Carole King, The Queen Of Classic Pop: Una Breve Cronistoria, Prima Parte.

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Carole Joan Klein, nasce a New York, anzi proprio a Manhattan, da una famiglia di origini ebree, il 9 febbraio del 1942: durante gli anni al Queens College (un nome, un destino) incontra Gerry Goffin, che nell’agosto del 1959 sposerà a Long Island in una cerimonia ebraica, in quanto Carole era già incinta della prima figlia Louise. Nel frattempo i due avevano iniziato a scrivere canzoni insieme, in serata, quando erano terminati gli impegni di lavoro, avendo entrambi abbandonato il college per intraprendere la vita coniugale. Ma la King era una predestinata, aveva già frequentato il mondo musicale, quando era alle scuole superiori uno dei suoi primi fidanzati dell’epoca era stato Neil Sedaka, che proprio nel 1959 ebbe un clamoroso successo con Oh, Carol, per il quale Goffin, sulla stessa melodia, scrisse una canzone di risposta (ai tempi usava) Oh Neil,  cantata dalla King, che però non fu un successo, come neppure il lato B scritto insieme, A Very Special Boy, il secondo singolo ad uscire. I due ci misero poco ad aggiustare l’intesa musicale e già nel 1960 scrissero insieme (lei la musica e lui i testi, questa la formula) Will You Still Love Me Tomorrow?, un mega successo per le Shirelles, il primo brano di un gruppo femminile nero ad arrivare al n°1 delle classifiche, con il risultato che entrambi lasciarono il loro lavoro giornaliero per dedicarsi a tempo pieno alla musica, diventando una delle coppie di maggior successo durante

Gli Anni Del Brill Building 1960-1968

I brani scritti in coppia come Goffin-King, tra il 1960 e il 1968, anno in cui si lasceranno e divorzieranno, furono una infinità, ma almeno una cinquantina entrarono nella top 100 (e per Carole KIng, da sola o in coppia, fino al 1999, furono addirittura 118! Per cui il titolo dell’articolo è più che giustificato). Vediamo alcuni dei titoli più celebri o significativi scegliendo anche tra quelli più belli, magari incisi in seguito anche dalla nostra amica: Some Kind Of Wonderful, sempre del 1960, per i Drifters, ma poi anche in una bellissima versione di Marvin Gaye fu incisa pure da Carole King, come sarà per Will You Still Love Me Tomorrow. Nel 1961 Chains per i Cookies, ma anche i Beatles nel 1963 e la sua versione nel 1980; The Loco-Motion per Little Eva, e nell’album Pearls,  appunto del 1980. Nel 1962 Up On The Roof ancora con per i Drifters, poi su Writer il debutto solista del 1970 e incisa anche dalla “rivale” Laura Nyro lo stesso anno. Nel 1963 Hey Girl per Freddie Scott, ma soprattutto One Fine Day per le Chiffons, entrambe riprese nel disco del 1980. Nel 1965 Goffin e King scrivono anche alcuni brani con Phil Spector e lo stesso anno la splendida Don’t Bring Me Down per gli Animals (la faceva anche Tom Petty). Goin’ Back del 1966 per Dusty Springfield, ma come dimenticare la versione dei Byrds, e la stessa Carole l’ha incisa due volte, la stupenda (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, insuperata nella versione di Aretha Franklin, e poi apparsa su Tapestry

e infine nel 1968 I Wasn’t Born to Follow per i Byrds, che apparirà anche nel disco dei

The City –  Now That Everything’s Been Said – 1968 Ode – ***1/2

the city now that everything's been said

Un trio con il futuro secondo marito, il bassista Charles Larkey e con Danny Kortchmar alla chitarra, oltre naturalmente a Carole King alle tastiere e alla voce, e con “l’ospite” Jim Gordon alla batteria. Un disco che non ebbe successo, sia per la riluttanza della King ad andare in tour, sia perché l’album andò fuori catalogo velocemente a causa di un cambio di distribuzione. Ma comunque giustamente rivalutato quando è stato pubblicato in CD, prima nel 1999 e poi dalla Light In The Attic nel 2015: molti dei brani portano ancora la firma Goffin e King, ma al di là della bellissima I Wasn’t Born To Follow è tutto l’album nell’insieme che per certi versi anticipa l’avvento della musica Westcoastiana. Anche perché nel frattempo Carole, nel 1967, si era trasferita a Los Angeles, nella zona del Laurel Canyon, dove aveva incontrato i primi praticanti di quello stile, altri spiriti affini, e alcune canzoni  del disco furono incise dai Monkees (la deliziosa A Man Without A Dream cantata da “Kootch” Kortchmar) , Blood, Sweat & Tears (la bellissima Hi-De-Ho)-, American Spring (la mossa title track, puro Carole King sound) e il brano dei Byrds fu usato anche nella colonna sonora di Easy Rider.

Lei, che anche in seguito non è mai stata considera una grande cantante, usa comunque alla perfezione quella sua voce unica e particolare, che l’ha resa una delle più grandi cantautrici americane di tutti i tempi. Pezzi come Snow Queen, una bellissima pop ballad o un paio di duetti con Kortchmar mostrano già il suo stile perfettamente formato e fanno da prodromo alla imminente carriera solista, che come in molti altri casi raggiungerà le sue vette nei primi cinque o sei album, quelli usciti tra il 1970 e il 1974.

The  Ode Years 1970-1974

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Writer – 1970 Ode/Epic – ***1/2

Pubblicato nel maggio del 1970, Writer presenta 12 brani, ancora tutti a firma Goffin/King, a parte due canzoni con i testi di Toni Stern, e ci sono le nuove versioni ricordate poc’anzi di Goin’ Back e Up On The Roof. Il disco è prodotto da John Fishbach,  ingegnere e musicista, che suona anche il moog nell’album; Charles Larkey, marito di Carole e Danny Kortchmar, rimangono rispettivamente a basso e chitarra come nel disco dei The City.  James Taylor è presente alla chitarra acustica e alle armonie vocali, mentre Joel O’Brien alla batteria e Ralph Schuckett all’organo completano l’organico. Come per Now That Everything’s Been Said siamo di fronte ad un ottimo album, che precede di pochi mesi quello che sarà un capolavoro assoluto del “rock”.

Lo stile del disco, che poi rimarrà costante per la intera carriera della King, sta in quel giusto equilibrio tra soft rock e pop raffinato, come esplicato nella vibrante Spaceship Races, nella splendida ballata errebì No Easy Down, in un’altra piano ballad come Child Of Mine, nel country-rock delicato in puro stile West Coast di To Love o in What Have You Got To Lose dove le chitarre acustiche si inseguono e il gusto di Carole per le melodie e le intricate armonie vocali regna sovrano., ma niente male anche la jazzata Raspberry Jam e il gospel-rock di Sweet Sweetheart. Se poi non avesse sette/otto mesi  dopo pubblicato il suo capolavoro, sarebbe ricordato comunque come un ottimo album, quale è.

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Tapestry – 1971 Ode/Epic – *****

Registrato a gennaio agli A&M Studios di Hollywood, pubblicato a Febbraio, con la produzione di Lou Adler, l’uomo alle spalle della carriera dei Mamas And Papas, che chiama a raccolta la crema della musica californiana: sono della partita Joni Mitchell e di nuovo James Taylor, le coriste Merry Clayton e Julia Tillman, con Larkey, Schuckett, O’Brien e Kootch Kortchmar sempre al loro posto più bravi che mai, con l’aggiunta di Russ Kunkel alla batteria e di Curtis Amy, Terry King e Barry Socher ai fiati, oltre ad un quartetto di archi. Ci sarà un motivo se il disco ha vinto 4 Grammy l’anno successivo tra cui Album dell’Anno, ha venduto complessivamente 10 milioni di copie negli USA e 25 nel mondo? Si, perché è praticamente perfetto: una sequenza di brani magnifici, uno in fila all’altro, che sentiti ancora oggi a quasi 50 anni dall’uscita non hanno perduto un briciolo della loro magnificenza.

Una ispiratissima Carole King questa volta firma da sola (quindi parole e musica) quasi tutte le canzoni, con l’eccezione di Will You Love Me Tomorrow, il famoso pazzo scritto con il marito Gerry per le Shirelles, bellissima anche nella versione di Carole, e Smackwater Jack un’altra composizione Goffin/King che sarà il secondo singolo estratto dall’album, una sorta si shuffle uptempo, mosso e coinvolgente, con un grande lavoro del dancing bass di Larkey, grande musicista sottovalutato rispetto agli ottimi Schuckett e Kortchmar, e splendidi gli interscambi vocali con Merry Clayton. (You Make Me Feel Like) A Natural Woman scritta da Goffin e King insieme a Jerry Wexler per Aretha Franklin è una ballata pianistica talmente bella che non si poteva evitare di inserirla nel disco, la versione della Queen Of Soul è insuperabile, ma anche Carole King a livello emotivo e pianistico ci mette del suo e il risultato è superbo.

Saltando qui e là ci sono altre due canzoni scritte con Toni Stern: It’s Too Late che raggiunse il primo posto delle classifiche dei singoli nell’aprile 1971 è un’altra di quelle ballate dolenti in cui eccelle la nostra amica, un ritornello cantabile e un lavoro eccellente di tutta la band con l’interscambio delizioso tra la chitarre di Kortchmar e il sax di Curtis Amy, senza dimenticare il piano, l’altro brano firmato con la Stern è Where You Lead, sempre ricca di nuances tra soul e R&B con le avvolgenti armonie di Clayton e Tillman a decorare la voce partecipe della King, in grande spolvero. Rimangono le sette canzoni scritte in solitaria dalla King e sono una più bella dell’altra:

I Feel The Earth Move dà proprio l’impressione, con la sua andatura incalzante e quel pianoforte dal ritmo pressante, di un terremoto sonoro in arrivo, grande brano, e che dire di So Far Away, altra ballata sublime, con la chitarra acustica di James Taylor, e il flauto di Amy a sottolineare l’interpretazione superba della King, sia a livello vocale che per il lavoro del piano, senza dimenticare Kunkel alla batteria e Larkey al basso. Home Again è un’altra perla intima del songbook della cantante newyorchese, un altro brano splendido con il piano a cesellare le note, mentre acustica e ritmica pensano a colorare il suono, Beautiful è viceversa uno dei brani ottimisti e gioiosi, in questa alternanza di temi sonori e tempi musicali, comunque bellissima, seguita giustamente da una canzone più intima e raccolta come Way Over Yonder, con qualche retrogusto jazzato grazie al solito lavoro sofisticato delle “coriste” (anche se è riduttivo chiamarle così) e all’assolo di sax di Amy.

You’ve Got A Friend è uno degli inni universali dedicati all’amicizia più famosi di tutti i tempi, ha pure una bellissima melodia, con gli archi incombenti, il pianoforte accarezzato voluttuosamente, e le armonie vocali di Joni Mitchell e James Taylor, che pubblicherà la sua versione appena un paio di mesi dopo su Mud Slide Slim. Aggiungiamo la title track Tapestry un’altra sontuosa ballata pianistica che certifica le bellezza di questo album impeccabile. Che in CD è uscito in molte versioni: se trovate quella Legacy doppia uscita nel 2008 avete fatto tombola, nel secondo dischetto ci sono versioni dal vivo registrate tra il 1973 e il 1976 di tutti i brani di Tapestry meno uno. Imperdibile, non si può non avere!

Fine prima parte.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Se La Musica E’ Bella Che Importa Se E’ Datata? The Mamas And The Papas – The Complete Singles: 50th Anniversary Collection

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The Mamas And The Papas – The Complete Singles: 50th Anniversary Collection – Real Gone/Universal 2CD

The Mamas And The Papas, per chiamarli con il loro nome completo, uno dei gruppi cardine del cosiddetto movimento hippy della seconda metà degli anni sessanta, e tra i principali esponenti della Summer Of Love, sono stati negli anni il soggetto per innumerevoli antologie, la migliore delle quali è senza dubbio il box quadruplo, intitolato appunto Complete Anthology, uscito nel 2004.

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Questo doppio CD da poco uscito per la Real Gone, intitolato The Complete Singles (che celebra i 50 anni dalla nascita del quartetto), si piazza però subito dietro: esso ripercorre, come suggerisce il titolo, la carriera del gruppo guidato da John Phillips prendendo in esame i brani usciti su 45 giri, comprendendo anche i lati B (alcuni di essi mai usciti su CD prima d’ora), ed aggiungendo anche i rari singoli da solista di tre dei quattro membri della band, il tutto presentato nell’ormai introvabile missaggio in mono, tranne cinque pezzi, (*NDB, ma io preferisco quello stereo, vedi e senti il video sotto) per un totale di ben 53 canzoni. I Mamas & Papas, che oltre a Phillips (songwriter principale, ed autore tra l’altro anche dell’inno hippy San Francisco di Scott McKenzie   https://www.youtube.com/watch?v=i9xVMjjjg0Ued organizzatore del primo festival rock della storia, quello di Monterey) erano formati dalla bellissima Michelle Gilliam-Phillips (seconda moglie di John), la monumentale (in tutti i sensi) “Mama” Cass Elliott e da Denny Doherty, hanno legato il loro nome a doppio filo al loro più grande successo, quella California Dreamin’ per la quale non è esagerato parlare di canzone simbolo di un’epoca, ma, come dimostra questa antologia, la bravura del quartetto nel coniugare folk, pop e rock con uno squisito gusto melodico e splendide armonie vocali (unita alla sapiente produzione del grande Lou Adler) andava ben oltre quel singolo brano.

Il primo CD prende in esame il periodo d’oro della band, quello dal 1965 al 1968, anno in cui si separarono, pare soprattutto per problemi familiari tra John e Michelle, che infatti divorziarono (sembra che alla bionda cantante piacesse, per così dire, mettere in pratica le teorie dell’amore libero – si narra di storie con lo stesso Doherty e con l’ex Byrd Gene Clark – ma che John non approvasse molto): a noi però interessa la musica, è qui ce n’è di bellissima, anche se in certi punti gli arrangiamenti possono suonare un tantino fuori moda; ad accompagnare i quattro ci sono fior di musicisti, come P.F. Sloan, Hal Blaine, Joe Osborn, lo straordinario pianista Larry Knetchel e Jim Horn.

Già l’iniziale Go Where You Gonna Go, fresca ed estremamente orecchiabile, fa capire che i nostri non perdevano tempo, ed infatti la terza e la quarta canzone sono già i loro due più grandi hits, cioè appunto California Dreamin’ e Monday Monday (che inizialmente ebbe anche più successo della precedente https://www.youtube.com/watch?v=h81Ojd3d2rY ); ma poi abbiamo anche l’irresistibile I Saw Her Again, tra Beatles e Beach Boys https://www.youtube.com/watch?v=9zBMK5OAGyE , la languida Look Through My Window, la bizzarra ma divertente Once Was A Time I Thought (uno scioglilingua più che una canzone), la strepitosa Words Of Love, tra rock e vaudeville https://www.youtube.com/watch?v=OouK3QOzW6Q  (seguita dal suo lato B, una brillante versione di Dancing In The Streets di Martha & The Vandellas), l’eterea Dedicated To The One I Love https://www.youtube.com/watch?v=4M7gKZqgHn4 , la deliziosa ed autoironica (“no one’s getting fat except Mama Cass”) Creeque Alley, altro grande successo del quartetto.

Ma poi come non citare anche Did You Ever Want To Cry, dall’andamento quasi dixieland, la quasi spectoriana Twelve Thirty, la diretta e fluida Hey Girl, la sinuosa e bucolica Dancing Bear, una squisita versione dell’evergreen Dream A Little Dream Of Me, con Mama Cass perfetta alla voce solista https://www.youtube.com/watch?v=ajwnmkEqYpo , per finire con Strange Young Girls, uno splendido folk dal sapore tradizionale inglese, che li fa sembrare più vicini ai Pentangle che alle loro abituali sonorità californiane.

Sul secondo CD troviamo l’ultimo singolo prima del breakup (due buone cover di Do You Wanna Dance di Bobby Freeman e di My Girl dei Temptations) e l’unico tratto dal loro poco riuscito comeback album del 1971, People Like Us, con Step Out e Shooting Star, due pezzi che risentono di uno stile un po’ leccato e troppo commerciale, poco adatto al gruppo. Poi, come già accennato, ci si concentra sui brani solisti usciti nel periodo dopo la prima separazione (1968-1971) di tre quarti della band (Michelle in quel periodo farà solo da corista on stage per Leonard Cohen nel 1970 e poi si dedicherà quasi totalmente alla carriera cinematografica), con Mama Cass che fa la parte del leone con ben sedici pezzi, tutti piuttosto gradevoli e non molto distanti dallo stile della sua ex band, anche se manca la penna di Phillips (Move A Little Closer, Baby ricorda un po’ gli Abba qualche anno prima della loro nascita): c’è anche Make Your Own Kind Of Music, peraltro molto bella, tornata di recente alla ribalta in quanto contenuta in alcuni episodi della popolare serie televisiva Lost https://www.youtube.com/watch?v=PEQxEJ5_5zA . Per finire abbiamo due brani del mitico primo album solista di John Phillips, ed unico pubblicato in vita, John, The Wolfking Of L.A. (uno dei miei cinque dischi da isola deserta), la vivace Mississippi e la sublime April Anne (ma anche Topanga Canyon era un pezzo da novanta), e quattro pezzi del 1971 di Doherty, tutti piuttosto gradevoli e countryeggianti, nel pieno spirito country-rock californiano che da lì ad un anno vedrà esordire gli Eagles (ed il produttore di queste quattro canzoni è Bill Szymczyk – cambiare cognome no? – che più avanti legherà il suo nome proprio alle Aquile).

Da lì in poi le strade dei quattro si incontreranno solo saltuariamente: Mama Cass morirà tragicamente d’infarto nel 1974, Michelle (l’unica ancora in vita) sposerà l’attore Dennis Hopper (il secondo di cinque mariti), proseguendo la carriera di attrice e pubblicando un unico album nel 1977, John inciderà ancora (ma tutti lavori che verranno pubblicati dopo la morte avvenuta nel 2001), tenterà di rivitalizzare la vecchia band negli anni ottanta per alcuni tour (con solo lui e Doherty come membri originali) e rimarrà invischiato in brutte storie di droga ed addirittura incesto con la figlia avuta dalla prima moglie, mentre Doherty sparirà un po’ dai radar, fino alla morte per aneurisma avvenuta nel 2007.

Ma a me piace ricordarli quando erano giovani ed attivi, e The Complete Singles è il modo migliore per farlo.

Marco Verdi

Che Voce!! Merry Clayton – Gimme Shelter

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Merry Clayton – Gimme Shelter – Repertoire Records/Ird

O per meglio dire, ragazzi c…o che voce! Finalmente sono uscite le ristampe dei due album di Merry Clayton per la Repertoire. Oggi ho fatto in tempo a sentire bene il primo e ve ne parlo. Avrei potuto parlarvi del Box di Bruce Springsteen (che bello!) ma ovviamente 3 CD e e 3 DVD richiedono il giusto tempo di ascolto quindi rinviamo alla settimana prossima. Potrei dirvi che anche Uncut ha incensato la ristampa del disco di Jim Sullivan U.F.O. di cui vi ho parlato ieri, (addirittura 5 stellette) e io per correttezza ve ne riferisco anche se non condivido completamente, continuo a pensare che sia un buon disco e ve ne ho parlato brano per brano ma non si sembra questo capolavoro assoluto.

Neppure questo Gimme Shelter di Merry Clayton rientra nella categoria dei capolavori assoluti ma lei ha una voce straordinaria, questo sì, assolutamente da conoscere, o meglio tutti la conoscono per quella performance straordinaria del brano che dà il titolo a questo album e che appariva in origine in Let It Bleed degli Stones, primo brano Lato A del vinile originale.

L’idea di usare una voce femminile per contrastare quella di Mick Jagger fu del produttore originale Jimmy Miller e Jagger ne ha sempre riconosciuto i meriti: il risultato finale è fantastico, ma i due non si sono nemmeno visti, gli Stones hanno registrato il brano nel marzo del 1969 agli Olympic Studios di Londra mentre la Clayton ha aggiunto la sua parte a Los Angeles qualche mese dopo. Ma il risultato è comunque esplosivo. Due curiosità note ma è giusto ricordarle: nella prima versione dell’album il brano era riportato come Gimmie Shelter e la vocalist era accreditata come Mary Clayton.

Quindi per dare a Merry quello che è di Merry precisiamo: fu chiamata Merry Clayton perché era nata il giorno di Natale, per la precisione il 25 dicembre del 1948 a Gert Town, New Orleans, Louisiana (terra magica per la musica). Il suo esordio avviene a soli 14 anni, nel 1962, quando debutta con il grande Bobby Darin nel brano Who Can I Count?, in quegli anni registra anche una delle prime versioni di The Shoop Shoop Song che poi sarebbe stata un successo per Betty Everett e, in anni più recenti, per Cher. Negli anni ’60 è una delle Raelettes, quelle straordinarie voci femminili che accompagnavano le esibizioni di Ray Charles ma ha cantato anche con Elvis Presley, il già citato Bobby Darin, Joe Cocker, Phil Ochs, Tom Jones, Neil Young e Carole King, caspiterina!

Sulla scia della fama generata dall’apparizione con gli Stones, Lou Adler, una delle grandi figure della musica americana, fondatore della Ode Records (l’etichetta di Carole King), manager di Jan & Dean, Herb Alpert, Sam Cooke, PF Sloan ma soprattutto i Mamas and Papas insieme ai quali organizzò il Festival di Monterey, questo personaggio decide di mettere sotto contratto e produrre anche Merry Clayton e questo Gimme Shelter sarà il suo disco di esordio nel 1970.

Per essere onesti il brano non è neppure il primo nella track list, più modestamente era il quinto brano nel vinile originale (che mi ricordavo, vagamente, meno bello di quello che si sembra oggi). La Repertoire ha fatto un ottimo lavoro, il disco ha un suono pimpante, la voce schizza fuori dalle casse dell’impianto con grande impeto e gli strumentisti sono ben evidenziati nel nuovo mixaggio: d’altronde, tanto per non fare nomi), oltre a 5 chitarristi, vi ricordo che alle tastiere ci sono Joe Sample e Billy Preston, e alle percussioni King Errison e Victor Feldman.

Anche la scelta dei brani, per usare un eufemismo, “non è malaccio”: a partire da una deliziosa Country Road di James Taylor dove una sezione di fiati e delle voci femminili fantastiche (non accreditate) sostengono una versione supersoul del brano con la voce della Clayton che non ha nulla da invidiare alle grandi vocalist del periodo ( i nomi che state pensando vanno benissimo!). Ottima anche la cover di Tell All The People un brano “minore” dei Doors firmato da Robbie Krieger, minore ma gran musica con l’organo di Billy Preston che trasforma il brano originale in una ballata mid-tempo di grande intensità quasi gospel. Togliete il quasi è avrete una versione di Bridge Over Troubled Water di Simon & Garfunkel che rivaleggia in intensità con quella di Aretha Franklin (e non sono sicuro chi l’ha registrata per prima),la voce di Merry Clayton dopo una partenza molto misurata si avvia in un crescendo inarrestabile verso vette vocali incredibili, probabilmente superando anche i suoi limiti, ad un certo punto mi sembra che la sua voce, come succede nella Gimme Shelter degli Stones, spinta oltre le sue capacità si spezzi e si strangoli creando un momento di grande intensità vocale come solo la grande musica sa fare.

I’ve Got A Life dopo cotanto inizio pare un brano quasi normale ma in pratica è una notevole canzone firmata dal trio Redo/Ragin/MacDermott (ma chi cazzarola compila le note dei dischi, un cretino? Per la cronaca sarebbero, Rado – Ragni – MacDermott quelli che hanno scritto Hair!). La versione di Gimme Shelter non può ovviamente competere con l’originale dei Rolling Stones che rimane uno dei loro pezzi più belli e una delle canzoni più trascinanti della storia della musica, ma Clayton & Co con fiati a iosa, chitarre a profusione, voci femminili di supporto, una sezione ritmica in overdrive e una grande performance vocale cercano di rendere giustizia nel modo migliore a questo brano, quasi riuscendoci, grande intensità per un brano scritto in piena guerra del Vietnam.

Here Comes Those Heartaches Again è quasi un anti-climax dopo tanta energia, ma in effetti si tratta di un altro ottimo brano gospel scritto da James Cleveland che qui diventa una bella ballata soul. Forget It I Got It era una brano firmato da Gary Wright e Jimmy Miller che appariva nel disco di debutto degli Spooky Tooth, qui diventa una scatenato errebì che non avrebbe sfigurato in un disco di Sam & Dave, mentre You’ve Been Acting Strange è un altro bel pezzo soul originale scritto da Billy Preston che consente qualche “urletto di genere” da parte di Merry Clayton. Che firma con lo stesso Preston una intensa e bluesata I Ain’t Gonna Worry My Life Away, che dà l’opportunita di godersi ancora una volta la sua bellissima voce. Good Girls è un brano piacevole ma interlocutorio, ancora del sano R&B ma la conclusione, a sorpresa, è affidata a un brano poco noto dal repertorio di Van Morrison Glad Tidings che era in origine su Moondance che come sapete è uscito proprio nel 1970 e non aveva un brano scarso neanche a cercarlo col lanternino, quindi non aggiungo altro.

Bella confezione in digipack, libretto con note curate dal mitico Chris Welch, il leggendario direttore del Melody Maker, bella musica, cosa desiderare di più?

Bruno Conti