E Finalmente E’ Arrivato Il Dessert! Blue Oyster Cult – The Symbol Remains

blue oyster cult the symbol remains

Blue Oyster Cult – The Symbol Remains – Frontiers CD

I Blue Oyster Cult, band americana da sempre tra i gruppi di punta dell’età d’oro del “classic rock” anni 70, fino allo scorso anno erano fermi discograficamente al live del 2002 A Long Day’s Night, ma quest’anno hanno recuperato il tempo perduto con gli interessi. Infatti da gennaio in poi i BOC hanno ristampato per l’etichetta nostrana Frontiers i loro tre ultimi lavori di studio (Cult Classic del 1994, Heaven Forbid del 1998 e Curse Of The Hidden Mirror del 2001) e pubblicato ben quattro live album inediti, il tutto per preparare i fans al piatto forte di questa sorta di menu degustazione che era il tanto atteso nuovo album di inediti, il primo in 19 anni. Fino a qualche anno fa sembrava che ad Eric Bloom e Donald “Buck Dharma” Roeser, cioè gli unici due membri fondatori ancora nel gruppo, non interessasse affatto scrivere ed incidere nuovo materiale, ma negli ultimi tempi i due hanno cambiato opinione decidendo di regalare ai loro estimatori almeno un’ultima testimonianza in studio e hanno cominciato con molta calma (pare nel 2017) a lavorarci.

Il risultato è ora nelle nostre mani, un disco nuovo di zecca intitolato The Symbol Remains (sulla cui copertina campeggia il loro ben noto logo, trasformato in una sorta di devastante “wrecking ball”), un riuscito album che mischia come d’abitudine dei nostri hard rock di elevata potenza a brani più moderati ed orecchiabili e che si rivela come il loro lavoro migliore da molto tempo a questa parte (NDM: penso che ora che è uscito il nuovo CD la prevista ristampa di A Long Day’s Night e l’ennesimo live inedito registrato in Germania nel 2016 slittino a data da destinarsi). Bloom e Roeser sono accompagnati dal chitarrista Richie Castellano, da diversi anni nella band ma all’esordio su un disco in studio, dal bassista Danny Miranda (già coi BOC dal 1995 al 2004 e poi di nuovo dal 2017) e dal batterista Jules Radino, nel gruppo dal 2004. The Symbol Remains è un disco di puro rock fatto alla maniera classica, un lavoro decisamente energico e con le ballate ridotte al minimo, 14 canzoni forse non tutte allo stesso livello e che forse non riprendono la magia delle incisioni dei primi quattro album dei nostri, ma che, Imaginos a parte che era un mezzo capolavoro fuori tempo massimo, vanno a formare il loro album più riuscito almeno da Fire Of Unknown Origin.

E questo nonostante il fatto che The Symbol Remains sia un disco “democratico”, dove cioè per quanto riguarda la composizione Roeser e Bloom lasciano spesso spazio a Castellano (che scrive ben quattro pezzi da solo) e perfino a Tadino, mentre i testi sono in buona percentuale opera dello scrittore sci-fi John Shirley, collaboratore della band da diversi anni; tra i tanti musicisti ospiti del CD c’è anche il loro ex compagno Albert Bouchard, che in That Was Me suona la “mitica” cowbell (se volete sapere perché mitica andate su Google e cercate “Blue Oyster Cult – more cowbell – Saturday Night Live). E proprio con That Was Me inizia l’album, una hard rock song potente e dal riff martellante, un avvio molto energico quasi alla Alice Cooper che ci mostra in maniera prepotente che i nostri non sono dei vecchietti che cercano di rimpolpare la pensione. La tipica voce melodiosa di Roeser (che per tutto il disco si alterna con quella più grintosa di Bloom, e pure Castellano ci fa ascoltare il suono della sua ugola) introduce Box In My Head, sempre con ritmo e chitarre in primo piano ma un motivo più strutturato e fruibile, come è nello stile dei nostri dopotutto. Tainted Blood è una rock ballad un po’ AOR, ma con le chitarre al posto dei synth ed un ritornello corale che sembra preso da un disco dei Toto, il tutto piuttosto ben fatto: questi sono i BOC targati 2020, e tutto sommato visto certo ciarpame che c’è in giro stiamo parlando di musica rock eseguita con classe.

Nightmare Epiphany è saltellante e frenetica, meno incisiva dal punto di vista dello script ma che dal vivo farà la sua figura (e Roeser si dimostra un axeman coi fiocchi con un finale pirotecnico), Edge Of The World è una giusta mediazione tra rock duro e melodia, che è sempre stata la caratteristica del sound dei BOC ma qui sembrano crederci di più rispetto ad altre volte; The Machine è introdotta dallo squillo di un cellulare ma poi entra un riff chitarristico godurioso ed il pezzo si rivela una rock’n’roll song tra le più dirette del CD. Rock’n’roll che continua con la tosta e trascinante Train True (Lenny’s Song), tutta ritmo e chitarre (Buck Dharma è nel suo ambiente naturale), ed il tiro non si abbassa neppure con The Return Of St. Cecilia, che anzi ha un drumming ed una serie di riff quasi punk, stemperati solo dal refrain corale. Stand And Fight ha un intro di basso e chitarra pesantissimo, siamo quasi dalle parti dei Metallica, ma per fortuna la voce è diversa e quindi il brano prende una direzione differente pur confermandosi il più duro del disco; la morbida Florida Man, gradevole e dal sapore più pop (bello questo saltellare tra uno stile e l’altro con disinvoltura) precede la lunga The Alchemist, indicato come uno dei pezzi centrali del progetto, una canzone epica con un testo preso in parte da un’opera di H.P. Lovecraft e che per struttura ed andatura melodica ricorda (volutamente?) la mitica Astronomy, pur non arrivando certo a quel livello (però sentite come arrota Roeser). La ritmata e piacevole Secret Road è una boccata d’aria fresca e prelude alle conclusive There’s A Crime, riffatissima ma non imperdibile, ed all’elegante Fight, ancora leggermente AOR ma di quello giusto.

Non so se nel calendario cinese il 2020 sia “l’anno dell’ostrica”, di sicuro lo è in quello del classic rock d’annata, con ottobre come mese più importante.

Marco Verdi

Il 2020 E’ “L’Anno Dell’Ostrica”: Terzo Capitolo. Blue Oyster Cult – Curse Of The Hidden Mirror/iHeart Radio Theater NYC 2012

blue oyster cult curse of the hidden mirror blue oyster iheart radio theater 2012

Blue Oyster Cult – Curse Of The Hidden Mirror – Frontiers CD

Blue Oyster Cult – iHeart Radio Theater NYC 2012 – Frontiers CD/DVD

Prosegue la scorpacciata musicale dedicata ai Blue Oyster Cult, storica rock band americana che sta letteralmente inondando il mercato da quando ha firmato il nuovo contratto con l’italianissima Frontiers: dopo il live a Cleveland del 2014 uscito a gennaio abbinato alla ristampa di Cult Classic, ed alla doppia uscita di aprile con Agents Of Fortune Live 2016 in coppia con la riedizione di Heaven Forbid del 1998 https://discoclub.myblog.it/2020/04/01/prosegue-il-menu-degustazione-a-base-di-ostriche-blue-oyster-cult-heaven-forbidagents-of-fortune-live-2016/ , l’avvicinamento al fantomatico nuovo album di studio del gruppo di Long Island (album di cui al momento non si sa nulla) continua con un altro “double bill”, ovvero la riproposizione, sempre senza bonus tracks, di Curse Of The Hidden Mirror del 2001 (che ad oggi è il loro ultimo disco con materiale originale) accoppiato all’inedito live iHeart Radio Theater NYC 2012. Di sicuro i nostri non hanno la paura di saturare il mercato, anzi mentre scrivo queste righe è già in calendario per il 7 agosto la pubblicazione di un’altra novità dal vivo, 45th Anniversary Live In London (registrato nel 2017 e con la performance completa del loro primo album del 1972), che probabilmente verrà accoppiato con la reissue di A Long Day’s Night del 2002 (ancora un live!), mentre più avanti dovrebbe uscire anche un concerto tedesco del 2016.

Un’invasione di materiale che fa sembrare i Grateful Dead e Joe Bonamassa dei pivellini, e che probabilmente è destinata esclusivamente ai die-hard fans dei BOC, anche se non escludo che la lunga assenza del gruppo dal mercato discografico possa risvegliare l’interesse anche tra gli estimatori generici del “classic rock” degli anni settanta. Oggi mi occupo in breve delle ultime due uscite partendo da Curse Of The Hidden Mirror, un buon disco di rock che non si avvicina ai classici della band ma che io preferisco a Heaven Forbid e forse anche a Club Ninja del 1985. Musica decisamente diretta e chitarristica, con la maggior parte dei testi scritti come in Heaven Forbid dallo scrittore sci-fi John Shirley, e con i tre membri storici dei BOC Eric Bloom, Donald “Buck Dharma” Roeser (vero protagonista del disco con la sua chitarra) ed Allen Lanier affiancati dalla solidissima sezione ritmica formata da Danny Miranda al basso e Bobby Rondinelli alla batteria. Gli highlights dell’album sono Dance On Stilts, che con il suo potente riff garantisce un inizio all’insegna del rock’n’roll chitarristico e coinvolgente (Roeser ha sempre avuto un bel manico), la solida The Old Gods Return, la diretta Pocket, gran ritmo e refrain orecchiabile, le dure e zeppeliniane One Step Ahead Of The Devil e Eye Of The Hurricane, che si contrappongono all’accattivante e quasi AOR Here Comes That Feeling ed alla cadenzata e riffatissima Stone Of Love. Non mancano canzoni abbastanza qualunque come Showtime, I Just Like To Be Bad, Out Of The Darkness e Good To Feel Hungry, anche se bisogna dire che vengono tutte suonate con grinta e determinazione.

Facciamo un salto in avanti di undici anni per parlare invece di iHeart Theater NYC 2012, registrato nella Grande Mela durante il tour del loro quarantesimo anniversario e con il DVD abbinato al CD (il video aggiunge le interviste al gruppo ma rispetto alla parte audio ha un brano in meno): i BOC dal vivo sono sempre una garanzia ed anche qui offrono uno spettacolo potente e coinvolgente, con una scaletta che, come nel live a Cleveland uscito a gennaio, predilige gli anni settanta con appena tre brani degli eighties e nessuno da Heaven Forbid e Curse Of The Hidden Mirror. L’apertura è dura al punto giusto con R.U. Ready To Rock, che forse non è una grande canzone ma è perfetta da suonare on stage (bella l’accelerazione ritmica verso la fine), per proseguire con la nota The Golden Age Of Leather, che coniuga benissimo una base rock’n’roll tosta ad una melodia fruibile (ed un gran lavoro di Buck Dharma). Durante lo show non mancano vigorose riproposizioni di alcuni classici come le coinvolgenti This Ain’t The Summer Of Love e Cities On Flame With Rock And Roll e la strepitosa Career Of Evil (che vede Patti Smith come co-autrice), affiancate da pezzi forse meno noti ma che roccano il giusto come Burnin’ For You, The Vigil e Black Blade e gli otto minuti della ballatona un po’ AOR Shooting Shark.

Conclusione come da copione con una sintetica ma energica versione di Godzilla seguita dalla mitica (Don’t Fear) The Reaper, insolitamente allungata fino a sette minuti e con un finale chitarristico in cui Roeser si prende il centro della scena. Vediamo se riuscirete a resistere per un mese e mezzo senza i Blue Oyster Cult, dato che ai primi di agosto sarò di nuovo qui a parlare di loro.

Marco Verdi

Tra Lampi Della Vecchia Classe Un Onesto Album Di Rock Classico. Wishbone Ash – Coat Of Arms

wishbone ash coat of arms

Wishbone Ash – Coat Of Arms – Steamhammer/SPV

Improvvisamente, a 50 anni dall’uscita dello splendido album omonimo del 1970 (ma già muovevano i primi passi in quel di Torquay, Devon nel 1969), scopro, leggendo alcune valutazioni in rete, che i Wishbone Ash fanno heavy metal: sarà forse perché il nuovo album Coat Of Arms (che esce a sei anni dal precedente Blue Horizon, di cui vi avevo parlato su queste pagine virtuali https://discoclub.myblog.it/2014/03/09/vecchie-glorie-sempre-gran-forma-1-wishbone-ash-blue-horizon/ , ed è il loro 23° disco di studio) viene pubblicato dalla Steamhammer, etichetta che si occupa soprattutto di hard’n’heavy? Potrebbe essere, anche se il quartetto inglese, in cui il leader è ancora il chitarrista e cantante Andy Powell, l’unico sopravvissuto della formazione originale ai vorticosi cambiamenti nelle line-up della band che si sono succeduti nel corso dei decenni, mi pare si posizioni sempre in quello stile tra hard-rock classico con twin lead guitars (sulla scia di band come Allman Brothers e Fleetwood Mac, di cui sono più o meno contemporanei), derive blues-rock con elementi prog e un buon uso delle melodie, quindi abbastanza lontani dai metallari più cattivi, anche se con il passare degli anni il suono si è leggermente indurito, ma anche banalizzato.

Rispetto al precedente album c’è un nuovo chitarrista Mark Abrahams, che ha sostituito l’onesto e preparato musicista finlandese Muddy Manninen, che era rimasto una decina di anni nel gruppo, mentre Bob Skeat al basso e Joe Crabtree alla batteria, rimangono al loro posto: devo dire che non cambia poi molto, Powell, che suona anche il mandolino e canta, si fa supportare da Abrahams, in modo a tratti efficace, come sottolinea subito l’ottimo brano di apertura We Stand As One dove il suono delle soliste suonate all’unisono ci rimanda immediatamente ai fasti del passato, con passaggi melodici eleganti e ricercati, l’uso di tastiere di supporto al lavoro delle chitarre, una energia ancora vibrante e vitale, tra riff e brevi assoli ben assortiti, certo i tempi di Argus o Pilgrimage sono passati, ma mi sembra che siamo di fronte ad un buon surrogato che accontenterà i fans, sia della band, come del buon rock. La lunga title track conferma questa impressione, la fusione tra il cantato mai sopra sopra le righe di Powell, anche con belle armonie vocali, ed il continuo, complesso e raffinato lavoro delle due chitarre è sempre estremamente piacevole da ascoltare, specie nei continui cambi di tempo della palpitante parte strumentale dove gli assoli si susseguono senza soluzione di continuità.

Empty Man introduce consistenti elementi elettroacustici, con rimandi al folk-rock prog dei Jethro Tull, altro elemento sempre presente nel DNA dell’Osso Del Desiderio. La sognante e bucolica Floreana è ancora gradevole e ben costruita, ricca di passaggi chitarristici, ma sentita mille volte, Drive vira verso un AOR all’americana più nerboruto dove si apprezza il lavoro delle chitarre ma il resto non è memorabile, la morbida It’s Only You I See al di là dei soliti eccellenti passaggi strumentali si fatica a reggerla per sette minuti, insomma non succede molto fino al terzo minuto quando entrano le chitarre, meglio la robusta Too Cool For AC, anche se pure in questo caso nulla per cui sbattersi più di tanto, onesto e ben fatto R&R, come in tutto il CD.

Back In The Day invece ha un bel riff, un groove movimentato e potente, ma se non fosse per la parte centrale strumentale, facilmente dimenticabile, Déjà-Vu, potrebbe intitolarsi anche déja listened, di nuovo morbido folk-rock ma insomma…; When The Love Is Shared parte bene ma poi si spegne quasi subito, lasciando alla bluesata Personal Halloween, tra 12 battute e Dire Straits, anche con una sezione fiati aggiunta, il compito di concludere il disco. Qualche lampo della vecchia classe, per il resto un onesto e diligente esercizio rock.

Bruno Conti

Un Doppio Antipasto In Attesa Della Portata Principale. Blue Oyster Cult – Cult Classic/Hard Rock Live Cleveland 2014

blue oyster cult cult classic blue oyster cult hard rock clive cleveland 2014

Blue Oyster Cult – Cult Classic – Frontiers CD

Blue Oyster Cult – Hard Rock Live Cleveland 2014 – Frontiers 2CD/DVD

Uno degli eventi musicali più attesi del 2020, almeno per quanto riguarda il filone “classic rock”, sarà il ritorno discografico dei Blue Oyster Cult, grande gruppo americano spesso poco capito dalla critica (che in passato lo aveva liquidato come band hard rock o addirittura heavy metal), ma capace di produrre specie negli anni settanta una serie di ottimi album da musica rock raffinata e testi di stampo letterario tra l’orrorifico ed il fantascientifico (ad opera soprattutto del loro produttore e mentore Sandy Pearlman), e di costruirsi una solida reputazione di live band grazie a concerti infuocati e coinvolgenti. I BOC non si sono mai ufficialmente sciolti e non hanno mai smesso di esibirsi dal vivo, ma discograficamente sono fermi al non indispensabile Curse Of The Hidden Mirror del 2001, anche se in realtà hanno smesso di incidere con regolarità nell’ormai lontano 1987 (lo splendido Imaginos), pubblicando solo tre album di studio nei successivi 32 anni. Ora si sono accasati alla Frontiers, etichetta napoletana specializzata in gruppi e solisti di genere classic rock e AOR (nel suo portfolio passato e presente troviamo Whitesnake, Def Leppard, Toto, Alan Parsons, REO Speedwagon, Journey e molti altri), per la quale i nostri pubblicheranno un album nuovo di zecca nel corso dell’anno.

 

Per festeggiare l’evento la Frontiers ha stuzzicato l’appetito dei fans immettendo sul mercato la ristampa rimasterizzata (ma senza bonus tracks) dell’ormai fuori catalogo Cult Classic del 1994, nel quale i BOC reincidevano alcuni loro brani celebri, ed il live inedito Hard Rock Live Cleveland 2014 in una confezione che comprende sia la versione audio che quella video (e non è finita qui, in quanto ai primi di marzo uscirà Agents Of Fortune Live 2016, un CD sempre inedito contenente una porzione di concerto in cui la band newyorkese rivisita il suo disco più famoso dall’inizio alla fine). Cult Classic è un ottimo lavoro, ovviamente per le canzoni contenute ma anche per il tipo di riproposizione da parte dei nostri (che qui vedono i membri storici Eric Bloom, Donald “Buck Dharma” Roeser ed Allen Lanier affiancati da una sezione ritmica nuova formata da Jon Rogers al basso e Chuck Burgi alla batteria): versioni aggiornate ma non stravolte, una rivisitazione rispettosa ed estremamente piacevole del meglio del loro repertorio (pur con qualche assenza, penso a Career Of Evil).

Non mancano chiaramente i pezzi più noti, la mitica (Don’t Fear) The Reaper su tutte, ma anche Godzilla, l’orecchiabile Burnin’ For You, la solida Cities On Flame With Rock And Roll (che nel 1972 fu il loro primo singolo) e la trascinante This Ain’t The Summer Of Love. Troviamo poi quelli che chi sa le cose e definisce “selected album tracks”, cioè brani importanti pur non essendo stati successi a 45 giri, come la strepitosa e potente E.T.I., tre rock’n’roll songs coinvolgenti come Me-262, O.D.’d On Life Itself e Harvester Of Eyes, la bella Flaming Telepaths, dal motivo vincente e roboante finale chitarristico, o l’irresistibile strumentale Buck’s Boogie. Dulcis in fundo, non poteva mancare la meravigliosa Astronomy, in assoluto la più bella canzone dei BOC, un brano epico di oltre otto minuti che qualche critico ha paragonato addirittura a Stairway To Heaven (forse esagerando, ma comunque è un pezzo della Madonna), anche se forse questa versione rivisitata ha meno pathos dell’originale.

Facciamo ora un salto in avanti di vent’anni per Hard Rock Live Cleveland 2014, registrato in realtà nel sobborgo di Northfield il 17 ottobre con una formazione che vede solo Bloom e Roeser facenti parte del nucleo originale, essendo Lanier passato a miglior vita l’anno precedente e sostituito dal chitarrista e tastierista Richie Castellano, mentre al basso e batteria troviamo rispettivamente Kasim Sulton e Jules Radino. Cleveland 2014 non si avvicina ai leggendari live degli anni settanta (On Your Feet Or On Your Knees e Some Enchanted Evening), ma vede i nostri in ottima forma ed è comunque un bel sentire: Bloom e Buck Dharma non sono mai stati dei grandissimi vocalist ma non hanno perso colpi, e Roeser rimane una macchina da guerra per quanto riguarda le scorribande chitarristiche, ben assistito da Castellano che si dimostra una valida spalla. La scaletta comprende qualche hit ma anche scelte non scontate (ed anche qualche assenza dolorosa, come Astronomy, ed anche un grande disco come Imaginos viene totalmente ignorato); nulla proviene dagli ultimi due album del gruppo datati 1998 e 2001 e poco, solo tre pezzi, dagli anni ottanta: l’orecchiabile Burnin’ For You, i nove minuti della scorrevole Shooting Shark, tra rock e AOR, e la diretta Black Blade, forse con un po’ troppi synth.

Il resto arriva tutto dai seventies, con ben otto pezzi presi dalla mitica trilogia iniziale dei BOC (Blue Oyster Cult, Tyranny And Mutation e Secret Treaties), a partire dall’uno-due iniziale a tutto rock’n’roll di O.D.’d On Life Itself e The Red And The Black, la formidabile Career Of Evil, scritta all’epoca insieme ad una giovane Patti Smith (e si sente), una Me-262 più travolgente che mai, la nota Harvester Of Eyes, il finale ad alto tasso elettrico di Hot Rails To Hell e Cities On Flame With Rock And Roll e soprattutto una imperdibile Then Came The Last Days Of May di dieci minuti, una rock ballad epica con improvvise e strepitose accelerazioni, tra le migliori canzoni in assoluto del gruppo. Da Agents Of Fortune proviene solo l’immancabile (Don’t Fear) The Reaper, sempre un piacere, mentre dal popolare Spectres i nostri suonano la dura, quasi rock-blues, Golden Age Of Leather, la lenta e gradevole I Love The Night ed una monumentale versione di Godzilla di ben dodici minuti, durante i quali ogni componente della band ha il suo momento da solista. Completano il quadro la poco nota The Vigil, discreta rock song senza troppi fronzoli, e naturalmente Buck’s Boogie, consueta cavalcata chitarristica e vero showcase per l’abilità di Roeser.

Due ottimi antipasti quindi (uno solo se come il sottoscritto possedete già Cult Classic, che merita comunque un ripasso): ci rivediamo a marzo per Agents Of Fortune Live 2016, sperando che questa abbondanza di Blue Oyster Cult non ci rovini l’appetito per il piatto forte. Personalmente non credo proprio.

Marco Verdi

Dalle Tragedie Personali Possono Nascere Anche Bei Dischi. Kevin Daniel – Things I Don’t See

kevin daniel things i don't see

Kevin Daniel – Things I Don’t See – Kevin Daniel CD

Album di debutto da parte di un musicista originario della Carolina del Nord, ma spostatosi prima a Washington e poi definitivamente a New York, e che ha cominciato ad incidere professionalmente dopo la tragica scomparsa avvenuta nel 2013 dei suoi genitori in un incidente aereo, un fatto che gli ha cambiato la vita e che lo ha ispirato a cominciare a scrivere canzoni su canzoni (fino a quel momento aveva suonato soltanto in band informali tra amici e compagni di università). Il suo esordio è stato un EP, Fly, uscito nel 2014, al quale ne ha fatto seguito un altro intitolato Myself Through You nel 2017, ma solo ora si è deciso a compiere il passo decisivo ed a pubblicare il suo primo album. E Things I Don’t See è un lavoro sorprendente (e totalmente autogestito) in cui troviamo una serie di canzoni che sembrano uscite dalla penna di un autore esperto con anni di carriera alle spalle, una miscela stimolante e riuscita di rock, country e soul, il tutto con l’impronta tipica di un musicista del Sud (ed il North Carolina, nonostante il nome, non è certo a nord).

Undici brani piacevoli, diretti, ben scritti ed ottimamente eseguiti da un manipolo di sessionmen poco conosciuti, tra cui segnalerei il chitarrista Anthony Krizan (forse il più noto essendo un ex Spin Doctors), il batterista Lee Falco, il bassista Muddy Shews, l’ottimo steel guitarist Dan Lead ed i produttori Ben Rice e Kenny Siegel. L’iniziale City That Saves è un intrigante brano dall’incedere cadenzato, con un ritornello coinvolgente ed una strumentazione calda che comprende anche tromba e trombone a dare un sapore Dixie. La spedita Feelin’ Good è puro country & western, ancora con i fiati a dare più spessore ed un motivo immediato e gradevole; Used To Be, introdotta dalla bella slide di Krizan, è un solido brano southern soul, ispirato al suono classico dei gruppi degli anni settanta e con un organo che dona ancora più calore: un pezzo eccellente. La title track è quella più influenzata dalla perdita dei genitori, ed è una rock ballad profonda ed intensa, di nuovo con tutti e due i piedi ben piantati al sud ed un notevole crescendo melodico ed emotivo.

Pour Me A Drink è un altro slow stavolta sfiorato dal country con un bel pianoforte, ancora la slide ed un ottimo refrain corale, mentre Jupiter è ancora sul versante country, ma l’atmosfera è anni sessanta e tornano anche i fiati a colorare il sound. 22 è diversa, in quanto vede il nostro e la sua chitarra accompagnati da un quartetto d’archi, una soluzione inattesa ma non disprezzabile, anche se Xanax, Cocaine & Whiskey, una deliziosa country ballad in puro stile valzer texano (una via di mezzo tra Waylon e Willie), riporta subito il disco su territori più familiari. L’album termina con Name Of Fame, godibile bluegrass suonato full band pur mantenendo l’impianto acustico, la folkeggiante Time To Rise e la mossa All I Need, country-rock dal ritmo sostenuto punteggiato dall’ottima steel di Lead. Proprio un bel dischetto questo Things I Don’t See, peccato solo che sia nato in conseguenza di un evento tragico.

Marco Verdi

Doobie Brothers 1969-2019, Cinquanta Anni Di Rock Classico Americano. Parte Seconda

My beautiful picture

doobie brothers 1978

Seconda parte.

220px-The_Doobie_Brothers_-_Stampede

Stampede – Warner Bros 1975 – ****

Un disco dove Baxter è ormai membro effettivo della band, ma tra gli ospiti appaiono nomi di spicco come Ry Cooder, Maria Muldaur, Bobbye Hall, Victor Feldman, e le due coriste Sherlie Matthews e Venetta Fields in una travolgente versione della hit Motown Take Me in Your Arms (Rock Me a Little While) scritta da Holland-Dozier-Holland per Kim Weston che, se mi passate il termine, viene “doobiezzata” da Tom Johnston, che la canta meravigliosamente e che include un assolo da urlo di Jeff Baxter. E come primo brano troviamo anche una rara collaborazione tra Johnston e Simmons nella splendida Sweet Maxine, un pezzo che rimanda al suono classico dei primi dischi della band con il valore aggiunto di Bill Payne al piano e di una sezione fiati non accreditata che aggiunge fascino all’insieme, mentre le chitarre all’unisono tornano a ruggire nel “potere del rock and roll”, come dice il testo.

Basterebbero questi due brani, ma ci sono anche Neal’s Fandango, dedicata al vecchio pard di Jack Kerouac Neal Cassady, una canzone che ricorda i Grateful Dead più gioiosi, con Baxter che se la batte alla steel con le chitarre impazzite di Johnston e Simmons, che musica ragazzi! Texas Lullaby è un country-rock alla Doobie Brothers, cioè splendido, Music Man galoppa come nella fuga precipitosa del titolo dell’album con le sue chitarre sfolgoranti e l’arrangiamento di fiati ed archi curato da Curtis Mayfield , e che dire della lunga e sofisticata I Cheat The Hangman che parte come una outtake di qualche brano di Crosby o dei Jefferson Starship di Grace Slick e Paul Kantner, con Maria Muldaur come voce femminile, un paio di trombe, archi, synth “umani” e un crescendo ispirato dalla Notte Sul Monte Calvo nel finale travolgente. E Ry Cooder ci regala un lavoro al bottleneck magistrale in Rainy Day Crossroad Blues. Il resto del disco non è da meno, uno dei loro migliori, ma ora che succede? Arrivano

Gli Anni Di Michael McDonald 1975-1982

220px-The_Doobie_Brothers_-_Takin'_It_to_the_Streets

Takin’ It To The Streets – Warner Bros 1976 – ***1/2

Invitato su suggerimento di Jeff “Skunk” Baxter, che aveva lavorato con lui negli Steely Dan, Michael McDonald dalla sera alla mattina, dopo un periodo di prova, diventa il nuovo cantante e autore principale della band, che però per me diventa un altro gruppo; rispettabile, con degli ottimi dischi, con il vocione baritonale del nostro in primo piano e uno stile che parafrasando il rockin’ country potremmo definire rockin’ soul. Il pubblico sembra gradire: Wheels Of Fortune, cantata in duetto da Simmons e Johnson è nel solito stile della band, magari più funky (rock), con  Richie Hayward dei Little Feat alla batteria, ma la title track è un’altra storia, non brutta, diversa, molto funky-soul diciamo, con i Memphis Horns ed i loro sax in evidenza, 8th Avenue Shuffle cantata in falsetto da Simmons, sembra quasi un pezzo di blue eyed soul alla Boz Scaggs, Losin’ End è una delle ballatone di McDonald, Rio conferma la svolta danzereccia di Simmons, It Keeps You Runnin’ è l’altra hit di McDonald, con Johnston che contribuisce al tutto con la discreta, ma tipicamente rock, Turn It Loose.

220px-The_Doobie_Brothers_-_Livin'_on_the_Fault_Line

Livin’ On The Fault Line – Warner Bros 1977 – ***

Tom Johnston a questo punto sparisce, ma sul finire del 1976 la Warner pubblica un Best Of The Doobies che nel corso degli anni finirà per vendere 10 milioni di copie, mentre il disco del 1977 non è un gran successo, infatti nessun brano entra nella top 40, benché il disco contenga il duetto You Belong To Me cantato con Carly Simon, anche se la versione di successo sarà quella reincisa da sola nel 1978 https://www.youtube.com/watch?v=ukkRG-flg20 .

220px-The_Doobie_Brothers_-_Minute_by_Minute

Minute By Minute – Warner Bros 1978 – ***1/2

A furia di insistere arriva alla fine il grande successo: Minute By Minute è il primo disco dei Doobie Brothers ad arrivare al primo posto delle classifiche americane, vendendo complessivamente oltre tre milioni di copie, ma a mio modesto parere più che un disco della band, al di là di 5 brani firmati da Simmons, comunque buoni, mi sembra più un disco solista di Michael McDonald accompagnato dai Doobie Brothers, tanto che dopo questo disco, pare a causa di dissapori proprio con McDonald, se ne andarono anche Baxter e il batterista originale John Hartman. Comunque per chi ama il genere, tra blue eyed soul , AOR di classe e pop raffinato, suonato e cantato benissimo, il disco si ascolta con piacere, anche se dei tre Dukes Of September, gli altri sono Fagen e Scaggs, McDonald è quello che amo di meno: in ogni caso What A Fool Believes e Minute By Minute, con Bill Payne al synth, e Dependin’ On You, cantata da Simmons, con il supporto di Rosemary Butler e Nicolette Larson, sono fior di canzoni https://www.youtube.com/watch?v=aiJfwXOwvUw , mentre Steamer Lane Breakdown, è uno strumentale country-bluegrass strepitoso con Norton Buffalo, Herb Pedersen e Byron Berline in azione https://www.youtube.com/watch?v=_EbBsNp9tbI .

Anche Johnston fa una ultima apparizione nel brano più rock del disco, una ottima Don’t Stop To Watch The Wheels e niente male anche Sweet Feelin’ un altro duetto con la Larson.

Il meglio (e il peggio) del resto – 1979- anni 2000.

220px-The_Doobie_Brothers_-_One_Step_Closer The_Doobie_Brothers_-_Farewell_Tour

Vediamo infine velocemente cosa succede dopo. Nel 1980 esce One Step Closer (**1/2), primo disco con John McFee alla chitarra e voce, ancora 3° posto e un milione di dischi venduti, però il brano firmato da McDonald con Paul Anka , Dedicate This Heart, non mi sembra molto rock e Real Love vira pericolosamente verso la disco lite. Nel 1982 Farewell Tour, doppio dal vivo pubblicato nel 1983, ancora una volta tutti insieme appassionatamente, anche Johnston che canta China Grove, Long Train Runnin’ e Slippery Saint Paul, un buon live anche se si poteva fare meglio, e poi in CD è uscito solo in Giappone. Dei vari LP dal vivo postumi forse meglio quello al Greek Theatre del 1982, uscito in CD nel 2011.

doobie brothers warner bros years 1971-1983 boxdoobie brothers original album seriesdoobie brothers original album series 2

Al solito anche i consigli per gli acquisti per chi fosse interessato riguardo a eventuali cofanetti: nel caso dei Doobie Brothers siamo messi piuttosto bene, perché la discografia della band californiana del periodo 1971-1983 è coperta da un box da 10 CD con tutti i dischi del periodo Warner, oppure da due cofanetti da 5 CD ciascuno con gli stessi album, tutti a prezzi decisamente bassi. E li vedete riportati qui sopra.

Mentre delle reunion in studio Cycles del 1989, il primo per la Capitol, con Johnston e Hartman di nuovo in formazione è un discreto disco (***), molto anni  ’90, Brotherhood del 1991 è decisamente peggio, sia a livello di critica che di vendite, per cui vengono cacciati dalla Capitol, genere: disco-rock?!? Tornano nel 2000 con Sibling Rivalry, un po’ meglio, qualche sprazzo di classe, ma giudizio critico sempre un bel “maah”? Nel 2010 per World Gone Crazy (***1/2) torna in cabina di regia il vecchio produttore Ted Templeman, Johnston, Simmons e McFee sono alla guida di una formazione a tre chitarre, un disco più che dignitoso e grintoso, l’ultimo con il batterista Michael Hossack che morirà per un cancro nel 2012, tra gli ospiti oltre all’immancabile e scatenato Bill Payne e a Norton Buffalo (appena scomparso nel 2009), ci sono anche Willie Nelson e Michael Mc Donald che duettano ciascuno in una canzone.

Nel 2014 una idea “geniale”, un intero disco Southbound (***1/2) dove i Doobie Brothers ripropongono in piacevoli versioni country, ma non solo, visto che il rock non manca, il meglio del loro repertorio in una serie di duetti con, tra gli altri, Zac Brown, Huey Lewis, Brad Paisley, Sara Evans, Toby Keith, Vince Gill. Il resto è storia recente: in questi giorni è uscito Live From The Beacon Theater, un eccellente triplo registrato nel 2018, 2 CD + DVD, di cui leggerete in altra parte del Blog, in cui la band ripropone per intero, ed in modo eccellente, Toulouse Street e The Captain And Me https://discoclub.myblog.it/2019/09/13/dopo-quasi-50-anni-ancora-insieme-per-un-concerto-esplosivo-doobie-brothers-live-from-the-beacon-theatre/ .

Anche per questa volta direi che è tutto.

Bruno Conti

Doobie Brothers 1969-2019, Cinquanta Anni Di Rock Classico Americano. Parte Prima

Doobie-Brothers 1971Doobie_Brothers_1972

Qualche giorno fa sul Blog avete letto del bellissimo live relativo al concerto dello scorso anno https://discoclub.myblog.it/2019/09/13/dopo-quasi-50-anni-ancora-insieme-per-un-concerto-esplosivo-doobie-brothers-live-from-the-beacon-theatre/ , da oggi, in due puntate, tracciamo al storia del gruppo californiano dalle origini ai giorni nostri.

Ecco la prima parte della storia dei Doobie Brothers.

Come per quasi tutte le grandi storie del rock, anche questa in effetti inizia un paio di anni prima della pubblicazione del primo album della band californiana, nel 1969. Il nucleo iniziale, ovvero Tom Johnston, cantante e chitarrista, e il batterista John Hartman (che arrivava dalla Virginia) reduce da un incontro con Skip Spence per una ipotetica reunion dei Moby Grape.  Spence comunque presentò Johnston a Hartman per quello che poi sarebbe stato appunto il nucleo dei Doobie Brothers, all’inizio un power trio che operava nell’area di San Josè, occasionalmente anche con una sezione fiati. Si sa che queste cose richiedono tempo, e colpi di fortuna, come la scelta del nome Doobie Brothers (su suggerimento di un amico della band, che propose questo nome, anche se “doobie” era un nome gergale per marijuana ) che fu adottato in attesa di trovare qualcosa di meglio, ma poi è rimasto negli anni. Nel frattempo nel gruppo era arrivato anche colui che sarebbe stato l’altro grande membro storico, ovvero Patrick Simmons, chitarrista e cantante, nativo di Washington, ma anche lui cresciuto nella zona di tra San José e Santa Cruz, oltre al primo bassista Dave Shogren, che completava il quartetto iniziale, quello che registrerà il primo album omonimo.

220px-The_Doobie_Brothers_-_The_Doobie_Brothers

The Doobie Brothers – Warner Bros 1971 – ***

Registrato tra il novembre e il dicembre del 1970, con due produttori da urlo come Lenny Waronker e Ted Templeman, il disco in effetti è abbastanza “strano”: un sound nella prima facciata molto acoustic oriented, che si staccava dall’immagine, tutta giacche di pelle e motociclette, e dal tono gagliardo delle esibizioni live, in cui soprattutto gli Hell’s Angels erano tra i loro fan più accaniti, e la band privilegiava un suono di stampo decisamente rock. Ma per l’occasione si decise di orientarsi verso un mix di chitarre acustiche, influenze country e quelle armonie vocali a tre parti, influenzate dal soul e dal gospel, oltre che dal country, che poi sono rimaste per sempre nel loro DNA.

Nobody, il primo singolo, che però fallì miseramente nelle classifiche, fu comunque un ottimo esempio di questo approccio, tanto da venire poi ripubblicato con successo nel 1974, e comunque nella seconda facciata del vecchio LP i Doobie di tanto in tanto iniziavano a fare ruggire le chitarre, come nella eccellente Feelin’ Down Farther che comincia ad introdurre quel  rock suadente e raffinato, molto “riffato” e con interventi ficcanti della solista di Johnston, come nella sinuosa e countryeggiante The Master, o nella vigorosa e bluesata Beehive State, una cover di Randy Newman con una bella coda della solista di Tom. Per il resto ci sono alcune similitudini con i primi CSN o i Grateful Dead acustici.

220px-The_Doobie_Brothers_-_Toulouse_Street

Toulouse Street – Warner Bros 1972 – ****

Ma l’anno successivo, dopo il rodaggio dei primi tour americani, e con l’ingresso in formazione del nuovo bassista Tiran Porter e del secondo batterista Michael Hossack, le cose si fanno serie. Il suono della doppia batteria e il basso rotondo di Porter, ottimo anche nei suoi interventi vocali, danno profondità e grinta al suono, in più Bill Payne (amico e collaboratore fin dagli inizi, poi quasi sempre presente negli anni a venire) aggiunge il tocco magistrale delle sue tastiere, che unito alla presenza di alcuni dei classici assoluti della band fanno sì che Toulouse Street sia uno tra i migliori esempi di rock californiano (e per estensione) americano.  Listen To The Music, un inno alla pace e alla gioia, è un brano godibilissimo, cantato da Johnston, con l’aiuto di Simmons nel bridge, un riff ascendente ed irresistibile, intrecci vocali sublimi, il tocco geniale del banjo, anche in phasing, fino al finale chitarristico che tuttora nei concerti è il tripudio conclusivo. Rockin’ Down The Highway è un’altra rock song formidabile a tutte chitarre, mentre la title track Toulouse Street, firmata da Simmons, e dedicata al quartiere francese di New Orleans, è una delicata ed intricata folk song di stampo tipicamente westcoastiano.

Cotton Mouth di Seals & Crofts e Don’t Start Me To Talkin’ di Sonny Boy Williamson prevedono l’uso dei fiati, nel primo caso in un brano solare quasi alla Jimmy Buffett primo periodo, nel secondo caso in un blues-rock molto allmaniano. Jesus Is Just Alright è l’altro grandissimo successo contenuto nell’album, un brano gospel  che riceve un trattamento sontuoso alla Doobie Brothers, con interscambi vocali e strumentali di grande pregio senza perdere quel tocco magico che la band aveva all’epoca, e senza dimenticare la piacevole ballata White Sun e la lunga Disciple dove il gruppo si rivela una macchina da guerra anche in quell’ambito rock a doppia chitarra che poi svilupperanno ulteriormente nel successivo The Captain And Me. Il disco arriva “solo” al 21° posto delle charts, ma vende da subito 2 milioni di copie e prepara la strada per

220px-The_Doobie_Brothers_-_The_Captain_and_Me

The Captain And Me – Warner Bros 1973 – ****

Prodotto come il precedente dall’ottimo Ted Templeman, che conferisce all’album un suono strepitoso. tanto che ne verrà realizzata anche una versione quadrafonica, il disco è passato alla storia (oltre che per una bella e suggestiva copertina) per i due singoli stupendi che per certi versi sono l’essenza del rock americano: Long Train Runnin’ e China Grove, entrambi scritti da Tom Johnston, con dei riff iniziali indimenticabili, poi rimasti fino ai giorni nostri nell’immaginario collettivo dell’air guitar davanti allo specchio di casa vostra, tutto è perfetto, dal giro di basso, al lavoro intrecciato della doppia batteria e della doppia chitarra, all’arrangiamento vocale, unito ad una grinta e ad una melodia impeccabili. Anche il resto dell’album, per usare un eufemismo, non è male: l’iniziale Natural Thing prende ispirazione dai Beatles, con synth e archi maneggiati con cura da Malcolm Cecil e Robert Margouleff, due geniali precursori di questo tipo di sonorità lavorate e complesse, che la coppia stava sperimentando all’epoca anche in un ambito soul con l’ispiratissimo Stevie Wonder di quegli anni, e deliziosi gli inserti delle due elettriche suonate all’unisono;

Dark Eyed Cajun Woman è un brano bluesato dove si apprezzano anche i contributi degli ospiti Bill Payne e del nuovo arrivato Jeff “Skunk” Baxter che libero dagli impegni con gli Steely Dan si aggiunge in pianta stabile alla formazione con la sua maestria a tutti i tipi di chitarra, soprattutto pedal e lap steel. Clear As The Driven Snow, di Simmons, fa un neppure troppo velato riferimento alle sostanze “ricreative” in uso dalla band, attraverso un’altra piccola perla acustica del loro songbook, che poi si anima in un finale chitarristico tiratissimo. Without You, firmata collettivamente da tutta la band, è una jam rock trasformata in canzone o viceversa, un omaggio al suono degli Who, potente ed irresistibile, con chitarre fiammeggianti, South City Midnight Lady, scritta da Simmons, è un’altra eccellente ballata con Skunk Baxter che nel finale si sbizzarrisce alla pedal steel, Evil Woman, evidentemente un titolo che piace, di nuovo di Simmons, vira ancora sul rock. Ukiah, preceduto dall’intermezzo per sola chitarra acustica Busted Down Around O’Connelley Corners, è un ulteriore esempio dell’impeccabile ispirazione che ha sostenuto la band in tutto l’album, come conferma anche la corale title track conclusiva. Un disco bellissimo che arriva al 7° posto delle classifiche e vende altre due milioni di copie, risentito oggi non ha perso un briciolo del suo fascino.

The_Doobie_Brothers_-_What_Were_Once_Vices_Are_Now_Habits

 What Were Once Vices Are Now Habits –Warner Bros 1974 – ***1/2

Squadra vincente non si cambia e anche il quarto album vende 2 milioni di copie arrivando fino al 4° posto: forse il disco è leggermente inferiore al precedente, niente mega successi direte voi? E invece si tratta del LP che contiene Black Water, il primo brano ad arrivare al numero 1 nei singoli USA, scritta da Patrick Simmons, anche in questo caso una canzone che parte da un riff iniziale, poi elaborato in una bellissima traccia ispirata dall’amore di Pat per la musica della Louisiana e da una notevole segmento cantato a cappella, oltre al tocco di classe della viola di Novi Novog. Bill Payne non manca nel disco, come pure Baxter, a cui si aggiungono Arlo Guthrie, i Memphis Horns, James Booker e Milt Holland.  Song To See You Through è un delizioso mid-tempo in puro stile soul proprio con i Memphis Horns, molto belle anche Spirit una bella country song elettroacustica di nuovo con la viola protagonista, il classico pezzo rock alla Doobies Pursuit On 53rd Street con fiati e Bill Payne in evidenza, e anche Eyes Of Silver è un gustoso brano tra errebì e rock, con la corale Road Angel di nuovo a tutto rock chitarristico.

In You Just Can’t Stop It Simmons prova anche la strada del funky, con chitarrine e fiati impazziti, poi ribadita da Pat nella malinconica Tell Me What You Want (And I’ll Give You What You Need) con Milt Holland alle percussioni e Baxter alla pedal steel ; Down in The Track, il brano con James Booker al piano, è un altro sapido esempio di rock guizzante quasi alla Little Feat, anche se non c’è Payne. Another Park, Another Sunday è un’altra occasione per la band e Templeman per esplorare interessanti soluzioni sonore, con le chitarre che vengono fatte passare attraverso i Leslie degli ampli con risultati suggestivi, in quello che doveva essere il lato A di Black Water e molto buono pure l’ultimo contributo di Simmons nella sinuosa Daughters Of The Sea. Alla fine del 1974 Tom Johnston comincia ad avere dei problemi di salute sia per la vita on the road che per altri Vizi, ma ci regala il suo ultimo lavoro di alta qualità prima dell’ingresso di Michael Mc Donald, con il brillante album successivo Stampede.

Fine della prima parte, segue.

Bruno Conti

“Predicatori”, Ma Innamorati Del Rock Classico E Sudista Anni ’70. Barefoot Preachers – Barefoot Preachers

barefoot preachers

Barefoot Preachers – Barefoot Preachers – Same Label               

Vengono da Nashville, Tennessee, un paio di loro suonavano negli altrettanto “oscuri” Catawompus, e come forse lascia intuire il nome “I Predicatori Scalzi” fanno parte del filone del Christian Rock, e titoli di canzoni come Celebrate, Christ On My Pocket, Church Bell Groove e Just Another Hallelujah Song, lo confermano. Ma il quartetto musicalmente si affida ad un onesto e corposo southern rock, con molti elementi di classic rock anni ’70, e grazie all’uso di armonie vocali di ottima fattura l’insieme è assai gradevole, per quanto forse prevedibile e un po’ scontato. Il dischetto, tutto firmato da Jimmy Hamilton e Douglas Gery, che sono rispettivamente il cantante e il chitarrista della band, in teoria è uscito da un annetto abbondante circa, ma visto che non è che circoli o se ne sia parlato molto, diamogli una piccola spinta per fare conoscere questo gruppo. Si diceva che il genere si potrebbe inquadrare nel filone southern, magari tipo quello degli Atlanta Rhythm Section, che avevano appunto anche molti elementi di classic rock: potrebbero ricordare anche, tra le band più recenti i Needtobreathe, che all’inizio proponevano un rock gagliardo e chitarristico, salvo poi perdersi nelle tastiere e nella elettronica danzereccia del’orrido Hard Love (per quanto il recente live acustico apra più di qualche spiraglio di speranza).

Anche i Barefoot Preachers partono bene con l’iniziale See Me Electric, un robusto pezzo rock a tutto riff, cantato con voce stentorea da Jimmy Hamilton, con l’aiuto delle belle armonie vocali del resto della band, delle tastiere aggiunte sullo sfondo e la solista di Gery che fa il suo dovere con grinta, il suono ha un retrogusto vagamente commerciale da rock FM, ma nulla di pernicioso; Celebrate è una piacevole ed energica country-rock ballad, con un impianto chitarristico elettroacustico di buona fattura, con la solista sempre pronta a prendersi i suoi spazi, ben sostenuta dalle armonie vocali corali. Niente per cui strapparsi le vesti, ma anche quando il sound si fa più zuccherino come nella melodica I’m What It Looks Like non si scende comunque sotto il livello di guardia, anche se il suono becero della Nashville mainstream è giusto dietro l’angolo, ma gli elementi southern rimangono sempre prevalenti, come nella vivace Christ On My Pocket, portatrice oltre che di buoni sentimenti religiosi anche di buon rock americano sudista dalle chitarre distese. What If? alza ulteriormente il tiro rock che vira quasi verso il boogie, la band ci dà dentro di gusto con qualche elemento funky aggiunto al menu sonoro, ricco delle solite chitarre roboanti.

Le campane all’inizio di Church Bell Groove suonano ancora per chiamare a raccolta gli amanti del rock americano anni ’70, mentre Hamilton e Gery si fronteggiano sempre con grinta al centro del suono,  Love Is everything dopo un inizio acustico alquanto “ruffianetto” si perde in un arrangiamento un po’ banalotto, anche se la pimpante chitarra di Gery e le belle armonie vocali vengono in soccorso. Just Another Hallelujah Song introduce un riff tentatore alla Stones al Christian rock assai piacevole e corale della band, il classico brano da spararsi a tutto volume in macchina su qualche highway americana; Wait For You è una raffinata country ballad che poi vira forse in modo fin troppo ripetitivo nella ricerca di ganci melodici all’interno del“ solito” rock radiofonico tipico dei Barefoot Preachers, sempre scongiurando derive più becere, evitate per un pelo anche nella conclusiva Baggage Claim, dove i consueti intricati intrecci vocali rimangono un punto di forza della band, a fianco delle fiammate chitarristiche. Insomma se amate questo genere di rock americano targato anni ’70 e siete in crisi di astinenza, questo è un album che potrebbe fare al vostro caso.

Bruno Conti

Forse Più Rock “Sudista” Britannico Che Blues, Ma Non Sono Affatto Male. Wille And The Bandits – Steal

wille and the bandits steal

Wille And The Bandits – Steal Jig-Saw Music

Vengono dall’estremo sud del Regno Unito, Devon, Cornovaglia, sono un trio, guidato dal chitarrista e cantante Wille (senza la i) Edwards, con Matt Brooks al basso e Andrew Naumann alla batteria: hanno pubblicato sinora quattro album, compreso questo Steal. Tra le loro influenze citano Ben Harper e Pearl Jam, ma anche Jimi Hendrix e i gruppi power-rock in generale. Varie volte indicati tra le migliori giovani band senza contratto e tra le attrazioni più interessanti del circuito live britannico https://www.youtube.com/watch?v=OIZ4U0fsHZE , sono tra i tanti che cercano di emergere, con passione e buona attitudine, nell’attuale scena blues-rock inglese. La presenza di Don Airey, all’organo e alle tastiere in tre pezzi di questo album (uno che ha suonato con chiunque, da Deep Purple e Black Sabbath, passando per Gary Moore e Whitesnake), indica che nel DNA di Wille And The Bandist, c’è anche parecchio hard-rock, e, secondo le loro biografie, pure folk (hanno partecipato anche a Cropredy) https://www.youtube.com/watch?v=Zs6s2rj9pm0 , roots music, blues e latin rock, praticamente a parte il tex-mex e il ballo liscio, qualsiasi genere musicale.

Detto che queste liste spesso lasciano il tempo che trovano, direi che applicando il sistema San Tommaso o Guido Angeli, ossia provare per credere, la prima cosa che si rileva è che Wille Edwards è un eccellente chitarrista, oltre che all’elettrica molto efficace anche a dobro, Lap Steel e Weissenborn, come evidenziato nell’iniziale Miles Away, dove il nostro si disimpegna con classe tra slide, Weissenborn, ed elettrica (con un eccellente assolo di wah-wah), mentre il resto del gruppo, compreso Airey all’organo, confeziona del sano rock targato ‘70’s, duro ma ben suonato, Anche Hot Rocks non è male, buona voce e sound ad alta densità di riff, molto Deep Purple ma non disprezzabile, energia e grinta non mancano e quando Edwards inizia a lavorare la sua solista veniamo catapultati nel vecchio sano rock progressivo inglese dei tempi che furono, neppure tanto rinnovato ma di buon valore.

Sacred Of The Sun, di nuovo con Airey all’organo e tastiere rimane in questo hard-rock classico e raffinato, in una sorta di ideale ponte con le formazioni dell’epoca d’oro del genere. Ai giorni d’oggi pensate a Blues Pills, Black Mountain, All Them Witches, No Sinner, Rival Sons, i vari gruppi della Grooveyard, la scelta è ampia. Se avevate dei dubbi, c’è persino un brano che si intitola 1970 che pare uscito da qualche vecchio vinile dei Free, o meglio ancora dei Bad Company, con Wille che “maltratta” la sua solista con e senza bottleneck, anche con elementi southern nel sound, d’altronde se non sono “sudisti” loro che vengono dalla Cornovaglia.

Atoned parte su un assolo di basso, poi diventa un pezzo dei “Deep Zeppelin”, un po’ come fanno spesso i Black Country Communion, che però hanno un’altra classe, anche se come potenza di suono e genere ci siamo e poi Edwards è un virtuoso dello stile slide; ma anche quando i tempi rallentano, come nell’elettroacustica Crossfire Memories, e il suono di dobro e Weissenborn, oltre alle tastiere di Airey, si presenta in prima linea, la band conferma la sua validità anche in questa dimensione più intima. Our World rimane su questa lunghezza d’onda, che per certi versi richiama lo stile del citato all’inizio Ben Harper, acustico ma con improvvise sferzate elettriche. Insomma, come dice il titolo, “rubano” qui e là, ma lo fanno con buoni risultati, come certificano anche le conclusive Living Free, un blues nuovamente con elementi rootsy e qualche influenza dei Zeppelin meno “feroci”, grazie alla riuscita miscela di strumenti elettrici ed acustici, e soprattutto la lunga Bad News, altro pezzo di buona fattura, che dopo una introduzione raccolta esplode in un classico ed epico hard-rock, dove si apprezzano nuovamente le tastiere di Don Airey, e se il cantato di Wille Edwards è forse per l’occasione fin troppo sopra le righe, il suo lavoro alla solista è sempre di notevole efficacia. In definitiva, come detto all’inizio, a parte il liscio, il resto direi che c’è tutto.

Bruno Conti