Lo Springsteen Della Domenica: Altra Storica Testimonianza Da Un Tour Leggendario! Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy, July 7, 1978

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Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy, July 7, 1978 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Se la tournée del 1975 aveva creato grande interesse dei media e del pubblico nei confronti della figura di Bruce Springsteen, quella lunghissima ed estenuante del 1978 fece entrare il nostro nel mito, insieme alla sua E Street Band, come performer dal vivo. Bruce aveva da poco pubblicato Darkness On The Edge Of Town, un album eccezionale (per molti il suo migliore) che risentiva delle tensioni accumulate in quegli anni a seguito dei problemi legali con Mike Appel che avevano rischiato di stroncargli la carriera. Ed il lungo tour era la logica conseguenza di quel disco sofferto, con performance interminabili ed infuocate, vere e proprie celebrazioni rock come non si erano mai viste fino a quel momento, ed alcune serate vennero tramandate ai posteri come leggendarie. La serie degli archivi live del Boss, che da qualche tempo viene aggiornata mensilmente, ha già all’attivo tre serate del 1978, il mitizzato show all’Agora Ballroom di Cleveland, quello altrettanto noto di Passaic, ed il meno famoso concerto di Houston di fine tour: l’altro spettacolo che tra i fans del Boss era sicuramente nella Top Ten assoluta era quello del 7 Luglio al mitico Roxy Theatre di West Hollywood, ed oggi possiamo gustarcelo in tutto il suo splendore, inciso alla grande e finalmente al completo.

Ho detto al completo in quanto otto pezzi di questa serata erano già usciti ufficialmente sul discusso box Live 1975-85, ma ora trovano posto nel loro contesto originale, ed è tutta un’altra cosa, anche se, istigati dal famoso  “All you bootleggers out there in Radioland, roll your tapes!”, lanciato proprio in occasione di questo broadcast radiofonico, di registrazioni, anche ottime, di questa data ne esistono a iosa. Un concerto magnifico quindi, potente  ed arso dal sacro fuoco che Bruce produceva in ogni serata, con la band che gira che è una meraviglia (all’epoca erano in sette incluso il leader: Roy Bittan, Little Steven, Garry Tallent, Danny Federici, Clarence Clemons e Max Weinberg) e quello che ancora più stupisce è la prova vocale del Boss, che nelle tre ore abbondanti di show non ha mai un cedimento o una sbavatura, quasi come se fosse stato inciso in studio, ed in varie sessioni. Dopo una breve introduzione parlata lo show inizia subito in maniera irresistibile con una strepitosa versione di Rave On di Buddy Holly, che dimostra che il gruppo è già bello caldo, a cui fanno seguito una potente Badlands, che fa saltare per aria il teatro, ed una fulgida Spirit In The Night, con il nostro che ha già la folla in pugno ed inizia a gigioneggiare alla sua maniera. Oltre alla citata Badlands, ci sono altre sei canzoni prese dall’allora recente Darkness On The Edge Of Town: se Candy’s Room non mi ha mai fatto impazzire, le altre sono magnifiche, dalla title track, un concentrato di potenza ed intensità, alle trascinanti The Promised Land e Prove It All Night (quest’ultima con la strepitosa introduzione strumentale dell’epoca), senza dimenticare una devastante Adam Raised A Cain, in cui le chitarre quasi urlano, ed una Racing In The Street mai così bella (e con uno straordinario Bittan).

Ma gli highlights non sono certo finiti qui, in quanto il Boss ci delizia con una frizzante For You, che non ricordavo così bella, una magica Thunder Road messa a chiusura della prima parte, un’anteprima di The River con una emozionante Point Blank, già tesa e drammatica, ed un doppio omaggio ai suoi esordi con Growin’ Up e It’s Hard To Be A Saint In The City (con grande assolo chitarristico finale) una in fila all’altra. E come ciliegina una monumentale Backstreets di dodici minuti, considerata una delle più belle mai eseguite (e che è stata incredibilmente dimenticata nella tracklist stampata sul retro del CD). Detto di due omaggi a grandi del rock’n’roll come Bo Diddley (Mona, che si fonde con She’s The One) ed Elvis Presley (una sorprendente Heartbreak Hotel), il concerto volge al termine con le immancabili Rosalita e Born To Run, oltre che con un altro brano inedito che finirà su The River, e cioè una struggente Independence Day per piano solo, un momento di straordinario pathos che Bruce dedica a suo padre. Gran finale con la travolgente Because The Night, che all’epoca Patti Smith aveva appena pubblicato, ed una conclusione pirotecnica a tutto errebi (Raise Your Hand) e rock’n’roll (Twist And Shout, dopo una lunga attesa), un uno-due che non fa prigionieri.

Il tutto succedeva quarant’anni fa, ma ad ascolto ultimato vi sembrerà di esserci appena stati di persona.

Marco Verdi

Un Tedesco “Americano”. Markus Rill & The Troublemakers – Dream Anyway

markus rill dream anyway

Markus Rill & The Troublemakers – Dream Anyway – Blue Rose

Markus Rill è nato a Francoforte, Germania, nel 1970: non il primo posto dove uno può innamorarsi della musica “Americana”. Ma un viaggio di studio ad Austin, per completare gli studi, può sicuramente aiutare, anche a conoscere la musica di Guy Clark e Townes Van Zandt, che, uniti alla passione per l’immancabile Bob Dylan, forgiano i gusti del giovane Markus, che negli anni ’90 inizia a fare musica. E nel 1996 sarà l’opener del concerto di uno dei suoi idoli, Van Zandt, quando il texano passa dalla Germania per un concerto. Nel 1997 Rill pubblica a livello indipendente il suo primo album Gunslinger’s Tales, poi, nel corso degli anni, ne seguiranno parecchi altri, una decina in tutto, perlopiù su Blue Rose, di cui tre registrati a Nashville, con molti musicisti locali, e ristampati in un box quadruplo The Nashville Albums, che contiene anche un quarto album, dove molti colleghi di etichetta re-interpretano le sue canzoni in una sorta di omaggio.

Questo Dream Anyway è’ il secondo disco che registra con i Troublemakers, la sua band tedesca, e segue My Rocket Ship, che aveva avuto giudizi contrastanti, ancorché abbastanza positivi. Sin dalla foto di copertina, che lo vede di fronte ad un microfono vintage con ciuffo d’ordinanza, si capisce perché gente come Tom Waits e Bonnie Raitt ha espresso apprezzamento per il tuo lavoro, come pure Rosanne Cash, Gretchen Peters e Ray Wylie Hubbard, che, con ironia, si è spinto a dire, “se vi piacciono le boy bands probabilmente odierete Markus Rill”, che anche per chi scrive è un grandissimo complimento. I tredici brani del nuovo album hanno, a tratti, un’aria da heartland rock quasi alla Mellencamp o alla Springsteen vecchia scuola, per esempio la bellissima Something Great, che apre le operazioni con una verve ed una grinta che non sempre si riscontrano nei suoi dischi. Walk On Water, con i suoi intrecci di mandolini, bouzouki e chitarre acustiche, è un bel pezzo di folk-rock con una melodia ricorrente che ti rimane in testa, sicuramente aiutata dalla voce calda ed espressiva di Rill, che forse non è un grandissimo cantante, ma se la cava egregiamente, mentre The Pauper’s Daughter, con la voce di supporto della tastierista e suonatrice di fisarmonica Manuela Huber, è più intima e raccolta, ma sempre godibile nella sua semplicità. Caroline’s Confession, con banjo e fisa a fronteggiare le due chitarre elettriche ricorda la musica di certi cantautori irlandesi, ma di scuola americana, come Paul Brady o Luka Bloom, notevole il solo di chitarra di Marco Hohner nella lunga outro del brano.

Molto piacevole il country-folk della deliziosa Poor man’s set of wheels, che ricorda certe cose dei Lowlands dell’amico Ed Abbiati, tra America e Scozia come impronta sonora (qualcuno ha anche detto Waterboys?) In effetti anche Mike Scott potrebbe essere tra le influenze di questo musicista. Losing My Mind è la classica ballata da cantautore consumato, dolce ed avvolgente, grazie all’intreccio tra chitarre acustiche, elettriche e tastiere. Ovviamente avrete capito che il “country” di questo album è quello che arriva dall’Other Side Of Nashville, quello intriso di musica delle radici, che qualcuno chiama “americana” anche se non tutti apprezzano il termine. The Girls On The Polka Dot Dress con il suo riff alla Buddy Holly, torna a “roccare” decisa, con un bel drive di batteria e le armonie vocali di Manuela e Marco, che poi rilascia un breve assolo di slide. Over Long Ago, una storia di abuso sui bambini, si regge sul lavoro del piano, ben sostenuto da contrabbasso e batteria spazzolata, oltre ad una lap steel appena accennata, con Hands Of mercy, dalla costruzione sixties, grazie al jingle-jangle della chitarra, al suono dell’organo farfisa e alle delicate armonie vocali, ha un’aria più scanzonata. E Some Democracy è la folk song sugli inganni della “politica”, la canzone più impegnata del disco, anche se l’arrangiamento con banjo e armonica non ha forse la grinta che ci si aspetta, vagamente alla Cockburn, ma il canadese le fa molto meglio. Better, come dice il titolo, è decisamente meglio, un pezzo rock dall’appeal vagamente pettyano, con un bel apporto da parte delle chitarre elettriche, Roll Along ha un buon lavoro di Rill alla chitarra Resonator, ma non decolla, come altri brani dell’album, e questo è forse il difetto del disco, buono nell’insieme ma senza troppi picchi qualitativi, salvo, per esempio, proprio nella conclusiva Dream Anyway, di nuovo ricca di grinta rock’n’roll, con una bella armonica springsteeniana.

Bruno Conti

Testi Da Film Porno, Ma Musica Bellissima! Wheeler Walker Jr. – Redneck Shit

wheeler walker jr. redneck shit

Wheeler Walker Jr. – Redneck Shit – Pepper Hill/Thirty Tigers CD

Nel vasto panorama hard rock statunitense c’è una band chiamata Steel Panthers che ripropone il classico look e le sonorità del cosiddetto hair metal degli anni ottanta (per intenderci, band come Motley Crue, Poison, Cinderella, ecc.), abbinando il tutto ad un repertorio di canzoni talmente sboccate da sfiorare quasi la parodia (credo volutamente) di un certo stile di vita Sex, Drugs & Rock’N’Roll tipico di quegli anni. Si sa che però il pubblico di quel tipo di musica è aperto ad un certo tipo di testi, mentre è risaputo che viceversa i fruitori di musica country, anche qualora prediligenti il filone più progressista, hanno gusti ed abitudini molto più tradizionali. Immagino quindi lo sconquasso che provocherà l’album di debutto di Wheeler Walker Jr., musicista del Kentucky, che già dal titolo, Redneck Shit, lascia ben poco all’immaginazione: l’album è formato infatti da undici brani di una volgarità inaudita, con titoli inequivocabili e testi (non inclusi, ma si capiscono benissimo lo stesso) che farebbero arrossire anche il più rozzo dei camionisti texani. Chiaramente in America le recensioni ed i commenti saranno tutti per il linguaggio usato da Walker, ed è un vero peccato, in quanto la musica presente in Redneck Shit è quanto di meglio si possa trovare oggi in ambito country: innanzitutto va detto che il produttore è l’ormai nostro beniamino Dave Cobb (e comincio ormai a sospettare che le sue giornate siano formate da più di 24 ore), uno che è una garanzia di qualità, ma il merito principale va riconosciuto a Walker, un countryman davvero con le palle, che coniuga country elettrico, rock’n’roll e boogie in una miscela irresistibile e con un senso del ritmo e della melodia non da tutti.

I suoi eroi sono un po’ i soliti, da Waylon Jennings a Willie Nelson passando per Merle Haggard, ma Wheeler riesce a non essere derivativo per nulla, mettendo nei suoi pezzi una freschezza ed un feeling che non sentivo da tempo: Cobb poi ci mette il suo tocco, e la band che accompagna il nostro suona che è un piacere (oltre a Cobb stesso, ci sono i fratelli Leroy e Chris Powell rispettivamente alle chitarre e batteria, oltre a Bryan Allen al basso), pochi musicisti ma con un tiro notevole, tanto da farci spesso dimenticare i testi da censura. Apre la title track, veloce e spigolosa, con un riff ripetuto ed un ritornello scorrevole (anche se sboccatissimo), seguita a ruota da Beer, Weed, Cooches, molto più country (bella la steel), un ritmo saltellante, arrangiamento d’altri tempi ed un refrain decisamente orecchiabile: Wheeler dimostra di non essere un bluff, e la mano di Cobb inizia a sentirsi. La languida Family Tree è una malinconica ballad dallo splendido ritornello (con però un testo da censura pesante), mentre Can’t Fuck You Off My Mind è puro rockabilly, voce chiara, gran ritmo e due belle chitarrine che lavorano sullo sfondo.

Fuck You Bitch (non vi serve la traduzione, vero?) è una bellissima ballata in puro stile cosmic country, quasi un pezzo sullo stile di Gram Parsons, con Cobb che la veste alla perfezione: peccato per le parole, di una volgarità quasi fastidiosa (e ve lo dice uno che è tutto meno che moralista, anzi non li posso vedere) più che altro perché  rischiano di far passare in secondo piano un talento musicale non indifferente. Drop ‘Em Out è un breve divertissement con un irresistibile refrain corale, Eatin’ Pussy/Kickin’ Ass è un boogie tosto e granitico sullo stile di La Grange (giuro), con un’armonica tagliente sullo sfondo, una chitarrona pressante ed il nostro che mostra di sapersi muovere anche in territori diversi https://www.youtube.com/watch?v=vlq9UWWqe44 ; Fightin’, Fuckin’, Fartin’ è un’allegra country song molto Buddy Holly, davvero godibile anche se è meglio non parlare del testo. Better Off Beatin’ Off  ha un’ottima melodia ed un accompagnamento scintillante, una country ballad elettrica di notevole spessore, la guizzante Sit On My Face ha reminiscenze wayloniane, mentre Which One O’ You Queers Gonna Suck My Dick? (provo imbarazzo solo a scriverli certi titoli) è un altro boogie’n’roll scatenato, che chiude positivamente un piccolo grande disco.

Peccato per i testi volgarissimi, più che altro perché rischiano di mettere in cattiva luce sia Wheeler Walker Jr. che l’ottima musica da lui proposta.

Marco Verdi