Altro Grandissimo Concerto, Con in Più Un Ospite Speciale “Abbastanza” Bravo! The Rolling Stones – Bridges To Buenos Aires

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The Rolling Stones – Bridges To Buenos Aires – Eagle Rock/Universal BluRay – DVD – 3LP – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Il colossale tour degli stadi che i Rolling Stones tennero nel biennio 1997-98 in supporto all’album Bridges To Babylon fu uno dei più riusciti della loro storia, ed anche tra quelli di maggiore successo. I nostri devono poi essere particolarmente affezionati a quella tournée dato che, giusto ad un anno di distanza dallo splendido Bridges To Bremen (che documentava uno show del Settembre 1998 in Germania https://discoclub.myblog.it/2019/07/03/due-giorni-con-gli-stones-parte-2-bridges-to-bremen/ ) hanno deciso di pubblicare questo Bridges To Buenos Aires (fantasia nei titoli al potere…), che si occupa della serata del 5 Aprile sempre del ’98 nella capitale argentina, una di cinque consecutive tutte esaurite al River Plate Stadium. Ed il concerto non perde certo il confronto con quello di Brema, in quanto vede le Pietre in forma strepitosa che intrattengono alla grande per oltre due ore il pubblico sudamericano, pescando a piene mani tra le hits del loro repertorio inimitabile ed aggiungendo più di una chicca.

Ma la cosa che forse eleva questo concerto ad un gradino superiore rispetto a quello tedesco pubblicato lo scorso anno è la presenza nientemeno che di Bob Dylan nella sua Like A Rolling Stone, un’apparizione a sorpresa e non annunciata che fa letteralmente impazzire i fans: e la performance è splendida, in quanto Dylan (che è la voce principale) appare in buona forma, rilassato e perfino sorridente, e vederlo fianco a fianco di Mick Jagger (con il quale ha anche una buona intesa vocale nonostante qualche frase fuori tempo – ma duettare con Bob non è cosa facile) è un evento che non capita certo tutti i giorni. Ma sarebbe sbagliato concentrarsi solo sulla presenza del leggendario cantautore americano, in quanto tutto il concerto è ad altissimi livelli, ed è reso ancora più godibile da una regia dinamica (sì, per una volta faccio la recensione basandomi sulla parte video) ed attenta ai dettagli. I quattro si presentano subito pimpanti: Jagger con una giacca lunga in velluto (della quale si libererà presto, ma tutti quanti cambieranno innumerevoli outfit durante lo show) e camicia gialla, Keith Richards con un “sobrio” cappotto tigrato, Ron Wood con sigaretta d’ordinanza e l’impassibile Charlie Watts con una semplice t-shirt. Il concerto comincia col botto con la classica (I Can’t Get No) Satisfaction, con Jagger che inizia a macinare chilometri sul gigantesco palco (e manterrà una incredibile pulizia vocale durante tutto lo show), Keith che riffa da par suo ed il resto della band che è già un treno.

La scaletta all’inizio ed alla fine della serata ricalca quella del concerto di Brema, e quindi si prosegue con una spettacolare Let’s Spend The Night Together, una tosta Flip The Switch ed una favolosa Gimme Shelter, “cattiva” più che mai e con la consueta sensuale performance da parte di Lisa Fischer. A questo punto Mick prende la chitarra acustica ed introduce uno dei momenti magici della serata, cioè una fantastica Sister Morphine tesa e tagliente come una lama, con la slide di Wood che rimpiazza quella della versione originale di Ry Cooder, e Chuck Leavell fa lo stesso con la parte di piano di Nicky Hopkins. La sempre trascinante It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It) precede il soul-rock dell’allora nuova Saint Of Me e la travolgente Out Of Control, uno dei brani migliori degli Stones negli ultimi trent’anni. Miss You quella sera è strepitosa, con Mick alla chitarra elettrica, Darryl Jones che si destreggia da grande bassista ed uno straordinario assolo di sax da parte di Bobby Keys; dopo la già citata Like A Rolling Stones Mick introduce i vari musicisti e lascia spazio a Richards, che propone nel suo classico stile informale e “scazzato” Thief In The Night e la poco nota Wanna Hold You. I nostri si spostano quindi sul b-stage, il piccolo palco sistemato in mezzo al pubblico, dove ci deliziano con tre brani a tutto rock’n’roll come Little Queenie di Chuck Berry, When The Whip Comes Down e You Got Me Rocking.

Tornati sul palco principale Jagger e compagni portano a termine la serata con una magnifica Sympathy For The Devil, in cui Keith si “prende” la canzone con un grande assolo, e con la solita raffica finale di rock’n’roll all’ennesima potenza, formata da Tumbling Dice, Honky Tonk Women, Start Me Up, Jumpin’ Jack Flash e Brown Sugar, un fuoco incrociato micidiale appena stemperato dalla splendida You Can’t Always Get What You Want.  Spero che i Rolling Stones non smettano di pubblicare live d’archivio nel periodo pre-natalizio, dato che i risultati sono sempre esaltanti: quest’anno poi abbiamo una ciliegina chiamata Bob Dylan, non esattamente l’ultimo arrivato.

Marco Verdi

Dickey Betts: L’Altro Grande Chitarrista Degli Allman Brothers, Parte I

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In fondo, anche se Forrest Richard “Dickey “ Betts è stato il chitarrista della Allman Brothers Band dal 1969 al 1976, poi dal 1978 al 1982, nel 1986, e ancora dal 1989 al 2000, per tutti, o per molti, è sempre stato “l’altro” chitarrista, la spalla di Duane Allman, col quale a ben vedere ha suonato solo per circa due anni o poco più, fino alla morte di quest’ultimo avvenuta il 29 ottobre del 1971. Ma tanto era bastato per forgiare una coppia di chitarristi formidabili che avevano costruito un interscambio tra loro quasi telepatico, con i due che si completavano a vicenda : anche se altre band avevano avuto, pure in precedenza, due chitarre soliste, per dirne un paio la Butterfield Blues Band di Mike Bloomfield e Elvin Bishop o i Fleetwood Mac di Peter Green e Danny Kirwan, per non parlare degli Stones. Ma nel caso di Allman e Betts, se mi perdonate la citazione colta, erano “primus inter pares”, benché, come ricordavo prima, poi quello passato alla storia è stato Duane Allman, che ad essere onesti comunque aveva qualcosa in più del suo compagno di avventura.

Ma quella è un’altra storia e per non privilegiare ancora una volta “l’altro”, questa volta raccontiamo la storia (a livello discografico) di Betts. In effetti Richard, nato a West Palm Beach, Florida, il 12 dicembre del 1943, era il “vero” sudista, in quanto già nel 1967 suonava nei Second Coming, con Berry Oakley, il fratello Dale, e Reese Wynans, un embrionale southern rock, che poi unito a quello degli Hour Glass dei fratelli Allman, avrebbe dato vita a quel rock sudista organico e libero da vincoli che rimane tuttora uno dei generi più amati , considerati e longevi, in terra americana. Dei Second Coming rimane solo un 45 giri pubblicati nel 1968, ma niente di più concreto, mentre la carriera solista di Dickey Betts è stata breve e frammentaria, anche se ha prodotto almeno un grande album.

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Richard Betts – Highway Call – Capricorn 1974 ****

Registrato nel 1974 ai Capricon Studios di Macon, Georgia, l’album è una specie di completamento e perfezionamento dello stile più country che Betts aveva impiegato per registrare Brothers And Sisters l’anno precedente: il principale collaboratore presente nel disco è il grande violinista Vassar Clements, maestro di country e bluegrass, che aveva partecipato in precedenza a dischi epocali come Aereo-Plain di John Hartford, Will The Circle Be Unbroken della Nitty Gritty Dirt Band e all’album degli Old & In The Way, con Garcia, Grisman e Rowan. Il disco di Betts partiva da quei presupposti, ma poi nel suo svolgimento era più elettrico, più country-rock, grazie alla presenza di una sezione ritmica, di Chuck Leavell al piano, di John Hughey alla steel guitar, di Jeff Hanna della Nitty Gritty e altri musicisti di complemento validi. Tutte le canzoni, a parte la conclusiva Kissimmee Kid di Clements, portano la firma di Dickey Betts, e il disco, prodotto da Johnny Sandlin, sorprendentemente arrivò fino al 19° posto delle classifiche.

La durata è di soli 35 minuti ma il disco conferma la “voce” trovata nel recente Brothers and Sisters e nei suoi poco più di 35 minuti è un disco vivo e vibrante: Long Time Gone ha quel delizioso suono alla Ramblin’ Man, tra country e rock, con la solista sinuosa e di gran classe e tecnica di Dickey, che si insinua tra pedal steel, piano e una sezione ritmica agile ma robusta, e il lavoro vocale delle Rambos aggiunge un pizzico di suoni del profondo Sud. Anche Rain è simile alla precedente, un altro squisito country-rock dove Hughey alla pedal steel fa il Duane della situazione in simbiosi con la solista di Betts. Ottima anche la title track, una malinconica ballata che potrebbe venire dal songbook di James Taylor, con Leavell superbo al piano e una bella melodia a sostenere la canzone; Let The Nature Sing, è un perfetto esempio di dolce pastorale Americana, con intrecci paradisiaci del dobro di Betts, del violino di Clements, della pedal steel di Hughes, del mandolino di Adams, e anche il lavoro vocale rilassato e corale di Dickey e delle coriste è incantevole e sognante.

Hand Picked, è la controparte western swing, bluegrass e country dei migliori strumentali di Betts come Jessica, la più simile, High Falls o Pegasus, oltre 14 minuti di pura jam music dove tutti i solisti, da Betts a Clements, passando per Leavell e Hughey, improvvisano come non ci fosse futuro in modo superbo e in assoluta libertà. E La conclusiva Kissimee Kid è una replica più in breve della stessa formula. Grande disco, anche se di così belli non ne farà più, riservando le sue migliori risorse per gli ABB. Comunque tra il 1977 e il 1978 forma i Great Southern con cui incide due buoni dischi.

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Dickey Betts & Great Southern – Arista 1977 ***

Dickey Betts & Great Southern – Atlanta’s Burning Down – Arista 1978 ***1/2

Il primo omonimo, forse perché di musicisti particolarmente validi a parte Dan Toler alla chitarra (la formula della doppia solista non manca mai, un must del rock sudista), non ce ne sono altri, non è particolarmente memorabile: Out To Get Me è un buon blues-rock con l’armonica di Topper Price e la slide di Betts in bella evidenza, e qualche tocco di twin leads, non male anche Run Gypsy Run , un solido pezzo rock con rimandi a Ramblin’ Man ed ottimo lavoro delle due soliste, come pure la countryeggiante Sweet Viriginia, che non è quella degli Stones e neppure il brano di Guthrie Thomas, ma fa la sua ottima figura anche grazie ad una slide tangenxiale. Devo dire che riascoltando il disco per questo articolo mi viene da rivalutarlo, anche in virtù della bellissima ballata Bougainvillea posta in chiusura che rivaleggia con le migliori degli Allman Brothers, con la lunga parte strumentale dove si  apprezza il lavoro della doppia batteria e doppia solista.

Nel disco del 1978 rimane Topper Price che è comunque un buon armonicista, ma arrivano i futuri Allman Brothers, David Toler alla batteria, e David Goldflies al basso, che insieme a Dan Toler saranno nella formazione della ABB dal 1978 al 1982, ma trattasi di altra storia. In più in Atlanta’s Burning Down troviamo Reese Wynans, il vecchio amico dei Second Coming, alle tastiere, ed un terzetto di vocalist femminili di supporto da sballo, Bonnie Bramlett, Clydie King e Sherlie Matthews. Il risultato è eccellente, dall’iniziale carnale Good Time Feeling che rimanda agli Allman più in vena di boogie, ma con gli elementi soul portati dalle tre coriste, la title track scritta dal veterano Billie Ray Reynolds è una bellissima ballata sulla Guerra Civile, arricchita anche da una sezione archi e da un’ottima interpretazione vocale di Betts, che lavora anche di fino con la sua lirica solista, mentre le armonie vocali si lasciano gustare appieno.

Back On The Road Again va di nuovo di boogie alla Lynyrd Skynyrd, e anche Dealin’ With The Devil rocca e rolla alla grande; Shady Street è un’altra ballata che non avrebbe sfigurato nel repertorio degli Allman, magari cantata da Gregg, non male anche lo swingato errebì  You can have her, I don’t want her, con le tre ragazze in modalità call and response con Dickey, e la conclusiva malinconica ed intensa Mr. Bluesman cantata a due voci con Bonnie Bramlett.

Fine della prima parte, segue.

Bruno Conti

Dopo 46 Anni E’ Ancora Un Gran Disco, Ed Ora E’ Pure Migliorato! Gregg Allman – Laid Back Deluxe Edition

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Gregg Allman – Laid Back Deluxe Edition – Mercury/Universal 2CD

Il 2019 si sta dimostrando un buon anno per i fan della Allman Brothers Band: prima i due live di Dickey Betts, quello d’archivio al Rockpalast e quello “attuale” al St. George Theatre, poi l’imperdibile quadruplo della ABB Fillmore West ’71 e, quasi in contemporanea, questa edizione doppia del disco solista più famoso di Gregg Allman, Laid Back. Correva l’anno 1973, e la ABB si era rimessa in pista alla grande dopo le tragiche perdite di Duane Allman e Berry Oakley con l’ottimo Brothers And Sisters, ma si cominciavano ad intravedere le prime crepe tra Gregg e Betts, che porteranno da lì a tre anni all’allontanamento del secondo. Nel corso del 1972 però Allman aveva già iniziato a pensare al suo primo disco solista, che portò avanti assieme al produttore Johnny Sandlin parallelamente ai lavori per Brothers And Sisters. E Laid Back risultò essere un grande disco, il migliore per molti anni nella discografia solista di Gregg, ed avvicinato solo dagli ultimi due, Low Country Blues https://discoclub.myblog.it/2011/01/12/il-notaio-conferma-grande-disco-gregg-allman-low-country-blu/  e soprattutto il suo magnifico testamento musicale Southern Blood https://discoclub.myblog.it/2017/09/07/il-vero-sudista-quasi-un-capolavoro-finale-gregg-allman-southern-blood/ .

In Laid Back il biondo tastierista (ma anche chitarrista) si stacca leggermente dallo stile del suo gruppo principale, e tra brani originali e cover cerca di presentarsi più come cantautore, anche se le influenze soul e blues non sono certo assenti anche per merito dei musicisti coinvolti nel progetto, tra i quali segnalerei senz’altro Chuck Leavell, grande protagonista al pianoforte (Gregg invece suona l’organo), Tommy Talton e Scott Boyer (entrambi della band Cowboy) alle doppie chitarre come da tradizione sudista, lo stesso Sandlin al basso, David “Fathead” Newman al sax, una lunga sfilza di backing vocalist femminili a dare un tocco gospel e, direttamente dalla ABB, Butch Trucks e Jaimoe a batteria e percussioni (e c’è posto anche per una sezione d’archi, usata però con molta misura). Oggi la Mercury ripubblica Laid Back in versione doppia deluxe (curata dal “mitico” Bill Levenson), rimasterizzando ad arte le otto tracce originali ed aggiungendo un bel numero di bonus tracks, la maggior parte delle quali inedite, rendendo quindi un ottimo servizio ad un album che è un vero piacere riscoprire, a partire dall’iniziale Midnight Rider, rifacimento più “roots” di un classico della ABB (uscito tre anni prima su Idlewild South) ma sempre canzone splendida, anzi oserei dire perfino meglio dell’originale, con la slide di Talton ed il piano di Leavell sugli scudi (e naturalmente la grande voce del leader).

Queen Of Hearts è un elegante e raffinato slow pianistico appena sfiorato dal blues, suonato splendidamente e con un intermezzo jazzato ad opera del sax di Newman, un pezzo che conferma la classe del nostro; la breve Please Call Home è una calda e vibrante soul ballad intrisa fino al midollo di umori sudisti, voce perfetta e pathos a mille, mentre Don’t Mess Up A Good Thing è un saltellante e vivace pezzo scritto dal sassofonista Oliver Sain, addosso al quale Gregg cuce un arrangiamento dal sapore gospel. These Days è proprio il futuro evergreen dell’allora giovane, ma già affermato, songwriter Jackson Browne, e la rilettura di Gregg è splendida, rispettosa della melodia originale ma con una veste “country got soul” che la eleva forse a brano migliore del disco; Multi-Colored Lady è il quarto ed ultimo pezzo scritto da Allman, una deliziosa slow song basata su piano e chitarra acustica, ed eseguita in maniera fluida e distesa. Finale con la bellissima All My Friends di Boyer, altra ballata pianistica di grande impatto emotivo e futuro classico delle esibizioni soliste di Gregg, e con una fulgida rilettura in puro soul style del celebre traditional Will The Circle Be Unbroken. Il primo CD presenta anche otto “early mixes” inediti dei pezzi appena citati, in pratica lo stesso disco ripetuto un’altra volta con versioni meno rifinite ma non troppo diverse.

Le chicche vere sono sul secondo dischetto (alcune prese dall’antologia di Gregg One More Try del 1997, ma la maggior parte inserite qui per la prima volta). Si parte con quattro demo full band, senza archi e cori, di brani che in tre casi finiranno poi su Laid Back (All My Friends, Please Call Home e Queen Of Hearts), ed uno, la squisita ballad Never Knew How Much, rimarrà in un cassetto fino a quando la ABB la ripescherà per Brothers On The Road del 1981. Molte altre tracce sono demo per sola voce e chitarra, ma comunque interessanti in quanto Gregg metteva feeling e anima anche in queste interpretazioni scarne: da segnalare God Rest His Soul, brano giovanile scritto durante il periodo Hourglass, il blues di Muddy Waters Rollin’ Stone (Catfish Blues), ed un altro omaggio a Browne con Shadow Dream Song, brano che finirà in una versione ben diversa nello sciagurato disco di Allman con Cher Two The Hard Way. Troviamo anche una solida “auto-cover” di Wasted Words (la versione ABB è su Brothers And Sisters) con Johnny Winter alla solista, una sempre bellissima These Days con steel guitar aggiunta e due ottime rehearsals con la Gregg Allman Band di God Rest His Soul e Midnight Rider incise durante le prove del tour seguente alla pubblicazione di Laid Back, tour da quale è tratto il pezzo finale, cioè una splendida e commossa Melissa registrata nel 1974 al Capitol Theatre di Passaic (vi dice qualcosa questa location?) e dedicata a Duane e Oakley.

Una ristampa eccellente quindi, per una volta senza cofanetti costosi ma con una serie di brani inediti che giustificano pienamente il ri-acquisto anche se possedete il disco originale.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 4. Gregg Allman – Laid Back In Versione Doppia Deluxe, Esce il 30 Agosto

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Gregg Allman – Laid Back – 2 CD Deluxe Mercury/Universal – 30-08-2019

Il primo album solista di Gregg Allman Laid Back, venne registrato nella primavera del 1973, qualche mese dopo le sessions di Brothers And Sisters, il primo disco degli Allman Brothers del post Duane Allman: poi entrambi vennero pubblicati a brevissima distanza l’uno dall’altro, quello degli Allman ad Agosto, mentre il disco solista di Gregg uscì ad Ottobre, e per promuovere l’album poi il nostro si imbarcò in tour americano con il supporto della band Cowboy e dei vari musicisti presenti nel disco di studio, con solo Chuck Leavell Jay Johnny Johanson (o Jaimoe se preferite) degli Allman Brothers, oltre ad una intera orchestra. Il LP venne prodotto da Johnny Sandlin, lo storico collaboratore della Capricorn, etichetta per la quale venne pubblicato il disco, ottenendo anche un buon riscontro di vendita, arrivando al 13° posto delle classifiche, e anche il singolo, la splendida Midnight Rider entrò nella Top 20.

Il disco era più orientato verso elementi soul e R&B rispetto ai dischi con il gruppo, anche se il blues ed il southern rock ne erano comunque gli ingredienti principali come al solito, pur non mancando anche qualche elemento country, ad esempio in These Days: oltre a Scott Boyer TommyTalton, i due Cowboy, impegnati ai vari tipi di chitarra, troviamo anche Bill Stewart, il loro batterista, Charlie Hayward, il bassista della Charlie Daniels Band, Paul Hornsby Chuck Leavell impegnati alle tastiere, in supporto dell’organo dello stesso Gregg, oltre ad una decina di vocalist di supporto, tra cui Cissy Houston, la mamma di Whitney, che era nelle Sweet Inspirations, uno dei più grandi gruppi vocali neri di supporto ai grandi del soul, basterebbe il nome di Aretha Franklin, al sax David “Fathead” Newman, e alle chitarre anche Jimmy Nalls Buzz Feiten. Un ottimo disco a cui sono stati aggiunte nel CD n°1 le “prime versioni” di tutte le otto tracce del disco, tra cui oltre a Midnight Rider svettano le cover di These Days di Jackson Browne, il traditional Will The Circle Be Unbroken Don’t Mess Up A Good Thing di Fontella Bass. Nel secondo CD, definito Demos, Outtakes & Alternates, ci sono altri 18 brani, tra cui alcune canzoni inedite nel disco originale, e anche una versione dal vivo di Melissa. Comunque qui sotto trovate la lista completa dei contenuti.

CD1: Remastered & Early Mixes]
1. Midnight Rider
2. Queen of Hearts
3. Please Call Home
4. Don’t Mess Up a Good Thing
5. These Days
6. Multi-Colored Lady
7. All My Friends
8. Will the Circle Be Unbroken
9. Midnight Rider (Early Mix)
10. Queen of Hearts (Early Mix)
11. Please Call Home (Early Mix)
12. Don’t Mess Up a Good Thing (Early Mix)
13. These Days (Early Mix)
14. Multi-Colored Lady (Early Mix)
15. All My Friends (Early Mix)
16. Will the Circle Be Unbroken (Early Mix)

[CD2: Demos, Outtakes & Alternates]
1. Never Knew How Much (Demo)
2. All My Friends (Demo)
3. Please Call Home (Demo)
4. Queen of Hearts (Demo)
5. God Rest His Soul (Solo Guitar & Vocal Demo)
6. Rollin’ Stone (Catfish Blues) (Solo Guitar & Vocal Demo)
7. Will the Circle Be Unbroken (Solo Guitar & Vocal Demo)
8. Multi-Colored Lady (Solo Guitar & Vocal Demo)
9. These Days (Solo Guitar, Piano & Vocal Demo)
10. Shadow Dream Song (Solo Guitar & Vocal Demo)
11. Wasted Words
12. These Days (Alternate Version with Pedal Steel Guitar)
13. Multi-Colored Lady (Rough Mix)
14. These Days (Rough Mix)
15. God Rest His Soul (Rehearsal)
16. Midnight Rider (Rehearsal)
17. Song for Adam / Shadow Dream Song (Solo Guitar & Vocal Demo)
18. Melissa (Live at the Capitol Theatre)

Quindi, fatevi un appunto per il 30 agosto, data in cui verrà pubblicata la ristampa, perché è un album che merita assolutamente, anche considerando che il prezzo sarà di poco superiore a quello di un singolo CD.

Bruno Conti

Questi Cognomi Mi Dicono Qualcosa! The Allman Betts Band – Down To The River

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The Allman Betts Band – Down To The River – BMG CD

Nel mondo della musica internazionale essere figlio d’arte di grandi artisti è un po’ come ricevere il bacio della morte, nonostante ci siano vari casi di ottimi musicisti che però non arriveranno mai ad eguagliare le gesta dei padri (come Jakob Dylan, Rosanne Cash, Hank Williams Jr., A.J. Croce, Norah Jones e Jeff Buckley, quest’ultimo l’unico che forse ce l’avrebbe potuta fare ma non lo sapremo mai). Se poi sei il figlio di Gregg Allman e decidi di formare una band di southern rock dimostri di avere una buona dose di coraggio, se poi quella band la crei in società con il figlio di Dickey Betts il coraggio si trasforma in sfrontatezza, se poi ancora decidi di chiamare il gruppo The Allman Betts Band (cioè con lo stesso acronimo di “quelli là”), allora te la vai a cercare. Eppure questo è proprio il caso di Devon Allman, secondogenito di Gregg e già titolare di diverse esperienze musicali (tra cui Honeytribe, Royal Southern Brotherhood ed apparizioni nelle band di papà, sia Allman Brothers Band che Gregg Allman Band), che ha deciso di formare un nuovo gruppo con Duane Betts, figlio del grande Dickey, e battezzandolo proprio in modo da rendere facile l’associazione con la storica band dei due genitori (i quali a differenza dei figli, negli ultimi anni, cioè dall’ultimo allontanamento di Betts dagli ABB fino alla morte di Gregg avvenuta nel 2017, non si sono più rivolti la parola).

In realtà i due avrebbero potuto anche aggiungere un terzo cognome nel moniker del gruppo, in quanto il bassista è Barry Oakley Jr., che è proprio il figlio del membro originale della prima versione della ABB, scomparso tragicamente un anno dopo il mitico Duane Allman ed in circostanze analoghe. Eppure io ero fiducioso sull’esito di questa nuova collaborazione, dato che in certi casi buon sangue non mente, ma con tutto l’ottimismo possibile non pensavo di trovarmi tra le mani un lavoro come Down To The River, che posso definire senza mezzi termini un grande disco. Il gruppo infatti ha un suono solido e grintoso, ed è formato da gente che dà del tu agli strumenti, oltre a suonare con una dose enorme di feeling: Devon e Duane si alternano sia al canto che alle chitarre ritmiche e soliste, ben coadiuvati da Johnny Stachela, terzo chitarrista che si destreggia anche alla slide (rispettando quindi la tradizione sudista di avere tre potenziali solisti nel gruppo), il già citato Oakley al basso che fornisce un background potente insieme al batterista John Lum ed al percussionista R. Scott Bryan, mentre il piano e l’organo sono suonati dall’ottimo Peter Levin che però è esterno alla band (ma in un brano, Good Ol’ Days, c’è il grande Chuck Leavell).

Prodotto da Matt Ross-Spang, Down To The River è dunque un disco sorprendente per la sua bellezza, anche perché rivela un’indubbia capacità dei due leader di scrivere brani di notevole spessore (sette dei nove pezzi totali sono originali); il suono è tipicamente sudista, ma con un approccio più rock e molto meno blues rispetto al mitico combo dei loro padri: diciamo che il filone è più quello dei Blackberry Smoke e degli Sheepdogs, anche se qui siamo un gradino sopra e comunque in più di un brano si intuisce una tendenza alla jam session che dal vivo porterà i nostri a dilatare parecchie canzoni, che qui hanno tutto sommato una durata abbastanza contenuta (tranne che in un caso). L’inizio è a tutto rock con la coinvolgente All Night, un robusto boogie elettrico molto trascinante, in cui Allman mostra di avere la voce giusta (soul e “negroide” sullo stile di quella di Gregg) e le chitarre dardeggiano che è un piacere, con un assolo centrale decisamente southern. Se la voce di Devon ricorda quella del padre, lo stesso si può dire di quella di Duane rispetto a Dickey (un timbro quindi più “country-rock”), e lo sentiamo subito nella limpida Shinin’, caratterizzata da una ritmica potente ed uno sviluppo fluido, con chitarre ed organo a stendere un tappeto sonoro di tutto rispetto, mentre Betts Jr. intona una melodia diretta e piacevole, mentre Try è un rock’n’roll altamente godibile ed immediato, dalle sonorità ruspanti e le solite ottime chitarre.

La title track è splendida, un gustoso e caldo pezzo tra southern soul ed errebi, superbamente eseguito e con un motivo calibrato alla perfezione, e precede l’highlight del disco, cioè una cover di quasi nove minuti di Autumn Breeze (un brano del soul singer Homer T. Williams), qui rivisitata in una sontuosa chiave rock, una cavalcata elettrica che parte lenta e cresce man mano che prosegue, una canzone-jam che dal vivo farà certamente faville: formidabile la prestazione dei tre axemen del gruppo. Good Ol’ Days è una piacevole rock ballad con leggeri elementi country, l’organo di Leavell che ricama da par suo, un’ottima slide ed una melodia tersa ed ariosa, mentre Melodies And Memories è puro southern rock dal refrain corale vincente ed ancora punteggiata da una slide tagliente. Il CD volge al termine, giusto il tempo per una splendida e toccante versione del classico di Tom Petty Southern Accents, una grande canzone che i nostri non devono far altro che interpretare alla loro maniera (cioè benissimo, con solo voce, piano e slide), e per Long Gone, sei minuti e mezzo di vibrante soul-rock, una ballatona di grande impatto emotivo in cui i due leader si alternano alla voce solista e poi ci deliziano con una coda strumentale strepitosa.

Non era facile ben figurare avendo l’ombra ingombrante di due giganti come Gregg Allman e Dickey Betts alle spalle, ma direi che i due figlioli hanno portato a casa il risultato pieno, e quindi posso affermare senza paura di essere smentito che la ABB è tornata!

Marco Verdi

Due Giorni Con Gli Stones. Parte 2: Bridges To Bremen

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The Rolling Stones – Bridges To Bremen – Eagle Rock/Universal DVD – BluRay – 3LP – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Nel 1994 i Rolling Stones erano tornati alla grande dopo le incertezze degli anni ottanta (e senza Bill Wyman, dimissionario dopo il tour di Steel Wheels) con Voodoo Lounge, un grande album di rock’n’roll come ai bei tempi, al quale era seguita una tournée monumentale che aveva riportato i nostri ai fasti degli anni settanta, e dalla quale era stato tratto lo strepitoso live Stripped (e di recente la sua versione “completa”, l’imperdibile Totally Stripped https://discoclub.myblog.it/2016/06/24/21-anni-fa-era-imperdibile-ora-indispensabile-the-rolling-stones-totally-stripped/ , oltre al bellissimo doppio Voodoo Lounge Uncut dello scorso anno, tratto dal concerto di Miami https://discoclub.myblog.it/2018/11/22/ed-anche-questanno-si-conferma-lequazione-natale-live-degli-stones-the-rolling-stones-voodoo-lounge-uncut/ ). Nel 1997 i quattro (Mick Jagger, Keith Richards, Ronnie Wood e Charlie Watts, ma che ve lo dico a fa?) tornarono a sorpresa con Bridges To Babylon, un altro ottimo lavoro che non eguagliava in bellezza il predecessore ma si rivelava un disco intrigante che cresceva alla distanza. Altro mega tour ed altro live album (No Security, 1998) che però era singolo e preso da date diverse, e quindi non dava l’idea al 100% di un concerto delle Pietre. A rimediare alla mancanza provvede oggi ancora la Eagle Rock, responsabile sia di Voodoo Lounge Uncut sia di tutti i live d’archivio degli Stones usciti negli ultimi anni, con questo magnifico Bridges To Bremen, testimonianza dello spettacolo tenutosi il 2 Settembre 1998 nella città tedesca del titolo, al Weserstadion.

Ed il concerto (che esce nella solita quantità di configurazioni, dove come al solito manca quella solo audio a meno che non vogliate accaparrarvi il vinile) è davvero splendido, forse anche meglio di quello di Miami uscito lo scorso anno: Jagger e soci sono perfettamente rodati da un anno abbondante di tour alle spalle, ed offrono uno show pirotecnico, più di due ore di formidabile rock’n’roll come se non ci fosse domani, coadiuvati dalla solita band che li accompagna dagli anni novanta (Darryl Jones al basso, Chuck Leavell alle tastiere, la sezione fiati comandata da Bobby Keys, che era ancora tra noi, ed i cori di Lisa Fischer, Bernard Fowler e Blondie Chaplin). Lo show inizia subito in maniera potentissima con (I Can’t Get No) Satisfaction, brano che solitamente veniva posto in chiusura ma che funziona magnificamente anche come opener, subito seguita dal una scintillante Let’s Spend The Night Together e dall’allora nuova Flip The Switch, puro rock’n’roll tutto ritmo e chitarre, con poco spazio per tirare il fiato. Bridges To Babylon è rappresentato nella prima parte con l’accattivante (e funkeggiante) singolo Anybody Seen My Baby?, la vibrante Saint Of Me e soprattutto Out Of Control, il brano migliore dell’album del 1997, rock song sontuosa e dal crescendo trascinante. In quel tour i nostri inaugurarono la possibilità per i fans di votare un brano per ogni serata sul sito web della band, brano che poi sarebbe stato puntualmente eseguito: a Brema tocca alla splendida ballata Memory Motel, molto poco eseguita nel corso degli anni, un pezzo toccante che è anche uno dei rari casi (a memoria mi viene in mente solo Salt Of The Earth) in cui Jagger e Richards si alternano alle lead vocals.

A proposito di Richards, il solito spazio di due brani in cui Keith assume la leadership è qui occupato dalla nuova e cadenzata Thief In The Night e dalla rara Wanna Hold You (proviene da Undercover, ed è meglio di molto del materiale contenuto in quel disco); c’è poi un unico omaggio a Voodoo Lounge con la potente You Got Me Rocking, un muro del suono rock incredibile, ed una luccicante Like A Rolling Stone, classico di Bob Dylan che a quei tempi trovava spesso e volentieri spazio in scaletta. Ma un concerto degli Stones che si rispetti è anche una sorta di greatest hits, ed anche qui abbiamo riletture piene di grinta ed energia di una serie di evergreen che letti uno di fila all’altro fanno venire i brividi ancora oggi: Gimme Shelter (strepitosa), Paint It Black (grandissima versione anche questa), Miss You (12 minuti), una It’s Only Rock’n’Roll con l’ombra di Chuck Berry ed un finale da paura con Sympathy For The Devil, Tumbling Dice, Honky Tonk Women, Start Me Up, Jumpin’ Jack Flash, You Can’t Always Get What You Want e Brown Sugar una dopo l’altra, una raffica che lascia senza respiro anche a 21 anni di distanza. La parte video contiene quattro canzoni in più, registrate al Soldier Field di Chicago nell’ambito dello stesso tour: Rock And A Hard Place, Under My Thumb, Let It Bleed e la rara All About You.

Altro grande live album quindi, ennesima imperdibile gemma che entra a far parte della discografia di un gruppo di fenomeni veri, la più grande rock’n’roll band di tutti i tempi.

Marco Verdi

Un Sentito Omaggio Al Vecchio “Fiddlin’ Man”! VV.AA. – Volunteer Jam XX: A Tribute To Charlie Daniels

volunteer jam xx

VV. AA. – Volunteer Jam XX: A Tribute To Charlie Daniels – Blackbird 2CD

Come probabilmente molti di voi sapranno, la Volunteer Jam è un mega-concerto patrocinato dalla Charlie Daniels Band che dal 1974 si tiene annualmente a Nashville, una sorta di celebrazione della musica del Sud e non solo, che nel tempo ha visto alternarsi sul palco gruppi e solisti del calibro di Allman Brothers Band, Marshall Tucker Band, Stevie Ray Vaughan, Emmylou Harris, Carl Perkins, Don Henley, Nitty Gritty Dirt Band e molti altri, oltre naturalmente ai padroni di casa. Proposta quasi ininterrottamente fino al 1987 (solo il 1976 fu saltato), questa festa si è poi svolta appena tre volte negli anni novanta, per poi riprendere con cadenza annuale solo nel 2014: quest’anno è stato particolarmente importante, prima di tutto perché si trattava del ventesimo anniversario, e poi perché è stato deciso di trasformare la serata in un tributo allo stesso Charlie Daniels ed ai suoi 81 anni (82 quando leggerete queste righe). Volunteer Jam XX è dunque il resoconto di questo show, un doppio CD (non c’è la parte video, almeno per ora) registrato il 7 Marzo di quest’anno alla Bridgestone Arena di Nashville, una bellissima serata in cui una lunga serie di musicisti rock e country hanno pagato il loro tributo al barbuto cantante e violinista, con alle spalle una house band strepitosa: Jamey Johnson, Audley Freed e Tom Bukovac alle chitarre, Don Was al basso, Chuck Leavell alle tastiere, Sam Bush a violino e mandolino e Nir Z (?) alla batteria, oltre alle McCrary Sisters ai cori.

L’unica cosa che non capisco è perché non sia stato pubblicato il concerto intero, che ci stava comodamente su due CD, ma “solo” 22 canzoni, lasciando fuori performance come quella di Johnson (Long Haired Country Boy) ed ignorando completamente la partecipazione di Alison Krauss. Quello che c’è comunque è più che soddisfacente, anche se non tutte le prestazioni sono allo stesso livello: le canzoni del songbook di Daniels occupano circa l’80% della serata, ma ci sono anche diversi altri brani ormai entrati nella leggenda della musica southern, tra cui più di un omaggio agli Allman. Apertura in perfetto stile southern country con la sanguigna Trudy, ad opera dei Blackberry Smoke, sempre di più una garanzia, seguita dagli Oak Ridge Boys in gran spolvero con una coinvolgente Brand New Star, tra gospel e mountain music, e da Brent Cobb (cugino di Dave) con una liquida Sweet Louisiana, che vede un formidabile Leavell al piano ed il resto del gruppo in tiro, con la slide di Freed a dominare. Sara Evans, gran voce e grinta da vendere, affronta la vibrante Evangeline con ottimo piglio, Justin Moore rifà la robusta southern ballad Simple Man, non male ma ci voleva uno con più personalità, mentre Chris Janson si cimenta con la nota (What This World Needs Is) A Few More Rednecks, e lo fa con un approccio alla Waylon Jennings, puro Outlaw country-rock.

Gli Steep Canyon Rangers sono molto bravi, e la loro Texas è un rockabilly-bluegrass decisamente coinvolgente (e suonato alla grande), ma Eddie Montgomery, metà del duo Montgomery Gentry (Troy Gentry è tragicamente scomparso lo scorso anno in un incidente aereo) è fondamentalmente un mediocre, e la sua My Town pure; per fortuna che arriva Lee Brice il quale, pur non essendo un fenomeno, rilascia una buona versione della famosa The Legend Of Wooley Swamp. Il primo CD si chiude con una sorpresa: Devon Allman e Duane Betts, figli di Gregg e Dickey (ed è un bene che i rapporti tra di loro siano migliori di quanto non fossero quelli tra i genitori) si cimentano con due classici dei rispettivi padri, una fluidissima Blue Sky ed una Midnight Rider emozionante, un doppio omaggio più che riuscito e direi toccante. Il secondo dischetto inizia con i Lynyrd Skynyrd e la loro immortale Sweet Home Alabama, che si prende uno dei maggiori boati da parte del pubblico (splendida versione tra l’altro), dopodiché abbiamo un doppio Travis Tritt con due suoi classici, Modern Day Bonnie And Clyde e It’s A Great Day To Be Alive: Travis è sempre stato uno bravo, ed anche in quella serata non delude, grande voce e grinta da vero southern rocker. Molto bene anche Chris Young con la trascinante Drinkin’ My Baby Goodbye, tra country e rock’n’roll, mentre l’esperto Ricky Scaggs alle prese con We Had It All One Time non brilla particolarmente, anche per un lieve eccesso di zucchero; poi arriva Billy Gibbons e stende tutti con una roboante La Grange, sempre una grande canzone (ed il carisma di Billy non lo scopriamo oggi).

Gli Alabama non mi sono mai piaciuti molto, troppo pop la loro proposta musicale, ma alle prese con il superclassico di Daniels The South’s Gonna Do It Again tirano fuori le unghie e ci regalano una delle prestazioni più convincenti del doppio, tra rock e swing (ed anche la loro Mountain Music non delude, pur restando un gradino sotto). E’ finalmente la volta del festeggiato (e della sua band), che sa ancora tenere il palco con sicurezza, prima con una formidabile Tennessee Fiddlin’ Man e poi con la leggendaria The Devil Went Down To Georgia. Il gran finale è ancora un omaggio agli Allman con One Way Out (un classico sia per Sonny Boy Williamson che per Elmore James, ma anche un evergreen per la band di Macon), lunga e maestosa versione con tutti sul palco in contemporanea, ed un assalto chitarristico da urlo da parte dei vari axemen presenti. Finalmente anche Charlie Daniels ha avuto il suo tributo, e per di più nel suo ambiente naturale: lo stage della Volunteer Jam.

Marco Verdi

Un Divertente Disco Dal Vivo Per Uno Dei Grandi “Sidemen” Del Rock. Chuck Leavell – Chuck Gets Big (With The Frankfurt Radio Big Band)

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Chuck Leavell  – Chuck Gets Big With The Frankfurt Radio Big Band – BMG/Evergreen Arts

Chuck Leavell, da Birmingham, Alabama, è uno dei musicisti più importanti tra coloro che hanno prestato la loro opera di tastierista aggiunto con un paio delle band più rappresentative della storia del rock: dagli anni ’80 lavora con i Rolling Stones, come “direttore” della road band che accompagna le Pietre Rotolanti nei vari tour, e prima, tra il 1972 e il 1976, fu membro effettivo dell’Allman Brothers Band. Dal 1977 al 1980 ha avuto una propria band, i Sea Level, e comunque nel corso degli anni ha lavorato con moltissimi artisti che hanno chiesto le sue prestazioni: Black Crowes, Clapton, David Gilmour, Gov’t Mule, John Mayer, per citare alcuni dei più noti (ma pure con i nostri  Maurizio “Gnola” Glielmo Fabrizio Poggi). La sua carriera solista non è particolarmente ricca: cinque album negli ultimi 20 anni, compreso un altro Live In Germany (doppio) del 2008.

Proprio in relazione a quel CD, Chuck Gets Big, il disco di cui ci stiamo occupando ha rischiato di non vedere la luce, in quanto registrato nel 2011, e con Leavell che avendo già un live in commercio, non voleva pubblicarlo a così breve distanza dal precedente disco dal vivo. All’inizio del 2018, si è deciso che valeva la pena di fare uscire questo documento del suo incontro con la Frankfurt Radio Big Band. La band è proprio big, ci sono ben dodici “fiatisti”, più chitarra, basso e batteria e un paio di coriste. Il repertorio è eclettico, pesca da tutta la discografia di Chuck: si parte con King Grand, un brano dei Sea Level, che illustra il suo lato più jazz (rock), subito incantati da un florilegio del magico piano di Leavell, poi i fiati iniziano a lavorare all’unisono, il nostro che non è un cantante memorabile, pure se le cava onorevolmente, e gli assoli di Alex Schlosser alla tromba e Martin Scales alla chitarra, oltre a quello di Leavell, sono ben strutturati e assai godibili, nel suono d’assieme appunto da Big Band.

Losing Hand è uno standard da sempre associato al primo repertorio di Ray Charles, un R&B corposo che rende omaggio al Genius e qui il nostro lavora ancora di fino alla tastiera, mentre Honky Tonk Women è uno dei brani più identificabili dei suoi attuali datori di lavoro, un riff leggendario che regge anche trasferito in un ambito meno rock, per quanto i suoi colleghi tedeschi e le due coriste ci diano dentro di gusto, con Scales che fa il Richards della situazione. Living In A Dream è un altro brano dei Sea Level, come il precedente tratto da On The Edge del ’78, con Nils Van Haften che duplica il solo di sax tenore di Randall Bramblett dell’originale, in un pezzo dal ritmo sognante e mosso al contempo, con Blue Rose, una delle sue rare composizioni, da un disco di solo piano del 2001, qui trasformato in una vivace cavalcata a tempo di jazz, per poi lasciare spazio ad uno dei brani più belli di Brothers And Sisters degli Allman, Southbound, uno dei classici di Dickey Betts, con Scales di nuovo in bella evidenza, in un arrangiamento che richiama quelli dei Blood, Sweat And Tears o dei primi Chicago. 

Ancora musica di qualità con una gagliarda e corale Tumbling Dice, che diventa un rock’n’soul di pura matrice sudista, seguita da Ashley, un altro dei brani di Leavell, tratto da Southscape del 2005, una solenne e morbida ballatona dove le mani del nostro corrono sulla tastiera. E lì si fermano per un altro omaggio agli Allman Brothers, con il blues-rock sapido ed orchestrale di una coinvolgente Statesboro Blues, seguito da uno dei classici del R&R come Route 66, presa a tutta velocità dalla band che segue come un sol uomo il nostro amico, che continua a cantare più che dignitosamente, anche se poi si deve un poco ” arrangiare” quando si trova alle prese con Georgia On My Mind, dignitosa, ma il grande Ray era un’altra cosa, meglio in un altro must del repertorio di Charles come la vorticosa e raffinata Compared To What, sempre con la Big Band in perfetta sintonia con il piano di Leavell, che poi si lascia andare ai virtuosismi nella conclusiva strumentale Tomato Jam che chiude una bella serata di musica.

Bruno Conti

Anticipazioni Della Settimana (Ferr)Agostana, Prossime Uscite Di Settembre: Parte V. Rod Stewart, Ian Gillan, Amy Helm, Tony Joe White, Muscle Shoals, Linda Thompson, Joe Strummer, Chuck Leavell.

rod stewart blood red roses 28-9

Quinta ed ultima parte dedicata alle novità di settembre, queste sono le uscite previste per il 28. Iniziamo con Rod Stewart che dopo il discreto https://discoclub.myblog.it/2015/11/02/tutta-la-buona-volonta-riesco-stroncarlo-rod-stewart-another-country/, pubblica il 30° album della sua carriera, ovvero Blood Red Roses, etichetta Republic/Decca, quindi sempre gruppo Universal, come il precedente che però era su Capitol. Il nostro amico Rod The Mod lo presenta come uno dei più caldi ed intimi della sua carriera (e ci mancherebbe): l’album contiene 13 nuove composizioni dell’artista nativo di Londra ma scozzese per elezione, nella versione standard, mentre nell’edizione Deluxe, singola (benché costerà come un doppio) altre 3 bonus tracks, tutte cover, per un totale di 16 brani. Si sa che il disco è stato co-prodotto dallo stesso Stewart e dal suo vecchio amico e collaboratore Kevin Savigar, con lui, sia pure non continuativamente, dalla fine degli anni ’70.

Non azzardo previsioni sulla qualità dei brani dell’album, mi limito a pubblicare la lista completa dei pezzi e il primo singolo estratto dal disco, Didn’t I, che trovate qui sopra, testo interessante ed intenso, canzone piacevole, ma niente per cui strapparsi i capelli e in cui la voce duettante è di tale Bridget Cady, di cui ignoravo l’esistenza. Delle tre cover presenti come bonus nella Deluxe edition, una, Who Designed The Snowflake è firmata da Paddy McAloon dei Prefab Sprout, It Was A Very Good Year è uno standard americano reso celebre da Frank Sinatra negli anni ’60 e I Don’t Want To Get Married dovrebbe sempre venire da quel periodo, ma ne esiste anche una scritta da Irving Berling, al momento non so dirvi di quale si tratti .

1. Look In Her Eyes
2. Hole In My Heart
3. Farewell
4. Didn’t I
5. Blood Red Roses
6. Grace
7. Give Me Love
8. Rest Of My Life
9. Rollin’ & Tumblin’
10. Julia
11. Honey Gold
12. Vegas Shuffle
13. Cold Old London
Deluxe Edition Bonus Tracks:
14. Who Designed The Snowflake (Paddy McAloon penned)
15. It Was A Very Good Year
16. I Don’t Want To Get Married

ian gillan and the javelins 28-9 ian gillan and the javelins open cd 28-9

Per quanto possa sembrare incredibile questa è la stessa band con cui Ian Gillan suonava e cantava cover più di 50 anni fa, agli inizi degli anni ’60, prima degli Epsode Six e ovviamente dei Deep Purple: si trattava di una band semiprofessionale, i Javelins (e tale sarebbe rimasta anche oggi, nelle parole dello stesso Gillan) che suonava nei locali nei dintorni di Londra e chi è sciolta già nel 1964. Il repertorio è quello pop, blues, soul e R&R dell’epoca, come si evince dal primo video che farebbe la gioia di Springsteen.

E dalla tracklist del CD, che verrà pubblicato dalla EarMusic il 28 settembre.

 1. Do You Love Me
2. Dream Baby (How Long Must I Dream)
3. Memphis, Tennessee
4. Little Egypt (Ying-Yang)
5. High School Confidential
6. It’s So Easy!
7. Save The Last Dance For Me
8. Rock and Roll Music
9. Chains
10. Another Saturday Night
11. You’re Gonna Ruin Me Baby
12. Smokestack Lightnin’
13. Hallelujah I Love Her So
14. Heartbeat
15. What I’d Say
16. Mona (I Need You Baby)

amy helm this too shall light 28-9

Al sottoscritto il precedente disco di Amy Helm era piaciuto moltissimo https://discoclub.myblog.it/2015/08/02/degna-figlia-tanto-padre-amy-helm-didnt-it-rain/. Questo nuovo si annuncia addirittura superiore dalla prime notizie che filtrano sul CD: d’altronde dalla figlia di Levon Helm e componente degli Ollabelle non mi aspetterei di meno. Registrato agli United Recording Studios di Los Angeles, quello dove i Beach Boys hanno registrato Pet Sounds, con la produzione di Joe Henry, che ha firmato anche alcuni nuovi brani con la stessa Amy, il disco pesca anche dal repertorio di Rod Stewart, T. Bone Burnett, Allen Toussaint, Robbie Robertson e dei Milk Carton Kids, ma contiene anche composizioni di MC Taylor ovvero Hiss Golden Messenger, Ted Pecchio dei Chris Robinson Brotherhood e della Tedeschi Trucks Band, oltre ad una rilettura del traditional Gloryland che il babbo Levon Helm aveva insegnato alla figlia.

La nuova etichetta per questo secondo disco solista della Helm This Too Shall Light è la Yep Rock, mentre la lista completa dei brani la trovate sotto, insieme ad un paio di estratti che confermano la bontà del disco.

1. This Too Shall Light
2. Odetta
3. Michigan
4. Freedom For The Stallion
5. Mandolin Wind
6. Long Daddy Green
7. The Stones I Throw
8. Heaven’s Holding Me
9. River Of Love
10. Gloryland

muscle shoals small town big sound 28-9

A proposito di studi di registrazione storici, sempre a fine settembre, su etichetta BMG, è in uscita anche questo Muscle Shoals Small Town Big Sound, che non è una compilation ma un nuovo disco tributo a quegli studios, ai grande musicisti che vi suonarono e ad alcune delle grandi canzoni che ne hanno fatto la storia.

Tutte nuove registrazioni, anche se non è ancora disponibile la lista completa dei musicisti che partecipano, tra quelli già noti alcuni sono interessanti, altri decisamente meno: Chris Stapleton, Willie Nelson, Lee Ann Womack, Jamey Johnson, Steven Tyler, Keb’ Mo’, Grace Potter, ma anche Demi Lovato e Aloe Blacc. Vedremo e soprattutto sentiremo.

1. Road of Love
2. I’d Rather Go Blind
3. Brown Sugar
4. Gotta Serve Somebody
5. I Never Loved A Man (The Way I Love You)
6. Snatching It Back
7. I’ll Take You There
8. Cry Like A Rainy Day
9. True Love
10. Come And Go Blues
11. Respect Yourself
12. Wild Horses
13. Mustang Sally
14. We’ve Got Tonight
15. Givin’ It Up For Your Love

tony joe white bad mouthin' 28-9

Sempre dal profondo Sud degli States, lui è della Louisiana, anche se tutti pensano venga dalla Georgia, arriva un nuovo album anche per Tony Joe White. Il nuovo disco, puree questo pubblicato dalla Yep Rock, è un misto di brani originali di White, cinque, che erano rimasti a lungo nel cassetto e da una serie di cover di blues dal repertorio di grandi artisti, tra gli altri Lightnin’ Hopkins, Muddy Waters, John Lee Hooker; quindi per l’occasione il classico swamp-rock del nostro si immerge profondamente nel blues. Voce sempre più vissuta e il classico sound indolente e pungente della chitarra di TJW, con qualche tocco aggiunto di armonica.

1. Bad Mouthin’
2. Baby Please Don’t Go
3. Cool Town Woman
4. Boom Boom
5. Big Boss Man
6. Sundown Blues
7. Rich Woman Blues
8. Bad Dreams
9. Awful Dreams
10. Down the Dirt Road Blues
11. Stockholm Blues
12. Heartbreak Hotel

linda thompson my mother doesn't know 28-9

Questo, come lascia intendere il titolo, non è un disco nuovo della ex moglie di Richard, nonché una delle più belle voci della scena musicale britannica: Linda Thompson Presents My Mother Doesn’t Know I’m On The Stage è un album che celebra il music hall inglese, attraverso una serie di registrazioni che verranno pubblicate dalla Omnivore Records, etichetta specializzata abitualmente soprattutto in ristampe. Quindi si tratta di brani che ruotano attraverso questo stile particolare che la Thompson ha sempre molto amato: Materiale registrato con famiglia e ospiti al seguito nel maggio del 2005 al Lyric Hammersmith di Londra, dove la nostra amica appare solo in due brani e quindi indirizzato a collezionisti incalliti o amanti del genere, per cui occhio. Interessante, ma molto di nicchia, anche se alcuni dei nomi presenti sono legati alla tradizione del folk britannico: da Bob Davenport Cara Dillon, Sam Lakeman e Jools Holland, anche James Walbourne, marito di Kami Thompson, la figlia più giovane di Richard e Linda, con cui milita nei Rails e anche l’altro fratello Teddy Thompson appare nel CD, come pure Martha Wainwright e il grande attore Colin Firth.

Ecco la lista completa delle canzoni e relativi interpreti:

1. I Might Learn To Love Him Later On (Tra-La-La-La) featuring Linda Thompson
2. Beautiful Dreamer featuring Martha Wainwright
3. My Mother Doesn’t Know I’m On The Stage featuring Colin Firth
4. London Heart featuring James Walbourne
5. Good-Bye Dolly Gray featuring Linda Thompson
6. I Wish You Were Here Again featuring Bob Davenport
7. A Good Man Is Hard To Find featuring Justin Vivian Bond
8. Here Am I Broken Hearted featuring Teddy Thompson
9. If It Wasn’t For The ‘ouses In Between (or The Cockney’s Garden) featuring John Foreman
10. Burlington Bertie From Bow featuring Teddy Thompson
11. The Lark In The Clear Air featuring Cara Dillon
12. Wotcher! (Knocked ‘Em In The Old Kent Road) featuring Roy Hudd
13. Brother, Can You Spare A Dime? featuring Teddy Thompson
14. Show Me The Way To Go Home Ensemble

joe strummer 001 28-9 joe strummer 001 deluxe 28-9

A dicembre saranno passati 16 anni dalla morte di Joe Strummer, quindi l’uscita di questo Joe Strummer 001 non pare commemorare nessun evento particolare, semplicemente sarà pubblicato il 28 settembre per la Ignition Records e raccoglierà, nelle intenzioni della etichetta, materiale estratto dalla carriera di Joe al di fuori dei Clash; quindi brani dei 101ers, dei Mescaleros, dagli album solisti, dalle colonne sonore e un album di materiale inedito. Ovviamente ci saranno vari formati: quella in doppio CD standard, che comunque conterrà tutte le canzoni, quella in 2 CD Deluxe, (molto) più costosa per via della confezione, con lo stesso libro formato A4 della Super Deluxe, ma con solo una piccola parte dei memorabilia della versione da ricchi, che costerà indicativamente oltre i 100 euro, e al cui interno troveranno posto anche un libro rilegato, 3 album in vinile, un singolo 7 pollici con 2 demo inediti e una musicassetta contenente l’U.S. North” – Basement Demo, due lyric sheets, la riproduzione della patente di guida californiana di Strummer e altre chicche varie.

Comunque ecco la lista completa dei brani delle varie edizioni, che nel doppio CD raccolgono in ogni caso le stesse canzoni.

[CD1]
1. Letsagetabitarockin (2005 Remastered Version) – The 101ers
2. Keys To Your Heart (Version 2) [2005 Remastered Version] – The 101ers
3. Love Kills – Joe Strummer
4. Tennessee Rain – Joe Strummer
5. Trash City – Joe Strummer & The Latino Rockabilly War
6. 15th Brigade – Joe Strummer
7. Ride Your Donkey – Joe Strummer
8. Burning Lights – Joe Strummer
9. Afro-Cuban Be-Bop – The Astro-Physicians
10. Sandpaper Blues – Radar
11. Generations – Electric Dog House
12. It’s A Rockin’ World – Joe Strummer
13. Yalla Yalla – Joe Strummer & The Mescaleros
14. X-Ray Style – Joe Strummer & The Mescaleros
15. Johnny Appleseed – Joe Strummer & The Mescaleros
16. Minstrel Boy – Joe Strummer & The Mescaleros
17. Redemption Song – Johnny Cash & Joe Strummer
18. Over The Border – Jimmy Cliff & Joe Strummer
19. Coma Girl – Joe Strummer & The Mescaleros
20. Silver & Gold / Before I Grow Too Old – Joe Strummer & The Mescaleros

[CD2]
1. Letsagetabitarockin’ – Joe Strummer
2. Czechoslovak Song / Where is England – Strummer, Simonon & Howard
3. Pouring Rain (1984) – Strummer, Simonon & Howard
4. Blues On The River – Joe Strummer
5. Crying On 23rd – The Soothsayers
6. 2 Bullets – Pearl Harbour
7. When Pigs Fly – Joe Strummer
8. Pouring Rain (1993) – Joe Strummer
9. Rose Of Erin – Joe Strummer
10. The Cool Impossible – Joe Strummer
11. London Is Burning – Joe Strummer & The Mescaleros
12. U.S.North – Joe Strummer & Mick Jones

[Seven-Inch Single]
1. This is England – 1984 July Demo – Previously Unreleased
2. Before We Go Forward – 1984 July Demo – Previously Unreleased

[Cassette: U.S. North Basement Demo]
1. Unreleased. Recorded 1986. Discovered in Joe’s cast cupboard.
2. Joe Strummer & Mick Jones: Vocals, Guitar, Drum Machine

chuck leavell chuck gets big 28-9

Ultima segnalazione scelta tra le tante uscite del mese di settembre (almeno quelle annunciate finora) è per il CD di Chuck Leavell With The Frankfurt Radio Big Band, già disponibile per il download digitale da giugno, verrò pubblicato su CD dalla BMG sempre il 28 settembre. Si tratta della registrazione di un concerto del 2011 tenuto in Germania, con una orchestra fiati, chitarra e sezione ritmica per un totale di 17 elementi sul palco: Chuck Gest Big rivisita il passato del grande tastierista americano andando a pescare nel repertorio di Allman Brothers, Sea Level Rolling Stones, oltre che dai suoi dischi solisti.

1. Route 66
2. King Grand
3. Losing Hand
4. Honky Tonk Woman
5. Living In A Dream
6. Blue Rose
7. Southbound
8. Tumbling Dice
9. Ashley
10. Statesboro Blues
11. Georgia On My Mind
12. Compared To What
Bonus Track:
13. Tomato Jam

Con questo è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Continua L’Eterna Sfida Tra Il Bene E Il Male…Ehm, No…Tra Gli Ex Pink Floyd! David Gilmour – Live At Pompeii

David gilmour live at pompeii box

David Gilmour – Live At Pompeii – Columbia/Sony 2CD – 2DVD – BluRay – 4LP – Deluxe 2CD/2Bluray

Da quando nel 1983, all’indomani del controverso album The Final Cut, Roger Waters  lascia i Pink Floyd, inizia una specie di sfida a distanza con David Gilmour, che da quel momento assume la leadership dello storico gruppo inglese. A dirla tutta, la lotta tra i due forse c’è stata solo negli anni ottanta ed in parte nei novanta (anche a colpi di avvocati), ma niente mi vieta di pensare che, ad ogni uscita discografica di ciascuno dei due, non si instauri una sorta di competizione nei confronti dell’altro, più che altro da parte di Gilmour, grande chitarrista, ottimo cantante ma compositore normale, mentre Waters, dall’alto della sua suprema arroganza, non ammetterà mai che l’ex compagno possa di tanto in tanto fare meglio di lui. E’ curioso notare che le carriere soliste dei due (per continuare con l’idea della gara), sono fatte di sorpassi e controsorpassi: nel 1984 The Pros And Cons Of Hitch Hiking di Roger ha vinto a mani basse il duello con il moscio About Face di David, il quale si è preso la rivincita tre anni dopo con i Floyd: A Momentary Lapse Of Reason non è certo un capolavoro, ma è meglio di Radio K.A.O.S. di Waters (che a me comunque non dispiace). Lo scontro del 1992-1994 (Amused To Death The Division Bell) è finito sostanzialmente in parità, due ottimi dischi con qualche difettuccio, come anche quello del 2005-2006, con l’opera Ça Ira di Roger ed il comeback album On An Island di David, entrambi evitabili (diciamo uno 0-0 con poche emozioni). Ultimamente hanno entrambi affilato le armi, da una parte Gilmour con l’episodio conclusivo dei Floyd, il riuscito The Endless River, e poi lo scorso anno con Rattle That Lock, per distacco il suo miglior disco da solista, mentre Waters ha risposto prima con la maestosa operazione The Wall Live e pochi mesi fa con il bellissimo Is This The Life We Really Want?, primo album di canzoni nuove in 25 anni.

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Adesso però il pallino è tornato in mano a Gilmour, il quale cala l’asso con l’operazione Live At Pompeii. Ora vedo di piantarla con la storia della gara, ma non posso non considerare che David ha saputo giocare benissimo le sue carte, e fin dal Luglio dello scorso anno, quando il nostro si è esibito in due concerti all’Anfiteatro Romano di Pompei, sapeva benissimo che il live che ne avrebbe tratto sarebbe stato di grande risonanza mediatica, non solo per la suggestiva location ma soprattutto grazie al parallelismo con la storica performance che i Pink Floyd tennero nello stesso luogo nel lontano 1971, anche se le differenze con le due situazioni sono molteplici. Se 46 anni fa lo show si tenne in totale assenza di pubblico, con solo i quattro Floyd sul palco e con un repertorio ancora decisamente psichedelico, l’anno scorso il pubblico c’era eccome, pur se solo nel parterre essendo le gradinate non agibili (e ha anche pagato profumatamente), sul palco erano in dieci, con spettacolari effetti e giochi di luci ed una serie di canzoni di chiara derivazione rock. Live At Pompeii esce in varie configurazioni (prego vedere nell’intestazione del post), e questa volta mi sento di consigliare il box composto da 2CD + 2BluRay (se avete il lettore BluRay chiaramente, il box con dentro i DVD non esiste) dato che, oltre ad avere una definizione dell’immagine decisamente spettacolare, contiene delle performance aggiuntive nella parte video. David è l’antitesi della rockstar: vestito in maniera normalissima, con pancetta e pochi capelli (ed una barba incolta che lo invecchia oltremodo), ma rimane un ottimo cantante ed un formidabile chitarrista, in grado di passare da delicati ricami all’acustica fino ad assoli acidissimi all’elettrica, forse non è un grande animale da palcoscenico, ma il concerto si gusta ugualmente dalla prima all’ultima canzone senza attimi di noia, grazie anche degli effetti scenici che il nostro si è portato dietro dall’era Floyd, dai giochi di luce allo schermo tondo.

In più, la band che lo accompagna è di primissimo piano, a partire dal fedele Guy Pratt al basso, e passando per Chester Kamen alle chitarre ritmiche, il grande Chuck Leavell, in vacanza dagli Stones, alle tastiere (nella parte che fu di Richard Wright), l’altro tastierista Greg Phillinganes (per molti anni nella band di Eric Clapton), il superbo batterista Steve DiStanislao (di recente anche nell’ultimo Crosby Sky Trails), Joao Mello al sassofono ed i tre coristi, Bryan Chambers, Lucita Jules e Louise Clare Marshall. Gilmour non avrà il carisma di Waters, ma è comunque un musicista coi controfiocchi e, quando lascia parlare la musica, è più che in grado di dire la sua: Live At Pompeii è quindi, oltre che un evento, un ottimo album live, meglio di Live In Gdansk che era troppo sbilanciato verso le canzoni di On An Island. Chiaramente il nuovo Rattle That Lock ha parecchia esposizione, dall’avvio languido di 5 A.M., suonato quando a Pompei stava ancora tramontando il sole, che sfocia nella subito coinvolgente e tonica title track del disco dello scorso anno. Affascinante Faces Of Stone, con la sua melodia alla Leonard Cohen, la tenue e quasi totalmente strumentale A Boat Lies Waiting (che Gilmour dice essere dedicata a Wright), la maestosa In Any Tongue, che non ha nulla da invidiare ai pezzi che David scriveva per i Floyd, con uno strepitoso assolo finale (ma anche gli altri, corbezzoli se suonano!), mentre Today, seppur gradevole, sembra più un brano dei Toto; ci sono anche un paio di cose da On An Island (la title track e The Blue), ma sono le meno interessanti della serata e a dirla tutta anche un po’ noiosette.

Ma la parte del leone la fanno naturalmente i pezzi dei Pink Floyd, a partire dalla discreta What Do You Want From Me?, che non è un capolavoro ma viene accolta da un boato essendo la prima dello storico gruppo in scaletta. La sempre suggestiva The Great Gig In The Sky presenta un pezzo di bravura vocale da parte delle due coriste, mentre David suona tranquillo alla steel, la splendida Wish You Were Here è sempre tra le più applaudite (e la versione di stasera è pura e cristallina), mentre Money è sempre trascinante, versione di otto minuti con Dave e Mello che fanno i numeri rispettivamente alla chitarra ed al sax. La prima parte del concerto si chiude con la fantastica High Hopes (il brano migliore di The Division Bell), con Gilmour che inizia all’acustica e finisce con il solito assolo “spaziale” alla steel, suonata con la tecnica slide. La seconda metà dello show inizia con un’inattesa One Of These Days (di solito non era in scaletta, ma in quella sera David la suona in omaggio al concerto a Pompei dei Floyd, infatti è l’unico pezzo in comune nelle due setlist), versione strepitosa, travolgente ed acida al punto giusto, con Gilmour che all’inizio si diletta alle percussioni, ma poi passa alla slide e fa venire giù il teatro. Coming Back To Life e Sorrow sono canzoni abbastanza normali, ed in fondo anche Fat Old Sun, che però ha una parte strumentale finale coi fiocchi, ma poi c’è un vero e proprio poker d’assi, a partire dalle prime cinque parti di Shine On You Crazy Diamond (che a dire il vero mi sembra un po’ scolastica), ed il gran finale formato dalla trascinante Run Like Hell (con tutta la band con gli occhiali da sole per proteggersi dai giochi di luce…e al pubblico non ci pensano?), dal liquido medley Time/Breathe e soprattutto dalla strepitosa Comfortably Numb, con Leavell che canta (più o meno…) la parte che era di Waters e Gilmour che rilascia il migliore assolo della serata in mezzo ai laser colorati, strappando una prevedibile standing ovation finale.

Il BluRay aggiuntivo del box, oltre a vari documentari che non ho ancora visto, regala i frammenti di altre due serate: cinque pezzi suonati in Sudamerica (tra cui la al solito maestosa Us & Them ed una Astronomy Domine in omaggio a Syd Barrett, più rock e meno psichedelica dell’originale, e con Phil Manzanera e Jon Carin al posto di Kamen e Leavell) ed altrettanti dalla performance a Wroclaw, in Polonia, con l’orchestra filarmonica locale (cinque pezzi da Rattle That Lock, tra cui la raffinata e jazzata The Girl In The Yellow Dress e la movimentata Dancing Right In Front Of Me). Quindi un live bello, potente ma anche di gran classe, che sarebbe stato perfetto (ma è un parere personale) se al posto dei due pezzi tratti da On An Island ci fossero state On The Turning Away (uno dei brani scritti da Gilmour che preferisco) e magari una canzone da The Endless River. Album quindi da avere, sia che siate fans dei Pink Floyd sia che amiate il rock d’autore.

Marco Verdi