Prima Delle “Disavventure” Andava Ancora Come Un Treno! The Dickey Betts Band – Ramblin’ Man: Live At The St. George Theatre

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Dickey Betts Band – Ramblin’ Man: Live At The St. George Theatre – BMG CD/BluRay – 2LP

Lo scorso anno Dickey Betts, cioè l’ultimo baluardo di quel gruppo leggendario che è stata la Allman Brothers Band, ha seriamente rischiato di andare a far compagnia a Gregg Allman: prima, in Agosto, un leggero ictus che non gli ha fortunatamente causato grossi problemi, e poco dopo un brutto incidente domestico (pare avvenuto mentre giocava con il suo cane) che gli ha provocato una frattura del cranio con conseguente versamento sanguigno cerebrale. Sottoposto ad un delicato intervento chirurgico, Betts si è ripreso benissimo, ma ha dovuto cancellare le date del tour previste per Novembre e a tutt’oggi non sappiamo se sarà in grado di esibirsi ancora (anche l’età, a Dicembre 2019 saranno 76 anni, non lo aiuta). Per fortuna Dickey aveva fatto in tempo a registrare la serata del 21 Luglio al St. George Theatre di Staten Island a New York, concerto facente parte del suo ultimo tour con la Dickey Betts Band, e così oggi possiamo godere di questa fantastica performance. Ramblin’ Man: Live At The St. George Theatre è quindi il resoconto di quella splendida serata, un CD con accluso BluRay (non c’è la versione in DVD, ma per gli amanti del vinile esiste anche in doppio LP) che ci mostra appunto un Betts in forma ancora smagliante dal punto di vista chitarristico e buona dal lato vocale.

Accompagnato da un gruppo formidabile di sei elementi che vede al suo interno altre due chitarre soliste (in piena tradizione sudista), una del figlio Duane Betts e l’altra di Damon Fowler (musicista che in carriera ha collaborato con gente del calibro di Buddy Guy, i fratelli Johnny ed Edgar Winter, Jeff Beck, Jimmie Vaughan e lo stesso Gregg Allman, oltre ad avere all’attivo una pregevole discografia da solista https://discoclub.myblog.it/2018/11/13/uno-dei-dischi-rock-blues-piu-belli-dellanno-damon-fowler-the-whiskey-bayou-session/ ), la sezione ritmica formata dal bassista Pedro Arevalo e dai due batteristi Frankie Lombardi e Steve Camilleri, per finire con il bravissimo pianista/organista Mike Kach, uno dei protagonisti del suono della band. Un concerto potente, vitale e pulsante, nettamente sbilanciato verso il repertorio della ABB (peccato manchi Seven Turns, una delle mie preferite): se questo sarà il canto del cigno del Dickey Betts performer (che qui sfoggia un’inedita barba bianca) potremo dire che ha deposto le armi in grande stile. Il CD dura 71 minuti e contiene sette canzoni, mentre il BluRay ne dura 94 e presenta tre brani in più, cioè gli unici due pezzi appartenenti al periodo solista di Betts (My Getaway e Nothing You Can Do) e la classica Statesboro Blues che pur essendo di Blind Willie McTell è da sempre legata a doppio filo alla ABB: non avendo avuto ancora modo e tempo di vedere la parte video, la recensione è fatta in base all’ascolto del CD, che comunque basta e avanza (e che avrebbe potuto essere allungato di uno dei tre pezzi in più del BluRay, lo spazio c’era).

Le sonorità calde di Hot’Lanta riempiono subito l’ambiente, con le sue atmosfere tra rock e jazz ed il tipico timbro pulito e melodico della chitarra del leader ma anche con il notevole organo di Kach: Dickey piazza subito un assolo di quelli che ti stendono, così tanto per cominciare, ben doppiato dal figlio Duane. Blue Sky è sempre stata splendida, una delle più belle canzoni degli Allman, e Betts dimostra di non aver perso il tocco magico, intrattenendo per dieci minuti di grande musica: introduzione inedita con echi quasi dei Grateful Dead, poi al secondo minuto arriva il celebre riff ed il brano prende il volo (nonostante il nostro palesi una voce non più limpida come un tempo), con un’altra eccellente prova di Kach questa volta al piano. E’ poi la volta dell’omaggio al compagno di mille avventure Gregg Allman, con una fluida versione di Midnight Rider affidata alla voce (e chitarra) del figlio di Gregg, Devon Allman (da lì a poco partner di Duane nella Allman Betts Band https://discoclub.myblog.it/2019/07/16/questi-cognomi-mi-dicono-qualcosa-the-allman-betts-band-down-to-the-river/ ), ospite speciale solo in questo pezzo: grande canzone e rilettura solida e perfettamente riuscita.

I seguenti 21 minuti sono occupati da una fulgida resa della formidabile In Memory Of Elizabeth Reed, una delle signature songs di Betts: atmosfera sudista al 100%, sonorità calde e coinvolgenti e solite magistrali prestazioni chitarristiche del trio di axemen, oltre ad un altro grandissimo assolo di piano, qui influenzato dalla musica jazz (e non mancano i momenti in cui anche le batterie ed il basso si esprimono in perfetta solitudine); il momento magico della serata prosegue con una roboante Whipping Post, altri dieci minuti abbondanti di vero southern rock di classe, inimitabile in quanto eseguito da uno degli inventori del genere. Chiusura con una tonica Ramblin’ Man, splendida canzone in puro stile country-rock in cui Dickey cerca di fare del suo meglio dal punto di vista vocale (da quello chitarristico ci riesce ancora senza problemi), e con una strepitosa Jessica, introdotta dal famoso riff e caratterizzata da un muro del suono rock di altissimo livello, in cui ogni strumento fa la sua parte alla grande (ancora con lo spettacolare piano di Kach sugli scudi). Degno finale per una serata da ricordare a lungo, soprattutto nel caso non dovessimo più riuscire a vedere Dickey Betts salire su un palco.

Marco Verdi

Uno Dei Migliori Episodi Della Serie! Dickey Betts & Great Southern – Live At Rockpalast 1978 & 2008

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Dickey Betts & Great Southern – Live At Rockpalast 1978 & 2008 – WDR 3CD/2DVD Box Set

Negli anni la serie Live At Rockpalast, dal nome di una nota trasmissione della TV tedesca che si occupa dal 1974 di trasmettere concerti rock che si tengono in terra teutonica, ci ha regalato (si fa per dire) diversi CD o DVD assolutamente degni di nota, come quelli dedicati a Richard Thompson, George Thorogood, Ian Hunter, Graham Parker, Lee Clayton, Willy DeVille, Muddy Waters ed i Rockpile, ma ne potrei citare altri. L’ultima pubblicazione in ordine di tempo è a mio parere una delle più riuscite, ed anche delle più generose: infatti stiamo parlando di due concerti distinti del grande Dickey Betts con due diverse formazioni dei Great Southern, uno nel 1978 e l’altro nel 2008, cioè nei due periodi in cui non faceva parte dalla Allman Brothers Band, il tutto presentato in un elegante box formato “clamshell” contenente tre CD audio e due DVD, che propongono lo stesso menu. Come sappiamo Betts è un musicista straordinario, che ha da sempre eletto il palcoscenico come luogo principe delle sue scorribande elettriche, sia dentro che fuori dagli Allman: negli ultimi anni, a causa dell’età e di qualche acciacco, ha un po’ diradato l’attività, ma quando prende in mano la sua sei corde è ancora in grado di far vedere ciò che vale.

E questi due concerti tedeschi (ad Essen quello del 1978, a Bonn quello del 2008) ce lo fanno assaporare al meglio delle sue enormi possibilità, per di più con una pulizia sonora impressionante. Nel 1978 Betts aveva lanciato da tre anni la sua carriera solista, approfittando anche dello scioglimento degli Allman a causa di insormontabili problemi interni, ed aveva formato i Great Southern, una band di turnisti di ottimo valore che lo assistevano in maniera più che valida https://discoclub.myblog.it/2018/01/10/un-live-tira-laltro-dickey-betts-great-southern-southern-jam-new-york-1978/ . Se in studio Dickey non riusciva ad esprimersi al meglio ed i suoi album erano discreti ma non eccelsi, on stage la trasformazione era palese, come dimostrano le dieci canzoni di questa serata di Marzo del 1978, nella quale fa letteralmente venire giù la Grugahalle di Essen con un set che definire infuocato è poco. Accompagnato da un quintetto (Dan Toler, chitarrista che seguirà Betts negli Allman per la prima reunion dal 1979 al 1981, il fratello David Toler e Dani Sharbono alla doppia batteria, David Goldflies al basso e l’ottimo Michael Workman al piano ed organo), Dickey si lancia subito nel boogie Run Gypsy Run, un brano potente e perfetto per scaldare i motori, con la sezione ritmica che è già un macigno ed il nostro che rilascia un paio di assoli notevoli. You Can Have Her è una sorta di gospel-rock davvero trascinante, specie nel botta e risposta vocale del ritornello, ritmo sostenutissimo e Dickey che lascia scorrere le dita sul manico della chitarra in maniera sontuosa.

Leavin’ Me Again è un sanguigno rock-blues che vede il nostro imbracciare la slide, e sono sei minuti di pura goduria musicale, grazie anche alla band che non perde un colpo; le cose vanno ancora meglio in Back On The Road Again, un rock’n’roll tutto ritmo e adrenalina, praticamente un treno in corsa, che prelude ad una grandiosa In Memory Of Elizabeth Reed, undici minuti in cui il classico degli Allman viene riletto con la solita dose di feeling e creatività, mantenendo le tipiche atmosfere calde tra rock e jazz ed i cambi di tempo che l’hanno resa famosa. E poi Betts suona davvero in maniera celestiale, sentire per credere (ed al giubilo generale partecipano anche Workman con il suo organo e Toler che non vuole essere da meno del suo datore di lavoro). Dickey è ancora in tiro e lo dimostra con una devastante Good Time Feelin’, sette minuti irresistibili tra rock, boogie e blues, ritmo saltellante e solita chitarra spaziale, mentre i quattro minuti scarsi del bluesaccio elettrico Dealin’ With The Devil servono da apripista per un altro highlight, e cioè una splendida rilettura di Jessica, tredici minuti vibranti di grandissima musica, con il ben noto riff melodico che si apre verso una lunga serie di improvvisazioni di livello inarrivabile per chiunque, in cui anche il piano elettrico e la seconda chitarra di Toler dicono la loro.

Ma se pensate che il concerto sia giunto all’apice, beccatevi una monumentale High Falls (sempre ABB, era sul sottovalutato Win, Lose Or Draw) della durata di mezz’ora: non ho parole per descrivere cosa succede sul palco, una incredibile jam in cui c’è spazio anche per assoli di basso e batteria, veramente da urlo; lo show finisce con una fluida versione della splendida Ramblin’ Man, puro country-rock, uno dei brani di punta di quel grande disco degli Allman che era Brothers And Sisters. Come bonus, e che bonus, abbiamo 17 minuti di musica libera, creativa e coinvolgente al massimo intitolata If I Miss This Train/Rockpalast Jam, in cui Betts funge da ospite speciale nientemeno che per gli Spirit, ed il solo pensare a Dickey e Randy California sullo stesso palco vi può solo far immaginare cosa i due riescano a fare, un fiume in piena tra rock, blues ed un tocco di psichedelia, un’aggiunta graditissima che forse da sola vale l’acquisto del box. E veniamo alla serata del 2008, altre dieci canzoni in cui un Dickey Betts notevolmente più esperto guida una band giovane ma con la bava alla bocca, a partire dal figlio Duane Betts, ottimo alla seconda chitarra, Frankie Lombardi e James Vanardo alla batteria, Andy Aledort alla terza chitarra, Pedro Arevalo al basso e Michael Kach all’organo.

Qui ci sono solo tre pezzi del Betts solista: la vibrante e bluesata Nothing You Can Do, la distesa Get Away, una delle rare slow ballads del nostro, anche se il suono è sempre molto potente, e la solare e corale Having A Good Time, decisamente gradevole e con qualche punto in comune con lo stile dei Grateful Dead. Il resto è repertorio degli Allman, con tre ripetizioni rispetto al concerto del 1978, e cioè una Elizabeth Reed che di minuti ne dura quasi venti (inutile dire che c’è da godere come armadilli), mentre sia Jessica che Ramblin’ Man, posta anche qui in chiusura, durano più o meno come trent’anni prima. Gli altri quattro pezzi sono una sempre solidissima Statesboro Blues, che apre il concerto nello stesso modo del mitico Live At Fillmore East, la stupenda Blue Sky, ovvero la quintessenza del Betts autore e musicista, con assoli di una liquidità impressionante, una tonante One Way Out da spellarsi le mani (qui attribuita per errore a Dickey stesso, mentre come saprete è del repertorio di Sonny Boy Williamson) e la meno famosa No One To Run With (era su Where It All Begins, l’ultimo album di studio della ABB con Betts al suo interno), una buona canzone anche se non mi sarebbe dispiaciuto ascoltare la splendida Seven Turns, una delle mie preferite in assoluto. Grandissimo doppio concerto quindi, direi imperdibile: sia che decidiate di ascoltarlo o di vederlo, il godimento è garantito.

Marco Verdi

Sceneggiatore E Autore Per Cinema E TV, Ma Anche Ottimo Musicista. John Fusco And The X-Road Riders

john fusco and the x-road riders

John Fusco And The X-Road Riders – John Fusco And The X-Road Riders – Checkerboard Lounge Records

Il nome di John Fusco come musicista sicuramente dice poco ai più, ed in effetti questo album con gli X-Road Riders è il suo esordio. Ma se scaviamo più in profondità scopriamo che questo signore è colui che ha scritto il soggetto originale di Crossroads (in Italia Mississippi Adventure), l’ottimo film del 1986 di Walter Hill, che proponeva una versione romanzata del famoso patto siglato al crocevia tra Robert Johnson e il Diavolo, con la colonna sonora di Ry Cooder e Steve Vai nella parte di quel “diavolo” di un chitarrista che duella con Ralph Macchio. Fusco ha comunque scritto anche i soggetti di Young Guns I e iI, Hidalgo, Spirit, l’imminente Highwaymen di Kevin Costner, la serie televisiva Marco Polo per la Netflix, quindi non è il primo pirla che passa per strada, e comunque ha anche questa “passionaccia” per la musica, il blues(rock) nello specifico e per il suo esordio discografico si fa aiutare da Cody Dickinson dei North Mississippi Allstars, che nel CD suona chitarra, dobro, piano, basso e batteria, lasciando le tastiere a Fusco, che si rivela essere anche un notevole cantante, in possesso di una voce profonda, vissuta e risonante, ben sostenuta dalle gagliarde armonie vocali di Risse Norman, una vocalist di colore dal timbro intriso di soul e gospel, come dimostrano tutti insieme nella potente Rolling Thunder che apre l’album e dove la slide tangenziale di Dickinson è protagonista assoluta del sound.

Drink Takes The Man è anche meglio, con l’organo di Fusco e la chitarra di Cody a duettare, mentre John, con l’aiuto sempre della Norman, imbastisce un blues-rock quasi alla Allman Brothers, sapido e gustoso, sempre con le chitarre di Dickinson in grande spolvero. L’album è stato registrato ai Checkerboard Lounge Studios di Southaven, Mississippi, ed esce per l’etichetta dello stesso nome, al solito con reperibilità diciamo difficoltosa, ma vale la pena di sbattersi, perché il disco merita: in Poutine c’è anche una piccola sezione fiati guidata dalla tromba di Joshua Clinger, e il suono si fa più rotondo, con elementi soul sudisti, sempre caratterizzati dalla voce allmaniana di Fusco, dal suo organo scintillante, dalle chitarre di Dickinson e dalla calda vocalità della Risse. Hello Highway, con l’armonica dell’ospite Mark Lavoie in evidenza, più che un brano di Dylan (con cui ha comunque qualche grado di parentela) sembra un brano della Band, quando cantava Rick Danko, con il tocco geniale di un piano elettrico a rendere più intensa la resa sonora di questa bellissima canzone. E non è da meno anche A Stone’s Throw un’altra bella ballata gospel-rock che miscela il sound della Band e quello degli Allman, con la lirica solista di Dickinson a punteggiare splendidamente tutto il brano, mentre Fusco e la Norman si sostengono a vicenda con forza.

Non ci sono brani deboli in questo album, anche I Got Soul, quasi una dichiarazione di intenti, di nuovo con l’armonica di Lavoie e il sax solista di Bradley Jewett, ha ancora questo impeto del miglior blues sudista, con Fusco che rilascia un ottimo assolo di organo, senza dimenticare di lavorare di fino anche al pianoforte. Can’t Have Your Cake, sembra la sorella minore di Midnight Rider di Gregg Allman, un’altra southern ballad di grande fascino, cantata con impeto dal nostro amico, mentre la chitarra è sempre un valore aggiunto anche in questo brano https://www.youtube.com/watch?v=HAOlJvEL_lE ; Boogie On The Bayou, è un altro blues di quelli gagliardi, con piano elettrico, chitarra, ed organo a supportare con trasporto la voce vellutata e vibrante di Fusco. Anche Once I Pay This Truck Off non molla la presa sull’ascoltatore, questa volta sotto la forma di una ballata elettroacustica insinuante, sempre calda ed appassionata, grazie all’immancabile lavoro di grande finezza offerto da Cody Dickinson https://www.youtube.com/watch?v=roz27n9cTlU , che per il brano finale chiama a raccolta anche la solista del fratello Luther per una versione di grande forza emotiva del super classico di Robert Johnson Crossroad Blues, con la band che rocca e rolla di brutto sul famoso riff della versione dei Cream, e la slide che imperversa nel brano, grande anche la Norman, anche se forse avrei evitato il freestyle rap di Al Kapone che comunque non inficia troppo una grande versione https://www.youtube.com/watch?v=RgAWx9IhzU8 , all’interno di un album di notevole spessore complessivo.

Bruno Conti

Altro Disco “Fantomatico” Purtroppo, Anche Se Molto Bello! Apple City Slough Band – Lower Highland To Paradise

apple city slough band lower highland to paradise

Apple City Slough Band  – Lower Highland To Paradise – Apple City Slough Band CD (forse) – Download Digitale

Per parafrasare una vecchia pubblicità, esagerando, si potrebbe dire: “Le Jam Band sono tante, milioni di milioni, ma la Apple City Slough Band vuol dire qualità”! Anche se non fa rima e forse è appunto un po’ esagerato: ma il sestetto californiano (da Watsonville, la Apple City della Contea  di Santa Cruz, da cui il nome) si autodefinisce una Americana Mountain Jam Rock Band, termine che indica sia il loro stile che la provenienza geografica. Sono insieme dal 2015 e questo Lower Highland To Paradise è il loro esordio, pubblicato dopo tre anni on road, con concerti tenuti soprattutto nei weekend e durante il tempo libero in fiere e picnic vari, visto che tutti i musicisti hanno un lavoro a tempo pieno per mantenersi e suonano per passione, però con la giusta attitudine, con un repertorio che attinge, oltre che dalle proprie canzoni, da Creedence, Grateful Dead, Allman Brothers, Clapton, alternati nei propri concerti.

Per il disco, registrato a Boulder Creek nel fine settimana del giorno della Festa della Mamma (quindi prima domenica di Maggio del 2018), si sono affidati semplicemente ad un ingegnere del suono Barry Tanner, che li ha aiutati a mettere su nastro, con molta semplicità, ed un suono ruspante, basico, ma vibrante, dieci canzoni originali, tutte tra i cinque e i sei minuti, dove la voce piacevole ed ispirata di Jamie Norton, il leader della band, è sostenuta dalla chitarra guizzante di Danny Grilli, dalle tastiere di Lindsey Bearden, unica presenza femminile, da una sezione ritmica precisa e senza particolari virtuosismi, Dave Ott, basso e Sparky (Ken) Klinger alla batteria, con l’aggiunta di Bobby Yliz alla chitarra ritmica e armonie vocali. Il risultato, come detto, è molto semplice e fresco, ci sono tutte le influenze citate, e il suono finale è un roots-rock che deve molto a tutti i nomi citati, probabilmente senza i virtuosismi di Allman, Clapton e Fogerty, ma con l’approccio dei Dead meno ricercati ed improvvisativi. Comunque estremamente godibile all’ascolto e di qualità molto buona, come certifica immediatamente l’iniziale Into The Blue dove la voce classica da cantautore di Norton si libra sulla liquida e guizzante chitarra di Grilli che lavora di fino e di continuo nel brano, ben sostenuta dal piano della Bearden https://www.youtube.com/watch?v=LYzWozxaypk ; Glow Upon The Steel è anche meglio, su un ritmo incalzante che ricorda vagamente i primi Dire Straits, sempre con la solista in bella evidenza, la band improvvisa con gusto e misura.

Don’t Mean Nothing è una tersa ed ariosa ballata anni ’70 che ricorda il miglior country-rock dell’epoca, o il sound della California da cui vengono anche i nostri amici https://www.youtube.com/watch?v=4Sve3VGlEfA . Riley Mae Never di nuovo costruita su un ritmo incalzante, ha degli agganci ancora con i Dead del periodo elettroacustico, un’altra piccola perla, Grilli non è Jerry Garcia, ci mancherebbe, ma suona con impeto, passione e bella tecnica. The Mud Just Might, ancora con un suono saltellante figlio dei Grateful Dead, prosegue con brio questa raccolta di belle canzoni, ripeto, semplici ma veramente gustose, come conferma pure Next Stop Siena (un omaggio all’Italia o si tratta di qualche strana località americana?), un’altra ballata sognante ricca di fascino senza tempo, sempre arricchita dall’eccellente lavoro di Grilli alla solista, che poi improvvisa su un riff di stampo decisamente più rock in Destination Unknown, uno dei brani più mossi ed elettrici del CD. Something I Ain’t Never Done prosegue questo viaggio nelle delizie dell’Americana Mountain Jam Rock degli Apple City, che poi sfoderano una Thinking Out Loud alla giusta intersezione tra Creedence e Grateful Dead, prima di congedarci con Orange Jam un pezzo più improvvisato e rock da jam band pura, sempre molto basilare nel suono naturale e senza produzioni ricercate di studio, ma per questo forse ancora più godibile https://www.youtube.com/watch?v=7JAHrMk17Mo . Al solito la reperibilità non è il punto di forza del CD, anzi, quindi se non avete previsioni di viaggi a Santa Cruz, buona caccia. Ne varrebbe la pena, i dischi belli diventano sempre più difficili da trovare. Se no, per una volta, ripiegate sul download digitale (siamo contrari, ma se non c’è alternativa).

Bruno Conti

Saranno Anche Vecchie Notizie, Ma Sono Decisamente Buone! The Steel Woods – Old News

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The Steel Woods – Old News – Woods Music/Thirty Tigers

Come potrebbe lasciar intendere il titolo del CD, gli Steel Woods sono la classica band old school: un connubio tra southern, innervato da robuste dosi di rock tirato, e il classico suono country della loro nativa Nashville. Quindi tanto Lynyrd Skynyrd sound, ma anche le sonorità dell’other side of Nashville, quella frequentata dal chitarrista Jason Cope, per nove anni il solista nella band di Jamey Johnson, e poi legami con le ultime leve del rock sudista, a partire dai Blackberry Smoke.  Nove brani originali e sei cover, più della metà posizionate alla fine del disco. Un suono dove non si fanno molti prigionieri, due chitarre, basso, batteria e pedalare. Ovviamente tra le influenze e le “parentele” possiamo citare anche Chris Stapleton, JJ Grey, Black Crowes, e naturalmente Allman Brothers.

L’iniziale e poderosa All Of These Years sembra proprio una riuscita fusione tra Lynyrd e Allman, chitarre a tutto riff, la voce gagliarda di Wess Bayliff, che all’occorrenza è in grado di suonare qualsiasi strumento, oltre alla chitarra, tastiere, basso, mandolino, armonica, oltre a firmare con Cope quasi tutte le canzoni, ma in questo caso è il suono delle due soliste a dominare un brano che è puro southern rock d’annata. Il secondo pezzo Without You è una delle classiche power ballads dove la componente country non è insignificante, ma il lavoro della slide nobilita il brano con raffinata classe; Changes era su Black Sabbath Vol. 4 (prego?!), ma qui viene rivestita da una insolita patina funky-soul-rock che potrebbe rimandare al JJ Grey ricordato poc’anzi, con la voce vissuta di Bayliff che intona con passione le liriche di Geezer Butler, come se uscissero da qualche fumoso locale del Sud degli Stati Uniti, mentre le chitarre si fronteggiano quasi con lievità. Wherewer You Are è una ballatona elettroacustica malinconica di quelle che piacerebbero a Chris Stapleton, parte con voce e chitarra acustica appena accennata, poi in un lento crescendo entrano tutti gli strumenti, incluso violino e viola suonati da Jake Clayton, che danno un tocco leggiadro al tutto; ma il rock ovviamente non manca, Blind Lover, con un riff muscoloso e la ritmica che picchia alla grande, potrebbe rimandare ai Black Crowes più ingrifati, con le chitarre spianate https://www.youtube.com/watch?v=GQwT4YCWq6Q   e, sempre per rimanere in ambito sudista Compared To A Soul, con un solido giro di basso ad ancorarla, ricorda certi brani  più“scuri” e cadenzati dei vecchi Lynyrd Skynyrd.

Molto bella anche la title track Old News, un’altra ballata con ampio uso di archi, cantata splendidamente da Bayliff e con un bel assolo di slide di Cope; Anna Lee è uno dei brani più country del disco, con mandolino e chitarre acustiche a dominare il sound, dove comunque le elettriche si fanno sentire con forza. Red River (The Fall Of Jimmy Sutherland) è un breve strumentale dal suono poderoso a tutte chitarre, come eccellente è la cover di The Catfish Song di Townes Van Zandt che si trasforma in un pezzo molto ritmato ed elettrico, con armonica e piano ad integrare il suono robusto delle chitarre (come facevano un tempo gli Skynyrd con JJ Cale), seguita da Rock That Says My Name, un lungo brano “epico” che ricorda le cose più elettriche di Steve Earle. Nella parte finale troviamo quattro cover, One Of These Days di Wayne Mills, un honky –tonker non molto conosciuto, comunque una ballata deliziosa con uso pedal steel suonata da Eddie Long, Are The Good Times Really Over (I Wish A Buck Was Still Silver)di Merle Haggard, ancora country music di qualità sopraffina, di nuovo con pedal steel in evidenza. E per concludere in bellezza una “riffata” Whipping Post degli Allman Brothers, con l’organo a duettare con le chitarre con una grinta e risultati invidiabili https://www.youtube.com/watch?v=I3c6uzt4aac , e dulcis in fundo, Southern Accents di Tom Petty, un elegiaco e sentito inno al Sud degli States, interpretato con vibrante passione,  a conclusione di un album decisamente soddisfacente e che illustra la statura degli Steel Woods, veramente bravi.

Consigliato vivamente.

Bruno Conti

Per Rivalutare (In Parte) Un Gruppo Spesso Bistrattato. Molly Hatchet – Fall Of The Peacemakers 1980-1985

molly hatchet fall of the peacemakes box

Molly Hatchet – Fall Of The Peacemakers – Cherry Red/Sony 4CD Box Set

Nel panorama dei gruppi southern rock degli anni settanta, a parte la sacra triade formata da Allman Brothers Band, Lynyrd Skynyrd e Marshall Tucker Band, una delle band più popolari, ma negli anni più maltrattate dalla critica sono stati (esistono ancora, seppur senza membri originali al suo interno) i Molly Hatchet, provenienti da Jacksonville, Florida, la vera culla del southern, e fondati nel 1971 dai chitarristi Dave Hlubek (scomparso nel 2017) e Steve Holland, ai quali si sono aggiunti negli anni seguenti (il loro esordio discografico avverrà solo nel 1978) il terzo chitarrista Duane Roland, il cantante solista Danny Joe Brown e la sezione ritmica formata da Banner Thomas e Bruce Crump. Considerati da sempre fautori di un southern rock grezzo e destinato a palati non proprio raffinatissimi, con sconfinamenti anche nell’hard rock, i MH nella seconda metà dei seventies hanno invece pubblicato tre album di buona fattura, di certo inferiori a quelli dei tre gruppi da me citati all’inizio, ma con una loro logica all’interno del calderone southern: Molly Hatchet (1978), Flirtin’ With Disaster (1979, il loro migliore per il sottoscritto, contiene la strepitosa Boogie No More) e Beatin’ The Odds (1980, con Jimmy Farrar alla voce al posto di Brown) sono tre album che non sfigurerebbero nella collezione di qualsiasi amante della buona musica, ed ebbero anche un buon successo di vendite, forse grazie anche alle iconiche copertine in stile medievale-fantasy ad opera di Frank Frazetta.

In genere si pensa che da lì in poi i MH abbiano indurito il loro sound, adattandolo ai gusti dell’epoca ed allontanandosi dunque dai territori southern, e se questo può essere condivisibile quando parliamo del periodo che va dalla seconda metà degli anni ottanta fino più o meno ad oggi, l’inizio degli eighties non è poi così disastroso, e questo boxettino di quattro CD, intitolato Fall Of The Peacemakers 1980-1985 (il titolo secondo me è fuorviante, in quanto Beatin’ The Odds non c’è ed il primo album contenuto è del 1981), appena uscito, è qui per ricordarcelo. Quattro CD, tre in studio più uno dal vivo, che dimostrano che i nostri erano ancora in grado di fare musica coinvolgente e sanguigna, una miscela molto tonica di rock, southern e boogie, e solo nel terzo dischetto si nota qualche cedimento verso un genere più “levigato”. La confezione non è spartana come altre di questo tipo, ma contiene un bel libretto di più di trenta pagine con note e crediti, ed i dischetti hanno anche delle bonus tracks (tranne quello dal vivo). Take No Prisoners (1981), ancora con Farrar alla voce solista (e come cantante lo preferisco a Brown) è un ottimo dischetto di energico southern rock, forse con i primi accenni di toni più hard, ma comunque piacevole, a partire dalla trascinante Bloody Reunion, un rock’n’roll chitarristico di grande presa, potenziato dalla sezione fiati dei Tower Of Power (presente anche nell’accattivante Lady Luck, un perfetto esempio di rock sudista radiofonico ma con un suono non ancora compromesso).

Altri brani degni di nota sono lo scatenato boogie Respect Me In The Morning, con la gran voce di Joyce Kennedy dei Mother’s Finest in duetto con Farrar, una granitica versione di Long Tall Sally di Little Richard (notevole la performance chitarristica), l’ottima Power Play, potente rock song alla Skynyrd, ricca di feeling e suonata alla grande, l’orecchiabile Don’t Leave Me Lonely ed il coinvolgente boogie Dead Giveaway. Ma anche i pezzi più normali, come Loss Of Control e All Mine, hanno delle parti di chitarra di livello egregio. Questo primo dischetto è anche quello con le bonus tracks più interessanti: a parte un paio di single versions, abbiamo una grintosa ancorché breve Mississippi Queen dei Mountain, suonata dal vivo con Ted Nugent, e, per la prima volta su CD, un raro promo EP live uscito sempre nell’81, sei canzoni, tra cui due scintillanti riletture di Few And Far Between e Dead And Gone ed una cover tostissima di Penthouse Pauper dei Creedence. No Guts, No Glory (1983) vede il ritorno di Brown alla voce ed il cambio della sezione ritmica, con l’arrivo di Riff West al basso e Barry Borden alla batteria, ed è l’unico album in studio della loro discografia ad avere in copertina una foto del gruppo invece dei famosi disegni. Lo stile però non cambia: si inizia con la possente What Does It Matter?, tra hard e southern, e si prosegue con il rock’n’roll sotto steroidi di Ain’t Even Close ed il travolgente boogie Sweet Dixie. Ma il centerpiece del disco è la straordinaria Fall Of The Peacemakers, un tour de force epico che è considerata una delle loro signature songs, la loro Freebird, una lunga ed evocativa ballata che si trasforma in un infuocato inno rock di quelli che non vorresti finissero mai, otto minuti di grande musica.

Una breve menzione anche per la diretta What’s It Gonna Take?, dal ritornello vincente, la squisita Kinda Like Love, singolo portante del disco e brano quasi country, e Both Sides, gustoso strumentale dall’approccio molto Skynyrd (il riff somiglia parecchio a quello di Sweet Home Alabama). Come bonus, solo due “radio edit” di brani dell’album. The Deed Is Done (1984) vede l’ingresso nella band di John Galvin alle tastiere (in sella ancora oggi) e soprattutto il cambio di produttore: da Tom Werman, presente in tutti i dischi fino a quel momento, si passa a Terry Manning, che garantisce una svolta più radiofonica nel suono con elementi quasi AOR (era l’uomo dietro Eliminator degli ZZ Top, ed è per questo che gli Hatchet lo hanno ingaggiato), un suono che però con i MH non c’entra una mazza. E proprio una outtake degli ZZ Top di quel periodo sembra Satisfied Man (così come Good Smoke And Whiskey): chitarre dure, synth, big drum sound tipico degli anni ottanta e refrain corale, un abisso rispetto agli Hatchet conosciuti fino a questo punto. Backstabber sembra opera di uno dei mille gruppi “hair metal” di scena a Los Angeles all’epoca, She Does She Does ricorda il Glenn Frey di The Heat Is On, Stone In Your Heart non sarebbe male ma è piena zeppa di sintetizzatori, Man On The Run è brutta e basta. Si salvano Heartbreak Radio, una cover di Frankie Miller che mantiene lo spirito rock’n’roll dei primi dischi (ma Roy Orbison la rifarà in modo migliore), e lo strumentale acustico Song For The Children. Nei bonus i soliti due singoli e due canzoni dal vivo (Walk On The Wild Side Of Angels e Walk With You) tratte da Double Trouble Live ma omesse dalla prima stampa in CD per motivi di durata.

E proprio Double Trouble Live (1985, registrato tra Jacksonville e Dallas con Crump che riprende il suo posto alla batteria) è il quarto dischetto di questo box, un album uscito fuori tempo massimo per essere inserito nella categoria “doppio dal vivo degli anni settanta”, tappa obbligatoria per qualsiasi gruppo di quella decade. Ma l’album funziona lo stesso, e mostra i nostri al massimo della loro potenza e feeling, ed anche i brani di The Deed Is Done (Stone In Your Heart, Satisfied Man) ne escono migliorati, nonostante Galvin non rinunci del tutto ad usare il synth. Non mancano i brani più noti dei primi tre album (Whiskey Man, Gator Country, Bounty Hunter, Beatin’ The Odds) ed anche un pezzo dall’unico disco solista di Brown (Edge Of Sundown), ma il meglio i nostri lo danno con le trascinanti Flirtin’ With Disaster e Bloody Reunion e soprattutto con le strepitose Boogie No More e Fall Of The Peacemakers, dimostrando che il palco è la dimensione naturale per canzoni come queste. Ci sono anche due cover di lusso come Freebird degli Skynyrd e Dreams I’ll Never See degli Allman (che poi sarebbe semplicemente Dreams), non al livello delle originali ma più che dignitose. Da questo momento in poi la carriera dei Molly Hatchet si arenerà decisamente, ed i nostri non riusciranno più a tornare sulla retta via, ma questo box set, se non possedete già i dischi al suo interno, è un acquisto che mi sento di consigliare sia per il costo contenuto, sia perché per almeno tre quarti è composto da musica di buon livello.

Marco Verdi

L’Airone Dell’Oklahoma Ha spiccato Il Volo, Con Un Grande Disco. Levi Parham – It’s All Good

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Levi Parham – It’s All Good – Horton Records/Continental Record Services

Il 23 luglio dello scorso anno mi trovavo a Pusiano, la bella località in provincia di Como dove da diversi anni si svolge il Buscadero Day, imprescindibile appuntamento per tutti gli appassionati di ottima musica rock. Ingolosito dal ricco cast previsto in cartellone, dal bravo e simpatico Joe D’Urso fino alle stelle della serata Alejandro Escovedo e Willie Nile, poco dopo le diciotto e trenta mi trovavo seduto sull’erba a godermi il sole e la piacevole brezza proveniente dal lago, quando un quartetto è salito sul palco, guidato da un magro spilungone con occhiali da sole e berretto con visiera. Sono bastati pochi accordi del primo pezzo per farmi provare autentici brividi di piacere, ancora più intensi perché inattesi. Così è stato per tutta la durata dell’esibizione di Levi Parham, che allora, colpevolmente, non conoscevo, come del resto quasi tutti i presenti. I brani eseguiti provenivano per lo più dal suo CD del 2016, These American Blues, prodotto dal compianto Jimmy LaFave (che si può definire a pieno titolo suo mentore e scopritore), dopo le due prove ancora acerbe ed autoprodotte, l’esordio An Okie Opera del 2013 e l’Ep Avalon Drive dell’anno seguente. Un’esibizione eccellente, quella del giovane songwriter originario di McAlester, piccola cittadina dell’Oklahoma, che ha conquistato la platea grazie ad un melange irresistibile di folk, rock e blues, scandito dalla sua voce ricca di sfumature, dalle sferzate elettriche dell’ottimo chitarrista che lo accompagnava e da una solida sezione ritmica.

Appena un mese dopo, Parham, rientrato negli States, ha avuto la geniale idea di raccogliere un gruppo di musicisti tra i più dotati della zona di Tulsa (tra cui i fratelli Jesse e Dylan Aycock, Paul Benjaman e John Fullbright, autori di buoni dischi in proprio) e di recarsi con loro al Cypress Moon Studio di Muscle Shoals in Alabama, dove sono nati tanti dischi leggendari, come quelli di Aretha Franklin o dei Rolling Stones, solo per fare due nomi. L’esito di quelle sessions di registrazione è ora qui nelle nostre mani e supera ogni rosea previsione. It’s All Good, così si intitola, è un disco splendido, uno dei migliori usciti quest’anno (e lo sarà fino alla fine, ne sono certo) in quanto possiede un sound ed un livello di composizione capace di rinverdire i fasti di grandi album del passato che abbiamo consumato, come Dixie Chicken dei Little Feat o Layla di Derek & The Dominoes. Un suono che trasuda di umori southern in ogni nota, basato sulle chitarre, con l’uso della slide sempre in primo piano, ma impreziosito dal sapiente uso delle tastiere e dal sax. L’apertura è affidata a Badass Bob, già presentata dal vivo a Pusiano, che parte pigra e lenta come lo scorrere del Mississippi vicino al delta, animandosi gradualmente fino al bell’assolo centrale, mentre Levi passa con disinvoltura dai toni sommessi a quelli aggressivi, evocando il fantasma di Lowell George. La tensione aumenta in Borderline, drammatica storia di confine, in cui la fuga del protagonista nel finale del pezzo viene enfatizzata dal continuo ed esaltante sovrapporsi delle chitarre suonate da Dustin Pittsley e dai già citati Paul Benjaman e Jesse Aycock in un crescendo tipico delle southern rock bands. Il blues, torrido e viscerale, domina nella seguente Turn Your Love Around, lenta, sofferta e incendiata da un sontuoso assolo di slide  mentre Parham offre un’interpretazione vocale da brivido, sostenuto dalle due coriste, Lauren Barth e Lauren Farrah.

My Finest Hour è uno dei vertici assoluti dell’album, sembra il punto d’incontro tra Jackson Browne e Gregg Allman, partendo come una ballad di chiaro stampo californiano e  trasformandosi poi in una jam session dove ciascuno dei musicisti presenti offre il proprio contributo nel creare un seducente magma sonoro. Gli Stones di Exile On Main Street si candidano come maggior fonte d’ispirazione per la ruspante Boxmeer Blues, in cui Fullbright si mette in luce con un delizioso assolo di piano elettrico e hammond, prima di lasciare spazio alle chitarre. La suadente Shade Me è invece il più evidente tributo pagato da Parham & soci all’eterna e infinita eredità beatlesiana, melodia splendida e chitarre che citano George Harrison o il Clapton di Derek & The Dominos, se preferite. Heavyweight non è inedita, bensì il rifacimento di un brano tratto da An Okie Opera, il disco d’esordio di Levi. Questa nuova versione ne accentua la componente blues e la devozione del suo autore per i mitici Little Feat, sentire per credere l’uso della slide e del piano. Kiss Me In The Morning è l’ennesima riprova del talento di Parham, arricchita da un bell’intervento del sax di Michael Staub, come pure la successiva title.track,  che mantiene quelle indolenti cadenze blueseggianti che tanto abbiamo amato nei capolavori degli anni settanta della band di Lowell George. C’è spazio ancora per un ultimo brano, All The Ways I Feel For You, un’oasi acustica che non guasta dopo tanti riff elettrici, una intensa e delicata love song eseguita col giusto pathos in assoluta soitudine. Levi Parham con questo It’s All Good si conferma uno dei più validi cantautori dell’attuale scena americana, non è più una promessa ma un’esaltante realtà, ascoltare per credere!

Marco Frosi

 *NDB Il disco sta uscendo un po’ a macchia di leopardo in giro per il mondo: in Europa su CRS è già stato pubblicato il 25 maggio, in Inghilterra uscirà l’8 giugno e il 15 giugno negli USA su Horton Records, l’etichetta per cui hanno inciso album anche molti dei musicisti usati da Levi e che vale la pena di esplorare.

Southern Rock Anomalo Per La Collocazione Geografica Ma Non Per L’Ottimo Stile! Hogjaw – Way Down Yonder

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Hogjaw – Way Down Yonder – Snakefarm Records/Caroline/Universal

Come filone musicale, inserito nel più ampio panorama del rock americano, il “southern” nasceva  all’incirca una quarantina di anni  fa grazie all’opera dei due fratelli Allman, Duane e Gregg, che grazie alla loro fusione di rock, blues e country, unite ad una propensione per l’uso della jam strumentale, mutuata dal jazz, “inventavano” un genere che poi si sarebbe imposto nel corso degli anni e tuttora  vanta formazioni vecchie e nuove che si succedono anche se la scomparsa lo scorso anno proprio di Gregg Allman è stata un colpo e una ferita non facile da assorbire. Tra le formazioni diciamo emergenti ci sono gli Hogjaw, una band originaria dell’Arizona, zona che se geograficamente fa indubbiamente parte degli Stati del Sud, a livello musicale di solito non si inserisce nel filone southern rock: molte belle canzoni hanno citato l’Arizona e le sue città, da Take It Easy di Jackson Browne/Eagles a Get Back dei Beatles, passando per By The Time I Get To Phoenix, il brano di Jimmy Webb, reso celebre da Glenn Campbell. Anche gli Hogjaw vengono da laggiù, un quartetto dalle facce truci e anche un po’ trucide a giudicare dalle foto, che con questo Way Down Yonder arrivano al sesto album pubblicato in dieci anni di attività.

La band è formata da Jonboat Jones voce e chitarra, Jimmy Rose chitarra solista, Elvis DD basso e Kwall batteria, già fin dai nomi calati a fondo nelle coordinate del genere, poi rafforzate dalla loro ammirazione espressa sia a livello verbale come nell’atto pratico, con un debito a livello sonoro ed una devozione per band come  Marshall Tucker Band, Allman Brothers Band, Charlie Daniels, ZZ Top e  Lynyrd Skynyrd, ma anche i primi Outlaws e i Blackfoot, spesso citati tra le influenze. Aiutati dalla formula classica della doppia chitarra solista, da un cantante con la voce potente ma anche forgiata da bourbon e whiskey, con  una sezione ritmica rocciosa a suo agio anche nell’ambito hard-rock gli Hogjaw sono una ottima band.  Undici brani firmati dai componenti del gruppo con i loro veri nomi  – Damon Deluca / Jason Kowalski / Jimmy Rose / Jason Wyatt, uno corrisponde a quelli sopra –  che spaziano in tutti gli stili del perfetto “sudista”, dall’iniziale raffinata ma incalzante Back Home Today, che sembra un brano della Marshall Tucker Band circa 1973/74, con le twin guitars e la voce di Jonboat subito sul pezzo, veramente una apertura deliziosa. E’ un attimo e ci tuffiamo subito nel boogie-rock più “riffato” di To Hell With Rock, che pare una canzone dei Lynyrd Skynyrd o dei Blackfoot, ma anche gli ZZ Top approverebbero, la solista di Rose è veramente potente ma anche pulita e ricca di tecnica.

Brown Water rimane negli stessi territori, sezione ritmica potente, chitarre gemelle sparate a tutto volume e la voce vissuta di Jones ben evidenziata. Ma c’è spazio anche per il desert rock sinuoso di North Carolina Way con la band comunque subito pronta a rilanciare le soliste in continui rimandi al southern più classico, anche con qualche retrogusto che rimanda agli Outlaws più ingrifati e chitarristici, cioè quelli di sempre; la title track Way Down Yonder non alza il pedale dall’acceleratore, gli assoli sono sempre caldi e frementi e Jonboat Jones guida gli Hogway con il suo vocione potente, anche se il brano è più scontato, mentre in Dark Horse il suono si sposta verso  un hard rock ‘70’s più di maniera per quanto ben suonato e con le chitarre sempre pronte a scatenarsi. Poteva mancare il classico lentone alla Lynyrd Skynyrd? Certo che no e quindi vai con la power ballad, una potente Redemption che rinverdisce i fasti del miglior rock sudista, con l’immancabile crescendo chitarristico nel finale. Molto buone anche le gagliarde I Got A Pencil e Never Surrender, ancora con le soliste che non fanno prigionieri, e pure Beast Of Burden non molla la presa. Solo per la conclusiva Talk About Fishin’ imbracciano chitarre acustiche, dobro, banjo e mandolini per una pausa acustica. Niente di nuovo sotto il sole, che in Arizona è comunque caldo e scalda il cuore. L’album è uscito da qualche mese negli Stati Uniti, ma proprio in questi giorni ha avuto anche una distribuzione europea ( e italiana).

Bruno Conti

Canadesi Dal Cuore (E Dal Suono) Sudista. The Sheepdogs – Changing Colours

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The Sheepdogs – Changing Colours – Dine Alone Records/Warner Music Canada

Avete voglia di rituffarvi nei suoni degli anni Settanta? Siete rimasti degli inguaribili fans del buon rock sudista consumando i vostri vinili degli Allman Brothers o dei Lynyrd Skynyrd? Il vostro cuore batte forte quando parte lo splendido coro di Suite Judy Blue Eyes di Crosby, Stills & Nash? Vi ritrovate ogni tanto a canticchiare l’irresistibile (e un po’ ruffiano) ritornello di The Joker della Steve Miller Band? Vi do un consiglio: procuratevi il nuovo CD dei canadesi Sheepdogs e placherete subito tutte le vostre crisi di astinenza. La band, originaria di Saskatoon, la più popolosa città della provincia del Saskatchewan, è attiva dal 2006 ed ha già alle spalle cinque albums e due EPs. Si è formata grazie all’incontro, avvenuto in ambito scolastico, tra il chitarrista e cantante Ewan Currie e il bassista Ryan Gullen, a cui si aggregò il batterista Sam Corbett. Il trio, abbinando al proprio materiale di matrice rock-blues alcune covers dei Black Keys e dei Kings Of Leon, cominciò ad esibirsi nei locali della zona riuscendo a pubblicare un EP a nome The Breaks. Reclutato Leot Hanson come secondo chitarrista, mutarono il proprio nome in Sheepdogs e registrarono, autoproducendosi, i primi due albums intitolati Trying To Grow e Big Stand. La svolta per la loro carriera arrivò nel 2011, quando vinsero un concorso indetto dalla rivista Rolling Stone riservato a gruppi rock ancora privi di contratto discografico. Tale vittoria valse la copertina del prestigioso mensile nell’agosto di quell’anno, un contratto con l’etichetta Atlantic che ristampò subito il loro terzo disco Learn & Burn , oltre ad un secondo EP intitolato Five Easy Pieces, e la partecipazione a programmi musicali di rilievo come Late Night with Jimmy Fallon e ad importanti festival come il Bonnaroo, con conseguente aumento di fama e di vendite.

L’album omonimo, pubblicato nel 2012, diede ulteriore spinta agli Sheepdogs vincendo importanti premi della critica e piazzandosi nei primi posti delle classifiche canadesi. Il successivo Future Nostalgia del 2015 vide un parziale mutamento nella line-up della band, con l’abbandono di Leot Hanson, sostituito alla seconda chitarra da Rusty Matyas, e l’ingresso in pianta stabile del fratello minore di Currie, Shamus, che già saltuariamente in passato aveva suonato tastiere ed alcuni strumenti a fiato. Alla fine di quell’anno Matyas fu a sua volta rimpiazzato dal chitarrista di chiara matrice blues Jimmy Bowskill (ottimo anche alla lap steel guitar), che ha dato un notevole contributo, anche compositivo, alle 17 tracce del nuovo disco Changing Colours. Pronti, via! Come si diffondono le prime note del giro armonico che apre Nobody, sentirete il vostro piedino partire da solo tenendo il ritmo, mentre il vortice di chitarre, lap steel, basso e batteria si fa sempre più coinvolgente fino al ritornello assassino che vi entra nel cervello https://www.youtube.com/watch?v=hlPIp8DJUEI . Il primo singolo, I’ve Got A Hole Where My Heart Should Be, ribadisce le influenze sudiste del gruppo ed anche una evidente capacità di costruire riff semplici ed accattivanti, presenti anche nella successiva Saturday Night che pare quasi un outtake di Fly Like An Eagle della Steve Miller Band. Con Let It Roll ci immergiamo nei panorami bucolici del Tennessee o dell’Alabama, tra chitarre acustiche e lap steel in primo piano. Cambio radicale di atmosfere per The Big Nowhere, in cui compaiono i fiati e gli Sheepdogs sembrano voler citare i Santana dei tempi d’oro.

Ancora la sezione fiati apre la suadente ballad I Ain’t Cool dagli echi piacevolmente beatlesiani con brillanti armonie vocali e un bell’assolo di trombone del più giovane Currie, bravo pure al piano e all’hammond. You Got To Be A Man è tosta ma non particolarmente significativa, molto meglio la notturna Cool Down, che strizza l’occhio alla psichedelia californiana con un raffinato lavoro di chitarre e piano elettrico protagonista. Il finale in crescendo si interrompe bruscamente per dare spazio allo splendido duetto chitarristico di Kiss The Brass Ring, in puro stile Allman Bros, chiara fonte d’ispirazione anche per la solare Cherries Jubilee. Il continuo cambiar pelle nella sequenza delle canzoni è una delle doti vincenti di quest’album, come dimostra anche la lunga ed intensa I’m Just Waiting For My Time, che parte lenta con la voce supportata dal suono di un flauto per prendere corpo man mano che si sviluppa su trame che ci riportano indietro agli amati anni settanta. In Born A Restless Man gli Sheepdogs si travestono da bluegrass band e dopo l’oasi strumentale di The Bailieboro Turnaround ci mostrano come si scrive una grande country ballad con la turgida Up In Canada. C’è ancora spazio per le velleità da jam band di Hms Buffalo ed Esprit Des Corps, in cui Currie & soci tralasciano il cantato per suonare a ruota libera lungo le polverose strade che conducono a Sud, dove stanno ben piantate le loro radici. La conclusione è affidata alla luminosa Run Baby Run dove cogliamo, nelle raffinate armonie vocali, un riferimento per nulla nascosto ai numi ispiratori Crosby, Stills & Nash. Recentemente, il leader Ewan Currie, chiamato a definire il suono della sua band, ha risposto: pure, simple good-time music. Come dargli torto?

Marco Frosi

Un Live Tira L’Altro. Dickey Betts & Great Southern – Southern Jam New York 1978

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Dickey Betts & Great Southern – Southern Jam New York 1978 – Rockbeat 2 CD

Negli ultimi anni, diciamo dieci abbondanti, sono usciti più dischi dal vivo di Dickey Betts, attribuiti a lui, ai Southern Allstars o con i Great Southern, di quanto pubblicato in tutta la sua carriera restante, Allman Brothers esclusi ovviamente. Ormai della grande band sudista nella formazione originale, a parte Jaimoe, è rimasto vivo solo lui, gli altri non ci sono più e quindi per certi versi toccherebbe proprio a Betts tenere alto il vessillo della gloriosa formazione di Macon, ma il chitarrista sono anni che non pubblica un album di studio, più di 15, dai tempi di Let’s Get Together e quindi ci dobbiamo “accontentare” di queste pubblicazioni di archivio: il doppio del Rockpalast copriva registrazioni sia del 1978 come del 2008, mentre il Live At Metropolis, della categoria broadcast, viene sempre dal 2008, altri come Coffee Pot o quello a nome Southern Allstars al Capitol Theatre di Passaic, peraltro ottimi, documentano i concerti del 1983 http://discoclub.myblog.it/2016/09/07/dei-sudisti-antichi-ne-vogliamo-parlare-the-southern-allstars-live-radio-broadcast-capitol-theatre-passaic-nj-may-7th-1983/ , The Official Bootleg riguarda un concerto del 2006, quindi questa Southern Jam del 1978 a New York giunge graditissima.

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https://www.youtube.com/watch?v=35AqdIC3QBM

Come dicono i tipi della RockBeat pare trattarsi di uscita autorizzata dagli artisti e presa da registrazioni pre-FM, cioè catturate prima della diffusione radiofonica e poi rimasterizzate (non sempre è vero per i loro prodotti, e anche qui ho dei dubbi in proposito): comunque la qualità è in effetti molto buona, ogni tanto c’è un effetto proprio da broadcast radiofonico con il sound che si fa a tratti “sibilante” e pasticciato, ma più che accettabile. Però la qualità musicale compensa abbondantemente, siamo a Hempstead, New York (quindi nella tana del “nemico” nordista, ma vicino ai luoghi dei trionfi degli Alllman), 11 Agosto 1978, la band è eccellente, con la doppia batteria di David Toler e Donnie Sharbono, fratello Dan Toler alla seconda chitarra, David Goldflies  al basso e Mimi Hart alle armonie vocali, della line-up del secondo album manca giusto Reese Wynans alle tastiere, sostituito da Michael Workman, che comunque era presente in Atlanta’s Burning Down, uscito pochi mesi prima. E poi c’è un Dickey Betts formidabile, chitarrista mai abbastanza lodato, spesso considerato la ruota di scorta di Duane Allman, e poi offuscato negli ultimi anni degli Allman Brothers da Warren Haynes e Derek Trucks, ma pure lui solista sopraffino, con un tocco vellutato dalle nuances country e blues, ma in grado di scatenare uragani di note rock e improvvisazioni di stampo quasi jazzistico, come gli illustri colleghi citati poc’anzi: Run Gypsy Run viene dal primo album dei Great Southern ed è una partenza formidabile, il sound è quello di Brothers And Sisters, pura musica sudista, con le due batterie e il basso di Goldflies che offrono un formidabile supporto ritmico alle divagazioni soliste di un ispiratissimo Betts, ben supportato da Dan Toler, e la Hart aggiunge un pizzico di “soul” alla voce non memorabile di Dickey, You Can Have Her (I Don’t Want Her) e Good Time Feeling hanno il classico suono tra country e rock del miglior Betts, decisamente più bluesata e boogie southern la seconda.

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https://www.youtube.com/watch?v=qqgvZ_aF7n0

In Memory Of Elizabeth Reed arriva quasi subito, versione compatta di “soli” 11 minuti, con partenza attendista e poi il classico e fluido riff che si dispiega in tutta la sua bellezza, con la slide di Betts che disegna linee sinuose mentre Toler cerca di sostituire Duane; Bougainvillea dal primo album omonimo è uno dei pezzi più belli del Dickey Betts solista, una struggente ballata degna dei brani migliori degli Allman Brothers, buona ma non eccelsa California Blues a parte per il lavoro scintillante della chitarra, ribadito e portato alla ennesima potenza nel medley che chiude il primo CD, si parte con Jessica, poi arriva Southbound e nel finale di nuovo Jessica, che dire? Una meraviglia, anche Toler è brillantissimo e le due chitarre all’unisono sembrano teleguidate. Anche il secondo dischetto applica la stessa formula: si parte con Crazy Love, allora inedita e che sarebbe apparsa su Enlightened Rogues, il disco della prima reunion degli Allman del 1979, vigoroso pezzo blues-rock dove le slide vanno di gusto e la Hart ricopre il ruolo di Bonnie Bramlett nella versione di studio, seguita da Long Time Love, l’unico estratto da Highway Call, a questo punto del concerto arriva una monumentale High Falls, che era su Win, Lose Or Draw, diviso in due parti lo strumentale complessivamente dura quasi 27 minuti, compresi gli immancabili e lunghissimi assoli di batteria e basso, pura goduria sonora, con le due chitarre magiche, ma anche la band suona in modo splendido, sembrano quasi gli Allman Brothers. E non manca neppure una godibilissima Blue Sky, tratta da Eat A Peach, richiesta dal pubblico, ancora con le intricate linee soliste delle twin guitars di Dickey Betts e Dan Toler,  in grado di creare nuove meraviglie sonore, prima del commiato finale dedicato ad una sontuosa Ramblin’ Man.

Bruno Conti