Ottimo Cantautorato Dai Confini Del Mondo. Graeme James – The Long Way Home

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Graeme James – The Long Way Home – Nettwerk CD

La Nuova Zelanda, oltre che lontana geograficamente, è una terra abbastanza ai margini anche per quanto riguarda la musica, a differenza della vicina Australia che negli anni ha prodotto diversi artisti di qualità. Graeme James è un cantautore che proviene proprio dall’isola a sud-est della terra dei canguri, e ha esordito nel 2016 con News From Nowhere, titolo che ironizzava proprio sulla posizione ai confini del mondo del suo luogo d’origine. Da allora ha pubblicato altri due dischi, entrambi piuttosto difficili da trovare, mentre a Gennaio di quest’anno si è rifatto vivo con The Long Way Home, che non è il suo esordio come molti hanno scritto ma di certo il suo lavoro finora con una distribuzione più diffusa. Graeme è un songwriter classico, con uno stile molto folk, che ha la particolarità di suonare tutti gli strumenti e cantare tutte le parti vocali, oltre ad occuparsi della produzione. Un vero one-man band, anche se il risultato finale non suona per nulla approssimativo o artigianale, ma anzi il disco risulta piacevole e ben costruito, con una serie di canzoni scritte con uno stile diretto e spesso con un buon senso del ritmo, al punto che sembra essere frutto del lavoro di una band di più elementi.

Le undici canzoni di The Long Way Home sono tutte estremamente gradevoli, e fanno venire in mente spazi aperti ed orizzonti a perdita d’occhio, un paesaggio che in Nuova Zelanda non è certo estraneo. Come nell’apertura di Night Train, un brano saltellante e decisamente godibile, guidato da un mandolino che tiene il ritmo, un basso pulsante ed una melodia fresca ed immediata: Graeme ha una bella voce, profonda e molto musicale, e si dimostra da subito un autore preparato ed un valido polistrumentista (c’è anche un ottimo intervento di violino). Anche The Times Are Changing è introdotta dal mandolino, ed è contraddistinta da un motivo più complesso e non prevedibile, ma pur sempre orecchiabile: lo stile è una via di mezzo tra folk e pop, e Jones non è di certo di quei cantautori che fanno dormire. La title track è più pacata, con un mood molto disteso ed un arrangiamento arioso ed avvolgente, pochi strumenti ma neanche una nota fuori posto; il mandolino è lo strumento principale in quasi tutti i brani, ed apre anche la bellissima To Be Found By Love, una vivace folk tune dal deciso sapore irlandese, con uno strepitoso violino ed una melodia coinvolgente.

Western Lakes è una ballatona ancora dal sapore folk, fluida e rilassata, con il nostro che riesce ad emozionare anche con pochi accordi; in Here And Now al consueto mandolino si affianca una chitarra elettrica, per un pezzo sempre dal passo lento ma dall’approccio più rock: c’è qualche vaga somiglianza con gli U2 degli anni ottanta, cioè quelli buoni. Per contro Reverie è la più acustica finora, un delicato bozzetto per voce, chitarra, mandolino ed uno struggente violoncello; Always è uno slow pianistico (con il piano suonato da Jonathan Crehan, unico musicista esterno del disco), e si impone da subito come una delle canzoni più profonde ed intense del CD. Con The Difference si torna su territori decisamente folk-rock, un brano terso e cadenzato che piace al primo ascolto, Way Up High prosegue sulla medesima falsariga, ma con un feeling ancora più folk (una via di mezzo tra i Lumineers e gli Of Monsters And Men), mentre By & By chiude l’album con una vivace e pura canzone dal sapore tradizionale, incisa in maniera volutamente low-fi (su un registratore portatile).

Un singolo artista è poco per parlare di una scena musicale neozelandese, ma di certo Graeme James non è un songwriter da bypassare senza prima averlo ascoltato.

Marco Verdi

Musica Esuberante E Contagiosa…Nel Nome Del Signore! Rend Collective – Good News

rend collective good news

Rend Collective – Good News – Rend Family Records/Capitol CD

I Rend Collective sono un quintetto proveniente da Bangor, Irlanda del Nord, specializzato nel sottogenere denominato “worship music”, musica di culto, caratterizzata quindi da testi tendenti a celebrare la grandezza di Dio e di Gesù, attraverso dischi e canzoni pieni di messaggi positivi, che inneggiano alla bellezza della vita ed alla gioia di celebrare tutti insieme il culto religioso: temi forse ingenui, ma al giorno d’oggi è bello avere anche chi cerca ancora il bello della vita, circondati come siamo da problemi e negatività. Quello della worship music è un filone molto popolare, specie in America dove i Rend Collective sono abbastanza famosi (il loro album del 2014, The Art Of Celebration, è entrato addirittura nella Top 20), e questo nuovo album, anch’esso dal titolo positivo di Good News, pare destinato a consolidare la loro fama (è già primo nella speciale classifica dedicata alla musica di culto). I RC, che hanno iniziato ad incidere nel 2010 e hanno già quasi una decina di album alle spalle, sono costruiti intorno ad un nucleo di cinque elementi (Gareth ed Ali Gilkeson, che sono anche marito e moglie, Chris Llewellyn, Patrick Thompson e Stephen Mitchell, cantano tutti e suonano una lunga serie di strumenti), che sono quelli che vanno in tour, ma su disco sono aiutati da una lunghissima schiera di amici e collaboratori, fino a formare un vero e proprio collettivo musicale, più che una band.

Ed il suono nel risente: nonostante i temi trattati i RC non fanno gospel, bensì una sorta di folk-rock potenziato, dove vicino ai classici strumenti della tradizione irlandese se ne aggiungono altri più propriamente rock, ed in grande quantità, tanto da formare un vero e proprio muro del suono, un cocktail esuberante e dal ritmo quasi sempre elevato. In alcuni momenti le sonorità sono talmente cariche che sfiorano quasi il pacchiano, ma le melodie sono talmente coinvolgenti (tutti i brani sono originali) da poter perdonare loro qualche eccesso, anche perché canzoni con questo tipo di messaggi positivi si prestano ad essere suonate con forza e partecipazione. Good News è un disco abbastanza lungo (quasi un’ora), ma è pieno di idee e di soluzioni melodiche, ed alla fine si ascolta tutto con piacere, anche nei momenti più di grana grossa. L’apertura di Life Is Beautiful è festosa come suggerisce il titolo, all’inizio sembra quasi un brano natalizio, il ritmo è alto ed il muro del suono strumentale è notevole, anche se il ritornello corale ad alcuni potrà sembrare un po’ kitsch. Anche I Will Be Undignified ha un mood gioioso, una giga elettrica indubbiamente coinvolgente, con un motivo che colpisce subito: il ritmo alto e l’uso corale delle voci potrebbero far pensare ai Lumineers, anche se il genere è completamente diverso; Rescuer (Good News) è il primo singolo, e sposta il suono verso territori gospel, sia per il suono “sudista” del pianoforte che per l’uso del coro, ed il ritornello è orecchiabile anche se aleggia ancora quel sentore di nazionalpopolare.

Counting Every Blessing inizia ancora per voce e piano, poi il ritmo prende piede e la strumentazione cresce: ottime come al solito le voci, con il suono che qui riesce ad essere bello pieno senza risultare eccessivo; Nailed To The Cross ha una melodia molto fluida e gradevole, ed un arrangiamento giusto a metà tra Irlanda e rock, ed alla fine risulterà una delle più riuscite, mentre Hymn Of The Ages è una rock ballad fatta e finita, maestosa e toccante, alla quale sono disposto a perdonare un suono leggermente sopra le righe dato che la linea melodica è decisamente bella. Stesso discorso per la vivace e contagiosa True North, forse ruffiana nel ritornello ma di sicuro impatto: è proprio questo continuo equilibrio tra bello e pacchiano la carta vincente dei nostri, in quanto riescono a colpire dritto al cuore di chiunque. Resurrection Day è forse troppo radiofonica, No Outsiders per contro è vigorosa e di grande respiro, ricorda un po’ gli U2 dei bei tempi, Weep With Me è uno slow ben costruito ed ottimamente cantato a due voci, mentre la potente Marching On è eccessivamente commerciale, con un ritmo praticamente da discoteca, ed è l’unico pezzo davvero da pollice verso. Il CD si chiude con la tenue ed intensa Yahweh, tra le più emozionanti, una saltellante ripresa di Counting Every Blessing più acustica, in cui l’ukulele assume un ruolo centrale, ed il finale di Christ Lives In Me, altra limpida ed ariosa ballata, diretta e senza sbavature.

I Rend Collective non saranno forse un gruppo per tutti, ma se gli darete un ascolto la loro forza e la loro gioia di vivere potrebbero anche contagiarvi.

Marco Verdi

Da Clarksville, Maryland, Con Sax Al Seguito, Arriva Il “Blues Got Soul” Di Vanessa Collier! – Meeting My Shadow

vanessa collier meeting my shadow

Vanessa Collier  – Meeting My Shadow – Ruf Records

Ogni anno la Ruf organizza un tour collettivo di tre differenti artisti, presentati in una sorta di revue vecchio stile, e la manifestazione prende il nome di Blues Caravan.  L’edizione del 2016, di cui avete letto non da molto su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2017/03/05/ancora-una-volta-lunione-fa-la-forza-ina-forsman-tasha-taylor-layla-zoe-blues-caravan-2016-blue-sisters-in-concert/ , era denominata Blue Sisters e prevedeva la partecipazione di Ina Forsman, Tasha Taylor e Layla Zoe, quella del 2017, attualmente in corso, si chiama “Blues Got Soul”, e vede la presenza di Si Cranstoun, incensato sempre da chi scrive su queste pagine per il suo ultimo album solista http://discoclub.myblog.it/2017/01/08/dalle-strade-di-londra-al-grande-vintage-soul-e-rr-si-cranstoun-old-school/ , Big Daddy Wilson e Vanessa Collier. Degli altri due sappiamo, ma chi è costei? Nativa di Clarksville, Maryland, laureata al Berklee College Of Music di Boston, per quasi due anni in giro per il mondo nella band di Joe Louis Walker, la Collier è un personaggio “anomalo”: una cantante-sassofonista, impegnata anche a flauto e tastiere, sulla falsariga di Nancy Wright, ovviamente recensita dal sottoscritto http://discoclub.myblog.it/2016/12/16/sassfoniste-donne-brava-canta-anche-nel-disco-ci-valanga-ospiti-nancy-wright-playdate/ , ma, come alcuni grandi del passato, tipo King Curtis o Jr. Walker, era più una sassofonista che saltuariamente canta.

La nostra Vanessa invece, fin dal suo esordio Heart Soul And Saxophone del 2014, preferisce presentarsi come cantante, senza dimenticare la sua attitudine di strumentista, ci sono bluesmen e soulmen che si accompagnano con chitarra, più raramente basso, o armonica, lei preferisce gli strumenti a fiato. Questo secondo album, Meeting My Shadow, esce per l’etichetta tedesca Ruf, che ultimamente è quasi sempre sinonimo di qualità. Un buon album, dove la Collier è accompagnata da una band di qualità, TK Jackson, batteria, percussioni e organo, Daniel McKee, basso; Laura Chavez, chitarre, a lungo nella band della recentemente scomparsa Candye Kane e ora impegnata nella Blues Caravan 2017; Charles Hodges,  della Hi Rhythm Section, presente nell’ultimo disco di Robert Cray, a organo, Clavinet, piano, e Wurlitzer, un grandissimo tastierista; più alcuni altri musicisti ospiti tra cui spicca Josh Roberts alla chitarra slide, poco conosciuto, ma quasi ai livelli di un Sonny Landreth. Vanessa Collier è un possesso di una buona voce, squillante e ammiccante, siamo dalle parti di Toni Price, oppure di altre “Girls With Guitars”, per rimanere in ambito Ruf, oppure ancora Bonnie Raitt o Susan Tedeschi, pur se su un gradino più basso, ma la classe c’è. Infatti il repertorio, pur partendo dal blues, spazia nel rock, nel pop, nel soul, nel funky, come nell’iniziale Poisoned The Well, quando, su un groove minaccioso del clavinet di Hodges, la band costruisce una bella ambientazione sonora dove si apprezza anche il flauto della Collier e la chitarra funky della Chavez, oltre alla sua voce sinuosa.

Ma si gode di più quando è il soul, o meglio ancora il R&B, a prendere il sopravvento, come nella brillante Dig A Little Deeper, dove la sezione fiati spalleggia il sax della brava Vanessa, brillante anche nel reparto vocale, oppure nel blues rigoroso di una eccellente When It Don’t Come Easy, dove Roberts è impegnato alla Resonator guitar. Ma si assapora anche la brillante e ritmata Two Parts Sugar, One Part Lime, dove tutta la band viaggia, da Hodges, impegnato ad un piano quasi barrelhouse, alla stessa Collier che soffia con vigore nel suo sax; When Love Comes To Town è la prima cover, ed è proprio il famoso brano scritto dagli U2 con B.B. King, che diventa un blues “paludoso”, di nuovo con la brillante slide di Josh Roberts in grande evidenza, lei canta molto bene e rilascia anche un eccellente assolo di sax, uno dei tanti del disco https://www.youtube.com/watch?v=Tta-82p7Npo . Niente male pure You’re Gonna Make Me Cry, una intensa deep soul ballad, con chitarra in tremolo, tratta dal repertorio di O.V Wright, uno dei vecchi datori di lavoro di Charles Hodges, che lavora di fino con il suo organo (cosa avete capito?!) e anche la Chavez si distingue. E anche in Whiskey & Women l’accoppiata Collier/Chavez funziona alla perfezione in un gagliardo blues, per poi “divertirsi” nella deliziosa Meet Me Where I’m At, quasi New Orleans nelle sue piacevoli derive fiatistiche, con la tromba di Mark Franklin, l’altro membro fisso della band a duettare con Vanessa. Senza dimenticare Cry Out e Devil’s Outside che si avvalgono entrambe di  brillanti arrangiamenti di fiati, creati dalla stessa titolare dell’album, uno vivace e funky, l’altro quasi con un’aria gospel/soul, cantato con grande intensità. Come pure l’ultima cover del CD, la quasi travolgente Up Above My Head, I Hear Music In The Air, scritta da Sister Rosetta Thorpe, che sta in quel crocevia tra gospel, swing e blues, eseguita alla perfezione. Come direbbe Nero Wolfe: “Soddisfacente Vanessa”!

Bruno Conti

Ristampe Recenti 2: Golden Earring, Il Cofanetto Dell’Opera Omnia – The Complete Studio Recordings

golden earring the complete studio recordings

Golden Earring – The Complete Studio Recording – 29 CD – Unversal

Lo scorso 17 febbraio è stato pubblicato anche questo box che raccoglie l’opera completa dei Golden Earring, eccellente band olandese in attività dal 1965, famosi, come i connazionali Shocking Blue, quelli di Venus, soprattutto per un unico grande successo, Radar Love (che nel 1973 arrivò ai primi posti nelle classifiche di tutto il mondo, e suonata nel corso degli anni, fra i tanti, anche da Santana, R.e.m. e U2), ma con una consistente discografia di 26 album e moltissimi singoli.

Questo è il titolo dei dischi contenuti nel cofanetto:

Just Ear-rings (1965)
Winter Harvest (1967)
Miracle Mirror (1968)
On The Double (1969)
Eight Miles High (1969)
Golden Earring (1970)
Seven Tears (1971)
Together (1972)
Moontan (1973)
Switch (1975)
To The Hilt (1976)
Contraband (1976)
Grab It For A Second (1978)
No Promises … No Debts (1979)
Prisoner Of The Night (1980)
Cut (1982)
N.E.W.S. (1983)
The Hole (1986)
Keeper Of The Flame (1989)
Bloody Buccaneers (1991)
Face It (1994)
Love Sweat (1995)
Paradise In Distress (1999)
Millbrook U.S.A. (2003)
Tits’ n Ass (2012)
The Hague (2015)
Non-album tracks 1 (1965 – 1969)
Non-album tracks 2 (1969 – 1980)
Non-album tracks 3 (1982 – 2003)

E questi sono i titoli delle canzoni raccolte nei tre CD di rarità:

Disc 27: Non-album tracks 1 (1965-1969) *

Chunk of Steel (B-side to “Please Go” – Polydor S 1181 (NL), 1965)
That Day (single A-side – Polydor 421 023 (NL), 1966)
The Words I Need (single B-side – Polydor 421 023 (NL), 1966)
If You Leave Me (single A-side – Polydor 421 036 (NL), 1966)
Waiting for You (single B-side – Polydor 421 036 (NL), 1966)
Things Go Better (single A-side – Coca-Cola SL 3004 (NL), 1966)
Rum and Coca-Cola (single B-side – Coca-Cola SL 3004 (NL), 1966)
Daddy Buy Me a Girl (single A-side – Polydor 421 050 (NL), 1966)
What You Gonna Tell (single B-side – Polydor 421 050 (NL), 1966)
Don’t Run Too Far (single A-side – Polydor 421 056 (NL), 1966)
Wings (single B-side – Polydor 421 056 (NL), 1966)
Sound of the Screaming Day (single A-side – Polydor S 1244 (NL), 1967)
She Won’t Come to Me (single B-side – Polydor S 1244 (NL), 1967)
Together We Live, Together We Love (single A-side – Polydor S 1250 (NL), 1967)
Dong-Dong-Di-Ki-Di-Gi-Dong (single A-side – Polydor S 1277 (NL), 1968)
Wake Up – Breakfast (single B-side – Polydor S 1277 (NL), 1968)
Where Will I Be (single A-side – Polydor S 1315 (NL), 1969)
It’s Alright But I Admit It Could Be Better (single B-side – Polydor S 1315 (NL), 1969)

Disc 28: Non-album tracks 2 (1969-1980)

Another 45 Miles (single A-side – Polydor S 1336 (NL), 1969)
I Can’t Get a Hold on Her (single B-side – Polydor S 1336 (NL), 1969)
Holy Holy Life (single A-side – Polydor 2001 135 (NL), 1971)
Jessica (single B-side – Polydor 2001 135 (NL), 1971)
Stand By Me (single A-side – Polydor 2050 216 (NL), 1972)
The Song is Over (B-side to “Radar Love” – Polydor 2050 262 (NL), 1973)
Instant Poetry (single A-side – Polydor 2001 518 (NL), 1973)
Lucky Number (B-side to “Ce Soir” – Polydor 2050 353 (NL), 1975)
Babylon (B-side to “Sleepwalkin'” – Polydor 2001 626 (NL), 1975)
I Need Love (from Mad Love – MCA Records 2254 (U.S.), 1977)
Can’t Talk Now (B-side to “Movin’ Down Life” – Polydor 2001 824 (NL), 1978)
Only a Matter of Time (B-side to “Weekend Love” – Polydor 2001 886 (NL), 1979)
I Do Rock ‘N Roll (single A-side – Polydor 2001 929 (NL), 1979)
Triple Treat (B-side to “Long Blond Animal” – Polydor 2001 988 (NL), 1980)
Annie (B-side to “No For An Answer” – Polydor 2002 015 (NL), 1980)

Disc 29: Non-album tracks 3 (1982-2003)

King Dark (B-side to “Twilight Zone” – 21 Records 005 (NL), 1982)
Shadow Avenue (B-side to “The Devil Made Me Do It” – 21 Records 012 (NL), 1982)
Something Heavy Going Down (single A-side – 21 Records 032 (NL), 1984)
Gimme a Break (B-side to “Why Do I” – 21 Records 044 (NL), 1986)
You Gun My Love (B-side to “Turn the World Around” – JAWS Records 559 (NL), 1989)
Time Warp (B-side to “Going to the Run” – Columbia 656802 7 (NL), 1991)
Steam Roller (12″ B-side to “Going to the Run” – Columbia 656802 6 (NL), 1991)
Madame Zou Zou (B-side to “Temporary Madness” CD single – Columbia 657283 2 (NL), 1991)
So You Want to Be a Rock ‘N’ Roll Star/L.A. Woman (B-side to “This Wheel’s On Fire” CD single – Columbia 662831 2 (NL), 1995)
Try a Little Tenderness (B-side to “Gotta See Jane” CD single – Columbia 663224 1 (NL), 1996)
Burning Stuntman (single A-side – CNR Music 2003404 (NL), 1997)
Mood Indigo (B-side to “The Devil Made Me Do It (Live)” CD single – CNR Music 2003607 (NL), 1998)
Miles Away from Nowhere (from The Devil Made Us Do It – 35 Years box set – Universal 549 149-2 (NL), 2000)
Yes! We’re On Fire (from The Devil Made Us Do It – 35 Years box set – Universal 549 149-2 (NL), 2000)
Gypsy Rose (B-side to “Albino Moon” CD single – Universal 019 738-2 (NL), 2003)
Adrenaline (B-side to “A Sound I Never Heard” CD single – Universal 019 960-2 (NL), 2003)

Il cofanetto non è costosissimo, il prezzo indicativamente oscilla intorno ai 150 euro, poco più o poco meno.

Alla prossima.

Bruno Conti

Un Altro Grande Vecchio…Sempre In Forma Smagliante! Ian Hunter – Fingers Crossed

ian hunter fingers crossed

Ian Hunter & The Rant Band – Fingers Crossed – Proper CD

Alla tenera età di 77 anni, Ian Hunter non ha la minima intenzione di appendere la chitarra al chiodo, ma anzi è più attivo che mai. Infatti, nell’attesa di vedere pubblicato il mese prossimo il monumentale box a lui dedicato Stranded In Reality (28CD + 2DVD, che doveva uscire ai primi di Settembre ma è stato rimandato pare per problemi di produzione), l’ex leader dei Mott The Hoople  ha messo fuori questo Fingers Crossed, quattordicesimo album solista di studio, a quattro anni di distanza dall’ottimo When I’m President http://discoclub.myblog.it/2012/09/17/anche-per-lui-il-tempo-si-e-fermato-ian-hunter-when-i-m-pres/ , che a sua volta veniva tre anni dopo lo strepitoso Man Overboard, per chi scrive disco dell’anno 2009 e suo miglior album dai tempi del lontano You’re Never Alone With A Schizofrenic. Fingers Crossed non fa che confermare l’eccellente momento di forma del riccioluto rocker inglese, che nonostante le primavere che si accavallano non ha perso la grinta e la voglia di fare del sano e corroborante rock’n’roll, né l’ispirazione per scrivere quelle ballate pianistiche per le quali va giustamente famoso; la sua ugola non ha perso smalto, e la Rant Band che come al solito lo accompagna (James Mastro e Mark Bosch alle chitarre, Paul Page al basso, l’ex Wings Steve Holley alla batteria e Dennis DiBrizzi al piano, oltre ad Andy York, ex John Mellencamp band ed ultimamente con Willie Nile, che produce anche il tutto) ha il suono perfetto per le sue tipiche ballate rock.

Un altro bel disco quindi, che non fa che confermare il trend positivo nella carriera del nostro (dopo che gli anni ottanta e novanta erano stati piuttosto difficili), ancora più prezioso in quanto non sono rimasti in molti a fare del sano rock come il suo. Una ritmica molto Stones introduce That’s When The Trouble Starts, un rock’n’roll tosto e grintoso, con il nostro che mostra di avere ancora la voglia (e la voce), e la band che lo accompagna in maniera potente e sicura. Dandy è un sentito omaggio all’amico David Bowie (che non dimentichiamolo aveva rilanciato la carriera dei Mott scrivendo per loro l’inno All The Young Dudes), una ballata cadenzata e vibrante con un ritornello classico che rimanda direttamente agli anni settanta, con Ian che nel testo cita diversi titoli di brani dello scomparso Duca Bianco (Heroes, Life On Mars, The Jean Genie): bella canzone. Splendida invece Ghosts, un folk-rock dylaniano (Bob è sempre stata la sua fonte d’ispirazione principale) dal gran ritmo e sviluppo trascinante, con un bellissimo gioco di chitarre, una delle migliori composizioni di Ian degli ultimi anni; la title track è uno slow pianistico, una delle specialità della casa, e Hunter canta con anima e passione quella che si rivela da subito una grande canzone, con una struttura melodica splendida che si apre nota dopo nota: toccante, a dir poco.

White House è un rock’n’roll decisamente divertente ed ironico, che sbeffeggia la figura di Donald Trump, ma con classe e finezza tipicamente britannica (e la musica è alquanto coinvolgente), mentre Bow Street Runners è un brano dal testo molto più duro, che parla della criminalità in aumento a Londra (ed in generale nel mondo) e della paura che ci circonda, il tutto con un ritmo sempre sostenuto, chitarre in primo piano ed un mood simile a quello di Willie Nile (lo zampino di York si sente, il ritornello corale ricorda molto certe cose di Willie). Morpheus è ancora uno slow dal pathos molto alto, che inizia con voce e piano nel nulla, poi a poco a poco entra il resto della band, che trasforma il pezzo in una ballata rock coi fiocchi, con bel assolo finale di Bosch. Stranded In Reality (stesso titolo del box di prossima uscita) inizia un po’ come un brano degli U2, ma Ian prende subito le redini e sciorina un motivo fluido e di grande presa, altra rock song di gran lusso, con un testo un po’ amaro sui tempi in cui viviamo, che culmina con la frase finale “Why am I losin’ my enthusiasm?” ripetuta ad libitum. L’album termina con l’asciutta You Can’t Live In The Past, dal tempo quasi reggae, unico pezzo di livello leggermente inferiore, e con la vivace e folkeggiante Long Time, melodia orecchiabilissima e prestazione vocale del nostro sempre più convincente.

Che altro dire…lunga vita a Ian Hunter!

Marco Verdi

Rock Meneghino, Ma Made In California! Jaselli – Monster Moon

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Jaselli – Monster Moon – Universal Music 

Ogni tanto, dopo anni di onorata carriera ai margini della industria discografica, suonando (e cantando) sempre con passione e senza cedere ai compromessi dei talent show o alle lusinghe della lingua italiana, ma accumulando esperienza attraverso molti concerti dal vivo e qualche disco (un paio) pubblicati a livello indipendente, ti capita la botta di fortuna, di una major che “compra il pacchetto” così come è, senza precondizioni, e ti fornisce, ovviamente, le possibilità di una esposizione ben diversa da quella più “carbonara” precedente. In questo nuovo album ci sono cambiamenti evidenti rispetto ai dischi precedenti di Jack Jaselli, diciamo che dal rock elettroacustico alla Jack Johnson, Matt Costa o anche alla Ben Harper di I Need The Sea Because It Teaches Me https://www.youtube.com/watch?v=3K3olVVhiLo  e in precedenza a derive anche più funky, sporche e meticciate, si passa a questo nuovo album che unisce le varie anime, grazie alla produzione “californiana” del disco, che è stato registrato proprio a Los Angeles la scorsa estate negli studi Fonogenic di Rami Jaffee e Ran Pink (produttore di grido con i Wallflowers di Jacob Dylan, Dave Grohl, Band Of Horses, Pete Yorn).

Ovviamente il sound è diventato più rock, “lavorato”, vicino alle sonorità dei nomi citati, ma si sentono anche echi dei vecchi U2, del rock classico americano, grazie alla presenza di musicisti italiani innamorati di questo tipo di musica che suonano nel disco, Max Elli, chitarrista, arrangiatore e polistrumentista, Nik Taccori alla batteria, entrambi conosciuti da chi scrive grazie alla militanza anche nei Fargo, altra band milanese in cui opera l’amico Fabrizio Friggione, vecchio collaboratore di Jaselli, che aveva cantato a sua volta nei loro dischi (e di cui è in uscita un nuovo album http://discoclub.myblog.it/2016/06/20/fargo-nuovo-disco-invisible-violence-concerto-presentazione-al-rusty-garage-milano-il-23-giugno/?ref=HPn ). Diciamo che il disco ha un suono più “scuro”, tirato, decisamente rock, a tratti quasi da power trio (e infatti dal vivo appare ora al basso anche Chris Lavoro, sempre del giro Fargo), ma con agganci a quel rock americano mainstream che non ci si aspetterebbe da una band italiana. In effetti il fatto che si sia passati da un cantautore con gruppo al seguito ad una band, Jaselli, fatta e finita, è abbastanza palese: come dimostrano l’iniziale This City, una violenta botta di rock adrenalinico molto riffato, che potrebbe far pensare ai Foo Fighters, se non fosse per la voce potente ed espressiva di Jack, che rimanda anche al Bono degli U2 citati prima, I’m The Wolf più bluesata e con intrecci di chitarre acustiche ed elettriche, sempre pronta a scatenarsi in improvvise aperture rock, mentre Kintsukuroi è più atmosferica, raffinata, una bella ballata di “moderno” folk rock con una produzione molto complessa e ricca nei suoni e negli effetti (forse anche troppo, per i miei gusti), con un synth quasi alla PFM anni ’70.

The Road parte come un brano acustico e raccolto e poi accelera in un crescendo rock, con un lavoro ritmico eccellente di Taccori e delle chitarre di Elli, poi ribadito nella corale The End, il singolo dell’album, molto radiofonico grazie ad un refrain che rimane facilmente in testa, con Brightest Angel che rimanda al Jaselli cantautore più intimo e raccolto. Ma il rock tirato riprende il sopravvento nella chitarristica title track Monster Moon, per poi virare verso un brano quasi country-folk come la dolce One At A Time, dove una lap steel sognante quasi rimanda a Jeff Buckley; Hey Lorraine, con violino e organo aggiunti forse è di nuovo troppo “carica” di quel suono californiano attuale, un po’ di maniera, a tratti falsamente epico. My Baby è quasi una ninna nanna o una serenata elettrica e Good Goodnight una deliziosa traccia più intima con due chitarre acustiche ad incorniciare la bella voce di Jack Jaselli. Ebbene sì, sono italiani per caso, americani nel cuore e pure bravi.

Bruno Conti                                                                                                                                                                               

“Spietati” O “Imperdonabili”? The Unforgiven, Il Gruppo E Il Disco!

the unforgiven

The Unforgiven – The Unforgiven – Real Gone Music

Ormai anche le etichette specializzate in ristampe stanno un po’ raschiando il fondo del barile. In alcuni casi questo favorisce la scoperta di alcuni album di culto, magari sconosciuti, che erano scomparsi nella notte dei tempi o non erano mai apparsi. In altri casi ancora vengono ripescati personaggi o dischi di cui francamente non si sentiva la mancanza, spacciati per imperdibili dalle case discografiche che, ovviamente, fanno il loro mestiere, cioè “cercano” di vendere. E poi ci sono casi particolari. Prendiamo la ristampa di questo disco omonimo, il primo e ultimo, degli Unforgiven, che ai tempi fu un caso discografico. Siamo, più o meno, a metà degli anni ’80, quelli degli eccessi dell’industria discografica: un gruppetto di musicisti, capitanato da Steve Jones, ribattezzatosi John Henry Jones, per non confondersi con il chitarrista dei Sex Pistols, decide di iniziare un progetto partendo da un’immagine. Ovvero si presentano tutti vestiti come se fossero degli interpreti di qualche scena di Il Buono, Il Brutto E Il Cattivo, o qualche altro spaghetti western di Sergio Leone (Unforgiven di Clint Eastwood non era ancora uscito, cappotti lunghi, giacche e cappelli ispirati dalla iconografia di quei film, dichiarano che anche la musica si ispira in parte alle musiche di Morricone, e sapete una cosa?

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La rivista inglese NME li inserisce nella lista delle 5 o 10 grande promesse per il futuro, gli dedica un articolo di mezza pagina sulla rivista, senza avere sentito un secondo di musica, perché, come ricorda lo stesso Jones, il gruppo non aveva ancora inciso nulla. Ma quello che è più triste e che si scatena una lotta a suon di milioni di dollari tra le case discografiche dell’epoca, vinta dalla Elektra, che,  invece di buttare i soldi nel cesso, come usava negli anni dell’edonismo reaganiano, li mette sotto contratto per la pubblicazione di due album. Forse non ho detto che il tutto si svolge in California, e nel frattempo sono entrati in scena il manager dei Motley Crue, l’avvocato dei Metallica e altri personaggi dello show business locale. La formazione è inconsueta, visto che vede la presenza di ben quattro chitarristi, alcuni cresciuti a pane e punk, con puntate nello speed metal (Jones, per un breve periodo fu negli Overkill), ma nel gruppo ci sono pure un paio di talenti, nello specifico due chitarristi, uno John Hickman, anche secondo vocalist, tutt’ora un rispettato membro dei Cracker, mentre Todd Ross, fratello del chitarrista dei Rank and File, cult band del cow-punk californiano, che qualche punto di contatto con la musica degli Unforgiven ce l’aveva, era un solista notevole. Il disco, uscito nel 1986, prodotto da John Boylan, famoso per il suo lavoro nel disco di esordio dei Boston, vende “ben” 50.000 copie e il gruppo arriva fino al 185° posto delle classifiche di Billboard (caspita!). Riuscendo nel frattempo a farsi bandire dallo Stato del Colorado per gli eccessi nel corso del tour con gli ZZ Top e partecipando, sul lato positivo, a due edizioni del Farm Aid https://www.youtube.com/watch?v=_gaL-p9F2g4  e https://www.youtube.com/watch?v=PMAD2-GFZBw. Si, lo so, vi sto rompendo le balle con questi dettagli, la domanda che vi interessa è: ma è buono questo disco? Si e no. Tra echi di musica western morriconiana, classico rock californiano anni ’80, echi abbondanti dei Clash, punk e metal melodico, sonorità alla Big Country, soprattutto per l’uso quasi marziale della batteria, qualche tocco alla U2 o Pogues, ma anche influenze dei Def Leppard, il risultato è un guazzabuglio che avrebbe influenzato i Bon Jovi e i Guns’n’Roses che da lì a poco avrebbero dominato le classifiche.

Anche l’abitudine di cantare spesso tutti all’unisono, codificata nel “gang vocal” attribuito ai quattro musicisti non voci soliste, accentua quel suono antemico alla Pogues, Clash o U2, il problema è che, sovente, le canzoni non sono all’altezza. Il risultato finale comunque non è orrido: brani come l’iniziale All Is Quiet On The Western Front, con la sua batteria di quattro chitarre soliste, il ritmo incalzante dei Clash, periodo americano https://www.youtube.com/watch?v=GAxxR828uUg , Hang ‘em High, ispirata nel titolo a un altro famoso film di Clint Eastwood, a tratti morriconiana, a tratti quasi twangy, ma anche con una certa quota di tamarritudine https://www.youtube.com/watch?v=SoL7igUoVFo  e il singolo I Hear The Call, molto rock californiano, con coretti questa volta ben eseguiti, sono discrete costruzioni sonore. Roverpack, se non fosse per il solito gang vocal, è interessante nel suo incedere elettro-acustico, tra slide e influenze southern https://www.youtube.com/watch?v=kevtmJ2LWkg , mentre Cheyenne è addirittura una hard ballad mid-tempo, The Gauntlet sembra un brano dei primi Big Country e With My Boots On ha afflati country https://www.youtube.com/watch?v=_I4vx1iTBlE (qualcuno li ha classificati come una band country-rock!). C’è persino un brano, The Long Ride Out, inciso nella reunion del 2012, aggiunto come bonus nel CD. Senza strapparsi i capelli (se li avete) una ascoltata la merita. L’eventuale acquisto dipende dal vostro budget.

Bruno Conti

Asso (Di Picche) Della Chitarra? Dave Fields – All In

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Dave Fields – All In – FMI Records

A distanza di uno anno e mezzo circa dal precedente Detonation  http://discoclub.myblog.it/2013/02/17/piu-un-grosso-petardo-che-una-bomba-ma-il-botto-lo-fa-dave-f/ eccoci di nuovo a parlarvi di Dave Fields. E non posso che confermare per questo All In quanto detto per il precedente album. Il signore in questione è bravo, tecnicamente è quello che si può definire un “chitarrista della Madonna”, però anche questo CD ha gli stessi “difetti” e i pochi pregi del precedenti: non c’è più alla produzione il mio arci-nemico David Z, ma il sound rimane, per non dire bombastico, comunque molto robusto, un rock-blues energico, dove la quota blues è molto limitata rispetto al rock, che trovate in abbondanza. Il disco è autoprodotto (nel frattempo ho scoperto che Fields ha una sua società che realizza musica per colonne sonore, commercials per TV e radio e anche dischi di tanto in tanto, ed in passato era stato il direttore musicale per i New Voices Of Freedom, il gruppo newyorkese che appariva in Rattle and Hum degli U2, quindi direi non un novellino), e questo è il quarto, non secondo, disco per il musicista (due in vendita solo sul suo sito http://www.davefields.com/): per onestà vi segnalo anche che il musicista ha avuto vari attestati di stima, a partire da Hubert Sumlin a vari colleghi e musicisti che gravitano nell’area intorno al blues, e quindi confermo che sicuramente è bravo, non lo discuto, ma rimango del mio parere, anche in questo ambito il buon Dave non è uno da prima fascia, forse soddisferà chi è alla ricerca di buon rock-blues chitarristico, ancorché assai tirato https://www.youtube.com/watch?v=kRVaUMTcGxI .

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Non per nulla, e partiamo dal mezzo, due dei brani “salienti” dell’album sono delle cover di brani celeberrimi: una versione di Crossroads, proprio quella di Robert Johnson, che diventa Cross Road, forse perché Dave Fields ha aggiunto un quarto verso alla canzone (ce n’era bisogno?!?) e l’ha tramutata in un pezzo alla Satriani o Vai, durissima ed iper tecnica, con chitarre molto lavorate e a tratti hendrixiane, anche se Jimi era un’altra cosa. Per non parlare di Black Dog, proprio quella dei Led Zeppelin, registrata dal vivo in un piccolo club in Norvegia, con musicisti locali, che invece diventa una sorta di funky-blues rallentato https://www.youtube.com/watch?v=SGhkRltJzN8 , forse perché Fields non può competere a livello vocale con Plant, insomma ho sentito migliori versioni di entrambe, per essere buoni!

Anche altre parti del disco sono registrate live, ma in studio, come la poderosa Changes In My Life, che apre le operazioni e ci permette di gustare l’abilità chitarristica di Dave che sciorina una serie di solo notevoli, non per nulla la migliore, che illude sulla consistenza dell’album, ma se merita diciamolo. O l’orgia hendrixiana, fin dal titolo, Voodoo Eyes, dove wah-wah e organo cercano di ricreare atmosfere rock storiche, ma l’originale era inarrivabile e questa è una pallidissima copia. Let’s Go Downtown è un funkettone piacevole ma nulla più, con Fields che si esibisce anche al basso e l’assolo più di tanto non può redimere, Dragon Fly, ha una bella intro strumentale atmosferica giocata su toni e livelli, ma poi il brano non decolla, virando su sonorità quasi prog, dove si apprezza giusto la chitarra solista. Il brano più blues (rock) è sicuramente Wake Up Jasper, una sorta di shuffle robusto, posto tra le due cover, dove si apprezza il piano di Dave Keys e anche Got A Hold On Me si salva, ma nulla più. Conclude Lovers Holiday in cui Fields ci propone una sorta di piacevole variazione acustica sul tema. Anche in questo caso il disco meriterebbe almeno tre stellette per il lavoro chitarristico, ma per il resto una è di mancia!

Bruno Conti

I Migliori Dischi Del 2014, Liste Di Fine Anno. Riviste Americane: Rolling Stone, Billboard, Spin

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Proseguiamo con le liste dei migliori dischi del 2014, mentre procede lo spoglio delle liste ricevute da alcune band e solisti “italiani per caso”, dovrebbe essere pronto per il fine settimana, vediamo, nel frattempo, visto che ieri ho saltato, oggi le tre principali riviste musicali americane insieme. Partiamo con Rolling Stone che, rispetto ai migliori dell’anno sulla sponda britannica, riserva qualche sorpresa.

Rolling Stone 10 Best Albums Of The Year

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1) U2 – Songs Of Innocence Ohibò, me lo hanno stroncato ovunque e qui è addirittura al primo posto! E non è finita, guardate chi c’è al n°2!

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2) Bruce Springsteen – High Hopes E lo troverete anche nella lista di Ed Abbiati, Lowlands, con spiegazione del perché.

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3) The Black Keys – Turn Blue Questo e il CD di Springsteen sono nella lista anche dei peggiori dell’anno della rivista Spin, una di quelle che pubblica anche questa gradatoria, magari alle fine dei post dedicati ai migliori ne pubblico, per curiosità, pure uno sui presunti peggiori.

4) St. Vincent – St. Vincent

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5) Miranda Lambert – Platinum Questo è l’unico disco country (mi sembra, a memoria) visto nei migliori dell’anno, dovendo scegliere avrei preferito la collega nelle Pistol Annies, Angaleena Presley, con l’ottimo American Middle Class http://discoclub.myblog.it/2014/11/10/cognome-importante-pero-parenti-angaleena-presley-american-middle-class/.

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6) Charli XCX – Sucker Mi sembrava strano che fin qui le classifiche fossero relativamente buone, un po’ di “sano” electropop ci mancava!

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7) Lana Del Rey – Ultraviolence Questo viene classificato come Art Pop, ma la parrocchia mi pare quella.

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8) Run The Jewels – Run The Jewels 2 Anche l’hip-hop latitava, ma i votanti di Rolling Stone rimediano.

9) Mac De Marco – Salad Days Già apparso in una lista inglese, questo signore canadese non mi sembra proprio il miglior cantautore dell’anno, anche se, come dicevo nell’altro post, non è malaccio.

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10) Taylor Swift – 1989 Era quasi inevitabile. Capisco nelle classifiche di vendite (o meglio, come diceva Ferrini a Quelli della notte, non lo capisco ma mi adeguo), ma addirittura tra i migliori dischi dell’anno? E lo troverete, a sorpresa, in una lista di un sito musicale dove mai avrei pensato di trovarlo.

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Ecco la lista di Billboard, la rivista più istituzionale del settore, proprio quella delle classifiche, con qualche sorpresa.

Billboard 10 Best Album Of The Year – Critics’ Picks

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1) Taylor Swift – 1989

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2) Run The Jewels – Run The Jewels 2

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3) Sam Smith – In The Lonely Hour Questo sarebbe il “nuovo soul”, 176 milioni di contatti su YouTube https://www.youtube.com/watch?v=pB-5XG-DbAA, devo ammettere che c’è molto di peggio in giro, però…

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4) Jenny Taylor – The Voyager Questo, per esempio, è un bel disco, e sì quello sullo sfondo è proprio Ryan Adams

https://www.youtube.com/watch?v=jlUXexTAye0

http://discoclub.myblog.it/2014/08/07/jenny-senza-johnny-jenny-lewis-the-voyager/

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5) Ed Sheeran – X

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6) Bleachers – Strange Desire ??? Mai sentito, piacevole comunque https://www.youtube.com/watch?v=ldk2pLyVZ4c

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7) Lykke Li – I Never Learn La signorina sarebbe anche brava, anche se non sono ancora riuscito ad inquadrare quale genere faccia https://www.youtube.com/watch?v=RNa060RGEMo

8) Aphex Twins – Syro

9) The War On Drugs – Lost In The Dream Rolling Stone fino ad ora è l’unico che non lo ha inserito nei Top 10, comunque confermo, il disco è veramente bello e anche dal vivo non scherza(no) https://www.youtube.com/watch?v=XF7ttxjgWeo

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10) Freddie Gibbs & Madlib – Pinata Ancora un disco hip-hop, quest’anno (per fortuna) pochi nelle liste dei migliori di fine anno.

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Anche i critici della Bibbia americana del rock alternativo americano hanno dovuto soccombere, ancora una volta il disco dell’anno è quello della creatura di Adam Granduciel Lost In the Dream

Spin 10 Best Albums of 2014

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1) The War On Drugs – Lost In The Dream

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2) Parquet Courts – Sunbathing Animal

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3) Run The Jewels – Run The Jewels 2

4) Jenny Lewis – The Voyager

5) Caribou – Our Love

6) Sun Kil Moon – Benji

7) Future Islands – Singles

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8) Tinashe – Aquarius Un bel boh, ammetto l’ignoranza, genere non soul, addirittura R&B. Bravissima, sembra Rihanna, mah…https://www.youtube.com/watch?v=NFa98Al2Kf4

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9) Tune-Yards – Nikki Nack

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10) The New Ponrographers – Brill Bruisers Non riesco a farmeli piacere del tutto, ci canta anche Neko Case, che è una delle mie preferite tra le voci delle ultime generazioni, ma spesso sono troppo dispersivi, a cavallo di mille generi, fin troppo pop, ma fanno parte dei miei “piaceri segreti”, sono bravi https://www.youtube.com/watch?v=9SaHXd4RhDs

Anche per oggi è tutto, vediamo se riesco a preparare per il fine settimana il best of dell’anno 2014 compilato da alcuni artisti, in ogni caso domani recensione dell’ultima raccolta di Mary Black, ci vediamo!

Bruno Conti

 

 

Girando Per Le Strade Di Dublino… Nuova Musica! Delorentos & Keywest

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Delorentos – Night Becomes Light – Universal Music Ireland

Keywest – The Message – Alphastar Records – Deluxe Edition

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Nei giorni scorsi mi sono recato per una breve vacanza a Dublino, e approfittando dello shopping “sfrenato” delle nostre signore, io e il mio amico Sergio siamo andati alla ricerca di negozi di dischi (tanto per cambiare) e, nel giro di una mattinata, fra i tanti bravissimi musicisti che si trovano ad ogni angolo di strada, ci siamo imbattuti in due gruppi alternativi della scena Irlandese, prima i Keywest nella centralissima Grafton Street, con un mini concerto elettro-acustico con brani tratti dall’album d’esordio, cover d’autore come Sittin’ On The Dock Of The Bay di Otis Redding e un medley su Bob Marley, e qualche ora più tardi i Delorentos protagonisti di un potente “showcase” alla Towers Records.

Partiamo dai più noti, i Delorentos vengono dalla contea di Portrane, e sono in pista dal 2005 con una decina di lavori all’attivo fra album e EP, con almeno quattro dischi di buona fattura come In Love With Detail (07), You Can Make Sound (09), Little Sparks (vincitore del Choice Music Prize come album dell’anno 2013) e questo Night Becomes Light balzato subito ai primi posti delle classifiche. La formazione (che in questi anni ha aperto i concerti di artisti del calibro di Bruce Springsteen, Sinèad O’Connor, Dave Matthews Band e altri) è composta da Kieran McGuinness chitarra e voce, Ross McCormick alla batteria, Ronan Yourell al pianoforte e voce e Nial Conlan ai cori e contrabbasso, con un suono che inizialmente era radicato in un post-punk misto a pop, ma poi è cresciuto fino ad incorporare varie influenze musicali che li rimandano anche all’alternative-rock.

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Nelle undici tracce di Night Becomes Light, Ronan e Kieran si alternano alla voce solista nelle loro canzoni di dolore e passione, a partire dai potenziali singoli Home Again e Show Me Love, seguite dall’energica Forget The Numbers, dalle contagiose melodie di Everybody Else Gets Wet e Too Late, e la gemma del disco Valley Where The Rivers Run, una ballata di redenzione https://www.youtube.com/watch?v=32Z0tcJ1GeM . Con I Will Not Go e Fits (Too Drunk To Drive) la sezione ritmica torna in evidenza, passando per le atmosfere raffinate e dolci di City’s Still Warm e Six Months To The Day, e andando a chiudere con Dublin Love Song, un doveroso tributo alla bellissima città che li ha plasmati e fatti conoscere.

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I Keywest invece sono una sorts di band “christian pop” di Dublino che dopo vari EP usciti a cavallo del 2009/2011 Miss You Most, Back Into Your Arms, Feels So Cruel, debuttano con The Message (12), ristampato oggi con un bonus CD Undelivered EP. La band è composta dal leader e voce solista Andrew Kavanagh (un piccolo Bono “ciellino”), James Lock alla chitarra solista, Sam Marder al basso, Andrew Glover alle tastiere e Harry Sullivan alle batterie e percussioni. The Message con la produzione di Mark Needham (The Killers) ha permesso al gruppo di ottenere un contratto discografico mondiale con la Peermusic, ma di rimanere indipendenti nella natia Irlanda.

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Con influenze che vanno dagli U2 ai Snow Patrol e ai Killers, i Keywest, in un certo senso, li riflettono in brani di stampo classico come Back Into Your Arms, Feels So Cruel, Stuck On Replay, Messages From God  https://www.youtube.com/watch?v=NJOeHx3mB-o ma hanno in repertorio anche ballate più introspettive come Absolution, Salvation, In The Fight For Love, Straight Through My Heart, passando per i suoni “raven” di Road To Damnation e chiudendo con il crescendo finale della title track The Message https://www.youtube.com/watch?v=7IsD4EyhMUc . Il bonus CD contiene sei brani elettro-acustici Abandon Ship, On Angel’s Wings, Roses In The Summertime, Bullet From The Gun, Always Yours, e It’s Me Not You, con un suono più ricercato, che dà alla band una ulteriore dimensione.

Il bello dei Keywest sta nel fatto che nonostante stiano trovando un discreto successo (le buone vendite dell’album, 30.000 persone che li seguono su Facebook, più di 150.000 visualizzazioni per ogni loro brano che viene pubblicato su YouTube), continuano a suonare dove hanno iniziato, nelle strade di Dublino, a deliziare turisti (nel nostro caso) e passanti che si fermano ad ascoltare buona musica fatta con passione.

La ricerca continua.

Tino Montanari