Un Sentito Omaggio Al Vecchio “Fiddlin’ Man”! VV.AA. – Volunteer Jam XX: A Tribute To Charlie Daniels

volunteer jam xx

VV. AA. – Volunteer Jam XX: A Tribute To Charlie Daniels – Blackbird 2CD

Come probabilmente molti di voi sapranno, la Volunteer Jam è un mega-concerto patrocinato dalla Charlie Daniels Band che dal 1974 si tiene annualmente a Nashville, una sorta di celebrazione della musica del Sud e non solo, che nel tempo ha visto alternarsi sul palco gruppi e solisti del calibro di Allman Brothers Band, Marshall Tucker Band, Stevie Ray Vaughan, Emmylou Harris, Carl Perkins, Don Henley, Nitty Gritty Dirt Band e molti altri, oltre naturalmente ai padroni di casa. Proposta quasi ininterrottamente fino al 1987 (solo il 1976 fu saltato), questa festa si è poi svolta appena tre volte negli anni novanta, per poi riprendere con cadenza annuale solo nel 2014: quest’anno è stato particolarmente importante, prima di tutto perché si trattava del ventesimo anniversario, e poi perché è stato deciso di trasformare la serata in un tributo allo stesso Charlie Daniels ed ai suoi 81 anni (82 quando leggerete queste righe). Volunteer Jam XX è dunque il resoconto di questo show, un doppio CD (non c’è la parte video, almeno per ora) registrato il 7 Marzo di quest’anno alla Bridgestone Arena di Nashville, una bellissima serata in cui una lunga serie di musicisti rock e country hanno pagato il loro tributo al barbuto cantante e violinista, con alle spalle una house band strepitosa: Jamey Johnson, Audley Freed e Tom Bukovac alle chitarre, Don Was al basso, Chuck Leavell alle tastiere, Sam Bush a violino e mandolino e Nir Z (?) alla batteria, oltre alle McCrary Sisters ai cori.

L’unica cosa che non capisco è perché non sia stato pubblicato il concerto intero, che ci stava comodamente su due CD, ma “solo” 22 canzoni, lasciando fuori performance come quella di Johnson (Long Haired Country Boy) ed ignorando completamente la partecipazione di Alison Krauss. Quello che c’è comunque è più che soddisfacente, anche se non tutte le prestazioni sono allo stesso livello: le canzoni del songbook di Daniels occupano circa l’80% della serata, ma ci sono anche diversi altri brani ormai entrati nella leggenda della musica southern, tra cui più di un omaggio agli Allman. Apertura in perfetto stile southern country con la sanguigna Trudy, ad opera dei Blackberry Smoke, sempre di più una garanzia, seguita dagli Oak Ridge Boys in gran spolvero con una coinvolgente Brand New Star, tra gospel e mountain music, e da Brent Cobb (cugino di Dave) con una liquida Sweet Louisiana, che vede un formidabile Leavell al piano ed il resto del gruppo in tiro, con la slide di Freed a dominare. Sara Evans, gran voce e grinta da vendere, affronta la vibrante Evangeline con ottimo piglio, Justin Moore rifà la robusta southern ballad Simple Man, non male ma ci voleva uno con più personalità, mentre Chris Janson si cimenta con la nota (What This World Needs Is) A Few More Rednecks, e lo fa con un approccio alla Waylon Jennings, puro Outlaw country-rock.

Gli Steep Canyon Rangers sono molto bravi, e la loro Texas è un rockabilly-bluegrass decisamente coinvolgente (e suonato alla grande), ma Eddie Montgomery, metà del duo Montgomery Gentry (Troy Gentry è tragicamente scomparso lo scorso anno in un incidente aereo) è fondamentalmente un mediocre, e la sua My Town pure; per fortuna che arriva Lee Brice il quale, pur non essendo un fenomeno, rilascia una buona versione della famosa The Legend Of Wooley Swamp. Il primo CD si chiude con una sorpresa: Devon Allman e Duane Betts, figli di Gregg e Dickey (ed è un bene che i rapporti tra di loro siano migliori di quanto non fossero quelli tra i genitori) si cimentano con due classici dei rispettivi padri, una fluidissima Blue Sky ed una Midnight Rider emozionante, un doppio omaggio più che riuscito e direi toccante. Il secondo dischetto inizia con i Lynyrd Skynyrd e la loro immortale Sweet Home Alabama, che si prende uno dei maggiori boati da parte del pubblico (splendida versione tra l’altro), dopodiché abbiamo un doppio Travis Tritt con due suoi classici, Modern Day Bonnie And Clyde e It’s A Great Day To Be Alive: Travis è sempre stato uno bravo, ed anche in quella serata non delude, grande voce e grinta da vero southern rocker. Molto bene anche Chris Young con la trascinante Drinkin’ My Baby Goodbye, tra country e rock’n’roll, mentre l’esperto Ricky Scaggs alle prese con We Had It All One Time non brilla particolarmente, anche per un lieve eccesso di zucchero; poi arriva Billy Gibbons e stende tutti con una roboante La Grange, sempre una grande canzone (ed il carisma di Billy non lo scopriamo oggi).

Gli Alabama non mi sono mai piaciuti molto, troppo pop la loro proposta musicale, ma alle prese con il superclassico di Daniels The South’s Gonna Do It Again tirano fuori le unghie e ci regalano una delle prestazioni più convincenti del doppio, tra rock e swing (ed anche la loro Mountain Music non delude, pur restando un gradino sotto). E’ finalmente la volta del festeggiato (e della sua band), che sa ancora tenere il palco con sicurezza, prima con una formidabile Tennessee Fiddlin’ Man e poi con la leggendaria The Devil Went Down To Georgia. Il gran finale è ancora un omaggio agli Allman con One Way Out (un classico sia per Sonny Boy Williamson che per Elmore James, ma anche un evergreen per la band di Macon), lunga e maestosa versione con tutti sul palco in contemporanea, ed un assalto chitarristico da urlo da parte dei vari axemen presenti. Finalmente anche Charlie Daniels ha avuto il suo tributo, e per di più nel suo ambiente naturale: lo stage della Volunteer Jam.

Marco Verdi

Un Divertente Disco Dal Vivo Per Uno Dei Grandi “Sidemen” Del Rock. Chuck Leavell – Chuck Gets Big (With The Frankfurt Radio Big Band)

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Chuck Leavell  – Chuck Gets Big With The Frankfurt Radio Big Band – BMG/Evergreen Arts

Chuck Leavell, da Birmingham, Alabama, è uno dei musicisti più importanti tra coloro che hanno prestato la loro opera di tastierista aggiunto con un paio delle band più rappresentative della storia del rock: dagli anni ’80 lavora con i Rolling Stones, come “direttore” della road band che accompagna le Pietre Rotolanti nei vari tour, e prima, tra il 1972 e il 1976, fu membro effettivo dell’Allman Brothers Band. Dal 1977 al 1980 ha avuto una propria band, i Sea Level, e comunque nel corso degli anni ha lavorato con moltissimi artisti che hanno chiesto le sue prestazioni: Black Crowes, Clapton, David Gilmour, Gov’t Mule, John Mayer, per citare alcuni dei più noti (ma pure con i nostri  Maurizio “Gnola” Glielmo Fabrizio Poggi). La sua carriera solista non è particolarmente ricca: cinque album negli ultimi 20 anni, compreso un altro Live In Germany (doppio) del 2008.

Proprio in relazione a quel CD, Chuck Gets Big, il disco di cui ci stiamo occupando ha rischiato di non vedere la luce, in quanto registrato nel 2011, e con Leavell che avendo già un live in commercio, non voleva pubblicarlo a così breve distanza dal precedente disco dal vivo. All’inizio del 2018, si è deciso che valeva la pena di fare uscire questo documento del suo incontro con la Frankfurt Radio Big Band. La band è proprio big, ci sono ben dodici “fiatisti”, più chitarra, basso e batteria e un paio di coriste. Il repertorio è eclettico, pesca da tutta la discografia di Chuck: si parte con King Grand, un brano dei Sea Level, che illustra il suo lato più jazz (rock), subito incantati da un florilegio del magico piano di Leavell, poi i fiati iniziano a lavorare all’unisono, il nostro che non è un cantante memorabile, pure se le cava onorevolmente, e gli assoli di Alex Schlosser alla tromba e Martin Scales alla chitarra, oltre a quello di Leavell, sono ben strutturati e assai godibili, nel suono d’assieme appunto da Big Band.

Losing Hand è uno standard da sempre associato al primo repertorio di Ray Charles, un R&B corposo che rende omaggio al Genius e qui il nostro lavora ancora di fino alla tastiera, mentre Honky Tonk Women è uno dei brani più identificabili dei suoi attuali datori di lavoro, un riff leggendario che regge anche trasferito in un ambito meno rock, per quanto i suoi colleghi tedeschi e le due coriste ci diano dentro di gusto, con Scales che fa il Richards della situazione. Living In A Dream è un altro brano dei Sea Level, come il precedente tratto da On The Edge del ’78, con Nils Van Haften che duplica il solo di sax tenore di Randall Bramblett dell’originale, in un pezzo dal ritmo sognante e mosso al contempo, con Blue Rose, una delle sue rare composizioni, da un disco di solo piano del 2001, qui trasformato in una vivace cavalcata a tempo di jazz, per poi lasciare spazio ad uno dei brani più belli di Brothers And Sisters degli Allman, Southbound, uno dei classici di Dickey Betts, con Scales di nuovo in bella evidenza, in un arrangiamento che richiama quelli dei Blood, Sweat And Tears o dei primi Chicago. 

Ancora musica di qualità con una gagliarda e corale Tumbling Dice, che diventa un rock’n’soul di pura matrice sudista, seguita da Ashley, un altro dei brani di Leavell, tratto da Southscape del 2005, una solenne e morbida ballatona dove le mani del nostro corrono sulla tastiera. E lì si fermano per un altro omaggio agli Allman Brothers, con il blues-rock sapido ed orchestrale di una coinvolgente Statesboro Blues, seguito da uno dei classici del R&R come Route 66, presa a tutta velocità dalla band che segue come un sol uomo il nostro amico, che continua a cantare più che dignitosamente, anche se poi si deve un poco ” arrangiare” quando si trova alle prese con Georgia On My Mind, dignitosa, ma il grande Ray era un’altra cosa, meglio in un altro must del repertorio di Charles come la vorticosa e raffinata Compared To What, sempre con la Big Band in perfetta sintonia con il piano di Leavell, che poi si lascia andare ai virtuosismi nella conclusiva strumentale Tomato Jam che chiude una bella serata di musica.

Bruno Conti

Anticipazioni Della Settimana (Ferr)Agostana, Prossime Uscite Di Settembre: Parte V. Rod Stewart, Ian Gillan, Amy Helm, Tony Joe White, Muscle Shoals, Linda Thompson, Joe Strummer, Chuck Leavell.

rod stewart blood red roses 28-9

Quinta ed ultima parte dedicata alle novità di settembre, queste sono le uscite previste per il 28. Iniziamo con Rod Stewart che dopo il discreto https://discoclub.myblog.it/2015/11/02/tutta-la-buona-volonta-riesco-stroncarlo-rod-stewart-another-country/, pubblica il 30° album della sua carriera, ovvero Blood Red Roses, etichetta Republic/Decca, quindi sempre gruppo Universal, come il precedente che però era su Capitol. Il nostro amico Rod The Mod lo presenta come uno dei più caldi ed intimi della sua carriera (e ci mancherebbe): l’album contiene 13 nuove composizioni dell’artista nativo di Londra ma scozzese per elezione, nella versione standard, mentre nell’edizione Deluxe, singola (benché costerà come un doppio) altre 3 bonus tracks, tutte cover, per un totale di 16 brani. Si sa che il disco è stato co-prodotto dallo stesso Stewart e dal suo vecchio amico e collaboratore Kevin Savigar, con lui, sia pure non continuativamente, dalla fine degli anni ’70.

Non azzardo previsioni sulla qualità dei brani dell’album, mi limito a pubblicare la lista completa dei pezzi e il primo singolo estratto dal disco, Didn’t I, che trovate qui sopra, testo interessante ed intenso, canzone piacevole, ma niente per cui strapparsi i capelli e in cui la voce duettante è di tale Bridget Cady, di cui ignoravo l’esistenza. Delle tre cover presenti come bonus nella Deluxe edition, una, Who Designed The Snowflake è firmata da Paddy McAloon dei Prefab Sprout, It Was A Very Good Year è uno standard americano reso celebre da Frank Sinatra negli anni ’60 e I Don’t Want To Get Married dovrebbe sempre venire da quel periodo, ma ne esiste anche una scritta da Irving Berling, al momento non so dirvi di quale si tratti .

1. Look In Her Eyes
2. Hole In My Heart
3. Farewell
4. Didn’t I
5. Blood Red Roses
6. Grace
7. Give Me Love
8. Rest Of My Life
9. Rollin’ & Tumblin’
10. Julia
11. Honey Gold
12. Vegas Shuffle
13. Cold Old London
Deluxe Edition Bonus Tracks:
14. Who Designed The Snowflake (Paddy McAloon penned)
15. It Was A Very Good Year
16. I Don’t Want To Get Married

ian gillan and the javelins 28-9 ian gillan and the javelins open cd 28-9

Per quanto possa sembrare incredibile questa è la stessa band con cui Ian Gillan suonava e cantava cover più di 50 anni fa, agli inizi degli anni ’60, prima degli Epsode Six e ovviamente dei Deep Purple: si trattava di una band semiprofessionale, i Javelins (e tale sarebbe rimasta anche oggi, nelle parole dello stesso Gillan) che suonava nei locali nei dintorni di Londra e chi è sciolta già nel 1964. Il repertorio è quello pop, blues, soul e R&R dell’epoca, come si evince dal primo video che farebbe la gioia di Springsteen.

E dalla tracklist del CD, che verrà pubblicato dalla EarMusic il 28 settembre.

 1. Do You Love Me
2. Dream Baby (How Long Must I Dream)
3. Memphis, Tennessee
4. Little Egypt (Ying-Yang)
5. High School Confidential
6. It’s So Easy!
7. Save The Last Dance For Me
8. Rock and Roll Music
9. Chains
10. Another Saturday Night
11. You’re Gonna Ruin Me Baby
12. Smokestack Lightnin’
13. Hallelujah I Love Her So
14. Heartbeat
15. What I’d Say
16. Mona (I Need You Baby)

amy helm this too shall light 28-9

Al sottoscritto il precedente disco di Amy Helm era piaciuto moltissimo https://discoclub.myblog.it/2015/08/02/degna-figlia-tanto-padre-amy-helm-didnt-it-rain/. Questo nuovo si annuncia addirittura superiore dalla prime notizie che filtrano sul CD: d’altronde dalla figlia di Levon Helm e componente degli Ollabelle non mi aspetterei di meno. Registrato agli United Recording Studios di Los Angeles, quello dove i Beach Boys hanno registrato Pet Sounds, con la produzione di Joe Henry, che ha firmato anche alcuni nuovi brani con la stessa Amy, il disco pesca anche dal repertorio di Rod Stewart, T. Bone Burnett, Allen Toussaint, Robbie Robertson e dei Milk Carton Kids, ma contiene anche composizioni di MC Taylor ovvero Hiss Golden Messenger, Ted Pecchio dei Chris Robinson Brotherhood e della Tedeschi Trucks Band, oltre ad una rilettura del traditional Gloryland che il babbo Levon Helm aveva insegnato alla figlia.

La nuova etichetta per questo secondo disco solista della Helm This Too Shall Light è la Yep Rock, mentre la lista completa dei brani la trovate sotto, insieme ad un paio di estratti che confermano la bontà del disco.

1. This Too Shall Light
2. Odetta
3. Michigan
4. Freedom For The Stallion
5. Mandolin Wind
6. Long Daddy Green
7. The Stones I Throw
8. Heaven’s Holding Me
9. River Of Love
10. Gloryland

muscle shoals small town big sound 28-9

A proposito di studi di registrazione storici, sempre a fine settembre, su etichetta BMG, è in uscita anche questo Muscle Shoals Small Town Big Sound, che non è una compilation ma un nuovo disco tributo a quegli studios, ai grande musicisti che vi suonarono e ad alcune delle grandi canzoni che ne hanno fatto la storia.

Tutte nuove registrazioni, anche se non è ancora disponibile la lista completa dei musicisti che partecipano, tra quelli già noti alcuni sono interessanti, altri decisamente meno: Chris Stapleton, Willie Nelson, Lee Ann Womack, Jamey Johnson, Steven Tyler, Keb’ Mo’, Grace Potter, ma anche Demi Lovato e Aloe Blacc. Vedremo e soprattutto sentiremo.

1. Road of Love
2. I’d Rather Go Blind
3. Brown Sugar
4. Gotta Serve Somebody
5. I Never Loved A Man (The Way I Love You)
6. Snatching It Back
7. I’ll Take You There
8. Cry Like A Rainy Day
9. True Love
10. Come And Go Blues
11. Respect Yourself
12. Wild Horses
13. Mustang Sally
14. We’ve Got Tonight
15. Givin’ It Up For Your Love

tony joe white bad mouthin' 28-9

Sempre dal profondo Sud degli States, lui è della Louisiana, anche se tutti pensano venga dalla Georgia, arriva un nuovo album anche per Tony Joe White. Il nuovo disco, puree questo pubblicato dalla Yep Rock, è un misto di brani originali di White, cinque, che erano rimasti a lungo nel cassetto e da una serie di cover di blues dal repertorio di grandi artisti, tra gli altri Lightnin’ Hopkins, Muddy Waters, John Lee Hooker; quindi per l’occasione il classico swamp-rock del nostro si immerge profondamente nel blues. Voce sempre più vissuta e il classico sound indolente e pungente della chitarra di TJW, con qualche tocco aggiunto di armonica.

1. Bad Mouthin’
2. Baby Please Don’t Go
3. Cool Town Woman
4. Boom Boom
5. Big Boss Man
6. Sundown Blues
7. Rich Woman Blues
8. Bad Dreams
9. Awful Dreams
10. Down the Dirt Road Blues
11. Stockholm Blues
12. Heartbreak Hotel

linda thompson my mother doesn't know 28-9

Questo, come lascia intendere il titolo, non è un disco nuovo della ex moglie di Richard, nonché una delle più belle voci della scena musicale britannica: Linda Thompson Presents My Mother Doesn’t Know I’m On The Stage è un album che celebra il music hall inglese, attraverso una serie di registrazioni che verranno pubblicate dalla Omnivore Records, etichetta specializzata abitualmente soprattutto in ristampe. Quindi si tratta di brani che ruotano attraverso questo stile particolare che la Thompson ha sempre molto amato: Materiale registrato con famiglia e ospiti al seguito nel maggio del 2005 al Lyric Hammersmith di Londra, dove la nostra amica appare solo in due brani e quindi indirizzato a collezionisti incalliti o amanti del genere, per cui occhio. Interessante, ma molto di nicchia, anche se alcuni dei nomi presenti sono legati alla tradizione del folk britannico: da Bob Davenport Cara Dillon, Sam Lakeman e Jools Holland, anche James Walbourne, marito di Kami Thompson, la figlia più giovane di Richard e Linda, con cui milita nei Rails e anche l’altro fratello Teddy Thompson appare nel CD, come pure Martha Wainwright e il grande attore Colin Firth.

Ecco la lista completa delle canzoni e relativi interpreti:

1. I Might Learn To Love Him Later On (Tra-La-La-La) featuring Linda Thompson
2. Beautiful Dreamer featuring Martha Wainwright
3. My Mother Doesn’t Know I’m On The Stage featuring Colin Firth
4. London Heart featuring James Walbourne
5. Good-Bye Dolly Gray featuring Linda Thompson
6. I Wish You Were Here Again featuring Bob Davenport
7. A Good Man Is Hard To Find featuring Justin Vivian Bond
8. Here Am I Broken Hearted featuring Teddy Thompson
9. If It Wasn’t For The ‘ouses In Between (or The Cockney’s Garden) featuring John Foreman
10. Burlington Bertie From Bow featuring Teddy Thompson
11. The Lark In The Clear Air featuring Cara Dillon
12. Wotcher! (Knocked ‘Em In The Old Kent Road) featuring Roy Hudd
13. Brother, Can You Spare A Dime? featuring Teddy Thompson
14. Show Me The Way To Go Home Ensemble

joe strummer 001 28-9 joe strummer 001 deluxe 28-9

A dicembre saranno passati 16 anni dalla morte di Joe Strummer, quindi l’uscita di questo Joe Strummer 001 non pare commemorare nessun evento particolare, semplicemente sarà pubblicato il 28 settembre per la Ignition Records e raccoglierà, nelle intenzioni della etichetta, materiale estratto dalla carriera di Joe al di fuori dei Clash; quindi brani dei 101ers, dei Mescaleros, dagli album solisti, dalle colonne sonore e un album di materiale inedito. Ovviamente ci saranno vari formati: quella in doppio CD standard, che comunque conterrà tutte le canzoni, quella in 2 CD Deluxe, (molto) più costosa per via della confezione, con lo stesso libro formato A4 della Super Deluxe, ma con solo una piccola parte dei memorabilia della versione da ricchi, che costerà indicativamente oltre i 100 euro, e al cui interno troveranno posto anche un libro rilegato, 3 album in vinile, un singolo 7 pollici con 2 demo inediti e una musicassetta contenente l’U.S. North” – Basement Demo, due lyric sheets, la riproduzione della patente di guida californiana di Strummer e altre chicche varie.

Comunque ecco la lista completa dei brani delle varie edizioni, che nel doppio CD raccolgono in ogni caso le stesse canzoni.

[CD1]
1. Letsagetabitarockin (2005 Remastered Version) – The 101ers
2. Keys To Your Heart (Version 2) [2005 Remastered Version] – The 101ers
3. Love Kills – Joe Strummer
4. Tennessee Rain – Joe Strummer
5. Trash City – Joe Strummer & The Latino Rockabilly War
6. 15th Brigade – Joe Strummer
7. Ride Your Donkey – Joe Strummer
8. Burning Lights – Joe Strummer
9. Afro-Cuban Be-Bop – The Astro-Physicians
10. Sandpaper Blues – Radar
11. Generations – Electric Dog House
12. It’s A Rockin’ World – Joe Strummer
13. Yalla Yalla – Joe Strummer & The Mescaleros
14. X-Ray Style – Joe Strummer & The Mescaleros
15. Johnny Appleseed – Joe Strummer & The Mescaleros
16. Minstrel Boy – Joe Strummer & The Mescaleros
17. Redemption Song – Johnny Cash & Joe Strummer
18. Over The Border – Jimmy Cliff & Joe Strummer
19. Coma Girl – Joe Strummer & The Mescaleros
20. Silver & Gold / Before I Grow Too Old – Joe Strummer & The Mescaleros

[CD2]
1. Letsagetabitarockin’ – Joe Strummer
2. Czechoslovak Song / Where is England – Strummer, Simonon & Howard
3. Pouring Rain (1984) – Strummer, Simonon & Howard
4. Blues On The River – Joe Strummer
5. Crying On 23rd – The Soothsayers
6. 2 Bullets – Pearl Harbour
7. When Pigs Fly – Joe Strummer
8. Pouring Rain (1993) – Joe Strummer
9. Rose Of Erin – Joe Strummer
10. The Cool Impossible – Joe Strummer
11. London Is Burning – Joe Strummer & The Mescaleros
12. U.S.North – Joe Strummer & Mick Jones

[Seven-Inch Single]
1. This is England – 1984 July Demo – Previously Unreleased
2. Before We Go Forward – 1984 July Demo – Previously Unreleased

[Cassette: U.S. North Basement Demo]
1. Unreleased. Recorded 1986. Discovered in Joe’s cast cupboard.
2. Joe Strummer & Mick Jones: Vocals, Guitar, Drum Machine

chuck leavell chuck gets big 28-9

Ultima segnalazione scelta tra le tante uscite del mese di settembre (almeno quelle annunciate finora) è per il CD di Chuck Leavell With The Frankfurt Radio Big Band, già disponibile per il download digitale da giugno, verrò pubblicato su CD dalla BMG sempre il 28 settembre. Si tratta della registrazione di un concerto del 2011 tenuto in Germania, con una orchestra fiati, chitarra e sezione ritmica per un totale di 17 elementi sul palco: Chuck Gest Big rivisita il passato del grande tastierista americano andando a pescare nel repertorio di Allman Brothers, Sea Level Rolling Stones, oltre che dai suoi dischi solisti.

1. Route 66
2. King Grand
3. Losing Hand
4. Honky Tonk Woman
5. Living In A Dream
6. Blue Rose
7. Southbound
8. Tumbling Dice
9. Ashley
10. Statesboro Blues
11. Georgia On My Mind
12. Compared To What
Bonus Track:
13. Tomato Jam

Con questo è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Continua L’Eterna Sfida Tra Il Bene E Il Male…Ehm, No…Tra Gli Ex Pink Floyd! David Gilmour – Live At Pompeii

David gilmour live at pompeii box

David Gilmour – Live At Pompeii – Columbia/Sony 2CD – 2DVD – BluRay – 4LP – Deluxe 2CD/2Bluray

Da quando nel 1983, all’indomani del controverso album The Final Cut, Roger Waters  lascia i Pink Floyd, inizia una specie di sfida a distanza con David Gilmour, che da quel momento assume la leadership dello storico gruppo inglese. A dirla tutta, la lotta tra i due forse c’è stata solo negli anni ottanta ed in parte nei novanta (anche a colpi di avvocati), ma niente mi vieta di pensare che, ad ogni uscita discografica di ciascuno dei due, non si instauri una sorta di competizione nei confronti dell’altro, più che altro da parte di Gilmour, grande chitarrista, ottimo cantante ma compositore normale, mentre Waters, dall’alto della sua suprema arroganza, non ammetterà mai che l’ex compagno possa di tanto in tanto fare meglio di lui. E’ curioso notare che le carriere soliste dei due (per continuare con l’idea della gara), sono fatte di sorpassi e controsorpassi: nel 1984 The Pros And Cons Of Hitch Hiking di Roger ha vinto a mani basse il duello con il moscio About Face di David, il quale si è preso la rivincita tre anni dopo con i Floyd: A Momentary Lapse Of Reason non è certo un capolavoro, ma è meglio di Radio K.A.O.S. di Waters (che a me comunque non dispiace). Lo scontro del 1992-1994 (Amused To Death The Division Bell) è finito sostanzialmente in parità, due ottimi dischi con qualche difettuccio, come anche quello del 2005-2006, con l’opera Ça Ira di Roger ed il comeback album On An Island di David, entrambi evitabili (diciamo uno 0-0 con poche emozioni). Ultimamente hanno entrambi affilato le armi, da una parte Gilmour con l’episodio conclusivo dei Floyd, il riuscito The Endless River, e poi lo scorso anno con Rattle That Lock, per distacco il suo miglior disco da solista, mentre Waters ha risposto prima con la maestosa operazione The Wall Live e pochi mesi fa con il bellissimo Is This The Life We Really Want?, primo album di canzoni nuove in 25 anni.

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Adesso però il pallino è tornato in mano a Gilmour, il quale cala l’asso con l’operazione Live At Pompeii. Ora vedo di piantarla con la storia della gara, ma non posso non considerare che David ha saputo giocare benissimo le sue carte, e fin dal Luglio dello scorso anno, quando il nostro si è esibito in due concerti all’Anfiteatro Romano di Pompei, sapeva benissimo che il live che ne avrebbe tratto sarebbe stato di grande risonanza mediatica, non solo per la suggestiva location ma soprattutto grazie al parallelismo con la storica performance che i Pink Floyd tennero nello stesso luogo nel lontano 1971, anche se le differenze con le due situazioni sono molteplici. Se 46 anni fa lo show si tenne in totale assenza di pubblico, con solo i quattro Floyd sul palco e con un repertorio ancora decisamente psichedelico, l’anno scorso il pubblico c’era eccome, pur se solo nel parterre essendo le gradinate non agibili (e ha anche pagato profumatamente), sul palco erano in dieci, con spettacolari effetti e giochi di luci ed una serie di canzoni di chiara derivazione rock. Live At Pompeii esce in varie configurazioni (prego vedere nell’intestazione del post), e questa volta mi sento di consigliare il box composto da 2CD + 2BluRay (se avete il lettore BluRay chiaramente, il box con dentro i DVD non esiste) dato che, oltre ad avere una definizione dell’immagine decisamente spettacolare, contiene delle performance aggiuntive nella parte video. David è l’antitesi della rockstar: vestito in maniera normalissima, con pancetta e pochi capelli (ed una barba incolta che lo invecchia oltremodo), ma rimane un ottimo cantante ed un formidabile chitarrista, in grado di passare da delicati ricami all’acustica fino ad assoli acidissimi all’elettrica, forse non è un grande animale da palcoscenico, ma il concerto si gusta ugualmente dalla prima all’ultima canzone senza attimi di noia, grazie anche degli effetti scenici che il nostro si è portato dietro dall’era Floyd, dai giochi di luce allo schermo tondo.

In più, la band che lo accompagna è di primissimo piano, a partire dal fedele Guy Pratt al basso, e passando per Chester Kamen alle chitarre ritmiche, il grande Chuck Leavell, in vacanza dagli Stones, alle tastiere (nella parte che fu di Richard Wright), l’altro tastierista Greg Phillinganes (per molti anni nella band di Eric Clapton), il superbo batterista Steve DiStanislao (di recente anche nell’ultimo Crosby Sky Trails), Joao Mello al sassofono ed i tre coristi, Bryan Chambers, Lucita Jules e Louise Clare Marshall. Gilmour non avrà il carisma di Waters, ma è comunque un musicista coi controfiocchi e, quando lascia parlare la musica, è più che in grado di dire la sua: Live At Pompeii è quindi, oltre che un evento, un ottimo album live, meglio di Live In Gdansk che era troppo sbilanciato verso le canzoni di On An Island. Chiaramente il nuovo Rattle That Lock ha parecchia esposizione, dall’avvio languido di 5 A.M., suonato quando a Pompei stava ancora tramontando il sole, che sfocia nella subito coinvolgente e tonica title track del disco dello scorso anno. Affascinante Faces Of Stone, con la sua melodia alla Leonard Cohen, la tenue e quasi totalmente strumentale A Boat Lies Waiting (che Gilmour dice essere dedicata a Wright), la maestosa In Any Tongue, che non ha nulla da invidiare ai pezzi che David scriveva per i Floyd, con uno strepitoso assolo finale (ma anche gli altri, corbezzoli se suonano!), mentre Today, seppur gradevole, sembra più un brano dei Toto; ci sono anche un paio di cose da On An Island (la title track e The Blue), ma sono le meno interessanti della serata e a dirla tutta anche un po’ noiosette.

Ma la parte del leone la fanno naturalmente i pezzi dei Pink Floyd, a partire dalla discreta What Do You Want From Me?, che non è un capolavoro ma viene accolta da un boato essendo la prima dello storico gruppo in scaletta. La sempre suggestiva The Great Gig In The Sky presenta un pezzo di bravura vocale da parte delle due coriste, mentre David suona tranquillo alla steel, la splendida Wish You Were Here è sempre tra le più applaudite (e la versione di stasera è pura e cristallina), mentre Money è sempre trascinante, versione di otto minuti con Dave e Mello che fanno i numeri rispettivamente alla chitarra ed al sax. La prima parte del concerto si chiude con la fantastica High Hopes (il brano migliore di The Division Bell), con Gilmour che inizia all’acustica e finisce con il solito assolo “spaziale” alla steel, suonata con la tecnica slide. La seconda metà dello show inizia con un’inattesa One Of These Days (di solito non era in scaletta, ma in quella sera David la suona in omaggio al concerto a Pompei dei Floyd, infatti è l’unico pezzo in comune nelle due setlist), versione strepitosa, travolgente ed acida al punto giusto, con Gilmour che all’inizio si diletta alle percussioni, ma poi passa alla slide e fa venire giù il teatro. Coming Back To Life e Sorrow sono canzoni abbastanza normali, ed in fondo anche Fat Old Sun, che però ha una parte strumentale finale coi fiocchi, ma poi c’è un vero e proprio poker d’assi, a partire dalle prime cinque parti di Shine On You Crazy Diamond (che a dire il vero mi sembra un po’ scolastica), ed il gran finale formato dalla trascinante Run Like Hell (con tutta la band con gli occhiali da sole per proteggersi dai giochi di luce…e al pubblico non ci pensano?), dal liquido medley Time/Breathe e soprattutto dalla strepitosa Comfortably Numb, con Leavell che canta (più o meno…) la parte che era di Waters e Gilmour che rilascia il migliore assolo della serata in mezzo ai laser colorati, strappando una prevedibile standing ovation finale.

Il BluRay aggiuntivo del box, oltre a vari documentari che non ho ancora visto, regala i frammenti di altre due serate: cinque pezzi suonati in Sudamerica (tra cui la al solito maestosa Us & Them ed una Astronomy Domine in omaggio a Syd Barrett, più rock e meno psichedelica dell’originale, e con Phil Manzanera e Jon Carin al posto di Kamen e Leavell) ed altrettanti dalla performance a Wroclaw, in Polonia, con l’orchestra filarmonica locale (cinque pezzi da Rattle That Lock, tra cui la raffinata e jazzata The Girl In The Yellow Dress e la movimentata Dancing Right In Front Of Me). Quindi un live bello, potente ma anche di gran classe, che sarebbe stato perfetto (ma è un parere personale) se al posto dei due pezzi tratti da On An Island ci fossero state On The Turning Away (uno dei brani scritti da Gilmour che preferisco) e magari una canzone da The Endless River. Album quindi da avere, sia che siate fans dei Pink Floyd sia che amiate il rock d’autore.

Marco Verdi

Dal Nostro Inviato A Lucca: Ho Visto Il Futuro Del Rock’n’Roll (Ma Pure Il Passato), Ed Il Loro Nome E’ Rolling Stones!

rolling stones lucca

Il titolo del post, semi-citazione della famosa frase che il critico Jon Landau scrisse negli anni settanta “scoprendo” Bruce Springsteen, è volutamente ironico e provocatorio, in quanto i quattro membri dei Rolling Stones hanno ormai la bellezza di 293 anni in quattro, ma continuano imperterriti a suonare con la foga e la grinta di un gruppo di sbarbatelli. Il concerto di Lucca che si è tenuto sabato scorso 23 Settembre, unica data italiana del loro No Filter Tour, ed evento che celebra i vent’anni del Summer Festival che si tiene nel capoluogo toscano, è stata una vera e propria celebrazione, con circa 60.000 persone provenienti da tutto il modo che hanno letteralmente invaso il relativamente piccolo centro storico della bellissima città (appena 8.800 abitanti dentro le mura): c’era in effetti più di un timore che le cose andassero storte, ma devo dire, anche con un po’ di sorpresa, che tutto si è svolto in maniera perfettamente ordinata, con addirittura la sensazione che non ci fosse tutta quella gente (anche perché la maggior parte ha occupato il gigantesco prato adiacente le mura, ex campo sportivo Balilla, fin dalle ore 13), con però diversi disagi (anche per il sottoscritto) al momento dell’uscita, dato che i trasporti previsti, pochi peraltro, non prevedevano i paesini limitrofi, ed i pochi taxi lucchesi erano introvabili (pensate che io, che avevo l’albergo a non più di tre chilometri dalla città, ho dovuto prendere un treno per Pisa e successivamente tornare indietro in taxi).

Ma concentriamoci sul concerto: per me era la quarta volta che vedevo gli Stones, l’ultima era stata nel 2015 al Circo Massimo di Roma, e devo ammettere che qualche sbavatura me la sarei aspettata, essendo comunque pronto a perdonarla, dato l’età avanzata dei quattro inglesi. Ebbene, se possibile in questo tour i nostri sono ancora più concentrati sulla musica, in quanto hanno ridotto al minimo gli effetti scenici (anche se il palco continua ad essere enorme) e si sono concentrati ancora di più sulla musica, suonando in maniera diretta e senza troppi fronzoli, quasi come se fossero in un piccolo e fumoso locale di Londra e non di fronte ad una folla oceanica (ed il nome del tour, No Filter, è emblematico). Mick Jagger è ancora una forza della natura, avrà fatto più di dieci chilometri su è giù per il palco, e ha ancora un fisico che anche un ex atleta alla sua età si sogna, oltre ad essere il solito intrattenitore nato, e con una voce integra dalla prima all’ultima canzone. I due chitarristi sono anche loro in grande forma, anche se forse quella sera Ronnie Wood secondo me ha dato dei punti a Keith Richards, che comunque si è tenuto a galla egregiamente grazie anche al mestiere ed al carisma. Charlie Watts è ancora un perfetto metronomo, ed il membro dopo Keith al quale il pubblico riserva l’applauso più grande, mentre la backing band è una macchina da guerra, con una menzione speciale per i “soliti” Chuck Leavell al piano e Darryl Jones al basso. Due ore di concerto, quasi tutti i successi (ci vorrebbero quattro ore per suonarli tutti) ed un paio di chicche niente male: prima del concerto avevo dei dubbi che Sympathy For The Devil potesse funzionare come brano d’apertura, ma il gioco di percussioni, l’atmosfera calda ed il fatto che i quattro sbucano ad uno ad uno creano un insieme di sicuro effetto, ed il suono si rivela da subito perfetto, forte e ben bilanciato.

Dopo due classici suonati bene, ma forse con il pilota automatico (It’s Only Rock’n’Roll e Tumbling Dice), ecco il primo angolo blues, con le ficcanti ed essenziali Just Your Fool e Ride’Em On Down, entrambe tratte dal recente Blue And Lonesome e con Jagger grande protagonista, oltre che alla voce, all’armonica. Il concerto a questo punto decolla, è l’ora della richiesta dei fans, che come ogni sera sono chiamati a votare online scegliendo un brano tra quattro proposti dalla band: stasera vince la gioiosa Let’s Spend The Night Together, un classico assoluto che manda il pubblico in visibilio, anche se nel sottoscritto c’è una punta di amarezza in quanto tra le quattro candidate c’era Dead Flowers, che è il brano delle Pietre che preferisco in assoluto. Ed ecco il momento delle lacrime, nel vero senso del termine: infatti i nostri improvvisano un intermezzo acustico e Mick inizia ad intonare la splendida As Tears Go By, ma con il testo in italiano così come l’avevano incisa nei sixties per il nostro mercato, cambiando il titolo in Con Le Mie Lacrime; momento di grande commozione generale, un regalo esclusivo per i fans della nostra penisola, anche se Jagger, non abituato a cantarla così, prende un paio di stecche niente male (ma saranno le uniche). E’ poi la volta di un trittico da brividi, formato dalla meravigliosa You Can’t Always Get What You Want, con Mick all’acustica e Ronnie che rilascia un assolo magistrale, la travolgente Paint It Black, tra le più belle di sempre dei nostri, e dalla trascinante ed “americana” Honky Tonk Women.

A questo punto Mick presenta la band e lascia il palco a Keith, che non sarà mai un grande cantante ma in quanto a feeling ha pochi eguali: la coinvolgente Happy e la sinuosa Slipping Away sono rifatte in maniera asciutta e senza sbavature. Torna Mick e si riprende il palco prima con la danzereccia Miss You, con un assolo di basso da parte di Jones, e soprattutto con la sempre superlativa Midnight Rambler, il punto più alto del concerto come ogni volta, con Jagger che fa i numeri e Wood che gli va dietro con un paio di assoli incredibili, quasi dieci minuti ad altissimo tasso elettrico, con i nostri che dimostrano di essere molto poco umani. Ed ecco la raffica finale di classici, sparati in faccia al pubblico uno di fila all’altro: Street Fighting Man, una Start Me Up semplicemente perfetta, ed un uno-due da k.o. con Brown Sugar e Satisfaction, durante le quali sembra per un momento di essere tornati al Marquee Club nel 1971. Dopo una breve pausa, ecco i due bis, con la sempre grandissima e luciferina Gimme Shelter ed una Jumpin’ Jack Flash che non riesco a sentire in quanto anticipo l’uscita per evitare la folla. So benissimo che ormai ogni occasione di vedere dal vivo i Rolling Stones potrebbe essere l’ultima (e sarebbe da non perdere nonostante i prezzi dei biglietti non proprio popolari), ma se questo No Filter sarà il loro tour conclusivo, i “ragazzi” si saranno congedati ad un livello altissimo. Anche se mi aspetto comunque di vederceli ancora “tra i piedi” per diversi anni.

Marco Verdi

P.S: due parole anche per il breve set del gruppo spalla, una band inglese denominata The Struts, un quartetto che ha un solo album all’attivo ed un altro in preparazione: i ragazzi sono bravi, e ci hanno regalato mezz’ora di sano e piacevole rock anni settanta, con influenze sia hard che glam, qualcosa di Stones ma anche di Queen. Anzi, il cantante Luke Spiller, decisamente spigliato e con una gran voce, ricorda in maniera impressionante il giovane Freddie Mercury (se non ci credete, cercate il video del brano di Mike Oldfield Saliling, del quale Luke era voce solista https://www.youtube.com/watch?v=YgpS6dQVHbg ). Un gruppo da tenere d’occhio.

Lo Hanno Fatto Per Davvero…E Alla Grande! Rolling Stones – Blue And Lonesome

Rolling Stines - Blue&Lonesome

Rolling Stones – Blue And Lonesome – Polydor/Universal CD

Quando diversi mesi fa si era sparsa la voce non confermata di un possibile album a carattere blues da parte dei Rolling Stones, quindi molto prima dell’annuncio ufficiale avvenuto lo scorso 6 Ottobre, le reazioni erano state perlopiù scettiche, in quanto sembrava strano a tutti che un gruppo attento al marketing come loro, che non muove un passo che non sia studiato nei minimi dettagli (e che ama molto poco il rischio, basti vedere le scalette dei loro concerti, specie in grandi arene o stadi, da anni decisamente sovrapponibili data dopo data, in pratica un gigantesco greatest hits ambulante), potesse pubblicare un album così di nicchia come un disco di cover di classici del blues, soprattutto considerando il fatto che il loro ultimo lavoro di inediti di studio, A Bigger Bang, risaliva a ben undici anni fa. Pochi sapevano però che quel disco i nostri lo avevano già inciso, in tre giornate del Dicembre del 2015, e che conteneva effettivamente dodici riletture di brani a tema blues, e neppure tra i più famosi: ora che ho finalmente tra le mani Blue And Lonesome, uno degli album più attesi del 2016, posso affermare quindi che non solo le indiscrezioni erano vere, ma che siamo alle prese con un grandissimo disco, grezzo, diretto e ruspante come è giusto che sia un lavoro di questo tipo. Gli Stones hanno preso in esame canzoni che usavano suonare più di cinquant’anni fa, quando si esibivano nei piccoli club di Londra e non erano nemmeno famosi, una sorta di piccolo Bignami del più classico Chicago blues, ma suonato con la classe, l’esperienza ed il feeling di più di mezzo secolo di strada percorsa insieme.

Musica vera, potente, spontanea, suonata con grande forza e passione da un gruppo che non si è adagiato sugli allori di una carriera unica al mondo, ma che ha voluto rimettersi in gioco (un’ultima volta?) con un disco che è tutto meno che commerciale: tutti e quattro hanno registrato in presa diretta, e d’altronde tre giorni per fare un disco erano pochi anche negli anni sessanta, sotto la supervisione del produttore Don Was, che però non è dovuto intervenire più di tanto per determinare il risultato finale. Sapevamo che sia Keith Richards che Ron Wood sono cresciuti a pane e blues (mentre il background di Charlie Watts è più jazz), ma il dubbio era al massimo sulla resa da parte di Mick Jagger, dato che quando il cantante si è in passato espresso come solista, ha, quasi sempre, pubblicato solenni porcate: ebbene, il grande protagonista del CD è proprio Mick, che canta con una grinta ed una passione, unite alla sua voce eccellente e alla sua capacità di essere istrione delle quali non si dubitava di certo, che quasi sembra uno che per tutto questo tempo non abbia fatto altro che esibirsi in qualche fumoso juke joint di Chicago, a cui aggiungiamo un’abilità come armonicista che non gli ricordavo a questo livello. Come co-protagonisti nel disco troviamo nomi già ultranoti come il bassista Darryl Jones (che di recente ha espresso il legittimo desiderio di venire riconosciuto a tutti gli effetti un membro del gruppo, ma gli altri quattro non credo vogliano rinunciare ad una parte di guadagni per darla a lui), il grande Chuck Leavell al piano ed organo, con l’aggiunta dell’ottimo Matt Clifford sempre alle tastiere, del leggendario batterista Jim Keltner in un brano e, in due pezzi, l’inimitabile chitarra di Eric Clapton (che era nello studio attiguo a dare gli ultimi ritocchi al suo album I Still Do, uscito la scorsa primavera).

Come ho accennato, non ci sono classici blues straconosciuti (Robert Johnson non è presente nemmeno una volta tra gli autori), ma quasi sempre brani più oscuri, che per i nostri rappresentavano le radici, i primi passi, con Little Walter a spiccare come artista più omaggiato, subito seguito da Howlin’ Wolf ed altri; il CD (la cui copertina è l’unica cosa sulla quale ci si poteva spremere un po’ di più, sembra più un’antologia di brani blues che un disco nuovo) esce in due versioni: quella normale ed una deluxe in formato cofanetto che purtroppo costa circa trenta euro in più (tanti soldi!), pur non presentando canzoni aggiuntive, ma con uno splendido libretto ricco di foto tratte dalle sessions e con immagini dei bluesmen originali che hanno scritto i vari brani, oltre ad un ottimo saggio ad opera di Richard Havers, scrittore a sfondo musicale esperto di Stones. L’album inizia con Just Your Fool (Little Walter): subito gran ritmo e Mick che ci dà dentro di brutto all’armonica, suono spettacolare e grandissimo feeling (una costante del disco), un jumpin’ blues fatto alla maniera di una vera rock’n’roll band; una rullata potente ci introduce a Commit A Crime (Howlin’ Wolf), volutamente sporca e ruvida, con Keith e Ron che lavorano di brutto sullo sfondo e Mick che incalza da par suo, un pezzo teso e diretto come una lama, mentre la title track, ancora di Little Walter, è un blues lento, sudato, sexy e minaccioso come nella miglior tradizione delle Pietre, con il solito grande Jagger (un vero mattatore), un pezzo in cui avrei visto bene come ospite Stevie Ray Vaughan se fosse stato ancora tra noi. All Of Your Love (Magic Sam) mantiene l’atmosfera limacciosa e notturna, con ottimo lavoro di Jones e soprattutto di Leavell, grande classe: quello che emerge da questi primi quattro brani non è un mero esercizio calligrafico da parte di rockstar ricche e famose, ma musica suonata con grinta e passione come se avessero ancora la fame dei primi anni sessanta.

I Gotta Go (di nuovo Walter) è caratterizzata dal solito gran lavoro di armonica e dal ritmo spedito, con la splendida voce di Jagger a dominare un brano che nelle mani sbagliate poteva anche suonare scolastico; Everybody Knows About My Good Thing (Little Johnny Taylor) è il primo dei due pezzi con Clapton e, con tutto il rispetto per Richards e Wood, qui siamo su un altro pianeta: Eric avrà anche problemi alla schiena che lo hanno costretto a diradare l’attività, ma quando prende in mano la sua Fender per suonare il blues dà ancora dei punti a chiunque. La saltellante Ride ‘Em On Down, di Eddie Taylor, è puro e trascinante Chicago blues http://discoclub.myblog.it/2016/09/27/altro-tassello-nellinfinita-storia-delle-12-battute-eddie-taylor-session-diary-of-chicago-bluesman-1953-1957/ , con la sua puzza di fumo e whisky (e ca…spita se suonano!), Hate To See You Go, l’ultima delle quattro canzoni di Little Walter, è tutta costruita intorno ad un pressante riff di chitarra doppiato prima dall’armonica e poi dalla voce, un brano secco, tirato e potente, mentre Hoo Doo Blues (Lightnin’ Slim) assume ancora contorni minacciosi e viziosi, con strepitosi intrecci di armonica e chitarre, il tutto guidato dal drumming tonante ma preciso di Watts. Little Rain (Jimmy Reed) è lenta, quasi pigra, con Mick che si destreggia alla grande in questo blues sincopato dai toni afterhours; il CD si chiude con due brani scritti da Willie Dixon, uno per Howlin’ Wolf e l’altro per Otis Rush: la veloce e roccata Just Like I Treat You, ancora con Leavell in gran spolvero, e la fluida e vibrante I Can’t Quit You Baby (la più nota tra quelle presenti), ancora con Eric Clapton splendido Stone aggiunto.

Probabilmente il disco blues dell’anno, ed uno dei migliori di sempre degli Stones (capolavori esclusi): saranno anche la più grande rock’n’roll band di tutti i tempi, ma Blue And Lonesome dimostra che, se avessero voluto, potevano dire la loro anche come blues band.

Marco Verdi

Il “Solito” Live Degli Stones…Quindi Bello! The Rolling Stones – Havana Moon

rolling stones havana moon

The Rolling Stones – Havana Moon – Eagle Rock DVD – BluRay – DVD/2CD – DVD/3LP – Deluxe DVD/BluRay/2CD/Book

I Rolling Stones hanno pubblicato più dischi dal vivo negli ultimi vent’anni che nei trenta precedenti, praticamente ogni loro tour per così dire “recente” è stato seguito da una pubblicazione live: se poi aggiungiamo i dischi d’archivio (serie che al momento sembra essersi purtroppo interrotta), le ristampe (lo strepitoso box Totally Stripped) https://www.youtube.com/watch?v=8EWN8etWEsc , i concerti inediti del passato (Some Girls Live In Texas, Ladies And Gentlemen) ed i cofanetti multipli in DVD (i fantastici Forty Flicks e The Biggest Bang), siamo quasi a livelli da Grateful Dead. Il 25 Marzo di quest’anno le Pietre si sono esibite a Cuba, in un concerto per il quale la parola storico non è per una volta fuori luogo, in quanto è stata la prima volta in assoluto per una rock band nell’isola castrista: evento “doveva” essere, ed evento è stato, dato che i rockers britannici hanno suonato davanti ad una folla oceanica di circa un milione e duecentomila persone (il concerto era gratuito). La serata è stata prevedibilmente filmata e registrata, ed il risultato è questo Havana Moon (in uscita questo venerdì, 11 Novembre), pubblicato nella solita varietà di supporti come potete vedere sopra (e, solo per il mercato americano, esiste anche una versione BluRay + 2CD).

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Si sa che gli Stones, soprattutto quando si ritrovano davanti ad una quantità di pubblico considerevole, non amano molto rischiare in termini di scaletta, anzi vanno abbastanza sul sicuro proponendo bene o male sempre gli stessi successi, e cambiando al massimo due-tre canzoni da una serata all’altra. Nello specifico, la setlist di questo Havana Moon (che nel film ufficiale del concerto comprende solo tredici canzoni, ma le altre sono comunque presenti come bonus) non è molto diversa da quella dell’ultimo live dei nostri, Sweet Summer Sun, che tre anni fa aveva immortalato lo show di Hyde Park, a Londra: le megahit ci sono tutte, anche se in qualche caso in ordine diverso, da Start Me Up a Jumpin’ Jack Flash, a It’s Only Rock’n’Roll a Tumbling Dice a Honky Tonk Women a Paint It Black a Sympathy For The Devil a Brown Sugar a Miss You, fino al finale ormai fisso con la splendida You Can’t Always Get What You Want e la chiusura pirotecnica di Satisfaction.

Le varianti rispetto al live di tre anni fa sono la sempre coinvolgente All Down The Line (con un grande Ronnie Wood), la buon Out Of Control e la classica Angie, da sempre una delle loro ballate più popolari, dedicata questa sera, come dice Mick Jagger, ai “romanticos”. Un live inutile quindi? Assolutamente no, prima di tutto perché gli Stones sono sempre gli Stones, hanno un repertorio che non ha nessuno e suonano sempre da Dio, e nonostante il passare degli anni (e sia Keith Richards che Charlie Watts hanno avuto il buon gusto di non tingersi i capelli) non hanno perso un’oncia del loro smalto: basti guardarsi l’uno-due che per me è da anni la parte migliore del concerto, cioè le torride Midnight Rambler e Gimme Shelter suonate in successione, per rendersi conto che questi ultrasettantenni danno ancora la paga a tutte le band composte da ragazzi che potrebbero essere i loro nipoti. Il merito va anche in gran parte al gruppo di sostegno che gira con loro da tempo, soprattutto al potente bassista Darryl Jones ed al formidabile Chuck Leavell alle tastiere (mentre per questa serata cubana niente ospitate né per Bill Wyman né per Mick Taylor).

Un altro live quindi tutto da godere, inciso benissimo e con le riprese video di qualità strepitosa (e se siete indecisi su quale formato prendere, vi consiglio la parte visiva, è davvero emozionante trovarsi davanti ad un tale fiume di persone), un ottimo antipasto in attesa della portata principale che verrà servita a Dicembre, cioè l’attesissimo disco blues Blue And Lonesome https://www.youtube.com/watch?v=WXR_SFxMUss .

Marco Verdi

21 Anni Fa Era “Solo” Imperdibile, Ora E’ Indispensabile! The Rolling Stones – Totally Stripped

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The Rolling Stones – Totally Stripped – Eagle Vision DVD – Blu-ray – DVD/CD – Blu-ray/CD – DVD/2LP – Deluxe 4DVD/CD – 4Blu-ray/CD

Nel 1994 i Rolling Stones tornarono alla grande, a cinque anni dal discreto Steel Wheels, con l’eccellente Voodoo Lounge, di certo il loro miglior lavoro dai tempi di Tattoo You in poi: i quattro (Bill Wyman nel frattempo aveva mollato la baracca, ufficialmente per logorio fisico e mentale) intrapresero quindi un monumentale tour che li portò praticamente ovunque, e, limitatamente alle date europee, oltre ai soliti mega-concerti negli stadi ci fu qualche serata in piccoli club, giusto per riassaporare il clima degli esordi. Da tre di queste date, al Paradiso di Amsterdam, Olympia di Parigi e Brixton Academy di Londra (ma usando anche diverse registrazioni live in studio a Tokyo e Lisbona), venne tratto Stripped, un album dal vivo davvero magnifico, che vedeva le Pietre in forma super smagliante rivisitare pagine note e meno note del loro repertorio, con alcune vere e proprie chicche e, in molti casi, arrangiamenti quasi unplugged: per il sottoscritto ancora oggi Stripped è il secondo miglior live album di sempre degli Stones (archivi compresi), subito dopo l’intoccabile Get Yer Ya-Ya’s Out. Ora, a distanza di 21 anni (ormai gli anniversari vanno a casaccio) la Eagle Vision mette fuori una sontuosa ristampa di quel disco, intitolandola Totally Stripped, album che inizialmente doveva uscire solo in Giappone ma poi saggiamente si è deciso di rendere disponibile a tutti nella solita pletora di diverse versioni come potete vedere nell’intestazione del post (però esiste una Super Deluxe Edition esclusiva per il mercato nipponico, che comprende i quattro Blu-ray, il CD, il doppio LP, una maglietta ed un CD aggiuntivo con “ben” tre brani in più). Il DVD, o Blu-ray, principale (quello cioè che occupa tutte le versioni singole) è costituito da un bellissimo documentario già trasmesso all’epoca dalla BBC, ma qui potenziato, incentrato sulle sessions di Tokyo e Lisbona, oltre che sui concerti di Amsterdam, Parigi e Londra, con backstage, interviste, highlights dalle tre serate e performances inedite (come un rehearsal di Tumbling Dice) , ma il vero valore aggiunto si trova nelle versioni Deluxe, per una volta davvero da non perdere, che vedono presenti i tre concerti nella loro interezza, una vera goduria per gli occhi e per le orecchie e, nel caso di Amsterdam, un momento quasi leggendario della carriera dei nostri, una di quelle serate magiche che hanno contribuito a creare il mito, nelle quali l’ispirazione e lo stato di grazia si toccano quasi con mano. In tutti e tre i DVD si può comunque apprezzare a fondo un lato inedito degli Stones, che ormai associamo a mega-produzioni e concerti in luoghi immensi, ma che in queste serate in piccole sale tirano fuori il meglio, caricati sicuramente dal contatto ravvicinato con il pubblico, mostrando anche di divertirsi non poco, come se tornassero indietro di trent’anni almeno. Ma, documentario a parte, mi sembra giusto fare una disamina dettagliata delle tre serate, con una maggiore attenzione per la prima delle tre, non solo per la performance da cinque stelle ma anche per l’eccezionalità della scaletta.

Paradiso, Amsterdam: che la serata è di quelle giuste si capisce da subito, in quanto le Pietre iniziano subito con un uno-due da urlo, Not Fade Away di Buddy Holly e It’s All Over Now di Bobby Womack, due cover da loro incise ad inizio carriera ed assenti da una vita dalle setlists: Mick Jagger è più statico del solito (d’altronde il palco è piccolo) ma canta da Dio, Keith Richards e Ronnie Wood sono da subito sudati come muratori sotto il sole e Charlie Watts picchia sui tamburi col solito aplomb da vero Englishman, ed anche il resto della band mostra di essere sul pezzo (i soliti noti: il grande Chuck Leavell alle tastiere, Darryl Jones al basso, Bernard Fowler e la sensuale Lisa Fisher ai cori e la sezione fiati guidata dall’impareggiabile Bobby Keys). La rara Live With Me, elettrica e ficcante, prelude ad una bellissima Let It Bleed acustica, ma dal ritmo sempre alto, una gustosa versione quasi country-rock, con Wood superlativo alla slide, e ad una strascicata e sexy The Spider And The Fly, con Jagger marpione come non mai. Se pensate che la scaletta sia interessante, ecco arrivare la stupenda Beast Of Burden, uno dei loro migliori pezzi degli anni settanta ed in assoluto un errebi fantastico, suonata in maniera perfetta. Dopo un momento romantico con la nota Angie, ecco la sezione country del concerto, con tre brani da k.o. uno dietro l’altro (Wild Horses, mai così intensa, una Sweet Virginia che fa ballare anche il servizio d’ordine e la sensazionale Dead Flowers), seguite, e qui viene giù il teatro, dalla splendida Shine A Light (con Don Was ospite all’organo), un eccezionale soul-gospel-rock qui al suo esordio dal vivo (era su Exile On Main Street): questa è musica che si suona in Paradiso, e non mi riferisco al nome del locale. Anche Like A Rolling Stone è qui al suo debutto nella versione delle Pietre (Jagger scherza dicendo che Bob Dylan l’aveva scritta per loro), bella rilettura, potente, roccata, diretta, coinvolgente. E’ la volta di Keith cantare ben tre canzoni invece delle solite due, una Connection breve ma vibrante, con Jagger che invece di lasciare il palco come fa d’abitudine rimane ai cori, e due intensissime Slipping Away e The Worse, con Keef che non canterà bene come il suo partner ma ci mette il cuore e l’anima. Torna sul palco Mick per il gran finale, con una Gimme Shelter davvero diabolica, e consueto siparietto con una Lisa Fisher da mangiare con gli occhi, una tiratissima All Down The Line, con Ronnie che va giù di slide neanche fosse Johnny Winter, un uno-due a tutto rock’n’roll (Respectable e Rip This Joint) e, come bis, una curiosa Street Fighting Man suonata con strumenti acustici, ma dalla temperatura sempre alta. Uno dei più bei concerti in DVD di sempre.

Olympia, Paris: in questa serata tornano in scaletta diversi pezzi più mainstream, ma suonati anch’essi come se non ci fosse domani (Honky Tonk Women, che apre il concerto, Tumbling Dice, Miss You, ed il finale che mette in fila Start Me Up, It’s Only Rock’n’Roll, Brown Sugar e Jumpin’ Jack Flash), ma non mancano le chicche: tra tutte, Down in The Bottom, un bluesaccio di Howlin’ Wolf (e scritto da Willie Dixon) suonato elettroacustico con tre chitarre (anche Jagger) come se si fosse in una bettola di Chicago, e la sempre monumentale Midnight Rambler, allora non una presenza fissa in scaletta come oggi. Ottimi anche i due rock’n’roll tratti da Voodoo Lounge, You Got Me Rocking e I Go Wild.

Brixton Academy, London: una scaletta abbastanza simile alla precedente, ma che diventa imperdibile solo per la presenza della strepitosa Faraway Eyes, una delle più belle country songs di sempre (e non solo degli Stones), un capolavoro che, messo in fondo ad una sequenza con Dead Flowers e Sweet Virginia, crea un climax ai livelli di Amsterdam. Senza dimenticare una ruvida Black Limousine, il solito grande blues con Love In Vain (di Robert Johnson) e la rarissima, non me la ricordavo neanche, Monkey Man.

rolling stones totally stripped cd

E poi c’è il CD con il meglio delle tre performances, e questa è un’altra sorpresa, nel senso che non ricalca minimamente quello originale, ma sceglie brani diversi o in versioni differenti, eccetto un caso (Street Fighting Man da Amsterdam), andando a chiudere idealmente il cerchio aperto nel 1995. Solo per il concerto al Paradiso questo box non vi dovrebbe sfuggire, ma poi c’è anche il resto a testimoniare la più grande rock’n’roll band di sempre in uno dei suoi momenti più felici: ripeto, indispensabile https://www.youtube.com/watch?v=UZ0Y01fXrts .

Marco Verdi

Da Una Costola Degli Allman Brothers Vennero I Sea Level – Live In Chicago 1977

sea level live in chicago 1977

Sea Level – Live In Chicago 1977 –Live Wire 

Nel 1976, a seguito di varie tensioni interne tra i membri della band, si scioglievano una prima volta gli Allman Brothers (poi di nuovo insieme dal 1979 al 1981). Nell’interregno, tre componenti del gruppo, Chuck Leavell, Lamar Williams e Jaimoe, pensarono di dare vita ad una nuova formazione chiamata We Three, optando poi, con l’aggiunta dell’ottimo chitarrista Jimmy Nalls, per il nome Sea Level.  Già in quell’anno fecero molti tour, poi pubblicando l’anno successivo per la Capricorn il loro album di debutto omonimo, seguito, sempre nel 1977, da un ampliamento della band a sette elementi e la pubblicazione di Cats On the Coast, che con il successivo On The Edge è stato ristampato in CD come un twofer dalla Real Gone Music. Il primo omonimo album, quello più bello, a mio parere, era uscito in CD bervemente a fine anni ’90 per la Capricorn, ma è sparito da tempo: proprio da quel disco viene gran parte del materiale contenuto in questo Live In Chicago 1977, il solito broadcast radiofonico registrato nel luglio di quell’anno, inciso veramente benissimo e con un repertorio che riprende anche alcuni brani della Allman Brothers Band, con versioni notevoli di Statesboro Blues e Hot ‘Lanta, oltre ad altre escursioni nel blues con Hideaway e I’m Ready.

 

Per il resto si tratta perlopiù di brani strumentali con la band che usa uno stile che fonde un jazz-rock più “umano” di quello di gruppi come i Return To Forever di Chick Corea o gli Eleventh House di Larry Coryell, con il classico southern del gruppo madre, grazie al virtuosismo spinto dei vari componenti della formazione. Lamar Williams era un bassista formidabile, che unito al drive inarrestabile di Jay Johanny Johanson (sarebbe Jaimoe con il suo vero nome per esteso), consentiva ai due solisti, Chuck Leavell, tuttora uno dei tastieristi migliori e più ricercati in ambito rock (chiedere agli Stones) e Jimmy Nalls, chitarrista sottovalutato, ma di grande valore, di dare libero sfogo alle loro capacità, senza eccedere troppo in un virtuosismo fine a sé stesso, diciamo il giusto. Si parte con una scintillante Tidal Wave dove l’intrecciarsi tra il liquido piano elettrico di Leavell, che si rifà molto al sound di Chuck Corea e la chitarra fantastica di Nalls, ricordano proprio i citati Return To Forever, anche se con un approccio meno cerebrale e più rock, anche vicino alle fughe strumentali degli Allman. E pure Rain In Spain ha quell’aura spagnoleggiante tipica del grande Chick e del suo socio dei tempi Al Di Meola, e comunque, se suonavano i ragazzi! Scarborough Fair, sempre tratta dal primo album è la ripresa di quel pezzo tradizionale, che tutti conosciamo nella versione di Simon & Garfunkel, sognante e delicata come si addice al pezzo, anche se la chitarra di Nalls è sempre pungente e la sezione ritmica indaffaratissima.

Si rimane nell’ambito dei pezzi strumentali con una cover fantastica della classica Hideaway di Freddie King che ci riporta al classico blues-rock della band di provenienza, come pure una vorticosa Hot ‘Lanta dove le tastiere magiche di Leavell si sostituiscono alla solista di Duane Allman in uno sfoggio di forza e bravura, prima di lasciare spazio al riff ricorrente del brano poi sviluppato in modo eccellente da Nalls. La lunga Patriotic Flag Weaver (quasi 10 minuti), con i suoi ritmi tra il marziale e il jazzato, rivisita l’inno nazionale a tempo di rock, con una lunga parentesi delle tastiere di Leavell nella parte centrale. Anche con Gran Larceny rimaniamo sempre in questo ambito jazz-rock virtuosistico per poi lasciare spazio al leggendario riff di Statesboro Blues, con Jimmy Nalls alla slide e la voce umana che fa la sua prima gradita apparizione in un concerto per il resto tutto strumentale, gran bella versione, ricca di grinta e stamina, e niente male anche la vorticosa Midnight Pass che ricorda i classici brani strumentali di Dickey Betts per gli Allmans. Si chiude a tempo di blues con I’m Ready, il pezzo del vecchio Muddy Waters che non manca di alzare la quota emotiva del concerto. Bella serata, preservata in modo perfetto per i posteri.

Bruno Conti