Ottimo Ritorno Per La Band Di Brooklyn, Peccato Per La Scarsa Reperibilità. The Hold Steady – Thrashing Thru The Passion

hold steady thrashing thru the passion

The Hold Steady – Thrashing Thru The Passion – Frenchkiss Records

Sono passati cinque anni dalla pubblicazione dell’ultimo album degli Hold Steady, Teeth Dreams, un buon disco che aveva ricevuto critiche positive https://discoclub.myblog.it/2014/05/29/buongustai-del-rock-americano-the-hold-steady-teeth-dreams/ , ma che forse non raggiungeva le vette di quelli del periodo 2006-2008, Boys And Girls In America (forse il migliore) e Stay Positive: poi la band aveva pubblicato un live e ad inizio 2010 il pianista Franz Nicolay (che era l’altra stella del gruppo) aveva annunciato il suo abbandono. Nel frattempo, nel 2012, Craig Finn aveva iniziato anche una carriera solista parallela, che finora ha visto l’uscita di quattro album, l’ultimo dei quali, l’ottimo I Need A New War, è uscito da pochissimo, a fine aprile, e nel 2016 Nicolay è rientrato in formazione, portando la line-up a sei elementi. In questi anni in cui Finn pubblicava i suoi dischi solo, comunque la band , dalla fine del 2017, ha iniziato a pubblicare nuove canzoni, solo a livello digitale. Due a fine 2017, altre due l’anno successivo, e una a marzo di quest’anno, tutti  brani inseriti nella seconda parte del nuovo album Thrashing Thru The Passion che, per chi non ama il download e quindi non conosceva già le canzoni, suona fresco e pimpante, come nelle loro migliori prove.

Il “solito” rock americano dove confluiscono le immancabili influenze springsteeniane, quelle del rock di Minneapolis, ma anche del primo Graham Parker, con in più i testi visionari e complessi di Finn, e quel suo tipico e laconico cantar parlando, mentre intorno ribolle il rock veemente creato dalla band che ogni tanto si stempera anche in splendide ballate. Il nuovo CD è edito dalla loro etichetta personale, quella che pubblicava i dischi ad inizio carriera, quindi un ritorno alle origini, come certifica anche il sound, a partire dalla iniziale Denver Haircut, energica anziché no, con Tad Kubler e Steve Selvidge che strapazzano le loro chitarre, mentre il batterista Bobby Drake percuote i suoi tamburi con voluttà, un pezzo degno di uno dei suoi eroi come Springsteen; anche Epaulets (ovvero “spalline”) ricorda il Boss, grazie all’uso dei fiati, ma forse ancor di più il Graham Parker anni ’70, con Nicolay che continua il suo ottimo lavoro al piano.

You Did Good Kid, il recente singolo, non entusiasma, troppa confusione e poca melodia, ma alla fine si ascolta con attenzione per i suoi ritmi sghembi, mentre Traditional Village, con intrecci di piano, chitarre e sax, ed un ritmo incalzante. ricorda ancora il Bruce anni ’80, sempre con il parlar cantando di Finn in evidenza; Blackout Sam è l’unica ballata, che narra di un pianista che si crede Randy Newman, introdotta dal piano di Nicolay poi entra il resto della band, mentre Franz lavora di fino anche all’organo, infine arriva il sax e il brano diventa sempre più intenso ed appassionato, fino all’intervento delle chitarre soliste gemelle, bellissima. Questi sono i pezzi “nuovi”, esclusivi per l’album, vediamo il resto:

T-shirt Tux, tutta riff e un groove alla Thin Lizzy, quando Lynott impiegava il suo stile più springsteeniano (eccolo di nuovo), non è mera imitazione, Finn ha una sua personalità, ma i punti di contatto ci sono, con piano e chitarre che impazzano di nuovo https://www.youtube.com/watch?v=qiRCCfQOrUk , con la precedente Entitlement Crew che è un altro incalzante e impetuoso rocker nella migliore modalità degli Hold Steady, batteria pimpante, organo vintage e fiati travolgenti. Star 18 cita nel testo Mick Jagger, Peter Tosh e pure gli Hold Steady, con Kubler che inchioda un ottimo breve assolo e Drake e il bassista Galen Polivka, che tengono il ritmo sempre alla grande, mentre Finn declama da par suo; The Stove And The Toaster è un altro poderoso esempio di ottimo rock and roll, con il basso che pompa di brutto, la batteria ovunque, i fiati all’unisono che impazzano, e un altro assolo da sballo di Kubler a seguire un breve intermezzo delle tastiere di Nikolay https://www.youtube.com/watch?v=L9tu5Jv-j4I . Chiude un altro pezzo tutto riif,  Confusion In The Marketplace con una dichiarazione di intenti finale di Craig Finn , “I don’t want to dick around/I just want to devastate.”

Bentornati. 

Bruno Conti

Uno E Trino, Un Bluesman Elettrico Completo E Strepitoso. Toronzo Cannon And The Chicago Way – The Preacher, The Politician Or The Pimp

toronzo cannon the preacher

Toronzo Cannon And The Chicago Way – The Preacher, The Politician Or The Pimp – Alligator Records/Ird

Nel suo nuovo disco, il secondo per la Alligator, e il quinto in totale, Toronzo Cannon è effigiato sulla copertina in versione una e trina, appunto il Predicatore, il Politico e il Pappone: il fatto di essere nella vita anche guidatore di bus per la CTA (Chicago Transit Authority) gli permette, da osservatore privilegiato, di sviluppare anche temi sociali, toccare quindi i problemi di Chicago, le difficoltà nel viverci, sperimentate in prima persona nello svolgimento della sua attività lavorativa. Ma Cannon è anche uno dei maggiori talenti emersi dalla Windy City, in una carriera che ha preso velocità solo nell’ultima decade, dopo i classici dieci anni di gavetta, passati suonando per altri e nei piccoli locali della città, pubblicando due eccellenti album per la Delmark e poi l’ottimo The Chicago Way, candidato ai Blues Music Awards del 2017 come Album Dell’Anno.

Come nel precedente disco Cannon si fa aiutare in fase di produzione dal boss dell’etichetta Bruce Iglauer, e il risultato è uno dei migliori CD di blues elettrico di una annata che è stata molta buona per i praticanti delle 12 battute: Toronzo si districa abilmente in tutti gli stilemi del blues, partendo da un approccio diretto, quasi ruvido, direi addirittura “muscolare”, con un suono che più che dei padri nobili del genere, Waters o i tre King, è figlio di musicisti più vicini anche al rock, come Buddy Guy, Albert Collins, Luther Allison, ma non disdegna sfumature e tonalità più raffinate alla Robert Cray, con elementi soul, R&B e gospel inseriti nell’insieme, in virtù anche di una voce duttile e dalla bella timbrica, in grado di passare da cavalcate selvagge a momenti più intimi e raccolti, senza dimenticare, anche se lui dice “It’s not about the solos”, che  la chitarra è comunque uno degli elementi fondamentali della sua musica. Prendiamo l’iniziale Get Together Or Get Apart, sembra di ascoltare musicisti rock-blues bianchi, tipo Tinsley Ellis, Principato, Robillard oppure il miglior Joe Louis Walker, con un drive incalzante fornito dalla sezione ritmica di Marvin Little al basso e  Melvin “Pooky Styx” Carlisle, alla batteria, e un supporto notevole dell’organo (e in altri brani del piano) di Roosevelt Purifoy, uno dei veterani tra i tastieristi locali, e ovviamente i numeri superbi della Fender di Cannon, che è una vera forza della natura.

La title track ci rimanda alle atmosfere dei dischi blaxploitation, Isaac Hayes, Curtis Mayfield, con wah-wah e percussioni sullo sfondo, ma anche le linee liquide della solista di Toronzo che la ancorano al blues, The Chicago Way, era il titolo del disco precedente, ma il brano non c’era, eccolo fresco fresco per una vorticosa cavalcata nel boogie southern degli ZZ Top, un sound vicino ai primi album del trio texano, con Cannon che non sfigura in confronto al miglior Billy F. Gibbons e la band che tira alla grande. Tre brani, tre approcci diversi, anche Insurance mescola nuovamente le carte, aggiungete un Billy Branch all’armonica, Iglauer nella parte del Dottore, Purifoy che passa al piano, per un tuffo nel puro Chicago Blues più rigoroso, poi arriva Stop Me When I’m Lying, sezione fiati guidata da Joe Clark e veniamo catapultati in un R&B sanguigno da rock’n’soul revue, cantato sempre alla grande da Cannon con Purifoy che titilla il suo piano con libidine e Cannon più “misurato” alla solista. She Loved Me (Again) è il classico slow blues lancinante, con il nostro che esplora il manico della sua chitarra con classe e ferocia, mentre The Silence Of My Friends è una bellissima ballata tra deep soul e gospel, cantata con voce spiegata da Toronzo, che ricorda il miglior Robert Cray, mentre la solista punteggia il dipanarsi della melodia, e The First 24 ci trasporta sulle rive del Delta del Mississippi, per un blues acustico e rigoroso con uso di slide.

That’s What I Love About ‘Cha, è un gagliardo duetto con l’ospite Nora Jean, tra R&R alla Chuck Berry e blues sanguigno e vibrante. Ottimo anche lo shuffle pianistico , la jazzata No Ordinary Woman, firmata come tutti gli altri brani da Cannon, notevole pure la pungente e scandita Let Me Lay My Love On You, prima del gran finale con I’m Not Scared, dove Toronzo al wah-wah e Joanna Connor alla slide confezionano un brano in puro stile hendrixiano, con chitarre feroci e di impatto devastante e la parte vocale affidata alla bravissima Lynne Jordan,  con il supporto di Cedric Chaney e Maria Luz Carball, non è da meno. Grande disco, se la batte con quello di Nick Moss come miglior disco blues elettrico dell’anno https://discoclub.myblog.it/2019/08/20/un-trio-di-delizie-blues-alligator-per-lestate-3-nick-moss-band-lucky-guy/  .

Bruno Conti

Una Delle Più Belle Voci In Circolazione In Uno Splendido Omaggio Ad Uno Dei Grandi Della Musica Rock! Janiva Magness – Sings John Fogerty Change In The Weather

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Janiva Magness – Sings John Fogerty/Change In The Weather – Blue Elan

Il germoglio per la nascita di questo album era stato piantato nel 2016, quando Janiva Magness, all’interno di un album fatto tutto di brani originali, Love Wins Agains (detto per inciso il suo unico ad essere candidato ad un Grammy come miglior album di blues contemporaneo dell’anno https://discoclub.myblog.it/2016/05/11/piu-che-lamore-la-voce-che-vince-volta-janiva-magness-love-wins-again/ ), aveva inciso una splendida cover tra soul e gospel di Long As I Can See tTe Light dei Creedence, una delle tantissime perle uscite dal songbook di John Fogerty. Janiva poi quel Grammy purtroppo non lo ha vinto, ma per fortuna detiene almeno sette Blues Music Awards, in quanto si tratta, a mio parer,e di una delle più belle voci espresse dalla musica americana nell’ultimo trentennio. La cantante di Detroit, che con questo Change In The Weather giunge al suo disco n° 15, non ne ha mai sbagliato uno, ogni uscita almeno pari alla precedente, in questo aiutata dal suo fido collaboratore storico Dave Darling, che ancora una volta si occupa della produzione, al solito molto curata, ma anche molto essenziale nella sua linearità, con l’impiego della nuova touring band della Magness,  il batterista Steve Wilson, il bassista Gary Davenport e il chitarrista Zachary Ross, anche al dobro, ai quali si affianca lo stesso Darling alla chitarra e l’ottimo tastierista Arlan Oscar, oltre ad un paio di ospiti che vediamo subito.

L’approccio nell’affrontare queste dodici canzoni (7 dei Creedence e 5 non notissime del Fogerty solista) è un po’ quello dei grandi cantanti jazz e dei crooner del passato nelle interpretazioni dei songbook della canzone americana d’autore: quindi non rigorosamente simili all’originale, ma mediati dalla sensibilità di questa interprete sopraffina. C’è del blues, del soul, del gospel, ma anche uno spirito fortemente rock, tutti amalgamati alla perfezione: prendiamo l’iniziale title track Change In The Weather, che viene da Eye Of The Zombie, su un insistito battito di mani e un serrato ritmo di chitarra, basso e batteria, si innesta un drive incalzante tra boogie e blues-rock, con le chitarre cattive e sporche e la voce roca, calda ed espressiva di Janiva che scalda subito i motori. Lodi era uno dei capolavori “country” dei CCR, un brano bellissimo, che qui viene rivisitato sotto forma di duetto insieme alll’eccellente cantautore outlaw country di LA Sam Morrow, in un perfetto equilibrio tra la voce alla carta vetrata di Morrow e quella vellutata di Janiva, diventa un urgente blues-rock tirato e chitarriistico, non privo di elementi Memphis soul, grazie ad un organo scivolante e al call and response dei due cantanti, una meraviglia; Someday Never Comes, un brano tratto da un album minore dei Creedence come Mardi Gras, è uno di quelli che addirittura superano l’originale, su un ritmo ondeggiante tra accelerazioni rock e tempo da ballata, la nostra amica ci regala una prestazione vocale sontuosa https://www.youtube.com/watch?v=nf0W6N05_yE .

A proposito di ballate, la prima del lotto è Wrote A Song For Everyone, che non casualmente era il titolo dell’album del 2013 dove Fogerty riprendeva i suoi vecchi brani https://discoclub.myblog.it/2013/06/06/sempre-le-stesse-canzoni-ma-che-belle-john-fogerty-wrote-a-s/  (e anche Someday Never Comes ne usciva rivitalizzata), ma anche uno dei brani più belli di Green River e dell’opera omnia dei Creedence, partendo da una capolavoro la Magness e Darling hanno pensato di dargli una veste deep soul come quella che avevano le grandi versioni degli artisti Stax quando attingevano dal repertorio rock, cantata sempre in modo incantevole  . Altro duetto delizioso è quello con il decano Taj Mahal nella non notissima Don’t You Wish It Was True, un pezzo tratto da Revival del 2007, che diventa un agile Delta Blues con il banjo di Taj a doppiare il dobro di Ross, e il vocione di Mahal ad accarezzare la voce quasi mielosa ed ammiccante di Janiva, e un divertente finale ad libitum, mentre Have You Ever Seen The Rain una delle canzoni più politiche dei Creedence (ma anche tra le più belle ed indimenticabili) viene rallentata ad arte per adattarla all’attuale pesante clima sociale americano, e diventa una soffusa e sofferta soul ballad, con organo d’ordinanza, armonie vocali avvolgenti e un’altra interpretazione da sballo della Magness, ma quanto canta bene?

Anche Bad Moon Rising era una dichiarazione di intenti del vecchio Fogerty, trasformata in un trasognato blues a tutta slide, molto Cooderiano, che però a tratti non dimentica l’urgenza dell’originale, e come si potrebbe? https://www.youtube.com/watch?v=K9AEbz0hY1g  Anche Blueboy, presa da Blue Moon Swamp, non è un brano celeberrimo, ma è l’occasione per un tuffo nel classico suono swamp dell’originale, ancora con dobro ed elettrica in azione, e non mancano neppure i classici coretti. Fortunate Son cantata da un punto di vista femminile è inconsueta, ma il riff non manca, la grinta rock neppure, questa canzone si può fare solo così, magari rallentarla appena, ma mantenendo la forza dirompente del brano, caratterizzato da un bel assolo di piano di Oscar, e anche Déjà Vu (All Over Again), dopo un inizio attendista sprigiona la consueta potenza delle canzoni di Fogerty, magari più raffinata e meno sparata a tutta forza, diciamo un ottimo mid-tempo. A Hundred And Ten In The Shade, ancora da Blue Moon Swamp, profuma nuovamente di blues usciti da paludi misteriose e profonde, lasciando la conclusione ad un incantevole tuffo nel country/bluegrass di una vivacissima e ruspante Looking Out My Back Door, con il dobro di Rusty Young, le acustiche di Darling e Jesse Dayton e il violino di Aubrey Richmond. Idea complessiva brillante e personale, esecuzione anche migliore, trai i dischi più belli di quest’anno.

Bruno Conti

Novità Prossime Venture 22. R.E.M – Monster Super Deluxe Edition: Anche Il Nono Album Della Band Di Athens Festeggia Il Suo 25° Anniversario Con Un “Mostruoso” Cofanetto.

r.e.m. monster box

R.E.M – Monster (25th Anniversary Edition) – 5CD/1BD – 2 CD- 2 LP – Craft/Universal – 01-11-2019

Prosegue il percorso delle ristampe degli album dei R.E.M. al raggiungimento dei 25 anni dalla data di uscita dell’album originale, dopo Automatic For The People tocca a Monster, disco che all’epoca della sua uscita il 27 settembre 1994 ebbe grande successo di vendita, arrivando ancora una volta al 1° posto delle classifiche USA (vendendo 4 milioni di copie solo negli States), anche se le critiche, pur rimanendo decisamente positive, non raggiunsero quel livello di unanimità che aveva caratterizzato Automatic e Out Of Time, forse a causa di un suono a tratti volutamente più aggressivo, con chitarre distorte, tocchi glam rock, insomma niente mandolini e piano, ma appunto tante chitarre, comunque dal disco vennero estratti 4 singoli di successo, tra i quali  Bang And Blame, Strange Currencies Tongue entrarono nei Top 20 della classifica inglese, mentre What’s The Frequency, Kenneth fu numero uno negli Stati Uniti. Per l’edizione del 25esimo al disco originale sono stati aggiunti ben 5 ulteriori dischetti, quattro CD e un Blu-ray audio-video con una quantità veramente cospicua di materiale raro ed inedito. Le versioni in doppio CD o doppio LP riportano il disco 1 e 3 del cofanetto.

il 1° CD contiene l’album originale rimasterizzato dai master analogici, mentre il 2° CD riporta 15 demo registrati durante le sessioni per l’album prodotto da Scott Litt, che ha anche preparato un Remix targato 2019 del disco completo per il terzo CD, dove le chitarre di Peter Buck sono meno dominanti e la voce di Michael Stipe è messa maggiormente in primo piano, mentre il 4° e il 5° riportano il concerto completo tenuto il 3 giugno del 1995 durante il Monster Tour, e infine il Blu-ray, oltre alle versioni 5.1 surround sound e hi-resolution audio, riporta i 6 video clip dell’epoca più Road Movie un film concerto completo, a dimostrazione che se si vuole i Blu-ray o i DVD non devono contenere per forza solo materiale per audiofili, spesso di zero interesse per moltissima gente, ma intelligentemente possono accontentare anche.i non patiti dell’alta fedeltà, senza fare lievitare troppo i prezzi di questi cofanetti. Infatti molto indicativamente il box avrà un costo intorno ai 70 euro.

Ecco comunque il contenuto completo del box la cui uscita è prevista per il 1° novembre.

[CD1: Monster Remaster]
1. What’s The Frequency, Kenneth?
2. Crush With Eyeliner
3. King Of Comedy
4. I Don’t Sleep, I Dream
5. Star 69
6. Strange Currencies
7. Tongue
8. Bang And Blame
9. I Took Your Name
10. Let Me In
11. Circus Envy
12. You

[CD2: Monster Demos]
1. Pete’s Hit
2. Uptempo Mo Distortion
3. Uptempo Ricky
4. Harlan County with Whistling
5. Lost Song
6. AM Boo
7. Mike’s Gtr
8. Sputnik 1 Remix
9. Black Sky 4-14
10. Revolution 4-21
11. Rocker with vocal
12. Time Is On Mike’s Side
13. Experiment 4-28 no vocal
14. Highland Fling 4-29
15. Cranky 4-29

[CD3: Monster Remix]
1. What’s The Frequency, Kenneth? (2019 Remix)
2. Crush With Eyeliner (2019 Remix)
3. King Of Comedy (2019 Remix)
4. I Don’t Sleep, I Dream (2019 Remix)
5. Star 69 (2019 Remix)
6. Strange Currencies (2019 Remix)
7. Tongue (2019 Remix)
8. Bang And Blame (2019 Remix)
9. I Took Your Name (2019 Remix)
10. Let Me In (2019 Remix)
11. Circus Envy (2019 Remix)
12. You (2019 Remix)

[CD4: Live In Chicago 6/3/95 – Monster 1995 Tour (Part One)]
1. What’s The Frequency, Kenneth?
2. Circus Envy
3. Crush With Eyeliner
4. Near Wild Heaven
5. Welcome To The Occupation
6. Undertow
7. I Took Your Name
8. Strange Currencies
9. Me In Honey
10. Revolution
11. Tongue
12. Man On The Moon
13. Country Feedback
14. Monty Got A Raw Deal

[CD5: Live In Chicago 6/3/95 – Monster 1995 Tour (Part Two)]
1. Losing My Religion
2. You
3. Departure
4. Orange Crush
5. Get Up
6. Star 69
7. Let Me In
8. Everybody Hurts
9. So. Central Rain (I’m Sorry)
10. Pop Song 89
11. It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine)

[Blu-ray]
1. Monster – 5.1 Surround Sound
2. Monster – Hi-Resolution Audio
3. Road Movie (concert film)
4. What’s The Frequency, Kenneth? (music video)
5. Crush With Eyeliner (music video)
6. Star 69 (music video)
7. Strange Currencies (music video)
8. Tongue (music video)
9. Bang And Blame (music video)

E’ tutto, nei prossimi giorni altre ristampe interessanti in arrivo.

Bruno Conti

La Punta Di “Diamantini” Del Rock Italiano! Cheap Wine – Faces

cheap wine faces cd

Cheap Wine – Faces – Cheap Wine Records/IRD CD

A due anni di distanza da Dreams https://discoclub.myblog.it/2017/09/26/anteprima-nuovo-album-grande-rock-made-in-italy-si-puo-fare-cheap-wine-dreams/ , che concludeva una ideale trilogia iniziata con Based On Lies e proseguita con Beggar Town, tornano i Cheap Wine, rock band pesarese guidata dai fratelli Diamantini (Marco alla voce e Michele alle chitarre, come sempre con la sezione ritmica di Andrea Giaro, basso, e Alan Giannini, batteria, e con le tastiere di Alessio Raffaelli) con Faces, decimo full-length di studio del quintetto e realizzato ancora grazie al crowdfunding. Faces è un album che, seppur “sganciato” dai tre precedenti, in un certo senso ne porta avanti le tematiche: i personaggi del disco sono infatti persone comuni, gente spaesata che mal si adatta alla realtà odierna, fatta di relazioni finte, di rapporti fittizi. Un mondo in cui tutti in un certo senso indossano una maschera e fanno finta di essere ciò che non sono, e coloro che cercano di distinguersi dalla massa vengono guardati come dei reietti, anche se ogni tanto qualcuno rischia la fuga da questa situazione opprimente.

*NDB Non essendoci ancora video pronti del nuovo album vi segnalo le date del tour di presentazione di Faces, a ritroso quelle ancora da effettuare.

23 novembre 2019
CANTU’ (CO) – All’1,35 Circa
22 novembre 2019
GATTORNA (GE) – Alzati Lazzaro
9 novembre 2019
LUGAGNANO DI SONA (VR) – Club Il Giardino
8 novembre 2019
CONCORDIA SAGITTARIA (VE) – Sacco & Vanzetti
2 novembre 2019
CHIARI (BS) – Salone Marchetti
1 novembre 2019
GENOVA – Ostaia Da-U Neo
31 ottobre 2019
FIRENZE – Teatro del Sale
4 settembre 2019
PESARO – Dalla Cira
16 marzo 2019
CANTU’ (CO) – All’1,35 Circa
15 marzo 2019
VIGNOLA (MO) – Stones Cafè
14 marzo 2019
FIRENZE – Teatro del Sale
7 febbraio 2019
PESARO – Prima Hangar
16 gennaio 2019
MILANO – Nidaba Theatre
15 gennaio 2019
MILANO – GhePensi M.I.
10 novembre 2018
LUGAGNANO DI SONA (VR) – Club Il Giardino
9 novembre 2018

L’unico modo di capire lo stato d’animo di queste persone è guardandole in faccia, perché le facce (da qui il titolo del CD) non tradiscono mai e raccontano anche senza parlare, basta saper leggere negli occhi altrui. I testi sono di conseguenza cupi, pessimistici, è difficile che filtri anche un piccolo raggio di sole, ed anche le musiche sono tese, dure, nonostante i nostri non tradiscano lo spirito rock’n’roll che li ha accompagnati durante tutta la carriera: Faces è quindi l’ennesimo album di puro rock da parte del quintetto, che canta in inglese non per snobismo ma perché l’inglese è appunto la lingua del rock. Le nove canzoni presenti in questo CD sono come sempre basate sul suono ruspante della chitarra di Michele, anche se ho l’impressione che stavolta le tastiere abbiano uno spazio maggiore rispetto a prima, pur non risultando affatto invadenti: un suono rock moderno, figlio dei nostri giorni, che in alcuni momenti mi ricorda non poco quello dell’ultimo album dei Dream Syndicate. Il CD si apre in maniera decisamente vigorosa con Made To Fly, una rock song affilata come una lama, che inizia con la chitarra elettrica a macinare riff, poi entra forte e chiara la voce di Marco e la sezione ritmica fa il suo dovere: un avvio potente, con Michele che chiude il brano con un lungo assolo purtroppo sfumato.

cheap wine foto

Head In The Clouds inizia con effetti sonori un po’ stranianti, poi entra la chitarra acustica ed il brano si apre a poco a poco fino all’ingresso dell’elettrica dopo la prima strofa, con la canzone che si trasforma in una rock ballad ancora molto tirata, con solito assolo torcibudella: dal vivo prevedo che farà faville. The Swan And The Crow è più distesa ma si avverte lo stesso una certa tensione, sembra quasi una ballatona urbana alla Iggy Pop; The Great Puppet Show è ancora rock’n’roll, caratterizzato dal suono potente della chitarra, ritmo sostenuto e feeling a mille: nessuno in Italia fa musica rock a questo livello, elettrica e coinvolgente. La title track, cupa, nervosa e dal suono moderno, fa veramente venire in mente il Sindacato del Sogno (e la voce non è distante da quella di Steve Wynn), mentre Misfit è una splendida rock ballad, tosta, diretta e dotata di un motivo di sicura presa: tra le più riuscite dell’intero lavoro. Molto bella anche Princess, uno slow d’atmosfera guidato dalla slide, un pezzo che non rinuncia comunque agli elementi rock e ricorda certe cose di Tom Petty. Finale con la trascinante Disguise, puro rock’n’roll dal ritornello vincente (altro pezzo che vorrei sentire live), e con New Ground, che nonostante mantenga un suono decisamente elettrico è più distesa e fluida.

Altro ottimo disco quindi per i Diamantini Brothers: i Cheap Wine sono da tempo una delle più belle realtà musicali del nostro paese, ed è una vergogna che dopo oltre vent’anni siano ancora “solo” una band di culto.

Marco Verdi

Non La Sua Prova Migliore Ma Un Disco Comunque Solido E Soddisfacente, La Voce E’ Sempre Splendida. Beth Hart – War In My Mind

beth hart war in my mind deluxe

Beth Hart – War In My Mind – Mascot/Provogue

L’immagine di copertina del nuovo album di Beth Hart War In My Mind, la ritrae seduta al pianoforte con una strano cappellino in testa e un nuvolone temporalesco personale da cui parte un fulmine che la colpisce: è una “foto” per certi versi precisa anche del carattere della cantante americana.  Da sempre alle prese appunto con il suo complesso carattere, influenzato dalla malattia bipolare e dalle vicende variegate della sua vicenda artistica ed umana: come dice sinceramente lei stessa, anche oggi che ha comunque trovato un equilibrio, pure con i suoi problemi con l’alcol, il suo umore è soggetto a sbalzi continui “ le cose sembrano andare bene, poi vanno a puttane, poi di nuovo bene e ancora di merda”. Ed è proprio da questi contesti ambivalenti che nascono le sue canzoni migliori: prendiamo l’iniziale Bad Woman Blues, scritta con Rune Westberg, un brano influenzato da una sorta di gospel moderno, dal ritmo incalzante e con un refrain ricorrente, un misto di rock, blues e qualche elemento pop, come nelle canzoni più accessibili di Beth, un pezzo che potrebbe funzionare perfino nelle radio, grazie al suo coretto un filo ruffiano, sempre sparato a tutta potenza da quella voce incredibile che a 47 anni compiuti pare avere raggiunto la sua piena maturità.

La canzone è in pratica il demo iniziale voce e piano, intorno al quale il nuovo produttore Rob Cavallo, ha costruito un arrangiamento complesso e composito. Anche la storia con Cavallo è curiosa: già nel 2003 i due avevano incrociato le loro strade quando Rob avrebbe dovuto mixare l’album Leave The Light On, ma poi anche per incomprensioni con il suo produttore dell’epoca non se ne fece nulla. Devo dire che non è sia uno che mi faccia impazzire, i suoi trascorsi con Green Day, My Chemical Romance, Goo Goo Dolls non sono proprio in linea con i miei gusti musicali, ma anche Kevin Shirley, prima dei dischi con Bonamassa e la Hart, aveva un pregresso metallaro, pure Cavallo ha lavorato con Dave Matthews, Gary Clark Jr e altri più spendibili. Comunque alla luce del lavoro in questo album direi che si è comportato onorevolmente, senza snaturare troppo la musica di Beth Hart, solo aggiungendo a tratti una patina di “spendibilità” commerciale e radiofonica. Per esempio la title track, la bellissima War In My Mind, rimane una maestosa ballata pianistica che forse vira verso uno sviluppo a tratti fin troppo epico, ma giustificato anche dall’argomento della “salvezza” trattato dalla canzone, ispirata a Beth dai suoi rapporti  con Pastor Kim, una “ministra” della chiesa evangelica che è stata un punto di riferimento per la Hart nella sua lotta con l’alcolismo, comunque che voce ragazzi, lasciatela pure esagerare!

Ma non mancano neppure quei brani jazzy e delicati tipici del suo songbook, come la raffinata Without Words In The Way, introdotta da un contrabbasso e da una batteria spazzolata, con un organo sullo sfondo ed un cantato vissuto ed intenso, di cui la nostra amica non voleva venisse usata questa take, registrata alla fine di una lunga giornata in studio e quindi priva della sua massima potenza vocale a favore di un approccio più spoglio e vulnerabile, che alla fine si rivela perfetto per la canzone; pure Let It Grow, scritta di nuovo con Westberg, utilizza ancora questo timbro vocale “salvifico” nella costruzione sonora, di nuovo con elementi gospel, grazie alla voce sincera e partecipe, priva di acrobazie, ma indubbiamente potente e trascinante, anche nei momenti in cui guida proprio un intero coro gospel .Try A Litte Harder è in pratica una storia vera, una canzone di impianto R&B che racconta la vicenda di suo padre quando era un giocatore d’azzardo a Las Vegas negli anni ’70, con affetto e meraviglia, e un tocco leggiadro quando la canzone rallenta un paio di volte in intermezzi  quasi romantici e sognanti; restando in famiglia l’accorata e splendida ballata Sister Dear ricorda ancora una volta teneramente l’amata sorella maggiore Sharon morta per complicazioni causate dall’AIDS quando Beth aveva 20 anni.

Nell’album, come in generale nei dischi di studio della Hart, prevalgono i brani lenti e le ballate, ma come lascia intuire il titolo Spanish Lullabies, la canzone è una vivace e mossa composizione a tempo di flamenco-rock, mentre la solenne ballata pianistica Rub Me Luck potrebbe essere un brano da colonna sonora di James Blond, come ipotizzato dal produttore Cavallo, lenta ma con quelle aperture sontuose tipiche delle musiche dei film su 007 e un arrangiamento orchestrale magari un filo sopra le righe, ma sfizioso. Sugar Shack è l’unico brano che non mi piace, a tempo di disco-rock si salva giusto per la voce della cantante di L.A https://www.youtube.com/watch?v=uFkJR_plwYw , decisamente meglio Woman Now, un blues misterioso solo per voce e piano, che poi si anima con l’intervento di una chitarra elettrica nella parte centrale e del resto della band nella parte finale in crescendo, mentre uno dei migliori brani del disco risulta essere ancora una magnifica ballata come Thankful, anche questa scritta con Westberg, avvolgente ed emozionante come nella sua migliore tradizione. E pure la conclusiva I Need A Hero, una ulteriore toccante ballata risulta costruita intorno al piano e alla voce superba di Beth Hart, e conferma la  consistenza di questo War In My Mind, che se non raggiunge l’intensità complessiva dei suoi dischi di cover con Bonamassa o degli album dal vivo, è comunque una prova solida e soddisfacente. Esce il 27 settembre e nella versione Deluxe ci sono due bonus tracks dal vivo registrate a Amsterdam, Love Gangster e Fire On The Floor, oltre a cartoline, adesivi e 2 sottobicchieri!

Bruno Conti

Dopo Quasi 50 Anni Ancora Insieme Per Un Concerto Esplosivo. Doobie Brothers – Live From The Beacon Theatre

doobie brothers live from the beacon theatre

Doobie Brothers – Live From The Beacon Theatre – 2 CD/DVD Rhino Records/Warner

I Doobie Brothers sono sempre stati un formidabile gruppo dal vivo, ma forse non avevano mai pubblicato un album che rendesse pienamente merito alla loro reputazione di  live band: in effetti negli anni sono usciti vari dischi registrati in concerto, l’ultimo come data, nel 2011, quello al Greek Theater, inciso però nel 1982, quindi il più recente rimane il Live At Wolf Trap del 2004. Questa volta però le cose state fatte per bene: dopo il tour del 2018 (fatto insieme agli Steely Dan), perché i Doobies hanno comunque continuato a suonare dal vivo senza soluzione di continuità dall’ultima reunion del 1987, poi ribadita nel 1997, quando è entrato nella formazione in pianta stabile come terzo chitarrista, cantante e violinista, John McFee, già presente nell’era Michael McDonald, quando però Tom Johnston era stato poco presente e Patrick Simmons era in ogni caso in un ruolo più subalterno rispetto a McDonald. Dicevo che per l’occasione tutto è stato organizzato alla perfezione; questi sono i Doobie Brothers rock, al limite aggiungendo gli immancabili elementi soul e country, ma si tratta di quelli più energici e gagliardi, quindi oltre ai tre leader, per la serata speciale al Beacon Theatre di New York del 15 novembre dello scorso anno (replicata anche la serata successiva), troviamo Ed Toth alla batteria (ex Vertical Horizon) e Marc Quinones (ex Allman Brothers) alle percussioni, che con il bassista John Cowan completano la sezione ritmica, il grande Bill Payne alle tastiere, Marc Russo al sax, che per l’occasione è raggiunto da Michael Leonhart, tromba, e Roger Rosenberg, sax baritono, della sezione fiati degli Steely Dan.

Il risultato finale è strepitoso, in quanto nella serata speciale, definita “One Night, Two Albums” il gruppo esegue integralmente Toulouse Street e The Captain And Me, i due dischi migliori della loro discografia, il tutto ripreso e registrato splendidamente a livello sonoro, con Bob Clearmountain che ha curato il mixaggio. E anche l’impatto di insieme è veramente gagliardo: sin dalle prime note di Listen To The Music si capisce che sarà un grande concerto, il riff inconfondibile di chitarra, l’organo di Payne ad accarezzare la melodia, con le splendide armonie vocali quasi meglio dell’originale, Johnston ha ancora una voce formidabile, e le chitarre cominciano a scaldare i motori subito, che partenza fantastica, con il pubblico che sta già godendo. Anche Rockin’ Down The Highway è una macchina da guerra rock perfetta, con le chitarre arrotate e Payne che è passato al piano per un altro brano impeccabile; pure le canzoni meno note, alcune mai eseguite in concerto, come l’elettroacustica e caraibica Mamaloi, dove si gustano le percussioni di Quinones, e l’altro pezzo di Simmons, dedicato a New Orleans, come la bellissima Toulouse Street, in cui McFee è impegnato al violino, ben sostenuto dal sax di Russo, sono notevoli. E ancora eccellenti Cotton Mouth, con tutta la sezione fiati in azione e la chitarra di McFee in spolvero, come pure l’organo di Payne, e la bluesata Don’t Start Me Talkin’ diventa l’occasione per una lunga jam strumentale.

Certo, i brani celebri come la coinvolgente Jesus Is Just Alright scatenano l’entusiasmo del pubblico, ma anche la dolce ed intricata White Sun e la potentissima Disciple, con chitarre a manetta, non scherzano. Chiude la prima parte del concerto la sinuosa ed acustica Snake Man, di nuovo con McFee in evidenza, ma è un attimo è la band appare nuovamente sul palco per proporre tutto l’album The Captain And Me, con una sequenza da sogno. Quattro brani, uno in fila all’altro, strepitosi: Natural Thing,  bellissima, seguita dall’introduzione della band e poi l’uno-due micidiale di Long Train Running e China Grove, ancora una volta all’essenza più preziosa della migliore musica rock, in versioni arricchite dai fiati la prima e una vera esplosione di riff la seconda. E anche il blues di Dark Eyed Cajun Woman non scherza, per non dire di versioni deliziose di Clear As The Driven Snow dal finale travolgente come prevede l’originale, mentre Without You rocca e rolla di brutto, prima di lasciare spazio alla sequenza dedicata a Simmons con il trittico della west coastiana South City Midnight Lady, con McFee alla pedal steel, la potente Evil Woman e l’intermezzo strumentale di Busted Down Around O’Connelley Corners,

Brani che fanno da preludio al gran finale, prima con la travolgente Ukiah, presa a velocità da autovelox, poi ad una complessa e quasi commovente versione della corale The Captain And Me, che conclude la sezione dedicata a questo album perfetto. I tre bis immancabili sono altri pezzi da novanta del loro repertorio, come il devastante rock’n’soul di una colossale Take Me In Your Arms (Rock Me), il gospel rock di una estatica Black Water e la ripresa full band con sezione fiati aggiunta di Listen To The Music. Che dire, una vera goduria: e nessun brano, neanche accennato, di Michael McDonald, ma quella era un’altra band, i veri Doobie Brothers sono questi! Nei prossimi giorni articolo retrospettivo in due parti sulla loro carriera discografica.

Bruno Conti

Novità Prossime Venture 13. Uno Strano Cofanetto Dedicato A Don’t Tell A Soul, Il Disco “Forse” Meno Amato Della Band. Replacements – Dead Man’s Pop

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The Replacements – Dead Man’s Pop – 4CD/1LP Sire/Rhino – 27-09-2019

Stranamente la band di Paul Westerberg è una di quelle che a livello di box set retrospettivi non è neppure messa male. Ne sono usciti due: The Complete Studio Album 1981-1990, con tutti gli 8 CD, in seguito integrato dai due cofanetti in vinile da 4 LP ciascuno, The Twin/Tone YearsThe Sire Years, oltre al boxettino economico delle Original Album Series in 5 CD, che vedete entrambi qui sotto.

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Inoltre, tutti gli album della loro discografia sono stati ristampati in edizione Expanded, anche se nei box si trovano le versioni senza bonus tracks. Ma ora sempre la Rhino, con la collaborazione degli stessi Replacements, ha deciso di dedicare un intero cofanetto al loro album più controverso Don’t Tell A Soul. Controverso perché il gruppo, pur essendo stato il disco di maggior successo commerciale (si fa per dire, visto che è arrivato al 57° posto delle classifiche), non ha mai amato questo album, e neppure molti dei fans e gran parte della critica, che lo considerano il “peggiore”, diciamo il meno bello, della discografia della band di Minneapolis.

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Intendiamoci, le canzoni non sono per nulla brutte, però il suono è piuttosto pasticciato, con un mixaggio destinato volutamente ad incontrare il gusto del grande pubblico, tanto che i membri della band si portarono a casa alcuni dei master registrati ai Paisley Park Studios e da allora se ne erano perse le tracce. Per l’occasione di questo nuovo Dead Man’s Pop i nastri sono riapparsi, affidati al produttore dell’epoca Matt Wallace, che ne ha realizzato un nuovo mix 2019, denominato Don’t Tell A Soul Redux, in più nel secondo CD ci sono altri 20 brani rari ed inediti, tra i quali una session con Tom Waits (5 pezzi in tutto) ed infine nel 3° e 4° CD c’è un concerto completo tenuto a Milwaukee durante il tour per lanciare l’album, una piccola parte del quale era uscita in un EP con 6 brani Inconcerated Live, pubblicato nel 1989, mentre la nuova edizione doppia si chiama  The Complete Inconcerated Live, divisa appunto in due parti. Inoltre c’è un vinile 180 grammi con la nuova versione del disco: complessivamente dei 60 brani presenti nei quattro CD, ben 58 sono inediti.

Come al solito qui sotto trovate il dettaglio completo dei contenuti del box,

CD 1: Don’t Tell A Soul Redux

“Talent Show” – Matt Wallace Mix *
“I’ll Be You” – Matt Wallace Mix *
“We’ll Inherit The Earth” – Matt Wallace Mix *
“Achin’ To Be” – Matt Wallace Mix *
“Darlin’ One” – Matt Wallace Mix *
“Back To Back” – Matt Wallace Mix *
“I Won’t” – Matt Wallace Mix *
“Asking Me Lies” – Matt Wallace Mix *
“They’re Blind” – Matt Wallace Mix *
“Anywhere’s Better Than Here” – Matt Wallace Mix *
“Rock ‘n’ Roll Ghost” – Matt Wallace Mix *

CD 2: We Know The Night: Rare and Unreleased

“Portland” – Alternate Mix (Bearsville Version) *
“Achin’ To Be” – Bearsville Version *
“I’ll Be You” – Bearsville Version *
“Wake Up” – Alternate Mix – Bearsville Version *
“We’ll Inherit The Earth” – Bearsville Version *
“Last Thing In The World” *
“They’re Blind” – Bearsville Version *
“Rock ‘n’ Roll Ghost” – Bearsville Version *
“Darlin’ One” – Bearsville Version *
“Talent Show” – Demo Version
“Dance On My Planet” *
“We Know The Night” – Alternate Outtake *
“Ought To Get Love” – Alternate Mix *
“Gudbuy T’Jane” – Outtake
“Lowdown Monkey Blues” – Featuring Tom Waits *
“If Only You Were Lonely” – Featuring Tom Waits *
“We Know The Night” – Featuring Tom Waits (Rehearsal) *
“We Know The Night” – Featuring Tom Waits (Full Band Version) *
“I Can Help” – Featuring Tom Waits *
“Date To Church” – Matt Wallace Remix*

CD 3: The Complete Inconcerated Live, Part One

“Alex Chilton” *
“Talent Show” *
“Back To Back” *
“I Don’t Know” *
“The Ledge” *
“Waitress In The Sky” *
“Anywhere’s Better Than Here” *
“Nightclub Jitters” *
“Cruella De Ville” *
“Achin’ To Be” *
“Asking Me Lies” *
“Bastards Of Young” *
“Answering Machine” *
“Little Mascara” *
“I’ll Be You” *

CD 4: The Complete Inconcerated Live, Part Two

“Darlin’ One” *
“I Will Dare” *
“Another Girl, Another Planet” *
“I Won’t” *
“Unsatisfied” *
“We’ll Inherit The Earth” *
“Can’t Hardly Wait” *
“Color Me Impressed” *
“Born To Lose” *
“Never Mind” *
“Here Comes A Regular” *
“Valentine” *
“Left Of The Dial” *
“Black Diamond” *
(*) denotes previously unreleased track

L’uscita è prevista per il 27 settembre ed il prezzo, al solito molto indicativo, dovrebbe essere tra i 60 e i 70 dollari/euro. Chi prenota direttamente sul sito della Rhino riceverà anche una cassetta (che pare stiano tornando in auge) con una compilation di brani del box, con altri due inediti. Per chi ama i Replacements (grande band assolutamente da riscoprire) un vera cuccagna.

Bruno Conti

Tra Blues, Gospel E Rock, Un Chitarrista Eccezionale Con La Produzione Di Dave Cobb. Robert Randolph & Family Band – Brighter Days

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Robert Randolph & The Family Band  – Brighter Days – Mascot/Provogue Records – 23-08-2019

La primissima impressione che ho avuto nell’ascoltare Baptise Me, la traccia di apertura di questo Brighter Days, (ottavo album per il musicista del New Jersey, e primo per la nuova etichetta Provogue), è stata quella di un tuffo nel passato, ad inizio anni ’70, all’epoca dei primi dischi di Eric Clapton, quelli con Delaney & Bonnie o anche Derek & The Dominos, quel tipo di suono: caldo, avvolgente, con la pedal steel di Robert Randolph in grande evidenza nel ruolo che fu della solista di Manolenta, ma anche la voce ben delineata, con tutte le sfumature e le coloriture dei migliori gospel e soul, fusi con il rock, e qui c’è sicuramente lo zampino del produttore Dave Cobb, maestro nel cogliere questi aspetti “naturali” della musica con estrema facilità e nitidezza (anche se in passato Randolph era stato prodotto da T-Bone Burnett e aveva avuto come ingegneri del suono Jim Scott e Eddie Kramer). Ovviamente il gospel e la “Sacred steel music” sono sempre stati tra gli ingredienti principali della musica di Randolph, ma questi anni di frequentazione proprio con Clapton (uno dei suoi primi estimatori), ma anche con i North Mississippi Allstars (anche in The Word), Buddy Guy, Santana, Robbie Robertson, hanno aumentato la quota rock nella sua musica, dove il quoziente virtuosistico ha sempre avuto una parte decisamente importante, non a caso per il sottoscritto Randolph è una sorta di Jimi Hendrix della pedal steel, in grado di estrarre dal suo attrezzo, anche in modo istrionico, soprattutto dal vivo, sonorità incredibili che in molti casi poco hanno a che spartire con il sound della pedal steel classica, per esempio nel country.

Brighter Days viene presentato come una sorta di ritorno alle radici della sua musica, anche se a ben vedere gli interpreti sono sempre stati quelli: la Family Band, ovvero i cugini Danyel Morgan al basso e Marcus Randolph alla batteria, oltre alla sorella Lenesha alle armonie vocali, ma anche cantante in alcuni brani. Tra le fonti di ispirazione ci sono sempre gli amati Staple Singers e Sly & Family Stone, il gospel screziato di rock, ma per l’occasione (da quello che so, perché ho scritto la recensione parecchio tempo prima dell’uscita, prevista per il 31 maggio e poi rinviata ulteriormente al 23 agosto) non ci sono ospiti importanti. Cobb, come detto, opta per un suono più organico e meno esplosivo:  anche se nella citata Baptise Me si capta il suono di una seconda chitarra e delle tastiere, oltre a Lenesha che al solito stimola il fratello a dare il meglio anche a livello vocale; Simple Man, l’unica cover, è proprio un pezzo di Pops Staples, una blues ballad che si trovava su Father Father, un disco solista del 1994, un brano molto misurato anche per l’approccio quasi minimale della pedal steel, meno esplosiva del solito https://www.youtube.com/watch?v=EwBiqdPtOaY . In Cry Over Me, altra intensa ballata, questa volta di impronta “deep south” soul, canta con impeto Lenesha Randolph, organo e piano evidenziano  le radici sudiste del suono e la pedal steel è sempre in grado di sorprendere con le sue sonorità uniche e una serie di assoli micidiali.

Second Hand Man è decisamente più funky, con la pedal steel quasi a sostenere il ruolo dei fiati e un clavinet ad aumentare la quota ritmica, mentre Randolph imperversa sempre con il suo strumento; la più riflessiva Have Mercy è una splendida ballata, che definirei country got soul, con i due fratelli a duettare tra loro in modo intenso e pregnante, con intarsi corali degni della migliore musica gospel ed un afflato melodico che non guasta. I Need You è una soffusa ballata pianistica, ancora degna della migliore tradizione del gospel più estatico, con una bella melodia ed interventi misurati della pedal steel di Randoplh, un pezzo che ricorda certe cose del vecchio Stevie Wonder anni ’70, quello “bravo” per intenderci; I’m Living Off The Love You Give vira decisamente verso un suono più rock e grintoso, senza dimenticare la lezione degli amati Sly And The Family Stone, con armonie vocali importanti e le solite folate della chitarra di Randoplh, e Cut Em Loose accentua vieppiù questo suono potente, tirato e carico, sempre attraversato dalla pedal steel minacciosa del nostro amico che non manca di sorprendere con sonorità quasi “impossibili”. La travolgente e impetuosa Don’t Fight It, tra boogie e R&R, ha un ritmo ancor più frenetico e coinvolgente, con finale in ulteriore crescendo, prima di lasciare spazio ad un ennesimo tuffo nel rock-blues chitarristico più ruvido ed intrippato, grazie ad una potentissima Strange Train che nel finale permette al nostro amico di esplorare e superare ancora una volta i limiti improvvisativi e sonori del suo incredibile strumento.

Finora uno dei migliori dischi del 2019.

Bruno Conti

Un Gradito Ritorno Alle Atmosfere Degli Esordi Per Il Duo Di Akron. The Black Keys – Let’s Rock

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The Black Keys – Let’s Rock – Nonesuch/Warner CD

A cinque anni dall’ultimo lavoro Turn Blue Dan Auerbach ha richiamato Patrick Carney per tornare a fare un disco come The Black Keys, non senza una certa sorpresa generale. Infatti nell’ultimo lustro Auerbach è stato impegnatissimo come talent-scout e produttore, registrando una lunga serie di album presso i suoi Easy Eye Sound Studios di Nashville (da non perdere almeno quelli di Dee White, Yola e Robert Finley) oltre a pubblicare il suo secondo album solista, lo splendido Waiting On A Song, un vero gioiellino tra pop, rock, soul e country che sembrava inciso a cavallo tra gli anni sessanta ed i settanta https://discoclub.myblog.it/2017/06/13/un-disco-quasi-perfetto-per-un-artista-geniale-dan-auerbach-waiting-on-a-song/ . Tornando ai Black Keys, Turn Blue era stato un album che aveva attirato non poche critiche, sia per certe soluzioni sonore non proprio azzeccate, sia per la qualità media non eccelsa delle canzoni, sia ancora per il fatto che veniva dopo i due maggiori successi della band/duo, cioè Brothers (2010) e soprattutto El Camino dell’anno successivo, che vendette ben più di due milioni di copie nel mondo, non male per due musicisti che avevano iniziato a suonare negli scantinati di Akron, Ohio.

Let’s Rock è un disco importante, in quanto segna il ritorno alle atmosfere che contraddistinguevano i primi lavori di Dan e Patrick, soprattutto Thickfreakness e Rubber Factory: musica rock essenziale e degna di una garage band, con marcati elementi blues ed atmosfere decisamente elettriche. Un suono crudo e chitarristico, con i riff di Auerbach (che negli anni ha introdotto anche il basso nel suono del duo, e qui si cimenta anche alle tastiere in un paio di pezzi) ben doppiati dalla batteria secca di Carney. Let’s Rock mantiene dunque ciò che promette il titolo, dodici canzoni dirette e potenti, ma con inedite aperture melodiche figlie sicuramente degli ultimi anni in cui Auerbach è notevolmente maturato sia come musicista che come autore (la collaborazione con John Prine non può che avergli giovato): Dan ha quindi riversato la sua maggiore esperienza tutta in questo album, che coniuga quindi in maniera mirabile energia e songwriting di livello, diversificando anche gli stili ed aggiungendo alla base rock-blues un tocco di rhythm’n’blues e perfino di country. Il disco è autoprodotto dai due, che sono anche gli unici musicisti (a parte le voci femminili di Leisa Hans e Ashley Wilcoxson), ma il suono è nelle mani di due luminari come Richard Dodd al master e Tchad Blake al mix.

Si inizia per il meglio con Shine A Little Light, un brano a metà tra rock ed errebi, ritmo pulsante e chitarra bella tosta che si contrappone benissimo ad un motivo accattivante. Questo è il lato più rock di Auerbach, ma con una profondità di scrittura che un tempo gli mancava. Eagle Birds è un rock-blues secco e diretto, chitarra leggermente distorta e sezione ritmica vibrante, con un breve ma ottimo assolo da parte di Dan; la pimpante Lo/Hi è una rock song decisamente elettrica e vitale, ma anche coinvolgente al massimo e di buona immediatezza (non per niente è il primo singolo), mentre Walk Across The Water è un pezzo cadenzato e meno aggressivo, dal mood suadente e ritornello gradevole, quasi una pop song su base rock (bella la coda strumentale, che però si interrompe di botto). Tell Me Lies è un piacevole funkettone con un altro refrain di sicura presa e le solite ottime parti di chitarra, e si contrappone alla pura tensione elettrica di Every Little Thing, una grande rock song dall’attacco hendrixiano ed un andamento trascinante: energia, grinta ma anche feeling a piene mani.

Get Yourself Together è puro rock’n’roll, diretto ed irresistibile sia nel ritmo che nel ritornello, una delle più immediate, Sit Around And Miss You è addirittura country-rock, un brano limpido e di grandissima fruibilità, con chiare influenze “creedenciane”: splendida, anche se siamo più dalle parti dell’Auerbach solista. Il disco si conferma per nulla monotematico, anzi è ricco di sfaccettature pur mantenendo un suono diretto e senza fronzoli: prendete Go, secca, essenziale e quasi garage, che si amalgama benissimo con la seguente Breaking Down, altro delizioso brano che non è né pop, né rock, né errebi ma ha qualcosa di tutti e tre gli stili. Chiudono il CD la corale Under The Gun, dal ritmo sostenuto e soliti ficcanti riff chitarristici, e con la frenetica Fire Walk With Me, ancora puro e travolgente rock’n’roll. I Black Keys sono quindi tornati alla grande, con il suono dei primi tempi ma anche con una nuova visione musicale a 360 gradi, e Let’s Rock è uno dei rock’n’roll albums del 2019.

Marco Verdi