Un’Autocelebrazione Di Grande Classe. Rodney Crowell – Acoustic Classics

rodney crowell acoustic classics

Rodney Crowell – Acoustic Classics – RC1 CD

Rodney Crowell è dagli anni settanta uno dei songwriters più apprezzati sia dal pubblico che dalla critica, ma anche dai colleghi, che negli anni hanno “approfittato” più volte delle sue canzoni, e non sto parlando solo di gente che bazzica in territori country (due nomi su tutti: Bob Seger e Van Morrison). Ma Crowell ha anche una bella e prolifica carriera in proprio, e negli anni ottanta ha potuto assaporare perfino un certo successo ma senza mai scendere a compromessi con la qualità. Se negli ultimi anni le sue proposte non sono certo state campioni di vendite, il livello si è comunque mantenuto decisamente alto: Tarpaper Sky è stato per il sottoscritto uno dei migliori album del 2014, ed anche Close Ties dello scorso anno era un signor disco (in mezzo, due ottimi lavori di classico country-rock anni settanta con Emmylou Harris, Old Yellow Moon e The Traveling Kind). Ora Rodney decide di autocelebrarsi, ma alla sua maniera, e cioè staccando la spina: Acoustic Classics riprende infatti dieci brani del passato del nostro (più uno nuovo) dandone una rilettura decisamente fresca, creativa ed accattivante, e proseguendo il discorso sonoro intrapreso con Close Ties che era già in gran parte acustico https://discoclub.myblog.it/2017/04/22/un-disco-piu-da-cantautore-classico-ma-sempre-grande-musica-rodney-crowell-close-ties/ .

Ma Rodney non ha fatto come Richard Thompson che si è presentato da solo per i suoi tre dischi di rivisitazioni “unplugged”, bensì ha deciso di farsi accompagnare da una piccola band di quattro elementi (ai quali ha aggiunto tre voci femminili ai cori), formata da Jedd Hughes, Joe Robinson, Eamon McLoughlin e Rory Hoffman, i quali si sono cimentati con una bella serie di strumenti a corda (chitarre, violino, mandolino e cello), aggiungendo anche qua e là una fisarmonica ed una leggera percussione. Un suono quindi molto ricco, al quale hanno dato un contributo anche le tante voci, al punto che quasi non ci si accorge dell’assenza di una vera sezione ritmica. E poi naturalmente ci sono le canzoni del nostro, undici acquarelli di pura country music d’autore, alcune delle quali più note di altre, e che non sempre sono state rese note da Rodney medesimo. Earthbound introduce alla perfezione il mood del disco, una rilettura decisamente vitale e con intrecci di prim’ordine tra chitarre e mandolino, mentre Leaving Louisiana In The Broad Daylight, un successo per gli Oak Ridge Boys (ma l’ha fatta anche Emmylou) assume un delizioso sapore cajun grazie alla fisa di Hoffman ed è, manco a dirlo, splendida. Ma le canzoni sono tutte belle, e ne ha anche lasciate fuori tante (mancano ad esempio ‘Til I Gain Control Again, Stars On The Water, An American Dream), e questa veste spoglia e pura le valorizza oltremodo.

Anything But Tame (dalla country opera Kin, un disco che avevo quasi dimenticato) vede Crowell quasi in perfetta solitudine, ma il brano rimane bello, intenso e ricco di feeling, la toccante Making Memories Of Us era stata incisa sia da Tracy Byrd che da Keith Urban, ma Rodney è obiettivamente su un altro pianeta, mentre la vibrante Lovin’ All Night riesce ad essere trascinante anche senza basso e batteria. I due pezzi più famosi presenti nel CD sono senza dubbio Shame On The Moon (resa popolare da Bob Seger), riscritta nel testo ma con intatto il sapore honky-tonk che aveva in origine, e I Ain’t Livin’ Long Like This, che non ha bisogno di presentazioni, in quanto è uno dei classici assoluti del grande Waylon Jennings: rilettura strepitosa e trascinante, con un arrangiamento che si potrebbe definire “acoustic rock’n’roll”, ed il nostro che ci ricorda di essere anche un ottimo chitarrista. Ci sono poi ben tre pezzi da Diamonds & Dirt, il suo disco più famoso: la scintillante I Couldn’t Leave You If I Tried, puro country con violino, mandolini e quant’altro, il delizioso western swing di She’s Crazy For Leavin’ e la ballata After All This Time, intensa e struggente. Come già accennato, c’è anche un brano nuovo di zecca, una profonda folk song eseguita da solo ed intitolata Tennessee Wedding, scritta per il matrimonio della figlia più giovane.

Se la classe non è acqua, allora Rodney Crowell è un deserto. Texano, naturalmente.

Marco Verdi

Almeno Per Ora, Il Disco Country-Rock Dell’Anno! Cody Jinks – Lifers

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Cody Jinks – Lifers – Rounder/Concord CD

Dopo aver riscosso un ottimo successo di critica e pubblico con l’ultimo album I’m Not The Devil, il texano Cody Jinks ha trascorso il 2017 a ripubblicare i suoi lavori precedenti https://discoclub.myblog.it/2018/05/02/anche-se-materiale-di-qualche-anno-fa-un-bellesempio-di-moderno-country-rock-cody-jinks-adobe-sessions/ , in un caso anche intervenendo sul suono ed aggiungendo brani (Less Wise). Ora Cody pubblica un disco nuovo di zecca, e se I’m Not The Devil vi era piaciuto, penso proprio che Lifers vi entusiasmerà. Ci troviamo di fronte infatti ad uno strepitoso album di grandissimo country-rock elettrico, suonato in maniera splendida e prodotto ancora meglio (da Joshua Thompson e Arthur Penhallow), con in più una serie di canzoni di prima qualità. Jinks appartiene di diritto alla schiera dei nuovi Outlaws, una corrente che si rifà a certa country music texana degli anni settanta che aveva in Waylon Jennings, Willie Nelson e Billy Joe Shaver gli esponenti di punta, ed oggi viene tenuta in vita da gente come Chris Stapleton, Jamey Johnson e Whitey Morgan. Con Lifers però Cody riesce a fare ancora meglio dei nomi appena citati (con l’unico dubbio per quanto riguarda Stapleton, che è di un livello superiore proprio come musicista e songwriter), grazie alla sua ottima vena di autore e cantante, ma anche per merito di un solidissimo gruppo di musicisti, che ha nella chitarra solista di Chris Claridy, nella sezione ritmica potentissima formata dal già citato Thompson al basso e da David Colvin alla batteria e nella splendida steel guitar di Austin Trip i suoi punti di forza.

L’inizio è sfolgorante con Holy Water, una rock song potente e decisamente elettrica, con una sezione ritmica formato macigno e la steel che prova a stemperare il tutto: voce forte, melodia orecchiabile e suono scintillante, un avvio da sballo. Una chitarra acustica suonata con forza ed un piano elettrico introducono Must Be The Whiskey, country-rock vigoroso e pieno di ritmo, un sound davvero magnifico tra chitarre elettriche, steel ed il nostro che canta con una presenza notevole https://www.youtube.com/watch?v=jpeB8p4b8Sg . Somewhere Between I Love You And I’m Leavin’ è una slow ballad cantata e suonata nel modo giusto, senza il minimo cedimento a mollezze varie, e proprio il suono ed il feeling fanno la differenza con le decine di ballate sfornate mensilmente a Nashville (per dire, il batterista picchia come un fabbro anche qui); la robusta title track è un rockin’ country deciso, ancora dal ritmo trascinante (il basso pulsa che è una meraviglia) ed un ritornello vincente, Big Last Name è un travolgente rock’n’roll texano al 100%, roba che neanche il miglior Dale Watson, con chitarre e piano sugli scudi ed un ritmo irresistibile. Desert Wind (scritta come la precedente insieme a Paul Cauthen) è una pura western song, anche questa splendida con il suo chitarrone twang, il ritmo cadenzato e l’atmosfera da film, Colorado è una ballatona che avrebbe potuto scrivere John Denver (non solo per il titolo) se fosse stato texano e meno legato a sonorità mainstream: bellissima e toccante.

L’energica e tonante Can’t Quit Enough è Waylon sotto steroidi, chitarre su chitarre, piano e steel che reclamano spazio ed un finale strumentale strepitoso, mentre con l’evocativa 7th Floor abbiamo una maestosa ed emozionante western tune dai toni southern, suonata e cantata in maniera esemplare (grandi l’assolo di chitarra ed il crescendo strumentale finale), un brano magnifico senza se e senza ma; il CD termina con la fluida ballad Stranger, dall’atmosfera crepuscolare, e con Head Case, suggestivo brano che inizia come una folk song d’altri tempi (voce, chitarra e violoncello), ma che con l’ingresso della band si tramuta nell’ennesimo country-rock di squisita fattura.    Spero che l’appropinquarsi delle vacanze estive non vi faccia ignorare questo disco: sarebbe musicalmente delittuoso.

Marco Verdi

Il “Ritorno” Della Sua Prima Prova Da Cantautrice. Emmylou Harris – The Ballad Of Sally Rose (Expanded Edition)

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Emmylou Harris – The Ballad Of Sally Rose (Expanded Edition) – Rhino/Warner 2CD

Nella prima metà degli anni ottanta la stella di Emmylou Harris non era al massimo del suo splendore dal punto di vista delle vendite, ma c’è da dire che tutta la musica country in quel periodo stava vivendo il suo momento più difficile di sempre, anche se la “riscossa” guidata da gente come Dwight Yoakam e Steve Earle era dietro l’angolo. Nel 1985 la Harris diede alle stampe un po’ in sordina il suo dodicesimo album (contando anche l’esordio in parte rinnegato Gliding Bird del 1969 ed il disco natalizio del 1979, ed infatti il suo disco seguente lo chiamerà Thirteen), cioè The Ballad Of Sally Rose, un lavoro che all’epoca non ebbe un grande successo, ma che rappresentava un passo importante per Emmylou. Grandissima cantante, dotata di una voce di una purezza cristallina, la Harris era sempre stata essenzialmente un’interprete di brani altrui, ma questo disco, a suo dire influenzato dall’ascolto di Nebraska di Bruce Springsteen, fu il primo con tutti i pezzi scritti di suo pugno, insieme all’allora marito Paul Kennerley (e va detto, anche l’ultimo fino a Red Dirt Girl del 2000). Non solo, The Ballad Of Sally Rose era anche un concept album, una pratica poco diffusa in ambito country, che narrava la storia della cantante del titolo, il cui amante, alcolizzato, rimaneva ucciso in un incidente stradale: storia in parte autobiografica, ispirata alla sua tormentata relazione dei primi anni settanta con Gram Parsons (e Sally Rose era lo pseudonimo usato da Emmylou per prenotare gli alberghi quando era in tour).

Oggi la Rhino, senza un particolare anniversario da celebrare, pubblica questa versione espansa a due CD, con nel primo il disco originale (rimasterizzato alla grande) e sul secondo dieci bellissimi demo inediti di pezzi dell’album: l’unica cosa, non capisco perché un doppio, dato che il tutto dura circa 65 minuti e ci stava comodamente su un solo dischetto (*NDB Forse per farlo pagare di più?). Risentito oggi, Sally Rose è un gran bel disco, con tredici canzoni di ottimo livello, che rivelano che Emmylou non era proprio una pivellina come autrice, nonostante la scarsa pratica (anche se penso che molto del merito vada a Kennerley, lui sì autore affermato), ed il CD di demo non è un’aggiunta tanto per allungare il brodo, ma un validissimo e godibile complemento. Due parole per la band in session, davvero da sogno: tra i numerosi nomi coinvolti troviamo infatti Albert Lee, Vince Gill, Emory Gordy Jr. e addirittura Waylon Jennings alle chitarre, Russ Kunkel alla batteria, John Jarvis al piano, Gary Scruggs all’armonica e, alle armonie vocali (oltre a Gail Davis), Dolly Parton e Linda Ronstadt, collaborazione che getterà le basi per lo splendido Trio che uscirà due anni dopo. Il disco inizia in maniera splendida con la title track, una scintillante ballata che ha qualche vaga rassomiglianza con Deportee di Woody Guthrie, tutta costruita intorno alla voce di Emmylou, qui al massimo della sua bellezza ed espressività, e con un bel ritornello corale.

Rhythm Guitar è più roccata ed elettrica (Albert Lee ha uno stile riconoscibilissimo, molto influenzato dal “chicken picking” di James Burton), anche se come canzone è piuttosto nella norma, la brevissima I Think I Love Him confluisce in Heart To Heart, splendida country ballad, pura, cristallina e cantata in maniera sontuosa, così come Woman Walk The Line, uno slow di grande impatto emotivo e suonato in maniera potente, che ci mostra che la Harris non è proprio una sprovveduta nel songwriting. La vivace Bad News si sviluppa su un tempo quasi rock’n’roll, ed è tanto coinvolgente quanto breve, Timberline è un delizioso pezzo sullo stile elettroacustico che di lì a due anni la nostra proporrà con Dolly e Linda, Long Tall Sally Rose (bel titolo) è quasi un bluegrass dal gran ritmo e sotto una cascata di strumenti a corda, immediata e godibilissima (anche se dura solo un minuto e mezzo), mentre White Line è giustamente il brano più popolare del disco, una splendida canzone country-rock dal motivo squisito e con un bellissimo accompagnamento chitarristico, in assoluto tra i brani più belli di Emmylou. Diamond In My Crown è uno slow profondo ed intenso (e che voce), The Sweetheart Of The Rodeo un perfetto ed elegante honky-tonk, anch’esso tra i pezzi migliori, K-S-O-S un breve e trascinante brano che termina con uno stupendo medley strumentale che comprende Wildwood Flower della Carter Family, Ring Of Fire di Johnny Cash e la classica truckin’ song Six Days On The Road., mentre Sweet Chariot, che chiude il disco originale, è un altro lento che non manca di regalare emozioni.

Il secondo CD, come già detto, propone dieci canzoni su tredici (mancano I Think I Love Him, Long Tall Sally Rose e K-S-O-S), incise tra il 1983 ed il 1984 da Emmylou solo con la sua chitarra e qualche occasionale backing vocal (tranne Rhythm Guitar e Bad News, che sono full band), eseguite in maniera superba, e nelle quali risaltano ancora di più bellezza e purezza: le migliori a mio giudizio sono Timberline, The Sweetheart Of The Rodeo, The Ballad Of Sally Rose, Heart To Heart e White Line, che comunque la si faccia rimane un brano formidabile. Ristampa quindi graditissima, e non mi dispiacerebbe che fosse solo la prima di una serie di album di Emmylou Harris da rivalutare, dato che comunque stiamo parlando di una che non ha mai fatto un disco brutto.

Marco Verdi

Un Vero Sudista…Californiano! Sam Morrow – Concrete And Mud

sam morrow concrete and mud

Sam Morrow – Concrete And Mud – Forty Below CD

Sam Morrow è un countryman atipico: intanto è di Los Angeles, non proprio una delle patrie del country (anche se Bakersfield non è lontanissima dalla metropoli californiana), ed in più il suo suono coinvolge anche elementi differenti. Di base Sam si ispira al country texano di ispirazione Outlaw, Waylon Jennings è uno dei suoi eroi musicali, ma spesso vira verso una musica di stampo southern con marcati elementi funky, un genere in cui gruppi come i Little Feat erano maestri. Se a questo aggiungiamo una serie di canzoni ben scritte ed un approccio grintoso e vigoroso, ne viene fuori che Concrete And Mud, il terzo album di Morrow (a tre anni di distanza dal precedente, There Is No Map), è un lavoro riuscito, piacevole, forse derivativo in certi momenti ma che di sicuro non mancherà di soddisfare gli estimatori del vero country-rock. Prodotto da Eric Corne, il disco si avvale della collaborazione di un solido gruppo di strumentisti, del quale i più conosciuti sono senz’altro lo steel guitarist Jay Dee Maness (ex membro di International Submarine Band e Desert Rose Band, ma suonò anche nel leggendario Sweetheart Of The Rodeo dei Byrds) ed il bassista Ted Russell Kamp, già nella band di Shooter Jennings.

Il brano d’apertura, Heartbreak Man, di country ha poco, ricorda di più i già citati Little Feat, ha il ritmo ed il passo delle canzoni dell’ex band di Lowell George, un sapore a metà tra Sud e funky, una bella slide ed un suono “grasso”. Con Paid By The Mile ci spostiamo invece in Texas, ritmo sostenuto e suono maschio, con l’influenza di Waylon ben presente, per un brano che si ascolta tutto d’un fiato (e le parti chitarristiche sono ottime), mentre San Fernando Sunshine è lenta e cadenzata, una country ballad ancora in puro stile Outlaw, ci vedo qualcosa anche di Willie Nelson, anche se Sam è meno raffinato di Willie (e, ma non c’è bisogno di dirlo, abita un centinaio di piani sotto nella Tower Of Song, per dirla con Leonard Cohen). Quick Fix, ha di nuovo un mood funky, ritmo spezzettato ed una melodia diretta e godibile, sul genere di classici come Dixie Chicken (facendo ovviamente le debite proporzioni).

Good Ole Days è invece un irresistibile honky-tonk di nuovo alla maniera texana (qualcuno ha detto Billy Joe Shaver? Bravo), spedito e coinvolgente. Weight of A Stone è più attendista e non assomiglia a nulla di quanto sentito finora, essendo una languida ballata che potrebbe essere stata scritta da uno come Raul Malo, Skinny Elvis è un velocissimo rockabilly con chitarre e sezione ritmica in evidenza, tra le più immediate, mentre Coming Home è puro country classico, con un feeling anni settanta e la splendida steel di Maness a ricamare sullo sfondo. L’album termina con Cigarettes, ancora cadenzata ma stavolta con tracce di swamp rock alla Tony Joe White, e con Mississippi River, intenso slow acustico (ma full band), che chiude positivamente un disco fresco, solido e riuscito.

Marco Verdi

Anche Se Materiale Di Qualche Anno Fa, Un Bell’Esempio Di Moderno Country-Rock. Cody Jinks – Adobe Sessions

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Cody Jinks – Adobe Sessions – Cody Jinks CD

Cody Jinks, countryman texano dal pelo duro, sulla stessa onda di gente come Jamey Johnson e Whitey Morgan, ha avuto un ottimo ed inaspettato successo con il suo ultimo lavoro I’m Not The Devil (2016), che è entrato addirittura nella Top 5 country: questa cosa ha dato entusiasmo al nostro, che ha deciso di ripubblicare quattro dei suoi primi sei album, da tempo introvabili (in un caso, Less Wise, aggiungendo anche dei brani in più e migliorando il suono). Di questa serie di lavori, uno dei più riusciti è sicuramente questo Adobe Sessions (uscito originariamente nel 2015), un album di puro country-rock texano al 100%, elettrico e pieno di feeling, con un suono forte, vigoroso ed una produzione decisamente professionale ad opera di Josh Thompson, che è anche il bassista del ristretto gruppo di musicisti che accompagna Cody (e che viene completato da Jon Wallace, chitarre, Milo Deering, steel, violino e dobro, ed Earl Darling, batteria).

Una band di pochi elementi ma di tanta sostanza, responsabile di un suono potente e senza fronzoli, ma anche capace di alzare il piede dall’acceleratore quando necessario. E poi naturalmente c’è Jinks con le sue canzoni, dodici esempi di puro Outlaw country che deve molto al suono di Waylon Jennings (uno che viene citato come influenza molto più dopo la morte che da vivo), a partire dall’iniziale What Else Is New, un rockin’ country elettrico dal ritmo intenso e dal suono maschio e vigoroso. Bella anche Mamma Song, gustoso honky-tonk alla maniera texana, dominato dal vocione di Cody e dalla steel, un pezzo che ricorda un po’ anche il primo Steve Earle; Cast No Stones è una western ballad profonda, zero mollezze o cedimenti nel suono, mentre We’re Gonna Dance è una scintillante country tune elettrico, dotata ancora di un motivo diretto e che si ascolta tutto d’un fiato.

Birds, con una languida steel sullo sfondo, è invece puro country, rilassato e con un’atmosfera quasi malinconica, non lontana dallo stile di Chris Isaak, Loud And Heavy torna al suono grintoso e ha un approccio melodico intrigante, direi cinematografico (film western, ovviamente), mentre David è country al 100%, fluida, diretta, godibile e suonata benissimo. Me Or You è un lentaccio alla George Jones, la breve Folks un pezzo intimo ed attendista, dal ritmo spedito ma soffuso allo stesso tempo, Ready For The Times To Get Better un altro country & western di ottima fattura, a partire dalla linea melodica fino al contorno strumentale, con le chitarre in primo piano. Finale con la deliziosa Dirt, country-rock terso e vivace con chiare tracce di Texas (splendida la steel), e con Rock And Roll, che nonostante il titolo è un’intensa ballata acustica full band. Un bel dischetto: ora che Cody Jinks ha risistemato (quasi) tutto il suo back catalogue, siamo pronti per un lavoro tutto nuovo. (*NDB nell’attesa i Pink Floyd country, bellissima cover peraltro  https://www.youtube.com/watch?v=9joAHhzm6EY )

Marco Verdi

Eccone Un Altro Bravo, Questa Volta Dal Kentucky E Lo “Manda” Sturgill Simpson! Tyler Childers – Purgatory

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Tyler Childers  Purgatory – Hickman Holler CD

Ecco un altro musicista di talento spuntato dal fittissimo sottobosco musicale Americano: per la verità Tyler Childers, proveniente da Louisa, Kentucky (un paesino di poco più di duemila anime che si fa fatica anche a trovare sulle cartine), ha già esordito nel 2011 con l’autodistribuito Bottles & Bibles, seguito da un paio di EP dal vivo, Live On Red Barn Radio Vol. I & II, ma possiamo tranquillamente considerare questo Purgatory come il suo debutto vero e proprio. Dotato di una voce molto dylaniana (il Dylan degli esordi), Childers suona un misto di country, folk appalachiano e musica cantautorale, oltre a scrivere buone canzoni: il suo territorio è lo stesso di altri musicisti veri, che fanno musica lontana dal suono tipico di Nashville e, quando vanno in classifica è per puro caso, gente che risponde al nome di Chris Stapleton, Jamey Johnson, Whitey Morgan, Colter Wall (che lo ha indicato come suo cantante preferito del momento) e Sturgill Simpson. Proprio Simpson, che è tra i più creativi tra quelli che ho citato, è il produttore di Purgatory, e questo ha fatto solo del bene alle già belle canzoni di Tyler, oltre ad aver facilitato la possibilità di suonarle con un gruppo di gente che sa il fatto suo (Russ Pahl e Michael Henderon alle chitarre, lo specialista Stuart Duncan al violino, grande protagonista del disco, Charlie Cushman al banjo, Michael Bub al basso e Miles Miller alla batteria).

E poi naturalmente c’è Childers con le sue canzoni che profumano di musica d’altri tempi, quando i dischi si compravano e non si scaricavano. I Swear (To God) è un gustoso honky-tonk dal sapore vintage, con il violino che swinga che è un piacere ed una ritmica spedita, una via di mezzo tra Wayne Hancock e Dale Watson. Feathered Indians è un’intensa ballata tra folk degli Appalachi e country, tempo sostenuto ma leggero, melodia fluida e feeling a profusione, con il violino ancora come strumento centrale; Tattoos inizia lenta e spoglia (voce, chitarra e fiddle), poi entra il resto del gruppo ed il brano acquista corpo senza perdere intensità, anzi. Born Again è molto bella (non che le precedenti non lo fossero), con il suo mood western, motivo discorsivo e diretto, arrangiamento tra sixties e seventies (si sente il lavoro di Simpson) e grande uso di steel, Whitehouse Road è leggermente più elettrica, ha un’andatura da outlaw song alla Waylon Jennings, ed anche in questa veste Tyler fa la sua bella figura, mentre Banded Clovis, dylaniana anche nella melodia oltre che nella voce, è una folk song purissima con il banjo a guidare le danze. Ed eccoci alla title track, un bluegrass dal ritmo forsennato ma con la batteria appena sfiorata (d’altronde il Kentucky è noto come “The Bluegrass State”), altro pezzo che suona come un traditional, brano che porta a Honky Tonk Flame, che invece ha un non so che di John Prine nella struttura melodica, sempre roba buona comunque; il CD si chiude con Universal Sound, molto più moderna nel suono del resto delle canzoni, una country song elettrica e mossa, ma decisamente riuscita e gradevole, e con la pura e folkie Lady May, solo Tyler voce e chitarra.

Bel disco, forse non tra quelli da avere a tutti i costi, ma sicuramente meritevole se vi piacciono i nomi citati qua e là nella recensione.

Marco Verdi

La Musica E’ Ottima, Ma Per I Testi Tappatevi Le Orecchie! Wheeler Walker Jr. – Ol’ Wheeler

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Wheeler Walker Jr. – Ol’ Wheeler – Pepper Hill/Thirty Tigers CD

Torna ad un anno di distanza da Redneck Shit Wheeler Walker Jr., countryman del Kentucky tanto bravo musicalmente quanto sboccato nei testi http://discoclub.myblog.it/2016/04/25/testi-film-porno-musica-bellissima-wheeler-walker-jr-redneck-shit/ ; in realtà Walker non esiste, in quanto è l’alter ego del comico americano Ben Hoffman (un po’ quello che Tony Clifton era per Andy Kaufman), ma il suo talento come musicista è tale che potrebbe tranquillamente proseguire la carriera esclusivamente facendo dischi. Redneck Shit aveva molto fatto parlare si sé, sia per la musica, un outlaw country robusto, elettrico e pieno di ritmo, ma anche per i testi, esageratamente volgari al limite dell’imbarazzo, roba che avrebbe fatto arrossire uno scaricatore di porto, al punto che il disco aveva avuto un’anteprima in streaming sulla piattaforma hardcore Pornhub (e, credo, passaggi radiofonici vicini allo zero). Ol’ Wheeler è il secondo volume delle avventure musicali di Walker/Hoffman, e si conferma molto valido sia dal punto di vista musicale, sia scurrile da quello delle liriche, al punto tale che in America viene considerato quasi una parodia e venduto sia come “country album” che come “comedy album” (ed in copertina uno sticker rivendica quasi con orgoglio il fatto di essere bandito sia da Walmart che da Target che da Best Buy, ovvero le tre catene di vendita più importanti degli States).

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https://www.youtube.com/watch?v=rCC6Etx93-U

Sarà anche un comedy album, ma la musica in Ol’ Wheeler è terribilmente seria: il disco è prodotto, come il precedente, da Dave Cobb, uno che ultimamente lavora come un matto ma sempre in progetti di qualità, ed in studio troviamo gente tosta come Leroy Powell alla chitarra e steel, Brian Allen al basso e Chris Powell alla batteria. Niente violini, mandolini e banjo, solo sano country elettrico e robusto, ad un livello che tanti musicisti professionisti non riescono a raggiungere, mentre per quanto riguarda i testi…beh su quelli stenderei un velo, e badate bene che non mi considero affatto un bacchettone (a proposito, mi scuso in anticipo per i titoli delle canzoni che mi accingo a scrivere, ma come si dice, ambasciator non porta pena). L’iniziale Pussy King è più rock che country, il ritmo è spezzato e le chitarre dure e tignose, ma il brano non è il massimo ed un po’ troppo di grana grossa, senza particolari guizzi. Decisamente meglio Fuckin’ Around, un puro country alla Waylon Jennings, con la doppia voce femminile di Kacey Walker che rende ancora più sconcia l’atmosfera (ma in realtà è la nota country-rocker Nikki Lane nella parte dell’ex moglie di Walker), mentre Puss In Boots è ancora migliore, gran ritmo, refrain godibilissimo, chitarre e piano in grande spolvero e Wheeler che canta con piglio da veterano (testo osceno a parte); la breve Finger Up My Butt velocizza ancora di più il ritmo, un quasi bluegrass elettrico e divertentissimo, che non fa star fermo il piede neanche per un attimo: l’inizio incerto è già dimenticato.

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https://www.youtube.com/watch?v=Mx4IjDVLE2o

Ma il nostro sa destreggiarsi anche nelle ballate, e Summers In Kentucky è una di quelle: motivo fluido e disteso, grande feeling, e se non ascoltate le parole vi sembrerà di avere di fronte qualche oscura outtake degli anni settanta (e nei brani lenti il contrasto tra la musica ed il testo è ancora più stridente); con Drunk Sluts andiamo addirittura nei sixties, un country alla Flying Burrito Brothers di grande impatto, con quell’aria cosmica tipica di Gram Parsons (che però mai si sarebbe sognato di cantare parole del genere): una delle migliori del CD. Ain’t Got Enough Dick To Go Around è un gustoso honky tonk perfetto per i camionisti texani, If My Dick Is Up, Why Am I Down? (davvero, provo quasi imbarazzo a scrivere frasi simili, seppur in inglese) riporta il disco in area Sweetheart Of The Rodeo, dimostrando che dal punto di vista musicale il nostro conosce i classici alla perfezione. Il disco si chiude con Small Town Saturday Night, tra country e rockabilly, gran ritmo e chitarre al vento (uno come Dale Watson ne andrebbe orgoglioso), l’intenso slow Pictures On My Phone, una ballata decisamente bella nonostante il testo da censura, e con Poon (che sarebbe un modo non troppo gentile di chiamare l’organo femminile di una teenager), un brano dal delizioso sapore western morriconiano. Se Wheeler Walker Jr. si mettesse in testa di scrivere canzoni “normali”, potrebbe tranquillamente diventare uno dei leader del nuovo movimento Outlaw Country insieme a Chris Stapleton, Jamey Johnson e compagnia bella (è molto più bravo di Shooter Jennings, tanto per fare un esempio), ma così, pur essendo musicalmente ai confini dell’eccellenza, rischia di essere classificato per sempre come una macchietta.

Marco Verdi

Uno Splendido Omaggio Al Country Texano Anni Settanta. Steve Earle & The Dukes – So You Wannabe An Outlaw

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Steve Earle & The Dukes – So You Wannabe An Outlaw – Warner CD – Deluxe CD/DVD

Dopo il piacevole ma piuttosto disimpegnato disco di duetti con Shawn Colvin di un anno fa http://discoclub.myblog.it/2016/06/21/buon-debutto-nuovo-duo-shawn-colvin-steve-earle-colvin-earle/ , torna Steve Earle con uno degli album più belli della sua ormai più che trentennale carriera. So You Wannabe An Outlaw è un CD di brani originali che, come lascia intuire il titolo, è anche un sentito tributo ad una certa musica country texana dei seventies, meglio conosciuta come Outlaw Music, che aveva i suoi massimi esponenti in Willie Nelson, Waylon Jennings e Billy Joe Shaver, un country robusto ed elettrico e non allineato con i precisi dettami commerciali di Nashville. Ma questo album è anche un omaggio di Steve alla sua gioventù, ed ai suoi primi passi come songwriter, quando venne preso dal grande Guy Clark sotto la sua ala protettiva (e Guy viene ricordato in una delle canzoni più intense del disco). Dal punto di vista sonoro So You Wanna Be An Outlaw è il lavoro più country di Earle da moltissimi anni a questa parte, se escludiamo il disco The Mountain inciso con la Del McCoury Band (che però era molto più legato ai suoni folk appalachiani), ed è forse il primo album a ricollegarsi direttamente ai due suoi fulminanti dischi d’esordio, Guitar Town ed Exit 0. Il suono è robusto, con Waylon come influenza principale, la produzione è dell’ormai inseparabile Richard Bennett, e la band che lo accompagna, oltre a qualche ospite che vedremo, sono i fedeli Dukes, che nella formazione attuale comprendono Chris Masterson alla chitarra solista, Eleanor Whitmore al violino e mandolino, Kelley Looney al basso, Brad Pemberton alla batteria, Ricky Ray Jackson alla steel e Chris Clark alle tastiere e fisarmonica.

E le canzoni di Steve sono, ripeto, tra le migliori che il nostro ha messo su CD da molti anni a questa parte, cosa ancora più significativa dal momento che il musicista texano d’adozione fa parte di quella ristretta schiera di artisti che non ha mai sbagliato un disco. L’album inizia benissimo con la title track, robusta country song che fa molto Waylon & Willie, in cui Earle fa la parte di Jennings e Willie Nelson fa…sé stesso, accompagnati dai Dukes in maniera energica con grande uso di steel e violino, ma anche di chitarre elettriche. Molto bella anche Lookin’ For A Woman, tempo cadenzato, melodia fluida e solare, voce del nostro leggermente arrochita e solito gran gioco di chitarre https://www.youtube.com/watch?v=eaj4iv58s0E ; The Firebreak Line è un delizioso rockabilly elettrico, gran ritmo e Steve pimpante come non lo sentivo da anni, mentre News From Colorado è una delicata ballata di stampo acustico (scritta assieme all’ex moglie Allison Moorer), dominata dalla voce imperfetta ma vissuta del leader. La tonica If Mama Coulda Seen Me ha poco di country, in quanto è un rock’n’roll tra il Texas e gli Stones, anche se il motivo sembra davvero uscire dalla penna di Waylon, Fixin’ To Die non è il classico di Bukka White ma un brano originale dallo stesso titolo, ed anche qui la base è blues, ma ad alta gradazione rock, di sicuro il pezzo meno in linea con le atmosfere del disco, mentre This Is How It Ends è un duetto con Miranda Lambert (che è anche co-autrice del brano), una squisita country ballad dal ritmo spedito e melodia cristallina, tra le più belle del CD.

The Girl On The Mountain, ancora lenta ed intensa, e con violino e steel più languidi che mai, precede due scintillanti honky-tonk, You Broke My Heart (con Cody Braun dei Reckless Kelly al violino) e la più elettrica Walkin’ In L.A., nella quale partecipa il leggendario countryman texano Johnny Bush con il suo vocione, due pezzi decisamente riusciti e godibili, che verrebbero approvati anche da uno come Dwight Yoakam. Il country elettrico di Sunset Highway, il più vicino come suono ai primi due album di Steve, ed il toccante e sentito omaggio a Guy Clark di Goodbye Michelangelo, chiudono positivamente il CD “normale”: sì, perché esiste anche una versione deluxe che, oltre ad un DVD aggiunto (con dentro il making of, il videoclip della title track ed un commento canzone per canzone da parte di Steve), presenta quattro brani in più, quattro cover scelte appunto nel repertorio dei tre più famosi Outlaws citati prima, ovvero Waylon, Willie e Shaver. Di quest’ultimo Steve propone Ain’t No God In Mexico, mentre di Nelson vengono scelte le poco note Sister’s Coming Home e Down At The Corner Beer Joint (unite in medley), e l’altrettanto oscura Local Memory, mentre di Waylon abbiamo la famosa Are You Sure Hank Done It This Way, rifatta alla grande da Steve, con spirito da vero rocker. L’ho già detto ma è doveroso ripeterlo: So You Wannabe An Outlaw è un grande disco, uno dei migliori di sempre di Steve Earle.

Marco Verdi

Una Nuova “Tosta” Country Girl. Jaime Wyatt – Felony Blues

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Jaime Wyatt – Felony Blues – Forty Below EP/CD

E’ da un po’ di tempo che l’EP è tornato, anche se sotto forma di CD, un supporto diffuso, soprattutto tra i giovani cantanti e le band che vogliono farsi notare ma non hanno, per diverse ragioni, la possibilità di pubblicare un full length, oppure desiderano semplicemente battere il ferro finché è caldo tra una pubblicazione e l’altra. Ho ancora nelle orecchie lo splendido mini CD Workin’s Too Hard di Rayna Gellert che mi ritrovo tra le mani un altro EP al femminile, da parte di una musicista stavolta esordiente, Jaime Wyatt, proveniente da Los Angeles. Le similitudini fra le due ragazze si fermano però al tipo di supporto pubblicato, dato che la Gellert è una folksinger che esegue i suoi brani, perlopiù acustici, accompagnata da tre strumentisti in croce, mentre la Wyatt è una country girl dall’aspetto gentile ma dal piglio deciso, che suona in mezzo ad un tripudio di chitarre elettriche, violini, pedal steel e banjo. Felony Blues è il suo biglietto da visita, un dischetto composto da appena sette canzoni che rivela un’artista grintosa e capace di intrattenere senza strafare, ma proponendo un country-rock elettrico di grande immediatezza e dal suono diretto, con musicisti di buona levatura (tra cui il bassista di Shooter Jennings, Ted Russell Kamp, cantante lui stesso, ed un ospite speciale che vedremo tra poco) ed una produzione asciutta ed essenziale ad opera di Drew Allsbrook, un giovane produttore di L.A.

La stampa locale ha definito Jaime una diretta discendente dell’Outlaw Country, e ciò non è distante dal vero, ma io vedo tracce anche di country californiano, come nella turgida Wishing Well posta in apertura del CD, un country-rock solare, elettrico e spedito, dalla melodia che prende all’istante, e con la voce della Wyatt che trasuda feeling e personalità; Your Loving Saves Me si mantiene sullo stesso livello qualitativo, ha il tipico sound della West Coast e vede la partecipazione alle armonie vocali di Sam Outlaw, uno dei migliori countrymen del momento: il ritornello vibrante e le belle chitarre fanno il resto. La languida From Outer Space è una delicata ballata pianistica, punteggiata da una bella steel sullo sfondo, uno slow serio e non compromesso con le sonorità di Nashville (ed il motivo centrale è ancora una volta azzeccato), la frizzante Wasco sta giusto a metà tra country classico ed outlaw music, con una leggera preponderanza per il secondo genere, in quanto sembra di stare di fronte ad una versione femminile di Waylon Jennings (chi ha detto Jessi Colter?), mentre Giving Back The Best Of Me è un lento acustico ed interiore, che dimostra che Jaime è a suo agio anche in atmosfere più intime. L’EP (trenta minuti giusti, ci sono comunque album che durano meno) si chiude con la grintosa Stone Hotel, altro country robusto e non avvezzo a sdolcinature, e con la toccante Misery And Gin, suadente ballata (con una splendida steel) che ci lascia con la voglia di ascoltarne ancora.

Jaime Wyatt è un nome da segnarsi, e sono curioso di sentirla alle prese con un vero album, spero a breve.

Marco Verdi

Una Grande Serata Di Vero Country In Quel Di Austin! Outlaw: Celebrating The Music Of Waylon Jennings

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Outlaw: Celebrating The Music Of Waylon Jennings – Legacy/Sony CD/DVD

Splendido tributo alla musica di Waylon Jennings, uno dei più importanti musicisti country di tutti i tempi, vera leggenda in Texas, ed esponente di punta insieme a Willie Nelson del cosiddetto movimento “Outlaw Country”, che negli anni settanta si contrapponeva al country più commerciale che veniva prodotto a Nashville. Il concerto si è tenuto quasi due anni fa, il 6 Luglio del 2015, al Moody Theatre di Austin, ed è stata una grande serata, nella quale si sono dati appuntamento una lunga serie di amici e discepoli di Waylon (più i secondi dei primi, purtroppo molti sono da tempo in cielo a far compagnia a Jennings) per suonare alcuni tra i brani più noti del grande texano, la cui influenza si è fatta sentire di più dopo la scomparsa (avvenuta nel 2002 in seguito a complicazioni dovute ad una grave forma di diabete, ma conseguenza di una vita nella quale il nostro non si era fatto mancare niente) che nel periodo di attività, complice una discografia non sempre all’altezza, specie negli anni ottanta. Ora la Legacy pubblica finalmente il resoconto di quella serata, in versione CD con DVD allegato, in modo da far godere anche noi delle performances dedicate a Waylon, un concerto nel quale gli invitati hanno dato veramente il meglio di loro stessi, sia i fuoriclasse (e ce n’erano parecchi), sia quelli che a prima vista poco c’entravano con il barbuto countryman texano; in tutti i brani, poi, troviamo la solita house band da sogno che non manca mai in queste occasioni: Don Was al basso, produzione e direzione musicale (ed ultimamente il riccioluto Don non se ne perde uno di questi tributi), Buddy Miller e Patrick Buchanan alle chitarre, Matt Rollings alle tastiere, l’ottimo Robby Turner alla steel guitar, Mickey Raphael all’armonica (da sempre nella band di Willie Nelson), ben due batteristi (Raymond Weber e Richie Albright) e tre coristi.

Il DVD rispetto al CD contiene due brani in più (curiosamente entrambi con protagonista Sturgill Simpson, che quindi nella parte audio non compare – NDM: la presente recensione è fatta sul CD, sorry Sturgill…) più varie interviste agli ospiti che parlano chiaramente di Waylon; da segnalare purtroppo l’assenza di Billy Joe Shaver, che si può spiegare forse solo con il suo precario stato di salute, anche se è una mancanza che pesa non poco. La serata inizia alla grande con una delle performances migliori, grazie all’ottimo Chris Stapleton che propone una versione mossa e tonica, decisamente rock’n’roll, di Ain’t Living Long Like This, il brano di Rodney Crowell che Waylon fece suo nell’ormai lontano 1979, un avvio potente e trascinante, con ottimi interventi di piano e steel; il figlio di Waylon, Shooter Jennings, non si fa contaminare da sonorità strane come spesso fa ultimamente nei suoi dischi, anzi riesce anche a toccare le corde giuste con Whistlers And Jugglers, uno slow classico e con la giusta dose di pathos (splendido Rollings al piano, e strepitoso il finale chitarristico, molto southern), mentre la riunione di famiglia continua con la moglie di Waylon, e madre di Shooter, Jessi Colter, che emoziona con la sua Mona (se siete veneti non fraintendete quest’ultima frase per favore), solo voce e piano ma tanto feeling.

Sale sul palco la prima leggenda vivente della serata: Bobby Bare è un contemporaneo di Waylon, ed uno dei grandi del country, e la sua Only Daddy That’ll Walk The Line è piena di ritmo e grinta nonostante l’età avanzata del nostro; la voce limpida di Lee Ann Womack affronta molto bene la melodica Ride Me Down Easy (proprio di Shaver) e, in duetto con Buddy Miller, la cristallina Yours Love, ed anche il bravissimo Jamey Johnson strappa applausi a scena aperta con Freedom To Stay, country ballad classica cantata con il cuore in mano. La brava Kacey Musgraves sembra ferma agli anni sessanta, sia come stile che come look, e con The Wurlitzer Prize mantiene entrambi i piedi ben saldi in quel periodo, mentre Robert Earl Keen è uno dei migliori texani della generazione successiva a quella di Waylon, ma questa sera la sua rilettura di Are You Sure Hank Done It This Way ha qualcosa che non va, troppo elettrica e rock, quasi monolitica, molto meglio l’arrangiamento originale; Kris Kristofferson non ha certo bisogno di presentazioni, è uno dei grandissimi e non solo della musica country, uno che potrebbe cantare qualsiasi cosa: stasera sceglie I Do Believe, uno slow dall’accompagnamento leggero e con al centro la voce vissuta di Kris che, inutile dirlo, la fa diventare quasi una sua canzone. Strepitoso Ryan Bingham con Rainy Day Woman, in un arrangiamento grintoso e rock ma rispettoso della struttura country dell’originale, un brano che la voce ruvida di Ryan affronta senza problemi (e la steel di Turner è monumentale); sale sul palco Alison Krauss per due pezzi, la dolcissima Dreaming My Dreams With You (splendida la voce della bionda cantante e violinista) e, con Jamey Johnson, una mossa, ritmata e coinvolgente I Ain’t The One, dal deciso sapore sudista.

Toby Keith ed Eric Church non sono certo tra i miei countrymen preferiti, ma stasera non deludono, anzi convincono con due riletture serie e sentite di Honky Tonk Heroes e Lonesome, On’ry And Mean rispettivamente. E’ la volta del grande Willie Nelson, che sale sul palco e non scenderà più fino alla fine: Willie non è più quello di qualche anno fa, canta a fatica, in alcuni momenti sembra perfino a corto di fiato, ma ovviamente non poteva mancare, e comunque sopperisce con la sua presenza magnetica ed il suo immenso carisma (e poi chitarristicamente è ancora un portento); inizia da solo con la nota ‘Til I Gain Control Again, ancora di Crowell, e, in duetto rispettivamente con Keith e Stapleton, le mitiche Mammas Don’t Let Your Babies Grow Up To Be Cowboys e My Heroes Have Always Been Cowboys, entrambe splendide, tra gli highlights dello show. Finale da urlo con la meravigliosa Highwayman, con Willie e Kris che fanno loro stessi, Shooter al posto del padre e Johnson in luogo di Johnny Cash, e poi tutti sul palco per la celebrazione finale con Luckenback, Texas, una delle canzoni-manifesto di Waylon. Un ottimo tributo: era ora che a tredici anni dalla sua scomparsa qualcuno si decidesse ad omaggiare Waylon Jennings in maniera adeguata.

Marco Verdi