Le Classiche Due Braccia Rubate All’Agricoltura! Jason Aldean – Rearview Town

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Jason Aldean – Rearview Town – Broken Bow/BMG CD

Jason Aldean da Macon, Georgia (la città elettiva degli Allman, ma come vedremo tra breve le somiglianze finiscono qui) è uno degli esponenti più popolari del più becero country prodotto a Nashville, una musica che in realtà è pop dozzinale, buono per chi il vero country non sa neanche cosa sia. Già il fatto che ognuno dei suoi album, quando proprio va male, si piazzi al secondo posto delle classifiche dovrebbe far riflettere, ma quando poi andiamo a scorrere la lista dei musicisti che partecipano a questo nuovo Rearview Town (prodotto come al solito da Michael Knox) e ne troviamo ben nove (!) ad occuparsi del “drum programming”, cioè la batteria elettronica, la puzza di bruciato si fa sentire ancora prima di mettere il CD nel lettore (state tranquilli, ci sono anche i sintetizzatori).

Rearview Town non sposta quindi di un millimetro l’opinione che avevo di Aldean, un musicista dallo scarso talento (per non dire nullo), che non è capace neanche di scriversi una canzone e che esegue una musica che a questo punto penso non si capisca neanche cosa sia. Suoni finti, canzoni fatte con lo stampo, zero feeling ed una produzione ridondante, una musica che dovrebbe essere etichettata come nociva alla salute. Dirt To Dust, che apre il disco, dovrebbe essere un country elettrico mischiato col rock, ma i suoni sono artefatti, ed il tutto suona troppo prodotto e per nulla spontaneo, ma ancora peggio va con la ballata che segue, Set It Off, che non è country ma pop della peggior specie, con un insieme di effetti vocali e strumentali che con la vera musica non c’entrano una mazza. Alla terza canzone, la pessima Girl Like You (un lento da mani nei capelli), mi sono già stufato, ma vado avanti per dovere di cronaca; You Make It Easy dovrebbe avere un sapore soul anni sessanta, ma suona poco spontanea, come se il primo a non crederci fosse proprio Aldean (e comunque è una delle meno peggio).

Gettin’ Warmed Up ha delle chitarre dure, un tiro discreto ma una produzione eccessiva, mentre invece la mossa Blacktop Gone, sostenuta nel ritmo e con un refrain orecchiabile, non è malaccio, ma forse è l’unica che si salva veramente. Speravo che la brava Miranda Lambert risollevasse le sorti del CD, ma Drowns The Whiskey, nonostante la presenza di una pedal steel, è una canzone insignificante https://www.youtube.com/watch?v=p9xYYSAo7UU , così come la title track, che ha un motivo già ascoltato mille volte. Il disco è pure lungo, ne mancano ancora ben sette, ma le uniche che meritano una citazione (e devo fare fatica a districarmi, Like You Were Mine è una delle canzoni più brutte sentite ultimamente https://www.youtube.com/watch?v=ZEXOwEQxKE4 ) sono gli slow Better At Being Who I Am e High Noon Neon, che hanno perlomeno due melodie sufficientemente gradevoli, anche se gli arrangiamenti fanno acqua da tutte le parti. E’ inutile che Jason Aldean si faccia fotografare con la chitarra in mano ed in pose da cowboy maledetto e tormentato: è un fantoccio, e la sua musica è un’offesa per il vero country.

Marco Verdi

L’Altro Elvis: Un Ritorno Alla Forma Migliore Per Mr. McManus. Il Disco Pop Dell’Anno? Elvis Costello & The Imposters – Look Now

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Elvis Costello & The Imposters – Look Now – Concord/Universal CD – Deluxe 2CD

Ho sempre seguito con simpatia ed interesse la carriera di Elvis Costello, uno dei pochi artisti a non soffrire di un calo di ispirazione durante gli anni ottanta, decade problematica per molti grandi musicisti della prima e seconda ora. Anzi, proprio nei “Big Eighties” Elvis (nato Declan Patrick Aloysius McManus) ha prodotto quelli che, insieme agli esordi della seconda metà dei settanta, sono da considerare i suoi album migliori, inclusi quelli che per il sottoscritto sono i suoi due capolavori assoluti: Imperial Bedroom e King Of America. Ma Costello è sempre stato uno che non si è mai adagiato sugli allori, anzi ha sempre fatto quello che ha voluto, anche a discapito delle vendite: infatti, dopo due deliziosi album pop a cavallo tra gli ottanta ed i novanta (Spike e Mighty Like A Rose), ha cominciato ad alternare dischi nel suo tipico stile ad altri più inattesi, e se alcune collaborazioni avevano una loro logica (come quelle con Burt Bacharach ed Allen Toussaint), altre erano decisamente più cerebrali ed ostiche, tipo quella con il Brodsky Quartet per The Juliet Letters o l’album For The Stars con il mezzo soprano svedese Anne Sophie Von Otter, o ancora l’opera classicheggiante Il Sogno (ma anche nel 1981 aveva dimostrato di fare il cavolo che gli pareva con lo splendido Almost Blue, un disco di puro country in un momento in cui il country non interessava a nessuno, e per di più in una nazione, l’Inghilterra, che non aveva mai amato questo genere tipicamente americano).

I primi anni duemila sono stati per il nostro un po’ altalenanti, in quanto ha alternato lavori ottimi (The Delivery Man, National Ransom), buoni (Secret, Profane & Sugarcane), ad altri incerti (il velleitario North ed il poco ispirato Momofuku), mentre nella decade attuale le cose stavano andando anche peggio, in quanto l’unico lavoro pubblicato da Elvis è stato Wise Up Ghost (2013), un lavoro pasticciato e bruttino in collaborazione con il gruppo hip hop The Roots (*NDB Però negli anni duemila il nostro amico ha realizzato uno show televisivo fantastico come https://discoclub.myblog.it/2010/04/20/elvis-costello-spectacle-season-1-5-dvd-box-set/.) Le mie aspettative per il nuovo CD di Costello, Look Now (dalla copertina orribile), non erano quindi altissime, e la mia sorpresa una volta ultimato l’ascolto è stata doppia, in quanto non solo mi sono trovato davanti ad un disco splendido, ma a mio parere uno tra i suoi più riusciti degli ultimi 25 anni, forse addirittura il suo migliore da Mighty Like A Rose (quindi 1991) in poi. Per l’occasione il nostro ha riformato gli Imposters (Davey Faragher al basso, Pete Thomas alla batteria e Steve Nieve alle tastiere), una sorta di evoluzione degli Attractions e sempre presente nei dischi migliori del nostro nel nuovo millennio, affiancandoli di volta in volta con una sezione di archi o fiati. Ed il risultato è un bellissimo disco di puro pop, proprio nella miglior tradizione dell’occhialuto musicista inglese: Costello per questo disco si è ispirato alle orchestrazioni di Phil Spector, ma lavorando con mano più leggera rispetto al mitico produttore americano, ed arrangiando con estrema finezza le varie canzoni, che anche a livello compositivo sono comparabili a quelle dei suoi album più celebrati.

Brani che si alternano tra pop, blue-eyed soul e rhythm’n’blues, con performance vitali ed energiche ed un suono davvero splendido, basato molto su ogni tipo di strumento a tastiera (pianoforti di vari generi, organo Hammond e Vox Continental, mellotron, celeste), suonati ovviamente per la maggior parte da Nieve ma pure da Costello stesso, che si occupa anche di tutte le parti di chitarra. Per l’occasione Elvis rispolvera anche la collaborazione a livello di scrittura con Burt Bacharach (in tre brani, due dei quali vedono anche il compositore americano intervenire al pianoforte) e ne inaugura una nuova con la grande Carole King, co-autrice di un pezzo (che pare i due abbiano impiegato vent’anni a terminare). L’album inizia benissimo con Under Lime, una deliziosa pop song dal leggero sapore soul, suonata in maniera potente e con reminiscenze anni sessanta: il miglior Costello, vicino ai più riusciti episodi dei suoi album del periodo classico, e brano giustamente scelto come primo singolo. Don’t Look Now è una gradevole e melodiosa slow ballad che è anche la prima di quelle scritte con Bacharach, suono asciutto e diretto, solo Elvis, Burt e gli Impostori; Burnt Sugar Is So Bitter è invece il pezzo composto con la King, uno squisito errebi, ritmato e vibrante, dalla melodia immediata ed un ottimo arrangiamento corale spolverato dai fiati: un altro potenziale singolo. Splendida Stripping Paper, una ballata pop tersa e dalla melodia notevole, che rimanda a certe cose di Imperial Bedroom, e con la chiara influenza dell’amico Paul McCartney; Unwanted Number è ancora pop-errebi di grande spessore, un brano coinvolgente e quasi perfetto nel suo arrangiamento anni settanta, e Nieve bravissimo al piano.

Con tutta la fiducia che potevo dare a Costello, un avvio del genere non me lo aspettavo. Bellissima anche I Let The Sun Go Down, una ballata nuovamente basata sul piano, con una sezione d’archi usata con grande finezza, un motivo toccante ed un corno francese a dare un sapore beatlesiano. La cadenzata Mr. And Mrs. Hush non scende dal treno dell’errebi bianco, e la sicurezza con cui Elvis affronta la materia lo fa sembrare un esperto del genere, Photographs Can Lie è il secondo brano che vede Bacharach nel doppio ruolo di co-autore e pianista, ed il pezzo sembra provenire di botto dalle sessions di Painted From Memory, ma con una freschezza nuova, mentre Dishonor The Stars, che vede solo Costello e gli Imposters, è l’ennesima bella canzone di un album sorprendente, con una strumentazione basata su piano, chitarre acustiche e delicati rintocchi di vibrafono. Suspect My Tears è una ballatona classica, forse l’unica con un’orchestrazione un po’ invadente e che la rende un po’ zuccherosa, ma Why Won’t Heaven Help Me? ha maggior forza e vigore pur restando nello stesso ambito pop-errebi; chiude il CD la tenue e raffinata He’s Given Me Things terzo ed ultimo dei brani scritti con Bacharach.

Esiste però una versione deluxe con un CD aggiunto, un EP della durata di un quarto d’ora intitolato Regarde Maintenant e comprendente quattro canzoni: la lenta e toccante Isabelle In Tears, solo Elvis e Nieve, la bizzarra ma gradevole Adieu Paris (L’Envie Des Etoiles), cantata un po’ in francese un po’ in inglese, l’immediata The Final Mrs. Curtain, puro e semplice pop, e l’orchestrale e quasi sinfonica You Shouldn’t Look At Me That Way. Un secondo dischetto discreto, che non aggiunge molto ad un album che andava già benissimo così. Sinceramente non pensavo che Elvis Costello avesse ancora nelle sue corde un disco della portata di questo Look Now: senza dubbio tra le sorprese più piacevoli di questo 2018.

Marco Verdi

Un Esaustivo Viaggio Attraverso La Carriera Solista Di Un Musicista Eccelso Ma Sottovalutato. Lindsey Buckingham – Solo Anthology

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Lindsey Buckingham – Solo Anthology The Best Of – Rhino/Warner CD – 3CD – 6LP

La grandezza di Lindsey Buckingham, cantautore e chitarrista californiano, si può misurare anche dal fatto che, le due volte in cui è stato licenziato dal gruppo che gli ha dato la fama, i Fleetwood Mac (nel 1987 e pochi mesi fa), la band per sostituirlo ha dovuto chiamare in entrambi i casi ben due nuovi elementi, di cui uno più bravo come cantante e l’altro come chitarrista (Rick Vito e Billy Burnette prima, l’ex Crowded House Neil Finn e l’ex Heartbreakers Mike Campbell oggi). I Fleetwood Mac, almeno nella loro formazione più famosa, sono sempre stati il classico caso in cui la somma delle parti era superiore ai singoli elementi, e se la carriera solista di Stevie Nicks ha sempre avuto una buona esposizione mediatica, quella di Buckingham è sempre stata vista come di nicchia. Eppure nei Mac la mente, la forza trainante, l’autore migliore (nonché chitarrista strepitoso, anche sotto questo punto di vista spesso sottovalutato e regolarmente assente nelle classifiche di categoria) era proprio Lindsey, basti pensare che un disco come Tusk senza di lui non sarebbe potuto nascere: ora Buckingham si prende una parziale rivincita nei confronti degli ex compagni, ed immette sul mercato questa interessante Solo Anthology, che già dal titolo fa capire di cosa si tratta, una carrellata molto ben fatta del meglio dei suoi album lontano dal suo gruppo storico (non moltissimi, appena sei in quattro decadi, più la recente collaborazione con Christine McVie https://discoclub.myblog.it/2017/07/08/mancava-un-pezzo-per-fare-i-fleetwood-mac-di-nuovo-e-si-sente-lindsey-buckingham-christine-mcvie/ ), con dentro anche diverse chicche.

Lindsey è sempre stato un musicista raffinato, un architetto di suoni tra pop e rock come ce ne sono pochi in giro, ed anche nell’ambito della sua produzione da solista (ed intendo proprio da solo, raramente si fa aiutare da sessionmen esterni, e tra i pochi coinvolti ci sono gli amici Mick Fleetwood e John McVie, nonché Mitchell Froom) le belle canzoni non sono mai mancate. Solo Anthology esce in versione tripla, con i primi due CD che riassumono il meglio dei lavori in studio (40 canzoni in tutto), mentre il terzo, 13 brani, offre una panoramica dai suoi tre album dal vivo. La scelta è stata fatta da Lindsey stesso, e quindi è molto personale: lo splendido Out Of The Cradle, miglior pop album del 1992 per chi scrive, è stato giustamente incluso quasi interamente (ben 9 pezzi su 13), mentre per gli altri la scelta è stata più equilibrata, con l’unica eccezione del suo debutto Law And Order del 1981, dal quale è stata presa una sola canzone (anche il disco con la McVie è presente, ma anche qui con la miseria di un brano, mentre ancora nulla dal “mitico” Buckingham-Nicks, ad oggi mai stampato in CD); ci sono anche tre rari pezzi presi da colonne sonore, nonché due inediti assoluti, anche se non sono canzoni incise di recente, ma nel 2012. Anche il terzo dischetto, quello live, è interessante, in quanto include per la prima volta in versione fisica due pezzi presi da One Man Show, album dal vivo del 2012 pubblicato solo come download. Poco interessante la versione singola, in quanto omette sia i brani live che, soprattutto, gli inediti.

Il primo album Law And Order come dicevo è rappresentato solo da un pezzo, la gradevole e decisamente fruibile Trouble, che deve molto al suono dei Mac, mentre da Go Insane del 1985 Lindsay ha scelto cinque brani, tra cui l’orecchiabile title track e la gioiosa I Want You, un po’ inficiate da sonorità anni ottanta, e la suggestiva D.W. Suite. Di Out Of The Cradle ho già detto, un album di notevole livello, sicuramente la cosa più bella del nostro da Tusk in poi: dovrei citarle tutte, ma mi limito alla deliziosa Don’t Look Down, introdotta da uno strepitoso arpeggio chitarristico, la raffinata e soffusa Surrender The Rain, la solare e splendida Countdown, dalla contagiosa melodia influenzata dai Beach Boys, la vibrante e nervosa Doing What I Can, molto Fleetwood Mac (l’avrei vista bene come singolo del gruppo), e due brani che sfiorano la perfezione pop come Soul Drifter o You Do Or You Don’t. Un salto fino al 2006 per Under The Skin, un disco contraddistinto da sonorità acustiche ma con un livello compositivo inferiore al solito, dal quale però Lindsay sceglie ben cinque pezzi, più tre nella parte dal vivo: troppi per il sottoscritto, però salverei senz’altro la guizzante Show You How, piena delle tipiche sonorità stratificate del nostro, la gradevole ballata Cast Away Dreams (sul CD live), e soprattutto la toccante e melodicamente impeccabile Down On Rodeo, la migliore per distacco tra quelle tratte da quel disco. Sei brani sono presi dal più che buono Gift Of Screws, come la squisita Did You Miss Me, fresca pop song da canticchiare al primo ascolto, la bellissima Treason, dotata di una melodia splendida (una delle più belle del triplo) e la superlativa Love Runs Deeper, altro straordinario pezzo di puro pop, dal ritornello fantastico e grande assolo chitarristico finale.

Da Seeds We Sow (2011) ce ne sono ben sette, tra cui l’avvolgente Rock Away Blind, ricca di fascino e con un lavoro chitarristico incredibile, la mossa Illumination, dal refrain immediato, e l’acustica Stars Are Crazy, una cascata di note pure e cristalline. Detto dell’inclusione della godibile Sleeping Around The Corner da Buckingham-McVie (ce n’erano anche di migliori in quel disco), troviamo anche tre pezzi presi da colonne sonore, due dei quali da National Lampoon’s Vacation (il divertente rock’n’roll Holiday Road, presente anche nel CD live, e l’incantevole Dancin’ Across The USA, tra doo-wop e pop anni sessanta) ed una da Back To The Future, Time Bomb Town, una buona canzone sospesa tra rock, pop e funky. Last but not least, i due brani inediti: Hunger, brano pop limpido e diretto tipico del nostro, niente di nuovo ma fatto benissimo, e l’acustica Ride This Road, delicata e sussurrata folk ballad, eseguita al solito magistralmente. Il CD dal vivo è concepito come se fosse un concerto unico, con una lunga prima parte acustica (con o senza band) ed un travolgente finale all’insegna del rock. Lindsey conferma tutta la sua abilità come chitarrista anche nei brani con la spina staccata, con versioni molto diverse di brani tratti dagli album solisti (Trouble, una Go Insane quasi irriconoscibile, una limpida versione del traditional All My Sorrows, che era su Out Of The Cradle), pezzi dei Mac più o meno famosi (Bleed To Love Her, Never Going Back Again, una frenetica Big Love) e perfino una selezione da Buckingham-Nicks, il discreto strumentale Stephanie. Il finale elettrico è semplicemente grandioso: dopo una sorta di riscaldamento con la già citata Holiday Road, abbiamo una Tusk trascinante come non mai, ed un uno-due da k.o. con una sontuosa I’m So Afraid di otto minuti e la famosissima e coinvolgente Go Your Own Way, ambedue contraddistinte da prestazioni chitarristiche al limite dell’umano.

Una splendida antologia quindi, con dentro tanta grande musica e prestazioni strumentali da prendere come esempio: sarebbe ora che Lindsey Buckingham ottenesse i riconoscimenti che merita, anche al di fuori del gruppo che di recente lo ha inopinatamente messo alla porta senza troppi complimenti.

Marco Verdi

Fatica A Trovare Una Propria Strada. John Butler Trio – Home

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John Butler Trio – Home – Caroline/Universal

John Butler il chitarrista e cantante australiano festeggia quest’anno i 20 anni di attività discografica: tanto è passato dall’uscita del primo disco omonimo come solista targato 1998. Non ho seguito con costanza  i suoi album, ma alcuni non mi erano dispiaciuti, soprattutto quelli dal vivo, ma anche alcuni dei suoi album di studio, per esempio Three (che però era il secondo), con elementi roots-rock e anche country e bluegrass, e anche altri dischi della sua produzione, fino a Flesh And Blood del 2014, spesso anche con inserimento di elementi jam, folk e blues, grazie alla sua abilità con Weissenborn, lap steel, slide e solista tradizionale, un po’ nella vena sonora di gente come Ben Harper e Jack Johnson. Di tanto in tanto nei CD sono apparse anche “contenute” virate verso un suono più commerciale, per l’uso di produttori non proprio impeccabili e sulla nostra lunghezza d’onda, impegnati con Beastie Boys, Tone Lock o Mark Ronson. Questo nuovo album, o quantomeno uno dei singoli che lo ha preceduto, la tille-track Home segna una decisa sferzata verso un suono “elettronico” https://www.youtube.com/watch?v=9zhrpfEHvSE , e anche la traccia di apertura Tahitian Blue ha molti elementi di quel suono massificato ed omologato che impera oggi e su cui molti gruppi, anche validi ,come Mumford And Sons, Kings Of Leon, in parte i Decemberists, Arcade Fire e svariate altre band, si sono adagiati per una presunta voglia di cambiamento, presentata come la ricerca di sonorità nuove e più interessanti.

Sarà, ma i risultati mi sembra non coincidano più molto con i gusti dei vecchi fans ed appassionati in generale di buona musica: anche Butler mi pare si sia adeguato a questo tran tran da musica per spot pubblicitari, come dimostra l’altro singolo Wade In the Water, un po’ più rock e con la chitarra che cerca di farsi largo, a fatica, tra percussioni e tastiere stratificate, grooves reiterati e radiofonici. Andando a cercare si trova qualche brano migliore, dal country-blues con uso di banjo di Just Call, che dopo un inizio promettente si perde in sonorità becere e ritornelli scontati; insomma anche con tutta la buona volontà del San Tommaso trovo difficile trovare brani da salvare, c’è qualche traccia che magari a tutto volume sulle highways australiane potrebbe essere piacevole come Running Away, quando nella parte strumentale Butler toglie il freno a mano e lascia la mano libera di scorrere sulle corde della sua solista. O nella romantica hard ballad Miss YourLove che poi si perde subito in uno “zuccherificio” di buoni  sentimenti.

Salverei alla fine giusto la lunga Faith, tra folk, rock e stile da cantautore classico, che con la sua chitarra arpeggiata e qualche falsetto giudizioso si riallaccia allo stile dei vecchi dischi e pure Coffee Methadone And Cigarettes indica che volendo John Butler è in grado di realizzare ancora buona musica, come conferma questa dolente ballata di eccellente fattura, percorsa da un raffinato spirito elettroacustico dove le chitarre sono usate con classe ed eccellenti risultati complessivi, senza dimenticare anche il buon country-roots della dondolante Tell Me Why, un trittico di canzoni che magari non è sufficiente a salvare l’album ma indica che il nostro amico non ha perso del tutto il suo tocco. Brown Eyed Bird ritorna al connubio tra elettronica, chitarre acustiche e melodie non memorabili e anche You Don’t Have To Be Angry Anymore fatica a raggiungere la sufficienza, con We Want More, che nonostante l’acustica in vena di flamenco, è ancora sull’orlo della tamarrata. Poche luci e molte ombre, visto che il talento non manca  speriamo per il prossimo disco, ma ho dei seri dubbi.

Bruno Conti

Non Sarà Brava Come Il Marito, Ma Anche Lei Fa Comunque Della Buona Musica. Amanda Shires – To The Sunset

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Amanda Shires – To The Sunset – Silver Knife/Thirty Tigers

Amanda Shires dal 2013 è la moglie di Jason Isbell, ex Drive-by-Truckers, da qualche anno uno dei musicisti più interessanti del roots-rock, del southern ed in generale del rock americano dell’ultima decade. Entrambi vivono a Nashville, con la loro bambina, nata nel 2015, e sono una delle coppie più indaffarate del cosiddetto alternative country, spesso presenti in dischi di altri artisti come ospiti (le apparizioni più recenti, per entrambi, nei dischi 2018 di Tommy Emmanuel John Prine, mentre lei canta e suona anche nel nuovo Blackberry Smoke, che evidentemente di chitarristi ne hanno abbastanza), oltre che nei rispettivi album dove sono una reciproca presenza costante: Isbell in effetti suona tutte le chitarre e il basso (insieme a Cobb) in questo nuovo To The Sunset, settimo album (contando anche quello in coppia con Rod Picott del 2009), prodotto, come il precedente My Piece Of Land del 2016, dall’onnipresente Dave Cobb. Devo dire che il mio preferito della Shires rimane sempre Carrying Lightning https://discoclub.myblog.it/2011/06/03/un-altra-giovane-bella-e-talentuosa-songwriter-dagli-states/ , anche se i dischi della texana originaria di Lubbock sono sempre rimasti su un livello qualitativo più che valido, pur segnalando un progressivo spostamento dal country e dal folk della prima parte di carriera, che aveva suscitato paragoni con Emmylou Harris Dolly Parton (almeno a livello vocale), verso uno stile che comunque congloba un pop raffinato e melodioso, affiancato da un morbido rock classico al femminile, sferzato di tanto in tanto dalle sfuriate chitarristiche del marito Jason.

L’album ha avuto critiche eccellenti pressoché unanimi, tra l’8 e le quattro stellette (che poi sono la stessa cosa), ma non mi sembra personalmente questo capolavoro assoluto, pur ammettendo che il disco è estremamente piacevole e vario, lo stile forse a tratti si appiattisce un po’ troppo su un suono “moderno” e radiofonico, strano per uno come Cobb che di solito usa un approccio molto naturale e non lavorato eccessivamente nelle sonorità: la voce è anche spesso filtrata, rafforzata da riverberi vari, raddoppiata con il multitracking, che in alcune canzoni ne mascherano la deliziosa “fragilità” che potrebbe ricordare una cantante come Neko Case e forse anche Tift Merritt, o le derive più elettriche di certi vecchi dischi meno tradizionali nei suoni di Nanci Griffith, ma, ribadisco, si tratta di una impressione e di un parere personali, ad altri, visto quello che passa il convento del mainstream rock, il disco piacerà sicuramente. Forse il fatto che per il mio gusto ci siano troppe tastiere e sintetizzatori, suonate da Derry DeBorya dei 400 Unit del marito Jason Isbell, che per quanto non sempre necessariamente invadenti, conferiscono comunque un suono troppo rotondo che non sempre le chitarre riescono a valorizzare e rendere più incisivo, unito al fatto che il violino di Amanda spesso è filtrato da Cobb con pedali ed effetti vari che lo rendono quasi indistinguibile dalle chitarre, a parte in Eve’s Daughter, il brano decisamente più rock e tirato dell’album, dove la chitarra di Isbell suona quasi “burrascosa” e leggermente psichedelica ed interagisce con successo con il violino della Shires.

Altrove regna una maggiore calma, come nell’iniziale Parking Lot Pirouette, dove delle backwards guitars e della sottile elettronica segnalano un complesso arrangiamento, per una avvolgente ballata dove la voce della Shires tenta quasi delle piccole acrobazie vocali, ben sostenuta dal piano elettrico e dalle chitarre sognanti e sfrigolanti del marito, oppure nella nuova versione della dolce e melodica Swimmer, un brano che era già presente in Carrying Lighting e non perde il suo fascino misterioso in questa nuova versione. Molto gradevole il rock “alternativo” della incalzante Leave It Alone, sempre con intricate e complesse partiture costruite intorno a diversi strati di chitarre, tastiere ed al violino trattato, come pure la voce raddoppiata di Amanda. Charms è una delle rare oasi folk-rock del disco, una melodia accattivante che valorizza la voce partecipe della nostra amica e i delicati intrecci chitarristici elettroacustici, mentre l’ironica Break Out The Champagne è un delizioso mid-tempo rock che ha quasi il fascino di certe canzoni di Tom Petty, con un effervescente lavoro della chitarra di Isbell che aggiunge pepe ad una interpretazione vocale particolarmente riuscita di Amanda Shires.

Take On The Dark è più “buia e tempestosa” sin dal titolo, un altro incalzante rock chitarristico dove il drive di basso e batteria rende bene il mood drammatico della canzone; White Feather è una leggiadra pop song dalle gradevoli atmosfere che ricordano i brani più piacevoli di Neko Case, sempre con il lavoro di fino delle chitarre di Isbell e dell’organo di DeBorya e l’ukulele della Shires sullo sfondo. Mirror Mirror ha un suono quasi anni ’80, vagamente alla Kate Bush, quella meno ispirata, con tastiere che impazzano ovunque, ma, se mi passate il gioco di parole, non mi fa impazzire. In chiusura troviamo Wasn’t I Paying Attention, uno dei brani migliori del disco, con un riff circolare vagamente alla Neil Young, ma molto vagamente, un bel giro di basso rotondo, inserti di tastiere che fanno da preludio ad un ennesimo grintoso assolo chitarra di Isbell, per un brano che tratta con toni misteriosi ma moderati la vicenda di un suicidio inaspettato. Piace con moderazione.

Bruno Conti

Questa Volta La Collaborazione Famigliare Non Ha Funzionato? Neil & Liam Finn – Lighsleeper

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Neil & Liam Finn – Lightsleeper – Inertia/[PIAS]/Self     

Neil Finn, per certi versi, è sempre stato uno “specialista” degli album collaborativi, soprattutto con altri membri della famiglia: negli Spli Enz divideva la leadership con il fratello Tim, insieme al quale, dopo la parentesi nei Crowded House, ha dato vita ai Finn Brothers, autori di un paio di album, e anche Paul Kelly è stato tra i suoi compagni di viaggio, Tra i tanti dischi della sua discografia solista forse il più bello è proprio l’album dal vivo collettivo 7 Worlds Collide, dove il musicista neozelandese collaborava con molti musicisti arrivati da tutto il mondo: Eddie Vedder, Johnny Marr, Ed O’Brien, Tim Finn, Sebastian Steinberg, Phil Selway, Lisa Germano, e i Betchadupa che nel 2002 erano la band del figlio Liam https://discoclub.myblog.it/2009/11/03/7-worlds-collide-sun-came-out/ (uno dei primi post del Blog, nel lontano 2009). Ma specie dal vivo i vari componenti della famiglia si sono trovati spesso sul palco, oltre a Neil, Tim e Liam, anche la moglie di Neil Sharon e l’altro figlio Elroy, rispettivamente al basso e alla batteria in alcuni brani di questo nuovo Lightsleeper.

In tre brani è presente anche Mick Fleetwood, e così sbrighiamo un’altra pratica, perché, per chi ancora non lo sapesse, Neil Finn sarà (insieme a Mike Campbell degli Heartbreakers) il nuovo chitarrista e cantante dei Fleetwood Mac per il tour autunnale, in sostituzione di Lindsey Buckingham (che però dice di essere stato estromesso dalla band, e non di essersene andato di propria volontà). Torniamo a questo album: ascolto il disco molto prima della sua uscita che sarà verso la fine di agosto, non ho moltissime informazioni ma sufficienti, per cui quindi mi affido soprattutto alla musica, che però, devo dire, non mi entusiasma. Il disco viene presentato come un incontro tra la sensibilità pop (e rock) del babbo Neil e lo stile più lo-fi e alternative del figlio Liam: in Back To Life che è il singolo che precede l’album ci sono anche i due musicisti greci Elias Dendias e Spiros Anemogianis, a bouzouki e fisarmonica, belle armonie vocali e un uso intelligente dello studio di registrazione, che è quello di Auckland di proprietà di Neil, per uno stile tra pop, qualche accenno di world music e traiettorie musicali raffinate, non lontane da quello di Peter Gabriel, che pure con una vocalità diversa e più “teatrale” potrebbe rimandare ai dischi dell’ex Genesis. Nell’iniziale Island Of Peace, preceduta da un breve preludio, c’è tutto un florilegio di electronics e tastiere da dove faticano ad emergere le abituali brillanti melodie di Finn,  ancora fin troppo annacquate nella morbida e zuccherosa Meet Me In The Air, cantata con un falsetto eccessivamente levigato, tutto molto raffinato, ma poca sostanza.

La lunga Where’s My Room si apre sul consueto tappeto di percussioni programmate, poi vira verso ritmi quasi dance sicuramente “moderni”,  ma che non sembrano consoni al solito sound della famiglia Finn e anche quando la melodia prende il sopravvento mi sembra molto sempliciotta e banale, sempre per i miei gusti ovviamente. In Angel Plays A Part, il primo dei brani dove Fleetwood siede alla batteria, lo spirito pop sembra prendere il sopravvento, la bella voce di Tim intona una piacevole melodia, nulla di memorabile, ma il tocco di classe non manca, anche se la canzone mi pare nuovamente involuta; Listen, una bella ballata pianistica, sempre molto “lavorata”, finalmente mostra il lato più interessante dei brani classici di Finn, con echi quasi Beatlesiani, diciamo lato Paul McCartney. Anche in Any Other Way si insiste con questo dream pop indie che è più farina del sacco di Liam, Fleetwood è ancora accreditato alla batteria, ma francamente non si nota molto; di Back To Life abbiamo detto, Hiding Place introdotta da arpeggi di acustica e piano, poi viene sommersa da un florilegio di tastiere che però questa volta non nascondono del tutto le melodie di Finn, benché al solito siano ”esagerate” e anche Ghosts non risulta particolarmente memorabile. Lasciando a We Know What It Means, l’ultimo brano con Fleetwood, il compito di risollevare il lato pop-rock dell’album, che si chiude sulla nota gentile della dolce e quasi acustica Hold Her Heart. Fin(n) troppo “sonnacchioso”. Esce domani.

Bruno Conti

Una Testimonianza “Postuma” Di Una Piccola Grande Band Sottovalutata. The Smithereens – Covers

smithereens covers

The Smithereens – Covers – Sunset Boulevard Records          

Gli Smithereens sono stati uno dei classici gruppo di culto del rock americano: in attività dal 1980, hanno inciso il primo album di studio nel 1986 e poi altri dieci per arrivare a 2011, che era il loro 11° e ultimo, più alcuni live ed antologie, arrivando al massimo ai limiti dei Top 40 delle classifiche USA negli anni ’90, pur essendo sempre stati molto stimati dai colleghi e amati dalla stampa. Poi negli ultimi anni avevano parecchio rarefatto le loro esibizioni  per problemi di salute del leader Pat DiNizio, che nel 2017 ci ha lasciato. Stranamente il gruppo non si è sciolto subito, ma si è esibito ancora in una serie di concerti-tributo per DiNizio, a cui hanno partecipato i suoi amici e sodali, gente come Little Steven, Southside Johnny, Dave Davies, Lenny Kaye, Marshall Crenshaw, tutti come lui appassionati del pop e del rock della British Invasion, ma anche di quello dei grandi autori. Nel DNA di DiNizio e degli Smithereens c’ è sempre stato un grande amore proprio per il rock ed il pop classici, quello due chitarre-basso-batteria e pedalare: e non guastava avere in Pat una ottima voce e in Jim Babjak una eccellente chitarra solista, oltre all’uso di armonie vocali ispirate dai loro ascolti di gioventù ed anche dell’età matura.

Questo Covers quindi raduna in unico CD gran parte delle loro versioni di brani, celebri  e non, sparsi nel corso degli anni su singoli, EP, colonne sonore, tributi e qualche inedito, tutti rigorosamente eseguiti con grande amore per gli originali. Quindi non un disco nuovo, ma vista la scarsa reperibilità del materiale raccolto, molto gradito dai fans e spero anche dai novizi di questa band del New Jersey. Con Babjak e DiNizio ci sono il bassista Mike Mesaros e il batterista Dennis Diken, che firma anche le brevi note del libretto. Per il resto tanta buona musica, eseguita con amore, classe, sense of humor, rispetto e brillante musicalità, non necessariamente nell’ordine: The Game Of Love era di Wayne Fontana & The Mindbenders, un tipico esempio del british pop degli anni ’60, molto vicino allo spirito anche di Costello o dei Beach Boys, riff e ritornello divertenti ed accattivanti, mentre The Slider accosta il glam-rock di Marc Bolan e dei T-Rex, con chitarre e ritmica più ruvide, sempre con le melodie ben presenti, e Ruler Of My Heart, un grande successo per Irma Thomas (ma l’hanno fatta pure Otis Redding, Norah Jones, Mink DeVille, la Ronstadt) è un pop&soul di gran classe che ricorda molto lo stile e la vocalità di Elvis Costello, con cui DiNizio condivideva un timbro vocale simile e l’amore per le belle melodie.

Wooly Bully la conosciamo tutti, la classica canzone “stupida” che però non puoi fare a meno di amare, ma anche Let’s Talk About Us, tratta dal Tributo a Otis Blackwell è un brano R&R che hanno fatto Jerry Lee Lewis, i Rockpile, fino ad arrivare a Van Morrison, e la versione degli Smithereens è una delle più potenti, tante chitarre e ritmo. I brani sono 22, tutti belli, ne cito ancora alcuni a caso tra i migliori: una oscura Girls Don’t Tell dei Beach Boys, fatta in versione jingle-jangle, gli amatissimi Beatles (e dintorni) saccheggiati con una poderosa Yer Blues, uno degli inediti contenuti nel CD, One After 909 accelerata ad arte, I Want To Tell You di George Harrison, veramente splendida, degna di Tom Petty e It Don’t Come Easy di Ringo; ma anche Up In Heaven da Sandinista dei Clash o Downbound Train da One Step Up il tributo a Bruce Springsteen,  le meraviglie si sprecano. Per non dire di The World Keeps Going ‘Round  e Rosie Won’t You Please Come Home due perle poco note dei Kinks, o una gagliarda The Seeker degli Who, e ancora una deliziosa Something Stupid di Frank & Nany Sinatra, seguita da una esplosiva Lust For Life di Iggy Pop, che sembra suonata proprio dagli Who, fino ad arrivare alla conclusiva Shakin’ All Over, ancora power pop sopraffino da parte di una delle band americane più sottovalutate.

Bruno Conti

Una Band Decisamente Anomala, Ma Interessante. Dr. Dog – Critical Equation

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Dr. Dog – Critical Equation – We Buy Gold/Thirty Tigers                

Del quintetto di Philadelphia non si è mai capito esattamente che genere facessero: i Dr. Dog sono stati etichettati di volta in volta come indie-rock, alternative rock, neo psichedelia morbida, anche pop e jam rock, e probabilmente contengono nella loro musica, sparsi. un po’ di tutti questi elementi , quindi diciamo che l’unico elemento certo di questo Critical Equation è che si tratta del loro decimo album https://www.youtube.com/watch?v=rklOPchnf6o . Forse la band a cui si possono avvicinare di più sono i My Morning Jacket, anche loro sfuggenti e difficili da etichettare, oltre a cambiare spesso nei loro dischi, anche in base al fatto che fossero più o meno riusciti. Prodotto e registrato in quel di L.A. da Guy Seyffert, recente collaboratore di Roger Waters, e che ha lavorato in passato con decine di solisti e band, i più disparati, il nuovo disco dei Dr. Dog ha avuto critiche molto differenziate: Uncut e American Songwriter ne hanno parlato benissimo, Q e altri siti di musica sono stati più tiepidi, o ne hanno parlato addirittura negativamente. Diciamo che forse, come ci insegnano da sempre i latini, la verità sta nel mezzo: un buon album complessivamente, senza particolari levate d’ingegno ma neppure cadute di stile evidenti, alla lunga si apprezza.

La band è una sorta di “democrazia” in cui i brani sono attribuiti ai diversi componenti, ma Scott McMicken, e Toby Leaman, i due fondatori, sono i principali autori, che si alternano comunque con Zach Miller, Frank McElroy e Eric Slick ai diversi strumenti, per cui troviamo accreditati due batteristi, due bassisti e così via, e pure a livello vocale intervengono un po’ tutti per creare piacevoli armonie globali, anche se la voce guida è quella di McMcMicken. Per cui alla fine il sound ha tutte le sfumature indicate poc’anzi: l’iniziale pigra e ciondolante Listening In, ha un’aria più pop e elegante, quasi “pensierosa” magari non definita del tutto, con le voci filtrate e chitarre e tastiere a segnare il territorio, pur se si apprezzano alcuni cambiamenti di tempo nella struttura della canzone. Go Out Fighting, dopo la solita partenza interlocutoria assume una andatura decisamente più rock, con la voce vagamente Lennoniana anni ’70, sottolineata da piacevoli armonie, che lasciano poi spazio ad un intervento quasi acido e psych della solista che si fa largo nel sound collettivo; Buzzing In the Light ha nuovamente qualche elemento beatlesiano nella costruzione della melodia e negli intrecci vocali, anche se il sound è decisamente più contemporaneo ed indie, morbido, sognante e godibile, mentre Virginia Please è più vivace e mossa, forse qualche eccesso nell’uso delle tastiere, ma non dispiace https://www.youtube.com/watch?v=aAF8KBglcIY .

Critical Equation è nuovamente riflessiva e ricercata, una delicata ballata con i giusti equilibri tra pop raffinato e di gran classe e la ricerca di melodie sempre molto centrate, con interventi misurati della chitarra https://www.youtube.com/watch?v=p4YAJ7rLOy4 . Qualcuno ha citato anche rimandi a band come Cheap Trick e Steve Miller Band che hanno sempre cercato di mediare tra pop e rock: l’orecchiabile True Love ne è un buon esempio, un pezzo rock, dove probabilmente la presenza di Seyffert ha contribuito ad arrangiamenti più complessi e ricercati, con Heart Killer che accelera ulteriormente i tempi, sempre con rimandi a band e solisti che maneggiano in modo brillante pop e rock, potremmo ricordare gli Squeeze o Nick Lowe, ma pure i citati My Morning Jacket. La lunga Night parte acustica e poi si trasforma in una brillante ballata melodica, dove forse si sarebbero potuti evitare gli eccessivi interventi del synth, che però non rovinano il fascino del brano. Intricati effetti vocali ci portano a Under The Wheel il pezzo che rimanda di più alla Steve Miller Band fine anni ’70 ricordata prima, tra chitarre e ritmi rock molto coinvolgenti. Chiude Coming Out Of Darness, che come l’iniziale Go Out Fighting non mi convince, forse sarà l’uso eccessivo del falsetto o un sound troppo turgido, ma per il sottoscritto non funziona, pur non inficiando il giudizio complessivo del disco che, come detto all’inizio, è positivo.

Bruno Conti

“Alternativa” Ma Non Troppo, Anzi Sofisticata Ed Elegante. Neko Case – Hell-On

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Neko Case – Hell-On – Anti-

Neko Case non è più una “giovanotta”, 47 anni compiuti (sempre dire l’età delle signore), una carriera iniziata nel 1994, ma il primo disco da solista è del 1997: all’inizio, per quanto valgano le etichette, era più alternative country, nel primo album appunto del 1997 The Virginian, e pure nel successivo Furnace Room Lullaby, ma già Blacklist virava verso lidi più rock, anche se poi l’esibizione all’Austin City Limits del 2003 era ancora in un ambito “Americana” con tanto di cover di Buckets Of Rain di Dylan.

Poi da Fox Confessor… del 2006 il suono si fa più “lavorato”, ma a tratti anche spensierato, visto che Neko Case aveva anche una sorta di carriera parallela con i New Pornographers, più orientati verso un sound power-pop, definirlo commerciale forse è una esagerazione, ma i dischi in Canada vendono in modo rispettabile. Whiteout Condition è l’ultimo disco del 2017 in cui canta Neko, e l’album in trio del 2016 con Laura Veirs e KD Lang il penultimo uscito https://discoclub.myblog.it/2016/06/29/le-csn-degli-anni-2000-caselangveirs/ . E proprio la Lang appare come voce di supporto in Last Lion Of Albion, il delizioso secondo brano di raffinato stampo pop di questo nuovo Hell-On, -co-prodotto, come altri sei del CD, da Bjorn Ytlling di Peter, Bjorn And John, che ha curato la quota svedese dell’album e il mixaggio complessivo del disco. La title track Hell-On è stata scritta con Paul Rigby, chitarrista e collaboratore abituale della Case, mentre Doug Gillard è l’altro chitarrista, e nella parte americana dell’album collaborano anche Joey Burns dei Calexico, Steve Berlin e Sebastian Steinberg, un brano “lunare” e soffuso, dove Neko suona la kalimba, e ci sono anche cello e autoharp.

Da Stoccolma arriva pure Halls Of Sarah, delicata e complessa, con la base strumentale incisa in Arizona, come le voci di Laura Veirs e Kelly Hogan. A questo punto facciamo un piccolo salto nel passato: siamo nel settembre del 2017, quando alle tre del mattino Neko Case riceve una chiamata dagli Stati Uniti in cui le viene comunicato che la sua casa nel Vermont sta bruciando e non ci sono speranze di salvare nulla, tutti i suoi possedimenti vanno in fumo, si salvano solo i cani e le persone care. Ma la nostra amica, che a dispetto dell’aspetto esteriore tranquillo è una tipa tosta, decide di completare comunque l’album, infatti nei contenuti appaiono vari richiami a questa vicenda, a partire dal titolo e dalla copertina, dove la Case appare con il capo ricoperto di sigarette e con la sua strana acconciatura che prende fuoco. Si sa che spesso dalle disgrazie nascono spunti di resilienza ed in effetti l’album nel complesso risulta una dei suoi migliori https://www.youtube.com/watch?v=j5MPRCf2M9U , con una clamorosa eccezione in Bad Luck (altro riferimento) che sembra quasi un brano della futura reunion degli Abba, e che francamente, esprimo un parere personale, a qualcuno piacerà, ci poteva risparmiare, tra ritmi disco-pop e coretti insulsi molto kitsch https://www.youtube.com/watch?v=MnCRbKyn1KY .

Invece molto meglio, sempre prodotta da Ytlling, la lunga e maestosa ballata Curse Of The I-5 Corridor che vale quasi da sola l’album, e in cui la Case duetta con Mark Lanegan, e con le voci, quella chiara e cristallina di Neko e quella bassa e profonda di Lanegan che si intrecciano con risultati assolutamente affascinanti, a tratti anche solari,  grazie alle tastiere di Burns e alla batteria di Matt Chamberlain. Molto bella Gumball Blue, scritta con Carl A.C. Newman dei New Pornographers, che aggiunge la sua voce a quella della Hogan, della Lang e di vari altri vocalist per una pop song raffinata e composita, dove si apprezzano il violino di Simi Stone e pure il synth di John Collins, vogliamo chiamarlo, parafrasando Nick Lowe, “pure pop for now people” https://www.youtube.com/watch?v=ccNWxAB8hk8 ? Anche la sognante Dirty Diamond ha complessi arrangiamenti, con  doppia chitarra e batteria, altro “alt-pop” elegante dove spicca la voce sicura e brillante della nostra amica https://www.youtube.com/watch?v=Ki7wQbTGPXI .

Oracle Of The Maritimes, scritta con Laura Veirs, suono avvolgente, molte chitarre acustiche ed elettriche, cello, piano, clavicembalo e la voce che quasi galleggia sulla base strumentale, con un ottimo crescendo finale. Winnie, dove tra le altre appare anche Beth Ditto, buona ma nulla di memorabile, mentre più interessanti Sleep All Summer, scritta e cantata a due voci con Erich Bachmann, da tempo anche nella sua touring band e ancora My Uncle’s Navy, di nuovo con Newman, che grazie anche alla stessa Case a piano e chitarre ed alla pedal steel di Jon Rauhouse rimanda in parte alle sonorità del passato, tra wave e alt-country https://www.youtube.com/watch?v=cPkr54tl1gw . Pitch Or Honey, con un misto di strumenti tradizionali e drum machines e synth incombenti mi piace meno, ma non inficia il giudizio complessivamente più che positivo dell’album.

Bruno Conti

Non So Se Fanno Scandalo, Ma Buona (E Strana) Musica Sicuramente Sì. Claudettes – Dance Scandal At The Gymnasium

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The Claudettes – Dance Scandal At The Gymnasium! – Yellow Dog Records

Devo dire che questi mi mancavano:anche se hanno già nel loro carnet tre album di studio (compreso questo Dance Scandal At The Gymnasium), e un mini Live solo per il download digitale, mi erano sfuggiti finora. D’altronde non si può sempre ascoltare tutto, manca veramente il tempo, ma questi Claudettes mi avevano incuriosito: definiti in vari modi, forse “Brother Ray Meets The Ramones…Chopin Meets The Minutemen” mi sembra il più fantasioso, i quattro in effetti  fondono tocchi di blues, pop anni ’60, punk e psychobilly alla Cramps, ma anche jazz e molto altro, visto che la nuova cantante della formazione Berit Ulseth ha studiato alla New School For Jazz di New York, e il pianista e tastierista, nonché cantante (lo fanno un po’ tutti nella band) e leader indiscusso, Johhny Iguana, ha un passato con Junior Wells, Carey Bell, Otis Rush e Koko Taylor, è apparso anche con i Chicago Blues-A Living History e nel recente Muddy Waters 100, con diversi luminari delle 12 battute, ma pure in una punk-rock band come oh my god, e per registrare questo nuovo album sono andati a Valdosta in Georgia, con la produzione di Mark Neill che era alla consolle per Brothers dei Black Keys.

Completano la formazione il bassista/chitarrista (e cantante) Zach Verdoom e il batterista Matthew Torre, mentre tutte le canzoni le firma un certo Brian Berkowitz, che è poi il vero nome di Johnny Iguana, dai tempi della sua giovinezza in quel di Philadelphia. I dischi non si trovano facilmente, forse perché escono per la piccola Yellow Dog Records, ma meriterebbero di essere conosciuti. Nel nuovo Dance Scandal At The Gymnasium ci sono 12 canzoni che toccano i generi più disparati: da Don’t Stay With Me dove si apprezza la voce leggera e piacevole di Berit Ulseth, che segue le folate delle tastiere di Iguana e l’accompagnamento variegato dei suoi pards, in questo strano incrocio tra rock, R&B deviato e virtuosismo strumentale; che viene replicato pure nella successiva November, che potrebbe passare per alternative rock misto a retrogusti pop anni ’60, strano ma intrigante. Give It All Up For Good è una ritmata ulteriore variazione sui temi musicali sghembi dell’album, con Johnny che lavora di fino al piano, il tutto con tempi musicali veramente inconsueti https://www.youtube.com/watch?v=TFDi3SACOzY . Naked On The Internet va  quasi di boogie-rockabilly-punk con le voci di Iguana e Ulseth che gorgheggiano in coppia mentre il piano imperversa. Pull Closer To Me è una ballata esile e gentile con la voce deliziosa di Berit (e dei suoi soci) a rinverdire vecchi fantasmi di un pop raffinato anni sessanta, mentre nella title track Iguana si lancia in florilegi pianistici quasi classicheggianti prima di trascinare tutto il resto del gruppo in una follia musicale a tempo di strano ed intricato R&R.

Bill Played Saxophone mescola doo-wop, retro pop, rock alla Joe Jackson, in melodie complesse ed affascinanti dove anche le armonie vocali quasi alla Beach Boys sono formidabili https://www.youtube.com/watch?v=0Ki2bdZeN7sInfluential Farmers nuovamente presa a 100 all’ora, ma con improvvisi rallentamenti ed altrettanto repentine ripartenze è ancora più difficile da etichettare, direi sentire per credere e, forse, cercare di capire la musica dei Claudettes https://www.youtube.com/watch?v=WHAg_n0–jQDeath And Traffic fin dal titolo è “strana” come illustra poi la musica, sempre lontana dalle ovvietà ma che richiede un ascolto attento anche per apprezzare questa sorta di pop intellettuale https://www.youtube.com/watch?v=SIfG8AG3bwI ; Johnny Iguana e Berit Ulseth poi ci danno (quasi) tregua nelle derive ancora pop-rock di una lussuriosa Total Misfits, veramente notevole.Taco Night Material suona come avrebbero potuto essere i Commander  Cody  se avessero avuto una voce femminile in formazione e Frank Zappa come autore delle musiche, giuro, parola di giovane marmotta https://www.youtube.com/watch?v=mhMdX5iwY6s . E Utterly Absurd potrebbe infine essere un altro modo per definire la musica della band: insomma se volete fare un esperimento in un mondo parallelo dove il pop è fuori da ogni schema provate questo Dance Scandal At The Gymnasium, potrebbe sorprendervi  assai piacevolmente.

Bruno Conti