Tre Annate Diverse, Ma Lo Stesso Godimento! Jerry Garcia Band – Electric On The Eel

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Jerry Garcia Band – Electric On The Eel – ATO 6CD Box Set (+ Bonus CD “Acoustic On The Eel”)

Sospesa momentaneamente la serie Garcia Live, ecco un nuovo album dal vivo che vede protagonista la Jerry Garcia Band, e questa volta sono state fatte le cose in grande. Electric On The Eel è infatti un box sestuplo che presenta ben tre concerti completi del gruppo capitanato dal leader dei Grateful Dead, registrati rispettivamente nelle estati del 1987, 1989 e 1991 nella medesima location, cioè al French’s Camp presso il fiume Eel vicino a Piercy, una suggestiva località californiana in mezzo ai boschi non lontana da dove sorge la Hog Farm, cioè la più grande comune hippie d’America: anzi, questi concerti erano stati organizzati proprio per raccogliere fondi da destinare a quella comunità, per iniziativa di Bill Graham e di quel vecchio fricchettone di Wavy Gravy. In quel periodo Garcia, dopo i gravi problemi di salute della metà degli anni ottanta, era tornato più in forma che mai e dal vivo era una garanzia, sia che si esibisse coi Dead che con il suo gruppo, ed in questi tre show ci troviamo di fronte ad un crescendo continuo: ottimo quello del 1987, eccellente quello del 1989, splendido quello del 1991.

La band è la stessa in tutte e tre le date: Melvin Seals alle tastiere, vero alter ego di Jerry (tranne quando si sposta al synth), John Kahn al basso, David Kemper alla batteria ed i contributi vocali di Gloria Jones e Jacklyn LaBranch; la struttura è quella tipica degli spettacoli di Garcia solista, cioè una piccola selezione di brani originali ed una grande maggioranza di cover. La differenza sostanziale con i Dead, ma anche con la JGB degli anni settanta, è che questi concerti sono più basati sulle canzoni e meno sulle jam, con il risutato di avere più brani del solito e con durate più limitate (anche se stiamo comunque parlando di pezzi che vanno in media dai cinque ai dieci minuti). E, oltre alla bravura straordinaria di Jerry che è ormai assodata (ma non sottovaluterei l’apporto della band, che fornisce un suono compatto e solido), ci sono anche diverse sorprese in scaletta, soprattutto nella serata del 1991; ovviamente non mancano le ripetizioni (alcuni brani in due serate, alcuni in tutte e tre), anche se va detto che Garcia era uno di quelli che non suonava mai lo stesso pezzo due volte allo stesso modo.

CD 1-2, 29/08/87: che Garcia sia in forma lo capiamo sin dalle prime note della guizzante How Sweet It Is (To Be Loved By You) (Marvin Gaye), in cui il nostro ci fa sentire da subito il suono sublime della sua chitarra (ma Seals non è da meno all’organo), ed anche dal punto di vista vocale è in buona forma, cosa non scontata. Solo tre brani vengono dal repertorio di Jerry, la pimpante Run For The Roses, la sempre trascinante Deal e la rara Gomorrah; tre anche gli omaggi all’amico Bob Dylan, con una splendida Forever Young, cantata forse con qualche sbavatura ma con un paio di assoli celestiali, una solida I Shall Be Released ed una lunga e liquida Tangled Up In Blue posta in chiusura di serata. Altri highlights sono una bellissima And It Stoned Me, uno dei capolavori di Van Morrison, una breve ma ficcante Evangeline (Los Lobos), l’omaggio al reggae con The Harder They Come di Jimmy Cliff, grande canzone nonostante io non ami il genere, ed il momento rock’n’roll con una torrida Let It Rock di Chuck Berry, in cui Jerry fa quello che vuole con il suo strumento.

CD 3-4, 10/07/89: qui Jerry e la band sono anche più in forma di due anni prima, e lo dimostrano subito con una vibrante I’ll Take A Melody (Allen Toussaint), dieci minuti suonati con classe (peccato il synth nel finale); qui i brani scritti da Garcia sono quattro, le “ripetizioni” di Run For The Roses e Deal, la nota They Love Each Other e Mission In The Rain, in una delle versioni più fluide mai sentite. C’è ancora I Shall Be Released di Dylan, ma è una rilettura magnifica, forse la migliore di sempre per quanto riguarda Garcia, e risulta gradevolissima anche Stop That Train di Peter Tosh (Jerry riusciva a farmi piacere anche il reggae). Detto di una rara I Hope It Won’t Be This Way Always, un oscuro brano degli Angelic Gospel Singers, gli altri pezzi da novanta del concerto sono la sempre bellissima Waiting For A Miracle di Bruce Cockburn, una vigorosa ripresa di Think (Jimmy McCracklin, non il classico di Aretha Franklin dallo stesso titolo), che vede il nostro perfettamente a suo agio anche con il blues, e soprattutto una monumentale Don’t Let Go (Jesse Stone) di 14 minuti, con una performance chitarristica incredibile da parte di Mr. Captain Trips.

CD 5-6, 10/08/91: il concerto più breve dei tre, ma anche quello con la setlist più rivoluzionata e con diverse sorprese, oltre ad essere in assoluto quello che vede i nostri in forma migliore, cosa che si capisce immediatamente con la scintillante The Way You Do The Things You Do (The Temptations) in apertura, e con la sempre grandissima And It Stoned Me subito dopo: raramente Jerry ha cantato così bene. Dicevo delle rarità in scaletta, a partire con l’altro omaggio a Berry con una spettacolare You Never Can Tell (conosciuta anche come C’Est La Vie), rock’n’roll allo stato puro contraddistinto dalle magiche evoluzioni chitarristiche del leader ed il gruppo che è un treno lanciato. Ma la maggior parte delle sorprese sono nella seconda parte (e c’è in tutto lo show un solo pezzo di Jerry, la solita Deal), a cominciare da un doppio omaggio a Eric Clapton con una potente Lay Down Sally e la meno nota See What Love Can Do (scritta da Jerry Lynn Williams, era su Behind The Sun), per poi proseguire con la splendida Twilight dal repertorio di The Band ed un gran finale con Lazy Bones di Hoagy Carmichael, dal sapore antico e con Jerry che canta in maniera quasi confidenziale, e con il grande classico soul Everybody Needs Somebody To Love, in versione leggermente rallentata ma con Garcia che suona in maniera divina. Con le prime copie di Electric On The Eel (da accaparrarsi in pre-ordine, cosa che ho fatto) veniva dato in omaggio un ulteriore CD, ora purtroppo esaurito, intitolato Acoustic On The Eel, che prendeva in esame uno show unplugged registrato nell’agosto del 1987 dalla versione acustica della JGB, con una formazione che conservava solo Jerry alla chitarra e Kahn al basso, ed aggiungeva il vecchio amico David Nelson alla seconda chitarra e Sandy Rothman al banjo, dobro e mandolino. Ed il CD è, manco a dirlo, davvero stupendo, con cristalline versioni tra folk, country e bluegrass di classici della tradizione come I’ve Been All Around This World, Little Sadie e I’m Troubled, vecchi blues rivisti alla maniera folk come Deep Elem Blues, Oh Babe It Ain’t No Lie (Elizabeth Cotton) e Spike Driver Blues (Mississippi John Hurt), oltre ad un paio di classici dei Dead del calibro di Friend Of The Devil e Ripple.

Ma se non ce l’avete fatta a fare vostro anche il dischetto acustico, direi che Electric On The Eel può bastare a regalarvi quasi sei ore di puro godimento musicale.

Marco Verdi

Non So Se Fosse Necessaria Un’Edizione Deluxe, Ma E’ Comunque Sempre Un Bel Sentire! Keith Richards – Talk Is Cheap 30th Anniversary

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Keith Richards – Talk Is Cheap 30th Anniversary – Mindless/BMG 2CD – Super Deluxe 2CD/2LP/2x45rpm

Tanto per cominciare, l’album in questione è uscito in origine nel 1988, e quindi gli anni non sono 30 ma 31, e poi non avrei mai pensato che Talk Is Cheap, primo LP di Keith Richards lontano dai Rolling Stones, avrebbe potuto beneficiare di una ristampa deluxe, non perché non fosse un bel disco (anzi), ma perché non riveste chissà quale importanza nella storia del rock. Sul finire degli anni ottanta in molti ci si interrogava se gli Stones fossero o meno ancora una band, dato che gli ultimi due album di studio, i traballanti Undercover e Dirty Work, non erano stati seguiti da una tournée, i rapporti interni diciamo che non erano idilliaci e Mick Jagger aveva dato alle stampe due album da solista, She’s The Boss e Primitive Cool, che definire brutti è fargli un complimento.

Poi, nel 1988, anche Richards era uscito con il suo primo solo album in assoluto, Talk Is Cheap appunto, fatto che sembrava mettere una pietra tombale sulla storia degli Stones, che invece sarebbero tornati l’anno dopo con un nuovo lavoro di buon livello (Steel Wheels) e soprattutto con un nuovo tour in grande stile. Ma torniamo a Talk Is Cheap, che da molti viene considerato il miglior album di Keith (io personalmente preferisco il suo seguito, Main Offender, ma di un’attaccatura) e meglio anche degli ultimi lavori dell’epoca degli Stones (e qui sono d’accordo), un disco che vedeva finalmente un membro della storica band tornare a fare del sano rock’n’roll, dopo le porcherie danzereccie di Jagger. D’altronde Richards è sempre stata l’anima rock delle Pietre, ed in questo disco la cosa viene fuori alla grande: canzoni semplici, dirette (tutte scritte a quattro mani da Keith con il batterista Steve Jordan, che è anche il produttore) e decisamente chitarristiche e coinvolgenti. Certo, la voce di Richards non è quella di Jagger, ma il suo tono sghembo, incerto, quasi stonato è paradossalmente in grado di produrre più emozioni di una voce ben impostata ma priva di feeling (non mi riferisco a Mick, ma alla miriade di cantantucoli che già nel 1988 spopolavano nelle classifiche).

Keith è sicuramente un rocker dal pelo duro, ma a modo suo è anche un romanticone, e lo ha sempre dimostrato nelle (rare) ballate che ha scritto; in Talk Is Cheap il nostro si fa aiutare da una serie di sessionmen di gran nome, che donano al disco un suono potente e coeso: oltre a Jordan, abbiamo Waddy Wachtel alla seconda chitarra, sia ritmica che solista, Ivan Neville al piano, la vecchia conoscenza Bobby Keys al sax, oltre a partecipazioni di Chuck Leavell all’organo, Joey Spampinato, ex bassista degli NRBQ, Maceo Parker al sax alto, il grande Johnnie Johnson al piano, l’ex Stones Mick Taylor ovviamente alla chitarra e Patti Scialfa ai cori. La nuova edizione deluxe, presentata in un’elegante confezione dalla copertina dura, presenta l’album originale sul primo CD (rimasterizzato alla perfezione) ed un secondo dischetto, molto interessante, con sei brani inediti tratti dalle stesse sessions, per altri 32 minuti di musica. Esisterebbe anche una costosa versione Super Deluxe, che però non offre neppure un minuto di musica in più rispetto all’edizione “povera”, ma solo i due CD, due LP con lo stesso contenuto, i due 45 giri dell’epoca ed un libro di 80 pagine. Il CD originale inizia con Big Enough, un brano funky sudaticcio e vizioso, dal ritmo cadenzato ed il sax di Parker a punteggiare: il suono è potente ma non è esattamente una grande canzone, sembra più Jagger solista che Richards. Meglio, molto meglio Take It So Hard (il primo singolo di allora), che comincia con un riff “alla Keith” ed una ritmica tipica delle Pietre Rotolanti, un rock’n’roll coinvolgente e gioioso, con il nostro che incrocia la chitarra con quella di Wachtel.

La scattante e mossa Struggle è un’altra rock song elettrica di buon livello, un’ottima scusa per far sentire le sei corde, con un basso molto pronunciato a dettare il tempo. Irresistibile I Could Have Stood You Up, un vero e proprio rockabilly anni cinquanta con tanto di coro in sottofondo ed il formidabile pianoforte di Johnson a svettare, un brano divertentissimo sia per chi lo suona che per chi lo ascolta; Make No Mistake è invece un caldo errebi con tanto di fiati dei Memphis Horns, e la voce quasi confidenziale di Keith, imperfetta ma ricca di fascino, doppiata da quella più impostata di Sarah Dash. Ancora rock’n’roll, potente e stonesiano (ma va?), con You Don’t Move Me, con Wachtel che passa alla slide assumendo un po’ il ruolo di Ronnie Wood, ed ancora meglio è How I Wish, puro rockin’ sound 100% Stones, solita attività chitarristica goduriosa e Keith che canta anche abbastanza bene, mentre Rockawhile è più lenta ma sempre cadenzata e dall’atmosfera paludosa, quasi voodoo: non a caso una parte importante ce l’ha la fisarmonica di Stanley “Buckwheat” Dural, direttamente dalla Louisiana. Il disco termina con Whip It Up, ennesimo trascinante rock’n’roll a cui manca solo la voce di Mick (ma c’è il sax di Keys, e sembra davvero vintage Stones sound), Locked Away, evocativa e splendida ballata dal suono potente e cantata da Richards con il cuore in mano (forse il pezzo migliore dell’album), e It Means A Lot, che chiude con un funk-rock vigoroso e godibile, dall’ottimo finale chitarristico.

Nel dischetto con i sei brani bonus due sono jam sessions, intitolate semplicemente Blues Jam la prima e Slim la seconda, entrambe con una superband formata da Keith, Taylor, Johnson, Spampinato, Keys, Jordan e Leavell. E se la prima, poco più di quattro minuti, è di “riscaldamento”, la seconda di minuti ne dura ben dieci ed è assolutamente strepitosa, con una prestazione pianistica mostruosa da parte di Johnson, vero protagonista di un pezzo che da solo vale l’acquisto del doppio CD. Abbiamo poi due cover sempre dal sapore blues (con la stessa band): My Babe di Willie Dixon, soffusa, quasi jazzata e suonata con classe sopraffina, e la più “grassa” Big Town Playboy di Little Johnny Jones, dominata dalla slide di Taylor. Chiudono il CD la pimpante Mark On Me (unica canzone originale del dischetto), purtroppo rovinata da un synth anni ottanta che la fa sembrare un brano di Prince, non dei migliori, e Brute Force, un’altra jam strumentale ma stavolta senza superband, quattro minuti di chitarre in libertà. In definitiva una ristampa forse non indispensabile ma di sicuro interesse, non fosse altro che per il secondo CD, o almeno per due terzi di esso. Se invece non possedete il disco originale…ci state ancora pensando?

Marco Verdi

Un Cofanetto Ideale Per Riscoprire Una Band Formidabile! Flamin’ Groovies – Gonna Rock Tonite!

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Flamin’ Groovies – Gonna Rock Tonite! The Complete Recordings 1969-71 – Grapefruit/Cherry Red 3CD Box Set

Per usare un’espressione inflazionata, i Flamin’ Groovies sono uno dei segreti meglio custoditi della storia del rock. Originari di San Francisco ed ancora in attività (il loro reunion album del 2017, Fantastic Plastic, non era affatto disprezzabile), i Groovies erano considerati una fusione tra Beatles e Rolling Stones di stampo americano, più i secondi dei primi devo dire, ma con robuste dosi di energia quasi da garage band e punk ante-litteram, specie nelle infuocate esibizioni dal vivo https://discoclub.myblog.it/2017/06/10/se-fosse-anche-inciso-bene-sarebbe-perfetto-3-flamin-groovies-live-1971-san-francisco/ . Questa la teoria, in pratica il quintetto (Roy Loney, voce e chitarra, Cyril Jordan e Tim Lynch, chitarre, George Alexander, basso, Danny Mihm, batteria) era una rock’n’roll band davvero formidabile, una vera e propria macchina da guerra che però non ebbe neppure un decimo del successo che avrebbe meritato, al punto che oggi sono considerati al massimo un gruppo di culto. Un po’ ci misero del loro: litigarono con la Epic dopo l’uscita del loro debutto Supersnazz, non si presero mai molto con Bill Graham (che all’epoca a San Francisco era un vero e proprio deus ex machina, ed averlo contro non era consigliabile per la riuscita di una carriera), ed in più decisero in maniera quasi suicida di non andare in tour dopo il loro secondo album Flamingo, dal quale non estrassero neppure un singolo.

Ora i tre album del loro periodo d’oro (oltre ai due già citati, il terzo, e secondo per l’ormai defunta Kama Sutra, si intitolava Teenage Head) vengono riuniti in un pratico boxettino e gratificati da una rimasterizzazione di tutto rispetto, oltre che dall’aggiunta di diverse bonus tracks (nessuna delle quali inedita, va detto) e di un libretto con note esaurienti. E Gonna Rock Tonite! è perfetto per riscoprire (o scoprire se non li conoscete) un gruppo che all’epoca non aveva nulla da invidiare ai giganti del genere, una serie di canzoni a tutto rock’n’roll che vi faranno godere come ricci, proposte da quella che è giustamente considerata la migliore formazione del gruppo (all’indomani di Teenage Head infatti sia Lynch che Loney lasciarono la band).

Supersnazz (1969) ci mostra subito un combo che ha voglia di spaccare tutto: l’inizio del disco è al fulmicotone, dal grintoso blues elettrico Lord Have Mercy, chiaramente figlio degli Stones e con energia da punk band, alla potente versione di The Girl Can’t Help It di Little Richard, puro rock’n’roll con un assolo magnifico, passando per la deliziosa Laurie Did It, dal sapore beatlesiano (ma con una chitarra decisamente rock e “californiana”) ed una trascinante rilettura del classico di Huey “Piano” Smith Rockin’ Pneumonia And The Boogie Woogie Flu. Ma anche le (rare) ballate non deludono, come la vibrante A Part From That, ancora influenzata dai Fab Four, e con parti orchestrali un po’ barocche; altri pezzi degni di nota sono un fulminante medley tra Somethin’ Else di Eddie Cochran ed la nota country tune Pistol Packin’ Mama, il travolgente boogie The First One’s Free, l’orecchiabile pop-rock in odore di vaudeville Pagan Rachel, con splendido piano honky-tonk, e Brushfire, tra country e psichedelia. Le quattro bonus track di questo primo dischetto sono del tutto trascurabili, essendo semplici single versions di quattro pezzi dell’album.

Flamingo (1970) è certamente il disco più “famoso” dei Groovies, ed è un altro grande album, che inizia in maniera roboante con Gonna Rock Tonite, uno strepitoso rockabilly a tutte chitarre e adrenalina, seguito dal rock-blues Comin’ After You, con un riff rubato ai Creedence. Ma il disco trasuda rock’n’roll alla Stones in diversi momenti, dall’aggressiva Headin’ For The Texas Border, con assoli incredibili ed un raro lead vocal di Lynch, la secca e cadenzata Sweet Roll Me On Down, l’irresistibile Second Cousin, che ironizza sul matrimonio di Jerry Lee Lewis con la cugina minorenne, e la bluesata Jailbait. Oltre alla splendida Childhood’s End, una country song sghemba nel miglior stile delle Pietre, e ad una scatenata cover di Keep A-Knockin’, ancora di Little Richard. E proprio le cover costituiscono il succo delle bonus tracks di Flamingo: una session del gennaio del 1971 in cui i nostri suonano alla loro maniera, cioè eccezionale, una serie di classici del rock’n’roll, pezzi che rispondono ai titoli di Shakin’ All Over, That’ll Be The Day,  Louie Louie, My Girl Josephine, Around And Around ed ancora Rockin’ Pneumonia And The Boogie Woogie Flu, il tutto completato da una jam session dal sapore blues intitolata Going Out: sensazionale.

Teenage Head (1971) è considerato da molti il capolavoro dei Groovies, ma fu anche il disco che vendette meno e creò i problemi insanabili tra i componenti della band. Un grandissimo rock’n’roll album, ed il più “stonesiano” dei nostri, a partire dal potentissimo rock-blues in apertura, High Flyin’ Baby, dominato da una slide appiccicosa e con voce più jaggeriana che mai, per proseguire con l’acustica City Lights, country song decadente e sbilenca, o ancora la superba rock ballad elettrica Yesterday’s Numbers. Non manca il puro rock’n’roll, come la strepitosa cover di Have You Seen My Baby? di Randy Newman, il saltellante rockabily alla Elvis (periodo Sun) Evil Hearted Ada, una squisita e travolgente Doctor Boogie, una pimpante rivisitazione elettroacustica del classico di Robert Johnson 32-20, o addirittura agganci agli Stooges nell’aggressiva title track. Per finire con la stupenda ballata Whiskey Woman, un mezzo capolavoro. Anche qui le bonus sono poderose riletture di classici del rock’n’roll e del blues (Scratch My Back, Carol, Rumble, una Somethin’ Else anche meglio di quella su Supersnazz, Walking the Dog), ed anche qui sono chiuse da una versione, più lunga e migliore, di Going Out. Da lì in poi i nostri, con una formazione rimaneggiata, pubblicarono altri tre album negli anni settanta (di cui almeno uno, Shake Some Action, imperdibile), uno negli ottanta ed uno nei novanta, fino al già citato Fantastic Plastic di due anni orsono, con Jordan ed Alexander ancora alla guida del gruppo.

Se non possedete già i tre dischetti in questione (si trovano comunque senza troppe difficoltà), Gonna Rock Tonite! è un cofanetto che, se siete amanti del rock’n’roll, non dovete lasciarvi sfuggire assolutamente.

Marco Verdi

Ancora Un Paio Di Ristampe “Primaverili”: Marvin Gaye – You’re The Man & Box Ronnie Lane – Just For A Moment: Music 1973-1997

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Ancora un paio di ristampe sfiziose in uscita nei prossimi mesi.

Marvin Gaye – You’re The Man – Tamla Motown/Universal – 26-04-2019

Esce, domani la versione in vinile, e il prossimo 26 aprile in CD, questo album “inedito” del 1972 di Marvin Gaye, trovato negli archivi della sua storica etichetta, la Tamla Motown. In effetti il contenuto è abbastanza ibrido: secondo la casa discografica questo You’re The Man doveva essere il seguito del suo capolavoro assoluto What’s Going On, ma per vari motivi non fu pubblicato all’epoca. Quindi non si dovrebbe parlare di ristampa ma di “nuovo”album: ci sono tre canzoni remixate oggi da tale SaLaAM ReMi, che comunque non sono per niente male, una versione lunga di quello che doveva essere un singolo natalizio mai pubblicato e il lato B strumentale, oltre ad otto brani previsti per il disco originale e qualche altra chicca assortita.

Ecco la lista completa dei contenuti.

1. You’re The Man
2. The World Is Rated X
3. Piece Of Clay
4. Where Are We Going?
5. I’m Gonna Give You Respect
6. Try It, You’ll Like It
7. You Are That Special One
8. We Can Make It Baby
9. My Last Chance (Salaam Remi Mix)
10. Symphony (Salaam Remi Mix)
11. I’d Give My Life For You (Salaam Remi Mix)
12. Woman Of The World
13. Christmas In The City (Instrumental)
14. You’re The Man (Version 2)
15. I Want To Come Home For Christmas
16. I’m Going Home (Move)
17. Checking Out (Double Clutch)

Sembra molto interessante, d’altronde Gaye è stato uno dei veri grandi della soul music, quindi ristampa o nuovo album, come vogliamo chiamarlo, si tratta di un piccolo evento per gli amanti della buona musica nera. Il disco esce per il 60° Anniversario della Motown e per l’80° dalla nascita di Marvin Gaye, che sarebbe stato il 2 aprile.

ronnie lane box

Ronnie Lane – Just For A Moment: Music 1973-1997 – Box 6 CD Universal – 17-05-2019

Ronnie Lane è sempre stato il “perfetto gregario”, uno dei più grandi della storia del rock, prima negli Small Faces, scudiero di Steve Marriott, poi nei Faces spalla di Rod Stewart. Ma ha avuto anche una lunga e gloriosa (pur se con i mille problemi legati alla sua salute) carriera solista, che ora viene celebrata con questo bel cofanetto che raccoglie il meglio della sua produzione, ed è arricchito da molto materiale raro ed inedito.

Come vedete dall’immagine riportata sopra si tratta di un cofanetto da 6 CD, il cui contenuto dei primi quattro dischetti è relativo agli album pubblicati da Lane negli anni ’70:ovvero Anymore For Anymore, Ronnie Lane’s Slim Chance, One For the Road, See Me. ognuno arricchito da moltissime bonus tracks, demos, inediti, rarità, BBC Sessions, anche diversi brani dal vivo, nonché parecchie canzoni estratte dalle collaborazioni con Ron Wood Mahoney’s Last Stand Rough Mix con Pete Townshend, quest’ultimo registrato quando a Ronnie era già stata diagnosticata la sclerosi multipla, intorno al 1977.

Il quinto CD riporta registrazioni degli anni ’80, tra cui il Rockpalast del 3 marzo 1980, ma anche altre sessions, demo ed outtakes, tra cui alcune canzoni inedite, in parte registrate nel 1976 e 1977. Il sesto ed ultimo CD copre la parte americana della sua carriera, quando Lane si trasferì nel 1984 ad Austin in Texas, dove il clima era migliore per la sua malattia, ma ci sono anche pezzi registrati dal vivo in Giappone, il tutto è inciso tra il 1987 e il 1992.

Comunque ecco la lista completa dei contenuti del Box.

[CD1: Anymore For Anymore]

1. Careless Love
2. Don’t You Cry For Me
3. Bye And Bye (Gonna See The King)
4. Silk Stockings
5. The Poacher
6. Roll On Babe
7. Tell Everyone
8. Amelia Earhart’s Last Flight
9. Anymore For Anymore
10. Only A Bird In A Gilded Cage
11. Chicken Wired
Bonus Tracks:
12. How Come [Single]
13. Done This One Before [Single B-Side]
14. From The Late to the Early
15. Just For A Moment
16. How Come [Alternate Studio Take]
17. Ooh La La [BBC John Peel Session 11/12/1973]
18. Debris [BBC In Concert 23/04/1974]
19. Flags And Banners [Live At The Thames Hotel 11/12/1973]
20. Last Orders [Live At The Thames Hotel 11/12/1973]
21. I’ll Fly Away

[CD2: Ronnie Lane’s Slim Chance]
1. Little Piece Of Nothing
2. Stone
3. A Bottle Of Brandy
4. Street Gang
5. Anniversary
6. I’m Gonna Sit Right Down And Write Myself A Letter
7. I’m Just A Country Boy
8. Ain’t No Lady
9. Blue Monday
10. Give Me A Penny
11. You Never Can Tell
12. Tin And Tambourine
13. Single Saddle
Bonus Tracks:
14. Brother Can You Spare A Dime? [Island Single]
15. What Went Down (That Night With You) [Island Single]
16. Lovely Single [B-Side]
17. Roll On Babe [BBC Live In Concert 13/12/1974]
18. Sweet Virginia [BBC John Peel Session 19/11/1974]
19. Walk On By [BBC Live In Concert 12/02/1976]
20. You’re So Rude [Live Victoria Palace 16/03/1975]
21. From The Late To The Early (Lost) / How Come [Live Victoria Palace 16/03/1975]
22. What Went Down (That Night With You) [Island Single Outtake]

[CD3: One For The Road]
1. Don’t Try ‘N’ Change My Mind
2. 32nd Street
3. Snake
4. Burnin’ Summer
5. One for the Road
6. Steppin’ an’ Reelin’ (The Wedding)
7. Harvest Home
8. Nobody’s Listening
9. G’Morning
Bonus Tracks:
10. April Fool
11. Annie
12. Nowhere to Run
13. Silly Little Man
14. Catmelody
15. Last Orders (Well Well Hello, Slow Version)
16. Lonely
17. Under My Nose
18. Feeling Like A Lion
19. Going West

[CD4: See Me]
1. One Step
2. Good Ol’ Boys Boogie
3. Lad’s Got Money
4. She’s Leaving
5. Barcelona
6. Kuschty Rye
7. Don’t Tell Me Now
8. You’re So Right
9. Only You
10. Winning With Women
11. Way Up Yonder
Bonus Tracks:
12. Three Cool Cats See Me [Outake]
13. The Wanderer [The R ‘N’ B Sessions]
14. Rocket ’69 [The R ‘N’ B Sessions]
15. The Joint Is Jumpin’ [The R ‘N’ B Sessions]
16. Annie Had A Baby [The R ‘N’ B Sessions]
17. Pisshead Blues [Fishpool Sessions]
18. Barcelona [Demo]
19. Three Cool Cats [Demo]

[CD5]
1. Rats Tales (Catmelody) [Live At Rockpalast 03/03/1980]
2. Flags and Banners [Live At Rockpalast 03/03/1980]
3. Annie Had A Baby [Live At Rockpalast 03/03/1980]
4. How Come [Live At Rockpalast 03/03/1980]
5. You’re So Rude [Live At Rockpalast 03/03/1980]
6. Lad’s Got Money [Live At Rockpalast 03/03/1980]
7. Kuschty Rye [Live At Rockpalast 03/03/1980]
8. Man Smart, Women Smarter [Live At Rockpalast 03/03/1980]
9. Debris (Ronnie Lane’s Big Dipper) [Live Capital Radio 29/05/1981]
10. Around The World (Grow Too Old) [Fishpool Sessions 1977]
11. Last Night [Fishpool Sessions 1977]
12. All Or Nothing [BBC John Peel 15/01/1976]
13. Bombers Moon [The Merton Sessions Early ’81]
14. Last Tango In Nato [The Merton Sessions Early ’81]
15. Silly Little Man [Fishpool Sessions]
16. She’s Leaving (I Can Hear Her Singing) [Demo]
17. Lovely [Outtake]
18. Rats Tales (Catmelody) [Fishpool Sessions]

[CD6]
1. Ooh La La [Live In Texas / 1988]
2. Rio Grande (Bombers Moon) [Live In Texas]
3. Nowhere To Run [Live KLBJ 12/89]
4. Annie [LIVE KLBJ 14/02/89]
5. Buddy Can You Apare A Dime? [KLBJ 22/12/87]
6. You’re So Rude [Live At KUT 1988]
7. Dirty Rice (Featuring The Tremors With Bobby Keys) [The Back Room Austin May 12 1987]
8. Winning With Women [KUT 1988]
9. Ooh La la [Live In Texas / 1987]
10. Don’t Try ‘N’ Change My Mind [Live In Japan]
11. Glad And Sorry [Live In Japan]
12. Just For A Moment [Live In Japan]
13. Spiritual Babe [Demo (Houston)]
14. King Of The Lazy World [1992 Studio Session]
15. Peaches January [1989 Arlyn Studio Sessions]
16. Sally Anne January [1989 Arlyn Studio Sessions]
17. Spiritual Babe January [1989 Arlyn Studio Sessions]
18. Hearts Of Oak January [1989 Arlyn Studio Sessions]
19. Strongbear’s Daughter January [1989 Arlyn Studio Sessions]

ronnie lane oh la la

Nel 2014 era stato pubblicato anche Ooh La La, un doppio CD relativo solo agli album con gli Slim Chance, pubblicati dalla Island, anche se il cofanetto di prossima uscita il 17 maggio p.v., nonostante il prezzo indicativo tra i 75 e gli 80 euro annunciato non sia propriamente economico, rimane comunque un manufatto di notevole interesse per chi vuole esplorare la musica del nostro amico, una sorta di “gemello diverso” musicale di George Harrison e anche uno degli anticipatori dello stile roots ed Americana che sarebbe arrivato negli anni successivi.

Peccato non sia stato inserito nulla dai concerti denominati ARMS Charity Concerts, organizzati dal produttore Glyn Johns in Inghilterra sul finire del 1983 per raccogliere fondi sulla ricerca della malattia, ma anche per aiutare il musicista inglese a fronteggiare i rilevanti costi sostenuti per le proprie cure. Alle date, la prima il 20 settembre del 1983 alla Royal Albert Hall, seguì un tour negli Stati Uniti curato da Bill Graham, a cui partecipò la crema della musica rock mondiale, tra i quali, insieme sul palco in una delle rarissime occasioni, forse l’unica, Eric Clapton, Jimmy Page Jeff Beck, ma anche Steve Winwood, Joe Cocker, Paul Rodgers, Andy Fairweather-Low, Charlie Watts, John Paul Jones ed ancora  Bill Wyman, Chris Stainton, Ray Cooper, Kenney Jones, Fernando Saunders e molti altri.

Per oggi è tutto alla prossima.

Bruno Conti

Ottimo Cantautorato Dai Confini Del Mondo. Graeme James – The Long Way Home

graeme james the long way home

Graeme James – The Long Way Home – Nettwerk CD

La Nuova Zelanda, oltre che lontana geograficamente, è una terra abbastanza ai margini anche per quanto riguarda la musica, a differenza della vicina Australia che negli anni ha prodotto diversi artisti di qualità. Graeme James è un cantautore che proviene proprio dall’isola a sud-est della terra dei canguri, e ha esordito nel 2016 con News From Nowhere, titolo che ironizzava proprio sulla posizione ai confini del mondo del suo luogo d’origine. Da allora ha pubblicato altri due dischi, entrambi piuttosto difficili da trovare, mentre a Gennaio di quest’anno si è rifatto vivo con The Long Way Home, che non è il suo esordio come molti hanno scritto ma di certo il suo lavoro finora con una distribuzione più diffusa. Graeme è un songwriter classico, con uno stile molto folk, che ha la particolarità di suonare tutti gli strumenti e cantare tutte le parti vocali, oltre ad occuparsi della produzione. Un vero one-man band, anche se il risultato finale non suona per nulla approssimativo o artigianale, ma anzi il disco risulta piacevole e ben costruito, con una serie di canzoni scritte con uno stile diretto e spesso con un buon senso del ritmo, al punto che sembra essere frutto del lavoro di una band di più elementi.

Le undici canzoni di The Long Way Home sono tutte estremamente gradevoli, e fanno venire in mente spazi aperti ed orizzonti a perdita d’occhio, un paesaggio che in Nuova Zelanda non è certo estraneo. Come nell’apertura di Night Train, un brano saltellante e decisamente godibile, guidato da un mandolino che tiene il ritmo, un basso pulsante ed una melodia fresca ed immediata: Graeme ha una bella voce, profonda e molto musicale, e si dimostra da subito un autore preparato ed un valido polistrumentista (c’è anche un ottimo intervento di violino). Anche The Times Are Changing è introdotta dal mandolino, ed è contraddistinta da un motivo più complesso e non prevedibile, ma pur sempre orecchiabile: lo stile è una via di mezzo tra folk e pop, e Jones non è di certo di quei cantautori che fanno dormire. La title track è più pacata, con un mood molto disteso ed un arrangiamento arioso ed avvolgente, pochi strumenti ma neanche una nota fuori posto; il mandolino è lo strumento principale in quasi tutti i brani, ed apre anche la bellissima To Be Found By Love, una vivace folk tune dal deciso sapore irlandese, con uno strepitoso violino ed una melodia coinvolgente.

Western Lakes è una ballatona ancora dal sapore folk, fluida e rilassata, con il nostro che riesce ad emozionare anche con pochi accordi; in Here And Now al consueto mandolino si affianca una chitarra elettrica, per un pezzo sempre dal passo lento ma dall’approccio più rock: c’è qualche vaga somiglianza con gli U2 degli anni ottanta, cioè quelli buoni. Per contro Reverie è la più acustica finora, un delicato bozzetto per voce, chitarra, mandolino ed uno struggente violoncello; Always è uno slow pianistico (con il piano suonato da Jonathan Crehan, unico musicista esterno del disco), e si impone da subito come una delle canzoni più profonde ed intense del CD. Con The Difference si torna su territori decisamente folk-rock, un brano terso e cadenzato che piace al primo ascolto, Way Up High prosegue sulla medesima falsariga, ma con un feeling ancora più folk (una via di mezzo tra i Lumineers e gli Of Monsters And Men), mentre By & By chiude l’album con una vivace e pura canzone dal sapore tradizionale, incisa in maniera volutamente low-fi (su un registratore portatile).

Un singolo artista è poco per parlare di una scena musicale neozelandese, ma di certo Graeme James non è un songwriter da bypassare senza prima averlo ascoltato.

Marco Verdi

Dischi Così Brutti Negli Anni ’70 Non Li Avrebbero Mai Pubblicati, Ma Oggi Purtroppo Si. Humble Pie – Joint Effort

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Humble Pie – Joint Effort – Deadline Music/Cleopatra Records

Un nuovo album degli Humble Pie! Beh adesso non esageriamo: anche perché gli album “nuovi” che sono usciti postumi con il nome della band in copertina, dopo la tragica morte di Steve Marriott avvenuta  nell’aprile del 1991, diciamo che non sono stati propriamente memorabili,  penso a Back On Track, in teoria il loro 13° album di studio. Meglio le varie pubblicazioni di materiale d’archivio dal vivo, anche se non sempre di qualità sonora impeccabile, e soprattutto alcune ristampe, tra cui lo splendido box quadruplo con i concerti da cui fu estratto lo strepitoso Performance: Rockin’ The Fillmore, con le esibizioni complete del 1971. Ora arriva questo Joint Effort, pubblicato dalla Cleopatra (uhm!), che riporta nel retro della copertina “Recorded 1974-1975 At Clear Sound Studios”, quindi materiale d’epoca.

Però, tanto per partire subito bene, nella foto di copertina del CD c’è una immagine della band, dove il primo in basso a sinistra è Peter Frampton, che però non faceva più parte del gruppo del 1971, sostituito da Dave “Clem” Clempson,  che comunque, ammesso che ci sia, si sente pochissimo, rimangono Steve Marriott, chitarra e voce, Greg Ridley al basso (scomparso nel 2003), e Jerry Shirley che è stato scelto dall’autore delle note per integrarle con i suoi ricordi di quegli anni. E Shirley ricorda appunto che in quel periodo Marriott non era più molto coinvolto nel progetto Humble Pie, il suo principale desiderio all’epoca, all’insaputa degli altri, era quello di entrare negli Stones in sostituzione di Mick Taylor (vicenda che poi è andata come sappiamo) e quindi partecipava svogliatamente alle registrazioni di nuovo materiale che avrebbe dovuto andare su un disco poi uscito nel 1975 con il titolo di Street Rats, l’ultimo pubblicato dalla A&M che aveva richiamato il loro vecchio manager Andrew Loog Oldham per sovraintendere alle registrazioni che si tennero agli Olympic Studio di Londra e non nei Clear Sound Studios che erano di proprietà di Marriott.

Nel frattempo Steve aveva raggiunto un accordo con Oldham per registrare più o meno in contemporanea, appunto nei propri studios, un disco solista in compagnia di Greg Ridley, progetto che poi non si concretizzò mai, e alcune, se non tutte,  di quelle registrazioni sono quelle pubblicate oggi come Joint Effort,  appunto lo “sforzo comune” dei due. Dieci brani in totale, uno ripetuto in due diverse versioni, un paio di canzoni uscite anche su Street Rats, sia pure in versione diversa. Complessivamente un album molto raffazzonato, per usare un eufemismo: Think è proprio il brano di James Brown, presente anche con una versione n°2 in coda al CD, un pezzo super funky dove appaiono anche dei fiati non accreditati, la chitarra non parte mai e c’è un lungo assolo di sax, forse Mel Collins, mentre nella seconda parte appare un’armonica. This Old World è uno dei due brani firmati con Ridley, una discreta ballata di stampo soul melodico, con il suono che va e viene, Midnight Of My Life, meglio, rimane sempre in questo ambito gospel-soul, con coretti a oltranza, piano e zero chitarre.

Let Me Be Your Lovemaket, una cover del pezzo di Betty Wright, è cantata da qualcun altro, non so da chi (o meglio, dovrebbe essere Ridley, ma non è accreditato nelle note), ed è un altro modesto funky-rock. Interessante la versione “funkyzzata” di Rain dei Beatles, abbastanza simile però a quella già uscita su Street Rats, sempre con una seconda voce a duettare con Steve e un passabile lavoro della slide, quasi sommersa comunque dalla presenza invadente delle coriste. Snakes And Ladders è uno dei pezzi più rock, ma la qualità sonora non è memorabile e c’è sempre questa “misteriosa” seconda voce ossessiva che sommerge quella di Marriott e pure nella breve Good Thing non mi pare ci siamo proprio https://www.youtube.com/watch?v=rCuFmin7aIU . A Minute Of Your Time scritta e cantata da Ridley non risolleva più di tanto le sorti del disco, in Charlene, altro bozzetto funky, almeno si apprezza la voce unica di Marriott, ma è un po’ poco. Mi sembra la Cleopatra abbia colpito ancora una volta, quindi un CD solo per fans incalliti degli Humble Pie, probabilmente neppure per loro. Sono stato troppo cattivo forse? Ma gli Humble Pie erano un’altra cosa,

Bruno Conti

Anche Lui Per Un Grande Disco Si Fa Dare Un “Piccolo” Aiuto Dai Suoi Amici. Reese Wynans And Friends – Sweet Release

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Reese Wynans And Friends – Sweet Release – Mascot/Provogue

Nicky Hopkins, Chris Stainton, e per certi versi anche Chuck Leavell, sono stati tra i più grandi “gregari di lusso” tra i tastieristi della musica rock, ma nessuno (forse con l’eccezione di Leavell, da solo e con i Sea Level) ha mai realizzato dei dischi a nome proprio di spessore e consistenza qualitativa. Poi c’è anche chi, come Reese Wynans, addirittura di dischi come solista non ne aveva mai pubblicato uno, anche se la sua carriera inizia nel lontano 1968 quando muoveva i primi passi nei Second Coming dei futuri Allman Brothers Dickey Betts Berry Oakley. Poi ha fatto parte brevemente, per un solo disco, del gruppo rock progressive dei Captain Beyond nel 1973: da allora, a parte i 5 anni passati nei Double Trouble, ovvero dal 1985 alla morte di Stevie Ray Vaughan nel 1990, è stato uno dei musicisti “for hire” più ricercati ed indaffarati nell’ambito della musica rock, fino al 2015, quando è entrato in pianta stabile nella band che accompagna Joe Bonamassa, sia in studio che dal vivo. E proprio Bonamassa è il produttore di questo Sweet Release, il disco che segna l’esordio come solista di Wynans e di Joe dietro la console. E si tratta di un esordio con i fiocchi, un album di grande valore, dove sono accorsi in aiuto di Reese una serie di musicisti (e amici) impressionante.

Wynans ha lavorato con musicisti provenienti da tutti i generi musicali, vivendo da tempo a Nashville ovviamente la musica country, grazie a suoi trascorsi in Florida (dove è nato) e Texas, anche il southern rock fa parte del suo DNA, e pure soul e R&B non  mancatn nelle sue esperienze, ma sicuramente il blues(rock) è sempre stato lo stile in cui il tastierista ha eccelso maggiormente ed è quello che fa la parte del leone in questa prova discografica. Una cosa che salta all’occhio (anzi all’orecchio) è il sound brillante, nitido, ben definito (evidentemente Bonamassa ha imparato parecchio da Kevin Shirley, il suo produttore da una quindicina di anni), e anche la scelta della canzoni è stata fatta in modo oculato (con quattro brani estratti dal repertorio di Stevie Ray Vaughan), come pure quella degli ospiti che suonano nel disco, oltre alla band fissa che ruota intorno al piano e all’organo di Reese, gli strumenti principali dell’album, ma anche la chitarra non scherza, quasi un 50/50 con le tastiere: ovviamente la sezione ritmica è affidata in quasi tutti i pezzi ai suoi vecchi pard nei Double Trouble, Chris Layton alla batteria e Tommy Shannon al basso, poi ci sono i Texicali Horns, Michael Rhodes, Greg Morrow, Lamar Cater Travis Carlton. Anche se ovviamente sono gli “amici” che fanno la differenza, per esempio nell’iniziale Crossfire, l’unico brano di cui Wynans è co-autore insieme ad altri, e che si trovava su In Step l’album di SRV del 1989, in cui la voce è quella del grande Sam Moore, mentre la solista è nella mani di Kenny Wayne Shepherd, per un infuocato tuffo nel rock con ampie venature R&B, grazie alla presenza dei fiati sincopati, e con Moore che dimostra di non avere perso un briciolo della sua proverbiale potenza vocale, rispondendo colpo su colpo alla chitarra di Shepherd e all’organo di Wynans.

Say What era su Soul To Soul, il terzo album di Vaughan, uno strumentale con wah-wah a manetta (che era chiaramente un omaggio a Jimi Hendrix) e dove si apprezza ancora tutta la notevole tecnica di KWS, qui accompagnato solo dai “vecchi” Double Trouble, con Reese ancora in gran spolvero all’organo; That Driving Beat era un vecchio brano di Willie Mitchell, quindi errebì/soul originale Hi Records targato Memphis, e chi meglio di Mike Farris, un uomo all’ugola d’oro, ne poteva cogliere i sapori sudisti, ben coadiuvato dal sax di Paulie Cerra e con Jack Pearson Josh Smith alle chitarre e Wynans che imperversa sempre all’organo. You’re Killing My Love era una bellissima blues ballad scritta da Nick Gravenites Mike Bloomfield per Otis Rush, presente nell’album Mourning In the Morning prodotto dai due, con Doyle Bramhall II alla voce e alla chitarra, che quando suona il blues convince moltissimo, ancora con organo e fiati in bella evidenza. Ma, vi chiederete, il produttore in tutto ciò dove è finito? Eccolo che arriva con la sua chitarra (anche se praticamente non si sente) in un brano corale splendido, la title track Sweet Release, altra ballata sontuosa scritta nel 1969 per il suo primo album, da Boz Scaggs, che la canta anche insieme a Keb’ Mo’, Warren Haynes, Mike Farris, Jimmy Hall, Vince Gill, Paulie Cerra e Bonnie Bramlett, una vera delizia di deep soul-gospel sudista. Shape I’m In (senza il The iniziale) non è il brano di Robbie Robertson per la Band, come ha scritto qualcuno dicendo una vaccata colossale, ma una canzone scritta da Marc Benno e Doyle Bramhall per gli Arc Angels, e qui interpretata da Noah Hunt, il cantante della band di Kenny Wayne Shepherd, che appare nuovamente alla chitarra solista e alla seconda voce, mentre Wynans va di irrefrenabile piano boogie.

Hard To Be è un  brano scritto da Bramhall padre e da Stevie Ray Vaughan, per l’album Family Style dei fratelli Vaughan, e ricorda moltissimo i vecchi pezzi di Delaney & Bonnie, con la Bramlett a ricoprire il suo  ruolo originale, mentre la voce duettante è quella di un pimpante Jimmy Hall, altro vocalist sudista dalla ugola vellutata, pianino honky-tonk e fiati pompano di brutto, mentre finalmente anche Joe Bonamassa si ritaglia un suo spazio misurato alla chitarra. Che poi ripete anche in una strepitosa versione di un altro lungo strumentale di SRV, la splendida e raffinata Riviera Paradise, dove Joe divide gli spazi solisti con Kenny Wayne Shepherd Jack Pearson, accompagnati da par loro dai Double Trouble guidati dall’organo suadente di Reese Wynans. Take The Time è una canzone del 1976 scritta da Les Dudek, altro “sudista” doc, per l’occasione cantata da Warren Haynes, che divide anche gli spazi solisti con la chitarra di Joe Bonamassa, in un brano gagliardo e robusto. Bonamassa che a questo punto ci ha preso gusto e canta ed è la chitarra solista anche nel classico blues lento di Tampa Red So Much Trouble, con Mike Henderson all’armonica e Wynans al piano, pure loro grandi protagonisti: anche I’ve Got A Right To Be Blue è di Tampa Red. altro blues sapido, questa volta acustico, con Keb’ Mo’, voce e chitarra e il pianoforte di Reese, protagonisti di un brano dove l’ambientazione sonora è molto filologica. Non poteva mancare del sano funky, e ci pensa la presenza di un vecchio brano strumentale dei Meters, maestri del genere New Orleans, in una sinuosa rilettura di Soul Island, dove le tastiere del nostro amico sono protagoniste assolute insieme ai fiati. Reese Wynans si riserva poi il gran finale con una rilettura pianistica della classica Blackbird dei Beatles. 

Uno dei migliori dischi di questo inizio 2019.

Bruno Conti

Quello “Bravo” Dei Boston Era L’Altro, Comunque Non Male. Barry Goudreau’s Engine Room – Full Steam Ahead

barry goudreau full steam ahead

Barry Goudreau’s Engine Room – Full Steam Ahead – BarryGoudreausEngineRoom.Com

Dunque vediamo, invento, Enciclopedia della Musica Rock, lettera B: Barry Goudreau’s Engine Room, vecchio chitarrista della formazione dei Boston (sempre lettera B) dal 1976 al 1981, quindi i primi due dischi: però non era quello “bravo”, ovvero Tom Scholz, che suonava quasi tutto, ma il chitarrista ritmico nel primo album omonimo e poi come secondo solista in Don’t Look Back, ma mai incluso nelle rare reunion successive, inclusa quella del 2013, dalla quale mancava pure Brad Delp, il cantante originale, che era scomparso nel 2007. Goudreau nel frattempo ha proseguito la sua carriera sia come solista che in alcune band abbastanza oscure (una anche con Delp), fino ad approdare nel 2017 (ebbene sì, il CD è uscito da qualche tempo, ma con reperibilità assai scarsa) a questo Full Steam Ahead, dove anche lui si scopre appassionato e praticante del  (rock)blues inizio anni ’70, quello del tardo periodo del British Blues per intenderci, e l‘album bisogna dire che non è per niente male, niente di straordinario o memorabile, ma molto meglio di quelli di artisti ben più celebrati.

Con Goudreau alla solista e il vecchio pard Brian Maes al canto e alle tastiere (a lungo anche insieme a Peter Wolf): gli altri, poco noti, non li citiamo, a parte James Montgomery presente all’armonica in un pezzo, comunque una onesta sezione ritmica  e alcune voci femminili di supporto, il tutto per 11 canzoni scritte per l’occasione ma che suonano tutte “vagamente” come classici perduti del rock-blues dell’epoca d’oro. Dall’iniziale Need, l’unico brano firmato da Maes, che sembra un brano dei Savoy Brown di inizio anni ’70 (o dei Foghat se preferite), ma anche con rimandi al suono del classico rock americano dei Boston anni ’70 (ci mancherebbe), con chitarre pimpanti e sound FM https://www.youtube.com/watch?v=DpWfYDb1HC0Layin’ It Down In Beantown, il pezzo con Montgomery all’armonica, invece è un solido e gagliardo blues-rock con le ragazze che si agitano sullo sfondo e Montgomery che soffia di gusto nello strumento, mentre gli assoli di Barry sono ficcanti e ben calibrati; Time è una bella e suggestiva blues ballad d’atmosfera, dalle armonie avvolgenti e “vagamente” pink floydiane, con  Maes che la canta veramente bene.

Treat You Right è un gagliardo boogie-rock molto “riffato” con qualche rimando agli ZZ Top, mentre Dirty vira verso il classico hard rock made in the 70’s. Keep The Faith va di slide alla grande, un barrelhouse blues sempre energico e con il classico call and response tra Maes e le coriste, Don’t Stop Please viaggia di nuovo dalle parti di Foghat, Humble Pie e altre band dell’epoca che proponevano un rock energico e grintoso, prima di lasciare spazio a Why, altra piacevole ballata elettroacustica, dai retrogusti soul. Ball Keeps Rollin’, come da titolo, è un altro brano energico e ad alta densità di rock https://www.youtube.com/watch?v=J78BRh6kxmI , con Barry Goudreau che si cimenta anche al talkbox, ricordando il Joe Walsh degli inizi, ma anche Peter Frampton. Reason To Rhyme parte come una ballata acustica e poi in crescendo  viaggia dalle parti del progressive rock dei Kansas, ma anche nuovamente del sound dei vecchi Boston, con la solista di Barry sempre ben in evidenza https://www.youtube.com/watch?v=v5znwE1c48Q . A chiudere All Mine, un blues acustico con Maes alla seconda chitarra e Goudreau al bottleneck, una armonica non accreditata, mentre le coriste conferiscono un tocco quasi gospel all’insieme. Le coordinate sonore sono quelle descritte, fate vobis.

Bruno Conti

Jorma Kaukonen E Gli Hot Tuna: 50 Anni Tra Blues E Rock, Parte II.

jorma kaukonen 1974

Seconda parte.

Il disco “acustico”.

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Quah – Grunt 1974 ***1/2

Registrato in un lungo arco di tempo, tra l’ottobre del 1972 e il maggio del 1974, Quah doveva avere una facciata di canzoni dedicate a Jorma Kaukonen e la seconda a Tom Hobson, chitarrista e cantante molto meno noto, che fu il motivo per cui molti dei brani della seconda facciata, con l’eccezione di due, furono reincisi aggiungendo i contributi di Jorma. Il risultato è comunque quello di un altro piccolo classico, un disco dove alle chitarre acustiche in molti pezzi vengono aggiunti violini, violoncelli, viole, anche sezioni archi complete, senza rendere il disco troppo baroccheggiante o zuccherino. Nella ristampa rimasterizzata in CD del 2003, per arricchirlo ulteriormente, vengono aggiunte quattro tracce extra con Tom Hobson. Un album tra folk e blues, prodotto da Jack Casady, dove spiccano la malinconica e bellissima Genesis, gli immancabili blues del Rev. Gary Davis, I’ll Be All Right e l’ondeggiante In Am The Light Of This World, ma anche la sognante Song For The North Star, che grazie agli arrangiamenti di archi sembra quasi un brano di Nick Drake. Tra i contributi di Tom Hobson spicca il country di Sweet Hawaiian Sunshine, con un bel dobro aggiunto al picking delle due acustiche.

La svolta elettrica 1974-1977.

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Nei quattro anni successivi, arriverà in formazione un nuovo batterista, Bob Steeler, e il suono si farà decisamente più duro, quasi hard-rock atratti, a parte nell’ancora ottimo The Phosphorescent Rat ***1/2, uscito a gennaio del 1974, l’ultimo registrato con Piazza alla batteria, ed un sound meno granitico, album di cui si ricordano l’ottima I SeeThe Light, la deliziosa Letter To the North Star, già registrata come Lord Have Mercy per Quah, la tirata Easy Now, la lirica Corners Without Exit, con fiati e archi aggiunti, l’eccellente In The Kingdom, un paio di strumentali acustici, tra cui l’immancabile brano del Reverendo Gary Davis. America’s Choice ***1/2 del 1975 , anche se più “lavorato” come suono è comunque ancora un buon disco, l’iniziale Sleep Song, la tirata Funky #7 con Steeler che picchia come un ossesso e Kaukonen che va di wah-wah , la cover di Walkin’ Blues, Invitation che ricorda vagamente i pezzi rock di Lou Reed e l’hendrixiana I Don’t Wanna Go non sono male.

Yellow Fever *** ancora del 1975 alza ulteriormente la manopola del volume, la cover di Baby What You Want Me To Do è durissima, mentre Hot Jelly Roll Blues non è male, in Free Rein torna il sound da power trio, più West,Bruce & Laing che Cream, Sunrise Dance With The Devil vira decisamente sull’hard rock e anche in Bar Room Crystal Ball sembrano quasi i Black Sabbath, e in Half-Time Saturation i Thin Lizzy, niente di male perché Kaukonen e Casady sono due musicisti con i fiocchi, però… Hoppkorv **1/2 del 1976, oltre ad essere ancora più duro, ogni tanto sfocia anche nel banalotto, anche se qualche brano che si salva c’è sempre, per esempio la delicata Watch The Noth Wind Rise.

hot tuna double dose

Hot Tuna – Double Dose 1978 ***1/2

Invece nel 1978 esce il doppio dal vivo Double Dose, registrato a San Francisco nell’agosto del 1977, durante il loro ultimo Tour, prima di sciogliere la band e si tratta di un grande Live, uno di quelli “storici” degli anni ’70. Prodotto da Felix Pappalardi (con l’aiuto di un esordiente Don Gehman), che fece molti overdubs in studio, anche con notevoli ritocchi delle parti vocali di Kaukonen, con la prima facciata del vecchio vinile acustica, e le altre tre con la formazione elettrica, aumentata dal solito Nick Buck alle tastiere. I quattro pezzi acustici sono Winin’ Boy Blues, Keep Your Lamps Trimmed And Burning, il bellisimo vecchio brano dei  Jefferson  Embrionic Journey e la rara Killing Time In the Crystal City.

Nella parte elettrica ottime versioni di I Wish You Would, Genesis che anche in versione full band non perde il suo fascino, Talkin’ About You di Chuck Berry, con il sound d’insieme che ricorda molto il Lou Reed di Rock’n’Roll Animal, Funky #7 molto migliore della sua controparte in studio, la sinuosa, come titolo, Serpent Of Dreams, la cover a tutto wah-wah di Bowlegged Woman, Knock Kneed Man di Bobby Rush, e l’uno-due con le sempre splendide I See The Light e Watch The North Wind Rise, oltre al finale blues-rock con I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters. Meno di 80 minuti in tutto ma comunque un grande album.

A questo punto Jorma Kaukonen inizia una carriera solista diciamo non esaltante, con qualche disco di buona qualità ma niente per cui entusiasmarsi.  Jorma del 1979, solo voce e chitarre acustiche ed elettriche se lo ricordano in pochi, Barbeque King, l’ultimo per la RCA del 1981, e poi una sequenza  di dischi poco significativi, tra cui si salvano l’acustico Too Hot To Handle del 1985, che contiene due canzoni reincise per la buona reunion omonima del 1989 dei Jefferson Airplane. A proposito di reunion, dignitosa quella degli Hot Tuna per Pair A Dice Found, che contiene una versione di Eve Of Destruction di Barry McGuire, e i due Live At Sweetwater registrati in California nel 1992, con Michael Falzarano alla seconda chitarra, fino al piacevole Steady As She Goes, prodotto da Larry Campbell, che suona anche nel disco, pubblicato dalla Red House nel 2011 (e nel 2019 ci sarà un tour per festeggiare i 50 anni del gruppo). Tra gli album come solista, molto bello Blue Country Heart, un disco del 2002 influenzato dal bluegrass dove suonano Sam Bush, Jerry Douglas, Byron House e Bela Fleck, River Of Time del 2009, ancora prodotto da Campbell, e registrato a Woodstock negli studi di registrazione di Levon Helm, che appare anche in due brani. A oggi l’ultimo disco di Jorma Kaukonen è l’eccellente Ain’t In No Hurry, uscito nel 2015 sempre per la Red House, che conferma la ritrovata forma del nostro.

Vedremo cosa ci riserverà il futuro.

Bruno Conti

Jorma Kaukonen E Gli Hot Tuna: 50 Anni Tra Blues E Rock, Parte I.

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JORMA KAUKONEN E GLI HOT TUNA. 50 ANNI TRA BLUES E ROCK!

Lo scorso anno è uscita Been So Long: My Life and Music, l’autobiografia di Jorma Kaukonen (con prefazione di Grace Slick): non ho avuto occasione di leggerla, salvo alcuni estratti qui e là, e le critiche sono state comunque abbastanza positive, segnalando il giusto spazio riservato alla sua storia personale e ai problemi con droga e alcol, anche se alcuni hanno lamentato una certa ripetitività, poco spazio dedicato ai rapporti interpersonali all’interno dei Jefferson Airplane e la mancanza di un approfondimento più dettagliato delle dinamiche musicali nel gruppo, privilegiando forse troppo il suo “altro” gruppo, gli Hot Tuna, ma d’altronde è forse giusto così, visto che con il “Tonno Bollente”, tra alti e bassi, lunghe pause, ma anche ritorni clamorosi, ha passato giusto 50 anni, che si festeggiano quest’anno, anche con la pubblicazione di un CD Bear’s Sonic Journals: Before We Were Them, a nome Jorma Kaukonen & Jack Casady, registrato da Owsley Stanley, il famoso “soundman” dei Grateful Dead, nel giugno del 1969, quindi prima della nascita degli Hot Tuna, e con la presenza di Joey Covington dei Jefferson alla batteria, quindi in veste elettrica, disco di cui leggete in altra parte del Blog https://discoclub.myblog.it/2019/02/14/nuovi-dischi-live-dal-passato-6-prima-di-essere-gli-hot-tuna-erano-gia-formidabili-jorma-kaukonen-jack-casady-bears-sonic-journals-before-we-were-them-live-june-2/. Per l’occasione ci occupiamo proprio della parte di carriera, la più consistente di Kaukonen, con gli Hot Tuna: una discografia non copiosa, soprattutto a livello di album di studio, solo sette in tutto, oltre a quasi una quindicina di Live, sia ufficiali, che dischi diciamo di “archivio”, nonché una dozzina di album solisti di studio e tre dal vivo.

Gli Inizi.

La storia dell’ultimo dei grandi chitarristi dell’era dell’acid rock e della musica psichedelica, inizia il 23 dicembre del 1940, quando Jorma nasce a Washington, da una famiglia di origini finlandesi da parte paterna, e ebree russe da parte della madre: il padre era un diplomatico, quindi la famiglia Kaukonen ha vissuto in giro per il mondo (con il piccolo Jack, come lo chiamavano genitori e il fratello Peter, anche lui futuro musicista), tra Pakistan, Filippine e molte altre località sparse per il globo terracqueo, fino al ritorno a Washington negli anni ’50 e l’incontro con l’amico di una vita, Jack Casady, con il quale inizia a suonare nelle prime band, i Triumphs in particolare, in cui Jack era il solista e Jorma suonava la ritmica. Negli anni delle scuole superiori si sposta a Yellow Springs, Ohio, dove frequenta l’Antioch College e viene iniziato ai misteri del blues e nello specifico dello stile fingerpicking del Reverend Gary Davis da un amico. Nel 1962 arriva nella Bay Area per studiare alla Santa Clara University, e per mantenersi dava lezioni di chitarra e si esibiva dal vivo nei locali della zona, dove incontra Janis Joplin, evento documentato nelle famose “Typewriter Tapes”, quelle dove si sente la prima moglie Margareta (perché nel frattempo si era già sposato) impegnata a scrivere sulla macchina da scrivere.

Ma già nel 1965 il compagno di classe Paul Kantner lo invita a un unirsi ad un gruppo che sta formando insieme a Marty Balin: anche se all’inizio Jorma era riluttante ad entrare in un gruppo dove lui, come autoproclamato purista del blues, avrebbe dovuto passare ad un suono elettrico, stimolato però nello stesso tempo dalle possibilità di esplorare appunto il suono della chitarra elettrica e delle nuove tipologie di suono. Però poi aderisce alla idea, anzi è lui stesso a suggerire il nome Jefferson Airplane, ispirato da un amico che aveva un cane che si chiamava “Blind Lemon Jefferson Airplane”. E già che c’era chiama a raccolta l’amico Jack Casady per suonare il basso nella nascente formazione: ma quella dei Jefferson + un’altra storia, quindi saltiamo al 1969.

Nascono gli Hot Tuna.

La genesi della band è in una serie di concerti a metà di quell’anno, quando il gruppo era in stand-by perché Grace Slick era stata operata alle corde vocali e non poteva cantare, quindi gli altri componenti del gruppo per rimanere in attività sperimentavano altri incroci: in alcuni concerti, oltre a Kaukonen e Casady, suonavano (e cantavano) con loro, anche Paul Kantner e Joey Covington (e ogni tanto pure Marty Balin), una delle date è quella del concerto inedito di cui sopra. Quando però gli Airplane tornano a fare concerti, gli Hot Tuna si sono ritagliati uno spazio all’interno degli spettacoli, diventando l’opening act di sé stessi, con un set di brani classici blues e qualche composizione di Jorma. Nel settembre del 1969 arrivano per una serie di concerti alla New Orleans House in Berkeley, California, dai quali nasce il leggendario primo disco del gruppo, l’omonimo Hot Tuna, pubblicato nel maggio del 1970.

hot tuna hot tuna

Hot Tuna – Rca Victor  1970 ****

Nel concerto, come ospite, appare anche Will Scarlett all’armonica, e nella ristampa Deluxe in doppio CD pubblicata dalla Iconoclassic nel 2012, oltre all’album originale con le cinque bonus aggiunte, c’è anche un secondo dischetto con il concerto completo della serata del 19 settembre 1969, che è anche uscito, da solo, prima per Collector’s Choice e Friday Music, di recente per la Floating World, con un’altra sequenza dei brani e con il titolo Live At New Orleans House, Berkeley Ca 9/69. Come lo si voglia girare questo disco (e i relativi seguitii) rimane un piccolo capolavoro di equilibri sonori, suonato in modo splendido da Kaukonen e Casady che vanno ad esplorare le radici del blues in versioni impeccabili di classici come Hesitation Blues, dove si apprezzano il fingerpicking di Jorma, il contrabbasso secco e quasi percussivo di Jack e la voce particolare e unica di Kaukonen, non eccezionale ma ricca di calore ed umanità, splendida anche How Long Blues, dagli intricati arabeschi sonori dell’acustica, come pure Uncle Sam Blues, con Scarlett all’armonica, e il rumore di vetri infranti durante l’esibizione che darà al disco il soprannome di “breaking glass album”.

Ma tutto il disco è sontuoso, con il blues acustico suonato con una verve ed una solarità che è difficile riscontrare in molti album del genere: Death Don’t Have No Mercy del Rev. Gary Davis, con uno degli incipit più celebri delle 12 battute, l’incalzante traditional I Know You Rider, di nuovo con uno scintillante intreccio tra chitarra ed armonica, Winin’ Boy Blues, uno dei due brani ragtime di Jelly Roll Morton. Significativo che un disco per certi versi così rigoroso arriverà fino al 30° posto delle classifiche di Billboard, risultando il più venduto nella storia del gruppo.

hot tuna first pulled up

First Pull Up Then Pulled Down – Rca Victor 1971 ***1/2

Per il secondo disco, uscito nel 1971, la band svolta con un approccio elettrico, con Papa John Creach aggiunto al violino elettrico e Sammy Piazza alla batteria (oltre al solito Scarlett all’armonica). Di nuovo registrato dal vivo, questa volta allo Chateau Liberté di Los Gatos, California, il disco pesca ancora a piene mani nel repertorio blues, ma il suono è elettrico e vibrante, con il violino guizzante di Papa John Creach subito in azione nello strumentale vorticoso John’s Other, dove anche Kaukonen e Casady ci danno dentro alla grande e  si distingue con la sua armonica Will Scarlett, segue un altro brano dell’amato Rev. Gary Davis.

la deliziosa Candy Man cantata con la solita voce “lamentosa” da Jorma, sempre con il violino in grande evidenza e assolo di basso di Casady incorporato, Been So Long (titolo della sua autobiografia) è uno dei rari brani originali di Kaukonen del periodo, un classico pezzo dalla struttura rock. Non mancano vivaci e lunghe versioni elettriche di Keep Your Lamp Trimmed And Burning e Come Back Baby, dove si ascolta quasi il chitarrista acido e psych dei Jefferson, per brani  già apparsi in veste acustica nelle edizioni espanse del primo disco.

hot tuna burgers

Burgers – Grunt 1971 ****

Probabilmente il capolavoro assoluto degli Hot Tuna, un disco magnifico dove Kaukonen si rivela anche autore di notevole spessore, a cavallo tra folk-rock, blues-rock e canzone d’autore, con una serie di canzoni veramente incantevoli, dove la melodia si sposa ad arrangiamenti perfetti per un disco che ancora oggi si ascolta con grande piacere, una sorta di antesignano della Americana e roots music dei giorni nostri. In True Religion, dove l’interazione tra strumenti  acustici ed elettrici, le chitarre di Jorma e il violino ispiratissimo di Papa John Creach, ma anche il piano e l’organo di Nick Buck, è pressoché perfetta, si ottiene un suono caldo ed avvolgente, anche con un pizzico di influenze gospel; molto bella pure Highway Song, una canzone dove le armonie vocali sono di David Crosby, e le atmosfere ricordano quelle della Band o dei Creedence più rurali. Non manca il blues in 99 Year Blues, dalla pigra e ciondolante andatura, e quello più acido e psichedelico, a tutto wah-wah della vigorosa Ode For Billy Dean, in odore di Jefferson Airplane.

Ma anche il solito Rev. Gary Davis d’annata in una Let Us Get Together Right Down Here dove non mancano elementi country. Per non dire del rock vibrante di Sea Child e della deliziosa Keep On Truckin, sempre a cavallo tra blues, country e rock, oltre a due brani strumentali, la cristallina Water Song, con le chitarre acustiche a duettare con il basso di Casady, e Sunny Day Strut, una sferzata elettrica, sempre con assolo fiammeggiante di wah-wah che conferma lo status complessivo di album  di culto per questo Burgers, disco che non verrà più superato.

Fine della prima parte.

Bruno Conti