Con Dave Cobb Si Va Sul Sicuro! Dillon Carmichael – Hell On An Angel

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Dillon Carmichael – Hell On An Angel – Riser House CD

Dave Cobb è ormai diventato un produttore richiestissimo per quanto riguarda un certo tipo di musica di qualità, ed ormai il suo nome si trova su una lunga serie di album di diversi generi, dal cantautorato puro, al rock, passando per il blue-eyed soul (Anderson East, per fare un esempio). Ma il genere in cui Cobb eccelle è il country, sia quando strettamente imparentato con il rock, come con Chris Stapleton, sia in album formati da cowboy songs dal sapore antico, come nel caso di Colter Wall. Quello che però è certo è che se troviamo il nome di Dave su un disco, possiamo stare tranquilli circa la validità della proposta: è questo il caso anche di Hell Of An Angel, album d’esordio di Dillon Carmichael, un ragazzone proveniente dal Kentucky che si rifà apertamente a certa country music degli anni d’oro, quando Waylon & Willie erano cool e Merle Haggard non sbagliava un colpo.

Carmichael ha una buona capacità di scrittura ed un bel vocione che ricorda un po’ quello di Jamey Johnson, e le dieci canzoni di questo lavoro d’esordio ci mostrano di che pasta è fatto: Dillon predilige le ballate, canzoni lente, meditate ed intense, ma suonate con piglio da rocker e senza alcun tentennamento, dimostrando però di avere anche il senso del ritmo e la capacità di trascinare a dovere quando serve. La solita produzione asciutta e pulita di Cobb fa il resto, con il consueto manipolo di fedelissimi: Leroy Powell alla chitarra elettrica, Brian Allen al basso, Chris Powell alla batteria, Robby Turner alla steel e Mike Webb alle tastiere. L’iniziale Natural Disaster è subito la più lunga del disco (oltre sei minuti), ed è una ballata lenta ma potente allo stesso tempo, cantata con voce piena e dalla strumentazione molto misurata ma impeccabile (il marchio di fabbrica di Cobb), uno slow elettrico con chitarre ed organo ben presenti. Anche It’s Simple è lenta, ma il suono dietro la voce è decisamente vigoroso e chiaramente ispirato dalle classiche sonorità degli anni settanta, quando la nuova frontiera del country era rappresentata dal movimento Outlaw.

Country Women è ritmata, elettrica e gradevolissima, con una guizzante steel ed un suono texano al 100%, mentre Hell On An Angel ha un approccio decisamente rock e chitarre che sventagliano che è un piacere (ottima la slide), per un brano che è quasi più southern che country. Dancing Away With My Heart è una ballata toccante, di quelle che emotivamente parlando lasciano il segno, ancora con apprezzabile lavoro di steel ed un assolo chitarristico degno di nota, Hard On A Hangover è un gustosissimo honky-tonk elettrico, dalla melodia vincente ed il solito accompagnamento perfetto: George Jones ne sarebbe andato fiero. La cupa What Would Hank Do è piuttosto attendista, Might Be A Cowboy, pur rimanendo nell’ambito dei brani lenti, è una country ballad lucida e di nuovo con gli strumenti dosati con maestria (specie chitarra ed organo). Il CD si chiude con Old Flame, altro country tune dal sound maschio e vigoroso, e con la pianistica Dixie Again, ennesimo vibrante pezzo che fin dal titolo è un chiaro omaggio al Sud.

C’è un nuovo countryman in città, si chiama Dillon Carmichael: garantisce Dave Cobb.

Marco Verdi

Un Altro Ottimo Disco Per Questo “Fuorilegge” degli Anni Duemila. Whitey Morgan & The 78’s – Hard Times And White Lines

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Whitey Morgan & The 78’s – Hard Times And White Lines – Whitey Morgan/Thirty Tigers CD

Negli ultimi anni si è notata una rinascita di un filone all’interno del genere country che può essere equiparato al movimento degli Outlaws negli anni settanta, e che ha certamente le sue punte di diamante in Chris Stapleton e Jamey Johnson, con esponenti che rispondono ai nomi di Shooter Jennings (uno che un Outlaw originale ce l’aveva in casa), Cody Jinks, Sturgill Simpson (che però con l’ultimo disco ha deciso di esplorare altre strade) e Whitey Morgan. Proprio di quest’ultimo ci andiamo ad occupare oggi: country-rocker del pelo duro e con una grinta notevole, Morgan è uno dei migliori esponenti del genere venuti fuori nell’ultimo decennio, con già tre album di ottimo country elettrico (più uno acustico e cantautorale, Grandpa’s Guitar), un suono strettamente imparentato con il rock e con la musica del Sud. Ad ascoltarlo sembra un texano doc, ma in realtà viene dal profondo nord, esattamente da Flint, in Michigan (località nella quale ha registrato anche un eccellente live album, Born, Raised And Live From Flint, uscito nel 2014), una zona degli States che non è certo rinomata per la musica country. Hard Times And White Lines segue a tre anni di distanza il validissimo Sonic Ranch https://discoclub.myblog.it/2016/02/10/le-due-facce-moderno-outlaw-whitey-morgan/ , e si mantiene sullo stesso livello elevato, una musica grintosa, elettrica, forte e molto più rock che country, ricca di ritmo e feeling.

Morgan è accompagnato come sempre dai fidi 78’s (Joey Spina alle chitarre, Brett Robinson, bravissimo, alla steel, Alex Lyon al basso e Tony DiCello alla batteria), ed in questo disco è aiutato anche da altri sessionmen, tra i quali spiccano i nomi del bravo Jesse Dayton, già valido songwriter e chitarrista a proprio nome, del pianista ed organista Jim “Moose” Brown (di recente con Willie Nelson e Bob Seger), e soprattutto del noto polistrumentista Larry Campbell, qui impiegato alla steel e violino. Il suono di questo Hard Times And White Lines (ispirato dalle truckin’ songs, le canzoni per camionisti che occupano quasi un genere a parte nell’ambito del country made in U.S.A.) è davvero spettacolare, forte, nitido e potente, e le canzoni fanno il resto. Il disco si apre con Honky Tonk Hell, una possente ballata, lenta e cadenzata, che dà la misura dell’approccio musicale del nostro: un brano dalla struttura melodica chiaramente country ma suonata con piglio da vero rocker, ed un’intensità che si tocca quasi con mano, con chitarre elettriche e steel che vanno a braccetto. Con Bourbon And The Blues sembra quasi di sentire una outtake di Waylon degli anni settanta, una canzone in cui tutto, dalla melodia alla voce al ritmo, ricorda lo stile del grande texano: ottima ancora la steel ed anche il piano elettrico che aggiunge un sapore southern, e con la ciliegina di una splendida coda strumentale.

Ancora ritmo elevato con la goduriosa Around Here, un country-rock diretto e grintoso che conferma l’eccellente stato di forma del nostro anche dal punto di vista del songwriting, mentre Hard To Get High è una ballatona di stampo western, che non si muove da sonorità vigorose di chiaro stampo texano. La lenta ed evocativa Fiddler’s Inn fa venire in mente cowboys accampati al crepuscolo, con cavallo, falò, chitarra e whisky come unica compagnia (splendida anche qua la steel), ma Tired Of The Rain è ancora più intima e malinconica, con un feeling enorme, mentre con Wild And Reckless Whitey riprende in mano il pallino del puro country con una cristallina honky-tonk ballad alla George Jones. Nel CD trovano posto anche tre cover di varia estrazione, a partire dalla deliziosa What Am I Supposed To Do del poco conosciuto cantautore Don Duprie, una country song ariosa e solare dal motivo davvero bello ed immediato (anche quando non mostra i muscoli Morgan si conferma un musicista coi fiocchi), e seguita da una gustosa versione tra honky-tonk e rock di Carryin’ On di Dale Watson, uno che già di suo ha i cromosomi del countryman di razza. Ma la rilettura in un certo senso più inattesa è quella, decisamente robusta e bluesata, di Just Got Paid degli ZZ Top, che mantiene la tensione elettrica dell’originale aggiungendo un pizzico di country (ma neanche troppo), con strepitosi interventi chitarristici nel finale.

Gran bel disco, tra i migliori esempi di country elettrico usciti quest’anno.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 10. La Lunga Carriera Di Un Professore Del Songwriting. Neil Diamond – 50th Anniversary Collector’s Edition

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Neil Diamond – 50th Anniversary Collector’s Edition – Capitol/Universal 6CD Box Set

Non stiamo sicuramente parlando del mio preferito tra i musicisti (ed è probabile che non entri neanche nella mia Top 20) ma, come ho già scritto in una precedente recensione, se esistesse una facoltà universitaria che insegnasse l’arte del songwriting uno dei primi nomi a venirmi in mente per il ruolo di docente sarebbe quello di Neil Diamond. Stiamo parlando infatti di un autore che ha avuto una carriera davvero intensa e ricca di soddisfazioni, con all’attivo una serie impressionante di canzoni che sono entrate a fare parte del Great American Songbook, diventando quindi dei veri e propri standard. Originario di Brooklyn, Diamond ha sempre abbinato ad un grande successo di pubblico un rapporto controverso con la critica, che lo ha spesso accusato (in molti casi, bisogna dirlo, a ragione) di aver privilegiato il lato commerciale della sua musica, rivestendo i suoi brani di sonorità eccessivamente orchestrate e ridondanti, oltre a non perdonargli certi atteggiamenti da superstar ed un tono spesso declamatorio nelle interpretazioni. Ma Neil rimane un grande songwriter, oltretutto dotato di una voce splendida e di una presenza carismatica come poche: d’altronde scrivere capolavori pop come Solitary Man, Girl, You’ll Be A Woman Soon, I’m A Believer, Kentucky Woman, Glory Road e Sweet Caroline non è che capita a tanti.

Ma la lista dei successi del nostro non si ferma certo qui, dato che non ho citato evergreen come I Am, I Said, Cherry Cherry, America, Cracklin’ Rosie, Shilo, Red, Red Wine, Holly Holy, Song Sung Blue, Longfellow Serenade, Love On The Rocks, Hello Again, September Morn…e mi fermo qui. Tutti brani che ritroviamo in questo 50th Anniversary Collector’s Edition, splendido box di sei CD che è la versione espansa dell’antologia tripla uscita lo scorso anno (quindi gli anni sono ormai 51), che dovrebbe mettere la parola fine ai festeggiamenti del Diamond songwriter e performer, dato che purtroppo l’ultimo tour celebrativo è stato interrotto a causa del morbo di Parkinson che ha colpito il nostro https://discoclub.myblog.it/2018/09/07/che-vi-piaccia-o-no-stiamo-parlando-di-uno-dei-grandi-neil-diamond-hot-august-night-iii/ . Il cofanetto non è il primo dedicato a Neil, ma è indubbiamente il più completo: 115 canzoni di cui 15 inedite, una bellissima confezione formato libro con splendide foto ed un’interessante intervista nuova di zecca a Diamond stesso, che ripercorre disco per disco la sua carriera. Il cofanetto, che conta anche su una rimasterizzazione degna di nota, si occupa al 98% delle registrazioni di studio, dato che era già uscito nel 2003 un altro notevole box tutto dal vivo, Stages. Nel corso dei sei dischetti ripercorriamo dunque tutte queste cinque decadi di musica, entrando nel dettaglio con canzoni note e meno note: i brani citati poc’anzi ci sono ovviamente tutti (il primo dischetto è da cinque stelle), ma via via si trovano anche diverse perle dimenticate, oltre agli inediti che vedremo fra poco.

Per esempio l’album del 1976, Beautiful Noise, prodotto da Robbie Robertson e giustamente considerato tra i migliori di Diamond, è rappresentato quasi nella sua interezza, ben nove brani su undici, tra cui la splendida title track, le grintose Jungletime e Street Life, il caldo rock-soul di Surviving The Life, la cadenzata Stargazer, dall’antico sapore dixieland, e la deliziosa Dry Your Eyes, scritta a quattro mani con Robertson (e che Neil cantò anche durante il mitico concerto The Last Waltz). Altri pezzi degni di nota sono il potente gospel di Walk On Water, la vibrante Rosemary’s Wine, la splendida e struggente The Gift Of Song, la coinvolgente  Desirée, la ritmata I’m Alive, trascinante anche se con qualche synth di troppo, il duetto con Waylon Jennings One Good Love e la strepitosa country song Blue Highway, con la chitarra di Chet Atkins. E poi abbiamo l’ultimo periodo, quello dei due album prodotti da Rick Rubin in maniera spoglia ed essenziale, che hanno rilanciato la carriera di Diamond, arrivata nel nuovo millennio ad un punto morto (nello stesso modo con cui il barbuto produttore aveva rivitalizzato Johnny Cash): brani di grandissimo spessore come Delirious Love, We, Hell Yeah, Captain Of A Shipwreck, Pretty Amazing Grace ed Another Day (That Time Forgot), nella quale Neil duetta con Natalie Maines; non manca neppure un’ampia selezione, 7 canzoni, dall’ultimo album con pezzi originali, il più che valido Melody Road, con la title track e The Art Of Love come brani di punta. Ovviamente non manca il Diamond degli arrangiamenti magniloquenti, zuccherosi e sopra le righe, ma le canzoni scelte non inficiano il piacere dell’ascolto del cofanetto, anche se pezzi come Done Too Soon, Morningside, Be, Play Me, l’orripilante Headed For The Future (piena di suoni finti e drum machines), il mieloso duetto con Barbra Streisand You Don’t Bring Me Flowers e la già citata September Morn non saranno mai tra le mie preferite.

Ci sono tre inediti sparsi nei primi cinque CD (i due brevi demo originali di I Am, I Said e America, ed una versione dal vivo a Dublino della bellissima Baby Can I Hold You di Tracy Chapman, una delle rare cover proposte da Neil), ma la parte del leone la fanno gli altri dodici, che occupano interamente il sesto dischetto: non sono demo o versioni alternate di pezzi già noti, ma vere e proprie canzoni mai sentite, che in alcuni casi Diamond ha rinfrescato e completato con l’aggiunta di parti strumentali suonate apposta per questo box, quasi come se volesse darci un intero disco nuovo. L’apertura è affidata a Sunflower, che è anche l’unica già nota in quanto negli anni settanta è stata una hit per Glen Campbell, ed è una scintillante country song, vibrante e dalla melodia immediata (e che voce); C’Est La Vie, scritta insieme a Gilbert Becaud come September Morn, è una delicata ballata, strumentata con gusto e misura, che avrebbe potuto sicuramente diventare un successo, Girls Go Fishin’ è un gustoso bozzetto tra country ed old time music, un brano che non capisco come possa essere stato lasciato fuori dalla discografia ufficiale di Neil. La cadenzata Maybe, seppur gradevole, risulta già sentita (ma la classe non è acqua), ma Caribbean Cruise è un pezzo terso e solare, con tanto di steel drums, e potrebbe benissimo essere di Jimmy Buffett. You Are è una ballatona tipica del nostro, guidata da piano e chitarra e cantata con il consueto pathos, Easy (To Be In Love) è una outtake di Melody Road ma non sembra affatto uno scarto, mentre Before I Had A Dime è un’altra strepitosa country ballad, dal motivo splendido, e non credo di esagerare se dico che è al livello delle migliori composizioni di Diamond. Molto bella anche The Ballad Of Saving Silverman, dal mood coinvolgente, mentre It Don’t Seem Likely è un brano dall’accompagnamento vigoroso e con un sapore soul; il CD si chiude con la fluida Long Nights, Hold On, altro lento decisamente interessante (che risente un po’ di una produzione anni ottanta), e con Moonlight Rider, forse l’unica un po’ sopra le righe in tutto il dischetto.

Quindi un altro cofanetto di grande spessore in questa intensa (e dispendiosa) fine 2018, un regalo perfetto sia per il fan che per il neofita.

Marco Verdi

Un “Fuorilegge” Dalla Florida, Tra Country E Southern. Rick Monroe – Smoke Out The Window

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Rick Monroe – Smoke Out The Window – Thermal Entertainment CD

Rick Monroe è un countryman proveniente dalla Florida, ed è in giro da ormai un ventennio, una lunga gavetta durante la quale è rimasto fieramente indipendente ed è perciò ancora relativamente sconosciuto. In questo lungo periodo Rick non è mai stato fermo un attimo, ha vissuto in almeno una decina di stati degli USA, e ha girato il mondo sia aprendo i concerti di artisti blasonati (tra cui Dwight Yoakam, Charlie Daniels e la Marshall Tucker Band) che suonando in proprio, e toccando anche latitudini molto distanti come i paesi dell’Est europeo ed Estremo Oriente. Dal punto di vista discografico i suoi album si possono contare sulle dita di una mano, e nell’ultimo lustro si è fatto vivo solo con un paio di EP: Smoke Out The Window è quindi a tutti gli effetti il suo secondo full-length della decade, e ci mostra un artista che fa del sano country elettrico, decisamente imparentato col rock, dove le chitarre hanno la preponderanza ed i suoni languidi e radiofonici sono assolutamente banditi.

Rick ha anche la buona abitudine di scrivere le canzoni in prima persona, cosa che nel dorato mondo di Nashville è ormai una rarità, facendo in modo di avere un songbook più legato ad esperienze personali; i suoni sono asciutti e diretti, chitarra, basso, batteria e talvolta piano ed organo, con le influenze sudiste del nostro che spiccano chiare, mentre in certi momenti sembra invece di avere a che fare con un country-rocker texano. I pochi, e bravi, musicisti rispondono ai nomi di Fred Boekhorst (chitarra), Sam Persons (basso), JD Shuff (batteria, ed è anche il produttore del disco) e le tastiere sono equamente divise tra Chris James e Lee Turner. Good As Gone fa iniziare il CD in maniera potente, una rock song robusta, molto più southern che country, ritmica pressante e chitarre al fulmicotone, con ampie tracce di Lynyrd Skynyrd. Cocaine Cold & Whiskey Shakes è ancora vigorosa, l’attacco ricorda un po’ Whiskey River di Willie Nelson, ma l’approccio è più quello di Waylon (insomma, sempre in ambito Outlaws siamo), Smoke Out The Window è un tantino statica e fin troppo attendista, ma Nothing To Do With You è una country ballad gradevole e solare, il classico pezzo che cattura fin dalle prime note.

I’ll Try è una bella canzone, un fluido slow pianistico con umori southern soul, dotato di un ottimo refrain corale, Truth In The Story, dal ritmo spezzettato, ci fa piombare di botto a New Orleans, in zona Little Feat, tra slide, piano guizzante e sonorità grasse, la cadenzata Stomp, ancora tra rock e country, è elettrica e vibrante, ma anche già sentita. Molto bella la lenta Rage On, che ci proietta idealmente nei mitici Fame Studios in Alabama, merito di un organo evocativo, un caldo sax ed un motivo vagamente gospel (forse il brano migliore del disco), mentre This Side Of The Dirt è puro rockin’ country, solido, chitarristico e grintoso; chiudono il CD l’intensa October, rock ballad dal suono pieno ed ancora ottime parti di chitarra, e con l’acquarello acustico di Tempt Me, finale con la spina staccata ma che comunque non difetta di feeling.

Dopo una carriera nell’ombra non sarà certo Smoke Out The Window a dare la fama a Rick Monroe, ma la speranza è che almeno venga notato da un numero sempre maggiore di amanti del vero country di qualità.

Marco Verdi

Questa Volta Lo Ha Fatto Bello! Shooter Jennings – Shooter

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Shooter Jennings – Shooter – Elektra/Warner CD

La carriera di Waylon Albright Jennings, detto Shooter (figlio, come certo saprete, del grande Waylon Jennings e di Jessi Colter), è sempre stata parecchio altalenante, in quanto il nostro ha alternato lavori di ottimo country-rock di stampo outlaw (fortunatamente per la maggior parte: Put The “O” Back In Country, The Wolf, Family Man e The Other Life), ad altri molto meno riusciti (il granitico Electric Rodeo, suonato con grinta ma totalmente privo di canzoni di spessore) o addirittura pasticciati (l’inqualificabile Black Ribbons). Anche le sue ultime due prove di studio, due EP, non sono certo dei capolavori: sto parlando dell’incerto Don’t Wait Up (For George), tributo non del tutto riuscito a George Jones, e soprattutto del tragico Countach (For Giorgio), incomprensibile omaggio al produttore Giorgio Moroder. Dopo essersi parzialmente riscattato l’anno scorso con il bel Live At Billy Bob’s Texas https://discoclub.myblog.it/2018/01/06/countryrock-di-classe-e-sostanza-in-una-delle-mecche-del-genere-shooter-jennings-live-at-billy-bobs-texas/ , oggi Jennings Jr. torna tra noi con un nuovo full-length (più o meno, dato che dura appena 31 minuti), intitolato semplicemente Shooter. Ebbene, questa volta devo riconoscere che il nostro ha fatto le cose come si deve, consegnandoci un signor disco di vero country-rock texano, che si mette tranquillamente sullo stesso piano dei suoi lavori più riusciti: merito senza dubbio delle canzoni, ma anche del fatto di essersi affidato alla produzione di Dave “Re Mida” Cobb, con il quale aveva già condiviso la consolle per l’ultimo album di Brandi Carlile, By The Way I Forgive You, uscito all’inizio di quest’anno.

Per Shooter il figlio di Waylon ha anche momentaneamente rinunciato alla sua abituale backing band, utilizzando i musicisti che di solito Cobb si porta in studio, con risultati indubbiamente degni di nota: Leroy Powell alla chitarra solista, Brian Allen al basso, lo stesso Cobb all’acustica, Chris Powell alla batteria e Fred Newell alla steel, e con in più le voci di supporto di Bekka Bramlett (la figlia di Delaney & Bonnie) e Kristen Rogers. Un album breve ma senza sbavature, che inizia in maniera abbastanza insolita con la travolgente Bound Ta Git Down, non perché sia travolgente ma per il suo stile, un rock’n’roll scatenato al quale una sezione fiati dona un sapore errebi, facendola sembrare più un pezzo di Southside Johnny (le iniziali sono le stesse…) che di un outlaw texano. Con Do You Love Texas? siamo invece in territori familiari, non solo per il titolo ma in quanto siamo in presenza di un delizioso honky-tonk elettrico, suonato in maniera robusta e con piglio da rock band (e con tanto di Waylon & Willie citati nel testo): questo è lo Shooter migliore, peccato che ogni tanto il nostro se ne dimentichi (un plauso anche a Cobb, il suono è perfetto).

Living In A Minor Key è una lenta e toccante cowboy tune, sullo stile di certe ballate di papà Waylon (penso ad Amanda), dalla strumentazione cristallina; D.R.U.N.K. è un trascinante rockin’ country, texano al 100%, che si posiziona da subito tra le cose più riuscite del nostro, mentre Shades & Hues è un altro slow, pianistico, semplice e diretto, con in più un gusto southern soul che riscalda il cuore. I’m Wild & My Woman Is Crazy riporta il disco su territori rock’n’roll, per un pezzo che suonato dal vivo è in grado di far saltare tutta la sala, Fast Horses & Good Rideout è una ballata un filo più eterea, ma che non sfigura affatto, anzi ricorda certe cose dell’Elton John dei primi anni settanta, ed alla fine risulta una delle migliori. Il CD termina con Rhinestone Eyes, bellissima e saltellante country song dal mood solare, e con Denim & Diamonds, una ballad elettrica tesa e vibrante dal chiaro sapore seventies, che invece di country ha molto poco, ed in certi passaggi strumentali può ricordare addirittura i Pink Floyd più bucolici.Intitolando la sua nuova fatica semplicemente con il suo soprannome, Shooter Jennings ha forse voluto simbolicamente fissare un nuovo punto di partenza della sua carriera, e devo riconoscere che c’è riuscito in maniera egregia.

Marco Verdi

Un’Autocelebrazione Di Grande Classe. Rodney Crowell – Acoustic Classics

rodney crowell acoustic classics

Rodney Crowell – Acoustic Classics – RC1 CD

Rodney Crowell è dagli anni settanta uno dei songwriters più apprezzati sia dal pubblico che dalla critica, ma anche dai colleghi, che negli anni hanno “approfittato” più volte delle sue canzoni, e non sto parlando solo di gente che bazzica in territori country (due nomi su tutti: Bob Seger e Van Morrison). Ma Crowell ha anche una bella e prolifica carriera in proprio, e negli anni ottanta ha potuto assaporare perfino un certo successo ma senza mai scendere a compromessi con la qualità. Se negli ultimi anni le sue proposte non sono certo state campioni di vendite, il livello si è comunque mantenuto decisamente alto: Tarpaper Sky è stato per il sottoscritto uno dei migliori album del 2014, ed anche Close Ties dello scorso anno era un signor disco (in mezzo, due ottimi lavori di classico country-rock anni settanta con Emmylou Harris, Old Yellow Moon e The Traveling Kind). Ora Rodney decide di autocelebrarsi, ma alla sua maniera, e cioè staccando la spina: Acoustic Classics riprende infatti dieci brani del passato del nostro (più uno nuovo) dandone una rilettura decisamente fresca, creativa ed accattivante, e proseguendo il discorso sonoro intrapreso con Close Ties che era già in gran parte acustico https://discoclub.myblog.it/2017/04/22/un-disco-piu-da-cantautore-classico-ma-sempre-grande-musica-rodney-crowell-close-ties/ .

Ma Rodney non ha fatto come Richard Thompson che si è presentato da solo per i suoi tre dischi di rivisitazioni “unplugged”, bensì ha deciso di farsi accompagnare da una piccola band di quattro elementi (ai quali ha aggiunto tre voci femminili ai cori), formata da Jedd Hughes, Joe Robinson, Eamon McLoughlin e Rory Hoffman, i quali si sono cimentati con una bella serie di strumenti a corda (chitarre, violino, mandolino e cello), aggiungendo anche qua e là una fisarmonica ed una leggera percussione. Un suono quindi molto ricco, al quale hanno dato un contributo anche le tante voci, al punto che quasi non ci si accorge dell’assenza di una vera sezione ritmica. E poi naturalmente ci sono le canzoni del nostro, undici acquarelli di pura country music d’autore, alcune delle quali più note di altre, e che non sempre sono state rese note da Rodney medesimo. Earthbound introduce alla perfezione il mood del disco, una rilettura decisamente vitale e con intrecci di prim’ordine tra chitarre e mandolino, mentre Leaving Louisiana In The Broad Daylight, un successo per gli Oak Ridge Boys (ma l’ha fatta anche Emmylou) assume un delizioso sapore cajun grazie alla fisa di Hoffman ed è, manco a dirlo, splendida. Ma le canzoni sono tutte belle, e ne ha anche lasciate fuori tante (mancano ad esempio ‘Til I Gain Control Again, Stars On The Water, An American Dream), e questa veste spoglia e pura le valorizza oltremodo.

Anything But Tame (dalla country opera Kin, un disco che avevo quasi dimenticato) vede Crowell quasi in perfetta solitudine, ma il brano rimane bello, intenso e ricco di feeling, la toccante Making Memories Of Us era stata incisa sia da Tracy Byrd che da Keith Urban, ma Rodney è obiettivamente su un altro pianeta, mentre la vibrante Lovin’ All Night riesce ad essere trascinante anche senza basso e batteria. I due pezzi più famosi presenti nel CD sono senza dubbio Shame On The Moon (resa popolare da Bob Seger), riscritta nel testo ma con intatto il sapore honky-tonk che aveva in origine, e I Ain’t Livin’ Long Like This, che non ha bisogno di presentazioni, in quanto è uno dei classici assoluti del grande Waylon Jennings: rilettura strepitosa e trascinante, con un arrangiamento che si potrebbe definire “acoustic rock’n’roll”, ed il nostro che ci ricorda di essere anche un ottimo chitarrista. Ci sono poi ben tre pezzi da Diamonds & Dirt, il suo disco più famoso: la scintillante I Couldn’t Leave You If I Tried, puro country con violino, mandolini e quant’altro, il delizioso western swing di She’s Crazy For Leavin’ e la ballata After All This Time, intensa e struggente. Come già accennato, c’è anche un brano nuovo di zecca, una profonda folk song eseguita da solo ed intitolata Tennessee Wedding, scritta per il matrimonio della figlia più giovane.

Se la classe non è acqua, allora Rodney Crowell è un deserto. Texano, naturalmente.

Marco Verdi

Almeno Per Ora, Il Disco Country-Rock Dell’Anno! Cody Jinks – Lifers

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Cody Jinks – Lifers – Rounder/Concord CD

Dopo aver riscosso un ottimo successo di critica e pubblico con l’ultimo album I’m Not The Devil, il texano Cody Jinks ha trascorso il 2017 a ripubblicare i suoi lavori precedenti https://discoclub.myblog.it/2018/05/02/anche-se-materiale-di-qualche-anno-fa-un-bellesempio-di-moderno-country-rock-cody-jinks-adobe-sessions/ , in un caso anche intervenendo sul suono ed aggiungendo brani (Less Wise). Ora Cody pubblica un disco nuovo di zecca, e se I’m Not The Devil vi era piaciuto, penso proprio che Lifers vi entusiasmerà. Ci troviamo di fronte infatti ad uno strepitoso album di grandissimo country-rock elettrico, suonato in maniera splendida e prodotto ancora meglio (da Joshua Thompson e Arthur Penhallow), con in più una serie di canzoni di prima qualità. Jinks appartiene di diritto alla schiera dei nuovi Outlaws, una corrente che si rifà a certa country music texana degli anni settanta che aveva in Waylon Jennings, Willie Nelson e Billy Joe Shaver gli esponenti di punta, ed oggi viene tenuta in vita da gente come Chris Stapleton, Jamey Johnson e Whitey Morgan. Con Lifers però Cody riesce a fare ancora meglio dei nomi appena citati (con l’unico dubbio per quanto riguarda Stapleton, che è di un livello superiore proprio come musicista e songwriter), grazie alla sua ottima vena di autore e cantante, ma anche per merito di un solidissimo gruppo di musicisti, che ha nella chitarra solista di Chris Claridy, nella sezione ritmica potentissima formata dal già citato Thompson al basso e da David Colvin alla batteria e nella splendida steel guitar di Austin Trip i suoi punti di forza.

L’inizio è sfolgorante con Holy Water, una rock song potente e decisamente elettrica, con una sezione ritmica formato macigno e la steel che prova a stemperare il tutto: voce forte, melodia orecchiabile e suono scintillante, un avvio da sballo. Una chitarra acustica suonata con forza ed un piano elettrico introducono Must Be The Whiskey, country-rock vigoroso e pieno di ritmo, un sound davvero magnifico tra chitarre elettriche, steel ed il nostro che canta con una presenza notevole https://www.youtube.com/watch?v=jpeB8p4b8Sg . Somewhere Between I Love You And I’m Leavin’ è una slow ballad cantata e suonata nel modo giusto, senza il minimo cedimento a mollezze varie, e proprio il suono ed il feeling fanno la differenza con le decine di ballate sfornate mensilmente a Nashville (per dire, il batterista picchia come un fabbro anche qui); la robusta title track è un rockin’ country deciso, ancora dal ritmo trascinante (il basso pulsa che è una meraviglia) ed un ritornello vincente, Big Last Name è un travolgente rock’n’roll texano al 100%, roba che neanche il miglior Dale Watson, con chitarre e piano sugli scudi ed un ritmo irresistibile. Desert Wind (scritta come la precedente insieme a Paul Cauthen) è una pura western song, anche questa splendida con il suo chitarrone twang, il ritmo cadenzato e l’atmosfera da film, Colorado è una ballatona che avrebbe potuto scrivere John Denver (non solo per il titolo) se fosse stato texano e meno legato a sonorità mainstream: bellissima e toccante.

L’energica e tonante Can’t Quit Enough è Waylon sotto steroidi, chitarre su chitarre, piano e steel che reclamano spazio ed un finale strumentale strepitoso, mentre con l’evocativa 7th Floor abbiamo una maestosa ed emozionante western tune dai toni southern, suonata e cantata in maniera esemplare (grandi l’assolo di chitarra ed il crescendo strumentale finale), un brano magnifico senza se e senza ma; il CD termina con la fluida ballad Stranger, dall’atmosfera crepuscolare, e con Head Case, suggestivo brano che inizia come una folk song d’altri tempi (voce, chitarra e violoncello), ma che con l’ingresso della band si tramuta nell’ennesimo country-rock di squisita fattura.    Spero che l’appropinquarsi delle vacanze estive non vi faccia ignorare questo disco: sarebbe musicalmente delittuoso.

Marco Verdi

Il “Ritorno” Della Sua Prima Prova Da Cantautrice. Emmylou Harris – The Ballad Of Sally Rose (Expanded Edition)

emmylou harris the ballad of sally rose

Emmylou Harris – The Ballad Of Sally Rose (Expanded Edition) – Rhino/Warner 2CD

Nella prima metà degli anni ottanta la stella di Emmylou Harris non era al massimo del suo splendore dal punto di vista delle vendite, ma c’è da dire che tutta la musica country in quel periodo stava vivendo il suo momento più difficile di sempre, anche se la “riscossa” guidata da gente come Dwight Yoakam e Steve Earle era dietro l’angolo. Nel 1985 la Harris diede alle stampe un po’ in sordina il suo dodicesimo album (contando anche l’esordio in parte rinnegato Gliding Bird del 1969 ed il disco natalizio del 1979, ed infatti il suo disco seguente lo chiamerà Thirteen), cioè The Ballad Of Sally Rose, un lavoro che all’epoca non ebbe un grande successo, ma che rappresentava un passo importante per Emmylou. Grandissima cantante, dotata di una voce di una purezza cristallina, la Harris era sempre stata essenzialmente un’interprete di brani altrui, ma questo disco, a suo dire influenzato dall’ascolto di Nebraska di Bruce Springsteen, fu il primo con tutti i pezzi scritti di suo pugno, insieme all’allora marito Paul Kennerley (e va detto, anche l’ultimo fino a Red Dirt Girl del 2000). Non solo, The Ballad Of Sally Rose era anche un concept album, una pratica poco diffusa in ambito country, che narrava la storia della cantante del titolo, il cui amante, alcolizzato, rimaneva ucciso in un incidente stradale: storia in parte autobiografica, ispirata alla sua tormentata relazione dei primi anni settanta con Gram Parsons (e Sally Rose era lo pseudonimo usato da Emmylou per prenotare gli alberghi quando era in tour).

Oggi la Rhino, senza un particolare anniversario da celebrare, pubblica questa versione espansa a due CD, con nel primo il disco originale (rimasterizzato alla grande) e sul secondo dieci bellissimi demo inediti di pezzi dell’album: l’unica cosa, non capisco perché un doppio, dato che il tutto dura circa 65 minuti e ci stava comodamente su un solo dischetto (*NDB Forse per farlo pagare di più?). Risentito oggi, Sally Rose è un gran bel disco, con tredici canzoni di ottimo livello, che rivelano che Emmylou non era proprio una pivellina come autrice, nonostante la scarsa pratica (anche se penso che molto del merito vada a Kennerley, lui sì autore affermato), ed il CD di demo non è un’aggiunta tanto per allungare il brodo, ma un validissimo e godibile complemento. Due parole per la band in session, davvero da sogno: tra i numerosi nomi coinvolti troviamo infatti Albert Lee, Vince Gill, Emory Gordy Jr. e addirittura Waylon Jennings alle chitarre, Russ Kunkel alla batteria, John Jarvis al piano, Gary Scruggs all’armonica e, alle armonie vocali (oltre a Gail Davis), Dolly Parton e Linda Ronstadt, collaborazione che getterà le basi per lo splendido Trio che uscirà due anni dopo. Il disco inizia in maniera splendida con la title track, una scintillante ballata che ha qualche vaga rassomiglianza con Deportee di Woody Guthrie, tutta costruita intorno alla voce di Emmylou, qui al massimo della sua bellezza ed espressività, e con un bel ritornello corale.

Rhythm Guitar è più roccata ed elettrica (Albert Lee ha uno stile riconoscibilissimo, molto influenzato dal “chicken picking” di James Burton), anche se come canzone è piuttosto nella norma, la brevissima I Think I Love Him confluisce in Heart To Heart, splendida country ballad, pura, cristallina e cantata in maniera sontuosa, così come Woman Walk The Line, uno slow di grande impatto emotivo e suonato in maniera potente, che ci mostra che la Harris non è proprio una sprovveduta nel songwriting. La vivace Bad News si sviluppa su un tempo quasi rock’n’roll, ed è tanto coinvolgente quanto breve, Timberline è un delizioso pezzo sullo stile elettroacustico che di lì a due anni la nostra proporrà con Dolly e Linda, Long Tall Sally Rose (bel titolo) è quasi un bluegrass dal gran ritmo e sotto una cascata di strumenti a corda, immediata e godibilissima (anche se dura solo un minuto e mezzo), mentre White Line è giustamente il brano più popolare del disco, una splendida canzone country-rock dal motivo squisito e con un bellissimo accompagnamento chitarristico, in assoluto tra i brani più belli di Emmylou. Diamond In My Crown è uno slow profondo ed intenso (e che voce), The Sweetheart Of The Rodeo un perfetto ed elegante honky-tonk, anch’esso tra i pezzi migliori, K-S-O-S un breve e trascinante brano che termina con uno stupendo medley strumentale che comprende Wildwood Flower della Carter Family, Ring Of Fire di Johnny Cash e la classica truckin’ song Six Days On The Road., mentre Sweet Chariot, che chiude il disco originale, è un altro lento che non manca di regalare emozioni.

Il secondo CD, come già detto, propone dieci canzoni su tredici (mancano I Think I Love Him, Long Tall Sally Rose e K-S-O-S), incise tra il 1983 ed il 1984 da Emmylou solo con la sua chitarra e qualche occasionale backing vocal (tranne Rhythm Guitar e Bad News, che sono full band), eseguite in maniera superba, e nelle quali risaltano ancora di più bellezza e purezza: le migliori a mio giudizio sono Timberline, The Sweetheart Of The Rodeo, The Ballad Of Sally Rose, Heart To Heart e White Line, che comunque la si faccia rimane un brano formidabile. Ristampa quindi graditissima, e non mi dispiacerebbe che fosse solo la prima di una serie di album di Emmylou Harris da rivalutare, dato che comunque stiamo parlando di una che non ha mai fatto un disco brutto.

Marco Verdi

Un Vero Sudista…Californiano! Sam Morrow – Concrete And Mud

sam morrow concrete and mud

Sam Morrow – Concrete And Mud – Forty Below CD

Sam Morrow è un countryman atipico: intanto è di Los Angeles, non proprio una delle patrie del country (anche se Bakersfield non è lontanissima dalla metropoli californiana), ed in più il suo suono coinvolge anche elementi differenti. Di base Sam si ispira al country texano di ispirazione Outlaw, Waylon Jennings è uno dei suoi eroi musicali, ma spesso vira verso una musica di stampo southern con marcati elementi funky, un genere in cui gruppi come i Little Feat erano maestri. Se a questo aggiungiamo una serie di canzoni ben scritte ed un approccio grintoso e vigoroso, ne viene fuori che Concrete And Mud, il terzo album di Morrow (a tre anni di distanza dal precedente, There Is No Map), è un lavoro riuscito, piacevole, forse derivativo in certi momenti ma che di sicuro non mancherà di soddisfare gli estimatori del vero country-rock. Prodotto da Eric Corne, il disco si avvale della collaborazione di un solido gruppo di strumentisti, del quale i più conosciuti sono senz’altro lo steel guitarist Jay Dee Maness (ex membro di International Submarine Band e Desert Rose Band, ma suonò anche nel leggendario Sweetheart Of The Rodeo dei Byrds) ed il bassista Ted Russell Kamp, già nella band di Shooter Jennings.

Il brano d’apertura, Heartbreak Man, di country ha poco, ricorda di più i già citati Little Feat, ha il ritmo ed il passo delle canzoni dell’ex band di Lowell George, un sapore a metà tra Sud e funky, una bella slide ed un suono “grasso”. Con Paid By The Mile ci spostiamo invece in Texas, ritmo sostenuto e suono maschio, con l’influenza di Waylon ben presente, per un brano che si ascolta tutto d’un fiato (e le parti chitarristiche sono ottime), mentre San Fernando Sunshine è lenta e cadenzata, una country ballad ancora in puro stile Outlaw, ci vedo qualcosa anche di Willie Nelson, anche se Sam è meno raffinato di Willie (e, ma non c’è bisogno di dirlo, abita un centinaio di piani sotto nella Tower Of Song, per dirla con Leonard Cohen). Quick Fix, ha di nuovo un mood funky, ritmo spezzettato ed una melodia diretta e godibile, sul genere di classici come Dixie Chicken (facendo ovviamente le debite proporzioni).

Good Ole Days è invece un irresistibile honky-tonk di nuovo alla maniera texana (qualcuno ha detto Billy Joe Shaver? Bravo), spedito e coinvolgente. Weight of A Stone è più attendista e non assomiglia a nulla di quanto sentito finora, essendo una languida ballata che potrebbe essere stata scritta da uno come Raul Malo, Skinny Elvis è un velocissimo rockabilly con chitarre e sezione ritmica in evidenza, tra le più immediate, mentre Coming Home è puro country classico, con un feeling anni settanta e la splendida steel di Maness a ricamare sullo sfondo. L’album termina con Cigarettes, ancora cadenzata ma stavolta con tracce di swamp rock alla Tony Joe White, e con Mississippi River, intenso slow acustico (ma full band), che chiude positivamente un disco fresco, solido e riuscito.

Marco Verdi

Anche Se Materiale Di Qualche Anno Fa, Un Bell’Esempio Di Moderno Country-Rock. Cody Jinks – Adobe Sessions

cody jinks adobe sessions

Cody Jinks – Adobe Sessions – Cody Jinks CD

Cody Jinks, countryman texano dal pelo duro, sulla stessa onda di gente come Jamey Johnson e Whitey Morgan, ha avuto un ottimo ed inaspettato successo con il suo ultimo lavoro I’m Not The Devil (2016), che è entrato addirittura nella Top 5 country: questa cosa ha dato entusiasmo al nostro, che ha deciso di ripubblicare quattro dei suoi primi sei album, da tempo introvabili (in un caso, Less Wise, aggiungendo anche dei brani in più e migliorando il suono). Di questa serie di lavori, uno dei più riusciti è sicuramente questo Adobe Sessions (uscito originariamente nel 2015), un album di puro country-rock texano al 100%, elettrico e pieno di feeling, con un suono forte, vigoroso ed una produzione decisamente professionale ad opera di Josh Thompson, che è anche il bassista del ristretto gruppo di musicisti che accompagna Cody (e che viene completato da Jon Wallace, chitarre, Milo Deering, steel, violino e dobro, ed Earl Darling, batteria).

Una band di pochi elementi ma di tanta sostanza, responsabile di un suono potente e senza fronzoli, ma anche capace di alzare il piede dall’acceleratore quando necessario. E poi naturalmente c’è Jinks con le sue canzoni, dodici esempi di puro Outlaw country che deve molto al suono di Waylon Jennings (uno che viene citato come influenza molto più dopo la morte che da vivo), a partire dall’iniziale What Else Is New, un rockin’ country elettrico dal ritmo intenso e dal suono maschio e vigoroso. Bella anche Mamma Song, gustoso honky-tonk alla maniera texana, dominato dal vocione di Cody e dalla steel, un pezzo che ricorda un po’ anche il primo Steve Earle; Cast No Stones è una western ballad profonda, zero mollezze o cedimenti nel suono, mentre We’re Gonna Dance è una scintillante country tune elettrico, dotata ancora di un motivo diretto e che si ascolta tutto d’un fiato.

Birds, con una languida steel sullo sfondo, è invece puro country, rilassato e con un’atmosfera quasi malinconica, non lontana dallo stile di Chris Isaak, Loud And Heavy torna al suono grintoso e ha un approccio melodico intrigante, direi cinematografico (film western, ovviamente), mentre David è country al 100%, fluida, diretta, godibile e suonata benissimo. Me Or You è un lentaccio alla George Jones, la breve Folks un pezzo intimo ed attendista, dal ritmo spedito ma soffuso allo stesso tempo, Ready For The Times To Get Better un altro country & western di ottima fattura, a partire dalla linea melodica fino al contorno strumentale, con le chitarre in primo piano. Finale con la deliziosa Dirt, country-rock terso e vivace con chiare tracce di Texas (splendida la steel), e con Rock And Roll, che nonostante il titolo è un’intensa ballata acustica full band. Un bel dischetto: ora che Cody Jinks ha risistemato (quasi) tutto il suo back catalogue, siamo pronti per un lavoro tutto nuovo. (*NDB nell’attesa i Pink Floyd country, bellissima cover peraltro  https://www.youtube.com/watch?v=9joAHhzm6EY )

Marco Verdi