Lo Springsteen Della Domenica: L’Ultima Volta Di Danny. Bruce Springsteen & The E Street Band – TD Banknorth Garden, Boston 11/19/07

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Bruce Springsteen & The E Street Band – TD Banknorth Garden, Boston 11/19/07 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Il rapporto tra Bruce Springsteen ed i membri della sua E Street Band è sempre stato più comparabile a quello di una famiglia allargata che ad una normale relazione tra datore di lavoro e dipendenti (ed infatti il nostro il soprannome The Boss non lo ha mai amato molto), al punto che il rocker americano si è sempre riferito ai compagni come i suoi “blood brothers”. Con alcuni di essi poi il legame era ancora più solido, è il caso per esempio di Clarence Clemons e Little Steven (senza dimenticare Patti Scialfa, sua moglie da circa un trentennio, un record per lo show business), mentre con altri il rapporto era più normale o, come nel caso di Danny Federici, soggetto ad alti e bassi. Proprio Federici è stato il primo a lasciare la band, non per divergenze ma bensì in seguito al peggioramento di un melanoma che lo ha portato via nella primavera del 2008, e così come è successo con Clemons (il cui ultimo concerto, a Buffalo nel 2009, è stato il soggetto di un’uscita precedente), oggi gli archivi live del Boss omaggiano proprio l’ex organista della band con questa serata a Boston, che concludeva la parte americana del tour seguito alla pubblicazione dell’album Magic, e che è anche l’ultima esibizione con Danny presente sul palco (già visibilmente segnato dalla malattia).

Non so se all’epoca i nostri sapessero di ciò, fatto sta che il concerto è festoso ed energico come al solito, non c’è malinconia o aria di addio: solo a posteriori alcuni pezzi (soprattutto uno, come vedremo) risultano toccanti e meritevoli di una lacrimuccia. Uno show solido quindi, più stringato del solito (dura “solo” due ore e venti, ed infatti il CD è doppio), ma con i nostri impeccabili e coinvolgenti come al solito. Ben otto pezzi provengono da Magic (un buon disco rock, diretto e senza fronzoli), tra i quali mi preme segnalare la potente e trascinante Radio Nowhere, perfetta per aprire la serata (dopo un intro a base di musica circense), la folkeggiante title track, molto intensa, le stupende Last To Die e Long Walk Home, due rock songs degne dello Springsteen dell’età d’oro, e la solare e pop-oriented Girls In Their Summer Clothes. Ci sono ovviamente i classici che non mancano (quasi) mai (Darkness On The Edge Of Town, Badlands, Born To Run), ed anche veri e propri “crowd pleasers” come la scintillante Night, la splendida This Hard Land, l’irresistibile rock’n’roll di Working On The Highway (unica tratta da Born In The U.S.A.), una potente The Rising, che pur se all’epoca era ancora recente veniva già apprezzata al pari di un evergreen.

Non mancano le chicche, tra cui una superba Reason To Believe dall’inedito arrangiamento boogie ed una rara e vibrante The E Street Shuffle. Ma il vero magic moment della serata è una toccante 4th Of July, Asbury Park (Sandy), da sempre il pezzo in cui Federici imbraccia la fisarmonica ed affianca Bruce al centro del palco, e che quella sera in retrospettiva assume un valore particolare (peccato non ci sia una parte video, ma credo che su internet si trovi facilmente). Tra i bis spiccano una Tenth Avenue Freeze-Out con Peter Wolf ospite ai cori, una grandiosa Kitty’s Back, con ottime parti di chitarra ed organo (ed un Roy Bittan semplicemente spettacoloso al piano), ed il finale travolgente di American Land.  Un altro bel concerto per Bruce, anche se forse non sarebbe stato pubblicato se non fosse stato l’ultimo con Danny: venerdì prossimo conosceremo la nuova uscita, e vedremo se i fans che da tempo chiedono uno show del tour di The Rising saranno accontentati.

Marco Verdi

Il Gabbiano Jonathan Vola Sempre Alto! Jonathan Wilson – Rare Birds

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Jonathan Wilson – Rare Birds – Bella Union Records

La prima volta che vidi sul palco Jonathan Wilson non sapevo neppure chi fosse. Mi trovavo con alcuni amici a San Sebastian per assistere ad un concerto di Jackson Browne , che, per l’occasione, doveva suonare insieme alla giovane band californiana dei Dawes, talentuosi esordienti il cui secondo disco, Nothing Is Wrong, era stato prodotto proprio da Jonathan Wilson. Il calendario datava 24 luglio ma sembrava ottobre inoltrato, la magnifica spiaggia su cui torreggiava il grande palco del festival Jazzaldia era zuppa per la pioggia che era caduta quasi incessantemente tutto il giorno, accompagnata dal vento freddo proveniente dall’oceano. A riscaldarci furono prima gli stessi Dawes, con un’esibizione sanguigna e coinvolgente, poi, a mezzanotte e mezza passata (ma per gli spagnoli è ancora presto…), il buon Jackson con i suoi classici immortali, supportato egregiamente dal gruppo dei fratelli Goldsmith e dal loro produttore. Alto e magro, capello lungo e barba incolta, Wilson sembrava una di quelle tipiche icone californiane degli anni settanta. Mostrò subito la stoffa del leader, come ottimo chitarrista e corista, e Browne gli cedette la scena per fargli eseguire Gentle Spirit, la lunga e affascinante ballad che dà il titolo all’ album che sarebbe stato pubblicato di lì a poco https://discoclub.myblog.it/2011/08/08/un-jonathan-tira-l-altro-da-laurel-canyon-e-dintorni-jonatha/ .

Esattamente due anni dopo la scena si è ripetuta al Carroponte, spazio concertistico alle porte di Milano, con la sostanziale differenza che stavolta Jonathan era l’unico protagonista della serata con la sua band. Io, gli amici e ciascuno dei presenti ci siamo goduti un’esibizione esaltante di rock imbevuto di psichedelia e divagazioni folk di chiara matrice californiana. I brani, spesso dilatati da pregevoli parti strumentali in cui giganteggiava la chitarra del leader, ben coadiuvato dai suoi compagni, davano l’idea di un musicista maturo, abile riesumatore di suoni del passato assemblati con gusto ed intelligenza. Questa impressione fu pienamente confermata dall’uscita del successivo album Fanfare, nell’ottobre del 2013, che fece incetta di critiche positive un po’ ovunque, generando al contempo un equivoco che perdura ancora oggi, ovvero il considerare Jonathan Wilson come una sorta di erede del suono californiano degli anni d’oro di quella comunità di musicisti che si era formata nei dintorni di Los Angeles nell’area di Laurel Canyon (dove tuttora Jonathan possiede uno studio di registrazione, rinomato per le sue preziose apparecchiature analogiche). La varietà delle fonti d’ispirazione da cui Wilson attinge è molto più ampia e complessa, riguarda tanto il contesto americano quanto quello britannico, come testimonia la sua produzione e collaborazione con una colonna del folk rock inglese come Roy Harper, oppure la recente partecipazione all’ultimo album di Roger Waters e al successivo tour che è appena andato in scena nei palasport italiani, dove Jonathan si esibisce come seconda chitarra, cantando le parti che erano di David Gilmour.

Rare Birds , il nuovo album pubblicato all’inizio di marzo, lo evidenzia ancora di più, nelle tredici lunghe tracce che il suo autore ha definito cosmiche, originate da uno stato d’animo spesso non positivo, il tentativo di superare una situazione di abbandono e di solitudine. Wilson mescola sapientemente sonorità vintage usando l’elettronica accanto a strumenti tradizionali, creando un connubio quasi sempre riuscito e piacevole. L’iniziale Trafalgar Square si apre come una citazione della pinkfloydiana Breathe, con le voci registrate e la languida steel guitar sullo sfondo, poi una sventagliata di mandola apre la strada ad un’elettrica dal suono sporco e la canzone prende corpo in modo efficace. Ancora meglio Me, che parte sonnacchiosa e si sviluppa in modo avvolgente fino all’esplosione finale che vede protagonista una chitarra distorta e urticante. Over The Midnight, coi suoi furbi campionamenti stile anni ottanta, ha una struttura melodica che inevitabilmente conquista e invita a premere sull’acceleratore durante le guide notturne. There’s A Light ci rituffa in California, con una bella lap steel a condurre le danze e una melodia ancora accattivante, con le belle armonie vocali delle Lucius. Il pianoforte domina la nostalgica Sunset Blvd, fino alla conclusiva stratificazione di suoni che rimanda a certe composizioni del suo quasi omonimo, l’inglese Steven Wilson. La title track offre acide sventagliate di chitarra che è facile accostare al maestro Neil Young, nulla di nuovo, ma certamente gradevole. 49 Hairflips scava ancora nel melodramma di un amore finito, il piano si fonde in un magma di tastiere dall’effetto evocativo e malinconico.

In Miriam Montague convivono i Kinks e l’Electric Light Orchestra in una specie di mini suite non particolarmente esaltante. Meglio il mantra ipnotico Loving You che, grazie ai vocalizzi del guru della new age Laraaji ci conduce in territori insoliti ed evocativi. Ancora atmosfere notturne dominano la successiva Living With Myself che gioca sul contrasto tra le strofe crepuscolari ed un ritornello solare. Il synth sullo sfondo sembra rubato a quello che Roy Bittan suonava in Downbound Train o in I’m On Fire  Boss, e che dire allora della rullata di batteria campionata su cui si basa tutta la ritmica della successiva Hard To Get Over? Andate a riascoltare l’intro di Don’t Come Around Here No More di Tom Petty (e Dave Stewart) e non potrete ignorarne la somiglianza. Dall’episodio meno riuscito del disco ad uno dei più positivi, il country scanzonato e un po’ ruffiano di Hi Ho To Righteous, in cui convivono lap steel e disturbi rumoristici quasi a voler parodiare inni del passato come Teach Your Children. Notevole anche qui il finale in crescendo che ci conduce alla rarefatta e conclusiva Mulholland Queen, una intensa e disperata confessione che si sviluppa sulle note del piano e dell’orchestra in sottofondo. Fra echi e rimandi non si può dire che Rare Birds sia un disco innovativo e neppure un capolavoro (e certo non merita le critiche negative che qualcuno, pochi, a torto gli hanno appioppato), eppure ascoltarlo fa lo stesso effetto che guidare su una strada panoramica: ad ogni curva ti puoi imbattere in uno scorcio bello ed emozionante.

Marco Frosi

Lo Springsteen Della Domenica: Un Live Bellissimo, Anche Se Con “L’Altra Band”! Bruce Springsteen – Brendan Byrne Arena, New Jersey June 24, 1993

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Bruce Springsteen – Brendan Byrne Arena, New Jersey June 24, 1993 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 4CD – Download

Quando alla fine degli anni ottanta Bruce Springsteen sciolse la E Street Band alla ricerca di nuovi stimoli, furono ben poche le voci di approvazione, e lo sconforto tra i fans si ingigantì quando nel 1992 il Boss pubblicò ben due album con il suo nuovo gruppo, Human Touch e Lucky Town, due dischi dove non mancavano le grandi canzoni, ma neppure diversi riempitivi (sono tuttora del parere che, scegliendo gli episodi migliori, avremmo avuto comunque un ottimo album singolo) e soprattutto con un suono piuttosto nella media, senza quel marchio di fabbrica e quella personalità tipici della sua vecchia band. Le critiche continuarono anche nel successivo tour, con “The Other Band”, come l’avevano soprannominata non senza una punta di disprezzo i fans, che raramente riusciva a catturare la magia degli show leggendari di Bruce, critiche avvalorate dall’album live pubblicato all’epoca, Plugged, decisamente poco riuscito. Questo nuovo episodio degli archivi live di Springsteen, che per brevità chiamerò Live 1993, è però un’altra storia: registrato a pochi passi da casa, alla Brendan Byrne Arena a East Rutherford, nel New Jersey (già teatro di un precedente live della serie, inciso nel 1984), ci fa ritrovare il Boss migliore, ispirato, coinvolgente ed in strepitosa forma vocale, alle prese tra l’altro con una setlist decisamente interessante ed una serie di ospiti a sorpresa che rendono più succulento il piatto.

E poi i musicisti che lo accompagnano, anche se non valgono neanche la metà degli E Streeters, non sono certo scarsi: Shane Fontayne alla chitarra elettrica, Tommy Sims al basso, Zack Alford alla batteria, Crystal Taliefero alla voce e chitarra (unico elemento forse abbastanza inutile), ed una bella serie di backing vocalists, tra cui spiccano Bobby King, per anni con Ry Cooder, e Carol Dennis, ex corista nonché seconda moglie di Bob Dylan. E, last but not least, Roy Bittan alle tastiere, un elemento imprescindibile per il suono del nostro, che evidentemente non se l’è sentita di lasciarlo a casa insieme agli altri ex compagni. Il concerto inizia in maniera intima, con un’intensa versione quasi a cappella (c’è solo una leggera tastiera in sottofondo) del classico di Woody Guthrie I Ain’t Got No Home, in cui Bruce divide le lead vocals con i suoi coristi e con il primo ospite della serata, Joe Ely (pelle d’oca quando tocca a lui). Poi abbiamo un mini-set acustico in cui Bruce propone una splendida e folkeggiante Seeds (quasi irriconoscibile), suonata con grande forza, una Adam Raised A Cain bluesata e completamente reinventata, e l’allora inedita This Hard Land, già bellissima e con una suggestiva fisarmonica. Da qui in poi parte lo show elettrico vero e proprio, con un’alternanza tra canzoni nuove e classici, per una scaletta davvero molto stimolante: i due nuovi album vengono rappresentati dagli episodi migliori (Better Days, la meravigliosa Lucky Town, un capolavoro, il trascinante gospel-rock Leap Of Faith, la potente Living Proof), da quelli più normali (Human Touch, Man’s Job, la dura Souls Of The Departed, che però dal vivo ha un tiro mica male), e purtroppo anche da quelli meno riusciti, come la pessima 57 Channels (And Nothin’ On), una porcheria che all’epoca il nostro ebbe il coraggio di fare uscire anche come singolo.

Poi ci sono gli evergreen, nei quali il gruppo fa il massimo per non far rimpiangere la E Street Band: da citare una splendida Atlantic City elettrica, le sempre trascinanti Badlands e Because The Night, la commovente The River, oltre all’inattesa Does This Bus Stop At 82nd Street? ed una struggente My Hometown, anche meglio dell’originale (mentre Born In The U.S.A. ha stranamente poco mordente, ed impallidisce di fronte a quella nota, che pure aveva un suono un po’ sopra le righe). Non mancano di certo le chicche, come un’intensa Satan’s Jewel Crown, un country-gospel reso popolare da Emmylou Harris (era in Elite Hotel), una solida Who’ll Stop The Rain dei Creedence, e soprattutto la strepitosa Settle For Love di Joe Ely, una delle signature songs del texano (che ha l’onore di cantare senza l’aiuto del Boss, che si limita a fargli da chitarrista), un pezzo che se fosse stato scritto nei primi anni settanta sarebbe entrato di diritto tra i classici rock di sempre. Il quarto CD (questo è l’unico live quadruplo della serie insieme al quello di Helsinki 2012) è una vera e propria festa nella festa, in quanto, dopo una toccante Thunder Road acustica, Bruce viene raggiunto, oltre che dalla moglie Patti Scialfa ed ancora da Ely, dai vecchi compagni Little Steven, Clarence Clemons e Max Weinberg, dalla futura E Streeter Soozie Tyrell, dai Miami Horns e, dulcis in fundo, dal grande compaesano Southside Johnny, che giganteggia da par suo nella travolgente It’s Been A Long Time (strepitosa), nella suggestiva Blowin’ Down This Road (ancora dal repertorio di Guthrie), e nel gran finale, con due classici di Sam Cooke, due irresistibili versioni di Having A Party e It’s All Right, inframezzate da una vibrante rilettura della Jersey Girl di Tom Waits. Confermo che sciogliere la E Street Band fu un grosso errore da parte di Bruce Springsteen, ma in questo Live 1993 c’è comunque un sacco di grande musica, che se non altro rivaluta in parte un periodo controverso della carriera del nostro.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Una Delle Serate Che Hanno Creato La Leggenda Del Boss! Bruce Springsteen & The E Street Band – Capitol Theatre, Passaic NJ, September 20th 1978

Bruce Springsteen & The E Street Band – Capitol Theatre, Passaic NJ, September 20th 1978

Bruce Springsteen & The E Street Band – Capitol Theatre, Passaic NJ, September 20th 1978 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Se chiedete ad un fan di Bruce Springsteen (ma di quelli “doc”) quali siano i suoi concerti preferiti del Boss, vi potrà rispondere, in ordine sparso, quelli al Roxy nel 1975, o quello all’Agora Ballroom nel 1978, o ancora gli show europei del 1981 (Zurigo e Stoccolma soprattutto); i più giovani potranno citarvi la serata finale del tour di The Rising allo Shea Stadium (con Bob Dylan ospite), e quelli italiani sicuramente non dimenticheranno San Siro 1985. Di certo tutti vi nomineranno anche lo spettacolo del 19 Settembre 1978 al Capitol Theatre di Passaic, in New Jersey, un live leggendario che è anche uno dei più noti bootleg di Bruce, dato che all’epoca era stato passato in diretta radiofonica.

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Ora gli archivi di Springsteen si rivolgono proprio a quei concerti, ma invece di rendere ufficiale la nota serata del 19, optano per quella della sera dopo, nella medesima location, uno show molto poco conosciuto ma di un’intensità non certo inferiore a quello precedente. Il 1978 fu uno degli anni chiave di Bruce, che, oltre ad aver pubblicato il capolavoro Darkness On The Edge Of Town (per chi scrive il suo secondo miglior album, ma di poco, dopo The River), tenne alcuni tra gli spettacoli dal vivo migliori dell’intera carriera, con la E Street Band al top della forma ed il nostro che sembrava letteralmente arso dal sacro fuoco. Questo triplo CD è uno dei migliori della serie, una vera e propria festa a tutto rock’n’roll, con alcune interpretazioni definitive di molti dei suoi classici. Il primo CD è da cinque stelle, si sfiora davvero la perfezione: di solito anche uno come Bruce ha bisogno di 2-3 canzoni prima di ingranare, ma quella sera già con l’iniziale Good Rockin’ Tonight (Elvis Presley) siamo in pieno mood rock’n’roll; a seguire, una sfilza di classici, di cui molti tratti da Darkness, come la sempre esplosiva Badlands, una title track lucida ed impeccabile, tra le più belle mai sentite (e con Roy Bittan strepitoso), The Promised Land ed una Prove It All Night più irresistibile del solito, con una introduzione strumentale davvero spettacolare.

Ci sono anche due pezzi in anteprima da The River, due ballate come la toccante Independence Day e, sul secondo CD, la splendida Point Blank, già dal pathos enorme; Completano il primo dischetto una Spirit In The Night calda, densa e coinvolgente, una potente cover di It’s My Life degli Animals e le straordinarie Thunder Road e Jungleland, forse i due brani più belli di quel disco epocale che è Born To Run (e la seconda è semplicemente formidabile). Il secondo CD si apre stranamente con la festosa ed esuberante Santa Claus Is Coming To Town (al 20 Settembre…), per proseguire con Fire, un brano che il Boss usava per scaldare ancora di più il pubblico. Candy’s Room non mi ha mai fatto impazzire, ma Because The Night è la solita bomba (la ascolterei anche cinque volte di fila); dopo la già citata Point Blank ed una robusta (e rara) Kitty’s Back, abbiamo la drammatica Incident On The 57th Street, una delle grandi canzoni del primo periodo di Bruce, e la solita gioiosa Rosalita, che ci porta ai bis del terzo CD. Solo quattro brani: a parte le prevedibili, ma sempre gradite, Born To Run e Tenth Avenue Freeze-Out, il gran finale è a tutto rock’n’roll, con il mitico Detroit Medley e la travolgente Twist And Shout, in cui Springsteen ed i suoi si spendono fino all’ultima goccia di sudore, una vera celebrazione on stage per un musicista fantastico ed una band meravigliosa, fotografati nel preciso momento in cui erano intenti a scrivere la storia.

Marco Verdi

Lo Springsteen Del Lunedì: Uno Degli Anni “Oscuri” Del Boss. Bruce Springsteen & The E Street Band – Palace Theatre, Albany 1977 – Auditorium Theatre, Rochester 1977

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Palace Theatre, Albany 1977 – nugs.net 2CD – Download

Bruce Springsteen & The E Street Band – Auditorium Theatre, Rochester 1977 – nugs.net 2CD – Download

Gli anni magici dei concerti dal vivo di Bruce Springsteen e della sua E Street Band, quelli nei quali il rocker del New Jersey si è affermato come uno dei più grandi performers di tutti i tempi, sono stati senza dubbio il 1975, il 1978 ed il biennio 1980/81, periodi in cui ogni serata poteva diventare una di quelle esperienze tali da poter far dire ai fortunati presenti “Io c’ero”. Il 1977 è stato invece un anno stranamente poco documentato anche a livello di bootleg, anche se Bruce continuava ad esibirsi in quanto era discograficamente fermo a causa del contenzioso legale con il suo ex manager Mike Appel, un problema che poteva stroncargli la carriera ma si concluse positivamente nella primavera di quello stesso anno, consentendo così al nostro di cominciare a lavorare su Darkness On The Edge Of Town. Ora il sito che da tempo si occupa della gestione degli archivi dal vivo del Boss, live.brucespringsteen.net, esce con uno dei volumi più interessanti della serie (mentre scrivo queste righe ne sono già usciti altri tre, dei quali mi occuperò in futuro), e per la prima volta pubblicando due interi concerti separatamente, cioè le serate del 7 ed 8 Febbraio 1977 rispettivamente ad Albany e Rochester, nello stato di New York. Questi due spettacoli sono una vera chicca, in quanto i nastri non erano mai circolati neppure tra i collezionisti più accaniti, e quindi, oltre al valore delle due esibizioni, il tutto assume un’importanza storica notevole. Diciamo subito che dal punto di vista artistico non siamo ai livelli degli show leggendari di Bruce, si percepisce qua e là una certa tensione (specie nella serata di Albany), dovuta sicuramente allo stato d’animo del nostro che era impegnato nella già citata causa legale: i due spettacoli (che sono anche più corti del solito, entrambi sotto le due ore) non sono infatti esplosivi come saranno quelli dell’anno seguente, ed in certi momenti le atmosfere sono perfino intimiste.

Non mancano però gli episodi di grande livello emotivo, specie nella serata di Rochester dove il Boss appare più “sciolto”, e l’acquisto di almeno uno dei due doppi CD è comunque da consigliare in quanto ci mostra un aspetto diverso del nostro in una fase cruciale della carriera. Due parole per la qualità d’incisione, che non è al livello dei precedenti volumi, il suono è limpido, ma il volume è piuttosto basso e ci sono diversi “salti” in almeno cinque canzoni in totale dovuti a mancanze e difetti del nastro originale: comunque decisamente meglio di un bootleg. Lo show di Albany è già atipico dall’avvio, non il solito inizio roboante ma bensì la tenue Something In The Night, in anticipo su Darkness ed in modalità work in progress (anche il testo è differente), versione dilatata e con un crescendo degno di nota, subito seguita dall’errebi straccione di Spirit In The Night, con la E Street Band già in formato macchina da guerra, e dalla festosa Rendezvous, dominata dal piano di Roy Bittan. La splendida Thunder Road è “schiacciata” in mezzo a due covers: una maestosa It’s My Life degli Animals, preceduta da una lunga introduzione quasi psichedelica, e da una corretta ma non entusiasmante Mona di Bo Diddley, fusa insieme ad una decisamente più energica She’s The One. Il primo CD si chiude con una struggente e bellissima The Promise per sola voce e piano, mentre il secondo (le due canzoni erroneamente indicate a chiusura del primo dischetto sono in realtà poste in apertura del secondo) inizia con una Backstreets davvero splendida e potente, tra le migliori della serata, ed una pimpante Growin’ Up che Bruce dedica al padre. E’ la volta di una Tenth Avenue Freeze-Out al solito calda, ritmata e soulful (ma piuttosto nella media), che sfocia nella formidabile Jungleland, altro highlight dello show, commovente come non mai (e con il Boss, ormai in trance agonistica, che rilascia un assolo chitarristico notevole); ecco poi due pezzi agli antipodi come la colorata Rosalita e la romantica 4th Of July, Asbury Park (Sandy) (col solito toccante intervento di Danny Federici alla fisarmonica).

Ancora due brani, ma se il finale di Born To Run ce lo potevamo aspettare (manca la prima strofa per il già citato problema al nastro), il penultimo pezzo, Action In The Streets, è un inedito assoluto, proposto dal nostro per un periodo molto breve e, pare, mai inciso in studio, un saltellante e coinvolgente rock’n’soul con i fiati dei Miami Horns protagonisti (ed anche il sax di Clarence Clemons) ed il Boss che sembra più Southside Johnny che sé stesso. La serata di Rochester ha, cosa rara per Bruce, una scaletta identica ad Albany al 99% (manca Growin’ Up ed al suo posto c’è la vivace Raise Your Hand di Eddie Floyd), anche se diversi pezzi hanno una collocazione differente in scaletta: per esempio The Promise è appena prima del finale di Born To Run (scelta opinabile secondo me) ed Action In The Streets è nella prima parte. L’esito complessivo della serata è comunque, a mio parere, superiore a quella precedente, con un Boss più sicuro di sé ed un momento magico assoluto nelle rese superbe di Backstreets e Jungleland, qui suonate una dopo l’altra. Un (doppio) capitolo dunque molto interessante delle avventure live di Bruce Springsteen, pur non essendo al livello degli show che il nostro terrà nel 1978: con il prossimo volume salteremo in avanti di quasi vent’anni, con uno show acustico tratto dal tour di The Ghost Of Tom Joad.

Marco Verdi

*NDB. Il Post avrebbe dovuto essere pubblicato nel Blog ieri, ma per problemi tecnici arriva solo oggi, quindi, visto che di solito questi articoli venivano rilasciati come Supplemento della Domenica, abbiamo pensato di chiamarlo “Lo Springsteen Del Lunedì”. Nulla di misterioso.

Supplemento Della Domenica: Se Quattro Ore (Abbondanti) Di Rock’n’Roll Vi Sembrano Poche… Bruce Springsteen & The E Street Band – Olympiastadion, Helsinki, July 31st 2012

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Olympiastadion, Helsinki, July 31st 2012 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 4CD – Download

Ultimamente le uscite degli archivi live di Bruce Springsteen si sono concentrate soprattutto sugli anni più recenti, lasciando da parte lo scopo iniziale della serie di documentare i concerti storici (anche se in ognuna di queste uscite c’è un fatto importante, tipo la serata di Buffalo nel 2009 che era l’ultimo concerto con Clarence Clemons in formazione): mentre scrivo queste righe è già disponibile il nuovo volume, di cui tratterò prossimamente, che documenta uno show allo Spectrum di Philadelphia nel 2009, l’ultimo concerto prima della demolizione della storica venue (ma il sito sul quale si possono acquistare questi concerti promette che con la successiva uscita si tornerà indietro nel tempo, vedremo…). La particolarità di questo show all’Olympiastadion di Helsinki è che, oltre a concludere la tournée europea seguita alla pubblicazione di Wrecking Ball, con le sue quattro ore e sei minuti di durata complessiva è ad oggi il concerto più lungo del Boss (ed infatti è il primo della serie ad uscire su quattro CD). Ma, lunghezza e considerazioni sull’opportunità di pubblicare un altro concerto recente a parte, siamo di fronte ad una delle uscite migliori della serie, in quanto in quella serata Bruce ed i suoi compagni di viaggio sono in forma strepitosa, forse ancora di più del solito (io li avevo visti a San Siro il 7 Giugno di quell’anno e già allora erano stati indimenticabili, tra l’altro sfiorando anche lì le quattro ore), e diederp veramente tutti loro stessi in una serata all’insegna del miglior rock’n’roll che si possa trovare in circolazione (Tom Petty e Rolling Stones permettendo).

Uno spettacolo che sarebbe stato sconsigliabile perdersi (e peccato che questi live non escano anche in video): inizio roboante con Rockin’ All Over The World di John Fogerty, con Bruce e la band che hanno subito tutto il pubblico in pugno, brano seguito a ruota da una sequenza micidiale formata da Night, un classico da Born To Run che però non viene eseguito sempre, Out In The Street, la rara Loose Ends, Prove It All Night, introdotta da un assolo torcibudella di Little Steven, e l’allora nuova We Take Care Of Our Own, più trascinante dal vivo che in studio. Il concerto fu la solita grande festa rock’n’roll, con classici acclarati (bellissime versioni di My City Of Ruins, torrenziale soul-rock di altissimo livello, una tonicissima Downbound Train, una Because The Night al solito strepitoso showcase per l’abilità chitarristica di Nils Lofgren, ed una sempre emozionante The Rising).

Ottime renditions di brani presi da Wrecking Ball (tra le quali spiccano le trascinanti Death To My Hometown e Shackled And Drawn ed una toccante Jack Of All Trades, con un grande Roy Bittan), e rarità varie come le preistoriche Does This Bus Stop At 82nd Street? e Be True, l’intensa Back In Your Arms (dalla raccolta di outtakes Tracks) ed un torrido medley tra Light Of Day ed il classico di Wilson Pickett Land Of 1000 Dances. Nei soliti lunghissimi bis (che occupano tutto il quarto CD ed il 70% del terzo), oltre alle presenze più o meno fisse di Born In The U.S.A., Born To Run, Dancing In The Dark e Tenth Avenue Freeze-Out (ma manca Thunder Road), c’è posto per il sempre formidabile Detroit Medley e, nel finale, una commovente rilettura di I Don’t Want To Go Home di Southside Johnny (in duetto con Little Steven, che poi è colui che l’ha scritta) ed un’infuocata (Your Love Keeps Me Lifting) Higher And Higher di Jackie Wilson (nella quale per l’occasione suona la chitarra perfino lo storico manager del Boss, Jon Landau), oltre al consueto e travolgente happy ending di Twist & Shout.       Più di quattro ore di grandissimo rock’n’roll: il pubblico finlandese è steso per terra, e anch’io ho bisogno di un integratore vitaminico.

Marco Verdi

Ritorna Uno Degli Album “Classici” Degli Anni ’80 In Versione Deluxe! Stevie Nicks – Bella Donna

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Stevie Nicks – Bella Donna – Atco/Rhino Deluxe Edition 3 CD

Ci sono dei dischi che risentiti a distanza di tempo risultano delle mezze delusioni, altri che sorprendono per l freschezza che hanno mantenuto nel tempo e poi ci sono i capolavori senza tempo. Direi che questo Bella Donna di Stevie Nicks probabilmente non rientra nella terza categoria, ma ci si avvicina molto: non sentivo il disco da parecchi anni e devo ammettere che riascoltandolo 25 anni dopo la sua uscita originale mi sono meravigliato di quanto sia bello. Dieci canzoni, tutte di grande qualità, e del tutto all’altezza di quanto la bionda di Phoenix, ma californiana per elezione, abbia fatto con la sua band, i Fleetwood Mac, di cui è sempre stata strenua “difenditrice” (per quanto il vocabolo al femminile suoni male), l’unica del trio delle stelle, con Lindsey Buckingham e Christine McVie, sempre presente nelle varie reunion del gruppo. La storia di Bella Donna, narrata con dovizia di particolari nel corposo libretto che è allegato alla tripla versione Deluxe, è abbastanza nota, ma facciamo un veloce ripasso. Siamo alla fine del 1980, i Fleetwood Mac sono al termine del tour mondiale per promuovere Tusk, disco che non ha ripetuto le vendite colossali di Rumours, ma ha raggiunto comunque i due milioni di vendite complessive e l’unanime plauso della critica, però quello viene considerato il disco di Buckingham (anche se ci sono ben cinque canzoni di Stevie, tra cui la splendida Sara). Comunque i rapporti amorosi intrecciati (e la loro fine), tra i vari componenti del gruppo hanno creato un ambiente quasi invivibile, la tensione tra Nicks, Buckingham e Mick Fleetwood è alle stelle, quindi Stevie. nelle pause tra una data e l’altra, si rifugia spesso nelle hall degli alberghi dove trova un pianoforte, per scrivere bozzetti di quello che sarà il suo primo album solista.

Ma prima fonda la propria etichetta, la Modern Records, all’interno del gruppo Warner/Atco, trova un produttore, Jimmy Iovine (scelto perché la Nicks voleva chiunque stesse producendo i dischi di Tom Petty), che poi diventerà anche il suo fidanzato, il quale le procura, in mancanza di un gruppo, alcuni dei migliori musicisti, non turnisti (questa è una pregiudiziale fondamentale), che suonavano in alcune delle migliori band americane: ed ecco Roy Bittan dalla E Street Band, Michael Campbell, Benmont Tench e Stan Lynch degli Heartbreakers, Don Felder e l’ex boyfriend Don Henley dagli Eagles, ma anche il chitarrista di Elton John Davey Johnstone, Waddy Wachtel alle chitarre, Bill Payne dei Little Feat al piano in un pezzo, Bobbye Hall alle percussioni, Bob Glaub al basso e Russ Kunkel alla batteria, per una sezione ritmica da sogno, oltre alle sue inseparabili amiche, e grandi esperte di armonie vocali, Lori Perry e Sharon Celani. Tutti coadiuvati da Iovine, che reduce dai suoi lavori, prima con John Lennon e Bruce Springsteen, poi con Meat Loaf e la Patti Smith di Easter, a soli 27 anni è uno dei produttori del momento, anche grazie al suo successo con Damn The Torpedoes di Tom Petty And The Heartbreakers, che convince, grazie alla loro complicità amorosa, la sua fidanzata, che comunque gli presenta una serie di splendide canzoni, alcune appena composte, altre recuperate dal passato, a registrare come singolo, un pezzo che Tom Petty e Mike Campbell avevano scritto apposta per lei (e da lì nascerà una “amicizia” e una collaborazione tra i due che proseguirà per tutti gli anni ’80), la bellissima Stop Draggin’ My Heart Around, uno splendido esempio del miglior rock americano dell’epoca.

Ma nel disco ci sono altre 9 canzoni, tra cui 3 ulteriori singoli: la poderosa Edge Of Seventeen, dedicata alla prima moglie di Petty, Jane, e il cui titolo nasce da un equivoco, quando Stevie chiese loro da quando si conoscevano lei gli rispose “from the age of seventeen” con un forte accento della Florida e la canzone prese quel titolo, oltre ad uno dei riff di chitarra più conosciuti dell’epoca, creato da Waddy Wachtel, e intorno al quale le Destiny’s Child di Beyoncé hanno costruito la loro hit Bootylicious, mentre il pezzo della Nicks è un grande esempio di rock californiano, degno delle migliori cose dei Fleetwood Mac, con le tre vocalist scatenate. La vellutata, fin dal titolo, Leather And Lace, era nata come una canzone da donare a Waylon Jennings e Jessi Colter per un duetto non utlizzato, e nel disco la ballata acustica viene eseguita in coppia con Don Henley, che entra solo nel finale, ma la canta da par suo. After The Glitter Fades, splendida, è una canzone dall’impianto country, con la pedal steel di Dan Dugmore e il piano di Roy Bittan in grande evidenza, oltre a Stevie che la canta in modo celestiale, con quella voce riconoscibile fin dalla prima nota, una delle più caratteristiche del rock americano.

Tra le altre canzoni la title-track è un’altra perfetta ballata mid-tempo di stampo west-coastiano, romantica e corale, di nuovo con il piano, questa volta Benmont Tench, protagonista assoluto, ma splendido anche il lavoro di tessitura della chitarra di Wachtel e i saliscendi nella costruzione sonora del brano; Kind Of Woman porta anche la firma di Tench, e grazie agli arpeggi dell’acustica di Johnstone potrebbe ricordare il sound dell’Elton John “americano”, ancora perfetto il lavoro di chitarra di Waddy Wachtel, uno dei grandi non celebrati dello strumento, mentre Think About It, che porta anche la firma di Roy Bittan, vede la presenza, proprio al piano, di Bill Payne, la canzone è una sorta di esortazione all’amica e compagna di avventura nei Mac, Christine McVie, a pensarci bene prima di andarsene dalla band , un altro brano molto bello, ma non ce n’è uno scarso, con un arrangiamento avvolgente e il suono nitido e ben delineato creato da Iovine, con tutti i musicisti registrati live in studio. After The Glitter Fades, di nuovo dalla chiara impronta country, con chitarre, piano e pedal steel celestiali, è un messaggio della giovane Stevie, alla futura stella Nicks, scritto in gioventù quando lei e Lindsey si arrabattavano tra mille mestieri in cerca di una futura gloria. How Still My Love è un altro brano dove si apprezza il classico sound pop-rock di eccellente fattura tipico dei Fleetwood Mac d’annata, come pure Outside The Rain, altra canzone forse minore, ma comunque di sicura presa, con la conclusiva The Highwayman, dove appaiono ancora Johnstone, Henley e Mike Campbell, brano di nuovo intimo, quasi dolente, ma di caratura superiore.

Nel secondo CD della confezione ci sono versioni alternative di Edge Of Seventeen, più lunga e meno rifinita, con alcune false partenze, Think About It, quasi più bella dell’originale, How Still My Love dove un organo svolazzante aggiunge fascino e brio alla costruzione del pezzo, Leather And Lace, in versione alternativa acustica, senza Henley, ma comunque bella, Bella Donna, è in formato demo, solo voce e piano. Poi ci sono alcuni inediti: Gold And Braid, uscita solo nel cofanetto Enchanted, anche questa volta con falsa partenza, ma poi diventa un bel pezzo rock, Sleeping Angel, in una versione alternativa con mandolino, rispetto a quella più rock usata nella colonna sonora di Fast Times At Ridgemont High, che troviamo in chiusura del dischetto, altra canzone di buona fattura. Come pure If You Were My Love, prevista per Mirage e poi apparsa nel recente 24 Karat Gold, e The Dealer prevista in Tusk, e pubblicata solo, con nuovo arrangiamento, sempre in 24 Karat Gold, questa avrebbe fatto un figurone in Tusk, Rumours o Bella Donna, dove volete. Manca ancora l’altro brano tratto da una colonna sonora, Blue Lamp, dal film di animazione Heavy Metal (il genere musicale non c’entra), suono fin troppo pompato e anni ’80, quelli non buoni, comunque non orribile.

Il terzo CD prevede un concerto strepitoso, registrato al Wiltshire Theatre di Beverly Hills nella serata finale, 13 dicembre del 1981, del brevissimo tour per promuovere l’album: 14 brani in tutto, con una band della madonna, Roy Bittan, Benmont Tench, Waddy Wachtel, Bob Glaub, Russ Kunkel, Bobby Hall e le due coriste Lori Perry e Sharon Celani, con la presentazione del babbo di Stevie Nicks, e versioni lunghe e poderose di sette brani dell’album, oltre a Gold Dust Woman, minacciosa e tirata, Gold And Braid, che manco i migliori Fleetwood Mac forse avrebbero saputo fare meglio, e anche una versione tiratissima di I Need To Know, degna dei migliori Heartbreakers, oltre a sontuose versioni di Dreams, Angel, Sara  e in conclusione, dopo una incredibile Edge Of Seventeen di quasi nove minuti, anche una magnifica Rhiannon. Pochi giorni dopo sarebbe rientrata nei ranghi per registrare insieme agli altri Fleetwood Mac il nuovo album Mirage, ma questo Bella Donna rimane il suo quasi capolavoro, a maggior ragione in questa versione potenziata: splendido, forse l’ho già detto?

Bruno Conti        

Ecco Un “Piccolo” Cofanetto Fatto Come Si Deve! Ian Hunter – Stranded In Reality Parte I

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*NDB. Come al solito quando Marco si lascia prendere la mano (ma per qualcosa che vale la pena) il contenuto del Post si allunga a dismisura, quindi dividiamo in due parti la recensione del cofanetto.

Ian Hunter – Stranded In Reality – Proper Box Set 28CD + 2DVD

Da sempre Ian Hunter è uno dei miei musicisti preferiti, in quanto per me rappresenta la quintessenza del cantante rock, con in più quel tocco dylaniano nel songwriting che non guasta (anzi): durante la sua lunga carriera, sia come frontman dei Mott The Hoople che da solista, ha mantenuto una qualità decisamente elevata, confermata circa due mesi fa dall’ottimo nuovo disco, Fingers Crossed. Per celebrare la parte solista del cammino discografico di Hunter, la Proper ha pubblicato (solo sul suo sito ed in una quantità limitata a 2.500 copie) questo Stranded In Reality, mastodontico box di ben 28 CD più due DVD, un’opera magnifica che ha il solo difetto di costare parecchio (250 sterline), ma che dimostra che quando si vuole è possibile gratificare i fans con prodotti di altissimo livello come questo. Infatti il box, oltre a comprendere tutti gli album solisti di Ian, sia quelli in studio (tranne l’ultimo, che è però appena uscito) sia i live ufficiali (e tutti in versione rimasterizzata ex novo, in confezione simil-LP e mantenendo tutte le bonus tracks delle varie edizioni deluxe uscite nel corso degli anni, ed ognuno con il suo bel booklet con testi e note), aggiunge ben nove CD quasi completamente inediti, tra brani in studio, outtakes, rarità assortite e canzoni dal vivo, e due DVD con performance varie ed anche in questo caso il più delle volte rare. In più, uno splendido libro con copertina dura e note di Ian stesso canzone per canzone, una rivista fittizia, intitolata Shades, che comprende recensioni ed articoli vari sul nostro pubblicati negli anni dalle più prestigiose testate inglesi, ed una foto autografata. Un cofanetto da leccarsi i baffi dunque, che vado a riepilogare per sommi capi, approfittandone anche per riassumere la carriera di un artista che secondo me andrebbe inserito nel novero dei grandi.

Ian Hunter (1975): il disco d’esordio di Ian è subito un classico. Con Mick Ronson come chitarra solista, partnership che proseguirà anche negli anni a seguire, Hunter ci regala un album che rappresenta alla perfezione la sua arte, a partire da Once Bitten, Twice Shy, un coinvolgente rock’n’roll ispirato da Chuck Berry, e che prosegue con la vigorosa Who Do You Love, la sontuosa Boy, una fantastica ballata di quasi nove minuti, l’acustica e toccante 3.000 Miles From Here, la solida The Truth, The Whole Truth, Nuthin’ But The Truth, con uno strepitoso assolo di Ronson, la vibrante e roccata I Get So Excited e, tra i bonus, le outtakes Colwater High e One Fine Day (entrambe con parti vocali incise nel 2005), che non avrebbero sfigurato sul disco originale.

All American Alien Boy (1976): registrato a New York con una superband (che vede Chris Stainton al piano, Jaco Pastorius al basso ed Aynsley Dunbar alla batteria, oltre a tre quarti dei Queen, cioè Freddie Mercury, Brian May e Roger Taylor ai cori nella ballad You Nearly Did Me In), questo è un altro grande disco, con più pezzi lenti rispetto all’esordio (ma Ian è un fuoriclasse anche nelle ballate), che si apre con la splendida Letter From Britannia To The Union Jack, una vera e propria missiva scritta con il cuore in mano da Ian al suo paese in profonda crisi, la scintillante title track, con gran lavoro di Pastorius, o la pianistica e bellissima Irene Wilde, una delle ballate più riuscite del nostro. Ma non sono da meno neanche Rape, dal sapore gospel, e la volutamente dylaniana God.

Overnight Angels (1977): un buon disco, molto più rock del precedente ma inferiore nel songwriting, un album poco considerato ma solido, con qualche buona canzone ed altre più normali. Golden Opportunity è un inizio potente e deciso come un pugno in faccia, ben bilanciato dalla pianistica Shallow Crystals, una rock ballad coi fiocchi. Ma la poco spontanea title track, un tentativo costruito a tavolino di scrivere una hit, non funziona, così come la pomposa Broadway; il resto si divide tra cose più riuscite ed altre meno (tra le prime la gradevole Miss Silver Dime e The Ballad Of Little Star, il miglior slow del disco), o veri e propri riempitivi come l’insulsa Wild’n’Free.

You’re Never Alone With A Schizofrenic (1979): al quarto disco Ian firma il suo capolavoro: con mezza E Street Band in session (Roy Bittan, Garry Tallent e Max Weinberg, più Ronson  di nuovo alla solista, l’ex Velvet Underground John Cale al piano in Bastard ed Eric Bloom dei Blue Oyster Cult ai cori) Schizofrenic è un grandissimo disco, quasi un greatest hits se si contano i futuri classici presenti. Grandi canzoni rock come Just Another Night, Cleveland Rocks, When The Daylight Comes (splendida) e Bastard, e superbe ballate come Ships, dal suono levigato, Standing In My Light e la straordinaria The Outsider, forse il più bel lento mai scritto dal nostro. Ma il disco brilla anche nei momenti meno noti, come il festoso errebi Wild East ed il boogie pianistico Life After Death; tra le bonus tracks, una Just Another Night più lenta ma altrettanto bella (con un grande Bittan) ed una scatenata versione del classico di Jerry Lee Lewis Whole Lotta Shakin’ Goin’ On.

Welcome To The Club (1979): la decade dei grandi dischi dal vivo si chiude con uno dei più belli, registrato al Roxy di Los Angeles, e che vede Hunter in forma strepitosa, ben coadiuvato da Ronson e da un gruppo che va come un treno. Dopo un inizio con la potente rilettura dello strumentale degli Shadows FBI, il doppio CD presenta versioni spiritate di classici di Ian solista ma anche dei Mott The Hoople (Angeline, poco conosciuta ma bellissima, All The Way From Memphis, I Wish I Was Your Mother, Walkin’ With A Mountain, il superclassico All The Young Dudes, One Of The Boys e The Golden Age Of Rock’n’Roll): un disco potente ma lucido ed ispirato anche nelle ballate (una Irene Wilde da favola), e con in fondo tre brani nuovi incisi in studio, dei quali il migliore è senza dubbio lo slow Silver Needles.

Short Back’n’Sides (1981): nonostante la presenza di due Clash, Topper Headon e soprattutto Mick Jones (che produce insieme a Ronson), questo esordio di Ian nella nuova decade è un disco un po’ involuto e senza particolari guizzi, con sonorità gonfie tipiche del periodo: si salvano Central Park’n’West, un pop-rock orecchiabile e coinvolgente nonostante l’uso massiccio di sintetizzatori, e la stupenda Old Records Never Die, ballata incisa la sera in cui viene assassinato John Lennon. Il resto, con la possibile eccezione della colorita I Need Your Love, un errebi alla Southside Johnny, è trascurabile (e Noises è proprio brutta): Hunter stesso, nelle note del book accluso al box, non è per nulla tenero verso questo album.

All Of The Good Ones Are Taken (1983): questo sarà l’ultimo disco di Ian negli anni ottanta (una decade nefasta per molti rockers), un album che non contiene classici futuri ma una media di canzoni migliore del precedente, anche se il sound è notevolmente peggiorato (Captain Void’n’The Video Jets fa davvero schifo): tra gli highlights abbiamo la bella title track, una rock song che risente solo in parte del suono dell’epoca (e presenta un paio di buoni interventi al sax di Clarence Clemons), il rock’n’roll un po’ bombastico di Every Step Of The Way, la bowiana Fun, l’orecchiabile That Girl Is Rock’n’Roll (ma troppi synth) e la soulful Seeing Double.

Yui Orta (1990): dopo sette lunghi anni di silenzio, Ian torna con l’unico disco accreditato a metà anche a Mick Ronson (che però si limita, si fa per dire, a suonare la solista ed a collaborare al songwriting), ed è un buon disco, un album rock con una produzione rutilante e con diverse buone canzoni, anche se non serve a rilanciare la figura del nostro. Hunter ritrova comunque grinta e smalto e le belle canzoni non mancano, come la potente rock ballad American Music, al livello dei suoi pezzi degli anni settanta, la seguente The Loner, diretta come un macigno, l’energica e vibrante Women’s Intuition, o ancora la trascinante Big Time, un rock’n’roll scatenato come ai bei tempi. E Livin’ In A Heart dimostra che il nostro è ancora in grado di scrivere ballate coi fiocchi.

Ian Hunter’s Dirty Laundry (1995): nel 1993 scompare tragicamente Mick Ronson, e Hunter va fino in Norvegia ad incidere il nuovo disco con musicisti locali. Le nuove generazioni conoscono poco il nostro, ed il fatto che Dirty Laundry esca per una piccola etichetta locale non aiuta di certo; è un peccato, perché il disco è il più riuscito dai tempi di Schizofrenic, un album di rock al 100%, grezzo, diretto e chitarristico, con brani come la ritmata Dancing On The Moon, la corale e splendida Good Girls, uno dei più bei rock’n’roll del nostro, la travolgente Never Trust A Blonde, rollingstoniana fino al midollo, la deliziosa Psycho Girl, tra rock e pop e con una fulgida melodia. Ma poi abbiamo anche la meravigliosa Scars, una sontuosa ballata elettroacustica e dylaniana, che avrebbe meritato ben altra sorte. E quelle che non ho citato non sono certo inferiori (Invisible Strings è splendida): un disco da riscoprire assolutamente.

BBC Live In Concert (1995): accreditato alla Hunter-Ronson Band, questo CD registrato a Londra nel 1989 è stato pubblicato anche per omaggiare lo scomparso Mick. Un ottimo live, ben suonato e con un Hunter in forma, che accanto a classici assodati (Once Bitten, Twice Shy, Just Another Night, Standing In My Light, Bastard, Irene Wilde), presenta ben sei brani in anteprima da Yui Orta, che uscirà di lì ad un anno (eccellenti How Much More Can I Take? e Big Time), ed anche un inedito, Wings, invero piuttosto trascurabile.

The Artful Dodger (1996): disco registrato in Norvegia come Dirty Laundry, ma con maggior dispendio di mezzi (all’epoca uscì per la Polydor), The Artful Dodger è meno rock e con più ballate del suo predecessore, ma ha il merito di rimettere in circolo il nome di Hunter. Un lavoro più che buono, che ha come brano centrale Michael Picasso, una toccante ballata dedicata all’amico Ronson, ma che presenta diversi pezzi sopra la media, come Too Much, uno slow d’atmosfera davvero riuscito, la superlativa Now Is The Time, il limpido folk-rock Something To Believe In, la cristallina (ed autobiografica) 23A, Swan Hill, o la title track, unico vero rock’n’roll del CD. Mentre il funk-rap di Skeletons era meglio se non ci fosse stato.

Fine Prima Parte.

Marco Verdi

Una Bella Dose Di Rock And Roll Non Fa Mai Male! Willie Nile – World War Willie

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Willie Nile – World War Willie – River House Records/Blue Rose/Ird

Partiamo da un fatto assodato: Willie Nile (nome d’arte di Robert Anthony Noonan), rocker di Buffalo, ma trapiantato a New York, nel corso di 36 anni di attività non ha mai sbagliato un disco, anche se ne ha incisi appena una decina, sebbene le premesse di inizio carriera fossero ben diverse dallo status di cult artist al quale è ormai ancorato. Infatti il suo omonimo esordio del 1980, un disco di pura poesia rock’n’roll tra Byrds, Bob Dylan, punk e Lou Reed, era una vera e propria bomba, un album che personalmente avrei giudicato il migliore di quell’anno se un certo rocker del New Jersey non avesse pubblicato un doppio intitolato The River: il suo seguito, Golden Down (uscito l’anno seguente), non aveva la stessa forza, ma era comunque un gran bel lavoro, e lasciava presagire l’ingresso di Willie nell’olimpo dei grandi.

Poi, all’improvviso, ben dieci anni di silenzio, pare dovuti a beghe contrattuali con l’Arista e problemi personali, un’assenza che in buona fine gli ha stroncato la carriera (almeno a certi livelli): il ritorno nel 1991 con l’eccellente Places I Have Never Been, uno scintillante album con almeno una mezza dozzina di grandi canzoni ed una produzione di lusso, prima di ricadere nell’oblio per altri otto lunghi anni (in mezzo solo un EP, Hard Times In America, oggi introvabile), quando Willie pubblica il buon Beautiful Wreck Of The World, che ci mostra un artista un po’ disilluso ma sempre in grado di fare grande musica. Ancora sette anni di nulla, poi dal 2006 Nile si mette finalmente a fare sul serio, facendo uscire ben quattro lavori in otto anni (gli splendidi Streets Of New York e American Ride ed i discreti House Of A Thousand Guitars e The Innocent Ones): in tutto questo tempo Willie non è cambiato, fa sempre la sua musica, un rock urbano con pezzi al fulmicotone e ballate di grande impatto, dimostrando una coerenza ed una rettitudine che gli fa onore (io gli ho parlato brevemente una sera del 2008 a Sesto Calende e ho trovato una persona modesta, gentile e disponibilissima, e stiamo parlando di uno che da del tu a Bruce Springsteen).

Meno di un anno e mezzo fa , un po’ a sorpresa, Willie ha pubblicato il bellissimo If I Was A River http://discoclub.myblog.it/2015/01/12/fiume-note-poetiche-notturne-willie-nile-if-i-was-river/ , un disco di ballate pianistiche, un lavoro molto diverso dai suoi soliti, ma di una profondità ed intensità notevole, che un po’ tutti hanno giudicato uno dei suoi migliori di sempre: oggi, esce World War Willie (titolo un po’ così così, ed anche la copertina non è il massimo), un album che ci riporta il Willie più rocker, quasi fosse la controparte del disco precedente. Prodotto da Willie insieme a Stewart Lerman, e suonato con una solida band formata da Matt Hogan alle chitarre, Johnny Pisano al basso ed Alex Alexander alla batteria (e con la partecipazione di Steuart Smith, chitarrista dal vivo degli Eagles, in tre pezzi, e della nostra vecchia conoscenza James Maddox ai cori, oltre che a Nile stesso a chitarre e piano), World War Willie ci mostra il lato rock del nostro, e meno quello cantautorale, un disco di chitarre e ritmo altro che palesa l’ottimo stato di forma del riccioluto musicista, anche se, forse, si pone un gradino sotto i suoi lavori migliori. Ma forse la cosa è voluta: dopo due dischi come American Ride (uno dei suoi più belli di sempre) e If I Was A River Willie ha deciso di divertirsi e di fare solo del sano rock’n’roll senza fronzoli…e chi siamo noi per disapprovare?

Forever Wild ha un inizio pianistico alla Roy Bittan, poi entrano le chitarre, la sezione ritmica e la voce riconoscibilissima del nostro ad intonare una tipica rock ballad delle sue, con un bel ritornello corale ed una generosa dose di elettricità. La discorsiva Let’s All Come Together è classico Willie, sembra uscita da uno dei suoi primi due album, con la voce che non ha perso smalto, altro chorus da singalong e feeling a profusione; l’energica Grandpa Rocks è a metà tra Clash e rock urbano della New York anni ’70 (CBGB e dintorni), forse poco originale ma di sicuro impatto adrenalinico, mentre con Runaway Girl Willie stempera un po’ gli animi con una canzone elettroacustica che rivela il suo lato più romantico.

La title track è un boogie frenetico che ha la freschezza del primo Link Wray ed il solito mix tra ironia ed amarezza nel testo, niente di nuovo dal punto di vista musicale, ma ormai è chiaro che in questo disco il Willie songwriter si è preso una piccola vacanza in favore del suo gemello rocker. L’annerita Bad Boy è un travolgente e ritmato swamp-rock con venature blues, meno tipico ma decisamente riuscito, anche qui con un ritornello killer; Hell Yeah non avrà un testo da dolce stil novo ma ha un tiro irresistibile, un boogie frenetico e tostissimo, mentre Beautiful You fa calare un po’ la tensione e si rivela forse la meno riuscita del CD, priva com’è di una vera e propria melodia.

Splendida per contro When Levon Sings, un sentito omaggio a Levon Helm, suonata e cantata con un’andatura quasi da country ballad, ritmo saltellante e motivo di prim’ordine: il miglior Willie (come spesso capita quando dedica una canzone a qualcuno, pensate alla stupenda On The Road To Calvary, scritta in memoria di Jeff Buckley). L’album si chiude in deciso crescendo con il bel rock’n’roll urbano di Trouble Down In Diamond Town, un brano scintillante che rivela echi di Springsteen, seguito dalla divertente Citibank Nile, costruita intorno ad un tipico giro di blues, e soprattutto da una rilettura potente del superclassico di Lou Reed (e dei Velvet Underground) Sweet Jane, un brano che già in passato aveva avuto cover di livello (ricordo in particolare quelle, molto diverse tra loro, dei Mott The Hoople e dei Cowboy Junkies): Willie preme l’acceleratore, lascia in primo piano il mitico riff e ci consegna una versione piena di feeling e di rispetto per lo scomparso Lou.

Fa sempre bene un po’ di rock’n’roll ogni tanto, e Willie Nile è uno che non ce lo fa mai mancare.

Marco Verdi

I Segreti Di Un Capolavoro! Bruce Springsteen – The Ties That Bind: The River Collection

bruce springsteen the ties that bind cover

Bruce Springsteen – The Ties That Bind: The River Collection – Columbia/Sony 4CD + 3DVD – 4CD + 2BluRay

Per il sottoscritto The River non è solo il disco più bello di Bruce Springsteen, ma, se non fosse per Highway 61 Revisited di Bob Dylan, sarebbe anche il mio disco preferito in assoluto di tutti i tempi: un doppio album leggendario, che veniva al termine di un periodo di incredibile creatività (sembra che il Boss avesse scritto qualcosa come 75 canzoni nuove) e a due anni da quello che già all’epoca sembrava una vetta difficile da superare, cioè Darkness On The Edge Of Town. A 35 anni da quel capolavoro esce finalmente, dopo che era sembrato imminente più di una volta, The Ties That Bind (che oltre alla canzone di apertura di The River era anche il suo titolo originario), un cofanetto che prosegue il discorso di ristampe deluxe del nostro dopo quelle di Born To Run (un tantino deludente) e del già citato Darkness (splendida): un sontuoso box che, oltre ad un bellissimo libro con foto rare di Bruce e della sua E Street Band, contiene i due CD del disco originale (che spero tutti conoscerete, altrimenti che ci fate qui?), la versione che sarebbe dovuta uscire singola nel 1979 (poi fortunatamente annullata in favore del doppio che tutti conosciamo), ed un CD di outtakes delle stesse sessions (22 brani, metà dei quali completamente inediti, altri usciti all’epoca su Tracks e sul terzo dischetto della Essential Collection), oltre a tre DVD (o due BluRay) con un documentario di un’ora scarsa in cui il Boss di oggi racconta in maniera assolutamente rilassata la genesi di quel fondamentale disco, accennandone anche diversi brani con la chitarra acustica, e soprattutto un grandissimo concerto tenutosi a Tempe, Arizona, nel 1980.

bruce springsteen the ties that bind

Un’operazione scintillante dunque, che però non ha mancato di attirare diverse critiche, principalmente per il fatto che il CD di outtakes è composto per metà di brani già noti (ma a mio parere risentirli nel giusto contesto ha perfettamente senso) e anche perché la performance sulla parte video è incompleta (ma in questo caso sono state utilizzate solo le immagini effettivamente girate, e poi sono pur sempre due ore e quaranta di concerto): in questo post non mi metterò certo a ricostruire la storia di The River o la sua importanza nel contesto dell’epoca, per quello ci sono Wikipedia ed altre ottime analisi online fatte da altri e poi chi legge abitualmente questo blog credo che conosca a menadito quel disco, ma mi limiterò ad esaminare brevemente le parti inedite del cofanetto.

CD 3 – The Single Album: il disco originale, con dieci canzoni, era già pronto ad essere messo in commercio con il titolo di The Ties That Bind, ma grazie al cielo Bruce ebbe più di un dubbio sulla sua unitarietà e ritornò in studio per rifarlo da capo a piedi. Non che così fosse un brutto disco (anzi), ma, sapendo cosa sarebbe poi stato The River, risulta effettivamente monco ed in un certo senso inferiore anche a Darkness On The Edge Of Town, anche se comunque l’ascolto è assolutamente gratificante. Quattro dei dieci brani sono le stesse versioni finite poi sul doppio definitivo (Hungry Heart, The River, I Wanna Marry You e The Price You Pay), altri due sono usciti su Tracks (Be True e Loose Ends, quest’ultima incomprensibilmente esclusa da The River, essendo al livello di quelle pubblicate e nettamente superiore a, per esempio, Crush On You), due diverse takes di The Ties That Bind, praticamente identica a quella conosciuta, e di Stolen Car, che preferisco a quella pur bellissima uscita su The River, meno lenta e con una fisarmonica che le dona un sapore più roots. I due inediti assoluti sono la deliziosa Cindy, una pop song urbana molto anni sessanta che sa parecchio di Dion & The Belmonts, ed una You Can Look (But You Better Not Touch) molto diversa da quella nota, meno urgente ma più festosa e rock’n’roll, anch’essa con il suo bel perché.

CD 4 – River Outtakes: come già detto da più parti, le prime undici canzoni delle ventidue totali sono inedite anche per i collezionisti più incalliti, e se forse nessuna di esse è superiore a quelle poi finite sul disco definitivo (con l’eccezione a mio parere della già citata Crush On You e forse anche di I’m A Rocker), almeno quattro-cinque di esse non avrebbero certo sfigurato. Meet Me In The City è una veloce ed ariosa rock song tipica del nostro, con il piano di Roy Bittan a guidare la melodia, ritmo alto e chitarre ruspanti (anche se la voce mi sembra quella di oggi, infatti pare che in alcuni brani ci siano sovraincisioni sia vocali che strumentali). La spedita The Man Who Got Away ha un deciso feeling urbano ed un tocco errebi, graziosa ma non al livello delle migliori, mentre la guizzante Little White Lies è decisamente bella, ancora con il piano che comanda ed un motivo che cattura al primo ascolto; The Time That Never Was ha un piede negli anni ’60 e risente dell’influenza di Phil Spector, ma il suono è tipicamente E-Street, mentre Night Fire (cioè le due parole più frequenti nei titoli di Bruce) è un highlight assoluto, una rock ballad sontuosa che non ha paura di quelle finite su The River, potente, lucida, dall’andatura maestosa. Whitetown è un gradevole pezzo che ci mostra la versione più pop del Boss, e sarebbe potuta essere un ottimo singolo anche se la melodia è abbastanza atipica per il nostro, Chain Lightning è un potente boogie di quelli che Bruce scrive quando decide di divertirsi, anche se è indubbiamente una canzone di secondo piano; Party Lights è sulla stessa lunghezza d’onda, ma decisamente meglio, uno di quei rock’n’roll che dal vivo fanno scintille, ed anche questa è un mistero come non sia finita sul disco originale (ma forse alla fine sarebbe diventato un album triplo), Paradise By The “C” la conoscevamo già (era sul box Live 1975/1985), uno strumentale costruito intorno al sax di Clarence Clemons, divertente ma leggerino. Le ultime due outtakes inedite sono Stray Bullet, un lento notturno e pianistico con tanto di clarinetto, un brano dal pathos notevole che Bruce non avrebbe dovuto dimenticare in un cassetto, e Mr. Outside, praticamente un demo voce e chitarra, un po’ grezzo e tutto sommato trascurabile. Poi, come detto, altre undici canzoni già pubblicate in passato (tutte molto rock’n’roll), che però in questo contesto funzionano benissimo.

DVD/BluRay – Live In Tempe, AZ: un concerto straordinario (peccato sia monco), registrato la sera dopo l’elezione di Ronald Reagan a Presidente degli USA (e da un commento che fa Bruce non mi sembrava granché entusiasta), con una qualità di immagine più che discreta visto che stiamo parlando del 1980 ed un suono eccellente. In quel periodo Bruce e la E Street Band erano all’apice della forma: i concerti del biennio 1980-1981 sono quasi unanimemente considerati come lo zenith del Boss, sono ancora grandissimi oggi per carità, ma assomigliano più ad una big band, con tutti quei fiati e coristi, mentre allora erano “solo” in sette (neppure Nils Lofgren e Patti Scialfa facevano ancora parte del gruppo) ed avevano un suono più compatto e puro. Dei 24 pezzi presenti (più altri cinque tratti da un soundcheck) Bruce e compagni affrontano diversi brani da The River, ma anche highlights dai due album precedenti (mentre i primi due lavori sono rappresentati solo da Rosalita, festosa come sempre), per concludere più di due ore di grandissimo rock’n’roll (ma anche di superbe ballate, su tutte Drive All Night ed una epica Jungleland) con l’imperdibile Detroit Medley. Gli E-Streeters girano veramente a mille, Clarence Clemons non era ancora il paracarro degli ultimi anni, Little Steven una valida spalla e non la presenza folcloristica di oggi (mentre Max Weinberg, Roy Bittan e Garry Tallent sono ancora immensi adesso, come sono convinto sarebbe anche il povero Danny Federici, se fosse ancora tra noi), ma la differenza più sostanziale è proprio in Bruce: ai giorni nostri è ormai un artista maturo ed esperto, in pace con sé stesso, che suona ancora dal vivo perché si diverte a farlo, ed ogni suo concerto è una sorta di celebrazione con i fans, ma a Tempe si notano la fame e gli occhi della tigre, come se la sua carriera futura dipendesse dall’esito di quello show. CD di outtakes a parte, un concerto che vale il prezzo del cofanetto.

Marco Verdi

P.S: ecco le tracklist complete del CD di outtakes e del BluRay/DVD:

[CD4 – The River: Outtakes]
1. Meet Me In The City
2. The Man Who Got Away
3. Little White Lies
4. The Time That Never Was
5. Night Fire
6. Whitetown
7. Chain Lightning
8. Party Lights
9. Paradise By The C
10. Stray Bullet
11. Mr. Outside
12. Roulette
13. Restless Nights
14. Where The Bands Are
15. Dollhouse
16. Living On The Edge Of The World
17. Take ‘em As They Come
18. Ricky Wants A Man Of Her Own
19. I Wanna Be With You
20. Mary Lou
21. Held Up Without A Gun
22. From Small Things (Big Things One Day Come)

DVD 2
The River Tour, Tempe 1980 Part 1
“Born to Run”
“Prove It All Night”
“Tenth Avenue Freeze-Out”
“Jackson Cage”
“Two Hearts”
“The Promised Land”
“Out in the Street”
“The River”
“Badlands”
“Thunder Road”
“No Money Down”
“Cadillac Ranch”
“Hungry Heart”
“Fire”
“Sherry Darling”
“I Wanna Marry You”
“Crush on You”
“Ramrod”
“You Can Look (But You Better Not Touch)”

DVD 3
The River Tour, Tempe 1980 Part 2
“Drive All Night”
“Rosalita (Come Out Tonight)”
“I’m a Rocker”
“Jungleland”
“Detroit Medley”
“Where the Bands Are” (Credits)

Bonus: The River Tour Rehersals
“Ramrod”
“Cadillac Ranch”
“Fire”
“Crush on You”
“Sherry Darling”