Un Sensazionale Cofanetto Per Uno Dei Tour Più Famosi (e Belli) Di Sempre. Bob Dylan – Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings

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Bob Dylan – Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings – Columbia/Sony 14CD Box Set

In questi giorni, per l’esattezza dal 12 Giugno in poi (e solo l’11 in poche sale cinematografiche mondiali, in Italia la città scelta è Bologna) uscirà sulla piattaforma Netflix l’attesissimo documentario curato da Martin Scorsese Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story, che come suggerisce il titolo narra le vicende del famoso tour del 1975 di Bob Dylan con la Rolling Thunder Revue, con immagini di repertorio, sia inedite che riprese dal noto film Renaldo And Clara, diverse performances dal vivo e le testimonianze odierne dei protagonisti di allora, Dylan incluso (spero in una prossima pubblicazione su DVD e BluRay, dato che non ho intenzione di abbonarmi a Netflix solo per vedere un singolo evento). La storia della RTR è abbastanza nota: nel 1975 Dylan era a livelli di popolarità simili a quelli del biennio 1965-66, dopo la trionfale tournée dell’anno prima con The Band, lo splendido album Blood on The Tracks e la pubblicazione del doppio LP The Basement Tapes. Bob non aveva dato seguito a Blood On The Tracks con un tour, ma verso fine anno gli venne appunto l’idea della Rolling Thunder Revue, che si rivelò essere un magnifico carrozzone di musicisti di varia estrazione che girò l’America esibendosi sia in arene già usate per concerti rock che in posti meno canonici, a volte perfino senza alcun battage pubblicitario.

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Una sorta di “anti-tour” quindi, ma che vide il nostro autore di alcune tra le migliori performance della sua carriera, coadiuvato da una super band che vedeva al suo interno chitarristi come T-Bone Burnett, Mick Ronson e Steven Soles, il polistrumentista David Mansfield, la bravissima violinista Scarlet Rivera (scoperta da Dylan stesso mentre suonava per strada) e la sezione ritmica di Rob Stoner al basso e Howie Wyeth alla batteria. Come ciliegina, giravano con Bob artisti del calibro di Joan Baez (che tornava quindi on stage con Dylan dopo dieci anni), Roger McGuinn, Ramblin’ Jack Elliott, Joni Mitchell, Bob Neuwirth, Allen Ginsberg e Ronee Blakley, che avevano tutti, chi più chi meno, dei momenti da solista durante gli spettacoli (Bob aveva invitato ad unirsi al tour anche Patti Smith e Bruce Springsteen, che però declinarono cordialmente in quanto avevano tutti e due una carriera in rampa di lancio).

Il tour ebbe due fasi, intramezzate dalla pubblicazione nel Gennaio del 1976 dell’album Desire (registrato con il nucleo della RTR, senza gli ospiti ma con Emmylou Harris alla seconda voce): l’autunno del 1975 e la primavera del 1976, che vedeva una versione più canonica e meno pittoresca del gruppo, e con meno super ospiti (questa seconda incarnazione è quella immortalata nel live album Hard Rain). Il tour divenne leggendario quindi per le serate del 1975, grazie anche alla forte campagna per la liberazione del pugile Rubin “Hurricane” Carter (incarcerato per triplice omicidio, ma innocente per gran parte dell’opinione pubblica), campagna della quale Dylan fu uno dei principali promotori, e non solo per il popolare singolo Hurricane. Finora questa prima parte del tour, a parte il già citato film Renaldo And Clara (comunque fallimentare) era stata documentata soltanto dal quinto episodio delle Bootleg Series dylaniane (che ora viene ristampato per la prima volta su triplo vinile), un doppio CD bellissimo che però adesso viene reso completamente inutile da questo monumentale cofanetto intitolato Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings, un’opera di immenso valore artistico che è anche in un certo senso il compendio audio del film di Scorsese.

Il box, 14 CD più un libretto di 56 pagine, non ha la pretesa di documentare l’intera tournée (com’era successo per l’altro box dylaniano “a cubo” con i concerti del 1966), ma inserisce “solo” le cinque serate migliori e meglio registrate (solo la parte di Bob, non quella in cui si esibiscono gli ospiti), ma con l’aggiunta di ben tre dischetti di prove di studio mai sentite prima neanche nei bootleg, ed un CD di rarità assortite. Il Bootleg Series del 2002 è presente nella sua interezza, e così anche le quattro canzoni del raro EP 4 Songs From Renaldo And Clara, uscito nel 1978, ma il resto è inedito, ed è di qualità manco a dirlo eccezionale. Certo, non mancano le ripetizioni (le scalette dei concerti erano piuttosto rigide), non è stata inclusa la famosa “Night Of The Hurricane” al Madison Square Garden, ma direi che non ci possiamo lamentare ed anzi dobbiamo godere di queste performances, che scivolano via talmente bene che il box si ascolta relativamente in poco tempo. Last but not least, nei dischetti delle prove sono presenti alcuni inediti dylaniani assoluti (anche se alcuni appena accennati), che non verranno mai più ripresi da Bob in seguito. Ma vediamo in dettaglio il contenuto dei 14 CD.

CD 1: S.I.R. Rehersals, New York Ottobre 1975. Registrato in mono come i CD numero 2, 3 e 14 (mentre i concerti sono in stereo) questo dischetto comprende diverse takes incomplete, tra cui una versione improvvisata del traditional Rake And Ramblin’ Boy, una rara I Want You (nel senso che non appariva nelle scalette dei concerti, ed è un peccato perché prometteva bene), una countryeggiante She Belongs To Me cantata con un’insolita voce carezzevole e l’inedita Hollywood Angel, un discreto pezzo di matrice blues. Tra i brani completi abbiamo la gioiosa Rita May, un breve accenno al gospel What Will You Do When Jesus Comes? (altro inedito dylaniano), una struggente Spanish Is The Loving Tongue (doveva proprio piacere a Bob, in quegli anni la ficcava ovunque) ed una ripresa del classico di Peter LaFarge The Ballad Of Ira HayesCD 2. Come il primo, anche questo CD si occupa delle prove ai S.I.R. Studios della Big Apple: come chicche abbiamo due strepitose She Belongs To Me e A Hard Rain’s A-Gonna Fall entrambe in versione blues, un medley fantastico tra This Wheel’s On Fire, Hurricane e All Along The Watchtower e due rarità come Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts (eseguita una sola volta durante il tour) e It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding). Ci sono altre due canzoni inedite scritte da Bob, la discreta ballata pianistica Gwenevere e la toccante Patty’s Gone To Laredo (molto bella, peccato sia poi sparita dai radar), senza dimenticare una splendida If You See Her, Say Hello in perfetto stile DesireCD 3: Seacrest Motel Rehersals, Falmouth, MA. Uno dei dischetti più belli del box, solo otto canzoni ma suonate con una professionalità tale che sembrano tratte da un concerto, con gemme come la stupenda Tears Of Rage (con Joan Baez), il traditional Easy And Slow, deliziosa e commovente, tra gli highlights assoluti del cofanetto, e la rara (in questo tour) Ballad Of A Thin Man.

CD 4-5: Worcester 19/11/75. Bellissimo concerto, che inizia con una bella versione, piena e rotonda, di When I Paint My Masterpiece, per poi proseguire con una scattante It Ain’t Me, Babe  ed una ispiratissima The Lonesome Death Of Hattie Carroll, davvero magnifica. Detto di sei lucide e vibranti proposte dall’imminente Desire (Romance In Durango, Isis, Hurricane, Oh Sister, One More Cup Of Coffee e Sara) e di un’eccellente Tangled Up In Blue con Bob da solo sul palco, troviamo anche un delizioso intermezzo elettroacustico con Dylan e la Baez che armonizzano come ai bei tempi con Blowin’ In The Wind, Mama, You Been On My Mind (in puro stile country-rock) ed il traditional Wild Mountain Thyme, e Joan che resta sul palco anche per una bella cover del classico di Merle Travis Dark As A Dungeon ed una fluida I Shall Be Released. Gran finale con Just Like A Woman, Knockin’ On Heaven’s Door (in cui Bob duetta con McGuinn) ed una rilettura quasi bluegrass dell’evergreen di Woody Guthrie This Land Is Your Land, dove anche la Baez, McGuinn, Elliott, Neuwirth e la Mitchell cantano una strofa. CD 6-7: Cambridge 20/11/75. Scaletta pressoché identica a quella dei due dischetti precedenti, con la sola eccezione di Tangled Up In Blue sostituita da una toccante Simple Twist Of Fate, cantata con passione e sentimento. Dylan è in formissima e molti brani sono anche meglio che a Worcester, come per esempio When I Paint My Masterpiece, Romance In Durango, Blowin’ In The Wind e Hurricane.

CD 8-9: Boston 21/11/75, Afternoon Show. Qualche cambiamento in scaletta, come una trascinante A Hard Rain’s A-Gonna Fall dal ritmo sostenuto ed arrangiamento rock-blues, una strepitosa Mr. Tambourine Man acustica (una delle più belle mai sentite) e, nella parte con la Baez, Blowin’ In The Wind e Wild Mountain Thyme sostituite rispettivamente da una splendida The Times They Are A-Changin’ e dalla squisita I Dreamed I Saw St. Augustine, mentre Dark As A Dungeon cede il posto ad una rilettura di Never Let Me Go di Johnny AceCD 10-11: Boston 21/11/75, Evening Show. Una delle migliori serate di tutto il tour, con il ritorno della scaletta “istituzionale”, compresa anche la vivace It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry al posto di Hard Rain. Non mancano comunque un paio di chicche, cioè un’intensa interpretazione del brano tradizionale The Water Is Wide (con Joan) ed una rara riproposizione di I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met) per voce, chitarra e armonica. CD 12-13: Montreal 04/12/75. Altro concerto strepitoso e scaletta più ricca del solito, 23 canzoni contro le consuete 19/20: abbiamo in aggiunta una fluida Tonight I’ll Be Staying Here With You ed un uno-due acustico da favola con le stupende It’s All Over Now, Baby Blue e Love Minus Zero/No Limit. In più, la migliore It Ain’t Me, Babe di tutte ed altrettante grandissime versioni di Hattie Carroll, Hard Rain, Just Like A Woman, una Sara di rara intensità ed una Blowin’ In The Wind con il ritornello cantato in francese.

CD14: Rarities. L’ultimo dischetto contiene una serie di brani suonati una sola volta durante il tour, o performances comunque particolari, ed inizia con una vera gemma, una toccante One Too Many Mornings a due voci (Bob e Joan), e con Eric Andersen alla chitarra, registrata al Gerde’s Folk City di New York, locale storico del Village in cui si esibì anche un giovane Dylan nel 1961. Si prosegue con una strana Simple Twist Of Fate per sola voce, piano ed una batteria insistita (versione bizzarra, ho sentito di meglio) e con una bella Isis che il violino della Rivera rende più simile a quella finita poi su Desire. Ed ecco un po’ di rarità assortite, una serie di canzoni che vedono Bob esibirsi in acustico e registrate amatorialmente, con una qualità da discreto bootleg anche se le performance sono comunque di grande valore artistico ed i titoli parlano da soli: With God On Our Side, It’s Alright Ma, The Ballad Of Ira Hayes, Your Cheatin’ Heart di Hank Williams (questa registrata un po’ meglio, ma sembra più un rehearsal che un brano live), The Tracks Of My Tears di Smokey Robinson ed una bella rilettura del traditional Jesse James. Chiusura con una tostissima It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, incisa a New York durante il concerto “Night Of The Hurricane” e con Robbie Robertson alla chitarra solista. Un cofanetto imperdibile quindi, con un prezzo tutto sommato giusto per il contenuto (circa 70 Euro): alla fine dell’ascolto sarete talmente soddisfatti che 14 CD vi potranno sembrare anche pochi.

Marco Verdi

E’ Tempo Di “Rockumentari”! Le Colonne Sonore: Parte 2. Mick Ronson – Beside Bowie

mick ronson beside bowie

Mick Ronson – Beside Bowie – Universal CD

Dopo avervi parlato dell’eccellente Life In 12 Bars, colonna sonora del documentario dedicato ad Eric Clapton, ora è la volta di un altro CD dello stesso genere, decisamente inferiore a quello su Manolenta, ma comunque di indubbio interesse. Si tratta di Beside Bowie: The Mick Ronson Story, film dedicato appunto a Mick Ronson, uno dei chitarristi più creativi degli anni settanta, dotato di uno stile personalissimo e decisamente fluido, purtroppo scomparso a soli 46 anni nel 1993 per un cancro al fegato. Non ho visto il film (disponibile in DVD), e mi limito quindi ad occuparmi del CD della colonna sonora, che è curato da un esperto del calibro di Bill Levenson: innanzitutto un appunto lo farei al titolo del lungometraggio, che suggerisce che il nostro abbia vissuto tutta la carriera all’ombra di David Bowie. Certo, gran parte della sua popolarità Ronson la dovette al fatto che nella prima metà degli anni settanta era il chitarrista fisso del Duca Bianco (e quindi anche il leader degli Spiders From Mars), ma per esempio la sua figura era molto legata anche a Ian Hunter (che comunque non manca nel CD e nel film), avendo suonato sia il famoso riff di All The Young Dudes dei Mott The Hoople, sia in molti album solisti del riccioluto cantante inglese, con il quale ha addirittura condiviso il nome su un album (Yui Orta, 1990), e Hunter ha scritto in memoria di Mick una delle sue ballate più toccanti, Michael Picasso.

Altre collaborazioni importanti ignorate in questa colonna sonora, ma potrebbero esserci anche problemi di diritti negati, è quella con Lou Reed nel mitico Transformer, la partecipazione alla seconda Rolling Thunder Revue di Bob Dylan (nel live Hard Rain uno dei chitarristi era proprio Ronson), e negli anni ottanta con John Mellencamp nell’album American Fool (il famoso riff di Jack & Diane era un’intuizione di Mick), ed il nostro suonava anche su Cardiff Rose, famoso disco di Roger McGuinn, e fece brevemente parte anche di una delle tante live bands di Van Morrison, sempre nei seventies.  Ma vediamo chi compare nel CD, dato che il contenuto è, come già detto, piuttosto interessante anche se la qualità non si mantiene sempre sullo stesso livello. Si parte col botto, una versione strepitosa di All The Young Dudes registrata dal vivo nel 1992 al concerto tributo per Freddie Mercury, con i Queen come backing band (compreso John Deacon), Ronson alla lead guitar, Ian Hunter alla voce solista e, ai cori, Joe Elliott e Phil Collen dei Def Leppard oltre allo stesso Bowie (che suona anche il sax), che è tra l’altro l’autore del brano: grande canzone suonata in maniera scintillante e potente, e d’altronde i Queen, piacciano o no, erano una grande live band.

Poi abbiamo due rarità: Soulful Lady, brano del 1970 di Michael Chapman, un’ottima rock song, tesa, chitarristica e dal sapore californiano, con due notevoli assoli di Mick, ed una strepitosa versione alternata di Madman Across The Water ad opera di Elton John, presa dalle sessions di Tumbleweed Connection e lunga ben nove minuti (finirà su Rare Masters, compilation di rarità del pianista inglese): è già una grande canzone di suo, ma questa take è formidabile, con le evoluzioni di Ronson che la portano quasi su lidi psichedelici. David Bowie è presente con tre canzoni, e non sono state scelte le solite e scontate hits del periodo, ma tre cosiddetti “deep cuts”, cioè Moonage Daydream (da Ziggy Stardust), Cracked Actor e Time (entrambe da Aladdin Sane), tre pezzi in cui l’abilità di Ronson viene fuori in tutto il suo splendore, specie nell’assolo “spaziale” posto alla fine della prima delle tre.

Ian Hunter è presente con il noto ed irresistibile rock’n’roll Once Bitten, Twice Shy, ma non ci sarebbe stato male qualcosa anche dal bellissimo live Welcome To The Club; quattro brani sono invece tratti da due album solisti di “Ronno” (il soprannome di Mick), entrambi postumi (Just Like This del 1999, ma con registrazioni del 1976, e Heaven And Hull del 1994), anche se va detto che Ronson a suo nome non è che avesse mai sfornato capolavori. I’d Give Anything To See You è una buona rock ballad, melodica e potente al tempo stesso (e con Mick che si dimostra un cantante discreto), impreziosita da un assolo magnifico, Hard Life è un pezzo solido e grintoso, molto “classic rock” ed anche piuttosto orecchiabile, Midnight Love uno slow strumentale senza infamia e senza lode (scritto da Giorgio Moroder!), mentre dulcis in fundo abbiamo una cover molto particolare di Like A Rolling Stone di Mr. Zimmerman, ancora con Bowie voce solista, dal ritmo accelerato e più chitarristica che mai, diversa dal solito ma niente male. Gli unici due inediti sono anche i soli due pezzi incisi di recente, e quindi senza Ronson:

This Is For You, tenue ballata acustica, voce, chitarra e piano, ad opera di Joe Elliott, voce dei Def Leppard (niente di imperdibile, sembra Bryan Adams) e Piano Tribute To Mick Ronson, uno strumentale per solo pianoforte da parte di Mike Garson, molto classicheggiante e poco in linea con il resto del CD. In mezzo, la sempre bellissima Heroes, nella versione dal vivo ancora dal tributo live a Mercury, e quindi con Queen, Bowie e Mick che si occupa del celebre riff. Recuperare la figura di Mick Ronson è un’opera certamente meritoria, ma io avrei pensato ad un titolo diverso, dato che Beside Bowie non rende giustizia al biondo chitarrista, e forse ci stava anche un doppio, con un po’ più di Hunter ed almeno qualcosa di  Reed, Dylan e Mellencamp. Ma purtroppo non sono io a decidere.

Marco Verdi

Ecco Un “Piccolo” Cofanetto Fatto Come Si Deve! Ian Hunter – Stranded In Reality Parte II

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Ian Hunter – Stranded In Reality – Proper Box Set 28CD + 2DVD

Ed ecco la Parte II.

Rant (2001): dopo altri cinque anni senza dischi, Ian torna con il suo lavoro più “politico”, profondamente critico verso la sua patria ma pure verso l’amministrazione Bush in America (e prima delle Torri Gemelle), ma anche il suo migliore da vent’anni a questa parte, con una solida band capitanata dal chitarrista Andy York (che si porta dietro Willie Nile come ospite), al punto che ancora oggi il gruppo che accompagna il nostro si fa chiamare The Rant Band. Fin dalle prime note dell’energica Rip Off si capisce che Ian è in gran forma ed il gruppo è quello giusto, un disco di rock’n’roll forte ed ispirato, con punte come la potente American Spy, la fluida Wash Us Away, la vibrante Knees Of My Heart (bellissima) e la travolgente Still Love Rock And Roll, nella quale l’ex Mott dimostra di avere ancora la forza di un ragazzino.

String Attached (2003): altro splendido doppio CD dal vivo, registrato ad Oslo con Andy York più musicisti norvegesi e la sezione archi dei Trondheimsolistene Strings, che accompagna le canzoni di Ian con misura e mai in modo invasivo: il risultato è il miglior live di Ian dopo Welcome To The Club, con il repertorio del riccioluto rocker rivisitato in chiave elettroacustica: intanto, finalmente troviamo su un live di Hunter la fantastica Roll Away The Stone, uno dei miei brani preferiti dei Mott (anche se questa versione rallentata non mi convince pienamente), ma in aggiunta il CD offre versioni strepitose di grandi canzoni come I Wish I Was Your Mother, una maestosa Boy, All The Young Dudes, Irene Wilde, Once Bitten, Twice Shy, Michael Picasso e Saturday Gigs, due rarità del periodo Hoople come Rest In Peace e la splendida Waterlow, una favolosa rilettura rallentata di All Of The Good Ones Are Taken, che diventa praticamente un’altra canzone, e perfino pezzi nuovi come Twisted Steel, Rollerball e, in esclusiva per questo box, Your Way.

Shrunken Heads (2007): Ian conferma il suo ottimo momento di forma, che culminerà con il disco seguente; Shrunken Heads è comunque ancora meglio di Rant, inciso con l’ormai abituale partner Andy York e con la Rant Band (e Jeff Tweedy ospite in tre brani), l’album si apre con la scintillante Words (Big Mouth), un uptempo decisamente riuscito ed orecchiabile, ma presenta diversi pezzi degni di nota, come l’accattivante When The World Was Round, all’epoca scelta come singolo, la lunga e bellissima title track, una ballata delle sue, lo splendido folk-rock elettrico Soul Of America, la rootsy I Am What I Hated When I Was Young e, tra le bonus tracks (uscite allora su un EP limitato), la toccante Wasted, uno slow che sarebbe dovuto finire sul disco principale.

Man Overboard (2009): ed ecco il capolavoro: Man Overboard è a mio parere il miglior disco di Hunter dopo Schizofrenic (per chi scrive, disco dell’anno 2009), con uno Ian in forma ed ispirato come raramente gli è capitato. Il brano centrale è sicuramente la title track, una delle più belle canzoni del nostro, una fantastica folk ballad dal sapore marinaresco, suonata e cantata in modo strepitoso; dovrei citarle tutte, ma poi diventa una recensione a parte: non posso però non menzionare l’irresistibile The Great Escape, un folk-rock di grande presa, la fluida Arms And Legs, lussuosa rock ballad, la ficcante Up And Running, la trascinante e divertente The Girl From The Office, tra le migliori del disco, l’impeccabile Flowers, dal ritornello vincente, la dolce Win It All, una ninna nanna d’autore, e la conclusiva River Of Tears, altra splendida ballata rock dal sapore folk e melodia di prim’ordine.

When I’m President (2012): uno dei dischi più rock’n’roll di Ian, e solo di poco inferiore al suo predecessore (ed ancora con la Rant Band protagonista), When I’m President è un concentrato di energia e grandi canzoni, a partire dalla trascinante (ed ironica) title track, e proseguendo con le irresistibili Comfortable, What For e Wild Bunch, tre brani ad alta gradazione rock, o le saltellanti Saint e Just The Way You Look Tonight, dalle melodie dirette e coinvolgenti. Ma la ballate non mancano, e tra loro spicca la favolosa Life, dal testo toccante e musica pure.

Live In The UK 2010 (2015): primo live ufficiale di Ian con la Rant Band, registrato in varie locations nel Regno Unito, contiene meno classici del solito (Ships, Irene Wilde, Michael Picasso, All The Young Dudes, la sempre meravigliosa Waterlow, oltre ad una oscura Sea Diver, un brano poco noto del periodo Mott The Hoople) e si concentra principalmente sugli ultimi dischi, con ottime riletture di Words (Big Mouth), Flowers, Soul Of America, Man Overboard (sempre una goduria) e 23a Swan Hill, per finire con una cover a tutto rock’n’roll di Sweet Jane (Velvet Underground), un classico nei concerti dei Mott ma una rarità in quelli di Ian solista.

Per i completisti, questo è il mio recente post sull’ultimo album di Ian, Fingers Crossed (http://discoclub.myblog.it/2016/09/28/altro-grande-vecchiosempre-forma-smagliante-ian-hunter-fingers-crossed/), da qui in poi iniziano i CD esclusivi per questo box, a partire da

Tilting The Mirror: un doppio CD che “recupera” rarità varie, pubblicate su antologie, tributi o colonne sonore, con anche però una manciata di inediti assoluti, come Common Disease e If The Slipper Don’t Fit (outtakes di Alien Boy), due ottimi rock’n’roll, il primo fatto e finito, mentre il secondo è solo una backing track senza voce, ed una Waterlow eseguita in trio in studio. Il primo CD, oltre a qualche single versions degli anni settanta, presenta una prima versione di The Outsider, già splendida, e diverse outtakes da Short Back’n’Sides (già uscite in una edizione del 1994), con almeno due di esse (la ballata You Stepped Into My Dreams e lo scatenato rock’n’roll Na Na Na) meglio di molto materiale poi finito sul disco originale. Il secondo dischetto recupera quattro pezzi tratti da colonne sonore degli anni ottanta, da tempo fuori catalogo (gli unici brani registrati da Ian tra il 1983 ed il 1990), tra i quali spicca la roccata e grintosa Great Expectations, l’unica tra l’altro a non risentire delle sonorità fasulle e gonfie tipiche dell’epoca, e si conclude con One More Time, scritta da Alejandro Escovedo e tratta da Por Vida, disco tributo dedicato al rocker texano.

If You Wait Long Enough For Anything, You Can Get It On Sale: altro doppio, questa volta dal vivo, che presenta per la prima volta (nel primo CD e parte del secondo) il leggendario concerto di Ian & Band (con Ronson) all’Hammersmith Odeon il 22 Novembre del 1979, uno show di cui per decenni i fans hanno favoleggiato e che è considerato il Santo Graal di Hunter. Ed in effetti qui siamo a livelli altissimi, addirittura meglio di Welcome To The Club (il tour è lo stesso, e pure la scaletta, anche se con le canzoni in ordine diverso), con i nostri in serata di grazia e nessun brano che sia a livelli meno che strepitosi, con punte di eccellenza assoluta quali Laugh At Me, una cover molto dylaniana di un brano di Sonny Bono come solista, Sons And Daughters, Just Another Night, Bastard e, come finale, una stratosferica When The Daylight Comes di quasi 17 minuti, che da sola vale il prezzo (in una veste tra l’altro molto diversa, quasi blues). Basterebbe questo concerto, ma il secondo CD offre altri otto pezzi tratti da varie serate del 1979 e 1981, tra i quali spicca una rara Is Your Love In Vain? di Bob Dylan.

Bag Of Tricks: tre CD molto interessanti (presentati separatamente), sottotitolati Live Rarities, e che quindi prendono in esame brani suonati poche volte dal vivo dal nostro, oppure anche brani noti ma eseguiti in occasioni particolari, come il caso, nel primo CD, dei due pezzi proposti nel 1994 al concerto in memoria di Mick Ronson, cioè la prima esecuzione in assoluto di Michael Picasso (e se non vi commuovete vuol dire che siete dei robot) e la Resurrection Mary più bella di sempre. C’è anche qualche cover (Day Tripper, molto più rock di quella dei Beatles, una tosta e vigorosa While You Were Looking At Me di Little Steven, la dylaniana Knockin’ On Heaven’s Door e la poco nota Isolation di John Lennon) e diversi pezzi rari dei Mott The Hoople, come Rock’n’Roll Queen, Death May Be Your Santa Claus, Hymn For The Dudes, The Original Mixed-Up Kid e le oscure Alice e The Moon Upstairs, oltre ad una Roll Away The Stone finalmente fatta come si deve. Il resto è repertorio “minore” di Hunter solista, ma non per questo meno interessante: i titoli a mio avviso più riusciti sono American Spy, la ballata semi-acustica Death Of A Nation (in origine molto più rock), Twisted Steel, una strepitosa The Truth, The Whole Truth And Nothin’ But The Truth di otto minuti e con un Andy York stratosferico, la sempre magnifica The Outsider, che nonostante sia una delle più belle ballate del nostro non viene suonata spesso, l’intensa The Ballad Of Little Star, la brillante Just The Way You Look Tonight e When I’m President, trascinante anche in questa versione elettroacustica.

Acoustic Shadows: nel 2008 Ian intraprese una breve tournée acustica in patria, accompagnato da due membri della Rant Band (James Mastro alla chitarra e Steve Holley, ex Wings, alle percussioni): qui c’è un estratto dal concerto di Dartford, nel Kent, nel quale Ian rivisita anche pagine minori del suo repertorio mantenendo grande freschezza anche in questa veste spoglia, ed accentuando ulteriormente il suo stile dylaniano. Hunter non ha paura di affrontare pezzi più mossi, come Where Do You All Come From, originariamente uno lato B dei Mott che il nostro non suonava dal 1973, Sweet Jane, Honaloochie Boogie (finalmente!) e Once Bitten, Twice Shy, ma chiaramente il meglio lo dà nelle ballate, tra le quali emergono le ottime Scars e Shrunken Heads. Ma gli highlights assoluti sono due strepitosi medley, di dieci e sette minuti rispettivamente, che fondono insieme Irene Wilde-Ships-Letter From Britannia From The Union Jack l’uno (solo con Ian ed il suo pianoforte) e Soul Of America-I Wish I Was Your Mother l’altro.

Experiments: l’ultimo CD è anche quello più interessante di tutti, e da solo vale parte della spesa richiesta per il box: infatti, a parte tre prime versioni di Too Much, Artful Dodger e Michael Picasso (quest’ultima gareggia in bellezza con quella poi pubblicata), il dischetto contiene quindici canzoni mai sentite, provenienti dall’archivio personale di Hunter, ma non takes differenti di brani già conosciuti, bensì proprio pezzi inediti, che in seguito Ian non riprenderà più in mano. La maggior parte sono canzoni fatte e finite, c’è anche qualche demo casalingo in cui il nostro suona tutti gli strumenti, ed un paio di abbozzi, almeno dal punto di vista del testo (come You’re Messin’ With The King Of Rock’n’Roll, musicalmente trascinante ma si capisce che le parole non sono quelle definitive). Ed i brani degni di nota non mancano di certo, in alcuni casi non avrebbero sfigurato su qualsiasi disco di Ian, come Money Can’t Buy Love, forse con qualche synth di troppo ma servita da una squisita melodia pop, l’orecchiabile Look Before You Leap, un potenziale singolo di successo, Demolition Derby, un home demo un po’ troppo elettronico ma che con un arrangiamento differente poteva diventare una grande canzone, la vivace e solare San Diego Freeway, parzialmente ispirata dai Beach Boys, ed una versione molto soulful di The Man In Me, un brano “minore” di Bob Dylan.

It Never Happened: la parte visiva del cofanetto, due DVD che spaziano lungo tutta la carriera del nostro. Il primo dischetto comprende 24 canzoni e scorre in un battibaleno, riproponendo più o meno tutti i classici di Ian sfruttando rari filmati promozionali, apparizioni televisive, brani dal vivo (tra i quali tre pezzi al Rockpalast nel 1980 e quattro a Londra nel 1989, dallo stesso concerto del CD BBC Live In Concert) e diversi videoclip (divertente quello di All Of The Good Ones Are Taken, parodia del film Arthur con Dudley Moore). Peccato per l’assenza della All The Young Dudes suonata nel 1992 al concerto tributo per Freddie Mercury, con i tre Queen superstiti, David Bowie e, soprattutto, Mick Ronson alla sua ultima apparizione prima della tragica scomparsa. Il secondo DVD è tutto dal vivo, con dieci pezzi a Toronto nel 1979 (lo stesso tour dal quale è stato tratto Welcome To The Club, quindi qualità super), altrettanti a New York nel 1981 (usciti all’epoca su VHS con il titolo Ian Hunter Rocks e pubblicati in CD nel 2012 dentro l’antologia From The Knees Of My Heart, ma mai in DVD prima d’ora), ed infine il concerto completo ad Oslo dal quale è stato tratto Strings Attached, che non è proprio una rarità dato che è ancora reperibilissimo in DVD.

Sperando di non avervi fatto addormentare, concludo affermando che questo Stranded In Reality è un box, l’avrete capito, difficile da ignorare (non dico imperdibile perché capisco che la spesa è notevole): mi sbilancio e lo eleggo ristampa dell’anno (Pink Floyd permettendo).

Marco Verdi

Ecco Un “Piccolo” Cofanetto Fatto Come Si Deve! Ian Hunter – Stranded In Reality Parte I

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*NDB. Come al solito quando Marco si lascia prendere la mano (ma per qualcosa che vale la pena) il contenuto del Post si allunga a dismisura, quindi dividiamo in due parti la recensione del cofanetto.

Ian Hunter – Stranded In Reality – Proper Box Set 28CD + 2DVD

Da sempre Ian Hunter è uno dei miei musicisti preferiti, in quanto per me rappresenta la quintessenza del cantante rock, con in più quel tocco dylaniano nel songwriting che non guasta (anzi): durante la sua lunga carriera, sia come frontman dei Mott The Hoople che da solista, ha mantenuto una qualità decisamente elevata, confermata circa due mesi fa dall’ottimo nuovo disco, Fingers Crossed. Per celebrare la parte solista del cammino discografico di Hunter, la Proper ha pubblicato (solo sul suo sito ed in una quantità limitata a 2.500 copie) questo Stranded In Reality, mastodontico box di ben 28 CD più due DVD, un’opera magnifica che ha il solo difetto di costare parecchio (250 sterline), ma che dimostra che quando si vuole è possibile gratificare i fans con prodotti di altissimo livello come questo. Infatti il box, oltre a comprendere tutti gli album solisti di Ian, sia quelli in studio (tranne l’ultimo, che è però appena uscito) sia i live ufficiali (e tutti in versione rimasterizzata ex novo, in confezione simil-LP e mantenendo tutte le bonus tracks delle varie edizioni deluxe uscite nel corso degli anni, ed ognuno con il suo bel booklet con testi e note), aggiunge ben nove CD quasi completamente inediti, tra brani in studio, outtakes, rarità assortite e canzoni dal vivo, e due DVD con performance varie ed anche in questo caso il più delle volte rare. In più, uno splendido libro con copertina dura e note di Ian stesso canzone per canzone, una rivista fittizia, intitolata Shades, che comprende recensioni ed articoli vari sul nostro pubblicati negli anni dalle più prestigiose testate inglesi, ed una foto autografata. Un cofanetto da leccarsi i baffi dunque, che vado a riepilogare per sommi capi, approfittandone anche per riassumere la carriera di un artista che secondo me andrebbe inserito nel novero dei grandi.

Ian Hunter (1975): il disco d’esordio di Ian è subito un classico. Con Mick Ronson come chitarra solista, partnership che proseguirà anche negli anni a seguire, Hunter ci regala un album che rappresenta alla perfezione la sua arte, a partire da Once Bitten, Twice Shy, un coinvolgente rock’n’roll ispirato da Chuck Berry, e che prosegue con la vigorosa Who Do You Love, la sontuosa Boy, una fantastica ballata di quasi nove minuti, l’acustica e toccante 3.000 Miles From Here, la solida The Truth, The Whole Truth, Nuthin’ But The Truth, con uno strepitoso assolo di Ronson, la vibrante e roccata I Get So Excited e, tra i bonus, le outtakes Colwater High e One Fine Day (entrambe con parti vocali incise nel 2005), che non avrebbero sfigurato sul disco originale.

All American Alien Boy (1976): registrato a New York con una superband (che vede Chris Stainton al piano, Jaco Pastorius al basso ed Aynsley Dunbar alla batteria, oltre a tre quarti dei Queen, cioè Freddie Mercury, Brian May e Roger Taylor ai cori nella ballad You Nearly Did Me In), questo è un altro grande disco, con più pezzi lenti rispetto all’esordio (ma Ian è un fuoriclasse anche nelle ballate), che si apre con la splendida Letter From Britannia To The Union Jack, una vera e propria missiva scritta con il cuore in mano da Ian al suo paese in profonda crisi, la scintillante title track, con gran lavoro di Pastorius, o la pianistica e bellissima Irene Wilde, una delle ballate più riuscite del nostro. Ma non sono da meno neanche Rape, dal sapore gospel, e la volutamente dylaniana God.

Overnight Angels (1977): un buon disco, molto più rock del precedente ma inferiore nel songwriting, un album poco considerato ma solido, con qualche buona canzone ed altre più normali. Golden Opportunity è un inizio potente e deciso come un pugno in faccia, ben bilanciato dalla pianistica Shallow Crystals, una rock ballad coi fiocchi. Ma la poco spontanea title track, un tentativo costruito a tavolino di scrivere una hit, non funziona, così come la pomposa Broadway; il resto si divide tra cose più riuscite ed altre meno (tra le prime la gradevole Miss Silver Dime e The Ballad Of Little Star, il miglior slow del disco), o veri e propri riempitivi come l’insulsa Wild’n’Free.

You’re Never Alone With A Schizofrenic (1979): al quarto disco Ian firma il suo capolavoro: con mezza E Street Band in session (Roy Bittan, Garry Tallent e Max Weinberg, più Ronson  di nuovo alla solista, l’ex Velvet Underground John Cale al piano in Bastard ed Eric Bloom dei Blue Oyster Cult ai cori) Schizofrenic è un grandissimo disco, quasi un greatest hits se si contano i futuri classici presenti. Grandi canzoni rock come Just Another Night, Cleveland Rocks, When The Daylight Comes (splendida) e Bastard, e superbe ballate come Ships, dal suono levigato, Standing In My Light e la straordinaria The Outsider, forse il più bel lento mai scritto dal nostro. Ma il disco brilla anche nei momenti meno noti, come il festoso errebi Wild East ed il boogie pianistico Life After Death; tra le bonus tracks, una Just Another Night più lenta ma altrettanto bella (con un grande Bittan) ed una scatenata versione del classico di Jerry Lee Lewis Whole Lotta Shakin’ Goin’ On.

Welcome To The Club (1979): la decade dei grandi dischi dal vivo si chiude con uno dei più belli, registrato al Roxy di Los Angeles, e che vede Hunter in forma strepitosa, ben coadiuvato da Ronson e da un gruppo che va come un treno. Dopo un inizio con la potente rilettura dello strumentale degli Shadows FBI, il doppio CD presenta versioni spiritate di classici di Ian solista ma anche dei Mott The Hoople (Angeline, poco conosciuta ma bellissima, All The Way From Memphis, I Wish I Was Your Mother, Walkin’ With A Mountain, il superclassico All The Young Dudes, One Of The Boys e The Golden Age Of Rock’n’Roll): un disco potente ma lucido ed ispirato anche nelle ballate (una Irene Wilde da favola), e con in fondo tre brani nuovi incisi in studio, dei quali il migliore è senza dubbio lo slow Silver Needles.

Short Back’n’Sides (1981): nonostante la presenza di due Clash, Topper Headon e soprattutto Mick Jones (che produce insieme a Ronson), questo esordio di Ian nella nuova decade è un disco un po’ involuto e senza particolari guizzi, con sonorità gonfie tipiche del periodo: si salvano Central Park’n’West, un pop-rock orecchiabile e coinvolgente nonostante l’uso massiccio di sintetizzatori, e la stupenda Old Records Never Die, ballata incisa la sera in cui viene assassinato John Lennon. Il resto, con la possibile eccezione della colorita I Need Your Love, un errebi alla Southside Johnny, è trascurabile (e Noises è proprio brutta): Hunter stesso, nelle note del book accluso al box, non è per nulla tenero verso questo album.

All Of The Good Ones Are Taken (1983): questo sarà l’ultimo disco di Ian negli anni ottanta (una decade nefasta per molti rockers), un album che non contiene classici futuri ma una media di canzoni migliore del precedente, anche se il sound è notevolmente peggiorato (Captain Void’n’The Video Jets fa davvero schifo): tra gli highlights abbiamo la bella title track, una rock song che risente solo in parte del suono dell’epoca (e presenta un paio di buoni interventi al sax di Clarence Clemons), il rock’n’roll un po’ bombastico di Every Step Of The Way, la bowiana Fun, l’orecchiabile That Girl Is Rock’n’Roll (ma troppi synth) e la soulful Seeing Double.

Yui Orta (1990): dopo sette lunghi anni di silenzio, Ian torna con l’unico disco accreditato a metà anche a Mick Ronson (che però si limita, si fa per dire, a suonare la solista ed a collaborare al songwriting), ed è un buon disco, un album rock con una produzione rutilante e con diverse buone canzoni, anche se non serve a rilanciare la figura del nostro. Hunter ritrova comunque grinta e smalto e le belle canzoni non mancano, come la potente rock ballad American Music, al livello dei suoi pezzi degli anni settanta, la seguente The Loner, diretta come un macigno, l’energica e vibrante Women’s Intuition, o ancora la trascinante Big Time, un rock’n’roll scatenato come ai bei tempi. E Livin’ In A Heart dimostra che il nostro è ancora in grado di scrivere ballate coi fiocchi.

Ian Hunter’s Dirty Laundry (1995): nel 1993 scompare tragicamente Mick Ronson, e Hunter va fino in Norvegia ad incidere il nuovo disco con musicisti locali. Le nuove generazioni conoscono poco il nostro, ed il fatto che Dirty Laundry esca per una piccola etichetta locale non aiuta di certo; è un peccato, perché il disco è il più riuscito dai tempi di Schizofrenic, un album di rock al 100%, grezzo, diretto e chitarristico, con brani come la ritmata Dancing On The Moon, la corale e splendida Good Girls, uno dei più bei rock’n’roll del nostro, la travolgente Never Trust A Blonde, rollingstoniana fino al midollo, la deliziosa Psycho Girl, tra rock e pop e con una fulgida melodia. Ma poi abbiamo anche la meravigliosa Scars, una sontuosa ballata elettroacustica e dylaniana, che avrebbe meritato ben altra sorte. E quelle che non ho citato non sono certo inferiori (Invisible Strings è splendida): un disco da riscoprire assolutamente.

BBC Live In Concert (1995): accreditato alla Hunter-Ronson Band, questo CD registrato a Londra nel 1989 è stato pubblicato anche per omaggiare lo scomparso Mick. Un ottimo live, ben suonato e con un Hunter in forma, che accanto a classici assodati (Once Bitten, Twice Shy, Just Another Night, Standing In My Light, Bastard, Irene Wilde), presenta ben sei brani in anteprima da Yui Orta, che uscirà di lì ad un anno (eccellenti How Much More Can I Take? e Big Time), ed anche un inedito, Wings, invero piuttosto trascurabile.

The Artful Dodger (1996): disco registrato in Norvegia come Dirty Laundry, ma con maggior dispendio di mezzi (all’epoca uscì per la Polydor), The Artful Dodger è meno rock e con più ballate del suo predecessore, ma ha il merito di rimettere in circolo il nome di Hunter. Un lavoro più che buono, che ha come brano centrale Michael Picasso, una toccante ballata dedicata all’amico Ronson, ma che presenta diversi pezzi sopra la media, come Too Much, uno slow d’atmosfera davvero riuscito, la superlativa Now Is The Time, il limpido folk-rock Something To Believe In, la cristallina (ed autobiografica) 23A, Swan Hill, o la title track, unico vero rock’n’roll del CD. Mentre il funk-rap di Skeletons era meglio se non ci fosse stato.

Fine Prima Parte.

Marco Verdi

Per Ricordare Uno dei Grandissimi :Un Fine Settimana Con Lou Reed The RCA & Arista Album Collection, Parte I

*NDB Un breve promemoria: prima di iniziare la lettura, vi ricordo che il Post, vista la lunghezza, viene diviso in tre parti, anche in modo che possiate passare un weekend con noi e soprattutto con Lou Reed.
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Lou Reed – The RCA & Arista Album Collection – Sony Legacy Box Set 17CD

Ad un anno circa dal’uscita del Box The Sire Years, che riepilogava l’ultimo periodo della carriera del grande Lou Reed (con l’eccezione dell’album Lulu registrato con i Metallica e di Berlin Live) http://discoclub.myblog.it/2015/11/25/ripasso-piu-che-doveroso-lou-reed-the-sire-years-complete-albums-set/ , finalmente anche la Sony mette a punto un box che comprende i dischi usciti per la RCA ed Arista dal 1972 al 1985, cioè di quella che è stata a detta di tutti la golden age del rocker newyorkese: The RCA & Arista Album Collection è però, a differenza del boxettino degli anni Sire, un progetto decisamente più curato, lussuoso ed importante (ed anche il prezzo lo è), in quanto ha avuto l’imprimatur dello stesso ex Velvet Underground. Infatti, prima della sua inattesa scomparsa nel 2013, Lou stava proprio lavorando alla rimasterizzazione del suo catalogo “storico”, che prendeva in esame anche i dischi dal vivo (più o meno, come vedremo tra breve) e diversi titoli fuori commercio da qualche anno, un progetto che è stato portato a termine dal suo amico ed abituale collaboratore Hal Willner. Ebbene, il cofanetto in questione è bellissimo, con cartoline, poster ed un librone con splendide foto (molte inedite) e riproduzioni di manoscritti di Reed stesso nella sua calligrafia illeggibile, ma quello che più conta è il fatto che i suoi dischi non avevano mai suonato così bene prima, in alcuni momenti sembra di sentire addirittura strumenti che in precedenza non c’erano, un’operazione davvero certosina di restauro dei vecchi nastri (nel libro è riportata una testimonianza dello stesso Lou che, ascoltando per la prima volta il risultato dei remasters, non credeva alle sue orecchie).

lou reed the rca arista album collection standing

Un box quindi sicuramente imperdibile per chi non conosce Lou o per chi ha solo qualche disco, ma forse anche per chi ne possiede diversi (o tutti), in quanto molte edizioni del passato non suonavano proprio come avrebbero dovuto (vi risparmio le considerazioni su chi era Lou Reed, penso che tutti siate a conoscenza della sua importanza come uno degli artisti più originali e carismatici di tutti i tempi, uomo di immensa cultura ed autore di canzoni i cui testi erano spesso duri, crudi e diretti, ma talvolta anche profondamente poetici e toccanti, quando non ironici e crudeli, il classico tipo fuori da ogni catalogazione, larger than life direbbero in America). Il buon Lou però da lassù mi perdonerà se faccio notare due magagne presenti nel box, una delle quali abbastanza grave a mio parere: intanto manca qualsiasi accenno di bonus tracks (compreso in quei dischi che già avevano beneficiato di ristampe potenziate, Coney Island Baby su tutti), ma forse Reed voleva mantenere l’album come era in origine, cosa in fondo comprensibile; quello che mi spiego meno è: perché se hai deciso di inserire i dischi dal vivo, ne lasci poi fuori due? Ok che Live In Italy del 1984 era inizialmente uscito solo in Germania, Regno Unito e Giappone, ed in USA solo nel 1996, ma allora perché manca anche Lou Reed Live del 1975, che altro non era che la seconda parte di Rock’n’Roll Animal (con canzoni prese dallo stesso concerto)? A parte queste domande, destinate a restare senza risposta, nel box c’è musica tra la migliore uscita nel secolo scorso (anche se conosco diverse persone a cui Lou non è mai andato molto a genio, ma è un problema loro…), anche perché Reed apparteneva a quella ristretta schiera di musicisti che non hanno mai fatto un disco brutto (a parte Metal Machine Music, ma quello è un caso limite): quindi ecco una disamina dettagliata, e doverosa, dei 17 CD presenti.

Lou Reed (1972): composto per otto decimi da avanzi del periodo Velvet, questo album d’esordio è da sempre uno dei suoi più criticati. A me non dispiace affatto, forse è un po’ discontinuo, ma i punti di interesse non mancano di certo (ed in session ci sono due Yes, Steve Howe e Rick Wakeman), dall’apertura di I Can’t Stand It, una rock song diretta e tesa come una lama, alla turgida ballata pianistica Going Down, la quasi rollingstoniana Walk And Talk It (il riff ricorda molto quello di Brown Sugar), l’intensa e bellissima Lisa Says, vero highlight del disco, ed una prima versione di Berlin. Nella seconda parte (il vecchio lato B) l’album si siede un po’, anche se Ride Into The Sun a me piace assai. L’unica cosa davvero brutta è la copertina.

Transformer (1972): dopo pochi mesi dall’esordio, Lou centra subito il suo capolavoro. Prodotto da David Bowie e Mick Ronson, Transformer è uno dei dischi più influenti del periodo, ed uno degli album di punta del nascente movimento glam (definizione che però Reed ha sempre rifiutato), nonostante i testi parlino di droga, sesso ed omosessualità. I quattro brani forse più noti della carriera di Lou sono tutti qua (Vicious, la straordinaria Perfect Day, il superclassico Walk On The Wild Side e la splendida Satellite Of Love), ma ci sono anche la poetica e vibrante Andy’s Chest, dedicata all’amico Warhol, il travolgente rock’n’roll Hangin’ Round, la scintillante I’m So Free e la curiosa Goodnight Ladies, con accenni dixieland. Da qualunque parte lo si guardi, un disco da cinque stelle.

Marco Verdi

Fine parte 1, a domani.

Anche Per Lui Il Tempo Si E’ Fermato! Ian Hunter – When I’m President

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Ian Hunter – When I’m President Slimstyle/Proper CD

Per uno come me, appassionato, tra le altre cose, di rock’n’roll e di Bob Dylan, Ian Hunter ha sempre rappresentato uno dei musicisti preferiti in assoluto, e se siete frequentatori abituali di questo blog non devo certo stare qui a spiegarvi perché.

Ho seguito i passi artistici di Hunter fino dai tempi dei Mott The Hoople, sia all’inizio, quando non se li filava nessuno, sia nella loro “golden age” (ovvero da All The Young Dudes in poi), passando per i suoi primi dischi solisti, alcuni tra i più belli degli anni settanta (specialmente il debutto omonimo, il seguente All American Alien Boy ed il live Welcome To The Club), fino agli anni ottanta e novanta, il suo periodo più buio, durante il quale pubblicava dischi che compravano solo i suoi parenti stretti. Poi, nel nuovo millennio, complice anche un certo revival del rock classico dopo gli anni del grunge, il nome di Hunter torna alla ribalta, anche se in misura molto minore rispetto a prima, ed album come Rant e Shrunken Heads ricevono ancora l’attenzione di pubblico e critica, per non parlare dello splendido Man Overboard di tre anni fa, uno dei suoi dischi più belli in assoluto (io l’avevo eletto disco dell’anno 2009).

*NDB (Che sarebbe Nota del Bruno o del Blogger) Mi intrometto per dire che io avrei inserito, forse anche al primo posto, You’re Never Alone With A Schizophrenic, quello con mezza E Street band, John Cale, e Mick Ronson produttore. Ristampato tre anni fa in una versione da sballo doppia, con inediti e live a profusione, per il 30° anniversario! Mi taccio e ridò la parola a Marco).

Il bello di Hunter è proprio questo: anche nei periodi di anonimato, di dischi brutti non ne ha mai fatti (beh, forse Short Back’n’Sides del 1981 non era proprio un capolavoro…), e anche questo nuovo lavoro, When I’m President, risente positivamente della vena artistica apparentemente inesauribile dell’occhialuto Ian.

Non siamo ai livelli eccelsi di Man Overboard, ma quasi: a 72 anni suonati Ian non ha perso un’oncia della sua grinta, ed anche dal punto di vista vocale e compositivo è più in forma che mai: When I’m President è decisamente più rock del suo predecessore, che era più bilanciato tra brani elettrici e ballate, ma non c’è un solo brano sottotono, e Ian ci dà dentro come un ragazzino. Il merito è anche della produzione asciutta di Andy York (già stretto collaboratore di Willie Nile, ma soprattutto di John Mellencamp), che mette in primo piano la voce e le chitarre, e della bravura della sua Rant Band, nella quale militano elementi di grande esperienza che danno del tu agli strumenti (tra loro spiccano certamente Mark Bosch, straordinario chitarrista, il tastierista Andy Burton, già con Robert Plant, ed il batterista Steve Holley, ex membro nei seventies dei Wings di Paul McCartney).

Ian parte a tutta birra con Comfortable (Flyin’ Scotsman), un irresistibile rock’n’roll dei suoi, che richiama da vicino il periodo d’oro coi Mott: chitarre e piano in evidenza, gran ritmo e voce dylaniana in grande spolvero, un inizio migliore non poteva esserci.

Fatally Flawed parte quasi come un brano soul, poi nel ritornello le chitarre prendono il sopravvento e le tonalità diventano decisamente rock (sentite l’assolo centrale di Bosch, siamo ai limiti dell’hard rock): a più di settanta primavere Ian ha ancora la grinta di un ventenne (anzi, i ventenni di oggi mi sembrano molto più svogliati).

When I’m President ha un testo ferocemente sarcastico (nel quale Ian se la prende coi candidati di tutti i colori politici, sostenendo a ragione che i loro buoni propositi una volta eletti e dopo aver assaggiato il potere vanno a farsi fottere), mentre musicalmente è un rock lineare e fluido tipico suo, dotato di una melodia e di un refrain che si fanno apprezzare al primo ascolto: grande classe.

What For è ancora puro rock’n’roll Hunter-style, dal ritmo semplicemente travolgente, sullo stile di brani storici come The Golden Age Of Rock And Roll o All The Way From Memphis.

Black Tears è una ballata pianistica, ma sempre molto elettrica: non è tra i migliori slow di Ian, ma si fa ascoltare con piacere, e poi l’assolo chitarristico vale il prezzo.

Saint è una godibilissima rock song elettroacustica, uno di quei brani da canticchiare subito e che al nostro riescono particolarmente bene, impreziosito da un bel riff di clavinet: uno dei miei preferiti finora. Molto bella anche Just The Way You Look Tonight, una splendida ballata di matrice folk-rock, ritmo saltellante, melodia contagiosa e Ian che canta sempre meglio. Wild Bunch è ancora rock’n’roll, ed anche qui si fatica a restare fermi, con Hunter che sembra davvero divertirsi un mondo (bello l’assolo di piano di Burton ed il coro finale sul tema di Glory Glory Halleluyah); Ta Shunka Witko (Crazy Horse), introdotta da una ritmica tribale, è una canzone tesa ed affilata dedicata agli indiani d’America, musicalmente meno immediata delle precedenti.

L’album si chiude con la potente I Don’t Know What You Want, un rock-blues insolito per Ian, denso, chitarristico e cantato benissimo, e con Life, finalmente una ballata di quelle che hanno reso famoso Hunter: lunga, fluida e discorsiva, piena di pathos e con un motivo di prim’ordine, è la degna conclusione dell’ennesimo grande disco del riccioluto rocker britannico. La frase finale del brano è talmente toccante nella sua semplicità e spontaneità che sento il dovere di riportarla pari pari: “I hope you had a good time, hope your time was good as mine, my you’re such a beautiful sight. I can’t believe after all these years you’re still here and I’m still here, laugh because it’s only life”.

Che dire ancora? Che di musicisti come Ian Hunter non ne fanno più! Ripeto: grande disco…peccato per la copertina, veramente orrenda (ma lo perdono).

Marco Verdi