Visti I Risultati, Il Silenzio Poteva Anche Continuare! Thad Cockrell – In Case You Feel The Same

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Thad Cockrell – In Case You Feel The Same – ATO CD

Non so quanti di voi si ricordino di Thad Cockrell, singer-songwriter di genere country-rock/Americana attivo all’inizio del nuovo millennio, autore di tre apprezzati album (due dei quali pubblicati dalla Yep Roc e prodotti dal noto Chris Stamey, leader dei dB’s) tra il 2001 ed il 2009, più un disco di duetti nel 2005 con Caitlin Cary, ex cantante e violinista dei Whiskeytown. Cockrell era in silenzio come solista appunto dal 2009, anche se nella decade appena trascorsa ha realizzato un paio di lavori come membro dei Leagues, una band di rock alternativo che ha avuto un buon successo a livello indipendente con il primo album e molto meno con il secondo. A undici anni da To Be Loved Cockrell torna quindi a fare il solista pubblicando In Case You Feel The Same, una collezione di dieci nuove canzoni uscita per la ATO Records (la stessa che si occupa della serie live di Jerry Garcia) e che vede alla produzione Tony Berg il quale suona anche gran parte degli strumenti, mentre come ospiti speciali abbiamo Blake Mills (abituale parner artistico di Fiona Apple e presente anche sull’ultimo Dylan) e soprattutto la cantante e leader degli Alabama Shakes, Brittany Howard, alla seconda voce in Higher.

Purtroppo però non bastano un paio di ospiti di vaglia ed un buon produttore per fare un bel disco: il problema di In Case You Feel The Same è che ci mostra un autore forse un po’ arrugginito dalla lunga inattività (e, va detto, Cockrell non ha mai fatto parte di quel gruppo di musicisti da acquistare a scatola chiusa), con l’aggravante della ricerca ossessiva di un suono moderno ma parecchio spersonalizzato e molto poco “roots”, con abbondante uso di synth e ritmi programmati che non sono certo ciò che serve a migliorare una serie di canzoni che già in partenza sono caratterizzate da una vena compositiva piuttosto flebile. Se siete tra quelli che avevate gradito i precedenti album di Cockrell potreste quindi avere qualche sorpresa negativa da questa sua nuova proposta, dato che qui c’è ben poco sia di rock che di radici. Il disco non parte neanche male, dal momento che la title track è una ballata intensa per solo voce, piano, basso e batteria dallo sviluppo sofferto e toccante, un brano che sembra mettere il CD sui binari giusti fin da subito; la già citata Higher ha un suono inizialmente trattenuto, poi entra la sezione ritmica con una frustata ed il nostro divide il microfono con la Howard sia nelle strofe quasi in modalita “low-fi” che nel refrain potente: in ogni caso non siamo certo di fronte ad una grande canzone.

Swingin’ è anche peggio, ed il suono è eccessivamente moderno al limite del fastidioso, una pop song insulsa che di Americana non ha nulla, meno male che Susie From The West Coast risolleva un po’ le cose: non siamo in presenza di un capolavoro, ma comunque di un pezzo dalla struttura melodica sensata e lineare ed un accompagnamento più adeguato pur rimandendo nel solco della modernità. L’inizio di Slow And Steady promette bene, con il suo bel riff chitarristico alla Sweet Jane, ed anche la canzone in sé non è male, una rock song potente e diretta nonostante la presenza di un synth che però non fa danni: alla fine risulterà il brano migliore. Love Moves In è pop sofisticato e raffinato, formalmente ineccepibile ma privo di mordente (sembra il Bryan Ferry degli anni ottanta), in Fill My Cup rispunta la chitarra elettrica e c’è anche un ritornello corale piacevole, ma All I Want è puro techno-pop, il livello è quello degli Orchestral Manoeuvres In The Dark (e non è un complimento). Il CD termina con Next Thing You Know, una ballata melliflua che sa di poco e che presenta altre sonorità abbastanza orripilanti, e con una ripresa maggiormente strumentata della title track, che si conferma uno dei pochi momenti positivi di un album che definire deludente è il minimo.

Marco Verdi

Cambia Il Genere, Ma Non La Voce, Sempre Calda E Vellutata. Rumer – Nashville Tears

rumer nashville tears

Rumer – Nashville Tears – Cooking Vinyl

Doveva uscire il 1° maggio, poi come altri molti dischi in questi tempi di coronavirus, è stato posticipato ad agosto. Si tratta del primo album dopo una lunga pausa per la cantante anglo-pachistana, e come lascia intuire il titolo un disco di country, tutto composto di canzoni scritte da Hugh Prestwood, un autore non notissimo al grande pubblico, ma assai apprezzato da colleghi e colleghe che spesso e volentieri hanno interpretato i suoi brani, molte volte entrati nelle classifiche di categoria e qualche volta anche successi nelle charts nazionali USA, come per esempio Hard Times For Lovers, una hit per Judy Collins nel 1979. Per il resto Rumer e il marito Rob Shirakbari (a lungo arrangiatore e collaboratore di Burt Bacharach) hanno privilegiato canzoni meno note del suo songbook, comunque sempre con interpreti di prestigio: Alison Krauss, Randy Travis, Barbara Madrell, Shenandoah, Trisha Yearwood.

Sarah Joyce, con il suo nome d’arte di Rumer, come certo saprete se leggete il blog regolarmente, è molto amata sia dal sottoscritto https://discoclub.myblog.it/2010/11/13/perfect-pop-rumer-seasons-of-my-soul/ , quanto dall’amico Marco Verdi https://discoclub.myblog.it/2012/06/27/confermo-e-proprio-brava-rumer-boys-don-t-cry/ , grazie alla sua voce calda e vellutata, dal timbro e dalla emissione che sfiora la perfezione, epigona di quella schiatta di interpreti che discende da Karen Carpenter e Dusty Springfield, passando anche da cantautrici come Carole King e Laura Nyro, e con la benedizione del suo mentore Burt Bacharach, uno che ha sempre avuto una passione per le grandi voci femminili, e al quale proprio Rumer aveva dedicato il suo ultimo album, uscito nel 2016, This Girl’s In Love (A Bacharach & David Songbook), il primo ad essere pubblicato dopo essersi trasferita per vivere con il marito negli States tra Arkansas e Georgia, dove ha anche avuto un aborto e diradato la sua attività musicale, per problemi di salute legati a disturbi bipolari a seguito dello stress legato alla sua carriera.

Per il rientro Sarah ha deciso, dovo vari tentennamenti, di pubblicare un album di country, folgorata dal repertorio di Hugh Prestwood, proposto da Fred Mollin, produttore e musicista canadese, ma vecchia volpe della scena locale di Nashville, uno che ha lavorato a lungo con Jimmy Webb, America, Kris Kristofferson, quindi non il primo pirla che passa per la strada, che ha prodotto questo Nashville Tears. A ben guardare rimane molto del pop orchestrale e raffinato che da sempre caratterizza la proposta di Rumer, con continui florilegi orchestrali che spesso fanno da prologo alle canzoni, che però poi si svolgono con un deciso piglio country, tra acustiche, pedal steel, dobro e violini che sono gli elementi principali del sound. Mollin ha radunato una eccellente pattuglia di musicisti locali, tra cui spiccano Pat Buchanan alla chitarra elettrica, Bryan Sutton a basso, banjo e mandolino, Stuart Duncan al violino, l’ottimo Mike Johnson alla pedal steel, e Kerry Marx e Scotty Sanders, che si alternano a dobro e pedal steel, strumento molto impiegato nel disco. La voce della nostra amica, come si diceva, è rimasta splendida, magari aggiungendo una patina di maturità, visto che da poco ha compiuto 41 anni.

Si parte con la gentile The Fate Of Fireflies, con i florilegi della sezione archi, poi entra subito la calda ed avvolgente vocalità di Rumer, ben supportata dal classico suono country seventies preparato da Mollin, con la steel subito in evidenza, ma anche il piano, seguita da un altra ballata come June It’s Gonna Happen, altro tipico esempio dello stile compositivo di Prestwood, che utilizza molte metafore relative alla natura, mentre pedal steel e dobro, oltre al piano di Gordon Mote, sono sempre in evidenza. Deliziosa anche Oklahoma Stray che sembra un brano del primo James Taylor, con una bella melodia e un arrangiamento intimo, Bristlecone Pine è leggermente più mossa, giusto un poco, potrebbe ricordare gli America, vecchi clienti di Mollin, sempre con la voce cristallina di Rumer a galleggiare sulla musica, come conferma la sua versione di Hard Times For Lovers, il brano di Judy Collins, dove rivaleggia con la grande cantante di Seattle, quanto a purezza di emissione vocale, con il dobro che sottolinea lo spirito più brioso di questa canzone. Eccellenti anche la malinconica Ghost In This House, un successo per i Shenandoah e la solenne The Song Remembers When, grande successo per Trisha Yearwood nel 1993.

E’ ovvio che stiamo parlando di un country old style, molto lavorato, lontano dall’alt-country e dall’Americana, tutto basato sulla voce superba di Rumer che porge queste canzoni con grande garbo e classe, in omaggio a quella “vecchia” Nashville citata nel titolo dell’abum, ma cionondimeno molto godibile, come conferma That’s That, altro brano estremamente raffinato di Prestwood che illustra i paesaggi e i panorami della natura americana “There’s a weeping willow on the outskirts of town/Where I took a pocket knife and carved out our names/In the morning I am gonna cut that tree down/Gonna build a fire and watch us go up in flames.”, mentre Buchanan rilascia uno splendido assolo di chitarra elettrica che incornicia il brano. Solenne e malinconica anche la pianistica Here You Are, mentre la squisita Learning How To Love si libra ancora una volta sulle corde vocali vellutate di questa cantante che rimane consigliata soprattutto a chi ama anche le interpreti lontane dal rock e comunque portatrici sane di un pop, magari demodé, affinato e senza tempo.

Bruno Conti

Saranno Anche Fuori Di Testa, Ma Quando Suonano Sono Serissimi! The Texas Gentlemen – Floor It!!!!

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The Texas Gentlemen – Floor It!!!! – New West CD

Tornano a distanza di tre anni dal loro debutto TX Jelly i Texas Gentlemen https://discoclub.myblog.it/2017/11/27/un-bellesempio-di-follia-musicale-con-metodo-the-texas-gentlemen-tx-jelly/ , un quintetto di pazzi scatenati proveniente, mi sembra ovvio, dal Lone Star State, e composto dai due leader, il cantante e chitarrista Nik Lee ed il cantante e pianista Daniel Creamer, dall’altro chitarrista Ryan Ake e dalla sezione ritmica formata da Scott Edgar Lee Jr. al basso e Paul Grass alla batteria. Nonostante abbia parlato di esordio i cinque non sono certo di primo pelo, dal momento che stiamo parlando di un gruppo di sessionmen che si sono messi insieme quasi per gioco (hanno suonato anche con una leggenda vivente come Kris Kristofferson), ma da quando hanno iniziato ad incidere per conto proprio hanno dimostrato di fare sul serio. TX Jelly era un disco completamente fuori dagli schemi, in cui i nostri affrontavano qualsiasi genere musicale venisse loro in mente, dal rock al country al pop al blues al funky al folk e chi più ne ha più ne metta, il tutto proposto con un’attitudine scanzonata e divertita ed indubbiamente coinvolgente.

Musica creativa e non scontata quindi, e questo loro secondo album Floor It!!!! prosegue nello stesso modo, con una serie di canzoni in cui affiorano diversi stili anche all’interno dello stesso brano, e dove si nota rispetto al lavoro precedente una maggiore inclinazione verso la pop song di qualità, con uso anche di archi e fiati seppur senza esagerare. A volte essere troppo eclettici può essere considerato un difetto, ma quando come nel caso appunto dei Texas Gentlemen ci sono la bravura nello scrivere e nel suonare, la creatività e l’abbondanza di idee è certamente un vantaggio. I TG si divertono, e riversano questo loro divertimento sull’ascoltatore. Floor It!!!! dura più di un’ora e presenta una serie di brani medio-lunghi, ma grazie proprio al fatto che uno non sa mai cosa aspettarsi dalla canzone seguente il disco riesce a non annoiare. La breve Veal Cutlass, poco più di un minuto, è puro dixieland anni trenta, un pezzo un po’ spiazzante che confluisce nel vibrante strumentale Bare Maximum, un misto di rock’n’roll e funky che si pone nel mezzo tra Little Feat e Frank Zappa, con i fiati a rinforzare un suono già bello tosto; Ain’t Nothin’ New è una ballata ariosa e sognante, guidata dal piano e con un motivo lineare e godibile (e qui il paragone è coi Phish), bella e creativa.

Anche Train To Avesta è un’ottima slow song pianistica tra roots e pop, come se i Jayhawks si fossero fatti produrre da Jeff Lynne; l’intro pianistico di Easy St. rimanda all’Elton John d’annata, ma il resto è puro pop alla McCartney con un leggero sapore vaudeville, fresco e decisamente gradevole: finora di Texas c’è davvero poco, ma non è che mi lamenti. Sir Paul resta a livello di influenza anche in Hard Rd., altro riuscito pezzo di puro pop guidato dal piano e con una orchestrazione alle spalle, a differenza dello strumentale Dark At The End Of The Tunnel, che nonostante si lasci ascoltare senza grandi problemi sembra più una backing track alla quale i nostri si sono dimenticati di aggiungere le parole che una canzone fatta e finita, anche se non mancano cambi di ritmo e di tema musicale. Meglio la cadenzata ballad Sing Me To Sleep, sempre col piano in evidenza ed un gradevole refrain, anche se sembra mixata in maniera un po’ rozza.

Last Call è pop-rock con orchestra, un genere molto poco texano ma proposto con un elevato gusto per la melodia ed un buon ritornello corale, mentre She Won’t è un delicato brano elettroacustico che mescola folk e pop in modo disinvolto. Il CD si chiude con i due pezzi più lunghi (inframezzati da Skyway Streetcar, solare ballata dal sapore californiano guidata ottimamente da piano e chitarre), ovvero i sette minuti di Charlie’s House, delicato slow al quale gli strumenti elettrici, i fiati e gli archi conferiscono potenza (e con un bel finale in crescendo), e gli otto della title track, che parte in maniera coinvolgente in stile rock-boogie sudista (ma con somiglianze anche con Marc Bolan & T-Rex) e poi aggiunge di tutto dal pop al gospel con una parte finale tra i Beatles ed una leggera psichedelia. Già TX Jelly era un album pieno di idee e di soluzioni accattivanti, ma con Floor It!!!! i Texas Gentlemen sono riusciti a proporre qualcosa di completamente diverso, e con la massima nonchalance.

Marco Verdi

Una Trasferta Californiana Per Il Più Inglese Dei Cantautori. Paul Weller – On Sunset

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Paul Weller – On Sunset – Polydor/Universal CD

Paul Weller si può ormai considerare tranquillamente una vera e propria istituzione britannica, dal momento che ogni suo album solista uscito a partire dal suo debutto omonimo del 1992 è entrato dritto nella Top Ten UK, nella maggior parte dei casi oscillando tra la prima e la seconda posizione. Tutto ciò è dovuto sicuramente allla reputazione conquistata dal musicista inglese quando era a capo dei Jam prima e degli Style Council dopo, abbinata ad una indubbia capacità nel songwriting, anche se l’elemento determinante per farne un artista così popolare in terra d’Albione (e viceversa così poco considerato in America) sono i testi intrisi fino nel profondo di cultura, usi e costumi del Regno Unito, oltre al fatto di essere stato una delle figure centrali della rinscita del movimento Mod (da cui il suo soprannome, “The Modfather”). Pur con tutte le differenze del caso, vedo dei paralleli con il gruppo più British degli anni sessanta, ovvero i Kinks, anche perché sia Ray Davies che lo stesso Weller hanno sempre guardato musicalmente all’America.

Nel caso di Paul, i suoi generi di riferimento sono il soul ed il rhythm’n’blues, che mescolati con il suo indiscutibile gusto pop hanno forgiato il suono che è ormai il suo marchio di fabbrica e che gli ha permesso di creare album ormai considerati dei piccoli classici nel suo paese d’origine, come Stanley Road, Wild Wood, Illumination e 22 Dreams (anche se personalmente il Weller che preferisco lo trovo nel bellissimo disco di cover del 2004 Studio 150 e soprattutto nello splendido box quadruplo dedicato al meglio dei suoi concerti alla BBC).Il nuovo lavoro del cantante del Surrey, On Sunset, arriva a due anni da True Meanings, un lavoro che ci presentava un lato più intimo ed introspettivo dell’artista, mentre qui ritroviamo il Weller autore pop che ben conosciamo. On Sunset è fin dal titolo un omaggio del nostro alla California (fatto corroborato dalle foto interne al booklet del CD, che ritraggono Weller a bordo di una decappottabile sulle strade di Los Angeles), ed anche il suono è decisamente più arioso e strumentato che sul disco precedente, con una serie di brani di soul-pop raffinato che come al solito si rivelano un ascolto piacevole.

I suoni sono moderni ma tenuti abbastanza a bada, la produzione è decisamente professionale (ad opera dello stesso Weller con Jan Stan Kybert) e la band di supporto conta diversi elementi di valore come il chitarrista Steve Cradock (presenza fissa nei dischi di Paul), l’ex Style Council Mick Talbot all’organo, la sezione ritmica formata da Andy Crofts al basso e Ben Gordelier alla batteria ed una lunga serie di altri musicisti e voci di supporto, oltre all’uso qua e là dei fiati ed una piccola sezione d’archi. Paul apre il CD con Mirror Ball, una pop ballad sognante ed eterea dai suoni moderni ed un’atmosfera di fondo che sembra trarre ispirazione dalle vecchie pellicole hollywoodiane, un brano che scorre abbastanza facilmente pur non lasciando più di tanto il segno nonostante gli oltre sette minuti di durata. Decisamente meglio Baptiste, un pezzo più diretto dal buon sapore soul con un tappeto strumentale ricco ed un motivo piacevole guidato dall’organo e dalle chitarre; Old Father Tyme è un errebi ritmato dal sound pieno e rotondo, un cocktail riuscito e sufficientemente coinvolgente (non sono contro i suoni moderni quando sono usati con intelligenza), mentre Village è una pop song dalla melodia deliziosa ed un mood di fondo solare e californiano: puro Weller doc.

More è un po’ troppo levigata e da cocktail party per i miei gusti, molto meglio la title track, che inizia con il rumore delle onde ed un riff di chitarra acustica per poi proseguire con una buona linea melodica ed ancora un retrogusto soul, un brano semplice ma ben costruito. Con Equanimity torniamo di botto in Inghilterra per una squisita e saltellante pop song in pieno stile sixties con elementi vaudeville, e restiamo in UK anche con la seguente Walkin’, altra canzone orecchiabile guidata dal piano e da un solido motivo di matrice pop-errebi; la fin troppo radiofonica e commerciale Earth Beat (in duetto con la giovane popstar Col3trane) e la limpida ballata Rockets, tra le più belle del disco e con una splendida orchestrazione, chiudono il CD “normale”, dato che esiste anche un’edizione deluxe con cinque brani in più, cioè un mix orchestrale di On Sunset, una versione strumentale di Baptiste e tre inediti dalla qualità altalenante (l’elettronica ed orripilante 4th Dimension, il trascinante pop-rock Ploughman, con il suo organo molto anni sessanta, e la discreta slow ballad acustica I’ll Think Of Something).

On Sunset è dunque un altro piacevole tassello nella carriera di Paul Weller, un disco che contribuirà a consolidare la sua enorme reputazione in patria e continuerà a renderlo invisibile oltreoceano nonostante l’ispirazione californiana.

Marco Verdi

Torna La Creatura Di Chrissie Hynde Con Il Miglior Disco Dagli Anni ’80! Pretenders – Hate For Sale

pretenders hate for sale

Pretenders – Hate For Sale – Bmg Rights Management

Il disco ha avuto una gestazione lunghissima, prima per essere preparato e registrato, e poi, per i noti problemi legati al virus, per essere pubblicato. Hate For Sale, questo nuovo album dei Pretenders, solo l’undicesimo in una carriera ultra quarantennale, non è prolifica la ragazza, avrebbe dovuto uscire in prima battuta il 1° Maggio, poi è stato posticipato al 17 luglio, quindi ho avuto parecchio tempo per ascoltarlo e gustarlo, e azzardo subito che secondo me è uno dei loro migliori in assoluto, a livello dei primi usciti ad inizio anni ‘80. Si usa sempre il pronome loro, ma stiamo parlando della creatura personale di Chrissie Hynde, da sempre depositaria del marchio della band. Tornando alla qualità, comunque i due dischi precedenti del gruppo, Alone del 2016 e Break Up The Concrete del 2008, erano entrambi piuttosto buoni, ma questo mi sembra abbia quel quid in più. Forse perché Martin Chambers, il batterista storico della band, torna in pianta stabile in formazione, o perché il chitarrista James Walbourne, già presente nel CD del 2008 e da molti anni nei concerti del gruppo, è stato promosso a co-autore di Chrissie in tutti i 10 brani, e quindi per la prima volta da molti anni la musicista di Akron ha trovato qualcuno che ha saputo stimolare al massimo il suo estro creativo.

Non ultimo giova al risultato finale anche la brillante produzione di Stephen Street, uno dei migliori in questo ambito in Inghilterra: e anche l’apporto dei nuovi arrivati, Carwyn Ellis alle tastiere e Nick Wilkinson al basso, ha fatto sì che in questa occasione, per quanto sia innegabile quanto appena detto, non ci sia stato l’effetto Chrissie Hynde più un gruppo di sessionmen scelti dal produttore, ma quello di una vera band., dove la punta di diamante è il chitarrista James Walbourne (leader degli ottimi Rails, dove milita anche la moglie Kami Thompson, e questo fa di lui il cognato di Richard Tnompson). Ovviamente non è un fattore trascurabile dell’insieme anche la qualità complessiva delle canzoni, in gran parte di livello medio molto alto nel solito ambito pop-rock di sempre: si parte subito sparatissimi con la title track Hate For Sale, un pezzo che rende omaggio al sound di una delle band punk più amate da Chrissie, ovvero i Damned, con un brano che è energia pura, nel quale la Hynde rispolvera l’amata armonica, e nel finale, vista la grinta impiegata, ci si aspetta quasi un “Fuck Off” come ai tempi di Precious, considerando che la canzone è dedicata, come spesso succede, ad una vecchia fiamma della nostra amica, e non a Donald Trump, come qualcuno ha ipotizzato, tra sventagliate di chitarra e batteria in overdrive.

The Buzz, con riferimenti alle droghe nel testo, in un pezzo che è puro pop in excelsis deo, alla pari con i migliori del passato, con quel gusto per la melodia inconfondibile e la voce che non ha perso un briciolo di freschezza, a dispetto dei 68 anni suonati, delizioso il lavoro jingle-jangle della chitarra di Walbourne, che poi insieme al resto della band si cimenta con il classico reggae-rock Lightning Man, dedicato a band inglesi del passato come gli Specials, al musicista e produttore Richard Swift, scomparso nel 2018, a Marc Bolan (“He was a wizard and he was a my friend, he was”), tutti rollati assieme come in un’unica grande e grassa “canna”, come ha dichiarato la stessa Christie. Turf Accountant Daddy, sulla vicenda di un allibratore, musicalmente sembra una canzone dell’epoca d’oro del pop britannico sixties, e al sottoscritto ricorda tantissimo il riff e il suono d’assieme di Shapes Of Things degli Yardbirds, una vera bomba, con un Walbourne infoiato come il Jeff Beck dei tempi d’oro e anche il suono delle tastiere è molto vintage https://www.youtube.com/watch?v=1ODPgzITbQk ; non manca una splendida ballata come You Can’t Hurt A Fool, cantata divinamente dalla Hynde e con una atmosfera sonora derivata dal soul e dal R&B d’antan.

I Didn’t Know When to Stop, con riferimenti alla pittura, un’altra delle passioni di Chrissie, il tutto coniugato in un altro brano a tutto riff come ai vecchi tempi, interscambi tra solista e armonica inclusi, Maybe Love Is in NYC, è un altro di quei deliziosi mid-tempo elettroacustici, da sempre marchio di fabbrica dei Pretenders, con grande assolo di Walbourne https://www.youtube.com/watch?v=dKzh_m_EM-Y . Junkie Walk, con richiami al doloroso passato, nonostante la chitarra distorta e i ritmi spezzati, è forse l’unico brano che non mi fa impazzire, forse, I Didn’t Want to be This Lonely viceversa è un brioso rockabilly stomp degno discendente dei classici brani della band, sempre con Walbourne in grande spolvero https://www.youtube.com/watch?v=x3OdzRdTJE8 , e a chiudere l’album, solo dieci brani, poco più di mezz’ora di musica in tutto, compatta e senza sprechi, arriva Crying In Public, una soffusa e malinconica ballata, basata sul pianoforte, suonato da Walbourne, con l’aggiunta degli archi del Duke Quartet, che torna in pista a 25 anni da isle Of View. Ottimo quindi, anche se non abbondante!

Bruno Conti

Ben Prima Di Wilburys Ed ELO (E Della Barba), Ecco I Primi Passi Di Jeff Lynne. The Idle Race – The Birthday Party Deluxe Edition

idle race birthday party

The Idle Race – The Birthday Party Deluxe Edition – Grapefruit/Cherry Red 2CD

Interessante e per chi scrive gradita ristampa di The Birthday Party, album d’esordio degli Idle Race, gruppo pop britannico proveniente da Birmingham che altro non è che la band nella quale Jeff Lynne mosse i primi passi musicali nel lontano 1967, prima di entrare nei Move e successivamente “trasformarli” nella Electric Light Orchestra, band che gli darà fama mondiale e che gli permetterà di far entrare il suo nome nel giro che conta consentendogli di diventare, a partire dalla seconda metà degli eighties, uno dei produttori più richiesti dalla crema del rock internazionale. Lynne non ha mai nascosto il suo grande amore per i Beatles (specialmente il lato McCartney), e questa influenza si manifesta in maniera chiara e lampante ascoltando queste incisioni, una bella serie di canzoni pop gradevoli e dirette, con coretti e melodie orecchiabili, un tocco di vaudeville e persino un pizzico di psichedelia (il suono “californiano” del Jeff produttore è qui ancora molto lontano, ma le radici del suo stile ci sono già).

Eppure gli Idle Race non sono al 100% una creatura di Lynne, in quanto si formarono nel 1966 sull’ossatura dei Nightriders (gruppo nel quale aveva militato anche Roy Wood, amico di gioventù di Jeff ed in seguito con lui sia nei Move che nella prima ELO): il nostro prese il posto di Johnny Mann, e con i “superstiti” Dave Pritchard alla chitarra ritmica, Greg Masters al basso e Roger Spencer alla batteria formò appunto gli Idle Race (in un primo momento il nome era Idyll Race), con i quali esordì nel 1967 con un paio di singoli e nel 1968 con l’album The Birthday Party, disco che non ebbe il minimo successo nonostante il buon livello delle canzoni, un po’ per la scarsa promozione da parte della Liberty, un po’ per la bizzarra scelta di non estrarne neppure un singolo, ma anche perché un certo tipo di pop all’acqua di rose (ed un po’ derivativo) arrivava forse leggermente fuori tempo massimo.

Risentito oggi l’album, pur nella sua brevità (meno di mezz’ora), è un divertente e gradevole esempio di puro pop beatlesiano, nel quale troviamo i germogli del talento di Lynne che scrive tutte le canzoni tranne una, pur con qualche ingenuità di fondo (tra l’altro l’ormai famosa frase “produced by Jeff Lynne” la troveremo dal loro secondo lavoro, in quanto qui alla consolle ci sono Eddie Offord e Gerald Chevin). I brani sono tutti estremamente godibili: la saltellante Skeleton And The Roundabout, una deliziosa ed orecchiabile pop song con uno stile a metà tra il vaudeville degli anni trenta ed i Fab Four, il pop barocco di The Birthday, già con alcuni elementi nel songwriting di Lynne che ritroveremo negli anni a seguire, la squisita I Like My Toys, un pezzo accattivante che avrebbe potuto essere un buon singolo. Ma anche gli altri pezzi, pur non avendo cambiato la storia del pop-rock, sono meritevoli di ascolto, come la solare Morning Sunshine, Follow Me Follow, dalla melodia fresca e con similitudini anche con i Bee Gees, o le ugualmente fresche e piacevoli Sitting In My Tree e On With The Show, le super-beatlesiane Lucky Man, Don’t Put Your Boys In The Army, Mrs. Ward e The Lady Who Said She Could Fly (tutte influenzate dal sound di Sgt. Pepper) e la ballata End Of The Road, con gli archi che in un certo senso anticipano il futuro suono della ELO; non male neanche Pie In The Sky, unico pezzo scritto e cantato da Pritchard.

Questa nuova edizione della Cherry Red non contiene inediti assoluti, ma è comunque interessante perché il primo CD include per la prima volta la versione mono dell’album, mentre nel secondo trova posto la controparte in stereo, il tutto impreziosito da dieci bonus tracks totali, nove nel primo dischetto (tutte in mono) ed una soltanto nel secondo, una versione alternata in stereo di Sitting In My Tree (dato che per motivi ignoti anche nell’edizione originale in stereo dell’album questa canzone era in mono) pubblicata originariamente nella ristampa del 1976. Il primo CD comprende invece sei brani usciti solo su 45 giri nel triennio 1967-68-69 (la pimpante The Lemon Tree, scritta da Roy Wood ed incisa anche dai Move, la bella e rockeggiante My Father’s Son di Pritchard, la bizzarra Imposters Of Life’s Magazine, l’orecchiabile b-side Knocking Nails Into My House, la vibrante Days Of The Broken Arrows, tra pop e rock’n’roll e tipica di Lynne, e la misticheggiante Worn Red Carpet, ancora di Pritchard) e tre takes alternate già pubblicate nell’antologia del 1996 Back To The Story (Lucky Man, Follow Me Follow e Days Of The Broken Arrows).

Lynne rimarrà nel gruppo anche per il seguente Idle Race (1969), dopodiché accetterà l’invito da parte di Wood di entrare nei Move (ed il seguito è noto), mentre il resto della band, con qualche cambio in formazione, pubblicherà ancora Time Is nel 1971 e poi, dato anche il perdurante insuccesso, diventerà il nucleo della Steve Gibbons Band.

Marco Verdi

In Attesa Del Nuovo Ottimo Album In Uscita A Metà Luglio: Pretenders/Chrissie Hynde Una Storia Lunga Più Di 40 Anni! Parte I

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Quando Christine Ellen “Chrissie” Hynde viveva i primi anni della sua esistenza conscia in quel di Akron, Ohio, era una introversa ragazzina poco interessata alla scuola, al ballo, ai ragazzi ed alle attività sociali in generale, con una eccezione però, la musica, in particolare quella dei gruppi: uno dei suoi passatempi più personali era andare a Cleveland a vedere qualsiasi band passasse da quelle parti, mentre in particolare Brian Jones prima e Iggy Pop poi, avevano destato il suo interesse. A questo punto leggenda, o meglio le sue biografie, suggeriscono che, essendosi trasferita per studio alla Kent State University indirizzo artistico, Chrissie fosse venuta a contatto con la controcultura hippie e avesse sviluppato anche degli interessi per il misticismo orientale e il vegetarianismo (che credo tuttora facciano parte del suo credo), ma quelli sono anche i tempi, inizio anni ‘70, del famoso massacro alla Kent State del 4 maggio (immortalato in Ohio di Neil Young), in cui tra le quattro vittime ci fu anche il fidanzato di una delle sue amiche, e lei stessa era presente ai disordini.

Sempre nello stesso periodo aveva iniziato anche a far parte dei primi gruppi, tra cui i Sat. Sun. Mat, insieme a Mark Mothersbaugh, futuro componente dei Devo. A questo punto arriva la prima mossa cruciale: nel 1973, già 22enne, si trasferisce a Londra, dove inizia a lavorare in uno studio di architetti, ma resiste pochi mesi, prima di entrare, tramite il suo amico Nick Kent (una delle stelle del giornalismo musicale dell’epoca, anche suo boyfriend per qualche anno) nella redazione del NME. Anche questo lavoro dura poco e quindi inizia a lavorare nella allora poco conosciuta boutique SEX di proprietà di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, presso cui conosce gli abituali frequentatori Johnny Rotten e Sid Vicious, dai quali cerca di farsi sposare (non contemporaneamente) per ottenere il permesso di lavoro, e con il secondo ci va molto vicina, al matrimonio. Fallito l’obiettivo, nel 1975 torna a Cleveland, passando per la Francia, dove cerca anche lì di formare una band; ci riprova, sempre in Francia, nel 1976 e lasciato Kent, tenta un approccio con un bassista, membro dei “famosi” Frenchies, con i quali svolge brevemente anche la funzione di cantante.

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Quando ritorna a Londra, si trova nel bel mezzo della nascente scena punk inglese, e incrocia le sue traiettorie con Jon Moss dei Culture Club, Tony James dei Generation X, Mick Jones dei Clash e rischia di far parte anche dei futuri Damned., da lei molto amati. Dopo altri svariati tentativi tra il 1977 e il 1978, finalmente nel 1978 è pronto un demo da dare a Dave Hill, il boss della Real Records, che le suggerisce di mettere insieme un gruppo: detto fatto, vengono contattati Pete Farndon al basso, James Honeyman-Scott alla chitarra e l’ineffabile Martin Chambers alla batteria (ancora oggi con lei). Questo, in sintesi, è il preludio dei futuri Pretenders, così chiamati in onore della cover di Sam Cooke di The Great Pretender dei Platters. se volete ulteriori informazioni esistono dei libri, tra cui l’eccellente autobiografia della Hynde stessa Reckless: My Life As A Pretender, uscita nel 2015, e “spericolata” e “temeraria” è stata sicuramente la carriera musicale di Chrissie, di cui andiamo ora ad occuparci, ispirati in questo anche dal nuovo album della band Hate For Sale, secondo chi scrive (avendolo già ascoltato, visto che doveva uscire il 1° maggio) forse il migliore del gruppo dai tempi dei primi tre, ma di cui ci occuperemo più avanti, perché a causa delle vicende legate al Coronavirus è stato rinviato alla seconda metà di luglio. Ergo, vediamo a livello musicale cosa è successo prima,

1978-1984 Gli Inizi e Gli Anni D’Oro

Come ricordato poc’anzi, dopo il primo demo, ne incidono un secondo come gruppo, tre canzoni, Precious, The Wait e la cover di Stop Your Sobbing dei Kinks, che vengono passate ad uno dei “geni” del pop britannico, Nick Lowe, che produce il primo singolo della band, composto dal secondo e terzo dei brani citati e che entra nella Top 40 dei singoli a gennaio del 1979, Kid con Tattoed Love Boys, più o meno ottiene lo stesso risultato, ma al terzo tentativo, a novembre, il singolo di Brass In Pocket va al primo posto delle UK Charts: merito certamente della musica, ma anche della voce di Chrissie Hynde, un delizioso contralto fino a quel punto non curato a livello tecnico, a causa di problemi uditivi e altre piccole patologie, che comunque non le hanno impedito di diventare una delle voci più inconfondibili del rock degli ultimi 40 anni, oltre che una delle migliori autrici di canzoni dell’universo femminile.

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Il 27 dicembre 1979 negli States e l’11 gennaio 1980 nel Regno Unito (più o meno negli stessi giorni , in cui usciva, a date invertite, London Calling dei Clash) viene pubblicato Pretenders – Real Records/Sire 1979/80 ****1/2, uno dei tanti esordi fulminanti della storia del rock. La frase topica del brano di apertura Precious, in un turbine di chitarre aggressive, un basso trivellante e una batteria devastante, è “But not me, baby, I’m too precious/Fuck off!”, dedicato a un innamorato che è una sorta di Lothario direbbero gli inglesi, Dongiovanni noi italiani, al quale la Hynde manda un chiaro messaggio di andare a farsi fottere, con una energia e violenza mutuata del punk, ma sapendo anche utilizzare con maestria il meglio della musica pop e rock del quarto di secolo precedente: “missiva” che potremmo spedire altrettanto sentitamente al nostro amico Coronavirus (incidentalmente il brano di apertura del nuovo Hate For Sale, la title track, è un brano che essuda, 40 anni dopo, la stessa violenza primeva trattenuta, ma non troppo, tanto che da un momento all’altro mi attendevo un altro bel Fuck Off!).

Anche The Phone Call, The Wait e Mystery Achievement hanno, in misura diversa, la grinta e la energia di quei brani del pop inglese più cazzuto, quello di Yardbirds, dei primi Them, degli Stones, degli Animals, l’epoca di Top Of The Pops, cantati da una “signora” con una voce squillante che sa estrarre il meglio dai suoi pards, soprattutto la chitarra di Honeyman-Scott. Ma Chrissie maneggia con disinvoltura il pentagramma e volteggia con abilità nei diversi stili: il power pop raffinato di Up The Neck, il frenetico e scoppiettante punk-rock di Tattoed Love Boys, poi lascia lo strumentale Space Invader ai suoi soci, che si cimentano in sonorità non dissimili da quelle dei primi Police, ma ci sono anche brani di quel perfetto Pure Pop For Now People teorizzato dal primo produttore Nick Lowe e applicato alla perfezione da quello dell’album, il grande Chris Thomas, in piccoli gioiellini che rispondono al nome di Stop Your Sobbing, raffinata costruzione sonora mutuata del futuro compagno Ray Davies e resa veicolo perfetto per la sua voce che, moltiplicata più volte, la rende una specie di one woman band alla Mamas And Papas, come scrisse qualcuno su Rolling Stone, quando era ancora una rivista autorevole.

Kid è una tipica pop ballad alla Pretenders, deliziosamente retrò, ma con testo crudo e amaro, Private Life è un reggae (rock) genere che di solito non amo, ma faccio qualche eccezione per gente come Graham Parker, Garland Jeffreys, Joan Armatrading, i Clash, i primi Police, che trattano l’argomento appunto da una ottica rock, con un bellissimo assolo di Honeyman-Scott, che è poi l’autore con la Hynde di Brass In Pocket, uno dei più bei singoli pop di sempre, gioioso ed esuberante, una vera squisitezza, ed anche Lovers Of Today è un’altra rock ballad di rara raffinatezza con il vibrato di Chrissie in grande evidenza: mezza stelletta in più per la versione in CD doppia (+DVD), uscita per la Rhino nel 2006 con un secondo dischetto con ben 16 bonus tra demo. cover e live, temo non più disponibile, ma se vi capita di trovarla…

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L’anno successivo, per la serie battere il ferro finché è caldo, ovvero se l’ispirazione regge, esce Pretenders II – Sire 1981 ***1/2 . Leggermente inferiore al precedente, ma sempre un bel disco: il produttore è ancora Chris Thomas. L’ultimo con la formazione originale, il disco esce ad agosto 1981, e come il precedente entra nelle Top 10 inglesi ed americane, preceduto da Extended Play, pubblicato a marzo, che contiene i due singoli che saranno estratti dall’album, che come è consuetudine della band sono anche i brani migliori del lotto. The Adultress apre, voce filtrata, chitarre ruggenti, testi sessuali arditi, ritmi serrati, per una bella partenza, come pure Bad Boys Get Spanked che viaggia a tutta velocità, il solito “punk” intelligente dei Pretenders, sempre con un testo molto diretto.

Message Of Love è il primo singolo, più grintoso e mosso del solito, ma sempre ricco di fascino e classe, I Go To Sleep è la seconda cover di un pezzo dei Kinks, un delicato e sognante valzerino con uso di fiati, cantato in souplesse dalla Hynde, e anche Birds Of Paradise è una ballata mid-tempo elegante e raffinata. Talk Of The Town, il secondo singolo, è un’altra di quelle perfette costruzioni pop di cui i Pretenders sono stati sempre maestri, con la soave voce di Chrissie, anche raddoppiata in multitracking, a galleggiare sulla musica; non mancano ovviamente i brani più grintosi e tirati, come Pack It up e Day After Day, scritti con Honeyman-Scott, la cui trillante chitarra è sempre in evidenza, come pure il solito brano reggae-rock, una tradizione, in questo caso Waste Not Want Not, ottime anche la riffata e ritmata Jealous Dogs e un’altra pop song di eccellente fattura come The English Roses dove Honeyman-Scott piazza un altro assolo dei suoi.

A chiudere un altro album che conferma la vena compositiva della band troviamo Louie Louie, che però non è il super classico di Richard Berry, per quanto come grinta rock’n’roll, tra esplosioni di fiati e la chitarra in modalità slide ci siamo, compresa la fine del brano, troncato di brutto a metà di un passaggio, in puro spirito punk. Al solito, se trovate la versione Deluxe doppia in CD, nel secondo CD ci sono 18 bonus, di cui 15 registrate in un concerto a Santa Monica del 4 settembre 1981, oppure anche una tripla con 25 bonus e un DVD.

Interludio

Il 16 giugno 1982 muore James Honeyman-Scott, per un attacco cardiaco scatenato dalla intolleranza alla cocaina, mentre il 14 aprile del 1983, Pete Farndon, che era già stato licenziato dal gruppo circa un anno prima per gli stessi problemi di droga, viene trovato annegato nel suo bagno per una overdose da eroina. Nel frattempo la Hynde e Chambers avevano cercato di portare avanti ugualmente la band, arruolando il chitarrista dei Rockpile Billy Bremner e il bassista dei Big Country Tony Butler, insieme ai quali registrano Back On The Chain Gang che esce ad ottobre 1982, e secondo me è una delle più belle canzoni pop di tutti i tempi, scritta nel corso della relazione che Chrissie stava avendo con Ray Davies e quando era incinta di tre mesi della futura prima figlia Natalie, della quale visto l’incontro dei geni di due “geni” della musica (scusate ma non ho resistito) mi aspettavo sarebbe potuta nascere chissà quale congiunzione astrale di talenti e invece…ci siamo dovuti “accontentare” di quelli dei due genitori. Comunque tornando a Back On The Chain Gang, si tratta di una vera cattedrale di costruzioni sonore in ambito pop music, una piccola meraviglia (ah, quei coretti, un omaggio a Sam Cooke).

Fine della prima parte, segue…


Bruno Conti

Una Band Poco Conosciuta Ma Di Sopraffina Qualità. Dustbowl Revival – Is It You, Is It Me

dustbowl revival is it you, is it me

Dustbowl Revival – Is It You, Is It Me – Medium Expectations/Thirty Tigers

Quinto album per la band californiana, però con il leader del gruppo Zach Lupetin, originario di Chicago, benché trasferito prima a L.A., ed ora a Venice, sempre California, dove è basato  il collettivo musicale da metà degli anni 2000. Parlo di collettivo perché è curioso il modo in cui i vari musicisti sono venuti in contatto tra loro: Lupetin aveva piazzato un annuncio in rete su Craiglist, alla ricerca di musicisti appassionati come lui di Louis Armstrong, Bob Wills, Old Crow Medicine Show, Paul Simon, Aretha Franklin, e anche delle brass band di New Orleans, senza dimenticare Wilco, Lucinda Williams e persino Bruce Springsteen. Uno spettro sonoro come si vede molto ampio ed eclettico, ma alla fine hanno comunque risposto diversi spiriti affini, e dopo qualche anno di gavetta i Dustbowl Revival hanno reso onore alla propria ragione sociale: tra roots rock, con una forte connotazione swing, bluegrass, soul e con organici variabili sul palco, fino ad una quindicina di elementi.

Poi, con la pubblicazione del disco omonimo del 2017, la formazione si è assestata su otto musicisti, il disco è uscito per la produzione di Ted Hutt ( Old Crow Medicine Show, Lucero, ecc.), e il suono e l’attitudine, da quella di “moderni” praticanti della musica della Grande Depressione, anche folk e swing, ha aggiunto ulteriori elementi tipo Motown & Memphis soul,  e anche funky,che ora in questo nuovo Is It You, Is It Me, in uscita il 31 gennaio 2020, si cristallizzano in un suono sempre più eclettico,  grazie al nuovo produttore Sam Kassirer, alla console con Josh Ritter, Lake Street Dive, soprattutto questi ultimi, con il loro frizzante pop, rock, retro soul, presentano molte affinità con i “nuovi “ Dustbowl Revival, che si sono ridotti a sei/sette, ma ognuno suona una miriade di strumenti: dal bravissimo violinista Connor Vance, che duplica alla chitarra elettrica, Matt Rubin  tromba, flicorno e tastiere, Ulf Bjorlin al trombone e altri strumenti a fiato, l’eccellente batterista  Josh Heffernan, alle prese anche con una pletora di percussioni, raggiunto dal nuovo bassista Yosmel Montejo,  tutti al servizio delle due voci di Zach Lupetin, in primis e di Liz Beebe, che sono i cantanti del gruppo.

Come nelle deliziose volute tra soul e pop raffinatissimo di Dreaming, con le voci che si intrecciano in modo adorabile, mentre sullo sfondo imperversano fiati a go-go e il violino, la saltellante Enemy, con il trombone a dettare il groove, sembra quasi un brano di Amy Winehouse, se invece che al soul (o non solo) si fosse dedicata anche al vecchio jazz, con la voce di Liz Beebe che un poco la ricorda, sempre con fiati folleggianti in azione. Divertente e coinvolgente anche la spumeggiante Sonic Boom, dove organo e violino sostengono gli immancabili fiati, mentre Lupetin e Beebe sono sempre impeccabili https://www.youtube.com/watch?v=ga9tzinFJZk , la sognante I Wake Up, dalle atmosfere sixties e delicati intrecci vocali è un altro garbato esempio del loro stile unico, con Penelope che alza i ritmi, sempre piacevoli e coinvolgenti, retrò ma senza essere datati, e con arrangiamenti comunque intricati nella loro fruibilità. Get Rid Of You, su paesaggi sonori quasi “innocenti” ma partecipi, narra le vicende tragiche della sparatoria con relativo massacro alla Parkland High School in Florida dello scorso anno.

Mirror, con una chitarrina arpeggiata e poi la solita strumentazione rigogliosa è un altro perfetto esempio del loro pop in excelsis deo, seguito dalla più leggerina ma sempre squisita Ghost con qualche piccolo tocco caraibico innestato sulla parte cantata dalla Beebe, che poi lascia spazio ai ritmi marcianti di Nobody Knows (Is It You) tra New Orleans e il Paul Simon più euforico, per poi passare a una Runaway che parte mossa , si acquieta e poi si rianima, in continui cambi di tempo https://www.youtube.com/watch?v=b6acYpyRmjw . Just One Song è uno dei brani più “corali”, sia per l’uso perfetto delle voci quanto per l’arrangiamento incantevole e quasi minimale, dove affiora anche un pianoforte. Preceduto da una breve corale fiatistica arriva infine in chiusura  la dolcissima Let It Go, altro raffinato ed elegante esempio del la loro musica sofisticata, vivace e molto godibile, non unica ma sicuramente decisamente originale. Esce il 31 gennaio.

Bruno Conti

I Dischi Belli Sono Un’Altra Cosa, Ma Anche Le Porcherie! Old Dominion – Old Dominion

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Old Dominion – Old Dominion – RCA/Sony CD

Gli Old Dominion sono una giovane band di cinque elementi con origini che vanno da Nashville alla Virginia, e che hanno conosciuto un successo immediato con i loro primi due album pubblicati nel 2015 e 2017, lavori che hanno rispettivamente occupato la terza e la prima posizione delle classifiche country (entrando anche nella Top Ten della hit parade generalista). Il quintetto (Matthew Ramsey, voce e chitarra, Brad Tursi, chitarra, Trevor Rosen, chitarra e tastiere, Geoff Sprung, basso e Whit Sellers, batteria) non ha però raggiunto la popolarità per merito del talento, ma grazie ad un tipo di musica che purtroppo a Nashville detta legge, cioè pop radiofonico che con il country ha veramente poco da spartire, un genere che vede tra i suoi massimi esponenti (si fa per dire) due pupazzi ammaestrati come Jason Aldean e Keith Urban. Sapendo ciò, mi sono avvicinato all’omonimo terzo album degli Old Dominion (che in America è subito balzato in vetta) con una certa circospezione e con ben poche speranze, anche perché tra gli strumenti suonati nel disco comparivano anche i tanto temuti sintetizzatori e drum programming anche per il fatto che il produttore è Shane McAnally, uno dei più in voga a Nashville, ma non sempre garanzia di qualità.

Una volta ultimato l’ascolto devo dire però che il giudizio non è del tutto negativo, in quanto alcuni brani sono orecchiabili e ben costruiti pur non essendo dei capolavori ed avendo poco a che fare col country, e gli arrangiamenti non sono sempre disastrosi come pensavo. La qualità è certamente altalenante, ed Old Dominion non fa comunque parte dei dischi che mi sento di consigliare, ma sinceramente io paventavo una porcheria assoluta. Make It Sweet è il primo singolo, ed è una country song corale e decisamente orecchiabile che ha anche un buon ritmo, un brano piacevole nel quale si sentono anche le chitarre (cosa non scontata). Smooth Sailing è una ballatona elettrica che vede anche l’organo alle spalle dei nostri, un brano che scorre senza grossi problemi; lo slow One Man Band è leggermente più lavorato nei suoni e sembra più un errebi-pop che country, ma devo ammettere che non mi dispiace, mentre Never Be Sorry non è il massimo, un pezzo chiaramente pop ma dai suoni un po’ finti ed un’atmosfera artefatta.

La pianistica My Heart Is A Bar è una ballata dignitosa, Midnight Mess Around è una godibile soul song all’acqua di rose dal ritmo cadenzato, di country ce n’è ben poco ma il brano si lascia ascoltare, al contrario di Do It With Me che è un lento piuttosto insulso. Il CD continua così, con alti e bassi che conducono fino alla fine senza sussulti particolari e con qualche caduta di tono: Hear You Now è pop-rock terso e piacevole, la mossa I’ll Roll ci ricorda che questo in teoria è un disco country, mentre meno interessanti sono American Style, troppo leggerina, Paint The Grass Green, che ha un ritornello non brutto ma un arrangiamento troppo perfettino, e Some People Do, una ballata piuttosto qualunque. Ribadisco: gli Old Dominion sono una band che probabilmente non entrerà mai nella mia collezione di dischi, ma questo loro terzo album non è neppure la schifezza che temevo.

Marco Verdi

Tra Pop E Rock’n’Roll, Una Volta Si Diceva Power Pop, Un Dischetto Frizzante E Divertente. The Rubinoos – From Home

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The Rubinoos – From Home – Yep Roc CD

Alzi la mano chi si ricorda dei Rubinoos, band di San Francisco che nella seconda metà degli anni settanta ebbe qualche successo minore con la sua miscela fresca e diretta di pop e rock’n’roll, soprattutto con i singoli I Think We’re Alone Now e I Wanna Be Your Boyfriend, che entrarono nella classifica di Billboard pur restando ben lontani dalle prime posizioni. Formatisi nel 1970, il gruppo esordì solo nel 1977 con l’album omonimo, per sciogliersi nell’indifferenza generale a metà anni ottanta dopo aver pubblicato solo un altro disco ed un EP. Tornati una prima volta nel 1998 e poi in pianta stabile negli anni duemila, i Rubinoos sono stati paradossalmente più attivi in questo nuovo millennio che nel momento di maggior popolarità, con ben cinque album pubblicati tra il 2003 ed il 2015.

Tra i loro fans c’è anche un certo Chuck Prophet, ed è proprio l’ex chitarrista dei Green On Red a produrre From Home, il nuovo lavoro del quartetto (formato dai membri fondatori Tommy Dunbar e Jon Rubin, chitarre e voci, dal batterista Donn Spindt, con loro dal 1971, e dal bassista Al Chan, acquisito nel 1980), oltre a suonare la chitarra e addirittura a scrivere tutte le dodici canzoni insieme a Dunbar, rivestendo quasi il ruolo di quinto membro aggiunto. E From Home si posiziona agevolmente in prima posizione tra gli album pubblicati dal quartetto californiano dalla loro reunion in poi: un dischetto fresco, piacevole e decisamente divertente e spensierato, in cui pop e rock’n’roll vengono fusi in maniera mirabile con un attitudine ed una grinta non comuni. Musica just for fun, ma fatta a regola d’arte, per 34 minuti davvero piacevoli a base di chitarre, gran ritmo e melodie accattivanti: il classico disco che non avrà grandi pretese ma che si fa una fatica boia a levare dal lettore.

Si parte con Do You Remember, brano chitarristico dal ritmo elevato e contraddistinto da un motivo diretto e cori al posto giusto, suonato però con piglio da garage band; ancora chitarre in evidenza (ma è una costante in tutto il disco) nell’orecchiabile January, puro pop in stile British fatto da americani, mentre la solare Do I Love You è immediata, piacevole e con uno squisito sapore pop-errebi anni sessanta. Bellissima poi Phaedra, una canzone dal ritmo irresistibile, accompagnamento diretto e vibrante e ritornello splendido, un pezzo che 50 anni fa avrebbe potuto diventare una hit; la velocissima How Fast è puro “pop’n’roll” suonato con una grinta che li avvicina ai Flamin’ Groovies, e si distingue dalla lenta ed elettroacustica Heart For Sale, a dimostrazione che i nostri non sono solo ritmo ma hanno anche le ballate nelle loro corde.

Con Honey From The Honeycombs riparte il mood rocknrollistico, che si sposa alla grande con la melodia beatlesiana ed i coretti in stile Beach Boys, e che prosegue con la cadenzata Rocking In Spain, ennesimo brano che rende impossibile l’ascolto senza muovere almeno il piedino. Masochist Davey è limpida, leggera e godibilissima, così come la bella Miss Alternate Universe, una pop song di quelle che vorresti durassero almeno dieci minuti; chiusura con la fresca ed immediata Pretty Close, di nuovo contraddistinta da uno spiccato gusto beatlesiano, e con Watching The Sun Go Down, deliziosa ballatona ancora in odore sixties. Bentornati ai Rubinoos ed alla loro musica fatta per divertire senza troppi fronzoli o complicazioni di sorta, ed un plauso a Chuck Prophet per averli aiutati (o almeno per averci provato) a farli uscire dall’anonimato.

Marco Verdi