Un Nuovo Cofanetto “A Puntate” Per David Bowie. Volume 2: No Trendy Réchauffé

david bowie no trendy réchauffé

David Bowie – No Trendy Réchauffé – Parlophone/Warner CD – 2LP

Secondo appuntamento con il box “a rate” Brilliant Live Adventures, che raccoglierà sei concerti che David Bowie tenne negli anni 90, anche se per la maggior parte dei fans il cofanetto, nel senso di contenitore dei CD o LP, rischia di restare virtuale in quanto è esaurito praticamente da subito (e lo facevano pure pagare). Ad ottobre era uscito Ouvrez Le Chien, che documentava uno show del Duca Bianco a Dallas nel 1995 durante il tour di Outside, mentre oggi mi occupo di No Trendy Réchauffé, dedicato ad una serata sempre dalla stessa tournée ma inerente alla parte europea, e precisamente quella del 13 dicembre 1995 al National Exhibition Centre di Birmingham, ultimo concerto di quell’anno e che sarebbe dovuto uscire all’epoca come live album ma poi non se ne fece più niente (ancora non si sa nulla del terzo volume, che è previsto entro fine 2020, ma voci di corridoio indicano Something In The Air, un live del 1999 già uscito l’estate scorsa solo come download).

david bowie no trendy réchauffé back

Facendo parte dello stesso tour ed essendo stato registrato esattamente due mesi dopo lo show di Dallas, questo No Trendy Réchauffé ha parecchi punti di contatto con Ouvrez Le Chien: in primis la band, che è la stessa (e nella quale spiccano i due chitarristi Reeves Gabriels e Carlos Alomar, la bassista e cantante Gail Ann Dorsey ed il pianista Mike Garson), ed in secondo luogo la setlist, che è per circa metà identica. Infatti questa serata a Birmingham condivide con Dallas ben otto canzoni, tutte in versioni abbastanza simili: Look Back In Anger, The Voyeur Of Utter Distruction (As Beauty), The Man Who Sold The World, I Have Not Been To Oxford Town, Breaking Glass, Teenage Wildlife, Under Pressure e We Prick You. Come punto a favore di questo secondo volume mi sembra di notare una maggiore amalgama di gruppo, un Bowie più convinto e grintoso ed un suono più potente e coinvolgente, tutte cose che rendono quindi No Trendy Réchauffé leggermente superiore a Ouvrez Le Chien. Ci sono sei canzoni diverse rispetto al primo volume (sarebbero sette, ma una come vedremo tra poco è ripetuta), che partono con Scary Monsters (And Super Creeps) in una versione molto energica e nervosa, quasi pressante e decisamente più rock che sul disco originale del 1980, grazie anche all’apporto chitarristico di Gabriels.

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Hallo Spaceboy è un brano ancora dalla ritmica sostenuta ed un mood abbastanza straniante ed ossessivo, anche se una delle qualità di Bowie era quella di riuscire a rendere sufficientemente fruibili anche pezzi all’apparenza ostici: in fondo al concerto i nostri la suonano di nuovo per quello che nelle intenzioni doveva essere il videoclip del nuovo singolo, immagini che però poi non verranno usate. La funkeggiante Strangers When We Meet è molto più diretta ed orecchiabile, una pop song di classe tipica di Bowie con qualche rimando a Heroes https://www.youtube.com/watch?v=TOz4G01rjYU , mentre la lenta The Motel dopo un inizio piuttosto cupo si sviluppa distesa e viene impreziosita da un eccellente uso del pianoforte da parte di Garson. Restano ancora da menzionare la danzereccia Jump They Say, non esattamente una grande canzone, e la classica Moonage Daydream (uno dei brani di punta di Ziggy Stardust https://www.youtube.com/watch?v=BWEnkX0fgoY ), che invece è splendida ed è ulteriormente migliorata da una strepitosa coda chitarristica di Gabriels, nella parte che in origine era di Mick Ronson.

Marco Verdi

Stevie Ray Vaughan 1954-1990. 30 Anni Fa Ci Lasciava L’Ultimo Guitar Hero, Parte I

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Nella notte tra il 26 e il 27 agosto del 1990 c’era nebbia nella zona del Resort di Alpine Valley, vicino a Lafayette, East Troy, Wisconsin, una località sciistica, ma anche un campo da golf, dove in una area limitrofa era situato l’Alpine Valley Music Theatre, un anfiteatro con una capacità di ospitare fino a 37.000 persone, all’epoca il più grande degli Stati Uniti. In quella nottata si erano esibiti Eric Clapton con la sua band e l’opening act Stevie Ray Vaughan con i Double Trouble. Sui quattro elicotteri che avrebbero dovuto portare molti dei presenti al concerto da Alpine Valley a Chicago, in uno era previsto dovessero salire con SRV il fratello Jimmie Vaughan con la moglie Connie, mentre all’ultimo momento scoprirono che i posti erano stati riservati all’agente di Clapton, una guardia del corpo e il tour manager, lasciando un solo posto libero oltre a quello del pilota e Stevie chiese se poteva salire lui visto che aveva fretta di recarsi a Chicago. Per una delle “sliding doors” della storia, come quella del famoso disastro aereo in cui nel 1959 persero la vita Buddy Holly, Richie Valens e “The Big Bopper”, The Day The Music Died, come cantò Don McLean in American Pie  , e in cui per un caso Waylon Jennings invece si salvò, cedendo il suo posto, mentre Vaughan, all’età di 35 anni, ci lasciò prematuramente.

Vediamo, in modo abbastanza dettagliato, quale è stato il suo lascito musicale.

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I Primi Anni, dal 1970 al 1980, le “origini” della leggenda.

Già all’inizio degli anni ‘60, sulla scia dell’ammirazione per il fratello Jimmie, e per cercare di “distrarsi” dalle violenze del padre Jimmie Lee, che terrorizzava la famiglia con il suo pessimo carattere, amplificato dall’abuso di alcol e che sfociò anche in successivi episodi di violenza diretta, Stevie Ray decise di rifugiarsi nella musica, prima dandosi alla batteria e al sax, ma poi già nel 1961 arrivò la prima chitarra: lentamente, attraverso l’ascolto di bluesmen come Albert King, Otis Rush e Muddy Waters, e poi i suoi idoli musicali Lonnie Mack e soprattutto Jimi Hendrix, SRV si costruì un solido patrimonio di influenze, che poi avrebbe messo a frutto nel corso degli anni successivi. Nel 1969, ad una audizione per il gruppo Southern Distributor, sapeva già suonare Jeff’s Boogie degli Yardbirds, nota per nota, e alla fine dell’anno incontra per la prima volta Tommy Shannon, ma le loro strade si dividono in fretta, poi arrivano i Liberation, i Texas Storm del fratello Jimmie e “jamma” pure dal vivo con gli ZZ Top.

Nel 1971 arriva il primo gruppo proprio, i Blackbird(s), non è chiaro, di cui esiste qualche documento sonoro, in registrazioni dal vivo del 1973, più o meno ufficiali che mi sono andato ad ascoltare: qualità sonora molto rudimentale, ma il talento già si intravede nello slow blues I Can’t Sleep, in My Babe e in una frenetica Barefootin’, mito o leggenda? Nel 1973 entra nella band di Marc Benno, dove c’è già il cantante/batterista Doyle Bramhall (il babbo), registrano un album per la A&M che viene rifiutato, e firmano un contratto con il manager degli ZZ Top, Bill Ham. Nel 1975 entra nel gruppo Paul Ray And The Cobras, con il sassofonista Joe Sublett, e con loro si costruisce una reputazione suonando nei locali di Austin, attraverso innumerevoli jam session, arrivando anche a pubblicare un singolo, ma poi lascia quando la band decide di optare per un suono più mainstream.

A questo punto arrivano i Triple Threat Revue, una band dal grande potenziale, con Lou Ann Barton come cantante, il veterano W.C. Clark al basso, padrino della scena locale, nonché autore di Cold Shot, e il batterista Freddie Pharaoh. Quando Clark lascia all’inizio del 1978, SRV decide di chiamare la band Double Trouble, dal titolo del famoso brano di Otis Rush, e un po’ alla volta arrivano, prima il batterista Chris Layton e poi Shannon, Nel frattempo Lenora Bailey, detta “Lenny”, diventa la sua ragazza e poi sarà sua moglie, ma iniziano a crescere i suoi problemi con alcol (ereditati dal padre) e droga, che diverranno nel corso degli anni sempre più simili ad una forte dipendenza, tanto che già alla fine del 1979 viene arrestato a Houston per uso di droga, e l’anno successivo condannato a due anni con la condizionale, problema che poi si riverbererà a lungo negli anni a venire.

1980-2000. L’Incontro con David Bowie e poi gli anni dei dischi con i Double Trouble.

Abbiamo detto che all’inizio del 1978 nascono i Double Trouble, ma la formazione definitiva si assesterà con l’arrivo di Tommy Shannon al basso nel gennaio del 1981. Cerchiamo di mettere un ordine la discografia di SRV in base alle date di registrazione e non a quelle di uscita, molte avvenute in modo postumo, magari con qualche scostamento di data.

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Stevie Ray Vaughan & Double Trouble – In The Beginning – 1992 Epic ****

Registrato il 1° aprile del 1980 allo Steamboat 1874 di Austin per un broadcast radiofonico: al basso c’è ancora Jackie Newhouse e mancano tre anni alla pubblicazione di Texas Flood il primo album, ma lo stile è già formato, un torrente di blues elettrico inarrestabile da 5 stellette, per il collega e critico Cub Koda, mentre Robert Chistgau del Village Voice parla di performance immatura, visto che parliamo di un disco dal vivo. A mio modesto parere è già un gran disco: per lo speaker è Stevie Vaughan, ma lui suona già come un uomo posseduto dalla sua chitarra, In The Open, un brano di Freddie King, ci consente di gustare quel suo stile unico ed inimitabile, un misto di blues (texano) e folate di rock hendrixiano, con note accatastate con impeto e violenza, ma anche con una tecnica invidiabile, il mondo ancora non lo sa, ma è arrivato, forse, l’ultimo dei “guitar heroes”.

40 minuti scarsi dove si susseguono una torrenziale Slide Night, dove va alla grande di bottleneck, seguita dalla programmatica e vorticosa They Call Me Guitar Hurricane di Guitar Slim, dove se si sente anche quella voce sgangherata e rotta, non da grande cantante, ma sincera. All Your Love (I Miss Loving) di nuovo di Freddie King, è un brano imprescindibile con cui si devono misurare tutti i grandi chitarristi, versione ruvida ma fascinosa e impetuosa, ragazzi se suonava! Vaughan, forse perché era l’ “ultimo arrivato”, nel suo stile riportava un po’ le influenze di tutti coloro che erano venuti prima di lui, ma aveva comunque un suo tocco, un sound che lo faceva riconoscere immediatamente, e che poi dopo la sua scomparsa avrebbe generato una lunga serie di epigoni, quando andava bene e di cloni, in molti altri casi.

Fine della digressione. Tin Pan Alley (aka Roughest Place In Town) un pezzo di Robert Geddins (bluesman poco noto che però ha scritto anche Mercury Blues e My Time After A While) era già nel repertorio di Stevie e verrà inserito nella ristampa potenziata in CD del 1999 di Texas Flood, uno slow blues di quelli dove il solista deve “soffrire” per contratto, magari mentre fa le classiche faccine dei chitarristi quando creano i loro assoli. Love Struck Baby scritta da SRV sarà il primo singolo estratto da Texas Flood con tanto di video su MTV, qui già perfettamente delineato, un R&R per le le future generazioni, che Chuck Berry e Keith Richards sono sicuro hanno apprezzato; Tell Me di Howlin’ Wolf e Shake For Me di Willie Dixon, sempre scritta per il “Lupo”, sono due omaggi ai grande suono della Chess, mentre Live Another Day, un altro brano originale di SRV, uscirà poi su Texas Flood con il titolo I’m Crying.

Eccellente serata, peccato che lo scopriremo solo nel 1992, quando il CD verrà pubblicato postumo. Anche se il gruppo era conosciuto solo in Texas, la loro reputazione inizia a crescere, e su raccomandazione di Jerry Wexler che li vede in una serata al Continental Club di Austin, e quindi li consiglia a Claude Nobs, il patron del Festival di Montreux, vengono scritturati per una serata alla manifestazione svizzera.

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Live At Montreux 1982 & 1985 – 2 CD Epic Legacy 2001 e 2 DVD Legacy 2004 ****/****1/2

Visto che non si possono scindere ne parliamo insieme, ma cronologicamente partiamo dalla serata al Casino di Montreux del 17 luglio 1982. Stevie Ray Vaughan e i Double Trouble sono degli illustri sconosciuti in Europa, e inoltre vanno a suonare in uno dei templi del jazz mondiale, dove però nel corso degli anni hanno suonato anche artisti dei generi più disparati. Ovviamente il fatto che il pubblico, preparato per uno spettacolo “acustico”, si trovi davanti tre scalmanati che suonano un blues elettrico ad alto voltaggio, di cui uno vestito come Zorro, con tanto di cappello da giocatore d’azzardo e Stratocaster del ‘59 ad altezza fianchi, non aiutò molto.

Il suo manager dell’epoca racconta che “boos e oos” erano quasi alla pari, con le disapprovazioni prevalenti, ma il set, ascoltato e visto al momento dell’uscita ad inizio anni 2000, riascoltato oggi mi sembra più che adeguato, e qualcuno tra il pubblico, leggi David Bowie, apprezzò molto, tanto da proporgli all’impronta di suonare nel suo prossimi disco Let’s Dance, e Jackson Browne, dopo un after hours di jam che andò avanti fino al mattino del giorno dopo, gli propose di registrare gratuitamente nei suoi studios personali, cosa che poi fu fatta. Come dicevo, più che adeguato, con un medley strumentale eccitante di Hideaway e una Rude Mood, presa a velocità boogie da ritiro della patente, e se non hanno cambiato il sottofondo sonoro, mi sembra che il pubblico all’inizio sia soddisfatto a giudicare dagli applausi, fischi per ora pochi, la sezione ritmica tira alla grande e SRV suona sempre come uno posseduto dal Blues, colla chitarra che va ovunque, con diverse citazioni hendrixiane.

Pride And Joy con il suo riff ripetuto è già un classico istantaneo, il nostro amico ci regala una performance “cazzuta” (Si può dire? Ormai l’ho scritto) e il mito inizia a materializzarsi in una serie di assoli micidiali, e qui ammetto che una parte del pubblico, si dice almeno quello delle prime file, comincia ad inquietarsi. Segue una versione da manuale, di oltre 10 minuti, di Texas Flood, lo slow blues elettrico elevato a pura potenza, il figlio illegittimo di Red House, torrido e senza requie, forse parte dei presenti avrebbe apprezzato maggiormente il fratello Jimmie, più rigoroso nelle 12 battute, ma che però in quegli anni ci dava dentro di brutto anche lui con i Fabulous Thunderbirds, ma c’era l’altro fratello, e quindi prendere o lasciare.

Pochi lasciano e lui li prende di petto con Love Struck Baby e poi con una soffertissima Dirty Pool, il brano scritto con Doyle Bramhall babbo, un altro blues lento di quelli superbi, lasciateli fischiare avrà pensato, come un novello Bob Dylan a Newport, sempre di Festival parliamo: “regala” ancora al pubblico, che continua ad incazzarsi, una fumante Give My Back My Wig di Hound Dog Taylor, a tutto boogie e con slide in libertà e chiude con una veemente Collin’s Shuffle del grande Albert. Quando torna a Montreux nel 1985 è diventato una superstar del (rock)blues, e non più un semi sconosciuto senza contratto discografico da fischiare, nella band c’è anche Reese Wynans all’organo e il concerto è decisamente più lungo, il doppio come durata, la foga è la stessa, ma il nostro è afflitto da problemi di alcol e droga non indifferenti, per quanto suoni ancora come una cippa lippa.

Scuttle Buttlin’ è una partenza da sballo (mi è scappato), uno strumentale vibrante, con le tastiere di Wynans a doppiare la chitarra fremente di SRV, l’hendrixiana Say What con wah-wah a manetta e lo slow blues Ain’t Gone N’ Give Up On Love provengono entrambe dal recente Soul To Soul, mentre Pride And Joy è uno dei suoi brani più belli e conosciuti, con Wynans al piano, seguita da una cover eccellente di Mary Had A Little Lamb di Buddy Guy e da un tour de force letale di oltre 13 minuti per Tin Pan Alley con Johnny Copeland come ospite (nella versione in CD, Copeland è presente anche in una veemente Cold Shot e in Look At Little Sister); poi arriva l’omaggio diretto all’amatissimo Jimi Hendrix con una travolgente e magica Voodoo Chile (Slight Return), uno dei pochi che ha potuto avvicinare la maestria superba del mancino di Seattle.

E c’è tempo ancora per una torrenziale Texas Flood, e per un altra ballata blues sontuosa come Life Without You dove uno Stevie particolarmente ispirato distilla note dalle sua chitarra, ricordando con orgoglio al pubblico presente che tre anni prima era tempo di fischi, mentre ora era tempo di Grammy. Si chiude con la jazzata Gone Home e con un’altra perla tra Jimi e Stevie Ray come Couldn’s Stand The Weather. Un grande concerto.

Ma facciamo rewind e torniamo al gennaio del 1983: Vaughan entra in studio con David Bowie per registrare Let’s Dance, dove appare in sei brani, compresa la title track e China Girl, per un album che diventa uno dei maggiori successi anni ‘80 per il Duca Bianco, vendendo 1 milione di copie negli USA. Sulla scorta di questi eventi la Epic lo mette sotto contratto a marzo del 1983, anche se nel frattempo SRV e soci, con l’aiuto del grande talent scout e produttore John Hammond, avevano già registrato a fine ‘82 proprio al Down Town Studio di Jackson Browne in quel di L.A., il loro album di debutto.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Un Nuovo Cofanetto “A Puntate” Per David Bowie. Volume 1: Ouvrez Le Chien

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David Bowie – Ouvrez Le Chien – Rhino/Warner CD – 2LP

La serie di cofanetti dedicati alle varie ere della carriera di David Bowie è ferma a Loving The Alien del 2018 (che prendeva in esame gli anni 80), ma è stato confermato da poco che nel 2021 verrà stampato il prossimo volume, che riguarderà la decade seguente. Nel frattempo chi gestisce gli archivi del compianto musicista inglese se ne è inventata un’altra, cioè un cofanetto a puntate, come se fosse un’enciclopedia, che si occuperà di concerti inediti che il Duca Bianco tenne nella seconda metà degli anni 90. Brilliant Live Adventures 1995-1999 è il titolo del box, che raccoglierà sei CD (o 12 LP) di altrettanti concerti che verranno pubblicati in tiratura limitata e con cadenza mensile, tre prima di fine anno e tre nei primi mesi del 2021, ed in vendita esclusivamente sul sito di Bowie https://www.musicglue.com/david-bowie/  (*NDB Sembra già esaurito) o nello store online della Rhino. Un’operazione diversa dal solito ma comunque apprezzabile specie per i fans di Bowie, se non fosse per un fastidioso particolare: se pensate che il cofanetto vuoto che servirà a contenere CD o LP vi verrà spedito con l’ultima uscita (o magari con la prima se sottoscriverete “l’abbonamento” alla serie completa, opzione comunque non contemplata) è meglio che vi ricrediate, in quanto se volete il box lo dovete pagare poco meno di venti dollari (neppure poco, ed in più sui siti di cui sopra è esaurito praticamente dal primo giorno, anche se dovrebbero stamparne degli altri).

Un’iniziativa antipatica che però non rovina la bontà dell’operazione, che getta finalmente luce su una fase della carriera di Bowie finora non documentata da alcun live ufficiale. La prima uscita, di cui mi occupo oggi, si intitola Ouvrez Le Chien, ed è la testimonianza di un concerto a Dallas nell’ottobre del 1995, già pubblicato lo scorso luglio ma solo in streaming, registrato durante il tour promozionale dell’album Outside (anzi, 1.Outside, dato che nell’idea originale avrebbe dovuto essere il primo episodio di una trilogia che poi non si è concretizzata), un lavoro complesso e tra i più sperimentali del nostro, un concept ambientato in un futuro distopico in cui l’omicidio è diventato una forma d’arte, con protagonista il fittizio detective Nathan Adler: il disco, che vedeva David alle prese con sonorità art-rock quando non trip-hop e techno (e rinverdiva la sua collaborazione con Brian Eno, ferma a Lodger del 1979), ebbe un ottimo successo di critica ed anche di pubblico, nonostante parecchi fans del Bowie più classico rimasero spiazzati davanti a certi arrangiamenti. Il tour che ne seguì ottenne però qualche critica negativa, sia per la brevità di alcuni spettacoli (infatti il CD del quale mi accingo a parlare, che dura 67 minuti, è il concerto completo, anche se in realtà mancano cinque pezzi suonati all’inizio insieme ai Nine Inch Nails), ma soprattutto per l’apparente rifiuto del leader di suonare le sue canzoni più famose, dando viceversa grande spazio al nuovo album e andando a ripescare brani più oscuri dai dischi del passato.

Se per un fan accorso all’epoca a vedere uno dei concerti questo poteva costituire un problema (a me è successo con Lou Reed, purtroppo l’unica volta che sono riuscito a vederlo, nel 2006 al Teatro Ventaglio Nazionale di Milano: solo 12 canzoni in tutto, di cui 11 non proprio “conosciutissime” – a parte Street Hassle, che però dal vivo ve la raccomando – ed una Sweet Jane suonata come unico bis ma in maniera decisamente scazzata), per l’ascoltatore odierno avere a che fare con un live di Bowie diverso dai soliti può addirittura rappresentare uno stimolo in più. Bowie sul palco non è mai stato un trascinatore come Springsteen o i Rolling Stones, ma era comunque un grande professionista che raramente deludeva il pubblico con performance sottotono, ed aveva la prerogativa di circondarsi sempre di musicisti formidabili: nello specifico in Ouvrez Le Chien abbiamo Reeves Gabriels e Carlos Alomar alle chitarre, Gail Ann Dorsey al basso, Zachary Alford alla batteria, Peter Schwartz e Mike Garson alle tastiere e George Simms alle backing vocals insieme alla Dorsey, Gabriels ed Alomar, mentre David si cimenta qua e là al sassofono. Il CD si apre in maniera potente con la frenetica Look Back In Anger (da Lodger), un brano molto rock con la band che picchia duro e Bowie che canta con grinta; dalla cosiddetta “trilogia berlinese” arrivano anche, più avanti nel concerto, Breaking Glass (da Low), pop-rock urbano che riesce a coinvolgere a dovere per merito dell’ottima prestazione del gruppo, e da Heroes la poco nota Joe The Lion, quasi un rock’n’roll ma alla maniera del nostro, quindi non canonico ma in ogni caso piuttosto trascinante.

Da Outside abbiamo ben sei pezzi, a partire dall’inquietante primo singolo The Hearts Filthy Lesson, un mix tra rock e suoni tecnologici algidi che trasmette un senso di angoscia e alienazione, ma che dal vivo risulta più solida e meno artefatta che in studio, fino a diventare quasi piacevole nonostante le sonorità oblique. The Voyeur Of Utter Destruction (As Beauty) ha una ritmica pressante ed una chitarra decisamente rock sullo sfondo, con le tastiere che danno il tocco di modernità e Gabriels che piazza un assolo torcibudella; I Have Not Been To Oxford Town è più fluida e sembra quasi un errebi tecnologico dal ritmo sostenuto e con un ritornello corale abbastanza immediato, mentre Outside è una rock ballad cupa, oscura e con un marcato ricorso all’elettronica, ma che l’interpretazione rilassata di Bowie riesce a rendere fruibile grazie anche ad una performance vocale degna di nota. Gli ultimi due pezzi tratti dall’album del 1995 sono We Prick You, troppo sintetica e piuttosto bruttina, e I’m Deranged, sorta di funk-rock futuristico di non facile assimilazione e con un finale quasi psichedelico, ma suonato benissimo. Da Hunky Dory, forse il suo album più famoso e più bello insieme a Ziggy Stardust, David esegue con grande vigore la non popolarissima Andy Warhol, un brano funkeggiante ed annerito (ma su quel disco c’era di meglio).

Poi finalmente abbiamo un pezzo più conosciuto anche se non è propriamente una hit, vale a dire la title track dell’album The Man Who Sold The World, ballata tipica dei primi anni del nostro che qui assume una veste sonora decisamente più moderna, con in evidenza ancora la chitarra lancinante di Gabriels. Finale con la cover danzereccia di Nite Flights dei Walker Brothers, tratta da Black Tie White Noise e, da Scary Monsters, la tersa e deliziosa Teenage Wildlife, ottima e coinvolgente rock song chitarristica. Tra le due, l’unico vero brano da greatest hits del concerto, ma è una hit planetaria: si tratta infatti di Under Pressure, famossissimo funky-pop originariamente scritto ed inciso da David insieme ai Queen, qui con la Dorsey a fare le veci di Freddie Mercury. Il prossimo live di questo cofanetto “a rate” riguarderà un’altra serata del tour di Outside, ma scelta nell’ambito delle date europee.

Marco Verdi

Altre Due Ristampe, Fondamentalmente (In)Utili: Derek And The Dominos – Layla/David Bowie – Metrobolist

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Entrambe le uscite quest’anno (come molti altri dischi “importanti”) festeggiano il 50° Anniversario dall’uscita, ma iniziamo con Derek And Dominos, Layla, o meglio Layla And Other Assorted Love Songs, per dargli il suo titolo completo, album splendido che, quantomeno, vede una nuova e speciale lussuosa edizione in vinile quadruplo, quella che vedete effigiata qui sopra, ma il disco fu già ristampato più volte, la prima volta nel 1990, con The Layla Sessions 20th Anniversary Edition, pubblicata all’epoca in più versioni, anche in tripla musicassetta (ebbene sì ai tempi si usava ancora), ma soprattutto nel classico box formato 12″ che comprendeva 3 CD: l’album originale rimasterizzato, il secondo dischetto intitolato The Jams, cinque improvvisazioni tra i 12 e i 20 minuti, registrate durante le sessions originali, un paio anche con Duane Allman e una con Dickey Betts, tutte assolutamente strepitose, e infine nel terzo CD, dal titolo esplicativo Alternate Masters, Jams And Outtakes, ulteriore materiale inedito. In più nel box c’era un bel librettino e una busta formato A4 che riportava, foglio per foglio, tutte le informazioni dettagliate relative alle canzoni del disco, estratte dai fogli allegati ai master originali, con i nomi dei musicisti e quali parti musicali e quale strumento aveva suonato ciascuno nelle suddette canzoni, anche chi usava il bottleneck e così via.

derek and the dominos layla 20th

Ovviamente il cofanetto qui sopra è fuori catalogo da tempo, ma nell’ambito dell’usato circola ancora, a prezzi molto variabili, e se vi capita cercatelo e acquistatelo, perché questa è la versione da avere. Poi nel 2011 (sapete che le case discografiche non sempre sono molte precise nelle date delle ripubblcazioni) esce la 40th Anniversary Edition,
doppio CD, con un dischetto in meno di quella del 1990 (ovviamente le jams), ma con un contenuto Bonus Material – Singles, TV, Second Album Sessions, molto differente dal CD omologo della prima ristampa, e quindi molto interessante per i patiti di Eric Clapton, anche se una parte era già uscita nel primo box di Crossroads, e quindi, per dirla con Rino Gaetano, Spendi Spandi Effendi. Però nel 2011 esce anche la Super Deluxe Ultimate Collector’s Edition con aggiunta la edizione potenziata del doppio dal vivo In Concert con molte tracce extra, la versione in doppio vinille del disco originale, un libro rilegato e altro, ma non il dischetto con le jams. Oltre naturalmente alla versione in CD singolo dell’album, che è l’unica tuttora in produzione (sì, il doppio, se vi sbattete un po’, lo trovate ancora).

Ma è inutile perché il prossimo 13 novembre i prodi discografici ripubblicano la versione 2011, quindi sempre senza le jam session, ma anche in versione quadruplo vinile, che vi riporto qui sotto, e vale come contenuti anche per il doppio compact disc (più il brano High, che si trova solo nell’antologia Eric Clapton: Life in 12 Bars del 2018).

LP1/ LP2
Side A
1. I Looked Away
2. Bell Bottom Blues
3. Keep On Growing
4. Nobody Knows You When You’re Down And Out

Side B
1. I Am Yours
2. Anyday
3. Key To The Highway

Side A
1. Tell The Truth
2. Why Does Love Got To Be So Sad?
3. Have You Ever Loved A Woman

Side B
1. Little Wing
2. It’s Too Late
3. Layla
4. Thorn Tree In The Garden

LP3 / LP4 – Bonus Material (*denotes previously unreleased on vinyl)
Side A
1. Mean Old World – Layla Session Out-take
2. Roll It Over – Phil Spector Produced Single B-Side
3. Tell The Truth – Phil Spector Produced Single A-Side

Side B
1. It’s Too Late* – Live On The Johnny Cash TV Show, November 5, 1970
2. Got To Get Better In A Little While* – Live On The Johnny Cash TV Show, November 5, 1970
3. Matchbox with Johnny Cash & Carl Perkins* – Live On The Johnny Cash TV Show, November 5, 1970
4. Blues Power* – Live On The Johnny Cash TV Show, November 5, 1970

Side A
1. Snake Lake Blues* – From April/May 1971 Sessions For The Dominos’ Second Album
2. Evil* – From April/May 1971 Sessions For The Dominos’ Second Album
3. Mean Old Frisco* – From April/May 1971 Sessions For The Dominos’ Second Album
4. One More Chance* – From April/May 1971 Sessions For The Dominos’ Second Album

Side B
1. High – From April/May 1971 Sessions For The Dominos’ Second Album
2. Got To Get Better In A Little While Jam* – From April/May 1971 Sessions For The Dominos’ Second Album
3. Got To Get Better In A Little While* – From April/May 1971 Sessions For The Dominos’ Second Album

Questo per la cronaca: se non vi ho convinto compratevi Layla per l’ennesima volta, visto che il disco è uno dei capolavori assoluti di Clapton.

david bowie metrobolist

Il 6 di novembe per la Parlophone/Rhino, esce invece David Bowie Metrobolist (The Man Who Sold The World 50th Anniversary Edition), che non è il nome di qualche squadra dell’Est (quello è il Metalist, dall’Ucraina), ma, come dice il sottotitolo della ristampa, il secondo album di Bowie, con il titolo e la copertina che avrebbe dovuto avere ai tempi: giutificazione forse debole, considerando che non ho mai visto riedizioni di Yesterday dei Beatles come Scrambled Eggs, o nell’ambito di Bowie David Bowie (aka Space Oddity)  e infatti i fans di David, costretti a sborsare, se vogliono, nessuno li obbliga, altri soldi (visto che di prodotti di Bowie ne escono a raffica) per una ennesima (in)utile edizione del disco che vedete qui sotto, senza nessuna traccia extra o outtake:va bene, è stato remixato ex novo da Tony Visconti, il produttore del disco originale. Possiamo aggiungere che la copertina è quella della versione americana di The Man Who Sold The World, ma nella grafica gli hanno cambiato il titolo, disco che in effetti in Gran Bretagna era uscito alcuni mesi dopo il 10 aprile del 1971, e non a novembre 1970. Ma quindi dobbiamo attenderci una ulteriore ristampa la prossima primavera? Anche se nel 2015 ne è già uscita una.

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1. The Width Of A Circle
2. All The Madmen
3. Black Country Rock
4. After All
5. Running Gun Blues
6. Saviour Machine
7. She Shook Me Cold
8. The Man Who Sold The World
9. The Supermen

Quindi potrebbero risultare utili solo se non avete questi dischi: chi vivrà vedrà, alla prossima.

Bruno Conti

eric clapton crossroads 2019

P.S. A novembre, il 20, di Eric Clapton (e soci) esce anche questo sopra, ne parliamo prossimamente.

Dopo Ziggy E Prima Del Duca Bianco C’Era David “L’Americano”. David Bowie – I’m Only Dancing (The Soul Tour 74)

david bowie i'm only dancing the soul tour

David Bowie – I’m Only Dancing (The Soul Tour 74) – Parlophone/Warner Record Store Day 2CD – 2LP

Aldilà del dolore per l’improvvisa scomparsa del loro idolo nel gennaio del 2016, negli ultimi anni i fans di David Bowie hanno avuto di che leccarsi i baffi tra live inediti, i quattro cofanetti retrospettivi con gli album della sua discografia ed anche qualche aggiunta (una serie che però è ferma a Loving The Alien del 2018, che prendeva in esame gli anni ottanta della popstar inglese) ed il bellissimo box quintuplo dello scorso anno Conversation Piece, con le sessions ed i demo casalinghi inerenti all’album del 1969 Space Oddity. Quest’anno si è invece deciso di celebrare (si fa per dire) The Man Who Sold The World, disco del 1970 di Bowie che il sei novembre verrà rimesso sul mercato, remixato ma senza mezza bonus track, con il titolo di Metrobolist (che sembra fosse il nome originale dell’album) e la copertina cambiata con una tra l’altro delle più brutte viste ultimamente: in poche parole, un’iniziativa ridicola.

Gli estimatori del Duca Bianco si possono comunque consolare con un nuovo live inedito uscito a fine agosto in occasione della prima parte del Record Store Day (che quest’anno a causa del Covid è stato diviso in tre), sia in doppio LP che in doppio CD: I’m Only Dancing (The Soul Tour 74) come suggerisce il titolo si occupa di uno show tratto dalla tournée del 1974 per promuovere l’album Diamond Dogs, e precisamente del concerto del 20 ottobre al Michigan Palace di Detroit (al quale manca la parte finale per problemi tecnici, sostituita però da quella registrata al Municipal Auditorium di Nashville il 30 novembre). Non è la prima volta che questo tour, che si svolse esclusivamente tra Canada e Stati Uniti, viene documentato ufficialmente, e la sua particolarità fu quella di essere diviso in tre parti con tre band diverse: il famoso album dal vivo dell’epoca David Live si occupava di un concerto a Philadelphia nel primo periodo (giugno-luglio), la seconda parte (settembre) è stata presa in esame tre anni fa in Cracked Actor, mentre il CD di cui mi occupo oggi è inerente alla terza fase.

Un’altra caratteristica fu che tra il primo e secondo segmento (quindi in agosto) Bowie incise le canzoni che avrebbero formato l’anno seguente l’album Young Americans, un disco con un suono influenzato dal soul ed errebi di Philadelphia, e la restante parte del tour da settembre in poi sarà ispirata da questo tipo di sound: da qui il nomignolo “The Soul Tour” (o anche “The Philly Tour”). I’m Only Dancing vede Bowie in ottima forma (con una voce leggermente arrochita dai molti concerti) accompagnato da un gruppo di prima qualità, cosa normale per il nostro che si è sempre affidato a musicisti formidabili: Earl Slick alla chitarra solista, Carlos Alomar alla ritmica, Mike Garson alle tastiere, la futura star del sax David Sanborn, il noto bassista Willie Weeks, Dennis Davis alla batteria, Pablo Rosario alle percussioni e ben sei backing vocalists, tra i quali spicca l’allora sconosciuto Luther Vandross, anch’egli destinato ad una carriera di grande successo.

Il doppio CD, poco meno di 90 minuti in tutto, è piacevole dalla prima all’ultima canzone grazie ad una miscela accattivante tra rock, soul, errebi e funky, un concerto scoppiettante che inizia con la classica Rebel Rebel e continua con l’altrettanto popolare John, I’m Only Dancing (Again), mettendo in fila in maniera brillante brani la cui fama è arrivata fino ad oggi come Changes, The Jean Genie (dall’arrangiamento quasi blues), Suffragette City, Rock’n’Roll Suicide e Diamond Dogs ed altri meno noti come la funkeggiante 1984, la potente rock ballad Moonage Daydream (con grande assolo finale di Slick), la soulful Rock’n’Roll With Me, che a dispetto del titolo è uno slow, e, vista la location, non poteva mancare la roccata Panic In Detroit.David offre anche in anteprima quattro pezzi da Young Americans: la title track, puro blue-eyed soul, l’elegante ballata Can You Hear Me, l’inedito It’s Gonna Be Me (che uscirà sulle future ristampe), e l’annerita Somebody Up There Likes Me, con Sanborn protagonista. Dulcis in fundo, Bowie si diverte a proporre cover abbastanza eterogenee infilandole qua e là, alcune appena accennate ed altre in medley creati appositamente: ascoltiamo quindi una suadente Sorrow dei McCoys, la celeberrima Knock On Wood di Eddie Floyd, la meno nota Foot Stompin’ (The Flares) ed uno standard jazz degli anni venti intitolato I Wish I Could Shimmy Like My Sister Kate; infine, c’è anche un doppio omaggio a Beatles e Rolling Stones, rispettivamente con Love Me Do e It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It).

Un buon live quindi, forse non indispensabile per l’acquirente occasionale (anche perché non costa pochissimo), ma che gli appassionati di David Bowie si saranno probabilmente già accaparrati.

Marco Verdi

Un Bel Box Per Celebrare La Premiata Ditta “Iggy & Ziggy”. Iggy Pop – The Bowie Years

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Iggy Pop – The Bowie Years – Virgin/Universal 7CD Box Set

Nel 1974 Iggy Pop era ad un bivio: sciolti definitivamente gli Stooges (cult band proto-punk definita “tra le più rumorose del pianeta”) ed immerso fino al collo nell’uso di droghe, il rocker del Michigan sembrava un musicista finito, solo, ed incerto su cosa fare della propria vita. L’aiuto venne dall’amico David Bowie (che aveva già collaborato con lui remixando l’ultimo album degli Stooges Raw Power), ospitandolo in quella che in quegli anni era la sua città, Berlino, ed esortandolo a piantarla con gli stravizi ed a riprendere in mano la sua carriera musicale; i due così incomincarono a scrivere canzoni insieme, brani che saranno l’ossatura dei primi due dischi da solista di Iggy, The Idiot e Lust For Life, usciti entrambi nel 1977. Ma Bowie non si limitò a collaborare con l’Iguana alla stesura dei brani, ma accettò di produrli contribuendo anche a suonare tastiere, chitarre e sax e reclutando musicisti che facevano parte del suo giro, come il chitarrista Carlos Alomar e la sezione ritmica formata dai fratelli Tony e Hunt Sales (che in futuro formeranno con lui i Tin Machine). Avere Bowie alla consolle era poi una garanzia, in quanto il Duca Bianco aveva da poco rilanciato la carriera dei Mott The Hoople, producendo il loro comeback album All The Young Dudes e scrivendo la celebre title track, ed era stato responsabile anche del capolavoro di Lou Reed Transformer.

Ed il risultato finale non smentì la fama di David (che in quel periodo era una delle rockstar più in voga al mondo), in quanto sia The Idiot che soprattutto Lust For Life sono ancora oggi considerati i due migliori album di un Iggy Pop tirato nuovamente a lucido: nonostante ciò il successo fu deludente, ed a poco servì la tournée promozionale che vedeva Bowie addirittura all’interno della band (ma Pop – nato James Newell Osterberg – è sempre stato un rocker di nicchia, dato che l’unico vero successo lo avrà negli anni ottanta con l’album Blah Blah Blah ed il singolo Real Wild Child, entrambi guarda caso prodotti ancora da Bowie). I due album in questione costituiscono l’ossatura del cofanetto di cui mi accingo a scrivere, un box di sette CD chiamato appunto The Bowie Years (titolo che non mi fa impazzire in quanto secondo me sminuisce la figura di Pop, ma forse un The Berlin Years avrebbe avuto minor appeal commerciale), che oltre a The Idiot e Lust For Life ripropone anche il live uscito all’epoca T.V. Eye, un dischetto di rarità ed outtakes (che vere outtakes non sono, come vedremo), e ben tre diversi concerti dal vivo sempre del 1977, ovviamente inediti. (NDM: per chi non volesse sostenere la spesa del box, i due album originali sono usciti anche in versione doppia deluxe: The Idiot con accluso uno dei tre live “nuovi” – a Cleveland, presso l’Agora Ballroom di “springsteeniana” fama – e Lust For Life con T.V. Eye sul secondo CD).Ma ecco una disamina dei contenuti del cofanetto.

CD 1: The Idiot. Questo album risente parecchio dell’influenza di Bowie (e di Berlino), in quanto vede un Iggy meno feroce di quando era a capo degli Stooges e più sperimentale, con brani di stampo rock che però presentano anche elementi di musica elettronica di ispirazione “kraut”. Il disco si apre con il funk-rock molto bowiano di Sister Midnight, e prosegue prima con la cadenzata ed intrigante Nightclubbing (con grande lavoro di Alomar alla chitarra) e poi con la coinvolgente Funtime, che vede Iggy cantare “alla Lou Reed” e Bowie gigioneggiare da par suo durante tutto il brano. Detto dell’insolita Tiny Girls, soffusa, lenta e raffinata (e con un lungo assolo di David al sax), The Idiot è anche l’album in cui compare la versione originale della famosa China Girl, con la quale proprio Bowie avrà successo negli anni ottanta in una versione pop-rock-dance, anche se per me il brano migliore del disco è l’ipnotica ed avvolgente rock ballad chitarristica Dum Dum Boys.

CD 2: Lust For Life. Uscito a soli cinque mesi da The Idiot, questo lavoro è decisamente più diretto e rock’n’roll, con meno sperimentazioni e più chitarre. Intanto contiene la splendida The Passenger, grande rock’n’roll song che ad oggi è il pezzo più noto di Iggy (anche se su singolo uscì solo come lato B), dotata di uno dei riff più trascinanti di sempre, ma anche la title track è un gran pezzo, con una lunga e coinvolgente introduzione a tutto ritmo ed Iggy che fa uscire il suo particolare carisma (e la potente e diretta Sixteen non è certo da meno). Ottime anche Some Weird Sin, che aumenta la quota rock’n’roll del disco con un brano di grande appeal chitarristico, e l’orecchiabile Success, che stranamente mi ricorda qualcosa di molto vicino al Jersey Sound. Infine, troviamo ancora due canzoni che Bowie riproporrà negli eighties, cioè la deliziosa ballad Tonight (Ziggy la canterà in duetto con Tina Turner) e l’incalzante Neighbourhood Treat.

CD 3: T.V. Eye – 1977 Live. Album dal vivo uscito nel 1978 di soli 36 minuti, che vede un Iggy in gran forma a capo di un gruppo comprendente Bowie alle tastiere ed il futuro Heartbreaker Scott Thurston alla chitarra ritmica (la solista è di Stacey Heydon). Otto canzoni registrate a Cleveland, Kansas City e Chicago, con versioni decisamente più crude e rock di brani tratti dai due album del ’77 (due a testa: Funtime e Nightclubbing da The Idiot e la title track e Sixteen da Lust For Life) e quattro versioni assolutamente incendiarie di brani degli Stooges, le tonitruanti T.V. Eye, I Got A Right ed il classico I Wanna Be Your Dog, mentre la lenta ed ipnotica Dirt è al limite della psichedelia. CD 4: Edits & Outtakes. Il CD più deludente del box: solo dieci pezzi (ma l’ultimo è una recente intervista ad Iggy) ma nessun vero inedito, bensì una manciata di versioni “edit” uscite su singolo e quattro missaggi alternati di Dum Dum Boys, Baby, China Girl e Tiny Girls, praticamente identici agli originali.

CD 5-6-7: Live In 1977. Tre dischetti registrati rispettivamente al Rainbow Theatre di Londra, all’Agora di Cleveland (ma con tracce diverse da quelle apparse su T.V. Eye) ed ai Mantra Studios di Chicago. Tre ottime testimonianze della forma di Iggy dal vivo con altrettante performance abbastanza simili tra loro: l’unica magagna (ma non da poco) è la qualità amatoriale della registrazione del concerto di Londra, con un suono “fangoso” da bootleg appena discreto, mentre il live a Cleveland è inciso benissimo e quello a Chicago è una via di mezzo tra i due ma decisamente più accettabile del primo. Il repertorio è basato per la maggior parte su brani del periodo Stooges che sui due album del 1977 (anche perché all’epoca di questi tre concerti Lust For Life non era ancora uscito, e sono presenti in anteprima solo Tonight e Turn Blue), con versioni ancora più infuocate e punkeggianti che in T.V. Eye ed highlights del calibro di Raw Power, 1969, Gimme Danger, I Need Somebody, Search And Destroy e la già citata I Wanna Be Your Dog.

The Bowie Years è quindi un cofanetto che non può mancare nella collezione dei fans di Iggy Pop (e dello stesso Bowie), mentre per gli altri saranno sufficienti le riedizioni doppie di The Idiot e Lust For Life.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 16. Ed Anche Space Oddity Compie 50 Anni, Ma Viene Celebrato “In Incognito”! David Bowie – Conversation Piece

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David Bowie – Conversation Piece – Parlophone/Warner 5CD Box Set

Quest’anno gli estimatori di David Bowie non hanno avuto il solito volume dei box sets riepilogativi della carriera del musicista scomparso nel Gennaio del 2016 (una serie comunque più interessante per i neofiti che per i fans, dato la scarsità di materiale inedito), ma sono stati gratificati di un’operazione per loro ancora più stuzzicante. Facciamo un passo indietro di qualche mese, e cioè a quando la Parlophone ha pubblicato tre cofanetti esclusivamente in vinile intitolati rispettivamente Spying Through A Keyhole, Clareville Grove Demos e The “Mercury” Demos, in cui venivano pubblicate delle sessions in gran parte inedite del biennio 1968-1969 inerenti all’allora imminente “vero” debutto discografico del futuro Duca Bianco (l’album David Bowie, uscito per la Deram nel 1967 e pochissimo rappresentativo dello stile che il nostro avrà in seguito, è sempre stato trattato alla stregua di una falsa partenza). Anche il disco del 1969 si intitolerà David Bowie, quasi a voler rimarcare che quello sarà il vero debutto (negli Stati Uniti verrà invece ribattezzato in maniera secondo me un po’ idiota, Man Of Words, Man Of Music), ma oggi con quel nome il disco lo conoscono in tre, dato che dal 1972 ogni ristampa lo identificherà come Space Oddity, dal titolo della splendida ballata che apre il lavoro, uno dei brani più leggendari di Bowie che diede il via ad una lunga serie di canzoni a tema “spaziale” (e che venne pubblicata come singolo solo cinque giorni prima della missione Apollo 11 sulla Luna).

Oggi Space Oddity viene celebrato in maniera sontuosa ancorché un po’ strana, con un box che non mette in evidenza il nome dell’album ma lo nasconde preferendo recare il titolo Conversation Piece: cinque CD in cui troviamo i contenuti delle tre pubblicazioni in vinile citate in precedenza (che avevano un costo esageratamente alto) ulteriormente arricchite di altri 12 inediti, più due versioni corredate da bonus tracks dell’album originale del 1969, uno con il mix dell’epoca ed uno rifatto apposta per questo box (quest’ultimo disponibile anche separatamente), che occupano rispettivamente il quarto e quinto CD del box. Il cofanetto tra l’altro è splendido dal punto di vista “fisico”, uno dei più belli tra quelli usciti ultimamente: un librone dalla copertina dura pieno di foto rare, note brano per brano, crediti e vari scritti e testimoianze (tra cui quella di Tony Visconti, produttore dell’album e futuro partner artistico inseparabile per David), con i cinque CD infilati in  pratiche “tasche” poste all’inizio ed alla fine del libro. Risentiamo dunque con grande piacere Space Oddity (la versione remix del 2019 è incisa tra l’altro in maniera spettacolare), un lavoro che presentava diversi musicisti di gran nome, tra cui il futuro Yes Rick Wakeman alle tastiere, il batterista dei Pentangle Terry Cox, il chitarrista Tim Renwick, il bassista Herbie Flowers e l’arrangiatore Paul Buckmaster, mentre l’altro bassista John Lodge è solo omonimo di quello dei Moody Blues.

La title track rimane un capolavoro assoluto, ma anche i restanti brani mostrano il talento di un artista che di lì a poco diventerà uno dei più popolari al mondo: non manca qualche ingenuità (la pur bella Cygnet Committee è tirata un po’ troppo per le lunghe, Memory Of A Free Festival, con Marc Bolan ai cori, è pretenziosa), ma non mancano nemmeno ottime canzoni come l’energica e roccata Unwashed And Somewhat Slightly Dazed, l’orecchiabile Janine, il pop etereo della gentile An Occasional Dream, la folkeggiante God Knows I’m Good; troviamo anche per la prima volta all’interno della tracklist il bel brano che dà il titolo al box, originariamente omesso per problemi di durata e riciclato come lato B di un singolo. Come bonus nei due dischetti finali del cofanetto ci sono missaggi alternativi di tre brani dell’album, la versione rifatta di Wild Eyed Boy From Freecloud per un lato B, e la rilettura in italiano di Space Oddity intitolata Ragazzo Solo, Ragazza Sola, con parole di Mogol ma anche con il significato originale del testo completamente stravolto (e poi la pronuncia italiana di Bowie non è proprio impeccabile). Ma come ho già accennato prima le vere chicche del box sono contenute nei primi tre dischetti, dei quali vado a fare una veloce disamina.

CD 1. Le prime dodici tracce sono tutti home demos del 1968 in cui Bowie suona tutto da solo, in alcuni casi aggiungendo anche cori sempre con la propria voce: a parte un primo frammento di Space Oddity e la leggerina London Bye Ta-Ta sono tutti brani abbastanza oscuri, con titoli come April’s Tooth Of Gold, The Reverend Raymond Brown, When I’m Five, Angel Angel Grubby Face eccetera, pezzi che in alcuni casi avrebbero dovuto formare un ipotetico secondo album per la Deram. Tra pop, folk, reminiscenze beatlesiane ed un leggero tocco di psichedelia ci troviamo di fronte ad un documento di alto valore storico più che artistico, dato che le canzoni presenti non sono certo indimenticabili (anche se alcune di esse avrei voluto risentirle in una veste più consona, come In The Heat Of The Morning, Goodbye 3D (Threepenny) Joe e Love All Around). Gli otto pezzi che seguono risalgono all’inizio del 1969 e vedono David accompagnato alla chitarra e voce da John “Hutch” Hutchinson: tra i brani presenti troviamo altri tre tentativi di Space Oddity, che presenta già la struttura nota ma che lo stylophone suonato da Bowie riveste di sonorità sperimentali, una prima versione di An Occasional Dream, la vivace e bucolica Ching-A-Ling ed una cover di Life Is A Circus, oscura canzone dei misconosciuti Djinn. Il CD termina con due incisioni in solitaria di David (Conversation Piece e la dylaniana Jerusalem) ed alla prima versione pubbicata ufficialmente di Hole In The Ground (con George Underwood), uno tra gli inediti più mitizzati del nostro.

CD 2. Il sottotitolo di questo dischetto è The “Mercury” Demos, in quanto la fonte è un master tape in mono con la tracklist scritta a mano dall’A&R della Mercury Calvin Mark Lee. Dieci pezzi incisi nel ’69 ancora con Hutchinson, tra i quali spiccano finalmente titoli che poi finiranno su Space Oddity, come la title track, Janine (con il ritornello che scimmiotta scherzosamente quello di Hey Jude), An Occasional Dream, Conversation Piece, I’m Not Quite (che diventerà Letter To Hermione) e Lover To The Dawn, che si evolverà nel tour de force di Cygnet Committee. Ci sono però anche altre cose, come le già ascoltate in veste diversa Ching-A-Ling, Life Is A Circus e When I’m Five, oltre ad una cover molto intima di Love Song di Leslie Duncan, che l’anno seguente Elton John renderà popolare incidendola per l’album Tumbleweed Connection. Un bel CD, con Bowie rilassato ma perfettamente “dentro” alle canzoni ed autore di una serie di performance impeccabili. CD 3. Il terzo dischetto è una miscellanea che comprende versioni mono incise per la Decca di In The Heat Of The Morning e London Bye Ta-Ta, una take elettrica di Ching-A-Ling, molto interessante, una Space Oddity full band alternata ma sempre bellissima, un paio di missaggi in mono di pezzi noti e due diverse BBC Sessions, con solo due canzoni che finiranno su Space Oddity (Janine e Unwashed And Somewhat Slightly Dazed) ed altre che rimarranno rare o inedite, come Let Me Sleep Beside You, Karma Man e Silly Boy Blue.

Vedremo il prossimo anno se questo (ottimo) cofanetto sarà un episodio isolato, tendente a celebrare un album comunque importante in quanto diede il via ad una delle più luminose carriere della storia del rock, o se invece sarà solo la prima di versioni “super deluxe” di tutti gli album della discografia di David Bowie. In questo secondo caso, iniziate fin d’ora a risparmiare ed a fare spazio sui vostri scaffali.

 Marco Verdi

Una Splendida Serata, Finalmente Disponibile: Give The People What They Want! David Bowie – Glastonbury 2000

david bowie glastonbury 2000

David Bowie – Glastonbury 2000 – Parlophone/Warner 2CD – 2CD/DVD – 3LP

Negli ultimi anni non sono mancati album live d’archivio accreditati a David Bowie, ma limitatamente a concerti degli anni settanta (Cracked Actor e Welcome To The Blackout) o inseriti all’interno dei cofanetti riepilogativi della carriera che escono annualmente dal 2015. Questa volta però il discorso è diverso, in quanto Glastonbury 2000 documenta (come da titolo) uno show del Duca Bianco del nuovo millennio (l’unico finora era il bellissimo A Reality Tour, registrato nel 2003 ma pubblicato nel 2010), e non un concerto normale, bensì la storica apparizione del nostro come headliner della serata del 25 Giugno 2000 del famoso festival rock inglese. Lo spettacolo, che esce sia in formato audio che video, girava da anni su bootleg di alterna qualità, ed era stato mostrato in televisione una volta sola, ma esclusivamente la prima mezz’ora: con questo doppio CD (e DVD) possiamo finalmente godere dello show completo, e devo dire che ne valeva assolutamente la pena.

Già il fatto di avere Bowie sul palco in quel periodo era una notizia, in quanto nel 2000 tenne solo quattro concerti (compreso questo), ma se aggiungiamo che Mr. Ziggy mancava dal palco di Glastonbury dal 1971 e che quella sera estiva del 2000 si trovò di fronte a 120.000 persone, capirete perché stiamo parlando di un vero e proprio evento (e fa impressione pensare che, a soli 53 anni, questo sarà uno dei suoi ultimi show, almeno di fronte a così tanto pubblico: il nostro intraprenderà infatti solo più due tour in seguito, nel 2002 e nel 2003/2004, e poi più nulla fino all’inattesa morte avvenuta all’inizio del 2016). E David ripaga il numeroso pubblico con una performance da ricordare, una serata in cui il nostro non prende più di tanto in considerazione le sperimentazioni degli anni novanta, ma regala una scaletta che è il sogno di ogni fan; in aggiunta, Bowie è in forma fisica e vocale strepitosa, e guida una band che è tra le migliori da lui mai avute, formata da Mark Plati ed Earl Slick alle chitarre, Gail Ann Dorsey al basso e voce, Sterling Campbell alla batteria, Mike Garson alle tastiere e con i cori di Emm Gryner e Holly Palmer. Grande musica quindi, versioni dei vari brani spesso allungate e con molto spazio per la band, che dona al concerto un’impronta decisamente rock e, come dicevo, una setlist che è il classico caso di “give the people what they want”.

E poi, ovviamente, c’è Bowie, un intrattenitore nato dalla classe sopraffina, che si presenta come al solito attentissimo anche al look, con una lunga e variopinta giacca rockdello stilista Alexander McQueen ed una folta chioma bionda in puro stile The Man Who Sold The World. L’inizio per la verità è quasi spiazzante, dato che Wild Is The Wind non è proprio uno dei brani più noti di David (era su Station To Station): una ballata molto ritmata, distesa e gradevole, in cui il nostro dimostra da subito di essere in forma eccellente, e con uno splendido lavoro al pianoforte di Garson. Station To Station sarà tra l’altro l’album di Bowie più omaggiato durante la serata, con altre tre tracce provenienti da esso: il funk-rock Stay, con ottima prestazione chitarristica, l’insinuante Golden Years e l’avvolgente title track. Con China Girl hanno inizio le hits, una versione decisamente più rock e meno pop di quella presente su Let’s Dance; a seguire abbiamo una serie incredibile di classici, suonati dal gruppo con rinnovato vigore: dalla famosissima Changes alla straordinaria ballata Life On Mars? (cantata decisamente bene), fino ad una strepitosa Absolute Beginners di otto minuti, uno dei brani più belli di Bowie.Un attimo di relax col la fluida Ashes To Ashes per poi essere piacevolmente assaliti dal rock’n’roll di Rebel Rebel https://www.youtube.com/watch?v=7CLTj-mDXVg , mentre Little Wonder, tratta dal controverso Earthling, non è esattamente il massimo, anche se qui suona più rock e meno drum’n’bass.

Il secondo CD si apre con la danzereccia Fame, anch’essa molto più elettrica in quella serata, e prosegue con una sontuosa versione di una delle più belle canzoni inglesi degli anni settanta, cioè All The Young Dudes, accolta da un prevedibile boato (e David canta splendidamente). Dopo una limpida The Man Who Sold The World elettroacustica, che non ricordavo così bella, e la già citata Station To Station, ecco Starman, uno dei brani di Bowie che preferisco, dotata di un ritornello memorabile e di una bellissima parte di chitarra https://www.youtube.com/watch?v=UwIlqtyxpnU . La poco nota Hallo Spaceboy, non un grande brano, precede una sequenza formidabile di hits che comprende la coinvolgente Under Pressure, successo planetario del nostro insieme ai Queen, la grande rock ballad Ziggy Stardust https://www.youtube.com/watch?v=_OZsiqiC2ME , il superclassico Heroes, sempre un piacere ascoltarla, e Let’s Dance, che inizia come un brano lento per poi assumere la veste conosciuta dopo la prima strofa; finale in tono minore, con la non eccelsa (ma dal suono potente) I’m Afraid Of Americans, che però non va ad inficiare una performance memorabile, che fa di Glastonbury 2000 uno dei migliori album dal vivo di David Bowie.

Marco Verdi

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 8. La Prima Delle Due Carriere Di Una Grande Rock’n’Roll Band! Mott The Hoople – Mental Train: The Island Years 1969-1971

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Mott The Hoople – Mental Train: The Island Years 1969-1971 – Island/Universal 6CD Box Set

Pur trattandosi dello stesso gruppo, esistono due fasi distinte nella carriera dei Mott The Hoople, storica rock band inglese, e lo spartiacque tra queste due fasi si chiama All The Young Dudes. Infatti è grazie alla splendida canzone regalata loro da David Bowie, e all’album con lo stesso titolo, che il combo britannico nel 1972 ha spiccato il volo verso l’immortalità, diventando uno degli act di punta dell’allora imperante movimento glam (anche se i nostri non condividevano più di tanto questa appartenenza, essendo sempre rimasti coi piedi ben saldi nel rock’n’roll) e servendo in un secondo momento come trampolino di lancio per la carriera solista del leader Ian Hunter. Ma esistono anche i Mott degli inizi, una band dalle enormi potenzialità e titolare di quattro album di grande musica rock, nonché responsabile di esibizioni dal vivo al limite dell’infuocato: un gruppo che però non riuscì ad andare oltre al ruolo di “cult band”, e che rischiò di veder svanire i suoi sogni quando, all’indomani dell’album Brain Capers, era provata da forti tensioni interne e non aveva una direzione precisa da seguire. Eppure i nostri (oltre a Hunter, che sostituì il precedente vocalist Stan Tippins su iniziativa di Guy Stevens vulcanico e geniale – al limite dello schizofrenico – manager e produttore del gruppo, i componenti erano il chitarrista Mick Ralphs, secondo songwriter dopo Hunter, il bassista Pete Overend Watts, scomparso l’anno scorso, l’organista Verden Allen ed il batterista Dale Griffin) ci sapevano fare alla grande, sia nelle ballate che nei pezzi più elettrici e roccati, ed il loro suono è sempre stato visto come se Bob Dylan (grande ispirazione per Hunter, anche dal punto di vista vocale) avesse avuto i Rolling Stones come backing band.

Mott The Hoople Mental Train box

Ora i primi quattro lavori dei Mott vengono raccolti in questo bellissimo cofanetto, con diverse bonus tracks per ogni disco e due CD aggiuntivi, uno di rarità ed uno contenente materiale dal vivo: già nel 2003 questi album avevano beneficiato della ristampa (ad opera della Angel Air), ma allora i bonus per ogni disco erano al massimo un paio, mentre qui alla fine ci troviamo ad avere ben trenta brani inediti in totale, senza contare quelli rari (rispetto a quella serie di ristampe, manca l’antologia ricca di inediti Two Miles From Heaven del 1980, i cui brani sono però sparpagliati tra le bonus tracks di questo box). In più, è stato fatto un lavoro egregio di rimasterizzazione, al punto che sembra di avere per le mani dischi incisi da solo pochi mesi. Ecco dunque una disamina album per album, con in evidenza le (tante) canzoni salienti. CD1 – Mott The Hoople (1969): il gruppo esordisce subito con un disco di notevole valore, che inizia con una frustata, cioè una potentissima versione strumentale di You Really Got Me dei Kinks, suonata come se ci trovassimo di fronte ad una punk band ante litteram, con la chitarra di Ralphs a sostituire la linea vocale di Ray Davies. Non è l’unica cover, dato che abbiamo una sontuosa At The Crossroads (Sir Douglas Quintet), ancora meglio dell’originale e con una coda strumentale strepitosa, e soprattutto una stupenda Laugh At Me, scritta da Sonny Bono e più dylaniana che mai, quasi fosse tratta dalle sessions di Highway 61 Revisited (e poi anche l’ex marito di Cher era un dylaniano doc).

Tra i brani originali spiccano senz’altro la ballatona Backsliding Fearlessly, ancora puro Dylan (pensate a The Times They Are A- Changin’), la scatenata Rock And Roll Queen di Ralphs, e soprattutto Half Moon Bay, vibrante rock ballad di più di dieci minuti, che alterna momenti di tranquillità ad altri in cui la tensione si taglia con il coltello. Come bonus, oltre a varie single versions e mix alternativi, il centro della scena se lo prende indubbiamente la take completa di You Really Got Me, ben undici minuti di rock’n’roll ad altissimo tasso adrenalinico (e c’è spazio anche per una versione più breve della stessa canzone, questa volta cantata anche se da Stevens e non da Hunter o Ralphs). CD2 – Mad Shadows (1970): disco carico di tensione, nato in seguito a sessions dominate da comportamenti al limite della follia di Stevens (in pieno trip di droghe pesanti), e con una copertina a dir poco inquietante. Ma è anche il mio disco preferito della prima fase, un album bellissimo che si apre con la devastante Thunderbuck Ram, un pezzo di puro hard rock scritto e cantato da Ralphs. Ma è Hunter il grande protagonista (tra l’altro meno dylaniano che nel primo album), innanzitutto con la coinvolgente Walking With A Mountain, uno dei suoi classici futuri, ma in misura maggiore con le ballate, come la pianistica No Wheels To Ride, splendida ed emozionante, la potente You Are One Of Us, sempre uno slow ma dal suono rock, la maestosa I Can Feel, sette minuti di pura bellezza, con un coro a donare un sapore gospel, o ancora When My Mind’s Gone, tutta costruita intorno a voce e piano, intensa come poche.

Tra i brani aggiunti, il demo di No Wheels To Ride, già bello di suo, la take 9 di You Are One Of Us, che dura il doppio dell’originale ed è decisamente più rock, ed una fulminante versione di  studio mai sentita del classico di Little Richard Keep A-Knockin’. CD3 – Wildlife (1971): un album meno problematico del precedente, ma comunque di buon livello (e molto meno rock); il contributo di Hunter come autore si limita a tre canzoni: la tenue Angel Of Eighth Avenue, che riflette il clima bucolico della copertina, così come la countryeggiante The Original Mixed- Up Kid, mentre Waterlow è un mezzo capolavoro, una ballata da pelle d’oca, di un’intensità incredibile e tra le più belle di Ian. Anche Ralphs è in ottima forma, e lo dimostra con l’energica Whiskey Women, posta in apertura, la bella ed evocativa rock ballad Wrong Side Of The River, che inconsciamente anticipa un certo suono southern in voga di lì a breve in America, ed il puro country di It Must Be Love. Due le cover: una vigorosa rilettura pianistica e corale di Lay Down della folksinger Melanie, e soprattutto una fluiviale Keep A- Knockin’ dal vivo, dieci minuti di puro rock’n’roll.

Le bonus tracks annoverano tra le altre due singoli dell’epoca, la luccicante Midnight Lady (che per sbaglio è stata inserita in una versione strumentale!) e la più ruspante Downtown, cover di un pezzo scritto da Neil Young con Danny Whitten. Tra gli inediti assoluti spiccano la scatenata Growing Man Blues e The Ballad Of Billy Joe, che aveva delle potenzialità ma Hunter non si è preoccupato di finirla. Se Mad Shadows aveva venduto pochissimo, questo disco andrà anche peggio. CD3 – Brain Capers (1971): ultimo album prima del rilancio commerciale che avverrà pochi mesi dopo, ma con i nostri già pronti al grande salto. Brain Capers infatti contiene la straordinaria The Journey, una ballata fantastica, nove minuti di pura poesia ed uno dei vertici assoluti di Hunter. Ma il riccioluto (ed occhialuto) rocker si distingue anche per Death May Be Your Santa Claus, un rock’n’roll suonato con piglio da garage band, la mossa e coinvolgente (e dylaniana) Sweet Angeline, e con l’elettrica The Moon Upstairs, dal sound potentissimo dominato da chitarra ed organo, e con Griffin che sembra Keith Moon. Le cover sono due: una resa ancora molto Dylan (e con organo alla Al Kooper) di Your Own Backyard di Dion, ed una epica ed evocativa Darkness, Darkness (Jesse Colin Young) cantata da Ralphs.

Tra i brani aggiunti troviamo due canzoni che in veste differente finiranno su All The Yound Dudes, cioè la nota One Of The Boys ed una prima versione di Momma’s Little Jewel intitolata Black Scorpio, oltre ad una embrionale The Moon Upstairs, devastante come quella pubblicata e dal titolo di Mental Train (mentre How Long? è forse anche meglio della sua controparte, cioè Death May Be Your Santa Claus). CD5 – The Ballads Of Mott The Hoople: dodici canzoni, gran parte delle quali inedite. Ci sono due ottime live versions di No Wheels To Ride e The Original Mixed-Up Kid, alternate takes di Angel Of Eighth Avenue e The Journey (sempre grandissima quest’ultima, con quella finita su Brain Capers è una bella lotta), e Blue Broken Tears che non è altro che Waterlow, quindi ancora brividi lungo la schiena. Ma il pezzo centrale è la maestosa Can You Sing The Song That I Sing, uno slow di straordinaria intensità che dura ben sedici minuti, e che dimostra che in nostri non erano un gruppo qualsiasi. Per finire, non dimenticherei la scintillante soul ballad Ill Wind Blowing, con uno splendido pianoforte. CD6 – It’s Live And Live Only: che dire di questo dischetto? Altri dodici pezzi che confermano che i Mott erano anche una grande live band, con superlative riletture di No Wheels To Ride in medley con Hey Jude (8 minuti), Keep A-Knockin’ (altri 8 minuti), You Really Got Me (quasi 10 minuti) e The Journey (9 minuti), oltre ad una lucida versione di Ohio di Neil Young.

Mental Train è un cofanetto che corre il rischio di passare inosservato a causa dell’invasione di box set importanti di questa fine 2018, e la cosa sarebbe ingiusta in quanto al suo interno c’è tantissima grande musica, il cui ascolto non fa altro che infittire il mistero sul come mai i Mott The Hoople in quel periodo fossero sull’orlo dello scioglimento.

Marco Verdi

Prossime Uscite Autunnali 15. David Bowie – Glastonbury 2000: Uno Dei Concerti Più Belli Del “Tardo” Duca Bianco, Esce In Vari Formati il 30 Novembre,

david bowie glastonbury 2000

David Bowie – Glastonbury 2000 – 2 CD – 2CD+DVD – 3LP Parlophone/Rhino/Warner – 30-11-2018

Dopo il recente cofanetto Loving The Alien la Warner, che al momento detiene i diritti del catalogo di David Bowie, pubblica un altro prodotto per il mercato natalizio. Si tratta del concerto tenuto dal Duca Bianco il 25 giugno del 2000 al Festival di Glastonbury: una esibizione definita “epica”, uno dei concerti migliori dell’ultimo periodo di Bowie, una della rare occasioni dal 1990 in avanti,  in cui il nostro fece la felicità dei fans andando a recuperare le canzoni più classiche e famose del suo repertorio, in una performance che non era mai stata vista o sentita nella sua interezza, considerando che fino ad ora, a livello ufficiale, solo poco più di 30 minuti erano stati trasmessi in televisione dalla BBC, che in questi giorni per i fortunati inglesi trasmetterà l’intero spettacolo. Tra i tanti classici le tre o quattro “stranezze”, come le definì lo stesso Bowie, furono l’iniziale Wild Is The Wind, Hello Spaceboy da Outside, il disco del 1995, e Little Wonder  e forse anche I’m Afraid Of Americans, entrambi da Earthling del 1997.

Il resto dei contenuti nei vari formati in cui verrà pubblicato il concerto (al momento la versione 2CD + DVD sembra abbastanza costosa, tra i 35 e i 40 euro in Europa e una trentina di dollari negli States,ma anche il vinile ben oltre i 50 euro non scherza, il tutto sempre a livello indicativo) lo leggete qui sotto.

[CD1]

1. Introduction (Greensleeves)
2. Wild Is The Wind
3. China Girl
4. Changes
5. Stay
6. Life On Mars?
7. Absolute Beginners
8. Ashes To Ashes
9. Rebel Rebel
10. Little Wonder
11. Golden Years

[CD2]
1. Fame
2. All The Young Dudes
3. The Man Who Sold The World
4. Station To Station
5. Starman
6. Hallo Spaceboy
7. Under Pressure
8. Ziggy Stardust
9. “Heroes”
10. Let’s Dance
11. I’m Afraid Of Americans

[DVD]
1. Introduction (Greensleeves)
2. Wild Is The Wind
3. China Girl
4. Changes
5. Stay
6. Life On Mars?
7. Absolute Beginners
8. Ashes To Ashes
9. Rebel Rebel
10. Little Wonder
11. Golden Years
12. Fame
13. All The Young Dudes
14. The Man Who Sold The World
15. Station To Station
16. Starman
17. Hallo Spaceboy
18. Under Pressure
19. Ziggy Stardust
20. “Heroes”
21. Let’s Dance
22. I’m Afraid Of Americans

Altre novità nei prossimi giorni.

Bruno Conti