Due Splendidi Tributi Ad Altrettante Icone Del Country. Prima Parte: Merle Haggard Sing Me Back Home

sing me back home the music of merle haggard

VV.AA. – Sing Me Back Home: The Music Of Merle Haggard – Blackbird 2CD – 2CD/DVD

La Blackbird Records, erichetta responsabile in passato di bellissimi album tributo registrati dal vivo (dedicati a Jerry Garcia, Kris Kristofferson, Mavis Staples, Gregg Allman, Waylon Jennings, Charlie Daniels, Dr. John, Emmylou Harris, Levon Helm e John Lennon), ha deciso quest’anno di regalarci ben due operazioni analoghe, dedicate e altrettante autentiche leggende della country music: Merle Haggard e Willie Nelson. Oggi mi occupo del primo dei due omaggi Sing Me Back Home: The Music Of Merle Haggard, un concerto registrato alla Bridgestone Arena di Nashville (e pubblicato sia in doppio CD che con DVD allegato) in una data che non poteva che essere il 6 aprile, che è il giorno sia di nascita che di morte del countryman californiano: per l’esattezza siamo nel 2017, un anno dopo la scomparsa di Merle e giorno del suo ottantesimo compleanno. La house band è un mix tra gli Strangers, gruppo che era solito accompagnare Merle dal vivo, e musicisti come Don Was, Sam Bush ed il figlio del festeggiato, Ben Haggard, e durante lo show vediamo scorrere una serie impressionante di grandi nomi e possiamo ascoltare diverse performance d’eccezione.

ben haggard

La serata si apre proprio con Haggard Jr., che con una bella voce profonda ci regala una languida What Am I Gonna Do (With The Rest Of My Life) https://www.youtube.com/watch?v=xz1__9ITpGA  e, insieme ad Aaron Lewis, Heaven Was A Drink Of Wine; la stagionata Tanya Tucker ha ancora grinta da vendere e lo dimostra con una bella ripresa dell’honky-tonk The Farmer’s Daughter, e ancora più avanti con gli anni sono il mitico Bobby Bare, alle prese con un’ottima I’m A Lonesome Fugitive https://www.youtube.com/watch?v=yJEJQCDZOMU , e Connie Smith, che con voce giovanile propone una limpida rilettura di That’s The Way Love Goes. John Anderson è un grande, e la sua Big City, gustosa e ritmata honky-tonk song, è tra le più riuscite di questa prima parte https://www.youtube.com/watch?v=Vt1P-5tOLXM , mentre Toby Keith un grande non è ma ha quantomeno esperienza e con il repertorio giusto, nella fattispecie il medley Carolyn/Daddy Frank, se la cava bene; Buddy Miller è bravissimo sia come singer/songwriter che come chitarrista, e lo fa vedere con una splendida Don’t Give Up On Me in pura veste country-gospel, il duo Jake Owen/Chris Janson propone la lenta Footlights, discreta, e Lucinda Williams che poteva apparire un po’ fuori contesto fornisce invece una prestazione egregia con una scintillante Going Where The Lonely Go https://www.youtube.com/watch?v=brj50wVvmCc .

Mandatory Credit: Photo by Invision/AP/Shutterstock (9242003x) Bobby Bare performs at the concert "Sing me Back Home: The Music of Merle Haggard" at the Bridgestone Arena, in Nashville, Tenn Sing me Back Home: The Music of Merle Haggard - Show, Nashville, USA - 6 Apr 2017

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Bobby Bare performs at the concert “Sing me Back Home: The Music of Merle Haggard” at the Bridgestone Arena, in Nashville, Tenn
Sing me Back Home: The Music of Merle Haggard – Show, Nashville, USA – 6 Apr 2017

Il primo CD si chiude in netto crescendo con l’ottimo Jamey Johnson, grande voce e solida imterpretazione dell’intensa Kern River, gli Alabama che non mi sono mai piaciuti molto ma qui centrano il bersaglio con una toccante Silver Wings acustica e corale, Hank Williams Jr. che affronta I Think I’ll Just Stay Here And Drink come se fosse una sua canzone (quindi roccando in maniera coinvolgente), la meravigliosa Loretta Lynn che va per i 90 ma dà ancora dei punti a tutti con una vispa Today I Started Loving You Again, ed i Lynyrd Skynyrd al completo che non possono che suonare la travolgente Honky Tonk Night Time Man, brano di Haggard che dagli anni 70 eseguono sui palchi di tutto il mondo https://www.youtube.com/watch?v=JIqPW5w54UE .

Mandatory Credit: Photo by Invision/AP/Shutterstock (9242003ad) Rodney Crowell performs at the concert "Sing me Back Home: The Music of Merle Haggard" at the Bridgestone Arena, in Nashville, Tenn Sing me Back Home: The Music of Merle Haggard - Show, Nashville, USA - 6 Apr 2017

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Rodney Crowell performs at the concert “Sing me Back Home: The Music of Merle Haggard” at the Bridgestone Arena, in Nashville, Tenn
Sing me Back Home: The Music of Merle Haggard – Show, Nashville, USA – 6 Apr 2017

(NDM: sulla confezione del doppio CD è indicato anche Rodney Crowell con You Don’t Have Very Far To Go, ma non c’è…. ma è nel DVD) Il secondo dischetto si apre subito alla grande con gli Avett Brothers che rileggono in modo superbo la classica Mama Tried, tra gli highlights della serata https://www.youtube.com/watch?v=uCoPrCoMmis , e prosegue sulla stessa lunghezza d’onda con John Mellencamp ed una fantastica White Line Fever, puro folk-rock elettrificato https://www.youtube.com/watch?v=GUlhKT0KMKY ; Kacey Musgraves si cimenta con grazia ma anche grinta con Rainbow Stew, mentre il povero Ronnie Dunn che già non è un genio vede la sua It’s All In The Movies letteralmente spazzata via da un ciclone chiamato Billy Gibbons, prima nell’insolita veste di honky-tonk man con una tonica The Bottle Let Me Down e poi in coppia con Warren Haynes, un altro carrarmato, in una potente e bluesata Workin’ Man Blues, solo due voci e due chitarre elettriche fino al formidabile finale accelerato e full band https://www.youtube.com/watch?v=ZUqnt_JGNLc .

miranda lambert sing me back home

Dierks Bentley se la cava abbastanza bene con l’ariosa If We Make It Through December, puro country, e precede le due donzelle Sheryl Crow (Natural High) e Miranda Lambert (Misery And Gin), brave entrambe https://www.youtube.com/watch?v=scy80IjpqII , ed il grandissimo Willie Nelson che duetta con Kenny Chesney nel capolavoro di Townes Van Zandt Pancho And Lefty (che fu un successo negli anni 80 proprio per Willie e Merle): versione davvero commovente https://www.youtube.com/watch?v=Lhs62F6YmkU . Di leggenda in leggenda, ecco Keith Richards che ci delizia con il superclassico Sing Me Back Home nel suo tipico stile sgangherato ma pieno di feeling https://www.youtube.com/watch?v=LwqzhbjrcnA ; “Keef” viene raggiunto ancora da Willie per una tersa Reasons To Quit e poi cede il posto a Toby Keith che al cospetto di Nelson è un nano ma riesce a non sfigurare nell’elettrica e spumeggiante Ramblin’ Fever. Gran finale con tutti sul palco per Okie From Muskogee, inno anti-hippies criticatissimo all’epoca ma canzone strepitosa.

willie nelson keith richards merle haggard

Un tributo splendido quindi, giusto e dovuto omaggio ad una vera leggenda della nostra musica. Una sola domanda però: dove cippalippa era Dwight Yoakam?

Marco Verdi

Un Bel Mini Album Di Rock Sudista, Peccato Sia Solo Per Il Download. The Georgia Thunderbolts EP

the georgia thunderbolts

Georgia Thunderbolts – The Georgia Thunderbolts EP – Mascot Provogue download

I Georgia Thunderbolts vengono da Rome, Georgia, alle pendici dei monti Appalachi, il disco è stato registrato a Glasgow, nel Kentucky (se vi interessa, a scopo statistico, in Texas c’è anche la piccola cittadina di Milano, abitanti 428), e ovviamente fanno southern rock. In teoria hanno inciso un primo album autogestito intitolato Southern Rock From Rome, anche se nelle biografie ufficiali questo Georgia Thunderbolts omonimo viene presentato come disco di esordio. Oltre a tutto è un EP ed esce solo per il download, ma visto che è bello ce ne occupiamo lo stesso (per quanto contrari come principio al formato). Pare peraltro che il formato EP, Mini album, chiamatelo come volete, soprattutto in digitale, stia tornando in auge: Norah Jones ne ha rilasciati parecchi, anche Huey Lewis ha dato il suo contributo, e come avrete visto pure Neil Young a sorpresa ne ha pubblicato uno recente The Times, pure in formato fisico https://discoclub.myblog.it/2020/09/22/un-annuncio-atteso-da-anni-ed-un-piccolo-disco-per-ingannare-lattesa-neil-young-archives-vol-iithe-times/ .

Ma bando alle ciance e veniamo a questo dischetto (lo chiamiamo così lo stesso): i Georgia Thunderbolts sono una formazione canonica di rock sudista, un buon cantante T.J. Lyle, all’occorrenza anche a piano e armonica, come attittudine diretto discendente della schiatta Van Zant, Allman e soci, due chitarristi Riley Couzzourt e Logan Tolbert, in alternanza o all’unisono a solista e slide, una solida sezione ritmica con Zach Everett basso, armonie vocali e tastiere,e Bristol Perry batteria. Cinque brani in tutto, tre già apparsi nel citato CD autogestito, un suono a cavallo tra il classico southern di Lynyrd Skynyrd, Allman Brothers e Marshall Tucker e quello delle nuove leve capitanate da Whiskey Myers e Blackberry Smoke, robusto e chitarristico, ma anche in grado di regalare intarsi elettroacustici come nell’iniziale ballata mid-tempo Looking For An Old Friend, dove slide e chitarre acustiche rimandano al suono dei primi Skynyrd, con belle melodie ricercate, ottima anche So You Wanna Change The World, sempre con chitarre spiegate https://www.youtube.com/watch?v=LBuy4fJ8tCQ .

 Niente male anche il robusto blues-rock di una vigorosa Lend A Hand, a tutto riff e con continue sventagliate delle chitarre, come pure la raffinata Spirit Of A Workin’ Man con le soliste spesso impiegate all’unisono e Lyle che ci mette del suo con una interpretazione molto sentita, nello spirito dei vecchi tempi. In chiusura troviamo Set Me Free, l’unico brano che supera i sette minuti, parte da un riff ammiccante, e poi in un lento ma inesorabile crescendo, e qualche gigioneria vocale di Lyle, arriva alla immancabile coda strumentale https://www.youtube.com/watch?v=0w3p_Xyu6Vc . Niente per cui strapparsi le vesti, ma un buon biglietto da visita per una band che renderà felici gli appassionati del southern rock.

Bruno Conti

Un “Nuovo” Cantautore Dal Grande Spirito Umanitario. Paul Sage – Retreat

paul sage retreat

Paul Sage – Retreat – Paul Sage/CD Baby

Confesso che non avevo mai sentito parlare di Paul Sage, cantautore canadese non di primissimo pelo (a giudicare dall’aspetto fisico), e la scarsità di informazioni su internet non mi ha aiutato più di tanto. La cosa più importante che ho appreso, a parte appunto la sua terra d’origine, non è strettamente di carattere musicale, ma umanitario: Paul è infatti il fondatore insieme all’amico musicista David Rourke del progetto Hugs & Hope, un’associazione no profit che si prefigge come scopo l’alleviamento delle pene a persone di vario genere, età ed estrazione sociale, che hanno in comune gravi problemi di carattere mentale e psicologico (depressione, paura della solitudine, ecc.), attraverso terapie personalizzate all’interno delle quali il potere della musica ha un’importanza centrale. Un progetto complesso e meritorio quindi, con lo staff addetto alle terapie che è anche disposto a visitare i pazienti a domicilio pur di donare loro sollievo e speranza.

Non so se Retreat, album che Sage ha da poco pubblicato, faccia parte delle terapie (non è neanche chiaro se sia il suo lavoro d’esordio, ma penso di sì in quanto non ho trovato menzione di precedenti): quello che però è certo è che è un gran bel disco, decisamente coinvolgente ed anche sorprendente, in quanto mi aspettavo il tipico album da cantautore canadese classico ed invece mi sono trovato tra le mani una collezione di brani di puro rock’n’roll di matrice southern, con grande spazio lasciato alle chitarre (ben tre: Paul, Rourke e la solista di Dan Diggins), una sezione ritmica potente (Gary Mallory al basso e Paul DeRocco alla batteria) ed un coro femminile usato in più momenti, che dona al disco un sapore di rock classico alla Lynyrd Skynyrd. Non mancano le ballate, ma anche queste sono suonate con un approccio deciso e vigoroso, da rock band; Sage è anche in possesso di una bella voce forte ed arrochita che qualcuno ha paragonato a quella di Rod Stewart, anche se a mio parere la somiglianza più vicina è con Bob Seger.

Un valido esempio di com’è Retreat è l’opening track Humble Bumble, un brano decisamente trascinante che inizia per sola voce e chitarra acustica, ma dopo non molto entra la band in maniera prepotente e nel refrain si unisce il già citato coro, con la ciliegina di un ispirato assolo di Diggins. Waiting In The Wings è una splendida ballata, un brano elettrico e cadenzato dalla melodia di notevole impatto, ancora con un ottimo intervento della solista: per citare ancora gli Skynyrd, è da una vita che la band di Jacksonville non pubblica un brano di questa portata. Couldn’t Help It è introdotta da un riff assassino, ma il brano ha ancora una linea melodica notevole ed un bel ritornello corale, in pratica una rock song con i controcazzi (scusate se parlo francese, ma ci stava), con Paul che si sta dimostrando brano dopo brano un songwriter di valore. As You Wish è un bel lento elettroacustico dalla strumentazione comunque potente, un pezzo che sembra uscire dal songbook di una qualsiasi band dell’Alabama (e dintorni), così come Let Go, che in più è dotata di un delizioso motivo che in un mondo parallelo al nostro potrebbe aprire al nostro le porte della programmazione radiofonica, mentre Blind Faith è un gustoso e limpido country-rock che non lascia da parte lo spirito sudista, diciamo che siamo dalle parti di Zac Brown per dare un’idea.

Il CD non cala di tono neanche per un attimo: My Little Boy è un’altra ballata splendida, finora la più “segeriana” sia per il timbro vocale che per lo sviluppo musicale, un pezzo che parte piano e poi cresce gradualmente anche in pathos, con le chitarre ed una languida armonica a circondare la voce del leader, per quella che è probabilmente la canzone migliore dell’album. Anche Simplicity è un brano dal tempo lento, ma l’accompagnamento è rock e poi Paul è talmente bravo a differenziare lo script dei vari pezzi che la noia non affiora mai (anzi); OK Today inizia come una canzone da songwriter folk, poi all’improvviso entra in maniera dura la chitarra e quindi tutto si sposta ancora su territori southern https://www.youtube.com/watch?v=GftA-gqyVJw ; l’album termina con la solare Doo Doo Song, una rock’n’roll song diretta e coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=A40Q2C1PJNU , un momento di puro divertimento che ci porta alla tenue We’ll Be Around, la quale chiude il disco con un messaggio di speranza guidato da una melodia bellissima e toccante.

Retreat non è un CD facilissimo da trovare ma, credetemi, vale la pena darsi da fare per cercarlo.

*NDB Da quando ho “commissionato! all’amico Marco la recensione di questo album, il 31 marzo purtroppo CD Baby, che era l’unico distributore del dischetto fisico, ha momentanemente, si spera, chiuso il music store, per cui il “disco” al momento è disponibile solo per il download oppure su YouTube.

Marco Verdi

Dopo Gli Allman, Altre Due Leggende Del Sud! The Marshall Tucker Band – New Year’s In New Orleans/Lynyrd Skynyrd – Last Of The Street Survivors Lyve!

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The Marshall Tucker Band – New Year’s In New Orleans – MT Industries 2CD

Lynyrd Skynyrd – Last Of The Street Survivors Lyve! – Curtis Loew 2CD/DVD

Dopo essermi occupato nel dettaglio dello splendido cofanetto della Allman Brothers Band Trouble No More https://discoclub.myblog.it/2020/03/12/il-tipico-cofanetto-da-isola-deserta-the-allman-brothers-band-trouble-no-more/ , oggi vi parlo di due uscite quasi contemporanee che hanno come titolari gli altri due vertici della sacra triade del southern rock (anche se gli Allman erano un gradino superiori a tutti), cioè la Marshall Tucker Band ed i Lynyrd Skynyrd, entrambi con “nuovi” album dal vivo (le virgolette sono per la MTB, il cui disco era già uscito in vinile per lo scorso Record Store Day, ma ora è stato pubblicato anche in doppio CD e su scala più larga). La Marshall Tucker Band è ancora attiva solo per concerti, ma quando decidono di pubblicare qualcosa si rivolgono quasi sempre a serate inedite del loro periodo migliore, gli anni settanta, quando i fratelli Toy e Tommy Caldwell erano saldamente alla guida del gruppo, ed anche gli altri membri fondatori erano ancora tutti in sella: il secondo chitarrista George McCorkle, il batterista Paul Riddle, il flautista e sassofonista Jerry Eubanks e naturalmente il lead vocalist Doug Gray, unico punto di contatto tra la formazione dell’epoca e quella odierna.

Come suggerisce il titolo di questo doppio CD New Year’s In New Orleans siamo nella capitale della Louisiana, al Warehouse Theatre, e la serata è quella del 31 dicembre 1978: un concerto di Capodanno quindi, e come spesso (se non sempre) capitava alla MTB in quegli anni la serata è splendida, con i nostri in forma eccellente ed un pubblico caldo e partecipe. Personalmente non ho mai amato molto Gray come cantante, ma il resto della band è un vero treno in corsa, con Toy che arricchisce le sue splendide canzoni con la sua magica chitarra, la sezione ritmica che non perde un colpo ed Eubanks che riempie gli spazi con flauto e sax. A partire dall’apertura affidata alla fluida Fly Like An Eagle possiamo ascoltare con estremo piacere un’ora e mezza abbondante di grande southern rock, con classici assoluti del repertorio dei nostri come Long Hard Ride, scintillante strumentale tra rock e western con Toy che inizia a fare i numeri, la countreggiante ed irresistibile Fire On The Mountain, la frenetica Ramblin’ e la limpida This Ol’ Cowboy.

Non manca la splendida Heard It In A Love Song, il più grande successo del gruppo, e neanche la mitica Can’t You See, la signature song di Toy Caldwell (che la canta pure), posta insolitamente in mezzo al concerto anziché alla fine. Altri highlights sono la pimpante Blue Ridge Mountain Skies, con Toy che improvvisa alla grande trascinando la band in un maestoso finale in crescendo, la scatenata Hillbilly Band e soprattutto una favolosa 24 Hours At A Time, 13 minuti in cui i nostri jammano che è una delizia. Dopo il prevedibile countdown di fine anno ed una tradizionale Auld Lang Syne (riletta però a tutto swing), il concerto termina con I’ll Be Loving You, la magnifica Searchin’ For A Rainbow ed un finale atipico ma strepitoso e coinvolgente con una imperdibile versione di otto minuti del classico della Carter Family Will The Circle Be Unbroken, suonata in puro MTB style.

Last Of The Street Survivors Lyve! è invece il titolo del nuovo doppio CD dei Lynyrd Skynyrd (con DVD annesso), che a differenza di quello della MTB si occupa di un concerto recente, cioè quello tenutosi il 2 settembre 2018 nella loro città di origine, Jacksonville in Florida, nell’ambito del lunghissimo Farewell Tour che è proseguito l’anno scorso ed è già calendarizzato anche per tutto il 2020 (con un appuntamento anche al Lucca Summer Festival, coronavirus permettendo). Come saprete l’unico membro originale della band è rimasto il chitarrista Gary Rossington, ma ormai anche il cantante Johnny Van Zant (fratello di Ronnie, scomparso nel tragico incidente aereo del 1977 con Steve e Cassie Gaines) è un veterano, così come l’ex Blackfoot Rickey Medlocke alla seconda chitarra ed il drummer Michael Cartellone che è con i nostri dal 1999: completano il quadro i “nuovi” Mark Matejka alla terza chitarra, il tastierista Peter Keys (nomen omen) ed il bassista Keith Christopher, oltre ai backing vocals delle “Honkettes” Dale Krantz Rossington, moglie di Gary, e Carol Chase, ed infine c’è anche una sezione fiati di tre elementi guidata dal noto sassofonista Jim Horn (nomen omen 2).I  CD dal vivo degli Skynyrd sul mercato non sono pochi, e nonostante le setlist non cambino spesso è sempre un piacere immenso sentirli all’opera, un po’ per il repertorio che poche band al mondo possono permettersi, ma anche per la grinta che i nostri mettono nelle varie performance.

Grande musica rock, con chitarre sempre in tiro (talvolta con tonalità hard) e sezione ritmica granitica: aggiungete un’energia ed un feeling che hanno pochi eguali ed una serie di canzoni leggendarie e capirete perché Last Of The Street Survivors Lyve! è un disco da avere, e da suonare a volume preferibilmente alto. La setlist è incentrata al 90% sugli anni settanta, con solo due brani più recenti (guarda caso i più deboli), cioè il rock-blues con anabolizzanti Skynyrd Nation, non tra le più riuscite, e la patriottica ed un po’ stucchevole Red White & Blue. Il resto è un tripudio di rock’n’roll con brani travolgenti come What’s Your Name, Don’t Ask Me No Questions e Gimme Three Steps, o di potenti boogie del calibro di Workin’ For MCA, che apre il concerto in maniera vigorosa, l’irresistibile I Know A Little e la consueta cover di J.J. Cale Call Me The Breeze, da sempre uno degli highlights dei concerti del gruppo. Non mancano le epiche rock ballads tipiche dei nostri (la sontuosa Tuesday’s Gone, The Ballad Of Curtis Loew e Simple Man) o rocciosi uptempo come la splendida That Smell (però quel synth…) la possente Travelin’ Man, con Johnny che duetta virtualmente col fratello Ronnie, la vibrante Saturday Night Special o la meno nota The Needle And The Spoon. Il finale è ormai lo stesso da sempre (ma non si è mai stanchi di ascoltarlo), con le due signature songs della band Sweet Home Alabama e Free Bird a chiudere in maniera potente ed emozionante un concerto che definire trascinante è dir poco.

Marco Verdi

In Attesa Del “Nuovo” Album Stay Around In Uscita Il 26 Aprile, Ecco 8 Dischi Da Avere Se Amate La Musica Di JJ Cale! Parte I

jj cale naturally

Ce ne sarebbero anche più di 8, gran parte della sua discografia meriterebbe di  essere (ri)conosciuta, ma questi diciamo che sono gli essenziali, sette più il tributo postumo curato dal suo fan ed amico Eric Clapton.

Naturally – 1971 – Shelter/A&M/Mercury  – ****

Quando nel 1970 Eric Clapton pubblica sul suo omonimo disco di esordio solista la cover di After Midnight https://www.youtube.com/watch?v=AvxJ0TVvVzE , Cale era uno squattrinato musicista che viveva a Los Angeles, dove era letteralmente alla fame: quando sente il brano alla radio quasi non ci crede, e il suo amico produttore Audie Ashworth gli propone di entrare in studio di registrazione e capitalizzare quel successo con un proprio album che avrebbe proposto il Tulsa Sound prima negli Stati Uniti e poi in tutto al mondo. Soldi non ce n’erano per cui Cale ed Ashworth raccolgono un gruppo di musicisti pagati con le tariffe sindacali minime e in qualche brano JJ utilizza una primitiva drum machine da lui stesso “inventata”,  grazie ai suoi trascorsi come ingegnere del suono. Il disco, 12 brani firmati dallo stesso Cale, ha un suono minimale, spesso quasi come fossero dei demo (quali erano in effetti), ma contiene alcune delle canzoni più famose del songbook del musicista di Oklahoma City.

Call Me The Breeze (poi resa celeberrima dai Lynyrd Skynrd su Second Helping) è appunto uno dei brani che prevede l’utilizzo della drum machine, un riff e un ritornello tipici dello stile laidback di JJ, il suo tocco di chitarra raffinato, guizzante ed inconfondibile e quella voce quasi sussurrata che sarà sempre il suo marchio di fabbrica; l’album contiene anche la sua versione di After Midnight, più “pigra” e rilassata di quella di Clapton, ma deliziosa. Nel disco suonano molti musicisti di valore (Tim Drummond, Carl Radle, Norbert Puttnam, David Briggs, Mac Gayden, Weldon Myrick, Karl Himmel, tanto per ricordarne alcuni) e i risultati si sentono, il suono sarà anche minimale ma ricco di particolari e con una passione per i dettagli quasi minuziosa, che poi sarà sempre presente anche nelle sue opere successive. Parliamo di una versione molto personale delle 12 battute del blues riviste attraverso la sua ottica: tutti i brani sono ottimi, Call The Doctor e le vivaci, Woman I Love, Bringing It Back, con fiati e armonica, a metà tra Clapton e il sound futuro degli Steely Dan ridotto all’osso, ma anche la splendida ballata Magnolia (che ricordo in una versione meravigliosa su Crazy Eyes dei Poco https://www.youtube.com/watch?v=Pkh2hUbwTmo ), Crazy Mama, con un wah-wah malandrino, il suo unico successo nei Top 40 USA, un errebì inconsueto come Nowhere To Run, insomma tutto molto bello.

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Really – 1972 – Shelter/A&M/Mercury – ***1/2

Really esce l’anno dopo, è ancora un ottimo album anche se non contiene molte canzoni celebri: I musicisti impiegati sono in metà dei brani  quelli dei  Muscle Shoals Sound Studios e gli altri dei Bradley’s Barn di Nashville, una delle mecche della country music, tra cui Josh Graves e Vassar Clements, due che JJ Cale ammirava moltissimo e per lui era stato un onore suonare con loro. L’iniziale Lies è uno dei suoi brani tipici, come pure la brillante I’ll Kiss The World Goodbye e la raccolta Changes che perfezionano il suo Tulsa Sound, mentre If You’re Ever In Oklahoma, Playin’ In The Streets e Louisiana Woman appartengono alla categoria bluegrass meets JJ Cale, e il resto è il “solito” ottimo stile laidback, ma brillante, del miglior JJ.

jj cale okie

Okie – 1974 – Shelter/A&M/Mercury – ***1/2

Okie, altro titolo stringato come d’uso nei suoi dischi, prevede ancora una volta l’uso più o meno degli stessi musicisti, e quindi con echi country e anche gospel, diversamente dal precedente contiene moltissimi brani famosi che saranno ripresi da altri artisti e una rara cover country di Ray Price, I’ll Be There (If You Ever Want Me): per il resto troviamo I Got The Same Old Blues, suonata anche da Clapton e brani ripresi dai Brother Phelps, da Herbie Mann, Bill Wyman, Poco, Randy Crawford, Tom Petty, a dimostrazione dell’ecumenismo della musica del nostro, canzoni tra cui spiccano Rock And Roll Records, The Old Men And Me, Cajun Moon, I’d Like To Love You Baby e Anyway The Wind Blowss, tanto per citarne alcune, oltre all’altra cover country della splendida Precious Memories.

jj cale troubadour

Troubadour –1976 –  Shelter/A&M/Mercury –  ***1/2

Troubadour “forse, “ma forse, non è tra I migliori album del nostro amico, però contiene Cocaine, che l’anno successivo diventerà un successo colossale per Clapton, uno dei riff più famosi della storia del rock e la futura tranquillità finanziaria garantita vita natural durante per Cale.

Nel disco c’è anche un altro brano che Slowhand inciderà su Reptile nel 2002, ovvero l’incalzante Travelin’ Light, brano ripreso anche dai Widespread Panic e usato, nella versione di JJ, come sveglia mattutina sullo shuttle spaziale. Tra l’altro il disco, per gli standard di Cale, ha un suono più variegato, tra country, R&B, rock, un pizzico di swing, oltre all’amato blues, e spiccano l’iniziale Hey Baby, con la pedal steel di Lloyd Green, la swingante Hold On, con quella di Buddy Emmons, nonché la quasi caraibica You Got Something, il R&R di Ride Me High, la cover sempre energica del pezzo blues I’m A Gypsy Man di Sonny Curtis, e il funky fiatistico Let Me Do It to You, a completare un altro ottimo album.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Saranno Anche Vecchie Notizie, Ma Sono Decisamente Buone! The Steel Woods – Old News

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The Steel Woods – Old News – Woods Music/Thirty Tigers

Come potrebbe lasciar intendere il titolo del CD, gli Steel Woods sono la classica band old school: un connubio tra southern, innervato da robuste dosi di rock tirato, e il classico suono country della loro nativa Nashville. Quindi tanto Lynyrd Skynyrd sound, ma anche le sonorità dell’other side of Nashville, quella frequentata dal chitarrista Jason Cope, per nove anni il solista nella band di Jamey Johnson, e poi legami con le ultime leve del rock sudista, a partire dai Blackberry Smoke.  Nove brani originali e sei cover, più della metà posizionate alla fine del disco. Un suono dove non si fanno molti prigionieri, due chitarre, basso, batteria e pedalare. Ovviamente tra le influenze e le “parentele” possiamo citare anche Chris Stapleton, JJ Grey, Black Crowes, e naturalmente Allman Brothers.

L’iniziale e poderosa All Of These Years sembra proprio una riuscita fusione tra Lynyrd e Allman, chitarre a tutto riff, la voce gagliarda di Wess Bayliff, che all’occorrenza è in grado di suonare qualsiasi strumento, oltre alla chitarra, tastiere, basso, mandolino, armonica, oltre a firmare con Cope quasi tutte le canzoni, ma in questo caso è il suono delle due soliste a dominare un brano che è puro southern rock d’annata. Il secondo pezzo Without You è una delle classiche power ballads dove la componente country non è insignificante, ma il lavoro della slide nobilita il brano con raffinata classe; Changes era su Black Sabbath Vol. 4 (prego?!), ma qui viene rivestita da una insolita patina funky-soul-rock che potrebbe rimandare al JJ Grey ricordato poc’anzi, con la voce vissuta di Bayliff che intona con passione le liriche di Geezer Butler, come se uscissero da qualche fumoso locale del Sud degli Stati Uniti, mentre le chitarre si fronteggiano quasi con lievità. Wherewer You Are è una ballatona elettroacustica malinconica di quelle che piacerebbero a Chris Stapleton, parte con voce e chitarra acustica appena accennata, poi in un lento crescendo entrano tutti gli strumenti, incluso violino e viola suonati da Jake Clayton, che danno un tocco leggiadro al tutto; ma il rock ovviamente non manca, Blind Lover, con un riff muscoloso e la ritmica che picchia alla grande, potrebbe rimandare ai Black Crowes più ingrifati, con le chitarre spianate https://www.youtube.com/watch?v=GQwT4YCWq6Q   e, sempre per rimanere in ambito sudista Compared To A Soul, con un solido giro di basso ad ancorarla, ricorda certi brani  più“scuri” e cadenzati dei vecchi Lynyrd Skynyrd.

Molto bella anche la title track Old News, un’altra ballata con ampio uso di archi, cantata splendidamente da Bayliff e con un bel assolo di slide di Cope; Anna Lee è uno dei brani più country del disco, con mandolino e chitarre acustiche a dominare il sound, dove comunque le elettriche si fanno sentire con forza. Red River (The Fall Of Jimmy Sutherland) è un breve strumentale dal suono poderoso a tutte chitarre, come eccellente è la cover di The Catfish Song di Townes Van Zandt che si trasforma in un pezzo molto ritmato ed elettrico, con armonica e piano ad integrare il suono robusto delle chitarre (come facevano un tempo gli Skynyrd con JJ Cale), seguita da Rock That Says My Name, un lungo brano “epico” che ricorda le cose più elettriche di Steve Earle. Nella parte finale troviamo quattro cover, One Of These Days di Wayne Mills, un honky –tonker non molto conosciuto, comunque una ballata deliziosa con uso pedal steel suonata da Eddie Long, Are The Good Times Really Over (I Wish A Buck Was Still Silver)di Merle Haggard, ancora country music di qualità sopraffina, di nuovo con pedal steel in evidenza. E per concludere in bellezza una “riffata” Whipping Post degli Allman Brothers, con l’organo a duettare con le chitarre con una grinta e risultati invidiabili https://www.youtube.com/watch?v=I3c6uzt4aac , e dulcis in fundo, Southern Accents di Tom Petty, un elegiaco e sentito inno al Sud degli States, interpretato con vibrante passione,  a conclusione di un album decisamente soddisfacente e che illustra la statura degli Steel Woods, veramente bravi.

Consigliato vivamente.

Bruno Conti

E Questo Nuovo “Giovanotto” Da Dove E’ Sbucato? Molto Bravo Però, Lo Manda Samantha Fish. Jonathon Long – Jonathon Long

jonathon long jonathon long

Jonathon Long – Jonathon Long – Wild Heart Records

Alcuni dei migliori musicisti in quel mondo che sta tra rock e blues ultimamente si dividono tra il loro lavoro e quello del produttore: prendiamo Mike Zito o Luther Dickinson, che alternano ai propri dischi la produzione per altri. Non sono due nomi fatti a caso, perché sono stati legati ai vari album incisi da Samantha Fish per la Ruf https://discoclub.myblog.it/2017/12/23/oltre-le-gambe-ce-di-piu-samantha-fish-belle-of-the-west/ . Ora anche la Fish, in questa tradizione di musicisti “scopritori” di talenti lancia per la propria etichetta Wild Heart Records un “nuovo” cantante e chitarrista Jonathon Long, che forse nuovo non è, avendo al suo attivo già due album pubblicati a nome Jonathon “Boogie” Long. Come dice lo stesso Long nella presentazione dell’album, il nomignolo derivava dalla sua passione per i blues classici e soprattutto per il boogie di John Lee Hooker, ma per questo terzo disco omonimo che vuole essere una sorta di nuova partenza per il cantante di Baton Rouge, Louisiana, sotto l’attenta produzione della Fish, all’esordio anche come produttrice, ma memore di quanto imparato dai suoi “colleghi”, realizza un album dove a fianco del blues, ci sono anche chiari elementi country, di quello buono alla Chris Stapleton per intenderci, e anche pregevole e gagliardo southern rock.

Accompagnato, oltre che dalla sua fida Gibson Les Paul, da Julian Civello alla batteria e da Chris Roberts al basso, Long propone una serie di canzoni, undici in tutto, rigorosamente originali, e con una durata complessiva dell’album di soli 38 minuti, ma come dicono gli americani “all killers no fillers”, è tutta roba di buona qualità. Dalla splendida Bury Me, una sorta di figlia illegittima di Simple Man, con le chitarre di Long e della Fish che mulinano riff senza pietà, e la voce robusta e vissuta di Jonathon intona una sorta di peana alla sua amata Louisiana “… Louisiana and the heavens above; bury me when I am gone, with my guitar and some cheap cologne, all that’s left is a pile of bones, remember me through the words of my song”, prima di rilasciare un assolo di rara intensità. E pure il resto del disco non scherza, Shine Your Light è una country ballad elettroacustica degna della migliori cose di Stapleton, tenera ed intensa, con l’aggiunta di organo e una seconda voce femminile non segnalati, che aggiungono profondità al suono, prima di un altro breve assolo da sballo, limpido e ben definito. That’s When I Knew è un funky-blues dalle paludi della Louisiana, avvolgente e gagliardo, con uso di piano elettrico ed un arrangiamento sempre raffinato e molto curato, mentre un wah-wah morde il freno sullo sfondo prima di salire al proscenio in grande stile.

The Light è un’altra raffinata country song con un violino che si insinua malinconico tra le chitarre acustiche arpeggiate a pioggia, sempre con i profumi della propria terra evocati nel testo https://www.youtube.com/watch?v=Hq5oNjTBSJA , mentre Living The Blues, a differenza di quanto suggerisce il titolo, sembra un brano della miglior Marshall Tucker Band, sinuoso ed incalzante, sempre con la solista ispirata di Long pronta a scatenarsi. Natural Girl è un country-rock di quelli duri e puri, tirato e saltellante, con piano ed organo ad integrare le solite chitarre in spolvero. The River è anche meglio, un lentone sudista  in crescendo di quelli da antologia, con Samantha Fish che aggiunge la sua voce potente e la sua chitarra slide (o è Jonathon?) ad una canzone interpretata magistralmente da Long; Pour Another Drink è quasi un ribaldo barrelhouse blues, con pianino malandrino e un’aria sconsolata da bar malfamato, subito seguito dalla poderosa The Road, una rock song classica ancora con la lezione del miglior southern incisa a fuoco nel proprio DNA, grazie alla solita egregia chitarra di nuovo in modalità slide. Where Love Went Wrong illustra il lato più sofisticato della musica del nostro, un blue eyed soul che ricorda la California solare degli anni ’70, prima di congedarsi con un’altra scarica di energia chitarristica affidata a una Pray For Me che avrebbe reso orgogliosi i migliori Lynyrd Skynyrd https://www.youtube.com/watch?v=N3R1H0QQ9J4 . Ricordatevi il nome, uno bravo che ha fatto un signor dischetto, caldamente consigliato!

Bruno Conti

Un “Fuorilegge” Dalla Florida, Tra Country E Southern. Rick Monroe – Smoke Out The Window

rick monroe smoke out the window

Rick Monroe – Smoke Out The Window – Thermal Entertainment CD

Rick Monroe è un countryman proveniente dalla Florida, ed è in giro da ormai un ventennio, una lunga gavetta durante la quale è rimasto fieramente indipendente ed è perciò ancora relativamente sconosciuto. In questo lungo periodo Rick non è mai stato fermo un attimo, ha vissuto in almeno una decina di stati degli USA, e ha girato il mondo sia aprendo i concerti di artisti blasonati (tra cui Dwight Yoakam, Charlie Daniels e la Marshall Tucker Band) che suonando in proprio, e toccando anche latitudini molto distanti come i paesi dell’Est europeo ed Estremo Oriente. Dal punto di vista discografico i suoi album si possono contare sulle dita di una mano, e nell’ultimo lustro si è fatto vivo solo con un paio di EP: Smoke Out The Window è quindi a tutti gli effetti il suo secondo full-length della decade, e ci mostra un artista che fa del sano country elettrico, decisamente imparentato col rock, dove le chitarre hanno la preponderanza ed i suoni languidi e radiofonici sono assolutamente banditi.

Rick ha anche la buona abitudine di scrivere le canzoni in prima persona, cosa che nel dorato mondo di Nashville è ormai una rarità, facendo in modo di avere un songbook più legato ad esperienze personali; i suoni sono asciutti e diretti, chitarra, basso, batteria e talvolta piano ed organo, con le influenze sudiste del nostro che spiccano chiare, mentre in certi momenti sembra invece di avere a che fare con un country-rocker texano. I pochi, e bravi, musicisti rispondono ai nomi di Fred Boekhorst (chitarra), Sam Persons (basso), JD Shuff (batteria, ed è anche il produttore del disco) e le tastiere sono equamente divise tra Chris James e Lee Turner. Good As Gone fa iniziare il CD in maniera potente, una rock song robusta, molto più southern che country, ritmica pressante e chitarre al fulmicotone, con ampie tracce di Lynyrd Skynyrd. Cocaine Cold & Whiskey Shakes è ancora vigorosa, l’attacco ricorda un po’ Whiskey River di Willie Nelson, ma l’approccio è più quello di Waylon (insomma, sempre in ambito Outlaws siamo), Smoke Out The Window è un tantino statica e fin troppo attendista, ma Nothing To Do With You è una country ballad gradevole e solare, il classico pezzo che cattura fin dalle prime note.

I’ll Try è una bella canzone, un fluido slow pianistico con umori southern soul, dotato di un ottimo refrain corale, Truth In The Story, dal ritmo spezzettato, ci fa piombare di botto a New Orleans, in zona Little Feat, tra slide, piano guizzante e sonorità grasse, la cadenzata Stomp, ancora tra rock e country, è elettrica e vibrante, ma anche già sentita. Molto bella la lenta Rage On, che ci proietta idealmente nei mitici Fame Studios in Alabama, merito di un organo evocativo, un caldo sax ed un motivo vagamente gospel (forse il brano migliore del disco), mentre This Side Of The Dirt è puro rockin’ country, solido, chitarristico e grintoso; chiudono il CD l’intensa October, rock ballad dal suono pieno ed ancora ottime parti di chitarra, e con l’acquarello acustico di Tempt Me, finale con la spina staccata ma che comunque non difetta di feeling.

Dopo una carriera nell’ombra non sarà certo Smoke Out The Window a dare la fama a Rick Monroe, ma la speranza è che almeno venga notato da un numero sempre maggiore di amanti del vero country di qualità.

Marco Verdi

Un Sentito Omaggio Al Vecchio “Fiddlin’ Man”! VV.AA. – Volunteer Jam XX: A Tribute To Charlie Daniels

volunteer jam xx

VV. AA. – Volunteer Jam XX: A Tribute To Charlie Daniels – Blackbird 2CD

Come probabilmente molti di voi sapranno, la Volunteer Jam è un mega-concerto patrocinato dalla Charlie Daniels Band che dal 1974 si tiene annualmente a Nashville, una sorta di celebrazione della musica del Sud e non solo, che nel tempo ha visto alternarsi sul palco gruppi e solisti del calibro di Allman Brothers Band, Marshall Tucker Band, Stevie Ray Vaughan, Emmylou Harris, Carl Perkins, Don Henley, Nitty Gritty Dirt Band e molti altri, oltre naturalmente ai padroni di casa. Proposta quasi ininterrottamente fino al 1987 (solo il 1976 fu saltato), questa festa si è poi svolta appena tre volte negli anni novanta, per poi riprendere con cadenza annuale solo nel 2014: quest’anno è stato particolarmente importante, prima di tutto perché si trattava del ventesimo anniversario, e poi perché è stato deciso di trasformare la serata in un tributo allo stesso Charlie Daniels ed ai suoi 81 anni (82 quando leggerete queste righe). Volunteer Jam XX è dunque il resoconto di questo show, un doppio CD (non c’è la parte video, almeno per ora) registrato il 7 Marzo di quest’anno alla Bridgestone Arena di Nashville, una bellissima serata in cui una lunga serie di musicisti rock e country hanno pagato il loro tributo al barbuto cantante e violinista, con alle spalle una house band strepitosa: Jamey Johnson, Audley Freed e Tom Bukovac alle chitarre, Don Was al basso, Chuck Leavell alle tastiere, Sam Bush a violino e mandolino e Nir Z (?) alla batteria, oltre alle McCrary Sisters ai cori.

L’unica cosa che non capisco è perché non sia stato pubblicato il concerto intero, che ci stava comodamente su due CD, ma “solo” 22 canzoni, lasciando fuori performance come quella di Johnson (Long Haired Country Boy) ed ignorando completamente la partecipazione di Alison Krauss. Quello che c’è comunque è più che soddisfacente, anche se non tutte le prestazioni sono allo stesso livello: le canzoni del songbook di Daniels occupano circa l’80% della serata, ma ci sono anche diversi altri brani ormai entrati nella leggenda della musica southern, tra cui più di un omaggio agli Allman. Apertura in perfetto stile southern country con la sanguigna Trudy, ad opera dei Blackberry Smoke, sempre di più una garanzia, seguita dagli Oak Ridge Boys in gran spolvero con una coinvolgente Brand New Star, tra gospel e mountain music, e da Brent Cobb (cugino di Dave) con una liquida Sweet Louisiana, che vede un formidabile Leavell al piano ed il resto del gruppo in tiro, con la slide di Freed a dominare. Sara Evans, gran voce e grinta da vendere, affronta la vibrante Evangeline con ottimo piglio, Justin Moore rifà la robusta southern ballad Simple Man, non male ma ci voleva uno con più personalità, mentre Chris Janson si cimenta con la nota (What This World Needs Is) A Few More Rednecks, e lo fa con un approccio alla Waylon Jennings, puro Outlaw country-rock.

Gli Steep Canyon Rangers sono molto bravi, e la loro Texas è un rockabilly-bluegrass decisamente coinvolgente (e suonato alla grande), ma Eddie Montgomery, metà del duo Montgomery Gentry (Troy Gentry è tragicamente scomparso lo scorso anno in un incidente aereo) è fondamentalmente un mediocre, e la sua My Town pure; per fortuna che arriva Lee Brice il quale, pur non essendo un fenomeno, rilascia una buona versione della famosa The Legend Of Wooley Swamp. Il primo CD si chiude con una sorpresa: Devon Allman e Duane Betts, figli di Gregg e Dickey (ed è un bene che i rapporti tra di loro siano migliori di quanto non fossero quelli tra i genitori) si cimentano con due classici dei rispettivi padri, una fluidissima Blue Sky ed una Midnight Rider emozionante, un doppio omaggio più che riuscito e direi toccante. Il secondo dischetto inizia con i Lynyrd Skynyrd e la loro immortale Sweet Home Alabama, che si prende uno dei maggiori boati da parte del pubblico (splendida versione tra l’altro), dopodiché abbiamo un doppio Travis Tritt con due suoi classici, Modern Day Bonnie And Clyde e It’s A Great Day To Be Alive: Travis è sempre stato uno bravo, ed anche in quella serata non delude, grande voce e grinta da vero southern rocker. Molto bene anche Chris Young con la trascinante Drinkin’ My Baby Goodbye, tra country e rock’n’roll, mentre l’esperto Ricky Scaggs alle prese con We Had It All One Time non brilla particolarmente, anche per un lieve eccesso di zucchero; poi arriva Billy Gibbons e stende tutti con una roboante La Grange, sempre una grande canzone (ed il carisma di Billy non lo scopriamo oggi).

Gli Alabama non mi sono mai piaciuti molto, troppo pop la loro proposta musicale, ma alle prese con il superclassico di Daniels The South’s Gonna Do It Again tirano fuori le unghie e ci regalano una delle prestazioni più convincenti del doppio, tra rock e swing (ed anche la loro Mountain Music non delude, pur restando un gradino sotto). E’ finalmente la volta del festeggiato (e della sua band), che sa ancora tenere il palco con sicurezza, prima con una formidabile Tennessee Fiddlin’ Man e poi con la leggendaria The Devil Went Down To Georgia. Il gran finale è ancora un omaggio agli Allman con One Way Out (un classico sia per Sonny Boy Williamson che per Elmore James, ma anche un evergreen per la band di Macon), lunga e maestosa versione con tutti sul palco in contemporanea, ed un assalto chitarristico da urlo da parte dei vari axemen presenti. Finalmente anche Charlie Daniels ha avuto il suo tributo, e per di più nel suo ambiente naturale: lo stage della Volunteer Jam.

Marco Verdi

Sudisti, Sudati E Dal Vivo! Lynyrd Skynyrd – Live In Atlantic City 2006/Marshall Tucker Band – Live At Pleasure Island ‘97

lynyrd skynyrd live in atlantic city

Lynyrd Skynyrd – Live In Atlantic City – EarMusic/Edel CD – CD/BluRay – 2LP

Marshall Tucker Band – Live At Pleasure Island ’97 – Mountain Jam 2CD

Doppia uscita quasi in contemporanea per due storici gruppi degli anni settanta, che insieme alla Allman Brothers Band componevano la “sacra triade” del southern rock: Lynyrd Skynyrd e Marshall Tucker Band. Si tratta di due album dal vivo molto interessanti, registrati non di recente ma neppure durante la loro golden age, e per la precisione nel 2006 per gli Skynyrd e 1997 per la MTB, due periodi non considerati tra i migliori dei nostri per quanto riguarda la qualità degli album di studio, anche se sul palco come vedremo la loro la sapevano ancora dire eccome. Live In Atlantic City vede gli Skynyrd all’opera dodici anni orsono nella seconda “Sin City” americana dopo Las Vegas, al Trump Taj Mahal Hotel (di proprietà dell’attuale presidente degli USA, ma oggi chiuso), per un concerto registrato nell’ambito della trasmissione televisiva Decades Rock Live. Nel nuovo millennio il gruppo di Gary Rossington e Billy Powell (ho citato gli unici due membri originali presenti in questo CD, ma oggi Powell purtroppo non è più tra noi) si è un po’ staccato dalle sonorità tipicamente southern dei seventies e ha iniziato ha fare della musica talvolta un po’ tamarra, con suoni tra hard e AOR, in parte a causa dei trascorsi dell’altro chitarrista Ricky Medlocke (ex Blackfoot), mentre la tradizione di famiglia è ancora oggi portata avanti dal cantante Johnny Van Zant, fratello di quel Ronnie scomparso nel celebre e tragico incidente aereo del 1977.

Il gruppo (che qui è completato dalla sezione ritmica di Ean Evans e Michael Cartellone, dalla terza chitarra di Mark Matejka e dalle coriste Dale Rossington, moglie di Gary, e Carol Chase) in questo CD (e BluRay) suona quindi un robusto set di southern rock decisamente vigoroso, che però non manca di scaldare a dovere l’ambiente e di divertire gli ascoltatori, con solo un paio di leggere cadute di tono dovute più che altro agli ospiti che a loro stessi. Apre la serata Workin’ For MCA, rock-blues potentissimo con le chitarre che arrotano che è un piacere, seguita dalla solida ballata patriottica Red White And Blue (Love It Or Leave), scritta all’indomani del crollo delle Torri Gemelle, e dal sempre trascinante rock’n’roll sudista di Gimme Three Steps. Il primo ospite a salire sul palco è l’allora giovane cantante Bo Bice, che propone la sua The Real Thing, evocativa ballad elettrica in odore di AOR e, insieme a Van Zant, la classica e tonante Gimme Back My Bullets.

Hank Williams Jr. si integra alla grande con i nostri, e la sua comparsata lascia il segno, grazie all’irresistibile Down South Jukin’, puro rock’n’roll, ed alla sua Born To Boogie, anch’essa contraddistinta da un ritmo coinvolgente.I 3 Doors Down al gran completo (un cantante, due chitarre, basso e batteria) induriscono fin troppo la vibrante Saturday Night Special mentre rifanno molto bene la stupenda That Smell, una delle più belle canzoni degli Skynyrd: in mezzo alle due propongono la loro Kryptonite, che obiettivamente non è il massimo (e poi se compro un live degli Skynyrd, a meno che non invitino Gregg Allman che fa Midnight Rider, vorrei sentire solo canzoni degli Skynyrd). Gran finale con Rossington e soci ancora da soli sul palco per una Call Me The Breeze più travolgente che mai, un boogie-blues suonato davvero alla grande, e con la prevedibile ma sempre emozionante conclusione riservata a Sweet Home Alabama e Free Bird.

marshall tucker band live at pleasure island 97

Ancora meglio va secondo me con l’album della Marshall Tucker Band, un doppio CD in una bella confezione simil-LP in cartone duro intitolato Live At Pleasure Island ’97 (dove Pleasure Island non è un luogo fiabesco popolato da ninfe seminude che trasportano i visitatori nei meandri del piacere carnale, ma una amena ed innocente località di divertimenti all’interno del parco Disney World di Orlando, in Florida). All’epoca di questo concerto l’unico membro originale della MTB era il cantante Doug Gray, dato che i fratelli Toy e Tommy Caldwell erano già passati a miglior vita (Tommy nel 1980, Toy solo quattro anni prima, ma non faceva già più parte del gruppo), mentre gli altri fondatori se ne erano via via andati tutti, l’ultimo dei quali, Jerry Eubanks, l’anno prima: dunque la band è formata da onesti mestieranti, che però dal vivo ed alle prese con i classici del gruppo si fanno ampiamente valere, e da due ottimi chitarristi nelle persone di Rusty Milner e soprattutto Chris Hicks, che aveva abbandonato gli Outlaws nel 1996. Il live in questione è formato da due diversi set di sei brani ciascuno (più due brevi intro strumentali), di 40 e 48 minuti rispettivamente e registrati nella stessa giornata, presumibilmente a qualche ora di distanza l’uno dall’altro. Gli unici due brani all’epoca nuovi sono nel primo set: Like Good Music, un saltellante blues pieno di ritmo e feeling, con ottime prestazioni chitarristiche e Gray già in tiro (uscirà l’anno seguente su Face Down In The Blues), e la ballata elettrica Midnight Promises, un southern soul caldo ed avvolgente, affidato alla voce “allmaniana” di Hicks (e questa verrà “ufficializzata” solo nel 2004, nell’album Beyond The Horizon).

Il resto dei due set è composto solo dai classici anni settanta, suonati davvero con forza e vigore, a partire dalla fluida e distesa This Ol’ Cowboy, che fonde mirabilmente rock sudista ed atmosfere jazzate, quasi fossero i Chicago, per poi proseguire con la roboante Take The Highway, con Milner strepitoso, la suggestiva Runnin’ Like The Wind, che fa venire in mente praterie a perdita d’occhio, le countreggianti Searching For A Rainbow e Fire On The Mountain, entrambe irresistibili, e soprattutto una stratosferica 24 Hours At A Time, ben sedici minuti di grande rock e jam strumentali a go-go. Solo due pezzi si ripetono in entrambi i set, e sono le due canzoni più note del gruppo: la stupenda Heard It In A Love Song, il loro più grande successo, una di quelle rock songs perfette e capaci di far svoltare una carriera, e la favolosa Can’t You See, una delle ballate sudiste più belle di sempre, nella quale i due chitarristi si sfidano senza esclusione di colpi, e Gray (che, devo dirlo, non è il mio preferito tra i lead vocalist) che si diverte un mondo. Quindi due proposte più che soddisfacenti, anche se non provenienti dal periodo classico dei due gruppi in questione.

Marco Verdi