ballata elettroacustica dal sapore folk, suonata al solito con classe sopraffina https://www.youtube.com/watch?v=qL305ux-1VU , la cadenzata Just A Boy Away From Home è un rock-blues asciutto ed essenziale, tutto giocato sulla voce e sulla chitarra slide, suonata con la consueta maestria. Una languida tromba introduce la lenta When You Leave, elegante pezzo afterhours, Good On You Son è già conosciuta (gira in rotazione ormai da più di due mesi), ed è un brano rock dalla fruibilità immediata, guidato dalla chitarra di Mark e da una batteria che suona in maniera creativa.

La gradevole My Bacon Roll è una ballata midtempo ancora con reminiscenze Straits, ma stavolta quelli dell’ultimo periodo, con Mark che accarezza il suo strumento con estrema gentilezza; Nobody Does That è quasi funky, anzi togliete il quasi, dal ritmo acceso e con una sezione fiati a colorare il sound, ma secondo me non è un genere pienamente nelle corde del nostro, al contrario di Drovers’ Road che è una lenta ma vibrante canzone di puro stampo folk irlandese, decisamente emozionante e con la solita splendida chitarra: tra le più belle canzoni del CD https://www.youtube.com/watch?v=g8DN96BTcTA . Eccellente anche One Song At A Time, altro pezzo di gran classe, una rock song in giacca e cravatta dotata di una melodia di prim’ordine e, ma sono stufo di dirlo, un suono di chitarra godurioso; la tranquilla e pacata Floating Away è l’ennesimo brano con accompagnamento di estrema finezza: qualche rintocco di piano, batteria appena accennata ed ottimo assolo centrale. La pianistica Slow Learner è, come da titolo, uno slow jazzato e, indovinate? Esatto, raffinatissimo! Heavy Up è solare e quasi caraibica (con qualcosa anche di certi episodi “etnici” di Paul Simon), ed è una vera delizia per le orecchie, mentre la gradevole Every Heart In The Room riporta il disco su toni più cantautorali e “British” (ma la chitarra qui sembra suonata da Ry Cooder). Il CD si chiude con la guizzante Rear View Mirror, in cui vedo qualcosa del Van Morrison più “leggero”, e con la toccante Matchstick Man, solo voce e chitarra acustica.

Altro ottimo lavoro dunque per Mark Knopfler, un disco perfetto per riscaldare le nostre future serate autunnali (e invernali).

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 7. Gli Inizi Di Uno Dei Gruppi Più Originali Degli Ultimi Anni. Fleet Foxes – First Collection 2006 – 2009

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Fleet Foxes – First Collection 2006 – 2009 – Nonesuch/Warner 4CD – 4LP (1×12” + 3×10”)

I Fleet Foxes, band di Seattle capitanata dal vulcanico e geniale Robin Pecknold, sono indubbiamente tra i gruppi più originali e particolari degli ultimi quindici anni: la loro miscela di folk, rock, pop e sonorità californiane tipiche degli anni settanta, un suono elaborato ed accattivante nello stesso tempo, è quanto di più innovativo si possa trovare oggi in circolazione. Il loro secondo album, Helplessness Blues (2011), aveva ottenuto consensi ed ottime vendite ovunque https://discoclub.myblog.it/2011/05/03/una-attesa-conferma-fleet-foxes-helplessness-blues/ , ed il suo seguito uscito lo scorso anno, Crack-Up, pur essendo leggermente inferiore https://discoclub.myblog.it/2017/06/02/fortunatamente-non-si-sono-persi-per-strada-anteprima-fleet-foxes-crack-up/ , era comunque un lavoro più che buono. Ora, per quanti (sottoscritto incluso) hanno conosciuto la band solo con Helplessness Blues, Pecknold e compagni pubblicano questo box quadruplo (consiglio la versione in CD, che ha un prezzo contenuto) intitolato First Collection 2006 – 2009, che raccoglie i due rari EP d’esordio del gruppo, il loro primo album Fleet Foxes del 2008, ed un altro EP esclusivo intitolato B-Sides And Rarities.

fleet foxe first collection 2006-2009 vinile

Il cofanettino, almeno quello in CD, è piccolo e maneggevole, ma in ogni caso è molto curato e dotato di un bel libretto ricco di foto, informazioni e testi di tutte le canzoni, ed il suono è stato rimasterizzato alla grande: vediamo dunque il contenuto musicale disco per disco (il box presenta l’album come CD1 ed i due EP come CD2 e 3, ma io andrò in ordine cronologico, che è anche il modo in cui consiglio di ascoltare i vari dischetti). The Fleet Foxes EP (2006): mini album di sei pezzi venduto dalla band ai concerti, pare ne esistano solo 50 copie “fisiche”, mentre in download è più facile da reperire. Nonostante il gruppo fosse all’epoca già un quintetto, nel disco suona tutto Pecknold, tranne la batteria che è nelle mani di Garret Croxon; il suono è più rock e diretto che in seguito, ma qua e là ci sono già i germogli dello stile che verrà. She Got Dressed è una rock song potente ed elettrica, piuttosto rigorosa anche nella struttura melodica; anche meglio In The Hot Hot Rays, una deliziosa e solare canzone pop, dal ritmo sostenuto e con una chitarra decisamente “californiana”. Anyone Who’s Anyone è contraddistinta da una splendida chitarra twang e da una performance forte e vitale, con un uso delle voci molto creativo, mentre Textbook Love è ancora pop deluxe, con Robin che mostra già di avere una personalità debordante. Il mini album termina con la vigorosa ed elettrica So Long To The Headstrong, tra pop e rock e melodicamente complessa, e con Icicle Tusk, folk, cantautorale e più vicina ai Fleet Foxes di oggi.

Sun Giant (2008): secondo EP del gruppo, uscito appena due mesi prima del loro debut album (ma con il quale non ha pezzi in comune). Ed ecco i Fleet Foxes che conosciamo (a proposito, qua ci sono anche gli altri: Skyler Skjelset, chitarra, Casey Wescott, tastiere, Craig Curran, basso e Nicholas Peterson, batteria), con melodie quasi eteree, di stampo folk, ma con qualche elemento di psichedelia ed un vulcano di idee. La title track apre in modo suggestivo, con un canto corale a cappella, quasi ecclesiastico, seguito a ruota dall’intrigante Drops In The River, brano cadenzato, decisamente folk-rock nella struttura ed un motivo diretto, sempre giocato sull’uso particolare delle voci. Restiamo in territori folk con la saltellante English House, che ricorda un po’ lo stile dei Lumineers, ed anche con la splendida Mykonos, una canzone intensa, fluida e dalla melodia davvero suggestiva, con armonie vocali degne di CSN; chiusura con la lenta Innocent Son, solo per voce e chitarra. Fleet Foxes (2008): ed è la volta del primo album, che ha compiuto una decade esatta proprio quest’anno: inizio con la sognante e folkie Sun It Rises, ancora più vicina al suono odierno, un brano elettroacustico dal crescendo strumentale coinvolgente ed una melodia sospesa alla David Crosby; la corale White Winter Hymnal è davvero bellissima, ha un motivo circolare ed un sottofondo musicale di grande respiro, mentre Ragged Wood è sostenuta da un ritmo acceso e da uno sviluppo disteso e forte al tempo stesso, con decisi cambi di tempo e melodia tipici di Pecknold.

Sentite poi Tiger Mountain Peasant Song, folk ballad splendida, pura e cristallina, o la mossa Quiet Houses, sempre con un uso molto interessante delle voci e soluzioni melodiche mai banali, o ancora He Doesn’t Know Why, altra deliziosa canzone tra folk d’autore e pop adulto. Tra i pezzi rimanenti, non posso non segnalare lo strumentale (ma le voci non mancano) Heard Them Stirring, puro Laurel Canyon Sound, l’acustica ed intensissima Meadowlarks o la conclusiva Oliver James, in cui la voce di Robin è praticamente lo strumento solista. B- Sides And Rarities: EP di otto canzoni che contiene quattro brani usciti solo su singolo e quattro versioni inedite. False Knight On The Road è un folk etereo ancora caratterizzato da un motivo squisito e di facile assimilazione (canzone un po’ sprecata come lato B), mentre la rilettura del noto traditional Silver Dagger è semplicemente stupenda, solo voce e chitarra ma emozioni a profusione (e Pecknold canta in maniera sublime). La gentile White Lace Regretfully è più normale, ma Isles è ancora un delizioso bozzetto acustico di grande presa emotiva. Chiudono il dischetto tre interessanti demo inediti di brani presenti sul primo album e sul secondo EP (Ragged Wood, He Doesn’t Know Why, English House), che sembrano canzoni fatte e finite, ed un frammento strumentale di appena 52 secondi intitolato Hot Air.

Se vi piacciono i Fleet Foxes ma non conoscevate le loro origini (e poi sfido chiunque a possedere i primi due EP), questo cofanetto fa al caso vostro, anche perché una volta tanto non costa una cifra esagerata (in CD).

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 5. Questa Era…Praticamente Una Blues Band! Jethro Tull – This Was: The 50th Anniversary Edition

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Jethro Tull – This Was: The 50th Anniversary Edition – Parlophone/Warner 3CD/DVD Box Set

La meritoria ed apprezzata serie di ristampe del catalogo dei Jethro Tull con i remix degli album originali ad opera di Steven Wilson è arrivata, nei primi mesi di quest’anno, al disco del 1978 dello storico gruppo capitanato da Ian Anderson, Heavy Horses, e già pregustavo per il 2019 la riedizione di Stormwatch (a mio giudizio uno dei lavori più sottovalutati della band inglese), quando mi è arrivata tra capo e collo questa riedizione per il cinquantesimo anniversario di This Was, ovvero l’album di esordio dei Tull, datato 1968. La cosa ha senso, in quanto questo disco era l’unico che mancava nella serie di cofanetti curati da Wilson (nonostante già nel 2008 avesse beneficiato di una ristampa in doppio CD), e quindi ora i fans possono completare anche dal punto di vista dei manufatti una serie che è comunque in continuo sviluppo, con l’unica (e, dal punto di vista del collezionista, fastidiosa) eccezione di Benefit, che non aveva beneficiato del “trattamento” a cofanetto in stile libro. This Was è un album particolare nella discografia dei Jethro Tull, in quanto è forse il meno rappresentativo del loro classico suono rock-folk-prog, ma è bensì un lavoro che all’epoca più di un addetto ai lavori aveva inserito nel filone del British Blues.

Gran parte della responsabilità va senz’altro al chitarrista Mick Abrahams, musicista dalla chiara formazione di stampo blues, che rimarrà nel gruppo per meno di un anno e lascerà poco dopo l’uscita del disco per formare i Blodwyn Pigs, sostituito da Martin Lancelot Barre (e prima, non tutti lo sanno, per un brevissimo periodo da Toni Iommi, *NDB lo si vede nel film degli Stones Rock And Roll Circus https://www.youtube.com/watch?v=zqDxL2oyl-Y), che rimarrà nel gruppo fino allo scioglimento avvenuto nel 2011 (anche gli altri due membri dell’allora quartetto non resteranno a lungo: il bassista Glenn Cornick se ne andrà nel 1970, mentre il batterista Clive Bunker nel 1972). Questa ristampa presenta come al solito un bellissimo e curatissimo libretto pieno di commenti, testimonianze, foto rare o mai viste (anche delle sporadiche reunion di Anderson con gli altri tre membri avvenute in anni recenti), note di Ian brano per brano vergate con la consueta ironia ed i testi delle canzoni, mentre dal punto di vista musicale il box presenta tre CD più un DVD audio. Il primo dischetto offre ovviamente il disco originale, col già citato remix di Wilson, con l’aggiunta di qualche bonus track: un disco come dicevo poc’anzi dalle sonorità decisamente bluesate, ma che in più di un’occasione presenta i germogli del classico Tull sound, con il famoso flauto di Anderson a duettare bravamente con la chitarra di Abrahams.

L’album contiene già due futuri classici del gruppo: il rock-blues d’apertura My Sunday Feeling, che parte da una tipica struttura a 12 battute per diventare una palestra per le digressioni flautistiche del leader, e la famosa A Song For Jeffrey, ancora oggi una delle più trascinanti rock songs dei nostri (ed anche qui il blues non è estraneo). Some Day The Sun Won’t Shine For You è puro folk-blues, influenzato da Sonny Terry e Brownie McGhee, solo voce, chitarra ed armonica, mentre l’elettrica Beggar’s Farm ha anch’essa un impianto blues, alla Peter Green, ma Ian gioca con i cambi di tempo e melodia donando imprevedibilità al brano (un pezzo che dal vivo ha sempre fatto faville), mentre It’s Breaking Me Up è di nuovo puro blues elettrico, cadenzato e godibilissimo. C’è anche l’unica canzone in tutti gli album dei Tull non cantata da Anderson, bensì da Abrahams, Move On Alone, ed ironicamente è il brano meno blues e più sul genere rock ballad con elementi pop (e la voce di Mick non è proprio formidabile). Ci sono anche ben quattro strumentali: il jazz-rock Serenade To A Cuckoo, un pezzo di Roland Kirk in cui il flauto di Anderson sostituisce il sax del musicista americano (anticipando quello che succederà l’anno seguente con la Bourée di Bach), la frenetica Dharma For One, con grande prestazione di Bunker ai tamburi, la roboante Cat’s Squirrel, un traditional che i Tull avevano inciso ispirandosi alla versione dei Cream, e l’improvvisazione di Round, che però dura appena cinquanta secondi. Come bonus abbiamo due brani usciti all’epoca su singolo (la potente e diretta Love Story e la folkeggiante A Christmas Song), più quattro inediti: la take 1 di Serenade To A Cuckoo, Move On Alone con il flauto (la versione sul disco originale ne era priva), un pezzo intitolato Ultimate Confusion che in realtà è puro cazzeggio strumentale in studio, e soprattutto una Some Day The Sun Won’t Shine For You più veloce di quella pubblicata e forse anche migliore.

Il secondo CD parte con nove brani incisi in due diverse session alla BBC per la trasmissione Top Gear, con sei pezzi da This Was (tra cui riletture decisamente vitali di My Sunday Feeling, Cat’s Squirrel e A Song For Jeffrey), più Love Story e due cover di classici del blues, cioè una splendida So Much Trouble (proprio dei già citati Terry e McGhee), con Mick e Ian che si superano rispettivamente alla slide e armonica, e la nota Stormy Monday di T-Bone Walker, lenta, distesa e suonata con classe. Poi, oltre alla solita serie di single versions, lati A e B, in mono (tra cui lo strumentale One For John Gee, non presente sul primo CD, ed il primo 45 giri in assoluto dei Tull, Sunshine Day, all’epoca erroneamente accreditato ai “Jethro Toe”, un brano non imprescindibile e cantato da Abrahams, ed in cui il contributo di Anderson è ridotto al minimo), troviamo due canzoni della John Evan Band, che è il gruppo pre-Tull in cui militavano i quattro, due pop songs interessanti ma lontane dal futuro stile della band (Aeroplane e Blues For The 18th i titoli). Il terzo CD si limita a proporre l’album nei missaggi originali del 1968 sia stereo che mono, mentre il DVD audio lo ripropone remixato sempre da Wilson con la tecnica 4.1 DTS e con lo stereo mix del 1969 in 96/24 bit, insomma tutte robe da audiofili incalliti.

This Was, Questo Era: già dal titolo scelto all’epoca Ian Anderson voleva far capire che la direzione musicale dei Jethro Tull era destinata a cambiare a breve (con il secondo album Stand Up), ma proprio per la sua particolarità è un disco che vale la pena riscoprire.

Marco Verdi

Uno Dei Dischi Rock (Blues) Più Belli Dell’Anno! Damon Fowler – The Whiskey Bayou Session

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Damon Fowler – The Whiskey Bayou Session – Whiskey Bayou Records

Sono passati 4 anni dall’uscita di Sounds Of Home, album che chiudeva il suo contratto di tre dischi con la Blind Pig Records https://discoclub.myblog.it/2014/01/20/suoni-casa-tab-tanta-slide-damon-fowler-sounds-of-home/ , eccellente lavoro che evidenziava, come i precedenti, le virtù di chitarrista, cantante e compositore, nell’ordine, di Damon Fowler, nativo di Brandon, Florida, ma da anni residente in quel di New Orleans, un uomo del Sud degli States, come testimonia anche il bellissimo disco dei Southern Hospitality, la band che condivide con JP Soars, Victor Wainwright, Chris Peet e Chuck Riley, il cui disco del 2013 Easy Livin’, come pure Sounds Of Home, era stato prodotto da una delle punte di diamante della musica blues e rock della Louisiana come Tab Benoit. Negli anni successivi Fowler ha fatto parte anche della touring band di Butch Trucks, fino alla sua tragica scomparsa, e poi è stato chiamato da un altro grande ex Allman Brothers come Dickey Betts, che però, come forse avrete letto ha avuto grossi problemi di salute e quindi ha dovuto interrompere la propria attività.

Comunque nel frattempo Damon si è ricongiunto con Benoit che gli ha proposto un contratto per la sua piccola etichetta, e il disco che nasce ha preso proprio il nome di The Whiskey Bayou Session, in omaggio all’etichetta e agli Houma Louisiana Studios dove è stato realizzato. Sono  con Fowler i bravissimi Todd Edmunds al basso e Justin Headley alla batteria, con l’aggiunta di Tab Benoit, che oltre a produrre il disco suona la chitarra in tre pezzi e firma con Fowler sei brani. Il disco è un ennesimo gioiellino della discografia del nostro amico, che in questo nuovo CD  non ha perso il suo magico tocco a Fender Telecaster, slide e lap steel, di cui è un vero virtuoso, in più ha anche un gran voce, vibrante ma con sottili tonalità soul, melodica e grintosa al tempo stesso.  Il suo timbro di chitarra oscilla tra la grinta di Johnny Winter, la classe di Duane Allman, e in ambito slide Lowell George o Ry Cooder , quindi tra blues, rock e soul. Il suono creato da Benoit è splendido: nitido, con gli strumenti ben definiti e la chitarra di Fowler messa sempre in primo piano, sembrano quei vecchi dischi Stax o Capricorn, dove le chitarre di Duane Allman o Eddie Hinton si innestavano su groove ritmici paradisiaci alla Muscle Shoals, come nell’iniziale It Came Out Of Nowhere dove la voce nera e scurissima, poi lascia spazio alla solista limpidissima di Fowler, mentre la sezione ritmica va di carnoso errebì alla grande.

Fairweather Friend è un altro limpido esempio di rock-blues sudista con Damon che maramaldeggia nuovamente con la sua Telecaster letale che disegna traiettorie soliste di classe sopraffina e con un suono da leccarsi i baffi; Hold Me Tight è un brano scritto dal giamaicano Johnny Nash (ve lo ricordate, quello di I Can See Clearly Now?), che diventa un galoppante country got soul dalla melodia accattivante. Up The Line è un brano di Little Walter Jacobs, un incalzante rock-blues sporco e cattivo, basso rotondo e batteria agile, e poi la chitarra che entra come un coltello nel burro, fluida e pungente come solo i grandi solisti sanno fare.  Ain’t Gonna Rock With You No More della premiata ditta Fowler/Benoit è un bluesaccio con uso slide come se fossero tornati i vecchi Little Feat più assatanati di Lowell George, con il bottleneck che scivola senza freni, mentre per Just a Closer Walk with Thee Fowler imbraccia la sua lap steel sognante per un tuffo gospel nel sacred steel sound più mellifluo e sinuoso, cantato con fervore estatico https://www.youtube.com/watch?v=pitbNXOz80A .

Pour Me è un altro blues-rock trascinante con le due chitarre di Fowler e Benoit in pieno trip sudista, di nuovo in modalità slide quella di Damon, poi tocca a Holiday,  altro pezzo rock splendido, sembrano i Dire Straits di Sultans Of Swing, brano che va di rock swingato, ma anche con continui cambi di tempo, sarà old school, ma ragazzi se suonano https://www.youtube.com/watch?v=v_EPBx_-gnA  e lui come canta, con un assolo di chitarra da dichiarare illegale. E non è finita, Running Out Of Time ha un altro groove di pura matrice sudista, semplice e orecchiabile, ma il lavoro della solista è sempre sopraffino, Candy è un duetto country-blues tra le chitarre acustiche di Fowler e Benoit, con Damon che estrae dal cilindro un timbro suadente da storyteller , e per concludere in bellezza tocca ad un altro brano dove domina il suono dolcissimo della lap steel , tra western swing, tocchi hawaiani e sonorità impossibili, per una Florida Baby dall’impianto veramente laidback. Fatevi un favore, cercate questo disco.

Bruno Conti

Un Divertente Disco Dal Vivo Per Uno Dei Grandi “Sidemen” Del Rock. Chuck Leavell – Chuck Gets Big (With The Frankfurt Radio Big Band)

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Chuck Leavell  – Chuck Gets Big With The Frankfurt Radio Big Band – BMG/Evergreen Arts

Chuck Leavell, da Birmingham, Alabama, è uno dei musicisti più importanti tra coloro che hanno prestato la loro opera di tastierista aggiunto con un paio delle band più rappresentative della storia del rock: dagli anni ’80 lavora con i Rolling Stones, come “direttore” della road band che accompagna le Pietre Rotolanti nei vari tour, e prima, tra il 1972 e il 1976, fu membro effettivo dell’Allman Brothers Band. Dal 1977 al 1980 ha avuto una propria band, i Sea Level, e comunque nel corso degli anni ha lavorato con moltissimi artisti che hanno chiesto le sue prestazioni: Black Crowes, Clapton, David Gilmour, Gov’t Mule, John Mayer, per citare alcuni dei più noti (ma pure con i nostri  Maurizio “Gnola” Glielmo Fabrizio Poggi). La sua carriera solista non è particolarmente ricca: cinque album negli ultimi 20 anni, compreso un altro Live In Germany (doppio) del 2008.

Proprio in relazione a quel CD, Chuck Gets Big, il disco di cui ci stiamo occupando ha rischiato di non vedere la luce, in quanto registrato nel 2011, e con Leavell che avendo già un live in commercio, non voleva pubblicarlo a così breve distanza dal precedente disco dal vivo. All’inizio del 2018, si è deciso che valeva la pena di fare uscire questo documento del suo incontro con la Frankfurt Radio Big Band. La band è proprio big, ci sono ben dodici “fiatisti”, più chitarra, basso e batteria e un paio di coriste. Il repertorio è eclettico, pesca da tutta la discografia di Chuck: si parte con King Grand, un brano dei Sea Level, che illustra il suo lato più jazz (rock), subito incantati da un florilegio del magico piano di Leavell, poi i fiati iniziano a lavorare all’unisono, il nostro che non è un cantante memorabile, pure se le cava onorevolmente, e gli assoli di Alex Schlosser alla tromba e Martin Scales alla chitarra, oltre a quello di Leavell, sono ben strutturati e assai godibili, nel suono d’assieme appunto da Big Band.

Losing Hand è uno standard da sempre associato al primo repertorio di Ray Charles, un R&B corposo che rende omaggio al Genius e qui il nostro lavora ancora di fino alla tastiera, mentre Honky Tonk Women è uno dei brani più identificabili dei suoi attuali datori di lavoro, un riff leggendario che regge anche trasferito in un ambito meno rock, per quanto i suoi colleghi tedeschi e le due coriste ci diano dentro di gusto, con Scales che fa il Richards della situazione. Living In A Dream è un altro brano dei Sea Level, come il precedente tratto da On The Edge del ’78, con Nils Van Haften che duplica il solo di sax tenore di Randall Bramblett dell’originale, in un pezzo dal ritmo sognante e mosso al contempo, con Blue Rose, una delle sue rare composizioni, da un disco di solo piano del 2001, qui trasformato in una vivace cavalcata a tempo di jazz, per poi lasciare spazio ad uno dei brani più belli di Brothers And Sisters degli Allman, Southbound, uno dei classici di Dickey Betts, con Scales di nuovo in bella evidenza, in un arrangiamento che richiama quelli dei Blood, Sweat And Tears o dei primi Chicago. 

Ancora musica di qualità con una gagliarda e corale Tumbling Dice, che diventa un rock’n’soul di pura matrice sudista, seguita da Ashley, un altro dei brani di Leavell, tratto da Southscape del 2005, una solenne e morbida ballatona dove le mani del nostro corrono sulla tastiera. E lì si fermano per un altro omaggio agli Allman Brothers, con il blues-rock sapido ed orchestrale di una coinvolgente Statesboro Blues, seguito da uno dei classici del R&R come Route 66, presa a tutta velocità dalla band che segue come un sol uomo il nostro amico, che continua a cantare più che dignitosamente, anche se poi si deve un poco ” arrangiare” quando si trova alle prese con Georgia On My Mind, dignitosa, ma il grande Ray era un’altra cosa, meglio in un altro must del repertorio di Charles come la vorticosa e raffinata Compared To What, sempre con la Big Band in perfetta sintonia con il piano di Leavell, che poi si lascia andare ai virtuosismi nella conclusiva strumentale Tomato Jam che chiude una bella serata di musica.

Bruno Conti

Uno Dei “Virtuosi” Della Chitarra Elettrica Nuovamente in Azione. Robben Ford – Purple House

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Robben Ford – Purple House – EarMUSIC      

Avevamo lasciato Robben Ford alle prese con l’avventura europea di Lost In Paris Blues Band, un  buon disco collaborativo del 2016, realizzato con il bluesman francese Paul Personne e l’americano Ron Thal, oltre a John Jorgenson e Beverly Jo Scott https://discoclub.myblog.it/2017/01/06/quasi-una-super-session-lost-in-paris-blues-band-paul-personne-robben-ford-ron-thal-john-jorgenson-beverly-jo-scott/ .  Nel frattempo ha realizzato anche Supremo, il nuovo disco dei Jing Chi, il power trio che condivide con Jimmy Haslip e Vinnie Colaiuta . Nel 2018 si ripresenta con il suo nuovo disco solista, Purple House, sempre per la earMUSIC, la sua attuale etichetta, con musicisti e compagni d’avventura completamente diversi da quelli che avevano partecipato a Into The Sun,  con nomi di pregio come ospiti, da Warren Haynes a Keb’ Mo’, passando per Robert Randolph, Sonny Landreth e Tyler Bryant degli Shakedown https://discoclub.myblog.it/2015/03/17/la-classe-acqua-2-robben-ford-into-the-sun/ .

Questa volta la produzione è affidata a Casey Wasner, specialista di dischi blues, ingegnere del suono e produttore per i recenti dischi di Keb’ Mo’, da solo e con Taj Mahal, Walter Trout e anche dell’album degli Jing Chi. Wasner, suona anche la chitarra, le tastiere e  la batteria all’occorrenza, e dovrebbe far parte della prossima touring band di Ford con Ryan Madora al basso e Derrek Phillips alla batteria, che presumo  suonino anche nell’album. Quello che è certo è che gli ospiti, meno altisonanti del disco del 2015,ma comunque validi, sono Shemekia Copeland, che duetta nel brano Break In The Chain con Robben, Travis McCready, voce solista nel pezzo Somebody’s Fool, e Drew Smithers seconda chitarra solista in Willing To Wait, entrambi della band di Natchez, Mississippi Bishop Gunn. Ma torniamo a questo Purple House, per il quale, come dice lo stesso Ford nella presentazione, si è voluto porre l’enfasi sulla produzione, privilegiando ulteriormente il suono, da sempre uno dei pallini del chitarrista californiano, e anche un diverso approccio sonoro rispetto alle sue produzioni abituali, per esempio con i Blue Line, dove lo stile era decisamente rivolto al blues e al R&B.

Tangle With Ya, ha un suono tra il funky e il fusion-rock di altre avventure passate, molto ben definito, con gli strumenti decisamente ben delineati, soprattutto il basso, ma anche con l’uso di fiati e voci femminili di supporto, che danno un aura R&B al tutto, mentre l’assolo del nostro come al solito è un prodigio di tecnica e feeling; ancora molto funky moderno per la successiva e sempre fiatistica What I’ Haven’t Done, che ricorda il sound di una sua vecchia formazione, gli LA Express,, mentre gli assoli continuano ad essere sempre fluidi e brillanti. Empty Handed è una sorta di ballata elettroacustica, quasi da cantautore, intima e raffinata, con una bella melodia e un cantato molto partecipe di Ford, che lavora al solito di fino con le chitarre, mentre Bound For Glory è un pezzo rock più leggero, quasi radiofonico, nobilitato come di consueto da un assolo di gran classe.

Break In The Chain, è un gagliardo blues-rock cantato a due voci con Shemekia Copeland, che si conferma una delle cantanti più interessanti attualmente in circolazione https://discoclub.myblog.it/2018/09/04/alle-radici-della-musica-americana-con-classe-e-forza-interpretativa-shemekia-copeland-americas-child/ , mentre il nostro impiega una timbrica della sua solista decisamente più robusta rispetto al passato, anche se ci sono i soliti passaggi elettroacustici di grande tecnica. Wild Honey è un’altra bella ballata mid-tempo da cantautore di ottima fattura, malinconica e quasi di stampo west-coastiano, con il lavoro della solista molto misurato; Cotton Candy torna al funky-rock con un rotondo giro di basso e i fiati che guidano le danze, prima di lasciare spazio alla funambolica solista del leader. Finale con i due brani insieme ai membri dei Bishop Gunn, Somebody’s Fool, un potente e tirato rock-blues, cantato dall’ottimo McCready https://www.youtube.com/watch?v=SWA9sArssmU  e Willing To Wait una blues ballad dove Ford si misura in gusto e classe con la seconda solista di Drew Smithers https://www.youtube.com/watch?v=h0aB6-ustjY . Al solito un buon album per Robben Ford, anche se forse non  particolarmente memorabile.

Bruno Conti

Tornano I “Maghi” Della Slide. Delta Moon – Babylon Is Falling

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Delta Moon – Babylon Is Falling – Jumping Jack Records/Landslide Records

Decimo album di studio per I Delta Moon,  Il duo di Atlanta, Georgia, composto da Tom Gray, che è la voce solista e impegnato alla lap steel in modalità slide, e Mark Johnson, pure lui alla slide: in effetti vengono uno da Washington, DC e l’altro dall’Ohio, ma hanno eletto il Sud degli States come loro patria elettiva, e con l’aiuto del solido (in tutti i sensi) bassista haitiano Franher Joseph, che è con loro dal 2007, hanno costruito una eccellente reputazione come band che sa coniugare blues, rock, musica delle radici e un pizzico di swamp, in modo impeccabile. I batteristi, che spesso sono anche i produttori dei dischi, ruotano a ritmo continuo: in questo Babylon Is Falling ne troviamo tre diversi, Marlon Patton è quello principale, mentre in alcuni brani suonano pure Vic Stafford e Adam Goodhue. Il risultato è un album piacevolissimo, dove il materiale originale si alterna ad alcune cover scelte con estremo buon gusto ed eseguite con la classe e la finezza che li contraddistingue da sempre.

Per chi non li conoscesse, i Delta Moon hanno un suono meno dirompente di quanto ci si potrebbe attendere da un gruppo a doppia trazione slide, una rarità, ma anche uno dei loro punti di forza https://discoclub.myblog.it/2017/05/12/due-slide-sono-sempre-meglio-di-una-nuova-puntata-delta-moon-cabbagetown/ :Tom Gray non è un cantante formidabile, ma supportato spesso e voelntieri dalle armonie vocali di Johnson e di Fraher, nelle note basse, è in grado di rendere comunque il loro approccio alla materia blues e dintorni molto brillante e vario, come dimostra subito un brano uscito dalla propria penna come Long Way To Go. Un bottleneck minaccioso che si libra sul suono bluesato  e cadenzato dell’insieme, speziato dal suono della paludi della Louisiana, altra fonte di ispirazione del sound sudista della band, mentre anche l’altra slide di Johnson inizia ad interagire con quella di Gray, che benché il nome lap steel potrebbe far pensare venga suonata sul grembo, in effetti è tenuta a tracolla e “trattata” con una barretta d’acciaio.

Conclusi i tecnicismi torniamo ai contenuti del disco: la title track Babylon Is Falling è un brano tradizionale arrangiato come un galoppante soul-blues-gospel che sta a metà strada tra il Cooder elettrico e i gruppi soul neri, con il consueto sfavillante lavoro delle chitarre, mentre One More Heartache è un vecchio brano Motown firmato da Smokey Robinson  per un album del 1966 di Marvin Gaye, sempre rivisitato con quel sound che tanto rimanda ancora al miglior Ry Cooder. Might Take A Lifetime è il primo contributo come autore di Mark Johnson, ma la voce solista è sempre quella roca e vissuta di Gray, con il suono che qui vira decisamente al rock, pensate ai Little Feat o magari ai primi Dire Straits, tanto per avere una idea; Skinny Woman va a pescare nel repertorio di R.L. Burnside per un tuffo nel blues delle colline, vibrante ed elettrico come i nostri amici sanno essere, grazie a quelle chitarre che volano con leggiadria sul solido tappeto ritmico. Louisiana Rain è un sentito omaggio al Tom Petty più vicino al suono roots, una squisita southern ballad che la band interpreta in modo divino, con l’armonica di Gray che si aggiunge al suono quasi malinconico e delicato delle chitarre accarezzate con somma maestria dai due virtuosi.

Liitle Pink Pistol, nuovamente di Gray, è un rock-blues più grintoso, sempre con le chitarre che si rispondono con  superbo gusto dai canali dello stereo e una spruzzata di organo per rendere il suono più corposo. Nobody’s Fault But Mine è il famoso traditional attribuito a Blind Willie Johnson, altra canzone che brilla nella solida interpretazione del gruppo, con un piano elettrico aggiunto alle due slide tangenziali https://www.youtube.com/watch?v=Bbbvw_Ru5w8 , e sempre in ambito blues eccellente anche il trattamento riservato ad un Howlin’ Wolf d’annata nella inquietante Somebody In My Home, sempre in un intreccio di chitarre ed armonica. Per chiudere mancano una corale e divertente One Mountain At A Time, sempre incalzante e tagliente, e la bellissima e sognante Christmas Time In New Orleans, altro pezzo firmato da Johnson https://www.youtube.com/watch?v=5ZJgSaEjNYU , ennesimo fulgido esempio del loro saper coniugare blues e radici in modo sapido e personale.

Bruno Conti