La Voce E’ Sempre Bella, Cambiano Parecchio Le Sonorità. Lloyd Cole – Guesswork

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Lloyd Cole – Guesswork – earMUSIC                   

Sono passati 35 anni dalla pubblicazione del primo disco di Lloyd Cole, il bellissimo Rattlesnakes, e 32 anni dall’ultima volta in cui Cole ha lavorato con i due vecchi Commotions originali, il tastierista Blair Cowan e il chitarrista Neil Clark, nell’album Mainstream. Però, prima di iniziare a festeggiare, c’è un “MA”  grosso come una casa: infatti, come si evince dalla cartella stampa dell’etichetta (visto ho ascoltato il disco molto tempo prima dell’uscita prevista per domani 26 luglio, ho attinto anche da lì le informazioni), questo Guesswork viene presentato così:  “Chiunque si aspetti il tipico sound dei Commotions è sulla strada sbagliata: Guesswork è prevalentemente un album elettronico!” C’è un altro ma di mpatto minore da aggiungere: nella versione inglese della presentazione ‘electronic’ è tra due virgolette. Cosa vuol dire? Che l’album non è elettronico? Mi rendo conto che sto cominciando ad arrampicarmi sugli specchi, ma la differenza per quanto sottile c’è: pensate, per fare un esempio colto, a Before And After Science di Brian Eno, che pur nella sua anima sonora ricca di synth e tastiere, rimane un gran disco, soprattutto nella parte canzoni.

Per sgombrare subito dagli equivoci, il nuovo album di Cole non è così bello, però la voce di Lloyd non ha perso il suo fascino, sempre calda ed avvolgente, con quegli accenti tra Lou Reed, Dylan e Tom Verlaine, che ce lo avevano fatto amare agli inizi, anche la sua facilità nell’approccio e nella costruzione melodica non manca, proprio a voler essere pignoli, e a mio parere personale, manca una certa brillantezza nelle canzoni e comunque gli arrangiamenti privilegiano quel sound “elettronico” ricordato all’inizio. Non è quello becero tra dance e pop insulso che impera al giorno d’oggi, la chitarre a tratti ci sono,  magari un po’ nascoste, Fred Maher è presente alla batteria,  con sonorità che comunque prevedono anche l’impiego di synth modulari e di tastiere sia classiche che moderne, pensate, per avere una idea generale, anche a gente come Stan Ridgway , David Sylvian o lo scomparso Scott Walker, quello meno estremo  D’altronde uno degli ultimi dischi usciti di Lloyd Cole è stato Selected Studies Vol. 1, insieme a Hans-Joachim Roedelius dei Cluster, seguito da 1D Electronics 2012-2014 Ricapitolando, in base a tutte queste premesse, il disco potrebbe (forse) piacere anche a quanti amano il vecchio Lloyd Cole.

Tra le otto canzoni, tutte piuttosto lunghe, tra i 5 e i 7 minuti, con testi asciutti e non ridondanti come al solito, devo dire che prediligo le ballate, per quanto particolari e “lavorate” esse siano, un po’ meno i brani volutamente più “moderni” (sto esaurendo le virgolette). The Over Under, il primo pezzo dell’album, dopo una lunga introduzione strumentale si apre in una ballata tipica del nostro, una bella melodia cantabile caratterizzata da chitarre elettriche arpeggiate e tastiere avvolgenti, una canzone veramente bella con un arrangiamento splendido, che poi si stempera nella altrettanto lunga coda strumentale, fosse tutto così il disco. Night Sweats, tra chitarre robuste e distorte, archi sintetici e tastiere analogiche ricorda i vecchi suoni dei Wall Of Voodoo, sempre con la sensibilità e la bella voce di Cole, però piace meno; anche Violins con i suoi sintetizzatori e batterie elettroniche molto anni ’80, mi ha ricordato certe cose synth-pop di Robert Palmer o i Talk Talk più orecchiabili, rispettabili, ma come diciamo noi inglesi, Not My Cup Of Tea.

Remains, uno dei brani scritti con Blair Cowan è più sontuoso, quasi malinconico nel suo dipanarsi, con qualche vago eco anche dei Prefab Sprout, un piacevole mid-tempo , mentre The Afterlife è ancora quell’electro-pop raffinato e maestoso, ma un po’ fine a sé stesso, con Moments And Whatnot che sta tra i Kraftwerk e la dance più melodica, ma non mi fa impazzire, anzi. When I Came From The Mountains, incalzante e piacevole, con la chitarrina di Clark in evidenza, e qualche ricordo del Bowie tedesco, fa parte della elettronica “umana”, mentre la conclusiva The Loudness Wars, è un’altra ballata dall’afflato classico, con grande uso di tastiere, ma anche con le chitarre a fare da contrappunto, sempre della categoria belle canzoni. Luci e ombre per scrive, ma si intravede la penna brillante di quello che rimane un autore di vaglia.

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica: Un Boss “Californiano” Ad Alti Livelli! Bruce Springsteen – Western Stars

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Bruce Springsteen – Western Stars – Columbia/Sony CD

Raramente, almeno negli ultimi tempi, un album è stato dissezionato, criticato, esaltato o stroncato ben prima della sua uscita come Western Stars, nuovissimo lavoro di Bruce Springsteen. C’è da dire che la maggior parte dei commenti sono stati positivi, ma non sono state comunque risparmiate dure critiche, soprattutto per la veste pop delle canzoni, un suono giudicato da alcuni troppo gonfio ed appesantito da arrangiamenti orchestrali, e più in generale per il fatto che, in pratica, Bruce in questo disco “non fa Bruce” (ma che vuol dire? Allora anche The Seeger Sessions, un capolavoro, andrebbe ridiscusso…e poi per avere il classico Springsteen basta aspettare l’anno prossimo, dato che il rocker di Freehold ha già annunciato che pubblicherà un album con la E Street Band). Tra l’altro è stato Bruce stesso in un certo senso ad annunciare il cambiamento di Western Stars, affermando in sede di presentazione che aveva voluto fare un disco ispirato alla musica pop californiana a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, citando artisti come Glen Campbell e Burt Bacharach (ed io aggiungerei anche Jimmy Webb, Harry Nilsson e John Denver, anche se nessuno dei cinque è/era originario del Golden State), un tipo di influenza che nessuno pensava che il Boss avesse ma che è indubbiamente reale visto l’esito finale dell’album.

Sì, perché Western Stars a mio parere è un disco bello, in parecchi punti molto bello, e ci fa ritrovare un Bruce di nuovo in forma smagliante come autore di canzoni e come musicista in generale dopo qualche lavoro tentennante (come il raffazzonato High Hopes ed il deludente Working On A Dream). Certo, i brani sono più tendenti al pop che al rock, ma è un pop sontuoso ed arrangiato alla grande, con la produzione di Ron Aniello che evoca praterie sconfinate ed i paesaggi a cielo aperto che sono raffigurati nelle splendide foto di copertina e del booklet interno. Una musica decisamente cinematografica, con canzoni a tema western per quanto riguarda i testi ma meno per le musiche, che restano come dicevo ancorate allo stile pop che il nostro annunciava presentando il disco; i tanto vituperati arrangiamenti orchestrali sono quindi parte integrante di questo tipo di musica, ed a mio parere non sono affatto pesanti o fuori posto, ma anzi contribuiscono ad aumentare il pathos in parecchie canzoni, canzoni che il Boss esegue in maniera convinta e convincente (è chiaro e lampante che le “sente” particolarmente), usando in alcune di esse un range vocale decisamente melodico ed abbastanza inedito.

Bruce ed Aniello si occupano della maggior parte degli strumenti (chitarre, banjo, basso ed una lunga serie di tastiere come piano, celeste, mellotron ed organo e percussioni varie tra cui vibrafono e glockenspiel), e sono coadiuvati dalla moglie del Boss, Patti Scialfa, ai backing vocals insieme ad altri coristi (tra i quali “Sister” Soozie Tyrell), dall’altro E Streeter Charlie Giordano al piano e fisarmonica, dai batteristi Gunnar Olsen e Matt Chamberlain, da ben tre steel guitarists (Greg Leisz, Marty Rifkin e Marc Muller), dal noto percussionista Lenny Castro e addirittura dal pianista delle origini della E Street Band David Sancious. Oltre naturalmente alle già citate sezioni di archi e strumenti a fiato. La prima canzone, Hitch Hikin’, ha un inizio abbastanza tipico, con Bruce che canta in maniera distesa una melodia limpida, circondato da strumenti a corda: dopo circa un minuto entra l’orchestra ma con discrezione ed anzi aumentando la tensione emotiva: il brano si sviluppa tutto sulla stessa tonalità ed è tutt’altro che monotono, ma è al contrario dotato di un crescendo degno di nota. The Wayfarer è costruita un po’ sulla stessa falsariga, ma ha più soluzioni melodiche e ad un certo punto la strumentazione si arricchisce ed entra la sezione ritmica, con gli archi e i fiati che diventano protagonisti: pop di alta classe. Tucson Train vede in un certo senso il Boss che conosciamo, il brano è più rock, ci sono anche le chitarre elettriche ed il mood è trascinante: c’è l’orchestra anche qui, ma io non vedo male questo brano anche in ottica E Street Band, potrebbe diventare un classico delle future esibizioni dal vivo. Anche la title track è una ballata tipica del nostro, con atmosfere western (titolo a parte), una bella steel sullo sfondo e quell’atmosfera da colonna sonora cinematografica che Bruce aveva in mente; Sleepy Joe’s Café è solare e contraddistinta da una ritmica pimpante, con un motivo delizioso, orecchiabile e coinvolgente (e sentori di Messico), in pratica una delle più immediate del CD.

La tenue Drive Fast (The Stuntman) iniza per voce, piano e chitarra (ed orchestra, anche se più nelle retrovie), poi entrano gli altri strumenti ma il mood resta intimo e rilassato, Chasin’ Wild Horses è una slow ballad intensa e con accompagnamento scarno ma di grande impatto, con una splendida steel, un banjo ed il solito emozionante assolo orchestrale: molto bella anche questa. Sundown è stupenda, una pop song extralusso dotata di un eccellente ed arioso arrangiamento che evoca spazi aperti e cavalcate nelle praterie, uno dei pezzi in cui l’interazione tra il Boss, il gruppo e l’orchestra funziona meglio. Splendida anche Somewhere North Of Nashville, un toccante lento dalla melodia straordinaria ed accompagnato solo da chitarra, piano e steel, un pezzo breve ma con il dna dei classici springsteeniani; Stones è una rock ballad fluida e limpida dalla strumentazione ricca e coinvolgente, altra canzone che Bruce riprenderà sicuramente dal vivo in futuro, mentre There Goes My Miracle è una pop song grandiosa nell’arrangiamento e raffinata nell’interpretazione, con un’ottima prestazione vocale: se il Boss voleva evocare certa musica dei primi anni settanta, qui ci è riuscito alla perfezione. L’album volge al termine con Hello Sunshine (il primo singolo, gira già da alcuni mesi), una ballatona tra cantautorato e pop che richiama vagamente Everybody’s Talkin’, e con Moonlight Motel, un bozzetto acustico ideale per congedarci da un disco a mio parere quasi perfetto, specialmente se rapportato alle intenzioni originali del suo autore.

D’altronde se ad ascolto ultimato ho già voglia di rimetterlo da capo vorrà pur dire qualcosa.

Marco Verdi

Ottimo Cantautorato Dai Confini Del Mondo. Graeme James – The Long Way Home

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Graeme James – The Long Way Home – Nettwerk CD

La Nuova Zelanda, oltre che lontana geograficamente, è una terra abbastanza ai margini anche per quanto riguarda la musica, a differenza della vicina Australia che negli anni ha prodotto diversi artisti di qualità. Graeme James è un cantautore che proviene proprio dall’isola a sud-est della terra dei canguri, e ha esordito nel 2016 con News From Nowhere, titolo che ironizzava proprio sulla posizione ai confini del mondo del suo luogo d’origine. Da allora ha pubblicato altri due dischi, entrambi piuttosto difficili da trovare, mentre a Gennaio di quest’anno si è rifatto vivo con The Long Way Home, che non è il suo esordio come molti hanno scritto ma di certo il suo lavoro finora con una distribuzione più diffusa. Graeme è un songwriter classico, con uno stile molto folk, che ha la particolarità di suonare tutti gli strumenti e cantare tutte le parti vocali, oltre ad occuparsi della produzione. Un vero one-man band, anche se il risultato finale non suona per nulla approssimativo o artigianale, ma anzi il disco risulta piacevole e ben costruito, con una serie di canzoni scritte con uno stile diretto e spesso con un buon senso del ritmo, al punto che sembra essere frutto del lavoro di una band di più elementi.

Le undici canzoni di The Long Way Home sono tutte estremamente gradevoli, e fanno venire in mente spazi aperti ed orizzonti a perdita d’occhio, un paesaggio che in Nuova Zelanda non è certo estraneo. Come nell’apertura di Night Train, un brano saltellante e decisamente godibile, guidato da un mandolino che tiene il ritmo, un basso pulsante ed una melodia fresca ed immediata: Graeme ha una bella voce, profonda e molto musicale, e si dimostra da subito un autore preparato ed un valido polistrumentista (c’è anche un ottimo intervento di violino). Anche The Times Are Changing è introdotta dal mandolino, ed è contraddistinta da un motivo più complesso e non prevedibile, ma pur sempre orecchiabile: lo stile è una via di mezzo tra folk e pop, e Jones non è di certo di quei cantautori che fanno dormire. La title track è più pacata, con un mood molto disteso ed un arrangiamento arioso ed avvolgente, pochi strumenti ma neanche una nota fuori posto; il mandolino è lo strumento principale in quasi tutti i brani, ed apre anche la bellissima To Be Found By Love, una vivace folk tune dal deciso sapore irlandese, con uno strepitoso violino ed una melodia coinvolgente.

Western Lakes è una ballatona ancora dal sapore folk, fluida e rilassata, con il nostro che riesce ad emozionare anche con pochi accordi; in Here And Now al consueto mandolino si affianca una chitarra elettrica, per un pezzo sempre dal passo lento ma dall’approccio più rock: c’è qualche vaga somiglianza con gli U2 degli anni ottanta, cioè quelli buoni. Per contro Reverie è la più acustica finora, un delicato bozzetto per voce, chitarra, mandolino ed uno struggente violoncello; Always è uno slow pianistico (con il piano suonato da Jonathan Crehan, unico musicista esterno del disco), e si impone da subito come una delle canzoni più profonde ed intense del CD. Con The Difference si torna su territori decisamente folk-rock, un brano terso e cadenzato che piace al primo ascolto, Way Up High prosegue sulla medesima falsariga, ma con un feeling ancora più folk (una via di mezzo tra i Lumineers e gli Of Monsters And Men), mentre By & By chiude l’album con una vivace e pura canzone dal sapore tradizionale, incisa in maniera volutamente low-fi (su un registratore portatile).

Un singolo artista è poco per parlare di una scena musicale neozelandese, ma di certo Graeme James non è un songwriter da bypassare senza prima averlo ascoltato.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 2. Linda Ronstadt – Live In Hollywood

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Linda Ronstadt – Live In Hollywood – Rhino/Warner CD

Sembra quasi impossibile che un’artista dalla lunga e luminosa carriera (purtroppo interrotta da diversi anni a causa del morbo di Parkinson) come Linda Ronstadt non avesse mai pubblicato un disco dal vivo, pratica quasi obbligatoria per ogni musicista di successo negli anni settanta. E di successo Linda ne ha avuto per davvero, in quanto stiamo parlando probabilmente della cantante donna più popolare in America almeno nella seconda parte dei seventies, con diversi album e singoli andati al numero uno (e quello era ancora il periodo in cui i dischi si vendevano ed in classifica ci andavi solo se eri bravo). Questa mancanza è stata oggi in parte riparata dalla sempre benemerita Rhino con l’uscita di questo Live In Hollywood, testimonianza audio di un concerto televisivo tenuto dalla Ronstadt nell’aprile del 1980 ai Television Center Studios, ed andato in onda all’epoca per il canale via cavo HBO.

Una performance coi fiocchi, i cui nastri si pensava che fossero stati persi da anni, fino a quando il produttore e tecnico del suono John Boylan si è imbattuto quasi per caso nel classico scatolone il cui contenuto non rifletteva quanto c’era scritto all’esterno; Boylan aveva cercato per diverso tempo le bobine originali di questo show, specie dopo aver assistito ad una versione di esso uscita in un bootleg DVD di pessima qualità, ed è riuscito nel suo intento proprio quando aveva cominciato a perdere le speranze. Il risultato finale dimostra però che i suoi sforzi sono valsi a qualcosa, in quanto siamo di fronte ad una performance coi fiocchi da parte di un’artista al massimo del suo potenziale, la cui importanza si capisce ancora di più se si leggono i nomi della band stellare che l’accompagna: Danny “Kootch” Kortchmar alla chitarra, Dan Dugmore alla steel, Billy Payne (dei Little Feat) alle tastiere, Bob Glaub al basso, Russell Kunkel alla batteria, l’ex compagno di Linda negli Stone Poneys Kenny Edwards a banjo e chitarra, oltre al noto produttore Peter Asher alle percussioni e lo stesso Asher con Wendy Waldman alle voci, un gruppo di veri e propri habitué nei dischi dei musicisti che all’epoca contavano, specie in California.

Il concerto originale era durato un’ora e venti, ma per questo CD Boylan ha selezionato con l’aiuto della Ronstadt stessa le dodici performance a loro giudizio migliori (più una bonus track che però altro non è che la presentazione dei musicisti da parte di Linda), per quasi cinquanta minuti di ottimo country-pop-rock made in California, cantato e suonato alla grande, e con la ciliegina di un suono reso eccellente dalle moderne tecnologie. Si inizia con una splendida versione, puro rock californiano, di I Can’t Let Go (di Chip Taylor, come saprete la Ronstadt è sempre stata essenzialmente un’interprete), chitarre in primo piano e prestazione grintosa: Linda è in forma vocale top ed i membri della band si dimostrano subito degni della loro fama. La rilettura da parte della cantante di Tucson del classico di Buddy Holly It’s So Easy è uno dei grandi brani degli anni settanta, e quella sera Linda ne offre una versione più trascinante che mai, mentre tutti sappiamo che Willin’ dei Little Feat è un capolavoro assoluto, e la cantante la riprende con classe e maestria, guidata sapientemente dal piano liquido di Payne (che credo conoscesse la canzone piuttosto bene): interpretazione strepitosa di un brano monumentale.

La sbarazzina e solare Just One Look, un successo di Doris Troy, è un’altra grande hit di Linda, e mantiene il suo sapore anni sessanta, Blue Bayou di Roy Orbison (cantante che all’epoca non era ancora stato riscoperto), con ultimo verso cantato un spagnolo, non è esplosiva come quella di Roy, ma resta comunque una bella resa, mentre Faithless Love è una deliziosa country ballad scritta da J.D. Souther. A quell’epoca Linda aveva appena pubblicato un nuovo album, Mad Love, dal quale sono tratte la sinuosa Hurt So Bad (di Little Anthony & The Imperials), puro soft rock californiano di classe, e la roccata e coinvolgente How Do I Make You, scritta da Billy Steinberg, songwriter poco noto al grande pubblico ma responsabile, tra le altre, di vere e proprie hit come Alone delle Heart, Like A Virgin di Madonna, Eternal Flame delle Bangles e True Colors di Cyndi Lauper. Poor Poor Pitiful Me è una delle grandi canzoni di Warren Zevon, e Linda la riprende in modo vivace e ruspante, ma l’highlight del CD è una notevole versione della classica You’re No Good (Dee Dee Warwick), con una strepitosa jam finale guidata da Kortchmar che porta la durata del pezzo a sei minuti. Finale a tutto rock’n’roll con Back In The U.S.A. di Chuck Berry e con l’evergreen degli Eagles Desperado, versione lenta per sola voce e piano, cantata al solito splendidamente.

Ci sono voluti cinquant’anni per avere un disco dal vivo di Linda Ronstadt, e Live In Hollywood ha il merito di farci tornare idealmente nel bel mezzo di un periodo in cui la California, musicalmente parlando, era al centro dal mondo.

Marco Verdi

Pop, Rock (And Roll), Soul, Blues & Jazz Per Una “Piccola” Grande Band Di Culto Americana. NRBQ – NRBQ/All Hopped Up

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NRBQ – NRBQ/All Hopped Up – Omnivore Recordings

Lo scorso anno hanno già doppiamente festeggiato i loro 50 di carriera (sempre calcolati con lo spannometro), grazie alla pubblicazione del bellissimo cofanetto retrospettivo High Noon: A 50-Year Retrospective e poi ancora sul finire del 2017, con il nuovo mini album Happy Talk https://discoclub.myblog.it/2017/12/25/piccolo-ma-sincero-grande-band-nrbq-happy-talk/ . Stiamo parlando degli NRBQ (New Rhythm & Blues Quartet o Quintet, a seconda delle annate): gli inizi del gruppo vengono fatti risalire al 1965/1966 con i primi concerti, oppure dal 1967 stando al box quintuplo appena citato. Ma a livello discografico la band esordisce proprio con questo omonimo NRBQ uscito per Columbia nel 1969, che però in effetti non era mai stato pubblicato su CD. E quindi questa ristampa colma una lacuna “importante” nella loro discografia. La prima line-up storica del gruppo, quella che incide l’album ruota intorno a Terry Adams, voce e tastiere (l’unico sempre presente sino ad oggi), Joey Spampinato, basso e voce, Frank Gadler, che era il cantante, Steve Ferguson alla chitarra e Tom Staley alla batteria: un quintetto quindi, nel quale Adams era l’autore principale, Ferguson firmava un paio di canzoni come pure Spampinato, sotto lo pseudonimo di Jody St. Nicholas.

Il resto erano cover, che definire eclettiche significa diminuirne la diversità: da Sun Ra a Eddie Cochran, passando per Sonny Terry & Brownie McGhee, oltre a qualche traditional e a un brano nuovo di Adams, dove la co-autrice era la jazzista Carla Bley. E tutto funzionava alla grande, perché l’album risentito oggi, a quasi 50 anni dall’uscita, suona fresco e per nulla datato, per quanto “strano”. Il disco è prodotto dagli NRBQ ma l’ingegnere del suono che smanettava in studio era Eddie Kramer (all’epoca tra un Hendrix, uno Stones e un Led Zeppelin): il tutto veniva registrato in presa diretta e con ogni traccia incisa una sola volta, della serie “buona la prima”. Terry Adams era (ed è tuttora) un tastierista strepitoso, uno dei migliori del  rock americano, appassionato di R&R, come dimostra la cover scatenata, tutta ritmo e grinta di C’Mon Everybody di Eddie Cochran, puro power pop&roll,  Rocket Number 9 di Sun Ra (un altro dei pallini di Adams), è genio e sregolatezza, con un complesso e sghembo arrangiamento quasi zappiano (o appunto alla Sun Ra), dove brilla anche il trombone di Donn Adams.

Kentucky Slop Song con Adams che lavora di fino al piano, sta tra New Orleans R&B e roots music con la bella slide tangenziale di Ferguson che rimanda anche al funky-rock-blues dei  Little Feat; Ida, il breve brano targato Adams/Bley potrebbe essere parente del Randy Newman degli inizi, sempre rock sghembo e jazzato, mentre C’Mon If You’re Comin’ il pezzo di Terry e McGhee, è un folk blues quasi ragtime, You Can’t Hide è un vibrante rock and roll scritto da Spampinato, con slide demenziale e pianino arrapato, Spampinato che poi contribuisce con una deliziosa ballata come I Didn’t Know Myself, sempre con lampi di “stranezza”. Ferguson è il rocker della situazione, sue la brillante Stomp e la delicata Fergie’s Prayer, che sembra quasi un Jonathan Richman ante litteram. Mama Get Down Those Rock And Roll Shoes, come da titolo, è un poderoso boogie, con pianino impazzito di Adams incorporato, Hey Baby è una divertente cover di un country-rock d’annata che venne usata anche nella colonna sonora di Dirty Dancing e Stay With Me una malinconica e vulnerabile ballata pianistica che fa il paio di nuovo con certi brani di Randy Newman.

nrbq all hopped up

Ma la Omnivore continua con le ristampe ed ecco arrivare ora anche All Hopped Up, il quinto album degli NRBQ, targato 1977 (ma registrato tra il 1974 e il 1976), in formazione ci sono Al Anderson alle chitarre (che se ne andrà dal gruppo nel 1993) e l’altra new entry Tom Ardolino alla batteria (scomparso nel 2012), ma il suono a grandi linee non cambia, benché sia forse più pimpante e fresco, grazie anche all’uso saltuario della piccola sezione fiati definita The Whole Wheat Horns, Donn Adams e Keith Spring: i tre leader firmano quasi tutti i brani, a cui aggiungono le solite “bizzarre” cover pescate con gusto. Si tratta del primo album pubblicato dalla loro etichetta indipendente Red Rooster, una primizia all’epoca avere una etichetta personale (se non eri Beatles, Stones o Beach Boys), con Adams e Spampinato che producono anche, tutto fatto in proprio, ma con la consueta maestria: il “quartetto” ha un suono più immediato e diretto, come testimonia la splendida Ridin’ In My Car di Al Anderson, pura e perfetta american music che non si comprende come abbia fatto a non salire ai vertici delle classifiche, oppure It Feels Good di Terry Adams, una deliziosa perla perduta dei Beatles o dei Beach Boys, e ancora la cover di Cecilia, un pezzo anni ’40 e un successo per i Bachelors e Gary U.S. Bonds, qui in una versione swingante e ricca di soul. Per non parlare di un’altra cover come Rocket In My Pocket , puro R&R che avrebbe fatto il suo figurone nel disco Boppin’ The Blues registrato con Carl Perkins  nel 1970, con lo scatenato pianino barrelhouse di Adams a duettare con la chitarra di Anderson.

Call Him Off, Rogers di nuovo di Adams è un altro luminoso esempio del pop sghembo e divertente degli NRBQ, mentre Doctor’s Wind di Joey Spampinato ne illustra il lato jazzato, quasi avant-garde, subito mitigato dalla solare Things To You, altro “pure pop for now people”, senza dimenticare la bluesata e vigorosa Help Me Somebody di Anderson, e il sixties pop delizioso di Still In School, firmato Spampinato. Honey Hush è proprio il pezzo di Big Joe Turner, jump blues fiatistico della più bell’acqua, con piano vorticoso di Adams incorporato, e Queen Talk un altro divertente swing-pop-jazz di Anderson, seguito da un breve demenziale frammento di Bonanza, sigla televisiva che i “diversamente giovani” ricorderanno sotto altra guisa meno zappiana, mentre il disco originale finisce con un’altra piccola perla di Spampinato, il jingle-jangle di That’s Allright. Se il disco non fosse già bello di suo, ci sono pure le quattro bonus: una funky e sanguigna Chicken Hearted, Do The Bump, una specie di Randy Newman in trasferta a New Orleans, She’s Got To Know altra perfetta pop song dalla penna di Spampinato, che si non ci fossero stati prima di lui i Turtles e i Lovin’ Spoonful si potrebbe pensare fosse uno stile inventato dal bassista. Chiude Start It Over, lato B di qualche ipotetico vecchio 45 dei Beatles o degli Stones di metà anni ’60, poi come dice il titolo, potete sempre ripartire ed ascoltare di nuovo, ne vale la pena.

Bruno Conti

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 7. Gli Inizi Di Uno Dei Gruppi Più Originali Degli Ultimi Anni. Fleet Foxes – First Collection 2006 – 2009

fleet foxe first collection 2006-2009

Fleet Foxes – First Collection 2006 – 2009 – Nonesuch/Warner 4CD – 4LP (1×12” + 3×10”)

I Fleet Foxes, band di Seattle capitanata dal vulcanico e geniale Robin Pecknold, sono indubbiamente tra i gruppi più originali e particolari degli ultimi quindici anni: la loro miscela di folk, rock, pop e sonorità californiane tipiche degli anni settanta, un suono elaborato ed accattivante nello stesso tempo, è quanto di più innovativo si possa trovare oggi in circolazione. Il loro secondo album, Helplessness Blues (2011), aveva ottenuto consensi ed ottime vendite ovunque https://discoclub.myblog.it/2011/05/03/una-attesa-conferma-fleet-foxes-helplessness-blues/ , ed il suo seguito uscito lo scorso anno, Crack-Up, pur essendo leggermente inferiore https://discoclub.myblog.it/2017/06/02/fortunatamente-non-si-sono-persi-per-strada-anteprima-fleet-foxes-crack-up/ , era comunque un lavoro più che buono. Ora, per quanti (sottoscritto incluso) hanno conosciuto la band solo con Helplessness Blues, Pecknold e compagni pubblicano questo box quadruplo (consiglio la versione in CD, che ha un prezzo contenuto) intitolato First Collection 2006 – 2009, che raccoglie i due rari EP d’esordio del gruppo, il loro primo album Fleet Foxes del 2008, ed un altro EP esclusivo intitolato B-Sides And Rarities.

fleet foxe first collection 2006-2009 vinile

Il cofanettino, almeno quello in CD, è piccolo e maneggevole, ma in ogni caso è molto curato e dotato di un bel libretto ricco di foto, informazioni e testi di tutte le canzoni, ed il suono è stato rimasterizzato alla grande: vediamo dunque il contenuto musicale disco per disco (il box presenta l’album come CD1 ed i due EP come CD2 e 3, ma io andrò in ordine cronologico, che è anche il modo in cui consiglio di ascoltare i vari dischetti). The Fleet Foxes EP (2006): mini album di sei pezzi venduto dalla band ai concerti, pare ne esistano solo 50 copie “fisiche”, mentre in download è più facile da reperire. Nonostante il gruppo fosse all’epoca già un quintetto, nel disco suona tutto Pecknold, tranne la batteria che è nelle mani di Garret Croxon; il suono è più rock e diretto che in seguito, ma qua e là ci sono già i germogli dello stile che verrà. She Got Dressed è una rock song potente ed elettrica, piuttosto rigorosa anche nella struttura melodica; anche meglio In The Hot Hot Rays, una deliziosa e solare canzone pop, dal ritmo sostenuto e con una chitarra decisamente “californiana”. Anyone Who’s Anyone è contraddistinta da una splendida chitarra twang e da una performance forte e vitale, con un uso delle voci molto creativo, mentre Textbook Love è ancora pop deluxe, con Robin che mostra già di avere una personalità debordante. Il mini album termina con la vigorosa ed elettrica So Long To The Headstrong, tra pop e rock e melodicamente complessa, e con Icicle Tusk, folk, cantautorale e più vicina ai Fleet Foxes di oggi.

Sun Giant (2008): secondo EP del gruppo, uscito appena due mesi prima del loro debut album (ma con il quale non ha pezzi in comune). Ed ecco i Fleet Foxes che conosciamo (a proposito, qua ci sono anche gli altri: Skyler Skjelset, chitarra, Casey Wescott, tastiere, Craig Curran, basso e Nicholas Peterson, batteria), con melodie quasi eteree, di stampo folk, ma con qualche elemento di psichedelia ed un vulcano di idee. La title track apre in modo suggestivo, con un canto corale a cappella, quasi ecclesiastico, seguito a ruota dall’intrigante Drops In The River, brano cadenzato, decisamente folk-rock nella struttura ed un motivo diretto, sempre giocato sull’uso particolare delle voci. Restiamo in territori folk con la saltellante English House, che ricorda un po’ lo stile dei Lumineers, ed anche con la splendida Mykonos, una canzone intensa, fluida e dalla melodia davvero suggestiva, con armonie vocali degne di CSN; chiusura con la lenta Innocent Son, solo per voce e chitarra. Fleet Foxes (2008): ed è la volta del primo album, che ha compiuto una decade esatta proprio quest’anno: inizio con la sognante e folkie Sun It Rises, ancora più vicina al suono odierno, un brano elettroacustico dal crescendo strumentale coinvolgente ed una melodia sospesa alla David Crosby; la corale White Winter Hymnal è davvero bellissima, ha un motivo circolare ed un sottofondo musicale di grande respiro, mentre Ragged Wood è sostenuta da un ritmo acceso e da uno sviluppo disteso e forte al tempo stesso, con decisi cambi di tempo e melodia tipici di Pecknold.

Sentite poi Tiger Mountain Peasant Song, folk ballad splendida, pura e cristallina, o la mossa Quiet Houses, sempre con un uso molto interessante delle voci e soluzioni melodiche mai banali, o ancora He Doesn’t Know Why, altra deliziosa canzone tra folk d’autore e pop adulto. Tra i pezzi rimanenti, non posso non segnalare lo strumentale (ma le voci non mancano) Heard Them Stirring, puro Laurel Canyon Sound, l’acustica ed intensissima Meadowlarks o la conclusiva Oliver James, in cui la voce di Robin è praticamente lo strumento solista. B- Sides And Rarities: EP di otto canzoni che contiene quattro brani usciti solo su singolo e quattro versioni inedite. False Knight On The Road è un folk etereo ancora caratterizzato da un motivo squisito e di facile assimilazione (canzone un po’ sprecata come lato B), mentre la rilettura del noto traditional Silver Dagger è semplicemente stupenda, solo voce e chitarra ma emozioni a profusione (e Pecknold canta in maniera sublime). La gentile White Lace Regretfully è più normale, ma Isles è ancora un delizioso bozzetto acustico di grande presa emotiva. Chiudono il dischetto tre interessanti demo inediti di brani presenti sul primo album e sul secondo EP (Ragged Wood, He Doesn’t Know Why, English House), che sembrano canzoni fatte e finite, ed un frammento strumentale di appena 52 secondi intitolato Hot Air.

Se vi piacciono i Fleet Foxes ma non conoscevate le loro origini (e poi sfido chiunque a possedere i primi due EP), questo cofanetto fa al caso vostro, anche perché una volta tanto non costa una cifra esagerata (in CD).

Marco Verdi

Le Classiche Due Braccia Rubate All’Agricoltura! Jason Aldean – Rearview Town

jason aldean rearview town

Jason Aldean – Rearview Town – Broken Bow/BMG CD

Jason Aldean da Macon, Georgia (la città elettiva degli Allman, ma come vedremo tra breve le somiglianze finiscono qui) è uno degli esponenti più popolari del più becero country prodotto a Nashville, una musica che in realtà è pop dozzinale, buono per chi il vero country non sa neanche cosa sia. Già il fatto che ognuno dei suoi album, quando proprio va male, si piazzi al secondo posto delle classifiche dovrebbe far riflettere, ma quando poi andiamo a scorrere la lista dei musicisti che partecipano a questo nuovo Rearview Town (prodotto come al solito da Michael Knox) e ne troviamo ben nove (!) ad occuparsi del “drum programming”, cioè la batteria elettronica, la puzza di bruciato si fa sentire ancora prima di mettere il CD nel lettore (state tranquilli, ci sono anche i sintetizzatori).

Rearview Town non sposta quindi di un millimetro l’opinione che avevo di Aldean, un musicista dallo scarso talento (per non dire nullo), che non è capace neanche di scriversi una canzone e che esegue una musica che a questo punto penso non si capisca neanche cosa sia. Suoni finti, canzoni fatte con lo stampo, zero feeling ed una produzione ridondante, una musica che dovrebbe essere etichettata come nociva alla salute. Dirt To Dust, che apre il disco, dovrebbe essere un country elettrico mischiato col rock, ma i suoni sono artefatti, ed il tutto suona troppo prodotto e per nulla spontaneo, ma ancora peggio va con la ballata che segue, Set It Off, che non è country ma pop della peggior specie, con un insieme di effetti vocali e strumentali che con la vera musica non c’entrano una mazza. Alla terza canzone, la pessima Girl Like You (un lento da mani nei capelli), mi sono già stufato, ma vado avanti per dovere di cronaca; You Make It Easy dovrebbe avere un sapore soul anni sessanta, ma suona poco spontanea, come se il primo a non crederci fosse proprio Aldean (e comunque è una delle meno peggio).

Gettin’ Warmed Up ha delle chitarre dure, un tiro discreto ma una produzione eccessiva, mentre invece la mossa Blacktop Gone, sostenuta nel ritmo e con un refrain orecchiabile, non è malaccio, ma forse è l’unica che si salva veramente. Speravo che la brava Miranda Lambert risollevasse le sorti del CD, ma Drowns The Whiskey, nonostante la presenza di una pedal steel, è una canzone insignificante https://www.youtube.com/watch?v=p9xYYSAo7UU , così come la title track, che ha un motivo già ascoltato mille volte. Il disco è pure lungo, ne mancano ancora ben sette, ma le uniche che meritano una citazione (e devo fare fatica a districarmi, Like You Were Mine è una delle canzoni più brutte sentite ultimamente https://www.youtube.com/watch?v=ZEXOwEQxKE4 ) sono gli slow Better At Being Who I Am e High Noon Neon, che hanno perlomeno due melodie sufficientemente gradevoli, anche se gli arrangiamenti fanno acqua da tutte le parti. E’ inutile che Jason Aldean si faccia fotografare con la chitarra in mano ed in pose da cowboy maledetto e tormentato: è un fantoccio, e la sua musica è un’offesa per il vero country.

Marco Verdi

L’Altro Elvis: Un Ritorno Alla Forma Migliore Per Mr. McManus. Il Disco Pop Dell’Anno? Elvis Costello & The Imposters – Look Now

elvis costello look now

Elvis Costello & The Imposters – Look Now – Concord/Universal CD – Deluxe 2CD

Ho sempre seguito con simpatia ed interesse la carriera di Elvis Costello, uno dei pochi artisti a non soffrire di un calo di ispirazione durante gli anni ottanta, decade problematica per molti grandi musicisti della prima e seconda ora. Anzi, proprio nei “Big Eighties” Elvis (nato Declan Patrick Aloysius McManus) ha prodotto quelli che, insieme agli esordi della seconda metà dei settanta, sono da considerare i suoi album migliori, inclusi quelli che per il sottoscritto sono i suoi due capolavori assoluti: Imperial Bedroom e King Of America. Ma Costello è sempre stato uno che non si è mai adagiato sugli allori, anzi ha sempre fatto quello che ha voluto, anche a discapito delle vendite: infatti, dopo due deliziosi album pop a cavallo tra gli ottanta ed i novanta (Spike e Mighty Like A Rose), ha cominciato ad alternare dischi nel suo tipico stile ad altri più inattesi, e se alcune collaborazioni avevano una loro logica (come quelle con Burt Bacharach ed Allen Toussaint), altre erano decisamente più cerebrali ed ostiche, tipo quella con il Brodsky Quartet per The Juliet Letters o l’album For The Stars con il mezzo soprano svedese Anne Sophie Von Otter, o ancora l’opera classicheggiante Il Sogno (ma anche nel 1981 aveva dimostrato di fare il cavolo che gli pareva con lo splendido Almost Blue, un disco di puro country in un momento in cui il country non interessava a nessuno, e per di più in una nazione, l’Inghilterra, che non aveva mai amato questo genere tipicamente americano).

I primi anni duemila sono stati per il nostro un po’ altalenanti, in quanto ha alternato lavori ottimi (The Delivery Man, National Ransom), buoni (Secret, Profane & Sugarcane), ad altri incerti (il velleitario North ed il poco ispirato Momofuku), mentre nella decade attuale le cose stavano andando anche peggio, in quanto l’unico lavoro pubblicato da Elvis è stato Wise Up Ghost (2013), un lavoro pasticciato e bruttino in collaborazione con il gruppo hip hop The Roots (*NDB Però negli anni duemila il nostro amico ha realizzato uno show televisivo fantastico come https://discoclub.myblog.it/2010/04/20/elvis-costello-spectacle-season-1-5-dvd-box-set/.) Le mie aspettative per il nuovo CD di Costello, Look Now (dalla copertina orribile), non erano quindi altissime, e la mia sorpresa una volta ultimato l’ascolto è stata doppia, in quanto non solo mi sono trovato davanti ad un disco splendido, ma a mio parere uno tra i suoi più riusciti degli ultimi 25 anni, forse addirittura il suo migliore da Mighty Like A Rose (quindi 1991) in poi. Per l’occasione il nostro ha riformato gli Imposters (Davey Faragher al basso, Pete Thomas alla batteria e Steve Nieve alle tastiere), una sorta di evoluzione degli Attractions e sempre presente nei dischi migliori del nostro nel nuovo millennio, affiancandoli di volta in volta con una sezione di archi o fiati. Ed il risultato è un bellissimo disco di puro pop, proprio nella miglior tradizione dell’occhialuto musicista inglese: Costello per questo disco si è ispirato alle orchestrazioni di Phil Spector, ma lavorando con mano più leggera rispetto al mitico produttore americano, ed arrangiando con estrema finezza le varie canzoni, che anche a livello compositivo sono comparabili a quelle dei suoi album più celebrati.

Brani che si alternano tra pop, blue-eyed soul e rhythm’n’blues, con performance vitali ed energiche ed un suono davvero splendido, basato molto su ogni tipo di strumento a tastiera (pianoforti di vari generi, organo Hammond e Vox Continental, mellotron, celeste), suonati ovviamente per la maggior parte da Nieve ma pure da Costello stesso, che si occupa anche di tutte le parti di chitarra. Per l’occasione Elvis rispolvera anche la collaborazione a livello di scrittura con Burt Bacharach (in tre brani, due dei quali vedono anche il compositore americano intervenire al pianoforte) e ne inaugura una nuova con la grande Carole King, co-autrice di un pezzo (che pare i due abbiano impiegato vent’anni a terminare). L’album inizia benissimo con Under Lime, una deliziosa pop song dal leggero sapore soul, suonata in maniera potente e con reminiscenze anni sessanta: il miglior Costello, vicino ai più riusciti episodi dei suoi album del periodo classico, e brano giustamente scelto come primo singolo. Don’t Look Now è una gradevole e melodiosa slow ballad che è anche la prima di quelle scritte con Bacharach, suono asciutto e diretto, solo Elvis, Burt e gli Impostori; Burnt Sugar Is So Bitter è invece il pezzo composto con la King, uno squisito errebi, ritmato e vibrante, dalla melodia immediata ed un ottimo arrangiamento corale spolverato dai fiati: un altro potenziale singolo. Splendida Stripping Paper, una ballata pop tersa e dalla melodia notevole, che rimanda a certe cose di Imperial Bedroom, e con la chiara influenza dell’amico Paul McCartney; Unwanted Number è ancora pop-errebi di grande spessore, un brano coinvolgente e quasi perfetto nel suo arrangiamento anni settanta, e Nieve bravissimo al piano.

Con tutta la fiducia che potevo dare a Costello, un avvio del genere non me lo aspettavo. Bellissima anche I Let The Sun Go Down, una ballata nuovamente basata sul piano, con una sezione d’archi usata con grande finezza, un motivo toccante ed un corno francese a dare un sapore beatlesiano. La cadenzata Mr. And Mrs. Hush non scende dal treno dell’errebi bianco, e la sicurezza con cui Elvis affronta la materia lo fa sembrare un esperto del genere, Photographs Can Lie è il secondo brano che vede Bacharach nel doppio ruolo di co-autore e pianista, ed il pezzo sembra provenire di botto dalle sessions di Painted From Memory, ma con una freschezza nuova, mentre Dishonor The Stars, che vede solo Costello e gli Imposters, è l’ennesima bella canzone di un album sorprendente, con una strumentazione basata su piano, chitarre acustiche e delicati rintocchi di vibrafono. Suspect My Tears è una ballatona classica, forse l’unica con un’orchestrazione un po’ invadente e che la rende un po’ zuccherosa, ma Why Won’t Heaven Help Me? ha maggior forza e vigore pur restando nello stesso ambito pop-errebi; chiude il CD la tenue e raffinata He’s Given Me Things terzo ed ultimo dei brani scritti con Bacharach.

Esiste però una versione deluxe con un CD aggiunto, un EP della durata di un quarto d’ora intitolato Regarde Maintenant e comprendente quattro canzoni: la lenta e toccante Isabelle In Tears, solo Elvis e Nieve, la bizzarra ma gradevole Adieu Paris (L’Envie Des Etoiles), cantata un po’ in francese un po’ in inglese, l’immediata The Final Mrs. Curtain, puro e semplice pop, e l’orchestrale e quasi sinfonica You Shouldn’t Look At Me That Way. Un secondo dischetto discreto, che non aggiunge molto ad un album che andava già benissimo così. Sinceramente non pensavo che Elvis Costello avesse ancora nelle sue corde un disco della portata di questo Look Now: senza dubbio tra le sorprese più piacevoli di questo 2018.

Marco Verdi

Un Esaustivo Viaggio Attraverso La Carriera Solista Di Un Musicista Eccelso Ma Sottovalutato. Lindsey Buckingham – Solo Anthology

lindsey buckingham solo anthology

Lindsey Buckingham – Solo Anthology The Best Of – Rhino/Warner CD – 3CD – 6LP

La grandezza di Lindsey Buckingham, cantautore e chitarrista californiano, si può misurare anche dal fatto che, le due volte in cui è stato licenziato dal gruppo che gli ha dato la fama, i Fleetwood Mac (nel 1987 e pochi mesi fa), la band per sostituirlo ha dovuto chiamare in entrambi i casi ben due nuovi elementi, di cui uno più bravo come cantante e l’altro come chitarrista (Rick Vito e Billy Burnette prima, l’ex Crowded House Neil Finn e l’ex Heartbreakers Mike Campbell oggi). I Fleetwood Mac, almeno nella loro formazione più famosa, sono sempre stati il classico caso in cui la somma delle parti era superiore ai singoli elementi, e se la carriera solista di Stevie Nicks ha sempre avuto una buona esposizione mediatica, quella di Buckingham è sempre stata vista come di nicchia. Eppure nei Mac la mente, la forza trainante, l’autore migliore (nonché chitarrista strepitoso, anche sotto questo punto di vista spesso sottovalutato e regolarmente assente nelle classifiche di categoria) era proprio Lindsey, basti pensare che un disco come Tusk senza di lui non sarebbe potuto nascere: ora Buckingham si prende una parziale rivincita nei confronti degli ex compagni, ed immette sul mercato questa interessante Solo Anthology, che già dal titolo fa capire di cosa si tratta, una carrellata molto ben fatta del meglio dei suoi album lontano dal suo gruppo storico (non moltissimi, appena sei in quattro decadi, più la recente collaborazione con Christine McVie https://discoclub.myblog.it/2017/07/08/mancava-un-pezzo-per-fare-i-fleetwood-mac-di-nuovo-e-si-sente-lindsey-buckingham-christine-mcvie/ ), con dentro anche diverse chicche.

Lindsey è sempre stato un musicista raffinato, un architetto di suoni tra pop e rock come ce ne sono pochi in giro, ed anche nell’ambito della sua produzione da solista (ed intendo proprio da solo, raramente si fa aiutare da sessionmen esterni, e tra i pochi coinvolti ci sono gli amici Mick Fleetwood e John McVie, nonché Mitchell Froom) le belle canzoni non sono mai mancate. Solo Anthology esce in versione tripla, con i primi due CD che riassumono il meglio dei lavori in studio (40 canzoni in tutto), mentre il terzo, 13 brani, offre una panoramica dai suoi tre album dal vivo. La scelta è stata fatta da Lindsey stesso, e quindi è molto personale: lo splendido Out Of The Cradle, miglior pop album del 1992 per chi scrive, è stato giustamente incluso quasi interamente (ben 9 pezzi su 13), mentre per gli altri la scelta è stata più equilibrata, con l’unica eccezione del suo debutto Law And Order del 1981, dal quale è stata presa una sola canzone (anche il disco con la McVie è presente, ma anche qui con la miseria di un brano, mentre ancora nulla dal “mitico” Buckingham-Nicks, ad oggi mai stampato in CD); ci sono anche tre rari pezzi presi da colonne sonore, nonché due inediti assoluti, anche se non sono canzoni incise di recente, ma nel 2012. Anche il terzo dischetto, quello live, è interessante, in quanto include per la prima volta in versione fisica due pezzi presi da One Man Show, album dal vivo del 2012 pubblicato solo come download. Poco interessante la versione singola, in quanto omette sia i brani live che, soprattutto, gli inediti.

Il primo album Law And Order come dicevo è rappresentato solo da un pezzo, la gradevole e decisamente fruibile Trouble, che deve molto al suono dei Mac, mentre da Go Insane del 1985 Lindsay ha scelto cinque brani, tra cui l’orecchiabile title track e la gioiosa I Want You, un po’ inficiate da sonorità anni ottanta, e la suggestiva D.W. Suite. Di Out Of The Cradle ho già detto, un album di notevole livello, sicuramente la cosa più bella del nostro da Tusk in poi: dovrei citarle tutte, ma mi limito alla deliziosa Don’t Look Down, introdotta da uno strepitoso arpeggio chitarristico, la raffinata e soffusa Surrender The Rain, la solare e splendida Countdown, dalla contagiosa melodia influenzata dai Beach Boys, la vibrante e nervosa Doing What I Can, molto Fleetwood Mac (l’avrei vista bene come singolo del gruppo), e due brani che sfiorano la perfezione pop come Soul Drifter o You Do Or You Don’t. Un salto fino al 2006 per Under The Skin, un disco contraddistinto da sonorità acustiche ma con un livello compositivo inferiore al solito, dal quale però Lindsay sceglie ben cinque pezzi, più tre nella parte dal vivo: troppi per il sottoscritto, però salverei senz’altro la guizzante Show You How, piena delle tipiche sonorità stratificate del nostro, la gradevole ballata Cast Away Dreams (sul CD live), e soprattutto la toccante e melodicamente impeccabile Down On Rodeo, la migliore per distacco tra quelle tratte da quel disco. Sei brani sono presi dal più che buono Gift Of Screws, come la squisita Did You Miss Me, fresca pop song da canticchiare al primo ascolto, la bellissima Treason, dotata di una melodia splendida (una delle più belle del triplo) e la superlativa Love Runs Deeper, altro straordinario pezzo di puro pop, dal ritornello fantastico e grande assolo chitarristico finale.

Da Seeds We Sow (2011) ce ne sono ben sette, tra cui l’avvolgente Rock Away Blind, ricca di fascino e con un lavoro chitarristico incredibile, la mossa Illumination, dal refrain immediato, e l’acustica Stars Are Crazy, una cascata di note pure e cristalline. Detto dell’inclusione della godibile Sleeping Around The Corner da Buckingham-McVie (ce n’erano anche di migliori in quel disco), troviamo anche tre pezzi presi da colonne sonore, due dei quali da National Lampoon’s Vacation (il divertente rock’n’roll Holiday Road, presente anche nel CD live, e l’incantevole Dancin’ Across The USA, tra doo-wop e pop anni sessanta) ed una da Back To The Future, Time Bomb Town, una buona canzone sospesa tra rock, pop e funky. Last but not least, i due brani inediti: Hunger, brano pop limpido e diretto tipico del nostro, niente di nuovo ma fatto benissimo, e l’acustica Ride This Road, delicata e sussurrata folk ballad, eseguita al solito magistralmente. Il CD dal vivo è concepito come se fosse un concerto unico, con una lunga prima parte acustica (con o senza band) ed un travolgente finale all’insegna del rock. Lindsey conferma tutta la sua abilità come chitarrista anche nei brani con la spina staccata, con versioni molto diverse di brani tratti dagli album solisti (Trouble, una Go Insane quasi irriconoscibile, una limpida versione del traditional All My Sorrows, che era su Out Of The Cradle), pezzi dei Mac più o meno famosi (Bleed To Love Her, Never Going Back Again, una frenetica Big Love) e perfino una selezione da Buckingham-Nicks, il discreto strumentale Stephanie. Il finale elettrico è semplicemente grandioso: dopo una sorta di riscaldamento con la già citata Holiday Road, abbiamo una Tusk trascinante come non mai, ed un uno-due da k.o. con una sontuosa I’m So Afraid di otto minuti e la famosissima e coinvolgente Go Your Own Way, ambedue contraddistinte da prestazioni chitarristiche al limite dell’umano.

Una splendida antologia quindi, con dentro tanta grande musica e prestazioni strumentali da prendere come esempio: sarebbe ora che Lindsey Buckingham ottenesse i riconoscimenti che merita, anche al di fuori del gruppo che di recente lo ha inopinatamente messo alla porta senza troppi complimenti.

Marco Verdi

Fatica A Trovare Una Propria Strada. John Butler Trio – Home

john butler trio home

John Butler Trio – Home – Caroline/Universal

John Butler il chitarrista e cantante australiano festeggia quest’anno i 20 anni di attività discografica: tanto è passato dall’uscita del primo disco omonimo come solista targato 1998. Non ho seguito con costanza  i suoi album, ma alcuni non mi erano dispiaciuti, soprattutto quelli dal vivo, ma anche alcuni dei suoi album di studio, per esempio Three (che però era il secondo), con elementi roots-rock e anche country e bluegrass, e anche altri dischi della sua produzione, fino a Flesh And Blood del 2014, spesso anche con inserimento di elementi jam, folk e blues, grazie alla sua abilità con Weissenborn, lap steel, slide e solista tradizionale, un po’ nella vena sonora di gente come Ben Harper e Jack Johnson. Di tanto in tanto nei CD sono apparse anche “contenute” virate verso un suono più commerciale, per l’uso di produttori non proprio impeccabili e sulla nostra lunghezza d’onda, impegnati con Beastie Boys, Tone Lock o Mark Ronson. Questo nuovo album, o quantomeno uno dei singoli che lo ha preceduto, la tille-track Home segna una decisa sferzata verso un suono “elettronico” https://www.youtube.com/watch?v=9zhrpfEHvSE , e anche la traccia di apertura Tahitian Blue ha molti elementi di quel suono massificato ed omologato che impera oggi e su cui molti gruppi, anche validi ,come Mumford And Sons, Kings Of Leon, in parte i Decemberists, Arcade Fire e svariate altre band, si sono adagiati per una presunta voglia di cambiamento, presentata come la ricerca di sonorità nuove e più interessanti.

Sarà, ma i risultati mi sembra non coincidano più molto con i gusti dei vecchi fans ed appassionati in generale di buona musica: anche Butler mi pare si sia adeguato a questo tran tran da musica per spot pubblicitari, come dimostra l’altro singolo Wade In the Water, un po’ più rock e con la chitarra che cerca di farsi largo, a fatica, tra percussioni e tastiere stratificate, grooves reiterati e radiofonici. Andando a cercare si trova qualche brano migliore, dal country-blues con uso di banjo di Just Call, che dopo un inizio promettente si perde in sonorità becere e ritornelli scontati; insomma anche con tutta la buona volontà del San Tommaso trovo difficile trovare brani da salvare, c’è qualche traccia che magari a tutto volume sulle highways australiane potrebbe essere piacevole come Running Away, quando nella parte strumentale Butler toglie il freno a mano e lascia la mano libera di scorrere sulle corde della sua solista. O nella romantica hard ballad Miss YourLove che poi si perde subito in uno “zuccherificio” di buoni  sentimenti.

Salverei alla fine giusto la lunga Faith, tra folk, rock e stile da cantautore classico, che con la sua chitarra arpeggiata e qualche falsetto giudizioso si riallaccia allo stile dei vecchi dischi e pure Coffee Methadone And Cigarettes indica che volendo John Butler è in grado di realizzare ancora buona musica, come conferma questa dolente ballata di eccellente fattura, percorsa da un raffinato spirito elettroacustico dove le chitarre sono usate con classe ed eccellenti risultati complessivi, senza dimenticare anche il buon country-roots della dondolante Tell Me Why, un trittico di canzoni che magari non è sufficiente a salvare l’album ma indica che il nostro amico non ha perso del tutto il suo tocco. Brown Eyed Bird ritorna al connubio tra elettronica, chitarre acustiche e melodie non memorabili e anche You Don’t Have To Be Angry Anymore fatica a raggiungere la sufficienza, con We Want More, che nonostante l’acustica in vena di flamenco, è ancora sull’orlo della tamarrata. Poche luci e molte ombre, visto che il talento non manca  speriamo per il prossimo disco, ma ho dei seri dubbi.

Bruno Conti