Sudisti, Sudati E Dal Vivo! Lynyrd Skynyrd – Live In Atlantic City 2006/Marshall Tucker Band – Live At Pleasure Island ‘97

lynyrd skynyrd live in atlantic city

Lynyrd Skynyrd – Live In Atlantic City – EarMusic/Edel CD – CD/BluRay – 2LP

Marshall Tucker Band – Live At Pleasure Island ’97 – Mountain Jam 2CD

Doppia uscita quasi in contemporanea per due storici gruppi degli anni settanta, che insieme alla Allman Brothers Band componevano la “sacra triade” del southern rock: Lynyrd Skynyrd e Marshall Tucker Band. Si tratta di due album dal vivo molto interessanti, registrati non di recente ma neppure durante la loro golden age, e per la precisione nel 2006 per gli Skynyrd e 1997 per la MTB, due periodi non considerati tra i migliori dei nostri per quanto riguarda la qualità degli album di studio, anche se sul palco come vedremo la loro la sapevano ancora dire eccome. Live In Atlantic City vede gli Skynyrd all’opera dodici anni orsono nella seconda “Sin City” americana dopo Las Vegas, al Trump Taj Mahal Hotel (di proprietà dell’attuale presidente degli USA, ma oggi chiuso), per un concerto registrato nell’ambito della trasmissione televisiva Decades Rock Live. Nel nuovo millennio il gruppo di Gary Rossington e Billy Powell (ho citato gli unici due membri originali presenti in questo CD, ma oggi Powell purtroppo non è più tra noi) si è un po’ staccato dalle sonorità tipicamente southern dei seventies e ha iniziato ha fare della musica talvolta un po’ tamarra, con suoni tra hard e AOR, in parte a causa dei trascorsi dell’altro chitarrista Ricky Medlocke (ex Blackfoot), mentre la tradizione di famiglia è ancora oggi portata avanti dal cantante Johnny Van Zant, fratello di quel Ronnie scomparso nel celebre e tragico incidente aereo del 1977.

Il gruppo (che qui è completato dalla sezione ritmica di Ean Evans e Michael Cartellone, dalla terza chitarra di Mark Matejka e dalle coriste Dale Rossington, moglie di Gary, e Carol Chase) in questo CD (e BluRay) suona quindi un robusto set di southern rock decisamente vigoroso, che però non manca di scaldare a dovere l’ambiente e di divertire gli ascoltatori, con solo un paio di leggere cadute di tono dovute più che altro agli ospiti che a loro stessi. Apre la serata Workin’ For MCA, rock-blues potentissimo con le chitarre che arrotano che è un piacere, seguita dalla solida ballata patriottica Red White And Blue (Love It Or Leave), scritta all’indomani del crollo delle Torri Gemelle, e dal sempre trascinante rock’n’roll sudista di Gimme Three Steps. Il primo ospite a salire sul palco è l’allora giovane cantante Bo Bice, che propone la sua The Real Thing, evocativa ballad elettrica in odore di AOR e, insieme a Van Zant, la classica e tonante Gimme Back My Bullets.

Hank Williams Jr. si integra alla grande con i nostri, e la sua comparsata lascia il segno, grazie all’irresistibile Down South Jukin’, puro rock’n’roll, ed alla sua Born To Boogie, anch’essa contraddistinta da un ritmo coinvolgente.I 3 Doors Down al gran completo (un cantante, due chitarre, basso e batteria) induriscono fin troppo la vibrante Saturday Night Special mentre rifanno molto bene la stupenda That Smell, una delle più belle canzoni degli Skynyrd: in mezzo alle due propongono la loro Kryptonite, che obiettivamente non è il massimo (e poi se compro un live degli Skynyrd, a meno che non invitino Gregg Allman che fa Midnight Rider, vorrei sentire solo canzoni degli Skynyrd). Gran finale con Rossington e soci ancora da soli sul palco per una Call Me The Breeze più travolgente che mai, un boogie-blues suonato davvero alla grande, e con la prevedibile ma sempre emozionante conclusione riservata a Sweet Home Alabama e Free Bird.

marshall tucker band live at pleasure island 97

Ancora meglio va secondo me con l’album della Marshall Tucker Band, un doppio CD in una bella confezione simil-LP in cartone duro intitolato Live At Pleasure Island ’97 (dove Pleasure Island non è un luogo fiabesco popolato da ninfe seminude che trasportano i visitatori nei meandri del piacere carnale, ma una amena ed innocente località di divertimenti all’interno del parco Disney World di Orlando, in Florida). All’epoca di questo concerto l’unico membro originale della MTB era il cantante Doug Gray, dato che i fratelli Toy e Tommy Caldwell erano già passati a miglior vita (Tommy nel 1980, Toy solo quattro anni prima, ma non faceva già più parte del gruppo), mentre gli altri fondatori se ne erano via via andati tutti, l’ultimo dei quali, Jerry Eubanks, l’anno prima: dunque la band è formata da onesti mestieranti, che però dal vivo ed alle prese con i classici del gruppo si fanno ampiamente valere, e da due ottimi chitarristi nelle persone di Rusty Milner e soprattutto Chris Hicks, che aveva abbandonato gli Outlaws nel 1996. Il live in questione è formato da due diversi set di sei brani ciascuno (più due brevi intro strumentali), di 40 e 48 minuti rispettivamente e registrati nella stessa giornata, presumibilmente a qualche ora di distanza l’uno dall’altro. Gli unici due brani all’epoca nuovi sono nel primo set: Like Good Music, un saltellante blues pieno di ritmo e feeling, con ottime prestazioni chitarristiche e Gray già in tiro (uscirà l’anno seguente su Face Down In The Blues), e la ballata elettrica Midnight Promises, un southern soul caldo ed avvolgente, affidato alla voce “allmaniana” di Hicks (e questa verrà “ufficializzata” solo nel 2004, nell’album Beyond The Horizon).

Il resto dei due set è composto solo dai classici anni settanta, suonati davvero con forza e vigore, a partire dalla fluida e distesa This Ol’ Cowboy, che fonde mirabilmente rock sudista ed atmosfere jazzate, quasi fossero i Chicago, per poi proseguire con la roboante Take The Highway, con Milner strepitoso, la suggestiva Runnin’ Like The Wind, che fa venire in mente praterie a perdita d’occhio, le countreggianti Searching For A Rainbow e Fire On The Mountain, entrambe irresistibili, e soprattutto una stratosferica 24 Hours At A Time, ben sedici minuti di grande rock e jam strumentali a go-go. Solo due pezzi si ripetono in entrambi i set, e sono le due canzoni più note del gruppo: la stupenda Heard It In A Love Song, il loro più grande successo, una di quelle rock songs perfette e capaci di far svoltare una carriera, e la favolosa Can’t You See, una delle ballate sudiste più belle di sempre, nella quale i due chitarristi si sfidano senza esclusione di colpi, e Gray (che, devo dirlo, non è il mio preferito tra i lead vocalist) che si diverte un mondo. Quindi due proposte più che soddisfacenti, anche se non provenienti dal periodo classico dei due gruppi in questione.

Marco Verdi

Tre Giorni Fa E’ Morto A Nashville Ed King, Il Vecchio Chitarrista Dei Lynyrd Skynryrd, Aveva 68 Anni. Un Breve Ricordo.

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Ed King è stato il terzo chitarrista e (agli inizi) anche bassista nel primo periodo, quello più glorioso, della lunga epopea dei Lynyrd Skynyrd: entrato in formazione nel 1972, per sostituire brevemente appunto Leon Wilkeson al basso, poi King, che era l’unico non vero “sudista” della band, in quanto nativo della California, poi rimase nell’organico degli Skynyrd per i due album successivi, Second Helping Nuthin’ Fancy, contribuendo a creare quel famoso sound con tre chitarre soliste che ha contribuito a creare la leggenda della band di Jacksonville, Florida. Ed King aveva conosciuto gli altri musicisti degli Skynyrd prima di un concerto, quando faceva ancora parte degli Strawberry Alarm Clock, band di culto, ma di buon valore, della scena psichedelica californiana, che viene ricordata soprattutto per il loro singolo Incense And Peppermints, n° 1 delle classifiche americane nel 1967, con oltre un milione di copie vendute https://www.youtube.com/watch?v=RghL1rViX34  (inserita anche nella versione CD in cofanetto della famosa compilation Nuggets), poi autori di altri tre album, nel 1968 e 1969 e giunta fino al 1971.

Dopo quella esperienza King entra nei Lynyrd Skynyrd per (Pronounced ‘Lĕh-‘nérd ‘Skin-‘nérd), il disco di esordio ufficiale del 1973, poi l’anno successivo quando Wilkeson rientra in formazione passa alla chitarra, ed è uno dei co-autori, con Ronnie Van Zant Gary Rossington, di Sweet Home Alabama (la voce che si sente scandire l’1-2-3 prima del famoso riff è la sua https://www.youtube.com/watch?v=ye5BuYf8q4o ), presente anche nel successivo Second Helping, in cui firma anche Workin’ For MCA e Swamp Music. E pure nel successivo Nuthin’ Fancy è autore di Saturday Night Special, Railroad Song Whiskey Rock-a-Roller, Quindi, al di là delle sue ottime qualità di chitarrista, non una figura marginale nell’economia del gruppo. Da cui esce nel 1975 durante il travagliato Torture Tour americano e pertanto, per sua fortuna, non è presente nel fatidico incidente aereo del 1977. Viene comunque richiamato per la prima reunion del 1987, insieme agli altri sopravvissuti della tragedia Gary Rossington, Billy Powell, Leon Wilkeson e Artimus Pyle, ma non Allen Collins che era rimasto paralizzato per un incidente d’auto del 1986. Ed King, rimane presente nell’organico fino al 1996, quando viene forzato a lasciare per i primi problemi di salute dovuti ad uno scompenso cardiaco, poi risolto con un trapianto nel 2011: comunque nel 2006  partecipa alla “induzione” dei Lynyrd Skynyrd  storici nella Rock And Roll Hall Of Fame.

Da alcuni mesi King stava lottando con un tumore ai polmoni che alla fine ha avuto la meglio il 22 agosto del 2018 a Nashville, Tennesse dove viveva, provocandone la morte, e nelle parole di commiato del suo vecchio compagno di avventura Gary Rossington  “Ed was our brother, and a great songwriter and guitar player. I know he will be reunited with the rest of the boys in Rock and Roll Heaven. Our thoughts and prayers are with Sharon and his family”. Un altro dei grandi sudisti ora “Riposa In Pace”.

Bruno Conti

Canadesi Dal Cuore (E Dal Suono) Sudista. The Sheepdogs – Changing Colours

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The Sheepdogs – Changing Colours – Dine Alone Records/Warner Music Canada

Avete voglia di rituffarvi nei suoni degli anni Settanta? Siete rimasti degli inguaribili fans del buon rock sudista consumando i vostri vinili degli Allman Brothers o dei Lynyrd Skynyrd? Il vostro cuore batte forte quando parte lo splendido coro di Suite Judy Blue Eyes di Crosby, Stills & Nash? Vi ritrovate ogni tanto a canticchiare l’irresistibile (e un po’ ruffiano) ritornello di The Joker della Steve Miller Band? Vi do un consiglio: procuratevi il nuovo CD dei canadesi Sheepdogs e placherete subito tutte le vostre crisi di astinenza. La band, originaria di Saskatoon, la più popolosa città della provincia del Saskatchewan, è attiva dal 2006 ed ha già alle spalle cinque albums e due EPs. Si è formata grazie all’incontro, avvenuto in ambito scolastico, tra il chitarrista e cantante Ewan Currie e il bassista Ryan Gullen, a cui si aggregò il batterista Sam Corbett. Il trio, abbinando al proprio materiale di matrice rock-blues alcune covers dei Black Keys e dei Kings Of Leon, cominciò ad esibirsi nei locali della zona riuscendo a pubblicare un EP a nome The Breaks. Reclutato Leot Hanson come secondo chitarrista, mutarono il proprio nome in Sheepdogs e registrarono, autoproducendosi, i primi due albums intitolati Trying To Grow e Big Stand. La svolta per la loro carriera arrivò nel 2011, quando vinsero un concorso indetto dalla rivista Rolling Stone riservato a gruppi rock ancora privi di contratto discografico. Tale vittoria valse la copertina del prestigioso mensile nell’agosto di quell’anno, un contratto con l’etichetta Atlantic che ristampò subito il loro terzo disco Learn & Burn , oltre ad un secondo EP intitolato Five Easy Pieces, e la partecipazione a programmi musicali di rilievo come Late Night with Jimmy Fallon e ad importanti festival come il Bonnaroo, con conseguente aumento di fama e di vendite.

L’album omonimo, pubblicato nel 2012, diede ulteriore spinta agli Sheepdogs vincendo importanti premi della critica e piazzandosi nei primi posti delle classifiche canadesi. Il successivo Future Nostalgia del 2015 vide un parziale mutamento nella line-up della band, con l’abbandono di Leot Hanson, sostituito alla seconda chitarra da Rusty Matyas, e l’ingresso in pianta stabile del fratello minore di Currie, Shamus, che già saltuariamente in passato aveva suonato tastiere ed alcuni strumenti a fiato. Alla fine di quell’anno Matyas fu a sua volta rimpiazzato dal chitarrista di chiara matrice blues Jimmy Bowskill (ottimo anche alla lap steel guitar), che ha dato un notevole contributo, anche compositivo, alle 17 tracce del nuovo disco Changing Colours. Pronti, via! Come si diffondono le prime note del giro armonico che apre Nobody, sentirete il vostro piedino partire da solo tenendo il ritmo, mentre il vortice di chitarre, lap steel, basso e batteria si fa sempre più coinvolgente fino al ritornello assassino che vi entra nel cervello https://www.youtube.com/watch?v=hlPIp8DJUEI . Il primo singolo, I’ve Got A Hole Where My Heart Should Be, ribadisce le influenze sudiste del gruppo ed anche una evidente capacità di costruire riff semplici ed accattivanti, presenti anche nella successiva Saturday Night che pare quasi un outtake di Fly Like An Eagle della Steve Miller Band. Con Let It Roll ci immergiamo nei panorami bucolici del Tennessee o dell’Alabama, tra chitarre acustiche e lap steel in primo piano. Cambio radicale di atmosfere per The Big Nowhere, in cui compaiono i fiati e gli Sheepdogs sembrano voler citare i Santana dei tempi d’oro.

Ancora la sezione fiati apre la suadente ballad I Ain’t Cool dagli echi piacevolmente beatlesiani con brillanti armonie vocali e un bell’assolo di trombone del più giovane Currie, bravo pure al piano e all’hammond. You Got To Be A Man è tosta ma non particolarmente significativa, molto meglio la notturna Cool Down, che strizza l’occhio alla psichedelia californiana con un raffinato lavoro di chitarre e piano elettrico protagonista. Il finale in crescendo si interrompe bruscamente per dare spazio allo splendido duetto chitarristico di Kiss The Brass Ring, in puro stile Allman Bros, chiara fonte d’ispirazione anche per la solare Cherries Jubilee. Il continuo cambiar pelle nella sequenza delle canzoni è una delle doti vincenti di quest’album, come dimostra anche la lunga ed intensa I’m Just Waiting For My Time, che parte lenta con la voce supportata dal suono di un flauto per prendere corpo man mano che si sviluppa su trame che ci riportano indietro agli amati anni settanta. In Born A Restless Man gli Sheepdogs si travestono da bluegrass band e dopo l’oasi strumentale di The Bailieboro Turnaround ci mostrano come si scrive una grande country ballad con la turgida Up In Canada. C’è ancora spazio per le velleità da jam band di Hms Buffalo ed Esprit Des Corps, in cui Currie & soci tralasciano il cantato per suonare a ruota libera lungo le polverose strade che conducono a Sud, dove stanno ben piantate le loro radici. La conclusione è affidata alla luminosa Run Baby Run dove cogliamo, nelle raffinate armonie vocali, un riferimento per nulla nascosto ai numi ispiratori Crosby, Stills & Nash. Recentemente, il leader Ewan Currie, chiamato a definire il suono della sua band, ha risposto: pure, simple good-time music. Come dargli torto?

Marco Frosi

“Finalmente” Un Nuovo Gruppo Di Southern Rock! Preacher Stone – Remedy

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Preacher Stone  – Remedy – NoNo Bad Dog Productions

Nella terza (o quarta) ondata dei gruppi southern rock, chiamiamola quella 2.0, i migliori, secondo chi scrive, sono sicuramente Blackberry Smoke e Whiskey Myers, ma poi c’è tutta una foltissima pattuglia di band, nate per lo più negli anni 2000, che affollano il sottobosco della scena musicale americana, e delle quali ci siamo spesso occupati su questo pagine, e di cui, per brevità, non citerò i nomi, ma gli appassionati più accaniti le conoscono, e per gli altri spero abbiamo seguito i consigli del sottoscritto. Oggi parliamo dei Preacher Stone, band del North Carolina (patria tra i tantissimi, degli Avett Brothers, di Ryan Adams, Doc Watson, Nina Simone, Charlie Daniels, per restare nell’ambito sudista, ma anche luogo di nascita di John Coltrane e Thelonius Monk, quindi uno stato “importante” a livello musicale), e dalla Carolina del Sud viene pure la Marshall Tucker Band, un altro dei gruppi più importanti nel genere: nel loro sito si autodefiniscono “new hard southern rock” e questo Remedy (come un famoso brano dei Black Crowes con cui non c’entra comunque) è il loro quarto album. Purtroppo, come i precedenti, e basta leggere il nome della loro etichetta per capirlo, il disco non è facilmente reperibile, ma visto che la musica è comunque di buona fattura, ne parliamo lo stesso, anche se ormai il CD è stato pubblicato da alcuni mesi, ma la musica, come è noto, non ha scadenza (o non dovrebbe).

Nella formazione ci sono sei elementi, Ronnie Riddle, voce solista, armonica e mandolino, e Marty Hill, chitarra solista, slide e dobro, sono i due leader e compositori principali (non ci sono cover nel CD), a completare la line-up troviamo Ben Robinson alla seconda chitarra, Johnny Webb alle tastiere, e la sezione ritmica composta da Jim Bolt e Josh Wyatt. Hill è anche il produttore del disco, che è stato registrato in quel di Asheville, città del NC da dove vengono anche Warren Haynes e la recente scoperta Rayna Gellert, ma loro sono di Charlotte: il disco contiene undici brani in tutto, che si aprono sul classico suono di una poderosa Blue Collar Son, puro Lynyrd Snynyrd sound con la voce potente di Riddle (ma è parente di quello della Marshall Tucker Band?), le chitarre arrotate e l’organo immancabile nel southern rock di qualità. Formula che viene ripetuta anche nella successiva Lazarus, con la slide di Hill in bella evidenza, a fianco delle tastiere di Webb e della seconda chitarra di Robinson, co-autore del brano. Più che hard southern rock mi sembra quello “classico” e migliore, con gli strumenti e la voce mai sopra le righe, un bel tiro, ma il suono è raffinato, per il genere ovviamente; come conferma una ottima ballata elettroacustica come The Sign, dove le melodie avvolgenti del brano vengono innervate dall’eccellente lavoro delle chitarre elettriche. Lo dico o non lo dico? Niente di nuovo, ma se l’aderire a schemi già rodati e conosciuti fino all’eccesso in ambito sudista viene fatto con passione e bella scrittura si apprezza sempre; anche il boogie-rock di Living The Dream lo abbiamo sentito mille volte sui dischi dei Lynyrd o degli ZZ Top, e pure in quelli recenti dei Whiskey Myers o dei Blackberry Smoke, ma non per questo ci piace di meno.

La band in questo album conferma a tratti anche una propensione per le buone melodie, un brano come Grace ha nel DNA pure elementi country e gospel, grazie alla presenza di voci femminili di supporto, ma il piatto forte sono sempre gli assoli di chitarra, lirici e ficcanti. La title track, dopo una partenza attendista e “lavorata” si getta di nuovo sui ritmi gagliardi del southern più ruspante, con eccellente finale delle twin guitars, un classico del genere; e pure Country Comes To Town, firmata collettivamente da tutto il gruppo, non tradisce lo spirito R&R classico, forse manca quel piccolo quid che fa il fuoriclasse, ma i sei ci mettono molto impegno e regalano buone sensazioni. She Loves è un bel mid-tempo d’atmosfera, con un piacevole interplay tra le chitarre soliste e le tastiere, organo e piano elettrico, sempre presenti, mentre la voce di Riddle è una garanzia. Silence Is Golden, nonostante la presenza di un mandolino è una delle più dure, ma sempre in un ambito che ricorda gruppi come la Charlie Daniels Band o gli Outlaws, e il ritmo non scema neppure nella successiva Lucky, a tutto wah-wah, con i Lynyrd Skynyrd modello da seguire con fede. Rimane la conclusiva Levi’s Song, altra ballata evocativa, forse un filo scontata. ma che conferma la qualità di questo sestetto , tutto cappelli, barbe e capelli, ma anche all’occorrenza dal cuore tenero. Gli appassionati del genere, se già non frequentano, possono aggiungere un nuovo nome alla lista: ce ne sono mille, facciamo mille e uno!

Bruno Conti

Un’Altra Band Sudista? Ebbene Sì! C.C. Rocktrain – Fast Way of Living

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C.C. Rocktrain – Fast Way of Living – C.C. Rocktrain                    

Nell’immenso mercato discografico Americano, anche quello più o meno indipendente, c’è sempre stato, e c’è tuttora, tutto un sottobosco di band genuine che fanno rock, spesso con spiccate tendenze sudiste, ma anche più semplicemente con il vecchio classico hard-rock nel cuore: alcune di quelle “nuove” sudiste tipo Whiskey Myers, Blackberry Smoke e molte altre che non citiamo per brevità, si uniscono a quelle classiche, dai Lynyrd Skynyrd ai Blackfoot agli Outlaws, nel farsi portabandiera di quel movimento southern rock che, con alti e bassi, è una costante della scena musicale americana dagli anni ’70. Poi c’è tutto un filone di band diciamo più “durette”, mi vengono mente quelle del roster della Grooveyard Records (sempre per non fare nomi Black Mountain Prophet, Blindside Blues Band, i Janeys, babbo e figlio, l’hendrixiano Randy Hansen), ma anche quelle a guida femminile come Blues Pills o No Sinner, che introducono nel loro stile, a fianco degli elementi sudisti, anche tratti blues, oltre all’immancabile hard rock targato 70’s, senza dimenticare gente come Rival Sons, Supersonic Blues Machine, Apocalypse Blues Revue, o quelli più raffinati tipo SIMO, Marcus King Band, The Record Company.

Alcune band sono più caciarone di altre, ma il tratto distintivo di quasi tutti è “chitarre, chitarre e poi ancora chitarre” che potrebbe essere il loro motto. I C.C. Rocktrain arrivano dalla Carolina del Nord, e quindi fanno del southern rock per definizione di provenienza, però sono più vicini al sound degli ultimi Lynyrd Skynyrd, dei Blackfoot o dei Molly Hatchet, quindi abbastanza hard e tirati, anche se in questo Fast Way Of Living, il loro esordio, già in circolazione da un paio di anni, sono in grado comunque di proporre un sound a tratti più rilassato e ricercato, vicino a quello di gruppi come la Marshall Tucker Band o gli Outlaws. Quando è stato pubblicato il disco in formazione c’erano il chitarrista Tommy “T” Tessneer e il bassista Charlie Gossett, sostituiti nel frattempo rispettivamente da Jeff Gates e Billy Hedgepeth. Rimangono i due leader, il fondatore della band nel 2011, voce e chitarra solista, nonché autore dei brani Rob “Feet” Crawford , oltre al batterista, entrato in formazione nel 2013, il roccioso Bruce “Thunderfoot” Camp (spesso i nomignoli sono più esplicativi di mille descrizioni tecniche).

Tra le influenze che il gruppo cita, oltre ai canonici Blackfoot, Molly Hatchet e Lynyrd Skynyrd, il “lato oscuro della forza” southern, ci sono anche Eric Clapton (per chi scrive non pervenuto), Judas Priest (!), Bad Company e ZZ Top. Detto che non siamo di fronte a un dischetto imprescindibile, gli appassionati dei vari generi ricordati, soprattutto southern e ’hard guitar rock. si potranno comunque sparare tre quarti d’ora di vecchio sano rock. A partire dalla poderosa sfuriata boogie-rock dell’iniziale These Guitar Strings, con l’ottima voce di Crawford in evidenza, oltre a chitarre e batteria che picchiano di gusto, subito seguita dalla più raffinata Just Wanting You, una tipica southern song in classico stile Marshall Tucker, con chitarre in punta di dita e una bella melodia in evidenza. Movin’ On Man è decisamente più dura, incisione ruspante e basica, hard-rock a forte densità appunto rock, scuola Molly Hatchet e Blackfoot, mentre No Big Deal non si discosta molto dal copione, quindi vai di chitarre!

E anche Fast Way Of Living, con un timido organo sullo sfondo, fa parte della scuola sudista degli ZZ Top più cattivi, della serie un assolo tira l’altro. Senza tregua poi arriva Bad Love, molto hard-rock seventies, mentre Rock And Roll Satisfaction, nonostante il titolo, è più lenta e cadenzata, con un pianino alla Lynyrd Skynyrd dei primi tempi e il vecchio Sud che risorge ancora una volta, con una chitarra lirica ed ispirata. I brani sono quasi tutti intorno ai 4 minuti, con l’eccezione del brano appeno citato e di Crazy Over You, l’unica oltre i sei minuti, altro esempio dei C.C Rocktrain più raffinati, un mid-tempo molto bluesato, degno di nuovo della migliore Marshall Tucker Band, con una bella coda strumentale. Prima e dopo troviamo di nuovo il boogie-rock fischiettante (alla Molly Hatchet) della gagliarda Whiskey In The Pail e i quasi sei minuti in crescendo dell’ottima Don’t Want You Around, molto alla Skynryd ma anche Outlaws, con i classici intrecci chitarristici tesi al solito gran finale che in un brano come questo non può mancare.

Bruno Conti

Ancora Southern Rock, E Di Quello Ottimo! Holman Autry Band – Electric Church

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Holman Autry Band  – Electric Church – Holman Autry Band Self Released

Una domanda che era un po’ di tempo che non mi/vi ponevo: ma chi sono costoro? Biografia ufficiale della band: la Holman Autry Band viene dall’area della Georgia intorno a Athens, Danielsville per la precisione, sono un quartetto e venendo da “laggiù” era quasi inevitabile che facessero, a grandi linee, del southern rock. Sono al quarto album, questo Electric Church, e volete sapere una cosa? Sono veramente bravi, siamo proprio nell’ambito delle musica sudista Doc, di prima scelta. Con riferimenti al sound classico, quello di Lynryrd Skynyrd, Allman Brothers, loro aggiungono anche Gov’t Mule, un pizzico di Hank, e quindi country, ma anche i Metallica, qui in effetti è appena un “pizzichino”, probabilmente nel primo brano, una dura e tirata Friday Night Rundown, dove in effetti le chitarre ruggiscono, la batteria pesta duro, il cantato è maschio e potente, ma se dovessi indicare qualcuno come riferimento, penserei più ai primi Lynyrd Skynyrd, o al southern hard di gruppi come Blackfoot, Molly Hatchet e Point Blank. 

La formula della doppia chitarra solista funziona alla grande, la voce è poderosa e di notevole impatto, anche se non ho ancora inquadrato chi sia effettivamente la voce solista, visto che cantano in tre su quattro, Brodye Brooks, il chitarrista solista, Josh Walker, quello ritmico, ma anche solista se serve e il bassista Casey King. A completare la formazione il batterista Myers, o così riporta il libretto, però sul loro sito ha anche un nome di battesimo, Brandon. Pure la successiva Pennies And Patience ha un sound duro e vibrante, con le elettriche spesso in modalità wah-wah e la ritmica rocciosa, ma senza eccessi, con un suono limpido, curato dal produttore esecutivo John Keane, quello per intenderci che a inizio carriera era l’ingegnere del suono dei R.E.M., poi ha lavorato moltissimo con i Widespread Panic, ma anche Cracker, Bottle Rockets, Jimmy Herring, le Indigo Girls e una miriade di altri artisti di quelli “giusti”, insomma un ottimo CV. Se serve si mette anche in azione alla steel guitar, come nella notevole The Fall, una hard ballad elettroacustica a cavallo tra country e southern di eccellente fattura, belle armonie vocali. Ottima anche Things I’d Miss, costruita intorno ad un giro di basso, che poi sfocia nel groove in crescendo di un southern boogie dove si respirano profumi anni ’70, tra Charlie Daniels e Marshall Tucker Band, con le chitarre che si rincorrono gioiosamente secondo i migliori stilemi del genere, e con Brooks che è effettivamente un notevole solista; effetto ancora più accentuato nella splendida title-track, dove Natalie McClure aggiunge l’organo e una slide incisiva si erge a protagonista dell’arrangiamento avvolgente del brano, di nuovo senza nulla da invidiare alle migliori band dell’epoca d’oro del rock sudista, come evidenziato in una brillante coda strumentale dove sembra di ascoltare Derek Trucks o Warren Haynes, se non Duane Allman o Toy Caldwell.

Molto bella anche una Home To You a tutto riff e ritmo, con elementi anche dei Doobie Brothers più gioiosi (insomma da tutto questo profluvio di nomi avrete capito che sono veramente bravi), con le due chitarre che si rincorrono con libidine dai canali dello stereo. Non manca anche un bel brano come Good Woman, Good God, dove emergono elementi funky/R&B sempre inseriti in un tessuto rock-blues. Ma pure nella seconda parte quando si passa ad un suono in parte più intimo e raccolto, con maggiori tocchi country, sempre fluido e raffinato, come in Last Rites che sembra pescata da un brano del miglior songbook della Marshall Tucker Band, splendido il lavoro delle chitarre, o la dolce Sunset On The Water, che senza essere zuccherosa rimanda a gruppi come i Reckless Kelly o gli Avett Brothers, nei loro momenti più romantici. Scusate i continui rimandi ma ci si capisce meglio, poi non vuole essere inteso in senso letterale ed assoluto, e non è neppure mera imitazione, diciamo più la continuazione di una tradizione che si “rinnova” con nuove forze. Eccellente anche The Grass Can Wait, ancora più marcatamente country, ma sempre con un finissimo lavoro della solista che raccorda un suono d’insieme veramente di gran classe. Infine ancora più “morbida” October Flame, dove si riscontrano persino elementi quasi pop, una melodia semplice ed orecchiabile, ma coniugata con gusto e misura, il tutto proposto in modo sempre vario e diversificato in tutto l’album, più rude e maschio nella prima parte, più raccolto e raffinato nella seconda. Comunque confermo, veramente bravi!

Bruno Conti

Il Ritorno Dei Vecchi Sudisti 2: I Fratelloni Rocca(va)no Di Brutto! Van Zant – Red, White & Blue (Live)

van zant red white and blue live

Van Zant – Red, White & Blue (Live) – Loud And Proud CD

Era inevitabile che prima o poi le strade di Johnny e Donnie Van Zant (rispettivamente frontmen dei riformati Lynyrd Skynyrd dopo la morte del terzo fratello Ronnie e di mezza band nel famoso incidente aereo, e dei .38 Special) si sarebbero incrociate. Infatti i due, quando gli impegni delle rispettive band glielo hanno permesso, ne hanno sempre approfittato per trovarsi e registrare album in duo: la prima volta nel 1985 (quindi prima che gli Skynyrd si riformassero), poi con due altri lavori nel 1998 e 2001 ed infine, in maniera più convinta, nel 2005 e 2007 con Get Right With The Man e My Kind Of Country, due dischi nei quali i due recuperavano la musica country delle loro radici, ma, dato che non sono certo dei mollaccioni, le canzoni proposte dal duo erano toste, vigorose e strettamente imparentate con quel southern rock che li ha sempre visti protagonisti: i due album erano anche un omaggio diretto a Ronnie, che avrebbe sempre voluto fare un disco country. Questo Red, White & Blue (Live) documenta un concerto registrato a supporto del primo dei due dischi, nel gennaio del 2006 a Valdosta, Georgia, e non è uno dei soliti broadcast radiofonici semi-ufficiali, ma un vero e proprio live album proveniente dagli archivi privati dei due fratelli.

Ed il CD, quattordici canzoni, risulta una piacevolissima parentesi della loro storia: Johnny e Donnie sono sempre stati due animali da palcoscenico, e qui danno il meglio grazie ad una buona serie di canzoni, qualche classico delle rispettive band principali, ed un suono tosto e decisamente sudista, merito di una band che comprende ben tre chitarre (Eric Lundgren, Steve Cirkvencic e Matt Hauer), una sezione ritmica poderosa (Gary Hensley, basso, e Noah Hungerford, batteria), oltre a Bobby Capps alle tastiere e Mark Muller alla steel e violino. E Red, White & Blue è anche l’occasione per risentire la voce di Donnie, che ha dovuto in anni recenti abbandonare i .38 Special ed il mondo della musica in generale per problemi irreversibili ai nervi dell’orecchio. L’album Get Right With The Man fa la parte del leone, con ben nove brani presenti, tra cui Takin’ Up Space, che apre la serata in perfetto mood sudista, un brano roccato e potente ma nello stesso tempo immediatamente fruibile, con ottimi spunti chitarristici ed i due fratelli che si scambiano il microfono con disinvoltura; Ain’t Nobody Tell Me What To Do è una tipica ballatona sudista da cantare col pubblico, alla quale la steel e l’organo donano colore, mentre la robusta Sweet Mama è un rock’n’roll molto trascinante (e molto poco country in questa veste live), il classico brano che rifatto on stage fa saltare tutti.

La fluida Things I Miss The Most calma un po’ gli animi, ma si riparte subito con la vigorosa I Know My History, un southern rock puro con la steel che cerca di stemperare la tensione elettrica, e con la coinvolgente Help Somebody, una rock ballad corale che è anche il maggior successo del duo come singolo. In mezzo ai brani tratti dal disco del 2005 (tra le quali meritano un cenno anche le trascinanti Plain Jane e I’m Doin’ Alright, pura foga rocknrollistica in salsa southern) c’è lo spazio anche per Wild Eyed Southern Boys, un vecchio pezzo dei .38 Special qui eseguito per la prima volta con la collaborazione di Johnny. Dopo la patriottica, e un po’ annacquata, Red, White & Blue (tratta da un disco minore degli Skynyrd di Johnny, Vicious Cycle), gran finale scoppiettante con l’energica My Kinda Country, anteprima dal nuovo album dei due che sarebbe uscito un anno e mezzo dopo, e due classici degli Skynyrd periodo Ronnie, cioè Call Me The Breeze (di J.J. Cale ma da sempre un highlight degli show del gruppo, e qui è suonata in maniera davvero irresistibile) e l’immancabile Sweet Home Alabama, una grande canzone comunque la si faccia (e qui è fatta bene). Se amate i Lynyrd Skynyrd ed il southern rock in generale, e anche se non avete mai vibrato troppo per i .38 Special, questo live dei Van Zant può tranquillamente trovare posto nella vostra discoteca.

Marco Verdi

E Questi Da Dove Sono Sbucati Fuori? Una Buona Occasione Per Conoscerli! Sundy Best – It’s So Good Live

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Sundy Best – It’s So Good Live – E-One 2CD

Confesso che non avevo mai sentito parlare dei Sundy Best, un duo proveniente dal Kentucky (formato da Nick Jamerson e Kris Bentley) già titolare di tre album pubblicati tra il 2012 ed il 2014. La coppia di musicisti è considerata come un country duo, anche se i loro orizzonti ed influenze sono più ampi: il country c’è, ma non è di stampo nashvilliano, anzi piuttosto in alcuni brani si sente la lezione degli Outlaws texani (Willie Nelson soprattutto), ma nel loro suono, un gradevole impasto di sonorità acustiche ed elettriche, si trovano tracce anche di rock californiano anni settanta, un po’ di folk ed anche, nei pezzi più elettrici, l’ombra di Tom Petty. I due ragazzi hanno anche dalla loro una buona scrittura, solida e classica e, anche se prediligono le ballate, sanno far cantare le chitarre quando serve: i loro dischi finora hanno avuto un moderato successo (il miglior risultato lo ha avuto il secondo album, Bring Up The Sun, che ha sfiorato l’ingresso nella Top Ten country), ma sono riusciti a crearsi uno zoccolo duro di fans che hanno già imparato a menadito le loro canzoni, come è evidente in questo nuovissimo live album, It’s So Good Live, registrato lo scorso Ottobre a Louisville (quindi giocando in casa) https://www.youtube.com/watch?v=etvd3ZLCBOQ .

Il disco è piacevole, ben fatto, cantato e suonato con buon feeling e senza grandi cali di tensione (grazie anche ad una band non molto numerosa ma solida e sicura), anche se forse un live doppio della durata di due ore dopo soli tre album è un tantino troppo, forse anche un singolo di una settantina di minuti avrebbe raggiunto lo scopo (ci sono comunque cinque brani inediti). Il concerto inizia con Count On Me, che parte con un lungo fraseggio chitarristico, poi il ritmo cresce, entra la voce ed il brano si dipana fluido e scorrevole, mentre Shotgun Lady e decisamente più elettrica e mostra anche elementi southern. Ancora meglio Lotta Love (Neil Young non c’entra), un quasi rockabilly con un motivo corale e diretto, giusto a metà tra country e rock (ed il pubblico inizia a farsi sentire); Smoking Gun è invece una bella ballata elettroacustica, molto classica nell’arrangiamento e con una costruzione melodica efficace https://www.youtube.com/watch?v=Ns-b6G_kWfw , mentre It’s So Good ha punti in contatto con un certo pop-rock californiano che aveva nei Fleetwood Mac i suoi esponenti più autorevoli. Ma nel primo dischetto ci sono altri pezzi degni di nota, come la coinvolgente Southern Boy, dal refrain scintillante, l’evocativo strumentale NOYA, dove brilla la chitarra di Jamerson, la tosta e roccata Jimmy Crider, l’ottima Rock’n’Roll Baby, con l’influenza pettyana ben presente, ed il rockin’ country Drunk Right, che infiamma i presenti.

Il secondo CD si apre con l’unica cover dell’album: Mary Jane’s Last Dance è una delle grandi canzoni proprio di Tom Petty, e la versione dei Sundy Best è più acustica e leggermente più veloce nel ritmo, chiaramente non ci sono gli Heartbreakers (e si sente); meglio quando i due si cimentano con materiale loro, come l’intensa ballad Uneven Trade, oppure Lily, che il pubblico mostra di conoscere a memoria. Anche qui non è il caso di citarle tutte, il concerto prosegue in maniera fluida e senza grosse sbavature, con punte di merito come l’ottima Hindman, uno slow di stampo classico, dalla melodia vibrante, o la quasi texana Piece Of Work, o ancora la spedita Swarpin’, che inizia quasi come un brano dei Grateful Dead e poi diventa un roots-rock dal sapore sudista. La roccata Until I Met You ha ancora lo spirito di Petty nel suono, e risulta una delle più riuscite, mentre Four Door ha una melodia profondamente evocativa ed emozionante, sul genere ballatone classiche dei Lynyrd Skynyrd; il concerto termina con il valzerone acustico Thunder, la bella I Wanna Go Home, con gran lavoro di pianoforte, e la meno significativa This Country. Per chi non conoscesse ancora i Sundy Best questo doppio CD può essere un ottimo showcase, anche se, ripeto, andava benissimo anche singolo.

Marco Verdi

Miliardario, Filantropo E Pure Bravo Come Musicista! JD & The Straight Shot – Ballyhoo!

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JD & The Straight Shot – Ballyhoo! – JD & The Straight Shot CD

Nel mondo della musica può capitare di imbattersi in artisti che hanno anche uno spiccato senso degli affari e non hanno bisogno di manager per gestirli: il caso più eclatante è forse quello di Gene Simmons, bassista e membro fondatore dei Kiss e da sempre responsabile in prima persona della gestione della loro immagine, capace di trasformare una rock’n’roll band in una vera miniera d’oro (e facendo molti più soldi con il merchandising che con le vendite dei dischi). Più rari sono i casi di musicisti che si guadagnano da vivere facendo altro: per esempio Kevin Deal, oltre ad un’ottima ma poco remunerativa carriera come artista di country e Americana, porta avanti l’attività di famiglia che consiste in un’impresa di costruzioni in pietra specializzata nella realizzazione di chiese. Ma un musicista, e pure bravo, che fosse un magnate delle telecomunicazioni non l’avevo ancora visto: è questo il caso di James Dolan, un newyorkese di sessanta anni (quindi non esattamente di primissimo pelo) che è a capo dell’emittente via cavo Cablevision Systems Corporation (la quinta per importanza negli Stati Uniti), oltre ad essere presidente della nota squadra di basket dei New York Knicks, per non parlare del fatto che è anche chairman del Madison Square Garden! Un businessman con le palle quindi (che è anche impegnato in varie iniziative benefiche, il famoso concerto 12-12-12 per le vittime dell’uragano Sandy lo ha organizzato lui) ma anche un genuino appassionato di musica che nel 2005 ha formato una vera e propria band di roots-rock e Americana, JD & The Straight Shot (nascondendo quindi il suo nome dietro le iniziali, è pure umile l’amico… qualche difetto no?), con la quale ha pubblicato cinque album (compreso l’ultimo di cui parlerò tra poco) ed un EP, e trovando pure il tempo di girare gli States esibendosi come opener di gente come Allman Brothers Band, Eagles, Bruce Springsteen e ZZ Top: anche noi in Italia abbiamo un magnate delle telecomunicazioni e presidente di una nota squadra (di calcio), il cui amore per la musica si limita però alle serenate con Apicella e le tournée non le fa cantando ma sparandole grosse da un palco e in TV (in quello comunque nel nostro paese è in ottima compagnia).

Ebbene, oltre ad essere un uomo ricco e di successo, Dolan è pure musicalmente dotato, e lo dimostra ampiamente con l’ultima fatica della sua band, intitolata Ballyhoo!, per la quale si è pure preso lo sfizio di registrare completamente con strumenti acustici (cosa annunciata fin dalla copertina), a differenza dei dischi precedenti che erano elettrici: la cosa però ha una sua logica, in quanto James ha detto che lui ed i ragazzi (Marc Copely, chitarre, Byron House, basso, la bravissima Erin Slaver, voce e violino ed Aidan Dolan, figlio di James, anch’egli alle chitarre) sono soliti provare le canzoni senza la spina attaccata e solo in seguito danno loro un arrangiamento rock, mentre con Ballyhoo! si sono semplicemente fermati al primo step. A monte di tutto, devo dire che sono stupito dalla qualità del disco: Dolan intanto è un musicista capace, ottimo songwriter (ma collaborano anche gli altri) e cantante in possesso di una bella voce profonda e vissuta, e le canzoni sono intrise fino al collo della più pura tradizione americana, con rimandi al suono delle ballate folk dei tempi della Grande Depressione (caratteristica accentuata dal fatto che il disco è acustico), mescolando il tutto con uno stile degno di una esperta southern band; un gruppo che sa il fatto suo dunque, che riesce a stare in piedi con le sue gambe e va ben aldilà del capriccio di un miliardario che si vuole divertire: la produzione di Chuck Ainlay, uno che ha prodotto tutti gli album solisti di Mark Knopfler (tranne l’ultimo, Tracker) oltre a Miranda Lambert e Jewel, è la classica ciliegina su una torta già molto gustosa. Blues, rock acustico, old-time music, folk ed un pizzico di country: incredibile per uno che nella vita fa tutt’altro.

Il CD inizia subito benissimo con Empty, un blues rurale con tanto di slide acustica, la voce sudista del leader ed un motivo che sembra la versione unplugged di un classico pezzo dei Lynyrd Skynyrd (con in più l’ottimo violino della Slaver, vera e propria arma “segreata” del disco). Better Find A Church è quasi un brano a cappella, nel senso che le voci (James ed Erin) sono accompagnate prima solo dal basso, poi entrano due chitarre ma restano piuttosto nelle retrovie, e la ritmica è fatta dallo schioccare delle dita e dal battito di mani, con una melodia, tra modernità e tradizione, pura come l’acqua di montagna: splendida. Under That Hood è ancora un folk-blues molto intenso, un brano che risente della lezione di Mississippi John Hurt, con un gran gioco di voci ed una solidità impressionante per uno che, a conti fatti, è musicista per hobby. Bella anche Perdition, ancora con la struttura tipica delle band sudiste: la scelta di lavorare in acustico è comunque vincente, in quanto la purezza di queste canzoni viene preservata; Glide ha un arpeggio chitarristico tipico di una bluegrass band (e pure i cori), un pezzo dal sapore tradizionale al 100%, che mostra di che pasta sono fatti i ragazzi. Nature’s Way, guidata da un riff di violino, ha una melodia più legata ai giorni nostri, ma rimane comunque una signora canzone, Don’t Waste My Time è languida e resa malinconica ancora dal bell’uso del fiddle, mentre Dolan intona un motivo che sembra provenire da un’altra epoca: grande pathos, favorito anche dal crescendo sonoro nella seconda parte. La title track, cantata con voce molto bassa, è una ballata di spessore ed intensità, nonostante i due strumenti in croce (ma anche le voci fanno la loro figura), con uno splendido break strumentale molto Irish guidato come sempre dal violino; Hard To Find è invece una pura e semplice, ma solida, country ballad, che rimanda al suono anni settanta del movimento Outlaw.   L’album si chiude con la spedita Here He Comes, altro scintillante folk tune d’altri tempi, e con la spoglia ma struggente I’ll See You Again: un disco sorprendente, da parte di un personaggio che in America definirebbero larger than life, e di una band che sembra un manipolo di professionisti del folk revival https://www.youtube.com/watch?v=DdBydkyUZrM .

Marco Verdi

*NDB Senza dimenticare, a proposito di “ricchi dilettanti”, il caso di Paul Allen, co-fondatore delle Microsoft e pure lui multimiliardario, a cui il disco glielo aveva addirittura pubblicato la Sony Legacy, con la partecipazione di nomi illustri, come vi avevo raccontato in questo Post di tre anni fa http://discoclub.myblog.it/2013/09/05/dal-rock-alla-microsoft-e-ritorno-con-calma-paul-allen-and-t/

Una (Parziale) Rivincita Per L’Hank “Sbagliato”! Hank Williams Jr. – It’s About Time

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Hank Williams Jr. – It’s About Time – Nash Icon/Universal CD

Nascere figli di Hank Williams e voler fare i musicisti non è facile, ma Hank Williams Jr., nel corso delle ormai quasi sei decadi di carriera, ci ha messo spesso e volentieri del suo per offrire il fianco alle critiche, complice una qualità media discografica altalenante (però comprensibile quando hai quasi sessanta album all’attivo, live ed antologie esclusi) e soprattutto testi che palesavano uno spirito patriottico un tantino qualunquista (per usare un eufemismo), una religiosità un po’ stucchevole ed una simpatia politica abbastanza evidente per il partito repubblicano (quasi un peccato mortale in ambito artistico per l’intellighenzia americana, mentre io penso che ognuno abbia il diritto di professare la propria ideologia in santa pace, tanto quello che conta è la musica). Ma Hank Jr. non è mai stato un beniamino della critica, anche perché musicalmente molto spesso si è lasciato andare a soluzioni non proprio raffinatissime, altre volte rivestendo le proprie canzoni con arrangiamenti discutibili, ma sovente, bisogna dirlo, i suoi dischi non sfiguravano affatto nell’ambito di un certo country-rock imparentato con la musica del Sud (sua area d’origine peraltro), e diverse volte il suo suono robusto non ha mancato di intrattenere a dovere gli ascoltatori, come è successo anche con il suo penultimo lavoro, il discreto Old School New Rules del 2012.

Ora Hank fa anche meglio, in quanto It’s About Time è, testi a parte, un signor disco di rockin’ country vigoroso ma non banale, con una dose più che sufficiente di feeling ed una serie di buone canzoni, suonate e cantate con il piglio giusto ed arrangiamenti asciutti e diretti (la produzione è di Julian Raymond, già collaboratore per molti anni di Glen Campbell): un bel disco dunque, direi anche un po’ a sorpresa dato che Williams Jr. non ha mai sfornato capolavori, né ha mai goduto di un gran credito (a differenza dei figli Holly, davvero brava, e Hank III, che però a fianco di ottimi dischi country ha pubblicato anche immani porcate quasi metal) ed è sempre stato guardato dall’alto in basso. L’album inizia subito col piede giusto, intanto perché Are You Ready For The Country di Neil Young è una grande canzone, e poi perché Hank ne fa una versione accelerata e decisamente più roccata (tra l’altro in duetto con Eric Church), un trattamento che dà nuova linfa ad un classico: chitarre e sezione ritmica dominano, ma c’è anche un tagliente violino a dire la sua (il grande Glen Duncan, e nel disco suona anche il leggendario steel guitarist Paul Franklin). La sciovinista Club U.S.A. è un rock’n’roll tiratissimo che non sfigurerebbe nel repertorio dei migliori Lynyrd Skynyrd, che in quanto a sciovinismo pure loro non scherzano, un pezzo davvero trascinante (e Hank, è giusto ricordarlo, ha anche una bella voce), God Fearin’ Man è ancora un southern country roccioso e potente, Hank non molla la presa e ci circonda di ritmo e chitarre a manetta (ed anche il refrain non è niente male), mentre Those Days Are Gone è più rilassata, un honky-tonk cadenzato dal suono comunque pieno e con la giusta dose di elettricità e “sudismo”.

https://www.youtube.com/watch?v=aoA-KwmUaAk

La divertente (nel testo) Dress Like An Icon ha anch’essa un bel tiro e non fa calare la tensione di un disco fino a questo momento sorprendente; God And Guns la conoscevamo già nella versione proprio degli Skynyrd (era anche il titolo di un loro album del 2009), e se il testo è una dichiarazione di intenti a favore di Donald Trump (o di chiunque vincerà le primarie repubblicane), musicalmente il brano è un southern rock teso ed affilato, con un trascinante finale a tutta potenza. Just Call Me Hank è invece una ballata scorrevole e molto più country, ma con un suono sempre deciso, la saltellante Mental Revenge (un classico di Mel Tillis, ne ricordo una bella versione anche dei Long Ryders) è scintillante e godibilissima; la title track è invece un country-rock dalla melodia contagiosa che conferma lo stato di ottima forma di un musicista spesso bistrattato.     L’album si chiude con il rutilante swing roccato di The Party’s On, la lunga Wrapped Up, Tangled Up In Jesus, puro gospel del Sud ( e ci sono le McCrary Sisters ai cori), dal ritmo sempre sostenuto e con un tocco swamp, e con la travolgente Born To Boogie (titolo che è tutto un programma), nella quale Hank divide il microfono con Brantley Gilbert, Justin Moore e Brad Paisley, il quale rilascia anche un assolo chitarristico dei suoi.

Bando agli snobismi: Hank Williams Jr. non sarà certo diventato all’improvviso un genio della musica, ma It’s About Time è un bel disco, e questo bisogna riconoscerglielo.

Marco Verdi