E Questo Nuovo “Giovanotto” Da Dove E’ Sbucato? Molto Bravo Però, Lo Manda Samantha Fish. Jonathon Long – Jonathon Long

jonathon long jonathon long

Jonathon Long – Jonathon Long – Wild Heart Records

Alcuni dei migliori musicisti in quel mondo che sta tra rock e blues ultimamente si dividono tra il loro lavoro e quello del produttore: prendiamo Mike Zito o Luther Dickinson, che alternano ai propri dischi la produzione per altri. Non sono due nomi fatti a caso, perché sono stati legati ai vari album incisi da Samantha Fish per la Ruf https://discoclub.myblog.it/2017/12/23/oltre-le-gambe-ce-di-piu-samantha-fish-belle-of-the-west/ . Ora anche la Fish, in questa tradizione di musicisti “scopritori” di talenti lancia per la propria etichetta Wild Heart Records un “nuovo” cantante e chitarrista Jonathon Long, che forse nuovo non è, avendo al suo attivo già due album pubblicati a nome Jonathon “Boogie” Long. Come dice lo stesso Long nella presentazione dell’album, il nomignolo derivava dalla sua passione per i blues classici e soprattutto per il boogie di John Lee Hooker, ma per questo terzo disco omonimo che vuole essere una sorta di nuova partenza per il cantante di Baton Rouge, Louisiana, sotto l’attenta produzione della Fish, all’esordio anche come produttrice, ma memore di quanto imparato dai suoi “colleghi”, realizza un album dove a fianco del blues, ci sono anche chiari elementi country, di quello buono alla Chris Stapleton per intenderci, e anche pregevole e gagliardo southern rock.

Accompagnato, oltre che dalla sua fida Gibson Les Paul, da Julian Civello alla batteria e da Chris Roberts al basso, Long propone una serie di canzoni, undici in tutto, rigorosamente originali, e con una durata complessiva dell’album di soli 38 minuti, ma come dicono gli americani “all killers no fillers”, è tutta roba di buona qualità. Dalla splendida Bury Me, una sorta di figlia illegittima di Simple Man, con le chitarre di Long e della Fish che mulinano riff senza pietà, e la voce robusta e vissuta di Jonathon intona una sorta di peana alla sua amata Louisiana “… Louisiana and the heavens above; bury me when I am gone, with my guitar and some cheap cologne, all that’s left is a pile of bones, remember me through the words of my song”, prima di rilasciare un assolo di rara intensità. E pure il resto del disco non scherza, Shine Your Light è una country ballad elettroacustica degna della migliori cose di Stapleton, tenera ed intensa, con l’aggiunta di organo e una seconda voce femminile non segnalati, che aggiungono profondità al suono, prima di un altro breve assolo da sballo, limpido e ben definito. That’s When I Knew è un funky-blues dalle paludi della Louisiana, avvolgente e gagliardo, con uso di piano elettrico ed un arrangiamento sempre raffinato e molto curato, mentre un wah-wah morde il freno sullo sfondo prima di salire al proscenio in grande stile.

The Light è un’altra raffinata country song con un violino che si insinua malinconico tra le chitarre acustiche arpeggiate a pioggia, sempre con i profumi della propria terra evocati nel testo https://www.youtube.com/watch?v=Hq5oNjTBSJA , mentre Living The Blues, a differenza di quanto suggerisce il titolo, sembra un brano della miglior Marshall Tucker Band, sinuoso ed incalzante, sempre con la solista ispirata di Long pronta a scatenarsi. Natural Girl è un country-rock di quelli duri e puri, tirato e saltellante, con piano ed organo ad integrare le solite chitarre in spolvero. The River è anche meglio, un lentone sudista  in crescendo di quelli da antologia, con Samantha Fish che aggiunge la sua voce potente e la sua chitarra slide (o è Jonathon?) ad una canzone interpretata magistralmente da Long; Pour Another Drink è quasi un ribaldo barrelhouse blues, con pianino malandrino e un’aria sconsolata da bar malfamato, subito seguito dalla poderosa The Road, una rock song classica ancora con la lezione del miglior southern incisa a fuoco nel proprio DNA, grazie alla solita egregia chitarra di nuovo in modalità slide. Where Love Went Wrong illustra il lato più sofisticato della musica del nostro, un blue eyed soul che ricorda la California solare degli anni ’70, prima di congedarsi con un’altra scarica di energia chitarristica affidata a una Pray For Me che avrebbe reso orgogliosi i migliori Lynyrd Skynyrd https://www.youtube.com/watch?v=N3R1H0QQ9J4 . Ricordatevi il nome, uno bravo che ha fatto un signor dischetto, caldamente consigliato!

Bruno Conti

Un “Fuorilegge” Dalla Florida, Tra Country E Southern. Rick Monroe – Smoke Out The Window

rick monroe smoke out the window

Rick Monroe – Smoke Out The Window – Thermal Entertainment CD

Rick Monroe è un countryman proveniente dalla Florida, ed è in giro da ormai un ventennio, una lunga gavetta durante la quale è rimasto fieramente indipendente ed è perciò ancora relativamente sconosciuto. In questo lungo periodo Rick non è mai stato fermo un attimo, ha vissuto in almeno una decina di stati degli USA, e ha girato il mondo sia aprendo i concerti di artisti blasonati (tra cui Dwight Yoakam, Charlie Daniels e la Marshall Tucker Band) che suonando in proprio, e toccando anche latitudini molto distanti come i paesi dell’Est europeo ed Estremo Oriente. Dal punto di vista discografico i suoi album si possono contare sulle dita di una mano, e nell’ultimo lustro si è fatto vivo solo con un paio di EP: Smoke Out The Window è quindi a tutti gli effetti il suo secondo full-length della decade, e ci mostra un artista che fa del sano country elettrico, decisamente imparentato col rock, dove le chitarre hanno la preponderanza ed i suoni languidi e radiofonici sono assolutamente banditi.

Rick ha anche la buona abitudine di scrivere le canzoni in prima persona, cosa che nel dorato mondo di Nashville è ormai una rarità, facendo in modo di avere un songbook più legato ad esperienze personali; i suoni sono asciutti e diretti, chitarra, basso, batteria e talvolta piano ed organo, con le influenze sudiste del nostro che spiccano chiare, mentre in certi momenti sembra invece di avere a che fare con un country-rocker texano. I pochi, e bravi, musicisti rispondono ai nomi di Fred Boekhorst (chitarra), Sam Persons (basso), JD Shuff (batteria, ed è anche il produttore del disco) e le tastiere sono equamente divise tra Chris James e Lee Turner. Good As Gone fa iniziare il CD in maniera potente, una rock song robusta, molto più southern che country, ritmica pressante e chitarre al fulmicotone, con ampie tracce di Lynyrd Skynyrd. Cocaine Cold & Whiskey Shakes è ancora vigorosa, l’attacco ricorda un po’ Whiskey River di Willie Nelson, ma l’approccio è più quello di Waylon (insomma, sempre in ambito Outlaws siamo), Smoke Out The Window è un tantino statica e fin troppo attendista, ma Nothing To Do With You è una country ballad gradevole e solare, il classico pezzo che cattura fin dalle prime note.

I’ll Try è una bella canzone, un fluido slow pianistico con umori southern soul, dotato di un ottimo refrain corale, Truth In The Story, dal ritmo spezzettato, ci fa piombare di botto a New Orleans, in zona Little Feat, tra slide, piano guizzante e sonorità grasse, la cadenzata Stomp, ancora tra rock e country, è elettrica e vibrante, ma anche già sentita. Molto bella la lenta Rage On, che ci proietta idealmente nei mitici Fame Studios in Alabama, merito di un organo evocativo, un caldo sax ed un motivo vagamente gospel (forse il brano migliore del disco), mentre This Side Of The Dirt è puro rockin’ country, solido, chitarristico e grintoso; chiudono il CD l’intensa October, rock ballad dal suono pieno ed ancora ottime parti di chitarra, e con l’acquarello acustico di Tempt Me, finale con la spina staccata ma che comunque non difetta di feeling.

Dopo una carriera nell’ombra non sarà certo Smoke Out The Window a dare la fama a Rick Monroe, ma la speranza è che almeno venga notato da un numero sempre maggiore di amanti del vero country di qualità.

Marco Verdi

Un Sentito Omaggio Al Vecchio “Fiddlin’ Man”! VV.AA. – Volunteer Jam XX: A Tribute To Charlie Daniels

volunteer jam xx

VV. AA. – Volunteer Jam XX: A Tribute To Charlie Daniels – Blackbird 2CD

Come probabilmente molti di voi sapranno, la Volunteer Jam è un mega-concerto patrocinato dalla Charlie Daniels Band che dal 1974 si tiene annualmente a Nashville, una sorta di celebrazione della musica del Sud e non solo, che nel tempo ha visto alternarsi sul palco gruppi e solisti del calibro di Allman Brothers Band, Marshall Tucker Band, Stevie Ray Vaughan, Emmylou Harris, Carl Perkins, Don Henley, Nitty Gritty Dirt Band e molti altri, oltre naturalmente ai padroni di casa. Proposta quasi ininterrottamente fino al 1987 (solo il 1976 fu saltato), questa festa si è poi svolta appena tre volte negli anni novanta, per poi riprendere con cadenza annuale solo nel 2014: quest’anno è stato particolarmente importante, prima di tutto perché si trattava del ventesimo anniversario, e poi perché è stato deciso di trasformare la serata in un tributo allo stesso Charlie Daniels ed ai suoi 81 anni (82 quando leggerete queste righe). Volunteer Jam XX è dunque il resoconto di questo show, un doppio CD (non c’è la parte video, almeno per ora) registrato il 7 Marzo di quest’anno alla Bridgestone Arena di Nashville, una bellissima serata in cui una lunga serie di musicisti rock e country hanno pagato il loro tributo al barbuto cantante e violinista, con alle spalle una house band strepitosa: Jamey Johnson, Audley Freed e Tom Bukovac alle chitarre, Don Was al basso, Chuck Leavell alle tastiere, Sam Bush a violino e mandolino e Nir Z (?) alla batteria, oltre alle McCrary Sisters ai cori.

L’unica cosa che non capisco è perché non sia stato pubblicato il concerto intero, che ci stava comodamente su due CD, ma “solo” 22 canzoni, lasciando fuori performance come quella di Johnson (Long Haired Country Boy) ed ignorando completamente la partecipazione di Alison Krauss. Quello che c’è comunque è più che soddisfacente, anche se non tutte le prestazioni sono allo stesso livello: le canzoni del songbook di Daniels occupano circa l’80% della serata, ma ci sono anche diversi altri brani ormai entrati nella leggenda della musica southern, tra cui più di un omaggio agli Allman. Apertura in perfetto stile southern country con la sanguigna Trudy, ad opera dei Blackberry Smoke, sempre di più una garanzia, seguita dagli Oak Ridge Boys in gran spolvero con una coinvolgente Brand New Star, tra gospel e mountain music, e da Brent Cobb (cugino di Dave) con una liquida Sweet Louisiana, che vede un formidabile Leavell al piano ed il resto del gruppo in tiro, con la slide di Freed a dominare. Sara Evans, gran voce e grinta da vendere, affronta la vibrante Evangeline con ottimo piglio, Justin Moore rifà la robusta southern ballad Simple Man, non male ma ci voleva uno con più personalità, mentre Chris Janson si cimenta con la nota (What This World Needs Is) A Few More Rednecks, e lo fa con un approccio alla Waylon Jennings, puro Outlaw country-rock.

Gli Steep Canyon Rangers sono molto bravi, e la loro Texas è un rockabilly-bluegrass decisamente coinvolgente (e suonato alla grande), ma Eddie Montgomery, metà del duo Montgomery Gentry (Troy Gentry è tragicamente scomparso lo scorso anno in un incidente aereo) è fondamentalmente un mediocre, e la sua My Town pure; per fortuna che arriva Lee Brice il quale, pur non essendo un fenomeno, rilascia una buona versione della famosa The Legend Of Wooley Swamp. Il primo CD si chiude con una sorpresa: Devon Allman e Duane Betts, figli di Gregg e Dickey (ed è un bene che i rapporti tra di loro siano migliori di quanto non fossero quelli tra i genitori) si cimentano con due classici dei rispettivi padri, una fluidissima Blue Sky ed una Midnight Rider emozionante, un doppio omaggio più che riuscito e direi toccante. Il secondo dischetto inizia con i Lynyrd Skynyrd e la loro immortale Sweet Home Alabama, che si prende uno dei maggiori boati da parte del pubblico (splendida versione tra l’altro), dopodiché abbiamo un doppio Travis Tritt con due suoi classici, Modern Day Bonnie And Clyde e It’s A Great Day To Be Alive: Travis è sempre stato uno bravo, ed anche in quella serata non delude, grande voce e grinta da vero southern rocker. Molto bene anche Chris Young con la trascinante Drinkin’ My Baby Goodbye, tra country e rock’n’roll, mentre l’esperto Ricky Scaggs alle prese con We Had It All One Time non brilla particolarmente, anche per un lieve eccesso di zucchero; poi arriva Billy Gibbons e stende tutti con una roboante La Grange, sempre una grande canzone (ed il carisma di Billy non lo scopriamo oggi).

Gli Alabama non mi sono mai piaciuti molto, troppo pop la loro proposta musicale, ma alle prese con il superclassico di Daniels The South’s Gonna Do It Again tirano fuori le unghie e ci regalano una delle prestazioni più convincenti del doppio, tra rock e swing (ed anche la loro Mountain Music non delude, pur restando un gradino sotto). E’ finalmente la volta del festeggiato (e della sua band), che sa ancora tenere il palco con sicurezza, prima con una formidabile Tennessee Fiddlin’ Man e poi con la leggendaria The Devil Went Down To Georgia. Il gran finale è ancora un omaggio agli Allman con One Way Out (un classico sia per Sonny Boy Williamson che per Elmore James, ma anche un evergreen per la band di Macon), lunga e maestosa versione con tutti sul palco in contemporanea, ed un assalto chitarristico da urlo da parte dei vari axemen presenti. Finalmente anche Charlie Daniels ha avuto il suo tributo, e per di più nel suo ambiente naturale: lo stage della Volunteer Jam.

Marco Verdi

Sudisti, Sudati E Dal Vivo! Lynyrd Skynyrd – Live In Atlantic City 2006/Marshall Tucker Band – Live At Pleasure Island ‘97

lynyrd skynyrd live in atlantic city

Lynyrd Skynyrd – Live In Atlantic City – EarMusic/Edel CD – CD/BluRay – 2LP

Marshall Tucker Band – Live At Pleasure Island ’97 – Mountain Jam 2CD

Doppia uscita quasi in contemporanea per due storici gruppi degli anni settanta, che insieme alla Allman Brothers Band componevano la “sacra triade” del southern rock: Lynyrd Skynyrd e Marshall Tucker Band. Si tratta di due album dal vivo molto interessanti, registrati non di recente ma neppure durante la loro golden age, e per la precisione nel 2006 per gli Skynyrd e 1997 per la MTB, due periodi non considerati tra i migliori dei nostri per quanto riguarda la qualità degli album di studio, anche se sul palco come vedremo la loro la sapevano ancora dire eccome. Live In Atlantic City vede gli Skynyrd all’opera dodici anni orsono nella seconda “Sin City” americana dopo Las Vegas, al Trump Taj Mahal Hotel (di proprietà dell’attuale presidente degli USA, ma oggi chiuso), per un concerto registrato nell’ambito della trasmissione televisiva Decades Rock Live. Nel nuovo millennio il gruppo di Gary Rossington e Billy Powell (ho citato gli unici due membri originali presenti in questo CD, ma oggi Powell purtroppo non è più tra noi) si è un po’ staccato dalle sonorità tipicamente southern dei seventies e ha iniziato ha fare della musica talvolta un po’ tamarra, con suoni tra hard e AOR, in parte a causa dei trascorsi dell’altro chitarrista Ricky Medlocke (ex Blackfoot), mentre la tradizione di famiglia è ancora oggi portata avanti dal cantante Johnny Van Zant, fratello di quel Ronnie scomparso nel celebre e tragico incidente aereo del 1977.

Il gruppo (che qui è completato dalla sezione ritmica di Ean Evans e Michael Cartellone, dalla terza chitarra di Mark Matejka e dalle coriste Dale Rossington, moglie di Gary, e Carol Chase) in questo CD (e BluRay) suona quindi un robusto set di southern rock decisamente vigoroso, che però non manca di scaldare a dovere l’ambiente e di divertire gli ascoltatori, con solo un paio di leggere cadute di tono dovute più che altro agli ospiti che a loro stessi. Apre la serata Workin’ For MCA, rock-blues potentissimo con le chitarre che arrotano che è un piacere, seguita dalla solida ballata patriottica Red White And Blue (Love It Or Leave), scritta all’indomani del crollo delle Torri Gemelle, e dal sempre trascinante rock’n’roll sudista di Gimme Three Steps. Il primo ospite a salire sul palco è l’allora giovane cantante Bo Bice, che propone la sua The Real Thing, evocativa ballad elettrica in odore di AOR e, insieme a Van Zant, la classica e tonante Gimme Back My Bullets.

Hank Williams Jr. si integra alla grande con i nostri, e la sua comparsata lascia il segno, grazie all’irresistibile Down South Jukin’, puro rock’n’roll, ed alla sua Born To Boogie, anch’essa contraddistinta da un ritmo coinvolgente.I 3 Doors Down al gran completo (un cantante, due chitarre, basso e batteria) induriscono fin troppo la vibrante Saturday Night Special mentre rifanno molto bene la stupenda That Smell, una delle più belle canzoni degli Skynyrd: in mezzo alle due propongono la loro Kryptonite, che obiettivamente non è il massimo (e poi se compro un live degli Skynyrd, a meno che non invitino Gregg Allman che fa Midnight Rider, vorrei sentire solo canzoni degli Skynyrd). Gran finale con Rossington e soci ancora da soli sul palco per una Call Me The Breeze più travolgente che mai, un boogie-blues suonato davvero alla grande, e con la prevedibile ma sempre emozionante conclusione riservata a Sweet Home Alabama e Free Bird.

marshall tucker band live at pleasure island 97

Ancora meglio va secondo me con l’album della Marshall Tucker Band, un doppio CD in una bella confezione simil-LP in cartone duro intitolato Live At Pleasure Island ’97 (dove Pleasure Island non è un luogo fiabesco popolato da ninfe seminude che trasportano i visitatori nei meandri del piacere carnale, ma una amena ed innocente località di divertimenti all’interno del parco Disney World di Orlando, in Florida). All’epoca di questo concerto l’unico membro originale della MTB era il cantante Doug Gray, dato che i fratelli Toy e Tommy Caldwell erano già passati a miglior vita (Tommy nel 1980, Toy solo quattro anni prima, ma non faceva già più parte del gruppo), mentre gli altri fondatori se ne erano via via andati tutti, l’ultimo dei quali, Jerry Eubanks, l’anno prima: dunque la band è formata da onesti mestieranti, che però dal vivo ed alle prese con i classici del gruppo si fanno ampiamente valere, e da due ottimi chitarristi nelle persone di Rusty Milner e soprattutto Chris Hicks, che aveva abbandonato gli Outlaws nel 1996. Il live in questione è formato da due diversi set di sei brani ciascuno (più due brevi intro strumentali), di 40 e 48 minuti rispettivamente e registrati nella stessa giornata, presumibilmente a qualche ora di distanza l’uno dall’altro. Gli unici due brani all’epoca nuovi sono nel primo set: Like Good Music, un saltellante blues pieno di ritmo e feeling, con ottime prestazioni chitarristiche e Gray già in tiro (uscirà l’anno seguente su Face Down In The Blues), e la ballata elettrica Midnight Promises, un southern soul caldo ed avvolgente, affidato alla voce “allmaniana” di Hicks (e questa verrà “ufficializzata” solo nel 2004, nell’album Beyond The Horizon).

Il resto dei due set è composto solo dai classici anni settanta, suonati davvero con forza e vigore, a partire dalla fluida e distesa This Ol’ Cowboy, che fonde mirabilmente rock sudista ed atmosfere jazzate, quasi fossero i Chicago, per poi proseguire con la roboante Take The Highway, con Milner strepitoso, la suggestiva Runnin’ Like The Wind, che fa venire in mente praterie a perdita d’occhio, le countreggianti Searching For A Rainbow e Fire On The Mountain, entrambe irresistibili, e soprattutto una stratosferica 24 Hours At A Time, ben sedici minuti di grande rock e jam strumentali a go-go. Solo due pezzi si ripetono in entrambi i set, e sono le due canzoni più note del gruppo: la stupenda Heard It In A Love Song, il loro più grande successo, una di quelle rock songs perfette e capaci di far svoltare una carriera, e la favolosa Can’t You See, una delle ballate sudiste più belle di sempre, nella quale i due chitarristi si sfidano senza esclusione di colpi, e Gray (che, devo dirlo, non è il mio preferito tra i lead vocalist) che si diverte un mondo. Quindi due proposte più che soddisfacenti, anche se non provenienti dal periodo classico dei due gruppi in questione.

Marco Verdi

Tre Giorni Fa E’ Morto A Nashville Ed King, Il Vecchio Chitarrista Dei Lynyrd Skynryrd, Aveva 68 Anni. Un Breve Ricordo.

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Ed King è stato il terzo chitarrista e (agli inizi) anche bassista nel primo periodo, quello più glorioso, della lunga epopea dei Lynyrd Skynyrd: entrato in formazione nel 1972, per sostituire brevemente appunto Leon Wilkeson al basso, poi King, che era l’unico non vero “sudista” della band, in quanto nativo della California, poi rimase nell’organico degli Skynyrd per i due album successivi, Second Helping Nuthin’ Fancy, contribuendo a creare quel famoso sound con tre chitarre soliste che ha contribuito a creare la leggenda della band di Jacksonville, Florida. Ed King aveva conosciuto gli altri musicisti degli Skynyrd prima di un concerto, quando faceva ancora parte degli Strawberry Alarm Clock, band di culto, ma di buon valore, della scena psichedelica californiana, che viene ricordata soprattutto per il loro singolo Incense And Peppermints, n° 1 delle classifiche americane nel 1967, con oltre un milione di copie vendute https://www.youtube.com/watch?v=RghL1rViX34  (inserita anche nella versione CD in cofanetto della famosa compilation Nuggets), poi autori di altri tre album, nel 1968 e 1969 e giunta fino al 1971.

Dopo quella esperienza King entra nei Lynyrd Skynyrd per (Pronounced ‘Lĕh-‘nérd ‘Skin-‘nérd), il disco di esordio ufficiale del 1973, poi l’anno successivo quando Wilkeson rientra in formazione passa alla chitarra, ed è uno dei co-autori, con Ronnie Van Zant Gary Rossington, di Sweet Home Alabama (la voce che si sente scandire l’1-2-3 prima del famoso riff è la sua https://www.youtube.com/watch?v=ye5BuYf8q4o ), presente anche nel successivo Second Helping, in cui firma anche Workin’ For MCA e Swamp Music. E pure nel successivo Nuthin’ Fancy è autore di Saturday Night Special, Railroad Song Whiskey Rock-a-Roller, Quindi, al di là delle sue ottime qualità di chitarrista, non una figura marginale nell’economia del gruppo. Da cui esce nel 1975 durante il travagliato Torture Tour americano e pertanto, per sua fortuna, non è presente nel fatidico incidente aereo del 1977. Viene comunque richiamato per la prima reunion del 1987, insieme agli altri sopravvissuti della tragedia Gary Rossington, Billy Powell, Leon Wilkeson e Artimus Pyle, ma non Allen Collins che era rimasto paralizzato per un incidente d’auto del 1986. Ed King, rimane presente nell’organico fino al 1996, quando viene forzato a lasciare per i primi problemi di salute dovuti ad uno scompenso cardiaco, poi risolto con un trapianto nel 2011: comunque nel 2006  partecipa alla “induzione” dei Lynyrd Skynyrd  storici nella Rock And Roll Hall Of Fame.

Da alcuni mesi King stava lottando con un tumore ai polmoni che alla fine ha avuto la meglio il 22 agosto del 2018 a Nashville, Tennesse dove viveva, provocandone la morte, e nelle parole di commiato del suo vecchio compagno di avventura Gary Rossington  “Ed was our brother, and a great songwriter and guitar player. I know he will be reunited with the rest of the boys in Rock and Roll Heaven. Our thoughts and prayers are with Sharon and his family”. Un altro dei grandi sudisti ora “Riposa In Pace”.

Bruno Conti

Canadesi Dal Cuore (E Dal Suono) Sudista. The Sheepdogs – Changing Colours

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The Sheepdogs – Changing Colours – Dine Alone Records/Warner Music Canada

Avete voglia di rituffarvi nei suoni degli anni Settanta? Siete rimasti degli inguaribili fans del buon rock sudista consumando i vostri vinili degli Allman Brothers o dei Lynyrd Skynyrd? Il vostro cuore batte forte quando parte lo splendido coro di Suite Judy Blue Eyes di Crosby, Stills & Nash? Vi ritrovate ogni tanto a canticchiare l’irresistibile (e un po’ ruffiano) ritornello di The Joker della Steve Miller Band? Vi do un consiglio: procuratevi il nuovo CD dei canadesi Sheepdogs e placherete subito tutte le vostre crisi di astinenza. La band, originaria di Saskatoon, la più popolosa città della provincia del Saskatchewan, è attiva dal 2006 ed ha già alle spalle cinque albums e due EPs. Si è formata grazie all’incontro, avvenuto in ambito scolastico, tra il chitarrista e cantante Ewan Currie e il bassista Ryan Gullen, a cui si aggregò il batterista Sam Corbett. Il trio, abbinando al proprio materiale di matrice rock-blues alcune covers dei Black Keys e dei Kings Of Leon, cominciò ad esibirsi nei locali della zona riuscendo a pubblicare un EP a nome The Breaks. Reclutato Leot Hanson come secondo chitarrista, mutarono il proprio nome in Sheepdogs e registrarono, autoproducendosi, i primi due albums intitolati Trying To Grow e Big Stand. La svolta per la loro carriera arrivò nel 2011, quando vinsero un concorso indetto dalla rivista Rolling Stone riservato a gruppi rock ancora privi di contratto discografico. Tale vittoria valse la copertina del prestigioso mensile nell’agosto di quell’anno, un contratto con l’etichetta Atlantic che ristampò subito il loro terzo disco Learn & Burn , oltre ad un secondo EP intitolato Five Easy Pieces, e la partecipazione a programmi musicali di rilievo come Late Night with Jimmy Fallon e ad importanti festival come il Bonnaroo, con conseguente aumento di fama e di vendite.

L’album omonimo, pubblicato nel 2012, diede ulteriore spinta agli Sheepdogs vincendo importanti premi della critica e piazzandosi nei primi posti delle classifiche canadesi. Il successivo Future Nostalgia del 2015 vide un parziale mutamento nella line-up della band, con l’abbandono di Leot Hanson, sostituito alla seconda chitarra da Rusty Matyas, e l’ingresso in pianta stabile del fratello minore di Currie, Shamus, che già saltuariamente in passato aveva suonato tastiere ed alcuni strumenti a fiato. Alla fine di quell’anno Matyas fu a sua volta rimpiazzato dal chitarrista di chiara matrice blues Jimmy Bowskill (ottimo anche alla lap steel guitar), che ha dato un notevole contributo, anche compositivo, alle 17 tracce del nuovo disco Changing Colours. Pronti, via! Come si diffondono le prime note del giro armonico che apre Nobody, sentirete il vostro piedino partire da solo tenendo il ritmo, mentre il vortice di chitarre, lap steel, basso e batteria si fa sempre più coinvolgente fino al ritornello assassino che vi entra nel cervello https://www.youtube.com/watch?v=hlPIp8DJUEI . Il primo singolo, I’ve Got A Hole Where My Heart Should Be, ribadisce le influenze sudiste del gruppo ed anche una evidente capacità di costruire riff semplici ed accattivanti, presenti anche nella successiva Saturday Night che pare quasi un outtake di Fly Like An Eagle della Steve Miller Band. Con Let It Roll ci immergiamo nei panorami bucolici del Tennessee o dell’Alabama, tra chitarre acustiche e lap steel in primo piano. Cambio radicale di atmosfere per The Big Nowhere, in cui compaiono i fiati e gli Sheepdogs sembrano voler citare i Santana dei tempi d’oro.

Ancora la sezione fiati apre la suadente ballad I Ain’t Cool dagli echi piacevolmente beatlesiani con brillanti armonie vocali e un bell’assolo di trombone del più giovane Currie, bravo pure al piano e all’hammond. You Got To Be A Man è tosta ma non particolarmente significativa, molto meglio la notturna Cool Down, che strizza l’occhio alla psichedelia californiana con un raffinato lavoro di chitarre e piano elettrico protagonista. Il finale in crescendo si interrompe bruscamente per dare spazio allo splendido duetto chitarristico di Kiss The Brass Ring, in puro stile Allman Bros, chiara fonte d’ispirazione anche per la solare Cherries Jubilee. Il continuo cambiar pelle nella sequenza delle canzoni è una delle doti vincenti di quest’album, come dimostra anche la lunga ed intensa I’m Just Waiting For My Time, che parte lenta con la voce supportata dal suono di un flauto per prendere corpo man mano che si sviluppa su trame che ci riportano indietro agli amati anni settanta. In Born A Restless Man gli Sheepdogs si travestono da bluegrass band e dopo l’oasi strumentale di The Bailieboro Turnaround ci mostrano come si scrive una grande country ballad con la turgida Up In Canada. C’è ancora spazio per le velleità da jam band di Hms Buffalo ed Esprit Des Corps, in cui Currie & soci tralasciano il cantato per suonare a ruota libera lungo le polverose strade che conducono a Sud, dove stanno ben piantate le loro radici. La conclusione è affidata alla luminosa Run Baby Run dove cogliamo, nelle raffinate armonie vocali, un riferimento per nulla nascosto ai numi ispiratori Crosby, Stills & Nash. Recentemente, il leader Ewan Currie, chiamato a definire il suono della sua band, ha risposto: pure, simple good-time music. Come dargli torto?

Marco Frosi

“Finalmente” Un Nuovo Gruppo Di Southern Rock! Preacher Stone – Remedy

preacher stone remedy

Preacher Stone  – Remedy – NoNo Bad Dog Productions

Nella terza (o quarta) ondata dei gruppi southern rock, chiamiamola quella 2.0, i migliori, secondo chi scrive, sono sicuramente Blackberry Smoke e Whiskey Myers, ma poi c’è tutta una foltissima pattuglia di band, nate per lo più negli anni 2000, che affollano il sottobosco della scena musicale americana, e delle quali ci siamo spesso occupati su questo pagine, e di cui, per brevità, non citerò i nomi, ma gli appassionati più accaniti le conoscono, e per gli altri spero abbiamo seguito i consigli del sottoscritto. Oggi parliamo dei Preacher Stone, band del North Carolina (patria tra i tantissimi, degli Avett Brothers, di Ryan Adams, Doc Watson, Nina Simone, Charlie Daniels, per restare nell’ambito sudista, ma anche luogo di nascita di John Coltrane e Thelonius Monk, quindi uno stato “importante” a livello musicale), e dalla Carolina del Sud viene pure la Marshall Tucker Band, un altro dei gruppi più importanti nel genere: nel loro sito si autodefiniscono “new hard southern rock” e questo Remedy (come un famoso brano dei Black Crowes con cui non c’entra comunque) è il loro quarto album. Purtroppo, come i precedenti, e basta leggere il nome della loro etichetta per capirlo, il disco non è facilmente reperibile, ma visto che la musica è comunque di buona fattura, ne parliamo lo stesso, anche se ormai il CD è stato pubblicato da alcuni mesi, ma la musica, come è noto, non ha scadenza (o non dovrebbe).

Nella formazione ci sono sei elementi, Ronnie Riddle, voce solista, armonica e mandolino, e Marty Hill, chitarra solista, slide e dobro, sono i due leader e compositori principali (non ci sono cover nel CD), a completare la line-up troviamo Ben Robinson alla seconda chitarra, Johnny Webb alle tastiere, e la sezione ritmica composta da Jim Bolt e Josh Wyatt. Hill è anche il produttore del disco, che è stato registrato in quel di Asheville, città del NC da dove vengono anche Warren Haynes e la recente scoperta Rayna Gellert, ma loro sono di Charlotte: il disco contiene undici brani in tutto, che si aprono sul classico suono di una poderosa Blue Collar Son, puro Lynyrd Snynyrd sound con la voce potente di Riddle (ma è parente di quello della Marshall Tucker Band?), le chitarre arrotate e l’organo immancabile nel southern rock di qualità. Formula che viene ripetuta anche nella successiva Lazarus, con la slide di Hill in bella evidenza, a fianco delle tastiere di Webb e della seconda chitarra di Robinson, co-autore del brano. Più che hard southern rock mi sembra quello “classico” e migliore, con gli strumenti e la voce mai sopra le righe, un bel tiro, ma il suono è raffinato, per il genere ovviamente; come conferma una ottima ballata elettroacustica come The Sign, dove le melodie avvolgenti del brano vengono innervate dall’eccellente lavoro delle chitarre elettriche. Lo dico o non lo dico? Niente di nuovo, ma se l’aderire a schemi già rodati e conosciuti fino all’eccesso in ambito sudista viene fatto con passione e bella scrittura si apprezza sempre; anche il boogie-rock di Living The Dream lo abbiamo sentito mille volte sui dischi dei Lynyrd o degli ZZ Top, e pure in quelli recenti dei Whiskey Myers o dei Blackberry Smoke, ma non per questo ci piace di meno.

La band in questo album conferma a tratti anche una propensione per le buone melodie, un brano come Grace ha nel DNA pure elementi country e gospel, grazie alla presenza di voci femminili di supporto, ma il piatto forte sono sempre gli assoli di chitarra, lirici e ficcanti. La title track, dopo una partenza attendista e “lavorata” si getta di nuovo sui ritmi gagliardi del southern più ruspante, con eccellente finale delle twin guitars, un classico del genere; e pure Country Comes To Town, firmata collettivamente da tutto il gruppo, non tradisce lo spirito R&R classico, forse manca quel piccolo quid che fa il fuoriclasse, ma i sei ci mettono molto impegno e regalano buone sensazioni. She Loves è un bel mid-tempo d’atmosfera, con un piacevole interplay tra le chitarre soliste e le tastiere, organo e piano elettrico, sempre presenti, mentre la voce di Riddle è una garanzia. Silence Is Golden, nonostante la presenza di un mandolino è una delle più dure, ma sempre in un ambito che ricorda gruppi come la Charlie Daniels Band o gli Outlaws, e il ritmo non scema neppure nella successiva Lucky, a tutto wah-wah, con i Lynyrd Skynyrd modello da seguire con fede. Rimane la conclusiva Levi’s Song, altra ballata evocativa, forse un filo scontata. ma che conferma la qualità di questo sestetto , tutto cappelli, barbe e capelli, ma anche all’occorrenza dal cuore tenero. Gli appassionati del genere, se già non frequentano, possono aggiungere un nuovo nome alla lista: ce ne sono mille, facciamo mille e uno!

Bruno Conti

Un’Altra Band Sudista? Ebbene Sì! C.C. Rocktrain – Fast Way of Living

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C.C. Rocktrain – Fast Way of Living – C.C. Rocktrain                    

Nell’immenso mercato discografico Americano, anche quello più o meno indipendente, c’è sempre stato, e c’è tuttora, tutto un sottobosco di band genuine che fanno rock, spesso con spiccate tendenze sudiste, ma anche più semplicemente con il vecchio classico hard-rock nel cuore: alcune di quelle “nuove” sudiste tipo Whiskey Myers, Blackberry Smoke e molte altre che non citiamo per brevità, si uniscono a quelle classiche, dai Lynyrd Skynyrd ai Blackfoot agli Outlaws, nel farsi portabandiera di quel movimento southern rock che, con alti e bassi, è una costante della scena musicale americana dagli anni ’70. Poi c’è tutto un filone di band diciamo più “durette”, mi vengono mente quelle del roster della Grooveyard Records (sempre per non fare nomi Black Mountain Prophet, Blindside Blues Band, i Janeys, babbo e figlio, l’hendrixiano Randy Hansen), ma anche quelle a guida femminile come Blues Pills o No Sinner, che introducono nel loro stile, a fianco degli elementi sudisti, anche tratti blues, oltre all’immancabile hard rock targato 70’s, senza dimenticare gente come Rival Sons, Supersonic Blues Machine, Apocalypse Blues Revue, o quelli più raffinati tipo SIMO, Marcus King Band, The Record Company.

Alcune band sono più caciarone di altre, ma il tratto distintivo di quasi tutti è “chitarre, chitarre e poi ancora chitarre” che potrebbe essere il loro motto. I C.C. Rocktrain arrivano dalla Carolina del Nord, e quindi fanno del southern rock per definizione di provenienza, però sono più vicini al sound degli ultimi Lynyrd Skynyrd, dei Blackfoot o dei Molly Hatchet, quindi abbastanza hard e tirati, anche se in questo Fast Way Of Living, il loro esordio, già in circolazione da un paio di anni, sono in grado comunque di proporre un sound a tratti più rilassato e ricercato, vicino a quello di gruppi come la Marshall Tucker Band o gli Outlaws. Quando è stato pubblicato il disco in formazione c’erano il chitarrista Tommy “T” Tessneer e il bassista Charlie Gossett, sostituiti nel frattempo rispettivamente da Jeff Gates e Billy Hedgepeth. Rimangono i due leader, il fondatore della band nel 2011, voce e chitarra solista, nonché autore dei brani Rob “Feet” Crawford , oltre al batterista, entrato in formazione nel 2013, il roccioso Bruce “Thunderfoot” Camp (spesso i nomignoli sono più esplicativi di mille descrizioni tecniche).

Tra le influenze che il gruppo cita, oltre ai canonici Blackfoot, Molly Hatchet e Lynyrd Skynyrd, il “lato oscuro della forza” southern, ci sono anche Eric Clapton (per chi scrive non pervenuto), Judas Priest (!), Bad Company e ZZ Top. Detto che non siamo di fronte a un dischetto imprescindibile, gli appassionati dei vari generi ricordati, soprattutto southern e ’hard guitar rock. si potranno comunque sparare tre quarti d’ora di vecchio sano rock. A partire dalla poderosa sfuriata boogie-rock dell’iniziale These Guitar Strings, con l’ottima voce di Crawford in evidenza, oltre a chitarre e batteria che picchiano di gusto, subito seguita dalla più raffinata Just Wanting You, una tipica southern song in classico stile Marshall Tucker, con chitarre in punta di dita e una bella melodia in evidenza. Movin’ On Man è decisamente più dura, incisione ruspante e basica, hard-rock a forte densità appunto rock, scuola Molly Hatchet e Blackfoot, mentre No Big Deal non si discosta molto dal copione, quindi vai di chitarre!

E anche Fast Way Of Living, con un timido organo sullo sfondo, fa parte della scuola sudista degli ZZ Top più cattivi, della serie un assolo tira l’altro. Senza tregua poi arriva Bad Love, molto hard-rock seventies, mentre Rock And Roll Satisfaction, nonostante il titolo, è più lenta e cadenzata, con un pianino alla Lynyrd Skynyrd dei primi tempi e il vecchio Sud che risorge ancora una volta, con una chitarra lirica ed ispirata. I brani sono quasi tutti intorno ai 4 minuti, con l’eccezione del brano appeno citato e di Crazy Over You, l’unica oltre i sei minuti, altro esempio dei C.C Rocktrain più raffinati, un mid-tempo molto bluesato, degno di nuovo della migliore Marshall Tucker Band, con una bella coda strumentale. Prima e dopo troviamo di nuovo il boogie-rock fischiettante (alla Molly Hatchet) della gagliarda Whiskey In The Pail e i quasi sei minuti in crescendo dell’ottima Don’t Want You Around, molto alla Skynryd ma anche Outlaws, con i classici intrecci chitarristici tesi al solito gran finale che in un brano come questo non può mancare.

Bruno Conti

Ancora Southern Rock, E Di Quello Ottimo! Holman Autry Band – Electric Church

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Holman Autry Band  – Electric Church – Holman Autry Band Self Released

Una domanda che era un po’ di tempo che non mi/vi ponevo: ma chi sono costoro? Biografia ufficiale della band: la Holman Autry Band viene dall’area della Georgia intorno a Athens, Danielsville per la precisione, sono un quartetto e venendo da “laggiù” era quasi inevitabile che facessero, a grandi linee, del southern rock. Sono al quarto album, questo Electric Church, e volete sapere una cosa? Sono veramente bravi, siamo proprio nell’ambito delle musica sudista Doc, di prima scelta. Con riferimenti al sound classico, quello di Lynryrd Skynyrd, Allman Brothers, loro aggiungono anche Gov’t Mule, un pizzico di Hank, e quindi country, ma anche i Metallica, qui in effetti è appena un “pizzichino”, probabilmente nel primo brano, una dura e tirata Friday Night Rundown, dove in effetti le chitarre ruggiscono, la batteria pesta duro, il cantato è maschio e potente, ma se dovessi indicare qualcuno come riferimento, penserei più ai primi Lynyrd Skynyrd, o al southern hard di gruppi come Blackfoot, Molly Hatchet e Point Blank. 

La formula della doppia chitarra solista funziona alla grande, la voce è poderosa e di notevole impatto, anche se non ho ancora inquadrato chi sia effettivamente la voce solista, visto che cantano in tre su quattro, Brodye Brooks, il chitarrista solista, Josh Walker, quello ritmico, ma anche solista se serve e il bassista Casey King. A completare la formazione il batterista Myers, o così riporta il libretto, però sul loro sito ha anche un nome di battesimo, Brandon. Pure la successiva Pennies And Patience ha un sound duro e vibrante, con le elettriche spesso in modalità wah-wah e la ritmica rocciosa, ma senza eccessi, con un suono limpido, curato dal produttore esecutivo John Keane, quello per intenderci che a inizio carriera era l’ingegnere del suono dei R.E.M., poi ha lavorato moltissimo con i Widespread Panic, ma anche Cracker, Bottle Rockets, Jimmy Herring, le Indigo Girls e una miriade di altri artisti di quelli “giusti”, insomma un ottimo CV. Se serve si mette anche in azione alla steel guitar, come nella notevole The Fall, una hard ballad elettroacustica a cavallo tra country e southern di eccellente fattura, belle armonie vocali. Ottima anche Things I’d Miss, costruita intorno ad un giro di basso, che poi sfocia nel groove in crescendo di un southern boogie dove si respirano profumi anni ’70, tra Charlie Daniels e Marshall Tucker Band, con le chitarre che si rincorrono gioiosamente secondo i migliori stilemi del genere, e con Brooks che è effettivamente un notevole solista; effetto ancora più accentuato nella splendida title-track, dove Natalie McClure aggiunge l’organo e una slide incisiva si erge a protagonista dell’arrangiamento avvolgente del brano, di nuovo senza nulla da invidiare alle migliori band dell’epoca d’oro del rock sudista, come evidenziato in una brillante coda strumentale dove sembra di ascoltare Derek Trucks o Warren Haynes, se non Duane Allman o Toy Caldwell.

Molto bella anche una Home To You a tutto riff e ritmo, con elementi anche dei Doobie Brothers più gioiosi (insomma da tutto questo profluvio di nomi avrete capito che sono veramente bravi), con le due chitarre che si rincorrono con libidine dai canali dello stereo. Non manca anche un bel brano come Good Woman, Good God, dove emergono elementi funky/R&B sempre inseriti in un tessuto rock-blues. Ma pure nella seconda parte quando si passa ad un suono in parte più intimo e raccolto, con maggiori tocchi country, sempre fluido e raffinato, come in Last Rites che sembra pescata da un brano del miglior songbook della Marshall Tucker Band, splendido il lavoro delle chitarre, o la dolce Sunset On The Water, che senza essere zuccherosa rimanda a gruppi come i Reckless Kelly o gli Avett Brothers, nei loro momenti più romantici. Scusate i continui rimandi ma ci si capisce meglio, poi non vuole essere inteso in senso letterale ed assoluto, e non è neppure mera imitazione, diciamo più la continuazione di una tradizione che si “rinnova” con nuove forze. Eccellente anche The Grass Can Wait, ancora più marcatamente country, ma sempre con un finissimo lavoro della solista che raccorda un suono d’insieme veramente di gran classe. Infine ancora più “morbida” October Flame, dove si riscontrano persino elementi quasi pop, una melodia semplice ed orecchiabile, ma coniugata con gusto e misura, il tutto proposto in modo sempre vario e diversificato in tutto l’album, più rude e maschio nella prima parte, più raccolto e raffinato nella seconda. Comunque confermo, veramente bravi!

Bruno Conti

Il Ritorno Dei Vecchi Sudisti 2: I Fratelloni Rocca(va)no Di Brutto! Van Zant – Red, White & Blue (Live)

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Van Zant – Red, White & Blue (Live) – Loud And Proud CD

Era inevitabile che prima o poi le strade di Johnny e Donnie Van Zant (rispettivamente frontmen dei riformati Lynyrd Skynyrd dopo la morte del terzo fratello Ronnie e di mezza band nel famoso incidente aereo, e dei .38 Special) si sarebbero incrociate. Infatti i due, quando gli impegni delle rispettive band glielo hanno permesso, ne hanno sempre approfittato per trovarsi e registrare album in duo: la prima volta nel 1985 (quindi prima che gli Skynyrd si riformassero), poi con due altri lavori nel 1998 e 2001 ed infine, in maniera più convinta, nel 2005 e 2007 con Get Right With The Man e My Kind Of Country, due dischi nei quali i due recuperavano la musica country delle loro radici, ma, dato che non sono certo dei mollaccioni, le canzoni proposte dal duo erano toste, vigorose e strettamente imparentate con quel southern rock che li ha sempre visti protagonisti: i due album erano anche un omaggio diretto a Ronnie, che avrebbe sempre voluto fare un disco country. Questo Red, White & Blue (Live) documenta un concerto registrato a supporto del primo dei due dischi, nel gennaio del 2006 a Valdosta, Georgia, e non è uno dei soliti broadcast radiofonici semi-ufficiali, ma un vero e proprio live album proveniente dagli archivi privati dei due fratelli.

Ed il CD, quattordici canzoni, risulta una piacevolissima parentesi della loro storia: Johnny e Donnie sono sempre stati due animali da palcoscenico, e qui danno il meglio grazie ad una buona serie di canzoni, qualche classico delle rispettive band principali, ed un suono tosto e decisamente sudista, merito di una band che comprende ben tre chitarre (Eric Lundgren, Steve Cirkvencic e Matt Hauer), una sezione ritmica poderosa (Gary Hensley, basso, e Noah Hungerford, batteria), oltre a Bobby Capps alle tastiere e Mark Muller alla steel e violino. E Red, White & Blue è anche l’occasione per risentire la voce di Donnie, che ha dovuto in anni recenti abbandonare i .38 Special ed il mondo della musica in generale per problemi irreversibili ai nervi dell’orecchio. L’album Get Right With The Man fa la parte del leone, con ben nove brani presenti, tra cui Takin’ Up Space, che apre la serata in perfetto mood sudista, un brano roccato e potente ma nello stesso tempo immediatamente fruibile, con ottimi spunti chitarristici ed i due fratelli che si scambiano il microfono con disinvoltura; Ain’t Nobody Tell Me What To Do è una tipica ballatona sudista da cantare col pubblico, alla quale la steel e l’organo donano colore, mentre la robusta Sweet Mama è un rock’n’roll molto trascinante (e molto poco country in questa veste live), il classico brano che rifatto on stage fa saltare tutti.

La fluida Things I Miss The Most calma un po’ gli animi, ma si riparte subito con la vigorosa I Know My History, un southern rock puro con la steel che cerca di stemperare la tensione elettrica, e con la coinvolgente Help Somebody, una rock ballad corale che è anche il maggior successo del duo come singolo. In mezzo ai brani tratti dal disco del 2005 (tra le quali meritano un cenno anche le trascinanti Plain Jane e I’m Doin’ Alright, pura foga rocknrollistica in salsa southern) c’è lo spazio anche per Wild Eyed Southern Boys, un vecchio pezzo dei .38 Special qui eseguito per la prima volta con la collaborazione di Johnny. Dopo la patriottica, e un po’ annacquata, Red, White & Blue (tratta da un disco minore degli Skynyrd di Johnny, Vicious Cycle), gran finale scoppiettante con l’energica My Kinda Country, anteprima dal nuovo album dei due che sarebbe uscito un anno e mezzo dopo, e due classici degli Skynyrd periodo Ronnie, cioè Call Me The Breeze (di J.J. Cale ma da sempre un highlight degli show del gruppo, e qui è suonata in maniera davvero irresistibile) e l’immancabile Sweet Home Alabama, una grande canzone comunque la si faccia (e qui è fatta bene). Se amate i Lynyrd Skynyrd ed il southern rock in generale, e anche se non avete mai vibrato troppo per i .38 Special, questo live dei Van Zant può tranquillamente trovare posto nella vostra discoteca.

Marco Verdi