Bluesmen A Tempo Determinato. Parte 2: Tony Joe White – Bad Mouthin’

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Tony Joe White – Bad Mouthin’ – Yep Roc CD

Tony Joe White, noto cantautore e musicista originario della Louisiana e tra i massimi esponenti del cosiddetto swamp-rock, è uno di quelli che, se proprio non fa sempre lo stesso disco, di sicuro non abbandona mai del tutto il suo stile https://discoclub.myblog.it/2016/07/05/sempre-la-solita-zuppa-si-ottimo-saporito-gumbo-tony-joe-white-rain-crow/ . Quando però la qualità è sempre medio-alta questo fatto può essere indubbiamente positivo, dato che comunque stiamo parlando di uno che raramente tradisce. Nel corso di una lunga carriera iniziata alla fine degli anni sessanta, White ha inciso più di venti album di studio, dischi a cavallo tra rock e blues, ritagliandosi il ruolo di musicista di culto e creando uno stile “laidback” molto riconoscibile, che lo ha sempre fatto sembrare una sorta di J.J. Cale più paludoso https://discoclub.myblog.it/2010/09/20/lampi-dal-passato-tony-joe-white-that-on-the-road-look-live/ . Ho detto del blues, un genere che nella sua musica è sempre stato un elemento fondamentale, anche se fino ad oggi Tony un disco di solo blues non lo aveva mai registrato. Ebbene, con Bad Mouthin’ White ha fatto il suo primo “blues-based album”, ed alla bella età di 75 anni: un po’ come Billy Gibbons con The Big Bad Blues (di cui mi sono occupato nella prima parte di questo doppio post), ma a differenza del leader degli ZZ Top, che ha optato per sonorità vigorose e molto rock, Tony ha fatto un disco nel suo stile abituale, in maniera totalmente rilassata ed operando quasi per sottrazione.

Anche il gruppo che lo accompagna è ridotto all’osso: infatti, oltre alla chitarra ed armonica di Tony, abbiamo soltanto la sezione ritmica formata da Steve Forrest (basso) e Bryan Owings (batteria), ed anche la produzione di Jody White (suo figlio) è scarna ed essenziale. Ma Tony è questo, non cambia nemmeno se gli sparate, ma alla fine Bad Mouthin’ si lascia ascoltare tutto d’un fiato e ci consegna un musicista in ottima forma, oltre che pienamente credibile anche come bluesman. Il disco, dodici canzoni, si divide a metà tra cover e brani originali, alcuni dei quali sono stati scritti in gioventù da White e poi lasciati in un cassetto, ma suonano freschi come se fossero stati composti la settimana scorsa. Il CD inizia benissimo con la title track, un blues all’apparenza canonico che però viene nobilitato dalla performance del nostro, al solito rilassata (a volte sembra che si sia appena svegliato), ma puntuale e precisa negli spunti chitarristici e di armonica, un pezzo che ha molto in comune con il già citato J.J. Cale, altro maestro dello “scazzo” messo in musica. Baby Please Don’t Go, di Joseph Lee Williams e resa popolare dai Them, è molto diversa da quella di Van Morrison e soci, in quanto vede Tony in perfetta solitudine, solo voce, armonica e chitarra acustica, per uno stripped-down blues di notevole intensità, e lo stesso arrangiamento è riservato anche alla sua Cool Town Woman, che sembra la prosecuzione della precedente, con forse una partecipazione leggermente maggiore da parte del nostro.

Ecco due splendide cover di due classici assoluti: Boom Boom di John Lee Hooker è elettrica, cadenzata e più rallentata rispetto all’originale, ed assume un’aria quasi minacciosa (lo stile di White in questo disco è simile a quello dei primi dischi del grande Hook), e Big Boss Man di Jimmy Reed, ancora acustica ed essenziale (con questo tipo di approccio Tony potrebbe registrare un album al giorno). Poi abbiamo tre pezzi originali in fila: la strascicata Sundown Blues, elettrica ma suonata in maniera pacata e suadente, con gli ottimi fraseggi tipici del nostro, l’ironica Rich Woman Blues, di nuovo con Tony in “splendid isolation”, ed il breve strumentale Bad Dreams, che confluisce nella Awfyìul Dreams di Lightnin’ Hopkins, sempre con andatura sonnolenta e con la sezione ritmica che sembra registrata nella stanza accanto, ma in cui il feeling non è di certo estraneo. Down The Dirt Road Blues, un vecchio classico di Charley Patton, aumenta decisamente il ritmo, anche se White non è che si faccia prendere dalla frenesia (ma non sarebbe lui se lo facesse), Stockholm Blues è ancora un’oasi acustica, un blues piuttosto canonico che però Tony riesce a rendere non banale; finale sempre unplugged con Hearbreak Hotel, proprio l’evergreen di Elvis Presley (che nei primi anni settanta aveva inciso Polk Salad Annie di Tony), una canzone famosissima che il nostro reinventa da capo a piedi, trasformandola in un oscuro blues paludoso.

Bad Mouthin’ è quindi l’ennesimo disco riuscito della carriera di Tony Joe White, un omaggio al blues fatto con cuore e feeling, pur senza rinunciare al consueto approccio “rallentato”.

Marco Verdi

Uno Dei Migliori Tour Di Sempre, E Non Solo Del Boss! Bruce Springsteen & The E Street Band – Wembley Arena, June 5 1981

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Wembley Arena, June 5 1981 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

E’ opinione comune che la parte europea del tour 1980-81 di Bruce Springsteen & The E Street Band sia uno dei punti più alti del nostro come live performer, se non addirittura il più alto: personalmente ritengo questa tournée superiore anche a quella magnifica del 1978, soprattutto perché all’interno dei suoi concerti trovano ampio spazio le canzoni di The River, che giudico il capolavoro assoluto del rocker di Freehold. Mi sono quindi fregato le mani quando ho visto che il nuovo volume degli archivi live del Boss era incentrato su una di quelle serate (*NDB Per la serie “c’ero anch’io”, ero presente al concerto dell’11 Maggio all’Hallenstadion di Zurigo e non posso che confermare https://www.youtube.com/watch?v=PKUhjWSjsKQ ), e precisamente quella del 5 Giugno 1981 alla Wembley Arena di Londra: è la terza uscita di questa serie dal tour di The River, ma le due precedenti erano tratte dalla tranche americana (Nassau e Tampa).

E le premesse sono state rispettate, in quanto ci troviamo di fronte ad un live formidabile, con performances davvero imperdibili di Bruce e dei suoi sei compari (all’epoca mancavano ancora sia Nils Lofgren che Patti Scialfa), uno show che alterna momenti di grandissimo rock’n’roll ad altri in cui i nostri ci commuovono con ballate struggenti, ed in più con una scaletta spettacolare. Lo show inizia in modo insolito, in quanto Born To Run di solito veniva (e viene ancora oggi) eseguita verso fine serata, eppure non solo il brano funziona anche in apertura, ma credo che questa sia una delle più belle, potenti ed accorate versioni che abbia mai sentito. Seguono a ruota una splendida Prove It All Night, con grande assolo chitarristico, e la trascinante Out In The Street, che ci fa entrare definitivamente nel vivo del concerto, oltre ad essere la prima tratta da The River. Da quello storico album Bruce ne suonerà altre undici, alternando rock’n’roll davvero scatenati come You Can Look (But You Better Not Touch), una ruspante Cadillac Ranch e la travolgente Ramrod, a toccanti ballad come la splendida title track e le emozionanti Independence Day e Point Blank.

Non mancano le cover, ben sette, tra cui Follow That Dream, un brano poco noto di Elvis Presley rifatto in maniera molto più lenta, un’irresistibile versione del classico I Fought The Law, che tiene presente la rilettura dei Clash, la stupenda Who’ll Stop The Rain dei Creedence (che è già una grandissima canzone di suo), una This Land Is Your Land solo voce e chitarra (elettrica), ricca di pathos, ed una gioiosa e coinvolgente Jole Blon (che proprio in quel periodo Bruce aveva inciso in duetto con Gary U.S. Bonds), puro E Street sound, impossibile restare fermi. C’è anche una rarissima esecuzione di Johnny Bye Bye, che non è il noto pezzo di Chuck Berry ma un brano originale di Bruce, una toccante ballata sullo stile di Factory, davvero bella. Ovviamente non mancano i classici, tutti eseguiti in maniera sensazionale, da Darkness On The Edge Of Town a The Promised Land, da Badlands a Thunder Road, passando per Because The Night e Rosalita. Il finale vede nell’ordine una monumentale Jungleland, solito strepitoso showcase per le magiche dita di Roy Bittan, una commovente Can’t Help Falling In Love (ancora Elvis) ed una conclusione a tutto rock’n’roll con uno dei Detroit Medley più devastanti che abbia mai ascoltato.

So di essere monotono nel definire imperdibili queste uscite, ma se questa serata londinese fosse uscita all’epoca sarebbe entrato di diritto tra i grandi live album della storia del rock.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Altra Storica Testimonianza Da Un Tour Leggendario! Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy, July 7, 1978

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Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy, July 7, 1978 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Se la tournée del 1975 aveva creato grande interesse dei media e del pubblico nei confronti della figura di Bruce Springsteen, quella lunghissima ed estenuante del 1978 fece entrare il nostro nel mito, insieme alla sua E Street Band, come performer dal vivo. Bruce aveva da poco pubblicato Darkness On The Edge Of Town, un album eccezionale (per molti il suo migliore) che risentiva delle tensioni accumulate in quegli anni a seguito dei problemi legali con Mike Appel che avevano rischiato di stroncargli la carriera. Ed il lungo tour era la logica conseguenza di quel disco sofferto, con performance interminabili ed infuocate, vere e proprie celebrazioni rock come non si erano mai viste fino a quel momento, ed alcune serate vennero tramandate ai posteri come leggendarie. La serie degli archivi live del Boss, che da qualche tempo viene aggiornata mensilmente, ha già all’attivo tre serate del 1978, il mitizzato show all’Agora Ballroom di Cleveland, quello altrettanto noto di Passaic, ed il meno famoso concerto di Houston di fine tour: l’altro spettacolo che tra i fans del Boss era sicuramente nella Top Ten assoluta era quello del 7 Luglio al mitico Roxy Theatre di West Hollywood, ed oggi possiamo gustarcelo in tutto il suo splendore, inciso alla grande e finalmente al completo.

Ho detto al completo in quanto otto pezzi di questa serata erano già usciti ufficialmente sul discusso box Live 1975-85, ma ora trovano posto nel loro contesto originale, ed è tutta un’altra cosa, anche se, istigati dal famoso  “All you bootleggers out there in Radioland, roll your tapes!”, lanciato proprio in occasione di questo broadcast radiofonico, di registrazioni, anche ottime, di questa data ne esistono a iosa. Un concerto magnifico quindi, potente  ed arso dal sacro fuoco che Bruce produceva in ogni serata, con la band che gira che è una meraviglia (all’epoca erano in sette incluso il leader: Roy Bittan, Little Steven, Garry Tallent, Danny Federici, Clarence Clemons e Max Weinberg) e quello che ancora più stupisce è la prova vocale del Boss, che nelle tre ore abbondanti di show non ha mai un cedimento o una sbavatura, quasi come se fosse stato inciso in studio, ed in varie sessioni. Dopo una breve introduzione parlata lo show inizia subito in maniera irresistibile con una strepitosa versione di Rave On di Buddy Holly, che dimostra che il gruppo è già bello caldo, a cui fanno seguito una potente Badlands, che fa saltare per aria il teatro, ed una fulgida Spirit In The Night, con il nostro che ha già la folla in pugno ed inizia a gigioneggiare alla sua maniera. Oltre alla citata Badlands, ci sono altre sei canzoni prese dall’allora recente Darkness On The Edge Of Town: se Candy’s Room non mi ha mai fatto impazzire, le altre sono magnifiche, dalla title track, un concentrato di potenza ed intensità, alle trascinanti The Promised Land e Prove It All Night (quest’ultima con la strepitosa introduzione strumentale dell’epoca), senza dimenticare una devastante Adam Raised A Cain, in cui le chitarre quasi urlano, ed una Racing In The Street mai così bella (e con uno straordinario Bittan).

Ma gli highlights non sono certo finiti qui, in quanto il Boss ci delizia con una frizzante For You, che non ricordavo così bella, una magica Thunder Road messa a chiusura della prima parte, un’anteprima di The River con una emozionante Point Blank, già tesa e drammatica, ed un doppio omaggio ai suoi esordi con Growin’ Up e It’s Hard To Be A Saint In The City (con grande assolo chitarristico finale) una in fila all’altra. E come ciliegina una monumentale Backstreets di dodici minuti, considerata una delle più belle mai eseguite (e che è stata incredibilmente dimenticata nella tracklist stampata sul retro del CD). Detto di due omaggi a grandi del rock’n’roll come Bo Diddley (Mona, che si fonde con She’s The One) ed Elvis Presley (una sorprendente Heartbreak Hotel), il concerto volge al termine con le immancabili Rosalita e Born To Run, oltre che con un altro brano inedito che finirà su The River, e cioè una struggente Independence Day per piano solo, un momento di straordinario pathos che Bruce dedica a suo padre. Gran finale con la travolgente Because The Night, che all’epoca Patti Smith aveva appena pubblicato, ed una conclusione pirotecnica a tutto errebi (Raise Your Hand) e rock’n’roll (Twist And Shout, dopo una lunga attesa), un uno-due che non fa prigionieri.

Il tutto succedeva quarant’anni fa, ma ad ascolto ultimato vi sembrerà di esserci appena stati di persona.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Una Delle Serate Che Hanno Creato La Leggenda Del Boss! Bruce Springsteen & The E Street Band – Capitol Theatre, Passaic NJ, September 20th 1978

Bruce Springsteen & The E Street Band – Capitol Theatre, Passaic NJ, September 20th 1978

Bruce Springsteen & The E Street Band – Capitol Theatre, Passaic NJ, September 20th 1978 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Se chiedete ad un fan di Bruce Springsteen (ma di quelli “doc”) quali siano i suoi concerti preferiti del Boss, vi potrà rispondere, in ordine sparso, quelli al Roxy nel 1975, o quello all’Agora Ballroom nel 1978, o ancora gli show europei del 1981 (Zurigo e Stoccolma soprattutto); i più giovani potranno citarvi la serata finale del tour di The Rising allo Shea Stadium (con Bob Dylan ospite), e quelli italiani sicuramente non dimenticheranno San Siro 1985. Di certo tutti vi nomineranno anche lo spettacolo del 19 Settembre 1978 al Capitol Theatre di Passaic, in New Jersey, un live leggendario che è anche uno dei più noti bootleg di Bruce, dato che all’epoca era stato passato in diretta radiofonica.

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Ora gli archivi di Springsteen si rivolgono proprio a quei concerti, ma invece di rendere ufficiale la nota serata del 19, optano per quella della sera dopo, nella medesima location, uno show molto poco conosciuto ma di un’intensità non certo inferiore a quello precedente. Il 1978 fu uno degli anni chiave di Bruce, che, oltre ad aver pubblicato il capolavoro Darkness On The Edge Of Town (per chi scrive il suo secondo miglior album, ma di poco, dopo The River), tenne alcuni tra gli spettacoli dal vivo migliori dell’intera carriera, con la E Street Band al top della forma ed il nostro che sembrava letteralmente arso dal sacro fuoco. Questo triplo CD è uno dei migliori della serie, una vera e propria festa a tutto rock’n’roll, con alcune interpretazioni definitive di molti dei suoi classici. Il primo CD è da cinque stelle, si sfiora davvero la perfezione: di solito anche uno come Bruce ha bisogno di 2-3 canzoni prima di ingranare, ma quella sera già con l’iniziale Good Rockin’ Tonight (Elvis Presley) siamo in pieno mood rock’n’roll; a seguire, una sfilza di classici, di cui molti tratti da Darkness, come la sempre esplosiva Badlands, una title track lucida ed impeccabile, tra le più belle mai sentite (e con Roy Bittan strepitoso), The Promised Land ed una Prove It All Night più irresistibile del solito, con una introduzione strumentale davvero spettacolare.

Ci sono anche due pezzi in anteprima da The River, due ballate come la toccante Independence Day e, sul secondo CD, la splendida Point Blank, già dal pathos enorme; Completano il primo dischetto una Spirit In The Night calda, densa e coinvolgente, una potente cover di It’s My Life degli Animals e le straordinarie Thunder Road e Jungleland, forse i due brani più belli di quel disco epocale che è Born To Run (e la seconda è semplicemente formidabile). Il secondo CD si apre stranamente con la festosa ed esuberante Santa Claus Is Coming To Town (al 20 Settembre…), per proseguire con Fire, un brano che il Boss usava per scaldare ancora di più il pubblico. Candy’s Room non mi ha mai fatto impazzire, ma Because The Night è la solita bomba (la ascolterei anche cinque volte di fila); dopo la già citata Point Blank ed una robusta (e rara) Kitty’s Back, abbiamo la drammatica Incident On The 57th Street, una delle grandi canzoni del primo periodo di Bruce, e la solita gioiosa Rosalita, che ci porta ai bis del terzo CD. Solo quattro brani: a parte le prevedibili, ma sempre gradite, Born To Run e Tenth Avenue Freeze-Out, il gran finale è a tutto rock’n’roll, con il mitico Detroit Medley e la travolgente Twist And Shout, in cui Springsteen ed i suoi si spendono fino all’ultima goccia di sudore, una vera celebrazione on stage per un musicista fantastico ed una band meravigliosa, fotografati nel preciso momento in cui erano intenti a scrivere la storia.

Marco Verdi

Una Splendida Notte Svedese Di Mezza Estate! Bruce Springsteen & The E Street Band – Stockholms Stadion, Sweden 1988

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Stockholms Stadion, Stockholm, Sweden July 3 1988 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

L’ultimo episodio degli archivi live di Bruce Springsteen (in realtà nel frattempo ne sono usciti altri due, dei quali mi occuperò in seguito) torna negli anni ottanta, ma non è inerente né ad uno dei mitici concerti europei del 1981 (che ancora mancano dalla serie) né al celebrato tour di Born In The U.S.A., bensì ad una serata della tournée del 1988 nel vecchio continente, in seguito alla pubblicazione dell’album Tunnel Of Love. La scelta è sorprendente per due motivi: primo perché c’è già tra le uscite passate un documento di questo tour (L.A. Forum, Aprile 1988) e poi perché questa serie di concerti è forse ad oggi la più criticata di tutte quelle che il Boss ha intrapreso con la E Street Band, in quanto lo vedevano meno esplosivo del solito, più trattenuto nelle performance, quasi come se le atmosfere intimiste di Tunnel Of Love avessero influenzato anche il suo modo di porsi dal vivo (e la serata di Los Angeles riflette in pieno questo stato delle cose, infatti è una delle meno imperdibili della serie). Nella parte europea del tour qualcosa però era cambiato, Bruce era più sciolto, le scalette più vicine ai gusti del pubblico, ed uno degli apici di quella serie di serate fu senz’altro quella del 3 Luglio a Stoccolma, di cui all’epoca fu mandato in onda per radio un estratto (anche in Italia, ed io ricordo nitidamente la sera in cui mi ero sintonizzato all’ascolto): questo triplo CD offre per la prima volta la serata intera, e devo dire che la performance è strepitosa, all’altezza di quelle leggendarie del nostro, quasi come se fosse stata registrata in un altro tour (allora possedevo un bootleg dello show di Torino, e l‘intensità della prestazione era più simile a quella di Los Angeles che a quella svedese https://www.youtube.com/watch?v=rvmZQB5tUoc ).

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https://www.youtube.com/watch?v=4aLRyzxETKc

Quasi tre ore e mezza di grande rock’n’roll, con il nostro che dà meno spazio al suo ultimo album dell’epoca ed offre una panoramica su tutta la sua carriera fino a quel momento (ignorando però i primi due album), aggiungendo diverse chicche. Il concerto in realtà parte maluccio, con i suoni sintetizzati della mediocre Tunnel Of Love (gratificata però da un ottimo assolo chitarristico), ma si risolleva subito con una energica cover di Boom Boom (John Lee Hooker), con il muro del suono fornito dalla sezione fiati presente on stage, e da una Adam Raised A Cain davvero potente. The River arriva forse troppo presto, anche se è sempre un immenso piacere ascoltarla, ed il brano che la segue, All That Heaven Will Allow, è uno dei migliori di quelli tratti da Tunnel Of Love. Dall’allora ultimo album vengono comunque prese meno canzoni del solito, oltre alle due già citate, soltanto altre tre: la gradevole Brilliant Disguise, la trascinante Spare Parts, unico “rocker” del disco, e soprattutto la magnifica Tougher Than The Rest, da sempre uno dei pezzi che preferisco del Boss. Born In The U.S.A. è ancora fresco di successo, e Bruce ne suona una buona parte, ben sette brani su dodici, tra cui una roboante Cover Me, una title track più coinvolgente che mai e la spesso sottovalutata, ma bellissima, Downbound Train. Altri highlights di una serata speciale sono l’inedita e splendida Roulette (altri brani presenti fra quelli all’epoca non pubblicati, ma più “normali”, sono Seeds, I’m A Coward e Light Of Day, che è sì potente ma non è una grande canzone), le sempre trascinanti Because The Night (con un grande Nils Lofgren) e Cadillac Ranch, due pezzi che vorrei sempre sentire in un concerto del nostro, ed una Born To Run insolitamente per sola voce, chitarra ed armonica.

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https://www.youtube.com/watch?v=XBjyssboSfU

Un capitolo a parte sono le cover: se War non mi ha mai entusiasmato né nella versione di Bruce né in quelle “originali” di Edwin Starr e dei Temptations, la dylaniana Chimes Of Freedom è una meraviglia, anche meglio dell’originale di Bob (all’epoca questa rilettura uscì su un EP dal vivo di quattro canzoni); c’è anche uno sguardo al passato, con un’energica Who Do You Love di Bo Diddley ed una toccante Can’t Help Falling In Love di Elvis Presley. Finale pirotecnico ed entusiasmante a tutto rock’n’soul con Sweet Soul Music (Arthur Conley), Raise Your Hand (Eddie Floyd), Quarter To Three (Gary U.S. Bonds) e la solita esplosiva Twist And Shout, quattro brani sparati uno in fila all’altro senza pause, un concentrato irresistibile di feeling, energia e grande musica, che da solo vale il prezzo. Alla prossima, con la serata inaugurale del tour con la Seeger Sessions Band.

Marco Verdi

Una Festa Natalizia “On Stage” Di Gran Classe – Chris Isaak – Christmas Live At Soundstage

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Chris Isaak – Christmas Live At Soundstage – BMG CD/DVD

Quest’anno il mio disco di Natale è questo live di Chris Isaak, registrato per la nota trasmissione Soundstage: un lavoro pienamente meritevole anche se devo dire che il panorama discografico mondiale non ha offerto molte valide alternative in questo 2017 (mentre lo scorso anno era stato più generoso, con almeno tre ottime uscite: Jimmy Buffett, Neil Diamond e Loretta Lynn). Tra l’altro questo concerto non è neppure nuovo, in quanto era stato registrato nel 2004 per promuovere l’album natalizio del rocker californiano (Christmas, appunto) ed era pure già uscito all’epoca in versione video, anche se ormai da tempo fuori catalogo: ora la BMG lo ripropone con una veste rinnovata, aggiungendo il supporto audio a quello video, aumentando così la platea di potenziali acquirenti.

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https://www.youtube.com/watch?v=NtPBfiTZNGE

Ed il concerto è godibilissimo: Christmas (l’album di studio) mescolava abilmente classici stagionali e nuove composizioni di Chris, e questa riproposizione on stage è l’ideale prolungamento di quel disco, che viene ripreso quasi totalmente (manca solo Auld Lang Syne, che è più un canto da Capodanno) ed aggiunge due canzoni in più, Santa Bring My Baby Back e I’ll Be Home For Christmas, che però erano presenti come bonus tracks nell’edizione australiana dell’album originale. Il tipico stile vintage di Isaak, tra Elvis Presley e Roy Orbison, melodico ma anche rock’n’roll quando serve, si adatta alla perfezione alle atmosfere natalizie, e ciò emerge ancora di più ascoltando questo bellissimo concerto con il nostro in forma smagliante ed aiutato da una band solida (Kenny Dale Johnson, Rowland Salley, Hershel Yatovitz, Scott Plunkett e Rafael Padilla), più alcuni ospiti speciali che vedremo. Che la serata sia di quelle giuste si capisce subito dall’iniziale Blue Christmas, dal delizioso sapore sixties e con uno stile leggermente country, subito seguita dal classico hawaiano Mele Kalikimaka, gioiosa e solare come è giusto che sia. Chris ha classe, voce e presenza fisica, sia che faccia il romanticone (Washington Square, la famosa Pretty Paper di Willie Nelson, cantata splendidamente, l’ottima Brightest Star, la migliore tra le quattro scritte da Isaak), sia che faccia uscire la sua anima rock’n’roll (la cadenzata e divertente Hey Santa!, con tanto di fiati mariachi, l’irresistibile gospel-rock Last Month Of The Year), sia infine che lasci spazio al country (l’honky-tonk scintillante di Christmas On TV).

Chris Isaak Christmas with Stevie Nicks f

https://www.youtube.com/watch?v=vJPWBFkI7g4

Non sarebbe poi Natale se non ci fossero dei duetti: il primo ospite è l’amico Michael Bublé, che allora non era ancora diventato il pupazzo che è adesso, e fa benissimo la sua parte sia nella raffinatissima The Christmas Song che nella swingata Let It Snow (anche se Sinatra è di un’altra categoria); poi abbiamo il pianista e vocalist Brian McKnight, con il quale Chris rilascia una squisita e jazzata Have Yourself A Merry Little Christmas di gran classe, ed infine Stevie Nicks che presta la sua ugola ad una festosa Santa Claus Is Coming To Town. Finale con la languida I’ll Be Home For Christmas e poi tutti quanto sul palco per una travolgente e scatenata Rudolph The Red-Nosed Reindeer. Tra romanticismo, tradizione ed un pizzico di rock’n’roll, un disco perfetto per la notte di Natale.

Marco Verdi

Quasi Un Piccolo Classico Del Rock! Steve Azar & The Kings Men – Down At The Liquor Store

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Steve Azar & The Kings Men – Down At The Liquor Store – Ride Records

Steve Azar non è un novellino, nonostante dalle foto sembri molto più giovane, in effetti il nostro amico è nato a Greenville, Mississippi l’11 aprile del 1964, ed è sulla breccia già dagli anni ’90, quando nella sua prima carriera come country singer, anche per etichette importanti come A&M e Mercury, ebbe un certo successo nelle classifiche, pure come autore. Poi la sua musica progressivamente si è spostata verso uno stile dove prevalgono il blues, la roots music, ma anche il soul, magari blue-eyed e altre forme sonore che creano un genere forse ibrido e meticciato, ma che poi alla fine lo accomuna con i cantautori classici: se non siamo ai livelli di Springtseen, Petty, Mellencamp, Seger o Jackson Browne, e forse neppure in seconda fascia con “talenti sfortunati” come Michael McDermott, Matthew Ryan, o anche un meno noto James House, con cui Azar ha firmato parecchie canzoni. Non siamo a quei livelli si diceva, ma questo Down At The Liquor Store è veramente un gran bel dischetto, registrato con una gruppo di musicisti veterani che in passato hanno suonato con Elvis Presley, B.B. King. Little Milton e altri luminari della musica nera (per la maggior parte) e bianca: per esempio David Briggs, il nome di punta di questi Kings Men, uno dei “Nashville Cats” originali coloro hanno suonato con Elvis, ai Muscle Shoals Studios, con B.B. King, Johnny Cash, Kristofferson e una miriade di altri, ma anche Walter King ai fiati, che è il nipote di B.B., Ray Neal, il chitarrista, dalla Louisiana, fratello di Kenny, anche con Little Milton e BB King, di cui ha avuto l’onore di suonare Lucille e altri bluesmen di pregio, Regi Richards al basso, anche lui nelle band di King e Bobby Blue Bland, come pure il batterista Herman Jackson (l’altro bianco) e ancora, il  sassofonista e trombettista Dr. Alphonso Sanders..

Il tutto è stato registrato nello storico locale Club Ebony, un ritrovo nella zona del Mississippi, a Indianola, la città natale di B.B: King, trasformato per l’occasione in studio di registrazione, e dove è stato filmato anche un documentario sulla realizzazione dell’album. Disco che, oltre ad avere un suono magnifico, contrariamente a quanto si possa pensare, non ha una componente soul e blues preponderante, ma come detto all’inizio ha un sound da cantautore tipo,  sia purecon elementi blue-eyed e country got soul molto presenti, ma anche richiami a gente come Seger, Mellencamp e i cantanti-autori del country del lato giusto di Nashville. Ci sono brani di qualità superiore, tipo la splendida Rena Lara, un country-rock got soul dal ritmo incalzante, con tocchi magistrali di chitarra e organo, e inserti libidinosi dei fiati, il tutto cantato con voce partecipe e vellutata da Steve Azar, ma anche la bluesata Start To Wanderin’ My Way ha il fascino del “country” robusto e fiatistico del Lyle Lovett in versione big band, oppure Tender And Tough, una canzone notturna, tenera e raffinata, percorsa dalla tromba di Sanders,.con una aura da blue-eyed soul anni ’70, delicato e quasi mellifluo, ma di grande fascino., Azar ha definito la sua musica “Delta soul” e direi che ci sta. Ma anche la mossa Wake From The Dead, una via di mezzo tra i primi Doobie Brothers e un blues-rock made in Memphis, sempre con i fiati sincopati in bella evidenza, oltre ad una solista pungente e reiterata come il ritmo del pezzo; Down At The Liquor Store è un’altra bellissima canzone, con la seconda voce del percussionista James Young a sottolineare quella di Azar, sembra un pezzo di Tom Jans o di nuovo del Lyle Lovett più romantico.

She Just Rolls With Me parte su una chitarra acustica arpeggiata poi entra l’organo che ci trasporta dalle parti di Nashville o di Muscle Shoals, quasi profondo Sud, altro brano di grande fascino; anche I Don’t Mind (Most Of The Time) ha questo mood avvolgente, grazie agli arrangiamenti sontuosi con cui i Kings Men avvolgono la musica di Azar, tra citazioni di “The Night They Drove Old Dixie Down” e ritmi dove la soul music non ha un ruolo secondario, di nuovo con la chitarra a punteggiare la melodia. Chance I’ll Take è di nuovo blue-eyed soul misto a country, contagioso e solare, con belle armonie vocali e i fiati sempre ben delineati, oltre alla chitarra deliziosa e presente senza essere invadente. Anche quando i tempi si fanno più malinconici e meditativi, quasi nostalgici dei vecchi tempi che furono, come in Over It All, la qualità delle canzoni non scende e Azar si conferma autore dalle penna ispirata, come ribadisce la quasi elegiaca The Road Isn’t There Anymore, altro brano dall’arrangiamento sontuoso e sinuoso, o la melodica These Crossroads, ancora giocata sul lavoro eccellente di piano e organo e con un assolo di sax struggente, il tutto condito dalla voce sempre partecipe di Steve. Ode To Sonny Boy sembra un brano del James Taylor più movimentato e Greenville ricorda forse il Jackson Browne più intimo, comunque ancora due canzoni di qualità, per concludere un album veramente riuscito e consigliato.

Bruno Conti     

Un Buon Live, Anche Se Monco. John Prine – September 78

john prine september '78

John Prine – September 78 – Oh Boy CD

Questo CD non fa parte dei numerosi bootleg dal vivo tratti da trasmissioni radiofoniche e pubblicati in maniera semi-legale in Inghilterra (categoria di album che peraltro amo molto poco), ma è un disco ufficiale uscito qualche Record Store Day fa in vinile e stampato dall’etichetta di John Prine, la Oh Boy Records, ed ora immesso sul mercato su scala più larga in versione download digitale (e fisica). Si tratta di un concerto che il grande cantautore di Chicago tenne nel mese ed anno del titolo nella sua città natale, durante il tour in supporto di Bruised Orange. Si tratta di un periodo felice della carriera di Prine, nella quale John pubblicava dischi con una continuità e qualità da far invidia ai grandi, ma nonostante ciò è una fase per nulla documentata ufficialmente riguardo alle esibizioni dal vivo. September 78 ripara parzialmente alla mancanza (vedremo perché parzialmente), mostrandoci un Prine diverso da quello conosciuto, più elettrico e con una vera rock band alle spalle (formata da Johnny Burns alle chitarre, Howard Levy al piano, organo, mandolino e sassofono, Tommy Piekarski al basso ed Angelo Varias alla batteria): gli arrangiamenti dei brani assumono quindi tonalità diverse, pur mantenendo la struttura folk tipica dello stile del nostro, e lo stesso John suona spesso la chitarra elettrica, cosa impensabile oggi.

Un concerto molto interessante quindi, che tranne in un caso lascia da parte i classici per proporci canzoni meno note del songbook di Prine: c’è da dire, ed è l’unica pecca del CD, che sono presenti solo dieci canzoni per la miseria di 33 minuti scarsi, e se proprio non si voleva fare un doppio CD, lo spazio per almeno altrettante canzoni c’era eccome (e se andate a vedere le scalette dell’epoca, i pezzi famosi John li suonava); in più, la confezione è alquanto spartana, sul tipo dell’ultimo di John Mellencamp. Il dischetto inizia con la saltellante Often Is A Word I Seldom Use, dal ritmo sostenuto e gran lavoro di armonica di Levy, un ottimo esempio di folk-rock elettrificato. Angel From Montgomery è l’unico classico presente, e la veste elettrica e leggermente soul (grazie all’uso dell’organo) le dona nuovo vigore; Crooked Piece Of Time è dylaniana sia nella melodia che nell’arrangiamento vagamente sixties, mentre la corale I Had A Drream è decisamente diretta e piacevole, ancora con gran lavoro di organo e chitarre sempre pronte a graffiare. Try To Find Another Man è un pezzo dei Righteous Brothers, che qui assume toni tra country ed afterhours, con un notevole pianoforte e Prine che gigioneggia un pochino.

Pretty Good, preceduta dalle presentazioni, è un po’ tignosa e con una melodia ridotta all’osso, mentre Iron One Betty è un folk-rock tipico del nostro, una di quelle canzoni intrise di musicalità ed ironia che lo hanno reso celebre, ed anche qui non manca un fluido assolo di chitarra da parte di Burns. Splendida Please Don’t Bury Me, un country-rock ficcante ed orecchiabile, puro Prine al 100%, con il pubblico coinvolto in pieno, uno degli highlights del CD; chiudono il ruspante rockabilly Treat Me Nice, un brano poco noto di Elvis Presley (era sul lato B del singolo Jailhouse Rock) e la solida Sweet Revenge, in una versione decisamente rock ma che mantiene intatta la bellezza della canzone. Un dischetto da non perdere se siete fans di John Prine, anche se bisognava avere il braccino meno corto ed inserire diverse canzoni in più, dato che finisce quando uno comincia a prenderci gusto.

Marco Verdi

40 Anni Fa Se Ne Andava Elvis Presley, The King Of Rock’n’Roll!

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Il 16 agosto del 1977 se ne andava Elvis Aaron Presley: la storia sicuramente la conoscete, ma comunque prima succedeva questo…

 

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Elvis 1956, ancora The Pelvis, all’Ed Sullivan Show.

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Il “Ritorno” del ’68.

 

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Alle Hawaii nel 1973.

elvis 1977

“Fat” Elvis 1977, anche alla fine la classe non mancava.

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Elvis Presley 2017, “l’ultimo” disco: qui iniziò tutto.

Il più visto e forse il miglior Elvis.

That’s all(right), per il resto chiedere a Vince Breadcrump.

Bruno Conti

Anche Gli Avett Brothers Tengono Famiglia! Jim Avett & Family – For His Children And Ours

jim avett for his children and ours

Jim Avett & Family – For His Children And Ours – Ramseur CD

Questa recensione inizia con una ovvietà, e cioè che Scott e Seth Avett, noti in tutto il mondo come gli Avett Brothers, oltre ad essere fratelli hanno anche un padre (ma davvero, direte voi!): quello che è meno scontato è che anche il loro genitore abbia un background musicale notevole. Classe 1947, Jim Avett ha infatti iniziato ad amare la musica fin da bambino, con una particolare predilezione per il country a sfondo religioso della Carter Family, essendo la madre una pianista classica ed organista di chiesa; Jim ha quindi maturato negli anni una passione sconfinata per la musica, ha iniziato anche a farla per il suo piacere personale, collezionando più di sessanta chitarre, ed è chiaro che ha poi trasmesso ai figli questo suo amore. Jim non è un musicista professionista, ha solo tre dischi alle spalle e tutti usciti nel corrente millennio (per la piccola etichetta Ramseur, la stessa che aveva pubblicato i primi album dei figli), ed in tutti e tre i casi si respirava l’aria di casa, delle canzoni che la madre aveva insegnato al piccolo Jim, una serie di brani che avevano formato la sua cultura musicale, a base di country e gospel.

For His Children And Ours è il suo quarto e nuovissimo album, attribuito a sé stesso ed alla sua famiglia, in quanto sia Scott che Seth hanno una parte fondamentale per quanto riguarda l’architettura sonora e vocale dei brani (nonché in sede di produzione), e viene coinvolta anche la sorella Bonnie Avett Rini, pure lei cantante e possesso di un’ottima voce. Un vero disco di famiglia, ma anche un lavoro che, pur essendo di genere completamente diverso da quanto proposto dagli Avett Brothers, si può tranquillamente inserire in mezzo alla loro discografia, anche perché a completare il gruppo di musicisti coinvolti ci sono anche Bob Crawford e Tania Elizabeth, rispettivamente bassista e violinista della nota band della Carolina del Nord. Dodici brani, di cui undici cover o traditionals, una miscela purissima di country, folk e gospel così come si usava fare una volta, con chitarre acustiche e pianoforte sempre in primo piano e talvolta anche una sezione ritmica discreta, oltre ad un uso splendido delle voci, che oltre alla Carter Family (il punto di riferimento principale) rimanda a storici gruppi del folk revival come Peter, Paul & Mary, Kingston Trio e Weavers. Basta sentire la deliziosa apertura di Beulah Land, una splendida folk song con bell’uso di chitarre e piano e le voci che si sovrappongono (e Bonnie quasi sovrasta tutti), un brano incontaminato che predispone subito al meglio. Where The Roses Never Fade è uno squisito country-folk d’altri tempi, un po’ Carter Family ed un po’ Weavers (in passato l’hanno fatta anche gli Statler Brothers), con il violino della Elizabeth grande protagonista.

He Said, If You Love Me, Feed My Sheep è puro gospel, bellissimo l’uso delle voci a cappella: i fratelli Avett, guidati dal padre, si muovono in territori forse per loro insoliti, ma mostrano di non avere alcuna incertezza. I Saw The Light è il classico gospel di Hank Williams, e Jim la rifà come avrebbe potuto farla Pete Seeger, versione scintillante impreziosita da una leggera sezione ritmica, grande musica; ancora più vivace I’m Gonna Have A Little Talk (di Randy Travis, quindi siamo ai giorni nostri), proposta con un irresistibile arrangiamento country-gospel dal gran ritmo e con un bel piano da taverna suonato da Seth, mentre Here Am I, Lord, Send Me è una ripresa molto fedele di un classico di Mississippi John Hurt, un banjo, una chitarra e le voci della Avett Family al completo, un altro brano in purezza. Peace In The Valley vede Scott voce solista ed un botta e risposta tipico della tradizione gospel, altra grande versione di un brano che ha avuto centinaia di riletture, da Elvis Presley in giù, Jesus Lifted Me vede invece Bonnie in prima linea, ed è comprensibile dato che si tratta di un traditional tramandato da Elizabeth Cotten; Jim’s  Gospel Song è l’unico pezzo scritto da Avett Sr, (anche se riprende frammenti da varie canzoni popolari, tra cui In The Sweet By And By e Shall We Gather At The River), ed è ancora country-folk purissimo, splendido anche questo, seguito da una ripresa molto old-fashioned del noto traditional Just A Closer Walk With Thee. Chiusura con altri due famosi standard, Angel Band, pianistica ed ecclesiastica, e Precious Lord, puro folk al 100%, degna conclusione di una raccolta di delizie musicali che nobilita una volta di più il nome della famiglia Avett.

Marco Verdi