Torna Il Rocker Del Mississippi Con Uno Dei Dischi Più Divertenti Dell’Anno. Webb Wilder – Night Without Love

webb wilder night without love

Webb Wilder – Night Without Love – Landslide CD

L’ultima volta che mi sono occupato di Webb Wilder (che a dirla tutta era anche la prima) è stato quando due anni fa ho recensito il divertentissimo Powerful Stuff, che non era un album nuovo ma una collezione di outtakes registrate tra il 1985 ed il 1993 https://discoclub.myblog.it/2018/06/08/unora-di-divertimento-assicurato-webb-wilder-the-beatnecks-powerful-stuff/ . Oggi però Wilder torna davvero tra noi a cinque anni di distanza dal suo ultimo lavoro (Mississippi Moderne) con questo Night Without Love, che fin dal primo ascolto si afferma come uno dei dischi più godibili ed “entertaining” (termine inglese intraducibile – intrattenevole? – ma che rende benissimo l’idea) del 2020. Se non avete mai sentito nominare Wilder non preoccupatevi, in quanto è uno dei tanti “signor nessuno” del mondo della musica mondiale: esordiente nel 1986 con l’album It Came From Nashville, Webb ha sempre tirato dritto infischiandosene del fatto che i suoi lavori non vendevano una cippa, proponendo la sua miscela spesso irresistibile di rock’n’roll, country, boogie e power pop al fulmicotone, che lo faceva sembrare una via di mezzo tra Commander Cody ed i Blasters.

Night Without Love dovrebbe essere il decimo album di Wilder, e posso affermare senza tema di smentita che è uno dei suoi migliori di sempre, undici canzoni divise tra cover e brani originali che ci fanno ritrovare un rocker che ha sempre fatto musica “just for fun”, riuscendoci peraltro perfettamente. Il disco (la cui copertina è disegnata da James Flournoy Holmes, l’uomo dietro alle copertine di Eat A Peach degli Allman, Fire On The Mountain della Charlie Daniels Band e In The Right Place di Dr. John) vede Webb accompagnato dal suo abituale collaboratore George Bradfute, che suona qualsiasi tipo di strumento oltre a produrre il lavoro, ma anche da Rick Schell alla batteria, Bob Williams alla steel ed il noto chitarrista Richard Bennett in un brano. Trentasette minuti di musica, non un secondo da buttare. Si parte alla grande con Tell Me What’s Wrong, trascinante rock’n’roll dalla ritmica potente cantato dal nostro con una voce alla Johnny Cash, per proseguire sullo stesso livello con la title track (scritta da R.S. Field, produttore dei primi album del nostro), energica ballata sfiorata dal country con un mood anni sessanta e tanta grinta, e con il rockin’ country a tutto ritmo e chitarre Hit The Nail On The Head, vigorosa cover di un pezzo dei quasi dimenticati Amazing Rhythm Aces.

Holdin’ On To Myself, scritta da Chip Taylor, è uno scintillante honky-tonk dominato dalla steel, ma il capolavoro del disco secondo me arriva con il brano seguente: per il sottoscritto Be Still era già nella sua versione originale uno dei migliori brani dei Los Lobos (lo trovate su The Neighborhood, 1990), ma questa rilettura di Webb è strepitosa, in quanto fa ancora di più uscire la splendida melodia non cancellando le radici messicane ma aggiungendo una patina malinconica da vero balladeer. In poche parole, una goduria. A questo punto abbiamo cinque canzoni consecutive scritte da Wilder da solo o in compagnia: la deliziosa e coinvolgente rock song “californiana” Illusion Of You, con uno stile che ricorda parecchio gli Heartbreakers di Tom Petty, la splendida Buried Our Love, country-rock bello come se ne sentono pochi, la squisita Sweetheart Deal, ballata guidata dall’organo con un sapore blue-eyed soul e scritta nientemeno che con Dan Penn, la contagiosa Ache And Flake, tra rock’n’roll e power pop con un refrain vincente, e la fluida folk-rock ballad The Big Deal. Chiusura con una travolgente rilettura del classico jump blues di Tommy Tucker (ma inciso tra gli altri anche da Elvis e Chuck Berry) Hi Heel Sneakers, nobilitata da un farfisa dal suono decisamente vintage ed un approccio che ricorda quello dei già citati Blasters.

Se dovessi fare una scommessa, forse Night Without Love non entrerà nella Top Ten dei migliori album del 2020, ma sono quasi certo che sarà uno dei CD che ascolterò di più.

Marco Verdi

Anche Mister Little “A-Wop-Bop-A-Loo-Bop-A-Wop-Bam-Boom” Richard Se Ne E’ Andato…Ora Rimane Soltanto Jerry Lee!

little richard screaming

Ieri, 9 maggio 2020, il rock’n’roll ha perso uno dei suoi pionieri più fondamentali: si è infatti spento a Nashville, a causa di un tumore osseo, il grande Richard Wayne Penniman, che tutto il mondo aveva imparato a conoscere come Little Richard. Figura importantissima per lo sviluppo del rock’n’roll nell’ambito della musica popolare (iniziò diversi anni prima di un certo Elvis Presley), Richard fu anche il solo esponente di colore del genere insieme a Chuck Berry (ci sarebbero anche Fats Domino e Bo Diddley, benché i loro nomi non sono sempre associati direttamente al rock’n’roll), ma mentre le radici del rocker di St. Louis affondavano nel blues, Penniman fu il primo a contaminare la sua musica con cospicue dosi di rhythm’n’blues, soul e gospel, il tutto unito ad esibizioni infuocate e ad un look stravagante e decisamente trasgressivo per l’epoca.

little richard with the beatles

Oggi la sua figura è poco citata (complice anche la lunga inattività discografica), ma Richard è considerato uno dei soggetti più influenti in assoluto nel mondo del rock, e parlo di gente come Beatles, Rolling Stones (Mick Jagger lo ha definito la sua massima fonte di ispirazione), Bob Dylan (che quando fu introdotto nella Hall Of Fame dichiarò che fu proprio per merito della figura di Little Richard a convincersi a diventare musicista, concetto ribadito ieri con un messaggio su Twitter), John Fogerty, Bob Seger, Jimi Hendrix (che ancora sconosciuto fu per quasi un anno il suo chitarrista), Rod Stewart e Freddie Mercury, ma anche suoi quasi contemporanei come Ray Charles e James Brown. Nato nel 1932 a Macon, in Georgia, Richard era il terzo di ben dodici figli, e ricevette dai suoi genitori un’educazione a forte carattere religioso, cosa che si rivelerà determinante per il suo futuro. La musica entrò presto nella vita del giovane Richard, che usava esibirsi nelle chiese locali insieme ai membri della sua famiglia con il nome di The Penniman Singers.

A scuola perse presto interesse per lo studio ed iniziò a suonare in gruppi giovanili (prima di spostarsi al pianoforte, il suo primo strumento fu il sassofono), essendo notato per la prima volta nel 1947 da Sister Rosetta Tharpe, che ne ammirava lo stile esuberante e la voce potente nonostante la giovanissima età. In seguito Richard conobbe il già affermato Billy Wright (jump blues singer che era anche uno dei suoi idoli giovanili), che tramite le sue conoscenze lo aiutò a fargli firmare un contratto con la RCA ed a farlo entrare in uno studio di registrazione nel 1951, dove incise il suo primo 45 giri Taxi Blues.

Durante i primi anni (funestati anche dal lutto per la tragica morte del padre, ucciso con un colpo di pistola all’inizio del 1952) Richard non ebbe alcun successo con i suoi singoli, neppure quando passò dalla RCA alla Peacock, ma le cose cambiarono quando fu notato dal noto produttore Robert “Bumps” Blackwell, che gli fece firmare un nuovo contratto con la Specialty Records. Inizialmente le cose non sembravano andare molto meglio, ma spesso nella storia del rock’n’roll gli eventi più importanti succedono quasi per caso: nel 1955, in una pausa tra una session e l’altra, Richard iniziò a strimpellare al piano l’abbozzo di una nuova canzone dal testo non esattamente “stilnovista” ed un titolo un po’ idiota, ma con un mood sonoro decisamente trascinante. Blackwell intravide subito il potenziale della canzone e la fece incidere al nostro pubblicandola in tempi stretti come singolo.

Sto parlando di Tutti Frutti, una delle cinque-sei rock’n’roll songs che tutto il mondo (ma proprio tutto) conosce, brano che balzò subito al secondo posto delle classifiche e l’anno seguente acquistò ancora maggior popolarità in quanto fu incisa da Elvis nel suo formidabile album di debutto. Il resto è storia: da lì in poi Richard incise una lunga serie di canzoni che hanno fatto la storia del rock’n’roll (molte delle quali scritte da lui o dalla coppia formata da Blackwell e John Marascalco), brani irresistibili e famosissimi che rispondono ai titoli di Lucille, Slippin’ And Slidin’, Rip It Up, Ready Teddy, Long Tall Sally, Send Me Some Lovin’, Jenny Jenny, Good Golly Miss Molly, Kansas City, Keep A-Knockin’,

mentre dal 1957 con Here’s Little Richard il nostro incominciò anche a pubblicare album, pubblicati dalla etichetta Specialty, che all’inizio degli anni sessanta presero anche un indirizzo gospel.

A tutto ciò, Richard affiancava travolgenti esibizioni dal vivo, durante le quali venivano in un certo senso oltrepassate le rigide barriere razziali che resistevano ben salde nell’America di quegli anni, in quanto bianchi e neri si ritrovavano a ballare insieme nei club al suono della musica del piccolo musicista della Georgia. L’educazione religiosa ricavuta da bambino incomiciò però a bussare alla sua porta, e proprio nel 1957 (quindi all’apice del successo) il nostro smise improvvisamente di esibirsi dal vivo per frequentare un corso universitario cristiano al fine di diventare predicatore, ma nel 1962 tornò sulle scene con un trionfale tour nel Regno Unito, con sia Beatles che Stones (entrambi i gruppi erano agli esordi) come band di supporto prima dei suoi spettacoli.

Gli anni sessanta però vedranno calare la stella di Richard (destino comune con tutte le altre star dei fifties), e lui contribuirà in prima persona a causa dell’uso di droghe e di atteggiamenti a sfondo sessuale per l’epoca scandalosi (in quel periodo l’omosessualità non era vista benissimo, specie nell’America perbenista della cosiddetta “Bible Belt”), anche se verso la fine della decade tentò una parziale risalita, pubblicando due buoni album per la Okeh (uno in studio ed un live), nel 1969 partecipò al Toronto Peace Festival, organizzato da John Lennon, che vedete sotto e nel 1970 un disco dal suono parzialmente country per la Reprise (The Rill Thing). Gli anni settanta però saranno ancora più avari di soddisfazioni per Richard, che rischierà di sprofondare ancora di più nel tunnel della droga ma troverà conforto ancora una volta nella religione, diventando un predicatore quasi a tempo pieno e diradando in maniera sempre maggiore gli impegni musicali.

Un solo album negli anni ottanta (Lifetime Friend, 1986) ed uno nei novanta, una raccolta uscita nel 1992 con vecchie hits reincise con il chitarrista giapponese (!) Masayoshi Takanaka: poi più nulla a livello discografico (se si esclude qualche ospitata su dischi altrui o partecipazioni a tribute albums e colonne sonore) e solo sporadiche esibizioni dal vivo fino al 2013. Ma non c’era bisogno d’altro, in quanto il lascito di Little Richard alla storia del rock’n’roll era già enorme per quanto fatto nella seconda metà degli anni cinquanta e per l’influenza avuta sulle generazioni di musicisti venute dopo di lui: io vorrei ricordarlo con la re-incisione di Good Golly Miss Molly nel 1991, uno dei suoi brani storici per la colonna sonora del film con John Goodman King Ralph, registrazione prodotta dal mio “amico” Jeff Lynne e con Ringo Starr alla batteria (e del cui rarissimo CD singolo possiedo orgogliosamente una copia).

Con la scomparsa di Mr. Penniman ora Jerry Lee Lewis è davvero rimasto “the last man standing” dell’epoca d’oro del rock’n’roll: tieni duro Killer!

Marco Verdi

Tra Pop E Rock’n’Roll, Una Volta Si Diceva Power Pop, Un Dischetto Frizzante E Divertente. The Rubinoos – From Home

rubinoos from home

The Rubinoos – From Home – Yep Roc CD

Alzi la mano chi si ricorda dei Rubinoos, band di San Francisco che nella seconda metà degli anni settanta ebbe qualche successo minore con la sua miscela fresca e diretta di pop e rock’n’roll, soprattutto con i singoli I Think We’re Alone Now e I Wanna Be Your Boyfriend, che entrarono nella classifica di Billboard pur restando ben lontani dalle prime posizioni. Formatisi nel 1970, il gruppo esordì solo nel 1977 con l’album omonimo, per sciogliersi nell’indifferenza generale a metà anni ottanta dopo aver pubblicato solo un altro disco ed un EP. Tornati una prima volta nel 1998 e poi in pianta stabile negli anni duemila, i Rubinoos sono stati paradossalmente più attivi in questo nuovo millennio che nel momento di maggior popolarità, con ben cinque album pubblicati tra il 2003 ed il 2015.

Tra i loro fans c’è anche un certo Chuck Prophet, ed è proprio l’ex chitarrista dei Green On Red a produrre From Home, il nuovo lavoro del quartetto (formato dai membri fondatori Tommy Dunbar e Jon Rubin, chitarre e voci, dal batterista Donn Spindt, con loro dal 1971, e dal bassista Al Chan, acquisito nel 1980), oltre a suonare la chitarra e addirittura a scrivere tutte le dodici canzoni insieme a Dunbar, rivestendo quasi il ruolo di quinto membro aggiunto. E From Home si posiziona agevolmente in prima posizione tra gli album pubblicati dal quartetto californiano dalla loro reunion in poi: un dischetto fresco, piacevole e decisamente divertente e spensierato, in cui pop e rock’n’roll vengono fusi in maniera mirabile con un attitudine ed una grinta non comuni. Musica just for fun, ma fatta a regola d’arte, per 34 minuti davvero piacevoli a base di chitarre, gran ritmo e melodie accattivanti: il classico disco che non avrà grandi pretese ma che si fa una fatica boia a levare dal lettore.

Si parte con Do You Remember, brano chitarristico dal ritmo elevato e contraddistinto da un motivo diretto e cori al posto giusto, suonato però con piglio da garage band; ancora chitarre in evidenza (ma è una costante in tutto il disco) nell’orecchiabile January, puro pop in stile British fatto da americani, mentre la solare Do I Love You è immediata, piacevole e con uno squisito sapore pop-errebi anni sessanta. Bellissima poi Phaedra, una canzone dal ritmo irresistibile, accompagnamento diretto e vibrante e ritornello splendido, un pezzo che 50 anni fa avrebbe potuto diventare una hit; la velocissima How Fast è puro “pop’n’roll” suonato con una grinta che li avvicina ai Flamin’ Groovies, e si distingue dalla lenta ed elettroacustica Heart For Sale, a dimostrazione che i nostri non sono solo ritmo ma hanno anche le ballate nelle loro corde.

Con Honey From The Honeycombs riparte il mood rocknrollistico, che si sposa alla grande con la melodia beatlesiana ed i coretti in stile Beach Boys, e che prosegue con la cadenzata Rocking In Spain, ennesimo brano che rende impossibile l’ascolto senza muovere almeno il piedino. Masochist Davey è limpida, leggera e godibilissima, così come la bella Miss Alternate Universe, una pop song di quelle che vorresti durassero almeno dieci minuti; chiusura con la fresca ed immediata Pretty Close, di nuovo contraddistinta da uno spiccato gusto beatlesiano, e con Watching The Sun Go Down, deliziosa ballatona ancora in odore sixties. Bentornati ai Rubinoos ed alla loro musica fatta per divertire senza troppi fronzoli o complicazioni di sorta, ed un plauso a Chuck Prophet per averli aiutati (o almeno per averci provato) a farli uscire dall’anonimato.

Marco Verdi

Ventuno, Anzi Ventidue Chitarristi Per Un Disco Fantastico! Mike Zito & Friends – Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry

mike zito a tribute to chuck berry

Mike Zito & Friends  – Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry – Ruf Records

Per motivi assolutamente ignoti ed incomprensibili, visto che non ricorre nessuna particolare evenienza  o anniversario, a distanza di quindici giorni l’uno dall’altro, sono usciti ben due Tributi a Chuck Berry. Uno, Mad Lad, è l ‘ottimo concerto dal vivo di Ronnie Wood con la sua band i Wild Five e la presenza di Imelda May https://discoclub.myblog.it/2019/12/08/se-elvis-era-il-re-del-rocknroll-chuck-era-il-rocknroll-un-sentito-omaggio-da-uno-stone-in-libera-uscita-ronnie-wood-his-wild-five-mad-lad-a-l/ , l’altro, a mio parere veramente strepitoso, è questo Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry, dove il texano adottivo Mike Zito ha radunato una pattuglia veramente cospicua, eterogenea, ma vicina alla perfezione nelle scelte, di 21 chitarristi, per reinterpretare 20 classici del musicista di St. Louis (come Zito peraltro, anche lui nativo come Berry della città del Missouri). I risultati, oltre che godibilissimi, sono decisamente coinvolgenti: aiuta sicuramente che le canzoni su cui lavorare siano tra i capisaldi del R&R e del rock tout court, una lunga serie di capolavori assoluti (forse con l’eccezione dell’ultima canzone e di un’altra non celeberrima), ma la passione, il brio, l’impegno con cui sono stati realizzati ,ne fanno un album speciale.

Registrate le basi ai Marz Studios di proprietà di Zito, situati a Nederland (?!?) la piccola cittadina del Texas dove ora vive Mike, con l’aiuto dell’ingegnere del suono David Farrell, ha poi provveduto ad inoltrarli ai 21 chitarristi (e cantanti), dicasi ventuno, che hanno provveduto ad aggiungere le proprie parti (come si usa quando non ci sono i soldi per trovarsi tutti insieme a registrare nella stessa sala) e rispedirle a Zito, che ha poi proceduto ad assemblarle, con le basi fornite da Terry Dry al basso, Matthew Johnson alla batteria e Lewis Stephens a piano, organo e Wurlitzer (perché non si può prescindere dal contributo che il piano di Johnnie Johnson diede alla riuscita delle canzoni di Chuck), nonché l’uso saltuario dei fiati, ed il risultato finale è quello che ora vi descrivo. E’ quasi inevitabile che ad aprire le danze (è il caso di dirlo) sia il nipote di Berry, Chuck III detto Charlie, che dà una mano anche a livello vocale a Zito (che si disimpegna da par suo in tutto l’album), sembra di ascoltare gli Stones dei primi anni ’70 (ops) in questa pimpante St. Louis Blues, tutta riff ed assoli e ci mancherebbe; in Rock And Roll Music, una delle più divertenti del canone di Chuck, Joanna Connor aggiunge la sua slide, mentre i fiati pompano alla grande, versione caldissima.

E Johnny B. Goode? Una vera bomba, con Walter Trout che abbandona il suo amato blues per darci dentro alla grande in una versione potentissima, con lui e Zito che si scambiano vagonate di colpi di chitarra, e duettano anche a livello vocale, mentre la ritmica picchia come se non ci fosse un futuro e il pianino titilla. Ma Chuck Berry amava anche il blues e la versione dello slow Wee Wee Hours, con Joe Bonamassa ingrifatissimo alla chitarra, con un assolo colossale e ripetuto, è da manuale delle 12 battute. Memphis, con Anders Osborne altra voce solista e impegnato alla slide, è una delle più fedeli all’originale, leggiadra e deliziosa; Ryan Perry non è uno dei più conosciuti tra i presenti e quindi non è un caso che anche il brano scelto, una I Want To Be Your Driver composta a metà anni ’60, sia poco nota, ma la versione che ne viene fuori, grazie anche ad un inconsueto organo, sia a metà tra il garage rock e il Bob Seger più impetuoso, grazie anche alle similitudini tra la due voci, e Perry suona, cazzarola se suona. You Never Can Tell è un brano raffinato e cool di suo (qualcuno ha detto Pulp Fiction?) e quindi ideale per lo stile finissimo di Robben Ford, mentre in Back In the Usa  Eric Gales porta un impeto e un gusto hendrixiano, non dimenticando che Jimi amava la musica del colored di Saint Louis, con i fiati che tornano a farsi sentire.

Jeremiah Johnson, uno dei protetti di Zito, porta il suo approccio sudista ad una robusta versione di No Particular Place To Go, e in Too Much Monkey Business  Luther Dickinson, uno dei pezzi da 90 di queste sessions, duetta sia alle voce che alle chitarre per una canzone  tra le più vicine allo spirito degli originali di Chuck Berry, grintosa ma rispettosa il giusto. A proposito di impeccabilità e approccio cool un altro che ne ha fatto un’arte è Sonny Landreth, che munito di bottleneck imbastisce una versione impeccabile della sofisticata Havana Moon, e niente male, per usare un eufemismo, una versione “fumante” e a tutto fiati e chitarre di Promised Land, con Tinsley Ellis e Mike che se le “suonano” a colpi di riff, per lasciare poi spazio ad una sorprendente Down Bound Train (ovviamente non quella di Bruce Springsteen) dove Alex Skolnick dei metallari Testament, si reinventa jazzista, ma cita all’inizio del brano anche gli Zeppelin di Dazed And Confused. Sempre a proposito di trucidoni anche Richard Fortus dei nuovi Guns N’ Roses non se la cava affatto male in una pimpante e canonica Maybellene, dimostrando che Berry negli anni ha influenzato quelle decine di migliaia di musicisti, anche quelli “esagerati”; l’altra recente scoperta di Zito, la texana Ally Venable duetta con il suo mentore in una potente School Days, e anche se la voce non è il massimo, la chitarra viaggia alla grande, insieme a Joanna Connor una delle poche signore presenti.

Kirk Fletcher e Josh Smith fanno coppia in una Brown Eyed Handsome Man che sembra provenire da  una qualche perduta sessione dei Rockpile, e a proposito di R&R ad alta gradazione di ottani, un altro che conosce a menadito la materia è Tommy Castro alle prese con una Reelin’ and Rockin dove lui e Zito sembrano due gemelli separati alla nascita. Altro veterano che si trova alla grande in questa materia, direi come un pisello nel suo baccello, è Jimmy Vivino, che si spara giù una versione di Let It Rock da arresto per superati limiti di velocità, con la sezione fiati che imperversa ancora una volta, come pure il piano. Mancano solo Thirty Days con un arrapatissimo Albert Castiglia a cantarcele e suonarcele ancora una volta a tempo di R&R, sparando riff a destra e manca, e per chiudere, una “strana” My Ding A Ling, la famosa eulogia di Berry al suo pisello (non il vegetale di cui sopra), che gli americani chiamano una novelty song, ovvero doppi sensi a iosa, in ogni caso Kid Andersen (e Zito) l’hanno trasformata in una party song con qualche elemento doo-wop, con divertimento assicurato, che era poi la missione, riuscitissima, di questo album, un piccolo, ma neanche troppo, gioiellino. Se amate il R&R e le chitarre, qui c’è molta trippa per gatti, tutta di prima qualità.

Bruno Conti

Se Elvis Era Il Re Del Rock’n’Roll, Chuck Era…Il Rock’n’Roll! Un Sentito Omaggio Da Uno Stone In Libera Uscita. Ronnie Wood & His Wild Five – Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry

ronnie wood mad lad a live tribute to chuck berry

Ronnie Wood & His Wild Five – Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry – BMG CD

In questo mese di Novembre sono usciti ben due tributi al grande Chuck Berry, uno dei pionieri assoluti del rock’n’roll, nonostante non ricorrano particolari anniversari riguardanti il musicista di St. Louis scomparso nel 2017: dell’ottimo album del bluesman Mike Zito intitolato Rock’n’Roll (con una marea di ospiti) se ne occuperà prossimamente Bruno, mentre io oggi vi parlo di questo Mad Lad: A Live Tribute To Chuck Berry, che documenta appunto un concerto tenutosi circa un anno fa, il 13 Novembre 2018, al Tivoli Theatre di Wimborne (una cittadina nel sud dell’Inghilterra) ad opera di Ronnie Wood e dei suoi Wild Five. Dei membri attuali dei Rolling Stones Wood è sicuramente quello che negli anni è stato più attivo da solista, con più di dieci album tra studio e live (anche se un paio pubblicati prima di prendere il posto di Mick Taylor all’interno della storica band britannica), con una qualità media anche più alta di quella di Mick Jagger, cosa bizzarra se consideriamo che gli Stones molto raramente hanno consentito all’ex Faces di collaborare con loro alla stesura delle canzoni (a memoria credo non si arrivi a cinque brani, con Black Limousine come episodio più famoso).

Per questo album però Ronnie ha voluto fare qualcosa di diverso, omaggiando uno dei suoi eroi musicali di sempre, un lavoro che dovrebbe rappresentare il primo disco di una trilogia di tributi a grandi del passato che hanno avuto per il nostro un’importanza particolare (al momento non è dato sapere chi siano gli altri due artisti interessati, anche perché i relativi concerti si terranno a detta di Wood negli anni a venire: io punterei due euro sul fatto che uno possa essere Bo Diddley). Mad Lad è un album davvero piacevole e riuscito, con il nostro che assume il ruolo di band leader con buona autorevolezza, accompagnato da un gruppo, I Wild Five appunto, formato da elementi validissimi (lo strepitoso pianista Ben Waters, la sezione ritmica di Dion Egtved e Dexter Hercules, i sax di Antti Snellman e Tom Waters, ed i cori femminili di Amy Mayes e Denise Gordon); Ronnie, poi, è un chitarrista eccellente ed un cantante discreto, con una voce tra il dylaniano e lo scartavetrato: non sarà Jagger, ma tecnicamente se la cava meglio del collega Keith Richards. E poi in questo concerto Ronnie non è da solo, in quanto in tre pezzi chiama sul palco la brava Imelda May (gliel’ha presentata Jeff Beck?), che riscalda ulteriormente l’ambiente con la sua ugola scintillante https://discoclub.myblog.it/2010/11/24/musica-tradizionale-dall-irlanda-imelda-may-mayhem/ …anche se io una telefonatina all’amico Rod Stewart l’avrei fatta.

Prima di partire con la disamina del contenuto di questo album vorrei evidenziare l’unica magagna: il CD contiene 11 canzoni per circa 40 minuti di musica mentre nel concerto intero sono stati suonati 21 brani, comprendendo però anche cover di altri autori, ma almeno si potevano inserire tutti i pezzi di Berry, dato che di spazio sul dischetto ce n’era ancora (in particolare mancano Around And Around, No Particular Place To Go, Run Rudolph Run e Bye Bye Johnny, oltre a Roll Over Beethoven e Nadine che erano state suonate all’inizio dalla band senza il leader per riscaldare l’ambiente). L’album comincia con l’unico brano scritto da Wood per l’occasione, cioè Tribute To Chuck Berry, in realtà un pretesto per introdurre la serata citando ripetutamente il celebre riff chitarristico con il quale il rocker di colore apriva molte sue canzoni. I pezzi di Chuck iniziano con Talking About You, un rock’n’roll suonato con classe e rispetto, Ronnie sicuro e la band che lo segue spedita (e Waters che fa correre da subito le dita sulla tastiera a modo suo): il brano non è tra i più noti di Berry, ma l’alternanza tra classici e canzoni meno famose sarà il tema della serata.

Ronnie passa alla slide per la gustosa Mad Lad, uno strumentale suonato in maniera formidabile, con il nostro che fa i numeri e ci porta per qualche minuto nel più profondo Mississippi; arriva la May e si prende il microfono per una sontuosa Wee Wee Hours, un raffinatissimo blues lento, suonato dai Wild Five con una maestria degna di una band dei peggiori bar di Chicago, Waters strepitoso ed Imelda che ci mette una grinta notevole. La cantante irlandese resta sul palco per unirsi alle altre due coriste in una saltellante Almost Grown, in cui Wood si diverte un mondo nel botta e risposta vocale con le tre donzelle, cantando in maniera distesa e suonando la chitarra da vero rock’n’roller, mentre Waters continua con la sua eccezionale performance personale. Back In The USA è puro rock’n’roll, spigliato, trascinante e suonato come Dio comanda (e mi immagino Ronnie ad imitare il passo dell’oca di Berry), Blue Feeling è un altro strumentale di livello eccelso, puro blues con la premiata ditta Wood & Waters che è una delizia per il palato, mentre Worried Life Blues non è scritta da Chuck bensì da Maceo Merriweather (ma Berry l’aveva incisa per il lato B del singolo Bye Bye Johnny): altro blues eseguito con classe, eleganza ed uno stile misuratissimo da parte del leader.

Finale splendido a tutto rock’n’roll con un trittico da urlo formato da Little Queenie, Rock’n’Roll Music (questa ancora con la May alla voce solista) e Johnny B Goode, chiusura travolgente per un CD divertentissimo che omaggia con gusto e classe uno di quelli che il rock’n’roll lo ha letteralmente inventato.

Marco Verdi

Una Gran Bella Collezione Di Successi…Degli Altri! The Mavericks – Play The Hits

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The Mavericks – Play The Hits – Mono Mundo/Thirty Tigers CD

Quando ho letto che tra le uscite di Novembre c’era un album dei Mavericks intitolato Play The Hits ho subito pensato ad un’antologia o, meglio, ad un disco dal vivo incentrato sui loro brani più popolari, cosa che sarebbe stata anche logica dato il periodo pre-natalizio. Dopo essermi informato meglio ho invece constatato che Play The Hits è un lavoro nuovo di zecca da parte della band di Miami, nel quale i nostri rileggono alla loro maniera una serie di canzoni che sono stati dei successi nelle mani di altri artisti. Un album di cover in poche parole, scelta anche logica in quanto Raul Malo e compagni (Eddie Perez, Jerry Dale McFadden e Paul Deakin) fin dai loro esordi nell’ormai lontano 1991, quando venivano etichettati come country, erano in grado di interpretare qualunque tipo di musica, dal rock’n’roll al country, dal tex-mex alla ballata anni sessanta, passando per pop e ritmi latini (ricordo che Malo nasce da genitori cubani). Da quando i Mavericks si sono riformati nel 2003 la loro carriera è stata un continuo crescendo, ed il loro ultimo album di materiale originale, Brand New Day, è stato uno dei dischi più belli del 2017; lo scorso anno ci siamo divertiti con il loro album natalizio Hey! Merry Christmas! https://discoclub.myblog.it/2018/12/12/ancora-sul-natale-la-festa-e-qui-the-mavericks-hey-merry-christmas/ , ed ora Play The Hits ci fa vedere la bravura dei nostri nel prendere canzoni di provenienza abbastanza eterogenea e di plasmarle al punto da farle sembrare opera loro.

Con l’aiuto ormai abituale dei Fantastic Five (una sorta di gruppo-ombra che collabora con i nostri da diverso tempo, e che vede l’ottimo Michael Guerra alla fisarmonica, Ed Friedland al basso ed una sezione fiati di tre elementi) il quartetto ci regala 42 minuti di estrema piacevolezza, con undici brani scelti tra successi più o meno famosi rifatti con grande creatività ma senza stravolgere le melodie originali, nel segno quindi del massimo rispetto. Malo è ormai uno dei migliori cantanti in circolazione, una voce melodiosa e potente al tempo stesso che lo ha imposto da tempo come vero erede di Roy Orbison (ci sarebbe anche Chris Isaak, che però non può raggiungere l’estensione vocale di Raul), mentre i suoi tre compari sono in grado di suonare qualsiasi cosa. Il CD, prodotto da Malo con Niko Bolas (vecchio collaboratore di Neil Young), inizia in maniera decisa con Swingin’ (del countryman John Anderson), brano cadenzato che perde l’arrangiamento originale per acquistarne uno nuovo che si divide tra rock, swamp ed errebi, un mood trascinante e caldo grazie all’uso dei fiati e Raul che canta da subito alla grande. I fiati colorano ancora di rhythm’n’blues la mitica Are You Sure Hank Done It This Way di Waylon Jennings, con i nostri che mantengono il passo del compianto artista texano in mezzo ad un suono forte ed impetuoso; Blame It On Your Heart è un pezzo di Patty Loveless che qua diventa uno splendido tex-mex tutto ritmo, colore e grinta, con Guerra che fa il suo dovere alla fisa ed i nostri che confezionano una performance irresistibile.

Don’t You Ever Get Tired (Of Hurting Me), di Ray Price, è un delizioso honky-tonk lento con buona dose di romanticismo e solita prestazione vocale da favola di Malo, e Guerra che garantisce anche qui un sapore di confine. I nostri omaggiano anche Freddy Fender con una toccante versione di Before The Next Teardrop Falls: bellissima melodia cantata un po’ in inglese un po’ in spagnolo ed ancora la grandissima voce del leader a dominare (davvero, non ci sono molti cantanti a questo livello in circolazione), mentre è sorprendente la rilettura di Hungry Heart di Bruce Springsteen, che si tramuta in un country-swing con fiati dal sapore anni sessanta, con tanto di chitarra twang, una trasformazione decisamente riuscita che però non snatura l’essenza della canzone; Why Can’t She Be You è una versione jazzata e raffinatissima di un pezzo di Hank Cochran portato al successo da Patsy Cline (che ovviamente aveva cambiato il titolo volgendolo al maschile), con Mickey Raphael ospite all’armonica: grande classe. Once Upon A Time è un noto standard rifatto anche da Frank Sinatra, qui arrangiato come un ballo della mattonella in puro stile sixties, con l’aggiunta della seconda voce di Martina McBride, mentre Don’t Be Cruel non ha bisogno di presentazioni: famosissimo brano di Elvis che viene riproposto con un gustoso e trascinante arrangiamento tra country e big band sound, una meraviglia. Finale con un’intensa versione del classico di Willie Nelson Blue Eyes Crying In The Rain, solo Raul voce e chitarra (ma che voce), e con I’m Leaving It Up To You, una hit del dimenticato duo Dale & Grace che è una ballatona dal muro del suono potente ed un’atmosfera ancora d’altri tempi.

Quindi un altro ottimo disco in questo ricco autunno musicale.

Marco Verdi

Preziose Missive Dal Passato. The Animals – The Complete Live Broadcasts 1 1964-1966

animals the complete live broadcasts 1964-1966

The Animals – The Complete Live Broadcasts 1 1964-1966 – 2 CD Rhythm & Blues Records

Ammetto che quando ho letto le prime notizie di questo doppio CD dedicato agli Animals temevo il peggio: da dove è sbucata questa Rhythm And Blues Records, etichetta inglese specializzata in ristampe e compilations di materiale “antico”, diciamo dell’era pre-copyright, quindi con almeno 50 anni sul groppone, canzoni e album sui quali le case discografiche originali non sono più proprietarie esclusive dei diritti? Quindi spesso CD con un suono scadente, poche informazioni sulla provenienza dei brani,  libretti assenti o con note approssimative: niente di tutto ciò, siamo di fronte ad un lavoro fatto con i fiocchi, libretto di 16 pagine ricchissimo di notizie, lista dei brani estremamente dettagliata con indicazioni precise sulle trasmissioni radiofoniche da cui proviene ciascuno dei brani contenuti in questa antologia, e soprattutto un suono perlopiù sorprendentemente brillante e dettagliato (non in tutti i brani, forse sarebbe stato troppo pretenderlo), mono come è ovvio, visto che si tratta di registrazioni relative al periodo 1964-1966, al solito il problema probabile è la scarsa reperibilità.

animals complete animals

Già la discografia degli Animals è piuttosto complicata, con le versioni inglesi degli album dell’epoca (come succedeva per le discografie dei “rivali” Beatles e Stones, ma anche per tutti gli altri) senza i singoli di successo, poi inseriti in raccolte successive oppure nelle versioni americane degli LP, titoli ingannevoli, Animalism e Animalisms e via così. Se non siete dei partiti della band di Eric Burdon e quindi avete già tutti i loro album, l’ideale per conoscere il gruppo di Newcastle sarebbe recuperare il doppio antologico della Parlophone The Complete Animals, che attraverso 41 brani in ordine cronologico copre splendidamente il periodo dal 1964 al 1965, evitando doppioni e ripetizioni (è ancora disponibile a prezzo speciale,lo vedete qui sopra). Tornando a Broadcasts 1964-1966, qui il periodo seguito è più ampio e segue le esibizioni radiofoniche di quel quintetto, oltre al grandissimo Burdon alla voce, Alan Price all’organo, Hilton Valentine alla chitarra, il futuro manager di Jimi Hendrix Chas Chandler al basso e John Steel alla batteria (che guida ancora l’attuale incarnazione del gruppo). Detto che House Of The Rising Sun non c’è, il resto del materiale BBC, e di altre emittenti dell’epoca, riporta i grandi successi  ed una serie notevole di chicche che vanno a scavare in profondità nel repertorio tra R&B, Blues, R&R s e proto-rock che era nelle corde della band, una miscela esplosiva che aveva pochi rivali in Inghilterra, a parte gli Stones, i Them di Van Morrison, i primi Yardbirds e forse anche le band pre British Blues come quelle di Alexis Korner e Cyril Davies.

Il primo CD riporta cinque sessions per la trasmissione della BBC Saturday Club Session dal febbraio ’65 a marzo ’66, 27 brani + una intervista, inframmezzati ogni tanto dalle leggendarie ed affascinanti presentazioni vintage degli speaker dell’emittente britannica: qualche leggero e contenuto calo nella qualità sonora , ma anche versioni da sballo di Don’t Let Me Be Misunderstood, Dimples, Mess Around, Bring It On Home To Me, We’ve Gotta Get Out Of This Place, spesso più belle degli originali, con la chitarra di Valentine e l’organo e il piano di di Price a pennellare il sound, il basso pulsante di Chandler e la batteria di Steel a sostenere la voce potente, ispiratissima e negroide di Eric Burdon, una delle più grandi voci di sempre. Per non dire di versioni fantastiche di una jazzata In The Wee Wee Hours di Chuck Berry, Heartbreak Hotel di Elvis, rallentata ad arte, l’iniziale furiosa Gonna Send You Back To Walker con Eric che canta con un impeto formidabile, Drown In My Own Tears di Ray Charles, una splendida Work Song di Cannonball Adderley, tra le grandi hits dimenticavo una spumeggiante It’s My Life con il suo celebre riff e il ritornello incalzante, inside Looking Out del 1966, uno dei rari brani firmati dalla band, una scattante Sweet Little Sixteen e tantissime altre.

Il secondo CD è forse più dispersivo, ancora un brano dalle Saturday Club Sessions del 1966, poi si salta agli unici tre brani del marzo 1964, tratti dalla trasmissione A Whole Lotta Shakin’, una tripletta scoppiettante con Talkin’ Bout You, una rauca e selvaggia Shout e Around And Around: Bruce Springsteen  sintonizzato alla radio, probabilmente ascoltava e prendeva nota, poi brani dal vivo dallo spettacolo dei NME Poll Winners, con pubblico urlante, prevedono una primeva Boom Boom, una delle altre varie versioni di Don’t Let Me Misunderstood, mentre da  una trasmissione del 1965 una vibrante We’ve Gotta Get Out Of This Place, entrambi i brani poi ripetuti  in altri concerti come Gadzooks dell’aprile ’65 e dalla esibizione all’Olympia di Parigi per la RTL nel marzo del ’66, tantissima energia sempre, ma la qualità sonora è meno brillante, se no parleremmo di un album da 4 stellette. Ma tra le chicche finali, gli ultimi due brani registrati a Ready Steady Go del 16 settembre 1966 vedono Eric Burdon raggiungere sul palco la band di Otis Redding per una pimpante Hold On I’m Coming, e poi insieme al King Of Soul e a Chris Farlowe dare vita a una colossale versione di Shake. Le sei interviste conclusive, interessanti, sono probabilmente superflue, ma il resto, per dirla in due parole, forse tre, s’ha da avere.

Bruno Conti

Cofanetti Autunno-Inverno 1. Uno Dei Più Grandi Live Album Degli Anni Settanta Si Fa In Quattro! Ramones – It’s Alive 40th Anniversary

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Ramones – It’s Alive 40th Anniversary – Rhino/Warner 4CD/2LP Box Set

A grande richiesta riprende dopo il successo dello scorso anno (non è vero, ma mi piace crederlo) la rubrica “Cofanetti Autunno-Inverno”, che ci darà tante soddisfazioni nei prossimi mesi. In realtà c’è stata anche la classica “puntata zero”, o episodio pilota, che ha riguardato il box di Abbey Road, ma siccome i Beatles erano (e sono ancora) in un’altra galassia rispetto a tutti, Stones forse esclusi, non lo abbiamo fatto ricadere nella serie (mentre il Fillmore West ’71 degli Allman non rispondeva alle caratteristiche “fisiche” di un cofanetto, essendo tecnicamente un formato digipak quadruplo). Ma diamo il via alla recensione odierna.

ramones it's alive front

In questo blog non ci siamo mai occupati molto dei Ramones, ed è un peccato in quanto il quartetto originario di New York (per l’esattezza di Forest Hills, nei Queens) è stato uno dei gruppi più influenti della seconda metà degli anni settanta e la loro musica, una miscela al fulmicotone di punk e rock’n’roll condita spesso con melodie di estrazione pop, è ancora originalissima ed ineguagliata ai nostri giorni. Il nucleo originale nella loro “golden age” era formato dai fratelli “fittizi” Johnny, Dee Dee, Joey e Tommy Ramone (in realtà rispettivamente John Cummings, chitarra, Douglas Colvin, basso, Jeffrey Hyman, voce solista, e Thomas Erdelyi, batteria: non erano quindi nemmeno parenti – parlo al passato dato che sono tutti quanti passati a miglior vita), e la band  negli anni dal 1976 al 1978 diede un tremendo scossone alla scena musicale newyorkese (e non solo) con quattro album di punk-rock ad altissima velocità, al punto di guadagnarsi il soprannome di “Fast Four”:

Ramones, Leave Home, Rocket To Russia e Road To Ruin. Quattro dischi fatti di brani di inaudita potenza, ritmo e chitarre suonate a velocità supersonica per canzoni che duravano non più di due minuti (ed infatti ogni album difficilmente superava la mezzora), il tutto accompagnato però da ritornelli e coretti accattivanti e di presa immediata, influenzati dalle pop band degli anni sessanta, Beatles in testa (il cognome finto che si erano scelti i quattro era un omaggio a Paul McCartney, che quando agli inizi della carriera si registrava in incognito negli hotel usava il nomignolo Paul Ramone). Dal 2016 fino allo scorso anno la Rhino ha cominciato a ripubblicare gli LP “storici” dei Ramones in edizione deluxe, CD quadruplo con vinile allegato, ed ora è la volta di It’s Alive, primo album dal vivo ufficiale uscito originariamente nel 1979 e registrato il 31 Dicembre del 1977 al Rainbow Theatre di Londra: la nuova versione comprende il disco originale sul primo CD (e nel doppio LP), mentre negli altri tre dischetti trovano posto altrettanti concerti inediti, che si tennero le serate precedenti (quindi 28, 29 e 30 Dicembre), rispettivamente a Birmingham, Stoke-On –Trent ed Aylesbury. Quattro concerti su quattro CD? Ebbene sì, dato che i nostri come ho accennato prima suonavano canzoni brevi e ficcanti, badando al sodo e non perdendosi in assoli o improvvisazioni varie, il che rendeva ancora più infuocata la performance: pensate che l’originale It’s Alive ha 28 canzoni e dura meno di 54 minuti! Ed il disco anche a distanza di 40 anni si conferma una vera bomba, un concentrato di potenza e vigore coniugato però ad un’estrema orecchiabilità, con canzoni che entrano una dentro l’altra senza soluzione di continuità, al punto che a volte non ci si accorge che il brano è cambiato: il suono è poi migliorato alla grande, grazie alla rimasterizzazione del “mitico” Greg Calbi.

L’inizio è fulminante con l’irresistibile Rockaway Beach, un condensato di punk’n’roll di inaudita forza che continua senza sosta nella roboante Teenage Lobotomy e nella coinvolgente Blitzkrieg Bop, in assoluto uno dei loro pezzi più popolari. Le ballate i nostri non sapevano neanche cosa fossero, ed il concerto è una sorta di lunga suite elettrica che lascia senza fiato l’ascoltatore, con brani che uniscono divertimento, ritmo forsennato e chitarre in tiro come I Wanna Be Well, Gimme Gimme Shock Treatment, You’re Gonna Kill That Girl (che sembra musica beat sotto steroidi), I Don’t Care, dal riff godurioso, Sheena Is A Punk Rocker, bombastica e dal ritornello vincente. Il gruppo era anche palesemente influenzato dalla surf music, come nelle cover tutte all’insegna del divertimento e dell’energia di Surfin’ Bird (The Trashmen), California Sun (The Rivieras) e della splendida e travolgente Do You Wanna Dance (scritta da Bobby Freeman ma portata al successo dai Beach Boys). Altri titoli di brani difficili da ignorare sono la cadenzata Here Today, Gone Tomorrow, che molla un po’ la presa rivelando l’amore dei quattro per il pop dei sixties (ma il ritmo non manca), le furiose Listen To My Heart e Pinhead e le altrettanto vigorose (ma sempre con un occhio alla fruibilità) Suzy Is A Headbanger e Oh Oh I Love Her So, fino al finale ai mille all’ora di We’re A Happy Family. I concerti presenti sui tre CD inediti sono praticamente identici all’originale (le setlist sono solo più corte di un brano, Judy Is A Punk), e non ci sono grandi differenze di qualità tra le varie performance: se la cosa vi spaventa, basta che non ascoltiate i quattro dischetti uno in fila all’altro (anche se io l’ho fatto e sono ancora vivo ed in salute).

Ristampa assolutamente imperdibile (costo elevato a parte, ma si sa che i cofanetti non li regalano), specialmente se non possedete il disco originale.

Marco Verdi

Un Futuro Fuorilegge Alle Prime Armi. Waylon Jennings – White Lightnin’

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Waylon Jennings – White Lightnin’ – Goldenlane/Cleopatra CD

Non sono un fan delle produzioni discografiche targate Cleopatra, etichetta indipendente californiana che si occupa di materiale d’archivio più o meno inedito: qualche buon prodotto negli anni lo ha pubblicato, ma anche ricicli di cose già uscite e spacciate per nuove o vere e proprie ciofeche, come il recente Joint Effort degli Humble Pie, compilato con materiale di scarto degli anni settanta non esattamente di prima qualità. Questo album intestato al grande countryman texano Waylon Jennings ed intitolato White Lightnin’ non è da considerarsi una fregatura, ma l’assenza di note nella confezione interna lascia (volutamente?) in sospeso l’ascoltatore occasionale sulla provenienza delle canzoni contenute. Alla fine White Lightnin’ è il classico segreto di Pulcinella, in quanto altro non è che la ristampa del primo album in assoluto del nostro, Waylon At JD’s del 1964 (che nonostante il titolo non è un disco dal vivo), al quale sono state aggiunte due canzoni che facevano parte di un raro singolo del 1959: diciamo quindi che questa volta la Cleopatra si è salvata dal giudizio del severo critico, in quanto comunque stiamo parlando di incisioni da tempo fuori catalogo e quindi difficilmente reperibili (ma la “cleopatrata” non manca neanche qui, in quanto sulla confezione vengono riportati dodici titoli invece dei quattordici che ci sono in realtà).

Il disco è dunque piacevole ed offre un interessante ritratto di gioventù di un musicista che negli anni settanta sarebbe diventato un grande del country ed uno degli esponenti di punta del movimento Outlaw. Qui Waylon non ha ancora uno stile ben preciso, alterna brani di classico country ad altri più rock’n’roll, ed in più si affida unicamente a materiale già noto in versioni altrui: il risultato finale è comunque piacevole ed interessante, ed in tutta onestà non mi sento di sconsigliarne l’acquisto, specie per quanto riguarda i fan del nostro. L’album inizia proprio con i due pezzi del singolo del ‘59, il primo in assoluto per Waylon, entrambi con la chitarra e la produzione del mitico Buddy Holly (non dimentichiamo che Jennings all’epoca era uno stretto collaboratore di Buddy, e per puro caso non salì su quel maledetto aereo la sera di quel tragico 3 Febbraio 1959): When Sin Stops è un incrocio tra pop e doo-wop tipico per l’epoca, molto diversa dallo stile futuro del nostro anche se il vocione è già quello, mentre Jole Blon è una versione lenta del noto standard, con il sax strumento solista. Le altre dodici canzoni fanno parte come ho già scritto di Waylon At JD’s, e vedono il nostro a capo di un quartetto che comprende lui stesso alla chitarra solista (Waylon è sempre stato un ottimo chitarrista), Gerald W. Gropp alla ritmica, Paul Foster al basso e Richard Albright alla batteria.

Come già detto si tratta di un disco di cover, con ben due omaggi a Roy Orbison, Crying e Dream Baby, più essenziali nel suono e senza gli arrangiamenti orchestrali tipici di The Big O, con Waylon che pur non avendo l’estensione vocale dell’occhialuto cantante suo conterraneo se la cava egregiamente. Deliziosa invece Don’t Think Twice, It’s Alright, il classico di Bob Dylan ripreso in una spedita rilettura country alla Johnny Cash, e decisamente piacevole anche White Lightnin’, divertente rilettura del noto successo di George Jones (scritta da J.P. Richardson, ovvero il Big Bopper che morì insieme a Holly e Ritchie Valens nel tragico incidente), con un arrangiamento elettrico tra country e rockabilly. Ci sono poi brani che in altre mani erano già delle hit country, come la squisita Sally Was A Good Old Girl (lanciata da Hank Cochran due anni prima), molto rock’n’roll in questa versione, un’ottima Love’s Gonna Live Here di Buck Owens ripresa in puro Bakersfield style, l’honky-tonk Burning Memories di Mel Tillis e la trascinante Big Mamou di Link Davis, dal ritmo molto sostenuto. Detto di un breve omaggio al vecchio amico Buddy con una It’s So Easy riveduta ma non corretta, il CD si chiude con il puro country di Abilene (di George Hamilton IV), una roccata Money (That’s What I Want) di Barrett Strong, ma più nota per la versione dei Beatles e la dolce ballata Lorena: tre brani che hanno in comune il fatto di non essere cantati da Waylon ma bensì da Gropp e Foster.

Temevo l’imbroglio, invece mi sono trovato tra le mani un dischetto piacevole ed interessante, anche se non certo imperdibile.

Marco Verdi

Uno Dei Migliori Dischi Di Sempre Del “Duca”! Duke Robillard Band – Ear Worms

duke robillard band ear worms

Duke Robillard Band  – Ear Worms – Stony Plain

Il nostro amico Michael John, detto” Duke”,  Robillard, lo scorso anno ha raggiunto la rispettabile età di 70 anni, in una annata, il 2018, dove per la prima volta da moltissimo tempo non aveva pubblicato il canonico album annuale. Comunque ecco che, con leggero ritardo, esce questo Ear Worms, che dovrebbe essere il capitolo n°33 di una lunga carriera, e fa seguito all’ottimo …And His Dames Of Rhytm, un album collaborativo insieme ad alcune voci femminili https://discoclub.myblog.it/2017/12/18/beato-tra-le-donne-duke-robillard-and-his-dames-of-rhythm/ , che a sua volta seguiva Blues Full Circle, altro disco con la presenza di diversi ospiti https://discoclub.myblog.it/2016/11/04/anche-potrebbe-il-disco-blues-del-mese-duke-robillard-and-his-all-star-combo-blues-full-circle/ . Anche nel nuovo CD, come di consueto, non mancano le collaborazioni: Chris Cote, Sunny Crownover, Mark Cutler, Julie Grant, Dave Howard e Klem Klimek, sono i vari vocalist aggiunti che affiancano Robillard e la sua band, ovvero gli immancabili partner dell’All-Star Combo che da qualche anno lo accompagna, Bruce Bears (piano, organo Hammond); Brad Hallen ( basso e contrabbasso) e Mark Teixeira (batteria).

Se il disco precedente era andato a pescare nel repertorio anni ’20 e ’30, questa volta Duke ha rispolverato vecchie canzoni ascoltate quando era un teenager, ovvero nei mitici anni ’60. Don’t Bother Trying To Steal Her Love che apre l’album, è però l’unico brano originale firmato da Robillard, una delle sue classiche cavalcate tra blues e rock and roll, che sembra  quasi qualche traccia perduta del songbook di Chuck Berry, una specie di gemello diverso di You Never Can Tell, cantata e suonata con un impeto invidiabile e di cui è quasi impossibile non apprezzare il buon umore e la gioia che trasmette, con la chitarra da subito in grande spolvero; On This Side Of Goodbye era un pezzo di Goffin e King, scritta per i Righteous Brothers, una deliziosa e raffinata ballata di impianto pop, quelle canzoni splendide che negli anni ’60 uscivano a ogni piè sospinto, suonata alla grande come al solito dal Duke e soci, con fiati e voci di supporto a renderla ancora più piacevole e con un paio di assoli di chitarra da urlo di grande gusto. Living With The Animals era una incantevole blues ballad dall’omonimo disco dei Mother Earth, la misconosciuta band della grande Tracy Nelson, un album del 1968 in cui suonava anche Mike Bloomfield.

Nel disco ci sono anche quattro tracce strumentali, la prima è Careless Love, un vecchio pezzo strumentale tradizionale veramente godurioso nell’interscambio felpato tra chitarra e organo. Everyday I Have To Cry Some è un piccolo gioiellino perduto, scritto da Arthur Alexander, ma che Duke, come ricorda lui stesso, conosceva nella versione di Julie Grant, una giovane cantante inglese di stampo pop che nell’epoca di Beatles e Stones era un po’ una controparte di Dusty Springfield e Cilla Black: Robillard la conosceva perché quando si era ritirata dalla musica era andata a vivere e lavorare in un casinò nel Connecticut e i due avevano parlato spesso del passato diventando amici, e per l’occasione l’ha convinta a cantarla di nuovo per questo album, in coppia con Sunny Crownover, e il risultato è assolutamente affascinante, sembra quasi di sentire un brano di Phil Spector cantato dalle Shirelles, puro divertimento assicurato; I Am A Lonesome Hobo è il personale tributo di Robillard a Bob Dylan, di cui è stato chitarrista per alcuni mesi nel 2013, una intensa  ed atmosferica versione abbastanza rispettosa dell’originale, che sembra quasi un pezzo di Bruce Springsteen https://www.youtube.com/watch?v=bfjz4p5izjg , Sweet Nothin’s il vecchio pezzo di Brenda Lee è il veicolo ideale per apprezzare la voce cristallina della Crownover e la strumentale Soldier Of Love è un altro divertito e raffinato tuffo nelle atmosfere spensierate degli anni ’60.

Dear Dad è un vorticoso R&R con chitarre e piano impazziti che si trovava su Chuck Berry In London, seguito da una lunga versione super funky di Yes We Can di Lee Dorsey, dove Duke sfodera un potentissimo e micidiale wah-wah, con Yellow Moon, proprio quella dei Neville Brothers, una rara concessione ad un brano più recente, in un’altra versione dove la quota soul e R&B è di grana finissima https://www.youtube.com/watch?v=TWt4mP29rD8 . Nel finale arrivano gli ultimi due strumentali, una Rawhide di una potenza devastante che rivaleggia con quella di uno dei maestri  riconosciuti di Robillard, quel Link Wray che non ha mai ricevuto i giusti riconoscimenti che meritava https://www.youtube.com/watch?v=DLi9ww0A3js . E infine You Belong To Me, altro squisito strumentale che sta all’intersezione tra Santo & Johnny, Roy Buchanan e il Santana più melodico e conclude degnamente uno degli album più belli della discografia di Duke Robillard, suonato con una classe al solito inimitabile. Esce oggi 17 maggio.

Bruno Conti