Strepitosa Trasferta Soul A Memphis Per Una Delle Più Belle Voci Del Rock Americano. Dana Fuchs – Love Lives On

dana fuchs loves live on

Dana Fuchs – Love Lives On – Get Along Records

Come sa chi legge abitualmente questo Blog Dana Fuchs è una delle “nostre” cantanti preferite, secondo chi scrive la seconda miglior voce dell’attuale panorama rock americano (la prima è Beth Hart, ma di poco), una cantante dalla vocalità esplosiva, ma anche capace di grande finezza e sensibilità, tutte cose già dette più volte nel passato, ma ribadirle non fa male, anche se Dana è una “cliente” abituale” di queste pagine virtuali. L’avevamo lasciata alle prese con un disco acustico https://discoclub.myblog.it/2016/05/02/grande-voce-anche-versione-acustica-dana-fuchs-broken-down-acoustic-sessions/  che sembrava avere concluso un periodo devastante della sua vita (dopo la morte della sorella, del padre e del fratello, nel 2016 è scomparsa anche la madre): ma sempre nel 2016, per compensarla di tante perdite, è nato anche il suo primo figlio, e da lì è partito un processo di rinascita anche artistica. La nostra amica, essendo rimasta priva di un contratto discografico, in quanto era finito quello con la Ruf che comunque ci aveva regalato ottimi dischi, in studio https://discoclub.myblog.it/2013/07/11/grandi-voci-dopo-beth-hart-dana-fuchs-bliss-avenue-5503590/ e dal vivo https://discoclub.myblog.it/2014/12/11/quindi-le-cantanti-vere-nel-rock-esistono-dana-fuchs-songs-from-the-road/,  (all’interno dei Post trovate anche i link delle recensioni degli album precedenti) ha deciso di affidarsi al crowdfunding per finanziare il suo nuovo album di studio. La raccolta fondi è andata molto bene e la Fuchs ha potuto permettersi di andare a registrare il suo nuovo album ai Music+Arts Studio in quel di Memphis, Tennessee, che sono i diretti discendenti, per certi versi, di altri studios della città del Sud, da quelli dove venivano registrati i dischi della Hi Records, agli Ardent, passando per i Muscle Shoals e i Fame Sudios, luoghi leggendari dove è nata grandissima musica.

Ma non solo, Dana accompagnata dal fido Jon Diamond, il suo braccio destro, co-autore delle canzoni e chitarrista abituale sin dagli inizi, si è potuta permettere di utilizzare una pattuglia di musicisti formidabili; sotto la guida del produttore Kevin Houston, che ha una lista di assistiti veramente lunghissima, i due si sono appoggiati al Reverend Charles Hodges, all’organo (quello dei dischi di Al Green, Willie Mitchell Ann Peebles), Jack Daley al basso, già presente nella band della Fuchs, ma anche con Little Steven e Joss Stone, per dirne un paio, Glen Patscha, al piano e Wurlitzer, uno degli Ollabelle di Amy Helm (di cui a settembre è annunciato il nuovo album, che sarà prodotto da Joe Henry), Steve Potts alla batteria, presente nell’ultimo Gregg Allman, ma ha suonato anche con Paul Rodgers, Robben Ford, Al Green, Irma Thomas, Neil Young. In più, per non farsi mancare nulla, una piccola sezione fiati con Kirk Smothers Marc Franklin del giro Bo-Keys, Love Light Orchestra, e se leggete i credits degli album, li trovate con Buddy Guy, Jim Lauderdale, Dee Dee Bridgewater; non mancano due voci femminili strepitose come Reba Russell e soprattutto Susan Marshall https://discoclub.myblog.it/2017/10/28/una-voce-meravigliosa-interpreta-cover-dautore-susan-marshall-639-madison/e nei brani con un approccio più country-folk, l’ottimo Eric Lewis, alla pedal steel, lap steel e mandolino, anche lui piccola gloria della musica del Sud. Con tutto questo spiegamento di forze ovviamente il risultato è eccellente, Love Lives On è un signor disco, non per fare paragoni, ma, esageriamo, mi ha ricordato molto un incrocio tra Pearl I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama di Janis Joplin, non per nulla Dana Fuchs (come Beth Hart) ad inizio carriera era stata una delle interpreti del musical Love Janis. Backstreet Baby è una partenza in perfetto stile Deep South, tra Stax e soul revue, con fiati sincopati, le voci femminili di supporto, organo, ritmica, tutti perfetti e Diamond che ci regala anche una breve sciabolata di chitarra, sul tutto ovviamente svetta la voce della nostra amica.

Per andare ancora di più alle radici, Nobody’s Fault But Mine era su The Immortal Otis Redding, un’altra sciccheria funky-soul di grande impatto, con Dana Fuchs in piena modalità Janis, voce roca, con il giusto mix tra R&B e rock, con la band sempre sul pezzo e Diamond che si rivela chitarrista più eclettico del solito; Callin’ Angels è un mid-tempo godurioso, giusto a metà strada tra il deep soul della Stax e quello più danzabile della Motown, comunque altro brano eccellente, e poi quei fiati in sincrono e l’assolo di organo sono da manuale della perfetta musica soul. Sittin’ On ha un giro di basso libdinoso suonato da Daley, che pompa di gusto sul proprio strumento, mentre tutti i musicisti e una deliziosa Dana, rivisitano la grande musica che usciva dai solchi dei dischi dei tempi che furono, rock, soul e belle melodie mescolati e shakerati con grande classe ed arrangiamenti scintillanti, con la ciliegina dell’assolo di Diamond nella parte centrale, breve ma intenso e perfetto, e come cantano anche le due coriste. Love Lives On è il primo dei brani che oltre alle firme di Fuchs e Diamond riporta anche quella di Scott Sharrard, il musicista che è stato la chitarra solista e il direttore musicale della Gregg Allman Band negli ultimi anni di vita del grande musicista di Nashville (perché lì era nato): una ballata struggente di quelle strappa mutande, degna erede del grande repertorio Stax, ma anche dei brani lenti della indimenticabile Janis Joplin di Pearl, che viene fatta rivivere da una interpretazione vocale da brividi, di grande intensità. Sad Solution ci riporta alla consueta ma non scontata, se ben eseguita, miscela di soul, funky e rock, che è il principale stile che contraddistingue l’album, con organo, sax e chitarra a dividersi i compiti, mentre il testo verte sulle vicende dei rifugiati e degli immigrati illegali che hanno toccato la coscienza sociale della Fuchs.

Faithful Sinner, un altro dei brani scritti con Sharrard è nuovamente una splendida power ballad, più intima e raccolta, di impianto quasi gospel per l’occasione, con organo e fiati che fanno sentire sempre la loro presenza e stimolano un’altra prestazione vocale eccellente di Dana; Sedative potrebbe addirittura ricordare il soul più “moderno” di Amy Winehouse, molto piacevole, per quanto non memorabile, l’atmosfera sonora raffinata lo lascia comunque gustare. Ready To Rise, di nuovo scritta con Sharrard, potrebbe ricordare un suono alla Steve Winwood, quando nei suoi Traffic anni ’70 suonavano i musicisti del giro Muscle Shoals, quindi più rock, ma con le scivolate dell’organo in evidenza che rimandano a quel sound e poi notevole assolo di Jon Diamond in grande spolvero alla solista; mentre il “ruggito” vocale è tra Janis e Joe Cocker. Nella parte finale dell’album arrivano alcuni brani più dolci ed acustici, per esempio Fight My Way, che oltre che di Sharrard porta anche la firma di David Gelman, un brano di impianto country-folk che parte da un riff iniziale simile a Blackbird dei Beatles, per poi trasformarsi in una delizia di mandolini, dobro, lap steel, acustiche arpeggiate, e la nostra amica del tutto a suo agio anche in questo impianto più delicato e raffinato.

Per poi tuffarsi in Battle Lines, un altro brano che profuma di paesaggi sudisti e sembra uscire da qualche disco della Band o di Levon Helm, ancora con mandolino, piano, armonie vocali sognanti che si vanno ad unire ad una armonica sbarazzina, all’organo avvolgente di Hodges e al cantato splendido in assoluta souplesse e controllo che solo le grandi cantanti come la Fuchs sanno avere. In quel di Memphis non può mancare un blues fiatistico di quelli duri e puri, come Same Sunlight, suono Stax o à la Janis Joplin più blues, ancora con ottimo lavoro di Diamond alla solista. Il brano conclusivo, uno dei migliori di un album dai livelli comunque notevoli, è una cover sorprendente di Ring Of Fire di Johnny Cash, rallentata ad arte e trasformata in una ballata country che rivaleggia come bellezza con la classica Me And Bobby McGee, in un tripudio di pedal steel, chitarre acustiche, organo e tastiere assortite, tra rallentamenti e ripartenze deliziose, una piccola gemma finale. Il suo disco migliore e uno dei più belli del 2018, fino ad ora: da New York a Memphis con passione.

Bruno Conti

Non Posso Che Confermare: Gran Bel Disco! Levi Parham – It’s All Good

levi parham it's all good

*NDB Se vi risulta familiare non vi state sbagliando, ne abbiamo già parlato in anteprima, molto bene, all’incirca un mese fa https://discoclub.myblog.it/2018/06/03/lairone-delloklahoma-ha-spiccato-il-volo-con-un-grande-disco-levi-parham-its-all-good/ , ma visto che mi trovo tra le mani anche una seconda recensione, nel frattempo è uscita anche la versione americana, e il disco merita, ho deciso di pubblicare anche questa. Succede raramente, ma per questa volta facciamo una eccezione.

Levi Parham  – It’s All Good – Continental Song City/CRS CD/Horton Records

Levi Parham, musicista originario dell’Oklahoma, è sempre stato molto legato alla sua terra d’origine, fin dal suo esordio, l’autogestito (non di facile reperibilità. ma si trova) An Okie Opera. Il suo secondo lavoro, These American Blues (2016) è stato prodotto dal “late great” Jimmy LaFave, che era sì texano ma aveva vissuto per anni a Stillwater: ora Parham, nel suo nuovo album It’s All Good, ha deciso di giocare ancora più in casa, chiamando a raccolta musicisti solo della zona di Tulsa (ed infatti il CD è intitolato a Levi insieme ai Them Tulsa Boys And Girls), un gruppo di amici e conoscenti tra i quali spicca una nostra vecchia conoscenza, John Fullbright, ma anche altri musicisti titolari di discografie in proprio (Jesse e Dylan Aycock, il chitarrista Paul Benjaman, che è anche il band leader in questo disco). E It’s All Good è un gran bel disco di puro rock sudista, dieci canzoni lucide e coinvolgenti in cui il nostro mischia con grande abilità e feeling rock, blues, boogie ed un pizzico di funky e soul.

L’album è stato inciso a Sheffield, in Alabama, nei Portside Studios che altro non sono che gli ex Muscle Shoals Studios, un ambiente nel quale solo ad entrarci si respira grande musica. E di grande musica in questo CD non ne manca di certo: Parham è un vero uomo del sud, ha il ritmo nel sangue, ed in più è dotato di una voce mica male; le canzoni partono dalla lezione di gruppi storici come Little Feat, Allman Brothers Band, Delaney & Bonnie e Derek & The Dominos, nomi importanti certo, e di sicuro inarrivabili, ma Levi ha l’intelligenza e l’umiltà di andare per la sua strada, e mette a punto un disco di vero rock come si faceva negli anni settanta, con la slide spesso protagonista ma in genere con un suono piuttosto chitarristico, ben bilanciato da validi interventi di piano ed organo. Badass Bob è un brano elettrico e bluesato, dal ritmo strascicato e quasi pigro, con un mood decisamente annerito ed un intermezzo chitarristico notevole. Anche Borderline parte attendista, ma c’è una tensione elettrica che fa presagire un’esplosione imminente, che arriva dopo due minuti sotto forma di aumento di ritmo e ruspanti assoli di chitarra. Puro rock, suonato come Dio comanda. Turn Your Love Around è scura, lenta, quasi paludosa, tra rock e blues del Mississippi, eseguita con una padronanza degna di un veterano, e contrassegnata da acuti lancinanti a base di slide, mentre la vibrante My Finest Hour, dal ritmo spezzettato, è più solare pur mantenendosi saldamente in territori sudisti, con la voce “nera” del nostro che è quasi uno strumento aggiunto.

Boxmeer Blues è un rock’n’roll sanguigno e coinvolgente, che rammenta alcune cose dei Little Feat ma anche dei Subdudes: chitarre che dettano il ritmo ed ottimi interventi di organo e piano elettrico; la fluida Shade Me sembra il risultato del viaggio di un anno nel sud degli States da parte dei Beatles, specialmente Harrison e Lennon, mentre la trascinante Heavyweight è ancora influenzata dall’ex band di Lowell George sia nel suono, un rock-blues con elementi quasi funk, sia nell’uso sbarazzino della slide, ed anche la godibile Kiss Me In The Morning non si discosta molto da queste sonorità: slide sempre in primo piano, ottimo uso del pianoforte ed un motivo fresco e scorrevole, con un assolo di sax come ciliegina. Il CD termina con la title track, un gustosissimo boogie pianistico degno di Professor Longhair, e con la tenue All The Ways I Feel For You, finale stripped-down, voce e chitarra, ma cui non manca di certo l’intensità. Al terzo disco Levi Parham ha centrato il bersaglio: consigliato a chi ama il rock, quello vero, con implicazioni southern.

Marco Verdi

Un Bel Volo Sopra La Windy City! Birds Of Chicago – Love In Wartime

birds of chicago love in wartime

Birds Of Chicago – Love In Wartime – Signature Sounds CD

I Birds Of Chicago sono un duo formato da JT Nero ed Allison Russell, che sono anche marito e moglie nella vita: nonostante provengano dalla metropoli dell’Illinois, tanto da indicarne anche il nome nel moniker, i due non fanno blues, anzi sono completamente all’opposto. Partiti nel 2012 come duo folk, i BOC hanno in pochi anni evoluto il loro sound aggiungendo elementi diversi, tra roots, rock e pop, senza perdere di vista l’attenzione per un certo tipo di musica cantautorale. Il loro album precedente, Real Midnight (il secondo, 2016) https://www.youtube.com/watch?v=7iYarZuPi74 , è stato prodotto addirittura da Joe Henry, uno che si muove solo per prodotti di qualità, ed in grado di dare un suono ad ogni lavoro in cui è coinvolto. Per Love In Wartime, il loro nuovo CD, JT ed Allison si sono invece rivolti a Luther Dickinson, figlio del grande Jim e leader dei North Mississippi Allstars, uno diametralmente opposto a Henry, più diretto e meno cantautore: il risultato è un disco di moderno pop-rock, estremamente gradevole e che si ascolta con piacere, con poche tracce del folk degli inizi del duo, ma con qualche accenno di southern soul qua e là, sicuramente retaggio della presenza di Dickinson.

Luther si è limitato a stare in consolle, non ha preso in mano nessuno strumento, operazione che è stata svolta (bene) da un manipolo non molto vasto di musicisti, tra cui è giusto segnalare almeno la chitarra solista di Joel Schwartz e le tastiere di Drew Lindsay, molto importanti nell’economia del suono. Dopo una breve introduzione strumentale a base di banjo, chitarra acustica e pianoforte, l’album si apre con la saltellante Never Go Back, un brano solare dal gusto pop e con soluzioni melodiche e ritmiche non scontate, che denotano da subito una certa creatività da parte di Nero (che scrive tutte le canzoni) e della Russell. La title track è una lunga e profonda ballata notturna, cantata a due voci e con un retrogusto soul, molto classica e con un bell’assolo chitarristico, Travelers è una rock ballad fluida, gradevole e diretta, caratterizzata dalla voce bella ed anche particolare di Allison e da un refrain decisamente immediato, con un assolo di synth stranamente non fastidioso ma che si inserisce con logica nel tessuto sonoro.

Try è ancora una lento soul moderno (che voce Allison), e funziona, Lodestar è un pezzo quasi etereo e cantato sottovoce, con però un bel tappeto ritmico ed un lavoro chitarristico raffinato, Roll Away è invece un limpido e vivace pop-rock, molto godibile e con uno dei ritornelli migliori del disco. Baton Rouge, ballata elettrica ben costruita e con un gusto melodico non indifferente, con chitarra e piano in evidenza, precede Roisin Starchild, altro pezzo intriso di soul, molto classico (evidente qui lo zampino di Dickinson) e con la voce della Russell perfettamente in parte. L’album termina con Superlover, oasi elettroacustica e quasi folk, sostenuta da uno script maturo, e con Derecho, un funk-rock diverso da tutto il resto ma ugualmente piacevole. Un altro buon lavoro per i Birds Of Chicago, che tra le altre cose hanno l’ottima abitudine di non adagiarsi ma di cercare sempre di evolvere il loro suono, mantenendo comunque una solida struttura di base.

Marco Verdi

Per Festeggiare Il Loro 50° Anniversario, Torna Alla Grande Uno Dei Gruppi Funky-Soul Più “Gagliardi” Di Sempre. Tower Of Power – Soul Side Of Town

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Tower Of Power – Soul Side Of Town – Mack Avenue Records

Tra I tanti gruppi che festeggiano il fatidico 50° Anniversario nel 2018 ora sbucano anche i Tower Of Power, come annunciano nello sticker del CD Soul Side Of Town. Poi al solito uno fa quattro conti e vede che il primo album della band californiana, East Bay Grease, è uscito nel 1970 per la Fillmore Records, l’etichetta fondata da Bill Graham. Ok, però loro ci diranno che già nel 1968, quando comunque si chiamavano ancora Motowns, iniziavano a muovere i primi passi tra Oakland e Berkeley, ma a questa stregua quest’anno è il 60° anniversario dei Quarrymen di Lennon e McCartney, e così via. Comunque, l’album di cui andiamo ad occuparci è il primo ad uscire dal 2009 dell’ottimo Great American Soulbook, e come raccontano loro stessi nel libretto che accompagna il CD, il progetto ha avuto una gestazione lunga e travagliata, con i primi passi mossi già nel 2012, poi tra problemi di salute, ricoveri ospedalieri, incidenti vari, due di loro sono stati travolti da un treno e sono sopravvissuti, scelte del cantante, del produttore, la decisione di registrare 28 brani (applicando il metodo Michael Jackson, suggerito dal produttore Joe Vannelli, fratello di Gino, ovvero registri tutto e poi scegli i brani migliori).

E “casualmente” si arriva al 2018 ed esce quello che dovrebbe essere il loro 18° album in studio. Quando nacquero, a cavallo degli anni ’70, vennero considerati uno  dei primi gruppi funky (rock) della storia, a grandi linee stesso filone di band come Cold Blood e Sons Of Champlin, ma anche apparentati con la soul music più morbida, qualche vicinanza con i Santana, oppure con gruppi come gli Earth, Wind & Fire, gli Isley Brothers dei 70’s, il James Brown più funky, anche i Rufus, che nascono più o meno in quegli anni. In ogni caso diciamo che rimangono, per gli amanti del rock,, una sorta di “piacere proibito”: gli americani, lo chiamano anche smooth soul, più levigato ed accomodante di quello genuino. Il discorso ovviamente vale anche per Soul Side Of Town, che è un buon album tutto sommato, suonato molto bene, non lontanissimo dal classico funky soul dei loro anni migliori: il leader Emilio Castillo è sempre una buona penna, e suona il sax in modo vibrante, David Garibaldi, uno di quelli investiti dal treno, è ancora un batterista dinamico e variegato, Francis Rocco Prestia (un altro dei nostri “compatrioti”), completa la sezione ritmica con il suo basso super funky, Roger Smith è un ottimo organista, Jerry Cortez suona tutti i tipi di chitarra e Tom Politzer guida una sezione fiati dirompente, con altri quattro elementi, mentre Marcus Scott e Ray Greene si dividono le ottime parti vocali soliste.

Le canzoni si ascoltano con piacere (proibito): siano esse le brevi intro e outro scatenate di East Bay! All Day o East Bay! Oakland Style, a tutto fiati, oppure la dinamica Hangin’ With My Baby che sembra un incrocio tra il James Brown più funky anni ’70 o lo Stevie Wonder migliore, con percussioni, fiati impazziti, organo, voci e chitarre in overdrive, ma anche Do You Like That che rimanda ai primi Earth, Wind & Fire, con incroci vocali e strumentali di gran classe, quasi acrobatici, fino al gagliardo assolo di sax, il tutto con un suono naturale che è l’esatto opposto del “nu Soul” pompato, sintetico e ripetitivo che domina le attuali classifiche https://www.youtube.com/watch?v=aUdm5GXsVUc . Sarà anche commerciale ma è suonato un gran bene, come conferma il sound spaziale e chitarristico di On The Soul Side Of Town che ci riporta al suono degli Isley Brothers, con un assolo di organo da sballo, mentre la parte vocale è addirittura rigogliosa. Anche Do With Soul è funky corale, carico e coinvolgente, falsetti spericolati e ritmi pompatissimi, mentre Love Must Be Patient And Kind, una ballata languida ed avvolgente fa parte del lato più “leccato” della loro musica, con Butter Fried che ritorna all’Earth, Wind & Fire sound, o visto che è un brano strumentale, rimanda quasi addirittura ai Blood, Sweat And Tears https://www.youtube.com/watch?v=3NAQU8NAO4c . Niente male anche Selah, dal ritmo incalzante, sempre suonata alla grande, con sax, chitarra slide e tutti i fiati in spolvero. Let It Go con sitar guitar, archi e una voce melliflua, è più “ruffiana”  e con gli angoli levigati. Stop appartiene nuovamente alla categoria “mi piace James Brown e adesso ve lo faccio sentire”, When LoveTakes Control dopo l’ascolto richiede l’esame della glicemia per controllare il livello degli zuccheri nel sangue e anche la conclusiva Can’t Stop Thinking About You  fa calare drasticamente la quota funky del disco, che però nell’insieme rimane gagliarda e convincente.

Bruno Conti

Un Concentrato Di Energia Sudista. Arkansas Dave – Arkansas Dave

arkansas dave

Arkansas Dave – Arkansas Dave – Big Indie CD

Arkansas Dave, al secolo David Pennington (nel nome d’arte si cela la sua provenienza – anche se da anni vive in Texas – ma Arkansas Dave era anche il soprannome di Dave Rudabaugh, un fuorilegge vissuto nella seconda metà del 1800) è un esordiente, ma ha già un background musicale notevole, essendo stato per diverso tempo il secondo chitarrista della touring band del grande bluesman Guitar Shorty. Ma Dave non fa blues, è cresciuto a pane, country e southern rock, e la sua musica è il risultato di queste influenze: dopo aver scritto una manciata di canzoni per il suo debut album, le ha incise ad Austin con la sua backing band (Will McFarlane, chitarra, Clayton Ivey, organo, Bob Wray, basso, Justin Holder, batteria e Jamie Evans, pianoforte), ma poi, dopo averle riascoltate, ha pensato mancasse qualcosa, ed allora è andato nei mitici FAME Studios a Muscle Shoals, in Alabama, e ha impreziosito diversi brani con la strepitosa sezione fiati locale. Il risultato è Arkansas Dave, un bellissimo album di southern soul, suonato e cantato alla grande, e con una serie di canzoni di qualità sorprendente per un esordio.

In certi momenti la fusione del suono della band con quello dei fiati mi fa venire in mente i lavori recenti di Nathaniel Rateliff, anche se qui siamo più dalle parti del soul sudista e manca la parte errebi e funky. Comunque un disco altamente godibile, che sembra il frutto di un artista già esperto e non quello di un debuttante. L’album inizia ottimamente con Bad At Being Good, una rock song potente, con un’accattivante miscela tra chitarre ruspanti, sezione ritmica formato macigno e fiati pieni di calore, un muro del suono poderoso e dal feeling enorme. On My Way è un classico boogie, ruvido e diretto, con organo e fiati che provvedono a fornire un bel suono “grasso” (e non manca un ottimo assolo chitarristico): un uno-due veramente micidiale, ma le frecce all’arco di Dave non sono certo finite qui. Decisamente trascinante anche Think Too Much, dallo sviluppo intrigante, con una slide sinuosa ed un mood contagioso, Bad Water sembra il Joe Cocker dei bei tempi, ma sotto steroidi, con uno stile a metà tra boogie e soul, la lenta ed insinuante Chocolate Jesus sa di blues polveroso del Mississippi, fino al momento in cui entrano i fiati a dare un tono dixieland, mentre con Squeaky Clean siamo in pieno territorio southern blues, sporco e limaccioso quanto basta.

Il disco è bello, creativo e ricco di spunti ed idee interessanti: The Wheel è una ballata nella più pura tradizione dei grandi gruppi del sud, epica ed evocativa, con uno splendido ma purtroppo breve finale strumentale, l’attendista Rest Of My Days ha una linea di basso molto pronunciata ed una melodia interessante anche se non “arriva” subito, mentre Jubilee è uno slow fluido e disteso dalle sonorità calde. In Something For Me si fanno risentire i fiati ed il pezzo, un soul molto intenso e cantato benissimo https://www.youtube.com/watch?v=D76_Jt8gh-U , ha qualcosa che rimanda al suono di The Band e alla scrittura di Robbie Robertson, ed anche Diamonds è un bellissimo brano intriso di southern sound, con un notevole crescendo ritmico ed un coro quasi gospel: tra le più riuscite. Il CD, una vera sorpresa, termina con l’acustica e sognante Hard Times https://www.youtube.com/watch?v=nIGbMLbx5gY  e con la tenue e toccante Coming Home, ballata in puro stile gospel-rock. Gran bel dischetto, Arkansas Dave è uno da tenere d’occhio, e secondo me pure dal vivo è in grado di dire la sua.

Marco Verdi

La Voce E La Grinta Sono Quelle Di Un Trentenne, Ma Pure Il Disco E’ Bello! Roger Daltrey – As Long As I Have You

roger daltrey as long as i have you

Roger Daltrey – As Long As I Have You – Republic/Universal CD

Roger Daltrey, storico frontman degli Who, è una delle figure più carismatiche della nostra musica, ed anche una delle ugole più potenti in circolazione. Il suo tallone d’Achille è però sempre stato il songwriting, ed è la ragione per la quale da solista non ha mai sfondato (come saprete tutti, negli Who le canzoni le scriveva Pete Townshend). Meno di dieci album in totale nella sua carriera senza il suo gruppo principale, la maggior parte dei quali concentrati negli anni settanta, anche se nessuno di essi si può definire indispensabile, ed in più anche qui Roger non toccava la penna, ma si faceva scrivere i brani da altra gente, con risultati non proprio simili a quando lo faceva Pete. Dopo anni di silenzio per quanto riguarda i dischi a suo nome, Roger aveva sorpreso non poco quando nel 2014 era uscito l’ottimo Going Back Home, un gran bel disco di energico rock’n’roll condiviso con Wilko Johnson, un lavoro nel quale i due ci davano dentro con la foga di una garage band (ed anche lì tutte le canzoni erano opera dell’ex chitarrista dei Dr. Feelgood, nessuna di Roger).

Quella sorta di bagno purificatore deve aver fatto bene al nostro, in quanto il suo nuovo album da solista, As Long As I Have You (il primo dal 1992) è senza dubbio il lavoro migliore della sua carriera, Who a parte ovviamente. Daltrey qui si avventura anche nella scrittura in un paio di pezzi, ma per nove undicesimi il disco si rivolge a classici più o meno noti in ambito rock, soul ed errebi, scelti però con molta cura, ed il riccioluto cantante inglese dimostra di avere ancora una voce della Madonna, ed una grinta che è difficile da trovare anche in musicisti con quaranta anni meno di lui. Merito della riuscita del disco va indubbiamente anche al produttore Dave Eringa, che è intervenuto con mano leggera per quanto riguarda gli arrangiamenti, ma dando comunque un suono potente ed asciutto ai vari brani; da non sottovalutare poi la scelta di chiamare proprio Pete Townshend in ben sette canzoni, dato che stiamo parlando di uno che conosce Roger come le sue tasche, anche se si è comunque scelto di non far sembrare il disco un clone di quelli degli Who. Infatti As Long As I Have You si divide tra brani rock potenti e sanguigni e ballate di sapore soul, che uno come Daltrey canta a meraviglia, grazie anche al supporto notevole delle McCrary Sisters in vari pezzi (tra gli altri musicisti degni di nota abbiamo Sean Genockey alla chitarra, che si alterna con Townshend alle parti ritmiche e soliste, Mick Talbot alle tastiere, John Hogg al basso e Jeremy Stacey alla batteria). La title track, un vecchio brano di Garnet Mimms, apre il disco in maniera decisa, un rock-boogie potente e dal ritmo acceso, con Roger che dimostra subito di avere ancora un’ugola notevole, mentre sullo sfondo basso e batteria pestano di brutto e le sorelle McCrary danno il tocco gospel.

How Far (di Stephen Stills, era nel primo Manassas) è più tranquilla, Townshend suona l’acustica (e lo stile si sente), ma nel refrain si aggiunge l’elettrica di Genockey e Daltrey canta con la solita verve; Where Is A Man To Go?, versione al maschile di una canzone portata al successo da Gail Davis prima e da Dusty Springfield poi, è una rock ballad decisamente energica, con un suono pieno e vigoroso guidato da piano e chitarra, ed un retrogusto soul, merito anche delle backing vocalist: molto bella, e poi Roger canta da Dio. Get On Out Of The Rain era invece un brano dei Parliament, ma Roger lo depura dalle sonorità funky e lo fa diventare un pezzo rock al solito potente e diretto come un macigno, con un raro assolo di Townshend (che è più un uomo da riff), e la canzone stessa così arrangiata è quella più vicina al sound degli Who; I’ve Got Your Love è splendida, forse la migliore del CD, una sontuosa ballata di Boz Scaggs che viene suonata in maniera sopraffina e cantata in modo formidabile, ancora con un caldo sapore soul, il consueto bel coro femminile ed un breve ma toccante assolo di Pete: grandissima canzone. Quasi sullo stesso livello anche Into My Arms, già stupenda nella versione originale di Nick Cave: Roger non la cambia molto, la esegue solo con piano e contrabbasso, cantandola con un’inedita voce bassa molto simile a quella del songwriter australiano, con un esito finale da pelle d’oca.

You Haven’t Done Nothing, di Stevie Wonder, viene rivoltata come un calzino e trasformata in un potentissimo rock-errebi con tanto di fiati, anche se le chitarre sono un filo troppo hard in questo contesto; con Out Of Sight, Out Of Mind (The Five Keys, Dinah Washington) restiamo in territori soul-rhythm’n’blues, ma la canzone è migliore della precedente, con un marcato sapore sixties ed un accompagnamento perfetto (e sentite come canta Roger), mentre Certified Rose, scritta proprio da Daltrey, è una calda e classica ballata pianistica ancora coi fiati in evidenza, fluida e ricca di feeling. The Love You Save (di Joe Tex) è un’altra splendida soul song in stile anni sessanta, meno potente e più raffinata di quelle che l’hanno preceduta, sul genere di Anderson East (che deve ancora mangiarne di bistecche per arrivare ai livelli di Roger); chiusura con Always Heading Home, ancora scritta dal nostro, altro toccante lento pianistico, cantato, ma sono stufo di dirlo, in maniera superlativa. Devo confessare che, visti i precedenti da solista di Roger Daltrey, inizialmente non avevo molta voglia di accaparrarmi questo As Long As I Have You, ma oggi sono contento di averlo fatto.

Marco Verdi

La “Strana” Coppia Ci Riprova…E Fa Centro! Ben Harper & Charlie Musselwhite – No Mercy In This Land

ben harper and charlie mussselwhite no mercy in this land

Ben Harper & Charlie Musselwhite – No Mercy In This Land – Anti CD

Ho sempre ritenuto Ben Harper potenzialmente un ottimo artista, ma che non aveva mai espresso pienamente le sue qualità, a cominciare dalla mancata conferma di quanto di buono aveva lasciato intravedere con il suo esordio del 1994 Welcome To The Cruel World. Certo, Ben ha all’attivo diversi dischi di buon livello (i miei preferiti sono Lifeline, l’ottimo There Will Be A Light, inciso con i Blind Boys Of Alabama, e Live From Mars, inciso dal vivo), ma mi ha sempre dato la sensazione di non essere in grado di fare l’ultimo passo, il salto giusto che lo avrebbe fatto passare nella categoria degli artisti di cui fidarsi a scatola chiusa. Il talento c’è sempre stato, ma non è mai stato supportato dalla continuità nelle prestazioni, ed ultimamente si notava nei suoi dischi anche una certa stanchezza compositiva. Anche Get Up!, l’album inciso insieme al grande bluesman Charlie Musselwhite nel 2013, risentiva di questi problemi: un buon disco, ma non un grande disco, con il suono giusto ma non sempre con canzoni all’altezza. Oggi i due ci riprovano, e devo dire che, nella sua estrema sintesi (dura solo 35 minuti), No Mercy In This Land è un album nettamente più riuscito del suo predecessore, e concorre addirittura per essere eletto come uno dei più belli in assoluto di Harper.

Il suono è ancora migliore che in Get Up!, la produzione, nelle mani di Ben stesso insieme ai musicisti che lo accompagnano (Jason Mozersky alla chitarra, Jesse Ingalls al basso, piano ed organo, e Jimmy Paxson alla batteria), è perfetta, ma quello che marca la netta differenza è la qualità delle canzoni (tutte originali). No Mercy In This Land è un disco serio e fatto con cognizione di causa, decisamente blues, molto di più di qualunque cosa Ben avesse fatto finora: Harper ha sempre avuto il blues nel sangue, ma nemmeno Get Up! era così spostato verso la musica del diavolo, e se ci mettiamo il netto miglioramento della qualità dei brani capirete il perché del mio giudizio. Ho lasciato volutamente per ultima la figura di Musselwhite, che non interviene né in veste di songwriter né in quella di cantante (tranne che in un caso), e si “limita” a suonare l’armonica, ma sbagliate se pensate ad un ruolo marginale: infatti la sua presenza è di grande ispirazione per Harper, e poi stiamo parlando di uno dei re assoluti dell’armonica blues, uno che è capace di trasformare una canzone solo soffiando nel suo strumento, diventando una colonna portante nell’economia sonora di qualsiasi disco lo veda protagonista. Dieci canzoni all’insegna del blues più profondo, con Ben e Charlie che si divertono con i rispettivi strumenti (Harper è anche un valido chitarrista), a partire dall’iniziale When I Go, che in avvio sembra una messa cantata, ma poi entra la chitarra di Harper, con l’armonica di Musselwhite che dona poche ma significative pennellate ed una sezione ritmica decisamente pressante, per un bluesaccio cadenzato e ad alto tasso di intensità.

Bad Habits è puro blues Chicago-style, nella tradizione dei grandi: ritmo saltellante, bella voce e chitarra ancora meglio, con la ciliegina di Charlie che riffa alla grande col suo strumento. Love And Trust, dedicata a Mavis Staples, è un blues acustico ruspante e diretto, con Charlie indispensabile nell’economia del suono ed un tocco soul che non guasta; The Bottle Wins Again è uno splendido e sanguigno boogie dal riff di armonica insistito ed un’ottima prestazione da parte della band, con Ben ovviamente in testa, ed è tra le più coinvolgenti del CD, mentre Found The One è un vivace pezzo dal ritmo spezzettato ed un grandissimo Musselwhite. When Love Is Not Enough alza momentaneamente il piede dal blues per offrirci uno slow dal sapore soul, davvero intenso (ed è in brani come questo che si nota la crescita di Harper come autore); Trust You To Dig My Grave è un folk-blues acustico d’altri tempi, alla Mississippi John Hurt, mentre la title track è un blues purissimo ridotto all’osso, con le due voci (qui infatti canta anche Charlie) che si intendono alla grande ed anche l’intreccio tra chitarre ed armonica è perfetto. Chiudono un disco eccellente la tonica e trascinante Movin’ On, altro boogie ad alta temperatura, e Nothing At All, evocativa ballata soul che profuma di bei tempi andati.

Finalmente un gran bel disco da parte di Ben Harper, anche se c’è da dire che senza la presenza di Charlie Musselwhite il risultato non sarebbe stato lo stesso.

Marco Verdi

In “Pellegrinaggio” Alle Radici Del Soul E Del Rock, Risultato Prodigioso! Paul Thorn – Don’t Let The Devil Ride

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Paul Thorn – Don’t Let The Devil Ride – Perpetual Obscurity Records

Paul Thorn è uno dei tanti “piccoli grandi” segreti della musica Americana di qualità: cantautore con una consistente discografia, una dozzina di album, compresi alcuni live, una antologia e un disco, Pimps And Preachers, forse il suo migliore, che gli era talmente piaciuto da averne pubblicate tre diverse versioni https://discoclub.myblog.it/2011/02/25/temp-8321917b0bce057cb280fea99f41838b/ . Il nostro amico è nato a Kenosha, Wisconsin, ma si è trasferito a vivere, praticamente ancora in fasce, a Tupelo, Mississippi, la patria di Elvis Presley. Babbo predicatore presso la chiesa locale, Thorn ha avuto una vita avventurosa, lasciando la famiglia a 18 anni per “vivere nel peccato”, poi è stato nella guardia nazionale e ha intrapreso una importante carriera nel pugilato professionistico che lo ha portato a combattere nel 1988 contro il grandissimo Roberto “Mano Di Pietra” Duran, perdendo onorevolmente (e il non dimenticato Chris Gaffney ha inciso una bellissima canzone The Eyes Of Roberto Duran, sull’album del 1995, prodotto da Dave Alvin, di cui in rete trovate una eccellente versione video cantata con l’autore Tom Russell e Alvin alla chitarra https://www.youtube.com/watch?v=2gfzk047ImU ).

L’altra grande passione di Thorn è sempre stata, fin da bambino, la musica, ha fatto parte del roster di artisti di Rick Hall, il fondatore dei Fame Studios, e dopo l’esordio per l’A&M del 1997, si è sempre autoprodotto per la propria etichetta, la Perpetual Obscurity, con l’aiuto del co-autore e produttore Billy Maddox, in questo Don’t Let The Devil Ride “aiutato” da Colin Linden. Paul Thorn è il classico cantautore completo, nel suo stile confluiscono rock, country, blues, soul , Americana e southern rock, ma per l’occasione di questo suo secondo disco di cover ha deciso di lanciarsi in un disco di gospel (e blues), altro grande amore e omaggio alle radici della sua famiglia. Se non lo conoscete (ed è un delitto) provate qualsiasi suo album, dal primo Hammer And Nail, al citato Pimps And Preachers, o anche Too Blessed To Be Stressed del 2014, sono tutti belli e anche il nuovo tiene fede alla sua fama. Oltre a Linden nel disco, che è stato registrato tra i Sun Studios di Sam Phillips, i Fame Studios di Muscle Shoals (quando Rick Hall, il vecchio proprietario era ancora vivo) e per la parti dei fiati alla Preservation Hall di New Orleans, con la band presente, oltre alle McCrary Sisters, alla cantante texana Bonnie Bishop, al chitarrista Billy Hinds, al batterista  George Recile, e a vari altri luminari della musica soul e del gospel, tra cui i Blind Boys Of Alabama.

Il risultato è veramente eccellente, rivaleggia con i recenti dischi di Jimmy Barnes e Marc Broussard nella rivisitazione della migliore musica nera. Questa volta soprattutto gospel, ma la musica profana è comunque rappresentata da ottime versioni di You Got To Move, il blues di Fred McDowell “gospelizzato” dalle splendide sorelle McCrary, ma pure Thorn ha una voce notevole, e dalla Love Train degli O’Jays, un pezzo che diventa una giubilante ode al signore, in una versione corale sontuosa. Ma sin dall’iniziale, scintillante e scatenata Come On Let’s Go si capisce che siamo a bordo per un viaggio nel miglior gospel, magari brani poco noti, a parte i due citati, ma con voci, fiati e i musicisti tutti che impazzano alla grande. The Half Has Never Been Told è un blues elettrico potente, con le chitarre di Linden e Hinds in primo piano, assieme alle tastiere di Michael Graham; Keep Holdin’ On è un’altra gospel song dal retrogusto blues di grande fascino, mentre He’s A Battle Axe con il mandolino di Linden in evidenza è più rurale e country, ma ha l’appeal dei brani migliori di John Hiatt, di cui Thorn ricorda molto la voce. Something On My Mind è uno slow blues intenso e fiatistico di grande pregio, Soon I Will Be Done un’altra gospel  esultante con voci e strumenti che impazzano, con One More River che potrebbe ricordare il Ry Cooder blues di fine anni ’70 e He’ll Make A Way, con una slide malandrina, è un altro pezzo splendido e pure Don’t Let The Devil Ride non scherza, vi sfido a trovare un brano brutto in questo album. Ascoltare per godere le gioie della buona musica.

Bruno Conti

Sherman Holmes Una Vita Per Il Gospel (E Il Soul). The Sherman Holmes Project – The Richmond Project

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The Sherman Holmes Project –The Richmond Sessions – Virginia Foundation/M.C. Records/Ird

Sherman Holmes, con il fratello minore Wendell e con Popsy Dixon, il batterista e voce in falsetto, per quasi trenta anni è stato l’anima degli Holmes Brothers, un trio che fondeva mirabilmente gospel, soul, R&B, blues, con abbondanti dosi di  “Americana”. A tre anni dalla scomparsa dei due pards, Sherman torna sul “luogo del delitto”, ovvero la Virginia, da cui venivano entrambi i fratelli, per The Richmond Sessions, un progetto corale definito Sherman Holmes Project, in cui sono confluiti anche alcuni dei migliori “pickers” americani, da Rob Ickes al dobro, strumentista e leader dei Blue Highways a Sammy Shelor al banjo, della Lonesome River Band, passando per l’ottimo Jared Pool che suona il mandolino e la Telecaster, senza dimenticare il violinista, David Van Deventer, anche lui musicista di pregio. Coordina il tutto l’armonicista Jon Lohman del Virginia Folklife Project, che negli studi di Richmond ha prodotto questo bellissimo album, che agli elementi citati prima degli Holmes Brothers, ha aggiunto una corposa patina country e bluegrass, senza tralasciare il rock, che viaggia dalle parti della Band e della musica di Levon Helm, grande fan del trio, e, in questo caso, punto di riferimento per la musica che ne è risultata.

Naturalmente non manca l’amato gospel-soul rappresentato dalle Ingramettes, guidate dalla giovane Almeta Ingram-Miller, che ha preso il posto della mamma nel trio vocale femminile. Ci sono altri musicisti nel disco, ma citerei soprattutto la bravissima Joan Osborne, ospite in una evocativa versione di un capolavoro assoluto della soul music, quella Dark End Of The Street, scritta da due geni della musica sudista come Chips Moman e Dan Penn, che ogni tanto riaffiora dalle nebbie del tempo anche per ricordarci il suo primo interprete, il grande James Carr https://www.youtube.com/watch?v=HC3AXQ8dPJM . Il disco si apre con una brillantissima versione del traditional Rock Of Ages, che oltre a ricordare il titolo di uno dei dischi storici della Band, ci riporta alla mente il sound dei dischi di Helm dell’ultimo periodo, Dirt Farmer e Electric Dirt, ma pure le Midnight Rambles che si svolgevano nel suo studio vicino a casa, con godibilissimi interscambi tra le voci di Sherman, ancora in grande forma e la Ingram-Miller, con il guizzante violino di Van Deventer, il dobro di ickes, il banjo di Shelor, il mandolino di Pool, ma anche una solida sezione ritmica, dove svetta il basso della stesso Holmes, molto presente, il risultato è consistente e brillante, come ribadisce una Liza Jane deliziosa dal songbook di Vince Gill, un piccolo gioiellino di bluegrass-country quasi progressivo, dove si apprezza anche il contrabbasso di Jacob Eller. Ma anche la meravigliosa cover della classica Don’t Do It, un pezzo di Holland-Dozier-Holland che cantava Marvin Gaye, ma di cui la Band rilasciò diverse splendide versioni, sia in 45 giri che nel citato Live Rock Of Ages, infatti il brano viene riportato con questo titolo e non con l’originale di Baby Dont’ You Do It, tanto ricorda la versione della Band  https://www.youtube.com/watch?v=11Y987Uf1wY e nella rilettura attuale si apprezza, oltre ai cori “acrobatici”, anche il piano di Stuart Hamlin.

Non manca il gospel quasi puro (ma con profonde venature acustiche countrry) del solenne traditional I Want Jesus, e poi nell’alternanza degli stili, una mossa e deliziosa Breaking Up Somebody’s Home, un classico della Stax, qui riproposta in stile bluegrass-soul, con il dobro e il violino in evidenza oltre all’armonica di Lehman. Si torna al country con una bella rilettura di Lonesome River di Jim Lauderdale, un piacevole valzerone country dove si apprezza di nuovo la voce ferma ed espressiva  di Sherman. Poteva mancare una country-funky Green River dei Creedence, con tanto di basso slappato? O un altro delizioso gospel  intriso di soul come Wide River, con le voci femminili a titillare Holmes, mentre il piano regala un tocco quasi alla Randy Newman. White Dove di Stanley Carter è un classico del bluegrass, altra ghiotta occasione per i grandi pickers di illuminare ancora una volta questo album, che si chiude gloriosamente con le note irresistibili di una sorprendente Homeless Child di Ben Harper.

Bruno Conti

Un “Grosso” Artista In Azione, In Tutti I Sensi! Victor Wainwright & The Train – Victor Wainwright And The Train

Victor Wainwright & The Train

Victor Wainwright & The Train – Victor Wainwright And The Train – Ruf Records

Se vi siete persi i dischi precedenti https://discoclub.myblog.it/2015/09/14/grande-musica-dal-sud-degli-states-victor-wainwright-the-wildroots-boom-town/ , non commettete l’errore ancora una volta: qui parliamo di “grosso” artista al lavoro, perché Victor Wainwright da Savannah, Georgia, residente in quel  di Memphis, è un personaggio che merita di essere conosciuto. Pianista, ma suona anche organo, piano elettrico, Mellotron e lapsteel, cantante in possesso di una voce strepitosa, con echi di Dr.John, Leon Russell, Fats Domino, ma pure di Little Richard, dei quali incorpora anche gli stili musicali. Ad ogni album, o quasi, cambia il nome del gruppo: dopo alcuni dischi con i Wildroots, questa volta si fa accompagnare dai The Train, combo di quattro elementi, compreso il titolare, ma se aggiungiamo ospiti vari, si superano facilmente i dieci elementi https://www.youtube.com/watch?v=ZeTGdk1fVO4 . Wainwright  suona(va) anche in un’altra band, gli eccellenti Southern Hospitality, con Damon Fowler e Jp Soars, ma Victor lo troviamo anche negli album di Nancy Wright, Mitch Woods, con la Backtrack Blues Band, fra i tanti.

Questo nuovo album  è stato registrato proprio nei leggendari Ardent Studios di Memphis, e se nei dischi precedenti Victor si era fatto aiutare da Tab Benoit, questa volta si affida al bravo Dave Gross. Il risultato in questo Victor Wainwright And The Train è un disco dove boogie pianistico, R&R, soul, blues, ballate, tocchi di jazz e New Orleans vengono mirabilmente fusi con il rock e lo stile di gruppi come Mad Dogs & Englishmen, Commander Cody, Little Feat, in un frullato eccitante. Ho esagerato? Forse, ma il disco si ascolta veramente con grande piacere: dodici canzoni, tutte firmate dal titolare, dove gli stili si alternano e si mescolano di continuo in un’oretta abbondante in cui il divertimento è assicurato. Con il leader sono impegnati Billy Dean alla batteria, Terence Grayson al basso e Pat Harrington alla chitarra, oltre ad una piccola sezione fiati, che si ascolta in quasi tutti i brani del CD, alcuni vocalist aggiunti, tre o quattro chitarristi ospiti: si parte subito fortissimo con il boogie woogie, misto R&R, misto soul revue della scoppiettante Healing, dove sembra di ascoltare la band anni ’70 di Elvis mista ai Commander Cody, con il figlio illegittimo di Joe Cocker e Ray Charles (leggi Wainwright stesso) alla voce solista, tra chitarre tiratissime, organo, piano impazzito, fiati ovunque, che macinano ritmo e sudore; Wilshire Grave aggiunge elementi voodoo di New Orleans à la Dr. John, il groove è sempre micidiale, non mancano gospel, soul e jazz, e la musica scivola goduriosa, con chitarra e organo che si fronteggiano con maestria.

Poi Victor ci invita tutti a bordo e parte The Train, una canzone che avrebbe fatto vergognare Little Richard perché faceva canzoni troppo tranquille, qui il pianoforte è devastante, ma anche il resto della band non scherza. Dull Your Shine rallenta per un attimo, una bella mid-tempo ballad raffinata con retrogusti errebì  e spazio per un finissimo assolo di chitarra di Greg Gumpel. Money è uno shuffle blues rivisto con il funky dei Little Feat ed il wah-wah di Gumpel ancora sugli scudi, per non dire, ci mancherebbe, del piano. Il nostro amico scrive anche una bellissima Thank You Liucille, canzone dedicata a B.B. King e alla sua chitarra, brano sullo stile di The Thrill Is Gone, con affetto, rispetto e notevoli risultati, forse il pezzo più bello del disco, Mike Welch ospite alla solista https://www.youtube.com/watch?v=az6mYrtRkG4 .Ma la qualità non scema in una Boogie Depression in cui dimostra che il Pinetop Perkins piano player assegnatogli per due anni di fila, non era stato un caso. E se serve Victor Wainwright scrive, suona e canta anche canzoni d’amore coi fiocchi, come la dolcissima Everything I Need, pura deep soul music. In Righteous si torna a viaggiare sul “treno” infoiato dell’amore , anche grazie alla slide tangenziale di Josh Roberts. I’ll Start Tomorrow è un voluttuoso brano à la Fats Domino, mentre la lunga  Sunshine introduce elementi psichedelici stile Dr. John primi anni ’70, con flauto e la solista scatenata di Harrington a guidare le danze. That’s Love To Me, quasi nove minuti, chiude degnamente il disco con una lunga e magnifica ballata, con un paio di assoli di chitarra da sballo, degna delle migliori di Leon Russell. Bellissimo disco!

Bruno Conti