Dagli Archivi Senza Fine A Luglio Un Nuovo Capitolo Della Saga. Rolling Stones – From The Vault: No Security – San Jose ’99

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Rolling Stones – From The Vault: No Security San Jose ’99 – 2CD + DVD Eagle Rock/Universal 13-07-2018

Arriva l’estate e arrivano i soliti dischi di archivio dei Rolling Stones: questo dovrebbe essere il settimo capitolo della serie From The Vault, dopo quello dello scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/10/13/un-altro-live-degli-stones-ebbene-si-e-anche-questo-e-imperdibile-the-rolling-stones-sticky-fingers-live-at-fonda-theatre-2015/ uscito a settembre. Il formato è il solito, 2 CD + DVD, ma c’è anche il triplo vinile e il combo Blu-ray + 2 CD, disponibile solo per il mercato americano. Come ci ricorda il titolo, siamo nel 1999, durante il No Security Tour, che durò “solo” da gennaio a giugno, e la cui parte americana si concluse proprio con la tappa di San Jose in California. Il tour serviva per promuovere il doppio CD No Security, uscito a novembre 1998 che, per confondere le idee, conteneva registrazioni del Bridges To Babylon Tour del 1997/1998. La formazione allargata degli Stones, per la data immortalata in questo live, prevedeva accanto agli inossidabili Mick Jagger (vocals, guitar, harmonica); Keith Richards (guitar, vocals); Charlie Watts (drums); Ronnie Wood (guitar)
come membri onorari aggiunti Darryl Jones (bass, backing vocals); Chuck Leavell (keyboards, backing vocals); Bobby Keys (saxophone); Tim Ries (saxophone, keyboards); Michael Davis (trombone); Kent Smith (trumpet); Lisa Fischer (backing vocals); Bernard Fowler (backing vocals, percussion); Blondie Chaplin (backing vocals, percussion, acoustic guitar).

Ecco la tracking list completa dei contenuti:

DVD Track Listing
(CD 1)
1. Jumpin’ Jack Flash
2. Bitch
3. You Got Me Rocking
4. Respectable
5. Honky Tonk Women
6. I Got The Blues
7. Saint Of Me
8. Some Girls
9. Paint It Black
10. You Got The Silver
11. Before They Make Me Run
(CD 2)
12. Out Of Control
13. Route 66
14. Get Off Of My Cloud
15. Midnight Rambler
16. Tumbling Dice
17. It’s Only Rock ‘n’ Roll (But I Like It)
18. Start Me Up
19. Brown Sugar
20. Sympathy For The Devil

Inutile dire che gli Stones in quel periodo erano in gran forma: ma quando non lo sono stati nei tour degli ultimi venticinque anni? Al solito, recensione a luglio quando verrà pubblicato il concerto.

Bruno Conti

“Perle” Di Una Carriera Di Culto, Ri(suonate) Dal Vivo. Sophia – As We Make Our Way The Live Recordings

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Sophia – As We Make Our Way (The Live Recordings) – 3 CD Flower Shop Recordings Limited Edition

Per dovere di informazione, lo dico subito e lo ammetto, per quanto riguarda i giudizi sui Sophia (come pure per altri artisti) sono di parte, in quanto sin dai primi vagiti dei God Machine, ho amato la voce particolare di Robin Proper-Sheppard, e questo amore nel tempo non mi ha mai lasciato. Questo cofanetto cartonato (a tiratura limitata e numerata, uscito qualche mese fa in 1000 copie, e venduto solo sul loro sito o Bandcamp e ai concerti) è composto da 3 CD, in cui le prime dieci tracce sono l’insieme dei brani dell’ultimo lavoro in studio As We Make Our Way https://discoclub.myblog.it/2016/04/22/musica-malinconica-sophia-as-we-make-our-way-unknown-harbours/ , con le restanti quindici canzoni (distribuite su 2 CD) che vengono recuperate dal catalogo passato dei Sophia, con la maggior parte dei brani, se possibile, ulteriormente migliorati, tutti registrati durante l’ultimo tour della band (durato all’incirca un paio d’anni), e che ha toccato mezza Europa, a partire da piazze piccole come Gand, Bruges, Lucerna, Groningen, Utrech, Le Mans, ma anche capitali e città importanti come Stoccolma, Bruxelles, Colonia, e Roma (quest’ultimo tenuto il 9/11/2016 al Monk).

I Sophia, la sera del 24 Marzo 2017 salgono sul palco di Gand con la consueta formazione composta dall’indiscusso leader Robin Proper-Sheppard alla chitarra e voce, da Jesse Maes alle chitarre, Bert Vliegen alle tastiere, Sander Verstraete al basso, e Jeff Townsin alla batteria e percussioni, e non potevano che iniziare con le note pianistiche e ossessive di Unknown Harbours, mentre la seguente Resisting viene riproposta in una versione più cruda e lacerante, per poi passare a melodiche ballate come The Drifter, e una struggente Don’t Ask, accompagnata da una batteria “spazzolata”. Si prosegue con Blame, che a differenza della versione in studio, diventa una melodia più tenera e lievemente meno “psichedelica”, seguita dalla sempre solare California (che mi ricorda il suono dei Low), per poi amplificare il suono delle chitarre nell’alt-rock di The Hustle, e mettere i synth in primo piano di una tambureggiante  You Say It’s Alright, cantata coralmente. Il set si chiude con l’acustica e minimale Baby, Hold On, e il meraviglioso duetto tra chitarra e pianoforte della struggente e evocativa It’s Easy To Be Lonely.

Il secondo CD si apre con uno dei brani di punta del loro splendido album d’esordio Fixed Water (96), una perfetta ballata d’atmosfera come So Slow, che viene bissata dalla lentissima e struggente If Only, recuperata da The Infinite Circle (98), cambiando rotta con la seguente Oh My Love, (era il brano di apertura di People Are Like Season (04), una moderna power-pop song con un basso che pompa alla God Machine. There Are No Goodbyes dall’album omonimo del ’09, invece diventa un brano più dolce e malinconico, mentre The Desert Song N° 2 e Darkness estratte sempre da People Are Like Season, mantengono una piacevole e rumorosa elettricità (figlia degli anni ’80), andando a chiudere il secondo set con il classico The River Song, recuperato dai solchi virtuali meravigliosi di De Nachten (01), una raccolta di materiale live (dove trovate anche la stratosferica The Sea, e la cover di Jealous Guy di John Lennon non presenti nel triplo). Il terzo e ultimo CD si apre nuovamente con due brani tratti dal citato Fixed Water: prima la leggerezza di una ballata come Last Night I Had A Dream, e a seguire il pop romantico di una sempre gradevole Another Friend, per poi riproporre sempre da De Nachten altre tre perle, la pianistica e sognante Ship In The Sand, una tesa murder ballad alla Nick Cave, come pure la funerea Bad Man, e una dolce ballad tipicamente alla Sophia con crescendo I Left You. Ci si avvia alla fine con uno dei brani principali di There Are No Goodbyes (09), una versione per certi versi migliorativa e definitiva di Razorblades, con una strumentazione molto più forte, complessa e piena dell’originale, e per chiudere il cerchio, quasi come da titolo, sempre da The Infinite Circle, ci propongono la bellezza abrasiva di Bastards, che inizia in modo quasi silenzioso e poi si sviluppa nel crescendo di un canto arrabbiato, destinato a deliziare il pubblico romano, con il brano  Directionless, arrangiato su un tessuto acustico dove il piano e il controcanto sussurrato di Robin Proper-Sheppard chiudono un concerto magnifico.

Ho sempre pensato che i Sophia fossero un gruppo che trae dalla sofferenze la propria forza, anche per la loro storia personale che si trascina dalla scomparsa del chitarrista Jimmy Fernandez dai tempi dei God Machine, e che coinvolge in primis il leader Robin Proper-Sheppard: in effetti questo As We Make Our Way (The Live Recordings), è l’ennesima conferma di come un live set decisamente sopra la media, e dove trovano spazio come sempre ballate stupende che sanguinano e rapiscono il cuore dell’ascoltatore, possano confermare Proper-Sheppard  autore di vaglia, dalla voce sofferta e malinconica, nonché personaggio di grande carisma.Quindi a riconciliare vecchi e potenziali nuovi ascoltatori dei Sophia, ci pensa la musica di questo triplo CD, con canzoni di altissimo livello, drammatiche e intense, brani che forse solo questa grande band è in grado di regalare al proprio pubblico, e in conclusione potrebbe essere proprio uno dei motivi per decidersi a conoscere ed acquistare il nuovo lavoro del gruppo britannico.

NDT conclusiva: Se proprio devo trovare una pecca a questo triplo CD, è quella di non aver inserito nella scaletta dei vari concerti, un brano magnifico come The Sea, la canzone perfetta che raffigura in toto il modo dei Sophia e del suo profeta Robin Proper-Sheppard.

Tino Montanari

Il Primo “Vero” Live Ufficiale Del Puma? John Mellencamp – Plain Spoken From The Chicago Theatre

john mellencamp plain spoken

John Mellencamp – Plain Spoken From The Chicago Theatre – CD/DVD – CD-Blu-Ray – Eagle Rock/Universal

Il perché del titolo è presto detto: fino ad ora, nella sua lunga carriera, John Mellencamp aveva pubblicato solo due dischi dal vivo, entrambi abbastanza interlocutori, Life, Death, Live And Freedom, un mini album del 2009 con otto brani che erano una sorta di antefatto, benché pubblicato dopo, dell’album Life, Death, Love And Freedom, ed un altro disco dal vivo Trouble No More Live At Town Hall, anche questo incentrato intorno al disco di covers del 2003 Trouble No More, concerto registrato nel 2003 anche se poi il CD è stato pubblicato solo nel 2014. Quindi, esaminando i contenuti dei due dischi dal vivo, risulta che del repertorio classico del cantante dell’Indiana, quello in cui era ancora John Cougar Mellencamp, ci sono solo due brani messi in coda all’album del 2014, Paper In Fire Pink Houses, oltre a Small Town, posta a trequarti del concerto a certificare il suo status di grande performer live. Non è mai stato pubblicato, a livello ufficiale, nulla del periodo d’oro degli anni ’80 (spesso giustamente vituperati, ma sono stati anche gli anni in cui oltre a Mellencamp, anche Bob Seger, Tom Petty. gli U2, in parte Springsteen, e molti altri, che non citiamo per brevità, hanno rilasciato il meglio della loro produzione rock): come gli altri appena ricordati,Springsteen con l’E Street Band, Seger con la Silver Bullet Band, Petty con gli Heartbreakers, anche John Cougar Mellencamp, dalla metà anni ’80 in avanti, aveva un gruppo formidabile, Larry Crane Mike Wanchic alle chitarre, Kenny “Pestaduro” Aronoff alla batteria, John Cascella alle tastiere e fisarmonica, a cui si era aggiunta Lisa Germano al violino, oltre al bassista Toby Myers e alle vocalist Crystal Taliefero Pat Peterson, in pratica la formazione che aveva inciso Lonesome Jubilee e due anni prima, senza voci femminili e la Germano Scarecrow, i due album seminali della carriera del nostro. 

Il punto interrogativo del titolo nasconde in verità un altro quesito: ma dopo tutti questi anni la montagna ha alla fine partorito un topolino? Ovvero, è questo il disco dal vivo che veramente ci aspettavamo? Già il formato è bizzarro; o meglio la sua realizzazione::un CD + DVD, dove la parte video prevede il concerto, ripetuto due volte, in una versione con la “voce narrante” dello stesso Mellencamp posta sopra le immagini del concerto e nell’altra libera, ma entrambe non molto più lunghe della parte audio, che dura “solo” 72 minuti, in pratica nel DVD o Blu-ray in più ci sono i sei-sette minuti del lungo monologo introduttivo posto prima della bellissima Longest Days, proposta in versione acustica e solitaria, in cui il nostro amico ricorda in un aneddoto, in modo tenero e anche divertito, la vecchia nonna, morta a 97 anni nel 2002, e che aveva l’abitudine di non chiamarlo mai John solo Buddy, quella della Grandma’s Theme su Scarecrow. Per rispondere al mio quesito sono comunque andato a vedermi le setlist dei concerti e devo ammettere che ultimamente nei tour del 2016 e 2017 comunque Mellencamp esegue sempre sedici-diciassette brani, ma ogni tanto in passato, come testimoniamo filmati in rete e album non ufficiali, in occasioni speciali, per esempio i concerti in Indiana (penso al Live By Request del 2004, trasmesso in TV o ad un favoloso concerto del tour 1986 a Bloomington con 27 brani in scaletta, tutti e e due oltre le due ore). Forse visto che il concerto di Chicago del 25 ottobre 2016 doveva essere registrato ed inciso, si poteva pensare ad un evento speciale, ma comunque “accontentiamoci” anche se mancano alcuni brani famosi, tipo Jack And Diane, R.O.C.K. In The Usa, Jackie Brown o Crumblin’ Down, ma le altre questa volta, più o meno, ci sono tutte.

Come detto, siamo al Chicago Theatre, è il 25 ottobre del 2016, tour per la promozione di Plain Spoken, ma nel frattempo John Mellencamp ha già preparato anche il nuovo album Sad Clowns & Hillbillies che uscirà poi il 28 aprile del 2017 (e dove, per un poco di sano gossip, appare ai backing vocals la fidanzata dell’epoca, la modella Christie Brinley, ma nel frattempo il nostro, per la serie si lasciano e si ripigliano, parrebbe tornato con Meg Ryan con cui vorrebbe sposarsi se la figlia sarà d’accordo): oltre alle donne, l’altra grande passione del nostro sono le sigarette che, nonostante l’attacco di cuore dei primi anni ’90 e i consigli dei medici, non ha mai abbandonato, in quanto sostiene lo aiutino a creare e mantenere quella voce roca e vissuta tipica dei grandi cantanti di blues e di soul che sono sempre stati i suoi modelli. Ed infatti quando parte il concerto, la prima ripresa lo becca volutamente dietro le quinte mentre si sta fumando l’ennesima sigaretti prima di salire sul palco, dove la band ha già attaccato con vigore l’introduzione di Lawless Time, uno dei brani di Plain Spoken, che ha l’aria spavalda, a cavallo tra blues, country e rock, di alcune canzoni di Dylan da Blonde On Blonde, tipo Rainy Day Women per intenderci, con la sua aria campagnola da festa di paese: nel caso del pezzo di Mellencamp, violino e fisarmonica, ovvero Miriam SturmTroye Kinnett (pure alle tastiere), entrambi molto eleganti, gli uomini tutti con giacca, a parte il batterista Dane Clark, poi entra il Puma, anche lui con giacca, gilet, maglietta bianca e pochette, Fender a tracolla, mentre i due chitarristi, il fedele Mike Wanchic (l’unico della prima ora) e Andy York, entrambi vanno di Gibson, l’importante è che il suono sia solido e vibrante, e anche il bassista John Gunnell (che suona anche il contrabbasso all’occorrenza), così li abbiamo nominati tutti, pompa di gusto sullo strumento. Ottima partenza confermata subito con l’altro brano dall’album del 2014, l’eccellente Troubled Man, che segnala il ritorno alle sonorità di Lonesome Jubilee, con il guizzante violino della Sturm grande protagonista: poi partono subito i classici con un uno-due da sballo, Minutes To Memories Small Town, entrambe da Scarecrow, versioni ricche, avvolgenti e coinvolgenti, come nella migliore tradizione della musica di Cougar, che appare motivato e ben centrato.

Piccola digressione a questo punto: come sapete John Mellencamp è venuto una sola volta in Italia, a Vigevano nel 2011. Se, come me, eravate presenti a quel concerto, dimenticatevelo: per vari motivi era stato una mezza delusione, l’antefatto un filmato in bianco e nero di più di un’ora, visto in piedi nella calca, la scelta del repertorio non felicissima, lui stesso non motivatissimo, hanno fatto sì che non sia stata una serata da ricordare. Anche se, come dimostra questo concerto, poi a ben vedere la durata dei suoi concerti quella è, circa una ora e venti, quindici-sedici-brani, come nel concerto a Chicago, quello che cambia è l’intensità delle esecuzioni, che qui sicuramente non manca, oltre a messe in opera impeccabili, sound eccellente e belle riprese, spesso con primi piani sui protagonisti e stacchi sul pubblico entusiasta. Notevole la versione di Small Town (bello il tocco dell’armonica a bocca e l’immancabile finto finale con ripresa), una delle sue canzoni più importanti e significative, e tra le più eseguite negli anni, come potete andare a verificare qui https://www.setlist.fm/setlists/john-mellencamp-53d6bb81.html , dove trovate tutte le scalette dei suoi concerti, dalle origini ai giorni nostri. A questo punto John Mellencamp si presenta, ce ne fosse bisogno, e prospetta al pubblico quello che si dovranno aspettare nella serata, prima di lanciarsi in una gagliarda versione a tutta slide di Stones In My Passway, il brano di Robert Johnson tratto da Trouble No More, il disco di cover del 2003, pezzo dove John esplica tutta la sua negritudine, con una vocalità sporca e cattiva (di recente ha rivelato che tra i suoi antenati scorreva anche sangue nero). Pop Singer da Big Daddy e Check It Out da Lonesome Jubilee sono altre due perle tratte dal suo songbook, sempre sorrette da quel sound tra rock e radici che ha fatto definire il suo genere blue collar rock, grandi versioni entrambe. Poi c’è l’intermezzo citato prima e l’esecuzione in acustica di Longest Days da Life, Death, Love and Freedom, molto intensa e che precede una inconsueta The Full Catastrophe, solo voce e piano, tratta da Mr. Happy Go Lucky, non certo uno dei dischi più celebri, comunque versione intensa e notturna, tra Randy Newman e Tom Waits, poi Mellencamp (ri)chiama sul palco Carlene Carter, che era stata l’opening act del concerto, ed insieme presentano My Soul’s Got Wings, un brano all’epoca non ancora uscito, tratto da Sad Clowns And Hillbillies, un brano country molto bello, cantato a due voci all’unisono.

E siamo arrivati alla parte finale del concerto, arrivano i pezzi da novanta del repertorio,  quelli del periodo in cui si faceva chiamare John Cougar Mellencamp, tutti in serie, uno più bello dell’altro, si susseguono una potente Rain On The Scarecrow, preceduta da una Overture strumentale, solo per violino e fisarmonica, mentre poi il brano esplode in tutta la sua carica rock, canzone ed album che segnarono anche l’inizio del suo impegno con Farm Aid, batteria pestata di gusto, chitarre a manetta e un brano che non risente dell’usura del tempo e rimane fenomenale; fantastica anche una bluesata Paper In Fire, con chitarre fiammeggianti e trascinante e combattiva come sempre Authority Song, con un riff e un ritornello indimenticabili. E a proposito di riff e ritornelli, con chitarre e batteria di nuovo impazzite, un altro brano che non scherza è Pink Houses, un vero inno rock che fa cantare e ballare tutto il pubblico presente, grazie ad una frase musicale da cantare coralmente, che è una delle più riuscite dell’intera opera del cantante dell’Indiana e della storia del rock americano. Che saluta infine il pubblico con un altro dei suoi cavalli di battaglia Cherry Bomb, altro brano da manuale del rock e in cui Mellencamp lascia un verso anche al vecchio amico Mike Wanchic. Una mezz’oretta in più e sarebbe stato un disco dal vivo da antologia, ma comunque pure così, ottimo ed abbondante, uno dei migliori dischi rock dal vivo dell’anno

Bruno Conti

Non So Se Fanno Scandalo, Ma Buona (E Strana) Musica Sicuramente Sì. Claudettes – Dance Scandal At The Gymnasium

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The Claudettes – Dance Scandal At The Gymnasium! – Yellow Dog Records

Devo dire che questi mi mancavano:anche se hanno già nel loro carnet tre album di studio (compreso questo Dance Scandal At The Gymnasium), e un mini Live solo per il download digitale, mi erano sfuggiti finora. D’altronde non si può sempre ascoltare tutto, manca veramente il tempo, ma questi Claudettes mi avevano incuriosito: definiti in vari modi, forse “Brother Ray Meets The Ramones…Chopin Meets The Minutemen” mi sembra il più fantasioso, i quattro in effetti  fondono tocchi di blues, pop anni ’60, punk e psychobilly alla Cramps, ma anche jazz e molto altro, visto che la nuova cantante della formazione Berit Ulseth ha studiato alla New School For Jazz di New York, e il pianista e tastierista, nonché cantante (lo fanno un po’ tutti nella band) e leader indiscusso, Johhny Iguana, ha un passato con Junior Wells, Carey Bell, Otis Rush e Koko Taylor, è apparso anche con i Chicago Blues-A Living History e nel recente Muddy Waters 100, con diversi luminari delle 12 battute, ma pure in una punk-rock band come oh my god, e per registrare questo nuovo album sono andati a Valdosta in Georgia, con la produzione di Mark Neill che era alla consolle per Brothers dei Black Keys.

Completano la formazione il bassista/chitarrista (e cantante) Zach Verdoom e il batterista Matthew Torre, mentre tutte le canzoni le firma un certo Brian Berkowitz, che è poi il vero nome di Johnny Iguana, dai tempi della sua giovinezza in quel di Philadelphia. I dischi non si trovano facilmente, forse perché escono per la piccola Yellow Dog Records, ma meriterebbero di essere conosciuti. Nel nuovo Dance Scandal At The Gymnasium ci sono 12 canzoni che toccano i generi più disparati: da Don’t Stay With Me dove si apprezza la voce leggera e piacevole di Berit Ulseth, che segue le folate delle tastiere di Iguana e l’accompagnamento variegato dei suoi pards, in questo strano incrocio tra rock, R&B deviato e virtuosismo strumentale; che viene replicato pure nella successiva November, che potrebbe passare per alternative rock misto a retrogusti pop anni ’60, strano ma intrigante. Give It All Up For Good è una ritmata ulteriore variazione sui temi musicali sghembi dell’album, con Johnny che lavora di fino al piano, il tutto con tempi musicali veramente inconsueti https://www.youtube.com/watch?v=TFDi3SACOzY . Naked On The Internet va  quasi di boogie-rockabilly-punk con le voci di Iguana e Ulseth che gorgheggiano in coppia mentre il piano imperversa. Pull Closer To Me è una ballata esile e gentile con la voce deliziosa di Berit (e dei suoi soci) a rinverdire vecchi fantasmi di un pop raffinato anni sessanta, mentre nella title track Iguana si lancia in florilegi pianistici quasi classicheggianti prima di trascinare tutto il resto del gruppo in una follia musicale a tempo di strano ed intricato R&R.

Bill Played Saxophone mescola doo-wop, retro pop, rock alla Joe Jackson, in melodie complesse ed affascinanti dove anche le armonie vocali quasi alla Beach Boys sono formidabili https://www.youtube.com/watch?v=0Ki2bdZeN7sInfluential Farmers nuovamente presa a 100 all’ora, ma con improvvisi rallentamenti ed altrettanto repentine ripartenze è ancora più difficile da etichettare, direi sentire per credere e, forse, cercare di capire la musica dei Claudettes https://www.youtube.com/watch?v=WHAg_n0–jQDeath And Traffic fin dal titolo è “strana” come illustra poi la musica, sempre lontana dalle ovvietà ma che richiede un ascolto attento anche per apprezzare questa sorta di pop intellettuale https://www.youtube.com/watch?v=SIfG8AG3bwI ; Johnny Iguana e Berit Ulseth poi ci danno (quasi) tregua nelle derive ancora pop-rock di una lussuriosa Total Misfits, veramente notevole.Taco Night Material suona come avrebbero potuto essere i Commander  Cody  se avessero avuto una voce femminile in formazione e Frank Zappa come autore delle musiche, giuro, parola di giovane marmotta https://www.youtube.com/watch?v=mhMdX5iwY6s . E Utterly Absurd potrebbe infine essere un altro modo per definire la musica della band: insomma se volete fare un esperimento in un mondo parallelo dove il pop è fuori da ogni schema provate questo Dance Scandal At The Gymnasium, potrebbe sorprendervi  assai piacevolmente.

Bruno Conti

Gli Anni Di Attività Non Sono Proprio Cinquanta, Ma Festeggiamo Lo Stesso! Procol Harum – Still There’ll Be More: An Anthology 1967-2017

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Procol Harum – Still There’ll Be More: An Anthology 1967-2017 – Esoteric/Cherry Red 2CD – Box Set 5CD/3DVD

Così come in una partita di calcio su 90 minuti è già un record se di tempo reale ne vengono giocati la metà, allo stesso modo i cinquant’anni di carriera dei Procol Harum, storica band inglese formatasi nella seconda metà degli anni sessanta si ridurrebbero più o meno ad una ventina (forse anche meno) se dovessimo togliere tutto il tempo in cui sono stati inattivi o addirittura inesistenti come gruppo. Ma siccome una bella celebrazione non si nega a nessuno, tantomeno ad una formazione che ha comunque la sua importanza, ecco che dopo il loro ottimo reunion album dello scorso anno, Novum, esce questo bellissimo cofanetto di cinque CD più tre DVD, intitolato Still There’ll Be More, sicuramente l’antologia definitiva per la band guidata da Gary Brooker, che rende superfluo il precedente box del 2009 dal titolo molto simile, All This And More (esiste anche una versione doppia per chi non volesse accaparrarsi il cofanetto).

procol harum still there'll be more

I Procol Harum sono legati da sempre al loro brano più famoso, A Whiter Shade Of Pale, una ballata strepitosa costruita attorno all’Aria Sulla Quarta Corda di Bach, uno di quei pezzi che tutti hanno sentito almeno una volta nella vita (e da noi reso ancora più popolare dalla versione in italiano Senza Luce dei Dik Dik): sarebbe però sbagliato pensare ai PH come ad un gruppo che ha vissuto di rendita su una sola canzone, dal momento che negli anni ci hanno regalato tanta altra musica di alto livello, una miscela sempre elegante e raffinata di rock, pop e qualche tentazione prog, con uno spiccato senso della melodia, frutto senz’altro della formazione classica di Brooker, cantante, pianista, autore delle musiche ed unico componente sempre presente in tutte le formazioni (insieme, tranne che nell’ultimo Novum, a Keith Reid, membro “occulto” ma importante, per quanto limitato alla scrittura dei testi come paroliere, nello stesso ruolo di Bernie Taupin con Elton John). Negli anni all’interno della band si sono alternati numerosissimi musicisti, ma è d’uopo ricordarne almeno un paio storici: Robin Trower, gran chitarrista, capace di vere e proprie scorribande elettriche specie dal vivo, e soprattutto Matthew Fisher, il cui organo è sempre stato un elemento imprescindibile nell’economia sonora del gruppo, almeno nel periodo in cui ne ha fatto parte.

Tornando a bomba, Still There’ll Be More nei primi tre CD offre una panoramica più che esaustiva attraverso tutta la discografia dei nostri, senza inediti ma con un paio di rarità: la cameristica Understandably Blue, presa da una ristampa del 2009 del disco d’esordio, e la b-side Long Gone Geek, un brano potente che avrebbe meritato maggior fortuna. Non mancano naturalmente i successi del gruppo, tutti concentrati nel primo periodo: oltre alla già citata A Whiter Shade Of Pale, la malinconica e bellissima Homburg, A Salty Dog, Shine On Brightly e la magnifica Conquistador, presente però in versione live. Ne cito alcune altre tra le mie preferite, a partire dal rock-blues Cerdes, in cui Trower inizia a dare un saggio della sua bravura, e passando per la sinuosa e splendida Repent Walpurgis (* NDB Che in Italia, patria del latino, per motivi misteriosi divenne Fortuna), uno straordinario strumentale con prestazioni maiuscole di organo e chitarra, la complessa Skip Softly (My Moonbeams), con un finale al limite della psichedelia, la fluida e diretta The Milk Of Human Kindness e la roboante Whisky Train, ancora con Trower straripante. Nel periodo “di mezzo”, che arriva fino al 1977 (anno del primo scioglimento della band) spiccano la limpida Broken Barricades, tra pop e prog, la bella Luskus Delph, melodicamente perfetta, il folk-rock di A Souvenir Of London, l’accattivante Beyond The Pale, la solida rock ballad Fool’s Gold o la maestosa In Held ‘Twas In I, mini-suite quasi operistica e presa dal live del 1972 con la Edmonton Symphony Orchestra.

Sono anche rappresentate le due reunion del 1991 e del 2003, entrambe con Trower e Fisher (che avevano lasciato il gruppo all’inizio dei seventies), con brani come l’ottima Perpetual Motion e la strepitosa An Old English Dream, una delle loro migliori canzoni degli ultimi trent’anni; non mancano neppure due pezzi da Novum: Can’t Say That, tra boogie e blues, e la raffinata ballata pianistica The Only One. Il quarto e quinto CD contengono due concerti inediti, purtroppo solo parziali (meno di un’ora l’uno, in questo si poteva fare di più) ma decisamente interessanti. Il primo dei due è uno show del 1973 al mitico Hollywood Bowl, con i PH accompagnati dalla Los Angeles Symphony Orchestra (più coro), un setting molto adatto alla musica dei nostri, anche se qua e là si notano atmosfere un po’ barocche. Da segnalare una sontuosa Broken Barricades, due A Salty Dog e Conquistador da antologia (specie quest’ultima, che si presta particolarmente ad un accompagnamento orchestrale) e qualche pezzo meno noto, come la roccata e trascinante Simple Sister ed una superba Grand Hotel, che mostra l’abilità di Brooker e compagni nel rendere fruibili anche partiture più complesse. Il quinto dischetto, stavolta senza orchestra, prende in esame una serata a Bournemouth nel 1976, che inizia con il quasi rock’n’roll di The Unquiet Zone e mette in fila altre otto canzoni, con punte come due vibranti riletture di I Keep Forgetting di Chuck Jackson e I Can’t Help Myself (Sugar Pie, Honey Bunch), classico dei Four Tops, inframezzate dalla grandiosa The Blue Danube, arrangiamento rock del capolavoro di Strauss; come finale, la sempre grande A Whiter Shade Of Pale.

I tre DVD, che non ho ancora visto, contengono varie apparizioni televisive e spezzoni di concerti, curiosamente con una prevalenza di immagini della emittente tedesca Radio Bremen, altre 39 canzoni che però coprono solo il periodo “storico”, quindi fino al 1977, ignorando purtroppo gli anni più recenti. Ma non posso certo lamentarmi: Still There’ll Be More è un ottimo cofanetto, direi anzi definitivo, che celebra nel giusto modo uno dei gruppi più sottovalutati della storia, che ancora oggi molti pensano essere soltanto una “one hit wonder” band.

Marco Verdi

Il “Nuovo” British Blues, Made In Italy. Alex Haynes & The Fever – Howl

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Alex Haynes & The Fever – Howl – Appaloosa Records/Ird

Da non confondere con il quasi omonimo chitarrista texano Alan Haynes, né tantomeno, ovviamente, con Warren Haynes, Alex Haynes è un bluesman britannico: proveniente dal nord del Regno Unito, si è trasferito nella zona di Londra, dove alterna la sua attività di musicista con quella di insegnante (sempre di musica), “mestiere” che condivide con il pianista Richard Coulson, presente al piano come ospite in questo Howl. In attività da una decina di anni ha pubblicato un EP e un album, credo francamente non molto facili da reperire (però il nostro amico nei suoi tour europei  passa spesso dall’Italia, per cui mai dire mai). Anche lui, come le generazioni che lo hanno preceduto è stato influenzato dalla musica di John Lee Hooker e Howlin’ Wolf, per fare un paio di nomi, ma ovviamente anche da tutto il fenomeno storico del British Blues, con una preferenza per i Fleetwood Mac di Peter Green, ma anche altre influenze confluiscono nei suoi brani (10 in questo CD, tutti firmati da Haynes stesso). Ascoltando il primo pezzo Nervous direi anche il Bo Diddley più blues o sul lato inglese i primi Savoy Brown, quando c’era ancora Bob Hall al piano, o i Dr. Feelgood meno deraglianti: comunque c’è grinta, elettricità e potenza, siamo dalle parti di un  blues-rock verace, dove la sezione ritmica italiana dei The Fever, Alessandro Diaferio al basso e Pablo Leoni alla batteria, non si tira indietro e “strapazza” di gusto i propri strumenti, mentre la chitarra di Haynes segue le orme dei grandi solisti di Terra D’Albione che lo hanno preceduto, e anche l’organo di Ernesto Ghezzi, oltre al pianino saltellante di Coulson è a tratti elemento portante del sound.

Ed è solo il primo brano. I’m Your Man (non “quella”) ha qualche retrogusto alla Cream, sempre con l’organo di supporto, e un groove che va anche di boogie, come pure sfarfallii del beat inglese, quello più sporco e genuino delle prime band anni ‘60. Non guasta ricordare che Haynes ha anche una buona voce, solida ed espressiva, come evidenzia l’ipnotica Howl dove si manifesta anche una minacciosa slide, per una canzone dalle atmosfere sospese e sporche, che profumano di Chicago Blues casa Chess rivisto in ottica rock e piccoli tocchi psych, come usava sempre negli anni ’60, prima di rilasciare un esplosivo solo al bottleneck. Shake It Up ha un tiro più roots-rock, saltellante e mossa, con il giusto equilibrio tra melodia e slancio rock and roll, e un riff vagamente alla Creedence; Lonesome Shadows è una ballata tra country e blues, solo la voce di Alex e una chitarra elettrica prima arpeggiata e poi twangy, che rimanda al suono dei primordi del rock, mentre All I Got In This World, con una acustica in modalità nuovamente slide viaggia dalle parti del primo John Lee Hooker, ma anche dell’Elmore James tanto amato dai Fleetwood Mac, senza dimenticare l’hill country blues di RL Burnside ereditato dai North Mississippi Allstars di Luther Dickinson o da Reed Turchi.

I nomi “volano” ma servono ovviamente per far capire la musica, spero: senza dimenticare una poderosa Bad Money, dura e cattiva il giusto, dove il gruppo tira come una cippa lippa. Notevole pure la  deliziosa simil soul ballad con uso d’organo, Solid Sender, dove Alex Haynes sfodera un timbro vocale veramente accattivante e la chitarra disegna interessanti spunti improvvisativi nell’ottimo solo nella parte centrale; e per sparare un altro nome, ecco Andy J Forest,  che appare di persona con la sua armonica per vivacizzare, insieme al piano di Coulson, un pezzo che profuma da lontano di Blues di Chicago, il più classico possibile, con Haynes di nuovo alla slide. E per concludere l’opera rimane la traccia più lunga dell’album Shed My Skin, di nuovo a cavallo tra boogie blues ipnotico e derive psichedeliche elettriche anni ’60 di ottima fattura, con la chitarra che parte per la tangente e non la ferma più nessuno. Decisamente un buon disco, solido e dai contenuti variegati, consigliato a chi ama il blues ancora in grado di sorprendere, non troppo paludato o canonico, per quanto rispettoso dei maestri.

Bruno Conti

Dal Country Al Pop Senza Passare Dal Via! Kacey Musgraves – Golden Hour

kacey musgraves golden hour

Kacey Musgraves – Golden Hour – MCA/Universal CD

Terzo album, quarto se contiamo il CD natalizio, per la cantautrice Kacey Musgraves, gran bella ragazza ma anche brava artista, che di lavoro in lavoro mostra indubbi segni di crescita: Golden Hour dovrebbe nelle sue intenzioni essere il disco della definitiva affermazione, dopo che Pageant Material nel 2015 aveva fatto drizzare le orecchie a molti https://discoclub.myblog.it/2015/09/18/ultimi-ripassi-fine-estate-bella-brava-texana-kacey-musgraves-pageant-material/ . E con questa sua nuova fatica  Kacey spariglia le carte in tavola e cambia quasi completamente genere: infatti se prima la sua musica poteva essere definita country di qualità, con più di un rimando a sonorità vintage, con questo album la bruna cantante texana si reinventa come pop singer, ma un pop non da classifica (tranne un paio di casi), ma dai suoni raffinati, ben costruiti e spesso anche intriganti. Certo, tutti i brani presenti sul disco sono adattissimi al passaggio in radio, ma nel 90% dei casi sono in grado di soddisfare anche i palati più esigenti. Gran parte del merito va ai due produttori, Daniel Tashian (leader dei Silver Seas) e Ian Fitchuck, che hanno costruito intorno alla bella voce della Musgraves il vestito sonoro giusto, con un piccolo ma misurato (e non invasivo) aiuto dell’elettronica, hanno scelto musicisti solitamente country (tra cui Dan Dugmore e Russ Pahl) adattando il loro sound a quello del disco.

Il resto lo ha fatto Kacey, che ha scritto in collaborazione con i due produttori una serie di canzoni molto piacevoli e le ha interpretate al meglio, riuscendo secondo me a non far pesare più di tanto il cambiamento stilistico. Slow Burn è un inizio attendista (come da titolo), una ballata di ampio respiro che parte solo con voce e chitarra, poi ad uno ad uno entrano tutti gli strumenti ed il suono si fa pieno ma non ridondante: di country non c’è nulla, ma piuttosto siamo nel pop di fine anni sessanta, tipo i primi Bee Gees. Niente male Lonely Weekend, una pop song solare, quasi californiana, dal refrain orecchiabile e cori che rimandano ai Fleetwood Mac classici https://www.youtube.com/watch?v=Zr3gscRpAhA , ed anche Butterflies prosegue il discorso, un brano semplice e ben costruito, con Kacey che canta benissimo e dimostra anche una certa classe (e l’accompagnamento a base di piano, chitarre e steel è perfetto). L’eterea Oh, What A World è affrontata dalla nostra con il consueto approccio gentile, e l’arrangiamento pop le dona particolarmente, mentre Mother è bellissima, una toccante ballata pianistica che però dura poco più di un minuto; anche Love Is A Wild Thing non è da meno, un intenso slow acustico (spunta anche un banjo), che dopo la prima strofa acquista ritmo anche se sempre all’insegna della leggerezza.

Space Cowboy, ancora lenta e meditata, è un’altra ballata di gran classe, Happy & Sad è dotata di uno dei migliori ritornelli del CD, mentre Velvet Elvis è fin troppo radio friendly per i miei gusti, ma comunque non da buttare. Wonder Woman è tersa, limpida e solare, ed anche qui sulla melodia niente da dire, ma High Horse è l’unico pezzo veramente da pollice verso, un misto tra pop e dance piuttosto indigesto che andrebbe bene per Madonna o Taylor Swift, e che non rende giustizia a Kacey. Per fortuna sul finale il CD torna su lidi più vicini ai nostri gusti, con la fluida e raffinata Golden Hour https://www.youtube.com/watch?v=maONL_HfI20  e la bella Rainbow, solo voce e piano ma con una notevole carica emotiva. Forse non arrivo ad affermare che la Kacey Musgraves in versione pop mi piaccia di più di quella country, ma di certo la bella cantante con Golden Hour per il momento è rimasta più o meno dalla parte giusta della città.

Marco Verdi

Crisi Del Settimo Album Brillantemente Superata! Kim Richey – Edgeland

kim richey edgeland

Kim Richey – Edgeland – Yep Roc Records

Cinque anni sono trascorsi dal suo precedente lavoro Thorn In My Heart https://discoclub.myblog.it/2013/07/19/due-signorine-da-sposare-musicalmente-kim-richey-thorn-in-my/ , ma finalmente ora possiamo goderci il ritorno di Kim Richey, una delle cantautrici che meglio esprimono quel sound che tanto amiamo denominato Americana. La bionda Kim, nata in una cittadina dell’Ohio sessantuno primavere fa (ooops, non si dovrebbe rivelare l’età di una signora!) ha girovagato parecchio prima di prender casa a Nashville, collaborando con una vasta schiera di colleghi in qualità di vocalist (Jason Isbell, Ryan Adams, Shawn Colvin, Rodney Crowell, Gretchen Peters, di cui proprio in questi giorni sta aprendo i concerti inglesi, oltre a fare parte del progetto Orphan Brigade ed apparire anche nel nuovo album di Ben Glover) e scrivendo ottime canzoni che altri hanno fatto diventate hit in odore di Grammy, come Believe Me Baby (I Lied) cantata da Trisha Yearwood o Nobody Wins ceduta a Radney Foster. Anche per questo nuovo album, Edgeland, l’ottavo in studio, Kim si è circondata di un folto gruppo di validissimi collaboratori che suonano e partecipano alla composizione dei brani, gente del calibro di Chuck Prophet, Pat Mc Laughlin, Robin Hitchcock, Pat Sansone dei Wilco e lo stesso Brad Jones che si occupa della produzione.

Il risultato è davvero ottimo, dodici canzoni godibili dalla prima all’ultima nota, guidate dalla limpida voce della protagonista e realizzate con suoni ed arrangiamenti brillanti, mai eccessivi o inadeguati. Si parte a tutto ritmo con la solare The Red Line, intima riflessione sulla vita che scorre nell’attesa di un treno che tarda ad arrivare. Chuck Prophet e Doug Lancio conducono la danza con le chitarre, supportati dall’energico violino di Chris Carmichael. Pat Mc Laughlin (le cui lodi non smetterò mai di decantare e che non ha mai avuto i riconoscimenti che merita) offre il suo bel contributo come musicista alla splendida Chase Wild Horses (scritta con Mike Henderson), suonandoci mandolino e bouzouki. Inoltre duetta con Kim nella successiva Leaving Song, caratterizzata da un mid-tempo molto bluesy, arricchita dal banjo elettrico di Dan Cohen e dalla turgida resonator guitar di Pat Sansone. L’atmosfera si fa tesa e drammatica non appena si diffondono le prime note di Pin A Rose, scritta a quattro mani con Prophet, che racconta una triste storia di abusi domestici. Azzeccatissima ancora una volta la strumentazione in cui troviamo slide (pregevole lo stacco nel finale), bouzouki, banjo e pure un sitar elettrico a sottolineare la frase portante del ritornello. Piacevole e rigenerante come un sorso di acqua fresca scorre la folk ballad High Time, che vede la partecipazione ai cori e alla chitarra di Gareth Dunlop e reclama con malinconica consapevolezza la necessità di dare un calcio al passato superando le piccole e grandi tragedie personali. Il romantico duetto vocale con il co-autore Mando Saenz, intitolato The Get Together,  rappresenta il singolo perfetto per scalare le country charts, facendosi apprezzare per la fluida melodia ed l’apporto sullo sfondo della pedal steel di Dan Dugmore che si sovrappone al tappeto orchestrale.

Meglio, per i miei gusti, la seguente Can’t Let You Go che pare un vero tributo al compianto Tom Petty, per il suono delle chitarre e la struttura melodica. Molto gradevole anche I Tried, che avvicina la Richey al bello stile delle composizioni di illustri colleghe come Rosanne Cash e Mary Chapin Carpenter. Oltre al delicato arpeggio della chitarra acustica, le tastiere (addirittura un mellotron) si ergono protagoniste dell’intensa e crepuscolare Black Trees, uno dei vertici dell’intero album, che evoca cieli traboccanti di stelle e profonde meditazioni esistenziali. Non è da meno Your Dear John, composta insieme alla collega Jenny Queen, che esalta la sua componente malinconica grazie all’uso assai efficace di un violoncello. Anche Not for Money Or Love mantiene questo pathos, raccontando del ritorno a casa di un reduce di guerra, con le chitarre e un mandolino che danzano al ritmo di uno struggente valzerone, irrobustito adeguatamente da violino e pedal steel. Come brano di chiusura troviamo un altro duetto, questa volta insieme al già citato Chuck Prophet, un limpido acquarello acustico dai colori tenui, intitolato Whistle On Occasion, ottimo suggello per un album che mantiene alto e costante il suo tasso emotivo, impeccabilmente realizzato da tutti i musicisti che hanno dato il loro personale contributo. Se già non vi faceva parte, non vi resta che aggiungere Kim Richey all’elenco delle migliori cantautrici americane, andando a ripescare, perché no, anche i suoi validissimi sette album precedenti, ne vale la pena.

 

 

Marco Frosi

Una Delle Migliori Nuove Voci In Circolazione. Sarah Shook & The Disarmers – Years

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Sarah Shook & The Disarmers – Years – Bloodshot/Ird

Ultimamente sembra di assistere ad un florilegio, a una fioritura di voci femminili, legate più o meno tutte a uno stile musicale, definito di volta in volta, per i loro album, roots music, alt-country, cow-punk, Americana, ma in fondo, secondo me, è sempre  il buon vecchio country-rock, che ogni tanto risorge dalle proprie ceneri, o forse non se ne è mai andato. A questa pattuglia di voci femminili, che annovera, tanto per fare qualche nome, ognuno più orientato verso una definizione o l’altra, Margo Price, Nikki Lane https://discoclub.myblog.it/2017/03/15/oltre-ad-aver-grinta-da-vendere-e-pure-brava-nikki-lane-highway-queen/ , Hurray For The Riff Raff, Jaime Wyatt, e alcune compagne di etichetta alla Bloodshot, come Lydia Loveless https://discoclub.myblog.it/2016/08/21/lydia-loveless-real-country-punk-bene/ , i Banditos, forse più virati verso il rock https://discoclub.myblog.it/2015/06/09/facce-raccomandabili-disco-molto-raccomandato-birmingham-alabama-via-nashville-banditos/ , l’australiana “naturalizzata” residente di Nashville Ruby Boots https://discoclub.myblog.it/2018/03/14/una-nuova-country-rocker-di-pregio-dalla-voce-interessante-parliamone-invece-ruby-boots-dont-talk-about-it/ , e, last but not least, perché forse è la migliore, o una delle migliori, Sarah Shook con i suoi Disarmers.

Sicuramente ce ne sono altre che ho dimenticato, ma è confortante che il genere (ma quale?) goda buona salute e sforni nuovi talenti: si diceva che quasi tutte sono legate alla country music, declinata in modo “moderno”, ma neanche più di tanto, perché se dovessi  paragonare Sarah Shook ad un nome del passato, il primo che mi salterebbe alla mente sarebbe quello di Maria McKee con i suoi Lone Justice, almeno quelli degli inizi, più selvaggi e meno inquadrati, e pure l’atteggiamento iconografico della Shook ricorda quello di Maria, volto molto giovane, imbronciato, la chitarra elettrica  imbracciata con piglio incazzoso, e una band dove spiccano due chitarristi di grande sostanza, l’ottimo Eric Peterson alla solista e il virtuoso della pedal steel Phil Sullivan.

Poi anche i riferimenti sono quelli giusti: ricordato che Sarah si scrive tutte le canzoni, nel  disco precedente, e primo della cantante, Sidelong,  c’era un brano intitolato Dwight Yoakam, uno che negli anni ’80 aveva fatto da ponte tra l’atteggiamento cowpunk e il classico sound di Bakersfield e poi dei cosiddetti “neo-tradizionalisti”, che, rivisitato, mi sembra viva in questo Years. Prendiamo il primo brano, la gustosa e deliziosa ballata mid-tempo Good As Gold, un pezzo che racconta le sfortunate vicende amorose dell’autrice, da sempre soggetto delle più belle canzoni country, il tutto con un piglio deciso, un suono solare dove le chitarre di Peterson e la pedal steel di Sullivan disegnano traiettorie sonore pregevoli su cui si muove la voce di Sarah Shook, una delle più belle in circolazione, calda, avvolgente, corposa,  decisa, inconsueta, matura, ben oltre i suoi anni, nettare per i padiglioni auricolari degli ascoltatori. Bellissima anche l’ironica e pimpante New Ways To Fail, giocata su un suono che rievoca i fasti del vecchio outlaw country, rivisto attraverso l’ottica e l’attitudine delle “nuove“ tendenze, moderna ed attuale il giusto, ma con rispetto ed amore per i suoni classici, e la pedal steel va che è una meraviglia, come se New Riders, Poco, Commander Cody, Flying Burrito non se ne fossero mai andati.

Tutti brani che sono al 90% meglio di quello che esce da Nashville oggi, quasi fossero solo lontani parenti del sound “plasticoso” della Music City: Over You è più briosa, con accenti rock e rimanda anche a cantanti come la mai troppo lodata Carlene Carter, voce spiegata e band sempre in grande spolvero, mentre The Bottle Never Lets Me Down è più buia e sinistra, dalle atmosfere sospese e affascinanti, con gli immancabili intrecci delle chitarre. L’incalzante Parting Words è un’altra piccola perla di equilibri sonori, mentre What It Takes ha un suono decisamente più cowpunk, con la voce della Shook che ricorda quella di Dolores O’Riordan. se fosse nata nel North Carolina come Sarah; Lesson mischia anni ’60 e roots-rock con il sound riverberato e grintoso dei “figli del punk”. Damned If I Do, Damned If I Don’t è puro honky-tonk, ma con una freschezza ed una verve invidiabili, ribadita in un’altra ballatona splendida come Heartache In Hell dove Sarah Shook sembra quasi una Lucinda Williams più country e meno dolente, e con la conclusiva Years che conferma tutto quanto di buono detto finora. Il talento c’è, le canzoni pure.

Bruno Conti  

Torna Il Ragazzo “Salvato” Dal Folk. Micah P. Hinson – At The British Broadcasting Corporation

micah p. hinson at the bbc

Micah P. Hinson – At The British Broadcasting Corporation – Full Time Hobby

Il titolo di questo “post”, per chi ci segue e ha letto le precedenti recensioni, fa riferimento alla sua sfera personale, in quanto questo ragazzo (ormai diventato uomo), da giovane ha avuto molte vicissitudini: seri problemi di droga, si è anche ritrovato in bancarotta, è finito in carcere per vagabondaggio, e per non farsi mancare nulla, nel 2014 pure un incidente d’auto che gli ha provocato la paralisi momentanea delle braccia, con serie conseguenze, prima di poter riprendere a suonare la chitarra. Comunque, a pochi mesi di distanza dal recente Presents The Holy Strangers, targato 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/09/10/una-geniale-e-moderna-opera-folk-micah-p-hinson-presents-the-holy-strangers/ , arriva un po’ a sorpresa questo nuovo lavoro (ed essendo in effetti questo nuovo album uscito a marzo, i mesi erano proprio pochi), disco che documenta le varie esibizioni di Micah P. Hinson per la trasmissione di Marc Riley alla British Broadcasting Corporatio (BBC), nel corso degli ultimi quindici anni, con i propri brani preferiti e scelti dallo stesso autore, riproposti in versioni altamente alternative.

Per chi conosce questo geniale cantautore nato a Memphis ma trasferitosi presto ad Abilene, Texas, il primo album di riferimento non poteva che essere uno dei “capolavori” iniziali, ovvero brani tratti da Micah P. Hinson And The Gospel Of Progress (04), con le prime due tracce del disco, il valzer acustico di una sempre strepitosa Stand In My Way, e la litania recitativa della spettrale I Still Remember, cantata in duetto con Sara Lowes, e di nuovo “perdere” la testa e aprire i cuori quando viene riproposta l’intensa bellezza di una meravigliosa Beneath The Rose. Dall’interlocutorio Micah P. Hinson And The Pioneer Saboteurs (10), Micah rilegge il folk-elettronico di una acustica 2’s + 3’s, la personale vicenda familiare della classica Seven Horses Seen, sino ad arrivare al country-folk di Take Of That Dress For Me, cantata quasi con sofferenza dall’autore. Dal successivo Micah P. Hinson And The Nothing vengono recuperati il folk-gospel campagnolo God Is Good, e una The Life, Living, Death And Dying Of A Certain And Peciluar L.J.Nichols (non vorrei sbagliare ma è uno dei titoli più lunghi e strani che mi ricordi), riletta e cantata su un ritmo scheletrico. Dall’ultimo lavoro in studio The Holy Strangers Micah ripropone il fantasma di Johnny Cash nella moderna serenata country di Lover’s Lane, e la ninna-nanna poco ortodossa di Oh, Spaceman (dedicata al figlio primogenito Wiley T.).

L’avvertenza è di considerare questa recensione (come ho già detto in altre occasioni) ad alto rischio di faziosità, ma questo ultimo lavoro di Micah P. Hinson è un disco che assomiglia a quegli album di famiglia, dove riguardando le pagine passate il protagonista di volta in volta decide di dare un taglio attuale e più moderno al suo “songbook”, mantenendo però le atmosfere di un vecchio “juke-box”. Micah P. Hinson nel corso del tempo si è costruito un solido seguito (anche in Italia), status che viene certificato anche da questo Micah P. Hinson At The BBC, undici vecchi e nuovi meravigliosi bozzetti acustici, con una voce che sembra venire dal profondo del cuore, in quanto la musica si può misurare solo attraverso le emozioni che riesce a regalare, e credetemi questo piccolo genio del “neo-folk” si rivela ancora una volta, magari anche a chi non lo conosce, come un autore intimo, e nonostante la traversie varie citate all’inizio, sempre più ispirato.

Tino Montanari