Un’Altra “Scoperta” Dell’Infaticabile Mike Zito! Kat Riggins – Cry Out

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Kat Riggins – Cry Out – Gulf Coast Records

Anche in questo caso garantisce Mike Zito, che la produce e pubblica il disco per la propria etichetta: non è il primo album di Kat Riggins, ne ha già pubblicati almeno altri tre, più un EP e uno solo in streaming, ma la cantante nera (lo so che in tempi di politically correct qualcuno storce il naso, ma non è una offesa razzista, semplice constatazione che nella nostra musica si usa normalmente) si conferma una delle voci più interessanti delle nuove generazioni, benché la cantante della Florida abbia ormai compiuto 40 anni nel 2020, peraltro in ambito blues, soul e gospel, quelli che lei frequenta, direi quasi una giovinetta. Lo stile l’ho appena svelato, ma la Riggins ha quella che si suole definire “una voce della Madonna”, con inflessioni che rimandano a Koko Taylor, Etta James e Tina Turner, non esattamente le prime che passano per strada, ma in questo nuovo album prodotto da Zito, che ama le robuste sonorità rock, ci sono analogie pure con Dana Fuchs, Beth Hart e altre paladine del blues rock’n’soul moderno.

Prendiamo l’iniziale Son Of A Gun, ritmica rock gagliarda, riff di chitarra come piovesse, e la voce di devastante potenza della Riggins, Cry Out è un grande Texas blues, con Johnny Sansone all’armonica, brano che ricorda molto l’approccio della citata Koko Taylor, chitarra in primo piano, un organo vintage e la voce profonda e risonante sbattuta in faccia di Kat, che si trova a proprio agio anche nel funky fiatistico e sincopato di una brillante Meet Your Maker, voce che sale e scende, un tocco di raucedine che la rende sensuale, e grande controllo pure nel rock-blues tirato e cattivo di Catching Up, chiaramente farina del sacco di Zito che in questo tipo di brani ci sguazza e lascia andare la sua chitarra con libidine in un vibrante assolo, e anche l’heavy blues di Truth trasuda grinta e personalità, soprattutto quando si “incazza”, va beh diciamo si inquieta, e alza la voce. Dopo l’interludio a cappella di Hand In The Hand, non manca neppure il deep soul venato di gospel della splendida ballata Heavy dove si toccano profondità quasi alla Mavis Staples, fortificato dal ricercato lavoro alla slide di Zito e con un coro di voci di bambini ad aumentare nel finale il pathos del brano.

Nella di nuovo riffatissima Wicked Tongue arriva anche Albert Castiglia a dare una mano con la sua tagliente chitarra, che aumenta ulteriormente il tasso rock del pezzo con un assolo da sballo, mentre la band picchia di brutto e il testo cita anche la “maestra” Koko Taylor. Tornano i fiati e l’organo per la vibrante Can You See Me Now, sempre con chitarre fiammeggianti, che poi scatenano un pandemonio, come direbbe il buon Dan Peterson, nel robusto heavy blues della tirata Burn It All Down con il batterista Brian Zeilie che scandisce il tempo in modo granitico, ben spalleggiato dal bassista Doug Byrkit e dall’organo di Lewis Stephens spesso protagonista nell’album (in pratica la band di Mike), mentre Zito imperversa una volta di più. Molto bella anche la spumeggiante e con un groove quasi da revue alla Ike & Tina Turner On It’s Way, fiati in spolvero e un dinamico assolo di sax nella parte centrale, ma è un attimo e siamo al classico incrocio del blues, in un altro ottimo esempio di 12 battute con lo shuffle No Sale, dove ancora una volta non si prendono prigionieri e Mike Zito estrae il suo bottleneck per un’altra sfuriata delle sue e anche Sansone all’armonica si fa sentire, mentre la voce mi ha ricordato la Beth Hart più infoiata.

In chiusura un altro “lentone” intenso e ad alta intensità rock come The Storm, dove sembra che l’ottima Kat Riggins sia accompagnata dai Led Zeppelin per una scampagnata nei territori cari a Janis Joplin. Ottimo ed abbondante, assolutamente consigliato se amate le emozioni forti e la conferma che Zito raramente ne sbaglia una.

Bruno Conti

Probabilmente La Vera Erede Della Grandi Voci Nere Del Passato! Shemekia Copeland – Uncivil War

shemekia copeland uncivil war

Shemekia Copeland – Uncivil War – Alligator Records/Ird

Ormai Shemekia Copeland è entrata di diritto tra le voci più interessanti delle ultime generazioni blues (e non solo), con una serie di album, questo è il decimo, che spesso e volentieri sono stati candidati ai Grammy e hanno vinto molto premi di settore, l’ultimo come Female Artist Of The Year 2020 per Living Blues. Tutti di qualità elevata, con punte di eccellenza appunto nel precedente America’s Child, dove tra ospiti e collaboratori apparivano John Prine, Rhiannon Giddens, Mary Gauthier, Emmylou Harris, Steve Cropper, Gretchen Peters, Tommy Womack e svariati altri https://discoclub.myblog.it/2018/09/04/alle-radici-della-musica-americana-con-classe-e-forza-interpretativa-shemekia-copeland-americas-child/ . Disco che accentuava, come in precedenti album, ma in modo più marcato, la presenza di elementi rock, soul, country e “Americana” sound, quindi tutta la musica delle radici. Per questo nuovo Uncivil War la formula viene ripetuta: stesso produttore, l’ottimo Will Kimbrough, stessi studi di Nashville, massiccia presenza di ospiti di pregio e la scelta di un repertorio molto variegato, cercato con molta cura tra alcuni classici del passato e il nuovo materiale scritto principalmente dai due produttori John Hahn e Will Kimbrough.

Poi il resto lo fanno la bellissima voce di Shemekia e le sue sublimi capacità interpretative: Clotilda’s On Fire, è una storia vera, dalla penna di Kimbrough, che anche negli Orphan Brigade è un eccellente narratore, e racconta le vicende dell’ultima nave di schiavi che arrivò n America (a Mobile Bay, Alabama nel 1859, 50 anni dopo che il traffico di schiavi era stato ufficialmente bandito). La nave fu incendiata e distrutta dal capitano per nascondere l’evidenza dei fatti, e (ri)scoperta solo nel 2019: uno slow blues di grandissima intensità, cantato con passione dalla Copeland e con Jason Isbell superbo alla chitarra solista, mentre Kimbrough e la ritmica di Lex Price, basso e Pete Abbott, batteria, lavorano di fino, come in tutto l’album, grande canzone. E la successiva Walk Until I Ride non è da meno, come ospite troviamo Jerry Douglas ad una sinuosa lap steel, e la canzone, chiaramente ispirata da quelle degli Staple Singers, anche per l’uso di elementi gospel nei cori e il gran finale emozionante , tratta l’argomento dei diritti civili, sempre di attualità anche nell’America di oggi, e che voce, Mavis sono sicuro che approverà.

Ottima pure la title track Uncivil War, sulla attuale situazione di incertezza e paura che attanaglia il mondo: uno splendido country-folk-blugrass con Douglas che passa al dobro, con Sam Bush al mandolino, Steve Conn all’organo e gli Orphan Brigade alle armonie vocali, sempre cantata con impeto da Shemekia, basterebbero queste tre canzoni per celebrarne l’eccellenza, ma anche il resto del disco, per usare un eufemismo, non è male. Money Makes You Ugly ci introduce agli straordinari talenti del suo giovane compagno di etichetta, il bravissimo chitarrista Christone “Kingfish” Ingram https://discoclub.myblog.it/2019/06/24/lultima-scoperta-della-alligator-un-grosso-chitarrista-e-cantante-in-tutti-i-sensi-christone-kingfish-ingram-kingfish/ , che ci regala una incandescente serie di assoli di chitarra in questo travolgente rock-blues, mentre la Copeland dirige le operazioni con la sua voce potente; Dirty Saint è una commossa dedica a Dr. John, un amico che non c’è più, un brano di tipico New Orleans sound, con Phil Madeira all’organo, Will Kimbrough alla chitarra e slide e un terzetto di vocalist ad alzare la temperatura.

La prima cover è una raffinata ripresa di Under My Thumb degli Stones, rallentata e trasformata quasi in un R&B intimo e notturno, mentre Apple Pie And A .45, sulla proliferazione delle armi negli USA, è una poderosa rock song con Will Kimbrough che imperversa di nuovo a slide e solista a tutto riff, con un suono cattivo il giusto. Give God The Blues del terzetto Shawn Mullins, Phil Madeira e Chuck Cannon è una sorta di preghiera laica alle 12 battute, con Kimbrough e Madeira che si dividono le parti di chitarra, mentre la Copeland declama questo carnale rock-blues cadenzato, seguito dalla divertente e tirata ode al vecchio R&R, She Don’t Wear Pink firmata da Webb Wilder che incrocia anche la chitarra con il re del twang Duane Eddy, mentre No Heart At All vede aggiungersi alla coppia di autori Kimbrough e Hahn, anche il noto produttore/batterista Tom Hambridge, con Jerry Douglas di nuovo alla lap steel in un assolo da urlo e un suono sanguigno quasi alla Ry Cooder dei tempi d’oro del blues elettrico. Per chiudere un paio di altri blues d’annata, di Don Robey una sospesa e sognante In The Dark, con Steve Cropper a duettare con Kimbrough, mentre Shemekia emoziona con una interpretazione da brividi, prima di rendere omaggio al babbo Johnny Clyde Copeland con una deliziosa blues ballad come Love Song, dove Kimbrough ci mette ancora del suo alla chitarra. Il tutto cantato e suonato come Dio comanda.

Bruno Conti

Più Di Dieci Anni Per Completarlo, Ma E’ Venuto Veramente Bene. Rev. Greg Spradlin & The Band Of Imperials – Hi-Watter

rev. greg spradlin and the band of imperials - hi-watter

Rev. Greg Spradlin & The Band Of Imperials – Hi-Watter – Out Of The Past Music

Jim Dickinson, grande amico e mentore di Greg Spradlin, muore nell’agosto del 2009: a questo punto il nostro amico decide che forse è arrivato il momento di completare quell’album che era in fase di registrazione da un po’ di tempo. Ma essendo un tipico rappresentante del Sud degli States (viene da Little Rock, Arkansas, dove è stato registrato parte dell’album, il resto sulle colline di Silverlake, nei pressi di LA, anche se non manca un certo spirito Swamp), più di tanto non può accelerare le procedure, anche per una lunga serie di contrattempi, anche importanti, comunque canzone dopo canzone, e in un arco di tempo di nove anni, il lavoro procede, il Reverendo aveva coinvolto altri amici per registrare l’album: un altro bravo chitarrista, che come Spradlin sappia suonare anche il basso, e all’occorrenza la batteria, un certo David Hidalgo che suona nei Los Lobos potrebbe andare bene, ma un batterista comunque ci vuole, che ne dite di Pete Thomas degli Imposters di Elvis Costello, al basso Davey Farragher (con una r però), che suona anche lui con Costello, ma in passato con Hiatt e e di recente con Richard Thompson, se non può venire facciamo noi, per le tastiere Rudy Copeland, uno che ha suonato con Solomon Burke e Johnny Guitar Watson, scomparso nel 2018 e sostituito da Charlie Gillingham dei Counting Crows, anche lui alle tastiere.

A questo punto, per produrre l’album con Greg, pure lui dall’Arkansas, arriva Jason Weinheimer, che è anche un chitarrista e ha fatto dei dischi con Steve Howell https://discoclub.myblog.it/2020/09/21/tra-jazz-e-blues-acustico-un-trio-molto-raffinato-steve-howell-dan-sumner-jason-weinheimer-long-ago/ , e per mixare l’album, visto che nel frattempo, dopo una lunga gestazione, lo abbiamo finito, Tchad Blake, che ha già lavorato con Hidalgo. L’album, oltre ad essere finito, è venuto anche bene, esce per una piccola etichetta, dal nome propedeutico,Out Of The Past Music, quindi non sarà facile da trovare, ma questa miscela di soul classico, gagliardo rock, blues e musica della Louisiana funziona alla grande, e Hi-Watter è un disco che vale la pena di ascoltare. Scusate se forse vi ho tediato con la lista dei nomi, ma secondo me nella musica contano, eccome se contano: vediamo dunque le canzoni.

Gospel Of The Saint è una piccola meraviglia tra gospel e soul, con un call and respone tra due voci, quella di Greg e Rudy, in modalità Billy Preston, che evoca anche il sound degli Staple Singers, una chitarra pungente, l’organo scivolante di Copeland e il ritmo ondeggiante della ritmica che trasuda serenità e gioia, Hell Or Hi-Watter è uno dei pezzi più tirati e robusti, con chitarre acidissime e organo che ci danno dentro di brutto, mentre Stainless Steel è una soul ballad maestosa, quelle che solo nel deep South sanno fare (per la verità anche la Band sapeva come maneggiare questo materiale), la fisarmonica aggiunge quel tocco di fascino in più interagendo con organo e chitarra ispiratissimi, Jessica Lee, Holly Bradley e Ashley Courtney (non so dirvi quale delle tre o forse tutte) aggiungono un sapido tocco vocale femminile.

Per l’alternanza di brani lenti ed iniezioni rock I Drew Six è un sano rock and roll, come quelli che babbo Jim Dickinson aveva insegnato ai figli Luther e Cody, e quel po’ po’ di musicisti che suonano nel disco, soprattutto le chitarre, fanno sudare gli strumenti in una veemente scarica di R&R; la successiva Don’t Make Me Wait sarà mica una ballata? Certo che sì, una di quelle che Greg Spradlin ascoltava da ragazzino sui dischi Stax della mamma, ma anche di Sam Cooke e Solomon Burke, vista la frequentazione dell’organista Copeland con il “King of Rock ‘n’ Soul“, con Rudy che restituisce quello che ha imparato, a seguire il riff’n’roll della cadenzata Go Big, sempre con chitarre inc…ose e cattive che essudano suoni senza tempo, ma sempre attuali. What Would I Do indovinate, sarà mica un lento, questa volta si va sul blues, uno slow con chitarra d’ordinanza che ricorda il Clapton più ispirato dei primi anni ‘70, e che assolo ragazzi!

Sweet Baby interrompe l’alternanza, un brano che ci riporta al suono degli Stones “americani”, con il plus di un organo alla Garth Hudson, un’altra perla di canzone che conferma la classe di Greg Spradlin anche come chitarrista, che infine congeda l’ascoltatore con la lunga The Maker, una canzone dedicata all’Onnipotente, un formidabile brano dove David Hidalgo e Spradlin incrociano le loro soliste in un duello senza limiti di squisita fattura, che potrebbe rimandare alle sfide tra Betts e Allman, o anche a quelle dei Los Lobos più ispirati. Che aggiungere di altro, grande disco, veramente una bella sorpresa!

Bruno Conti

Terzo Album In 47 Anni Per Una Leggenda Del Songwriting. Dan Penn – Living On Mercy

dan penn living on mercy

Dan Penn – Living On Mercy – The Last Music CD

Nel mondo della “nostra” musica i clamori sono quasi sempre andati giustamente a chi ha fatto la storia davanti ad un microfono o con una chitarra a tracolla (oppure seduto dietro ad una tastiera, o a un drumkit), mentre chi si è “limitato” a dare il suo contributo scrivendo canzoni ha avuto meno riconoscimenti dal punto di vista della popolarità. Tra questi, uno dei nomi più leggendari è sicuramente quello di Dan Penn, songwriter dell’Alabama impiegato ad inizio carriera nei mitici FAME Studios e che è responsabile, da solo o con altri colleghi (tra i quali gente come Chips Moman, Spooner Oldham, Eddie Hinton, Buzz Cason e Donnie Fritts) di alcune tra le più belle canzoni soul degli anni sessanta, brani portati al successo da artisti del calibro di Aretha Franklin, Box Tops, Janis Joplin, James Carr, Percy Sledge, Arthur Conley e Ry Cooder, tanto per citarne qualcuno “abbastanza” famoso.

Anche la lista delle canzoni uscita dalla penna di Penn (nomen omen) è impressionante: The Dark End Of The Street, A Woman Left Lonely, Cry Like A Baby, It Tears Me Up, I’m Your Puppet (della quale una volta Lou Reed disse che, se l’avesse scritta lui, avrebbe poi smesso di comporre in quanto non sarebbe stato in grado di superarla), Do Right Woman Do Right Man, You Left The Water Running, Rainbow Road e molte altre. Nella sua lunga carriera Penn ha anche saltuariamente affiancato l’attività di cantante a quella di songwriter, pubblicando però appena due album dagli anni settanta ad oggi, l’esordio Nobody’s Fool del 1973 ed il bellissimo Do Right Man del 1994, nel quale riprendeva a modo suo alcuni dei suoi capolavori (i successivi Blue Nite Lounge del 1999 e Junkyard Junky del 2008 sono in realtà due collezioni di demo, non incisi originariamente per essere pubblicati). Poche settimane fa Dan si è rifatto vivo alla tenera età di 78 anni (saranno 79 a novembre) con Living On Mercy, terzo “vero” album della sua discografia e nuova eccellente prova d’autore.

Penn ha infatti scritto 13 canzoni nuove di zecca insieme ad alcuni collaboratori storici (Oldham, Cason, Gary Nicholson) ed altri più recenti, eseguendole in perfetto stile blue-eyed soul con una solida ed esperta band che vede Will McFarlane alle chitarre, Clayton Ivey alle tastiere, Michael Rhodes al basso, Milton Sledge alla batteria, una sezione fiati di tre elementi e le backing vocals dello stesso Buzz Cason oltre che di Cindy Walker (che non è ovviamente la celebre songwriter country scomparsa nel 2006) e Marie Lewey. E Living On Mercy, registrato tra Nashville e Sheffield, Alabama, è un signor disco, un album di puro soul ed errebi eseguito da uno di quelli che ha contribuito attivamente allo sviluppo del genere: nonostante gli anni sulle spalle Penn non ha assolutamente perso il tocco per scrivere belle canzoni, ed anche la voce è sorprendentemente profonda ed efficace (personalmente mi ricorda molto quella di Eric Clapton). L’album inizia in modo splendido con la title track, una calda e suadente soul ballad dalla melodia decisamente bella e scorrevole ed un accompagnamento classico che vede piano elettrico ed organo dettare legge. Molto raffinata anche See You In My Dreams, un lento dal sapore errebi suonato in punta di dita e forse un tantino levigato nel suono e nei coretti femminili, ma Penn ha una presenza vocale forte ed il brano si mantiene ampiamente al di sopra del livello di guardia.

Living On Mercy è prevalentemente un disco di ballate, e Dan ce ne offre una di livello superlativo con la pianistica I Do, delizioso pezzo di chiaro stampo sixties dotato di un motivo molto piacevole: probabilmente se fosse stata scritta cinquant’anni fa sarebbe diventata un classico. Bella anche Clean Slate, un blue-eyed soul melodicamente perfetto, suonato con classe e cantato dal nostro con la padronanza ed il carisma che tanti giovani cantanti di “plastic soul” si sognano. What It Takes To Be True è un lento toccante e dal pathos elevato nonostante un synth che scimmiotta una sezione d’archi, I Didn’t Hear That Coming vede aumentare il ritmo e si rivela un pimpante errebi guidato dal piano, anche se nei due bridge il tasso zuccherino si alza leggermente, mentre Down On Music Row fin dalle prime note di piano elettrico si annuncia come una calda e struggente ballata sudista tra soul e gospel, con il suono che ricorda anche certe cose di The Band, soprattutto per l’uso particolare dei fiati: uno dei brani più riusciti del CD.

Ottima e abbondante anche Edge Of Love, con ritmo cadenzato, pianoforte alle spalle e botta e risposta tra fiati e chitarra elettrica (e Dan canta sempre meglio); Leave It Like You Found It non è male specie nella linea melodica (una costante del disco), ma è anche quella più carica di saccarosio, a differenza di Blue Motel che è uno slow cantato col cuore in mano ed uno dei pezzi in cui l’intesa tra voce solista e coro funziona meglio. Il CD termina con Soul Connection, soul-rock immediato e coinvolgente con la chitarra che assume il ruolo di strumento guida, l’elegante Things Happen, con il nostro che fa il romanticone, e One Of These Days, ennesima ballata di grande finezza dotata di un motivo tra i più belli e diretti del lavoro. Chiaramente auguro a Dan Penn una vita ancora lunga e ricca di soddisfazioni, ma non mi stupirei se in ogni caso Living On Mercy fosse il suo ultimo album come artista in proprio: se così sarà, si tratta di un congedo pienamente degno della sua reputazione.

Marco Verdi

Dopo Ziggy E Prima Del Duca Bianco C’Era David “L’Americano”. David Bowie – I’m Only Dancing (The Soul Tour 74)

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David Bowie – I’m Only Dancing (The Soul Tour 74) – Parlophone/Warner Record Store Day 2CD – 2LP

Aldilà del dolore per l’improvvisa scomparsa del loro idolo nel gennaio del 2016, negli ultimi anni i fans di David Bowie hanno avuto di che leccarsi i baffi tra live inediti, i quattro cofanetti retrospettivi con gli album della sua discografia ed anche qualche aggiunta (una serie che però è ferma a Loving The Alien del 2018, che prendeva in esame gli anni ottanta della popstar inglese) ed il bellissimo box quintuplo dello scorso anno Conversation Piece, con le sessions ed i demo casalinghi inerenti all’album del 1969 Space Oddity. Quest’anno si è invece deciso di celebrare (si fa per dire) The Man Who Sold The World, disco del 1970 di Bowie che il sei novembre verrà rimesso sul mercato, remixato ma senza mezza bonus track, con il titolo di Metrobolist (che sembra fosse il nome originale dell’album) e la copertina cambiata con una tra l’altro delle più brutte viste ultimamente: in poche parole, un’iniziativa ridicola.

Gli estimatori del Duca Bianco si possono comunque consolare con un nuovo live inedito uscito a fine agosto in occasione della prima parte del Record Store Day (che quest’anno a causa del Covid è stato diviso in tre), sia in doppio LP che in doppio CD: I’m Only Dancing (The Soul Tour 74) come suggerisce il titolo si occupa di uno show tratto dalla tournée del 1974 per promuovere l’album Diamond Dogs, e precisamente del concerto del 20 ottobre al Michigan Palace di Detroit (al quale manca la parte finale per problemi tecnici, sostituita però da quella registrata al Municipal Auditorium di Nashville il 30 novembre). Non è la prima volta che questo tour, che si svolse esclusivamente tra Canada e Stati Uniti, viene documentato ufficialmente, e la sua particolarità fu quella di essere diviso in tre parti con tre band diverse: il famoso album dal vivo dell’epoca David Live si occupava di un concerto a Philadelphia nel primo periodo (giugno-luglio), la seconda parte (settembre) è stata presa in esame tre anni fa in Cracked Actor, mentre il CD di cui mi occupo oggi è inerente alla terza fase.

Un’altra caratteristica fu che tra il primo e secondo segmento (quindi in agosto) Bowie incise le canzoni che avrebbero formato l’anno seguente l’album Young Americans, un disco con un suono influenzato dal soul ed errebi di Philadelphia, e la restante parte del tour da settembre in poi sarà ispirata da questo tipo di sound: da qui il nomignolo “The Soul Tour” (o anche “The Philly Tour”). I’m Only Dancing vede Bowie in ottima forma (con una voce leggermente arrochita dai molti concerti) accompagnato da un gruppo di prima qualità, cosa normale per il nostro che si è sempre affidato a musicisti formidabili: Earl Slick alla chitarra solista, Carlos Alomar alla ritmica, Mike Garson alle tastiere, la futura star del sax David Sanborn, il noto bassista Willie Weeks, Dennis Davis alla batteria, Pablo Rosario alle percussioni e ben sei backing vocalists, tra i quali spicca l’allora sconosciuto Luther Vandross, anch’egli destinato ad una carriera di grande successo.

Il doppio CD, poco meno di 90 minuti in tutto, è piacevole dalla prima all’ultima canzone grazie ad una miscela accattivante tra rock, soul, errebi e funky, un concerto scoppiettante che inizia con la classica Rebel Rebel e continua con l’altrettanto popolare John, I’m Only Dancing (Again), mettendo in fila in maniera brillante brani la cui fama è arrivata fino ad oggi come Changes, The Jean Genie (dall’arrangiamento quasi blues), Suffragette City, Rock’n’Roll Suicide e Diamond Dogs ed altri meno noti come la funkeggiante 1984, la potente rock ballad Moonage Daydream (con grande assolo finale di Slick), la soulful Rock’n’Roll With Me, che a dispetto del titolo è uno slow, e, vista la location, non poteva mancare la roccata Panic In Detroit.David offre anche in anteprima quattro pezzi da Young Americans: la title track, puro blue-eyed soul, l’elegante ballata Can You Hear Me, l’inedito It’s Gonna Be Me (che uscirà sulle future ristampe), e l’annerita Somebody Up There Likes Me, con Sanborn protagonista. Dulcis in fundo, Bowie si diverte a proporre cover abbastanza eterogenee infilandole qua e là, alcune appena accennate ed altre in medley creati appositamente: ascoltiamo quindi una suadente Sorrow dei McCoys, la celeberrima Knock On Wood di Eddie Floyd, la meno nota Foot Stompin’ (The Flares) ed uno standard jazz degli anni venti intitolato I Wish I Could Shimmy Like My Sister Kate; infine, c’è anche un doppio omaggio a Beatles e Rolling Stones, rispettivamente con Love Me Do e It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It).

Un buon live quindi, forse non indispensabile per l’acquirente occasionale (anche perché non costa pochissimo), ma che gli appassionati di David Bowie si saranno probabilmente già accaparrati.

Marco Verdi

Un Folksinger Di Stampo Classico…Dopo Un Viaggio Al Sud! John Craigie – Asterisk The Universe

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John Craigie – Asterisk The Universe – ZPR/Thirty Tigers CD

Non fatevi sviare dalla foto di copertina di questo disco, in cui una donna dalle forme generose vi osserva con sguardo languido: John Craigie è un musicista originario di Los Angeles, definito da molti una sorta di moderno troubadour dal momento che le sue influenze primarie vanno cercate tra i padri della folk music contemporanea, vale a dire Woody Guthrie, Ramblin’ Jack Elliott e Pete Seeger. Devo confessare che il nome di Craigie mi giungeva del tutto nuovo, al punto che quando ho avuto per le mani il suo nuovo CD Asterisk The Universe ho pensato che fosse il suo album d’esordio. Indagando un po’ ho però scoperto che John è uno dei tanti segreti nascosti della musica americana, dato che ha alle spalle già sei album pubblicati tra il 2009 ed il 2018, oltre a due live e due dischi di cover (uno di canzoni rock alternative ed uno di brani dei Led Zeppelin). La seconda sorpresa l’ho avuta al momento dell’ascolto, in quanto pensavo di trovarmi di fronte al classico folksinger voce, chitarra e poco altro, ma invece mi sono ritrovato in mezzo a sonorità degne di un qualsiasi studio di registrazione del profondo sud, una miscela stimolante di rock, soul e gospel che si fonde mirabilmente con le canzoni (e la voce) di stampo folk del nostro.

Come se Bob Dylan, facendo le debite proporzioni, invece di andare a muovere i primi passi nel Village a New York fosse andato ad incidere ai Fame Studios in Alabama. Un disco full band molto ricco dal punto di vista strumentale, ma con un suono diretto che mantiene intatta l’essenza folk delle canzoni; prodotto dallo stesso John, Asterisk The Universe vede la presenza di musicisti abbastanza sconosciuti ma in grado di donare un sound decisamente caldo ai vari pezzi: tra i vari membri della band segnalerei i chitarristi Nilo Daussis e Erin Chapin (quest’ultima impegnata alla slide), il tastierista Jamie Coffis (proprio quello dei Coffis Brothers, quindi il più “famoso” tra tutti https://discoclub.myblog.it/2020/06/09/tom-petty-avrebbe-approvato-coffis-brothers-in-the-cuts/ ), che si destreggia benissimo sia all’organo che al pianoforte, e la sezione ritmica formata da Ben Berry al basso e Matt Goff alla batteria.

Prendete l’iniziale Hustlin’: la partenza è tipicamente folk, con solo la voce protagonista ed un mandolino, ma poi entrano chitarre, basso, batteria ed un piano elettrico, il tutto in maniera decisamente leggera, quasi in punta di piedi. Don’t Ask è più movimentata, una ballata folk-rock classica dalla melodia orecchiabile ed un coro femminile a conferire un sapore southern soul, grazie anche al suono caldo dell’organo. Bella anche Son Of A Man, un pezzo nel quale l’anima folk del nostro si fonde a meraviglia con il suono sudista molto anni settanta della band, il tutto impreziosito da un altro motivo diretto e piacevole; il ritmo si fa più sostenuto anche se sempre con discrezione nella vibrante Part Wolf, nuovamente col piano in evidenza ed un refrain vincente: tra le più riuscite del CD.

Con Crazy Mama si rimane ben piantati al sud, per una scintillante ballata tra country e blues con una bella slide ed un leggero tocco swamp, un pezzo che sembra provenire da un’oscura session dei seventies prodotta da Jim Dickinson, mentre la cadenzata Climb Up ha addirittura elementi funky nel suono ed un background che rimanda a dischi come Dusty In Memphis. La breve e suggestiva Used It All Up per sola slide e voci femminili funge da incipit per la limpida Don’t Deny, brano folk-rock cristallino con elementi dylaniani e sonorità coinvolgenti ed in parte californiane, un’altra canzone che entra di diritto tra le più belle del lavoro; il disco si conclude con l’elettroacustica ed intensa Vallecito, dalle atmosfere vagamente western, e con la splendida Nomads, folk song di grande spessore con le chitarre acustiche e il pianoforte a fornire un alveo perfetto per la deliziosa melodia.

Non credo sia il caso di andare a recuperare tutta la discografia di John Craigie (ammesso che si trovi da qualche parte *NDB Si trovano sul suo sito https://john-craigie.myshopify.com/ , ma al solito quello che ti frega sono i costi di spedizione dagli Stati Uniti), ma Asterisk The Universe può essere un ottimo punto di partenza per conoscerlo.

Marco Verdi

Dal Canada Una Ventata Di Freschezza Per La Nostra Calda Estate. Frazey Ford – U Kin B The Sun

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Frazey Ford – U Kin B The Sun – Arts & Crafts/Caroline International

E’ un vero piacere recensire personaggi come la bella e giunonica Frazey Ford, perchè conferma la teoria secondo cui chi sa cercare tra la spazzatura del pop attuale che ti viene propinata dai mass-media e dalle major stesse, trova ancora musica ben suonata e prodotta, con l’intento di raggiungere il grande pubblico, ma attraverso un intelligente rivisitazione in chiave moderna dei classici del passato. Nel caso della Ford, dopo il positivo esordio nel trio folk rock delle Be Good Tanyas, insieme alle colleghe ed amiche Trish Klein e Samantha Parton (oltre alla brava Jolie Holland che se ne andò dopo breve tempo per la carriera solistica), deve essere capitato qualcosa di simile alla celeberrima scena del raggio di luce che colpisce in fronte John Belushi e Dan Aykroyd nella chiesa del reverendo James Brown, giacchè l’amore per la soul music sbocciò in lei violento e inarrestabile, se non in modo così evidente nel bell’esordio da solista Obadiah, datato 2010 https://discoclub.myblog.it/2010/08/18/e-se-prima-eravamo-in-tre-frazey-ford-obadiah/ , di fatto nel successivo Indian Ocean, registrato nel 2014 presso i Royal Recording Studios di Memphis con la prestigiosa Hi Rhythm Section di Al Green.

Avendo alle spalle un apparato sonoro di tale qualità, Frazey ha saputo evidenziare nelle undici tracce di quel album le enormi potenzialità della sua calda e sensuale voce, dotata di un particolarissimo vibrato, realizzando quindi un vero gioiello di moderno rhythm & blues, che vi invito a ricercare se già non lo possedete https://www.youtube.com/watch?v=0GwAE1UatCg . Dopo una pausa di cinque anni in cui si è concessa anche qualche piccola esperienza in campo recitativo, la Ford è rientrata in studio la scorsa estate a Vancouver, dove risiede, per registrare nuove canzoni con l’apporto dei fidati Darren Parris e Leon Power, bassista e batterista, e del produttore John Raham, a cui si sono uniti il tastierista Paul Cook, il chitarrista Craig McCaul e la corista Caroline Ballhorn. Già dalle prime note di Azad, che apre il disco, si nota un deciso cambiamento sonoro: non più una robusta sezione fiati sullo sfondo a pennellare atmosfere di classico r&b, ma un moderno groove percussivo che richiama il funk alla Isaac Hayes o Curtis Mayfield. La stentorea voce di Frazey si eleva a note alte e drammatiche, raccontando nel testo la vicenda del padre, obiettore di coscienza fuggito in Canada per sottrarsi ai pedinamenti degli agenti dell’FBI.

U And Me vuol essere un compromesso tra la nuova strada intrapresa e le origini folk della Ford, una ballata suadente e romantica che stacca parecchio dal brano precedente. Prezioso il lavoro di Paul Cook all’hammond, che esegue deliziosi contrappunti dietro gli svolazzi vocali della protagonista. Money Can’t Buy e Let’s Start Again, ipnotica e ripetitiva la prima, lenta e passionale la seconda, ci mostrano quanto l’anima di Frazey sia vicina a quella di illustri colleghe del passato come Ann Peebles o Roberta Flack da cui ha ereditato eleganza e forza espressiva, presenti anche nella successiva Holdin’ It Down, scelta come primo singolo. Far muovere il corpo proponendo argomenti seri, inerenti agli attuali contrasti sociali presenti in America e non solo, questo appare l’intento delle canzoni della vocalist canadese, come emerge nel notevole trittico che segue: Purple And Brown è quasi trascendente nella sua purezza, un brano che rimanda ai gioielli luminosi che sapeva regalarci l’indimenticabile Laura Nyro.

The Kids Are Having None Of It è la denuncia di una situazione sociale malata, dove la forbice tra chi ha troppo e chi invece poco o niente si allarga sempre più. Frazey canta con voce cupa e dolente, sopra un tappeto percussivo che si ripete come un mantra e le chitarre, acustica ed elettrica, che ricamano sulla melodia. E’ invece il piano lo strumento dominante in Motherfucker, splendida ballad che ondeggia tra jazz e blues, un accorato lamento che prende spunto da conflitti generazionali irrisolti. Golden ci rimanda alle atmosfere del penultimo album, in puro stile Al Green degli anni settanta, e la tentazione di unirci al ritmo con il classico battimani si fa irresistibile. Everywhere è un’oasi di pace, carezzevole e distensiva come un refolo di aria fresca nella calura, prima di giungere alla conclusiva title track, l’ultimo episodio vincente di un lavoro decisamente positivo. U Kin B The Sun (scritto alla maniera di Prince) è imbevuta di piacevole psichedelia, un vortice emotivo in cui la voce di Frazey risponde a quella della brava Caroline Ballhorn in un crescendo avvolgente e sensuale https://www.youtube.com/watch?v=J49hrKbBjHM , mentre l’intera band è libera di esprimersi al meglio.

Sempre più matura e consapevole del suo progetto musicale, Frazey Ford è destinata a un luminoso futuro, forse distante dalle vette delle classifiche di vendita, ma vicina al gusto di chi ascolta musica di qualità.

Marco Frosi

Sempre Raffinata E Di Gran Classe! Norah Jones – Pick Me Up Off The Floor

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Norah Jones – Pick Me Up Off The Floor – Blue Note/Virgin/EMI CD Deluxe

Sono passati ormai 18 anni dal clamoroso successo del disco di esordio Come Away With Me e Norah Jones con questo Pick Me Up Off The Floor arriva ora al suo ottavo album da solista (senza contare il mini Begin Again, di cui tra un attimo). L’artista newyorchese (ma come è noto il padre è Ravi Shankar), a marzo ha compiuto 41 anni (sempre dire l’età delle signore), e quindi questo album potrebbe essere quello della maturità raggiunta, visto che la consacrazione l’ha ormai conquistata da anni, anche se nella sua discografia, tra molti alti e poche “delusioni”, ha comunque intrapreso anche parecchi percorsi alternativi, deviazioni dal suo stile abituale che comunque denotano una certa irrequietezza artistica, e che l’hanno portata a diverse collaborazioni: il disco con Billy Joe Armstrong dei Green Day, la band country collaterale dei Little Willies, quella country alternative delle Puss’N’Boots che hanno pubblicato un secondo disco Sister, uscito a metà febbraio agli albori della pandemia, e quindi passato abbastanza sotto silenzio, oltre ad avere avuto decine, forse centinaia di partecipazioni a dischi altrui.

Stabilito che lo stile musicale di Norah non è facilmente etichettabile, si è parlato di jazz-folk-pop, che potrebbe essere corretto, io azzarderei anche un genere che era molto in uso negli anni ‘70, soft rock, oppure, forse ancora più calzante, cantautrice con piano, così la mettiamo proprio sul didascalico spinto. Si diceva di Begin Again, un mini CD con 7 brani, estrapolati da una serie di brani che la Jones aveva iniziato ad incidere dal 2016, subito dopo il termine del tour di Day Breaks https://discoclub.myblog.it/2017/11/14/per-la-serie-e-io-pago-norah-jones-day-breaks-deluxe-edition/ , in quello che doveva essere un periodo di pausa e riposo, aveva deciso periodicamente di entrare in studio di registrazione per incidere dei nuovi pezzi, da pubblicare solo in formato digitale, frutto anche di collaborazioni (con Mavis Staples, Rodrigo Amarante, Thomas Bartlett, Tarriona Tank Ball e altri) ed alla fine raccolte in Begin Again: nelle stesse sessions però Norah aveva inciso vari altri brani, ulteriori canzoni sotto forma di demo, di cui riascoltando sul telefonino i mix non definitivi mentre passeggiava col cane, si era accorta delle potenzialità e deciso di portarle a compimento in sette diversi studi di registrazione, per arrivare a questo Pick Me Up Off The Floor, che alla fine si rivela uno dei suoi dischi migliori, al solito molto eclettico nei risultati.

Prodotto dalla stessa Jones, a parte i due brani con Jeff Tweedy, nel disco suonano moltissimi musicisti, anche se una delle figure centrali può essere individuata nel bravissimo batterista Brian Blade, presente in sei brani su undici (del CD esiste anche una versione Deluxe con 13 canzoni, sempre singola e pure “costosa,” considerando solo le due tracce extra, però bella, come vedete sopra, ma sono i soliti misteri della discografia). L’album si apre con How I Weep, una sorta di poesia, la prima scritta dalla nostra amica per l’occasione, How I weep for the loss/And it creeps down my chin/For the heart and the hair/ For the skin and the air/That swirls itself around the bare/How I Weep”, meditabonda e malinconica, su uno sfondo di viola, violino ed archi, che accompagnano il piano, e sul quale piange per alcune perdite. In Flame Twin troviamo Pete Remm a chitarra elettrica, organo e synth, oltre a Blade e John Patitucci al basso, un brano bluesato e raffinato che ricorda certe colleghe anni ‘70 come Carole King e Laura Nyro, mentre Hurts To Be Alone vira su territori soul jazz, a tempo di valzer, con Norah anche a piano elettrico e organo, doppiato da Remm, Christopher Thomas che affianca Blade al contrabbasso elettrico, e le voci suadenti di Ruby Amanfu e Sam Ashworth, per un brano felpato e sinuoso.

Heartbroken, Day After replica la stessa formazione per una canzone dall’afflato notturno, al quale comunque la pedal steel di Dan Lead contrappone al cantato quasi birichino della Jones un piccolo tratto da ballata country, una delle canzoni migliori del CD, molto bella anche la più mossa e brillante Say No More, con l’aggiunta del sax tenore di Lee Michaels e la tromba di Dave Guy, che accentuano nuovamente lo spirito jazzy, evidenziato anche dall’ottimo lavoro del piano. This Life, registrata in trio con Blade e Jesse Murphy al contrabbasso elettrico, già presente nel brano precedente, mi ha ricordato a tratti certi brani inquietanti tipici di Rickie Lee Jones, mitigato dalle angeliche armonie vocali.

To Live è una canzone gospel-soul, tra New Orleans e Mavis Staples, con fiati sommessi e di nuovo eccellenti intrecci vocali, I’m Alive è uno dei due brani con la famiglia Tweedy, Spencer alla batteria, e Jeff all’elettrica e al basso, che pur rimanendo nell’ambito della musica della nostra amica, aggiunge quel tipico tocco melodico del leader dei Wilco, nelle sue ballate migliori. Where You Watching, con il testo dell’amica poetessa Emily Fiskio, è una nuovamente inquietante e misteriosa nenia attraversata dal violino incombente di Mazz Swift, dai florilegi del pianoforte e da un cantato quasi piano e dolente.

Stumble On My Way è una di quelle ballatone soffuse e malinconiche delle quali la musicista di Brooklyn è maestra , di nuovo con la weeping pedal steel di Lead ad impreziosirla. A chiudere la versione standard l’altro brano con e di Jeff Tweedy, Heaven Above, un duetto soffuso, quasi flebile con la Jones a piano e celesta e il musicista di Chicago alla chitarra acustica. Le bonus sono Street Strangers, un altro brano in linea con le atmosfere solenni e ricercate dell’album e la deliziosa Trying To Keep It Together, una strana scelta come singolo estratto dall’album, un pezzo solo voce e piano che illustra il lato più delicato e riposto del suo repertorio https://www.youtube.com/watch?v=IcjVoPRbKKY .

Bruno Conti

Il Ritorno Di Uno Dei Re Del Funky. Maceo Parker – Soul Food Cooking With The Maceo

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Maceo Parker – Soul Food Cooking With The Maceo – The Funk Garage – Mascot Label Group

Con questo disco di un signore, Maceo Parker, che definiremo non più di primo pelo (visto che ha 77 anni suonati, in tutti i sensi), la Mascot inaugura un nuovo marchio, The Funk Garage, che amplia lo spettro sonoro dell’etichetta olandese, che sempre più si sta rivelando una delle più vivaci nell’attuale panorama musicale mondiale. Diciamo che i chitarristi soprattutto, ma anche cantanti, gruppi, strumentisti vari, come pure tastieristi (Reese Wynans), batteristi (Stanton Moore), bassisti (Bootsy Collins), costituiscono l’ampio roster della Mascot, che ora ha messo sotto contratto pure un sassofonista, e che sassofonista! Uno dei re assoluti della funky music come Maceo Parker, che peraltro ha dei punti di contatto con gli ultimi nomi citati, proprio per lo stile praticato. Dopo otto anni dall’ultimo Soul Classics, che però era un disco dal vivo, Maceo è stato portato agli House of 1000Hz Studios di New Orleans, per un tuffo nel funky più sano e sanguigno, con l’aiuto dell’ingegnere del suono AndrewGoatGilchrist e del produttore Eli Wolf (Norah Jones, Madlib, Al Green), e con l’utilizzo di una pattuglia di musicisti, non solo locali, che definire strepitosi è fare loro un torto.

La batterista Nikki Glaspie, il bassista Tony Hall, il tastierista, chitarrista e cantante Ivan Neville (nonché figlio d’arte, il babbo è Aaron), noti anche come Dumpstaphunk, che costituiscono il nucleo, ai quali si aggiungono Derwin Perkins alla chitarra e una nutrita serie di fiatisti come Steve Sigmund, Ashlin Parker, Jason Mingledorff e Mark Mullins, che imperversano a tromba, trombone e sax, e anche la vocalist Erica Falls dà il suo contributo. Sembrano dettagli, ma se andate a scorrere i credits dei migliori dischi di funky, soul, jazz e r&b li trovate spesso citati, e poi ovviamente c’è lui, dal 1964 al 1975 fedele spalla di James Brown nei J.B.s, con cui farà ritorno negli anni 80’, in mezzo una lunga militanza con Parliament, Funkadelic, e tutti gli annessi e connessi di George Clinton e soci, a partire dal 1970 a oggi ha fatto in tempo a registrare 15 album solisti, questo Soul Food è il 16°, inadulterato e puro “fonky” in tutte le declinazioni, e anche per l’occasione non ha perso il gusto, la mano e la classe, con tutte le premesse ricordate. Un paio di manciate, giusto dieci pezzi, di brani, sia classici del passato che riprese dal proprio repertorio: Cross The Track che apre l’album è uno degli originali di Maceo, un pezzo molto funky 70’s cantato coralmente dalla band, con la ritmica che pompa di gusto e il sax di Parker che rilascia alcuni assoli agili e di stampo jazzy.

Anche Just Kissed My Baby, una cover di un brano dei Meters, con il basso rotondo di Hall a scandire il ritmo e i fiati all’unisono a ribadirlo, è un altro limpido esempio tra R&B e funky, con Neville, la Falls e il sax del leader che si alternano alla guida. Yes We Can Can di Allen Toussaint è un altro omaggio al Gumbo sound di New Orleans, errebì sound portatore sano di divertimento con i fiati sempre in grande spolvero e un bel arrangiamento vocale con continui interscambi, mentre Parker soffia con classe e forza nel suo sax, prima di autocelebrarsi nel brano M A C E O, altro pezzo ripescato dal passato che si trovava nel primo disco di Maceo & The All King’s Men Doing Their Own Thing, classico debutto del 1970, con il suono di questo strumentale che ricorda moltissimo appunto il groove di Funkadelic/Parliament, JB’s e soci, ma d’altronde lo ha inventato lui e in questo strumentale dove i vari solisti si alternano alla guida, ribadisce di non avere perso il tocco magico.

Hard Times è l’omaggio ad un altro dei grandi sassofonisti della storia della musica nera, quel David “Fathead” Newman a lungo con Ray Charles, in un altro strumentale dove la quota swing jazz è prevalente rispetto al classico R&B, ma il tutto con estrema souplesse e deliziosi interventi della band, che poi si cimenta con una roboante e debordante cover di Rock Steady di Aretha Franklin che richiama comunque moltissimo il suono del James Brown più arrapato. Compared To What è un altro grande brano funky/jazz celebre nelle versioni di Roberta Flack e Les McCann/Eddie Harris, qui in una rilettura scintillante con organo, chitarra e sax ad alternarsi con la voce solista, e eccellente e vibrante anche la rilettura di Right Place Wrong Time puro voodoo funk targato Dr. John, e non manca neppure un brano di un altro datore di lavoro di Maceo Parker, quel Prince autore di The Other Side Of The Pillow, molto sexy, vellutata e rilassata, direi dolcemente swingata, veramente deliziosa, mentre a chiudere questo album, che ci riconsegna un Maceo Parker in grande forma, troviamo un altro strumentale di gran classe come Grazing In The Grass di Hugh Masekela, dove ancora una volta tutta la band è impeccabile. Gran bel disco.

Bruno Conti

“Piccolo” Genietto Della Musica Degli States, Ma Grande Talento! Victor Wainwright And The Train – Memphis Loud

victor wainwright memphis loud

Victor Wainwright And The Train – Memphis Loud – Ruf Records

Sesto album complessivo, e secondo con i Train dopo l’eccellente disco omonimo di due anni fa https://discoclub.myblog.it/2018/04/14/un-grosso-artista-in-azione-in-tutti-i-sensi-victor-wainwright-the-train-victor-wainwright-and-the-train/ , per Victor Wainwright, da Savannah, Georgia, piccolo genietto o grande artigiano, a seconda dei punti di vista, portatore sano di musica roots del Sud degli States, uno stile che spazia con assoluta nonchalance dal blues, financo il jump blues, passando per il big band swing, il rock and roll, le ballate ora jazzy e notturne, ora malinconiche, una abbondante razione di Gumbo da New Orleans, il R&B e il soul di Memphis, ricordati nel titolo del CD e qualsiasi altro genere gli passi per la testa, boogie woogie, barrelhouse, gospel, voi li pensate, lui e la sua band li eseguono. Band che è rimasta invariata anche in questo nuovo Memphis Loud, per la famosa equazione “squadra vincente non si cambia”: ed ecco la solida, pimpante e raffinata sezione ritmica con Billy Dean alla batteria e Terrence Grayson al basso, Pat Harrington e Greg Gumpel alla chitarra (in un paio di brani anche Monster Mike Welch), e qualora serva anche il co-produttore dell’album Dave Gross, una piccola ma efficiente sezione fiati con Mark Earley sax e Doug Woolverton alla tromba, qualche altro ospite sparso ad armonica, organo e percussioni, oltre ad una nutrita pattuglia di “vocalist” aggiunti.

Forse potrebbero essere dati superflui, ma invece sono essenziali per la perfetta equazione sonora che se ne ricava. Il nostro amico, oltre ad essere possessore di una voce duttile e malleabile, in grado di spaziare in timbriche che, come ricordavo recensendo il disco precedente, possono ricordare Dr. John, Leon Russell, Fats Domino, Little Richard, è anche, alla pari degli illustri colleghi appena citati, un organista, e soprattutto un pianista, sopraffino, vincitore non a caso del Pinetop Perkins Award, ma efficiente anche a piano elettrico e all’occorrenza lap steel e mellotron. Se aggiungiamo che anche come autore non scherza, considerato che firma come Victor Lawton Winawright, da solo o con altri, tutte le dodici canzoni presenti nel disco, non ci resta che gustarci questo succulento pasticcino sonoro: si parte con le raffinate volute di Mississippi che all’inizio ricordano i grandi pianisti jazz, prima che una esplosione di barrelhouse rock targato Memphis e di boogie woogie fiatistico non ci travolga, mentre tutta la band, voci di supporto e l’armonica di Mikey Junior inclusi, imperversa come se non ci fosse un futuro, mentre Pat Harrington inizia a scaldare la sua chitarra, Walk The Walk è puro New Orleans sound, tra funky e rock’n’roll come sapevano fare i mai dimenticati Little Feat, mentre Harrington e Wainwright si fronteggiano come novelli Payne e George e i fiati non mancano di farsi sentire in esplosioni di pura gioia.

La title track Memphis Loud è un boogie woogie preso a velocità supersoniche, con le mani di Victor che volano sulla tastiera, mentre il “Treno” accelera in progressione tra una stazione e l’altra e ci si gode il panorama attorno; Sing è una ballata jazzy e notturna tra quelle funeree della Crescent City e le atmosfere fumose da Cotton Club nella Harlem degli anni ‘20, ma del secolo scorso, tra florilegi di sax e tromba. Disappear è una splendida ballata malinconica del tutto degna di quelle memorabili della Band dei tempi dei più gloriosi anni ‘70, con Wainwright che la canta magnificamente e un altro paio di bellissimi assoli di chitarra, questa volta di Greg Gumpel, il vecchio titolare dello strumento e poi di piano di Wainwright ad abbellirla, con una atmosfera che ricorda anche l’Elton John “americano”. In Creek Don’t Rise la locomotiva riprende vigore, con la seconda voce di Francesca Milazzo a sostenerlo il nostro amico ci regala un altro pezzo rock di grande fascino, tra continui intrecci di chitarra, ancora Gross, e piano, che interagiscono alla perfezione con i fiati e i cantanti di supporto; anche Golden Rule mantiene questo impianto rock di stampo rootsy, molto ben arrangiato, anche vocalmente e con i musicisti che si scambiano continui assoli, in questo caso Pat Harrington ci regala un intervento quasi acido, ma nitido e “cattivo” il giusto.

America è un’altra ballata che mette in luce la voce radiosa e la capacità di autore di Wainwright, che eccelle anche in questo formato, con un gusto e una classe squisiti, come esemplifica pure l’assolo in crescendo di grande pathos che ci regala un ispirato Mike Welch, mentre in South End Of A North Bound Mule, sulle ali della chitarrine funky di Harrington e Gumpel si tornano a respirare i profumi della Crescent City, molto Dr. John, mentre in Recovery i macchinisti riprendono a dare vapore, i tempi accelerano e tutti, a partire da un ingrifato Welch, danno il meglio delle proprie capacità. My Dog Riley una ode al miglior amico a quattro zampe di Victor, è un honky-tonk divertente e scatenato dove Wainwright ci offre un ennesimo esempio del suo virtuosismo al pianoforte, prima del congedo affidato alla lunga Reconcile, un’altra ballata di puro deep soul made in Memphis veramente sontuosa e rifulgente di una luce interiore che solo i grandi interpreti sanno infondere nei propri lavori e con la ciliegina di un ennesimo assolo di squisita fattura di Gumpel.

Uno dei dischi migliori che ho ascoltato negli ultimi mesi.

Bruno Conti