Non Finisce Mai Di Stupire, Un Altro Disco Splendido! Mavis Staples – We Get By

mavis staples we get by

Mavis Staples – We Get By – ANTI-

Vediamo alcuni fatti “certi” relativi al nuovo album di  Mavis Staples We Get By: intanto, girando per i vari siti,scopriamo che è il 12° album della cantante di Chicago, ma forse il 13° o anche il 14°, non contando i due Live, il tributo in quanto tale, uscito nel 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/07/04/un-altro-concertotributo-spettacolare-mavis-staples-ill-take-you-there-an-all-star-concert-celebration-live/ , e ovviamente tutti i dischi con gli Staples Singers. Però non si capisce perché la colonna sonora  del 1977 A Piece Of The Action, con brani scritti da Curtis Mayfield, e Spirituals & Gospel: Dedicated To Mahalia Jackson del 1996, con Lucky Peterson, ma entrambi cantati in toto da Mavis, non debbano rientrare nel conteggio? Quindi una certezza di questo We Get By è che per l’ennesima volta dal 2007, quando Ry Cooder le produsse lo splendido We’ll Never Turn Back, e poi in tutti i successivi  album pubblicati dalla ANTI-, è che la Staples non ha sbagliato più un disco da allora, sempre mantenendo livelli di qualità sopraffini, nonostante nel corso degli anni siano cambiati i produttori, Jeff Tweedy per tre volte, M. Ward, e la stessa Mavis per il recentissimo Live In London.

Un’altra certezza (e anche una costante) sembra essere la presenza della splendida band che la accompagna dal 2010 (con l’eccezione di One True Vine del 2013), Rick Holmstron alla chitarra, Jeff Turmes al basso e Stephen Hodges alla batteria, che anche Ben Harper, il nuovo produttore che ha scritto pure tutte le canzoni, non ha voluto cambiare, riservandosi solo il ruolo di voce duettante nella title track. Volendo l’altra certezza potrebbe essere il fatto che al 10 luglio questa splendida signora compirà 80 anni, ma per scaramanzia non lo diciamo (o si?): la voce anche per l’occasione è strepitosa, una vera forza della natura, l’ultima vera grande cantante della black music, adesso che Aretha Franklin se ne è andata (ma non faceva un disco decente da tantissimo tempo), come prima di lei Etta James e ancora prima Nina Simone, e Tina Turner, Gladys Knight, Ann Peebles, Bettye LaVette che erano comunque di livello inferiore. Ma Mavis no, il suo stile vocale che da sempre mescola soul, gospel, blues, R&B, e ha pure certi accenti rock che la fanno amare anche da un pubblico più contemporaneo, come evidenziano alcuni brani di questo We Get By, più che qualcuno che semplicemente se la cava, come sembrerebbe suggerire il titolo, ci presentano una leonessa che non ha nessuna intenzione di abdicare.

Ben Harper ha scritto veramente delle belle canzoni per l’occasione, e anche il tema della resilienza, della speranza, dei diritti civili dei neri, ben rappresentati nella bellissima foto di copertina di Gordon Parks “Outside Looking In”, tratta dall’opera di questo paladino della cultura afroamericana, confermano che Mavis Staples non ha dimenticato neppure la lezione di Pops Staples che per tantissimi anni ha guidato con fermezza una delle famiglie più importanti della storia della musica, non solo nera. L’iniziale Change è subito un grido di sfida ma anche di speranza, con la potenza di un brano che tira di brutto grazie alla chitarra decisamente rock di Holmstrom che mulina riff impetuosi, mentre CC White e Laura Mace rispondono con fierezza gospel  alle esortazioni di una Mavis veramente infervorata come ai tempi d’oro degli Staples Singers e la sezione ritmica risponde colpo su colpo; Anytime, con una chitarrina funky insinuante è sempre e comunque gospel-soul di grande intensità, grazie al call and response tra le due ragazze e la voce profonda e risonante, rauca e vissuta se vogliamo, ma sempre devastante della Staples. We Get By è una splendida ballata cantata a due voci da Ben Harper e Mavis Staples, con i due che si sostengono a vicenda con la forza della migliore musica soul mentre Holmstrom lavora di fino con la sua chitarra.

Non manca il funky-soul gagliardo ed incalzante di una orgogliosa ed intensa Brothers And Sisters, dove si apprezza la classe e la coesione della band (ascoltate il giro di basso devastante di Jeff Turmes) che accompagna la nostra amica. E a proposito di intensità non manca certo in Heavy On My Mind, solo la voce di Mavis, un tamburello e la chitarra elettrica di Rick Holmstrom, mentre Sometime, ancora con accenti tra R&B e gospel, è più mossa e vivace, con la solista riverberata a caratterizzarla, e a seguire un’altra ballata di quelle sontuose, Never Needed Anyone, cantata ancora una volta alla grande da una ispirata Mavis https://www.youtube.com/watch?v=x_f_X2TN1IE . Stronger ha riferimenti biblici nel testo e un piglio musicale dove rock, gospel  e blues convivono con forza, anche grazie al lavoro sempre stimolante e variegato della chitarra di Holmstron https://www.youtube.com/watch?v=vnX7m6fPlpU  ,che sostiene appunto con forza una ennesima impetuosa prestazione vocale della Staples e delle due vocalist di supporto. Chance On Me è un blues-rock di notevole potenza, con ennesimo assolo da sballo di Holmstron e prestazione vocale super della Staples https://www.youtube.com/watch?v=SS9BpWhOZ7M , mentre Hard To Leave, che rende omaggio a Marvin Gaye nel testo, è un’altra ballata di grande intensità emozionale e anche One More Change mantiene, in chiusura di disco, questo formato sonoro, grazie ad un’ altra interpretazione vocale da incorniciare di Mavis. Che classe questa signora, non finisce mai di stupire!

Bruno Conti

Un Altro Disco Che (Quasi) Non C’è: Un “Mitico” Locale Australiano Per Una “Grande” Band. Black Sorrows – Live At The Palms

black sorrows live at the palms

Black Sorrows – Live At The Palms – Blue Rose Records – CD  – Download

Il loro ultimo album Citizen John  (recensito puntualmente su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2018/12/01/prosegue-la-storia-infinita-della-band-di-joe-camilleri-sempre-una-garanzia-black-sorrows-citizen-john/ ) è uno dei lavori più belli dello scorso anno (ma anche uno dei più difficili da rintracciare,vista la scarsa reperibilità sul mercato europeo), e questo concerto registrato nel mitico locale di Melbourne, non è altro che il CD abbinato alla edizione deluxe” del medesimo (per i pochi fortunati che ne sono entrati in possesso e considerando che comunque anche questa “nuova” edizione in CD singolo è venduta in esclusiva solo ai concerti europei della band e sul sito della Blue Rose). E così quando nell’Ottobre dello scorso anno, Joe Camilleri alla chitarra, sax e armonica, porta sul palco i suoi Black Sorrows ,con in evidenza le chitarre del bravo Claude Carranza, Tony Floyd alla batteria, Mark Gray al basso, James Black alle tastiere, con l’apporto di musicisti di talento come il gruppo jazz Horns Of Leroy e Sandi Keenan alle armonie vocali, per una manciata di brani che hanno il pregio di essere eseguiti con arrangiamenti diversi da quelli elaborati in studio, i tecnici sono pronti a registrare il tutto, per un “disco”dove come sempre la musica spazia tra bluegrass, blues, rockabilly, rock, soul, arrivando a cimentarsi anche con il reggae e gospel.

Il concerto inizia con le atmosfere “country-blues” di una accattivante Wednesday’s Child, a cui fanno seguito due cover d’autore, una seducente rilettura di Do I Move You, portata al successo dalla grande Nina Simone, uno slow d’annata da suonare nei locali blues di Chicago, con un lungo intermezzo “jazz” a cura dei componenti dei bravissimi Horns Of Leroy, e una semi dimenticata Silvio di Dylan, recuperata dai solchi polverosi di Down In The Groove (88), e che in questa occasione viene riproposta in una energica e ritmata versione, dove emerge la bravura alla slide di Carranza e i coretti in stile “Motown” guidati dalla Keenan. Dopo applausi doverosi e convinti del pubblico in sala, si riparte con Lover I Surrender, una di quelle ballate “blue-soul” dei lontani anni ’70 che hanno fatto la fortuna di Joe, dove giganteggia il “groove” del basso di Mark Gray su un tessuto armonico dell’hammond, bissata subito da un’altra stratosferica ballata Way Below The Heavens, dove oltre agli evidenti echi “morrisoniani” nell’interpretazione dell’autore, risveglia nel sottoscritto anche lo spirito di Bobby Womack.

Poi si cambia ritmo nel sincopato arrangiamento di una Down Home Girl, con i fiati in evidenza nella parte finale; dopo un’altra meritata ovazione da parte del pubblico, ci si avvia alla parte conclusiva del concerto con il tempo vagamente “ragtime” e di nuovo una strepitosa sezione fiati in una favolosa Brother Moses Sister Mae, che con la mente e il cuore ci trasporta nelle strade di New Orleans (quando si festeggia il Mardi Gras), seguita dal raffinato “swamp-blues” di Citizen John, che viene cantato in duetto (in una ipotetica gara di bravura) da Joe e Sandi Keenan, e in chiusura sorprendentemente, viene rispolverato un brano del suo primo gruppo i Jo Jo Zep & The Falcons (una oscura band in attività sul finire degli anni ’70, benché popolarissima in Australia), una saltellante The Honeydripper dove la varietà di stili e la bravura dei musicisti, riesce a sopperire all’unico brano forse deludente della serata. Ancora oggi per molti i Black Sorrows sono degli illustri sconosciuti, nonostante il fatto che dal lontano esordio con Sonola (84), e in un alternarsi di varie e innumerevoli formazioni, hanno sfoderato più di una ventina di lavori (con questo siamo al 22° per la precisione), sotto la guida costante del genialoide Joe Camilleri, vero leader carismatico della band (cantante, autore, sassofonista e produttore), un tipo che a 71 anni suonati dimostra con questo splendido Live At The Palms (un lavoro arrangiato e suonato in modo superbo), di possedere una rara intelligenza musicale nel sapere sempre creare grandi canzoni. In definitiva (per chi scrive), i Black Sorrows sono stati, e sono tuttora, una splendida realtà del panorama musicale odierno (australiano e non),  quindi da ascoltare obbligatoriamente!

Tino Montanari

Per Chi Ama Il Buon Blues, Un Ritorno Atteso Sia Pure “Tardivo”. Corey Dennison Band – Night After Night

corey dennison band night after night

Corey Dennison Band    Consigliato – Night After Night – Delmark Records

Nel 2016 avevo recensito più che positivamente il primo omonimo album della Corey Dennison Band https://discoclub.myblog.it/2016/04/18/giovane-promessa-del-blues-elettrico-corey-dennison-band/ : poi avevo perso le tracce di questo omone di Chattanooga, Tennessee, che nel frattempo è diventato uno dei musicisti bianchi blues più apprezzati della zona di Chicago e dintorni, dove suona abitualmente. Ma il nostro amico aveva nel frattempo pubblicato un secondo album, questo Night After Night, che, pur essendo targato 2017, per varie vicissitudini, presumo di distribuzione, ha circolato molto poco nelle nostre lande, oppure addirittura arriva solo ora. Il disco, come il precedente, è ottimo e  Dennison si conferma un eccellente chitarrista, con un sound che è un diretto erede del classico Chicago Blues elettrico che alla Delmark dei tempi d’oro praticava gente come Jimmy Dawkins e Magic Sam, quindi con un timbro di chitarra forte ed espressivo, spesso tirato, ma lontano dalle spire del rock-blues più duro, un tocco a tratti vellutato e ricco di feeling, imparato in lunghi anni passati on the road con il suo maestro Carl Weathersby (che firma anche un brano per l’album).

Il suono quindi ha una sorta di “fondamentalismo”, ma di quello sano, legato alle tradizioni della buona musica, senza per questo essere bolso e stancamente ripetitivo, ogni brano è ispirato da stili e generi diversi, ma mantiene comunque una freschezza, una vivacità, una gioia di suonare, che sono le caratteristiche vincenti di questa fatica. Come avevo rimarcato per il precedente album Corey Dennison ha anche una ottima voce, il che non guasta, roca, vissuta, ma anche pimpante, innervata dalle migliori espressioni della musica nera. Gerry Hundt, che è il secondo chitarrista, l’organista e l’armonicista della band, firma con Corey 8 dei 13 brani dell’album, ed è la spalla ideale per Dennison, che ha anche una ottima sezione ritmica nel bassista Nick Skilnik (che dopo la registrazione ha abbandonato il gruppo) e nel batterista Joel Baer, uno che lavora molto anche con i rullanti, i piatti e le percussioni, regalando un suono molto variegato all’insieme. Prendete l’iniziale, deliziosa, Hear My Plea, uno di quei brani dove blues, soul e ampie spruzzate di gospel convivono alla perfezione, la chitarra è ficcante e leggermente riverberata come usavano fare i maestri della Delmark ricordati poc’anzi, ma Dennison ci mette del suo con una interpretazione vocale superba, dove il pathos del testo è convogliato con grande enfasi, e il lavoro di Baer alla batteria è un altro elemento vincente.

Una chitarrina malandrina ci introduce ai piaceri di Misti, un brano che era già apparso nel CD della Kilborn Alley Band https://discoclub.myblog.it/2017/06/15/electric-blues-di-classe-con-un-piccolo-aiuto-dai-loro-amici-kilborn-alley-blues-band-presents-the-tolono-tapes/ , un delizioso e gioioso errebì che sembra uscire da qualche vecchio vinile anni ’60, magari di marca Stax, con la chitarra che vola giocosa sulle ali di una brillante sezione ritmica e dell’organo suonato da Hundt, e con il nostro amico che canta con una solarità quasi imbarazzante per la gioia di vivere che trasmette. I Get The Shivers è un gagliardo e solido shuffle, cantato e suonato con impeto, mentre Better Man è un altro magnifico deep soul, pure questo cantato con grande trasporto e forza da Corey e con l’armonica a colorire il sound, alternandosi all’organo, prima dell’ingresso della solista che rilascia un lirico assolo, con Phone Keeps Ringing che introduce un irresistibile groove funky, per poi passare addirittura in territorio Motown con il contagioso ritmo vintage della festosa Nothing’s Too Good (For My Baby).

Love Ain’t Fair è il brano di Weathersby, uno slow blues di quelli duri e puri con Dennison che distilla dalla sua Gibson una serie di assoli in puro stile Delmark, a seguire arriva un ‘altra cover, Are You Serious?, un mellifluo e “leggero” funky blues di Tyrone Davis, di buona fattura ma non eccelso, come pure Nightcreepers 2 (Still Creepin’), il seguito di un brano strumentale apparso nelle Tolono Tapes, anche questo con basso funky a manetta. Decisamente meglio It’s So Easy, altro lungo blues lento di grande intensità, che precede Stuck In Chicago, un pezzo dei Cate Brothers, altro funky-soul di buon spessore, con qualche rimando all’ultimo Robert Cray. Troubles Of the World è un vecchio pezzo che faceva parte del repertorio di Mahalia Jackson, quindi spunti gospel, ma l’esecuzione è decisamente contemporanea, ritmi incalzanti, chitarra al solito in bella evidenza, come pure nella conclusiva Down In Virginia, un rockin’ shuffle di Jimmy Reed che chiude in modo positivo un album che anche se nella seconda parte perde un po’ della qualità della prima sarebbe un peccato non avere per chi ama il buon blues. Consigliato.

Bruno Conti

A Volte Ritornano: “Ballando” Sulla Storia Australiana. Archie Roach – Dancing With My Spirit

archie roach dancing with my spirit

Archie Roach – Dancing With My Spirit – Mushroom Music LP – CD – Download

Gli attenti lettori di questo “blog”, sicuramente conoscono lo spazio che spesso abbiamo dedicato agli artisti australiani, a partire da gruppi come i Black Sorrows di Joe Camilleri, i Midnight Oil, la brava Kasey Chambers, Jimmy Barnes e Paul Kelly, senza dimenticare il grande Nick Cave, fino ad arrivare ad una grande “icona” nazionale come Archie Roach (di cui il sottoscritto ha recensito su queste pagine gli ultimi due lavori). Venti anni fa Roach e tre giovani donne (le Tiddas), si sono trovati e hanno collaborato ad un demo, che da allora per una serie di motivi sconosciuti è rimasto chiuso in un cassetto, ma tuttavia non è stato dimenticato, e fortunatamente viene ora recuperato meritevolmente dall’autore, per questo suo ultimo lavoro Dancing With My Spirit (purtroppo al solito non di facile reperibilità). Detto fatto il buon Archie fa un giro di telefonate e si porta in studio le Tiddas (che ovviamente non sono più giovani come un tempo, ma sempre bravissime e che rispondono al nome di Sally Dastey, Lou Bennett e Amy Saunders), e con il supporto di altri talentuosi musicisti tra i quali Bruce Haynes alle tastiere, Dave Steel alle chitarre, il compianto Stuart Speed  pedal-steel e basso, e Archie Cuthbertson alla batteria, con la esperta produzione della talentuosa Jen Anderson (mandolino, violino, ukulele), affidandosi come detto le armonie vocali  al trio delle Tiddas, (che si erano divise nel 2000 e sono tornate insieme per questo album) ci regala una dozzina di canzoni riproposte più o meno come erano state ai tempi originariamente scritte, concepite e cantate.

Premesso che ogni canzone ha una sua storia, il disco si apre  con le calde atmosfere di A Child Was Born Here, con la voce di Archie Roach che si dimostra ancora una volta una delle migliori al mondo (sono parziale lo ammetto), per poi passare alla magnifica melodia della title track Dancing With My Spirit, il “sound” gioioso di una rinfrescante Heal The People, Heal The Land, e commuovere nella struggente ballata Morning Star, impreziosita appunto dalle armonie vocali delle Tiddas. Come sempre abituato a concepire un album come una storia, o come un romanzo, Roach si dimostra ancora una volta un perfetto “storyteller”, autore di brani profondi come Hold On Tight e F-Troop, magnifiche ballate che toccano il cuore e l’anima delle persone, passando per i disinvolti coretti “soul” di una più che nostalgica Dancing Shoes, e della più convenzionale Nowhere To Go, un altro brano struggente, accompagnato in sottofondo dalla fisarmonica della Anderson. Si cambia ancora registro con la corale e immediata Give Unto Caesar, e il sincopato “groove” di una inusuale Colour Of Your Jumper (con inaspettati cori maschili), per poi andare a chiudere con l’andamento allegro (semplicità e orecchiabilità) di My Grandmother, e infine una meravigliosa The River Song (dedicata alla sua defunta moglie, la cantante Ruby Turner), una ode malinconica declamata vicino al fiume con il fuoco acceso del ricordo.

La maggior parte dei brani di Dancing With My Spirit sono di media durata, con arrangiamenti in  stile “roachiano”, con la band che suona chitarre acustiche ed elettriche, batteria,  percussioni e basso, oltre a pianoforte, sintetizzatore, mandolino e violino,  perfettamente adatti al vibrato ormai invecchiato (purtroppo) di Archie, dove comunque si respira una sensazione evidente di coesione fra musicisti e autore, nel riproporre e tornare a cantare le canzoni come erano nate venti anni fa. Difficoltà e gravi perdite, oltre alla sua attuale non facile condizione di salute, che a tratti affiorano nella voce vissuta, non sono estranei agli ultimi lavori di Archie Roach, una leggenda australiana che ha ancora la forza di recuperare un lavoro senza tempo di grande fascino come Dancing With My Spirit (con brani che in buona parte erano già apparsi nell’album Looking For Butterboy (97), dove come sempre le canzoni e le sue storie sono viaggi emozionali pieni di umanità, e mi viene difficile credere che queste canzoni siano state scritte circa un quarto di secolo fa, ma nello stesso tempo suppongo  che Dancing With My Spirit, sia stato rispolverato al momento giusto per rivelarsi agli amanti della buona musica. Lunga vita Archie!

*NDT Come detto l’album non è facilmente reperibile, ma a breve, nella seconda parte di maggio, è già prevista l’uscita (sempre solo in Australia) di un triplo CD The Concert Collection 2012-2018 con materiale dal vivo inedito registrato in quel lasso di tempo e di cui sarà nostra cura rendervi edotti non appena sarà disponibile.

Tino Montanari

Direi Che Ci Ha Preso Gusto…E Noi Con Lui! Little Steven & The Disciples Of Soul – Summer Of Sorcery

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Little Steven & The Disciples Of Soul – Summer Of Sorcery – Wicked Cool/Universal CD

La temporanea sosta della E Street Band (e la pausa dalla carriera di attore) ha dato modo negli ultimi tre anni a Little Steven di tornare a dedicarsi alla sua carriera solista, ed il piccolo Van Zandt lo ha fatto nei migliore dei modi, riformando i Disciples Of Soul, un gruppo straordinario, e dando alle stampe due album eccellenti, Soulfire (tra i dischi più belli del 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/05/26/per-una-volta-il-boss-e-lui-little-steven-soulfire/ ) ed il suo strepitoso compendio dal vivo, Soulfire Live!, disco dal vivo del 2018 per chi scrive https://discoclub.myblog.it/2018/09/12/il-disco-dal-vivo-dellestate-si-ed-anche-dellautunno-dellinverno-little-steven-and-the-disciples-of-soul-soulfire-live/ . Ma Steven non ha finito, ed ora si ripresenta con un lavoro nuovo di zecca, Summer Of Sorcery, inciso sempre con i DOS e destinato a bissare il successo di critica e pubblico di Soulfire. Anzi, a mio giudizio Summer Of Sorcery è leggermente meglio, anche per il fatto che il suo predecessore era costituito esclusivamente da brani che il nostro aveva scritto per altri durante gli ultimi 40 anni, mentre le dodici canzoni qui presenti sono tutte nuove di zecca, pensate appositamente per questo progetto: la cosa è oltremodo rassicurante, in quanto possiamo constatare che Steve non ha perso la capacità di scrivere, e che se la può cavare alla grande anche senza ricorrere a pezzi già conosciuti.

Dal punto di vista sonoro Summer Of Sorcery è, come già Soulfire, una vera goduria, una miscela irresistibile di rock, soul, errebi e funky, con più di un occhio alle sonorità degli anni cinquanta e sessanta, tra vibrante rock’n’roll e romanticismo “piratesco” da parte di un formidabile gruppo di scapestrati, composto da ben quindici musicisti compreso il leader (Marc Ribler, chitarre varie e direzione musicale, Jack Daley, basso, Rich Mercurio, batteria, Andy Burton e Lowell Levinger, piano ed organo, Anthony Almonte, percussioni, le tre backing vocalists Jessie Wagner, Sara Devine e Tania Jones, e soprattutto la strepitosa sezione fiati di cinque elementi diretta da Eddie Manion, sax baritono, con Stan Harrison al sax tenore e flauto, Ron Tooley e Ravi Best alla tromba e Clarck Gayton al trombone). Colore, ritmo e feeling a volontà, un’ora di grandissima musica, gioiosa e creativa: Little Steven non sarà il Boss (neanche e soprattutto a livello vocale), ma sopperisce con l’anima e tonnellate di grinta. Communion ha un attacco potente quasi degno della E Street Band, poi il suono si sposta su coordinate più squisitamente errebi, con ritmo subito altissimo ed i fiati immediatamente protagonisti (come già in Soulfire, sono il fiore all’occhiello del disco), per sei minuti ad alto tasso adrenalinico.

Party Mambo! è un titolo che è tutto un programma, ed è una canzone solare dai suoni e colori decisamente “caldi”, gran gioco di percussioni, fiati e cori, con Steve perfettamente a suo agio nel ruolo di maestro di cerimonie, mentre per quanto mi riguarda è quasi impossibile tenere fermo il piede; Love Again è invece una deliziosa e saltellante soul song dal sapore d’altri tempi, un pezzo che il nostro avrebbe benissimo potuto scrivere per Southside Johnny, con una melodia immediata ed il solito suono pieno e generoso: potrebbe diventare un instant classic di Steve. Vortex è un bellissimo e coinvolgente brano dal motivo vincente, che colpisce al primo ascolto, e con un arrangiamento degno dell’Isaac Hayes dei primi anni settanta (e qui oltre ai fiati abbiamo anche gli archi a simulare una sorta di sgangherata disco music dei bassifondi), mentre A World Of Your Own è un irresistibile pezzo in puro stile sixties, romantico e cantato col cuore, cori femminili in evidenza ed un arrangiamento decisamente “spectoriano”: splendida anche questa. Gravity è funk-rock della miglior specie, suono grasso e corposo e solita grinta formato famiglia, con le backing vocalists che assumono quasi la stessa importanza del leader, Soul Power Twist è ancora una festa di ritmo e suoni, come se Steven avesse trovato in un cassetto una canzone inedita e dimenticata di Sam Cooke e l’avesse fatta sua senza dirlo a nessuno: una meraviglia.

Superfly Terraplane non prova neanche ad abbassare il ritmo, ma qui siamo in presenza di un travolgente rock’n’roll con fiati, un’altra gioia per le orecchie (comincio ad essere a corto di aggettivi), Education inizia con un sitar ma si trasforma quasi subito in un robusto pezzo tra errebi e rock, in cui i fiati si prendono tanto per cambiare il centro della scena, mentre Suddenly You è un brano più soft, quasi afterhours, con Steve che canta in modalità sottovoce, una sorta di relax dopo tante energie spese. I Visit The Blues, come da titolo, vede i nostri cimentarsi con la musica del diavolo, e lo fanno in maniera assolutamente credibile, con il solito supporto dei fiati a dare il tocco in più e Steven che prova a dire la sua anche con la chitarra. Il CD si chiude con la title track, ed è un finale sontuoso in quanto ci troviamo di fronte ad un mezzo capolavoro, una ballata epica e fantastica che gronda feeling e romanticismo da ogni nota, otto minuti di grandissima musica, degna conclusione di un album che definire strepitoso è poco e che, se vivessimo in un mondo giusto, dovrebbe essere eletto all’unanimità disco per l’estate.

Marco Verdi

Tra Soul E Country, Una Bravissima Nuova Cantante E’ In Città! Yola – Walk Through Fire

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Yola – Walk Through Fire – Easy Eye Sound CD

Album di debutto per una nuova, bravissima cantante, originaria di Bristol, in Inghilterra, ma con il cuore musicale ben piantato in America. Yola (nome d’arte di Yolanda Quartey), ex lead vocalist del gruppo Phantom Limb, ha esordito come solista nel 2016 con l’EP Orphan Offering, ed in seguito è stata notata da Dan Auerbach, leader dei Black Keys, musicista geniale e produttore tra i più richiesti del momento (Dr. John, Ray LaMontagne, Grace Potter, The Pretenders), che l’ha voluta con sé nei suoi studi Easy Eye Sound di Nashville. Insieme i due hanno scritto una bella serie di canzoni, collaborando alla stesura anche con grandi nomi come il pianista Bobby Wood (già con Elvis), l’abituale collaboratore di John Prine Pat McLaughlin, oltre al leggendario Dan Penn. Il risultato di questa collaborazione è Walk Through Fire, un disco splendido che ci fa conoscere una cantante dalla voce formidabile e con una notevole forza interpretativa, un piccolo gioiello di country-got-soul che è pane per i denti di Auerbach, perfettamente a suo agio con questo tipo di sonorità tra pop, errebi, soul e country molto fine anni sessanta/inizio settanta, come già dimostrato nel suo bellissimo album solista Waiting On A Song e nel sorprendente Goin’ Platinum di Robert Finley.

Ma Walk Through Fire non è solo produzione, in quanto ci sono soprattutto Yola con le sue canzoni e la sua grande voce, un talento che qualcuno ha già paragonato ad un incrocio tra Aretha Franklin e Glen Campbell, mentre altri, parlando del rapporto tra l’artista ed il suono del disco, ha scomodato addirittura il mitico Dusty In Memphis di Dusty Springfield. Io sono abbastanza d’accordo con entrambi i paragoni, ed aggiungerei una rimembranza della giovane Mavis Staples nei pezzi più gospel. Nomi importanti quindi, ma Yola è una cantante con il suo stile e la sua personalità, ed in questo lavoro, grazie anche all’eccellente lavoro di Auerbach, il suo talento viene fuori alla grande. Come ciliegina, abbiamo diversi sessionmen di gran nome: oltre ai già citati McLaughlin e Wood (ed allo stesso Auerbach), troviamo il noto Nashville Cat Charlie McCoy all’armonica, il grande mandolinista Ronnie McCoury, lo steel guitarist Russ Pahl (grande protagonista del disco), la sezione ritmica di Dave Roe (Johnny Cash) e Gene Chrisman (Aretha ed Elvis, tra i tanti), per finire con le armonie vocali di Vince Gill. Faraway Look apre il CD nel modo migliore, con una deliziosa soul ballad che ci fa ammirare da subito la splendida ugola di Yola, ed un arrangiamento in puro stile pop orchestrale, non ridondante ma anzi perfetto per il crescendo melodico del ritornello.

Shady Grove è una squisita pop song d’altri tempi, di stampo bucolico e con una strumentazione cucita alla perfezione intorno alla voce formidabile di Yola, in cui spiccano pianoforte e violino. Ride Out In The Country è splendida, una ballata country-soul di ampio respiro, con una bellissima linea melodica, ottimi interventi di chitarra elettrica ed un organo caldo alle spalle. Un piano elettrico ed una languida steel introducono l’intensa It Ain’t Easier, country ballad di notevole livello, impreziosita dalla solita prestazione vocale impeccabile della ragazza, che aggiunge l’elemento soul; la title track è ancora più country, ed è una delle più belle, un brano cadenzato in cui Yola sembra proprio la Staples, con un coro che aggiunge un sapore gospel: la canzone poi è strepitosa di suo, e si sente che è quella in cui ha collaborato Penn. Che dire di Rock Me Gently? Un’altra deliziosa pop song che mi ricorda i primi Bee Gees  (i migliori), ed anche l’arrangiamento sta da quelle parti, con però steel e banjo che riportano tutto a Nashville; mi piace molto anche Love All Night (Work All Day), altra country tune mossa e scorrevole, con il consueto motivo che colpisce al primo ascolto ed un accompagnamento ricco in cui spiccano chitarra elettrica, piano ed ancora la magnifica steel di Pahl.

La breve e lenta Deep Blue Dream è puro soul, Lonely The Night invece è una grandiosa pop song dal chiaro sapore sixties, arrangiata con la solita finezza (la mano di Auerbach è evidente), mentre Still Gone è un errebi solare e decisamente godibile. Il CD termina con Keep Me Here, brano soul intenso e romantico, e con la scintillante Love Is Light, altro brano pop di lusso e contraddistinto da un gusto melodico non comune, ennesimo gioiellino di un album bello e sorprendente. Dan Auerbach si sta costruendo passo dopo passo una reputazione da produttore di livello eccelso, ma con una cantante come Yola il suo lavoro è stato certamente più facile.

Marco Verdi

Sceneggiatore E Autore Per Cinema E TV, Ma Anche Ottimo Musicista. John Fusco And The X-Road Riders

john fusco and the x-road riders

John Fusco And The X-Road Riders – John Fusco And The X-Road Riders – Checkerboard Lounge Records

Il nome di John Fusco come musicista sicuramente dice poco ai più, ed in effetti questo album con gli X-Road Riders è il suo esordio. Ma se scaviamo più in profondità scopriamo che questo signore è colui che ha scritto il soggetto originale di Crossroads (in Italia Mississippi Adventure), l’ottimo film del 1986 di Walter Hill, che proponeva una versione romanzata del famoso patto siglato al crocevia tra Robert Johnson e il Diavolo, con la colonna sonora di Ry Cooder e Steve Vai nella parte di quel “diavolo” di un chitarrista che duella con Ralph Macchio. Fusco ha comunque scritto anche i soggetti di Young Guns I e iI, Hidalgo, Spirit, l’imminente Highwaymen di Kevin Costner, la serie televisiva Marco Polo per la Netflix, quindi non è il primo pirla che passa per strada, e comunque ha anche questa “passionaccia” per la musica, il blues(rock) nello specifico e per il suo esordio discografico si fa aiutare da Cody Dickinson dei North Mississippi Allstars, che nel CD suona chitarra, dobro, piano, basso e batteria, lasciando le tastiere a Fusco, che si rivela essere anche un notevole cantante, in possesso di una voce profonda, vissuta e risonante, ben sostenuta dalle gagliarde armonie vocali di Risse Norman, una vocalist di colore dal timbro intriso di soul e gospel, come dimostrano tutti insieme nella potente Rolling Thunder che apre l’album e dove la slide tangenziale di Dickinson è protagonista assoluta del sound.

Drink Takes The Man è anche meglio, con l’organo di Fusco e la chitarra di Cody a duettare, mentre John, con l’aiuto sempre della Norman, imbastisce un blues-rock quasi alla Allman Brothers, sapido e gustoso, sempre con le chitarre di Dickinson in grande spolvero. L’album è stato registrato ai Checkerboard Lounge Studios di Southaven, Mississippi, ed esce per l’etichetta dello stesso nome, al solito con reperibilità diciamo difficoltosa, ma vale la pena di sbattersi, perché il disco merita: in Poutine c’è anche una piccola sezione fiati guidata dalla tromba di Joshua Clinger, e il suono si fa più rotondo, con elementi soul sudisti, sempre caratterizzati dalla voce allmaniana di Fusco, dal suo organo scintillante, dalle chitarre di Dickinson e dalla calda vocalità della Risse. Hello Highway, con l’armonica dell’ospite Mark Lavoie in evidenza, più che un brano di Dylan (con cui ha comunque qualche grado di parentela) sembra un brano della Band, quando cantava Rick Danko, con il tocco geniale di un piano elettrico a rendere più intensa la resa sonora di questa bellissima canzone. E non è da meno anche A Stone’s Throw un’altra bella ballata gospel-rock che miscela il sound della Band e quello degli Allman, con la lirica solista di Dickinson a punteggiare splendidamente tutto il brano, mentre Fusco e la Norman si sostengono a vicenda con forza.

Non ci sono brani deboli in questo album, anche I Got Soul, quasi una dichiarazione di intenti, di nuovo con l’armonica di Lavoie e il sax solista di Bradley Jewett, ha ancora questo impeto del miglior blues sudista, con Fusco che rilascia un ottimo assolo di organo, senza dimenticare di lavorare di fino anche al pianoforte. Can’t Have Your Cake, sembra la sorella minore di Midnight Rider di Gregg Allman, un’altra southern ballad di grande fascino, cantata con impeto dal nostro amico, mentre la chitarra è sempre un valore aggiunto anche in questo brano https://www.youtube.com/watch?v=HAOlJvEL_lE ; Boogie On The Bayou, è un altro blues di quelli gagliardi, con piano elettrico, chitarra, ed organo a supportare con trasporto la voce vellutata e vibrante di Fusco. Anche Once I Pay This Truck Off non molla la presa sull’ascoltatore, questa volta sotto la forma di una ballata elettroacustica insinuante, sempre calda ed appassionata, grazie all’immancabile lavoro di grande finezza offerto da Cody Dickinson https://www.youtube.com/watch?v=roz27n9cTlU , che per il brano finale chiama a raccolta anche la solista del fratello Luther per una versione di grande forza emotiva del super classico di Robert Johnson Crossroad Blues, con la band che rocca e rolla di brutto sul famoso riff della versione dei Cream, e la slide che imperversa nel brano, grande anche la Norman, anche se forse avrei evitato il freestyle rap di Al Kapone che comunque non inficia troppo una grande versione https://www.youtube.com/watch?v=RgAWx9IhzU8 , all’interno di un album di notevole spessore complessivo.

Bruno Conti

Un Album Storico Ed Un Altro “Quasi”, Riuniti Insieme. Ray Charles – Modern Sounds In Country And Western Music Volumes 1 & 2

ray charles modern sounds in country

Ray Charles – Modern Sounds In Country And Western Music Volumes 1 & 2 – Concord CD

Nel 1962 Ray Charles era già un musicista di notevole popolarità, grazie agli splendidi lavori per la Atlantic degli anni cinquanta (ritenuto quasi all’unanimità il suo periodo migliore di sempre). Nel frattempo Ray aveva cambiato etichetta, iniziando ad incidere nel 1960 per la ABC: la sua carriera sembrava procedere come prima, ma al nostro questo non bastava, non lo soddisfaceva fino in fondo: infatti il grande cantante e pianista di colore aspirava a sfondare anche nel mercato mainstream degli ascoltatori di pelle bianca, un successo che si era reso conto di poter raggiungere nel ’59 con il famoso singolo What I’d Say. Per raggiungere il suo obiettivo, Charles ebbe l’idea di prendere alcuni classici della musica country (il genere dei bianchi per eccellenza) e reinterpretarli alla sua maniera, eliminando quasi del tutto le sonorità originali ed aggiungendo robuste dosi di swing, rhythm’n’blues, jazz ed usando anche un’orchestra per rivestire il tutto di una patina pop, decisiva per sfondare in classifica. Il risultato fu Modern Sounds In Country And Western Music, un album splendido ed oggi epocale, che vedeva Ray in forma smagliante rivoltare come un calzino brani noti (e meno noti) della tradizione country: le vendite diedero ragione a Charles, in quanto l’album rimase al numero uno di Billboard per ben 14 settimane, facendo del nostro una vera superstar.

Il disco ebbe anche una notevole importanza a livello sia sociale, in quanto finalmente un artista di colore aveva davvero sfondato nel mondo del pop “bianco” (non dimentichiamoci che in molte parti degli Stati Uniti nel 1962 i neri non avevano gli stessi diritti dei bianchi), sia musicale, dato che questo lavoro anticipò di diversi anni il revival country e l’affermarsi di Nashville capitale mondiale del genere. Il disco fu registrato ai Capitol Studios di New York ed agli United Recording Studios di Hollywood, e vedevano il nostro accompagnato, oltre che dal suo inseparabile pianoforte, da una big band arrangiata splendidamente da Gil Fuller e Gerald Wilson, da una sezione d’archi curata da Marty Paich e dagli iconici contributi corali da parte delle Raelettes (guidate da Margie Hendrix) e dei Jack Halloran Singers. Per battere il ferro finchè era caldo, la ABC convinse Charles a pubblicare il secondo volume di quel disco nell’Ottobre dello stesso anno (grosso modo con lo stesso gruppo di musicisti ed arrangiatori), che anch’esso ottenne un buon successo pur non arrivando alle vette del precedente (ed anche nell’immaginario collettivo l’album leggendario è il primo).

Oggi la Concord ripubblica quei due dischi su un unico CD, senza bonus tracks: non è ovviamente la prima ristampa a loro dedicata, ma per chi non li possedesse ancora (o li avesse solo in vinile) l’acquisto è imprescindibile, non solo per la bellezza della musica ma anche per il magistrale lavoro di rimasterizzazione che è stato fatto da Bob Fisher, il quale ha dato ai brani un suono che non avevano mai avuto prima. Il brano più famoso del primo volume è indubbiamente la rivisitazione di I Can’t Stop Loving You di Don Gibson, una rilettura strepitosa e commovente, cantata e suonata in modo magnifico, che negli anni ha del tutto oscurato l’originale. Il resto del disco è puro Ray Charles: grande voce, arrangiamenti sopraffini e per nulla country, ma il bello era proprio prendere delle hit appartenenti ad un genere lontano anni luce e a farle diventare sue, una cosa che all’epoca non aveva mai fatto nessuno. Prendete Bye Bye Love, nota hit degli Everly Brothers, che diventa un sanguigno e ritmatissimo swing per voce, coro e big band, o You Don’t Know Me (di Cindy Walker ed Eddy Arnold), trasformata in una ballatona strappacuori con orchestra alle spalle, o ancora Just A Little Lovin’, sempre di Arnold, tra swing e blues (e che classe). Ma Ray omaggia anche colui che del country moderno è l’indiscusso pioniere, cioè Hank Williams, con ben tre canzoni: una Half As Much jazzata e raffinatissima, la splendida You Win Again, la cui melodia si adatta perfettamente al mood del disco ed al formidabile timbro vocale del nostro, ed una coinvolgente e swingatissima Hey, Good Lookin’.

Ci sono anche due brani dell’ormai dimenticato Ted Daffan, due splendide riletture di Born To Lose e Worried Mind, entrambe romantiche, intense e cantate superbamente. Completano il quadro I Love You So Much It Hurts e It Makes No Difference Now, ambedue di Floyd Tillman, ed il traditional (con nuove parole di Ray stesso) Careless Love, con i fiati protagonisti di un arrangiamento sopraffino. Nel secondo volume di Modern Sounds In Country And Western Music come ho accennato venne un po’ a mancare l’effetto sorpresa, anche se artisticamente il disco non è di molto inferiore al primo. Gli highlights sono senza dubbio due brani ancora di Don Gibson (una ritmatissima Don’t Tell Me Your Troubles e la classica Oh Lonesome Me), altrettanti di Hank Williams (Take These Chains From My Heart, splendida, e Your Cheatin’ Heart) ed un’altra di Daffan (No Letter Today). Poi c’è una bella versione di Making Believe di Kitty Wells (sentite che voce) ed una soffusa ed elegante Midnight di Red Foley. Oltre alla più grande hit tratta dal disco, cioè una cristallina versione del superclassico di Jimmie Davis You Are My Sunshine, jazz e swing di altissimo livello.

Un paio di inediti ci potevano anche stare (il minutaggio lo consentiva), ma accontentiamoci di riscoprire delle incisioni che sono entrate di diritto nella storia della nostra musica, e che non hanno mai suonato così bene.

Marco Verdi

Disco Dopo Disco E’ Sempre Più Bravo! Hayes Carll – What It Is

hayes carll what it is

Hayes Carll – What It Is – Dualtone CD

Nuovo album per il cantautore texano Hayes Carll, uno che incide con il contagocce (sei album in diciotto anni di carriera), ma potete stare certi che quando pubblica qualcosa riesce sempre a distinguersi dalla banalità. La peculiarità di Carll è che il livello dei suoi lavori è in continuo crescendo, ed ogni suo disco ha sempre qualcosa in più del precedente: Lovers And Leavers (2016) https://discoclub.myblog.it/2016/04/05/piu-countryman-songwriter-completo-hayes-carll-lovers-and-leavers/  era meglio di KMAG YOYO (2011), che a sua volta era meglio di Trouble In Mind (2008). E What It Is, il suo CD nuovo di zecca, già al primo ascolto si rivela il migliore di tutti, un album composto da una serie di canzoni splendide sempre nello stile tipico del nostro: musica country d’autore, di alto livello e decisamente coinvolgente, ma sono ben presenti anche elementi folk, rock’n’roll e perfino soul. Una cosa che contraddistingue le canzoni di Carll sono anche i testi, intelligenti e sempre sul filo di un’ironia alla John Prine, quando non sfociano nel puro sarcasmo alla Randy Newman. Infine, una spinta alla riuscita di What It Is deve averla data anche la situazione sentimentale di Hayes, che si è fidanzato con la bella e brava Allison Moorer (una delle tante ex mogli di Steve Earle), ed il mio non è solo gossip fine a sé stesso, in quanto la musicista dai capelli rossi è coinvolta anche artisticamente in questo disco, in quanto ne è la produttrice (insieme a Brad Jones), ha scritto diversi brani insieme al suo boyfriend, ed è pure presente in qualità di corista (con Bobby Bare Jr., figlio di cotanto padre).

Un gran bel disco quindi, oltre che per le canzoni anche per i musicisti coinvolti, tra i quali si segnalano il noto Fats Kaplin al violino, mandolino, banjo e steel (fondamentale il suo contributo), Will Kimbrough alle chitarre ed il bravissimo pianista e organista Gabe Dixon. Dodici canzoni, una meglio dell’altra: si parte con None’Ya, eccellente ballata countreggiante, cadenzata e diretta, con un motivo di quelli che restano in testa immediatamente ed un bellissimo violino. Irresistibile poi Times Like These, un rock’n’roll dal ritmo travolgente, elettrico quanto basta ed ancora con il violino a fungere come elemento di disturbo: impossibile tenere il piede fermo, siamo dalle parti del miglior Billy Joe Shaver (anche come timbro vocale); davvero bella anche Things You Don’t Wanna Know, un pezzo stavolta dal chiaro sapore soul (una novità per Hayes), con il nostro che dimostra di essere più che credibile usando fiati ed organo in maniera magistrale, il tutto servito da una melodia decisamente orecchiabile. Che dire di If I May Be So Bold? Una scintillante country song elettrica ancora con Shaver in testa (ma anche Johnny Cash), ritmo alto e gran godimento, mentre Jesus And Elvis è uno slow ancora dal chiaro approccio country, limpido e scorrevole, che ha il passo delle migliori composizioni di John Prine (anche nel testo, tra il poetico e lo scherzoso): splendida anche questa.

Che Carll sia in stato di grazia lo si capisce anche da brani come American Dream, apparentemente un tipo di country song già sentita prima, ma con una marcia in più data dalla brillantezza della scrittura e dall’accompagnamento delizioso da parte della band (ottimo l’intreccio tra chitarre, violino e mandolino); Be There è una ballata fluida, intensa e melodicamente impeccabile (il refrain è perfetto), con una sezione d’archi che la rende emozionante. Beautiful Thing, ancora a metà tra country e rock’n’roll, è nobilitata da un ritmo coinvolgente e dal formidabile pianoforte di Dixon; un banjo apre la squisita What It Is, che porta il disco in territori bluegrass, ed è inutile dire che sia Hayes che la band danno il loro meglio anche qui. Il CD volge (purtroppo) al termine, il tempo di ascoltare ancora Fragile Men, lenta, epica e con un arrangiamento da film western, la potente Wild Pointy Finger, tra country e southern, e con l’intima e folkie I Will Stay, solo voce, chitarra ed archi.

Dopo un inizio in sordina finalmente anche il 2019 sta cominciando a produrre dischi degni di nota, e questo nuovo tassello della carriera di Hayes Carll è al momento nella mia Top Five.

Marco Verdi

Visto L’Argomento Forse Si Poteva Fare Meglio. One Note At A Time Soundtrack – Keeping The Music Alive Keeping New Orleans Alive

one note at a time soundtrack

One Note At A Time Soundtrack – Keeping The Music Alive Keeping New Orleans Alive – Louisiana Red Hot Records         

Questa è la colonna sonora di un documentario che fotografa la situazione di New Orleans e della sua musica e dei suoi protagonisti a una dozzina di  anni di distanza dall’uragano Katrina: girato da Renee Edwards, che esordisce alla regia con questo film che ha vinto molti premi negli Stati Uniti e in giro per il mondo. Completato nel 2016, il documentario è stato di recente nelle sale ed è stato trasmesso da alcune televisioni,e probabilmente, si spera, verrà pubblicato in futuro su DVD o Blu-ray, per ora è uscita solo la colonna sonora (che non è affatto facile da reperire) intesa proprio nel senso letterale del termine, in quanto nel CD ci sono anche molti brevi frammenti di interviste, dialoghi con i musicisti, e anche alcuni intermezzi creati ad hoc per lo score da Ray Russell, che ha supervisionato la scelta dei pezzi, alcuni realizzati da leggende della musica della Louisiana come Dr. John, rappresentanti della famiglia Neville, Brass band varie e anche parecchi  artisti della nuova scena di New Orleans, quelli che faticosamente stanno cercando di rilanciarne la musica.

Il tutto per chi ascolta il CD, per quanto interessante, è a tratti frammentario e spezzettato, probabilmente il film, che non ho visto, dovrebbe essere più intrigante ed avvincente: comunque nella colonna sonora ci sono momenti che potrebbero consigliarne l’acquisto, se siete fans della musica della Crescent City. Alcuni sono proprio piccoli accenni, altri sono anche fin troppo lunghi, come il remix della Let Me Do My Thing eseguito dalla Hot 8 Brass Band, che su un groove funky tipico del sound di NOLA, tra fiati e giri di basso insinuanti, poi però si trascina per quasi nove minuti tra rappate insulse e ripetute ad libitum e altre scelte sonore non felicissime, ok che è il “nuovo” sound della città, più al passo con i tempi, ma sinceramente preferivo quello vecchio. Come in una versione live di Papa Was A Rolling Stone dei Temptations, eseguita da Damion Neville & The Charmaine Neville Band; meno riuscita, nonostante il nome, è la Higher di Felice Guilmont, bella voce femminile, ma per un soul fin troppo sintetico e “moderno”, per i miei gusti personali. Decisamente meglio una ballata acustica come Slip Away, cantata da Chip Wilson e Jesse Moore, oppure un altro tuffo nel super funky, questa volta fiatistico, di Ray Nagin (Give My Projects Back) suonato dalla To Be Continued Brass Band, ed anche il suono più tradizionale e divertente di I Wish I Could ShimmyLike My Sister Kate, registrato dal vivo dalla New Orleans Ragtime Orchestra.

Niente male anche la dolce Please Don’t Take Me Home,un  pezzo tipico da cantautore, cantato da Bud Tower con il supporto di alcuni musicisti locali tra cui spiccano David Torkanowsky e Shane Teriot, oppure la jazz fusion quasi anni ’70 di una Tehran con influenze orientali ,eseguita dal Cliff Hines Quintet guidato dal chitarrista omonimo che sfrutta anche la presenza di un paio di voci femminili intriganti. I due brani dal vivo in sequenza  di Dr. John, Roscoe’s Song e Down The Road, inutile dire che sono tra le cose più interessanti, nonostante la voce sempre più “vissuta” del dottore, le mani volano sul pianoforte sempre con classe immensa; e non manca neppure il tributo al suono Dixieland di Louis Armstrong con una piacevole Down By The Riverside suonata e cantata da Barry Martin, per non parlare di uno strano vecchio R&R come Carnival Time di tale Alvin L. Johnson,  o del jazz classico proposto da Delfeayo Marsalis e la Uptown Jazz Orchestra alle prese con Blue Monk. Gran finale corale con Dr. John, Cyril Neville e altri musicisti meno noti che intonano brevemente la classica This Little Light of Mine. Alla fin fine questa fotografia della New Orleans attuale non è poi così male, scremata da tutti gli intermezzi è quasi bella.

Bruno Conti