Un “Grosso” Artista In Azione, In Tutti I Sensi! Victor Wainwright & The Train – Victor Wainwright And The Train

Victor Wainwright & The Train

Victor Wainwright & The Train – Victor Wainwright And The Train – Ruf Records

Se vi siete persi i dischi precedenti https://discoclub.myblog.it/2015/09/14/grande-musica-dal-sud-degli-states-victor-wainwright-the-wildroots-boom-town/ , non commettete l’errore ancora una volta: qui parliamo di “grosso” artista al lavoro, perché Victor Wainwright da Savannah, Georgia, residente in quel  di Memphis, è un personaggio che merita di essere conosciuto. Pianista, ma suona anche organo, piano elettrico, Mellotron e lapsteel, cantante in possesso di una voce strepitosa, con echi di Dr.John, Leon Russell, Fats Domino, ma pure di Little Richard, dei quali incorpora anche gli stili musicali. Ad ogni album, o quasi, cambia il nome del gruppo: dopo alcuni dischi con i Wildroots, questa volta si fa accompagnare dai The Train, combo di quattro elementi, compreso il titolare, ma se aggiungiamo ospiti vari, si superano facilmente i dieci elementi https://www.youtube.com/watch?v=ZeTGdk1fVO4 . Wainwright  suona(va) anche in un’altra band, gli eccellenti Southern Hospitality, con Damon Fowler e Jp Soars, ma Victor lo troviamo anche negli album di Nancy Wright, Mitch Woods, con la Backtrack Blues Band, fra i tanti.

Questo nuovo album  è stato registrato proprio nei leggendari Ardent Studios di Memphis, e se nei dischi precedenti Victor si era fatto aiutare da Tab Benoit, questa volta si affida al bravo Dave Gross. Il risultato in questo Victor Wainwright And The Train è un disco dove boogie pianistico, R&R, soul, blues, ballate, tocchi di jazz e New Orleans vengono mirabilmente fusi con il rock e lo stile di gruppi come Mad Dogs & Englishmen, Commander Cody, Little Feat, in un frullato eccitante. Ho esagerato? Forse, ma il disco si ascolta veramente con grande piacere: dodici canzoni, tutte firmate dal titolare, dove gli stili si alternano e si mescolano di continuo in un’oretta abbondante in cui il divertimento è assicurato. Con il leader sono impegnati Billy Dean alla batteria, Terence Grayson al basso e Pat Harrington alla chitarra, oltre ad una piccola sezione fiati, che si ascolta in quasi tutti i brani del CD, alcuni vocalist aggiunti, tre o quattro chitarristi ospiti: si parte subito fortissimo con il boogie woogie, misto R&R, misto soul revue della scoppiettante Healing, dove sembra di ascoltare la band anni ’70 di Elvis mista ai Commander Cody, con il figlio illegittimo di Joe Cocker e Ray Charles (leggi Wainwright stesso) alla voce solista, tra chitarre tiratissime, organo, piano impazzito, fiati ovunque, che macinano ritmo e sudore; Wilshire Grave aggiunge elementi voodoo di New Orleans à la Dr. John, il groove è sempre micidiale, non mancano gospel, soul e jazz, e la musica scivola goduriosa, con chitarra e organo che si fronteggiano con maestria.

Poi Victor ci invita tutti a bordo e parte The Train, una canzone che avrebbe fatto vergognare Little Richard perché faceva canzoni troppo tranquille, qui il pianoforte è devastante, ma anche il resto della band non scherza. Dull Your Shine rallenta per un attimo, una bella mid-tempo ballad raffinata con retrogusti errebì  e spazio per un finissimo assolo di chitarra di Greg Gumpel. Money è uno shuffle blues rivisto con il funky dei Little Feat ed il wah-wah di Gumpel ancora sugli scudi, per non dire, ci mancherebbe, del piano. Il nostro amico scrive anche una bellissima Thank You Liucille, canzone dedicata a B.B. King e alla sua chitarra, brano sullo stile di The Thrill Is Gone, con affetto, rispetto e notevoli risultati, forse il pezzo più bello del disco, Mike Welch ospite alla solista https://www.youtube.com/watch?v=az6mYrtRkG4 .Ma la qualità non scema in una Boogie Depression in cui dimostra che il Pinetop Perkins piano player assegnatogli per due anni di fila, non era stato un caso. E se serve Victor Wainwright scrive, suona e canta anche canzoni d’amore coi fiocchi, come la dolcissima Everything I Need, pura deep soul music. In Righteous si torna a viaggiare sul “treno” infoiato dell’amore , anche grazie alla slide tangenziale di Josh Roberts. I’ll Start Tomorrow è un voluttuoso brano à la Fats Domino, mentre la lunga  Sunshine introduce elementi psichedelici stile Dr. John primi anni ’70, con flauto e la solista scatenata di Harrington a guidare le danze. That’s Love To Me, quasi nove minuti, chiude degnamente il disco con una lunga e magnifica ballata, con un paio di assoli di chitarra da sballo, degna delle migliori di Leon Russell. Bellissimo disco!

Bruno Conti

Voci E Dischi Così Non Se Ne Fanno Quasi Più! Janiva Magness – Love Is An Army

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Janiva Magness – Love Is An Army – Blue Elan Records/Ird

Anno dopo anno, disco dopo disco, Janiva Magness si conferma una delle voci più belle del panorama musicale americano: vogliamo definire il suo genere blues, soul, rock, country, R&B, tutti elementi presenti, ma quello che spicca sempre nei suoi album è  comunque la voce, un timbro, un fraseggio ed una espressività che non hanno nulla da invidiare alle più grandi, da Mavis Staples a Ann Peebles, tra quelle ancora in attività, ma anche le grandi del passato, soprattutto le “voci nere” con cui la nostra amica condivide quel tocco magico che divide le prime della classe dalle scartine. In questo Love Is An Army, il suo 14° album, la bravissima Janiva fonde ancora una volta in maniera magistrale (grazie anche al suo collaboratore storico Dave Darling), le due anime di Nashville e Memphis, il cuore della migliore musica americana, e lo fa senza sforzo apparente, con una classe e una forza espressiva che per certi versi richiama quella di Delbert McClinton, una sorta di controparte maschile della Magness, o viceversa, presente a duettare con lei in un brano e da tantissimi anni anche lui portatore sano di buona musica, quella più genuina e non adulterata, arricchita da infinite perle sonore che parlano di amore, speranza, protesta, con una resilienza acquisita in lunghi anni on the road, non dimenticando mai gli anni bui degli abusi, degli abbandoni, dell’alcolismo e delle droghe, una vita poi riscattata in modo splendido con una carriera ricca di soddisfazioni che le ha portato sette Blues Music Awards e una nomination ai Grammy nel 2016.

Lo stesso anno in cui ha pubblicato l’ottimo Love Wins Again https://discoclub.myblog.it/2016/05/11/piu-che-lamore-la-voce-che-vince-volta-janiva-magness-love-wins-again/ , poi raddoppiato nel 2017 con il mini album Blue Again, altrettanto bello. In passato Janiva ha cantato spesso e volentieri anche canzoni di altri, interpretandole in modo sublime, ma in questo nuovo Love Is An Army, forse il suo disco più bello in assoluto, ha deciso di rivolgersi ad un repertorio originale, pezzi scritti da lei, da Dave Darling e da altri collaboratori che hanno saputo pescare nei sentimenti più genuini e veraci, poi il resto ancora una volta lo ha fatto lei con la sua voce splendida, e anche tutti i musicisti incredibili che suonano nel disco: da Darling alla chitarra, passando per le sezione ritmica impeccabile di Stephen Hodges, batteria e Davey Faragher, basso, Arlan Schierbaum, tastiere (per lunghi anni con Bonamassa, Beth Hart e anche John Hiatt), Doug Livingston al dobro e alla pedal steel (ma in un brano, splendido, c’è anche Rusty Young dei Poco), e ancora Phil Parlapiano al piano e in alcuni brani. una sezione fiati con Darrell Leonard, Joe Sublet e Alfredo Ballesteros, oltre a svariati backing vocalists che illuminano con la loro presenza le sfumature delle canzoni.

Oltre a Young ci sono vari altri ospiti che duettano con la nostra amica: dall’iniziale Back To Blue, che stabilisce subito i confini musicali, tra Stax e Hi Records, più la prima nel caso specifico, con echi del profondo southern soul che usciva dai solchi dei dischi degli Staples Singers, ma anche da quelli di Ann Peebles, con la voce che galleggia su un mare di voci, fiati, tastiere, l’organo magnifico, la chitarra malandrina, con risultati speciali. Hammer aggiunge al menu anche tocchi più blues, grazie alla presenza di Charlie Musselwhite all’armonica, per un brano ritmato e scandito, quasi funky, che fonde mirabilmente le 12 battute e il R&B più genuino, per poi sfociare in un country got soul magnifico, dove la pedal steel di Rusty Young disegna traiettorie adorabili che ci spediscono diritti negli anni magici delle più riuscite e nobili fusioni tra la musica nera e quella bianca, On And On è una di quelle canzoni perfette, cantata in modo mirabile dalla Magness, che sfodera per l’occasione una delle sue interpretazioni più memorabili, semplicemente magnifica, sentire per credere. Tell Me è un “soul psichedelico” tra Heard It Through The Grapevine e i Temptations, con la chitarra “sporca e cattiva” di Darling in bella evidenza, Love Is An Army è un’altra bellissima ballata dal retrogusto country, a tutta steel, cantata divinamente in coppia con il compagno di etichetta, il texano Bryan Stephens, un altro brano delizioso e sognante.

Notevole pure Down Below, un pezzo dove appare il virtuoso del banjo e della chitarra Courtney Hartman, dalla band Della Mae, altro brano incalzante dal gusto rootsy che illustra il sound complesso di questo album; What’s That Say About You è un altro pezzo “nero”, potente e ritmato degno della gesta degli Staple Singers. What I Could Do, l’unica cover, un pezzo scritto dal bravissimo Paul Thorn, è l’occasione per il duetto citato con Delbert McClinton, una ballata melliflua e delicata cantata in modo radioso dai due che si integrano alla perfezione, teneri e vissuti come solo i grandi sanno essere. Un pizzico di blues del Delta per il quasi gospel di Home dove la chitarra di Cedric Burnside è elemento portante, mentre Love To A Gunfight, ancora con la pedal steel di Doug Livingston in grande spolvero, è un altro esempio del miglior country got soul che si possa immaginare, elevato alla quasi perfezione, e poi ripetuto nella fragile e cristallina When It Rains, dove sembra di ascoltare la migliore Joan Armatrading degli anni ’70, vulnerabile e delicata nel mettere a nudo il proprio animo. Janiva Magness ci regala un’ultima perla del suo perfetto phrasing nella emozionante Some Kind Of Love, una ballata gospel solo voce e piano di una bellezza disarmante, cantata in modo sontuoso. Voci così non se ne fanno più.

Bruno Conti  

Sono Passati 20 Anni Ma E’ Sempre Un Piacere (Ri)Ascoltare Questa Voce Splendida. Eva Cassidy – Songbird 20

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Eva Cassidy –  Songbird 20 – Blix Street CD

Eva Cassidy, splendida cantante ed interprete sopraffina, non ha potuto godere del notevole successo avuto dai suoi album, in quanto il destino, sotto forma di un incurabile melanoma, ce l’ha portata via nel 1996 all’età di soli 33 anni. Una storia tristissima: Eva, che era una cantante eccezionale e di grande classe (con una formazione di base jazz e blues) è riuscita a vedere pubblicati solo due album prima di lasciarci, il poco conosciuto The Other Side (inciso con il chitarrista Chuck Brown) e lo strepitoso Live At Blues Alley, ristampato nel 2015 nella sua versione completa e re-intitolato Nightbird http://discoclub.myblog.it/2016/01/10/il-supplemento-della-domenica-disco-club-dimenticare-cantante-sublime-eva-cassidy-nightbird/ : fortunatamente (per noi) Eva aveva inciso una lunga serie di brani in studio (al 99% scritti da altri artisti, Eva era essenzialmente un’interprete), che hanno portato alla pubblicazione di ben sette bellissimi album postumi, molti dei quali di grande successo. Il disco che però l’ha fatta conoscere è Songbird, del 1998, una raccolta di dieci pezzi tratti dal disco dal vivo, da The Other Side e da Eva By Heart (1997), il primo lavoro uscito dopo la sua morte.

Oggi per il ventennale quel lavoro viene ripubblicato con il titolo di Songbird 20, aggiungendo quattro demo voce e chitarra di pezzi presenti nel disco e mai sentiti prima. Se volessi esprimere un giudizio in stellette ne dovrei dare tre e mezza, contrapponendo alle quattro del valore artistico dell’album le tre (e sono generoso) dell’opportunità della ristampa di un disco che già nel 1998 era un’antologia (e con quattro brani presi da un live riedito appena tre anni fa), seppur con l’esca dei quattro inediti per chi già lo possiede. I pezzi tratti dal concerto al Blues Alley iniziano con Fields Of Gold, una versione da brividi (molto meglio dell’originale di Sting) per voce e chitarra, toccante e splendida, per proseguire con un’intensa rilettura dell’evergreen Autumn Leaves, ancora acustica ma con la voce di Eva che è un vero e proprio strumento aggiunto, con una sontuosa People Get Ready di Curtis Mayfield (un plauso per la band, perfetta per accompagnare la cantante di Washington), e con Oh, Had I A Golden Thread, che da folk song resa popolare da Pete Seeger si trasforma in un impeccabile brano di stampo soul.

I pezzi in studio sono una magistrale versione swingata del traditional Wade In The Water, suonata con classe e cantata in maniera straordinaria, una raffinatissima Wayfaring Stranger in chiave jazz-blues (ma che voce!), una sentita riproposizione del classico Over The Rainbow, ancora voce , chitarra e poco altro, per non parlare della deliziosa Songbird (Fleetwood Mac), in cui Eva si produce anche in un raro assolo chitarristico. Infine abbiamo due brani scritti appositamente per la Cassidy (da Diane Scanlon), la sofisticata ballad Time Is A Healer, ancora dal sapore soul (Eva era in grado di affrontare con suprema nonchalance qualunque genere), e la struggente I Know You By Heart. I quattro inediti, quattro versioni spoglie di Songbird, Wade In The Water, People Get Ready e Autumn Leaves (quest’ultima in particolare da pelle d’oca), sono tutti decisamente belli ed intensi, e dimostrano che Eva non aveva bisogno di chissà quali orpelli per emozionare. Se già possedete il Songbird originale, l’acquisto di questa edizione per il ventennale è forse superflua (nonostante la bellezza degli inediti), ma se non conoscete ancora Eva Cassidy la parola indispensabile è l’unica che mi viene in mente.

Marco Verdi

La “Regina Nera” Rilegge Il Canzoniere Di Bob Dylan. Bettye Lavette – Things Have Changed

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Bettye Lavette – Things Have Changed – Verve Records/Universal

Mi viene il dubbio (o la certezza) che ultimamente alcuni cantanti e gruppi adorino cimentarsi nel cantare le canzoni di Bob Dylan: infatti in meno di un anno sono usciti lo splendido tributo degli Old Crow Medicine Show all’album Blonde On Blonde, riletto in una versione country-bluegrass, poi l’appassionato omaggio di un rocker di razza come Willie Nile in Positively Bob: Willie Nile Sings Bob Dylan, anche la brava Joan Osborne (quella di One Of Us) con una intrigante rivisitazione Joan Osborne: Songs Of Bob Dylan, fino ad arrivare a questo Things Have Changed della “regina nera” del soul, (diciamo una delle) la bravissima Bettye Lavette, di cui su queste pagine si era parlato con http://discoclub.myblog.it/2015/02/10/voce-leggenda-della-musica-soul-bettye-lavette-worthy/ , disco che rilegge il canzoniere folk-rock dell’immortale premio Nobel. Disco che già ad un primo ascolto ha il merito di andare a pescare anche in album non consueti come Infidels, Empire Burlesque, Oh Mercy, Planet Waves, Slow Train Coming, le Bootleg Series e il Modern Times dell’ultimo periodo, con brani sicuramente “poco conosciuti”, e che nell’occasione sono stati arrangiati e suonati in modo molto creativo, spesso rivoltati come un guanto. Things Have Changed è co-prodotto dalla stessa Lavette con il batterista Steve Jordan (che ha suonato con una miriade di artisti, a partire da Chuck Berry), che per l’occasione ha assemblato una band da urlo composta dal bravo Larry Campbell alle chitarre (musicista di fiducia di Dylan), lo storico Pino Palladino al basso, Leon Pendarvis alle tastiere, e riuscendo poi a portare in studio come ospiti “personcine” come Keith Richards (in un cameo), e l’asso di New Orleans Trombone Shorty componente pure  della band Orleans Avenue.

Come al solito in questi casi preferisco sviluppare il disco in modalità “track by track”, quindi vediamo i contenuti:

Things Have Changed –  Il tributo inizia con la title-track ripescata meritoriamente dalla colonna sonora del film del 2000 Wonder Boys, canzone premiata anche con l’Oscar nel 2001, in una versione ruvida e avvolgente dove svetta la voce di Bettye.

It Ain’t Me Babe – Questo brano tratto da Another Side Of Bob Dylan ammetto colpevolmente di averlo quasi dimenticato, ma qui viene riproposto con un atmosfera blues che ti entra nell’anima.

Political World – Alzi la mano chi si ricorda di questa canzone uscita dai solchi  di Oh Mercy, uno dei dischi migliori dell’ultimo Dylan, prodotto nel 1989 da Daniel Lanois, una decadente litania che viene riproposta con le punteggiature di chitarra di Richards e su un ritmo quasi “soul-funky”.

Don’t Fall Apart On Me Tonight – Da Infidels viene giustamente ripescata questa piccola perla, che con la voce accorata e l’interpretazione della Lavetta diventa commovente.

Seeing The Real You At Last – Altro brano poco conosciuto di Dylan (da Empire Burlesque), che trova una sua dignità nell’arrangiamento e nella grintosa interpretazione.

Mama, You Been On My Mind – Grande canzone non inclusa nell’album Another Side Bob Dylan, rimasta inedita fino al ’91, poi incisa da Bob in quattro versioni (di cui 2 dal vivo) nelle Bootleg Series, e riascoltarla oggi nella versione di Bettye Lavette è stato un grande piacere.

Ain’t Talkin – Sempre da Modern Times viene riproposto questo brano cantato da Bettye in modo quasi recitativo, mentre in sottofondo lacrima note musicali il violino del bravo Larry Campbell.

The Times They Are A-Changin’ – Uno degli immortali capolavori di Dylan viene rivoltato come un calzino, e riproposto con un intrigante e sbalorditivo arrangiamento swamp-rock.

What Was It You Wanted – Sempre da Oh Mercy trova la sua visibilità questo brano minore ma splendido di Bob, con un sottofondo musicale che rimanda all’Isaac Hayes di Shaft, dove emerge l’impronta di Trombone Shorty.

Emotionally Yours – Meritoriamente Bettye recupera anche questo secondo brano da Empire Burlesque (disco in verità non memorabile, per usare un eufemismo), e lo trasforma in una ballata commovente, cantata con grinta e cuore.

Do Right To Me Baby (Do Unto Others) –  Un suono sincopato rock-funky accompagna il percorso di questo brano (da Slow Train Coming), irriconoscibile (come altri nel disco) dalla versione origianle fatta da Dylan.

Going, Going, Gone – Da un lavoro poco considerato come Planet Waves arriva il capolavoro del disco, una versione stratosferica in forma di ballata, interpretata di nuovo con cuore e passione da Bettye Lavette.

Questa arzilla signora (ha superato da poco i 72 anni, ma portati benissimo, con un fisico invidiabile), ha debuttato nel lontano ’62, e anche se scoperta (o riscoperta) tardivamente, ancora oggi per la sua gente è una straordinaria icona soul, che in questo lavoro Things Have Changed,  per chi scrive, ha avuto il coraggio non indifferente di cimentarsi con un repertorio che appartiene ad un’altra icona ingombrante come Dylan, e prenderne possesso con classe in una dozzina di brani interpretati a modo suo, con la sua voce magnifica che spazia senza difficoltà alcuna dal rock al soul, dal blues al gospel, passando per rhythm & blues e funky (volendo potrebbe cantare anche “le pagine gialle”), riuscendo meravigliosamente a dare ad ogni canzone un’impronta personale, e di conseguenza trasformandola in una versione unica. Per chi già la conosce bene Bettye Lavette da un decennio è rinata ad una seconda vita artistica, e come già accennato è approdata ad una meritata (anche se tardiva) fama, certificata ora da questo bellissimo tributo, che potrebbe essere un altro punto di ripartenza per questa meravigliosa cantante: disco che consiglio di ascoltare e amare, e naturalmente quindi di  mettere mano senza indugio al portafoglio e portare a casa questo eccellente tributo. E’ sottinteso che per tutti i “seguaci” di Dylan l’acquisto direi è obbligatorio!

Tino Montanari

 

Della Serie Non Solo Blues, Ma Soprattutto. Vance Kelly – How Can I Miss You, When You Won’t Leave

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Vance Kelly – How Can I Miss You, When You Won’t Leave – Wolf Records/Ird   

La Wolf Records è una etichetta austriaca, per lo più specializzata in ristampe o recupero di materiale raro e d’archivio blues, ma ha nel suo roster di artisti anche qualche musicista locale e alcuni artisti “contemporanei”, come ad esempio Vance Kelly, veterano della scena blues di Chicago e della Wolf stessa, per la quale incide album da oltre venti anni (una decina in tutto, compresi un paio di antologie e un paio di live), proponendo una miscela di 12 battute classiche, arricchita da elementi soul, funky e R&B. Spesso accompagnato dalla sua Backstreet Blues Band Kelly è un habitué dei locali della Windy City, ma anche nei dischi di studio si difende con grinta e buona tecnica chitarristica, oltre ad essere in possesso di una bella voce e della capacità di scriversi il proprio materiale, come dimostrano i 14 brani originali firmati per questo How Can I Miss You, When You Won’t Leave. Anche la figlia Vivian, che oltre ad apparire nei dischi del padre, ne ha pubblicato uno in proprio per la Wolf Records.

Ma concentriamoci su questo nuovo album che si apre con All About Life, un brano dal suono classico ma anche ricco, con tastiere, fiati e voci di supporto, ad arricchire un arrangiamento atmosferico, dove la chitarra pungente di Kelly si alterna con un sax per proporre un blues elettrico Chicago style di buona fattura e proiettato nel futuro, grazie ad un arrangiamento ricco. Ma è quando vengono inseriti elementi soul e funky come nella deliziosa Biscuits, Eggs And Sausage, che il bravo Vance eccelle, uno strumentale ancorato da un solido giro di basso, un organo svolazzante e le evoluzioni della solista del nostro amico per un tuffo ne l passato; Get Home To My Baby è il classico slow blues ruvido e torrido che non può mancare nel repertorio di un bluesman, di nuovo con fiati, sax in particolare, e organo, a sostenere gli interventi sempre pimpanti della solista del musicista di Chicago. La title track vira verso del sano soul di marca Stax, coinvolgente e ritmato, peccato che il missaggio metta la voce leggermente in secondo piano, perché la canzone non ha nulla da invidiare ai brani di Sam & Dave o Wilson Pickett e Kelly la canta con impeto; Meet You In The Spring è un altro esempio del classico stile urbano di Vance, impetuoso e sincopato, con chitarra e voce sempre sugli scudi, mentre la band lavora di fino sullo sfondo.

Ancora funky e R&B per una Rumble Through Your Drawers che attinge anche ai ritmi di James Brown per un serratissimo pezzo dove i riff si sprecano ed è difficile tenere fermo il piedino, mentre la fiatistica Moving On, con la voce finalmente in primo piano è uno shuffle di quelli tosti, con la solista di Kelly sempre in bella evidenza, e niente male pure la magnifica ballata Count On Me, dove gli elementi deep soul sono assai marcati, grazie ad un arrangiamento quasi euforico. Si torna al blues torrido e viscerale in una poderosa Don’t Give My Love Away che conferma il virtuosismo chitarristico del nostro, fluido e magistrale, in uno dei brani più coinvolgenti di questa raccolta. Che vira nuovamente verso il R&B in una mossa ed intensa Do It Right, peccato di nuovo che la voce di Kelly ogni tanto sembra che vada in cantina, stesso discorso per una voluttuosa Back On Track, dove un miglior uso dello studio di registrazione avrebbe prodotto risultati più brillanti, ma non si può non godere della ottima musica; ancora fiati a go-go per la brillante Sticker Than You e per una “strana” Come On, uno strumentale dove Kelly si produce al talkbox, un suono che non si sentiva dai tempi di Frampton e Joe Walsh, anche se applicato al blues è un po’ pacchiano, e poi il pezzo è alquanto dozzinale. Meglio la conclusiva Jamming In The Studio, che come lascia intendere il titolo è l’occasione per Vance Kelly di improvvisare in piena libertà a tempo di funky con la sua band.

Bruno Conti

Una Vigorosa E Roboante Conferma! Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Tearing At The Seams

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Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Tearing At The Seams – Stax/Universal CD

I due album del 2015 di Anderson East e Nathaniel Rateliff sono stati le due più brillanti sorprese di quell’annata musicale, due artisti che condividono lo stesso genere musicale, una miscela di rhythm’n’blues e blue-eyed soul, pur con le differenze del caso (East è molto più raffinato e melodico, mentre l’approccio di Rateliff è molto più grintoso e muscolare, quasi rock). Rateliff ha poi preso un certo vantaggio nel 2016 con l’EP A Little Something More From e soprattutto lo scorso anno con il fantastico Live At Red Rocks http://discoclub.myblog.it/2017/12/11/un-live-prematuro-al-contrario-formidabile-nathaniel-rateliff-the-night-sweats-live-at-red-rocks/ . Quest’anno il “duello” tra i due si è rinnovato, in quanto a Gennaio East ha pubblicato Encore, in cui ha in pratica ripetuto lo schema di Delilah (ma senza l’effetto sorpresa di quest’ultimo) http://discoclub.myblog.it/2018/01/14/forse-e-un-disco-un-po-prevedibile-ma-il-livello-e-sempre-alto-anderson-east-encore/ , ed ora Rateliff ha fatto uscire Tearing At The Seams, sempre con la collaborazione dei suoi Night Sweats (ed ancora con la produzione di Richard Swift). Ed anche Nathaniel non si distacca molto dal suono del disco precedente, non manca il solito cocktail di errebi vigoroso mischiato con robuste dosi di rock, tanto ritmo ed un suono nel quale i fiati sono grandi protagonisti, ma in questo caso ci sono anche delle ballate, o dei brani più spostati verso il southern soul, che danno una maggiore varietà ed aggiungono sfumature che prima mancavano.

Forse non ci sarà una nuova S.O.B. (e neppure un’altra I Need Never Get Old), ma alla fine Tearing At The Seams forse risulta ancora più completo del lavoro di tre anni orsono. I Night Sweats (Luke Mossman, chitarre, Joseph Pope III, basso, Patrick Meese, batteria, Mark Schusterman, piano e organo, e la sezione fiati formata da Jeff Dazey, Scott Frock ed Andreas Wild, sono solo in tre ma sembrano in dieci) sono comunque la solita macchina da guerra, Rateliff si conferma un vocalist potente ma pieno di feeling, e l’album si ascolta tutto d’un fiato con estremo godimento. Tutti i brani sono di Nathaniel tranne tre, che non sono cover ma scritti ognuno da un membro della band (per l’esattezza Mossman, Meese e Schusterman): si parte con la vigorosa Shoe Boot, un brano molto annerito e funkeggiante, con i fiati in primo piano ed il classico muro del suono dei nostri già all’opera, anche se forse come inizio non è così trascinante come uno poteva aspettarsi. Be There ci fa ritrovare il Rateliff che ci aveva entusiasmato tre anni fa, un ottimo errebi che risente della lezione di Otis Redding, gran ritmo, suono forte e deciso ed un motivo diretto; A Little Honey è una ballata che scorre in maniera fluida, con la sezione ritmica sempre ben evidenziata, un organo caldo che porta nel brano l’elemento southern ed un bel refrain. La saltellante Say It Louder è una deliziosa canzone soul di sicuro impatto, melodia orecchiabile e mood solare, mentre Hey Mama è una squisita ed ancora calda ballad sudista, molto classica, cantata al solito davvero bene, con un accompagnamento praticamente perfetto ed un crescendo notevole.

Splendida Babe I Know, un altro slow toccante che risente dell’influenza di Sam Cooke, un pezzo in puro stile sixties, con un motivo toccante e bellissimo: Nathaniel dimostra con brani come questo che si può conservare lo stesso stile senza per forza rifare il medesimo disco. Intro nonostante il titolo è una canzone a sé stante, un trascinante cocktail di suoni e colori che ci fa ritrovare il Rateliff scatenato e tutto feeling ed energia, un pezzo che dal vivo farà faville. Decisamente riuscita anche Coolin’ Out, ritmo ancora alto, gran voce, una band che suona in maniera sopraffina e l’ennesima linea melodica di livello eccelso; Baby I Lost My Way (But I’m Comin’ Home) sta a metà tra funky, blues e soul, e si ascolta sempre con il consueto piacere, la diretta e pimpante You Worry Me sembra uscita dal disco precedente, ed è un gustoso soul-pop dal ritmo acceso ed un bel lavoro di piano (i fiati non li cito più, tanto sono protagonisti sempre). Still Out There Running è una superba ballata ancora contraddistinta da una melodia di prim’ordine ed un sapore d’altri tempi, una delle più belle, ed è seguita dalla title track, altro splendido brano con Cooke in mente, che chiude la versione “normale” del CD. Sì perché esiste anche un’edizione deluxe, con due canzoni in più: I’ll Be Damned, energica e vibrante, e la romantica Boiled Over, due pezzi discreti ma che non aggiungono molto al disco principale.

Quindi un’ottima conferma, un altro gran bel disco da parte di un combo formidabile guidato da un artista che, per il momento, non sa cosa sia la parola “routine”.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: Torna A Sorpresa Una Delle Più Belle Serie Dedicate Alla Black Music. Stax Vol. 4 Singles Rarities And The Best Of The Rest. La Recensione

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Stax Singles – Rarities And The Best Of The Rest  – 6 CD Stax/Craft/Universal    

A distanza di parecchi anni dall’ultimo volume, parliamo ormai del 1994, torna assolutamente a sorpresa un nuovo capitolo della bellissima serie di cofanetti dedicati al catalogo dei singoli tratti dal materiale pubblicato su etichetta Stax/Volt e tutte le loro sussidiarie: uno dei compendi dedicati alla soul music, al r&b e alla musica nera in generale più esaltanti nella storia della musica. Giusto per rinfrescare la memoria, vi ricordo che i primi tre volumi sono usciti rispettivamente nel 1991, nel 1993 e, come detto, nel 1994, tutti in box formato grande tipo LP (ma in CD comunque) e poi ristampati varie volte nel corso degli anni, con formati e costi decisamente più ridotti. In effetti la parabola sembrava conclusa, visto che i tre box avevano coperto i tre periodi di vita della etichetta di Memphis, 1959-1968 nel primo volume, 1969-1971 nel secondo e 1972-1975 nel terzo, coprendo tutta la storia della Stax, dalle origini R&B, passando per il soul del periodo classico, fino al soul e funky degli anni ’70, attraverso una serie di canzoni, raccolte in modo certosino, che spaziavano dai maggiori successi fino ad una serie di chicche e rarità che poche se non nessun altra etichetta ha potuto pareggiare.

Quindi questo quarto volume arriva come una sorpresa totale, anche se fa parte dei festeggiamenti per il 60° Anniversario della etichetta di Jim Stewart, iniziati lo scorso anno (per esempio con il bellissimo box su Isaac Hayes), a 60 anni dalla nascita della etichetta come Satellite Records nel 1957 e poi diventata Stax nel 1961, dalla unione dei nomi dei due fondatori, oltre a Stewart anche la sorella Extelle Axton (STewart/AXton = Stax), entrambi bianchi ovviamente, come era tipico della storia di altre race label nate nel corso degli anni, e tuttora in vita alla rispettabile età di 87 anni (ma senza dimenticare Al Bell che invece era il produttore nero della label), come pure la sua etichetta, che è stata rilanciata nel 2006 dalla Universal, anche con una serie di nuove uscite. Il cofanetto è corredato come al solito da un esaustivo libretto, che vedete sopra, ricco di foto, informazioni e alcuni saggi dei curatori dell’opera: visto che una recensione track-by-track sarebbe ovviamente troppo lunga, vediamo almeno di segnalare le cose più interessanti e sfiziose contenute in ogni dischetto. I primi 3 CD come al solito sono prevalentemente dedicati al soul, al funky, con escursioni anche nel R&B e nel blues, i successivi 3 CD toccano anche generi che gli altri box avevano solo sfiorato, tipo gospel, country, rock e di nuovo blues, con materiale estratto anche da etichette associate alla Stax come Truth, Chalice, Enterprise, Hip e Ardent.

Il primo CD parte con Deep Down Inside di Carla & Rufus, lato B del primo singolo di Rufus Thomas, uscito nell’agosto ’60 per la Satellite e poi ci sono altri 7 brani di Thomas, da solo o con la figlia Carla, tra cui una deliziosa versione di Fine And Mellow di Billie Holiday, e altri lati B di singoli (ma che qualità) di altri artisti che testimoniano il passaggio dal R&B, dal doo wop, al blues e poi al soul, alcuni come All The Way di Prince Conley (qualche eco di Sam Cooke), Just Enough To Hurt Me degli Astors, I Found A Brand New Love di Eddie Kirk, assolutamente deliziosi. Tra le chicche anche il lato B di Green Onions di Booker T. & The Mg’s Fannie Mae, oppure Sassy di Floyd Newman, altro strumentale strepitoso, e siamo già al 1963. Dal 1964 arriva That’s The Way It Goes di Bobby Marchan (che annuncia la svolta di Sam & Dave, Wilson Pickett e Otis Redding, della cui Revue Marchan faceva parte); molti brani sono firmati da Steve Cropper, con i pezzi grossi della Stax, Shake Up dei Cobras, Watchdog di Dorothy Williams, Weak Spot di Ruby Johnson, ma c’è anche un pezzo di Sam & Dave A Small Portion Of Your Love, firmato da Porter/Hayes, meno esplosivo del solito, ma sempre di gran classe, e siamo arrivati al 1968, e ci sarebbero altri brani da citare, quasi tutti.

Il secondo CD parte con I’m So Glad You’re Back cantata da Shirley Walton, uscita ancora nel 1968, come pure il lato B dell’unico singolo di Delaney & Bonnie per la Stax, We’ve Just Been Feeling Bad, scritta da Steve Cropper ed Eddie Floyd, bellissimi pure i brani cantati da Judy Clay, uno da sola e due in duetto con William Bell. Il 1968 è un anno magico, e così troviamo anche Stay With Us degli Staples Singers, ancora un paio di brani di Booker T.,  mentre Consider Me di Eddie Floyd è del 1969,  e la versione poderosa di I Thank You dei Bar-Kays, con i fiati che impazzano, del 1970. Tra le curiosità, una maturata Carla Thomas che fa Hi De Ho di Carole King e i Newcomers che fanno Mannish Boys di Muddy Waters in puro stile deep soul.

Il 3° CD che parte dal 1971 si apre con Ilana che canta una melodrammatica Let Love Fill Your Heart, prodotta da Van McCoy, gli ottimi Soul Children, per certi versi rivali dei Jackson 5 della Motown, se fossero stati fronteggiati da uno dei Temptations, David Porter e Isaac Hayes appaiono come cantanti in una melliflua versione di Baby I’m-A Want you dei Bread, che inaugura il futuro stile orchestrale di Hayes, che appare anche con Type Thang, un pezzo a tutto wah-wah che era anche nel secondo Shaft del 1972, come pure la bravissima e poco considerata Jean Knight alle prese con Pick Up The Pieces, il grande Johnnie Taylor con Stop Teasing Me un fantastico funky che sfida James Brown sul suo territorio, e ancora Major Lance che chiude il 1972 con una brillante Since I Lost My Baby’s Love.

Ribadisco che in teoria tutti questi brani erano “scarti”, destinati ai lati B o agli album, si potrebbe dire che hanno raschiato il fondo del barile, e  un po’ così è stato, ma ascoltando la musica non si direbbe: per esempio una eccellente What’s Your Thing degli Staples Singers cantata alla grande da Mavis, ma anche una piacevolissima Yes Sir Brothers, entrambe pubblicate nel 1974, in quello che viene considerato il declino dell’epoca e l’ultimo brano del maggio 1975 Just Ain’t No Love di John Gary Williams che chiude la storia.

Che comunque riparte dal 1969, almeno nei contenuti, nel quarto CD, con il materiale della etichetta Enterprise: per iniziare una drammatica ballata orchestrale quasi da crooner, cantata da Sil Selvidge, The Ballad of Otis B. Watson, scritta e prodotta da Don Nix, Black Hands White Cotton dei Caboose (?), sembra un pezzo dei Creedence cantato da Elvis o da Johnny Rivers, con molti elementi gospel e rock, sempre in questo filone di country got soul commerciale troviamo anche Love’s Not Hard To Find di Dallas County, sempre con Don Nix alla guida; ci sono altri oscuri ma piacevoli cantanti dell’epoca che non citiamo, ma anche Billy Eckstine, grande cantante jazz e pop che incise tre album per la Enterprise, che è presente con I Wanna Be Your Baby, fin troppo arrangiata, diciamo non memorabile, come parte del contenuto di questo CD, anche la versione di Slip Away di O.B. McClinton non sfida gli originali, nonostante l’aria country grazie all’uso della pedal steel.

Meglio la versione di When Something Is Wrong With My Baby di nuovo di Eckstine, e ottima una tirata Some Other Man della River City Band, che sembra quasi un pezzo dei primi Chicago, con una chitarra pungente nell’arrangiamento, per non dire di Black Cat Moan, uno dei super classici di Don Nix (nel disco suonavano, tra i tanti, Barry Beckett, Claudia Lennear, David Hood, Eddie Hinton, Furry Lewis, Klaus Voorman, Pete Carr, Roger Hawkins), sia pure qui nella versione breve da 45 giri e fa capolino anche un tocco jazz e latin rock con Conquistadores ’74 del batterista Chicho Hamilton., quasi alla Santana.

Il quinto CD è dedicato alla Hip Records, una storia non di grande successo commerciale, 3 dozzine di singoli e quattro album in tutto, ma ci sono anche alcune perle del catalogo Ardent, quello dei Big Star di Alex Chilton per intenderci, che era stato tra gli originatori di questo filone “bianco/nero” con i suoi Box Tops: non per nulla questo dischetto è prodotto da Alec Palao, che ha scritto anche le note, grande esperto di garage e psych. A livello storico-collezionistico questo è forse il CD più interessante, ricco anche di materiale inedito, canzoni mai pubblicate, solo arrivate a noi sotto forma di demo, comunque molto curati a livello sonoro: si passa dal beat/garage dei Poor Little Kids, un pezzo delizioso come Stop – Quit It, tra Beau Brummels e il sound di Memphis.

Niente male anche Cigarettes di Lonnie Duvall, che ha una voce che mi ha ricordato il primo Mal, quello dei Primitives, molto british sound 1967, che è l’anno di uscita del singolo, e squisita anche It’s Mighty Clear di nuovo dei Poor Little Kids, con intricate armonie vocali, come pure Warm City Baby dei Jugs, con elementi alla Box Tops, che fanno pure una rallentata e psych For Your Love, e ancora le Goodees con For A Little Wheel, girl group misto a Motown del 1967 scritta da Hayes/Porter, ma c’è una canzone loro del 1969 Goodies di Dan Penn e Spooner Oldham.

Tutto il dischetto è una miniera di sorprese, da Groovy Day dei Kangaroo’s a And ILove You del futuro Derek & The Dominos Bobby Whitlock, che è soul fiatistico del 1968, scritto e prodotto da Don Nix e Duck Dunn, un paio di lati B di Billie Lee Riley, il vecchio rockabilly man degli anni ’50, convertito nel ’68-’69 in blue eyed soul alla Box Tops. Nell’ultima parte del CD ci sono alcuni pezzi dal catalogo Ardent, Feel Alright e I Love You Anyway dei Cargoe, grande power rock chitarristico con elementi degli Who, e tre brani dei Big Star, In The Street, Oh My Soul e la splendida September Gurls, piacevoli pure gli Hot Dogs con la loro versione rock/punk di I Walk The Line.

Il 6° e ultimo disco si tuffa nel gospel/soul delle etichette Chalice e Gospel Truth, con un brano di Roebuck “Pops” Staples Tryin’ Time che è un incantevole blues scritto da Donny Hathaway, uscito per la Stax nel 1970. Poi ci sono quattro brani dei formidabili Dixie Nightingales, molto bella Wade In The Water di The Stars Of Virginia prodotta dal grande Al Bell nel 1966, un paio di brani dei Jubilee Hummingbirds, uno dei bravissimi Pattersonaires, la splendida God’s Promise. Ci sono anche diversi brani cantati da Cori a me sconosciuti ma che mandano brividi lungo la schiena, oltre a quattro brani “divini” (scusate), in tutti i sensi, del mitico Rance Allen Group, usciti tra il 1972 e 1974, nonché due/tre vocalist femminili fantastiche, Terry Lynn e Louise McCord e Annette May Thomas di scuola Aretha gospel. Che altro dire? Globalmente una vera goduria, da non perdere, per appassionati, ma non solo!

Bruno Conti

Anche Se Il CD Non Esiste Ne Varrebbe Comunque La Pena: I “Fiori Di Serra” Sono Rifioriti! Hothouse Flowers – Let’s Do This Thing

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Hothouse Flowers – Let’s Do This Thing – Self Realesed

*NDB Come avrete notato sul Blog di solito non parliamo di album che non esistono in formato fisico ma solo per il dowload. Però, per gli artisti che ci piacciono e meritano, facciano qualche eccezione. Già qualche anno fa era successo proprio per gli Hothouse Flowers http://discoclub.myblog.it/2011/01/02/riuscira-una-delle-migliori-band-sul-pianeta-a-farsi-pubblic/  e ora eccoli di nuovo solo in veste digitale. La parola a Tino…

A volte ritornano (per fortuna), verrebbe da dire: sembravano scomparsi, certamente ai tanti loro “fans” avevano fatto perdere, ma non del tutto, le tracce, risucchiati da un mercato discografico che necessita (purtroppo) sempre di nuovi volti e di nuovi personaggi. Sembravano scomparsi, si diceva, e invece per nostra fortuna sono vivi e vegeti, e sono tornati in sala d’incisione: stiamo parlando degli irlandesi Hothouse Flowers, che dopo un inizio di carriera per un importante “major” (la Polygram dei tempi, oggi Universal), avevano cercato con alterna fortuna di emulare i fasti dei più noti (e sponsorizzati) connazionali U2. La band ieri come oggi si regge sulle composizioni di Fiachna O’Branoin e di Peter O’Toole, elevate all’estrema potenza dalla voce e dall’interpretazione del leader indiscusso Liam O’Maonlai. Così a distanza di 14 anni dall’ultimo lavoro in studio Into Your Heart (04), e 7 dallo splendido live Goodnight Sun (10), puntualmente recensito su queste pagine, tornano con questo inaspettato Let’s Do This Thing, registrato nei noti  Windmill Lane Studios di Dublino, in cui è ancora una volta Liam il personaggio chiave di questa band, voce, tastiere e chitarre, a dirigere l’attuale line-up del gruppo composta dai citati Fiachna O’Braonàin alle chitarre e voce, Peter O’Toole al basso, e dal nuovo componente Dave Clarke alla batteria.

E il carisma di Liam è intatto e ben centrato a giudicare dalla splendida ballata iniziale Three Sisters, a cui fanno seguito il ricco e corposo arrangiamento di una quasi recitativa Sunset Sunrises, la strumentale e pianistica The Yacht (dove si evidenzia ancora una volta la bravura di Liam), per poi passare alle atmosfere rarefatte e “groove” di Back Through Time. Il pianoforte è ancora lo strumento principe e dominante della sofferta e accorata ballata Baby Is It Over Now, per poi proseguire con le note ossessive di una spettrale Blue Room (dove Liam si “traveste” quasi da John Trudell), riscoprire l’amore per il grande Van Morrison in una grande ballata come Let’s Do This Thing, senza dimenticarsi di tornare anche alle origini del gruppo, con la rabbia “soul” di una quasi “psichedelica” Are You Good?. La parte finale del disco viene affidata alle aperture “jam” e infatuazioni della band per la musica nera, con Music That I Need e Dance To Save The World cantate in falsetto da Liam,,che sembrano trascinare il gruppo verso i mai dimenticati compatrioti irlandesi dei Commitments. Questo nuovo lavoro Let’s Do This Thing è una prova evidente che la band sa scrivere ancora ottime canzoni, un lavoro che riesce a proporre con disarmante semplicità tutte le influenze del gruppo, trasformando l’energia del tempo degli esordi (una miscela di sana musica irlandese, con influenze soul, gospel e rock), in una prova matura, dove emerge al solito la grande capacità interpretativa di Liam O’Maonlai (dotato di una voce sublime come Bono e Van Morrison), un cantante in grado di trasformare ogni canzone (anche la più banale), in un piccolo capolavoro.

Per chi scrive, ma sono dichiaratamente di parte, se non fosse per gli Hothouse Flowers il grande panorama del rock irlandese sarebbe molto più piatto, in quanto canzoni come Your Love Goes On, This Is (Your Soul), Don’t Go, Forgiven, Sweet Marie, Christchurch Bells, Giving It All Away, One Tonque, I Can See Clearly Now, e la lancinante bellezza di una stratosferica If You Go (la trovate su People), non si possono discutere e rappresentano un patrimonio della musica irlandese. In fondo la differenza sostanziale fra gli “stellari” U2, e la band di Liam O’Maonlai, è che i primi si sono fatti “fagocitare” dal business musicale, i secondi ne hanno preso le distanze preferendo mantenere un rapporto sereno tra la loro vita e la loro musica, e se ascolterete i loro dischi proverete sicuramente delle genuine emozioni, e magari se avrete la fortuna di assistere ai loro concerti, energia e calore https://www.youtube.com/watch?v=0hGuUWOoA08 . In conclusione, se devo portare dei dischi sulla famosa “isola deserta”, sicuramente la scelta è obbligatoria in toto per la discografia dei Hothouse Flowers, la band più sottostimata del pianeta. Bentornati Fiori Di Serra!

Tino Montanari

NDT:  Let’s Do This Thing è stato inciso nel Settembre 2015, per poi essere “pubblicato” nel Novembre 2016, ed è attualmente è disponibile sul loro sito solo per il “download”http://hothouseflowers.com/product/lets-do-this-thing/ .Quindi se siete ammiratori di questa grande band (come il sottoscritto), ora sapete cosa fare!

“Bizzarre” Fusioni Tra R&R, Soul E Blues Con Una Voce Ruvida E Potente. Barrence Whitfield & The Savages – Soul Flowers Of Titan

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Barrence Whitfield & The Savages – Soul Flowers Of Titan – Bloodshot Records/Ird

Barrence Whitfield è sempre stato un tipo eccentrico: sia nell’abbigliamento, con outfit e copricapi estrosi, dai turbanti ai fez, a cappellini sfiziosi, ultimamente con il cranio rasato in evidenza, quanto nello stile musicale, sulle tracce di altri personaggi stravaganti ed unici, sia del rock and roll, come del soul, o del jazz, da Screamin’ Jay Hawkins, passando per Little Richard, per arrivare a Sun Ra, a cui è ispirato, se non nelle musiche, almeno nello spirito, questo Soul Flowers Of Titan. L’ispirazione musicale viene invece dalle produzioni di due etichette storiche degli albori del R&B, la King e la Federal, entrambe di Cincinnati, dove all’Ultra Suede Studio è stato registrato il disco: le canzoni provengono in parte da nomi poco noti di quelle etichette, per cui hanno inciso anche James Brown e Hank Ballard & The Midnigthers come nomi di punta, mentre altri sono brani originali firmati soprattutto da Peter Greenberg e Phil Lenker, rispettivamente chitarrista e bassista dei Savages, già presenti nella prima incarnazione della band, in azione da metà anni ’80, e poi nuovamente nella reunion, che dal 2011 a oggi ha visto uscire tre album, oltre a questo nuovo CD che uscirà domani 2 marzo, e presenta la consueta esplosiva miscela di soul, gospel, R&B, rockabilly, ma anche punk e garage (grazie a Greenberg che ha militato pure nei Lyres), e allo stile vocale esuberante da shouter di Whitfield (vero nome all’anagrafe Barry White, forse si capisce perché lo ha cambiato!).

Slowly Losing My Mind (un singolo di tali Willie Wright & His Sparklers, uscito per la Federal nel 1960)  è subito un gagliardo e potente rock-blues and soul con venature garage e psych, con la chitarra tiratissima di Greenberg subito in azione, a fianco del sax di Tom Quartulli e dell’organo del nuovo arrivato Brian Olive, mentre la sezione ritmica con Andy Jody alla batteria e Phil Lenker, picchia come se non ci fosse speranza in un futuro. Del loro genere si era detto che il soul e il R&B stavano al rock, come, per i Cramps,  il punk stava al rockabilly: e anche oggi la formula (vincente) è rimasta quella, lo ribadisce Pain, una travolgente galoppata a tempo di R&R, con la voce ferina di Barrence sparata al limite, come quella di un giovanotto di belle speranze, su un ritmo incalzante e le continue divagazioni della chitarra di Greenberg, con tutta la band che li segue come un sol uomo, veramente gagliardo; Tall Black And Bitter è un rockabilly shuffle vorticoso, sempre eseguito a velocità supersonica, mentre Tingling è il primo pezzo dove i ritmi rallentano, ma non l’intensità del suono, un R&B futuribile con retrogusti rock, con il sax e la chitarra a dettare all’unisono l’atmosfera del brano, che si ravviva ulteriormente su una “passata” di organo molto vintage di Olive. Sunshine Don’t Make The Sun mi è ignota, quindi presumo nuova (nel momento in cui scrivevo non avevo ancora le note), ma siamo sempre in pieno rock’n’soul a tutta birra, ritmo e sudore come piovesse, con il sax che imperversa; I’ll Be Coming Home Someday si avventura perfino in un doo-wop retro-futuribile (mi è venuta così), proprio tra Screamin’ Jay Hawkins e James Brown, vecchi ritmi ma con la chitarra decisamente rock ed allupata di Greenberg di nuovo in azione.

Let’s Go To Mars, scritta da Greenberg e Lenker, e ispirata dalla visione di un documentario dedicato al Sun Ra degli anni ’70, è viceversa uno dei pezzi più blues di questa raccolta, molto Chicago Blues elettrico, con la voce vissuta di Whitfield a competere con chitarre e sax arrotati; Adorable è un altro esempio del garage-psych-rock virato blues tipico degli episodi più cattivi di Soul Flowers Of Titan, con le urla e gli schiamazzi tipici della vocalità del nostro amico. Che poi si impegna in una cover devastante del torrido soul di I Can’t Get No Ride, oscura gemma del 1965 di un certo Finley Brown, tra funk, rock, garage, tutti gli elementi del canone sonoro di Barrence e soci, che insistono ancora in I’m Gonna Leave You Baby, altro brano Federal targato Willie Wright And His Sparklers, R&B classico, ma virato al solito dai Savages sui sentieri del rock and roll più sanguigno, per il classico “stream and shout” di Whitfield e le folate della solista di Greenberg. Edie Please avrebbe fatto il suo figurone su Nuggets o in qualche altra compilation garage-psych, con la sua chitarra riverberata e la voce cattivissima di Barrence; Say What You Want è uno dei rari brani lenti, sempre in quel misto tra una ballata intensa alla James Brown e il suono garage della prima era della psichedelia. Anche la bonus Dream Of June sembra un vecchio 45 giri degli Standells, dei Count Five o della Chocolate Watch Band. Per chi ama il genere, e non solo, tutto molto godibile

Bruno Conti

Torna A Sorpresa Una Delle Più Belle Serie Dedicate Alla Black Music. Stax Singles Rarities And The Best Of The Rest

stax singles vol.4 rarities frontstax singles vol.4

Stax Singles Rarities And The Best Of The Rest – 6 CD Stax/Craft/Universal – 09-02-2018 USA/2-03-2018 Europe

A distanza di parecchi anni dall’ultimo volume, parliamo ormai del 1994, torna assolutamente a sorpresa un nuovo capitolo della bellissima serie di cofanetti dedicati al catalogo dei singoli tratti dal materiale pubblicato su etichetta Stax/Volt e tutte le loro sussidiarie: uno dei compendi dedicati alla soul music, al r&b e alla musica nera in generale più esaltanti nella storia della musica. Giusto per rinfrescare la memoria, questi sono i primi tre volumi, usciti rispettivamente nel 1991, nel 1993 e, come detto, nel 1994, tutti in box formato grande tipo LP (ma in CD comunque) e poi ristampati varie volte nel corso degli anni, con formati e costi decisamente più ridotti.

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In effetti la parabola sembrava conclusa, visto che i tre box avevano coperto i tre periodi di vita della etichetta di Memphis, 1959-1968 nel primo volume, 1969-1971 nel secondo e 1972-1975 nel terzo, coprendo tutta la storia della Stax, dalle origini R&B, passando per il soul del periodo classico, fino al soul e funky degli anni ’70, attraverso una serie di canzoni, raccolte in molto certosino, che spaziavano dai maggiori successi fino ad una serie di chicche e rarità che poche se non nessun altra etichetta ha potuto pareggiare. Quindi questo quarto volume arriva come una sorpresa totale, anche se fa parte dei festeggiamenti per il 60° Anniversario della etichetta di Jim Stewart, iniziati lo scorso anno (per esempio con il bellissimo box su Isaac Hayes), a 60 anni dalla nascita della etichetta come Satellite Records nel 1957 e poi diventata Stax nel 1961, dalla unione dei nomi dei due fondatori, oltre a Stewart anche la sorella Extelle Axton (STewart/AXton = Stax), entrambi bianchi ovviamente, come tipico della storia di altre race label nate nel corso degli anni, e tuttora in vita alla rispettabile età di 87 anni, come pure la sua etichetta, che è stata rilanciata nel 2006 dalla Universal anche con una serie di nuove uscite.

.Agli inizi c’era anche la Volt, e poi sono arrivate tutte una serie di label associate, che sono tra la maggiori fonti del materiale che è stato raccolto in questo quarto volume e che va a pescare anche tra gospel, funky, country, rock e blues, attraverso varie canzoni pubblicate in origine come Truth, Chalice, Enterprise, Hip e  Ardent, soprattutto negli ultimi anni di vita della Stax. Infatti, per la prima volta dopo il primo volume, è sparita la definizione Soul nel titolo di questa raccolta, che si chiama semplicemente Stax Singles Rarities, anche se i primi 3 CD dell’antologia trattano comunque quell’argomento, attraverso una sequenza di brani dove non è difficile trovare una ulteriore serie di piccole gemme, soprattutto lati B di singoli (Carla e Rufus Thomas, Booker T. & The MG’s, Sam And Dave, Judy Clay, Delaney & Bonnie, Staple Singers, Eddie Floyd, William Bell, Bar-Kays, Isaac Hayes, David Porter e una nutrita serie di sconosciuti, quanto eccellenti interpreti) destinati ad allietare le giornate degli appassionati del genere. E negli altri tre CD si trovano anche brani, tra i tanti, dei Big Star Don Nix, che neri non erano di sicuro, anche se pure loro pescavano a piene mani dal soul e dal blues, oltre che dal rock.

Comunque ecco la lista completa dei contenuti.

 [CD1]
1. Carla & Rufus: Deep Down Inside 2:20
2. Rufus And Friend: Yeah, Yea – Ah 2:15
3. Prince Conley: All The Way 2:41
4. The Canes: I’ll Never Give Her Up 2:25
5. The Astors: Just Enough To Hurt Me 2:24
6. Eddie Kirk: I Found A Brand New Love 2:45
7. Rufus Thomas: Fine And Mellow 2:56
8. Booker T. & The MG’s: Fannie Mae 2:05
9. Floyd Newman: Sassy 2:05
10. Rufus Thomas: I Want To Get Married 2:20
11. Bobby Marchan: That’s The Way It Goes 2:36
12. The Cobras: Shake Up 2:10
13. Barbara And The Browns: You Belong To Her 2:30
14. Dorothy Williams: Watchdog 2:30
15. Barracudas: Free For All 2:18
16. Barbara & The Browns: I Don’t Want Trouble 2:00
17. Gorgeous George: Sweet Thing 2:38
18. The Astors: I Found Out 2:42
19. Rufus & Carla Thomas: We’re Tight 2:10
20. Rufus Thomas: Chicken Scratch 2:20
21. Ruby Johnson: Weak Spot 2:30
22. Rufus Thomas: Talkin’ Bout True Love 2:40
23. Mable John: If You Give Up What You Got (You’ll See What You Lost) 2:27
24. Sam And Dave: A Small Portion Of Your Love 2:35
25. Ruby Johnson: Keep On Keeping On 2:20
26. Rufus Thomas: Greasy Spoon 2:32
27. Mable John: Left Over Love 2:31
28. Ollie & The Nightingales: Girl, You Have My Heart Singing 2:02
29. Mable John: Don’t Get Caught 2:33

[CD2]
1. Shirley Walton: I’m So Glad You’re Back 2:37
2. Delaney & Bonnie: We’ve Just Been Feeling Bad 2:34
3. Linda Lyndell: I Don’t Know 2:27
4. Judy Clay & William Bell: Love – Eye
5. Judy Clay: Remove These Clouds 3:10
6. The Staple Singers: Stay With Us 2:32
7. Rufus Thomas: So Hard To Get Along With 2:57
8. Jeanne & The Darlings: I Like What You’re Doing To Me 2:41
9. Booker T. & The MG’s: Over Easy 4:05
10. Mable John: Shouldn’t I Love Him 2:31
11. William Bell & Judy Clay: Left Over Love 2:51
12. Jimmy Hughes: Sweet Things You Do 2:14
13. Art Jerry Miller: Grab A Handful 2:06
14. Eddie Floyd: Consider Me 3:26
15. Booker T. & The MG’s: Soul Clap ’69 2:40
16. Jeanne & The Darlings: Standing In The Need Of Your Love 2:42
17. The Bar – Kays: I Thank You 3:25
18. The Soul Children: Make It Good 3:06
19. Ollie & The Nightingales: I’ll Be Your Everything 3:54
20. William Bell: Let Me Ride 2:51
21. Booker T. & The MG’s: Sunday Sermon 4:10
22. Carla Thomas: Hi De Ho (That Old Sweet Roll) 2:20
23. Shack: A Love Affair That Bears No Pain 3:54
24. The Nightingales: Just A Little Overcome 3:48
25. The Newcomers: Mannish Boy 3:02

[CD3]
1. Ilana: Let Love Fill Your Heart 3:03
2. The Soul Children: Ridin’ On Love’s Merry – Go
3. Hot Sauce: I Can’t Win For Losing 2:45
4. Lee Sain: Ain’t Nobody Like Me Baby 3:39
5. Hot Sauce: Echoes From The Past 2:47
6. The Mad Lads: Did My Baby Call 2:55
7. Isaac Hayes & David Porter: Baby I’m – A Want You 4:38
8. Jean Knight: Pick Up The Pieces 2:33
9. Johnnie Taylor: Stop Teasing Me 4:28
10. Isaac Hayes: Type Thang 3:54
11. John Gary Williams: In Love With You 3:27
12. Major Lance: Since I Lost My Baby’s Love 3:19
13. Hot Sauce: Mama’s Baby (Daddy’s Maybe) 3:15
14. The Soul Children: Poem On The School House Door 4:27
15. Rufus Thomas: That Makes Christmas Day 4:40
16. The Staple Singers: What’s Your Thing 4:19
17. Shirley Brown: Yes Sir Brother 3:54
18. Hot Sauce: Funny 3:56
19. Frederick Knight: Let’s Make A Deal 3:26
20. The Green Brothers: Can’t Give You Up (I Love You Too Much) 3:15
21. John Gary Williams: Just Ain’t No Love (Without You Here) 3:28

[CD4]
1. Sid Selvidge: The Ballad Of Otis B. Watson 3:20
2. The Caboose: Black Hands White Cotton 3:48
3. Dallas County: Love’s Not Hard To Find 3:10
4. Casper Peters: April 3:54
5. Clark Sullivan: Reaching For A Rainbow 2:25
6. Billy Eckstine: I Wanna Be Your Baby 3:00
7. Chuck Boris: Why Did It Take So Long 2:45
8. Barbara Lewis: Why Did It Take So Long 2:44
9. Finley Brown: Gypsy 2:45
10. O.B. Mcclinton: Slip Away 2:07
11. Billy Eckstine: When Something Is Wrong 5:21
12. Ben Atkins: Good Times Are Coming 3:19
13. River City Band: Some Other Man 2:11
14. O.B. Mcclinton: Don’t Let The Green Grass Fool You 2:34
15. Big Ben: Would I Be Better Gone? 3:08
16. Don Nix: Black Cat Moan 3:06
17. Don Nix: She’s A Friend Of Mine 3:39
18. Larry Raspberry And The Highsteppers: Rock ‘N Roll Warning 2:40
19. Chico Hamilton: Conquistadores ’74 3:34
20. Cliff Cochran: The Way I’m Needing You 3:08
21. Connie Eaton: Let’s Get Together 3:02
22. Karen Casey: The Way I’m Needing You 3:21

[CD5]
1. Poor Little Rich Kids: Stop It, Quit It 2:27
2. Lonnie Duvall: Cigarettes 2:40
3. Poor Little Rich Kids: It’s Mighty Clear 2:21
4. The Honey Jug: Warm City Baby 2:00
5. The Goodees: For A Little While 2:17
6. The Honey Jug: For Your Love 2:50
7. Kangaroo’s: Groovy Day 2:45
8. Bobby Whitlock: And I Love You 2:04
9. Southwest F.O.B.: Smell Of Incense 2:40
10. The Goodees: Condition Red 2:52
11. Billy Lee Riley: Family Portrait 2:43
12. This Generation: The Children Have Your Tongue 2:48
13. Billy Lee Riley: Show Me Your Soul 2:51
14. The Waters: Day In And Out 2:06
15. The Village Sound: Hey Jack (Don’t Hijack My Plane) 2:37
16. The Cheques: Cool My Desire 1:36
17. The Goodees: Goodies 2:32
18. Paris Pilot: Miss Rita Famous 2:44
19. The Knowbody Else: Someone Something 3:12
20. Cargoe: Feel Alright 2:33
21. Big Star: In The Street 2:53
22. Cargoe: I Love You Anyway 3:01
23. The Hot Dogs: Say What You Mean 4:13
24. Big Star: O My Soul 2:47
25. The Hot Dogs: I Walk The Line 3:19
26. Big Star: September Gurls 2:41

[CD6]
1. The Dixie Nightingales: The Assassination 2:56
2. The Dixie Nightingales: Hush Hush 2:50
3. The Dixie Nightingales: I Don’t Know 2:53
4. The Stars Of Virginia: Wade In The Water 3:05
5. The Dixie Nightingales: Forgive These Fools 3:00
6. The Jubilee Hummingbirds: Our Freedom Song (Free At Last) 3:17
7. The Jubilee Hummingbirds: Press My Dying Pillow 3:10
8. The Pattersonaires: God’s Promise 2:15
9. Rev. Maceo Woods And The Christian Tabernacle Baptist Church Choir: Hello Sunshine 2:35
10. Roebuck “Pop” Staples: Tryin’ Time 5:10
11. Terry Lynn Community Choir: His Love Will Always Be 3:15
12. Reverend W. Bernard Avant Jr. & The St. James Gospel Choir: Don’t Let The Green Grass Fool You (Don’t Let The Devil Fool You) 3:26
13. The Rance Allen Group: There’s Gonna Be A Showdown 2:46
14. The Rance Allen Group: That Will Be Good Enough For Me 4:30
15. Reverend Maceo Woods & The Christian Tabernacle Concert Choir: The Magnificent Sanctuary Band (Marching For The Man) 3:40
16. Louise Mccord: Better Get A Move On 3:47
17. Charles May & Annette May Thomas: Satisfied 3:02
18. The Rance Allen Group: I Got To Be Myself 2:51
19. The People’s Choir Of Operation Push Under The Direction Of Reverend Marvin Yancy: He Included Me 3:42
20. The Rance Allen Group: We’re The Salt Of The Earth 3:30
21. Louise Mccord: Reflections 3:12
22. The Rance Allen Group: Ain’t No Need Of Crying 3:39

Il cofanetto, corredato come al solito da un esaustivo libretto, esce il 9 febbraio sul mercato statunitense e poi sarà pubblicato anche il 2 marzo su quello europeo (e pure in Italia), evitando di dovere effettuare costosi acquisti oltreoceano dove le spese doganali sono sempre in agguato.

Non escludo all’uscita di tornarci sopra per un excursus più approfondito sui contenuti.

Bruno Conti