Uno Dei Migliori Dischi Di Sempre Del “Duca”! Duke Robillard Band – Ear Worms

duke robillard band ear worms

Duke Robillard Band  – Ear Worms – Stony Plain

Il nostro amico Michael John, detto” Duke”,  Robillard, lo scorso anno ha raggiunto la rispettabile età di 70 anni, in una annata, il 2018, dove per la prima volta da moltissimo tempo non aveva pubblicato il canonico album annuale. Comunque ecco che, con leggero ritardo, esce questo Ear Worms, che dovrebbe essere il capitolo n°33 di una lunga carriera, e fa seguito all’ottimo …And His Dames Of Rhytm, un album collaborativo insieme ad alcune voci femminili https://discoclub.myblog.it/2017/12/18/beato-tra-le-donne-duke-robillard-and-his-dames-of-rhythm/ , che a sua volta seguiva Blues Full Circle, altro disco con la presenza di diversi ospiti https://discoclub.myblog.it/2016/11/04/anche-potrebbe-il-disco-blues-del-mese-duke-robillard-and-his-all-star-combo-blues-full-circle/ . Anche nel nuovo CD, come di consueto, non mancano le collaborazioni: Chris Cote, Sunny Crownover, Mark Cutler, Julie Grant, Dave Howard e Klem Klimek, sono i vari vocalist aggiunti che affiancano Robillard e la sua band, ovvero gli immancabili partner dell’All-Star Combo che da qualche anno lo accompagna, Bruce Bears (piano, organo Hammond); Brad Hallen ( basso e contrabbasso) e Mark Teixeira (batteria).

Se il disco precedente era andato a pescare nel repertorio anni ’20 e ’30, questa volta Duke ha rispolverato vecchie canzoni ascoltate quando era un teenager, ovvero nei mitici anni ’60. Don’t Bother Trying To Steal Her Love che apre l’album, è però l’unico brano originale firmato da Robillard, una delle sue classiche cavalcate tra blues e rock and roll, che sembra  quasi qualche traccia perduta del songbook di Chuck Berry, una specie di gemello diverso di You Never Can Tell, cantata e suonata con un impeto invidiabile e di cui è quasi impossibile non apprezzare il buon umore e la gioia che trasmette, con la chitarra da subito in grande spolvero; On This Side Of Goodbye era un pezzo di Goffin e King, scritta per i Righteous Brothers, una deliziosa e raffinata ballata di impianto pop, quelle canzoni splendide che negli anni ’60 uscivano a ogni piè sospinto, suonata alla grande come al solito dal Duke e soci, con fiati e voci di supporto a renderla ancora più piacevole e con un paio di assoli di chitarra da urlo di grande gusto. Living With The Animals era una incantevole blues ballad dall’omonimo disco dei Mother Earth, la misconosciuta band della grande Tracy Nelson, un album del 1968 in cui suonava anche Mike Bloomfield.

Nel disco ci sono anche quattro tracce strumentali, la prima è Careless Love, un vecchio pezzo strumentale tradizionale veramente godurioso nell’interscambio felpato tra chitarra e organo. Everyday I Have To Cry Some è un piccolo gioiellino perduto, scritto da Arthur Alexander, ma che Duke, come ricorda lui stesso, conosceva nella versione di Julie Grant, una giovane cantante inglese di stampo pop che nell’epoca di Beatles e Stones era un po’ una controparte di Dusty Springfield e Cilla Black: Robillard la conosceva perché quando si era ritirata dalla musica era andata a vivere e lavorare in un casinò nel Connecticut e i due avevano parlato spesso del passato diventando amici, e per l’occasione l’ha convinta a cantarla di nuovo per questo album, in coppia con Sunny Crownover, e il risultato è assolutamente affascinante, sembra quasi di sentire un brano di Phil Spector cantato dalle Shirelles, puro divertimento assicurato; I Am A Lonesome Hobo è il personale tributo di Robillard a Bob Dylan, di cui è stato chitarrista per alcuni mesi nel 2013, una intensa  ed atmosferica versione abbastanza rispettosa dell’originale, che sembra quasi un pezzo di Bruce Springsteen https://www.youtube.com/watch?v=bfjz4p5izjg , Sweet Nothin’s il vecchio pezzo di Brenda Lee è il veicolo ideale per apprezzare la voce cristallina della Crownover e la strumentale Soldier Of Love è un altro divertito e raffinato tuffo nelle atmosfere spensierate degli anni ’60.

Dear Dad è un vorticoso R&R con chitarre e piano impazziti che si trovava su Chuck Berry In London, seguito da una lunga versione super funky di Yes We Can di Lee Dorsey, dove Duke sfodera un potentissimo e micidiale wah-wah, con Yellow Moon, proprio quella dei Neville Brothers, una rara concessione ad un brano più recente, in un’altra versione dove la quota soul e R&B è di grana finissima https://www.youtube.com/watch?v=TWt4mP29rD8 . Nel finale arrivano gli ultimi due strumentali, una Rawhide di una potenza devastante che rivaleggia con quella di uno dei maestri  riconosciuti di Robillard, quel Link Wray che non ha mai ricevuto i giusti riconoscimenti che meritava https://www.youtube.com/watch?v=DLi9ww0A3js . E infine You Belong To Me, altro squisito strumentale che sta all’intersezione tra Santo & Johnny, Roy Buchanan e il Santana più melodico e conclude degnamente uno degli album più belli della discografia di Duke Robillard, suonato con una classe al solito inimitabile. Esce oggi 17 maggio.

Bruno Conti

Dai Falchi Ai Guerrieri, Ma Sempre Quello L’Argomento E’. Mark Wenner’s Blues Warriors

mark wenner's blues warriors

Mark Wenner’s Blues Warriors – Mark Wenner’s Blues Warriors – Eller Soul 

All’incirca a metà 2017 era uscito l’ultimo album dei Nighthawks All You Gotta Do, uno dei migliori della loro discografia recente https://discoclub.myblog.it/2017/10/04/questa-volta-non-si-scherza-bentornati-a-bordo-the-nighthawks-all-you-gotta-do/ , ma ora un po’ a sorpresa (e ne parliamo con ritardo, visto che è già uscito da alcuni mesi, ma ormai le produzioni indipendenti americane, con rare eccezioni, si faticano a trovare e sono piuttosto costose, almeno per noi europei) esce un album solista di Mark Wenner, il leader maximo dei “Falchi della Notte”, il quinto che pubblica fuori dalla band,: due ancora negli anni ’80, nell’era del vinile, e due nella prima decade dei 2000. Il moniker scelto è Mark Wenner’s Blues Warriors, e dalla sua formazione storica si porta dietro il fedele batterista Mark Stutso, aggiungendo due chitarristi, Zach Sweeney, un solista emergente con trascorsi nel country, visto che suonava con Wayne Hancock, e Clarence ‘The Bluesman’ Turner, un musicista nero dell’area di Washington, D.C., con un album solista nel suo CV; a completare la formazione il contrabbassista Steve Wolf, un veterano che ha militato anche nella band di Danny Gatton, e un annetto abbondante fa ha rilasciato un album acustico in coppia con Tom Principato, The Long Way Home, di cui abbiamo parlato su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2017/11/01/un-disco-anomalo-acustico-per-il-chitarrista-di-washington-d-c-tom-principato-steve-wolf-the-long-way-home/ .

Per l’occasione Mark Wenner e soci hanno deciso di realizzare un album tutto incentrato su pezzi classici del blues, con un paio di deviazioni nel R&R e un solo brano originale di Wenner, dedicato a Jimmy Reed. Niente per cui stracciarsi le vesti, ma un disco solido e ben suonato e cantato, a partire da un ”oscuro” brano di Muddy Waters, Diamonds At Your Feet, che era il lato B di un vecchio 45 del 1956, con Clarence Turner alla voce, che si rivela vocalist e chitarrista di buona attitudine e tocco molto classico, come pure Sweeney, mentre Wenner soffia nella sua cromatica, di seguito troviamo una divertente (Let Me Be Your) Teddy Bear, proprio il famoso brano di Elvis, che viene leggermente rallentato a tempo di blues, per essere vicini alla versione di Big Joe Turner, con il contrabbasso di Wolf che pompa il ritmo di gusto, mentre Mark canta e soffia nella sua armonica, alternandosi alla chitarra. Rock A While è sempre di Turner, un altro shuffle swingante, mentre Checkin’ Up On My Baby è Chicago Blues della più bell’acqua, sempre con il dualismo armonica-chitarra, Sweeeney per l’occasione, per questo brano che facevano benissimo Buddy Guy e Junior Wells; Just To Be With You era un altro brano di Muddy Waters, il classico slow blues cadenzato, con Turner di nuovo al proscenio, mentre il contrabbasso di Wolf marca il tempo con voluttà.

Altro pezzo da 90 è King Bee di Slim Harpo, con Wenner che interpreta i doppi sensi del brano, senza dimenticare di soffiare nell’armonica, come peraltro in tutti i pezzi di questo album; non manca l’omaggio a B.B. King con una sontuosa It’s My Own Fault, cantata da Stutso, che l’aveva già intonata con classe e potenza nei Drivers di Jimmy Thackery, e pure il R&R divertito di una frenetica Hello Josephine del grande Fats Domino, con armonica e chitarra a sostituire il piano. Un altro Sonny Boy Williamson con la intensa Trust My Baby, e poi il picking quasi country nello strumentale swing The Hucklebuck ad opera di Zach Sweeney, con assoli di tutta la band; Just Like Jimmy è un altro strumentale, come ricordato all’inizio, l’unico pezzo firmato da Wenner e dedicato a Jimmy Reed, e per chiudere un altro blues di quelli duri e puri come Dust My Broom, Robert Johnson via Elmore James per uno dei capolavori assoluti delle 12 battute, ovviamente con molta più armonica rispetto alle versioni abituali, di nuovo comunque con Robert Turner e Zach Sweeney co-protagonisti insieme a Mark Wenner.

Bruno Conti

L’Eccezione Che Conferma La Regola: Non Tutte Le Orchestre Vengono Per Nuocere! Buddy Holly With The Royal Philarmonic Orchestra – True Love Ways

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Buddy Holly With The Royal Philarmonic Orchestra – True Love Ways – Decca/Universal CD

Sono sempre stato parecchio critico verso le operazioni di “lifting musicale”, in particolare quando vengono prese le tracce vocali di un artista scomparso alle quali viene aggiunto un accompagnamento strumentale inciso ex novo. Qualche eccezione la faccio anch’io, tipo quando si vuole in un certo modo omaggiare il proprio passato (come i Beatles con Free As A Bird e Real Love, costruite intorno a due nastri casalinghi di John Lennon) o quando un gruppo di canzoni viene lasciato in eredità (come nel caso dell’album postumo di Pops Staples Don’t Lose This uscito nel 2015 e formato da canzoni che il grande musicista aveva consegnato prima di morire alla figlia Mavis, con la raccomandazione di pubblicarle); già nel caso dei Queen, sia per l’album Made In Heaven che per i tre brani “inediti” usciti sulla compilation Queen Forever, siamo giusto a metà tra il tributo all’amico Freddie Mercury e la furba operazione commerciale. L’ultima moda in fatto di restauro musicale è prendere le registrazioni originali di grandi del passato, meglio se stelle del rock’n’roll, ed appiccicargli addosso nuove registrazioni a cura della Royal Philarmonic Orchestra: ha inaugurato il nuovo “trend”, tanto per cambiare, Elvis Presley con il terribile If I Can Dream, del quale mi sono sincerato di far sapere il mio pensiero su questo blog https://discoclub.myblog.it/2015/11/05/questanno-natale-bella-seduta-spiritica-elvis-presley-with-the-royal-philarmonic-orchestra-if-i-can-dream/ .

Eppure incredibilmente quel lavoro ha avuto anche successo, dato che sono poi usciti due seguiti (uno dei quali dedicato alle canzoni di Natale), e la moda si è estesa anche ad altri, come Roy Orbison, con ben due volumi a lui accreditati, secondo me sbagliando ancora di più in quanto la voce di Roy, già potente ed “operistica” di suo, il meglio lo ha sempre dato con arrangiamenti piuttosto sobri, e non seppellita da orchestrazioni ridondanti. Come se non bastasse, si è cominciato a pubblicare dei CD usando incisioni di artisti in quel momento ancora in vita (Aretha Franklin) o più o meno in attività (i Beach Boys), ma i risultati dal punto di vista artistico non sono migliorati granché, ed un certo sapore kitsch è sempre venuto prepotentemente a galla. Inizialmente non ero dunque propenso a considerare neanche questo True Love Ways, nuovo episodio della serie e dedicato stavolta al grande Buddy Holly, ma mi ci sono avvicinato dopo aver letto più di un commento positivo, e considerando anche il fatto che l’immagine del rocker texano scomparso tragicamente nel 1959 negli anni è stata gestita sempre in maniera molto rispettosa. E, dopo averlo ascoltato, posso infatti confermare che True Love Ways è un capitolo a parte, in quanto il lavoro di restauro è stato fatto con grande gusto e misura, e l’orchestra è sempre un passo indietro rispetto alla voce di Buddy e all’accompagnamento dei Crickets (Joe B. Mauldin e Jerry Allison).

Alle registrazioni originali sono state aggiunte anche nuove chitarre (John Parricelli e Kenny Vaughan), è stata rinforzata la sezione ritmica (con l’ausilio di Don Richardson e Steve Pierce al basso e Neal Wilkinson alla batteria) e si sono uniti anche interventi di pianoforte e sassofono. Ma il tutto è stato fatto con il massimo rispetto (dietro il progetto c’è l’ex moglie di Buddy, Maria Elena Holly) e cercando di non rovinare le sonorità originali, rendendo il risultato finale estremamente gradevole. La voce gentile di Holly viene anche valorizzata da questo restyling, al punto che in alcuni momenti sembra di ascoltare un disco inciso da poco, ed i brani contenuti nel CD brillano di una luce nuova: non è il caso di recensire le canzoni, i titoli fanno parte della storia della musica, pezzi che rispondono ai nomi di It Doesn’t Matter Anymore, Everyday, Raining In My Heart, la stessa True Love Ways, Words Of Love, Rave On, la stupenda Peggy Sue. Anche i pezzi più rock’n’roll, come That’ll Be The Day, Oh Boy e Maybe Baby, non perdono un’oncia della loro antica bellezza (e l’orchestra, ripeto, lavora di fino). D’altronde Holly era un grandissimo, e Dio solo sa cosa avrebbe potuto regalarci in seguito se solo non fosse salito su quel maledetto aereo: sono pronto a giurare (tanto non c’è la controprova) che negli anni sessanta avrebbe potuto essere tranquillamente un numero uno, dato che Elvis diventerà la parodia di sé stesso in film assurdi, Orbison calerà disco dopo disco fino a scomparire dai radar per tutti gli anni settanta, Jerry Lee Lewis avrà la carriera stroncata a causa del matrimonio con la cugina minorenne, e pure Chuck Berry a poco a poco si perderà. Se questa compilation servirà a far conoscere l’arte di Buddy Holly a generazioni più giovani (dato che, pur essendo una leggenda, per certi versi la sua figura è sempre stata un po’ di nicchia), l’operazione oltre che riuscita dal punto di vista artistico si potrà definire anche meritoria.

Un disco fatto bene non basta comunque a far cambiare idea al sottoscritto circa questo genere di iniziative, e sarò sempre pronto a “bastonare” futuri album non al livello di questo True Love Ways.

Marco Verdi

Correva L’Anno 1968 3. Elvis Presley – ’68 Comeback Special: 50th Anniversary Edition

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Elvis Presley – ’68 Comeback Special: 50th Anniversary Edition – RCA/Sony 5CD/2Blu-ray Box Set – 2LP “The King In The Ring”

Ennesima riedizione, si spera quella definitiva, per il famoso ’68 Comeback Special di Elvis Presley, uno dei più clamorosi casi di rilancio della carriera di un artista nella storia della musica. I “favolosi” anni sessanta non erano stati così favolosi per i pionieri del rock’n’roll dei fifties, soppiantati da artisti appartenenti a generi via via più in voga come il Folk Revival, la British Invasion, la psichedelia e la Summer Of Love: Elvis però ci aveva messo del suo, disperdendo il suo talento durante tutta la decade per partecipare a filmetti di terza categoria (e relative insulse colonne sonore) e riducendosi a parodia di sé stesso, molto più che nel successivo periodo “Elvis grasso” a Las Vegas negli anni settanta, in cui almeno la sua abilità di performer era ai massimi livelli. Gran parte della colpa di questo era da attribuire al famigerato manager di Elvis, il “Colonnello” Tom Parker, che aveva ridotto il nostro ad una sorta di burattino nelle sue mani, privilegiando una visione dollarocentrica della sua carriera, e lasciando la musica in secondo piano (emblematica una scena del bel serial tv Vinyl, passato lo scorso anno su Sky, nel quale il protagonista del film, un discografico indipendente di grandi visioni, si trova a colloquio negli anni settanta con uno stanco e demotivato Elvis all’interno della “Jungle Room”, e riesce a riattivare la scintilla nei suoi occhi spenti convincendolo a fare un disco di crudo rock’n’roll come all’inizio della carriera: Parker, sentita la cosa, arriva a minacciare fisicamente il protagonista con l’intento di fargli abbandonare l’idea. E’ finzione, certo, ma il personaggio era quello).

Nel 1968 però si era arrivati ad un punto di non ritorno, e così Parker approcciò il produttore televisivo Bob Finkel con l’idea di uno special natalizio nell’ambito della serie di trasmissioni Singer Presents (sponsorizzata dalla celebre azienda produttrice di macchine per cucire). Inizialmente sembrava che Elvis dovesse cantare solo canzoni natalizie, cosa che non gli interessava fare, ma poi Finkel ed il regista del programma Steve Binder ebbero l’idea di rendere la trasmissione un vero e proprio ritorno dell’artista alla performance dal vivo con lo spirito rock’n’roll dei primi giorni. Elvis accettò con entusiasmo, e per una volta non diede ascolto a Parker che tentennava…ed il resto è storia. Lo special televisivo ebbe infatti un grandissimo successo, e così il disco che ne venne tratto, Elvis (NBC TV Special) e riportò in auge il nome del nostro, che da lì in poi la smise di recitare in film di serie C e riprese in mano la sua carriera musicale, e ricominciò anche a fare concerti. Il programma mostrò un Elvis in strepitosa forma fisica, tirato a lucido in un completo di pelle nera, ed autore di una solida performance nella quale riprese in mano anche i vecchi successi degli anni cinquanta, dando finalmente una sensazione di spontaneità (vennero anche richiamati i suoi musicisti dell’epoca, il chitarrista Scotty Moore ed il batterista D.J. Fontana).

Lo spettacolo era però tutt’altro che improvvisato, ed era una sorta di taglia e cuci di varie performance che comprendevano due show da seduto con strumentazione parca ed intima, due in piedi con orchestrazioni più complesse, coreografie, cori gospel, eccetera (e diverse basi musicali erano in playback), ma il risultato finale era quello di un artista finalmente a suo agio e che faceva ciò che gli riusciva meglio: cantare. Negli anni sono uscite, in album postumi o sparse in varie antologie e cofanetti, praticamente tutte le performance legate a questo speciale, ed oggi la Sony pubblica per il cinquantenario quello che dovrebbe essere il box definitivo, cinque CD e due BluRay in cui troviamo tutto ciò che è successo in quel mese di Giugno del 1968 (c’è anche un doppio vinile intitolato The King In The Ring, che si limita ai due concerti “sit-down”, che deve il titolo alla disposizione a cerchio dei musicisti). Il cofanetto, realizzato in formato LP pur non contenendo vinili (e con all’interno uno splendido libro pieno di note, testimonianze e strepitose foto ad alta definizione, un vero incentivo all’acquisto), potrebbe sembrare l’ennesima operazione inutile dell’industria discografica dato che non c’è nemmeno l’ombra di un inedito, ma è così se siete in possesso della discografia completa di Elvis prima e dopo la morte, cosa abbastanza complicata. Certo, se nel 2008 vi siete accaparrati l’edizione in quattro CD per il quarantennale, e anche e soprattutto il triplo DVD edito nel 2004, che contiene la parte video uguale a quella dei 2 Blu-ray, potete anche bypassare, ma se non è così (come nel caso del sottoscritto che ha solo il disco originale ed il postumo Tiger Man), questo box è assolutamente da avere.

Il primo CD vede la riproposizione del disco originale, con Elvis accompagnato dalla Wrecking Crew, ovvero lo strepitoso ensemble di sessionmen di Los Angeles presente su una miriade di album di quel periodo (tra cui lo straordinario bassista e pianista Larry Knetchel, il batterista Hal Blaine ed i chitarristi Tommy Tedesco, Mike Deasy e Al Casey) e da una lunga serie di backing vocalists (compresa Darlene Love): sette tracce, perlopiù lunghi medley tra canzoni e dialoghi, provenienti anche da sessions diverse. Dopo il celeberrimo inizio di Trouble/Guitar Man, abbiamo versioni scintillanti di brani di punta del repertorio del nostro, un mix formidabile di rock’n’roll e ballate con titoli come Lawdy, Miss Clawdy, Heartbreak Hotel, Hound Dog, All Shook Up, Can’t Help Falling In Love, Love Me Tender, Jailhouse Rock. C’è anche un bel trittico di brani gospel (Where Could I Go But To The Lord/Up Above My Head/Saved) e due pezzi lenti incisi in studio, i singoli Memories e If I Can Dream. In più, quattro tracce bonus, tra le quali It Hurts Me e Let Yourself Go non presenti nel programma originale. Il secondo e terzo CD (in mono, così come il quarto, mentre il quinto è in stereo ed il primo un mix di entrambe le cose) ripropongono per intero sia i due “sit-down” shows che i due “stand-up”: in particolare sono strepitosi i due spettacoli da seduto, che senza volerlo anticiperanno di molto l’approccio unplugged che poi diventerà moda con MTV (anche se la chitarra di Moore è elettrica). Qui rivediamo finalmente l’Elvis musicista a tutto tondo (ed anche chitarrista), rilassato, informale, scherzoso e perfettamente a suo agio, ma tremendamente serio quando snocciola performance da urlo di pezzi come That’s All Right (che nel 1956 diede inizio a tutto), Heartbreak Hotel, Blue Suede Shoes, One Night, Are You Lonesome Tonight, Baby What You Want Me To Do (suonata per ben cinque volte complessivamente) e Tiger Man: due concerti da cinque stelle.

Non che i due show “in piedi” siano di molto inferiori, anche qua Elvis è in pieno controllo e forse perfino più convinto nella prestazione vocale, solo il suono è più lavorato ed orchestrato e le due scalette sono sovrapponibili (a differenza di quelle dei due “sit-down shows”, che avevano delle varianti), ma comunque la seconda esibizione è semplicemente fantastica, con il King in pura trance agonistica. E le grandi canzoni si sprecano: oltre a quelle suonate nei due spettacoli da seduto, troviamo anche trascinanti riproposizioni di All Shook Up, Don’t Be Cruel, Jailhouse Rock, Trouble e Guitar Man, oltre alla splendida Can’t Help Falling In Love che per me è in assoluto la più bella ballata di Elvis. Il quarto dischetto ci offre le prove in camerino prima di andare in scena, con Elvis che cazzeggia alla grande con i membri della band, ma poi si cimenta anche in brani che non troveranno spazio nello show, come I Got A Woman di Ray Charles, Blue Moon, Danny Boy e Blue Moon Of Kentucky, ed il gruppo riprende anche il famoso Peter Gunn Theme di Henry Mancini. Ottimo per capire come il nostro si preparava prima di uno spettacolo, peccato che la qualità sonora non sia delle migliori. Il quinto ed ultimo CD, molto interessante, ci fa sentire le prove insieme alla Wrecking Crew, con una serie di canzoni che, eccetto Trouble e Guitar Man (ed anche Memories ed If I Can Dream, che però erano cantati dal vivo su base pre-registrata), Elvis non suonerà nei quattro show di cui sopra, ma che finiranno in forma ridotta a far parte dello show. E ci sono diverse cose decisamente intriganti, come la solida Nothingville, un tentativo poi abortito di fare Guitar Man ad un tempo molto più veloce, una versione piena di ritmo del classico di Jimmy Reed Big Boss Man (peccato sia troppo breve), la deliziosa ballad It Hurts Me ed una strepitosa Saved (due takes), tra gospel e rock’n’roll, cantata in maniera inarrivabile. Infine i due BluRay (che al momento non ho visto) contengono, oltre allo special andato in onda in origine e le quattro performance seduto ed in piedi, tutta una serie di prove, outtakes, scene tagliate e chicche varie, praticamente ogni minuto del dietro le quinte (alcuni di questi filmati erano già finiti sul recente documentario The Searcher.

Ribadisco, se di queste sessions avete poco o niente, un cofanetto da non perdere, anche se non costa poco: per sentire e vedere il Re del rock’n’roll nel suo ambiente naturale.

Marco Verdi

Ancora Meglio Dell’Esordio, Peccato Solo Per La (Scarsa) Durata! Paul Cauthen – Have Mercy EP

paul cauthen have mercy ep

Paul Cauthen – Have Mercy EP – Lightning Rod CD

Paul Cauthen è un texano diverso dal solito. Ex Sons Of Fathers, ha esordito come solista nel 2016 con l’ottimo My Gospel, un album che fin dal titolo lasciava intendere che nel suo background non c’era solo la musica country https://discoclub.myblog.it/2017/01/05/tra-texas-alabama-e-piu-di-uno-sguardo-al-passato-paul-cauthen-my-gospel/ . Infatti My Gospel era una riuscita e stimolante miscela di soul, rock, country e, appunto, gospel, il tutto suonato come se si stesse parlando di un artista proveniente dal Mississippi o dall’Alabama. A meno di due anni di distanza da quel disco, ora Cauthen pubblica questo Have Mercy EP, sette canzoni nuove di zecca che proseguono il discorso musicale intrapreso con My Gospel, direi addirittura migliorandolo. Paul è uno che sa scrivere, ha il senso del ritmo, conosce i classici e si sa circondare di validi musicisti, gente poco nota ma di sostanza, che risponde ai nomi di Beau Patrick Bedford (organo, ed è anche il produttore), Nik Lee (chitarre), Scott Edgar Lee Jr. (basso), Daniel Creamer (piano) e McKenzie Smith (batteria), ed aggiungerei che il nostro è anche in possesso di una bella e profonda voce baritonale.

Have Mercy è quindi un ottimo disco, anche variegato nello stile pur restando molto a Sud della Mason-Dixon Line, e che ha l’unico difetto di durare appena 26 minuti: sarebbe bastato aggiungere tre cover scelte con cura ed avremmo avuto un nuovo album in tutto e per tutto. L’inizio è comunque splendido grazie alla scura ed annerita Everybody Walkin’ This Land, un brano tra gospel e blues nel quale la voce di Paul assomiglia in maniera impressionante a quella di Johnny Cash, ed anche lo stile è assimilabile a quello delle incisioni a sfondo religioso dell’Uomo in Nero, con gli strumenti centellinati e la voce bella forte al centro. Resignation è invece un gustoso brano tra soul e rock, che a differenza della canzone precedente mi ricorda notevolmente l’Elvis Presley dei primi anni settanta, e che voce; Have Mercy è una classica rock song ancora molto seventies, e nuovamente a metà strada tra rock e southern soul, guidata da chitarre, piano ed organo, un suono caldo che profuma di Fame Studios e con un coro femminile che fa tanto Lynyrd Skynyrd.

Lil Son è una splendida ed ariosa western song, quasi da film, ancora con l’influenza di Cash ben presente, anzi credo che sia volutamente citazionista, dal timbro di voce al ritmo (boom-chicka-boom), anche se il songwriting è indubbiamente opera di Paul. Ancora l’Elvis “sudista” con My Cadillac, un rock’n’roll pieno di anima e di ritmo, con un ritornello coinvolgente: il CD sarà anche di corta durata, ma ripeto che la qualità media è superiore al già positivo debutto. Chiudono la fluida Tumbleweed, rock ballad di ampio respiro e cantata al solito in maniera egregia, e la scorrevole In Love With A Fool, uno slow pianistico e romantico, dal delizioso sapore fine anni sessanta ed un raffinato alone pop, che si trova dalle parti dell’ultimo Sturgill Simpson. Sette canzoni scintillanti, che alla fine lasciano un po’ di amaro in bocca in quanto ce ne sarebbe voluta qualcuna in più.

Marco Verdi

Niente Hard Rock, Ma Il Divertimento E’ Assicurato! Ian Gillan And The Javelins

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Ian Gillan And The Javelins – Ian Gillan & The Javelins – Ear Music/Edel CD

I Javelins erano una delle varie band giovanili nelle quali aveva militato Ian Gillan ben prima di raggiungere la fama mondiale come cantante dei Deep Purple (e prima anche degli Episode Six): un gruppo che nella prima metà degli anni sessanta si esibiva nei club di Londra proponendo esclusivamente cover di rock’n’roll e rhythm’n’blues, senza mai aver lasciato alcuna testimonianza su disco. Una prima reunion della band avvenne nel 1994 con l’album Sole Agency & Representation, un lavoro composto solo da cover che però passò praticamente inosservato un po’ perché era accreditato semplicemente ai Javelins, senza specificare il nome di Gillan in copertina, ed un po’ perché Ian ed i Purple erano appena usciti a pezzi dall’ultima reunion della formazione “Mark II”, con Ritchie Blackmore che aveva abbandonato definitivamente il gruppo nel bel mezzo del tour seguito all’album The Battle Rages On. Oggi Gillan ci riprova con questo Ian Gillan And The Javelins (quindi mettendo il suo nome bene in evidenza stavolta) e, per quanto mi riguarda, centra perfettamente il bersaglio, tra l’altro riuscendo a coinvolgere tutti gli elementi originali del gruppo, che sono ancora vivi e vegeti: Gordon Fairminer alla chitarra solista, Tony Tacon alla ritmica, Tony Whitfiled al basso e Keith Roach alla batteria (e con ospiti Don Airey, attuale tastierista dei Purple, al pianoforte, ed una piccola sezione fiati).

Un disco che è da intendersi come un piccolo divertissement per Ian e compagni, ma fatto con grande classe e professionalità, con un esito finale di grande divertimento per l’ascoltatore. I sedici brani sono nuovamente tutte cover di classici più o meno noti del rock’n’roll e del soul, con un pizzico di blues, trattati con grande amore dal quintetto e con arrangiamenti del tutto rispettosi degli originali, interpretati con feeling e vitalità. Anche se negli ultimi anni Gillan ha perso un po’ di smalto soprattutto quando si tratta di affrontare le note più alte, ha pur sempre una gran voce, ed in questo disco canta splendidamente: non lo sentiamo gorgheggiare come nei Deep Purple, non avrebbe avuto senso, ma modulare la voce con misura e, perché no, classe. L’album parte con la notissima Do You Love Me  dei Contours, che coinvolge da subito: gran ritmo, accompagnamento vintage ma grintoso e Ian che canta benissimo, mantenendo la sua tipica inflessione. Abbiamo detto dei pezzi di matrice soul-errebi, che sono la maggior parte: Little Egypt (Ying-Yang) non è certo il brano più famoso dei Coasters, ma si lascia ascoltare con piacere, per contro Save The Last Dance For Me (The Drifters) è celeberrima, e Ian e soci la trattano con grande rispetto, in stile bossa nova (e che voce); Chains è più nota del gruppo che l’ha lanciata, i Cookies (ma è scritta dalla coppia Goffin-King, e poi l’hanno fatta anche i Beatles sul loro primo album), ed è un errebi trascinante e suonato in maniera deliziosamente vintage, mentre Another Saturday Night è una delle più belle canzoni di Sam Cooke, e rimane tale anche nelle mani dei Javelins, rivelandosi tra le più azzeccate dell’album.

E poi c’è Ray Charles, rappresentato da due classici assoluti, due vivaci riletture di Hallelujah I Love Her So e What I’d Say, entrambe rifatte con gusto e partecipazione (la seconda con una lunga introduzione strumentale che vede Airey protagonista indiscusso). Non manca ovviamente il rock’n’roll, come Dream Baby, con Gillan che non fa il verso a Roy Orbison ma ci mette il suo sigillo, un doppio Chuck Berry (Memphis, Tennessee, corretta ma un po’ scolastica, e Rock And Roll Music, decisamente più coinvolgente), Jerry Lee Lewis (High School Confidential, travolgente e godibilissima) e doppietta anche per Buddy Holly (la sempre splendida It’s So Easy, molto vicina all’arrangiamento originale, e la meno nota ma deliziosa Heartbeat). C’è anche un accenno al blues, e sono due tra i brani migliori del CD: You’re Gonna Ruin Me Baby è un pezzo poco noto di Lazy Lester (bluesman abbastanza oscuro, scomparso tra l’altro a fine Agosto, quindi da un paio di settimane), un brano energico e saltellante, eseguito in maniera eccellente con Ian che si cimenta pure all’armonica, e l’elettrica e grintosa Smokestack Lightnin’ (Howlin’ Wolf); chiude il dischetto un vibrante omaggio a Bo Diddley con l’immancabile Mona.

Quindi un piacevolissimo viaggio nelle origini della nostra musica, da parte di un veterano che nonostante l’età non ha perso la voglia di divertirsi.

Marco Verdi

Un’Ora Di Divertimento Assicurato! Webb Wilder & The Beatnecks – Powerful Stuff!

webb wilder powerful stuff

Webb Wilder & The Beatnecks – Powerful Stuff! – Landslide CD

Webb Wilder, nato John McMurry 64 anni fa in Mississippi, è un musicista (ed attore a tempo perso) che non ha mai assaporato neppure per un attimo alcunché di lontanamente paragonabile al successo, e nemmeno ha conseguito una grande notorietà. Eppure è sulle scene da oltre trent’anni, e la sua miscela di rock’n’roll, country, pop, blues e rockabilly avrebbe meritato maggior fortuna. Una decina di album in totale, quasi tutti prodotti da R.S. Field, songwriter e produttore molto noto a Nashville, ma nessuno di essi è mai entrato in nessun tipo di classifica. Ma giustamente Webb se ne è sempre fregato, ed è andato avanti a proporre il suo mix a tutta adrenalina, un tipo di musica che nell’approccio non può non ricordare quella di Commander Cody & His Lost Planet Airmen, anche se il Comandante negli anni d’oro era diversi livelli più in alto, oltre che dal suono molto più country. Ma Wilder non è uno che si tira indietro, è un valido cantante e buon chitarrista, e ha un senso del ritmo notevole, ma anche feeling, idee e creatività.

Powerful Stuff! non è un disco nuovo, e neppure un’antologia, ma una collezione di brani inediti registrati tra il 1985 ed il 1993, comunque in definitiva suona fresco e stimolante come se le canzoni in esso contenute avessero poche settimane di vita. Merito va sicuramente anche alla band che lo accompagnava, The Beatnecks, un trio composto da Donny Roberts alla chitarra, Denny Blakely al basso e Jimmy Lester alla batteria, un combo tutta potenza e feeling, che rende l’ascolto dei sedici brani contenuti in questo CD (alcuni dei quali dal vivo) estremamente piacevole; come ciliegina, abbiamo anche diversi ospiti di gran nome, tra cui il noto bassista Willie Weeks, il grande axeman David Grissom e soprattutto il leggendario Al Kooper all’organo in un pezzo. Inizio a bomba con Make That Move, un rock’n’roll dal ritmo pulsante ed un’atmosfera da garage band anni sessanta, subito seguita dall’elettrica New Day, rock song con tanto di chitarra distorta, ma comunque immediata e con un retrogusto pop. Anche No Great Shakes prosegue sulla stessa linea, puro rock’n’roll con chitarre in primo piano, suono ruspante e gran ritmo, mentre la cadenzata Lost In The Shuffle è un gustosissimo errebi con tanto di fiati ed organo (Kooper è riconoscibilissimo), un brano che dimostra che Wilder non è affatto monotematico.

Powerful Stuff è in linea con il titolo, chitarre, ritmo, grinta e feeling, Ain’t That A Lot Of Love è un soul-rock vibrante e solido, mentre I’m Wild About You Baby è puro boogie, che sarebbe irresistibile se non fosse penalizzato da una registrazione quasi amatoriale (ma è un caso isolato). Non mancano le cover: Nutbush City Limits, versione al fulmicotone del classico di Ike & Tina Turner, suonata con foga da punk band, Catbird Seat di Steve Forbert, oltremodo accelerata ed elettrificata, l’irresistibile rockabilly Hey Mae, un vecchio brano country di Rusty & Doug Kershaw rivoltato come un calzino (sembrano i Blasters) ed una scatenatissima Lucille di Little Richard. Altri highlights sono il gradevole power pop di Animal Lover, decisamente chitarristico, i vibranti rock’n’roll High Rollin’ e Revenoor Man (e qui le similitudini con il gruppo del Comandante George Frayne sono molte), la deliziosa e tersa country ballad Is This All There Is?, davvero bella, e l’incalzante Dead And Starting To Cool. Un ottimo dischetto di rinfrancante rock’n’roll, perfetto se di Webb Wilder non avete nulla, ma anche se siete fra i pochi che lo conoscevano già.

Marco Verdi

Un “Grosso” Artista In Azione, In Tutti I Sensi! Victor Wainwright & The Train – Victor Wainwright And The Train

Victor Wainwright & The Train

Victor Wainwright & The Train – Victor Wainwright And The Train – Ruf Records

Se vi siete persi i dischi precedenti https://discoclub.myblog.it/2015/09/14/grande-musica-dal-sud-degli-states-victor-wainwright-the-wildroots-boom-town/ , non commettete l’errore ancora una volta: qui parliamo di “grosso” artista al lavoro, perché Victor Wainwright da Savannah, Georgia, residente in quel  di Memphis, è un personaggio che merita di essere conosciuto. Pianista, ma suona anche organo, piano elettrico, Mellotron e lapsteel, cantante in possesso di una voce strepitosa, con echi di Dr.John, Leon Russell, Fats Domino, ma pure di Little Richard, dei quali incorpora anche gli stili musicali. Ad ogni album, o quasi, cambia il nome del gruppo: dopo alcuni dischi con i Wildroots, questa volta si fa accompagnare dai The Train, combo di quattro elementi, compreso il titolare, ma se aggiungiamo ospiti vari, si superano facilmente i dieci elementi https://www.youtube.com/watch?v=ZeTGdk1fVO4 . Wainwright  suona(va) anche in un’altra band, gli eccellenti Southern Hospitality, con Damon Fowler e Jp Soars, ma Victor lo troviamo anche negli album di Nancy Wright, Mitch Woods, con la Backtrack Blues Band, fra i tanti.

Questo nuovo album  è stato registrato proprio nei leggendari Ardent Studios di Memphis, e se nei dischi precedenti Victor si era fatto aiutare da Tab Benoit, questa volta si affida al bravo Dave Gross. Il risultato in questo Victor Wainwright And The Train è un disco dove boogie pianistico, R&R, soul, blues, ballate, tocchi di jazz e New Orleans vengono mirabilmente fusi con il rock e lo stile di gruppi come Mad Dogs & Englishmen, Commander Cody, Little Feat, in un frullato eccitante. Ho esagerato? Forse, ma il disco si ascolta veramente con grande piacere: dodici canzoni, tutte firmate dal titolare, dove gli stili si alternano e si mescolano di continuo in un’oretta abbondante in cui il divertimento è assicurato. Con il leader sono impegnati Billy Dean alla batteria, Terence Grayson al basso e Pat Harrington alla chitarra, oltre ad una piccola sezione fiati, che si ascolta in quasi tutti i brani del CD, alcuni vocalist aggiunti, tre o quattro chitarristi ospiti: si parte subito fortissimo con il boogie woogie, misto R&R, misto soul revue della scoppiettante Healing, dove sembra di ascoltare la band anni ’70 di Elvis mista ai Commander Cody, con il figlio illegittimo di Joe Cocker e Ray Charles (leggi Wainwright stesso) alla voce solista, tra chitarre tiratissime, organo, piano impazzito, fiati ovunque, che macinano ritmo e sudore; Wilshire Grave aggiunge elementi voodoo di New Orleans à la Dr. John, il groove è sempre micidiale, non mancano gospel, soul e jazz, e la musica scivola goduriosa, con chitarra e organo che si fronteggiano con maestria.

Poi Victor ci invita tutti a bordo e parte The Train, una canzone che avrebbe fatto vergognare Little Richard perché faceva canzoni troppo tranquille, qui il pianoforte è devastante, ma anche il resto della band non scherza. Dull Your Shine rallenta per un attimo, una bella mid-tempo ballad raffinata con retrogusti errebì  e spazio per un finissimo assolo di chitarra di Greg Gumpel. Money è uno shuffle blues rivisto con il funky dei Little Feat ed il wah-wah di Gumpel ancora sugli scudi, per non dire, ci mancherebbe, del piano. Il nostro amico scrive anche una bellissima Thank You Liucille, canzone dedicata a B.B. King e alla sua chitarra, brano sullo stile di The Thrill Is Gone, con affetto, rispetto e notevoli risultati, forse il pezzo più bello del disco, Mike Welch ospite alla solista https://www.youtube.com/watch?v=az6mYrtRkG4 .Ma la qualità non scema in una Boogie Depression in cui dimostra che il Pinetop Perkins piano player assegnatogli per due anni di fila, non era stato un caso. E se serve Victor Wainwright scrive, suona e canta anche canzoni d’amore coi fiocchi, come la dolcissima Everything I Need, pura deep soul music. In Righteous si torna a viaggiare sul “treno” infoiato dell’amore , anche grazie alla slide tangenziale di Josh Roberts. I’ll Start Tomorrow è un voluttuoso brano à la Fats Domino, mentre la lunga  Sunshine introduce elementi psichedelici stile Dr. John primi anni ’70, con flauto e la solista scatenata di Harrington a guidare le danze. That’s Love To Me, quasi nove minuti, chiude degnamente il disco con una lunga e magnifica ballata, con un paio di assoli di chitarra da sballo, degna delle migliori di Leon Russell. Bellissimo disco!

Bruno Conti

Dopo Chuck Berry Se Ne E’ Andato Anche The “Fat Man”, Uno Degli Ultimi Grandi Del Rock And Roll! E’ Morto Ieri A 89 Anni Fats Domino

fats domino fifties

Fats_Domino_1977

Ormai a difendere il fortino del R&R è rimasto solo Jerry Lee Lewis, visto che ieri, dopo una lunga malattia, ci ha lasciato anche Antoine “Fats” Domino”, nella sua casa, in quel di Harvey, Louisiana, una cittadina non lontana dall’area metropolitana della sua amata New Orleans, di cui è stato uno dei rappresentanti e cantori più importanti. Fats Domino, nato proprio a New Orleans, il 26 febbraio del 1928 (quindi con lui condivido il giorno del compleanno), un musicista che ha saputo riunire nel suo stile prima il rhythm and blues e poi il rock’n’roll, pianista formidabile, cantante dalla voce particolare e unica, dolce, vellutata ed insinuante, grande autore di canzoni, in coppia soprattutto con il suo produttore Dave Bartholomew, ha influenzato intere generazioni di musicisti, uno dei primi neri a saper sfondare nel mercato della musica dei bianchi (cosa che qualche anno dopo sarebbe riuscita anche a Chuck Berry), già nel 1953 la sua The Fat Man, incisa nel 1949, arrivò a vendere fino ad oltre un milione di copie.

Poi il suo stile e le sue canzoni si sono riverberate su tutta la musica, arrivando ad influenzare Paul McCartney che scrisse Lady Madonna come una sorta di risposta alla sua Blue Monday, uno dei tantissimi splendidi brani che ne hanno caratterizzato la carriera: come non ricordare anche Ain’t That A Shame (che fu usata nella colonna sonora di American Graffiti), I’m In Love Again, Blueberry Hill, I’m Walkin’ (pure questa era in American Graffiti https://www.youtube.com/watch?v=oqs5gkyH930), My Girl Josephine e decine di altre canzoni splendide, raccolte in un consistente numero di album, che negli anni ’50, il suo periodo di maggior fama, uscivano al ritmo di due o tre all’anno, e che almeno fino alla fine degli anni ’60 hanno continuato a essere pubblicati a getto continuo, per diradarsi negli anni ’70 e ’80, ma ogni tanto il buon Fats piazzava ancora la zampata del leone, in una discografia che tra album originali, ristampe, antologie, dischi dal vivo, è arrivata a superare i 100 dischi (non tutti fantastici a dire il vero, ogni tanto si raschiava il fondo del barile).

Forse l’ultimo importante ad uscire fu un Live From Austin, Texas, della fortunata serie registrata negli studi televisivi della città texana, che però sebbene fu pubblicato dalla New West nel 2006, sia in CD come in DVD, era stato registrato nel 1986.

Non va dimenticato che Fats Domino, come detto, era anche un formidabile pianista, uno che ha influenzato, oltre al McCartney citato prima, anche altri musicisti di New Orleans, da Allen Toussaint Dr. John, oltre ad altri grandi pianisti R&R che sarebbero venuti dopo di lui, come Jerry Lee Lewis e Little Richard e fu influenzato a sua volta da Smiley Lewis (ma anche un musicista onorario di New Orleans come Randy Newman gli deve moltissimo). E Elvis anche se non suonava nulla, non vogliamo citarlo? https://www.youtube.com/watch?v=54sVT4CtmEM. Una delle ultime apparizioni pubbliche (anzi probabilmente l’ultima) di Domino fu in un episodio della serie Treme, dedicata appunto a New Orleans, nel 2012

Ma le sue sorti sono sempre state legate alla città della Louisiana: nel corso del famoso Uragano Katrina Fats Domino ad un certo punto fu tra le persone dichiarate morte a causa degli allegamenti seguiti alle piogge torrenziali, salvo essere ritrovato dalla Guardia Costiera qualche giorno dopo i tragici eventi. Dopo l’Uragano il nostro pubblicò un album Alive And Kickin’ per raccogliere fondi per le popolazioni stremate dalle conseguenze dell’Uragano.

Credo che l’ultima sua esibizione dal vivo sia stata al famoso locale Tipitina nel maggio del 2007 e suonava ancora, ragazzi e non,  se suonava.

Negli ultimi anni a causa della malattia (a parte l’apparizione a Treme) non lo si era visto più spesso in giro, anche se alcuni filmati suoi giravano ancora in rete, tipo quello di un incontro con Dave Barholomew, che di anni oggi ne ha 98, avvenuto nel 2011 https://www.youtube.com/watch?v=JAxjEWjbuXI, con i due che si scambiavano ricordi sui vecchi tempi e su una canzone in particolare. La vedete qui sotto, forse, ma forse, la sua più bella.

Ma il tempo di lasciarci purtroppo è arrivato anche per lui e quindi gli auguriamo che lo Spirito del R&R, e del R&B, suo fratello, lo accompagnino anche in questo ultimo viaggio, bye bye Fats!

Bruno Conti

Un Ennesimo Cofanetto Fondamentalmente (In)Utile. Elvis Presley – A Boy From Tupelo: The Complete 1953-1955 Recordings

elvis presley a boy from tupelo

Elvis Presley – A Boy From Tupelo: The Complete 1953-1955 Recordings – 3 CD Rca/Legacy – 28-07-2017

Per elaborare meglio sul titolo: fondamentalmente (in)utile escluso per i fans sfegatati di Elvis Presley, che però questo box potrebbero averlo, in quanto era già stato pubblicato nel 2012, a tiratura limitata, dall’etichetta FTD (Follow That Dream) specializzata proprio nella riedizione di rare chicche dell’opera di Presley. A tutti gli altri ricordo che esiste (oltre ad una tonnellata di uscite più o meno ufficiali, dove questo materiale si trova in abbondanza e in disparate versioni) il cofanetto, della serie di tre volumi dedicati dalla RCA alla opera omnia di Elvis, intitolato The King Of Rock’N’Roll, che come sottotitolo fa proprio The Complete 50’s Masters, e quindi, a differenza degli altri due, riporta già tutte le registrazioni ufficiali complete degli anni ’50. Per i fan(atici) comunque questo triplo comprende anche quel bel libro che vedete effigiato sopra, curato dallo specialista Ernst Mikael Jørgensen, 120 pagine che raccontano gli eventi di quei due anni in cui furono registrate le canzoni per la Sun Records di Sam Phillips, oltre ad un secondo CD con alcune alternate takes e frammenti di brani incisi all’epoca (ma già apparsi, come detto prima, nelle miriadi di ristampe uscite in questi ultimi 15 anni), e un terzo CD, con registrazioni dal vivo, soprattutto al Louisiana Hayride, di Shreveport, Louisiana, dove pare sia contenuta “ben” una versione (forse) inedita di I Forgot to Remember to Forget, registrata nel 1955. Scusate l’ironia, ma qui siamo al feticismo puro e oltre.

Comunque ecco la tracklist completa dei contenuti del cofanetto:

CD1]
1. My Happiness
2. That’s When Your Heartaches Begin
3. I’ll Never Stand In Your Way
4. It Wouldn’t Be the Same Without You
5. Harbor Lights
6. I Love You Because
7. That’s All Right
8. Blue Moon of Kentucky
9. Blue Moon
10. Tomorrow Night
11. I’ll Never Let You Go (Little Darlin’)
12. I Don’t Care If the Sun Don’t Shine
13. Just Because
14. Good Rockin’ Tonight
15. Milkcow Blues Boogie
16. You’re a Heartbreaker
17. I’m Left, You’re Right, She’s Gone
18. Baby, Let’s Play House
19. I’m Left, You’re Right, She’s Gone
20. I Forgot to Remember to Forget
21. Mystery Train
22. Trying to Get to You
23. When It Rains, It Really Pours
24. That’s All Right
25. Blue Moon of Kentucky
26. I Love You Because
27. Tomorrow Night

[CD2]
1. Harbor Lights (Takes 1 – 2, 3/M)
2. Harbor Lights (Take 4)
3. Harbor Lights (Takes 5 – 8)
4. I Love You Because (Takes 1 – 2)
5. I Love You Because (Take 3)
6. I Love You Because (Takes 4 – 5)
7. That’s All Right (Takes 1 – 3)
8. Blue Moon of Kentucky
9. Blue Moon (Takes 1 – 4)
10. Blue Moon (Take 5)
11. Blue Moon (Takes 6 – 8)
12. Blue Moon
13. Dialogue (Fragment before “Tomorrow Night”)
14. I’ll Never Let You Go (Little Darlin’) [Incomplete Take]
15. Good Rockin’ Tonight (Fragment from Vocal Slapback Tape)
16. I Don’t Care if the Sun Don’t Shine (Takes 1 – 3/M)
17. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Take 1)
18. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Take 2)
19. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Take 3)
20. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Takes 4 – 5)
21. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Takes 6 – 7)
22. How Do You Think I Feel (Guitar Slapback Tape, Rehearsals + Take 1)
23. When It Rains It Pours (Vocal Slapback Tape, Take 1)
24. When It Rains It Pours (Vocal Slapback Tape, Take 2 – Rehearsal 1
25. When It Rains It Pours (Vocal Slapback Tape, Take 5/M)
26. When It Rains It Pours (Vocal Slapback Tape, Takes 6 – 8)

[CD3]
1. That’s All Right (Live from the Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
2. Blue Moon of Kentucky
3. Shake, Rattle And Roll
4. Fool, Fool, Fool
5. Hearts of Stone
6. That’s All Right (Live from the Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
7. Tweedlee Dee (Live from the Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
8. Shake, Rattle and Roll
9. KSIJ Radio commercial with DJ Tom Perryman
10. Money Honey
11. Blue Moon of Kentucky
12. I Don’t Care If the Sun Don’t Shine
13. That’s All Right (Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
14. Tweedlee Dee
15. Money Honey
16. Hearts of Stone
17. Shake, Rattle and Roll
18. Little Mama
19. You’re a Heartbreaker
20. Good Rockin’ Tonight
21. Baby, Let’s Play House
22. Blue Moon of Kentucky
23. I Got a Woman
24. That’s All Right
25. Tweedlee Dee
26. That’s All Right
27. I’m Left, You’re Right, She’s Gone
28. Baby, Let’s Play House
29. Maybellene
30. That’s All Right (Live from the Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
31. Bob Neal Radio Promotion Spot
32. I Forgot to Remember to Forget

Per chi non dovesse averli già, temo in pochi, ma non è detto, un acquisto quasi obbligato, anche per i fans compulsivi che non mancano e le grandi majors contano su questo. Inoltre, come tutti gli anni, si avvicina agosto, il 18, che sarà il 40° l’anniversario della morte di Elvis Presley. Vedo già i simboli dei dollari che scorrono, a mo’ di slot machine, sotto gli occhialoni da sole dei manager, visto che il cofanetto non te lo regalano! Io vi informo, poi decidete voi: la musica comunque, al di là di tutte le considerazioni fatte finora, come direbbe un mio “collega” televisivo, è epocale.

Bruno Conti