Non So Se Fanno Scandalo, Ma Buona (E Strana) Musica Sicuramente Sì. Claudettes – Dance Scandal At The Gymnasium

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The Claudettes – Dance Scandal At The Gymnasium! – Yellow Dog Records

Devo dire che questi mi mancavano:anche se hanno già nel loro carnet tre album di studio (compreso questo Dance Scandal At The Gymnasium), e un mini Live solo per il download digitale, mi erano sfuggiti finora. D’altronde non si può sempre ascoltare tutto, manca veramente il tempo, ma questi Claudettes mi avevano incuriosito: definiti in vari modi, forse “Brother Ray Meets The Ramones…Chopin Meets The Minutemen” mi sembra il più fantasioso, i quattro in effetti  fondono tocchi di blues, pop anni ’60, punk e psychobilly alla Cramps, ma anche jazz e molto altro, visto che la nuova cantante della formazione Berit Ulseth ha studiato alla New School For Jazz di New York, e il pianista e tastierista, nonché cantante (lo fanno un po’ tutti nella band) e leader indiscusso, Johhny Iguana, ha un passato con Junior Wells, Carey Bell, Otis Rush e Koko Taylor, è apparso anche con i Chicago Blues-A Living History e nel recente Muddy Waters 100, con diversi luminari delle 12 battute, ma pure in una punk-rock band come oh my god, e per registrare questo nuovo album sono andati a Valdosta in Georgia, con la produzione di Mark Neill che era alla consolle per Brothers dei Black Keys.

Completano la formazione il bassista/chitarrista (e cantante) Zach Verdoom e il batterista Matthew Torre, mentre tutte le canzoni le firma un certo Brian Berkowitz, che è poi il vero nome di Johnny Iguana, dai tempi della sua giovinezza in quel di Philadelphia. I dischi non si trovano facilmente, forse perché escono per la piccola Yellow Dog Records, ma meriterebbero di essere conosciuti. Nel nuovo Dance Scandal At The Gymnasium ci sono 12 canzoni che toccano i generi più disparati: da Don’t Stay With Me dove si apprezza la voce leggera e piacevole di Berit Ulseth, che segue le folate delle tastiere di Iguana e l’accompagnamento variegato dei suoi pards, in questo strano incrocio tra rock, R&B deviato e virtuosismo strumentale; che viene replicato pure nella successiva November, che potrebbe passare per alternative rock misto a retrogusti pop anni ’60, strano ma intrigante. Give It All Up For Good è una ritmata ulteriore variazione sui temi musicali sghembi dell’album, con Johnny che lavora di fino al piano, il tutto con tempi musicali veramente inconsueti https://www.youtube.com/watch?v=TFDi3SACOzY . Naked On The Internet va  quasi di boogie-rockabilly-punk con le voci di Iguana e Ulseth che gorgheggiano in coppia mentre il piano imperversa. Pull Closer To Me è una ballata esile e gentile con la voce deliziosa di Berit (e dei suoi soci) a rinverdire vecchi fantasmi di un pop raffinato anni sessanta, mentre nella title track Iguana si lancia in florilegi pianistici quasi classicheggianti prima di trascinare tutto il resto del gruppo in una follia musicale a tempo di strano ed intricato R&R.

Bill Played Saxophone mescola doo-wop, retro pop, rock alla Joe Jackson, in melodie complesse ed affascinanti dove anche le armonie vocali quasi alla Beach Boys sono formidabili https://www.youtube.com/watch?v=0Ki2bdZeN7sInfluential Farmers nuovamente presa a 100 all’ora, ma con improvvisi rallentamenti ed altrettanto repentine ripartenze è ancora più difficile da etichettare, direi sentire per credere e, forse, cercare di capire la musica dei Claudettes https://www.youtube.com/watch?v=WHAg_n0–jQDeath And Traffic fin dal titolo è “strana” come illustra poi la musica, sempre lontana dalle ovvietà ma che richiede un ascolto attento anche per apprezzare questa sorta di pop intellettuale https://www.youtube.com/watch?v=SIfG8AG3bwI ; Johnny Iguana e Berit Ulseth poi ci danno (quasi) tregua nelle derive ancora pop-rock di una lussuriosa Total Misfits, veramente notevole.Taco Night Material suona come avrebbero potuto essere i Commander  Cody  se avessero avuto una voce femminile in formazione e Frank Zappa come autore delle musiche, giuro, parola di giovane marmotta https://www.youtube.com/watch?v=mhMdX5iwY6s . E Utterly Absurd potrebbe infine essere un altro modo per definire la musica della band: insomma se volete fare un esperimento in un mondo parallelo dove il pop è fuori da ogni schema provate questo Dance Scandal At The Gymnasium, potrebbe sorprendervi  assai piacevolmente.

Bruno Conti

Dal Country Al Pop Senza Passare Dal Via! Kacey Musgraves – Golden Hour

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Kacey Musgraves – Golden Hour – MCA/Universal CD

Terzo album, quarto se contiamo il CD natalizio, per la cantautrice Kacey Musgraves, gran bella ragazza ma anche brava artista, che di lavoro in lavoro mostra indubbi segni di crescita: Golden Hour dovrebbe nelle sue intenzioni essere il disco della definitiva affermazione, dopo che Pageant Material nel 2015 aveva fatto drizzare le orecchie a molti https://discoclub.myblog.it/2015/09/18/ultimi-ripassi-fine-estate-bella-brava-texana-kacey-musgraves-pageant-material/ . E con questa sua nuova fatica  Kacey spariglia le carte in tavola e cambia quasi completamente genere: infatti se prima la sua musica poteva essere definita country di qualità, con più di un rimando a sonorità vintage, con questo album la bruna cantante texana si reinventa come pop singer, ma un pop non da classifica (tranne un paio di casi), ma dai suoni raffinati, ben costruiti e spesso anche intriganti. Certo, tutti i brani presenti sul disco sono adattissimi al passaggio in radio, ma nel 90% dei casi sono in grado di soddisfare anche i palati più esigenti. Gran parte del merito va ai due produttori, Daniel Tashian (leader dei Silver Seas) e Ian Fitchuck, che hanno costruito intorno alla bella voce della Musgraves il vestito sonoro giusto, con un piccolo ma misurato (e non invasivo) aiuto dell’elettronica, hanno scelto musicisti solitamente country (tra cui Dan Dugmore e Russ Pahl) adattando il loro sound a quello del disco.

Il resto lo ha fatto Kacey, che ha scritto in collaborazione con i due produttori una serie di canzoni molto piacevoli e le ha interpretate al meglio, riuscendo secondo me a non far pesare più di tanto il cambiamento stilistico. Slow Burn è un inizio attendista (come da titolo), una ballata di ampio respiro che parte solo con voce e chitarra, poi ad uno ad uno entrano tutti gli strumenti ed il suono si fa pieno ma non ridondante: di country non c’è nulla, ma piuttosto siamo nel pop di fine anni sessanta, tipo i primi Bee Gees. Niente male Lonely Weekend, una pop song solare, quasi californiana, dal refrain orecchiabile e cori che rimandano ai Fleetwood Mac classici https://www.youtube.com/watch?v=Zr3gscRpAhA , ed anche Butterflies prosegue il discorso, un brano semplice e ben costruito, con Kacey che canta benissimo e dimostra anche una certa classe (e l’accompagnamento a base di piano, chitarre e steel è perfetto). L’eterea Oh, What A World è affrontata dalla nostra con il consueto approccio gentile, e l’arrangiamento pop le dona particolarmente, mentre Mother è bellissima, una toccante ballata pianistica che però dura poco più di un minuto; anche Love Is A Wild Thing non è da meno, un intenso slow acustico (spunta anche un banjo), che dopo la prima strofa acquista ritmo anche se sempre all’insegna della leggerezza.

Space Cowboy, ancora lenta e meditata, è un’altra ballata di gran classe, Happy & Sad è dotata di uno dei migliori ritornelli del CD, mentre Velvet Elvis è fin troppo radio friendly per i miei gusti, ma comunque non da buttare. Wonder Woman è tersa, limpida e solare, ed anche qui sulla melodia niente da dire, ma High Horse è l’unico pezzo veramente da pollice verso, un misto tra pop e dance piuttosto indigesto che andrebbe bene per Madonna o Taylor Swift, e che non rende giustizia a Kacey. Per fortuna sul finale il CD torna su lidi più vicini ai nostri gusti, con la fluida e raffinata Golden Hour https://www.youtube.com/watch?v=maONL_HfI20  e la bella Rainbow, solo voce e piano ma con una notevole carica emotiva. Forse non arrivo ad affermare che la Kacey Musgraves in versione pop mi piaccia di più di quella country, ma di certo la bella cantante con Golden Hour per il momento è rimasta più o meno dalla parte giusta della città.

Marco Verdi

Un Insieme Di Piccole Sinfonie Pop! Cameron Blake – Fear Not

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Cameron Blake – Fear Not – CRS/Continental Song City CD

Confesso che non avevo mai sentito parlare di Cameron Blake, cantautore originario del Massachusetts ma trapiantato a Baltimore, nel Maryland: ho poi scoperto che dal 2009 al 2015 ha già pubblicato quattro album di studio ed uno dal vivo, e quando ho ascoltato questo nuovo Fear Not non nascondo che mi si è accesa una certa curiosità nell’approfondire la conoscenza del personaggio. Blake è un songwriter classico, nel senso più puro del termine: si è infatti diplomato come violinista al conservatorio di Peabody, in Massachusetts, e ha trasportato i suoi studi classici nel suo stile compositivo e, almeno per quanto riguarda il CD di cui mi accingo a parlare, anche negli arrangiamenti. Fear Not è infatti un disco ambizioso, profondo, non facile ma neppure ostico, e vede Cameron accompagnato da ben cinquanta musicisti, tra chitarre, pianoforte, basso, batteria, sezione archi (molto importante nell’economia del suono), fiati e cori https://www.youtube.com/watch?v=eRg_bDhlvG4 . C’è da dire che Blake non usa mai i musicisti tutti insieme, ma li centellina a seconda del bisogno nelle varie canzoni, ed il suono non è mai ridondante o gonfio, ma anzi i brani sono tutti misurati, con la voce del leader, quasi sempre un pianoforte, spesso una chitarra ed anche gli archi in diversi pezzi: il mood generale è malinconico, ma non mancano le sorprese, ed il disco si ascolta tranquillamente da cima a fondo, ed anche gli episodi meno immediati dopo un paio di ascolti vi sembreranno familiari.

Canzoni profonde e meditate, molte delle quali di stampo classico, mentre altre combinano sonorità solo all’apparenza stridenti, creando un cocktail stimolante e non prevedibile, il tutto arrangiato con indubbio gusto. La title track, che apre l’album, è subito splendida: inizio per piano e voce, una voce chiara ed espressiva, un motivo toccante ed un malinconico quartetto d’archi alle spalle, un brano davvero intenso; molto particolare After Sally, dal ritmo leggero ma spedito, una chitarra acustica strimpellata ed un mood quasi western che contrasta volutamente con l’uso cameristico degli archi, per un risultato decisamente intrigante. Degna di nota anche The Only Diamond, pianistica e fluida, dalla melodia diretta ed un bell’impatto ritmico nel refrain, anche se l’atmosfera si mantiene piacevolmente notturna, Fools Gold è raffinata: voce, chitarra elettrica pizzicata, batteria spazzolata ed un uso più vigoroso degli archi, che però ci sta, dato che la canzone ha un notevole crescendo melodico nella parte centrale. La bizzarra Queen Bee è un incrocio tra gospel e jazz anni trenta, un brano quasi da revue, il tipo di canzone che piaceva a David Johansen quando si travestiva da Buster Poindexter, mentre Tiananmen Square, che narra le vicende dell’uomo che da solo sfidò i carri armati, è una delle più belle ed intense del CD, una ballata pianistica melodicamente squisita e con un accompagnamento emozionante.

Old Red Barn, ancora dominata dal piano, ha perfino elementi country e risulta una delle più immediate, rivelando la versatilità del nostro (con la tromba che aggiunge un sapore dixieland), Moonlight On A String è lenta, drammatica e jazzata, cantata molto bene da Blake e con uno strano coro femminile modello “Sirene di Ulisse”, mentre Wailing Wall è quella dove l’orchestrazione è più marcata, ma è anche quella che mi piace meno. Philip Seymour Hoffman è un breve ma sentito omaggio al grande attore scomparso prematuramente, basato quasi esclusivamente su voce e piano, Sandtown è la più cerebrale, con un accompagnamento quasi free anche se il tutto non manca di fascino, e non è distante dal suono dell’ultimo David Bowie; il CD si chiude con Monterey Bay, cupa, triste, ancora pianistica ma allo stesso tempo decisamente rilassante.Cameron Blake è un artista senza dubbio molto interessante, forse non di facilissimo ascolto ma di sicuro non banale. E, fatto da non trascurare, non assomiglia praticamente a nessuno: da seguire.

Marco Verdi

L’Impegno Non Manca, I Risultati Purtroppo Sì! Michael Head & The Red Elastic Band – Adios Senor Pussycat

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Michael Head & The Red Elastic Band – Adios Senor Pussycat – Violette CD

Michael Head è un musicista inglese di Livepool che, nonostante sia in attività da quasi quaranta anni, è ancora praticamente uno sconosciuto, anche se qualche successo minore con gli Shack lo ha avuto. Influenzato dal rock californiano di gruppi come i Love (il nostro ha collaborato anche con Arthur Lee), dal jingle-jangle sound dei Byrds e solo in misura minore dai Beatles, Head ha fronteggiato diverse band nel corso della sua carriera: prima dei già citati Shack, negli anni ottanta ha formato i Pale Fountains, mentre in una fase successiva ha girato con un combo denominato The Strands, anche se la sua proposta musicale, un pop-rock immediato e gradevole con derivazioni californiane, non è mai cambiata più di tanto. Il suo ultimo gruppo in ordine di tempo si chiama The Red Elastic Band, con i quali ha già inciso due album nel 2013 e 2015: Adios Senor Pussycat è il titolo del suo nuovo lavoro, che allunga ulteriormente la sua già cospicua discografia ma, e vedremo subito il perché, secondo me non contribuirà a toglierlo dall’anonimato. La Red Elastic Band è un quintetto che, oltre a Michael, comprende Steve Powell alla chitarra, Tom Powell al basso, Phil Murphy alla batteria e Nina (?) al pianoforte, e che nei tredici brani del disco sposta l’obiettivo su una musica decisamente vicina ai già citati Byrds, con sonorità chitarristiche e melodie figlie dello storico gruppo degli anni sessanta, ed il lavoro in questi episodi, pur suonando piuttosto derivativo, funziona abbastanza. Il problema è nelle restanti canzoni, che non hanno una direzione artistica ben precisa, e fanno affiorare in maniera netta i limiti del nostro, sia come songwriter che come cantante: molti brani sono infatti abbastanza anonimi, suonati a dovere ma mancanti di personalità, ed il timbro vocale decisamente qualunque, quando non soporifero, di Michael non contribuisce certo a risollevare le cose; il tutto rende questo Adios Senor Pussycat un disco altalenante, non certo il veicolo migliore per far uscire Head e soci allo scoperto.

Picasso, aperta da una chitarra “morriconiana”, è una sorta di brano a metà tra pop e musica western, però molto attendista e senza particolari guizzi https://www.youtube.com/watch?v=Hmf-28MCMX4 ; meglio la cadenzata Overjoyed, un gustoso pop-rock di derivazione byrdsiana, con begli intrecci chitarristici: Michael rivela da subito i suoi limiti vocali, ma per ora sopperisce ancora con il mestiere. L’eterea Picklock ha dei risvolti cinematografici ed un uso particolare della sezione archi, ma non è un granché https://www.youtube.com/watch?v=ZuQFccyXDOE , mentre Winter Turns To Spring è una delicata ballata pianistica, che però la voce sonnolenta del leader non valorizza appieno. Il meglio il nostro lo dà nei pezzi più elettrici, come nella fluida Working Family, che ha delle ottime parti di chitarra jingle-jangle, anche se la vocalità piatta tende ad ammosciare il tutto. La rarefatta 4 & 4 Still Makes 8 non è né carne né pesce, la cupa Queen Of All Saints è monotona e con risvolti psichedelici che non c’entrano molto, Rumer è pop corale appena discreto, che si salva per le chitarre ed un motivo sufficientemente gradevole. Il resto del disco si conferma di livello poco più che mediocre, e si fa fatica anche ad arrivare in fondo, mancando feeling e idee: si salva una ripresa dello splendido traditional Wild Mountain Thyme, ma solo perché Michael gli costruisce attorno un arrangiamento ancora una volta derivante al 100% dal suono folk-rock inventato da Roger McGuinn e soci, oltre al fatto che la canzone è già di suo un classico.

Micheal Head è sempre stato e continua ad essere un outsider, e non è certo con dischi come Adios Senor Pussycat che potrà cambiare lo stato delle cose.

Marco Verdi

Una Figlia D’Arte Un Po’ “Tardiva”. Mollie Marriott – Truth Is A Wolf

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Mollie Marriott – Truth Is A Wolf – Amadeus Music      

Forse il cognome risveglierà qualche fremito a coloro più addentro nelle vicende del rock britannico: ebbene sì, questa “nuova” cantante è proprio la figlia del grande Steve Marriott, indimenticato leader degli Small Faces e degli Humble Pie, una delle voci più belle del rock inglese di sempre, tragicamente scomparso nel rogo della propria casa, a soli 44 anni, nel lontano 1991. Mollie Marriott è la terza figlia di Steve, e anche per lei la gavetta è stata lunga, faticosa e costellata di problemi legali (come era stato per il babbo), e quindi solo in questi giorni, a 32 anni compiuti, arriva il suo esordio discografico: nel frattempo ha calcato i palcoscenici del Regno Unito, come background vocalist per PP Arnold, gli Oasis, in un musical sugli Small Faces, in vari tributi, tra cui quello a Ronnie Lane e alla riunione dei Faces dello scorso anno, oltre al concerto per gli 80 anni di Bill Wyman. Tra quelli che lei chiama “zii” ci sono Peter Frampton, Ronnie Wood, Kenney Jones, che hanno più volte espresso il loro entusiasmo (forse non disinteressato) per la voce di Mollie, e anche Paul Weller ha voluto collaborare con lei, infatti è presente in due brani di questo Truth Is A Wolf, album che avuto una lunga gestazione, tanto che doveva essere pubblicato già nel 2015 con un’altra copertina.

Ma alla fine, tramite una piccola etichetta, la Amadeus Music, è uscito. E devo dire che non è per niente male, buon sangue non mente, Mollie Marriott ha una bella voce, qualche inflessione e movenza del padre (come ammette le i stessa), un timbro vocale che può ricordare Bonnie Raitt o Susan Tedeschi, leggermente rauco ma potente, uno stile che si rifà a cantanti come la Sheryl Crow del primo periodo o Stevie Nicks.. Ovviamente non manca il rock classico inglese, sia quello anni ’60 e ’70, che il più recente Britpop. Tra i suoi collaboratori, co-autrice in due brani, troviamo Judie Tzuke, cantautrice rock molto di successo in UK a cavallo degli anni ’80 (e che al sottoscritto piaceva parecchio), mentre l’unico brano non composto dalla Marriott, ovvero la title track Truth Is A Wolf, porta la firma di Gary Nicholson, autore di successi per Bonnie Raitt e Delbert McClinton,e decine di altri “clienti, che aveva portato questo brano a Nashville con l’idea di darlo appunto alla Raitt o alla Tedeschi, e invece è finito su questo disco. Ed è probabilmente il pezzo migliore dell’album (che comunque si difende con lode): un brano che gira attorno al suono di un piano elettrico e della chitarra di Paul Weller, una delle classiche canzoni che di solito si accostano al miglior repertorio proprio di Raitt e Tedeschi, con la voce autorevole della Marriott che ricorda moltissimo le illustri colleghe, potente e grintosa, con una leggera vena malinconica, uno spirito musicale tra rock e blues e un arrangiamento di gran classe, veramente una bella canzone.

Il singolo Control è un bel pezzo rock, con qualche retrogusto gospel e qualcuno ha riscontrato similitudini con una vecchia canzone degli Humble Pie Fool For A Pretty Face, comunque la band della Marriott e le voci di supporto ci danno dentro di gusto, in particolare il chitarrista Johnson Jay, anche Broken è un’altra bella canzone, incalzante, con un ritmo e un drive che ricordano la miglior Stevie Nicks, una classica rock song dal sapore americano che ruota attorno alla bella voce di Mollie e al sound avvolgente dell’arrangiamento. Give Me A Reason è una bella ballata pop con elementi soul, commerciale, ma il giusto, sempre con sontuosi inserti vocali e una bella chitarra tagliente; Run With The Hounds ha di nuovo un groove tipico dei migliori Fleetwood Mac, musica pop ma di quella raffinata e coinvolgente, mentre Love Your Bones, secondo la stessa Mollie è ispirata dal sound di Tori Amos, quella più pop e meno cerebrale. Transformer è una delle due canzoni scritte con Judie Tzuke, un brano più da cantautrice classica, sempre con la bella voce in evidenza, anche se forse un filo troppo pomposo e pompato; Fortunate Fate, con qualche elemento country rimanda al repertorio della prima Shery Crow, quindi non manca neppure l’impeto rock, King Of Hearts, l’altro pezzo firmato con la Tzuke, è pure il secondo dove appare Paul Weller, una sorta di simil slow blues con richiami sia al “Modfather” come al babbo, anche se l’arrangiamento è nuovamente troppo pompato, ed è forse il difetto che più mi sento di imputare al disco,  insomma la voce e il talento ci sono, ma a tratti il tipo di produzione “moderno” incontra poco i miei gusti. La chiusura è affidata a My Heaven Can Wait, una ballata mid-tempo emozionale di nuovo troppo orientata verso quel suono turgido che non sempre soddisfa. Promossa con qualche piccola riserva.

Bruno Conti

 

Sono Tornati Ai Livelli Di Un Tempo! Mavericks – Brand New Day

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Mavericks – Brand New Day – Mono Mundo/Thirty Tigers CD

I Mavericks si possono tranquillamente definire un gruppo dalle due carriere. Da sempre guidati dal carismatico Raul Malo, grande cantante di origine cubana, hanno conosciuto il loro momento di maggior splendore negli anni novanta, decade nella quale, con cinque album nei quali palesavano una crescita progressiva, erano giustamente considerati una delle band migliori in America, grazie ad un cocktail unico di rock, pop, country, tex-mex e musica latina, unito ad una grande facilità di scrivere brani immediati e ad un gran senso del ritmo. Dischi come Music For All Occasions e Trampoline erano quanto di meglio si poteva ascoltare in quel momento in tema di musica crossover. Poi il gruppo è entrato in modalità stand-by, Malo ha pubblicato nel 2001 un ottimo album da solista (Today) e, all’indomani di quello che è certamente il loro disco più stanco ed involuto (The Mavericks, 2003) i nostri hanno ufficializzato una separazione che era già nell’aria da tempo. Dopo una serie di lavori del solo Malo di qualità altalenante, e nei quali tentava di intraprendere diverse strade non sempre con lo stesso successo (anche quella del crooner nel poco riuscito Afterhours), i nostri hanno saggiamente deciso di riunirsi all’inizio della decade attuale, ricominciando da zero: In Time, 2013, e Mono, 2015, erano due buoni lavori in cui Malo e soci riprendevano in mano il vecchio suono, ma sembravano due lavori professionalmente validi ai quali però mancava la scintilla dei bei tempi.

Ora però i ragazzi hanno dato alle stampe Brand New Day, un disco potente, ispirato, convincente, in una parola splendido, che ci fa ritrovare all’improvviso i Mavericks degli anni novanta: l’album è infatti una miscela di stili che vanno dal country al pop anni sessanta, al sound Messicano fino ai ritmi cubani, dieci brani scintillanti e con un suono davvero spettacolare (merito della produzione, nelle mani dello stesso Malo e di Niko Bolas, il produttore preferito da Neil Young, ma che ha anche collaborato con Warren Zevon e Melissa Etheridge). Oltre a Malo, fanno parte della band il chitarrista Eddie Perez, il batterista Paul Deakin ed il tastierista Jerry Dale McFadden (il loro bassista storico Robert Reynolds è stato allontanato per problemi legati alla droga), mentre nel disco ci sono anche diversi collaboratori, tra cui meritano una segnalazione Ed Friedland, che di fatto ha preso il posto di Reynolds al basso pur non entrando a far parte del gruppo, lo straordinario fisarmonicista Michael Guerra, il cui strumento dona un sapore messicano a quasi tutti i pezzi, ed i cori delle famose McCrary Sisters. Ma al centro di tutto ci sono Malo, la sua grande voce, i suoi compagni di viaggio e la loro voglia di tornare ad essere quelli di un tempo: Brand New Day è dunque un grande disco, la cui unica cosa davvero brutta è forse la copertina. Si inizia subito a godere con Rolling Along, un brano mosso che profuma di Messico, con al centro la fisa e le trombe mariachi e la grande voce di Malo che si staglia potente, una melodia sixties ed un banjo a dare un sapore country: gran ritmo e suono splendido (una costante di tutto il disco).

La title track è caratterizzata da un possente wall of sound di spectoriana memoria ed il solito feeling anni sessanta (altro filo conduttore di quasi tutte le canzoni), un pezzo maestoso e davvero magnifico; la vivace Easy As It Seems mescola alla grande rock, ritmi cubani ed atmosfere retro, ricordando non poco i Los Lobos di Kiko (quindi i migliori), altro pezzo irresistibile, mentre I Think Of You, dominata come al solito dalla vocalità potente di Raul, è un raffinato pezzo dal mood leggermente jazzato e con la solita melodia romanticona, suonato in punta di dita ma con la solita grande classe. Goodnight Waltz è una ninna nanna tra Messico e jazz, con la fisa da una parte ed il sax dall’altra che si contendono la scena, e Malo che intona un motivo da ballo della mattonella, Damned (If You Do) è il brano più rock finora, anche se i contatti col Messico non mancano, il solito cocktail irresistibile e pieno di ritmo e forza in cui i nostri sono maestri, I Will Be Yours è uno scintillante slow alla Roy Orbison (e pure con la voce ci siamo), con in più il solito Mexican touch garantito dalla splendida fisa di Guerra, per un altro risultato da applausi. La spedita Ride With Me è uno stimolante mix tra rock’n’roll e big band music, con un tocco di blues, I Wish You Well ci riporta dalle parti di Orbison, un lento delizioso con la consueta gran voce di Malo a nobilitare il tutto, mentre For The Ages, che chiude il CD, è una roboante country song dal solito suono ricco e potente, un gustoso rimando al suono degli esordi, quando i nostri erano considerati principalmente una country band.

Non solo Brand New Day è il miglior disco dei Mavericks dalla loro reunion (e si mette sullo stesso piano dei loro lavori più riusciti), ma è anche uno dei più belli di questi primi quattro mesi del 2017: da non perdere.

Marco Verdi

Forse Era Meglio Se Continuava A Fare Il Batterista? Simon Kirke – All Because Of You

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Simon Kirke  – All Because Of You – BMG/The End Records     

Di batteristi/cantanti non ne esistono moltissimi, ma non è neppure una categoria poco frequentata: il più famoso (o forse il più bravo) è Don Henley, se non consideriamo lo scomparso Levon Helm della Band. Anche se forse il primo nome che viene in mente è quello di Ringo Starr. Ma come dimenticare Phil Collins o Dave Grohl (ora chitarrista), oppure in un ambito più leggero Karen Carpenter o Peter Criss dei Kiss, nel passato mi viene in mente Dave Clark, ma anche, in ambiti ancora diversi, Roger Taylor dei Queen e Grant Hart degli Husker Du. Quindi, a ben vedere, potremmo andare avanti per ore, ma ci fermiamo qui: uno degli ultimi arrivati, non per la lunghezza della militanza (è stato il batterista di due delle migliori formazioni rock del passato, Free e Bad Company), potrebbe essere Simon Kirke, che improvvisamente, dagli anni ’00, 2005 per la precisione, si è scoperto anche cantante. Questo All Because Of You è il suo terzo album da solista, e per l’occasione ha deciso di unire le forze con una band già esistente, gli Empty Pockets, un gruppo “famoso” per essere la touring band di gente come Al Stewart e Gary Wright.

E i nomi non sono casuali in quanto il suono di questo disco, più al rock grintoso che siamo soliti accostare a Kirke si muove in una sfera musicale di tipo soft, se non temessi di essere irrispettoso parlerei di “bland rock”, volendo essere forse più obiettivi e molto munifici, diciamo singer-songwriter, considerando che il buon Simon firma, da solo o in compagnia, tutti i brani contenuti in questo CD, eccetto Feel Like Making Love, uno dei brani più famosi dei Bad Company, di cui sono autori Paul Rodgers e Mick Ralphs, anche se, generosamente, qualcuno in rete lo ha attribuito a Kirke, che comunque in passato ha scritto canzoni sia per i Free come i Bad Company. E partiamo proprio da questa canzone: uno dei riff più famosi del rock, viene trasformato in una versione per ukulele (suonato dal nostro, impegnato anche a tastiere e chitarra) e gruppo: l’idea di per sé non sarebbe neppure peregrina, penso a cosa ha fatto Paul McCartney (uno dei preferiti del giovane Kirke) per Something di George Harrison. Ma evidentemente non siamo nella stessa categoria e il risultato finale è appena accettabile, Kirke ha una voce discreta ma non memorabile (non per nulla lo facevano cantare raramente), gli Empty Pockets non sono dei rockers indemoniati, e lui stesso, che ha co-prodotto l’album, non ha curato molto il suono della batteria, che risulta quasi sempre stranamente priva di spessore sonoro e grinta.

D’altra parte abbiamo anche brani dove appare un quartetto d’archi come Maria, una via di mezzo tra un prog morbido e le canzoni melodiche di Macca, giocata su una acustica arpeggiata, oppure Friends In The Wood, dove l’ottimo Josh Graboff è ospite alla pedal steel, per un altro pezzo molto melodico sempre influenzato da Sir Paul, con tanto di cinguettii sullo sfondo. E l’assolo di sax in Melting On Madison più che a Bobby Keys o Clarence Clemons mi ha fatto pensare a Fausto Papetti. Ogni tanto, raramente, il nostro amico si ricorda che è stato (ed è tuttora, perché sono ancora in attività) il batterista dei Bad Company, ma il massimo che ci regala è buon mid-tempo rock come Warm Gulf Water dove quantomeno si sentono le chitarre, o Into The Light, dove ci scappa anche qualche rullata e riff di chitarra, con massiccio, e un po’ pomposo, coro di una decina di elementi che ricorda vagamente i Foreigner.

Fa eccezione Trouble Road dove alla chitarra c’è Warren Haynes, niente per cui strapparsi i capelli (se li avete), ma comunque un pezzo rock di buona qualità, subito dimenticato grazie ad una soporifera Stay With Me che conclude il disco, anche con una fischiettata francamente imbarazzante. Tra i brani da salvare, forse, Lie With You, una ballata dalla buona melodia con spazzolate di organo e piano, e l’iniziale, piacevole e ritmata, All Because Of You, che non lascia presagire quello che verrà dopo. Insomma se non siete collezionisti accaniti e compulsivi di Free e Bad Company (con cui peraltro non c’entra nulla), anche se c’è in giro di peggio e il contenuto non poi è orribile, diciamo non indispensabile, potete tranquillamente fare a meno di questo disco!

Bruno Conti       

A Proposito Di Belle Voci! Jo Harman – People We Become

jo harman people we become

Jo Harman  – People We Become – Totale Creative Feed

Ogni tanto dal Regno Unito sbuca qualche nuova voce femminile interessante, con un repertorio musicale che può essere interessante per i nostri lettori: penso a Joss Stone, potenzialmente una delle migliori voci rock & soul moderne, ma che spesso paga le scelte non felici di produttori e compagni di viaggio, che quest’anno compie 30 anni e dovrà scegliere cosa vuole fare da grande http://discoclub.myblog.it/2012/07/23/ma-che-voce-ha-il-ritorno-di-joss-stone-the-soul-sessions-vo/ , ma anche la bravissima Rumer, in possesso di una voce deliziosa, dal phrasing perfetto e con uno smisurato amore (ricambiato) per Burt Bacharach, che a chi scrive piace moltissimo http://discoclub.myblog.it/2010/11/13/perfect-pop-rumer-seasons-of-my-soul/ , tra i nomi del passato forse si potrebbe paragonare, anche se non vocalmente, a Dusty Springfield. In mezzo a questi nomi ora arriva Jo Harman, giovane cantautrice del Southwest britannico, nata a Luton e cresciuta nel Devon, poi trasferitasi a Londra per dedicarsi alla musica. Nella sua musica si trova una passione per i classici della canzone inglese, Beatles, Cat Stevens, Moody Blues, oltre alla grande soul music americana, nella persona di Aretha Franklin (passione in comune con Rumer), nomi e musiche carpiti dalla discoteca dei genitori e poi usati nei primi passi nel mondo musicale.

Di lei si parla molto bene in questi giorni per l’uscita del presente People We Become, ma in passato ha già pubblicato un album autoprodotto nel 2013, e due dischi dal vivo, tra cui un Live At The Royal Albert Hall, pubblicato dalla BBC. Inserita nel filone soul e blues (dove ha ricevuto vari premi di categoria) mi sembra che Jo Harman si possa inserire a grandi linee  in quel ramo, dove fioriscono anche voci come Beth Hart, Dana Fuchs o Colleen Rennison dei No Sinner, oltre a cantautrici, più, come le potremmo definire, “confessionali”, quelle che si ispirano a Joni Mitchell o Laura Nyro, per volare alti, o, soprattutto Carly Simon, quella del primo periodo, con cui mi pare condividere il timbro vocale. Ovviamente i nomi citati sono semplici suggestioni, anche personali, che servono comunque ad inquadrare il personaggio: questo nuovo album è stato registrato in quel di Nashville, mi verrebbe da dire a cavallo tra la Music City più commerciale e il lato più rootsy e ricercato dell’altro lato di Nashville, Il produttore scelto per l’avventura americana è Fred Mollin, un canadese trapiantato nel Tennessee,  uno che ha lavorato con Jimmy Webb, Kris Kristofferson (il di recente ristampato Austin Sessions), ma anche in moltissime colonne sonore per la Disney: e anche i musicisti utilizzati, grandi professionisti, da Greg Morrow alla batteria, Tom Bukovac alla chitarra e il bravissimo tastierista Gordon Mote, hanno lavorato, da professionisti, con Blake Shelton, Faith Hill, Amy Grant e simili, ma pure con Bob Seger e i Doobie Brothers.

Scusate questo voler esser fin troppo didascalici, ma questo dualismo nel disco, a tratti, si sente: ci sono molti brani dove si percepisce a fondo il talento di questa giovane cantante e alcuni dove è coperto da esigenze di mercato; e così si alternano brani come l’iniziale No One Left To Blame, un brano rock tirato, con chitarre, tastiere e sezione ritmica in evidenza, che sembrano essere in competizione con la voce della Harman, e non sempre, anche se l’ugola è potente, vince lei, ma pur risentendo del suono fin troppo pompato,  la classe si percepisce e non siamo lontani dagli episodi più duri di Beth Hart o dei No Sinner. Ma poi quando si passa a una canzone come Silhouettes Of You veniamo proiettati in un sound molto seventies, alla Carly Simon, con piano ed una bella slide in evidenza, oltre alla voce calda e matura di Jo. Molto bella anche la lunga, oltre i sette minuti, Lend Me Your Love, una ballata che parte solo voce e piano, e poi si sviluppa in un notevole crescendo, con l’organo, le chitarre e il resto degli altri strumenti, fiati compresi. che entrano man mano, qualcuno ha riscontrato addirittura delle similitudini in fase di costruzione sonora con i Pink Floyd, il tutto cantato con grande autorità.

Eccellente anche Unchanged and Alone, partenza acustica per un’altra splendida ballata dal crescendo irresistibile, mentre The Reformation introduce elementi blues e rock, più duri e tirati, che evidenziano la voce grintosa. Changing Of The Guard, sempre con una bella slide, è più leggera e godibile, sempre vicina alla Carly Simon citata, con Person Of Interest, intima e raccolta, che esplora il sound più acustico che veniva utilizzato nel primo album, per poi esplodere nel riff di When We Were Young https://www.youtube.com/watch?v=LyWw7ixwKjs , che sembra un pezzo dei Doobie Brothers, e quando entra la voce di Michael McDonald alle armonie vocali ne hai la conferma, il singolo dell’album, che prosegue con The Final Page, altra traccia elettroacustica sulle ali di una malinconica lap steel, ancora con la bella voce di Jo Harman da gustare, e pazienza se nell’arrangiamento c’è qualche zucchero di troppo. Infine la conclusiva Lonely Like Me, altra ballata pianistica dai saliscendi sonori e con elementi gospel conferma il valore di questo nuovo talento prodotto dalla scena britannica.

Bruno Conti

Lydia Loveless – Real. Non Solo Country-Punk, E’ Un Bene?

lydia loveless real

Lydia Loveless – Real – Bloodshot/Ird

La giovane cantante dell’Ohio Lydia Loveless (26 anni il 4 settembre) approda al terzo album per la Bloodshot (più un Mini e un disco pubblicato nel 2010, ma registrato anni prima e poi tenuto in sospeso per parecchio tempo) e rispetto al country-punk, all’honky-tonk e all’alternative country dei dischi precedenti, Somewhere Else del 2014 e Indestructible Machine http://discoclub.myblog.it/2011/09/13/giovani-talenti-lydia-loveless-indestructible-machine/, c’è una maggiore svolta verso un pop-rock più morbido, meditato e bene arrangiato, anche se, come dice lei stessa nella presentazione di questo Real, i suoi testi sono sempre “onesti, veri e reali” https://www.youtube.com/watch?v=OuoYv56HVpA (e questa volta dopo Steve Earle Chris Isaak, niente “omaggi” ad altri cantanti).Il produttore è pur sempre lo stesso dei dischi precedenti, il fedele Joe Viers, i musicisti  in gran parte anche, compreso il bassista Ben Lamb, ed essendo il marito si comprende pure. La voce rimane pimpante, calda ed espressiva, uno degli aspetti migliori della sua musica, anche le chitarre sono presenti in modo massiccio, però quasi tutti i musicisti utilizzati nell’album sono accreditati pure con l’uso delle tastiere, al posto del violino e del banjo del passato, creando in parte una impressione più levigata, patinata (il termine inglese slick rende bene l’idea) e anche se il disco ha avuto ottime critiche, fin ad ora una media dell’otto, o se preferite quattro stellette, si ha come l’impressione che questa svolta pop e radiofonica non sia più così aderente ai suoi infuocati e selvaggi concerti https://www.youtube.com/watch?v=0rkd4ou8v8M , dove la Loveless spesso si presenta come una vera forza della natura (a questo proposito esiste un bellissimo recente documentario su di lei, Who Is Lydia Loveless?) https://www.youtube.com/watch?v=D1aIaHL38A8 .

Potrebbe essere, ma non credo, che la sua passione per cantanti come Kesha, Katy Perry e Prince (?!?), dei quali Lydia ha eseguito (ed anche inciso) cover dei loro pezzi, abbia un po’ annacquato la sua grinta o forse per rimanere nell’industria discografica, sia pure quella indipendente rappresentata dalla Bloodshot, si richiede qualche compromesso. Sta di fatto che questo album mi sembra ripercorra, se non nelle voci quantomeno nell’approccio, le strade di Maria McKee, selvaggia e senza compromessi all’inizio, nei primi Lone Justice, o della Chrissie Hynde dei Pretenders, rispetto alle loro versioni successive più “leggere” e pop(olari). Magari è una semplice evoluzione naturale della sua musica, più matura e meno ruspante. Il disco al sottoscritto non dispiace per niente, ma rimpiango ogni tanto quelle belle schitarrate ed esplosioni di energia che caratterizzavano le prove precedenti, magari sarà solo un disco interlocutorio e in ogni caso, nell’ambito pop a cui appartiene, è sicuramente nettamente superiore alla media dei prodotti equivalenti. Canzoni come l’iniziale Same To You, una bella combinazione di chitarre twangy e pedal steel, un ritmo incalzante e la bella voce, sicura e dal timbro ricco e variegato, di una che conosce come trattare la materia rock, costituiscono un buon esempio del nuovo sound più radio-friendly, diverso dal passato ma comunque sempre valido, basta abituarcisi; Longer, con qualche tocco di tastiere in più, ha comunque un bel riff R&R, interessanti intrecci di chitarre cristallini e incantevoli armonie vocali per una incalzante costruzione sonora, in aria di 70’s rock https://www.youtube.com/watch?v=Pr4RZNDIJik . More Than Ever è una delicata mid-tempo ballad,dalla seducente melodia, con il suono delle Rickenbacker ad evocare quello della conterranea Chrissie Hynde, mentre Heaven, scritta con il chitarrista Todd May (che, in riferimento al brano precedente, ha pubblicato un disco che si chiama Rickenbacker Girls) è basata su un “grasso” ed insistente giro funky del basso e potrebbe ricordare la Stevie Nicks meno romantica e più carnale, altro riferimento ricorrente, pure in passato, delle influenze vocali di Lydia Loveless.

Anche Out On Love rimane in questo ambiente sonoro vicino ai Fleetwood Mac, di nuovo una ballata romantica, con la voce in primo piano e raffinati tocchi di chitarra e tastiere, ma niente ritmica, ad avvolgere il cantato https://www.youtube.com/watch?v=r8-Pl7u1wyM . Midwestern Guys è un’altra gagliarda canzone di impianto pop-rock, che quello che parzialmente perde in grinta acquista in un raffinato arrangiamento, dove la voce è comunque sempre la trave portante della costruzione sonora. Bilbao vira verso un alternative-indie-rock piacevole, forse troppo già sentito e manieristico, magari poco incisivo, con Europeans che è probabilmente la canzone che più si avvicina al classico rock’n’country degli album precedenti, con acustiche ed elettriche che si intrecciano piacevolmente sul cantato sempre gradevole ed in questo caso decisamente partecipe della nostra amica. Non manca il momento acustico della dolce Clumps, dove la voce è più vulnerabile e meno assertiva, per quanto sempre affascinante  https://www.youtube.com/watch?v=eraIC6hoYrw. La conclusione è affidata alla bella title-track Real, di nuovo affidata al cristallino e rintoccante suono delle chitarre e della pedal steel di Jay Gasper, altro perfetto esempio di “pure pop for now people” come direbbe Nick Lowe https://www.youtube.com/watch?v=Cmvr4sdoqOA , Vedremo cosa porterà il futuro, il talento c’è, le canzoni richiedono qualche ritocco qui e là, ma più o meno ci siamo.

Bruno Conti 

Maren Morris – Hero. Molto Brava Nonostante I Suoni Moderni

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Maren Morris – Hero – Columbia Nashville/Sony CD

Maren Morris è una giovane texana di soli 26 anni, ma con già tre album ed un EP alle spalle e un passato di bambina prodigio. Ha infatti esordito nel 2005 (quindi all’età di 15 anni) con Walk On, cui hanno fatto seguito Maren nel 2007 e Live Wire nel 2011, tre dischi, oggi abbastanza difficili da trovare, che hanno dato modo alla Morris di farsi notare e di strappare un contratto con una major, e che major. Infatti Hero, album nuovo di zecca di Maren, esce per la prestigiosa Columbia, e si può tranquillamente considerare il suo esordio vero e proprio; e la famosa label le ha messo a disposizione gli studi di Nashville, uno stuolo impressionante di sessionmen (molti turnisti di studio, ma anche nomi come John Osborne dei Brothers Osborne, l’ex batterista dei Wallflowers Fred Eltringham e le McCrary Sisters ai cori) e due giovani ma capaci produttori, Brad Hill e Mike Busbee. Devo dire che inizialmente ero un po’ prevenuto, in quanto spesso compiere il grande passo ed andare ad incidere a Nashville compromette la qualità della musica proposta, ed i dubbi si sono ingigantiti quando ho visto che tra i vari strumentisti, molti si occupavano di sintetizzatori e programming, due parole che hanno poco a che fare con la buona musica (e molto ha contribuito la mia recente scottatura con il pessimo Ripcord di Keith Urban): al primo ascolto di Hero però (e aggiungerei per fortuna) le mie incertezze sono sparite, in quanto mi sono trovato di fronte ad una musicista che sa il fatto suo, in possesso di una voce grintosa e rock nonostante l’aspetto fisico esile, che sa dosare i suoni ed usarli in maniera moderna ma nello stesso tempo intelligente, dando vita ad undici canzoni di sano country-rock con qualche saltuario sconfinamento nel pop, il tutto però all’insegna della musica di qualità che ha le caratteristiche sia di poter piacere agli intenditori che di entrare in classifica.

E, dulcis in fundo, Maren scrive tutte le canzoni, dando dimostrazione di una maturità superiore a quella che di solito si ha alla sua età. Sugar apre bene il CD, un brano dalla strumentazione “ricca” ma con tutto al posto giusto (se anche c’è un synth non si sente), Maren canta con grinta ed il refrain è decisamente orecchiabile ed adatto anche alle radio di settore. Rich è più roccata, ma sempre gradevole e con i suoni moderni usati con intelligenza, un brano fluido e disteso e con un altro ritornello ben costruito, un riuscito compromesso tra arte e commercio; My Church è il piccolo capolavoro del disco, un irresistibile country-gospel moderno, con una melodia splendida, una bella slide sullo sfondo ed un mood trascinante: è il primo singolo, ed è una scelta perfetta, dopo solo un paio di ascolti non ve la leverete più dalla testa.

I Could Use A Love Song è una limpida ballata, diretta ed arrangiata con gusto e bravura, sono stupito dalla disinvoltura della ragazza; 80’s Mercedes, dalla ritmica pulsante, è ancora avvolta da un big sound e ha un gusto più pop, ma non sfigura affatto e anzi si pone tra le più immediate, mentre Drunk Girls Don’t Cry (bel titolo) mi piace meno, anche se non ha niente che non vada, la considero solo meno riuscita nello script. Per contro How It’s Done, che ha un attacco decisamente moderno, ha un motivo avvolgente e si lascia ascoltare con piacere, ed ancora meglio è la saltellante. Just Another Thing, più pop che country, ma suonata ed arrangiata con molta misura, e Maren si dimostra ancora una volta brava a scrivere refrain semplici ma immediati. La chitarristica I Wish I Was cambia registro, e dona al disco un sapore country-got-soul, risultando una delle più riuscite, con la Morris che vocalmente regge bene anche in un contesto diverso; il CD si chiude con Second Wind, una ballata liquida e piena d’atmosfera, e con la solida Once, ancora dal leggero retrogusto soul che si sposa benissimo con la strumentazione attuale ma che rimanda ad un suono d’altri tempi.

Hero è la chiara dimostrazione che, quando si ha talento, misura e gusto, si possono anche usare sonorità moderne e fare ugualmente un bel disco.

Marco Verdi