Tra Blues, Gospel E Rock, Un Chitarrista Eccezionale Con La Produzione Di Dave Cobb. Robert Randolph & Family Band – Brighter Days

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Robert Randolph & The Family Band  – Brighter Days – Mascot/Provogue Records – 23-08-2019

La primissima impressione che ho avuto nell’ascoltare Baptise Me, la traccia di apertura di questo Brighter Days, (ottavo album per il musicista del New Jersey, e primo per la nuova etichetta Provogue), è stata quella di un tuffo nel passato, ad inizio anni ’70, all’epoca dei primi dischi di Eric Clapton, quelli con Delaney & Bonnie o anche Derek & The Dominos, quel tipo di suono: caldo, avvolgente, con la pedal steel di Robert Randolph in grande evidenza nel ruolo che fu della solista di Manolenta, ma anche la voce ben delineata, con tutte le sfumature e le coloriture dei migliori gospel e soul, fusi con il rock, e qui c’è sicuramente lo zampino del produttore Dave Cobb, maestro nel cogliere questi aspetti “naturali” della musica con estrema facilità e nitidezza (anche se in passato Randolph era stato prodotto da T-Bone Burnett e aveva avuto come ingegneri del suono Jim Scott e Eddie Kramer). Ovviamente il gospel e la “Sacred steel music” sono sempre stati tra gli ingredienti principali della musica di Randolph, ma questi anni di frequentazione proprio con Clapton (uno dei suoi primi estimatori), ma anche con i North Mississippi Allstars (anche in The Word), Buddy Guy, Santana, Robbie Robertson, hanno aumentato la quota rock nella sua musica, dove il quoziente virtuosistico ha sempre avuto una parte decisamente importante, non a caso per il sottoscritto Randolph è una sorta di Jimi Hendrix della pedal steel, in grado di estrarre dal suo attrezzo, anche in modo istrionico, soprattutto dal vivo, sonorità incredibili che in molti casi poco hanno a che spartire con il sound della pedal steel classica, per esempio nel country.

Brighter Days viene presentato come una sorta di ritorno alle radici della sua musica, anche se a ben vedere gli interpreti sono sempre stati quelli: la Family Band, ovvero i cugini Danyel Morgan al basso e Marcus Randolph alla batteria, oltre alla sorella Lenesha alle armonie vocali, ma anche cantante in alcuni brani. Tra le fonti di ispirazione ci sono sempre gli amati Staple Singers e Sly & Family Stone, il gospel screziato di rock, ma per l’occasione (da quello che so, perché ho scritto la recensione parecchio tempo prima dell’uscita, prevista per il 31 maggio e poi rinviata ulteriormente al 23 agosto) non ci sono ospiti importanti. Cobb, come detto, opta per un suono più organico e meno esplosivo:  anche se nella citata Baptise Me si capta il suono di una seconda chitarra e delle tastiere, oltre a Lenesha che al solito stimola il fratello a dare il meglio anche a livello vocale; Simple Man, l’unica cover, è proprio un pezzo di Pops Staples, una blues ballad che si trovava su Father Father, un disco solista del 1994, un brano molto misurato anche per l’approccio quasi minimale della pedal steel, meno esplosiva del solito https://www.youtube.com/watch?v=EwBiqdPtOaY . In Cry Over Me, altra intensa ballata, questa volta di impronta “deep south” soul, canta con impeto Lenesha Randolph, organo e piano evidenziano  le radici sudiste del suono e la pedal steel è sempre in grado di sorprendere con le sue sonorità uniche e una serie di assoli micidiali.

Second Hand Man è decisamente più funky, con la pedal steel quasi a sostenere il ruolo dei fiati e un clavinet ad aumentare la quota ritmica, mentre Randolph imperversa sempre con il suo strumento; la più riflessiva Have Mercy è una splendida ballata, che definirei country got soul, con i due fratelli a duettare tra loro in modo intenso e pregnante, con intarsi corali degni della migliore musica gospel ed un afflato melodico che non guasta. I Need You è una soffusa ballata pianistica, ancora degna della migliore tradizione del gospel più estatico, con una bella melodia ed interventi misurati della pedal steel di Randoplh, un pezzo che ricorda certe cose del vecchio Stevie Wonder anni ’70, quello “bravo” per intenderci; I’m Living Off The Love You Give vira decisamente verso un suono più rock e grintoso, senza dimenticare la lezione degli amati Sly And The Family Stone, con armonie vocali importanti e le solite folate della chitarra di Randoplh, e Cut Em Loose accentua vieppiù questo suono potente, tirato e carico, sempre attraversato dalla pedal steel minacciosa del nostro amico che non manca di sorprendere con sonorità quasi “impossibili”. La travolgente e impetuosa Don’t Fight It, tra boogie e R&R, ha un ritmo ancor più frenetico e coinvolgente, con finale in ulteriore crescendo, prima di lasciare spazio ad un ennesimo tuffo nel rock-blues chitarristico più ruvido ed intrippato, grazie ad una potentissima Strange Train che nel finale permette al nostro amico di esplorare e superare ancora una volta i limiti improvvisativi e sonori del suo incredibile strumento.

Finora uno dei migliori dischi del 2019.

Bruno Conti

Un Gradito Ritorno Alle Atmosfere Degli Esordi Per Il Duo Di Akron. The Black Keys – Let’s Rock

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The Black Keys – Let’s Rock – Nonesuch/Warner CD

A cinque anni dall’ultimo lavoro Turn Blue Dan Auerbach ha richiamato Patrick Carney per tornare a fare un disco come The Black Keys, non senza una certa sorpresa generale. Infatti nell’ultimo lustro Auerbach è stato impegnatissimo come talent-scout e produttore, registrando una lunga serie di album presso i suoi Easy Eye Sound Studios di Nashville (da non perdere almeno quelli di Dee White, Yola e Robert Finley) oltre a pubblicare il suo secondo album solista, lo splendido Waiting On A Song, un vero gioiellino tra pop, rock, soul e country che sembrava inciso a cavallo tra gli anni sessanta ed i settanta https://discoclub.myblog.it/2017/06/13/un-disco-quasi-perfetto-per-un-artista-geniale-dan-auerbach-waiting-on-a-song/ . Tornando ai Black Keys, Turn Blue era stato un album che aveva attirato non poche critiche, sia per certe soluzioni sonore non proprio azzeccate, sia per la qualità media non eccelsa delle canzoni, sia ancora per il fatto che veniva dopo i due maggiori successi della band/duo, cioè Brothers (2010) e soprattutto El Camino dell’anno successivo, che vendette ben più di due milioni di copie nel mondo, non male per due musicisti che avevano iniziato a suonare negli scantinati di Akron, Ohio.

Let’s Rock è un disco importante, in quanto segna il ritorno alle atmosfere che contraddistinguevano i primi lavori di Dan e Patrick, soprattutto Thickfreakness e Rubber Factory: musica rock essenziale e degna di una garage band, con marcati elementi blues ed atmosfere decisamente elettriche. Un suono crudo e chitarristico, con i riff di Auerbach (che negli anni ha introdotto anche il basso nel suono del duo, e qui si cimenta anche alle tastiere in un paio di pezzi) ben doppiati dalla batteria secca di Carney. Let’s Rock mantiene dunque ciò che promette il titolo, dodici canzoni dirette e potenti, ma con inedite aperture melodiche figlie sicuramente degli ultimi anni in cui Auerbach è notevolmente maturato sia come musicista che come autore (la collaborazione con John Prine non può che avergli giovato): Dan ha quindi riversato la sua maggiore esperienza tutta in questo album, che coniuga quindi in maniera mirabile energia e songwriting di livello, diversificando anche gli stili ed aggiungendo alla base rock-blues un tocco di rhythm’n’blues e perfino di country. Il disco è autoprodotto dai due, che sono anche gli unici musicisti (a parte le voci femminili di Leisa Hans e Ashley Wilcoxson), ma il suono è nelle mani di due luminari come Richard Dodd al master e Tchad Blake al mix.

Si inizia per il meglio con Shine A Little Light, un brano a metà tra rock ed errebi, ritmo pulsante e chitarra bella tosta che si contrappone benissimo ad un motivo accattivante. Questo è il lato più rock di Auerbach, ma con una profondità di scrittura che un tempo gli mancava. Eagle Birds è un rock-blues secco e diretto, chitarra leggermente distorta e sezione ritmica vibrante, con un breve ma ottimo assolo da parte di Dan; la pimpante Lo/Hi è una rock song decisamente elettrica e vitale, ma anche coinvolgente al massimo e di buona immediatezza (non per niente è il primo singolo), mentre Walk Across The Water è un pezzo cadenzato e meno aggressivo, dal mood suadente e ritornello gradevole, quasi una pop song su base rock (bella la coda strumentale, che però si interrompe di botto). Tell Me Lies è un piacevole funkettone con un altro refrain di sicura presa e le solite ottime parti di chitarra, e si contrappone alla pura tensione elettrica di Every Little Thing, una grande rock song dall’attacco hendrixiano ed un andamento trascinante: energia, grinta ma anche feeling a piene mani.

Get Yourself Together è puro rock’n’roll, diretto ed irresistibile sia nel ritmo che nel ritornello, una delle più immediate, Sit Around And Miss You è addirittura country-rock, un brano limpido e di grandissima fruibilità, con chiare influenze “creedenciane”: splendida, anche se siamo più dalle parti dell’Auerbach solista. Il disco si conferma per nulla monotematico, anzi è ricco di sfaccettature pur mantenendo un suono diretto e senza fronzoli: prendete Go, secca, essenziale e quasi garage, che si amalgama benissimo con la seguente Breaking Down, altro delizioso brano che non è né pop, né rock, né errebi ma ha qualcosa di tutti e tre gli stili. Chiudono il CD la corale Under The Gun, dal ritmo sostenuto e soliti ficcanti riff chitarristici, e con la frenetica Fire Walk With Me, ancora puro e travolgente rock’n’roll. I Black Keys sono quindi tornati alla grande, con il suono dei primi tempi ma anche con una nuova visione musicale a 360 gradi, e Let’s Rock è uno dei rock’n’roll albums del 2019.

Marco Verdi

Una Coppia Affiatata, Non Solo Nella Vita. Shovels & Rope – By Blood

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Shovels & Rope – By Blood – Dualtone CD

Settimo album in dodici anni (quinto di materiale originale, più due di covers) per gli Shovels & Rope, un duo formato dai coniugi Michael Trent e Cary Ann Hearst, che hanno iniziato ad incidere insieme nel 2008 dopo qualche anno di carriere soliste separate. Inizialmente si sarebbe dovuto trattare di un progetto estemporaneo, ma un po’ il rafforzarsi del loro legame sentimentale un po’ il fatto che i loro primi album hanno subito riscosso un buon successo di critica e pubblico, eccoci ancora qui a commentare una incisione a loro nome. By Blood prosegue il discorso musicale intrapreso più di una decade fa da Mike e Cary Ann, una musica in bilico tra folk, country e rock con brani dalla struttura perlopiù classica ma arrangiati con sonorità moderne, ed una buona predisposizione dei due a scrivere melodie fruibili ed immediate, I nostri sono poi un’autentica “two-men band” (anzi, sarebbe meglio dire “one couple band”), in quanto si occupano in prima persona di tutte le parti vocali e strumentali, facendosi aiutare da musicisti esterni solo nelle esibizioni dal vivo: anche in By Blood si conferma la tendenza polistrumentistica del duo originario della Carolina del Sud, con l’unico contributo di Daniel Coolik al violino in un brano e di una piccola sezione fiati in un altro.

Mike si occupa anche della produzione, e By Blood si rivela essere un dischetto molto gradevole e ben eseguito, che non deluderà chi già conosce lo stile dei nostri, mentre potrebbe anche contribuire ad allargare nuovamente i loro orizzonti dopo che il precedente album Little Seeds (2016) non aveva bissato il successo di Swimmin’ Time del 2014, ad oggi il lavoro più popolare degli S&R. I’m Comin’ Out è un inizio molto particolare, un folk-rock corale e gradevole dal punto di vista melodico ma con il contrasto di un accompagnamento sghembo e modernista, una chitarra elettrica distorta sullo sfondo, ritmo cadenzato e suono potente, una miscela strana ma che tutto sommato funziona. Mississippi Nuthin’ va più sul tradizionale con una chitarra acustica strimpellata con forza, un motivo a due voci decisamente immediato e piacevole ed un ritmo sostenuto: una buona canzone, che potrebbe ricordare lo stile dei Lumineers, ma Mike e Cary Ann sono meno eterei e più concreti https://www.youtube.com/watch?v=mMKxTjo21bI . The Wire inizia con chitarra elettrica e batteria che sembra che vadano ognuna per conto suo, poi i nostri cominciano a cantare e tutto va a posto, con notevole aumento dell’energia rock nel refrain https://www.youtube.com/watch?v=7jpgvPwC7RA , C’Mon Utah! è invece una folk ballad limpida e dal sapore classico, ottima melodia ed un evocativo assolo di armonica, una bella canzone con un retrogusto anni settanta.

Carry Me Home inizia pianistica e lenta, le voci sono sempre all’unisono ed il motivo di fondo è toccante, con una leggera ed apprezzabile aura pop. Twisted Sisters è dotata di un’atmosfera anni sessanta, anche se i nostri cantano in maniera grintosa (soprattutto Mike), ma il motivo di fondo è bello e ad un certo punto spunta persino una sezione fiati mariachi, mentre Good Old Days è davvero un’ottima canzone, una distesa ballata tra folk e cantautorato puro, intensa, struggente e guidata da piano, organo ed una splendida chitarra acustica. https://www.youtube.com/watch?v=LjQomuXEnf8  Pretty Polly non è il traditional dallo stesso titolo ma un brano nuovo di zecca, una rock song elettroacustica dal ritmo e melodia coinvolgenti ed un suono vigoroso, Hammer, aperta da un violino, è una country song decisamente (e volutamente) sgangherata, ma anche creativa e particolare, mentre il CD si chiude con la title track, una ballata acustica molto bella e profonda, una delle più toccanti e riuscite dell’album https://www.youtube.com/watch?v=bRcm2HFKZsU . Non sono mai stato un acceso fan degli Shovels & Rope, ma non li ho mai neppure osteggiati, e devo dire che un disco come By Blood è gradevole, ben fatto e meritevole di attenzione.

Marco Verdi

In Attesa Del Cofanetto Inedito Previsto Per L’Autunno Ecco La Storia Dei Fleetwood Mac & Peter Green: Un Binomio “Magico” Dal 1967 Al 1971, Parte II

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Parte seconda.

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Fleetwood Mac In Chicago/Blues Jam At Chess – 2 LP Blue Horizon 1969 – ****

Nel frattempo, ad inizio gennaio appunto del 1969, il giorno 4, il quintetto, con Kirwan, si era recato agli studi Chess Ter-Mar della famosa etichetta di Chicago, per un meeting con sette musicisti neri importantissimi, dei veri maestri per Green e soci, la jam session, uscita con due titoli diversi, è fenomenale, un incontro proficuo tra cinque giovani musicisti inglesi ed alcune vere leggende del Blues, come Otis Spann (piano e voce), Willie Dixon (contrabbasso), Shakey Horton (armonica e voce), J.T. Brown ( sax tenore e voce), Buddy Guy (chitarra), Honeyboy Edwards (chitarra), e S.P. Leary (batteria); forse, ma forse, solo Fathers And Sons, il disco che vide l’incontro tra Muddy Waters, Michael Bloomfield e Paul Butterfield della Paul Butterfield Blues Band, Donald “Duck” Dunn di Booker T. & the M.G.’s, Otis Spann e Sam Lay, si può considerare pari o di poco inferiore a quello dei Fleewood Mac, ma è un’altra storia.

A produrre l’album furono Mike Vernon e Marshall Chess e il disco profuma di musica in libertà, le 12 battute classiche appunto in libera uscita per questa occasione unica. L’apertura è affidata a Watch Out, uno dei due contributi di Green come autore, un brano che rivaleggia con le migliori composizioni di Willie Dixox, uno shuffle intensissimo dove il chitarrista inglese dimostra di meritare tutta la stima che B.B. King gli ha poi tributato, con la sua solista variegata ed incontenibile e una parte cantata convinta come poche altre volte.  Da lì parte una sequenza di classici del blues splendidi: Ooh Baby, un ondeggiante blues con profumi errebì dalla penna di Howlin’ Wolf, sempre con Peter in gran forma, seguono due diverse e tirate takes dello strumentale South Indiana di Big Walter Horton, altri perfetti esempi del miglior Chicago Blues, con Shakey Horton all’armonica, Last Night è un intenso slow di Little Walter, sempre con Horton all’armonica, tutte cantate da Green, che poi guida il gruppo in Red Hot Jam, uno strumentale dove tutti i musicisti si divertono.

Seguono quattro brani consecutivi di Elmore James, nei quali Jeremy Spencer assume la guida delle operazioni alla voce e slide, I’m Worried, il lento I Held My Baby Last Night, la potente Madison Blues, in cui l’accoppiata bottleneck con il sax di JT Brown anticipa i futuri sviluppi di George Thorogood, e infine I Can’t Hold Out, con i musicisti neri presenti in sala che approvano. World’s In A Tangle di Jimmy Rogers apre il secondo album, un lento atmosferico dove Danny Kirwan sale al proscenio, mentre Otis Spann accarezza il suo piano, Talk With You e la tirata Like It This Way sono due composizioni di Kirwan, ottime a livello musicali, anche se Danny non è un grande cantante le chitarre viaggiano alla grande, a seguire troviamo due pezzi di Otis Spann, Someday Soon Baby e Hungry Country Girl, soprattutto la prima uno slow magistrale. La quarta ed ultima facciata prevede Black Jack Blues, un pezzo di J.T. Brown, con il contrabbasso di Dixon in evidenza di fianco al sax,  notevole anche Everyday I Have The Blues, di nuovo con la slide di Spencer, che la canta, e il sax a fronteggiarsi. Rockin’ Boogie come da titolo è uno scatenato R&R ancora di Jeremy, mentre Sugar Mama è un colossale blues corale con Peter Green che riprende la guida della session e Homework una travolgente scarica di blues da cento ottani, un successo in origine di Otis Rush e poi un cavallo di battaglia per i Nine Below Zero.

Al solito nelle edizioni ampliate contenute nel box ci sono moltissime bonus extra.

Then Play On, End Of The Game E I Dischi Postumi 1969-1971

Naturalmente gli anni si riferiscono a quando questo materiale venne registrato, poi è stato pubblicato in un arco di tempo lunghissimo, fino ai giorni nostri, in cui la  Sony farà uscire in autunno un cofanetto triplo Before The Beginning 1968-1970 Rare Live & Demo Sessions, con materiale inedito e dal vivo trovato negli archivi, e che è anche tra i motivi di questo articolo retrospettivo.

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Then Play On – Reprise/Warner 1969 – *****

Proprio durante le sessions che poi daranno vita a  questo magnifico album, i compagni di avventura di Peter Green cominciano a notare dei cambi di umore che li allarmano: il nostro amico che comincia ad usare grandi quantità di LSD, si lascia crescere una lunga barba incolta, inizia ad indossare delle tuniche e portare dei crocifissi, si fa più pensoso e malinconico, come testimonia la peraltro splendida Man Of The World, un brano che esce solo come singolo per la Immediate Records, che poi fallisce a breve, e la band firma un nuovo contratto per la Warner.

Tornando a Peter, Mick Fleetwood ricorda che l’amico cominciava a diventare ossessivo sul fatto di non fare soldi, e voleva dare via tutti i loro averi, cosa su cui i suoi compagni non erano molto d’accordo. Comunque le registrazioni vanno bene e l’album che ne risulta è uno dei capolavori assoluti del rock dell’epoca. Lasciato il blues, che rimane comunque presente nello spirito della musica, il suono si fa più aggressivo, anche se non mancano i soliti brani dalle atmosfere sognanti e malinconiche, con le chitarre di Green e Kirwan che fanno meraviglie nel loro interscambio, mentre la sezione ritmica di Mick Fleetwood e John McVie è veramente irrefrenabile.

Il 19 settembre del 1969, con la bellissima copertina dell’uomo nudo sul cavallo bianco, un titolo ispirato da una frase della Dodicesima Notte di Shakespeare, e con il primo singolo Oh Well, uscito la settimana successiva e non presente nella prima versione dell’album, che arriva, come Man Of The World, al secondo posto delle classifiche inglesi (mentre negli States Rattlesnake Shake uscita per prima, si rivela un flop), esce Then Play On , un album veramente superbo. Attualmente il disco si trova in CD nella edizione Extended  & Remastered uscita nel 2013 e quella vi consiglierei di cercare, in quanto con i suoi 18 brani si tratta della versione definitiva: comunque la versione “rivista” di fine 1969 (con Oh Well) iniziava con Coming You Way, un pezzo “galoppante” (vista anche la copertina) di Danny KIrwan, con il nuovo sound delle due soliste subito in evidenza, percussioni a manetta, e finale chitarristico psichedelico che ha non ha nulla da invidiare a quelli dei Quicksilver di John Cipollina e Gay Duncan.

Closing My Eyes è il primo splendido brano di Peter Green, una misteriosa e sognante canzone a tempo di valzer, con le chitarre accarezzate e le sferzate dei timpani di Fleetwood a percorrerla, una rivisitazione dei suoni di Albatross, con inserti acustici, Show-Biz Blues è un omaggio al tanto amato blues, un pezzo intimo ed acustico con le stesso Peter alla slide, visto che Jeremy Spencer praticamente non si sente più nel disco. My Dream di Kirwan è un delizioso strumentale tra surf music e atmosfere più malinconiche, sempre con quelle chitarre magnifiche, Underway, che poi dal vivo diventerà colossale, ha più di un punto di contatto con le ricerche sonore di Hendrix in quel periodo, con un crescendo magnifico punteggiato dal lavoro superbo di Fleetwood alla batteria, peccato che venga sfumato quando Green e Kirwan iniziano a divertirsi.

Oh Well (Part 1 & 2) ci regala più di nove minuti di magia sonora, inizio quasi flamenco con chitarra acustica e uno dei riff più inconfondibili della storia del rock, poi entra l’elettrica e il cantato sincopato di Peter, continui rilanci e una prima sferzata rock con le soliste che impazzano, poi segue un lungo segmento elettroacustico quasi cameristico (ma comunque tipicamente tra progressive e baroque rock)  anche con il piano di Spencer, nella sua unica apparizione, a disegnare atmosfere uniche. Although The Sun Is Shining è un’altra breve composizione di Kirwan, di ispirazione quasi folk, dolce e malinconica, mentre Rattlenake Shake è un’altra sferzata di pura energia rock, che non sarà anche entrata in classifica, ma questo non impedisce a vere muraglie di chitarra di ululare e dibattersi con una veemenza incredibile,  poi portate a livelli fantasmagorici nelle versioni live da 25 minuti e oltre; la sequenza di Searching For Madge e Fighting For Madge, composte da McVie e Fleetwood, è un altro dei momenti topici, caratterizzati da fade in e fade out estrapolati da magnifiche lunghe jam strumentali , intermezzo orchestrale incluso, che poi potremo ascoltare nella loro colossale completezza sul postumo The Vaudeville Years https://www.youtube.com/watch?v=bv0nEvy3Pok .

When You Say è un altro valzerone acustico di Kirwan, forse l’unico brano non memorabile dell’album, meglio il duetto blues con Green nella piacevole Like Crying e l’ultimo brano di Peter, una eterea ed estatica Before The Beginning che ci permette ancora una volta di gustare la maestria sopraffina del nostro alla chitarra, che raggiunge poi la sua punta più “dura e cattiva” nel singolo The Green Manalishi (With The Two-Pronged Crown), altro brano destinato ad infiammare le platee americane nel tour americano dell’anno successivo, un esempio di proto metal (non stupisce che i Judas Priest ne abbiamo fatto un cavallo di battaglia), registrato a Hollywood nell’aprile ’70 e pubblicato come singolo, ma che i Fleetwood Mac avevano già suonato a febbraio e verrà pubblicato nel postumo Live In Boston.

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The Vaudeville Years 1969-1970 – 2 CD Receiver 1998 – ****

Live In Boston – 3 CD Snapper 1999 o come Boston 3 CD Madfish 2017 – ****

Questi due dischi in teoria non sono ufficiali, ma chi se ne frega, visto che sono incisi molto bene, perché consentono di ascoltare i Fleetwood Mac , sia in studio che dal vivo, nel pieno del proprio fulgore rock, quando tra il 1969 e il 1970 rivaleggiavano come potenza di suono con i Led Zeppelin, i Blind Faith e le varie band di Clapton, Hendrix e Jeff Beck, e Peter Green era forse superiore anche a questi grandi chitarristi, prima di consumarsi nella sua dipendenza con l’LSD sfociata in una overdose nel 1970 a Monaco in Germania, che probabilmente ha iniziato a bruciargli lentamente ma inesorabilmente le cellule del proprio cervello (una storia comune a Syd Barrett, Rocky Erickson e molti altri in quegli anni)., quindi ammesso che si trovino ancora, cercateli. Ma prima, nelle ultime fiammate di creatività, tra maggio e giugno del 1970, registra un album di pura improvvisazione come

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The End Of The Game – Reprise 1970 -***1/2

Secondo me un mezzo capolavoro, secondo altri un disco senza capo né coda: ai posteri l’ardua sentenza! Ah già ma siamo noi i posteri, allora dico il mio parere, riascoltando il CD dopo tanti anni. Già all’epoca mi aveva affascinato: registrato in una sola sessione notturna, poi “editata” e spezzettata in una serie di bozzetti sonori, Green è sempre più preda dei suoi problemi con LSD e sbandamenti mistico-religiosi, ma a livello musicale riesce ancora a realizzare un’opera quasi unica, che affianca le sonorità del Jimi Hendrix più sperimentale, con uso  costante del pedale wah-wah a improvvisazioni quasi zappiane, Alex Dmochowski il bassista che veniva dai  Retaliation di Aynsley Dunbar, poi suonerà proprio in un paio di album del baffuto chitarrista americano, Zoot Money, grande pianista e organista britannico è l’altro libero improvvisatore nel disco, Nick Buck, il secondo tastierista al piano elettrico, e Godfrey McLean, esperto batterista che anche lui contribuisce alla riuscita dell’opera, pubblicata nel dicembre del 1970 (e che non ha circolato molto in CD, al di là edizioni giapponesi e versioni economiche, ma al momento si trova abbastanza facilmente).

Sei brani strumentali, poco più di 33 minuti, che si aprono con il festival del wah-wah della iniziale magnifica Bottoms Up, con Dmochowski e McLean che sostengono in modo splendido le scale free form della chitarra di un Peter Green quasi trasfigurato nelle sue improvvisazioni sperimentali e jazzate, poi il basso assume un suono ancora più rotondo, entra un liquido piano elettrico e il lavoro della chitarra si fa ancora più intricato, insomma dovreste ascoltare per capire di cosa parliamo. Timeless Time è un breve brano, poco più di due minuti, lirico, intimo e malinconico più vicino al “solito” Green, mentre Descending Scale è più ascendente che discendente, lavoro frenetico della ritmica, piano e organo di Zoot Money in primo piano, fino all’ingresso perentorio e devastante della chitarra quasi rabbiosa di Peter, tra esplosioni e momenti di quiete, in un brano certo di non facile ascolto, ma siamo nell’anno di Bitches Brew di Miles Davis, la musica ha questa libertà assoluta.

Burnt Foot con la batteria dappertutto ha tocchi quasi tribali e il solito spirito di impronta jazz-rock, genere allora nascente, con spasmi ritmici devastanti, che poi virano di nuovo verso la psichedelia con il suono quasi deadiano e liquido delle improvvisazioni live di Jerry Garcia con la sua band, in un brano come Hidden Depth dove il wah-wah è ancora protagonista assoluto. La conclusiva End Of The Game, tra dissonanze e cacofonie sonore, esplora quasi i limiti dell’uso del wah-wah in un ambito che sembra avere poche parentele con il rock. Fine Del Gioco!

Per giustificare l’arco temporale indicato nel titolo del paragrafo, in effetti nel 1971 non succede molto: nel corso del tour americano di quell’anno, chiamato dai vecchi pards dei Mac, si presenta come Peter Blue per sostituire Jeremy Spencer, anche lui andato fuori di melone e che si unisce ai Children Of God (anche se poi molti anni dopo si parlò pure di abusi su minori), poi suona con il suo ammiratore BB King a Londra nel 1972, ma la malattia mentale e l’uso di droghe hanno la meglio su di lui, e leggenda o verità vogliono che regali tutti i suoi averi, compresa la Gibson del 1959 a Gary Moore, lavori come infermiere e in un kibbuz in Israele, poi si perdono le sue tracce.

Un primo ritorno tra il 1979 e il 1984, vede come miglior album In The Skies, mentre la seconda, più sostanziosa rentrée, è quella con lo Splinter Group a cavallo tra 1997 e 2003, ma a fianco di piccoli sprazzi dell’antico splendore e una ritrovata serenità, musicalmente sembrano più dischi di Nigel Watson, anche se una serie di ottimi musicisti ne garantiscono la qualità. Poi qualche tour ancora come Peter Green & Friends, fino all’inizio di questa decade, al momento non saprei dirvi come se la passa.. Ma tutto quello che ha fatto in quei cinque anni gloriosi basta e avanza.

Bruno Conti

Un’Edizione Deluxe Che Non Poteva Mancare! Hootie & The Blowfish – Cracked Rear View 25th Anniversary

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Hootie & The Blowfish – Cracked Rear View 25th Anniversary – Rhino/Warner 2CD – 3CD/DVD Box Set

Mi sembrava strano che Cracked Rear View, album di debutto del quartetto della Carolina del Sud Hootie & The Blowish (uscito nel 1994), non avesse ancora beneficiato di una edizione commemorativa. Stiamo infatti parlando del nono album di tutti i tempi per copie vendute, con la cifra esorbitante di 21 milioni di unità (copie fisiche, niente download all’epoca), un numero impressionante e da un certo punto di vista perfino incomprensibile anche dopo 25 anni. Intendiamoci, Cracked Rear View (titolo preso dal testo della canzone Learinng How To Love You di John Hiatt) è un ottimo disco di puro rock americano classico, basato sul suono delle chitarre e su una serie di canzoni piacevoli e dirette con elementi roots, ma non lo giudicherei certo uno dei capolavori degli anni novanta, né uno dei dischi da portarsi sulla proverbiale isola deserta. Gli Hooties erano semplicemente il gruppo giusto al posto giusto nel momento giusto: dopo una lunga gavetta che li aveva portati a pubblicare due cassette autogestite ed un EP (Kootchypop), i nostri furono notati da un talent scout della Atlantic che li fece firmare per la storica etichetta, vedendo in loro un gruppo dall’immagine fresca e rassicurante e con un suono diretto e figlio di band come i R.E.M., in decisa contrapposizione con il movimento grunge all’epoca imperante.

Il resto è storia: un bel disco dal suono rock e radiofonico allo stesso tempo, apparizioni mirate in TV ed un tour di successo, insieme ad una campagna di marketing ben fatta, hanno fatto diventare in poco tempo i quattro ragazzi delle superstar, anche se in seguito non sarebbero più riusciti a ripetere l’exploit. Oggi la Rhino ristampa Cracked Rear View in due edizioni, una doppia con un secondo CD di inediti e rarità, ed un bel box set (dalla confezione simile ad un digipak per DVD) con in aggiunta un terzo dischetto audio contenente un concerto inedito del 1995 ed un DVD con l’album originale in due diverse configurazioni sonore, cinque inediti del secondo CD ed altrettanti videoclip. Gli Hootie erano (o dovrei dire sono, dato che si sono riformati proprio quest’anno per un tour americano e, pare, un nuovo album da pubblicare in autunno) un quartetto classico, due chitarre e sezione ritmica, formato da Darius Rucker (voce solista e chitarra acustica), Marc Bryan (chitarra solista), Dean Felber (basso) e Jim Sonefeld (batteria), che in questo album di debutto vengono supportati da John Nau, organo e pianoforte, e Lili Haydn, violino in un paio di pezzi: il tutto sotto la produzione molto “rock” da parte di Don Gehman, famoso per aver dato un suono a John Mellencamp ma anche alla consolle in Lifes Rich Pageant dei R.E.M.

Il primo CD presenta quindi il disco originale rimasterizzato, che si apre in maniera scintillante con la splendida Hannah Jane, una rock song chitarristica diretta e dotata di un motivo irresistibile: si sente la mano di Gehman, l’approccio è rock, il suono potente e fluido e la bella voce di Rucker è messa in primo piano. Hold My Hand è il pezzo più noto dell’album, il singolo spacca classifiche, una rock ballad dal sound vigoroso e pieno, con una melodia corale decisamente bella e figlia dei R.E.M., con in più la ciliegina della presenza di David Crosby ai cori. Let Her Cry è uno slow chitarristico dalle sonorità ruspanti ed un motivo di grande impatto, Only Wanna Be With You è un folk-rock elettrificato vibrante e con un altro refrain di quelli che restano appiccicati in testa, mentre Running From An Angel è un pop-rock sempre con le chitarre in evidenza ed il violino che dona un tocco roots. I’m Goin’ Home è una ballata distesa e discorsiva, ancora contraddistinta da un bel ritornello e con il solito suono potente, Drowning ha un intro degno addirittura di una southern band, Time è un lucido brano di chiara influenza “remmiana” ma con una sua personalità, Look Away è meno appariscente ma dal refrain comunque degno di nota. Finale con  la rilassata Not Even The Trees (ma il suono è sempre rock), la toccante ballata pianistica Goodbye e, come ghost track, una breve versione a cappella del traditional Motherless Child.

Il secondo dischetto, 20 canzoni, parte con l’outtake inedita All That I Believe, un pop-rock gagliardo ed orecchiabile che non solo non si spiega come mai sia stato lasciato fuori dall’album, ma secondo me poteva ben figurare anche come singolo. Poi abbiamo quattro rari lati B, un brano originale (Where Were You) e tre cover (le saltellanti I Go Blind della band canadese 54-40 e Almost Home dei Reivers – molto bella questa – ed una splendida rilettura di Fine Line di Radney Foster, puro rockin’ country), oltre ad una versione decisamente “rootsy” di Hey Hey What Can I Do dei Led Zeppelin, tratta da un raro tributo del 1995 al gruppo inglese. Si prosegue con i cinque pezzi dell’EP del 1993 Kootchypop, con versioni già belle di Hold My Hand e Only Wanna Be With You (i nostri erano già pronti per il grande salto) e tre canzoni non riprese su Cracked Rear View, ma che avrebbero fatto la loro figura (The Old Man And Me, che verrà poi ripresa sul loro secondo lavoro Faiweather Johnson, If You’re Going My Way e Sorry’s Not Enough): il suono era già tosto ed elettrico al punto giusto. Ecco poi le quattro rarissime canzoni della cassetta Time del 1991 (quattro pezzi che poi finiranno in altra veste nel debut album, tra cui Let Her Cry che era già bellissima) e cinque da quella del 1990 intitolata semplicemente Hootie & The Blowfish, le note Look Away e Hold My Hand e le inedite I Don’t Understand, Little Girl e Let My People Go: il suono è meno esplosivo ma la capacità dei nostri nel songwriting c’era già.

E poi c’è il terzo CD, altri 20 pezzi (17 dei quali inediti e gli altri tre finiti su vari singoli, e comunque rari) registrati a Pittsburgh, Pennsylvania, il 3 Febbraio del 1995. Sono presenti tutte e undici le canzoni di Cracked Rear View (ed anche la traccia nascosta Motherless Child), tutte in versioni più essenziali e dirette di quelle in studio in quanto sul palco non ci sono sessionmen e quindi mancano strumenti presenti sul disco come organo, piano, violino, ecc. Ci sono anche i tre inediti di Kootchypop e pure due dei lati B presenti sul secondo dischetto (I Go Blind e Fine Line); completano il quadro altre tre cover: una solida Use Me  di Bill Withers, una irresistibile The Ballad Of John And Yoko (The Beatles, of course) ed una deliziosa, ma breve, versione del classico di Stephen Stills Love The One You’re With, che chiude il concerto. Rucker e compagni non riusciranno più a ripetere in seguito l’exploit di questo esordio (anche se il già citato Fairweather Johnson venderà la comunque rispettabile cifra di tre milioni di copie), ma direi che si possono accontentare in ogni caso di avere consegnato con Cracked Rear View il loro nome alla storia della nostra musica.

Marco Verdi

Come Attore E’ Bravissimo, Ma Come Cantautore…Pure! Kiefer Sutherland – Reckless & Me

kiefer sutherland reckless & me

Kiefer Sutherland – Reckless & Me – BMG CD

La storia del cinema americano è piena di attori che, prima o dopo, si sono cimentati anche come musicisti e/o cantanti: senza dover per forza risalire all’epoca di Dean Martin e Robert Mitchum, in anni recenti abbiamo avuto, tra i tanti, i casi di Kevin Costner, Kevin Bacon, Johnny Depp, Hugh Laurie, Kevin Spacey, Jeff Bridges, Tim Robbins, Dennis Quaid, per finire con Russell Crowe che pur essendo australiano fa parte comunque del mondo di Hollywood. Tra gli ultimi arrivati nel doppio ruolo c’è anche Kiefer Sutherland, eccellente attore di cinema diventato però famosissimo con la serie tv 24, in cui interpreta il ruolo dell’agente Jack Bauer. Attore poliedrico, figlio d’arte (il padre Donald è uno dei più grandi di sempre, ed è per me il migliore nelle parti da “bastardo” insieme al già citato Spacey, Gene Hackman e Gary Oldman), Kiefer ha esordito come musicista nel 2016 con Down In A Hole, un bel disco di solido rock chitarristico, nel quale il nostro si scopriva anche valido songwriter https://discoclub.myblog.it/2016/08/23/sorpresa-ecco-altro-cantattore-bravo-pure-kiefer-sutherland-down-hole/ .

Che la carriera di rocker non sia per Sutherland Jr. una sorta di divertimento da dopolavoro lo hanno dimostrato i molti concerti tenuti in questi anni, ed ora Kiefer arriva anche a fare il bis discografico con Reckless & Me, un album che si rivela fin dal primo ascolto addirittura splendido nonché sorprendente visto che stiamo comunque parlando di uno che si guadagna da vivere recitando. Reckless & Me è un lavoro di vero rock’n’roll, chitarristico e vibrante, suonato alla grande da un manipolo di sessionmen di lusso (con nomi altisonanti come Waddy Wachtel alle chitarre, Greg Leisz alla steel, Brian MacLeod alla batteria ed il grande Jim Cox al piano e organo), con un tocco country che non fa mai male. Ma quello che più stupisce è la bravura di Sutherland come autore: infatti il nostro è il responsabile di nove brani su dieci (Open Road è scritta dal produttore Jude Cole), canzoni autentiche, intense e profonde, che sembrano quasi opera di un veterano del pentagramma. Un disco di alto livello professionale ed emotivo, che fa dunque balzare il nome di Sutherland tra i principali “singing actors” in circolazione. Si parte subito forte con la già citata Open Road, splendida ed intensa rock ballad da cantautore vero, con piano e chitarre in evidenza ed un suono elettrico di sicuro impatto: Kiefer canta benissimo con una voce arrochita e vissuta (molto alla John Mellencamp), e sembra davvero una vecchia volpe non del grande schermo ma delle sette note. Something You Love è più spedita, con il piano che si muove sinuoso nell’ombra e le chitarre che rispondono a tono, ma la differenza la fa una melodia trascinante ed il ritmo sostenuto, con echi di grandi storyteller rock, da Springsteen e Seger in avanti.

Faded Pair Of Blue Jeans è limpida e solare, potrebbe essere un brano degli Eagles fine anni settanta, ed è decisamente gradevole anche questa, la title track, una rock song cadenzata e grintosa, ha evidenti somiglianze proprio con lo stile di Mellencamp, le chitarre tirano di brutto (bello l’assolo di slide) ed il pathos è alto, mentre Blame It On Your Heart è puro rock’n’roll, trascinante e con un sapore country dato dalla steel e dall’uso del pianoforte degno di un bar texano. Ancora ritmo elevatissimo con This Is How It’s Done, un divertente mix tra country e rockabilly, con un motivo che sembra quasi un talkin’ dylaniano ed un tempo alla Johnny Cash; Agave inizia con una chitarra bella aggressiva e prosegue con un’andatura spezzettata e tracce di southern: grinta e bravura a braccetto, con il nostro sempre più convinto e convincente. Rimaniamo idealmente al sud con Run To Him, un pezzo tosto, elettrico e paludoso tra Texas e Louisiana ed un coro femminile dai toni gospel, mentre Saskatchewan è una ballata che parte con la voce di Kiefer nel buio, poi entra una strumentazione limpida ed il brano si rivela terso, piacevole e disteso, con un retrogusto country che non guasta. Chiusura con la deliziosa Song For A Daughter, tra folk e cantautorato puro, in cui appare anche una fisarmonica: uno dei brani più riusciti di un album sorprendente e bellissimo, in poche parole da non perdere.

Marco Verdi

Una “Favolosa” Fedina Penale. Jimmy Barnes – My Criminal Record

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Jimmy Barnes – My Criminal Record – Bloodlines/Liberation Records – 2 CD Deluxe Edition

Continua il mio personale percorso di scovare e recensire le ultime uscite di artisti australiani: in questo caso parleremo di uno tra i più importanti protagonisti del rock’n’roll  “down under”, il noto rocker Jimmy Barnes, autore e cantante dalle solide radici nel rock americano classico, ma con un “background” intriso di rhythm and blues e soul di tutto rispetto https://discoclub.myblog.it/2016/07/10/supplemento-della-domenica-favoloso-vero-soul-australiano-jimmy-barnes-soul-searchin/ , il tutto a partire dalle sue prime esperienze con i Cold Chisel di oltre 40 anni fa e poi in seguito con una corposa carriera ultra ventennale da solista. Questo ultimo lavoro My Criminal Record arriva a circa dieci anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio Rage And Ruin (in mezzo è uscito anche un disco di canzoni per l’infanzia), e come sempre la qualità di scrittura delle canzoni è prioritaria per Barnes, dove la parte del leone (co-autore in sei brani) la fa il suo amico e collaboratore di lunga data Don Walker (Cold Chisel), il resto è farina del suo sacco, con l’apporto di amici intimi quali Daniel Wayne Spencer e Davey Lane alle chitarre, il genero Benjamin Rodgers al basso, Clayton Doley alle tastiere, e da una sezione ritmica composta da Warren Trout alle percussioni e da suo figlio Jackie Barnes alla batteria, per una manciata di brani di amore e rabbia sociale (18 nell’edizione deluxe, di cui due cover d’autore), che ci rimanda ai tempi gloriosi di For The Working Class Man (85), affidando il tutto al noto e fidato produttore sudafricano Kevin Shirley (Aerosmith, Journey, Dream Theather, ma anche Bonamassa, Beth Hart, John Hiatt, l’ultimo George Benson).

Le “malefatte” iniziano con il singolo My Criminal Record, un blues con un suono lunatico e una voce fumosa, a cui fanno seguito una poderosa Shutting Down Our Town dal caratteristico e noto andamento “Springsteeniano”, e una muscolosa I’m In A Bad Mood ( che ricorda il primo Mellencamp), mentre Stolen Car (The Road’s On Fire, Pt.1) ci porta su strade diverse, con un intrigante lavoro di chitarre a metà brano, canzone cantata in modo superbo da Barnes, per poi arrivare al solido “stomp-blues” di una diabolica My Demon (God Help Me) con le chitarre, steel e slide in evidenza. Si prosegue con una versione meravigliosa del classico Working Class Hero di John Lennon, accompagnata da una sezione ritmo “granitica” (e dalla vigorosa interpretazione di Jimmy),per poi  affidarsi all’introduzione pianistica di una melodiosa e nello stesso tempo grintosa Belvedere And Cigarettes, omaggiare il suo amico Chris Cheney dei Living End, con una versione deliziosa di I Won’t Let You Down, ritornare di nuovo alle sue classiche ballate con la soffusa e dolce Stargazer.

Con la martellante Money And Class, Barnes fa un tuffo nel passato quando guidava i Cold Chisel, mentre la seconda parte di Stolen Car (The Road’s On Fire, Pt.2) risulta più breve, ma viene sviluppata con un diverso arrangiamento, più veloce e grintoso, non mancano i ritmi e coretti degli anni “Stax” di una coinvolgente If Time Is On My Side (che andrebbe a pennello ad un tipo come Southside Johnny), per poi andare a chiudere con una strepitosa versione di Tougher Than The Rest di Springsteen (un autentico inno di eterna devozione per tutte le persone amate). Il bonus CD  non fa altro che aggravare la “fedina penale” del buon Jimmy, in quanto propone lo sporco “funky-soul” di una sincopata Reckless Beauty, mentre con l’energica Waitin’ On A Plane si bada al sodo, un paio di chitarre, batteria e basso (ogni cosa sembra registrata  nello scantinato di Barnes), viene riproposta una versione alternata del brano del Boss Tougher Than The Rest, con sfumature “mainstream” e interpretata se possibile in maniera ancora più grintosa, prima di consegnarsi (al carcere) con una torrenziale rilettura di I’m In A Bad Mood, con la presenza al mixer di Bob Clearmountain. Che conosciate o meno Jimmy Barnes, alla fine si ritorna sempre li, alle radici del rock’n’roll, al blues, al rhythm and blues, a tutto un mondo musicale classico, anche se visto dalle parti di un continente come l’Australia: questo My Criminal Record è comunque un lavoro da fare proprio, in primis per il genio e il talento assoluto dell’artista, poi per la qualità delle canzoni che hanno un’anima, e questa anima è testimoniata dalla forza e dalla passione di un tipo che nonostante tutte le traversie disalute (é reduce negli ultimi anni da varie operazioni a cuore aperto), rimane uno tra i più importanti protagonisti del rock’n’roll “Aussie”, anche se James Dixon Swan (vero nome di Barnes), è nato a Glasgow!

Tino Montanari

Per Chi Ama La Chitarra Elettrica (E Robben Ford). Jeff McErlain – Now

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Jeff McErlain – Now  – 13J Records

La prima cosa che colpisce guardando la copertina di questo album (manco a dirlo di non facile reperibilità) è la scritta “featuring Robben Ford”.  Ma non è la solita partecipazione pro forma, il chitarrista californiano appare in questo Now in ogni singolo brano del CD come seconda solista, e ha anche curato la produzione del disco (fatto rarissimo se non unico). Nel disco, oltre a Jeff McErlain e Ford, appare anche la sezione ritmica formata da Anton Nesbitt al basso e da Terence Clark alla batteria, aiutati in alcuni brani da Mike Hayes all’organo Hammond e Kendra Chantelle, voce solista nei due brani non strumentali. Il tutto è stato registrato in quel di Nashville al Sound Emporium, lo studio di Ford, con l’ausilio dell’ingegnere del suono Casey Wasner, abituale collaboratore di Robben, anche nell’ultimo Purple House.

Jeff McErlain è un musicista ed “istruttore di chitarra”, in giro per il mondo in fiere e festival (è venuto anche a Umbria Jazz), autore pure di alcuni corsi in video che trovate in rete: viene da Brooklyn, New York, e si dichiara influenzato da Jeff Beck, Eric Clapton, Allan Holdsworth, Eddie Van Halen e  Michael Schenker, ma anche da Miles Davis e John Coltrane, e ovviamente dal blues di Howlin’ Wolf e Little Walter, scoperti tramite la frequentazione con Ford. Ha già pubblicato un album nel 2009 I’m Tired, quindi questo Now è quindi il suo secondo CD: lo stile è un classico blues-rock con forti influenze fusion e la parte virtuosistica naturalmente non manca, anzi. Otto brani in tutto, alcuni firmati da McErlain, altri da Robben Ford (un paio già apparsi in passato nei dischi dei due in altre versioni,) più una cover del classico Albatross dei Fleetwood Mac di Peter Green https://www.youtube.com/watch?v=hk0rXwcodFs : It Don’t Mean A Thing si apre subito sugli interscambi scoppiettanti delle soliste di McErlain e Ford, che in quanto a tecnica non sono secondi a nessuno, c’è molto blues, ma anche lo stile virtuosistico di stampo jazz-rock di uno come Allan Holdsworth viene subito in mente in questo strumentale dal ritmo vorticoso.

Marta è più riflessiva e ricercata, una ballata raffinata dove le chitarre vengono accarezzate con voluttà, mentre It’s Your Groove, come da titolo, è decisamente più funky e risente della influenza del Miles Davis di metà anni ’70 che fu mentore del Robben Ford più jazzato di quell’epoca. 1968 è un blues, comunque sempre influenzato dalla black music e dal R&B, con le due soliste a rincorrersi di continuo, lasciando alla felpata e sognante Albatros un maggiore ricorso alla melodia, che era uno dei punti di forza di questo grande strumentale scritto da Peter Green. negli anni d’oro dei primi Fleetwood Mac. Better Things, cantata dalla brava Kendra Chantelle, è un vigoroso tuffo nel rock-blues più grintoso e sferzante, con le chitarre che si scatenano nella parte finale; Habit è lo slow blues che non può mancare in un disco come questo, sempre cantato con passione dalla Chantelle e con le due soliste che continuano a rincorrersi https://www.youtube.com/watch?v=EgrhKklA-G4 , dedicato agli amanti del Robben Ford più tecnico (per quanto anche McErlain non scherza). In chiusura Balnakiel un altro eccellente pezzo strumentale molto bluesato, dove si apprezza la bravura di Jeff che sfoggia la sua tecnica sopraffina, senza dimenticarsi di fare comunque appello ad un feeling impeccabile che sarà sicuramente apprezzato dagli appassionati della chitarra elettrica (e di Robben Ford nello specifico).

Bruno Conti

Altri Dispacci Da Down Under: Un Mito “Aussie” Sul Palco Della Sydney Opera House – Paul Kelly Live

paul kelly live at sydney opera house

Paul Kelly – Live At Sydney Opera House – 2 CD ABC/Universal Records Australia

Bene, eccoci qui di nuovo in Australia: dopo Archie Roach e i Black Sorrows di Joe Camilleri, oggi torniamo a parlare di una autentica “icona” del panorama musicale nel continente australiano come Paul Kelly (ormai ospite fisso del blog, alla sua sesta apparizione, l’ultima questa https://discoclub.myblog.it/2017/08/28/dalla-botte-infinita-australiana-sempre-ottimo-vino-paul-kelly-life-is-fine/): un signore attivo fin dal lontano ’74 nelle sue varie espressioni artistiche, a partire dal primo gruppo The Dots, a cui faranno seguito i Coloured Girls, e anche la sua storica formazione dei Messengers, per poi giungere ad una lunga e fortunata carriera solista (ricca pure di notevoli colonne sonore). L’occasione per parlare di nuovo di lui ci viene data dall’uscita di questo doppio CD, il risultato di uno spettacolare concerto tenuto da Kelly nel piazzale della “mitica” Sydney Opera House (per farvi capire parliamo dell’equivalente della celebre Royal Albert Hall di Londra),  luogo dove Paul ci propone nella prima parte alcuni brani in versione acustica dall’album Life Is Fine, e nella seconda parte andando a pescare tutti i classici dal suo immenso “songbook”, con diverse “chicche” recuperate anche dalle sue produzioni con gli Stormwater Boys e la banda bluegrass Uncle Bill.

Così la sera del 19 Novembre 2017 nella incantevole “location” situata nella baia di Sidney, Paul Kelly voce, pianoforte e armonica, si porta sul palco una “line-up” composta oltre che da suo figlio Dan Kelly alle chitarre elettriche e acustiche, Bruce Cameron alle tastiere, Bill MacDonald al basso, Lucky Oceans alla pedal-steel, Peter Luscombe alla batteria e percussioni, con l’apporto come vocalist delle storiche e immancabili sorelle Linda e Vika Bull, dando vita come sempre ad una “performance” di assoluto rilievo. Il concerto inizia con un trittico di brani dall’album Life Is Fine, a partire dalla title track che viene riproposta in versione acustica (solo chitarra e voce), seguita dalla pianistica Rising Moon, sempre con un bel ritmo e valorizzata dai cori delle sorelle Bull, e dalla chitarristica Finally Something Good, per poi andare a recuperare da Gossip (86), inciso ai tempi con i suoi Messengers una gioiosa Before Too Long, e da Smoke (99) una galoppante Our Sunshine scritta con Uncle Bill. Dopo i primi meritati applausi di un pubblico entusiasta si prosegue con il ritmo indiavolato di Firewood And Candles, per poi passare al sofferto blues di una strepitosa My Man’s Got A Cold , cantata in modo meraviglioso da Vika Bull , ritornare alla ballata confidenziale con una delicata Letter In The Rain, e al piano sincopato di una bellissima I Smell Trouble.

Notevoli le commoventi e delicate note di una sognante ballata come Petrichor, nonché un nuovo tuffo nel passato dei suoi anni con i Messengers per recuperare dallo splendido Live May 1992 una armonica e melodiosa Careless e soprattutto una solare From Little Things Big Things Grow, una sorta di filastrocca nazionale cantata da molti altri noti cantanti australiani, tra cui Archie Roach e Sara Stoner, Missy Higgins, e il gruppo dei Waifs, per terminare in grande stile la prima parte del concerto. Dopo una giusta e meritoria pausa il concerto riprende con Sonnet 18, estratta dal recente Seven Sonnets & A Song (16), per poi andare a pescare dal suo repertorio di “classici” pure una gradevole Don’t Explain, con al controcanto Linda Bull, una ottima Love Never Runs On Time, tratta dal poco conosciuto Wanted Man (94), il gradevole folk-acustico di una sempre scoppiettante To Her Door, presente anche nel Live del 1992, oltre ad una Josephina dai sapori “pop”.  Con Deeper Water (95) si evidenzia una volta di più la bravura delle sorelle Bull, come pure eccellente è God Told Me, un brano alla Tom Petty estratto dai solchi di Stolen Apples (07),e anche il gradevole “groove” di Dumb Things non dispiace.

Viene anche meritoriamente recuperata una rock song come Sweet Guy , tratta da un album “polveroso” come So Much Water So Close To Home del lontano ’89, affidato alla grintosa voce di Linda Bull, per poi andare a chiudere il concerto con le calde atmosfere di How To Make Gravy (la trovate su Words And Music (93), e il “soul-gospel” di Hasn’t It Rained, dal capolavoro (almeno per chi scrive) The Merri Soul Sessions(14). Dopo una lunga ovazione e meritati e sentiti applausi, Paul Kelly riporta sul palco la sua band, e come spesso accade negli “encores” si trova sempre la polpa più gustosa, a partire dal recupero di una smagliante Sidney From a 727 che trovate sull’album Comedy (91), a cui fanno seguito una quasi dimenticata Look So Fine, Feel So Low (era su Post (85), come pure il rock sporco di una grintosa Darling It Hurts (Gossip (86), un brano delicato e soave come None Of Your Business Now da un album più recente, ovvero Spring And Fall (12), e ancora dal saccheggiato (Gossip) un pop-rock solare come Leaps And Bounds (con i Messengers), per poi andare a chiudere definitivamente il concerto con il soul gospel di una quasi “liturgica” Meet Me In The Middle Of The Air, che si trovava in Foggy Higway (05), in una versione di Paul Kelly con gli Stormwater Boys. Altri applausi meritati, giù il cappello e anche il sipario!

Paul Kelly è uno di quegli artisti di culto che difficilmente sbaglia un colpo, un veterano che viaggia verso i 65 anni, ma trova ancora spesso e volentieri la capacità e la voglia di scrivere grandi canzoni, dimostrando di essere forse il più grande cantautore australiano di tutti i tempi (sempre a parere di chi scrive), principalmente per il suo modo di raccontare la propria, e per questo motivo Live At The Opera House è un disco straordinario, anche per una leggenda come Kelly, per l’occasione in forma smagliante, in quanto nessuno o comunque pochi artisti al mondo possiedono un catalogo così invidiabile e variegato di canzoni, brani che tanti più celebrati colleghi vorrebbero poter vantare. Continuo a pensare, come ho detto altre volte, che Paul Kelly sia un artista fin troppo sottovalutato dalle nostre parti, ma per i tanti o i pochi che si avvicinano ora alla sua musica questa notte speciale, documentata nella recensione che avete appena letto, possa essere l’occasione per fare la conoscenza e di conseguenza scoprire il talento di un grande artista del continente situato “down under”. Manco a dirlo il doppio CD, uscito solo in Australia, non è per nulla facile da reperire, ma vale assolutamente la pena di fare uno sforzo per trovarlo.

Tino Montanari

Dopo Una Lunga Assenza Torna La Band Della Florida Con Un Disco Dal Vivo Esplosivo Di Gospel Rock. Lee Boys – Live From The East Coast

lee boys live on the east coast

Lee Boys – Live On The East Coast – M.C. Records

Il “giochetto” di Alvin Lee me lo ero già giocato (scusate la ripetizione) in occasione della pubblicazione del disco precedente dei Lee Boys Testify https://discoclub.myblog.it/2012/12/18/un-altro-alvin-lee-con-fratelli-lee-boys-testify/ , uscito nel lontano 2012 (passa il tempo), quindi forse non dovrei, ma mi scappa di nuovo: in effetti il leader di questa band nera dedita alla cosiddetta “Sacred Steel Music”, ovvero gospel-soul-rock con grande uso di pedal steel, si chiama Alvin Lee, come lo scomparso leader dei Ten Years After, ma per dirla con il nostro amico Silvio è decisamente più abbronzato .Questi Lee Boys vengono da Miami, Florida e sono tre fratelli, Alvin Lee (chitarra), Derrick Lee e Keith Lee (i due vocalist), aiutati da tre nipoti, Alvin Cordy Jr. (basso 7 corde), Earl Walker (batteria) e fino a poco tempo fa, Roosevelt Collier( un fenomeno della Pedal Steel, che se la batteva con Robert Randolph tra i maggiori virtuosi dello strumento). Di recente a sostituirlo è arrivato Chris Johnson, altro provetto suonatore di steel guitar: nel disco nuovo, un eccellente Live On The East Coast, registrato durante il tour della costa orientale del 2018, appaiono undici tracce in tutto, alcune peraltro mai apparse in precedenza nei dischi in studio della band.

Il gruppo canta le preci del Signore, con fervore e grande religiosità, ma non a scapito però delle radici soul, errebi, funky, blues e, perché no, pure rock e southern, presenti in abbondanza nella loro musica, che si esaltano ancor di più nei concerti dal vivo. Sin dalla iniziale In The Morning il funky-soul intricato dei Lee Boys potrebbe rimandare a quello dei Neville Brothers più ingrifati, con la steel suonata in modalità slide e spesso anche con l’impiego del wah-wah, protagonista assoluta del sound della band con le sue folate irresistibili, ma eccellente rimane anche l’impianto vocale; Walk Me Lord è un altro esempio del loro gospel “moderno”, molto ritmato e sinuoso, sempre con brani piuttosto lunghi ed improvvisati, con il basso a 7 corde di Cordy Jr. a dettare il tempo e le voci e le chitarre a dividersi gli spazi del brano. Don’t Let The Devil Ride è un bel boogie blues tiratissimo che non ha nulla da invidiare a degli ZZ Top magari più ispirati e meno laici, con la lap steel di Johnson in modalità slide che continua ad imperversare senza freni, Praise You, di nuovo con Johnson in modalità wah-wah ,è ancora orientata verso un funky-soul  più leggero e disincantato, mentre I’ll Take You There è proprio il classico brano degli Staple Singers, un pezzo dove emergono maggiormente le radici soul e gospel della band, anche se i Lee Boys onestamente non possono competere con la classe del gruppo di Pops e Mavis, benché come sempre la chitarra ci mette del suo in modo vibrante.

Come On Help Me Lift Him accelera i tempi verso velocità supersoniche, nuovamente con l’impronta gospel in primo piano, lasciando a Lord Me Help Me To Hold Out una impronta più blues, anche se la frenesia del basso “slappato” di Cordy Jr. comunque evidenzia sempre il loro gumbo di R&B, soul e funk, con Johnson sempre pronto a salire al proscenio con la sua steel arrapata in alternanza alla solista di Alvin. Il riff inconfondibile di Turn On Your Love Light è incontenibile e trascinante come al solito, con la band veramente alle prese con una versione non lunghissima ma devastante del classico di Bobby “Blue” Bland, seguita dalla loro Testify, la title track del disco del 2012 (dove suonavano anche Warren Haynes e Jimmy Herring come ospiti), un funky poderoso che non ha nulla da invidiare a gente come Funkadelic o Isley Brothers di inizio anni ’70, sempre con la chitarra che impazza alla grande, prima di tornare al gospel più canonico benché sempre intriso di modernità di Walk With Me, prima di chiudere con le frenesie di You Gotta Move, brano che fonde il blues della versione classica di Fred McDowell, grazie ad una armonica malandrina, con la grinta dello spiritual originale e le derive southern rock elettriche e tiratissime a tutta slide decisamente più “moderne” della musica dei Lee Boys.

Bruno Conti