Una Testimonianza “Postuma” Di Una Piccola Grande Band Sottovalutata. The Smithereens – Covers

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The Smithereens – Covers – Sunset Boulevard Records          

Gli Smithereens sono stati uno dei classici gruppo di culto del rock americano: in attività dal 1980, hanno inciso il primo album di studio nel 1986 e poi altri dieci per arrivare a 2011, che era il loro 11° e ultimo, più alcuni live ed antologie, arrivando al massimo ai limiti dei Top 40 delle classifiche USA negli anni ’90, pur essendo sempre stati molto stimati dai colleghi e amati dalla stampa. Poi negli ultimi anni avevano parecchio rarefatto le loro esibizioni  per problemi di salute del leader Pat DiNizio, che nel 2017 ci ha lasciato. Stranamente il gruppo non si è sciolto subito, ma si è esibito ancora in una serie di concerti-tributo per DiNizio, a cui hanno partecipato i suoi amici e sodali, gente come Little Steven, Southside Johnny, Dave Davies, Lenny Kaye, Marshall Crenshaw, tutti come lui appassionati del pop e del rock della British Invasion, ma anche di quello dei grandi autori. Nel DNA di DiNizio e degli Smithereens c’ è sempre stato un grande amore proprio per il rock ed il pop classici, quello due chitarre-basso-batteria e pedalare: e non guastava avere in Pat una ottima voce e in Jim Babjak una eccellente chitarra solista, oltre all’uso di armonie vocali ispirate dai loro ascolti di gioventù ed anche dell’età matura.

Questo Covers quindi raduna in unico CD gran parte delle loro versioni di brani, celebri  e non, sparsi nel corso degli anni su singoli, EP, colonne sonore, tributi e qualche inedito, tutti rigorosamente eseguiti con grande amore per gli originali. Quindi non un disco nuovo, ma vista la scarsa reperibilità del materiale raccolto, molto gradito dai fans e spero anche dai novizi di questa band del New Jersey. Con Babjak e DiNizio ci sono il bassista Mike Mesaros e il batterista Dennis Diken, che firma anche le brevi note del libretto. Per il resto tanta buona musica, eseguita con amore, classe, sense of humor, rispetto e brillante musicalità, non necessariamente nell’ordine: The Game Of Love era di Wayne Fontana & The Mindbenders, un tipico esempio del british pop degli anni ’60, molto vicino allo spirito anche di Costello o dei Beach Boys, riff e ritornello divertenti ed accattivanti, mentre The Slider accosta il glam-rock di Marc Bolan e dei T-Rex, con chitarre e ritmica più ruvide, sempre con le melodie ben presenti, e Ruler Of My Heart, un grande successo per Irma Thomas (ma l’hanno fatta pure Otis Redding, Norah Jones, Mink DeVille, la Ronstadt) è un pop&soul di gran classe che ricorda molto lo stile e la vocalità di Elvis Costello, con cui DiNizio condivideva un timbro vocale simile e l’amore per le belle melodie.

Wooly Bully la conosciamo tutti, la classica canzone “stupida” che però non puoi fare a meno di amare, ma anche Let’s Talk About Us, tratta dal Tributo a Otis Blackwell è un brano R&R che hanno fatto Jerry Lee Lewis, i Rockpile, fino ad arrivare a Van Morrison, e la versione degli Smithereens è una delle più potenti, tante chitarre e ritmo. I brani sono 22, tutti belli, ne cito ancora alcuni a caso tra i migliori: una oscura Girls Don’t Tell dei Beach Boys, fatta in versione jingle-jangle, gli amatissimi Beatles (e dintorni) saccheggiati con una poderosa Yer Blues, uno degli inediti contenuti nel CD, One After 909 accelerata ad arte, I Want To Tell You di George Harrison, veramente splendida, degna di Tom Petty e It Don’t Come Easy di Ringo; ma anche Up In Heaven da Sandinista dei Clash o Downbound Train da One Step Up il tributo a Bruce Springsteen,  le meraviglie si sprecano. Per non dire di The World Keeps Going ‘Round  e Rosie Won’t You Please Come Home due perle poco note dei Kinks, o una gagliarda The Seeker degli Who, e ancora una deliziosa Something Stupid di Frank & Nany Sinatra, seguita da una esplosiva Lust For Life di Iggy Pop, che sembra suonata proprio dagli Who, fino ad arrivare alla conclusiva Shakin’ All Over, ancora power pop sopraffino da parte di una delle band americane più sottovalutate.

Bruno Conti

Una Band Decisamente Anomala, Ma Interessante. Dr. Dog – Critical Equation

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Dr. Dog – Critical Equation – We Buy Gold/Thirty Tigers                

Del quintetto di Philadelphia non si è mai capito esattamente che genere facessero: i Dr. Dog sono stati etichettati di volta in volta come indie-rock, alternative rock, neo psichedelia morbida, anche pop e jam rock, e probabilmente contengono nella loro musica, sparsi. un po’ di tutti questi elementi , quindi diciamo che l’unico elemento certo di questo Critical Equation è che si tratta del loro decimo album https://www.youtube.com/watch?v=rklOPchnf6o . Forse la band a cui si possono avvicinare di più sono i My Morning Jacket, anche loro sfuggenti e difficili da etichettare, oltre a cambiare spesso nei loro dischi, anche in base al fatto che fossero più o meno riusciti. Prodotto e registrato in quel di L.A. da Guy Seyffert, recente collaboratore di Roger Waters, e che ha lavorato in passato con decine di solisti e band, i più disparati, il nuovo disco dei Dr. Dog ha avuto critiche molto differenziate: Uncut e American Songwriter ne hanno parlato benissimo, Q e altri siti di musica sono stati più tiepidi, o ne hanno parlato addirittura negativamente. Diciamo che forse, come ci insegnano da sempre i latini, la verità sta nel mezzo: un buon album complessivamente, senza particolari levate d’ingegno ma neppure cadute di stile evidenti, alla lunga si apprezza.

La band è una sorta di “democrazia” in cui i brani sono attribuiti ai diversi componenti, ma Scott McMicken, e Toby Leaman, i due fondatori, sono i principali autori, che si alternano comunque con Zach Miller, Frank McElroy e Eric Slick ai diversi strumenti, per cui troviamo accreditati due batteristi, due bassisti e così via, e pure a livello vocale intervengono un po’ tutti per creare piacevoli armonie globali, anche se la voce guida è quella di McMcMicken. Per cui alla fine il sound ha tutte le sfumature indicate poc’anzi: l’iniziale pigra e ciondolante Listening In, ha un’aria più pop e elegante, quasi “pensierosa” magari non definita del tutto, con le voci filtrate e chitarre e tastiere a segnare il territorio, pur se si apprezzano alcuni cambiamenti di tempo nella struttura della canzone. Go Out Fighting, dopo la solita partenza interlocutoria assume una andatura decisamente più rock, con la voce vagamente Lennoniana anni ’70, sottolineata da piacevoli armonie, che lasciano poi spazio ad un intervento quasi acido e psych della solista che si fa largo nel sound collettivo; Buzzing In the Light ha nuovamente qualche elemento beatlesiano nella costruzione della melodia e negli intrecci vocali, anche se il sound è decisamente più contemporaneo ed indie, morbido, sognante e godibile, mentre Virginia Please è più vivace e mossa, forse qualche eccesso nell’uso delle tastiere, ma non dispiace https://www.youtube.com/watch?v=aAF8KBglcIY .

Critical Equation è nuovamente riflessiva e ricercata, una delicata ballata con i giusti equilibri tra pop raffinato e di gran classe e la ricerca di melodie sempre molto centrate, con interventi misurati della chitarra https://www.youtube.com/watch?v=p4YAJ7rLOy4 . Qualcuno ha citato anche rimandi a band come Cheap Trick e Steve Miller Band che hanno sempre cercato di mediare tra pop e rock: l’orecchiabile True Love ne è un buon esempio, un pezzo rock, dove probabilmente la presenza di Seyffert ha contribuito ad arrangiamenti più complessi e ricercati, con Heart Killer che accelera ulteriormente i tempi, sempre con rimandi a band e solisti che maneggiano in modo brillante pop e rock, potremmo ricordare gli Squeeze o Nick Lowe, ma pure i citati My Morning Jacket. La lunga Night parte acustica e poi si trasforma in una brillante ballata melodica, dove forse si sarebbero potuti evitare gli eccessivi interventi del synth, che però non rovinano il fascino del brano. Intricati effetti vocali ci portano a Under The Wheel il pezzo che rimanda di più alla Steve Miller Band fine anni ’70 ricordata prima, tra chitarre e ritmi rock molto coinvolgenti. Chiude Coming Out Of Darness, che come l’iniziale Go Out Fighting non mi convince, forse sarà l’uso eccessivo del falsetto o un sound troppo turgido, ma per il sottoscritto non funziona, pur non inficiando il giudizio complessivo del disco che, come detto all’inizio, è positivo.

Bruno Conti

“Alternativa” Ma Non Troppo, Anzi Sofisticata Ed Elegante. Neko Case – Hell-On

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Neko Case – Hell-On – Anti-

Neko Case non è più una “giovanotta”, 47 anni compiuti (sempre dire l’età delle signore), una carriera iniziata nel 1994, ma il primo disco da solista è del 1997: all’inizio, per quanto valgano le etichette, era più alternative country, nel primo album appunto del 1997 The Virginian, e pure nel successivo Furnace Room Lullaby, ma già Blacklist virava verso lidi più rock, anche se poi l’esibizione all’Austin City Limits del 2003 era ancora in un ambito “Americana” con tanto di cover di Buckets Of Rain di Dylan.

Poi da Fox Confessor… del 2006 il suono si fa più “lavorato”, ma a tratti anche spensierato, visto che Neko Case aveva anche una sorta di carriera parallela con i New Pornographers, più orientati verso un sound power-pop, definirlo commerciale forse è una esagerazione, ma i dischi in Canada vendono in modo rispettabile. Whiteout Condition è l’ultimo disco del 2017 in cui canta Neko, e l’album in trio del 2016 con Laura Veirs e KD Lang il penultimo uscito https://discoclub.myblog.it/2016/06/29/le-csn-degli-anni-2000-caselangveirs/ . E proprio la Lang appare come voce di supporto in Last Lion Of Albion, il delizioso secondo brano di raffinato stampo pop di questo nuovo Hell-On, -co-prodotto, come altri sei del CD, da Bjorn Ytlling di Peter, Bjorn And John, che ha curato la quota svedese dell’album e il mixaggio complessivo del disco. La title track Hell-On è stata scritta con Paul Rigby, chitarrista e collaboratore abituale della Case, mentre Doug Gillard è l’altro chitarrista, e nella parte americana dell’album collaborano anche Joey Burns dei Calexico, Steve Berlin e Sebastian Steinberg, un brano “lunare” e soffuso, dove Neko suona la kalimba, e ci sono anche cello e autoharp.

Da Stoccolma arriva pure Halls Of Sarah, delicata e complessa, con la base strumentale incisa in Arizona, come le voci di Laura Veirs e Kelly Hogan. A questo punto facciamo un piccolo salto nel passato: siamo nel settembre del 2017, quando alle tre del mattino Neko Case riceve una chiamata dagli Stati Uniti in cui le viene comunicato che la sua casa nel Vermont sta bruciando e non ci sono speranze di salvare nulla, tutti i suoi possedimenti vanno in fumo, si salvano solo i cani e le persone care. Ma la nostra amica, che a dispetto dell’aspetto esteriore tranquillo è una tipa tosta, decide di completare comunque l’album, infatti nei contenuti appaiono vari richiami a questa vicenda, a partire dal titolo e dalla copertina, dove la Case appare con il capo ricoperto di sigarette e con la sua strana acconciatura che prende fuoco. Si sa che spesso dalle disgrazie nascono spunti di resilienza ed in effetti l’album nel complesso risulta una dei suoi migliori https://www.youtube.com/watch?v=j5MPRCf2M9U , con una clamorosa eccezione in Bad Luck (altro riferimento) che sembra quasi un brano della futura reunion degli Abba, e che francamente, esprimo un parere personale, a qualcuno piacerà, ci poteva risparmiare, tra ritmi disco-pop e coretti insulsi molto kitsch https://www.youtube.com/watch?v=MnCRbKyn1KY .

Invece molto meglio, sempre prodotta da Ytlling, la lunga e maestosa ballata Curse Of The I-5 Corridor che vale quasi da sola l’album, e in cui la Case duetta con Mark Lanegan, e con le voci, quella chiara e cristallina di Neko e quella bassa e profonda di Lanegan che si intrecciano con risultati assolutamente affascinanti, a tratti anche solari,  grazie alle tastiere di Burns e alla batteria di Matt Chamberlain. Molto bella Gumball Blue, scritta con Carl A.C. Newman dei New Pornographers, che aggiunge la sua voce a quella della Hogan, della Lang e di vari altri vocalist per una pop song raffinata e composita, dove si apprezzano il violino di Simi Stone e pure il synth di John Collins, vogliamo chiamarlo, parafrasando Nick Lowe, “pure pop for now people” https://www.youtube.com/watch?v=ccNWxAB8hk8 ? Anche la sognante Dirty Diamond ha complessi arrangiamenti, con  doppia chitarra e batteria, altro “alt-pop” elegante dove spicca la voce sicura e brillante della nostra amica https://www.youtube.com/watch?v=Ki7wQbTGPXI .

Oracle Of The Maritimes, scritta con Laura Veirs, suono avvolgente, molte chitarre acustiche ed elettriche, cello, piano, clavicembalo e la voce che quasi galleggia sulla base strumentale, con un ottimo crescendo finale. Winnie, dove tra le altre appare anche Beth Ditto, buona ma nulla di memorabile, mentre più interessanti Sleep All Summer, scritta e cantata a due voci con Erich Bachmann, da tempo anche nella sua touring band e ancora My Uncle’s Navy, di nuovo con Newman, che grazie anche alla stessa Case a piano e chitarre ed alla pedal steel di Jon Rauhouse rimanda in parte alle sonorità del passato, tra wave e alt-country https://www.youtube.com/watch?v=cPkr54tl1gw . Pitch Or Honey, con un misto di strumenti tradizionali e drum machines e synth incombenti mi piace meno, ma non inficia il giudizio complessivamente più che positivo dell’album.

Bruno Conti

Non So Se Fanno Scandalo, Ma Buona (E Strana) Musica Sicuramente Sì. Claudettes – Dance Scandal At The Gymnasium

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The Claudettes – Dance Scandal At The Gymnasium! – Yellow Dog Records

Devo dire che questi mi mancavano:anche se hanno già nel loro carnet tre album di studio (compreso questo Dance Scandal At The Gymnasium), e un mini Live solo per il download digitale, mi erano sfuggiti finora. D’altronde non si può sempre ascoltare tutto, manca veramente il tempo, ma questi Claudettes mi avevano incuriosito: definiti in vari modi, forse “Brother Ray Meets The Ramones…Chopin Meets The Minutemen” mi sembra il più fantasioso, i quattro in effetti  fondono tocchi di blues, pop anni ’60, punk e psychobilly alla Cramps, ma anche jazz e molto altro, visto che la nuova cantante della formazione Berit Ulseth ha studiato alla New School For Jazz di New York, e il pianista e tastierista, nonché cantante (lo fanno un po’ tutti nella band) e leader indiscusso, Johhny Iguana, ha un passato con Junior Wells, Carey Bell, Otis Rush e Koko Taylor, è apparso anche con i Chicago Blues-A Living History e nel recente Muddy Waters 100, con diversi luminari delle 12 battute, ma pure in una punk-rock band come oh my god, e per registrare questo nuovo album sono andati a Valdosta in Georgia, con la produzione di Mark Neill che era alla consolle per Brothers dei Black Keys.

Completano la formazione il bassista/chitarrista (e cantante) Zach Verdoom e il batterista Matthew Torre, mentre tutte le canzoni le firma un certo Brian Berkowitz, che è poi il vero nome di Johnny Iguana, dai tempi della sua giovinezza in quel di Philadelphia. I dischi non si trovano facilmente, forse perché escono per la piccola Yellow Dog Records, ma meriterebbero di essere conosciuti. Nel nuovo Dance Scandal At The Gymnasium ci sono 12 canzoni che toccano i generi più disparati: da Don’t Stay With Me dove si apprezza la voce leggera e piacevole di Berit Ulseth, che segue le folate delle tastiere di Iguana e l’accompagnamento variegato dei suoi pards, in questo strano incrocio tra rock, R&B deviato e virtuosismo strumentale; che viene replicato pure nella successiva November, che potrebbe passare per alternative rock misto a retrogusti pop anni ’60, strano ma intrigante. Give It All Up For Good è una ritmata ulteriore variazione sui temi musicali sghembi dell’album, con Johnny che lavora di fino al piano, il tutto con tempi musicali veramente inconsueti https://www.youtube.com/watch?v=TFDi3SACOzY . Naked On The Internet va  quasi di boogie-rockabilly-punk con le voci di Iguana e Ulseth che gorgheggiano in coppia mentre il piano imperversa. Pull Closer To Me è una ballata esile e gentile con la voce deliziosa di Berit (e dei suoi soci) a rinverdire vecchi fantasmi di un pop raffinato anni sessanta, mentre nella title track Iguana si lancia in florilegi pianistici quasi classicheggianti prima di trascinare tutto il resto del gruppo in una follia musicale a tempo di strano ed intricato R&R.

Bill Played Saxophone mescola doo-wop, retro pop, rock alla Joe Jackson, in melodie complesse ed affascinanti dove anche le armonie vocali quasi alla Beach Boys sono formidabili https://www.youtube.com/watch?v=0Ki2bdZeN7sInfluential Farmers nuovamente presa a 100 all’ora, ma con improvvisi rallentamenti ed altrettanto repentine ripartenze è ancora più difficile da etichettare, direi sentire per credere e, forse, cercare di capire la musica dei Claudettes https://www.youtube.com/watch?v=WHAg_n0–jQDeath And Traffic fin dal titolo è “strana” come illustra poi la musica, sempre lontana dalle ovvietà ma che richiede un ascolto attento anche per apprezzare questa sorta di pop intellettuale https://www.youtube.com/watch?v=SIfG8AG3bwI ; Johnny Iguana e Berit Ulseth poi ci danno (quasi) tregua nelle derive ancora pop-rock di una lussuriosa Total Misfits, veramente notevole.Taco Night Material suona come avrebbero potuto essere i Commander  Cody  se avessero avuto una voce femminile in formazione e Frank Zappa come autore delle musiche, giuro, parola di giovane marmotta https://www.youtube.com/watch?v=mhMdX5iwY6s . E Utterly Absurd potrebbe infine essere un altro modo per definire la musica della band: insomma se volete fare un esperimento in un mondo parallelo dove il pop è fuori da ogni schema provate questo Dance Scandal At The Gymnasium, potrebbe sorprendervi  assai piacevolmente.

Bruno Conti

Dal Country Al Pop Senza Passare Dal Via! Kacey Musgraves – Golden Hour

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Kacey Musgraves – Golden Hour – MCA/Universal CD

Terzo album, quarto se contiamo il CD natalizio, per la cantautrice Kacey Musgraves, gran bella ragazza ma anche brava artista, che di lavoro in lavoro mostra indubbi segni di crescita: Golden Hour dovrebbe nelle sue intenzioni essere il disco della definitiva affermazione, dopo che Pageant Material nel 2015 aveva fatto drizzare le orecchie a molti https://discoclub.myblog.it/2015/09/18/ultimi-ripassi-fine-estate-bella-brava-texana-kacey-musgraves-pageant-material/ . E con questa sua nuova fatica  Kacey spariglia le carte in tavola e cambia quasi completamente genere: infatti se prima la sua musica poteva essere definita country di qualità, con più di un rimando a sonorità vintage, con questo album la bruna cantante texana si reinventa come pop singer, ma un pop non da classifica (tranne un paio di casi), ma dai suoni raffinati, ben costruiti e spesso anche intriganti. Certo, tutti i brani presenti sul disco sono adattissimi al passaggio in radio, ma nel 90% dei casi sono in grado di soddisfare anche i palati più esigenti. Gran parte del merito va ai due produttori, Daniel Tashian (leader dei Silver Seas) e Ian Fitchuck, che hanno costruito intorno alla bella voce della Musgraves il vestito sonoro giusto, con un piccolo ma misurato (e non invasivo) aiuto dell’elettronica, hanno scelto musicisti solitamente country (tra cui Dan Dugmore e Russ Pahl) adattando il loro sound a quello del disco.

Il resto lo ha fatto Kacey, che ha scritto in collaborazione con i due produttori una serie di canzoni molto piacevoli e le ha interpretate al meglio, riuscendo secondo me a non far pesare più di tanto il cambiamento stilistico. Slow Burn è un inizio attendista (come da titolo), una ballata di ampio respiro che parte solo con voce e chitarra, poi ad uno ad uno entrano tutti gli strumenti ed il suono si fa pieno ma non ridondante: di country non c’è nulla, ma piuttosto siamo nel pop di fine anni sessanta, tipo i primi Bee Gees. Niente male Lonely Weekend, una pop song solare, quasi californiana, dal refrain orecchiabile e cori che rimandano ai Fleetwood Mac classici https://www.youtube.com/watch?v=Zr3gscRpAhA , ed anche Butterflies prosegue il discorso, un brano semplice e ben costruito, con Kacey che canta benissimo e dimostra anche una certa classe (e l’accompagnamento a base di piano, chitarre e steel è perfetto). L’eterea Oh, What A World è affrontata dalla nostra con il consueto approccio gentile, e l’arrangiamento pop le dona particolarmente, mentre Mother è bellissima, una toccante ballata pianistica che però dura poco più di un minuto; anche Love Is A Wild Thing non è da meno, un intenso slow acustico (spunta anche un banjo), che dopo la prima strofa acquista ritmo anche se sempre all’insegna della leggerezza.

Space Cowboy, ancora lenta e meditata, è un’altra ballata di gran classe, Happy & Sad è dotata di uno dei migliori ritornelli del CD, mentre Velvet Elvis è fin troppo radio friendly per i miei gusti, ma comunque non da buttare. Wonder Woman è tersa, limpida e solare, ed anche qui sulla melodia niente da dire, ma High Horse è l’unico pezzo veramente da pollice verso, un misto tra pop e dance piuttosto indigesto che andrebbe bene per Madonna o Taylor Swift, e che non rende giustizia a Kacey. Per fortuna sul finale il CD torna su lidi più vicini ai nostri gusti, con la fluida e raffinata Golden Hour https://www.youtube.com/watch?v=maONL_HfI20  e la bella Rainbow, solo voce e piano ma con una notevole carica emotiva. Forse non arrivo ad affermare che la Kacey Musgraves in versione pop mi piaccia di più di quella country, ma di certo la bella cantante con Golden Hour per il momento è rimasta più o meno dalla parte giusta della città.

Marco Verdi

Un Insieme Di Piccole Sinfonie Pop! Cameron Blake – Fear Not

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Cameron Blake – Fear Not – CRS/Continental Song City CD

Confesso che non avevo mai sentito parlare di Cameron Blake, cantautore originario del Massachusetts ma trapiantato a Baltimore, nel Maryland: ho poi scoperto che dal 2009 al 2015 ha già pubblicato quattro album di studio ed uno dal vivo, e quando ho ascoltato questo nuovo Fear Not non nascondo che mi si è accesa una certa curiosità nell’approfondire la conoscenza del personaggio. Blake è un songwriter classico, nel senso più puro del termine: si è infatti diplomato come violinista al conservatorio di Peabody, in Massachusetts, e ha trasportato i suoi studi classici nel suo stile compositivo e, almeno per quanto riguarda il CD di cui mi accingo a parlare, anche negli arrangiamenti. Fear Not è infatti un disco ambizioso, profondo, non facile ma neppure ostico, e vede Cameron accompagnato da ben cinquanta musicisti, tra chitarre, pianoforte, basso, batteria, sezione archi (molto importante nell’economia del suono), fiati e cori https://www.youtube.com/watch?v=eRg_bDhlvG4 . C’è da dire che Blake non usa mai i musicisti tutti insieme, ma li centellina a seconda del bisogno nelle varie canzoni, ed il suono non è mai ridondante o gonfio, ma anzi i brani sono tutti misurati, con la voce del leader, quasi sempre un pianoforte, spesso una chitarra ed anche gli archi in diversi pezzi: il mood generale è malinconico, ma non mancano le sorprese, ed il disco si ascolta tranquillamente da cima a fondo, ed anche gli episodi meno immediati dopo un paio di ascolti vi sembreranno familiari.

Canzoni profonde e meditate, molte delle quali di stampo classico, mentre altre combinano sonorità solo all’apparenza stridenti, creando un cocktail stimolante e non prevedibile, il tutto arrangiato con indubbio gusto. La title track, che apre l’album, è subito splendida: inizio per piano e voce, una voce chiara ed espressiva, un motivo toccante ed un malinconico quartetto d’archi alle spalle, un brano davvero intenso; molto particolare After Sally, dal ritmo leggero ma spedito, una chitarra acustica strimpellata ed un mood quasi western che contrasta volutamente con l’uso cameristico degli archi, per un risultato decisamente intrigante. Degna di nota anche The Only Diamond, pianistica e fluida, dalla melodia diretta ed un bell’impatto ritmico nel refrain, anche se l’atmosfera si mantiene piacevolmente notturna, Fools Gold è raffinata: voce, chitarra elettrica pizzicata, batteria spazzolata ed un uso più vigoroso degli archi, che però ci sta, dato che la canzone ha un notevole crescendo melodico nella parte centrale. La bizzarra Queen Bee è un incrocio tra gospel e jazz anni trenta, un brano quasi da revue, il tipo di canzone che piaceva a David Johansen quando si travestiva da Buster Poindexter, mentre Tiananmen Square, che narra le vicende dell’uomo che da solo sfidò i carri armati, è una delle più belle ed intense del CD, una ballata pianistica melodicamente squisita e con un accompagnamento emozionante.

Old Red Barn, ancora dominata dal piano, ha perfino elementi country e risulta una delle più immediate, rivelando la versatilità del nostro (con la tromba che aggiunge un sapore dixieland), Moonlight On A String è lenta, drammatica e jazzata, cantata molto bene da Blake e con uno strano coro femminile modello “Sirene di Ulisse”, mentre Wailing Wall è quella dove l’orchestrazione è più marcata, ma è anche quella che mi piace meno. Philip Seymour Hoffman è un breve ma sentito omaggio al grande attore scomparso prematuramente, basato quasi esclusivamente su voce e piano, Sandtown è la più cerebrale, con un accompagnamento quasi free anche se il tutto non manca di fascino, e non è distante dal suono dell’ultimo David Bowie; il CD si chiude con Monterey Bay, cupa, triste, ancora pianistica ma allo stesso tempo decisamente rilassante.Cameron Blake è un artista senza dubbio molto interessante, forse non di facilissimo ascolto ma di sicuro non banale. E, fatto da non trascurare, non assomiglia praticamente a nessuno: da seguire.

Marco Verdi

L’Impegno Non Manca, I Risultati Purtroppo Sì! Michael Head & The Red Elastic Band – Adios Senor Pussycat

michael head adios senor pussycat

Michael Head & The Red Elastic Band – Adios Senor Pussycat – Violette CD

Michael Head è un musicista inglese di Livepool che, nonostante sia in attività da quasi quaranta anni, è ancora praticamente uno sconosciuto, anche se qualche successo minore con gli Shack lo ha avuto. Influenzato dal rock californiano di gruppi come i Love (il nostro ha collaborato anche con Arthur Lee), dal jingle-jangle sound dei Byrds e solo in misura minore dai Beatles, Head ha fronteggiato diverse band nel corso della sua carriera: prima dei già citati Shack, negli anni ottanta ha formato i Pale Fountains, mentre in una fase successiva ha girato con un combo denominato The Strands, anche se la sua proposta musicale, un pop-rock immediato e gradevole con derivazioni californiane, non è mai cambiata più di tanto. Il suo ultimo gruppo in ordine di tempo si chiama The Red Elastic Band, con i quali ha già inciso due album nel 2013 e 2015: Adios Senor Pussycat è il titolo del suo nuovo lavoro, che allunga ulteriormente la sua già cospicua discografia ma, e vedremo subito il perché, secondo me non contribuirà a toglierlo dall’anonimato. La Red Elastic Band è un quintetto che, oltre a Michael, comprende Steve Powell alla chitarra, Tom Powell al basso, Phil Murphy alla batteria e Nina (?) al pianoforte, e che nei tredici brani del disco sposta l’obiettivo su una musica decisamente vicina ai già citati Byrds, con sonorità chitarristiche e melodie figlie dello storico gruppo degli anni sessanta, ed il lavoro in questi episodi, pur suonando piuttosto derivativo, funziona abbastanza. Il problema è nelle restanti canzoni, che non hanno una direzione artistica ben precisa, e fanno affiorare in maniera netta i limiti del nostro, sia come songwriter che come cantante: molti brani sono infatti abbastanza anonimi, suonati a dovere ma mancanti di personalità, ed il timbro vocale decisamente qualunque, quando non soporifero, di Michael non contribuisce certo a risollevare le cose; il tutto rende questo Adios Senor Pussycat un disco altalenante, non certo il veicolo migliore per far uscire Head e soci allo scoperto.

Picasso, aperta da una chitarra “morriconiana”, è una sorta di brano a metà tra pop e musica western, però molto attendista e senza particolari guizzi https://www.youtube.com/watch?v=Hmf-28MCMX4 ; meglio la cadenzata Overjoyed, un gustoso pop-rock di derivazione byrdsiana, con begli intrecci chitarristici: Michael rivela da subito i suoi limiti vocali, ma per ora sopperisce ancora con il mestiere. L’eterea Picklock ha dei risvolti cinematografici ed un uso particolare della sezione archi, ma non è un granché https://www.youtube.com/watch?v=ZuQFccyXDOE , mentre Winter Turns To Spring è una delicata ballata pianistica, che però la voce sonnolenta del leader non valorizza appieno. Il meglio il nostro lo dà nei pezzi più elettrici, come nella fluida Working Family, che ha delle ottime parti di chitarra jingle-jangle, anche se la vocalità piatta tende ad ammosciare il tutto. La rarefatta 4 & 4 Still Makes 8 non è né carne né pesce, la cupa Queen Of All Saints è monotona e con risvolti psichedelici che non c’entrano molto, Rumer è pop corale appena discreto, che si salva per le chitarre ed un motivo sufficientemente gradevole. Il resto del disco si conferma di livello poco più che mediocre, e si fa fatica anche ad arrivare in fondo, mancando feeling e idee: si salva una ripresa dello splendido traditional Wild Mountain Thyme, ma solo perché Michael gli costruisce attorno un arrangiamento ancora una volta derivante al 100% dal suono folk-rock inventato da Roger McGuinn e soci, oltre al fatto che la canzone è già di suo un classico.

Micheal Head è sempre stato e continua ad essere un outsider, e non è certo con dischi come Adios Senor Pussycat che potrà cambiare lo stato delle cose.

Marco Verdi

Una Figlia D’Arte Un Po’ “Tardiva”. Mollie Marriott – Truth Is A Wolf

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Mollie Marriott – Truth Is A Wolf – Amadeus Music      

Forse il cognome risveglierà qualche fremito a coloro più addentro nelle vicende del rock britannico: ebbene sì, questa “nuova” cantante è proprio la figlia del grande Steve Marriott, indimenticato leader degli Small Faces e degli Humble Pie, una delle voci più belle del rock inglese di sempre, tragicamente scomparso nel rogo della propria casa, a soli 44 anni, nel lontano 1991. Mollie Marriott è la terza figlia di Steve, e anche per lei la gavetta è stata lunga, faticosa e costellata di problemi legali (come era stato per il babbo), e quindi solo in questi giorni, a 32 anni compiuti, arriva il suo esordio discografico: nel frattempo ha calcato i palcoscenici del Regno Unito, come background vocalist per PP Arnold, gli Oasis, in un musical sugli Small Faces, in vari tributi, tra cui quello a Ronnie Lane e alla riunione dei Faces dello scorso anno, oltre al concerto per gli 80 anni di Bill Wyman. Tra quelli che lei chiama “zii” ci sono Peter Frampton, Ronnie Wood, Kenney Jones, che hanno più volte espresso il loro entusiasmo (forse non disinteressato) per la voce di Mollie, e anche Paul Weller ha voluto collaborare con lei, infatti è presente in due brani di questo Truth Is A Wolf, album che avuto una lunga gestazione, tanto che doveva essere pubblicato già nel 2015 con un’altra copertina.

Ma alla fine, tramite una piccola etichetta, la Amadeus Music, è uscito. E devo dire che non è per niente male, buon sangue non mente, Mollie Marriott ha una bella voce, qualche inflessione e movenza del padre (come ammette le i stessa), un timbro vocale che può ricordare Bonnie Raitt o Susan Tedeschi, leggermente rauco ma potente, uno stile che si rifà a cantanti come la Sheryl Crow del primo periodo o Stevie Nicks.. Ovviamente non manca il rock classico inglese, sia quello anni ’60 e ’70, che il più recente Britpop. Tra i suoi collaboratori, co-autrice in due brani, troviamo Judie Tzuke, cantautrice rock molto di successo in UK a cavallo degli anni ’80 (e che al sottoscritto piaceva parecchio), mentre l’unico brano non composto dalla Marriott, ovvero la title track Truth Is A Wolf, porta la firma di Gary Nicholson, autore di successi per Bonnie Raitt e Delbert McClinton,e decine di altri “clienti, che aveva portato questo brano a Nashville con l’idea di darlo appunto alla Raitt o alla Tedeschi, e invece è finito su questo disco. Ed è probabilmente il pezzo migliore dell’album (che comunque si difende con lode): un brano che gira attorno al suono di un piano elettrico e della chitarra di Paul Weller, una delle classiche canzoni che di solito si accostano al miglior repertorio proprio di Raitt e Tedeschi, con la voce autorevole della Marriott che ricorda moltissimo le illustri colleghe, potente e grintosa, con una leggera vena malinconica, uno spirito musicale tra rock e blues e un arrangiamento di gran classe, veramente una bella canzone.

Il singolo Control è un bel pezzo rock, con qualche retrogusto gospel e qualcuno ha riscontrato similitudini con una vecchia canzone degli Humble Pie Fool For A Pretty Face, comunque la band della Marriott e le voci di supporto ci danno dentro di gusto, in particolare il chitarrista Johnson Jay, anche Broken è un’altra bella canzone, incalzante, con un ritmo e un drive che ricordano la miglior Stevie Nicks, una classica rock song dal sapore americano che ruota attorno alla bella voce di Mollie e al sound avvolgente dell’arrangiamento. Give Me A Reason è una bella ballata pop con elementi soul, commerciale, ma il giusto, sempre con sontuosi inserti vocali e una bella chitarra tagliente; Run With The Hounds ha di nuovo un groove tipico dei migliori Fleetwood Mac, musica pop ma di quella raffinata e coinvolgente, mentre Love Your Bones, secondo la stessa Mollie è ispirata dal sound di Tori Amos, quella più pop e meno cerebrale. Transformer è una delle due canzoni scritte con Judie Tzuke, un brano più da cantautrice classica, sempre con la bella voce in evidenza, anche se forse un filo troppo pomposo e pompato; Fortunate Fate, con qualche elemento country rimanda al repertorio della prima Shery Crow, quindi non manca neppure l’impeto rock, King Of Hearts, l’altro pezzo firmato con la Tzuke, è pure il secondo dove appare Paul Weller, una sorta di simil slow blues con richiami sia al “Modfather” come al babbo, anche se l’arrangiamento è nuovamente troppo pompato, ed è forse il difetto che più mi sento di imputare al disco,  insomma la voce e il talento ci sono, ma a tratti il tipo di produzione “moderno” incontra poco i miei gusti. La chiusura è affidata a My Heaven Can Wait, una ballata mid-tempo emozionale di nuovo troppo orientata verso quel suono turgido che non sempre soddisfa. Promossa con qualche piccola riserva.

Bruno Conti

 

Sono Tornati Ai Livelli Di Un Tempo! Mavericks – Brand New Day

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Mavericks – Brand New Day – Mono Mundo/Thirty Tigers CD

I Mavericks si possono tranquillamente definire un gruppo dalle due carriere. Da sempre guidati dal carismatico Raul Malo, grande cantante di origine cubana, hanno conosciuto il loro momento di maggior splendore negli anni novanta, decade nella quale, con cinque album nei quali palesavano una crescita progressiva, erano giustamente considerati una delle band migliori in America, grazie ad un cocktail unico di rock, pop, country, tex-mex e musica latina, unito ad una grande facilità di scrivere brani immediati e ad un gran senso del ritmo. Dischi come Music For All Occasions e Trampoline erano quanto di meglio si poteva ascoltare in quel momento in tema di musica crossover. Poi il gruppo è entrato in modalità stand-by, Malo ha pubblicato nel 2001 un ottimo album da solista (Today) e, all’indomani di quello che è certamente il loro disco più stanco ed involuto (The Mavericks, 2003) i nostri hanno ufficializzato una separazione che era già nell’aria da tempo. Dopo una serie di lavori del solo Malo di qualità altalenante, e nei quali tentava di intraprendere diverse strade non sempre con lo stesso successo (anche quella del crooner nel poco riuscito Afterhours), i nostri hanno saggiamente deciso di riunirsi all’inizio della decade attuale, ricominciando da zero: In Time, 2013, e Mono, 2015, erano due buoni lavori in cui Malo e soci riprendevano in mano il vecchio suono, ma sembravano due lavori professionalmente validi ai quali però mancava la scintilla dei bei tempi.

Ora però i ragazzi hanno dato alle stampe Brand New Day, un disco potente, ispirato, convincente, in una parola splendido, che ci fa ritrovare all’improvviso i Mavericks degli anni novanta: l’album è infatti una miscela di stili che vanno dal country al pop anni sessanta, al sound Messicano fino ai ritmi cubani, dieci brani scintillanti e con un suono davvero spettacolare (merito della produzione, nelle mani dello stesso Malo e di Niko Bolas, il produttore preferito da Neil Young, ma che ha anche collaborato con Warren Zevon e Melissa Etheridge). Oltre a Malo, fanno parte della band il chitarrista Eddie Perez, il batterista Paul Deakin ed il tastierista Jerry Dale McFadden (il loro bassista storico Robert Reynolds è stato allontanato per problemi legati alla droga), mentre nel disco ci sono anche diversi collaboratori, tra cui meritano una segnalazione Ed Friedland, che di fatto ha preso il posto di Reynolds al basso pur non entrando a far parte del gruppo, lo straordinario fisarmonicista Michael Guerra, il cui strumento dona un sapore messicano a quasi tutti i pezzi, ed i cori delle famose McCrary Sisters. Ma al centro di tutto ci sono Malo, la sua grande voce, i suoi compagni di viaggio e la loro voglia di tornare ad essere quelli di un tempo: Brand New Day è dunque un grande disco, la cui unica cosa davvero brutta è forse la copertina. Si inizia subito a godere con Rolling Along, un brano mosso che profuma di Messico, con al centro la fisa e le trombe mariachi e la grande voce di Malo che si staglia potente, una melodia sixties ed un banjo a dare un sapore country: gran ritmo e suono splendido (una costante di tutto il disco).

La title track è caratterizzata da un possente wall of sound di spectoriana memoria ed il solito feeling anni sessanta (altro filo conduttore di quasi tutte le canzoni), un pezzo maestoso e davvero magnifico; la vivace Easy As It Seems mescola alla grande rock, ritmi cubani ed atmosfere retro, ricordando non poco i Los Lobos di Kiko (quindi i migliori), altro pezzo irresistibile, mentre I Think Of You, dominata come al solito dalla vocalità potente di Raul, è un raffinato pezzo dal mood leggermente jazzato e con la solita melodia romanticona, suonato in punta di dita ma con la solita grande classe. Goodnight Waltz è una ninna nanna tra Messico e jazz, con la fisa da una parte ed il sax dall’altra che si contendono la scena, e Malo che intona un motivo da ballo della mattonella, Damned (If You Do) è il brano più rock finora, anche se i contatti col Messico non mancano, il solito cocktail irresistibile e pieno di ritmo e forza in cui i nostri sono maestri, I Will Be Yours è uno scintillante slow alla Roy Orbison (e pure con la voce ci siamo), con in più il solito Mexican touch garantito dalla splendida fisa di Guerra, per un altro risultato da applausi. La spedita Ride With Me è uno stimolante mix tra rock’n’roll e big band music, con un tocco di blues, I Wish You Well ci riporta dalle parti di Orbison, un lento delizioso con la consueta gran voce di Malo a nobilitare il tutto, mentre For The Ages, che chiude il CD, è una roboante country song dal solito suono ricco e potente, un gustoso rimando al suono degli esordi, quando i nostri erano considerati principalmente una country band.

Non solo Brand New Day è il miglior disco dei Mavericks dalla loro reunion (e si mette sullo stesso piano dei loro lavori più riusciti), ma è anche uno dei più belli di questi primi quattro mesi del 2017: da non perdere.

Marco Verdi

Forse Era Meglio Se Continuava A Fare Il Batterista? Simon Kirke – All Because Of You

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Simon Kirke  – All Because Of You – BMG/The End Records     

Di batteristi/cantanti non ne esistono moltissimi, ma non è neppure una categoria poco frequentata: il più famoso (o forse il più bravo) è Don Henley, se non consideriamo lo scomparso Levon Helm della Band. Anche se forse il primo nome che viene in mente è quello di Ringo Starr. Ma come dimenticare Phil Collins o Dave Grohl (ora chitarrista), oppure in un ambito più leggero Karen Carpenter o Peter Criss dei Kiss, nel passato mi viene in mente Dave Clark, ma anche, in ambiti ancora diversi, Roger Taylor dei Queen e Grant Hart degli Husker Du. Quindi, a ben vedere, potremmo andare avanti per ore, ma ci fermiamo qui: uno degli ultimi arrivati, non per la lunghezza della militanza (è stato il batterista di due delle migliori formazioni rock del passato, Free e Bad Company), potrebbe essere Simon Kirke, che improvvisamente, dagli anni ’00, 2005 per la precisione, si è scoperto anche cantante. Questo All Because Of You è il suo terzo album da solista, e per l’occasione ha deciso di unire le forze con una band già esistente, gli Empty Pockets, un gruppo “famoso” per essere la touring band di gente come Al Stewart e Gary Wright.

E i nomi non sono casuali in quanto il suono di questo disco, più al rock grintoso che siamo soliti accostare a Kirke si muove in una sfera musicale di tipo soft, se non temessi di essere irrispettoso parlerei di “bland rock”, volendo essere forse più obiettivi e molto munifici, diciamo singer-songwriter, considerando che il buon Simon firma, da solo o in compagnia, tutti i brani contenuti in questo CD, eccetto Feel Like Making Love, uno dei brani più famosi dei Bad Company, di cui sono autori Paul Rodgers e Mick Ralphs, anche se, generosamente, qualcuno in rete lo ha attribuito a Kirke, che comunque in passato ha scritto canzoni sia per i Free come i Bad Company. E partiamo proprio da questa canzone: uno dei riff più famosi del rock, viene trasformato in una versione per ukulele (suonato dal nostro, impegnato anche a tastiere e chitarra) e gruppo: l’idea di per sé non sarebbe neppure peregrina, penso a cosa ha fatto Paul McCartney (uno dei preferiti del giovane Kirke) per Something di George Harrison. Ma evidentemente non siamo nella stessa categoria e il risultato finale è appena accettabile, Kirke ha una voce discreta ma non memorabile (non per nulla lo facevano cantare raramente), gli Empty Pockets non sono dei rockers indemoniati, e lui stesso, che ha co-prodotto l’album, non ha curato molto il suono della batteria, che risulta quasi sempre stranamente priva di spessore sonoro e grinta.

D’altra parte abbiamo anche brani dove appare un quartetto d’archi come Maria, una via di mezzo tra un prog morbido e le canzoni melodiche di Macca, giocata su una acustica arpeggiata, oppure Friends In The Wood, dove l’ottimo Josh Graboff è ospite alla pedal steel, per un altro pezzo molto melodico sempre influenzato da Sir Paul, con tanto di cinguettii sullo sfondo. E l’assolo di sax in Melting On Madison più che a Bobby Keys o Clarence Clemons mi ha fatto pensare a Fausto Papetti. Ogni tanto, raramente, il nostro amico si ricorda che è stato (ed è tuttora, perché sono ancora in attività) il batterista dei Bad Company, ma il massimo che ci regala è buon mid-tempo rock come Warm Gulf Water dove quantomeno si sentono le chitarre, o Into The Light, dove ci scappa anche qualche rullata e riff di chitarra, con massiccio, e un po’ pomposo, coro di una decina di elementi che ricorda vagamente i Foreigner.

Fa eccezione Trouble Road dove alla chitarra c’è Warren Haynes, niente per cui strapparsi i capelli (se li avete), ma comunque un pezzo rock di buona qualità, subito dimenticato grazie ad una soporifera Stay With Me che conclude il disco, anche con una fischiettata francamente imbarazzante. Tra i brani da salvare, forse, Lie With You, una ballata dalla buona melodia con spazzolate di organo e piano, e l’iniziale, piacevole e ritmata, All Because Of You, che non lascia presagire quello che verrà dopo. Insomma se non siete collezionisti accaniti e compulsivi di Free e Bad Company (con cui peraltro non c’entra nulla), anche se c’è in giro di peggio e il contenuto non poi è orribile, diciamo non indispensabile, potete tranquillamente fare a meno di questo disco!

Bruno Conti